Israele ha utilizzato la violenza sessualizzata come arma di colonialismo di insediamento dal 1948 a oggi

Nada Elia, Noura Erakat

21 Luglio 2026 – Mondoweiss

Un ampio nuovo rapporto del Palestinian Feminist Collective ricostruisce la violenza sessuale israeliana contro i palestinesi dalla Nakba del 1948 fino alla Gaza di oggi, dimostrando che non si tratta di abusi incidentali, ma di uno strumento deliberato di pulizia etnica e controllo.

Nel dicembre 2023 l’ex funzionario del Dipartimento di Stato Josh Paul ha dichiarato alla conduttrice della CNN Christiane Amanpour che, durante il suo servizio nel corpo diplomatico, era venuto a conoscenza dello stupro da parte di ufficiali israeliani di un ragazzo tredicenne mentre si trovava in stato di detenzione. In risposta alle richieste di chiarimento avanzate dagli Stati Uniti il governo israeliano ha designato Defense for Children International – l’organizzazione palestinese che aveva documentato l’abuso – come organizzazione terroristica.

Da allora sono emerse numerose testimonianze palestinesi, sufficienti a riempire le pagine dei rapporti dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR), della Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta sul Territorio Palestinese Occupato, nonché di B’Tselem, organizzazione israeliana per i diritti umani. Tra gli episodi più raccapriccianti figura un video trapelato che mostra cinque ufficiali israeliani stuprare in gruppo un detenuto palestinese nella prigione di Sde Teiman. Un tribunale israeliano non solo ha assolto gli ufficiali, ma la società israeliana li ha celebrati come eroi, protestando contro il loro processo in famigerati raduni “a favore dello stupro”. Eppure, quando il giornalista americano Nicholas Kristof ha pubblicato sul New York Times il suo editoriale che deplorava l’impunità per gli abusi sessuali sistematici contro i palestinesi in stato di detenzione israeliana, ha comunque affermato che non c’era “alcuna prova che i leader israeliani ordinino stupri”. (Il governo israeliano ha comunque minacciato di citare in giudizio il giornale per accusa del sangue [storico stereotipo antisemita secondo cui gli ebrei rapirebbero e ucciderebbero bambini cristiani a scopo rituale; il termine viene qui invocato dal governo israeliano per accusare l’autore dell’articolo di antisemitismo, ndt.]).

Sebbene Kristof, le Nazioni Unite e le organizzazioni per i diritti umani abbiano ragione a denunciare la mancanza di attenzione e di responsabilità per gli abusi sessuali contro i palestinesi, raramente si sono chiesti come la violenza sessualizzata abbia funzionato all’interno del più ampio sistema israeliano di conquista, occupazione e dominio.

Il 30 giugno 2026 il Palestinian Feminist Collective [rete di studiose, attiviste e professioniste palestinesi e della diaspora che promuove un’analisi femminista e decoloniale della causa palestinese, ndt.] ha pubblicato un rapporto che contribuisce a colmare questa lacuna con una ricerca meticolosa e una documentazione scrupolosa. A Predatory State: Israeli Systemic Sexualized and Gendered Violence against Palestinians [Uno Stato predatore: la violenza sistemica israeliana, sessualizzata e di genere, contro i palestinesi, ndt.] delinea uno schema pluridecennale di aggressione sessuale israeliana contro bambini, donne e uomini palestinesi. Per quanto strazianti siano le 200 pagine del rapporto, si tratta di una lettura necessaria per chiunque abbia a cuore i diritti umani e la giustizia di genere. L’ampiezza storica del rapporto, dai primi attacchi delle milizie sioniste contro una popolazione palestinese terrorizzata fino alla tortura sessuale che oggi si consuma nelle carceri israeliane ai danni dei prigionieri palestinesi, dovrebbe mettere definitivamente a tacere ogni tentativo di razionalizzare gli orrori attuali come una risposta ai presunti stupri commessi da militanti di Hamas ai danni di cittadini israeliani, o peggio ancora come la questione di pochi soldati fuori controllo. Il rapporto del PFC chiarisce che, al contrario, questa violenza è funzionale alla perpetrazione del genocidio del popolo palestinese.

Il rapporto ripercorre un caso del 1949, rivelato nel diario personale del primo Primo Ministro israeliano David Ben-Gurion, in cui questi descrive come un plotone di soldati israeliani avesse rapito una giovane beduina “sui quindici anni”. Quando l’ufficiale al comando diede loro la scelta tra impiegarla come personale di cucina o come schiava sessuale, gli ufficiali israeliani scelsero la seconda opzione. Le tagliarono i capelli e le lavarono la testa con cherosene, per poi stuprarla in gruppo con una violenza tale che, la mattina seguente, l’ufficiale responsabile, il Sottotenente Moshe, “ritenne opportuno toglierla dal mondo”.

La violenza di genere è uno strumento intrinseco al colonialismo di insediamento, non solo israeliano. Anche qui negli Stati Uniti, altro Stato coloniale di insediamento, il movimento Missing and Murdered Indigenous Women (MMIW) ha messo in luce l’impunità che circonda le aggressioni sessuali contro le donne indigene nelle riserve, dove la sovrapposizione delle giurisdizioni penali statunitense e tribale ha reso le donne indigene particolarmente vulnerabili a tali aggressioni. Non è un caso. Che si tratti di una crisi tuttora affrontata con risorse gravemente insufficienti e ancora irrisolta non è un caso.

Analogamente, in quanto progetto di costruzione nazionale, l’ideologia sionista richiede l’espropriazione della terra palestinese e in ultima analisi l’eliminazione dei palestinesi attraverso la negazione giuridica – la negazione del loro diritto all’autodeterminazione, la deportazione forzata, il contenimento e/o la distruzione. La violenza sessuale è centrale in questo sforzo, poiché al tempo stesso fa avanzare le ambizioni di pulizia etnica e distrugge la coesione sociale dei palestinesi che rimangono.

Lo storico israeliano Benny Morris, che lamenta il fatto che la Nakba del 1948 non si sia spinta abbastanza in là nella pulizia etnica della Palestina, ha registrato numerosi casi denunciati di stupro risalenti alla fondazione dello Stato sionista. Ha osservato che “poiché né le vittime né gli stupratori erano propensi a denunciare questi episodi, dobbiamo presumere che la dozzina di casi di stupro denunciati che ho rintracciato non rappresenti l’intera storia. Sono solo la punta dell’iceberg.” La violenza sessuale, come altre forme di violenza perpetrate durante la Nakba e da allora in poi, mirava a terrorizzare i palestinesi e a costringerli ad abbandonare le proprie città e i propri villaggi in cerca di salvezza.

I documenti ufficiali dimostrano che i più alti funzionari israeliani erano pienamente consapevoli di questi abusi. Il rapporto del PFC ripercorre questa storia da prima della fondazione di Israele fino all’attuale e intensificato genocidio a Gaza per illustrare come Israele abbia sempre fatto affidamento sulla violenza sessuale per portare avanti i propri piani coloniali. Vi si apprende dello stupro di civili durante la Nakba del 1948, della tortura sessuale di prigionieri innocenti in detenzione amministrativa durante e dopo la guerra del 1967 e dello stupro di attivisti di base durante l’Intifada, fino ad arrivare al 2023 – cioè prima del 7 ottobre 2023. Il rapporto offre inoltre un’analisi delle infondate accuse di stupro di massa rivolte ai militanti di Hamas per dimostrare come simili narrazioni contribuiscano a rafforzare una rappresentazione razializzata della società palestinese come incivile e indegna di vivere.

Dal suo utilizzo come metodo per espellere i palestinesi dalla propria terra nel 1948 fino all’impiego della violenza sessualizzata e di genere per torturare detenuti e prigionieri palestinesi all’indomani della guerra del 1967 e oltre, il rapporto dimostra che, pur mutando frequenza e forma, la violenza sessualizzata è rimasta una costante dello sfollamento e dell’oppressione coloniale di insediamento.

Gli Stati Uniti non possono trattare questo crimine come se fosse un problema altrui. I funzionari statunitensi sono stati informati di questi abusi. Le armi e il sostegno diplomatico degli Stati Uniti continuano a proteggere il sistema all’interno del quale essi si verificano. La responsabilità deve essere estesa oltre una manciata di soldati per raggiungere e smantellare le strutture legali, militari e politiche che ordinano e poi proteggono questi crimini.

Nada Elia

Nada Elia è Professore Associato di Studi Etnici, specializzata in lotte transnazionali, decoloniali e di genere, con un focus sull’America araba e la Palestina. Studiosa e attivista, Elia fa parte del Palestinian Feminist Collective. È autrice di Greater Than the Sum of Our Parts: Feminism, Inter/Nationalism, and Palestine (Pluto, 2023), e ha contribuito con capitoli a numerose antologie, tra cui The Case for Sanctions Against Israel (Haymarket, 2020).

Noura Erakat è avvocato per i diritti umani e Professore Associato di Africana Studies e del Programma di Giustizia Penale presso la Rutgers University, sede di New Brunswick. È co-autrice, insieme a John Reynolds, del libro di prossima pubblicazione Confronting Zionism: Decolonizing Palestine and Building the World Anew, edito da Haymarket Books.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Secondo B’Tselem Israele in Cisgiordania sta uccidendo il maggior numero di minori palestinesi dal 1967

Redazione di MEE

29 giugno 2026 – Middle East Eye

L’associazione per i diritti umani afferma che, nonostante l’elevato numero di vittime, nessuno è stato incriminato per l’uccisione di minori palestinesi dall’ottobre 2023 nella Cisgiordania occupata

Lunedì B’Tselem ha detto che le forze israeliane stanno uccidendo il maggior numero di minori palestinesi nella Cisgiordania occupata dal 1967, contando nel 2025 54 minori uccisi da colpi di arma da fuoco.

Il gruppo israeliano per i diritti umani ha affermato che quasi un palestinese su quattro ucciso dalle forze israeliane nei territori occupati dall’ottobre 2023 era minorenne, la percentuale più alta dall’inizio dell’occupazione.

Nonostante l’elevato numero di minori morti, nessuno è stato ritenuto responsabile e non sono note incriminazioni legate agli omicidi dall’ottobre 2023.

B’Tselem ha affermato che le morti non sono state “errori isolati o violazioni degli ordini militari”.

