1

L’esercito israeliano ora usa un “drone parlante” per disperdere le proteste in Cisgiordania

Oren Ziv

3 febbraio 2020 – +972

Un nuovo drone delle IDF [Forze di Difesa Israeliane, l’esercito israeliano, ndtr.] invita i manifestanti palestinesi del villaggio di Qaddum ad “andare a casa”, mentre sollecita gli attivisti israeliani a “non stare dalla parte del nemico.”

L’esercito israeliano sta utilizzando un drone parlante per invitare palestinesi e israeliani che partecipano alle proteste in Cisgiordania a smettere di manifestare e a disperdersi. Il drone è stato scoperto per la prima volta il 17 gennaio durante la dimostrazione settimanale contro l’occupazione nel villaggio di Qaddum, nel corso della quale ha ordinato in arabo ai manifestanti palestinesi di “andare a casa” e in ebraico a quelli israeliani di non “stare dalla parte del nemico”. Secondo i dimostranti di Qaddum questa è stata la prima volta che l’esercito ha usato questo tipo di drone, che probabilmente è stato ideato dall’impresa cinese DJI ed ha attaccato un altoparlante della ditta Mavic 2 che consente di far sentire messaggi preregistrati.

Sharon Weiss, un’attivista israeliana che era presente alla manifestazione, ha affermato che il drone le ha detto in ebraico di “andare a casa” e “non stare dalla parte dei nemici”, prima di andare da qualcun altro. “C’è praticamente sempre un drone durante le proteste, ma questa è la prima volta che ci ha parlato,” ha detto Weiss. “Lo scopo è di farci capire che ci stanno vedendo e che ci sorvegliano.”

Weiss ha detto che il “drone parlante” ha provocato una sensazione diversa tra i manifestanti. “È un ulteriore passo per fare pressione sui manifestanti perché non partecipino (alle proteste). È un’ ulteriore forma di intimidazione contro quanti osano opporsi all’occupazione dei palestinesi con i palestinesi stessi.”

Il portavoce delle IDF ha confermato che l’esercito ha utilizzato il drone, ma ha sostenuto che sia stato usato solo per dire ai dimostranti di “andare a casa”.

Anche altri attivisti palestinesi e israeliani presenti alle proteste hanno detto che il drone gli ha parlato sia in arabo che in ebraico. Un attivista ha affermato di credere che l’obiettivo degli appelli sia di fare in modo che i manifestanti guardino in alto affinché il drone possa fotografare il loro volto.

L’artista e fotografo israeliano Oded Yedaya, che documenta regolarmente le dimostrazioni a Qaddum, ha sostenuto che i manifestanti si sono “abituati al drone occasionale che si libra sulle nostre teste durante le proteste, che consente ai soldati di pianificare come inseguirci o riconoscere le nostre facce. Questa è stata la prima volta che abbiamo visto un drone parlante.”

Secondo il portavoce delle IDF il drone è stato usato “come parte dei tentativi di disperdere disordini violenti,” e che le IDF “utilizzano vari mezzi in base alle necessità operative sul campo.”

Questa non è la prima volta che l’esercito ha sperimentato una nuova tecnologia, una nuova tattica e nuove armi sui manifestanti della Cisgiordania. Nel suo film “The Lab”, il regista israeliano Yotam Feldman ha mostrato come la Cisigordania sia diventato un luogo fondamentale per le imprese belliche che vogliono testare i propri prodotti prima di venderli all’estero.

Negli anni l’esercito ha usato vari mezzi per disperdere manifestazioni non violente in Cisgiordania. Durante le prime proteste popolari nel villaggio cisgiordano di Bil’in l’esercito ha usato “L’Urlo”, un’arma sonora che obbliga i manifestanti a coprirsi le orecchie in modo che non possano lanciare pietre.

Nel 2009 l’esercito ha iniziato ad utilizzare “La Puzzola”, un cannone ad acqua mobile che spara un liquido puzzolente contro i dimostranti. Nel 2014 a Betlemme i soldati hanno iniziato ad utilizzare cannoni ad acqua a controllo remoto per disperdere le proteste nei pressi del checkpoint 300. Oggi le IDF usano droni per sparare candelotti lacrimogeni contro i manifestanti.

