Gli Stati Uniti sostengono di opporsi all’annessione mentre le mosse israeliane la fanno di fatto avanzare

Redazione di Palestine Chronicle

10 febbraio 2026 The Palestine Chronicle

Snodi cruciali

– La Casa Bianca ha dichiarato che il presidente Donald Trump ribadisce la sua opposizione all’annessione israeliana della Cisgiordania

– Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha assaltato la città di Ni’lin a seguito delle misure governative che ampliano l’autorità israeliana sul territorio

– Le autorità israeliane hanno aumentato i poteri di controllo nelle Aree A e B e ampliato le politiche sulla proprietà terriera e le colonie

– Le forze militari israeliane hanno ordinato alle famiglie palestinesi vicino a Jenin di evacuare le case in vista del ritorno di militari in un ex campo

– Coloni ebrei israeliani illegali hanno bloccato una delegazione diplomatica russa in visita a Salfit per documentare la violenza dei coloni

Posizione degli Stati Uniti e contesto diplomatico

La Casa Bianca ha dichiarato che il presidente Donald Trump ha ribadito la sua opposizione all’annessione israeliana della Cisgiordania occupata, sottolineando che l’obiettivo dell’amministrazione rimane il perseguimento della pace nella regione, secondo quanto ha riferito lunedì l’agenzia di stampa Reuters.

“Una Cisgiordania stabile mantiene Israele sicuro ed è in linea con l’obiettivo di questa amministrazione di raggiungere la pace nella regione”, ha affermato un funzionario della Casa Bianca citato da Reuters.

La dichiarazione è arrivata mentre le tensioni si intensificavano a seguito di decisioni israeliane, largamente considerate come un’annessione sempre più rapida, che hanno attirato una crescente attenzione internazionale.

L’incursione di Smotrich

Tuttavia sul campo il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha preso d’assalto la città di Ni’lin, a seguito dell’approvazione da parte di Israele di misure che ne ampliano l’autorità in tutta la Cisgiordania occupata, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Anadolu [di proprietà del governo della Turchia, ndt.]

Smotrich ha descritto l’iniziativa come parte del tentativo di “ripristinare il controllo”, comprese azioni di repressione all’interno delle Aree A e B già amministrate dall’Autorità Nazionale Palestinese nell’ambito degli accordi di Oslo.

Il governo israeliano ha abrogato le restrizioni alla vendita di terreni, ha reso accessibili i registri di proprietà e ha trasferito l’autorità per i permessi di costruzione in alcune parti di Hebron (Al-Khalil) all’amministrazione civile israeliana.

Le modifiche consentono demolizioni e sequestri di proprietà anche in aree formalmente sotto l’amministrazione civile palestinese e ci si aspetta che facilitino l’espansione delle colonie nei territori occupati.

Illegali secondo il diritto internazionale

Tali misure sono illegali ai sensi del diritto internazionale, poiché la Cisgiordania occupata rimane un territorio sotto occupazione di guerra, dove alla potenza occupante è vietato esercitare l’autorità sovrana.

Estendendo la giurisdizione amministrativa, modificando i meccanismi di proprietà terriera e consentendo le confische, Israele sta di fatto sostituendo un’occupazione militare temporanea con una struttura di governo civile permanente.

Ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra, una potenza occupante non può trasferire parte della propria popolazione civile nel territorio che occupa, né può confiscare proprietà private se non per impellente necessità militare. Le nuove politiche facilitano invece l’espansione delle colonie, la legalizzazione retroattiva degli avamposti e cambiamenti demografici permanenti, azioni da sempre considerate gravi violazioni della Convenzione.

Gli organismi giuridici internazionali, tra cui la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni delle Nazioni Unite, hanno ripetutamente affermato che le colonie israeliane in Cisgiordania non hanno validità giuridica e costituiscono violazioni del diritto internazionale. Le ultime misure pertanto non rappresentano riforme amministrative ma in pratica un consolidamento dell’annessione, alterando lo status giuridico del territorio senza una dichiarazione formale.

Evacuazioni forzate vicino a Jenin

In altro contesto, Anadolu ha riferito che le forze israeliane hanno ordinato a diverse famiglie palestinesi, più di cinquanta persone, di lasciare le loro case nel campo di Arraba, a sud di Jenin, in vista del previsto ritorno dei militari sul posto.

I residenti hanno iniziato a trasferire bestiame e beni senza alternative abitative dopo che gli è stato intimato di evacuare prima che l’esercito ristabilisca la sua presenza nell’ex campo militare sgombrato nel 2005.

Inviato russo ostacolato durante il tour in Cisgiordania

In un altro episodio, Anadolu ha riferito che nell’area di Salfit coloni ebrei israeliani illegali hanno ostacolato una visita sul campo dell’ambasciatore russo in Palestina, Gocha Buachidze, e dei funzionari al suo seguito.

La delegazione stava visitando le comunità colpite dagli attacchi dei coloni quando i coloni hanno bloccato il convoglio e lanciato minacce, impedendo la prosecuzione della visita.

I funzionari locali hanno descritto l’incidente come un’escalation della violenza dei coloni, sottolineando le centinaia di attacchi registrati negli ultimi anni e i piani in corso di decine di progetti di colonie nel governatorato.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il Ministro delle Finanze israeliano: il ritorno dei prigionieri ‘non è la cosa più importante’

Redazione di MEMO

22 aprile 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu ha riferito che martedì il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, di estrema destra, ha attirato le critiche dei familiari dei prigionieri trattenuti a Gaza dopo aver affermato che il ritorno dei loro parenti non è la cosa più importante per Israele.

Le famiglie sono rimaste senza parole questa mattina, eccetto vergogna,” ha affermato l’associazione delle famiglie degli ostaggi in una dichiarazione.

Le famiglie hanno detto che i commenti di Smotrich indicano che il governo israeliano ha “deliberatamente rinunciato agli ostaggi”.

Smotrich – la storia ricorderà come tu hai chiuso il tuo cuore ai tuoi fratelli e alle tue sorelle prigionieri e hai scelto di non salvarli,” afferma la dichiarazione

Le stime israeliane indicano che a Gaza ci sono ancora 59 prigionieri, di cui si pensa che 24 siano ancora in vita. Invece oltre 9.500 palestinesi rimangono imprigionati in Israele in condizioni crudeli, secondo organizzazioni per i diritti umani sia palestinesi sia israeliane di molti si riferisce che siano stati torturati, affamati e privati delle cure mediche.

Quasi 140.000 israeliani, incluse alte cariche dell’esercito, hanno firmato petizioni che chiedono il ritorno degli ostaggi da Gaza e la fine della guerra nell’enclave.

Dall’ottobre 2023 nella brutale offensiva contro Gaza sono stati uccisi più di 51.200 palestinesi, la maggior parte dei quali donne e minori.

A novembre 2024 la Corte Penale Internazionale ha emesso dei mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ex-ministro della difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità a Gaza.

Israele deve inoltre affrontare il processo presso la Corte Internazionale di Giustizia per la sua guerra contro l’enclave.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Un ministro israeliano di estrema destra sta ordinando preparativi per l’annessione della Cisgiordania

Redazione di Al Jazeera

11 novembre 2024 – Al Jazeera

Smotrich, il ministro israeliano delle Finanze, spera che il neoeletto presidente USA Trump sosterrà il piano per annettere la Cisgiordania occupata nel 2025.

Bezalel Smotrich, ministro israeliano delle Finanze di estrema destra, ha ordinato preparativi per l’annessione della Cisgiordania occupata prima dell’insediamento del neoeletto presidente USA Donald Trump nel gennaio 2025.

Lunedì in una dichiarazione Smotrich ha espresso la sua speranza che la nuova amministrazione a Washington riconoscerà l’iniziativa di Israele per rivendicare la “sovranità” sul territorio occupato.

Oltre al suo incarico alle finanze Smotrich, lui stesso un abitante di una colonia israeliana illegale, detiene anche una posizione nel Ministero della Difesa da cui sovrintende l’amministrazione della Cisgiordania occupata e delle sue colonie.

2025: l’anno della sovranità su Giudea e Samaria,” ha scritto Smotrich su X, usando i nomi biblici con cui Israele si riferisce alla Cisgiordania occupata.

Lunedì, in un incontro della sua fazione di estrema destra nel parlamento israeliano o Knesset, Smotrich ha accolto con favore l’elezione di Trump e la sua vittoria contro Kamala Harris e ha detto di aver dato istruzioni alla Direzione delle colonie e dell’Amministrazione Civile del Ministero della Difesa di gettare le basi per l’annessione.

Ho ordinato l’inizio del lavoro da parte di professionisti per preparare le infrastrutture necessarie per esercitare la sovranità israeliana su Giudea e Samaria,” ha detto, “non ho dubbi che il presidente Trump, che ha mostrato coraggio e determinazione nelle sue decisioni durante il suo primo mandato, sosterrà lo Stato di Israele in questa decisione,” ha aggiunto.

Smotrich ha detto che nella coalizione al governo in Israele ci sono un ampio accordo su questa iniziativa e un’opposizione alla formazione di uno Stato palestinese.

L’unico modo di rimuovere questo pericolo dal programma è di esercitare la sovranità israeliana sulle colonie in Giudea e Samaria,” ha dichiarato.

Nabil Abu Rudeineh, portavoce del presidente palestinese Mahmoud Abbas, ha detto che le considerazioni di Smotrich confermano le intenzioni del governo d’Israele di annettere la Cisgiordania occupata in violazione del diritto internazionale.