Al contrario, l’organizzazione ha affermato che tali uccisioni sono il risultato di una politica israeliana che consente regole di ingaggio permissive, etichetta sistematicamente i palestinesi come “terroristi” e protegge i soldati che fanno uso di forza letale.

“L’uccisione diffusa e senza precedenti di bambini e adolescenti palestinesi in Cisgiordania è il risultato di una più ampia politica israeliana che permette l’uccisione di palestinesi praticamente senza che i responsabili vengano chiamati a risponderne”, ha dichiarato Yuli Novak, direttore esecutivo di B’Tselem.

“Quando il comandante militare dell’area si vanta che Israele sta uccidendo palestinesi ‘come non si uccideva dal 1967’, sta confermando esattamente questo: il sistema non si limita a sostenere chi preme il grilletto, ma di fatto gli concede la licenza di uccidere”.

Via libera all’uccisione di minori

All’inizio di quest’anno il comandante militare israeliano della Cisgiordania occupata, Avi Bluth, ha affermato che l’esercito stava uccidendo palestinesi a livelli “mai visti dal 1967”.

Ha rilasciato queste dichiarazioni in un incontro riservato in cui ha anche difeso le regole di ingaggio più permissive che consentono alle truppe di aprire il fuoco su palestinesi disarmati.

Bluth ha riconosciuto un approccio discriminatorio in base al quale gli israeliani ebrei che lanciano pietre non vengono presi di mira, mentre i palestinesi che compiono azioni simili vengono uccisi.

“In tre anni abbiamo ucciso 1.500 terroristi”, ha detto, riferendosi ai palestinesi.

“Allora come mai non c’è un’intifada? Perché non scendono in piazza? Perché l’opinione pubblica palestinese è indifferente? Perché non ci sono disordini?”

Bluth, un colono che comanda le forze israeliane in Cisgiordania dal 2024, ha aggiunto: “Gli arabi capiscono che ‘se qualcuno si alza per ucciderti, uccidilo per primo’ fa parte delle regole in Medio Oriente, e quindi stiamo uccidendo come non facevamo dal 1967”.

Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), dal 7 ottobre 2023 le forze israeliane hanno ucciso 1.105 palestinesi in Cisgiordania e a Gerusalemme Est occupata, tra cui almeno 242 minori.

B’Tselem ha affermato che in quasi un quarto dei casi documentati le forze israeliane hanno “ritardato o impedito al personale medico” di raggiungere i minori feriti, contribuendo alla loro morte.

L’associazione ha anche affermato che Israele ha sequestrato decine di corpi di palestinesi uccisi. [Le salme di] almeno 18 minori uccisi nel 2025 sono ancora detenute dalle autorità israeliane.

Sebbene la dichiarazione di B’Tselem si concentri principalmente sulla Cisgiordania occupata, l’organizzazione afferma che le uccisioni sono collegate a quelle di Gaza. Una caratteristica particolare del genocidio israeliano a Gaza è stato che si sia concentrato in particolare sui minori.

“Le uccisioni in Cisgiordania non possono essere separate dall’uccisione da parte di Israele di oltre 21.000 minori palestinesi nella Striscia di Gaza”, ha dichiarato B’Tselem.

“Permettendo a Israele di uccidere su tale scala a Gaza senza conseguenze, la comunità internazionale gli ha di fatto dato il via libera per perseguire la stessa politica mortale in Cisgiordania. Finché Israele continuerà a godere di un’impunità pressoché totale nel mondo, le vite dei palestinesi, compresi i bambini, rimarranno indifese e in pericolo”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




B’Tselem pubblica un video che mostra un soldato israeliano che spara ad un neonato palestinese in Cisgiordania

Redazione di MEMO

10 giugno 2026 – Middle East Monitor

Un nuovo video pubblicato martedì dal Centro di Informazioni Israeliano per i Diritti Umani B’Tselem mostra un soldato israeliano che spara quattro giorni fa ad un neonato palestinese di sette mesi mentre era tra le braccia di sua madre ad Hebron, nel sud della Cisgiordania.

B’Tselem ha affermato di aver ottenuto il video che mostra i colpi di arma da fuoco di cui è stata oggetto la famiglia Abu Hikal e che hanno ucciso il neonato Sam Abu Hikal e ferito i suoi genitori.

Il video mostra chiaramente che il soldato israeliano ha sparato all’auto che stava per fermarsi, mentre era ancora distante dai soldati e non poneva alcuna minaccia.

Il video mostra anche il padre che tiene il bambino e cerca di fermare l’emorragia alla testa, e la madre, anche lei colpita mentre teneva in braccio il figlio, siede sulla strada vicino all’auto di famiglia.

B’Tselem ha aggiunto che l’incidente è occorso venerdì 5 giugno mentre la famiglia palestinese stava tornando da una visita a parenti a Tel Rumeida, un quartiere di Hebron.

La sparatoria è accaduta dopo che il padre, alla guida dell’auto, ha visto i soldati sulla strada e ha rallentato.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




I soldati israeliani che hanno stuprato in gruppo un prigioniero palestinese sono ora liberi di tornare al servizio militare

Jonathan Ofir  

18 marzo 2026  Mondoweiss

La disumanizzazione della società israeliana raggiunge un nuovo minimo storico: i soldati che hanno stuprato in gruppo un prigioniero palestinese di Gaza non solo sono stati liberati, ma addirittura celebrati e raccomandati per il ritorno al servizio militare

Lunedì 16 marzo il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha incontrato un gruppo di soldati israeliani e si è scusato con loro per “l’ingiustizia subita a causa del sistema”, ordinando alle Forze di Difesa Israeliane (IDF) di reintegrarli immediatamente in servizio.

I soldati in questione erano quelli che avevano violentato in gruppo un prigioniero palestinese di Gaza. Solo una settimana prima dell’incontro con Katz i soldati erano stati prosciolti da tutte le accuse dopo che il caso contro di loro era stato archiviato dal nuovo Capo Avvocato Militare israeliano (CMA), il Maggiore Generale Itay Ofir.

“Giustizia è stata fatta e questa nube oscura è stata rimossa da voi e dai vostri familiari… Mi congratulo con il nuovo CMA, che, a differenza del suo predecessore, persegue una politica di protezione dei soldati e non dei terroristi”, ha dichiarato Katz lunedì. “Ho dato istruzioni all’apparato di sicurezza e alle IDF di agire affinché possiate tornare in servizio, come meglio credete e come desiderate, per contribuire a far parte della grande vittoria”.

Katz è stato solo l’ultimo politico israeliano a celebrare gli accusati di stupro. Dopo la chiusura del caso la scorsa settimana, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha rilasciato una dichiarazione di congratulazioni: “L’accusa del sangue [archetipo antisemita relativo ad omicidi rituali, ndt.] contro i combattenti della Forza 100, nota come ‘caso Sde Teiman’, che ha diffamato Israele in tutto il mondo ad un livello senza precedenti, è stata archiviata.

È inconcepibile che ci sia voluto così tanto tempo per chiudere il caso, condotto in modo criminale contro combattenti delle Forze di Difesa Israeliane che si sono scontrati con i peggiori dei nostri nemici. Lo Stato di Israele deve dare la caccia ai suoi nemici, non ai suoi eroici combattenti.”

Lo stupro di gruppo aveva suscitato scandalo in Israele poiché nell’agosto del 2024 era trapelato un video, ripreso da una telecamera di sorveglianza nel famigerato campo di tortura di Sde Teiman, parte di una rete di campi di tortura documentata dall’organizzazione israeliana B’tselem nel suo rapporto “Benvenuti all’inferno”, anch’esso del 2024. Lo stupro di gruppo, anche con l’uso di cani, è parte integrante delle torture sistematiche che gli ostaggi palestinesi sono costretti a subire. Il caso relativo al filmato includeva anche prove forensi di gravi percosse – frattura di una costola, perforazione di un polmone – oltre alla lacerazione del retto causata da un oggetto appuntito inserito nell’ano del prigioniero.

Ma lo scandalo che ha travolto Israele non era nato dall’indignazione pubblica per questo crimine brutale e atroce. No, era il fatto che qualcuno avesse cercato di portare alla luce il crimine.

Si è scoperto che il filmato era stato diffuso all’epoca dall’ex capo dell’ufficio legale militare, maggiore generale Yifat Tomer-Yerushalmi. È stata arrestata e alla fine ha scelto di dimettersi a novembre. Queste dimissioni sono state un regalo per l’establishment politico israeliano, con il Ministro della Difesa Israel Katz che ha accelerato la nomina di Itay Ofir alla posizione vacante. Ofir (nessuna parentela con chi scrive, tra l’altro) ha fatto il suo dovere. Il caso è ora chiuso.

Ofir è un ex soldato combattente della Brigata Givati ​​e riservista della Brigata Negev, oltre ad avere una formazione giuridica. “I soldati delle Forze di Difesa Israeliane devono godere della fiducia pubblica, e quindi l’Ufficio del Procuratore Militare Generale deve godere della fiducia del pubblico”, ha dichiarato Katz durante la cerimonia di insediamento di Ofir. “Affronteremo questa crisi correggendo i gravi errori, traendone insegnamenti e mettendoli in pratica. Solo così potremo ristabilire la fiducia di cui le Forze di Difesa Israeliane hanno bisogno più di ogni altra cosa… Sono fiducioso che trasformerete questa grave crisi in un’opportunità per ricostruire e riorganizzare l’Ufficio del Procuratore Generale Militare.”

La giustificazione di Israele nel chiudere il caso

È evidente che l’“indagine” su questo crimine sia stata una farsa fin dall’inizio, soprattutto considerando come l’establishment abbia celebrato questi stupratori per tutta la durata del caso. Ciononostante, vale la pena di esaminare le ragioni legali addotte da Ofir per giustificare la sua decisione.

Il ragionamento di Ofir mette in luce quella che lui considera la mancanza di prove e quelli che definisce “problemi procedurali” relativi alla gestione del caso, in particolare la fuga di notizie e la sua discussione sui media.

Per quanto riguarda le prove, egli sottolinea il fatto che il detenuto palestinese che è stato brutalizzato si trova ora a Gaza: “In ottobre il detenuto è stato rilasciato nella Striscia di Gaza nell’ambito del piano per il rilascio degli israeliani rapiti. Questa nuova circostanza modifica significativamente le prove e rende difficile dimostrare parti importanti dell’accusa”.

