L’ONU afferma che dal cessate il fuoco gli attacchi a Gaza sono aumentati del 46% in una settimana

Redazione di MEMO

21 aprile 2026 – Middle East Monitor

[L’agenzia di notizie turca] Anadolu riferisce che martedì l’ONU ha affermato che la violenza nella Striscia di Gaza ha raggiunto il suo punto più alto dal cessate il fuoco del 10 ottobre 2025, con incidenti che sono aumentati del 50% circa rispetto alla settimana precedente.

“I nostri partner sul terreno riferiscono che tra il 12 e il 18 aprile incidenti come sparatorie, bombardamenti e attacchi sono cresciuti del 46% in confronto alla settimana precedente, segnando il più alto totale settimanale da quando l’accordo del cessate il fuoco di ottobre è entrato in vigore,” ha affermato il portavoce Stephane Dujarric ad una conferenza stampa.

Dujarric ha osservato che “i governatorati di Gaza Nord, Gaza e Deir al Balah hanno visto gli aumenti più elevati.”

Sul fronte umanitario, ha informato che le restrizioni stanno ostacolando gli sforzi per gestire la minaccia di ordigni inesplosi ovunque nel territorio.

Ha affermato che, mentre i partner addetti allo sminamento hanno condotto delle sessioni educative per decine di migliaia di civili, “affrontare questa minaccia più efficacemente richiede l’ingresso di attrezzatura specializzata, ampia libertà di intervento e delle attività di smaltimento.”

“Restrizioni, incluse limitazioni sull’ingresso di equipaggiamento necessario a smaltire ordigni esplosivi, continuano a ostacolare la risposta umanitaria complessiva,” ha aggiunto.

Gli attacchi avvengono come parte delle continue violazioni israeliane del cessate il fuoco.

L’ufficio stampa di Gaza ha affermato che le forze israeliane hanno commesso 2.400 violazioni dal cessate il fuoco, inclusi assassinii, arresti, blocchi e misure volte a causare la fame.

Secondo il ministero della Sanità di Gaza, alla data di lunedì le violazioni hanno causato la morte di 777 palestinesi e il ferimento di altri 2.193.

Il cessate il fuoco è giunto dopo due anni di guerra genocidaria israeliana iniziata nell’ottobre 2023, che secondo le cifre ufficiali ha ucciso più di 72.000 palestinesi e ne ha feriti oltre 172.000, distruggendo il 90% delle infrastrutture civili di Gaza.

Citando l’Office for the Coordination of Humanitarian Affairs [Ufficio ONU per il Coordinamento degli affare umanitari] (OCHA), Dujarric ha sottolineato il carattere preoccupante della violenza israeliana nella Cisgiordania occupata.

Egli ha affermato che “durante il primo trimestre dell’anno, 33 palestinesi sono stati uccisi e 790 feriti dalle forze israeliane o dai coloni, mentre oltre 540 attacchi di questi ultimi hanno causato vittime o danneggiamenti delle proprietà.”

Ha enfatizzato il fatto che “attacchi che coinvolgono civili devono essere indagati e i civili devono essere protetti,” che Israele come potenza occupante “ha l’obbligo di proteggere la popolazione palestinese e che i responsabili devono essere chiamati a risponderne in linea con il diritto umanitario internazionale.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Cosa c’è dietro il nuovo piano israeliano sulla divisione in due di Gaza

Muhammad Shehada

31 ottobre 2025 – + 972 Magazine

Mentre Trump celebra la pace” Israele sta consolidando un nuovo regime fatto di confini fortificati, governo per procura e politica dell’esasperazione, sempre con lobiettivo finale dell’espulsione.

Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco tra Israele e Hamas l’amministrazione Trump ha salutato con entusiasmo l’inizio di un nuovo capitolo a Gaza. “Dopo tanti anni di guerra incessante e pericoli infiniti, oggi il cielo è calmo, le armi tacciono, le sirene tacciono e il sole sorge su una Terra Santa finalmente in pace”, ha dichiarato il presidente durante il suo discorso alla Knesset all’inizio di questo mese. Ma i fatti sul campo rivelano una realtà drammaticamente più cupa e gettano luce sul nuovo piano israeliano per la sottomissione permanente dell’enclave.

Con la cosiddetta “Linea Gialla”, Israele ha diviso la Striscia in due: una Gaza occidentale, che comprende il 42% dell’enclave, dove Hamas mantiene il controllo e dove sono ammassate oltre 2 milioni di persone; e una Gaza orientale, che comprende il 58% del territorio, completamente spopolato da civili e controllato dall’esercito israeliano e da quattro bande fantoccio.

Secondo il piano Trump questa linea di demarcazione sarebbe temporanea, la prima fase del graduale ritiro di Israele dalla Striscia per far posto ad una Forza Internazionale di Stabilizzazione che controlli il territorio. Invece le forze israeliane si stanno trincerando, rafforzando la divisione con terrapieni, fortificazioni e barriere che suggeriscono un passaggio verso la permanenza/stabilità.

La Gaza occidentale sta diventando simile al Libano meridionale, che l’esercito israeliano ha continuato a bombardare periodicamente dopo la firma di un cessate il fuoco con Hezbollah lo scorso novembre. Dall’inizio della tregua a Gaza attacchi aerei, droni e mitragliatrici israeliani hanno continuato a colpire la popolazione quotidianamente, solitamente con il pretesto infondato di “sventare un attacco imminente”, per rappresaglia contro presunti attacchi ai soldati israeliani o prendendo di mira individui che si avvicinano alla Linea Gialla. Finora, questi attacchi hanno ucciso oltre 200 palestinesi, tra cui decine di bambini.

Israele sta ancora limitando gli aiuti a Gaza occidentale, con una media di circa 95 camion in entrata al giorno durante i primi 20 giorni di cessate il fuoco, ben al di sotto dei 600 al giorno previsti dall’accordo tra Israele e Hamas. La maggior parte dei residenti ha perso la casa ma, con l’inverno alle porte, Israele continua a impedire l’ingresso di tende, roulotte, unità abitative prefabbricate e altri beni essenziali.

Gaza orientale, un tempo granaio dell’enclave, è ora una landa desolata. Colleghi e amici che vivono nelle vicinanze descrivono il rumore costante di esplosioni e demolizioni: soldati israeliani e coloni privati ​​stanno ancora sistematicamente radendo al suolo tutti gli edifici rimanenti, ad eccezione dei piccoli accampamenti destinati alle bande che vivono sotto la protezione dell’esercito israeliano e sono dotate di armi, denaro, veicoli e altri beni di lusso.

