Per la prima volta associazioni israeliane per i diritti umani affermano che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza e chiedono l’intervento internazionale

Nir Hasson

28 luglio 2025 – Haaretz

Un tentativo di genocidio in corso”: secondo i rapporti di B’Tselem e di Physicans for Human Rights – Israel l’attacco israeliano contro Gaza ha provocato “massicci e indiscriminati bombardamenti di centri abitati” e “mancanza di cibo per più di due milioni di persone come metodo di guerra” contro i palestinesi.

Lunedì le associazioni israeliane per i diritti umani B’Tselem e Physicians for Human Rights – Israel [Medici per i Diritti Umani – Israele] hanno pubblicato due rapporti secondo i quali nella Striscia di Gaza Israele sta commettendo contro i palestinesi il crimine di genocidio, come definito dalle leggi internazionali.

È la prima volta che associazioni per i diritti umani israeliane sostengono ufficialmente che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza. Le associazioni chiedono ora alla comunità internazionale di agire contro il governo israeliano per fermare queste atrocità.

Il rapporto di B’Tselem inizia con una forte condanna dell’attacco di Hamas del 7 ottobre contro Israele, notando che l’aggressione dell’organizzazione ha incluso numerosi crimini di guerra e probabilmente crimini contro l’umanità. Il rapporto afferma anche che la risposta di Israele è stata estremamente brutale, provocando indiscriminate uccisioni, distruzioni, espulsioni e privazione di cibo su vasta scala.

Secondo il rapporto di B’Tselem l’attacco israeliano ha provocato “massicci e indiscriminati bombardamenti di centri abitati” e “mancanza di cibo per più di due milioni di persone come metodo di guerra” contro i palestinesi.

Sostiene che gli attacchi israeliani contro Gaza hanno causato “uccisioni di massa, sia con attacchi diretti che attraverso la creazione di condizioni di vita catastrofiche che continuano a far crescere l’enorme bilancio di vittime; gravissimi danni fisici e mentali all’intera popolazione della Striscia; distruzioni su vasta scala di infrastrutture; distruzione del tessuto sociale, comprese le istituzioni educative e i siti culturali palestinesi.”

Secondo il rapporto Israele ha anche messo in pratica “arresti di massa e maltrattamenti di detenuti nelle prigioni israeliane, che sono di fatto diventate campi di tortura per migliaia di palestinesi detenuti senza processo,” così come “deportazioni di massa, compresi tentativi di pulizia etnica, diventata un obiettivo ufficiale della guerra; un attacco all’identità palestinese attraverso la distruzione deliberata di campi profughi e tentativi di sabotare l’United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees [UNRWA, l’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi, ndt.].”

“Le dichiarazioni di importanti governanti israeliani riguardo alla natura dell’attacco contro Gaza hanno manifestato intenzioni genocidarie,” aggiunge.

Il rapporto cita le affermazioni dell’ex-ministro della Difesa Yoav Gallant riguardo alla popolazione di Gaza come “animali umani”, la dichiarazione del primo ministro Benjamin Netanyahu del 28 ottobre 2023, secondo cui si tratta di una guerra contro “Amalec”, un riferimento alla vicenda biblica in cui Dio comanda agli israeliti di annichilire il popolo amalecita, così come affermazioni sul genocidio fatte da giornalisti e figure pubbliche.

Il rapporto conclude che l’insieme della situazione a Gaza e delle dichiarazioni di importanti politici israeliani porta “all’inequivocabile conclusione che Israele ha intrapreso azioni coordinate per distruggere intenzionalmente la società palestinese nella Striscia di Gaza … e sta commettendo un genocidio contro i palestinesi.”

Il rapporto di B’Tselem si basa su una serie di interviste con abitanti di Gaza e su rapporti di organizzazioni per i diritti umani, agenzie ONU, inchieste giornalistiche e opinioni di esperti internazionali. Riguardo ai dati sulle vittime il rapporto si basa sulle cifre del ministero della Sanità di Gaza gestito da Hamas.

Gli autori del rapporto notano che questi dati “sono universalmente considerati attendibili e sono stati adottati da numerose organizzazioni e ricercatori. Oltretutto sono generalmente considerati prudenziali rispetto al reale numero di vittime provocate dall’attacco (israeliano).”

Gli autori citano anche uno studio pubblicato a febbraio dalla rivista medica The Lancet, che ha rilevato come la speranza di vita durante il primo anno di guerra a Gaza sia caduta del 51% per gli uomini e del 38% per le donne, con l’età media di morte che ha raggiunto i 40 anni per gli uomini e i 47 per le donne.

Il rapporto include anche testimonianze estremamente strazianti di gazawi, compresa quella di una madre che ha visto i due figli e il marito schiacciati da un carrarmato, un padre che ha visto il figlio bruciato vivo e un paramedico che è stato obbligato ad abbandonare in un’ambulanza bombardata vari corpi, tra cui una donna e un neonato agonizzanti. Secondo il rapporto quando è tornato il giorno dopo il paramedico ha scoperto che cani randagi avevano mangiato parti dei cadaveri, ma il neonato era sopravvissuto.

Il rapporto include anche la testimonianza di Muhammad Ghrab, un abitante di Gaza City sfollato a Muwasi, a est di Khan Younis, nel sud della Striscia. In un racconto per B’Tselem Ghrab ha descritto un bombardamento aereo israeliano a cui ha assistito il 13 luglio 2024. L’attacco, che secondo Israele aveva preso di mira due importanti miliziani di Hamas, compreso Muhammed Deif [uno dei principali capi militari di Hamas, più volte preso di mira da Israele, ndt.], è consistito in due bombardamenti successivi ed è stato il più letale ad al-Mawasi durante quel periodo, uccidendo 90 gazawi e ferendone altri 300.

“Improvvisamente si è formato un anello di fuoco,” racconta Ghrab. “Il cielo era completamente coperto di nubi, polvere e terra. La gente ha iniziato a correre in ogni direzione […] Quando siamo entrati nelle tende rimaste in piedi abbiamo visto che erano piene di corpi, per lo più di donne e bambini.”