Il detenuto si trova ora a Gaza. Ofir sostiene che Israele, che controlla Gaza fin nei minimi dettagli a partire dai certificati di nascita, e può telefonare ai palestinesi per avvisarli che la loro casa sta per essere bombardata, non riesce a contattarlo. E sebbene le cartelle cliniche facciano parte del caso da tempo, ora è “difficile”, per modo di dire, dimostrare le sue affermazioni. Ofir ammette che “da un lato, il materiale probatorio del caso ha presentato un quadro grave e preoccupante riguardo agli imputati”, ma ahimè, “il quadro probatorio è complesso”.

Ofir afferma inoltre che il video “non rappresenta un quadro inconfutabile delle accuse attribuite agli imputati”. Il fatto che a queste prove si aggiunga la testimonianza della vittima, oltre alle cartelle cliniche, non sembra essere d’aiuto.

Riguardo alla diffusione del video, Ofir osserva che “questi eventi” ancora una volta “ledono gravemente il diritto ad un giusto processo e il senso di giustizia ed equità che devono essere alla base di qualsiasi procedimento penale”.

Si tratta di un tentativo palesemente disperato di proteggere i soldati dalla giustizia. Ironicamente, l’espressione “protezione dalla giustizia” è stata ripetutamente utilizzata nella sentenza, nel senso di proteggere gli imputati dal sistema giudiziario. È esattamente il tipo di ragionamento che emerge dal messaggio di Katz: i soldati delle Forze di Difesa Israeliane devono essere difesi e protetti, altrimenti si starebbe dalla parte dei terroristi.

Che dire di una società che celebra gli stupratori?

 Ma non si tratta solo di una questione legale, è una questione sociale. Per comprendere la situazione attuale della società israeliana è opportuno paragonare questo caso all’omicidio di Elor Azarya nel 2016, in cui il soldato paramedico sparò in testa e uccise a bruciapelo un sospetto palestinese già inerme. Come nel caso dello stupro di Sde Teiman, anche il crimine di Azarya fu ripreso da un video. Sebbene, secondo i suoi commilitoni, ciò che fece fosse successo già “molte volte”, il suo ruolo fu quello di “mela marcia”, a dimostrazione dell’innocenza del sistema. Il processo ad Azarya fu una farsa e, dopo nove mesi di carcere, tornò a casa accolto come un eroe.

Nell’agosto del 2024, mentre la notizia del caso Sde Teiman travolgeva Israele, ero ancora convinto che l’esito sarebbe stato simbolico, simile a quanto accaduto nel caso Azarya: una simbolica bottarella sul polso, per ragioni di pubbliche relazioni internazionali. Questa era chiaramente l’intenzione dell’ex commissaria generale Yifat Tomer-Yerushalmi. Il motivo per cui fece trapelare il video era che riteneva che senza di esso il caso si sarebbe chiuso. Quindi cercò di garantire che venisse fatta giustizia, almeno in apparenza, in un caso così lampante. Ma alla fine la situazione le si ritorse contro, e ora si festeggia il fatto che il suo piano sia stato sventato. Gli stupratori, già celebrati da alcuni media come delle star, riceveranno ora un sostegno ancora maggiore per la presunta ingiustizia che avrebbero subito.

A quanto pare la società israeliana è ora meno interessata alle pubbliche relazioni internazionali rispetto al passato, nonostante i massicci sforzi di propaganda all’estero. La vena genocida è così forte da prevalere persino sulla preoccupazione di apparire civile.

Netanyahu sostiene che sia il caso stesso ad aver diffamato Israele. Ma no, Israele si diffama da solo, non riesce a farne a meno. In altre parole, la chiusura di questo caso e i relativi commenti celebrativi mostrano il vero volto di Israele.

Questo invia un messaggio forte a tutti i torturatori israeliani: lo stupro è legale.

Sulla scia del caso Azarya, gli israeliani hanno coniato un termine popolare chiamato “effetto Azarya”, suggerendo che il processo ad Azarya abbia creato un deterrente controproducente che ha indotto i soldati a esitare a sparare ai palestinesi.

Il caso Sde Teiman, a sua volta, ha un altro effetto. La sua chiusura segnala che lo stupro è legale, permesso e forse persino benvenuto, contro quei “crudeli mostri”, come li definisce il ministro della Difesa Katz. Il predecessore di Katz, Yoav Galant, li aveva definiti “animali umani”. Chiunque avesse la felice idea di perseguire coloro che violentano questi crudeli e mostruosi animali umani ne subirà le conseguenze. La disumanizzazione della società israeliana ha raggiunto un nuovo minimo storico, e questo rappresenta un momento estremamente pericoloso per i palestinesi. Immaginate: quegli stupratori potrebbero semplicemente tornare a Sde Teiman, o in qualsiasi altra prigione del sistema di segrete di tortura, e dire “benvenuti all’inferno”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Costretti a consegnare un figlio all’esercito israeliano in cambio di un altro; otto mesi dopo muore in prigione

Lubna Masarwa

2 febbraio 2026 – Middle East Eye

I palestinesi maltrattati nelle carceri israeliane muoiono in proporzioni senza precedenti per negligenza medica e i loro corpi non vengono restituiti alle famiglie

I genitori di Ahmad Tazaza sono tormentati dal dolore e dal senso di colpa per la morte del figlio, avvenuta lo scorso agosto nella famigerata prigione israeliana di Megiddo.

Quando lo hanno consegnato alle autorità israeliane nella Cisgiordania occupata nel gennaio 2025, Ahmad era un giovane di 20 anni in buona salute, senza precedenti clinici noti.

I suoi genitori affermano di non sapere ancora perché il loro figlio, il più giovane di tre fratelli, fosse ricercato. Ma le circostanze della sua detenzione non sono dissimili da quelle affrontate da migliaia di altri giovani palestinesi.

Ahmad è stato trattenuto in stato di detenzione amministrativa, una forma di detenzione arbitraria a tempo indeterminato senza accusa, processo o contatti con avvocati. Sulla base dei dati ufficiali del Servizio Penitenziario Israeliano, nel settembre 2025 erano 10.465 gli uomini palestinesi detenuti come “prigionieri di sicurezza”, di cui 7.425 provenienti dalla Cisgiordania e Gerusalemme Est.

Per molti mesi la casa di Tazaza nella città di Qabatiya, nella Cisgiordania settentrionale, era stata ripetutamente presa di mira dalle forze di sicurezza israeliane che lo cercavano e la famiglia veniva molestata e minacciata.

“Hanno distrutto la casa e spaccato tutto”, ha raccontato a Middle East Eye Najah Abdul Qader, la madre di Ahmad.

“Non era a casa; lavorava al mercato e quella notte stava dormendo lì. Hanno preso suo fratello e suo padre. La mattina dopo li hanno rilasciati e hanno detto: ‘Vogliamo lui'”.

In una telefonata successiva, racconta Qader, un soldato israeliano aveva minacciato di bombardare la casa se Ahmad non si fosse consegnato. In un’occasione precedente era già riuscito a salvarsi per un pelo saltando fuori da un’auto mentre veniva schiacciata da un bulldozer israeliano.

Alla fine, non essendo riusciti a trovarlo, le forze israeliane sono arrivate e hanno arrestato suo fratello una seconda volta. Saeed Tazaza, il padre di Ahmad, ricorda con le lacrime agli occhi cosa è successo dopo.

“Ci hanno detto: ‘Non lo rilasceremo finché non ci porterete il vostro [altro] figlio’. Suo fratello è sposato e ha due figli. Così abbiamo detto ad Ahmad che volevamo vederlo. Lo abbiamo raggiunto e portato via con noi.”

Accompagnati dall’altro figlio, i genitori di Ahmad lo hanno consegnato al checkpoint di Salem, vicino a Jenin.

“Lo abbiamo consegnato”, afferma Qader. “Ci ha guardato e ho capito che non sarebbe tornato. Ho capito che non avrebbe fatto ritorno quando si è voltato prima di andar via.”

Mentre Ahmad scompariva i genitori si dicevano di avergli salvato la vita; che avrebbe trascorso un po’ di tempo in prigione e poi sarebbe stato rilasciato.

“Ho consegnato mio figlio perché avevo paura per lui. Avevo paura che morisse”, dice suo padre. “Siamo stati costretti e lo abbiamo consegnato. Cosa potevamo fare? Questo è il nostro destino.”

Aggiunge Qader: “Mi aveva detto: ‘Mamma, in prigione torturano la gente’. Gli ho risposto: ‘Lascia che ti torturino, ma non ucciderti, non spararti’. Oggi per strada sparano a persone che non hanno fatto nulla.

Ora me ne pento. L’ho consegnato alla morte con le mie stesse mani. Ho consegnato mio figlio al nemico. Ma la verità è che volevamo proteggerlo.”

Cure mediche negate

Secondo il rapporto post-mortem visionato da MEE Ahmad Tazaza è morto il 3 agosto 2025 a 21 anni nel carcere di Megiddo.

Il rapporto, datato 8 agosto, è stato redatto da un medico che lavora per Physicians for Human Rights Israel (PHRI), un’organizzazione per i diritti umani che, quando consentito dalle autorità israeliane, invia osservatori a monitorare le autopsie dei prigionieri palestinesi.

Vi si legge che al momento della detenzione Tazaza era in “buone condizioni di salute”.

Secondo i verbali della prigione aveva sofferto di diarrea e scabbia e qualche giorno prima di morire aveva lamentato mal di gola. Il 2 agosto è stato visitato dal medico di turno, che ha notato delle macchie di sangue sui pantaloni.

Il referto affermava: “Durante la visita il signor Tazaza ha chiesto di andare in bagno e in seguito è crollato a terra, perdendo conoscenza e funzioni vitali. Sono stati avviati tentativi di rianimazione, ma nonostante l’intubazione e la rianimazione cardiopolmonare, è stato dichiarato morto”.

Secondo il referto l’autopsia ha rivelato possibili indicatori di una grave patologia tumorale del sangue, come leucemia acuta o linfoma aggressivo. Non c’erano prove di “cause di morte improvvisa”, si leggeva.

Tuttavia, in assenza del corpo, che è ancora detenuto dalle autorità israeliane, i genitori di Ahmad contestano fermamente la versione sulla sua morte presentata dal referto dell’autopsia.