Israele non ha intenzione di lasciare la parte orientale a breve. L’esercito ha cementato la Linea Gialla con blocchi di cemento, inglobando nel contempo ampie fasce della Gaza occidentale, e il Ministro della Difesa Israel Katz si è apertamente vantato di aver autorizzato di far fuoco su chiunque si avvicini alla barriera, anche solo per cercare di raggiungere la propria casa. Alcuni rapporti suggeriscono che Israele stia anche pianificando di far avanzare ulteriormente la Linea Gialla all’interno di Gaza Ovest, ma sembra che per ora l’amministrazione Trump abbia rimandato questa mossa.

E in una conferenza stampa della scorsa settimana l’inviato di Trump, Jared Kushner, ha annunciato che la ricostruzione avverrà solo nelle aree attualmente sotto completo controllo dell’esercito israeliano, mentre il resto di Gaza rimarrà in macerie e cenere finché Hamas non deporrà del tutto le armi e metterà fine al suo governo.

Queste divisioni sempre più profonde tra Gaza orientale e e Gaza occidentale preannunciano quella che il Ministro israeliano per gli Affari Strategici Ron Dermer ha definito “la soluzione dei due Stati… all’interno di Gaza stessa”. Israele permetterebbe una ricostruzione simbolica nelle aree di Rafah governate dalle sue bande di mercenari, mentre il resto di Gaza Est diventerebbe probabilmente una zona cuscinetto rasa al suolo e una discarica per Israele. In questo scenario Gaza Ovest rimarrebbe in un perpetuo stato di guerra, devastazione e privazioni.

Questa non è una ricostruzione postbellica ma piuttosto una politica dell’esasperazione imposta attraverso muri, la costante minaccia di violenza militare e reti di collaborazionisti. Gaza viene ricostruita non per il bene del suo popolo, ma per consolidare il controllo israeliano permanente e promuovere il suo obiettivo di lunga data: costringere i palestinesi a lasciare la Striscia.

Hamas riafferma il controllo

Da parte sua, Hamas ha cercato di riaffermare il controllo a Gaza ovest per far fronte al collasso sociale provocato da Israele in due anni di genocidio. Non appena il cessate il fuoco è entrato in vigore Hamas ha avviato una stretta sulla sicurezza per perseguire i criminali e disarmare i clan e le milizie sostenute da Israele.

La campagna ha raggiunto l’apice con l’esecuzione pubblica di otto presunti collaborazionisti, insieme a pesanti scontri con il clan Daghmoush: una calcolata dimostrazione di forza volta a intimidire i gruppi rivali. La strategia è sembrata efficace: diverse famiglie hanno presto consegnato le armi ad Hamas senza combattere.

Con questa campagna Hamas mira anche a comunicare, sia a livello nazionale che internazionale, che non è stata sconfitta nonostante le ingenti perdite subite durante la guerra, e che non può essere messa da parte nei dibattiti sul futuro di Gaza. Allo stesso tempo l’organizzazione sta cercando di ripristinare una parvenza di ordine civile e di vendicarsi dei membri di bande e dei criminali che hanno sfruttato il caos della guerra per saccheggiare e depredare i civili. Questo fa anche parte di uno sforzo per recuperare legittimità dopo aver perso gran parte del sostegno popolare a causa della vasta distruzione di Gaza.

Nel frattempo il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha cercato disperatamente di convincere Trump a consentire a Israele di riprendere il genocidio, approfittando di episodi isolati a Rafah per giustificare una nuova azione militare: in un caso due soldati israeliani sarebbero rimasti uccisi nel transitare su degli ordigni inesplosi; in un altro, dei soldati sono stati attaccati da quella che sembrava essere una piccola cellula di Hamas, inconsapevole del cessate il fuoco o senza rapporto con la catena di comando dell’organizzazione.

Netanyahu ha anche trasformato in un’arma il giro di vite sulla sicurezza da parte di Hamas, descrivendola come una strage contro i civili, e ha accusato l’organizzazione di rifiutarsi di restituire i corpi degli ostaggi o di cedere le armi, il tutto nel tentativo di convincere Washington a dare il via libera a una nuova offensiva a Gaza con il pretesto di fare pressione su Hamas.

Il presidente degli Stati Uniti, ancora euforico per la rara ondata di copertura mediatica positiva che circonda il cessate il fuoco a Gaza, ha finora frenato Israele, anche se non è chiaro per quanto tempo durerà. Il capo di stato maggiore congiunto è il prossimo in lizza per fare da babysitter a Netanyahu, dopo le visite di Trump, del vicepresidente J.D. Vance e del segretario di Stato Marco Rubio.

Per ora il presidente è determinato a mantenere il cessate il fuoco, anche solo nominalmente, per evitare di dare l’impressione di un fallimento o di essere stato preso in giro da Netanyahu. Ma il primo ministro israeliano scommette che, col tempo, Trump si lascerà distrarre dalla prossima grande novità, perderà interesse per Gaza e gli darà di nuovo mano libera.

Nuova Rafah’

Ma se non fosse in grado di tornare a un attacco su vasta scala, il piano di riserva di Israele è quello di persuadere la Casa Bianca a limitare la ricostruzione alla parte orientale di Gaza controllata da Israele, iniziando da Rafah – convenientemente situata lungo il confine con l’Egitto, dove sono già fuggiti oltre 150.000 abitanti di Gaza (in questi piani in particolare non figura nessun accenno di ricostruzione nel nord, in aree come Beit Lahiya). Secondo quanto riportato dai media israeliani, la città ricostruita – che includerebbe “scuole, cliniche, edifici pubblici e infrastrutture civili” – sarebbe circondata da una vasta area cuscinetto, che di fatto costituirebbe una “zona di morte”.

Alla fine Israele potrebbe consentire o persino incoraggiare i palestinesi a trasferirsi nelle aree ricostruite di Rafah, come “zona sicura” nella Striscia dove i civili possono fuggire da Hamas (un’argomentazione che le voci filo-israeliane nei media americani hanno cercato di vendere). Poiché Hamas non può essere completamente eliminata da Gaza, come ha recentemente ammesso Amit Segal, editorialista politico israeliano e alleato di Netanyahu, l’unico “futuro” per i palestinesi nell’enclave sarà nella parte orientale smilitarizzata sotto il controllo israeliano.

“Una nuova Rafah… questa sarebbe la Gaza moderata”, ha detto Segal a Ezra Klein del New York Times. “E l’altra Gaza sarebbe quella che giace tra le rovine di Gaza City e i campi profughi nel centro della Striscia“.