Noi riteniamo le autorità israeliane di occupazione completamente responsabili delle ripercussioni di tali pericolose politiche. Gli Stati Uniti sono anche responsabili del continuo sostegno offerto all’aggressione israeliana”, ha detto.

Gideon Saar, ministro degli Esteri israeliano, ha detto che mentre i leader del movimento dei coloni possono essere fiduciosi che Trump potrebbe essere incline a sostenere tali decisioni il governo non ha preso alcuna decisione.

Nessuna decisione è stata presa a proposito,” ha detto Saar lunedì nel corso di una conferenza stampa a Gerusalemme.

L’ultima volta in cui abbiamo discusso il tema è stato durante il primo mandato di Trump,” ha detto. “E quindi diciamo che se sarà pertinente verrà ridiscusso anche con i nostri amici a Washington.”

La Cisgiordania è occupata dal 1967 e da allora le colonie israeliane si sono ampliate nonostante siano illegali ai sensi del diritto internazionale e, nel caso degli avamposti, della legge israeliana.

Smotrich aveva già dichiarato la sua intenzione di estendere la sovranità israeliana sui territori occupati ostacolando la nascita di uno Stato palestinese.

Ha anche minacciato di destabilizzare la coalizione di Benjamin Netanyahu se si negoziasse un cessate il fuoco con Hezbollah sul fronte settentrionale di Israele.

Quando [Smotrich] parla di rafforzare la sovranità israeliana sta parlando dell’annessione della Cisgiordania che fa parte del programma governativo israeliano,” ha detto Nour Odeh di Al Jazeera, che scrive da Amman, Giordania perché ad Al Jazeera è stato proibito di operare da Israele.

Odeh fa osservare che Netanyahu ha anche aggiunto al suo gabinetto un ministro senza portafoglio del partito di Smotrich.

Quando Smotrich parla di annessioni molti osservatori dicono che dobbiamo credergli,” aggiunge.

Durante il suo primo mandato nel 2017 Trump ha riconosciuto Gerusalemme quale capitale di Israele ribaltando decenni di politiche USA e di consenso internazionale. Ha anche sostenuto politiche che hanno consentito la continua espansione delle colonie e proposto un piano per una “entità palestinese” che non avrebbe piena sovranità.

All’inizio dell’anno l’Amministrazione Civile dell’esercito israeliano ha ceduto un maggiore controllo sulla Cisgiordania occupata all’Amministrazione delle colonie guidata da Smotrich, conferendole competenze in ambiti che vanno dai regolamenti sugli edifici alla gestione di terreni agricoli, parchi e foreste.

Da quando è entrato nella coalizione governativa di Netanyahu Smotrich ha apertamente sostenuto l’espansione delle colonie israeliane nella Cisgiordania occupata quale passo verso un’eventuale annessione.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Genocidio a Gaza: Israele sta impazzendo?

David Hirst

4 novembre 2024 – Middle East Eye

Netanyahu ha dato potere ai sionisti religiosi. A Gaza, in Cisgiordania, in Libano e altrove ora sentono di stare attuando il disegno divino per il suo popolo eletto. Non andrà a finire bene

“Perché era del Signore indurire i loro cuori perché se essi (i Cananei) incontrassero Israele in battaglia… ma perché (gli Israeliti) li votassero allo sterminio, come il Signore aveva comandato a Mosè.”

Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e, a titolo assolutamente informale, governatore della Cisgiordania, ha da lungo tempo un debole per questo verso, una citazione dal Libro di Giosuè per illustrare quello che chiama il suo piano decisionista, o di dominazione, di Giudea e Samaria, i nomi biblici di quel territorio.

Quindi è così, ha spiegato Smotrich, che proprio come Giosuè avvertì i Cananei di quello che sarebbe accaduto loro se lo avessero ostacolato, ora egli ha avvertito i palestinesi di quello che comporterebbe il suo piano per loro. Sono davanti a tre possibilità: rimanere dove sono ora come “stranieri residenti” con uno “status di inferiorità in base alla (antica) legge ebraica”; emigrare; rimanere e resistere.

Se scelgono il terzo cammino, ha detto loro, le “forze di difesa israeliane” [l’esercito israeliano, ndt.] sapranno cosa fare. E di cosa si tratterebbe? “Uccidere quelli che devono essere uccisi.” Cosa: intere famiglie, donne e bambini? Ha risposto: “À la guerre comme à la guerre.”

Nel corso degli anni i cosiddetti attacchi “prezzo da pagare” (di rappresaglia) dei coloni israeliani contro le comunità palestinesi in Cisgiordania, sradicando i loro antichi ulivi, rubando le loro greggi e avvelenando i loro pozzi e cose simili, sono andati intensificandosi, ma a partire da due mesi dalla nomina a ministro di questo cosiddetto sionista religioso di estrema destra hanno raggiunto un notevole incremento, sia in termini qualitativi che quantitativi.

Alla fine di febbraio dello scorso anno circa 400 di costoro, accompagnati da soldati regolari in un presunto ruolo di controllo, si sono scatenati indisturbati a Huwwara, una cittadina di circa 7.000 abitanti, incendiando 75 case e quasi 100 veicoli e, tra le altre insensate crudeltà, hanno sgozzato o percosso a morte animali domestici, gatti e cani, davanti ai bambini, e fermandosi solo un attimo, mentre lo facevano, per recitare il Maariv, la preghiera ebraica della sera.

“È stata la Notte dei Cristalli”, ha mormorato uno stupefatto giovane soldato di leva che, per caso, aveva assistito a tutto ciò, in riferimento al pogrom nazista su scala nazionale del novembre 1938.

Su Ynet [sito di informazione israeliano moderatamente critico, ndt.] un editorialista israeliano, Nahum Barnea, è arrivato alle stesse conclusioni: “La Notte dei Cristalli è rinata a Huwwara,” ha scritto.

Smotrich non lo aveva ordinato, ma è stata l’improvvisa e sorprendente promozione del loro campione all’alta carica a incoraggiare i suoi sostenitori a farlo. E non appena tutto ciò è finito egli ha entusiasticamente applaudito, salvo che per quanto riguarda un argomento essenzialmente procedurale: “Sì” ha detto, “penso che Huwwara debba essere spazzato via, ma che lo dovrebbe fare lo Stato, non, dio ce ne guardi, privati cittadini.” E, ha continuato, avrebbe chiesto a tempo debito alle “Forze di Difesa Israeliane” di “colpire città palestinesi con carrarmati ed elicotteri, senza pietà e in un modo che comunichi loro che il padrone della terra è impazzito.”

Per molti la devastazione di Huwwara richiama il futuro piano di Smotrich e, si immagina, ciò vale innanzitutto per lo storico Daniel Blatman, che, notando che Smotrich prende a modello Giosuè, il genocida dell’antichità, ha suggerito un candidato più appropriato e più contemporaneo per tale onore: Heinrich Himmler, il principale architetto dell’Olocausto.

Frange estremiste

In molte parti del mondo mettere in rapporto israeliani, o in generale ebrei, con i nazisti è un tabù, vietato, antisemitismo dei peggiori.

Questa è presumibilmente la ragione per cui la rinomata sociologa franco-israeliana Eva Illouz* trova veramente “ironico” che cittadini dello “Stato ebraico” citino paralleli con l’hitlerismo nelle loro discussioni quotidiane “come non oserebbe fare nessun’altra società”.

In altre parole, per dirla senza mezzi termini, gli israeliani si chiamano l’un l’altro costantemente nazisti tout court, o, più semplicemente, denunciano quella che vedono come la loro condotta simile al nazismo.

Si prenda ad esempio Itamar Ben Gvir, il leader del partito di estrema destra Potere Ebraico nel governo del primo ministro Benjamin Netanyahu. Ha iniziato la sua carriera cosiddetta “politica” come un qualunque teppista da strada a Gerusalemme e in seguito è stato incriminato circa 50 volte e condannato otto per accuse come incitamento alla violenza, razzismo e appoggio a un’organizzazione terroristica.

Prima ha conquistato una sorta di notorietà a livello nazionale nel 2015, quando diventò virale un video durante un matrimonio di coloni. Nel filmato giovani ospiti maschi si dedicavano all’accoltellamento rituale dell’immagine di un neonato arabo, Saad Dawabsha, che uno dei loro compagni aveva recentemente bruciato vivo nel nome del “messia”, in un attacco incendiario contro una casa nel sonnolento villaggio di Duma, in Cisgiordania.

Ben Gvir li lodò come “bravi ragazzi”, “sale della terra” e “i migliori sionisti”.

Tuttavia per tutta la sua improvvisa e nuova celebrità quanto meno nella mente dell’opinione pubblica è rimasto, come Smotrich, intrappolato nelle frange estremiste della politica israeliana.

Persino Netanyahu, non certo un buonista progressista o di sinistra, continuò ad evitarlo come la peste finché, nella sua assoluta disperazione per formare un governo, ha deciso che l’unico modo per farlo era non solo di invitare la coppia a unirsi [a lui], ma di sottoporsi anche alle loro condizioni estorsive perché lo facessero.

Smotrich ha chiesto il controllo sulla Cisgiordania, formalmente prerogativa dell’esercito, e Ben Gvir ha concordato la creazione di un cosiddetto ministero della Sicurezza Nazionale del tutto nuovo, sotto i cui auspici, oltre al suo controllo sulla polizia tradizionale, avrebbe creato una guardia nazionale sottoposta al suo esclusivo comando.