Durante gli otto mesi di detenzione non hanno potuto vedere Ahmad né parlargli, e si sono affidati principalmente alle notizie su di lui riferite da altri prigionieri dopo il loro rilascio.

Sono stati informati della sua morte da un ufficiale di collegamento del Comitato Internazionale della Croce Rossa, sebbene dal 7 ottobre 2023 il CICR non abbia più avuto accesso ai palestinesi nelle carceri israeliane.

I detenuti erano sottoposti a violenza e abusi frequenti, sistematici e organizzati”, tra cui violenze sessuali e aggressioni da parte di cani.

Le condizioni di vita sono state descritte come disumane”, con i prigionieri rinchiusi in celle sporche e sovraffollate, privati di cibo adeguato e di cure mediche, il che costituisce di per sé una forma di tortura, ha affermato B’Tselem. Degli 84 prigionieri della cui morte in prigione B’Tselem era a conoscenza, solo quattro corpi sono stati rilasciati.

Domenica il quotidiano israeliano Haaretz, citando i dati raccolti da Al-Quds Legal Aid and Human Rights Center (JLAC), un’organizzazione per i diritti dei palestinesi con sede a Ramallah, ha riferito che Israele trattiene al momento i corpi di almeno 776 palestinesi identificati e di 10 cittadini stranieri, compresi gli almeno 88 deceduti sotto custodia israeliana.

Ha affermato che i dati indicano che Israele sta trattenendo i corpi nell’ambito di una deliberata “politica di vendetta e per infliggere intenzionalmente sofferenza alle famiglie”.

A novembre il PHRI ha riferito che almeno 94 palestinesi sono morti nelle carceri israeliane tra ottobre 2023 e agosto 2025, nell’ambito di quella che ha descritto come una politica ufficiale contro i palestinesi detenuti che ha portato a un numero di decessi senza precedenti.

Ha affermato che il servizio carcerario e l’esercito israeliani hanno sistematicamente insabbiato le circostanze dei decessi dei prigionieri, omettendo inoltre di avvisare le famiglie, rifiutando la restituzione delle salme, ritardando le autopsie ed eseguendole senza la presenza di un medico nominato dai familiari.

Naji Abbas, referente del PHRI per i prigionieri e i detenuti ha dichiarato a MEE che da novembre il numero di decessi confermati è salito ad almeno 101,

specificando: “Nell’ultimo anno la causa principale è stata la negligenza medica.

Quando parliamo di negligenza medica non ci riferiamo all’accezione prebellica del termine, ovvero ritardi negli appuntamenti, cancellazioni o procrastinazione.

Stiamo parlando di una politica, a tutti gli effetti ufficiale, volta a impedire le cure mediche. Oggi il prigioniero o il detenuto palestinese non ha la possibilità di vedere un medico quando e dove ne ha bisogno. Questa possibilità non esiste.”

Anche degli ex detenuti hanno raccontato a MEE di come durante la detenzione siano state loro negate le cure per gravi patologie.

Muhammed Shalamesh è stato arrestato a 17 anni nel gennaio 2024 e ha trascorso i successivi due anni in prigione, in regime di detenzione amministrativa.

Durante quel periodo Shalamesh ha dichiarato di essere stato ripetutamente sottoposto a percosse e costretto ai lavori forzati per quattro mesi.

Ha anche detto di aver sofferto di dolori cronici sempre più forti perché gli è stata negata la cura per le ferite riportate quando fu colpito a fuoco dai soldati israeliani all’ingresso del campo profughi di Jenin nel giugno 2023.

Shalamesh solleva la felpa nera e la maglietta bianca per mostrare le cicatrici dei proiettili che lo hanno colpito al petto e all’addome. La maggior parte del dito medio della mano destra, dove è stato colpito da un terzo proiettile, è mancante.

“A poco a poco il dolore è aumentato, il dolore causato dalle ferite ha continuato a peggiorare. Ho continuato a soffrire finché non sono più riuscito a stare in piedi”, dice.

“Sono andato dal medico e gli ho detto che avevo bisogno di cure e che non riuscivo a dormire la notte. Mi ha risposto: ‘Sei venuto qui per morire, non per essere curato’.

“Gli ho chiesto: ‘Non mi vuoi curare?’. E lui ha risposto: ‘No. Se potessi ti ucciderei’.”

Le condizioni di Shalamesh hanno continuato a peggiorare. Dice di essere stato picchiato con manganelli di ferro all’interno del furgone durante il trasferimento al carcere del Negev.

Shalamesh racconta che alla fine gli sono stati somministrati antidolorifici, ma solo dopo un grave peggioramento delle sue condizioni e pochi giorni prima del suo rilascio e trasferimento all’ospedale penitenziario di Ramle.

Quando hanno visto che le mie condizioni erano peggiorate, hanno iniziato a curarmi, ma non era una cura adeguata. Hanno pensato che stavo per essere liberato e che le mie condizioni erano peggiorate al punto che avrei potuto morire in prigione”, dice.

Nonostante fossi ferito sono stato trattato come tutti gli altri. Ho visto persone morire in prigione per mancanza di cure, soprusi, percosse e assenza di assistenza medica. Avevo paura di morire da un momento allaltro per mancanza di cure”.

“Come nel 1800”

Ahmad Zaoul e sua moglie, Um Khalil Zaoul, stanno ancora aspettando delle risposte sulla morte del loro figlio ventiseienne, Sakhr Zaoul, avvenuta nel carcere di Ofer il 14 dicembre 2025.

Sakhr, la cui famiglia è originaria di Husan vicino a Betlemme, si trovava a Ofer da sole due settimane, essendo stato trasferito lì dal carcere di Etzion, dove era rimasto dal giorno del suo arresto a giugno.

Aveva già trascorso tre anni in prigione ed era classificato come detenuto di sicurezza, in detenzione amministrativa.

Prima del suo arresto Sakhr non aveva problemi di salute, ha detto suo padre, e stava progettando di aprire in proprio un ristorante.

Durante la detenzione facevamo affidamento su coloro che venivano rilasciati per avere sue notizie. Ci dicevano che stava bene ed era in buona salute. Ma nelle ultime due settimane non abbiamo ricevuto alcuna notizia”, riferisce a MEE.

Dopo la sua morte i genitori di Sakhr hanno appreso da ex detenuti che il figlio si era ammalato ma non aveva ricevuto assistenza medica.

Ci è stato detto che la sua condizione era caratterizzata da gonfiore, vomito di sangue e febbre alta”, dice Shmad Zaoul.

Il referto dell’autopsia di Sakhr riporta che al momento dell’arresto era “in buona salute” e che sei giorni prima della morte gli erano stati prescritti antibiotici.

All’1:00 del 14 dicembre, il personale medico del carcere è stato chiamato per soccorrerlo, ma poco dopo ha vomitato sangue ed è collassato. Alle 2:30 del mattino è stato dichiarato morto.

Il referto rileva che Sakhr era stato sottoposto a un intervento chirurgico al cuore da bambino e il decesso potrebbe essere stato causato da un’emottisi – un riversamento di sangue nei polmoni – causata da complicazioni legate all’operazione.

Ma il corpo di Sakhr non è stato restituito alla famiglia e i suoi genitori ritengono che la sua morte sia più probabilmente legata alla violenza inflitta ai detenuti e alle condizioni di vita nelle prigioni.

“Uccidono i nostri figli e poi cercano scuse, dicendo che forse era malato”, dice Um Khalil Zaoul.

“Mio figlio è stato operato a sei anni. È cresciuto, è stato imprigionato ed è stato picchiato mille volte. E ora dicono che è morto a causa di un’operazione subita a sei anni?

Se l’operazione lo ha danneggiato, allora liberatelo perché lo possa curare, mandare in ospedale, fatemelo sapere, non lasciate che mi svegli una mattina per scoprire di non avere più un figlio”.

Naji Abbas, del PHRI, osserva che i referti autoptici visionati dalle famiglie di Ahmad Tazaza e Sakhr Zaoul riportano risultati preliminari e che sono necessarie ulteriori indagini per determinare con maggiore certezza le cause della morte.

Pur riconoscendo che le loro conclusioni continueranno a essere contestate e messe in discussione fintanto che le autorità israeliane continueranno a trattenere i corpi, Abbas afferma che la morte di entrambi mette in luce la minaccia mortale rappresentata dalla negligenza medica deliberata/intenzionale nei confronti di tutti i prigionieri palestinesi.

Sostiene Abbas: “Questa politica, combinata con la fame e le aggressioni, mette a rischio tutti i 10.000 prigionieri. Oggi anche la più piccola infezione può portare alla morte. Questa realtà ci riporta al 1800. Persino un’infezione cutanea, entrando nel flusso sanguigno per via di una ferita, può portare all’arresto delle funzioni vitali”.

I vestiti di Ahmad Tazaza sono ancora appesi nell’armadio di casa, dice a MEE la madre Najah Abdul Qader, aggiungendo di aver vissuto dalla sua morte “giorni neri, ogni giorno. Mi addormento piangendo e mi sveglio piangendo. Se il pianto potesse riportarlo in vita piangerei giorno e notte”.

Senza un corpo da seppellire i genitori di Ahmad si aggrappano alla speranza che possa essere vivo, ripetendosi una storia che hanno sentito su un prigioniero ricomparso a Betlemme dopo essere stato precedentemente dato per morto.

“Voglio vederlo. Voglio vederlo anche se è morto”, dice Qadir.

“Dicono che sia morto, ma io non ci credo. Se Dio vorrà, verrà fuori che è ancora vivo. Voglio vederlo. Se è morto, seppellirlo con le proprie mani e sapere che ha una tomba pacifica il cuore.

“Perché lo tengono? Cosa vogliono da lui?”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




B’Tselem: i coloni non vengono puniti per le 21 uccisioni durante la ‘pulizia etnica’ in Cisgiordania

 Mera Aladam

25 novembre 2025 – Middle East Eye

Con il bilancio dei morti in Cisgiordania salito a 1.000 dall’ottobre 2023, i palestinesi dicono che ‘la morte è inevitabile’.