“Quello che abbiamo visto quel giorno, in quel momento, era come l’incarnazione della follia,” afferma. “Qualcosa di inconcepibile. Sembrava che pezzi di inferno fossero piovuti in terra. È davvero impossibile descriverlo. Mancano le parole. Non possono trasmettere gli orrori a cui abbiamo assistito. Quello che sto descrivendo è solo una piccola parte dell’orrore che è avvenuto […] Da quel giorno ho sempre paura. Continuo ad aspettarmi che le tende vengano bombardate e che io e la mia famiglia moriamo in un attacco simile.”

Gli autori del rapporto notano anche che l’alto numero di vittime a Gaza ha creato “la maggior crisi di orfani della storia contemporanea,” evidenziando che circa 40.000 minori hanno perso uno o entrambi i genitori e che il 41% delle famiglie ora si prende cura dei figli di altri.

Inoltre mettono in rapporto quelli che descrivono come atti genocidari di Israele a Gaza con l’incremento della violenza contro i palestinesi in Cisgiordania e persino all’interno di Israele, manifestando la profonda preoccupazione che il genocidio possa estendersi ad altre aree in cui vivono i palestinesi.

“Questo è il momento di salvare quelli che non sono ancora stati persi per sempre e usare ogni mezzo a disposizione in base al diritto internazionale per fermare il genocidio israeliano dei palestinesi,” conclude [il rapporto].

Un altro rapporto reso pubblico lunedì da Physicians for Human Rights –Israel presenta un’analisi giuridica degli aspetti dell’attacco israeliano contro Gaza relativi alla salute. Questo rapporto conclude che Israele sta commettendo il crimine di genocidio come definito dalla Convenzione per la Prevenzione e la Punizione del Crimine di Genocidio.

“Le prove dimostrano la deliberata e sistematica distruzione dei sistemi sanitari e vitali di Gaza attraverso attacchi mirati contro ospedali, intralcio al soccorso sanitario e alle evacuazioni e l’uccisione e detenzione di personale sanitario,” afferma il rapporto di PHRI.

Il rapporto aggiunge che le azioni di Israele “non sono connesse al conflitto ma parte di una politica deliberata che prende di mira i palestinesi come gruppo.”

PHRI identifica tre “azioni principali” che corrispondono ad altrettante azioni principali definite nella Convenzione sul Genocidio: “Uccidere membri di un gruppo, provocare loro gravi danni fisici e mentali e infliggere deliberatamente condizioni di vita concepite per determinare la distruzione parziale o totale del gruppo.”

“Nonostante sentenze legali internazionali, Israele non ha rispettato i suoi obblighi e la loro applicazione a livello internazionale rimane debole,” afferma il rapporto, aggiungendo che “PHRI sollecita le istituzioni internazionali e gli Stati a rispettare il loro obbligo di porre fine al genocidio in base all’Articolo 1 della Convenzione sul Genocidio.” Afferma che “l’organizzazione chiede anche alle comunità internazionali della salute e dei diritti umani di agire, in quanto la distruzione del sistema sanitario di Gaza non è solo una violazione delle leggi ma una catastrofe umanitaria che richiede un’urgente solidarietà e una risposta a livello mondiale.”

Finora numerose organizzazioni ed esperti di diritto hanno concluso che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza. Tra quanti sono giunti a questa conclusione ci sono Amnesty International, il Centro Europeo per i Diritti Umani, la Federazione Internazionale per i Diritti Umani e Medici Senza Frontiere. Anche Human Rights Watch ha affermato in un rapporto che Israele sta commettendo il crimine di sterminio che può rappresentare un genocidio.

Sono arrivati a queste conclusioni anche vari giuristi e studiosi di genocidio israeliani, compresi tra gli altri gli esperti in Olocausto e genocidio Daniel Blatman, Omar Bartov, Shmuel Lederman, Amos Goldberg e Raz Segal, il giurista Itamar Raz e gli storici Lee Mordechai e Adam Raz.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Escrementi di soldati israeliani nelle pentole: quando l’IDF si è impossessato di centinaia di case in Cisgiordania

Amira Hass

28 luglio 2025 – Haaretz

Durante la guerra di Israele con l’Iran l’esercito ha occupato circa 250 case ed appartamenti in tutta la Cisgiordania, convertendoli in basi improvvisate e centri di interrogatori. Quando i soldati se ne sono andati gli abitanti sono tornati nelle case ridotte nel caos

Porte scardinate, armadi rotti, scaffali ribaltati col loro contenuto sparso sul pavimento, bagni sudici, serbatoi rotti, mucchi di vestiti e materassi in disordine e coperte imbrattate di feci – è questo lo scenario che ha accolto la famiglia Amouri quando è tornata nella sua casa a Balata, il più grande campo profughi della Cisgiordania. Erano stati costretti ad andarsene dopo che soldati israeliani avevano trasformato casa loro in una base temporanea.

Ho dovuto far andare la lavatrice per 24 ore consecutive”, afferma Dalal Amouri, la madre della famiglia. “Ho dovuto buttar via alcuni vestiti, erano troppo sporchi. Abbiamo trovato della carne presa dal freezer e buttata sul pavimento. Il bagno era così sporco che non potevamo nemmeno entrarci.”

La loro casa non era l’unica in quelle condizioni. Nelle ultime due settimane di giugno, durante la guerra Israele-Iran, l’esercito ha occupato circa 250 case e appartamenti nei campi profughi, nei villaggi e in alcuni quartieri delle città in tutta la Cisgiordania. In queste case abitano almeno 1.350 persone. La maggior parte di loro sono state scacciate, di solito in piena notte. In alcuni casi l’esercito è rimasto nelle case solo per qualche ora; nella maggior parte dei casi l’occupazione è durata ovunque dai due agli 11 giorni.