Attualmente gli unici abitanti palestinesi a Rafah sono membri della milizia di Yasser Abu Shabab, un gruppo legato all’ISIS, armato, finanziato e protetto da Israele. Sembra altamente improbabile che molti palestinesi accettino di vivere sotto il dominio di un signore della guerra, uno spacciatore pregiudicato e collaborazionista che ha sistematicamente saccheggiato le scorte alimentari e imposto la fame a Gaza per ordine di Israele. Inoltre chiunque attraversi la Striscia di Gaza orientale controllata da Israele rischia di essere visto come un collaborazionista, come è successo al noto attivista anti-Hamas Moumen Al-Natour, fuggito dalla recente repressione di Hamas verso il territorio di Abu Shabab e successivamente rinnegato dalla sua famiglia.

Anche se alcuni abitanti di Gaza accettassero per disperazione di trasferirsi a Rafah Israele non consentirebbe un semplice spostamento in massa dalla Gaza occidentale a quella orientale, invocando il pretesto di impedire l’infiltrazione di Hamas nella moltitudine. Il piano delle “bolle di sicurezza”, proposto per la prima volta dall’allora Ministro della Difesa Yoav Gallant nel giugno 2024, che prevedeva la creazione di 24 campi chiusi in cui la popolazione di Gaza sarebbe stata gradualmente trasferita, fornisce un modello: l’esercito israeliano probabilmente ispezionerebbe a fondo ogni individuo prima di concedergli l’autorizzazione a recarsi nella Striscia di Gaza orientale, dando inevitabilmente vita a un lungo e invasivo processo burocratico basato sull’intelligenza artificiale che renderebbe i richiedenti vulnerabili al ricatto delle agenzie di sicurezza israeliane, che potrebbero richiedere una collaborazione in cambio dell’ingresso.

Israele ha chiarito ampiamente che chiunque attraversi il confine per entrare in quella “zona sterile” di Rafah non potrà più tornare dall’altra parte di Gaza, trasformando Rafah in un “campo di concentramento”, come ha affermato l’ex primo ministro israeliano Ehud Olmert. Molti palestinesi eviteranno quindi di entrare nella Gaza orientale per paura che, se Israele riprendesse il genocidio con la sua precedente intensità, potrebbero essere spinti in Egitto. Infatti, pur predisponendo piani per consentire la ricostruzione di Rafah, l’esercito israeliano continua a demolire e far saltare in aria le case e gli edifici rimasti in quella stessa area.

In definitiva, la “Nuova Rafah” israeliana fungerebbe da villaggio Potemkin, una facciata esterna per far credere al mondo che la situazione sia migliore di quanto non lo sia nella realtà, offrendo solo un riparo rudimentale e una sicurezza lievemente maggiore ai palestinesi che vi si rifugiassero. E senza una ricostruzione completa o un orizzonte politico, questo piano sembra assomigliare a quanto promesso dal Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich a maggio: “I cittadini di Gaza saranno concentrati nel sud. Saranno totalmente in preda alla disperazione nel comprendere che non c’è speranza e nulla da cercare a Gaza, e chiederanno di essere trasferiti altrove per iniziare una nuova vita”.

Il disarmo come trappola

Indipendentemente dal fatto che nella parte orientale di Gaza la ricostruzione proceda o meno, Israele la indicherà sempre più come una zona “libera dal terrorismo” e “deradicalizzata” e continuerà a bombardare l’altra parte con il pretesto di disarmare e abbattere Hamas.

L’organizzazione islamista ha già accettato di consegnare Gaza a un comitato tecnico amministrativo e di consentire il dispiegamento nell’enclave di una nuova forza di sicurezza palestinese addestrata da Egitto e Giordania, insieme a una missione di protezione internazionale. Tuttavia Netanyahu ha respinto categoricamente l’ingresso di 5.500 poliziotti palestinesi a Gaza, ha rifiutato di consentire la presenza nella Striscia di forze di stabilizzazione turche o qatariote e ha ostacolato la creazione del comitato amministrativo.

Allo stesso modo la questione del disarmo presenta un’ambiguità che fornisce a Israele un pretesto pressoché infinito per impedire la ricostruzione nella Striscia di Gaza occidentale e mantenere il controllo militare. Hamas ha fatto sapere che accetterebbe di smantellare le sue armi offensive (come i razzi) e ha già accettato la rinuncia al resto del suo armamento difensivo leggero (incluse armi da fuoco e missili anticarro) come risultato di un accordo di pace, piuttosto che come prerequisito.

Hamas è anche aperta a un processo simile a quello dell’Irlanda del Nord, in base al quale riporrebbe nei magazzini le sue armi difensive e si impegnerebbe a una completa cessazione reciproca delle ostilità per un decennio o due, o fino alla fine dell’occupazione illegale di Israele. In tal caso, le armi leggere rimanenti fungerebbero da garanzia che Israele non rinnegasse le sue promesse di ritirarsi da Gaza e porre fine al genocidio.

Sia il governo britannico che quello egiziano, insieme all’Arabia Saudita e ad altre potenze regionali, stanno attualmente spingendo per il modello di demilitarizzazione dell’Irlanda del Nord, segno che riconoscono la delicatezza e la complessità della questione del disarmo.

L’insistenza di Israele sul disarmo completo e immediato è un tranello volutamente inattuabile che esige la completa resa dei palestinesi. Anche se la leadership di Hamas a Doha fosse in qualche modo costretta ad accettare questa capitolazione è sicuro che molti dei suoi membri e di altri gruppi militanti a Gaza disobbedirebbero. Ciò sarebbe simile all’accordo di disarmo della Colombia, dove molti militanti delle FARC hanno disertato e creato nuove milizie o si sono uniti a bande.

E finché l’esercito israeliano rimarrà all’interno di Gaza, senza una reale prospettiva di porre fine all’assedio e al regime di apartheid ci sarà sempre un incentivo per alcuni attori a imbracciare le armi. Israele potrà quindi citare quei gruppi scissionisti o singoli militanti come giustificazione per continuare a bombardare e occupare Gaza.

Israele ha impiegato oltre 740 giorni, quasi 100 miliardi di dollari e perso circa 470 soldati per ridurre Gaza in polvere. Come si è vantato Netanyahu a maggio, Israele ha “distrutto sempre più case [a Gaza, e di conseguenza i palestinesi] non hanno un posto dove tornare”, aggiungendo: “L’unico risultato ovvio sarà che i gazawi sceglieranno di emigrare fuori dalla Striscia”.