I coloni israeliani non sono stati puniti per le 21 uccisioni di palestinesi nel corso degli ultimi due anni, in quella che B’Tselem descrive come una campagna di “pulizia etnica” nella Cisgiordania occupata. L’associazione [israeliana] per i diritti umani nota che dal 7 ottobre 2023 l’esercito ha messo in atto “regole d’ingaggio sempre più lassiste e scriteriate per l’uso delle armi da fuoco” nei territori palestinesi, compreso l’utilizzo di bombardamenti aerei.

L’esercito ha anche armato “migliaia di coloni” ignorando i loro sanguinosi attacchi quasi quotidiani contro i civili palestinesi.

Lunedì in un post sulle reti sociali B’Tselem ha affermato che dall’ottobre 2023 ci sono stati 21 casi di coloni che hanno ucciso palestinesi, ma “neppure uno dei responsabili è stato condannato.”

Secondo i calcoli di B’Tselem da allora le forze israeliane e i coloni hanno ucciso nel complesso più di 1.004 palestinesi in Cisgiordania, inclusi 217 minori.

Nella Striscia di Gaza le forze israeliane hanno ucciso circa 70.000 palestinesi, tra cui almeno 20.000 minori, mentre altre 10.000 persone sono disperse e presumibilmente morte.

“Stiamo assistendo all’abbandono totale della vita dei palestinesi,” ha affermato Yuli Novak, la direttrice esecutiva di B’Tselem.

“Giorno dopo giorno la situazione in Cisgiordania sta peggiorando e non potrà che peggiorare ulteriormente perché non c’è un meccanismo interno o esterno che limiti o blocchi la politica di continua pulizia etnica di Israele.” Ha invitato la comunità internazionale a porre fine all’ “impunità” di Israele.

Lunedì durante un’incursione nei pressi di Nablus le forze israeliane hanno colpito e ucciso Abdul Raouf Ishtayeh. Il giorno prima coloni e soldati israeliani hanno fatto irruzione nel villaggio di Deir Jarir, a est di Ramallah, e hanno aperto il fuoco contro palestinesi, uccidendo il ventenne Bara Khairy Ali Maali.

“Con questa totale impunità coloni armati attaccano quotidianamente i palestinesi, bruciano case, terreni agricoli e coltivazioni, saccheggiando proprietà e uccidendo abitanti,” afferma B’Tselem. “Benché ogni giorno avvengano decine di queste aggressioni, e molte siano riprese in video e ben documentate, raramente le autorità preposte all’applicazione della legge avviano indagini.”

Rimanere o rimanere”

Un’abitante di Tulkarem, che desidera rimanere anonima per problemi di sicurezza, ha detto a Middle East Eye che la situazione in Cisgiordania sta diventando sempre più difficile per i palestinesi, molti dei quali vivono nella paura e nell’angoscia.

Di recente la sua zona è stata colpita da un’ondata di restrizioni, arresti e incursioni violente da parte di Israele: “Negli ultimi due anni, dal 7 ottobre, il numero dei posti di blocco è salito a 707, ostacolando gravemente gli spostamenti dei cittadini” afferma, aggiungendo che agli ingressi e alle uscite di varie città palestinesi sono stati piazzati cancelli di ferro controllati dalle forze israeliane.

Nel contesto di continue violenze le truppe israeliane hanno anche occupato vari campi profughi, espellendone gli abitanti.

Le espulsioni sono state aggravate da quella che gli abitanti di Tulkarem descrivono come una “gravissima situazione economica” in seguito ai ritardi nel trasferimento delle imposte [da Israele] all’Autorità Palestinese. “In Cisgiordania ciò ha portato al mancato pagamento di stipendi ai dipendenti pubblici palestinesi, che stanno lottando per sopravvivere con il minimo indispensabile delle necessità fondamentali,” afferma. “Non hanno sicurezza né introiti stabili.”

Su come i locali si preparano agli imminenti attacchi l’abitante afferma che non ci sono “alternative” se non rimanere “saldi e risoluti” sulla loro terra.

“In termini palestinesi, la nostra sensazione è che la morte è inevitabile e possa dio accettare i martiri e concedere loro la pace,” sostiene. “Per i palestinesi non ci sono alternative: rimanere o rimanere.”

Aggiunge che le famiglie “non si possono permettere il lusso della tristezza o di prendere in considerazione alternative” quando piangono la morte di familiari o resistono alle difficoltà quotidiane sotto l’occupazione israeliana.

Violenza “frequente e organizzata” dei coloni

Ameer Dawood, della Colonization and Wall Resistance Commission [Commissione di Resistenza contro la Colonizzazione e il Muro] (CWRC), descrive l’incremento delle violenze dei coloni negli ultimi due anni come “sia allarmante sia senza precedenti per livello e intensità.”

Tra gli attacchi documentati dalle squadre della CWRC negli ultimi tempi ci sono incendi, aggressioni fisiche contro palestinesi, pestaggi di volontari internazionali e distruzione di coltivazioni e strutture agricole.

“Fanno parte di un modello costante di violenza in aumento che si è intensificato lo scorso anno,” dice a MEE Dawood, direttore generale per l’informazione e il monitoraggio del CWRC.

Aggiunge che il fatto che i coloni prendano di mira i contadini è “economicamente dannoso e psicologicamente devastante.”

“I coloni responsabili di questi attacchi agiscono sempre più con un esteso senso di impunità, spesso con la protezione o la presenza delle forze di sicurezza israeliane,” spiega.

Nel contempo, aggiunge, recenti cambiamenti politici hanno effettivamente dato ai gruppi guidati dai coloni più potere sulla sicurezza e sulla gestione della terra, rafforzando fazioni estremiste e consentendo che avvengano azioni violente senza conseguenze.

Dawood avverte che, senza un immediato intervento per imporre la legge o arginare il potere concesso ai gruppi di coloni estremisti, il “modello di violenza” probabilmente continuerà.

“Senza che siano chiamati a risponderne, gli attacchi probabilmente diventeranno più frequenti, più organizzati e più pericolosi, destabilizzando ulteriormente le comunità rurali e aggravando la crisi umanitaria e politica in Cisgiordania.”

E sottolinea che l’escalation non deve essere considerata come “spontanea”, ma piuttosto come il “risultato di decisioni strutturali che hanno consentito e normalizzato la violenza dei coloni.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Oltre 100.000 palestinesi probabilmente uccisi a Gaza, afferma un importante istituto tedesco

Redazione MEE

25 novembre 2025-Middle East Monitor

Il Max Planck Institute rileva che il bilancio delle vittime della guerra a Gaza è considerevolmente superiore alle cifre fornite dal Ministero della Salute palestinese

Almeno 100.000 palestinesi sono stati verosimilmente uccisi nella guerra israeliana a Gaza, secondo un nuovo studio pubblicato da uno dei principali istituti di ricerca tedeschi, il Max Planck Institute for Demographic Research (MPIDR) [Istituto Max Plank per la ricerca demografica].

L’MPIDR ha pubblicato martedì un rapporto che stabilisce che il numero di persone uccise nella Striscia di Gaza è notevolmente superiore alle cifre fornite dal Ministero della Salute palestinese.

L’MPIDR è la seconda più grande istituzione europea per la ricerca demografica e una delle più grandi al mondo.

Lo studio stima che 78.318 persone siano state uccise a Gaza tra il 7 ottobre 2023 e la fine del 2024 come conseguenza diretta della guerra. In un’analisi successiva, gli autori hanno scoperto che il numero di morti provocate dal conflitto a Gaza aveva probabilmente superato le 100.000 unità entro il 6 ottobre 2025.

Secondo il Ministero della Salute palestinese a Gaza almeno 69.733 persone sono state uccise dalla guerra israeliana contro Gaza.

Il rapporto del MPIDR cita alcune delle fonti pubbliche utilizzate per la raccolta dei dati: il Ministero della Salute di Gaza, il Centro d’Informazione Israeliano per i Diritti Umani nei Territori Occupati (B’Tselem), due enti delle Nazioni Unite, ovverosia l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari e il Gruppo Interagenzia per la Stima della Mortalità Infantile, e l’Ufficio Centrale Palestinese di Statistica.

Si legge nel documento che “L’aspettativa di vita a Gaza è diminuita del 44% nel 2023 e del 47% nel 2024 rispetto a quanto sarebbe stata senza la guerra, equivalenti a perdite rispettivamente di 34,4 e 36,4 anni”.

La guerra di Israele contro Gaza è iniziata dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 guidato da Hamas al sud di Israele.

Genocidio

Nei due anni successivi Israele ha ridotto l’enclave in macerie con un attacco che le Nazioni Unite, esperti di diritti umani, studiosi del genocidio e decine di leader mondiali hanno concluso essere un genocidio.

Il recente rapporto pubblicato dalla conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo afferma che il bombardamento dell’enclave ha creato un “abisso creato dall’uomo”.

Sebbene il bilancio delle vittime dell’Istituto Max Planck sia molto più alto di quello registrato dal Ministero della Salute palestinese, lo studio si è astenuto dal pronunciarsi sulla questione se l’attacco di Israele costituisca un genocidio.

“Lo studio ha anche rilevato che la distribuzione per età e genere delle morti violente a Gaza tra il 7 ottobre 2023 e il 31 dicembre 2024 assomigliava molto ai modelli demografici osservati in diversi genocidi documentati dal Gruppo inter-agenzia delle Nazioni Unite per la stima della mortalità infantile (UN IGME).”

“Poiché genocidio è un termine giuridico molto specifico devono essere soddisfatti alcuni criteri aggiuntivi affinché sia ​​applicabile. Questo non era l’obiettivo di questo studio”, si legge nel rapporto. Gli studiosi, tuttavia, hanno dettagliato il modello statistico utilizzato per determinare quella che hanno definito la “mortalità correlata al conflitto” a Gaza.

“Le nostre stime dell’impatto della guerra sull’aspettativa di vita a Gaza e in Palestina sono significative, ma probabilmente rappresentano solo un limite inferiore dell’effettivo carico di morti” ha affermato Ana C. Gomez-Ugarte, una delle autrici del rapporto. “La nostra analisi si concentra esclusivamente sulle morti dirette legate al conflitto. Gli effetti indiretti della guerra, spesso più gravi e duraturi, non vengono quantificati nelle nostre considerazioni”, ha aggiunto.

L’11 ottobre è iniziato un cessate il fuoco a Gaza, mediato dagli Stati Uniti. Tuttavia Israele ha continuato a colpire l’enclave, violando l’accordo.