Oren Zin è un fotogiornalista, un membro fondatore del collettivo fotografico “Activestills” e un redattore di Local Call [la versione in ebraico di +972, ndtr.]. Dal 2003 ha documentato una serie di problemi sociali e politici in Israele e nei Territori Palestinesi Occupati, con una particolare attenzione per le comunità militanti e per le loro lotte. I suoi reportage si concentrano sulle proteste popolari contro il muro e contro le colonie, le abitazioni economiche e altre questioni socio-economiche, l’antirazzismo e le lotta contro le discriminazioni e per liberare gli animali.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Un attivista palestinese imprigionato per essere andato in bicicletta nel suo villaggio

Oren Ziv

14 novembre 2018, +972

Un tribunale militare israeliano ha condannato Abdullah Abu Rahma, un noto difensore dei diritti umani, a 110 giorni di prigione per essere andato in bicicletta durante una protesta contro l’occupazione due anni fa.

Mercoledì un tribunale militare israeliano ha condannato il noto attivista palestinese Abdullah Abu Rahma a quattro mesi di prigione per due accuse relative una corsa in bicicletta per celebrare la giornata della Nakba [la “Catastrofe”, cioè l’espulsione dei palestinesi da quello che sarebbe diventato lo Stato di Israele nel 2048, ndtr.] del 2016.

Abu Rahma, uno dei più noti leader della lotta popolare contro il muro di separazione, è stato condannato alcune settimane fa per aver violato, nel maggio 2016, un ordine di zona militare chiusa e aver intralciato un soldato durante una corsa a Bil’in, il suo villaggio. Centinaia di ciclisti palestinesi e internazionali avevano preso parte alla cosiddetta “corsa del ritorno”, partita da Ramallah e terminata nel villaggio della Cisgiordania.

Comunque le forze di sicurezza israeliane avevano invaso il villaggio ancor prima che la corsa iniziasse. Abu Rahma era stato arrestato mentre cercava di spiegare ai soldati che si trovavano sulla sua terra. Era stato gettato a terra, arrestato e detenuto per 11 giorni.

Quasi tutte le forme di protesta sono illegali per i palestinesi che vivono sotto il governo militare israeliano in Cisgiordania.

Mercoledì il giudice militare israeliano maggiore Haim Baliti ha accettato che Abu Rahma inizi a scontare la pena a metà dicembre, in modo da “corsa del ritorno”,dare il tempo alla difesa di fare appello sia contro la sentenza che contro la condanna.

Baliti ha anche applicato parte di una sentenza sospesa con la condizionale relativa a una precedente condanna per la partecipazione a un’altra protesta un anno prima. La sentenza sospesa è stata rimessa in vigore dall’attuale condanna. Abu Rahma sconterà un totale di 110 giorni in un carcere militare israeliano.

Abdullah è un difensore dei diritti umani”, ha detto dopo il pronunciamento della sentenza Gaby Lasky, la sua avvocatessa. “Si oppone in modo non violento all’occupazione – ecco ciò che fa di lui un obiettivo così importante. Finché si trova in prigione non può essere attivo sul campo.”

Queste punizioni per la resistenza nonviolenta in corso indicano che il tribunale militare non è una corte di giustizia; il suo unico scopo è mantenere l’occupazione e impedire ogni resistenza contro di essa”, ha aggiunto Lasky.

Abu Rahma, che nel 2010 ha avuto il riconoscimento di “difensore dei diritti umani” impegnato nella nonviolenza, è uno dei principali leader nella lotta contro il muro ed ha contribuito a guidare le proteste popolari a Bil’in iniziate nel 2005.

Ha trascorso oltre un anno in carcere per il suo ruolo nelle proteste di Bil’in e ora sta affrontando un’altra serie di accuse perché avrebbe danneggiato il cancello della barriera di separazione nel villaggio dove vive.

Nel 2010, la rivista +972 ha nominato Abu Rahma suo “personaggio dell’anno” per il suo ruolo nel “movimento di opposizione ben organizzato, nonviolento e di base a Bil’in – che riunisce sostenitori palestinesi, israeliani e internazionali in una lotta comune”.

Sono arrabbiato e addolorato per la decisione”, ha detto Abu Rahma alla fine dell’udienza. “Questo non è un vero tribunale – è un tribunale politico. Ne pagherò il prezzo, ma questa punizione mi darà coraggio per continuare a sostenere il popolo dovunque sia – che è il mio dovere come palestinese – finché finirà l’occupazione e otterremo l’indipendenza.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)