In questi periodi i soldati hanno condotto brevi incursioni nelle case vicine. Interi villaggi o specifici quartieri al loro interno sono stati sottoposti a coprifuoco o a severe restrizioni di movimento.

Solo poche delle case occupate erano vuote. In alcuni casi le famiglie sono state confinate in una sola stanza mentre soldati armati controllavano la porta. Più spesso gli abitanti sono stati costretti ad andarsene tutti e l’esercito ha usato le case come basi e, in molti casi, come centri di detenzione e interrogatorio per decine di uomini.

I soldati hanno strappato strisce di vestiti per usarle per bendare i detenuti”, dice Subhiya Hamadeh, anche lei abitante di Balata. Uno dei suoi vicini, che è stato arrestato, le ha detto di essere stato chiuso in una toilette con altre sei o sette persone per due o tre ore prima di essere interrogato e rilasciato.

L’esercito israeliano da lungo tempo è solito convertire le case in postazioni militari, avamposti e postazioni di cecchini. Ma l’occupazione di un così gran numero di case simultaneamente in così tante zone della Cisgiordania è un fatto senza precedenti. Secondo un rapporto preliminare dell’Ufficio dell’ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) e informazioni ottenute da Haaretz, la maggior parte delle case coinvolte, circa 150, si trovavano in cittadine e villaggi del distretto di Jenin e circa 800 persone hanno dovuto abbandonarle.

In base allo stesso rapporto a Hebron, compresa l’area H2 (sotto totale controllo israeliano), l’esercito ha occupato almeno 25 unità residenziali e il tetto di una scuola. In quelle proprietà vivevano circa 300 persone.

In ciascuna casa occupata si sono posizionati decine di soldati. Secondo testimonianze raccolte dall’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, da ricercatori dell’ONU e da Haaretz, le famiglie che sono tornate a casa hanno trovato i loro effetti personali rotti, i mobili rovesciati o distrutti e le porte scardinate. Materassi, lenzuola e coperte erano stati usati o insudiciati. Alcuni hanno raccontato che prodotti per l’igiene e cibo sono stati consumati o danneggiati.

Alcune famiglie hanno riferito che la loro riserva di acqua era stata completamente consumata. A causa delle quote di acqua imposte da Israele, le municipalità e le compagnie palestinesi le forniscono ai quartieri a rotazione e le famiglie le immagazzinano in taniche sul tetto. Ad altezze maggiori o nei mesi estivi spesso le famiglie devono comprare l’acqua dalle cisterne a un prezzo tre volte superiore a quello comunale. “Non abbiamo trovato neanche una goccia d’acqua nelle nostre taniche sul tetto”, afferma Dalal Amouri.

La famiglia Amouri ha documentato tutto al momento del suo ritorno: “Abbiamo saputo dai vicini che quando sono andati via, la notte del 19 giugno, i soldati hanno dato fuoco alla loro immondizia proprio fuori alla nostra porta d’ingresso”, dice Ahmed, il figlio di Dalal. “Se le squadre di difesa civile (i vigili del fuoco) non fossero arrivate in fretta l’intera casa sarebbe bruciata.”

All’interno la famiglia ha scoperto una decina di ventilatori elettrici che i soldati avevano raccolto dalle case dei vicini. Quando Ahmed li ha riportati ai loro proprietari un vicino gli ha riferito che un soldato aveva detto: ‘Avete l’aria condizionata, non avete bisogno dei ventilatori.’”

Il figlio di Ahmed, di due anni, ha visto i soldati ed è scoppiato a piangere, chiedendo di giocare con uno dei loro fucili. “Tutti i nostri figli sanno che cosa sono le armi,” afferma Ahmed. Sua madre aggiunge: “La prima parola che dicono i nostri bambini è ‘takh’, sparare. Eravamo abituati a conoscere gli ebrei e volevamo vivere con loro. Ma i piccolini? Loro conoscono solo quelli che sparano.”

Come altre, anche la famiglia Amouri riferisce che mancavano oggetti di valore: due anelli d’oro, sei orologi costosi (i più economici li hanno trovati buttati a terra), pietre preziose, una penna d’oro e dei profumi.

In alcune case con contatori elettrici prepagati, una volta esaurito il credito i soldati pare abbiano chiamato le famiglie sfollate chiedendo loro di ricaricare da remoto il conto in modo che i soldati potessero continuare ad usare l’elettricità.

Diversi testimoni hanno descritto scene di immondizia e sudiciume abbandonati – compresi escrementi dentro a pentole e sulle coperte e bottiglie piene di urina sul pavimento. I palestinesi (e chi scrive questo articolo) hanno riscontrato per la prima volta queste pratiche durante la seconda Intifada in Cisgiordania e nuovamente durante la guerra del 2009 a Gaza.

In ogni casa le famiglie hanno impiegato giorni per pulire e rimuovere i rifiuti dopo che i soldati se ne sono andati. Come gli Amouri, altre famiglie hanno riferito di furti di denaro, gioielli e oggetti personali.

Una bandiera israeliana su un cavo elettrico”

La ricerca di Haaretz ha scoperto che le prime case occupate dall’esercito israeliano durante l’operazione di giugno erano nel villeggio di Nazlet Zeid, parte del governatorato di Jenin. Nel pomeriggio di venerdì 13 giugno le jeep dell’esercito sono entrate nel villaggio e i soldati hanno ordinato agli abitanti di due ville di evacuare “entro dieci minuti”.

Secondo il consiglio del villaggio i soldati sono rimasti 11 giorni, durante i quali il villaggio è stato sotto coprifuoco. Secondo i dati del Dipartimento Affari Negoziali (NAD) dell’OLP a Zeita, parte del governatorato di Tulkarem, i soldati sono restati in tre case per 10 giorni, fino al 24 giugno. Nella cittadina di Ya’bad tra il 24 e il 25 giugno tre case sono state trasformate in postazioni militari, mentre i soldati hanno fatto irruzione in 113 case durante un coprifuoco imposto sulla cittadina.