Secondo le autorità di Gaza, almeno 339 palestinesi sono stati uccisi da attacchi israeliani in quasi 500 violazioni del cessate il fuoco.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




In Israele lo stupro dei prigionieri palestinesi è ammesso. Far trapelare il filmato è tradimento

Lubna Masarwa

3 novembre 2025 – Middle East Eye

La diffusione di un video che mostra l’orrendo stupro a Sde Teiman ha scosso il Paese più del crimine stesso

Quando lo scorso anno è trapelato un video che mostrava soldati israeliani che stupravano un prigioniero palestinese, l’indignazione in Israele è stata immediata, ma non riguardo al crimine.

Al contrario, lo sdegno era rivolto alla fuga di notizie.

La settimana scorsa Yifat Tomer-Yerushalmi si è dimessa da avvocato dell’esercito israeliano dopo la conferma del suo coinvolgimento nella diffusione del filmato della televisione a circuito chiuso dall’interno del famigerato campo di detenzione di Sde Teiman durante la guerra genocida di Israele a Gaza.

Nel filmato si vedono soldati israeliani pesantemente armati afferrare e portare via un prigioniero palestinese bendato e poi circondarlo con scudi antisommossa per nascondere il loro stupro di gruppo.

Il palestinese che, secondo alcune informazioni, da allora è stato rimandato a Gaza, ha subito una ferita all’ano, un trauma intestinale, danni ai polmoni e costole rotte.

Dopo la diffusione del video Tomer-Yerushalmi, che ha speso tutta la sua carriera nella difesa dell’esercito israeliano, si è trovata ad essere perseguitata da politici di destra.

Il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha criticato l’avvocatessa affermando che ha agito contro soldati israeliani e “con la fuga di notizie ha alimentato calunnie sanguinose contro lo Stato di Israele”.

Intanto i soldati accusati dello stupro hanno tenuto una conferenza stampa chiedendo un risarcimento per “il danno alla propria immagine”.

Resa dei conti morale

In un Paese che si vanta costantemente di rispettare lo stato di diritto, questo episodio avrebbe dovuto scatenare una rivalsa morale. Invece ha rivelato quanto profonda sia la disumanizzazione dei palestinesi e quanto siano diventate normali la violenza sessuale e la tortura all’interno delle strutture detentive israeliane.

Nella loro conferenza stampa davanti all’Alta Corte i quattro soldati accusati dello stupro di gruppo si sono vantati di essere ancora liberi.

Con indosso dei passamontagna, in un evidente tentativo di evitare di essere perseguiti presso la Corte Penale Internazionale, hanno dichiarato: “Vinceremo”.

Avete cercato di spezzarci, ma avete dimenticato una cosa: noi siamo la Forza 100”, hanno detto, riferendosi alla loro unità antiterrorismo.

Non si vergognavano, erano baldanzosi. Il messaggio era inequivocabile: in Israele ogni stupro può essere riproposto come gesto eroico quando la vittima è palestinese.

Intanto la leadership del Paese ha serrato i ranghi intorno agli esecutori.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha rifiutato di denunciare l’aggressione. Ha invece definito la fuga di notizie “forse il più grave attacco propagandistico che lo Stato di Israele abbia subito dalla sua fondazione.”

La sua preoccupazione era per l’immagine di Israele, non per l’uomo brutalizzato sullo schermo.

Questa inversione morale non è una falla isolata. Un recente rapporto dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, intitolato “Benvenuti all’inferno”,[vedi Zeitun,rdr] ha documentato gli stupri sistematici sui detenuti palestinesi durante la guerra di Israele nell’enclave (di Gaza).

Cinquantacinque ex prigionieri hanno descritto percosse, privazione del sonno e violenza sessuale. Fadi Baker, di 25 anni, ha raccontato che i soldati lo hanno bruciato con le sigarette e gli hanno messo ai genitali delle pinze a cui erano legati oggetti pesanti. Poi è stato lasciato nudo in una cella gelata per due giorni, con musica assordante.

L’Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha riferito la morte di decine di palestinesi sotto detenzione israeliana dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023.

Sistema di impunità

Queste testimonianze descrivono il quadro di un sistema detentivo governato dall’impunità. Anche quando emergono le prove – come è successo l’anno scorso nel carcere di Sde Teiman, quando sono stati arrestati dei soldati per stupro – i politici si affrettano a difendere gli accusati.

Membri di estrema destra del parlamento hanno invaso infuriati le basi militari, minacciato gli accusatori ed accusato gli organi giuridici dell’esercito di “tradire” la nazione.

I social media sono stati sommersi da richieste di “bruciare” e “lapidare” i funzionari che indagano sui soldati.

Da quando Israele ha scatenato l’attacco a Gaza gli abusi sessuali e la tortura dei palestinesi sono diventati incontrollati in tutti i territori occupati, come hanno ripetutamente documentato le Nazioni Unite e le associazioni per i diritti umani.

La pretesa che l’esercito israeliano sia “un esercito morale” – se non l’ “esercito più morale del mondo” – si è rivelata essere solo un altro tentativo delle pubbliche relazioni di coprire i crimini di Israele contro il popolo palestinese.

In Israele la divulgazione del video ha scosso gli israeliani più del crimine stesso.

Ha mostrato quanto Israele abbia perso la sua capacità di sdegno morale quando le vittime sono palestinesi.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Lubna Masarwa è giornalista e capo dell’ufficio di Middle East Eye per Palestina e Israele. Vive a Gerusalemme.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Ostaggi, detenuti, prigionieri: i mezzi di comunicazione occidentali privilegiano ancora le vite degli israeliani su quelle dei palestinesi

Mohamad Elmasry

14 ottobre 2025 – Middle East Eye

L’informazione mainstream sullo scambio di prigionieri tra Israele e Hamas evidenzia la persistente tendenziosità filo-israeliana dei media occidentali, per cui gli israeliani vengono umanizzati mentre i palestinesi vengono cancellati dalla vista.

Lunedì Israele e Hamas hanno scambiato prigionieri come parte del piano di cessate il fuoco del presidente statunitense Donald Trump.

L’informazione dei principali mezzi di comunicazione occidentali ha riproposto gli stessi pregiudizi filo-israeliani che hanno a lungo caratterizzato i reportage su Israele e Palestina che danno la priorità alle vite degli israeliani su quelle dei palestinesi.

Le principali testate come la BBC, il New York Times, il Wall Street Journal, la CNN, l’Associated Press, il Washington Post, la Reuters, la Deutsche Welle e l’Agence France-Presse hanno messo in primo piano gli ostaggi israeliani, sia vivi che morti, mentre hanno in buona misura minimizzato quanto hanno subito i palestinesi.

Su giornali, reti televisive, siti web e reti sociali gli ostaggi israeliani e le loro famiglie hanno ricevuto molta più attenzione – e sono stati resi umani con dettagli personali e immagini emotive – rispetto ai palestinesi.

Per esempio sette su otto tweet dell’AFP sullo scambio si sono concentrati esclusivamente sui prigionieri israeliani. La Reuter ha pubblicato una serie di 36 foto, 26 delle quali ospitavano gli ostaggi israeliani, le loro famiglie o cittadini qualunque che festeggiavano, mentre solo 9 ritraevano palestinesi.

Anche se il sito della BBC ha presentato vari articoli sullo scambio, compresi alcuni sui prigionieri palestinesi e sulle loro famiglie, ha pubblicato anche un profilo dettagliato ed empatico dei 20 ostaggi israeliani rilasciati intitolato “Chi sono gli ostaggi rilasciati?”, senza una empatia simile per i palestinesi.

La CNN ha informato del rilascio di “prigionieri” palestinesi ed ha incluso alcuni dettagli che li rendevano umani, ma il titolo della sua notizia principale, “Le famiglie degli ostaggi riunite mentre Trump è acclamato nel parlamento israeliano”, ha menzionato solo gli israeliani.

Allo stesso modo la lista del Washington Post di sei “sviluppi chiave” inizia con il discorso di Trump, la guerra a Gaza e il summit di Sharm el-Sheikh. Il seguente elenco di punti si concentra sugli ostaggi israeliani, sia vivi che morti, mentre solo l’ultimo punto cita i palestinesi.

Il Post ha proposto un certo livello di umanizzazione dei palestinesi, ma lo sbilanciamento a favore di Israele rimane evidente.

Attenzione diseguale

Da quando due settimane fa Trump ha annunciato il suo piano l’informazione occidentale si è concentrata molto di più sulle richieste ad Hamas per la consegna dei resti dei 28 ostaggi israeliani morti. Molta meno attenzione è stata dedicata agli obblighi di Israele, in base al punto 5 del piano, di restituire i resti di 420 palestinesi che ha trattenuto a lungo.

Questo sbilanciamento è continuato lunedì. Ricerche sugli archivi di notizie mostrano un’ampia attenzione sui corpi degli israeliani e praticamente nessuna citazione dei resti di palestinesi.

Questo eclatante doppio standard riflette radicati problemi nell’informazione occidentale, che ignora e minimizza sistematicamente le violazioni israeliane dei diritti umani.

Secondo l’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem Israele ha una “prassi consolidata” di trattenimento dei corpi dei palestinesi per utilizzarli come “merce di scambio” nei negoziati. Le leggi israeliane contro il terrorismo consentono al governo di tenere i cadaveri dei palestinesi e di impedirne i funerali. Più di 600 corpi di palestinesi sono attualmente trattenuti da Israele, una situazione di cui i mezzi di comunicazione occidentali raramente rendono nota.

Doppio standard linguistico

Praticamente tutti i mezzi di informazione occidentali fanno riferimento ai prigionieri israeliani come a “ostaggi”, un uso giustificabile in base al diritto internazionale, dato che quelli presi da Hamas rispondono alla classica definizione giuridica di presa di ostaggi. Tuttavia la domanda è perché i palestinesi presi prigionieri da Israele non vengono descritti allo stesso modo.

Dopo il 7 ottobre Israele ha arrestato più di 1.700 civili di Gaza, comprese molte donne e minori che non hanno avuto alcun ruolo nell’attacco. Sono stati imprigionati senza alcuna imputazione per circa due anni.

Data l’evidente intenzione israeliana di utilizzare quei detenuti come merce di scambio nei negoziati, in base alle leggi internazionali senza dubbio anche loro corrispondono alla definizione di ostaggi. Ciononostante i media occidentali continuano ad etichettarli solo come “detenuti” o “prigionieri”, riflettendo un persistente doppio standard linguistico che modella le percezioni di innocenza, colpa e sofferenza.