Che, non appena ha iniziato a farlo quanti conoscono la storia della Germania nazista  – e con ogni probabilità ce ne sono in percentuale molti di più in Israele che da qualunque altra parte tranne che nella stessa Germania – hanno preso a chiamarli  Sturmabteilung, o Camicie Brune, la numerosa e feroce organizzazione paramilitare su cui Hitler si basò durante la sua ascesa al potere e, finché non venne sostituita dalle ancora più violente Schutzstaffel, o SS, il suo successivo regime dittatoriale.

La prima nomina di Ben Gvir, quella del suo capo di gabinetto, ha fatto ben poco per fugare queste preoccupazioni. Chanamel Dorfman, ora un tranquillo settantaduenne, è stato uno dei “bravi ragazzi” così come sposo e accoltellatore capo al “matrimonio dell’odio”, come è stato definito. In una delle sue prime esternazioni rese note al momento del suo insediamento, ha detto ai suoi detrattori che il suo “unico problema con i nazisti” è che egli si sarebbe trovato “dalla parte dei perdenti”.

Evento “neonazista”

Durante gran parte del 2023, e fino al 7 ottobre, quando il massacro di Hamas nel sud di Israele ha portato a una brusca battuta d’arresto, Israele era precipitato in una sempre più profonda crisi riguardo ai piani di Netanyahu per le cosiddette “riforme giudiziarie”.

Uno dei partecipanti, lo storico Yuval Noah Harari, durante una manifestazione contro la riforma e a favore della democrazia, ha raccontato quanto sia stato sconvolto da una canzone cantata dai dimostranti a favore della riforma e del regime che si trovavano lì vicino.

Ha detto che aveva un “motivetto così orecchiabile” che praticamente anche lui ha iniziato a canticchiarlo tra sé, finché, ecco, lo ha cercato su YouTube, dove aveva ottenuto migliaia di visualizzazioni, e ha scoperto con orrore che finiva come segue:

Chi è andato a fuoco ora? Huwaara!/ Case e auto! Huwwara!/ Hanno portato via vecchie signore, donne e ragazzine; ha bruciato tutta la notte! Huwwara!/Bruciate i loro camion! Huwwara!/ Bruciate le loro strade e macchine!/ Huwwara!

Ovviamente non così totalmente spregevole come la canzone “Quando il sangue ebreo macchia il coltello…”, che le Einsatzgruppen, o squadroni della morte delle SS, erano solite cantare, e a cui un commentatore israeliano le ha accostate, tuttavia non tanto diverse come ispirazione.

Come lo è un’altra istituzione fascista, l’annuale Marcia della Bandiera, che festeggia l’occupazione di Gerusalemme nella guerra arabo-israeliana del 1967.

Si tratta di un tripudio di retorica trionfalistica e di bellicosità in cui i giovani del Paese, pressoché tutti coloni, sfilano attraverso l’antico cuore arabo della città. Mentre si aprono la strada giù per gli stretti vicoli, scandendo entusiasti slogan come “morte agli arabi” o “possano i loro villaggi bruciare”, essi minacciano, insultano e sputano contro ogni palestinese sfortunato o abbastanza temerario da trovarsi lungo il loro percorso, e a volte li gettano a terra per colpirli e picchiarli a piacimento. Ogni tanto persino a giornalisti o fotografi ebrei tocca la stessa sorte.

Un evento “neonazista”, ha scritto il giornalista e attivista Gideon Levy su Haaretz, “che assomiglia troppo a quelle foto di ebrei picchiati in Europa alla vigilia dell’Olocausto.”

Quindi dov’è questo “nazismo ebraico” nella sua forma più perniciosa, e pericolosa? Ovviamente pericolosa, e in modo più immediato, ovviamente e drasticamente tale, per i suoi obiettivi principali, i palestinesi. Ma alla fine, come dirà il tempo, per lo stesso Stato di Israele.

Fisicamente e operativamente si trova principalmente in Cisgiordania, che è dove, notoriamente e profeticamente, il defunto professor Yeshayahu Leibowitz, un filosofo molto amato, aveva per primo identificato il fenomeno e gli aveva dato il nome.

Moralmente ed emotivamente, esso abita nei cuori e nelle menti dei Ben Gvir e degli Smotich, nei coloni religiosi e nei loro molti complici nel governo, nell’esercito e nell’opinione pubblica in generale, molti di loro anche religiosi, ma alcuni laici ultra-nazionalisti che ne condividono le grandiose ambizioni ma non la fede.

Il fenomeno si manifestò per la prima volta sulla scia della guerra arabo-israeliana del 1967. Ecco il perché. Il sionismo, almeno in apparenza, era un’ideologia vigorosamente laica, persino anticlericale. Per i rabbini della diaspora, o per la grande maggioranza di essi, era un’aberrazione, un peccato, persino una “ribellione contro dio”.

Ma in Israele-Palestina un movimento che abbracciò una interpretazione totalmente religiosa del sionismo guadagnò sempre più terreno. In effetti era radicale e rivoluzionaria, con l’obiettivo che lo “Stato ebraico” andasse oltre quello dei laici.

Per esempio nel campo fondamentale del territorio intendeva comprendere tutta Eretz Israel, o Terra di Israele, come promesso da dio nel suo patto con Abramo e i suoi discendenti, e come minimo, i saggi nel corso delle epoche avevano stabilito, Eretz Israel includeva Giudea e Samaria (la Cisgiordania) e Gaza, così come parti consistenti di quelli che ora sono il Libano, la Siria e la Giordania.

Messaggio da dio

Per questi sionisti religiosi la vittoria storica di Israele nella guerra dei Sei Giorni del 1967, ai loro occhi miracolosa, era stata un “messaggio di dio”: avanzate, impossessatevi e insediatevi in queste aree sacre da poco conquistate, in cui si trovavano una volta gli antichi regni ebraici.

Molti compiti li aspettavano, il loro cammino verso la “redenzione” e l’arrivo del messia. Forse il più difficile, per non dire apocalittico, per loro era la ricostruzione dell’antico tempio ebraico sul luogo in cui ora si trovano le moschee della Cupola della Roccia e Al-Aqsa. Ma per il momento questo insediamento sulla terra è ora diventato il più immediatamente fattibile per loro.

Il loro cammino verso la redenzione tuttavia rischia di diventare il cammino di Israele verso la rovina. Così almeno ha affermato Moshe Zimmermann, uno studioso di storia tedesca, che attualmente partecipa a un progetto di ricerca sul tema delle “Nazioni che impazziscono”. La Germania, ha affermato, lo fece nel 1933 con l’ascesa al potere di Hitler, Israele “iniziò” a farlo all’indomani della guerra del 1967, precisamente con questa colonizzazione della Cisgiordania e di Gaza come sua principale manifestazione.

Per questo è una sorta di progetto “nazista ebraico” per eccellenza, presieduto da una storicamente nuova e militante sorta di religiosi convertiti al sionismo. Permeati della loro “teologia di violenza e vendetta” di nuovo conio, essi giustificano praticamente qualunque cosa possa portare avanti la causa, diventata ora santa.

Tra loro è diventato importante il mentore spirituale di Ben Gvir, il rabbino Dov Lior, che una volta notoriamente o scelleratamente disse del medico israelo-americano Baruch Goldstein, che nel 1994 uccise con il mitra 29 fedeli nella moschea di Ibrahim a Hebron, che egli era “un martire più santo di tutti i santi martiri dell’Olocausto”.

Secondo Zimmermann la “storia delle colonie” è la storia di un “romanticismo biblico” che sta “trascinando tutta la società verso la perdizione”, e l’unico modo “logico” per fermarla è la “soluzione dei due Stati” per il conflitto arabo-israeliano e il ritiro totale di Israele dai territori occupati che ciò comporterebbe.

“L’alternativa (è) che noi mettiamo in atto azioni di tipo nazista contro i palestinesi o che i palestinesi lo facciano contro di noi,” ha affermato.

Veramente un avvertimento preveggente, in quanto loro, e il mondo, hanno avuto entrambi.

L’attacco del 7 ottobre è stato l’11 settembre di Israele, una prodezza terroristica assolutamente di sorpresa, tanto brillante (o quasi) nell’esecuzione quanto omicida nelle intenzioni e tanto catastrofico nelle conseguenze quanto lo fu il dirottamente da parte di Osama bin Laden degli aerei americani che si sono schiantati contro le Torri Gemelle di New York l’11 settembre 2001.

Indubbiamente la vendetta è stata un importante motivo dietro all’“azione in stile nazista” di Hamas. Ma gli attacchi hanno anche rappresentato qualcos’altro: una dimostrazione spettacolare della “resistenza” e della “lotta armata” che ritiene essere l’unica, o la principale, via per la “liberazione”, un obiettivo che, almeno ufficialmente, continua a definire come la riconquista di tutta la Palestina, compresa quella che è ora la parte israeliana di essa.

Riguardo alle “azioni in stile nazista” di Israele, anch’esse sono una vendetta, ma a un livello, con una durata e una ferocia che in confronto rende quasi patetica quella di Hamas.

Mutevoli obiettivi di Israele

Nel contempo l’obiettivo ufficiale di Israele, la distruzione di un’‘organizzazione terroristica’, si è trasformato, non ufficialmente ma concretamente, in qualcosa di ben altro, in niente di meno, nei fatti, che in un altro grande progresso nel progetto divino in corso per il suo popolo eletto, il controllo completo degli ebrei su tutta la Palestina dal fiume al mare, la cancellazione, o riduzione ai minimi termini, di ogni presenza araba al suo interno e, in definitiva, la trasformazione dell’attuale, autoproclamato “ebreo e democratico” Stato di Israele in uno “ebreo e halakhico” (teocratico), che sarà governato, se Smotrich riesce a fare a modo suo, dalle leggi dei tempi di re Davide.