Anche dopo aver fallito nel tentativo di ottenere un’espulsione di massa attraverso un attacco militare diretto, la leadership israeliana sta ora perseguendo lo stesso risultato attraverso il logoramento e la disperazione orchestrata, usando macerie, assedio e bombardamenti periodici come strumenti di riorganizzazione demografica. La prospettiva della pulizia etnica non è scomparsa con il cessate il fuoco; si è semplicemente evoluta in una nuova politica, mascherata e normalizzata attraverso una pianificazione burocratica.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Nella Siria meridionale nasce una nuova violenta occupazione israeliana

Tareq al-Salameh 

10 aprile 2025 – +972 magazine

Forze israeliane sono avanzate per miglia all’interno del territorio siriano, confiscando terre e case, uccidendo contadini e cercando di dividere le diverse popolazioni della regione.

Mentre riprendeva le operazioni militari nella Striscia di Gaza, nelle ultime settimane Israele ha esteso le sue incursioni terrestri nella Siria meridionale, lanciando anche attacchi aerei in tutto il Paese, da Latakia a Homs alla zona rurale di Damasco. In un pesante attacco del 25 marzo le forze israeliane hanno bombardato Koya, un piccolo villaggio nella valle dello Yarmouk nel governatorato di Deraa, facendo almeno sei morti.

(Truppe israeliane) hanno iniziato a sparare ai contadini appena li hanno visti,” ha detto a +972 Nadia Aboud, 28enne giornalista della vicina città di Deraa, raccogliendo testimonianze degli abitanti del villaggio: “I contadini, che hanno preso le armi per difendere la loro terra, hanno risposto al fuoco.” La situazione è degenerata in uno scontro più generalizzato e l’esercito israeliano ha lanciato almeno un attacco aereo contro il villaggio. “Due (dei contadini) sono stati uccisi sul posto. Quando altri sono corsi per aiutarli, i combattimenti si sono intensificati.”

Benché Aboud sottolinei che “la gente di Deraa vuole la pace e che venga rispettato (l’accordo siro-israeliano di disimpegno del 1974),” avverte che la resistenza continuerà: “Se Koya viene di nuovo attaccato, lo difenderanno fino all’ultimo uomo.”

L’attacco contro Koya è stato tra i più mortali da quando Israele ha invaso la Siria, circa quattro mesi fa. L’8 dicembre, poche ore dopo il crollo del regime dell’ex-presidente siriano Bashar Al-Assad, le forze israeliane si sono spostate rapidamente per impadronirsi di posti di controllo abbandonati sulla cima delle montagne e occupare territorio in violazione dell’accordo del 1974. 

Da allora aerei israeliani hanno condotto voli quasi quotidiani e colpito ex-siti militari di Assad, 600 attacchi nei primi otto giorni delle operazioni militari. Nel contempo truppe di terra sono avanzate per 12 miglia all’interno del territorio siriano, costruendo almeno nove basi militari ed estendendo reti stradali e altre infrastrutture per le comunicazioni.

L’alto comando israeliano giustifica questi bombardamenti come necessari per impedire che depositi militari cadano nelle mani del nuovo governo di Damasco, guidato dal presidente ad interim Ahmed al-Sharaa. Eppure al-Sharaa non ha dato alcun segno di cercare un conflitto con Israele, concentrando la propria attenzione sulla ricostruzione della Siria e facendo pressioni per togliere le sanzioni internazionali, mentre l’influenza dell’Iran in Siria è stata sistematicamente indebolita dalla partenza di Assad. E sul terreno nei pressi degli ex-avamposti militari spesso rimane una miriade di villaggi, che ospitano migliaia di siriani che sopportano il peso della nuova e violenta occupazione militare israeliana.

Divide et impera

A Rasm al-Rawadi, un piccolo villaggio nei pressi di Quneitra nella zona cuscinetto demilitarizzata tra Siria e Israele, l’8 dicembre gli abitanti si sono svegliati al suono di colpi di armi da fuoco e un bombardamento aereo. “Alle 11 del mattino soldati (israeliani) hanno buttato giù le porte delle case per controllare ogni cosa all’interno,” racconta Ali al-Ahmad, sessantacinquenne anziano abitante del villaggio. “Mentre l’esercito israeliano perquisiva le case e alcune le distruggeva, molte famiglie sono state sistemate in una scuola.” Negli ultimi quattro mesi il villaggio è rimasto sotto il controllo di Israele e quasi 350 persone sono state cacciate dalle proprie case occupate, secondo al-Ahmad, per uso militare.

Benché inizialmente il primo ministro Benjamin Netanyahu abbia definito “temporanea” l’incursione israeliana nel sud della Siria, la crescente presenza militare israeliana suggerisce tutt’altro. Più di recente il ministro della Difesa Israel Katz ha affermato che Israele è pronto a rimanere a tempo indefinito nel Paese.

A gennaio Mohammed Fayyad, un avvocato e attivista per i diritti umani, è stato picchiato e arrestato dalle forze israeliane mentre informava sulle loro operazioni nel villaggio di Hamidye. Nel suo ufficio a Quneitra racconta a +972 che, oltre a questo violento scontro, ufficiali militari israeliani sono “entrati nei villaggi con veicoli civili bianchi per raccogliere dati, compilando questionari statistici con il pretesto di offrire aiuto umanitario.” Inoltre sostiene che hanno offerto di pagare agli abitanti del posto “almeno 75 dollari al giorno per la costruzione delle infrastrutture di basi militari.”

Dopo averci preso tutto ci offrono cibo, medicine, elettricità e lavoro,” spiega Fayyad. “Intendono provocare divisione e separazione dalla nuova amministrazione [di Damasco].” Ma finora, segnala, gli abitanti hanno respinto queste offerte e “rifiutano ogni interferenza riguardo alla divisione della Siria.”

Dopo un mese di relativa calma, il 24 febbraio famiglie di Quneitra e Deraa hanno sperimentato una notte di bombardamenti israeliani. Il giorno successivo si sono svegliati con carri armati e pick-up armati che attraversavano i loro villaggi. L’attacco è giunto proprio dopo la prima Conferenza per il Dialogo Nazionale, in cui dirigenti politici e religiosi di tutte le comunità si sono riuniti per discutere del futuro del Paese.

Abbiamo appena finito una guerra, ma non abbiamo problemi a iniziarne un’altra con Israele per difendere il nostro Paese,” dice a +972 il quarantasettenne Omar Hanoun nella sua casa nel villaggio di Al-Rafeed, nei pressi di Quneitra. Hanoun è stato uno degli organizzatori della protesta civile del 25 febbraio contro l’incursione dell’esercito israeliano mentre i soldati avanzavano nel villaggio dal Monte Peres, rimasto sotto il controllo israeliano fin dall’occupazione del Golan nella guerra del 1967.