In base ai dati di B’Tselem e dei Comitati di Servizi Popolari dei campi (PSC) nei campi profughi di New Askar e Balata, nell’area di Nablus, l’esercito ha occupato almeno 24 case. Il 16 giugno alle 2 di notte massicce forze militari sono entrate a New Askar, che ospita circa 6.500 abitanti. Membri dei PSC hanno riferito a Haaretz che i soldati sono arrivati a piedi dalla direzione della colonia Elon Moreh ad est, mentre altri sono entrati su veicoli attraverso i due principali ingressi del campo.

Oltre a sette appartamenti residenziali l’esercito ha occupato anche un edificio pubblico che ospita gli uffici dei PSC.

Abbiamo saputo dai vicini che i soldati erano nell’edificio ed hanno anche issato una bandiera israeliana su uno dei cavi elettrici”, ha detto Talal Abu Kishek. Quando due giorni dopo i soldati sono andati via si sono lasciati dietro “incredibili quantità di immondizia. Sudiciume dovunque”, afferma.

Il suo collega Mohammed Abu Kishek aggiunge: “Evidentemente i soldati hanno utilizzato tutto ciò che potevano per sedersi o sdraiarsi, anche le barelle che tenevamo di scorta. Tre porte sono state scardinate e tutti i nostri documenti sparpagliati. Ci è voluta una settimana per riorganizzare tutto.”

Durante quei due giorni i soldati hanno fatto irruzione in circa 100 case del campo.

Nella casa di Khadijah e A’atef Kharoushi, a New Askar, 12 membri di una famiglia vivono sotto lo stesso tetto. Secondo Khadijah “i soldati sono arrivati appena prima della chiamata per la preghiera del mattino. Ci hanno buttati fuori casa. Siamo andati dai vicini, ma i soldati non ci hanno lasciati stare neanche là.”

Allora hanno chiesto che suo marito telefonasse al loro figlio, che abita a Nablus, dicendogli di venire subito. È arrivato con sua moglie e i loro quattro figli. I soldati hanno interrogato lui, uno dei figli e un altro dei nipoti dei Kharoushi.

Il nipote dice a Haaretz che gli hanno chiesto di qualcuno che era stato ucciso dai soldati. “Dato che non sapevo rispondere il soldato mi ha picchiato”, afferma.

Come ad altre famiglie di Askar, ai Kharoushi è stato ordinato di lasciare il campo.

Siamo tornati solo quando i vicini ci hanno detto che i soldati erano andati via”, dice A’atef, conosciuto anche come Abu al Abed. “Quel che abbiamo dovuto buttar via dalla casa avrebbe potuto riempire un camion intero. Abbiamo anche gettato i materassi che hanno usato. Hanno scardinato tre porte. Hanno usato tutto quel che potevano, in cucina e nel bagno.”

Lui e sua moglie si sono risparmiati le scene del sudiciume: “Mio figlio e i suoi amici sono venuti a pulire prima che ci fosse permesso di rientrare”, racconta.

Si è riscontrata la mancanza di qualche centinaio di shekel e di un cardellino in gabbia – anche se Abu al-Abed si astiene dall’incolpare direttamente i soldati. Tuttavia una cosa che tutti hanno notato è il modo in cui sono stati trattati gli animali di casa. “Si sono presi cura del cavallo, delle colombe e delle galline che teniamo fuori dalla casa,” sostiene. “I vicini li hanno visti uscire a dargli da mangiare.”

Anche Abd al-Rahim Amouri, un ex dipendente dell’ospedale governativo di Nablus, ha notato che i soldati hanno trattato con cura i conigli della sua famiglia, che stavano sul tetto della loro casa a Balata. “Eravamo preoccupati per loro, ma quando siamo tornati abbiamo visto che i soldati gli avevano dato cibo e acqua”, dice.

Il modo in cui i soldati hanno trattato la casa e i suoi abitanti è stata tutt’altra cosa.

Quando la mattina presto del 18 giugno hanno cominciato a colpire e prendere a calci la porta gli sono andato incontro”, ricorda Amouri. “Ho chiesto a loro di entrare con calma. Ho cercato di essere ragionevole, di dialogare. Gli ho persino offerto un caffè.”

Ma i soldati sono entrati in modo aggressivo e hanno iniziato a distruggere gli oggetti della casa.

Forse era la prima volta che facevano una cosa del genere e sentivano di dover dimostrare qualcosa”, dice Amouri, aggiungendo che l’ufficiale responsabile ha cercato di calmare i soldati.

Ha chiesto come stavo. Gli ho detto: ‘Mi avete cacciato da casa mia sia 20 anni fa che 50 anni fa. Avete espulso la mia famiglia 78 anni fa. Come pensi che mi senta?’”

Una delle prime cose che i soldati hanno fatto è stata appendere una bandiera israeliana fuori dalla porta d’ingresso. Suo figlio Ahmed ricorda che cosa è successo dopo: “Ci hanno dato due opzioni: o restare tutti noi 13 chiusi insieme in una stanza per 72 ore oppure lasciare la casa.”

Dove andrò?”

In un’altra casa a Balata di proprietà della famiglia Hamadeh, in cui 17 persone vivono su due piani, i soldati israeliani hanno preso il controllo dell’edificio alle 3 di notte di mercoledì 18 giugno.

Abbiamo sentito suonare il campanello della porta. Ho detto a mio marito che c’era l’esercito. Eravamo appena usciti dalla stanza quando hanno sfondato la porta ed erano già dentro”, racconta Subhiya, in origine Haj Yahya, nativa della città del triangolo [la zona in cui si concentrano i palestinesi con cittadinanza israeliana, ndt.] di Taybeh, nella Cisgiordania israeliana, che ha parlato ai soldati in ebraico.

A quanto dice, un soldato ha dato un pugno in faccia a suo marito Ali. Decine di soldati hanno invaso la casa. Alcuni erano mascherati, altri no. “C’era un giovane soldato al piano terra e uno più anziano è salito al secondo piano”, afferma.