Almeno è così che i sionisti religiosi percepiscono la guerra durata ormai un anno, di gran lunga la più lunga e sanguinosa di Israele dal 1948 e dalla Nakba [la pulizia etnica dei palestinesi dal 1947-49, ndt.], e loro se ne rallegrano.

Per costoro, o così i loro rabbini e altri luminari proclamano, sono tempi “magnifici”, anzi “miracolosi”, e nuovamente una prova, se ci fossero stati dubbi su questo dopo il molto contestato ritiro di Israele da Gaza nel 2005, di un dio ancora più che mai chiaramente propenso alla loro “redenzione”, e che ordina loro di ritornarvi.

E a tre mesi dall’inizio della guerra, in una cosiddetta Conferenza per la Vittoria di Israele, a quanto si dice “festosa”, loro e la schiera di ministri e membri del parlamento che vi hanno partecipato si sono impegnati, tra canti e balli, a farlo, preferibilmente insieme all’“emigrazione”, “volontaria” o forzata, di tutta la popolazione palestinese della Striscia di Gaza. Ma, finché ciò non succederà, anche senza.

Nel contempo soldati religiosi, percependo di avere a portata di mano “qualcosa di magnifico”, stanno già costruendo sinagoghe provvisorie in zone “liberate” della Striscia.

In Cisgiordania Smotrich sta progredendo nei suoi progetti di nuove grandi colonie in mezzo a un’ondata di mini Huwwara, cacciando altri palestinesi dalle loro terre e dai loro villaggi ancestrali.

E una guerra su vasta scala in corso contro il Libano ha provocato entusiastici discorsi su occupazione e colonizzazione del sud del Libano fino al fiume Litani, anch’esso una volta parte di Eretz Israel, il presunto “confine naturale” tra i due Paesi.

Quindi ci sono tempi gloriosi per alcuni israeliani, ovviamente soprattutto per questa estrema destra, una minoranza fanatica i cui leader, con Netanyahu nelle loro grinfie, stanno ora in buona misura guidando il Paese.

Per altri, tra la parte più razionale, secolare o moderatamente religiosa, e ora ridotta, della popolazione, questi cominciano ad essere percepiti più come tempi di follia, il compimento, come ha detto uno di loro, di quella “marcia della follia” che iniziò subito dopo la guerra del 1967. E ciò è veramente sorprendente: “sinistra” o “destra”, “religiosi” o “secolari”, “ricchi” o “poveri” sono ovunque una caratteristica tipica del discorso politico, ma nell’Israele di oggi vi si aggiungono “sano” o “folle”.

Quindi, in conclusione, questa pazzia israeliana risulterà veramente essere stata il corrispettivo di quello che fece cadere la Germania di Hitler, come suggerisce Zimmermann? Qualsiasi cosa accada dubito che gli storici futuri troveranno una causa per litigare troppo con lui a questo proposito.

Tuttavia, cosa interessante, un contemporaneo, in realtà niente meno che lo stesso Yuval Harari che è rimasto così scioccato da queste canzoni in stile nazista, indica un’altra e a mio parere insieme nel complesso più calzante analogia storica, e per di più prettamente ebraica: quella degli zeloti e degli elleni.

A metà del primo secolo d. C. gli zeloti erano, per così dire, i sionisti religiosi dell’epoca.  Fanatici di tipo veramente maniacale e omicida, erano continuamente ai ferri corti con gli elleni, quei loro concittadini che, sensibili all’etos ellenistico dominante in quell’epoca e luogo, avevano evidentemente deciso di preferire la vita alla cupa, inumanamente esigente servitù all’onnipotente.

Fu una divisione radicale della società, non diversa da quella che si sta delineando nell’Israele odierno, e un fattore determinante dell’ulteriore estrema calamità: la conquista romana, la distruzione del Tempio e la dispersione finale del popolo ebraico nel suo “esilio” per i secoli successivi.

E Harari è tutt’altro che solo in queste tristi riflessioni.

*Non posso garantire al 100% la correttezza testuale di questa citazione. Due anni fa ho scritto una nota a questo proposito, ma da allora non sono stato in grado di trovarla.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.David Hirst è stato inviato per il Medio Oriente del quotidiano The Guardian per 45 anni. È autore di vari libri, tra cui “The Gun and the Olive Branch” [ed. it. Senza pace. Un secolo di conflitti in Medio Oriente, Nuovi Mondi, 2004] e Beware of Small States: Lebanon, the battleground of the Middle East [Attenzione ai piccoli Stati: Libano, il campo di battaglia del Medio Oriente].

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Bezalel Smotrich sollecita l’estensione dei confini di Israele fino a Damasco

  1. Redazione di MEE

11 ottobre 2024 – Middle East Eye

Il ministro della sicurezza [in realtà è delle Finanze, ndt.] di estrema destra cita l’ideologia della ‘grande Israele’ che prefigura l’espansione in tutto il Medio Oriente.

Il ministro israeliano delle Finanze di estrema destra Bezalel Smotrich ha attirato critiche per aver chiesto in un recente documentario che Israele espanda i suoi confini fino a Damasco.

In una intervista per il documentario In Israele: ministri del caos, prodotto dal canale Arte di un servizio pubblico europeo [canale pubblico franco-tedesco, ndt.], Smotrich ha dichiarato che Israele si espanderà gradualmente e alla fine comprenderà tutti i territori palestinesi ed anche Giordania, Libano, Egitto, Siria, Iraq e Arabia Saudita.

“È scritto che il futuro di Gerusalemme sia di espandersi fino a Damasco” ha affermato, citando l’ideologia del “Grande Israele” che prefigura l’espansione dello Stato in tutto il Medio Oriente.

Il ministro degli Esteri giordano ha condannato le dichiarazioni incendiarie affermando che hanno reso evidente l’ideologia pericolosa e “razzista” di Smotrich.

Smotrich aveva precedentemente espresso lo stesso concetto al funerale di un attivista del Likud a Parigi. Quando ha parlato da un podio decorato con una mappa di Israele che includeva la Giordania, ha dichiarato che non è mai esistita una cosa chiamata popolo palestinese.

Il ministro degli Esteri francese aveva di conseguenza annunciato che i rappresentanti del governo a Parigi non avevano intenzione di incontrare Smotrich durante la sua visita nel Paese.

Oltre ad essere il ministro delle Finanze, Smotrich adesso ha importanti competenze sulla Cisgiordania occupata.

Ad agosto Smotrich ha espresso supporto al blocco degli aiuti a Gaza affermando che “nessuno ci permetterà di causare la morte per fame di due milioni di civili, anche se potrebbe essere giustificato e morale finché gli ostaggi non saranno restituiti.”

Alla fine di febbraio il ministro ha affermato che lo Stato di Israele dovrebbe “cancellare” il villaggio palestinese di Huwwara dopo che è stato sottoposto ad un violento attacco da parte dei coloni israeliani.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Mentre Gaza subisce un genocidio fisico, la Cisgiordania ne affronta uno economico

Fareed Taamallah

10 giugno 2024 – Middle East Monitor

Mentre il mondo si preoccupa dell’orribile genocidio nell’assediata Striscia di Gaza, Israele sta uccidendo centinaia di palestinesi, espropriando altra terra e strangolando economicamente la Cisgiordania. Il 22 maggio, in seguito alle sentenze della Corte Internazionale di Giustizia contro Israele e al riconoscimento della Palestina da parte di tre Paesi europei, il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, di estrema destra, ha preso “severe misure punitive” contro l’Autorità Nazionale Palestinese. Tra queste c’è il blocco dei trasferimenti a favore dell’ANP delle tasse riscosse da Israele, che potrebbe portare al crollo dell’Autorità.

Dalla sua creazione in base agli accordi di Oslo del 1993 l’ANP è stata vincolata agli accordi politici, di sicurezza ed economici imposti da Israele e dai suoi alleati. Uno dei più importanti è l’Accordo Economico di Parigi del 1994, che avrebbe dovuto essere temporaneo e durare 5 anni. Stabiliva la dipendenza dell’economia palestinese da quella israeliana e concedeva allo Stato dell’occupazione i mezzi per rendere permanente questo accordo temporaneo. Essenzialmente il trattato ha integrato l’economia palestinese in quella israeliana attraverso un’unione doganale, e Israele ha avuto il controllo di ogni confine, sia dei propri che di quelli dell’Autorità Nazionale Palestinese. Ciò significa che la Palestina rimane senza frontiere indipendenti verso l’economia globale. Secondo l’accordo il governo israeliano è responsabile di riscuotere le tasse sui beni importati in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, che trasferisce alle casse dell’ANP in cambio di una commissione del 3%.

Si presume che questo denaro venga trasferito regolarmente all’ANP a una media tra i 190 e i 220 milioni di dollari al mese. L’ANP si basa su questi fondi per pagare gli stipendi dei suoi dipendenti e adempiere ai propri obblighi riguardo alle spese correnti delle sue istituzioni.