Ricerche accademiche hanno a lungo documentato questo modello in base al quale i mezzi di comunicazione occidentali riservano le descrizioni più crude alle azioni palestinesi mentre attenuano quelle riguardanti Israele. Decenni di studi dimostrano anche che l’informazione occidentale su Israele e Palestina spesso omette un contesto fondamentale, che riguarda soprattutto le violazioni da parte di Israele. L’informazione di lunedì sullo scambio di prigionieri non ha fatto eccezione.

La mia verifica ha scoperto poche citazioni dell’illegale occupazione israeliana della Cisgiordania, del continuo assedio a Gaza o delle accuse di genocidio contro Israele. Dove è stato inserito il contesto spesso si è concentrato sugli attacchi di Hamas il 7 ottobre.

Un’omissione particolarmente rivelatrice nell’informazione occidentale sullo scambio di prigionieri è il fatto che ai palestinesi è stato esplicitamente vietato di festeggiare il ritorno delle persone rilasciate. Mentre gli israeliani sono stati incoraggiati a fare festa per il ritorno degli ostaggi, i palestinesi presenti fuori dal carcere di Ofer, nella Cisgiordania occupata, sono stati accolti dalla polizia israeliana che ha sparato gas lacrimogeni contro le famiglie e i giornalisti. Il Guardian è stato tra i pochi giornali importanti ad aver evidenziato il divieto.

Tali momenti non sono dettagli secondari: il tentativo israeliano di controllare persino le manifestazioni emotive dei palestinesi evidenzia ulteriormente sia l’asimmetria di potere che la crudeltà della sua occupazione militare.

Ripensamento dei media

Il racconto dei mezzi di comunicazione occidentali dello scambio di prigionieri è andato oltre al fatto di privilegiare una parte, ha rafforzato una gerarchia di valore tra gli esseri umani in cui le vite degli israeliani sono intrinsecamente più importanti e degne di compassione di quelle dei palestinesi.

Ciò è in linea con una ricerca più ampia sul modo in cui i media hanno informato sulla guerra. Per esempio uno studio pubblicato lo scorso anno riguardo alle prime due settimane della guerra, quando erano stati uccisi circa 3.000 palestinesi e circa 1.200 israeliani, ha rilevato che i giornali presi a campione hanno pubblicato notizie quattro volte più emotive e personali sulle vittime israeliane che su quelle palestinesi.

Altri studi confermano la cronica fiducia eccessiva dei mezzi di comunicazione occidentali nelle fonti filo-israeliane. Ma su Israele e Palestina i lettori stanno cambiando, così come l’opinione pubblica. Negli ultimi due anni la simpatia per i palestinesi è nettamente aumentata tra le opinioni pubbliche occidentali, soprattutto tra i giovani e, mentre la fiducia nei principali mezzi di comunicazione declina, questi sono sottoposti a critiche sempre crescenti.

Alla luce di questo cambiamento non sorprende che molte persone, soprattutto giovani, si rivolgano invece a piattaforme di notizie indipendenti o alternative per informarsi su Israele e Palestina.

Anche nelle redazioni monta il dissenso. Sono scoppiate proteste dei giornalisti nei principali mezzi di informazione, tra cui il Los Angeles Times, il New York Times e la BBC, dove centinaia di giornalisti hanno manifestato rabbia contro le politiche editoriali palesemente filo-israeliane.

Quando le redazioni riconosceranno la gravità di questa crisi? Per il bene di lettori, giornalisti e palestinesi che soffrono, un ripensamento non arriverà mai troppo presto.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Mohamad Elmasry is Professor of Media Studies at the Doha Institute for Graduate Studies.

Mohamad Elmasry è docente di Studi sui Media presso l’Istituto per gli Studi Superiori di Doha.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




I renitenti alla leva israeliani sfidano l’inasprimento delle pene per protestare contro il genocidio

Oren Ziv

8 settembre 2025 – +972 Magazine

Di fronte a pene detentive più lunghe e a una maggiore ostilità da parte dell’opinione pubblica, una nuova generazione di obiettori di coscienza sostiene che il rifiuto è sia un dovere morale che un atto di speranza.

A metà luglio alcune decine di giovani attivisti israeliani di origine ebraica hanno marciato per le strade di Tel Aviv per protestare contro il genocidio in corso a Gaza. La manifestazione si è conclusa in piazza Habima, nel centro della città, dove 10 partecipanti che avevano ricevuto la cartolina di precetto militare l’hanno data alle fiamme, dichiarando pubblicamente il proprio rifiuto di arruolarsi.

Il gesto ha scatenato un putiferio sui social media israeliani, innescando un’ondata di messaggi privati, alcuni di sostegno, altri ostili, oltre ad accuse di istigazione provenienti da pagine di destra.

«Dopo che abbiamo bruciato le cartoline le persone mi hanno contattato ogni singolo giorno», ha dichiarato in un’intervista a +972 la diciannovenne Yona Roseman, una dei partecipanti. «Non so se questo da solo possa portare a un cambiamento, ma anche un soldato in meno che prende parte al genocidio è un passo positivo».

Roseman è una dei sette giovani israeliani incarcerati ad agosto per aver rifiutato il servizio militare in segno di protesta contro il genocidio e l’occupazione israeliana. Secondo la rete degli obiettori di coscienza Mesarvot [“rifiutiamo” in ebraico, ndt.] si tratta del numero più alto di incarcerazioni simultanee da quando il gruppo ha iniziato a operare nel 2016. Le loro condanne vanno dai 20 ai 45 giorni, dopo di che verranno probabilmente convocati nuovamente, scontando altri periodi di reclusione prima di essere ufficialmente congedati.

In totale dall’inizio della guerra 17 giovani israeliani sono stati incarcerati per aver pubblicamente rifiutato l’arruolamento. Il primo è stato Tal Mitnick, imprigionato per 185 giorni. Un altro, Itamar Greenberg, è stato detenuto per quasi 200 giorni, la condanna più lunga per un obiettore di coscienza degli ultimi dieci anni. I loro casi segnalano un irrigidimento della posizione dell’esercito; secondo Mesarvot, i militari sembrano aver abbandonato la precedente politica di rilasciare i renitenti dopo 120 giorni, mentre le pene detentive prolungate diventano la nuova norma.

Sebbene l’obiezione di coscienza tra i giovani in età di leva rimanga rara nella società israeliana, l’offensiva israeliana su Gaza ha innescato un’ondata di rifiuto più ampia tra i riservisti che hanno già completato il servizio militare obbligatorio. Oltre 300 hanno cercato sostegno dal movimento di obiezione Yesh Gvul [in ebraico “C’è un limite”, ndt.], la maggior parte dei quali richiamati in servizio a Gaza.

«Ciò che caratterizza questa ondata [di rifiuto], a differenza di quanto avvenuto durante la Prima Guerra in Libano e le Intifade [Prima e Seconda], è che allora c’erano obiettori selettivi – coloro che si rifiutavano di andare in Libano o in Cisgiordania», ha spiegato Ishai Menuchin, presidente di Yesh Gvul. «Ma ora, questi sono renitenti che, per la maggior parte, non sono per nulla disposti a prestare servizio nell’esercito».

A differenza degli obiettori di coscienza in età di leva l’esercito generalmente opta per rilasciare rapidamente i riservisti renitenti o trovare altri accordi. Dei 300 riservisti supportati da Yesh Gvul, solo quattro sono stati processati.

«Oggi la decisione di rifiutare è molto più semplice»

Il 17 agosto, giorno in cui Roseman ha annunciato il suo rifiuto, circa 150 manifestanti si sono riuniti fuori dall’ufficio di reclutamento della sua città natale, Haifa. Roseman, che era già stata arrestata sei volte durante manifestazioni organizzate da palestinesi a Haifa, ha assistito alla rapida dichiarazione di illegalità della protesta da parte della polizia e all’arresto violento di 10 persone, una prassi comune durante i raduni contro la guerra guidati da palestinesi in città.

«Il vero riconoscimento della scala di distruzione che il nostro Stato sta seminando, della sofferenza che infligge ai suoi sudditi, ci impone di agire di conseguenza», ha dichiarato alla folla prima che la protesta venisse dispersa. «Se vedete l’entità delle atrocità e vi considerate persone morali non potete continuare a vivere come prima, nonostante il prezzo sia sociale che legale».

Roseman aveva deciso di rifiutare per la prima volta all’inizio del 2023, partecipando a manifestazioni settimanali contro i tentativi del governo di indebolire la magistratura. In quel periodo manifestava con il “blocco anti-occupazione”, un piccolo contingente che insisteva nel collegare la riforma giudiziaria con l’occupazione israeliana in corso dei territori palestinesi, spesso a dispetto degli organizzatori principali delle proteste. È stata anche una dei 230 giovani firmatari della lettera “Gioventù contro la dittatura” poche settimane prima del 7 ottobre, i cui sottoscrittori si impegnavano a «rifiutare di unirsi all’esercito finché la democrazia non sarà garantita a tutti coloro che vivono entro la giurisdizione del governo israeliano».

«Penso che oggi la decisione di rifiutare sia molto più semplice», ha affermato Roseman. «Non c’è molta necessità o desiderio di filosofare sul militarismo e sull’obbedienza perché c’è un genocidio in corso, ed è ovvio che non ci si arruola in un esercito che sta commettendo un genocidio».

Già profondamente coinvolta nell’attivismo con i palestinesi – fornendo “presenza protettiva” alle comunità rurali palestinesi in Cisgiordania contro la violenza dei coloni e dell’esercito e partecipando a manifestazioni anti-genocidio a Haifa – Roseman ha affermato che le sue relazioni personali con attivisti palestinesi non hanno fatto che rafforzare la sua decisione di rifiutare. «Se vuoi essere un alleato per i palestinesi non puoi unirti all’esercito che li sta uccidendo», ha detto. «Queste sono persone che conosci, le cui case vengono demolite o che vengono uccise».