Ali, che ha lavorato per 21 anni in una lavanderia a Herzliya [città costiera israeliana, ndt.], capiva tutto quello che dicevano i soldati.

Quando sono entrati si sono rivolti a me dicendo: ‘Ascolta, dovete lasciare la casa.’ Io ho chiesto: ‘Dove dovrei andare?’ Uno di loro ha detto: ‘Andate dove volete, tornate venerdì.’ Io ho detto: ‘Lasciatemi portare qualcosa con me.’ L’ufficiale ha detto: ‘Veloci, veloci, avete due minuti.’ Io ho detto: ‘Che cosa intendete? I bambini sono di sopra’. Lui mi ha detto: ‘Vieni con me dai bambini’.

Quando Ali è andato di sopra alcuni dei figli e dei nipoti dormivano ancora. Afferma di aver visto un ufficiale dare un calcio in testa col piede ad una delle sue nipoti addormentate. Ali ha svegliato con gentilezza i bambini dicendo loro di non aver paura e di portarsi via un cambio di vestiti. Sua moglie, ancora al piano di sotto, li ha sentiti piangere.

Quando la famiglia è uscita nell’oscurità una telecamera di sorveglianza ha filmato il momento: il bagliore dei fari della jeep militare, soldati armati posizionati lungo la stradina accanto a porte di ferro chiuse – e nel centro uno dei figli di Subhiya e Ali con due dei loro nipoti, uno dei quali con un gatto in braccio.

I soldati hanno lasciato la casa giovedì alle 22. La famiglia è tornata il mattino seguente presto, venerdì, dopo aver passato la notte distribuita in tre case vicine fuori dal campo.

Stiamo ancora soffrendo per la presenza dei soldati qui”, ha affermato Ali ad Haaretz due settimane fa. “Ci hanno rubato del cibo. Abbiamo trovato topi in casa. Dopo qualche giorno abbiamo iniziato a sentire prurito. Sono venuti degli operatori dell’UNRWA ed hanno disinfestato le nostre camere da letto.”

Da un armadietto che appartiene alla sorella di Ali, che abita con loro, sono spariti 3.000 shekel [circa 700 euro]. Il denaro era stato messo da parte per un’organizzazione di beneficenza di cui lei fa parte e doveva essere distribuito a persone bisognose. Fortunatamente la famiglia era riuscita a portare con sé i gioielli d’oro quando è stata cacciata.

Quando Haaretz ha chiesto all’esercito quanti edifici e appartamenti sono stati convertiti in basi militari temporanee, il portavoce ha rifiutato di rispondere direttamente. Invece l’ufficio ha rilasciato la seguente dichiarazione:

In accordo con le direttive del comando ed entro i limiti consentiti dalla legge, le forze dell’IDF hanno temporaneamente preso possesso di diverse proprietà, inclusi edifici e case privati, per brevi periodi di tempo. Queste azioni sono state condotte per chiari motivi operativi, seguendo le corrette procedure e con l’approvazione degli ufficiali autorizzati, impegnandosi a ridurre al minimo per quanto possibile la perturbazione della vita quotidiana degli abitanti.

L’IDF non è a conoscenza di denunce di danni alla proprietà, comportamenti anti-igienici, uso improprio di beni privati o danni fisici agli abitanti. Se fossero inoltrate specifiche denunce, comprendenti informazioni dettagliate circa luoghi e tempi, esse verranno accuratamente esaminate. Simili incidenti sono in contraddizione con i valori dell’IDF e, se risultasse che siano avvenuti, saranno trattati con severità.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Aumentano irruzioni nelle case e violenze: a Hebron è in corso il trasferimento “volontario” dei palestinesi

Gideon Levy e Alex Levac

11 luglio 2025 https://archive.is/yzTdM

Mentre la guerra infuria, le incursioni di coloni e soldati israeliani nelle case palestinesi della Città Vecchia di Hebron diventano sempre più frequenti e violente

La piazza del mercato è vuota, come recita la famosa canzone su un’altra Città Vecchia, quella di Gerusalemme. Il mercato principale di Hebron è quasi completamente deserto da anni. Per capirne il motivo, basta alzare lo sguardo: appesi alle grate metalliche installate dai palestinesi per proteggere le bancarelle dai coloni, pendono sacchetti di spazzatura ed escrementi che questi ultimi lanciano ai passanti.

Le case dei coloni nel Quartiere Ebraico di Hebron incombono sul mercato morto e vi si affacciano. Oltre il checkpoint, in quel quartiere, non è rimasto un solo negozio o bancarella palestinese. Più avanti, anche la parte ancora aperta del mercato questa settimana era semideserta. Non mancano prodotti e bancarelle colorate, ma i clienti sono pochi.

I palestinesi non hanno soldi, in una città che un tempo, prima dello scoppio della guerra nella Striscia di Gaza, era il centro economico della Cisgiordania. Volete sapere perché? Guardate il cancello d’ingresso principale. Questa settimana era sprangato. Una città di un quarto di milione di abitanti è chiusa a chiave. Esiste qualcosa di simile in un altro luogo del pianeta?

I soldati israeliani controllano l’ingresso principale a Hebron. A volte aprono il cancello, a volte no. Non si può mai sapere quando sarà sbloccato. Lunedì scorso, durante la nostra visita, non l’hanno aperto. Ci sono percorsi alternativi, alcuni tortuosi e collinari, ma è impossibile vivere così. Proprio per questo il cancello viene chiuso: perché è impossibile vivere così. Non c’è altra ragione se non il bisogno dell’esercito israeliano di vessare gli abitanti, cosa che fanno ancora più violentemente dopo il 7 ottobre, per spingerli alla disperazione, e forse oltre. In modo permanente.