La decisione di Smotrich non è la prima presa dal governo israeliano contro l’ANP e l’economia palestinese in generale. È un’estensione di una serie di passi espliciti e impliciti per danneggiare l’Autorità, a causa del fatto che l’ANP rappresenta il potenziale governo di un futuro Stato palestinese a cui si sono sempre opposti i successivi governi israeliani, di destra come di sinistra.

I trasferimenti sono stati bloccati in base a molti pretesti, compresa la punizione dell’ANP per ogni passo politico intrapreso, come ad esempio l’adesione alla Corte Penale Internazionale nel 2015. In effetti dal 2019 lo Stato occupante ha sistematicamente dedotto parte dei fondi con il pretesto che l’ANP paga sussidi alle famiglie dei prigionieri e dei martiri palestinesi, che Israele descrive come “appoggio al terrorismo”.

Dal 7 ottobre il governo israeliano di occupazione ha anche detratto dalle entrate fiscali l’ammontare di quanto l’ANP normalmente paga alle sue istituzioni nella Striscia di Gaza, che rappresenta circa 75 milioni di dollari al mese, portando a una gravissima crisi economica. È chiaro che Israele vuole separare completamente la Cisgiordania da Gaza, benché entrambe siano territori palestinesi occupati e parte dell’auspicato Stato di Palestina indipendente.

Lo scorso anno a settembre il ministro delle Finanze palestinese Shukri Bishara ha annunciato che Israele ha trattenuto 800 milioni di dollari dell’ANP. Secondo dati dello scorso mese del ministero delle Finanze a Ramallah, l’ammontare totale dei pagamenti delle entrate fiscali trattenuto da Israele è di 1,6 miliardi di dollari, equivalenti al 25-30% del bilancio annuale totale dell’ANP.

Ciò ha portato a un deficit finanziario senza precedenti nelle casse dell’ANP, che ha minato la sua possibilità di fornire servizi fondamentali come sanità, educazione e sicurezza e il pagamento dei salari dei dipendenti pubblici che per anni hanno ricevuto solo parte dello stipendio. A causa di queste ritenute dal novembre 2021 il governo palestinese non è stato fondamentalmente in grado di pagare salari interi ai suoi dipendenti ed è stato obbligato a pagare l’80-85% fino allo scoppio della guerra contro i palestinesi a Gaza. Questa percentuale è gradualmente scesa fino al 50% negli ultimi due mesi. I dipendenti pubblici ora non sono in grado di rispettare i propri impegni finanziari mensili con banche e scuole.

Per risparmiare denaro le istituzioni pubbliche palestinesi hanno ridotto le ore di lavoro, e ciò ha portato a una riduzione dei servizi, soprattutto sanitari ed educativi nelle scuole e nelle università. L’insegnamento è impartito per lo più a distanza.

I dipendenti pubblici palestinesi, di cui io faccio parte, non hanno ricevuto un salario intero dal 2021 e gli arretrati totali dovuti equivalgono a 6 mesi di salario completo. Collettivamente ciò ammonta a circa 750 milioni di dollari, oltre ai debiti dovuti al settore privato, 800 milioni di dollari, che hanno avuto un gravissimo effetto sugli ospedali privati e sulle compagnie farmaceutiche. Incapace di far fronte ai propri obblighi finanziari e con un ridotto potere d’acquisto di beni e servizi, il settore commerciale e dei servizi è rimasto paralizzato.

Oltre che sulla spesa pubblica, soprattutto sui salari di 147.000 dipendenti pubblici, l’economia palestinese si basa su due altri pilastri gravemente danneggiati dal 7 ottobre: il mercato del lavoro israeliano e il settore privato. Israele ha vietato l’ingresso nello Stato dell’occupazione ai lavoratori palestinesi, e di conseguenza 200.000 di loro hanno perso l’unica o la principale fonte di reddito e sono disoccupati.

A sua volta ciò ha ridotto il potere d’acquisto delle famiglie palestinesi, il che ha avuto un effetto a catena sulle attività economiche del settore privato e aumentato la disoccupazione. Si stima che 500.000 palestinesi ora siano disoccupati nella Cisgiordania occupata in quanto sono stati persi migliaia di posti di lavoro.

Il declino del sostegno finanziario all’ANP da parte degli Stati arabi ha peggiorato ulteriormente le cose. Oltretutto l’Autorità ha raggiunto il tetto di indebitamento con le banche, il che ha reso ancora più difficile che i salari dei dipendenti vengano pagati, e quindi il ciclo di spesa continua a scendere. Tutto ciò ha portato alla quasi totale paralisi dell’economia palestinese e ha messo sotto enorme pressione i cittadini comuni che non possono più trovare lavoro e hanno pochi risparmi, o non ne hanno affatto, per coprire le necessità fondamentali. Ciò minaccia di scatenare una gravissima crisi sociale, politica ed economica.

A tutto questo si deve aggiungere il fatto che Israele da ottobre ha ucciso in Cisgiordania più di 500 palestinesi e ne ha arrestati 9.000, molti dei quali senza accuse né processo. Campi profughi e città nei territori occupati hanno visto la distruzione di infrastrutture vitali con azioni brutali di punizione collettiva intesa a danneggiare le legittime attività contro l’occupazione.

Noi palestinesi della Cisgiordania occupata ci vergogniamo di parlare delle nostre disgrazie a causa degli orrori del genocidio senza precedenti che avviene davanti ai nostri occhi a Gaza. Preferiamo rimanere in silenzio per non distogliere l’attenzione da quello che sta avvenendo là. Comprendiamo che Israele intende separare Gaza dalla Cisgiordania per spazzare via ogni livello di solidarietà all’interno di una società palestinese unita. Il fatto è che noi in Cisgiordania preferiremmo morire di fame insieme ai nostri fratelli della Striscia di Gaza piuttosto che vedere l’Autorità Nazionale Palestinese smettere di rispettare i propri obblighi verso di loro e verso le famiglie dei martiri e dei feriti.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Reportage: un ministro israeliano ha bloccato un carico di farina verso Gaza

Redazione di Middle East Monitor

13 febbraio 2024 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu riferisce che il ministro ultranazionalista delle Finanze Bezalel Smotrich sta bloccando un carico di farina diretto alla Striscia di Gaza, affermando che le forniture finanziate dagli Stati Uniti sono dirette all’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA).

Il carico è stato bloccato per settimane nel porto di Ashdod, nella parte meridionale di Israele, dal momento che Smotrich ha ordinato alle autorità doganali di “non lasciar passare la spedizione fin quando l’UNRWA sia il destinatario,” ha riferito martedì il sito americano di notizie Axios.

I più alti livelli dell’amministrazione Biden hanno ventilato la possibilità della spedizione di farina più di un mese fa, si afferma sul sito, citando funzionari statunitensi e israeliani.

Funzionari statunitensi hanno affermato che questa è una violazione dell’impegno che Benjamin Netanyahu ha personalmente preso con il presidente Biden molte settimane fa ed è un’altra ragione per cui il leader statunitense è deluso dal primo ministro israeliano” ha affermato la testata.

I gabinetti di guerra e di sicurezza israeliani hanno approvato la consegna della farina dal porto di Ashdod attraverso il valico di Kerem Shalom, si afferma sul sito web, citando anonimi funzionari israeliani.

Questi hanno aggiunto che Smotrich ha ordinato ai servizi doganali israeliani di “non lasciar proseguire la spedizione fin quando l’UNRWA è il destinatario.”

Smotrich e gli Stati Uniti non hanno emesso alcuna dichiarazione ufficiale sul rapporto.

Molti Stati, inclusi gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Germania, la Svizzera, l’Italia e il Canada, hanno sospeso i finanziamenti per l’UNRWA in seguito ad accuse israeliane.

L’agenzia delle Nazioni Unite ha affermato che sta indagando su queste accuse.

Israele ha ripetutamente equiparato lo staff dell’UNRWA ai membri di Hamas nel tentativo di discreditarli, senza fornire alcuna prova delle dichiarazioni, mentre ha fatto dure azioni di pressione per chiudere l’UNRWA, dato che è l’unica agenzia ONU ad avere lo specifico mandato di occuparsi dei bisogni elementari dei rifugiati palestinesi. Se l’agenzia non esisterà più, sostiene Israele, allora non esisterà più neppure la questione dei rifugiati e il loro legittimo diritto a tornare alla loro terra è ingiustificato. Israele ha negato il diritto al ritorno fin dagli ultimi anni quaranta, anche se la sua adesione all’ONU è stata condizionata al fatto di permettere ai rifugiati palestinesi di tornare alle loro case e alla loro terra.

La guerra di Israele a Gaza ha spinto l’85% della popolazione del territorio ad una deportazione interna a fronte di gravi carenze di cibo, acqua pulita, e medicine, mentre secondo le Nazioni Unite il 60% dell’infrastruttura dell’enclave è stata danneggiata o distrutta.

Israele viene accusata di genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia, che questo gennaio con una sentenza preliminare ha ordinato a Tel Aviv di fermare gli atti di genocidio e di prendere misure per garantire che ai civili a Gaza sia fornita assistenza umanitaria.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Un influente capo della sicurezza nazionale israeliana propone il genocidio a Gaza

Jonathan Ofir

 20 novembre 2023 – Mondoweiss

In un editoriale intitolato “Non lasciamoci intimorire dal mondo”, il generale israeliano in congedo Giora Eiland sostiene che ogni palestinese di Gaza è un bersaglio legittimo e che persino una “grave epidemia” a Gaza “avvicinerà la vittoria”.