Il suo lavoro di solidarietà con i palestinesi, ha aggiunto, ha anche messo in luce i limiti del tentativo di riformare il sistema dall’interno. «Più di una volta un soldato mi ha lanciato una granata stordente, mi ha arrestata o ho visto soldati demolire case in cui avevo dormito, case di compagni attivisti palestinesi. Questo cambia davvero la tua prospettiva, la tua comprensione che questo non è “il mio” esercito, che l’esercito è contro di me».

Al di fuori degli ambienti di attivisti la decisione di Roseman di rifiutare ha avuto un costo personale. «Alcuni compagni di classe hanno troncato i rapporti con me per questo motivo. Ho interrotto prematuramente il mio programma di anno sabbatico a causa delle difficoltà legate al mio rifiuto», ha spiegato. La sua famiglia, ha aggiunto, «mi ha sostenuta in quanto loro figlia, ma non è una decisione che hanno appoggiato».

A differenza della maggior parte dei renitenti nelle carceri militari israeliane, Roseman passa la maggior parte delle ore del giorno in isolamento. In quanto detenuta trans, la politica dell’esercito prevede che venga portata fuori solo per brevi pause e in ultima fila – lo stesso trattamento subito da un’altra renitente alla leva trans, Ella Keidar Greenberg, all’inizio di quest’anno.

«È importante per me sottolineare, soprattutto dopo essere stata trattata in modo umiliante in seguito ai miei arresti durante le proteste, che l’atteggiamento dello Stato verso le persone queer è liberale e progressista solo in specifiche condizioni», ha dichiarato. «Nel momento in cui non rispetti lo standard nazionale, i tuoi diritti ti vengono negati».

«Non siamo arrivati a questo per caso»

Il 31 luglio, poche settimane prima dell’incarcerazione di Roseman, due diciottenni israeliani – Ayana Gerstmann e Yuval Peleg – sono stati condannati rispettivamente a 30 e 20 giorni di prigione per essersi rifiutati di arruolarsi. In seguito Gerstmann è stata rilasciata, mentre Peleg è stato condannato a ulteriori 30 giorni. Se i casi recenti sono indicativi, probabilmente ne affronterà altri quattro o cinque prima del congedo.

«Sono qui per rifiutare di prendere parte a un genocidio e per inviare un messaggio a chiunque voglia ascoltare: finché il genocidio continua non possiamo vivere in pace e sicurezza», ha dichiarato Peleg prima di entrare in prigione.

Cresciuto in una famiglia sionista liberale nella benestante città di Kfar Saba, Peleg ha detto che la sua decisione di rifiutare è recente. «A casa non abbiamo mai parlato di rifiuto [della leva]. Abbiamo parlato molto di Bibi [Netanyahu] e un po’ di occupazione», ha detto in un’intervista congiunta con Gerstmann prima della loro reclusione.

Per Peleg, l’esposizione a media online non israeliani nei primi giorni della guerra è stata una svolta. «Mi ha dato una prospettiva che non avevo avuto crescendo», ha detto. «A un certo punto, mi sono reso conto che l’esercito israeliano non è l’esercito morale, protettivo e buono che pensavo fosse».

Mentre la guerra avanzava e la portata dell’assalto israeliano a Gaza diventava più evidente, «non arruolarsi è diventata una decisione relativamente facile», ha affermato. Il rifiuto gli ha anche offerto l’opportunità di esprimere dissenso. «Non c’è quasi posto in questo paese dove si possano dire queste cose».

Per Gerstmann, cresciuta a Ramat Gan, quartiere residenziale di Tel Aviv, la decisione di rifiutare è maturata nel corso degli anni. «In quinta elementare ci è stato assegnato come compito scolastico di scrivere su luoghi di Gerusalemme per il Giorno di Gerusalemme. Avrebbe dovuto suscitare sentimenti patriottici, ma per me ha fatto il contrario», ha ricordato.

Sebbene l’occupazione fosse spesso discussa in famiglia, non l’aveva veramente incontrata fino a quel momento. «Mia mamma mi ha suggerito di controllare il sito web di B’Tselem [ONG israeliana per i diritti umani nei territori occupati, ndt.] e leggere su Gerusalemme Est per il progetto scolastico», ha detto a +972. « È stata la prima volta che ho visto cosa vi stava succedendo. Ero scioccata».

Nel sistema educativo israeliano, ha aggiunto, «parlano sempre di Gerusalemme Est solo nel contesto della “riunificazione” della città e lodano la guerra [del 1967, durante la quale fu occupata]. Improvvisamente mi sono trovata di fronte alle ingiustizie e sofferenze che ciò ha comportato».

All’età di 16 anni aveva già deciso di non arruolarsi nell’esercito. «Ho detto a un’amica che volevo ottenere un’esenzione per motivi di salute mentale perché mi opponevo all’occupazione», ha detto. La sua amica l’ha sfidata: “Se queste sono le tue convinzioni perché non le dichiari apertamente? Perché hai bisogno di nasconderti dietro a una bugia?”

«Quello è stato il momento in cui ho capito», ha ricordato. «Mi sono resa conto che aveva ragione – che dovevo gridare il mio rifiuto in modo chiaro e pubblico».

Come Roseman e Peleg, anche Gerstmann ha sentito che le ragioni per il rifiuto erano divenute innegabili con l’inizio della guerra a Gaza e l’intensificarsi dell’assalto israeliano al popolo palestinese. «È diventato molto più chiaro che rifiutare è la cosa giusta da fare, che non devi cooperare con ciò che l’esercito sta facendo a Gaza», ha detto.

Gerstmann e Peleg sperano che il loro rifiuto mandi un messaggio a ogni soldato che viene mandato a Gaza: c’è una scelta. «Per anni siamo stati condizionati a pensare che devi arruolarti, che è impossibile metterlo in discussione. Ma ciò che stiamo vedendo ora a Gaza è la linea rossa che prova che una scelta c’è, assolutamente».

«Abbiamo raggiunto un livello di violenza e distruzione che non abbiamo mai visto nella storia di questa terra», ha detto Peleg. «Israele non tornerà mai più com’era il 6 ottobre 2023. È chiaro che siamo nel pieno di un genocidio in atto. Di fronte a ciò, noi rifiutiamo».

Per Peleg era importante sottolineare che la campagna di annientamento di Israele a Gaza non è venuta fuori dal nulla. «Non ci siamo arrivati per caso», ha spiegato. «Israele ha sempre avuto elementi di occupazione, fascismo e razzismo verso i palestinesi – ovviamente dal 1967, ma anche se si risale alla Nakba. Non è sorprendente che siamo arrivati a una situazione in cui sta avvenendo un genocidio contro i palestinesi».

Anche se l’opinione pubblica israeliana si è drasticamente spostata a destra, Gerstmann ha detto che spera ancora di riuscire a comunicare con i suoi coetanei. «Sento la frase “Non ci sono persone innocenti a Gaza” che si normalizza. È molto preoccupante, ma il mio rifiuto è, in realtà, un rifiuto della disperazione», ha detto. «Spero che aprirà loro gli occhi e permetterà loro di pensare e capire cosa sta facendo l’esercito in loro nome».

Entrambi hanno riconosciuto la paura di rifiutare pubblicamente in una società che equipara quell’atto al tradimento. «Certo che fa paura, ma non mi ha scoraggiato», ha detto Gerstmann. «Al contrario, ciò che abbiamo visto dall’inizio di questa guerra mi ha fatto capire che devo assolutamente rifiutare».

«Non posso più farne parte»

Altri due obiettori di coscienza incarcerati lo scorso mese, che hanno parlato con +972, hanno chiesto di rimanere anonimi per ragioni personali e familiari.

R., un diciottenne della città di Holon, è stato condannato a 30 giorni di prigione. «Avevo deciso di rifiutare già prima del 7 ottobre, ma dopo aver visto la distruzione a Gaza ho capito che non potevo esitare oltre», ha detto. «Dopo, l’arruolamento era semplicemente fuori discussione».

Il suo messaggio ad altri giovani è stato diretto: «Rifiutate e basta. Nel clima attuale, alla luce di ciò che stiamo vedendo a Gaza, dovete resistere».

Un altro renitente, B., ha seguito un percorso più insolito. Diciannovenne, arruolatosi nell’Amministrazione Civile (l’organo militare che governa i palestinesi in Cisgiordania) ha deciso di rifiutare dopo otto mesi di servizio ed è stato condannato a 45 giorni di prigione.

«Prima di arruolarmi ero stato in Cisgiordania, avevo incontrato persone e compreso la situazione», ha ricordato B. «Anche allora è stato difficile per me, non volevo davvero arruolarmi. [Ma poi] ho parlato con alcune persone che mi hanno convinto ad arruolarmi lo stesso».

Ciò a cui ha assistito sul campo ha infine cementato la sua decisione di rifiutare. «Durante l’addestramento e sul terreno ho visto molte cose e ho pensato: “Wow, non posso più farne parte”. Perlopiù ho visto gli altri soldati – come parlavano, come si comportavano – persone spinte da un razzismo estremo».

La violenza, ha detto, era pervasiva. «Ho visto palestinesi picchiati senza motivo. Li legano, li lasciano ammanettati al sole per 24 ore, a faccia in giù sulle ginocchia senza acqua né cibo. I soldati passavano e li prendevano a calci. Ero scioccato».

«Il mio secondo giorno ho visto un detenuto e ho chiesto cosa avesse fatto. Hanno detto che “non aveva obbedito”. Poi ne ho visto un altro che veniva preso a calci. Dicevano: “Se lo merita”. Casi del genere erano tutt’altro che isolati».

Un episodio in particolare lo tormenta ancora. «Un soldato ha parlato in ebraico a un palestinese e, quando questi ha risposto in arabo, il soldato gli ha sbattuto la testa contro un muro e ha detto: “Sei in Israele, parla ebraico”. Gli ho detto: “Lui non capisce”. Si vedevano violenze di questo tipo in continuazione».

Gli abusi, ha aggiunto, non risparmiavano nessuno – nemmeno gli anziani. «Ho visto un palestinese di 70 anni selvaggiamente picchiato. Quando ho chiesto agli altri soldati cosa avesse fatto, mi hanno detto che aveva “mancato di rispetto all’esercito”».

«Non avevano nulla di cui accusarlo, quindi lo hanno trattenuto per 14 o 15 ore, senza cibo né acqua, e poi hanno detto: “La prossima volta non farlo”. Non lo hanno nemmeno trasferito alla polizia – cosa avrebbe potuto dirgli?»

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)