Forse alcuni sceglieranno finalmente di andarsene, realizzando così il sogno di alcuni dei loro vicini ebrei. Da parte sua, l’esercito israeliano collabora con entusiasmo a questi piani satanici, lavorando a braccetto con i coloni al tanto agognato trasferimento di popolazione. Sotto la copertura della guerra nella Striscia, anche qui le vessazioni hanno avuto un’accelerazione e sono quasi senza freni.

Nessun luogo lo dimostra meglio dell’Area H2, sotto controllo israeliano, che include l’insediamento ebraico nella città e gli antichi quartieri che lo circondano. Qui il trasferimento non striscia, galoppa. Gli unici palestinesi ancora visibili sono quelli che non hanno i mezzi per abbandonare questa vita infernale, sotto il terrore dei coloni e dell’esercito, in uno dei centri dell’apartheid in Cisgiordania. Qui si trovano antichi edifici in pietra, adornati di archi, in un quartiere che potrebbe essere un tesoro culturale, un sito patrimonio dell’umanità, ma che giace abbandonato e semidistrutto, tra la spazzatura dei coloni e i loro graffiti d’odio ultranazionalista.

Dopo aver parcheggiato (ora c’è abbondanza di spazio nel mercato desolato) imbocchiamo una scala stretta e buia. Attraverso la finestra con le sbarre si vedono cumuli di rifiuti; dietro di essi, le istituzioni dei coloni: Beit Hadassah, il centro religioso di studi Yona Menachem Rennart e l’edificio del Fondo Joseph Safra. Le case dei coloni sono a portata di mano. Basta allungare un braccio.

Questa è Shalalah Street, in parte sotto controllo palestinese. L’antico edificio in pietra che abbiamo visitato è stato ristrutturato negli ultimi anni dal palestinese Comitato per la Riabilitazione di Hebron, e non si può non ammirarne la bellezza, nonostante le deprimenti condizioni dei dintorni. A poche decine di metri dal checkpoint che conduce al Quartiere Ebraico, questa struttura stretta su tre piani ospita cinque famiglie. La famiglia allargata Abu Haya, genitori, figli e nipoti, inclusi 15 tra bambini e neonati, rimane qui per l’affitto basso.

Attraversando una ressa di bambini saliamo al terzo piano, nell’appartamento di Mahmoud Abu Haya e sua moglie Naramin al-Hadad. Mahmoud ha 46 anni, Naramin 42, hanno cinque figli, alcuni dei quali già con famiglia propria. Naramin aveva 15 anni quando si è sposata, racconta con un sorriso.

Il padre di famiglia, un tempo muratore ad Ashkelon, è disoccupato da quando è scoppiata la guerra, il 7 ottobre 2023. Naramin cucina a casa e vende il cibo agli abitanti del luogo. Questa è l’unica fonte di reddito della famiglia al momento. Prima della guerra, era anche volontaria nell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem. Con una videocamera fornita dell’ONG nell’ambito del suo Camera Project, documentava ciò che accadeva nella zona. Ma ora Naramin non osa più partecipare al progetto. È troppo pericoloso possedere una videocamera qui. L’ultima volta che l’ha usata, l’unica durante la guerra, è stato circa cinque mesi fa, quando ha documentato un incendio appiccato dai coloni sulla tettoia sovrastante il mercato. Circa un mese e mezzo fa, i soldati sono venuti nell’appartamento, hanno mostrato a Naramin una foto di suo figlio Nasim di 7 anni, e poi sono andati via portandolo con sé – se lo sono portato via. L’hanno rilasciato, terrorizzato, circa mezz’ora dopo.

Le incursioni notturne nelle case palestinesi sono diventate molto più frequenti negli ultimi 21 mesi. Da una volta al mese, in media, l’esercito ora irrompe nelle loro case almeno una volta a settimana, dice Naramin, quasi sempre nel cuore della notte.

Nessun israeliano conosce una realtà in cui, per anni, in qualsiasi momento, ti svegli di soprassalto al rumore e alla vista di decine di soldati armati e mascherati che invadono la tua casa, a volte con i cani, per poi spingere tutti gli occupanti storditi, inclusi i bambini terrorizzati, in una sola stanza. In alcuni casi gli invasori picchiano e perquisiscono violentemente i locali, lasciando una scia di distruzione dietro di sé; in tutti i casi insultano e umiliano.

In passato, queste incursioni sembravano avere uno scopo: l’arresto di un sospettato, la ricerca di materiale bellico. Ma dall’inizio della guerra si ha l’impressione che l’unica ragione dei raid sia seminare paura e panico, e inasprire la vita dei palestinesi. Chiaramente non hanno altro scopo.

L’ultimo episodio che ha coinvolto la famiglia Abu Haya è avvenuto una settimana fa. Nelle prime ore di giovedì scorso, Maher, figlio di Naramin, 24 anni, sposato con Aisha di 18 e padre di due bambini piccoli, è uscito di casa ma è tornato indietro dopo aver visto i soldati avvicinarsi alla porta d’ingresso.

Le telecamere di sicurezza installate dalla famiglia mostrano Maher innocentemente in piedi in strada e i soldati che appaiono all’improvviso. Gli hanno ordinato di farli entrare e guidarli nell’edificio. Maher li ha portati all’altro ingresso, che conduce all’appartamento di suo fratello Maharan, 23 anni, sposato e padre di una bimba di 6 settimane, per evitare di svegliare tutti gli altri numerosi bambini nell’edificio.

Ma a Maher è stato ordinato di svegliare tutti e radunare gli occupanti di ogni piano in una stanza. I soldati non hanno detto nulla sul motivo dell’operazione. Maharan aveva appena cercato di mettere a dormire la figlia quando i soldati hanno fatto irruzione. Maher ha bussato alla porta dell’appartamento dei genitori e li ha svegliati. Suo zio Hamed, 35 anni, è stato tirato giù dal letto; nonostante fosse stato spiegato ai soldati che era in convalescenza dopo un intervento alla schiena è stato afferrato per la gola e trascinato fuori.