Dal 7 ottobre non sono certo mancati gli appelli al genocidio da parte di dirigenti israeliani, né chiari progetti, anche a livello ministeriale, di pulizia etnica totale a Gaza. E mentre il ricorso a eufemismi biblici, come il riferimento ad “Amalek” [irriducibile nemico degli ebrei nella Bibbia, ndt.] da parte del primo ministro israeliano Netanyahu potrebbe sembrare ad alcuni troppo vago, anche se la vicenda suggerisce l’uccisione di neonati, domenica il generale di divisione in congedo Giora Eiland, ex-capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale e attuale consigliere del ministero della Difesa, ha deciso di parlare in modo più esplicito di genocidio.

In un articolo in ebraico sull’edizione cartacea del [giornale] di centro Yedioth Ahronoth intitolato “Non facciamoci intimorire dal mondo”, Eiland ha chiarito che tutta la popolazione civile di Gaza è un bersaglio legittimo e che persino “una grave epidemia nel sud della Striscia di Gaza avvicinerà la vittoria.” Le conclusioni non lasciano dubbi sulle sue opinioni:

Non sono solo i combattenti armati di Hamas ma anche tutti i funzionari ‘civili’, compresi gli impiegati degli ospedali e delle scuole, e anche tutta la popolazione di Gaza che hanno sostenuto entusiasticamente Hamas ed hanno acclamato le atrocità del 7 ottobre.”

Eiland si pronuncia contro le preoccupazioni umanitarie e ogni principio di distinzione:

Israele non sta combattendo un’organizzazione terroristica, ma lo Stato di Gaza.”

Di conseguenza per Eiland “Israele non deve fornire all’altra parte alcuna possibilità che ne prolunghi la vita.”

Eiland si fa beffe dell’idea delle “povere donne” come rappresentazione di civili non coinvolti:

Chi sono le ‘povere’ donne di Gaza? Sono tutte madri, sorelle o mogli degli assassini di Hamas.”

La definizione riprende quella dell’ex ministra della Giustizia di estrema destra Ayelet Shaked che, durante il massacro del 2014 [operazione militare “Margine protettivo” contro Gaza, ndt.], affermò che il nemico di Israele era tutto il popolo palestinese:

Dietro ogni terrorista ci sono decine di uomini e donne, senza i quali non potrebbe impegnarsi nel terrorismo. Ora ciò include anche le madri dei martiri, che li mandano all’inferno con fiori e baci. Dovrebbero seguire i loro figli, niente sarebbe più giusto. Dovrebbero andarsene, come le dimore fisiche in cui hanno allevato i serpenti. Altrimenti là verranno cresciuti altri piccoli serpenti.”

Eiland si oppone ad arrendersi alla sensibilità americana. Egli sostiene che le pressioni umanitarie (cioè, bloccare ogni necessità fondamentale per la sopravvivenza) è un mezzo legittimo di guerra:

Il governo israeliano deve assumere una linea più dura con gli americani e avere almeno la capacità di dire quanto segue: finché tutti gli ostaggi non saranno tornati in Israele, non parlateci degli aspetti umanitari.”

Bisogna resistere anche al resto della comunità internazionale, con le sue preoccupazioni umanitarie. Persino la diffusione di una grave epidemia è un legittimo mezzo di guerra:

La comunità internazionale ci mette in guardia da un disastro umanitario a Gaza e da una grave epidemia. Non dobbiamo evitarlo, per quanto possa essere difficile. Dopotutto, una grave epidemia nel sud della Striscia di Gaza avvicinerà la vittoria e ridurrà le vittime tra i soldati dell’IDF [l’esercito israeliano, ndt.].”

Ma no, Eiland non è un sadico né un genocida, tutto ciò non è altro che un mezzo per raggiungere un presunto lieto fine:

E no, qui non si parla di una crudeltà fine a se stessa, dato che non sosteniamo la sofferenza dell’altra parte come fine, ma come mezzo.”

L’editoriale vergognosamente genocidario di Eiland è stato appoggiato dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che ha twittato l’articolo integrale e affermato di “essere d’accordo con ogni parola”. Smotrich è noto, tra le altre cose, per aver chiesto di “annientare Huwwara” [citttadina palestinese in cui c’è stato un pogrom antipalestinese ad opera di coloni, ndt.] in Cisgiordania, quindi non dovrebbe sorprendere che ora appoggi l’appello di Eiland a fare lo stesso a Gaza.

Un campo di concentramento

Eiland ha una lunga storia nel manifestare in modo sorprendentemente esplicito le sue opinioni sulle condizioni della Striscia di Gaza. Nel 2004, quando era capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale vedeva la Striscia di Gaza come “un grande campo di concentramento” mentre faceva pressione sugli USA perché espellessero i palestinesi nel deserto del Sinai come parte di una “soluzione a due Stati”.

Secondo il cablogramma di un diplomatico statunitense fatto filtrare a Wikileaks:

Ripetendo un’opinione personale che aveva in precedenza esposto a un altro funzionario del governo americano in visita, il direttore del CSN Eiland ha prospettato all’ambasciatore [USA in Israele, ndt.] Djerejian una soluzione finale diversa da quella comunemente concepita come con due Stati. La visione di Eiland, ha detto, è introdotta dall’immaginare l’assunto secondo cui la demografia e altre considerazioni rendono impraticabile la prospettiva della soluzione a due Stati tra il Giordano e il Mediterraneo. Attualmente, ha detto, ci sono 11 milioni di persone in Israele, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, e questo numero arriverà in cinquant’anni a 36 milioni. L’area tra Beer Sheva e la punta settentrionale di Israele (compresa la Cisgiordania e Gaza) ha la maggior densità di popolazione al mondo. Gaza da sola, ha detto, è già un ‘grande campo di concentramento’ con 1.3 milioni di palestinesi. Oltretutto la terra è circondata su tre lati da deserti. I palestinesi hanno bisogno di più terra e Israele non può permettersi di cederla. La soluzione, ha affermato, si trova nel deserto del Sinai.”

È interessante vedere Eiland ammettere una simile situazione persino prima del “disimpegno” da Gaza del 2005, prima della vittoria elettorale di Hamas nel 2006 e dell’assedio genocida dal 2007, che è stato superato per gravità solo a partire dal 7 ottobre. A questo punto, vedere Gaza come un campo di concentramento sembra forse un termine troppo debole – è diventato un campo di sterminio.

Ecco la traduzione completa dell’articolo di Eiland:

Non lasciamoci intimorire dal mondo

Giora Eiland, Yedioth Ahronoth, 19 novembre 2023

Direttamente verso il crollo di Hamas

La discussione relativa all’ottemperanza da parte di Israele delle richieste internazionali per consentire l’ingresso di carburante a Gaza riflette il conflitto fondamentale tra Israele e gli USA riguardo la narrazione corretta.

Secondo quella americana a Gaza ci sono due gruppi di persone. Uno sarebbe costituito dai combattenti di Hamas, che sono terroristi brutali e devono di conseguenza morire. La grande maggioranza delle persone a Gaza fa parte di un secondo gruppo, civili innocenti che soffrono senza avere colpe. Di conseguenza Israele non solo deve evitare il più possibile di colpirle, ma anche agire per migliorarne la vita.

L’altra, e più corretta narrazione è la seguente: Israele non sta combattendo contro un’organizzazione terroristica, ma contro lo Stato di Gaza. Lo Stato di Gaza è in effetti sotto la guida di Hamas e questa organizzazione è riuscita a mobilitare tutte le risorse del suo Stato, l’appoggio della maggioranza dei suoi cittadini e l’assoluta lealtà della sua amministrazione civile attorno alla dirigenza di Sinwar [capo di Hamas a Gaza, ndt.] appoggiando pienamente la sua ideologia. In questo senso Gaza è molto simile alla Germania nazista, dove avvenne un processo simile. Dato che questa è la descrizione corretta della situazione, lo è anche il fatto di condurre la guerra di conseguenza.

Una guerra tra Stati non si vince solo sul piano militare, ma anche con la capacità di una parte di spezzare il regime dell’avversario ed è della massima importanza la sua capacità dal punto di vista economico e in primo luogo quella di fornire energia. Il collasso della Germania all’inizio del 1945 fu dovuto principalmente alla perdita dei campi di petrolio in Romania, e una volta che la Germania non ebbe abbastanza carburante per i suoi aerei e carri armati la guerra venne vinta.

Quindi Israele non deve fornire all’altra parte alcuna possibilità che ne prolunghi la vita. Oltretutto ci diciamo che Sinwar è talmente malvagio che non gli importa se tutti gli abitanti di Gaza muoiono. Una simile rappresentazione non è corretta, perché chi sono le ‘povere’ donne di Gaza? Sono tutte madri, sorelle o mogli di assassini di Hamas. Per un verso sono parte dell’infrastruttura che appoggia l’organizzazione e dall’altro, se essi fanno l’esperienza di un disastro umanitario, allora si può supporre che alcuni dei combattenti di Hamas e i comandanti più giovani inizino a comprendere che la guerra è inutile e che è meglio impedire danni irreversibili alle proprie famiglie.

Il modo per vincere la guerra più in fretta e a un costo minore per noi richiede un collasso del regime dell’avversario e non la semplice uccisione di più combattenti di Hamas. La comunità internazionale ci avverte del disastro umanitario a Gaza e di una grave epidemia. Non dobbiamo evitarlo, per quanto possa essere difficile. Dopotutto, una grave epidemia nel sud della Striscia di Gaza avvicinerà la vittoria e ridurrà le vittime tra i soldati dell’IDF. E no, qui non si parla di una crudeltà fine a se stessa, dato che non sosteniamo la sofferenza dell’altra parte come fine, ma come mezzo.