Secondo Hanoun e altri abitanti del posto intervistati da +972 il comportamento dei soldati israeliani invasori ha seguito un modello simile in molti villaggi della regione. “Hanno distrutto alberi secolari e sparato a chiunque si avvicinasse,” afferma, descrivendo l’arrivo dell’esercito israeliano ad Al Asbah, un piccolo villaggio nei pressi di Al-Rafeed. “Hanno persino ucciso due giovani su una moto che avevano con sé un fucile, cosa normale in questa regione per proteggere il bestiame.”

Bader Safi, un insegnante della scuola locale a Kodana, un villaggio sul confine del Golan occupato, racconta a +972 che decine di soldati israeliani hanno confiscato terre degli abitanti e pattugliato regolarmente la cittadina con cani. “Ho perso il conto di quante volte sono entrati nel nostro villaggio,” afferma. “Un mio vicino e amico la cui terra è stata presa (dai soldati) sta vivendo a casa mia. Piange ogni giorno perché ha perso tutto.”

Sheikh Abu Nasr, 70 anni, di Al-Rafeed, sostiene che, quando l’esercito israeliano l’ha occupato la popolazione locale ha resistito agli ordini di rimanere chiusi in casa. “Crediamo che questa sia la nostra terra. Qui abbiamo piantato viti e fichi. Non riconosciamo lo Stato occupante,” afferma, aggiungendo che le forze del nuovo governo siriano non sono mai entrate nel villaggio per offrire assistenza. “Siamo soli, ma rimarremo qui sulla nostra terra anche se qualcun altro ci controlla.”

Sfruttare i drusi

Un’altra strategia utilizzata da Israele per giustificare la sua occupazione è sostenere di appoggiare i drusi della Siria meridionale, la terza minoranza religiosa più numerosa, il 3% circa della popolazione del Paese. Ricorrendo alla lealtà dei drusi israeliani, che in numero significativo prestano servizio nelle sue forze armate, Israele cerca di dipingere la sua presenza come approvata a livello locale.

Il 1 marzo Netanyahu e Katz hanno ordinato alle forze dell’esercito israeliano di prepararsi a difendere Jaramana, un villaggio druso del sud della Siria. “Non consentiremo al regime islamico estremista siriano di danneggiare i drusi,” ha dichiarato Katz, in seguito a informazioni su scontri nella periferia di Damasco. “Se il regime attacca i drusi a Jaramana risponderemo.”

Una volta piccolo quartiere nei pressi di Damasco, oggi Jaramana ospita più di un milione di lavoratori siriani. Secondo K. Aboulhosn, studente di arte di 25 anni che vi abita, Jaramana ora è una “cittadina multietnica e multireligiosa”, la cui popolazione è notevolmente aumentata durante la guerra civile, quando per via della sua relativa calma è diventata un “rifugio per sfollati da altre zone di Damasco.”

Dall’esterno i due scontri a Jaramana che hanno provocato la reazione israeliana, uno all’ospedale Al-Mujtahed e l’altro al checkpoint di Jaramana, sono sembrate una diatriba tra il personale locale della sicurezza e le forze del nuovo governo siriano guidato da Ahmad al-Shara. Ma secondo Makram Oubaid, avvocato del Comitato di Azione Civica di Jaramana, di fatto sono stati “due incidenti di natura personale non legati tra loro” che sono trascesi fino a un conflitto su più vasta scala. Alla fine gli scontri hanno portato a un accordo che consente alle forze di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) [gruppo salafita attualmente al potere in Siria, ndt.] che, secondo Oubaid, “sono intervenute solo per porre fine ai combattimenti e ripristinare l’ordine,” di istituire un ufficio e condividere le responsabilità della sicurezza nel villaggio con la popolazione drusa del posto.

Indipendentemente dalla natura degli scontri, per il governo israeliano la situazione ha rappresentato un’opportunità per sfruttare la popolazione drusa e affermare ulteriormente la sua influenza sulla Siria. Una settimana prima dell’incidente di Jaramana Netanyahu ha annunciato che Israele non avrebbe tollerato “alcuna minaccia contro la comunità drusa nel sud della Siria.”

Ora, mentre i diversi gruppi religiosi ed etnici siriani negoziano una fragile coesistenza dopo la caduta di Assad, l’invasione israeliana minaccia di spezzare questo delicato equilibrio. “L’intervento israeliano sta allargando la divisione tra i drusi e le altre comunità siriane,” dice a +972 Farid Ayach, trentaduenne professore di arti visive nel suo appartamento di Jaramana. “Sta anche provocando nei Paesi vicini tensioni che favoriscono (anche) gli interessi di Israele.”

Finora tutto indica che l’esercito israeliano non si ritirerà dalle zone occupate nel sud della Siria. Invece molti indizi segnalano un’ulteriore escalation in quanto Israele continua a rafforzare le sue posizioni e occupa ulteriore territorio. Tuttavia, in seguito agli attacchi di febbraio a Quneitra e Deraa, la popolazione locale si sta impegnando sempre più nella resistenza all’offensiva israeliana.

In varie parti di Damasco, così come a Deraa, Khan Arnabeh, Suwayda e in molti altri villaggi e cittadine di Quneitra sono avvenute manifestazioni contro l’invasione. Persino la comunità drusa ha rifiutato le offerte di aiuto umanitario e si è opposta. Quando il ministro della Difesa Katz ha promesso di “assistere” i drusi di Jaramana, le milizie druse di Suwayda si sono spostate verso Damasco, decise a difendere la propria gente dalla presunta missione di soccorso israeliana.

Il sud della Siria conserverà la sua dignità,” ha affermato Fayyad, l’avvocato e attivista dei diritti umani. “Abbiamo dei chiari principi: non vogliamo che si ripetano gli eventi del 1967 né abbandonare le nostre case e terre.”

Tareq al-Salameh è lo pseudonimo di un giornalista residente a Damasco che ha chiesto di rimanere anonimo per timore di rappresaglie.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele ha ucciso altri 124 palestinesi in 24 ore

Redazione di Middle East Monitor

5 marzo 2024 – Middle East Monitor

Ieri il ministero palestinese della Sanità ha affermato che nelle ultime 24 ore, fino a lunedì mattina, l’esercito israeliano ha commesso 13 nuovi massacri contro famiglie nella Striscia di Gaza, uccidendo 124 persone e ferendone altre 210.