Le tre famiglie del terzo piano sono state concentrate nel piccolo soggiorno in cui siamo stati ospitati questa settimana. Naramin ricorda che era preoccupata per ciò che accadeva ai piani inferiori. Hanno sentito Maher urlare, come se venisse picchiato.

Un soldato ha strappato la tenda all’ingresso del soggiorno di Naramin, poi i suoi compagni hanno fracassato gli oggetti di vetro nella credenza. Senza motivo. I bambini hanno cominciato a piangere. Naramin voleva aprire una finestra, perché dentro si soffocava, ma un soldato, più giovane della maggior parte dei suoi figli, glielo ha impedito.

Il giorno dopo, la ricercatrice sul campo di B’Tselem Manal al-Ja’bri ha raccolto la testimonianza della moglie di Maharan. Ha raccontato che la bimba piangeva e che voleva allattarla, ma i soldati non glielo permettevano. Anche le richieste di acqua sono state rifiutate.

Dopo circa un’ora, le truppe hanno ordinato a Naramin e agli altri della sua famiglia di spostarsi in un altro appartamento dell’edificio. Il pavimento era cosparso di vetri rotti e lei aveva paura per i suoi bambini scalzi. Poi ha sentito il rumore di stoviglie che si rompevano nella sua casa. I soldati hanno anche gettato a terra il ventilatore, rompendolo.

Ja’bri dice di aver già documentato circa 10 casi simili di distruzione fine a se stessa nella stessa zona, popolata da palestinesi economicamente svantaggiati.

Qual era lo scopo dell’incursione della scorsa settimana? Ecco la risposta dell’Unità Portavoce dell’esercito israeliano questa settimana: “Il 2 luglio 2025, l’IDF ha operato nella città di Hebron, che è sotto la supervisione della Brigata Ebraica, in seguito a informazioni di intelligence. L’attività si è svolta senza eventi eccezionali, e le accuse di distruzione di proprietà non sono note.”

Verso le 2 di notte è scesa la quiete sull’edificio. Naramin ha osato guardare fuori per vedere se i soldati se ne fossero andati; avevano lasciato la casa senza avvisare gli occupanti. A chi importava? I palestinesi potevano rimanere dove erano fino al mattino. Maher era ferito ma non ha voluto dire a sua madre cosa gli avessero fatto. Le tre auto della famiglia erano state vandalizzate; le chiavi sono state trovate nel cassonetto.

Mentre ci servivano il caffè, la famiglia ha scoperto che anche il vetro del tavolo era incrinato. Stanno pensando di andarsene? Naramin sobbalza come morsa da un serpente, e risponde con un secco “No”.

La scorsa settimana quattro famiglie hanno lasciato il vicino quartiere di Tel Rumeida. Non ce la facevano più. In totale, Ja’bri stima che almeno 10 famiglie abbiano abbandonato il quartiere dall’inizio della guerra. La scorsa settimana a quanto pare non c’erano problemi di sicurezza da investigare e a Tel Rumeida, dove ai palestinesi non è permesso introdurre alcun tipo di veicolo, nemmeno un’ambulanza, è stato concesso l’ingresso a un veicolo commerciale per rimuovere le proprietà delle famiglie in partenza. Alcuni fini, a quanto pare, giustificano tutti i mezzi.

Siamo poi saliti sul tetto, per vedere il panorama. Antichi edifici in pietra piantati sul pendio. Ma il tetto era soffocato su tutti i lati dagli edifici dei coloni.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Per la polizia israeliana umiliare le donne palestinesi è uno strumento di repressione collettiva

Mariam Farah

20 dicembre 2024 – + 972 Magazine

Gli arresti politici delle donne palestinesi in Israele, che devono subire perquisizioni corporali, occhi bendati e diffusione di dati personali, mirano a inviare un chiaro messaggio alla comunità.

L’attrice palestinese Maisa Abd Elhadi è stata arrestata la prima volta solo pochi giorni dopo gli attacchi del 7 ottobre. Alle 11 del mattino del 12 ottobre 2023 la polizia si è presentata a casa sua a Nazareth, le ha confiscato illegalmente il telefono e l’ha portata alla centrale di polizia della città.

Lì ha scoperto di essere indagata per due post che aveva condiviso su Instagram il 7 ottobre. Il primo mostrava dei civili vicino a un bulldozer presso la recinzione di Gaza, che il testo di accompagnamento paragonava alla caduta del muro di Berlino. “Nell’immagine non c’erano individui armati”, ha chiarito. La seconda era una foto di Yaffa Adar, un’anziana donna israeliana rapita quel giorno, con la didascalia: “Questa donna sta vivendo l’avventura della sua vita”.

“Ho condiviso questa storia la mattina presto senza capire veramente cosa stesse succedendo o quanto fosse grave la situazione”, spiega Abd Elhadi in merito a quest’ultimo post. “Quando in seguito ho scoperto il contesto completo e ho visto i video condivisi quel giorno, io stessa li ho immediatamente cancellati”. Ma a quel punto era troppo tardi.

Alla stazione di polizia un’agente donna ha ordinato ad Abd Elhadi di togliersi i vestiti e ha condotto una perquisizione corporale. “Mentre ero svestita mi ha aggredita fisicamente, insultata verbalmente con termini dispregiativi tra cui ‘terrorista’ e ha fatto dichiarazioni minacciose su ulteriori azioni che avrebbe intrapreso contro di me”, ricorda Abd Elhadi. “Ho quindi aspettato tre ore un interrogatore di lingua araba e il mio avvocato, ma l’interrogatorio vero e proprio è durato solo pochi minuti”.

Abd Elhadi riferisce a +972 che dopo essere stata interrogata riguardo ai suoi post sui social media la polizia si è rifiutata di restituirle il cellulare, minacciando di trattenerla in stato di arresto se non avesse dato loro il codice di accesso. Alla fine, Abd Elhadi è stata rilasciata e messa agli arresti domiciliari e in seguito ha avviato un procedimento legale per recuperare il suo telefono.