All’altra parte è concessa la possibilità di porre fine alle sofferenze se si arrende. Sinwar non si arrenderà, ma non c’è ragione per cui i comandanti della milizia di Hamas nel sud della Striscia di Gaza non si arrendano dato che non hanno né carburante né acqua, e quando l’epidemia colpirà anche loro e il pericolo per le vite delle loro donne aumenterà. Il governo israeliano deve assumere una linea più dura con gli americani e avere almeno la possibilità di dire quanto segue: finché tutti gli ostaggi non saranno tornati in Israele, non parlateci degli aspetti umanitari.

E sì, crediamo che anche la pressione umanitaria sia un mezzo legittimo per aumentare la possibilità di salvare gli ostaggi. Ma non dobbiamo, assolutamente, adottare la narrazione americana che ci “permette” di combattere solo contro i miliziani di Hamas invece di fare la cosa giusta: combattere contro l’intero regime nemico, perché è esattamente il crollo dei civili che avvicinerà la fine della guerra. Quando importanti personalità israeliane dicono ai media “Si tratta di noi o di loro”, dovremmo chiarire la questione di chi sono “loro”. “Loro” non sono solo i combattenti di Hamas con le armi, ma anche tutti i funzionari “civili”, compresi gli impiegati degli ospedali e delle scuole, e anche tutta la popolazione di Gaza che ha sostenuto entusiasticamente Hamas ed ha acclamato le atrocità del 7 ottobre.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




I coloni volevano il potere supremo. Hanno invece avuto una ribellione

Meron Rapoport

15 agosto 2023 +972

Il movimento religioso sionista da due decenni è largamente penetrato nello Stato e nella società israeliani. La riforma giudiziaria potrebbe far crollare tutto.

Sembra strano se si pensa che alla vigilia delle ultime elezioni israeliane Benjamin Netanyahu e il suo partito Likud non hanno dato molto peso alla riforma giudiziaria che sta ora dilaniando il Paese. In effetti, il partito non ha fatto campagna elettorale sulla riforma e il Primo Ministro vi ha appena fatto cenno nella prima riunione di governo dopo le elezioni.

Che il graduale disfacimento del sistema giudiziario sarebbe stato l’ultimo disperato tentativo di Netanyahu di evitare il possibile carcere per i suoi scandali di corruzione è ormai risaputo. Ma il vero motore dietro la riforma non è mai stato il Likud: era e rimane il progetto di punta del settore nazional-religioso, su cui si è concentrata l’agenda del Partito Religioso Sionista (PRS) che cerca di “riavviare il sistema legale”.

Nei giorni che hanno preceduto le elezioni il capo del PRS Bezalel Smotrich e il presidente del Comitato Costituzione, Legge e Giustizia della Knesset Simcha Rothman hanno resa nota quasi ogni singola clausola di quella che sarebbe diventata la riforma presentata dal ministro della Giustizia Yariv Levin. I due sono stati estremamente franchi sull’annullamento della clausola di ragionevolezza [conseguente al principio di uguaglianza impone che le disposizioni normative siano adeguate o congruenti al fine, ndt.], sulla politicizzazione dei consulenti legali del governo, sulla subordinazione del comitato per la nomina dei giudici ai capricci dei politici e, naturalmente, sulla clausola di deroga [in base alla quale una norma giuridica non trova applicazione oppure viene disapplicata in luogo di altra norma, ndt.]

Smotrich e Rothman non si sono preoccupati di nascondere i motivi razzisti e suprematisti della loro proposta di riforma. Attraverso la clausola di deroga, che consentirebbe alla Knesset di ribaltare con una maggioranza semplice qualsiasi decisione emessa dalla Corte Suprema, il governo potrà, secondo il suo programma, “rimandare gli intrusi [cioè i richiedenti asilo africani] al loro paesi di origine utilizzando il metodo della ‘selezione naturale’ [non si spiega cosa si intenda con questa asserzione biologica]; emanare una legge sulla coscrizione [per esentare gli ultra-ortodossi dal servizio militare]; rimettere in vigore la legge di regolarizzazione [emanata nel 2017 e revocata dalla Corte Suprema nel 2020, ndt.] che correggerà un’ingiustizia di lunga data e consentirà di legalizzare le colonie israeliane in Giudea e Samaria, stabilite in buona fede e con il coinvolgimento del Governo su terreni privati [palestinesi], fornendo un equo risarcimento a coloro che dimostrano dei diritti su quelle terre; emanare una legge di conversione di Stato [collegata alla legge sul ritorno per gli ebrei, ndt.] che impedirà l’assimilazione [agli ebrei] e la minaccia di una politica di immigrazione, e altro ancora “.

Contrariamente a quanto i suoi sostenitori possano affermare oggi, la riforma non riguarda ciò che Rothman ha chiamato in seguito “riparare le tubature”. È invece un’ambiziosa revisione che è stata progettata, prima di tutto, per stabilizzare l’apartheid nei territori occupati e sancire la supremazia religiosa e nazionale ebraica all’interno di Israele.

Proprio perché la riforma giudiziaria è in gran parte un progetto del movimento dei coloni – Rothman vive in un avamposto illegale a Gush Etzion e Smotrich a Kedumim nel nord della Cisgiordania – dovrebbe sorprendere che Makor Rishon, il giornale più identificato con la destra dei coloni, si sia espresso a favore di un blocco totale della riforma giudiziaria. “Con il consenso o senza il consenso, con la parola o con il silenzio, la riforma deve essere abbandonata”, ha scritto Hagai Segal, redattore del giornale e fino a poco tempo fa caporedattore. “Dobbiamo abbandonarla immediatamente e annunciare alla nazione: stiamo fermando tutto”.

Le parole di Segal sono state riprese da altri giornalisti di Makor Rishon. Suo figlio, Amit Segal, uno dei giornalisti più influenti del Paese, è arrivato persino a scrivere che Netanyahu è stato “trascinato” nella riforma dal Ministro della Giustizia Levin. Nel frattempo, in seguito all’approvazione il mese scorso del disegno di legge che abolisce la clausola di ragionevolezza, la destra dei coloni ha lanciato una campagna di love bombing [bombardamento amoroso, tentativo di influenzare le persone con dimostrazioni di attenzione e affetto, possibile parte di un ciclo di abusi, ndt.] per cercare di riunire israeliani di fazioni politiche opposte in un dialogo.

Nel complesso è chiaro che la riforma giudiziaria è al centro di un fallimento nelle pubbliche relazioni anche all’interno dell’estrema destra israeliana.

L’elite isreliana nel 2023

Per essere chiari, la destra dei coloni non ha riserve sulla riforma stessa. Come ha scritto Hagai Segal, se combattere la “tirannia dell’Alta Corte” è una necessità, è più importante “l’armonia domestica”, in modo che la nazione possa dedicarsi a compiti altrettanto importanti come “la sorveglianza dell’Area C in Giudea e Samaria [la Cisgiordania] e mantenere la meshilut [gestione] all’interno della Linea Verde”. In altre parole, andare avanti con la riforma può effettivamente interferire con la continuazione dell’occupazione.

Questo è un punto chiave. Per il movimento dei coloni il trauma del disimpegno da Gaza nel 2005 è stato più grave della rimozione di 9.000 coloni e lo smantellamento delle loro colonie; la ferita che non si è mai rimarginata, ai loro occhi, è l’idea che il movimento delle colonie sia stato lasciato solo nella lotta per il “Grande Israele”. La società in generale, compresi i tradizionali elettori di destra del Likud, era sembrata abbastanza disinteressata al progetto.

Infatti la maggioranza dell’opinione pubblica israeliana era favorevole al disimpegno, come fu manifesto nelle elezioni del 2006: i partiti di destra contrari al ritiro da Gaza registrarono un minimo storico di 32 seggi (di cui 12 per il partito Yisrael Beiteinu di Avigdor Liberman, i cui elettori non erano troppo coinvolti nella lotta). Oggi, in confronto, il Likud e il Partito Religioso Sionista hanno un totale di 46 seggi alla Knesset.

La lezione per il movimento nazional-religioso fu che per mantenere la sua iniziativa nei territori occupati avrebbe dovuto lasciare la Cisgiordania e “stabilirsi nei cuori” della società ebraica. Questo è stato il progetto principale negli ultimi 15 anni: normalizzare gli insediamenti e rendere invisibili la Linea Verde e l’occupazione.

Questa mossa si è manifestata con una sempre maggiore presenza di ufficiali nazional-religiosi nell’esercito, una presenza molto ampia nella funzione pubblica a tutti i livelli (l’attuale commissario della funzione pubblica e il supervisore dei conti, l’ex procuratore generale e l’ex commissario di polizia provengono tutti dal settore nazional-religioso, e questa è solo la punta dell’iceberg), un ingresso massiccio nel panorama dei media e la creazione di una rete di think tank di destra, il più noto dei quali è il Kohelet Forum, un artefice della riforma.

Difatto se c’è un gruppo omogeneo che può valere come élite israeliana nel 2023 sono i coloni e i nazional-religiosi. Sette dei 33 ministri del governo provengono da questo settore, più due ministri non religiosi che vivono in Cisgiordania. La loro egemonia è evidente anche nel discorso pubblico: oggi è impossibile trovare parole come “occupazione”, “Cisgiordania” o persino “hitnahlut” [comune termine ebraico per le colonie nei territori occupati] nei media più popolari in Israele.