Gli aerei da guerra israeliani hanno colpito in tutta la Striscia di Gaza mentre la guerra all’enclave assediata è entrata nel 150esimo giorno. Nel frattempo al Cairo sono continuati i colloqui tra una delegazione di Hamas e mediatori provenienti da Qatar, Egitto e Stati Uniti per raggiungere un accordo per il cessate il fuoco nel territorio occupato.

Gli attacchi aerei contro Rafah, nella parte meridionale della striscia di Gaza, sono stati intensificati, uccidendo decine di persone nel campo profughi d Nuseirat. L’artiglieria israeliana ha bombardato aree residenziali e rifugi nei campi di Jabalia, Khan Yunis, Deir Al-Balah e Tal Al-Zaatar.

Finora dal 7 ottobre Israele ha ucciso almeno 30.534 palestinesi a Gaza ne ha feriti altri 71.920. Attualmente è accusato di genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Hamas afferma che si è raggiunto un accordo con Israele per placare la violenza

Redazione di MEE

31 agosto 2020 – Middle East Eye

L’annuncio giunge dopo settimane di crescenti tensioni e mentre Gaza deve fare i conti con la pandemia da coronavirus

Lunedì Hamas ha annunciato che, grazie alla mediazione del Qatar, è stato raggiunto un accordo per evitare un’escalation con Israele dopo una fiammata durata quattro settimane che ha visto Gaza bombardata quasi quotidianamente.

In un comunicato l’ufficio del leader di Hamas Yahya Sinwar afferma che “dopo una serie di colloqui, mediati dal rappresentante del Qatar Mohammed al-Amadi, si è raggiunta un’intesa per evitare un’escalation e stabilizzare la situazione.”

Israele ha ripetutamente bombardato Gaza dal 6 agosto, con quella che sostiene essere una risposta agli ordigni incendiari inviati in volo e, meno frequenti, razzi lanciati oltre il confine.

Secondo dati dei vigili del fuoco, le bombe incendiarie, ordigni artigianali attaccati a palloni, aquiloni, preservativi gonfiati o buste di plastica, hanno innescato più di 400 incendi nel sud di Israele.

I palloni incendiari sono generalmente visti come un tentativo da parte di Hamas di migliorare le condizioni di una tregua informale in base alla quale Israele si era impegnato ad alleggerire il suo blocco durato 13 anni in cambio della calma sul confine.

Ma finora la risposta di Israele è stata di inasprire il blocco, che secondo i critici rappresenta una punizione collettiva dei due milioni di abitanti della zona impoverita.

Anche l’Egitto ha mantenuto l’assedio, restringendo sul suo confine gli spostamenti in entrata e in uscita da Gaza. In seguito ai tentativi di mediazione, Hamas afferma che “verranno annunciati vari progetti a favore del nostro popolo nella Striscia di Gaza e per contribuire a migliorare” le difficili condizioni di vita. Il suo comunicato non specifica nessuno dei progetti, ma afferma che le condizioni torneranno a essere “quelle che erano prima dell’escalation.”

In base a precedenti accordi non ufficiali raggiunti attraverso mediatori, Hamas ha tentato progetti economici su larga scala per contribuire a ridurre la disoccupazione che si aggira intorno al 50%, un ampio alleggerimento delle restrizioni agli spostamenti e un incremento delle forniture di energia elettrica da parte di Israele. Accusa Israele di muoversi troppo lentamente o di non rispettare i propri impegni.

Lunedì sera il COGAT, un ente militare israeliano responsabile delle questioni dei civili palestinesi, ha annunciato che avrebbe immediatamente riaperto l’unico valico commerciale di Gaza e ripreso la fornitura di carburante al territorio. Ha anche affermato che avrebbe riaperto una zona di pesca di 25 km dalle coste di Gaza.

Questa decisione verrà verificata sul terreno: se Hamas, che è responsabile di ogni azione intrapresa nella Striscia di Gaza, non rispetta i suoi obblighi, Israele si comporterà di conseguenza,” ha affermato.

L’inviato dell’ONU nella regione, Nickolay Mladenov, ha accolto favorevolmente l’accordo.

Porre fine al lancio di ordigni e proiettili incendiari, ripristinare la fornitura dell’elettricità consentirà all’ONU di concentrarsi sulla gestione della crisi da COVID-19”, ha twittato.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Uccisione di un paramedico a Betlemme

Da Gaza a Betlemme… la scia di sangue non si ferma

Pressenza

27.03.2019 Patrizia Cecconi

 

Fuori gli internazionali dalla Striscia di Gaza! I testimoni obiettivi sono sgraditi. Israele seguita a bombardare, non riconosce la tregua e i media mainstream dichiarano che Israele risponde ai missili inviati dalla resistenza gazawa e non dicono che invece non accetta il cessate il fuoco.  Anzi, per la verità i media che rispettano le veline israeliane non parlano mai di “resistenza”, sarebbe come legittimarla mediaticamente, la resistenza, effettivamente legittima per il Diritto internazionale. Loro parlano di terrorismo o, al più, di azioni armate, come se i missili israeliani fossero caramelle alle quali Hamas o Jihad rispondono con i loro razzi.

Israele ha invitato i vari consolati a ritirale i loro cooperanti e volontari. Qualcuno non voleva uscire, compreso chi scrive, ma la situazione si fa difficile, anche burocraticamente, dobbiamo assolutamente uscire. Ora siamo a Betlemme. Betlemme, per i cristiani il luogo di nascita di Gesù. Betlemme, per cristiani, musulmani e laici palestinesi luogo, al pari degli altri, di continua repressione e di continui crimini israeliani. ULTIMO QUELLO DI IERI SERA. Sajid Mezhir, un giovane infermiere che stava prestando soccorso ad alcuni ragazzi feriti dall’esercito occupante entrato nel campo profughi di Dheisheh, periferia di Betlemme.

A circa 70 chilometri da Betlemme, Gaza, tutta la notte sotto bombardamento. Ogni tanto sul cielo di Betlemme sfrecciava un F16. Gli esperti lo riconoscono dal rombo. Qui, guardare un areo che sfreccia in cielo non dà quasi mai l’idea della libertà di chi può viaggiare in luoghi esotici. Qui, quando sfreccia un aereo si guarda la direzione e poi si fa un cenno con la testa come a dire “è diretto laggiù”. E quando un aereo è diretto “laggiù” non porta turisti, non potrebbe neanche atterrare visto che nel 2001 Israele ha distrutto completamente l’aeroporto internazionale di Rafah-Striscia di Gaza, come prima azione di assedio, quella dal cielo, alla quale negli anni successivi, dopo aver evacuato la Striscia dai coloni ebrei, si sarebbe aggiunto l’assedio completo: da terra e dal mare. Quello contro il quale dimostrano i gazawi, ogni venerdì, da un anno esatto. Manifestazioni alle quali Israele ha risposto con 256 assassinati a freddo, ragazzi, donne, uomini e bambini, infermieri che prestavano soccorso, fotografi e giornalisti. Ne ha uccisi “solo” 256 perché i gazawi hanno organizzato una fitta cortina di fumo nero bruciando vecchi copertoni d’auto, ma ne hanno feriti circa 28 mila e di questi alcune centinaia resteranno invalidi a vita.

Ma in questi giorni a Gaza succede anche altro. Non una novità per la Striscia, ma certo non una cosa qualunque, vale a dire che Israele ha ripreso a bombardare pesantemente, e che la resistenza gazawa ha ripreso a lanciare missili. Una spirale senza fine che sembra vedere nelle prossime elezioni israeliane una delle sue cause perché, come ogni analista politico sa, la vittoria elettorale in Israele si gioca sulla capacità di dimostrare durezza contro il popolo palestinese occupato e, in particolare, contro quello assediato nella Striscia di Gaza. In base a quanto sopra il Consolato italiano, per la sicurezza dei suoi cittadini e dietro indicazioni israeliane circa la durezza dei bombardamenti, ha deciso l’evacuazione e quindi ci troviamo a Betlemme. Come diceva un giornalista molto importante, non può farsi buon giornalismo se non si ha empatia. Ebbene, senza la pretesa di fare buon giornalismo, posso dire che l’empatia con una comunità con la quale si sono vissuti mesi scanditi da bombardamenti, funerali, stato d’assedio, ma anche strana gioia, feste, allegria, sogni e lavoro, non può mancare. E’ proprio per quell’empatia che ci si sente quasi dei traditori dovendoli lasciare sotto le bombe perché noi, occidentali, possiamo contare su una protezione che non possiamo condividere con loro.

Bene, prendiamo le notizie telefonicamente. Questi circa 70 chilometri che ci separano li ripercorreremo presto a ritroso. Così almeno speriamo. Uscendo da Eretz abbiamo visto una lunga colonna di mezzi corazzati entrare. Non è certo un buon segno, ma speriamo che Netanyahu completi il suo messaggio elettorale senza ulteriori stragi e intanto speriamo di ritrovare tutti vivi i nostri interlocutori, amici più o meno stretti e conoscenti con cui abbiamo scambiato un sorriso, un caffè, uno shukran o un salam ailekum in tutto questo tempo.

Dunque, siamo a Betlemme. Non ci sono bombardamenti, noi siamo al sicuro. Betlemme è sotto intera giurisdizione dell’Autorità palestinese ma i soldati israeliani fanno continue incursioni nei due più grandi campi profughi alla sua periferia: Aida e Dheisheh. Entrano per arrestare, entrano per spaventare, entrano per controllare, entrano per capriccio. ENTRANO. E con estrema frequenza, quando entrano, corre il sangue. Quello dei feriti e, a volte, quello dei morti assassinati.

Ieri sera hanno ucciso deliberatamente il giovane Sajid Mezhir, solo 17 anni, mentre stava aiutando dei cittadini feriti dai soldati occupanti entrati nel campo. Soldati del più coccolato e più criminale Stato tra quelli considerati, in questo caso a torto, democratici: Israele.

Anche questa morte non farà notizia nei media mainstream, a meno che qualche giovane esasperato da tanta continua violenza impunita non decida di vendicarsi, in suo nome, contro qualche soldato israeliano. In quel caso i media alzeranno al massimo i loro megafoni per invocare all’unisono il coro che suona “SICUREZZA PER ISRAELE”.

Ho lasciato obtorto collo Gaza, dove il sangue palestinese scorre a fiumi, e sono tornata in Cisgiordania, dove il sangue palestinese seguita a scorrere senza interruzione. A Betlemme, a Nablus, a Gerusalemme, a Hebron….. Un unico popolo, diverse fazioni politiche, diverse leadership, ma un unico popolo che paga per l’arroganza criminale dell’unico vero nemico comune: l’occupazione israeliana della Palestina. Oggi i funerali di Sajid, ultimo giovane martire. Per ora.

 

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Attachi israeliani contro Gaza

Israele lancia attacchi contro Gaza, mettendo a rischio il ‘cessate il fuoco’

Fonti ufficiali israeliane hanno messo in discussione le affermazioni dei dirigenti di Hamas secondo cui è stato raggiunto un cessate il fuoco per porre fine alle violenze di questa settimana

 

Middle East Eye

 

Della Redazione di MEE

26 Marzo 2019

 

Israele ha colpito alcuni obiettivi nella Striscia di Gaza assediata, rompendo potenzialmente il cessate il fuoco che secondo Hamas sarebbe stato negoziato tra Egitto e Israele.

Secondo Haaretz, che ha citato un portavoce dell’esercito israeliano, Israele ha attaccato un complesso di edifici e un deposito di armi di Hamas nel distretto di Khan Younis.

Martedì sera l’esercito israeliano ha affermato che un razzo da Gaza ha colpito la regione israeliana di Ashkelon senza causare vittime o danni.

Martedì notte gli attacchi di Israele sono avvenuti un giorno dopo che un razzo da Gaza ha colpito una casa a nord di Tel Aviv.

Contrariamente alle affermazioni di Hamas, i mezzi di informazione israeliani Haaretz e Ynet martedì hanno informato che non è stato raggiunto un cessate il fuoco per porre fine al riacutizzarsi della violenza nella Striscia di Gaza durante questa settimana.

Durante la giornata di lunedì l’esercito israeliano ha bombardato alcuni obiettivi a Gaza, compresi l’ufficio del dirigente di Hamas Ismail Haniyeh e la casa di una famiglia palestinese nel centro di Gaza City.

La violenza è iniziata dopo che un razzo lanciato dal territorio palestinese assediato ha colpito una città nel centro di Israele, ferendo sette persone.

Israele ha subito accusato Hamas di essere dietro l’attacco, ma il gruppo palestinese ha negato ogni responsabilità.

Lunedì una fonte non identificata a Gaza ha detto all’AFP [agenzia di stampa francese, ndt.] che il razzo potrebbe essere stato lanciato inavvertitamente a causa del “cattivo tempo”.

Mentre montavano i timori di una guerra totale israeliana, il portavoce di Hamas Fawzi Barhoum lunedì sera ha detto che era stato raggiunto un cessate il fuoco.

Secondo il ministero della Sanità di Gaza sette palestinesi sono rimasti feriti durante la notte da attacchi aerei israeliani.