Ma è proprio la riforma giudiziaria – che i coloni hanno concepito per le loro urgenze nazionaliste-religiose e che avrebbe dovuto portarli all’apice del potere – che minaccia di distruggere ciò che erano riusciti a ottenere dal disimpegno di Gaza.

Ciò che è iniziato a gennaio con le educate manifestazioni della classe medio-alta israeliana si è trasformato in una ribellione non solo contro la riforma e l’attuale governo ma contro l’intero regime di destra e contro il nazionalismo teo-etnocratico che ne è alla base.

Di fronte a questa ribellione il movimento dei coloni si trova in una situazione particolarmente vulnerabile. I partiti ultra ortodossi (Haredi), che sono stati partner a pieno titolo nella riforma, possono ancora chiedere di correggere la rotta e sognare di partecipare ad un potenziale futuro governo guidato da Benny Gantz. Anche il Likud può fantasticare di un governo di unità nazionale, in particolare se Netanyahu finirà per firmare un patteggiamento sui suoi casi di corruzione. I nazional-religiosi sono entrati così a fondo nella destra fascista che se cade l’attuale governo, cadranno anche loro.


Rompere i tabù

È difficile per i nazional-religiosi legarsi al discorso anti-élite che sentiamo arrivare da certe correnti del Likud per screditare i manifestanti. Se i piloti e i lavoratori tecnologici sono già etichettati come “privilegiati ashkenaziti [ebrei di provenienza europea, ndt.]”, come saranno etichettati i sionisti religiosi la cui leadership è chiaramente ashkenazita, che in realtà godono di privilegi che non ha nessun altro gruppo nella società israeliana e che sono stati parte integrante del governo sin dalla fondazione dello Stato?

Ma, anche più importante, i coloni hanno inconsapevolmente creato un collegamento diretto tra la sfacciata violenza contro i palestinesi in Cisgiordania e il colpo di stato giudiziario. Il pogrom di Huwara, seguito dall’appello di Smotrich a spazzare via la città, è stato uno spartiacque nel modo in cui il movimento di protesta si è rapportato all’estrema destra. Slogan come “Dov’eri a Huwara?” diretti agli agenti di polizia sono diventati parte del repertorio delle proteste, anche tra coloro che in precedenza non avevano mai pensato molto all’occupazione.

I pogrom che sono seguiti hanno ulteriormente rafforzato questo legame. Oggi è difficile trovare un solo oratore che salga sul palco delle proteste a Tel Aviv e non faccia un collegamento tra la riforma giudiziaria, i pogrom in Cisgiordania e la supremazia ebraica – un collegamento che fino a poco tempo fa era tracciato esclusivamente dalla sinistra radicale. Il velo con cui il sionismo religioso ha cercato di nascondere la realtà dell’occupazione e dell’oppressione dei palestinesi è stato strappato.

Mentre le proteste continuano a sfidare il dominio della destra e i politici di estrema destra iniziano a sostenere apertamente la violenza dei coloni, la destra stessa è diventata oggetto della rabbia dei manifestanti. L’uccisione all’inizio di questo mese da parte dei coloni di Qosai Jammal Mi’tan, un palestinese del villaggio di Burqa, ha portato questa connessione al culmine. “Falangi di ebrei fascisti intrisi di un falso senso di superiorità compiono pogrom nei villaggi arabi”, ha detto Shikma Bressler, leader de facto del movimento di protesta, sul palco di Tel Aviv. “Milizie assassine al servizio del governo che ci sta portando alla distruzione”.

Brothers in Arms, un’organizzazione di riservisti dell’esercito israeliano contrari alla riforma giudiziaria, di cui alcuni membri hanno attaccato il mese scorso gli attivisti del blocco anti-occupazione, ha definito i pogromisti a Burqa “braccio militare di Otzma Yehudit [partito politico di estrema destra, kahanista e anti-arabo, ndt.] – un corpo che dovrebbe essere dichiarato organizzazione terrorista.” Il generale di brigata Ilan Paz, ex capo dell’Amministrazione Civile, l’organo militare che sovrintende alla vita quotidiana in Cisgiordania, si è pubblicamente chiesto quando verrà il giorno in cui invocherà il rifiuto di massa a prestare servizio nei territori occupati.

E sebbene Hagai Segal abbia scritto il suo articolo prima dell’uccisione a Burqa, lui e altri nel campo nazional-religioso si rendono conto che il movimento di protesta non solo è molto più forte di quanto si rendessero conto all’inizio, ma che è disposto a infrangere tabù che nessuno immaginava si potessero infrangere, come l’obiezione di coscienza. Ai loro occhi, il mantenimento della riforma giudiziaria significa la continuazione delle proteste. E la continuazione delle proteste potrebbe erodere ulteriormente la volontà di molti nella società israeliana di continuare a finanziare il progetto delle colonie e rischiare la vita per difenderlo. Pertanto, è meglio rinviare le riforme fino a data da destinarsi.

Naturalmente i coloni sono tutt’altro che deboli. Smotrich sta rafforzando il suo controllo in Cisgiordania, la violenza dei coloni sta espellendo le comunità palestinesi e la probabilità che gli assassini di Mi’tan vengano processati è molto bassa. E nemmeno significa che vedremo un consenso, da Gantz a Bressler, per smantellare le colonie o un riconoscimento che l’obiettivo finale della riforma è preservare l’occupazione e l’apartheid – che devono essere entrambi smantellati per stabilire una vera democrazia tra il fiume (Giordano) e il mare (Mediterraneo). Ma è possibile a questo punto affermare che il movimento dei coloni non può più “stabilirsi nei cuori” della società israeliana.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato in ebraico su Local Call. Meron Rapoport è redattore di Local Call.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele non ha soldi per Gerusalemme est

Editoriale di Haaretz

23 maggio 2023 – Haaretz

Domenica nel tunnel del Muro Occidentale si è svolta una riunione di gabinetto festiva, in onore della Giornata di Gerusalemme. Come ogni anno, anche questa volta è stata presa una serie di decisioni riguardo agli investimenti del governo nella capitale. Un attento esame di tali decisioni mostra ancora una volta che l’attuale governo non affronta i reali problemi della collettività. Al contrario, esso si focalizza sul canalizzare denaro ai suoi sodali e sull’investire in iniziative di facciata anziché di sostanza e dimostra una perdurante mancanza di professionalità.

La decisione più importante che si prevedeva venisse presa era sul nuovo piano quinquennale per Gerusalemme est. Il precedente piano, approvato nel 2018 in seguito alle pressioni dell’ex Ministro Ze’ev Elkin, fu il più consistente investimento governativo nella parte est della città dal 1967. Vennero investiti circa 2,1 miliardi di shekel (520 milioni di euro) in educazione, istruzione superiore, infrastrutture e stimolo all’occupazione. Il piano incontrò dei problemi, ma produsse cambiamenti positivi in diverse zone di Gerusalemme est.

Negli ultimi sei mesi gruppi di lavoro all’interno del Ministero per gli Affari di Gerusalemme si sono occupati del nuovo piano quinquennale. Gli esperti hanno calcolato che per mantenere i risultati del piano precedente gli stanziamenti del nuovo piano avrebbero dovuto essere almeno del doppio. In seguito all’opposizione di diversi ministeri, soprattutto quello delle Finanze, la scorsa settimana è stato licenziato un piano più modesto, con un budget di 3 miliardi di shekel provenienti dai bilanci del Ministero delle Finanze, del Comune di Gerusalemme e dei ministeri del governo. Diversamente da quell’ampio investimento previsto nell’educazione a favore degli haredi [ultraortodossi, ndt.] e in fondi di terzi, questi stanziamenti saranno interamente dedicati a migliorare la vita di tutti gli abitanti di Gerusalemme, a rafforzare l’economia e fornire opportunità alle comunità più deboli nella società israeliana.

Ma il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich [del partito di estrema destra dei coloni, ndtr.] e altri ministri si sono opposti anche a questo piano e dopo animate discussioni il gabinetto ha deciso solamente che i ministeri avrebbero cercato di raggiungere degli accordi in merito nel mese prossimo. La previsione prevalente è che il budget verrà ridotto in modo significativo rispetto all’attuale proposta e che, a causa dell’opposizione di Smotrich, non conterrà alcun riferimento alla promozione dell’educazione superiore per i ragazzi di Gerusalemme est.

Al tempo stesso il gabinetto ha approvato un gran numero di decisioni che riverseranno denaro in progetti che arricchiranno solamente associazioni e organizzazioni vicine al governo e che comprometteranno i rapporti tra gli abitanti di Gerusalemme: 60 milioni di shekel andranno alla Fondazione Eredità del Muro Occidentale [organismo responsabile delle questioni del Muro del Pianto a Gerusalemme, ndt.] e decine di milioni a progetti della Fondazione Elad [o Fondazione Città di Davide,  ndtr.], alcuni a spese degli abitanti palestinesi che sono stati cacciati dalla loro terra.

Da una riunione di governo all’altra, da una decisione all’altra, cresce l’impressione che questo governo sia assolutamente deciso a distruggere le cose con la massima velocità ed efficienza. Qualunque funzionario professionale rimanga ancora nei ministeri del governo deve mettere in guardia contro le gravi implicazioni di queste decisioni e chiarire che un piano quinquennale per Gerusalemme est non è solo nell’interesse degli abitanti di Gerusalemme est, ma di tutti gli israeliani.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)