Secondo Haaretz martedì pomeriggio un razzo lanciato da Gaza è caduto in una zona disabitata in Israele, facendo scattare le sirene di allerta. Il razzo non ha causato nessun danno né feriti, afferma il giornale israeliano.

Un funzionario anonimo di Gaza ha detto alla Reuter [agenzia di stampa britannica, ndt.] che l’attacco con i razzi di martedì è stata un’azione individuale, non approvata da Hamas o da qualunque altro gruppo armato nel territorio palestinese.

 

“Faremo quello che è necessario”

Invece fonti ufficiali israeliane hanno chiesto una dura risposta contro Hamas.

Parlando martedì all’annuale conferenza del gruppo lobbystico filo-israeliano AIPAC in un video filmato da Israele, Netanyahu ha detto che è stata usata una “grande forza” per rispondere ad Hamas.

“Nelle ultime 24 ore (l’esercito israeliano) ha distrutto importanti installazioni terroristiche di Hamas a un livello mai più visto dalla fine dell’operazione militare a Gaza di quattro anni fa [operazione “Margine protettivo”, ndt.] … E vi posso dire che siamo pronti a fare molto di più,” ha detto il primo ministro israeliano.

“Faremo quanto necessario per difendere il nostro popolo e il nostro Stato.”

Le sue dichiarazioni arrivano a due sole settimane dalle elezioni israeliane, in cui [Netanyahu] deve affrontare un’importante sfida con l’ex-generale dell’esercito israeliano Benny Gantz.

Il ministro dell’Educazione israeliano di estrema destra, Naftali Bennett, un alleato di Netanyahu, ha invitato l’esercito del Paese a utilizzare la forza bruta per “neutralizzare” Hamas, mettendo in guardia contro il fatto di prendere una posizione debole contro il gruppo palestinese.

Secondo Haaretz martedì egli ha detto: “Se tu fuggi dal terrorismo, il terrorismo ti inseguirà.”

 

(Traduzione di Amedeo Rossi)

 




Altra guerra preelettorale

Non ce n’era proprio bisogno: un’altra guerra pre-elettorale contro Gaza

Ci vogliono leader capaci di parlare della fine dell’assedio, della fine dell’occupazione, di eguaglianza, di libertà e di sicurezza come unica soluzione sia per gli israeliani che per i palestinesi

+972

Di Haggai Matar e Oren Ziv – 25 marzo 2019

Il razzo lanciato da Gaza che lunedì mattina ha distrutto una casa e ferito sette persone nel centro di Israele ha colto di sorpresa gli israeliani. Da un lato è perfettamente comprensibile; non siamo abituati allo scoppio di razzi nella zona di Tel Aviv, e certamente non a razzi che abbiano un  effetto così devastante. Un attacco  contro civili, contro una famiglia che sta dormendo, è una cosa terrificante.

D’altro lato, l’attacco può sorprendere solo se lo si isola da tutte le vicende che non trovano spazio nell’informazione: i manifestanti disarmati uccisi alla barriera tra Israele e Gaza quasi ogni settimana (solo di recente un ragazzino di 14 anni è stato ucciso dai cecchini israeliani), diversi incidenti mortali in Cisgiordania nelle scorse settimane, e attacchi ed altre azioni intraprese contro prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Quando parliamo delle aggressioni palestinesi, difficilmente qualcuno cita il fatto che dall’inizio dell’anno le forze israeliane hanno ucciso 30 palestinesi a Gaza e in Cisgiordania.

Il lancio del razzo è una sorpresa solo se ci permettiamo di dimenticare il più ampio contesto della realtà quotidiana dell’occupazione – dagli arresti di bambini palestinesi nelle loro aule scolastiche agli attacchi dei coloni ai contadini palestinesi – o l’assedio di Gaza, che ha lasciato i suoi abitanti impoveriti e senza speranze.

Ovviamente  nulla di tutto ciò giustifica gli attacchi a civili israeliani, ma dovrebbe ricordarci che è Israele che attacca i civili palestinesi tutti i giorni. Non possiamo perdere di vista quel contesto quando parliamo di ciò che potrebbe succedere la prossima volta.

In risposta al lancio del razzo di lunedì mattina il primo ministro Netanyahu ha detto che Israele “risponderà con la forza”. (Nel momento in cui scriviamo quegli attacchi sono iniziati). Il vice ministro della Difesa Eli Ben Dahan, che ha visitato la casa distrutta nel moshav [comunità agricola cooperativa, ndt.] di Mishmarot, ha illustrato le tre opzioni del governo israeliano: continuare a colpire i “depositi vuoti” a Gaza, rioccupare la Striscia, o ripristinare il programma israeliano di omicidi mirati.

Il ministro dell’Educazione Naftali Bennett [del partito di estrema destra dei coloni “Casa Ebraica”, ndt.] ha detto che Hamas deve essere “sottomesso”, mentre il rivale di Netanyahu, Benny Gantz, i cui spot elettorali fanno vanto dell’aver ricacciato Gaza all’età della pietra, ha incolpato dell’attacco Netanyahu, per non aver colpito più duramente Hamas e Gaza. Politici di estrema destra hanno chiesto che Gaza venga “spianata”.

Alcuni abitanti di Mishmarot, tuttavia, hanno un approccio differente. Yoni Wolf, la cui famiglia vive nella casa distrutta dal razzo, lunedì mattina ha detto ai giornalisti che Israele deve “riconquistare non solo la propria capacità di deterrenza, ma anche il buonsenso.” Un altro abitante della città ha detto che uno dei suoi ex dipendenti, un palestinese di Gaza, lo ha chiamato per chiedergli come stava: “Non tutti ci odiano”, ha detto.

Il pericolo è che adesso, in seguito all’attacco a Mishmarot, alla luce delle imminenti elezioni e nel tentativo di mantenere la propria immagine di “mister sicurezza”, Netanyahu possa essere trascinato nel più letale e devastante ciclo di violenze cui abbiamo assistito dall’ultima guerra contro Gaza nel 2014.

Ma c’è un’altra strada. Possiamo fermare il massacro. Non dobbiamo scatenare un’altra guerra pre-elettorale. Possiamo smettere di lanciare vuoti slogan sulla distruzione del regime di Hamas. Sono bugie, sono sempre state bugie. Ciò di cui abbiamo bisogno è un leader che parli di negoziati, di porre termine all’assedio e all’occupazione, di eguaglianza, libertà e sicurezza come unica soluzione sia per gli israeliani che per i palestinesi.

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta in ebraico su Local Call [sito web israeliano legato a +972].

 

(Traduzione di Cristiana Cavagna)