Ma appena due settimane dopo, nelle prime ore del mattino del 23 ottobre, è stata di nuovo arrestata.

Più tardi ho scoperto che il mio arresto era avvenuto in seguito ad un post sui social media di un famoso attore israeliano che aveva condiviso la mia storia e incoraggiato uno dei suoi follower a sporgere denuncia contro di me”, spiega Abd Elhadi.

Appena i media israeliani hanno pubblicato la vicenda la situazione è degenerata”. Sono state pubblicate le informazioni private di Abd Elhadi, tra cui il suo indirizzo di casa, insieme alle accuse e a una scena di nudo dal suo film “Huda’s Salon” – cosa che descrive come una campagna diffamatoria orchestrata per erodere il sostegno dei suoi connazionali palestinesi. Moshe Arbel, il ministro degli Interni, si è persino dato da fare per cercare di privarla della sua cittadinanza israeliana e deportarla.

Giunta alla stazione di polizia Abd Elhadi è stata portata in un ufficio adiacente all’ingresso dalla stessa agente donna che l’aveva perquisita durante il suo primo arresto. In quella stanza, accessibile agli agenti uomini, la poliziotta ha costretto Abd Elhadi a spogliarsi, l’ha ammanettata, aggredita fisicamente e poi l’ha fotografata di fronte a una bandiera israeliana.

Abd Elhadi è stata trattenuta per due giorni, durante i quali è rimasta completamente isolata dal mondo esterno. “Mi hanno poi trasportata in un’altra prigione per comparire in tribunale via Zoom e nel frattempo sono stata sottoposta a ulteriori aggressioni fisiche e perquisizioni corporali. Dopo l’udienza giudiziaria l’agente mi ha aggredita di nuovo trascinandomi per i capelli. Prima di essere rilasciata sono stata trasferita prima alla prigione di Sharon e poi a quella di Damon”, racconta.

Il 9 novembre 2023 è stata presentata contro Abd Elhadi un’incriminazione con l’accusa di aver espresso sostegno a un’organizzazione terroristica e di istigazione al terrorismo. “Nelle circostanze specifiche esiste una reale possibilità che le sue pubblicazioni [sui social media] spingano a commettere un atto di terrorismo”, ha affermato l’ufficio del procuratore. In seguito all’incriminazione Abd Elhadi è stata messa agli arresti domiciliari ed è stata rilasciata solo un anno dopo.

“L’esperienza mi ha lasciato in uno stato di continuo terrore”, dice Abd Elhadi, alla quale è ancora vietato usare i social media, dopo il suo rilascio. “Ho sentito che stavo entrando nell’ignoto, incerta se sarei mai stata di nuovo libera o se avrei dovuto affrontare una persecuzione perpetua da parte delle istituzioni statali”.

Secondo il centro giuridico palestinese Adalah con sede ad Haifa, Abd Elhadi è una delle 127 donne palestinesi, da attrici di spicco a insegnanti e studentesse, arrestate o interrogate dalla polizia israeliana per post sui social media tra il 7 ottobre 2023 e il 27 marzo 2024. Le loro testimonianze su ciò che hanno dovuto affrontare durante la custodia, tra cui ripetute perquisizioni corporali, foto montate ad arte con bandiere israeliane sullo sfondo e la diffusione di immagini dell’arresto, rivelano uno schema inquietante: l’uso sistematico di pratiche degradanti contro singole cittadine palestinesi per instillare una deterrenza collettiva.

“Riceviamo costantemente da donne detenute segnalazioni di umiliazioni sistematiche, tra cui molteplici perquisizioni corporali in varie stazioni [di polizia], un numero eccessivo di ammanettamenti e perquisizioni non autorizzate dei cellulari”, ha detto a +972 Nareman Shehadeh Zoabi, un’avvocatessa di Adalah. “Oltre a ciò sopportano abusi verbali, commenti inappropriati e derisioni riguardanti i loro corpi intese a causare vergogna”.

Immagini di arresti e repressione statale

La drastica escalation di arresti di cittadini palestinesi di Israele da parte della polizia nelle settimane successive al 7 ottobre è stata resa possibile, in parte, da una task force istituita dal ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Itamar Ben Gvir all’inizio del 2023, che mirava specificamente a perseguire presunte istigazioni sui social media. Inoltre, il procuratore di Stato israeliano Amit Aisman ha emanato regolamenti che hanno reso più facile per la polizia trattenere cittadini israeliani sospettati di istigazione, la stragrande maggioranza dei quali palestinesi.

L’arresto a maggio di Rasha Karim Harami, proprietaria di un salone di bellezza della città di Majd Al-Krum in Galilea, è stato un altro caso che ha scatenato polemiche sulle procedure della polizia. Inizialmente detenuta per istigazione a causa di post sui social media critici nei confronti della guerra di Israele a Gaza, Harami è stata successivamente accusata di “disturbo della pace” dopo che la polizia non è riuscita a ottenere la previa approvazione dell’ufficio del procuratore per l’accusa originale.

Il caso di Harami ha attirato l’attenzione di tutti quando la polizia ha diffuso il filmato dell’arresto, che la mostrava ammanettata con delle fasce di plastica e bendata con un panno di flanella, un trattamento solitamente riservato ai “sospettati di sicurezza” palestinesi. Il video è stato ampiamente condiviso sui social media suscitando la condanna dei parlamentari palestinesi e spingendo l’ufficio del procuratore a rilasciare una dura risposta di critica verso la condotta della polizia.

Dopo il suo interrogatorio Harami è stata posta agli arresti domiciliari per cinque giorni. Shehadeh Zoabi ha detto a +972 che in seguito a questo caso Adalah ha presentato una denuncia formale agli alti funzionari delle forze dell’ordine israeliane chiedendo “l’immediata cessazione delle pratiche illegali, tra cui la benda sugli occhi e le restrizioni eccessive”.

Ma al di là delle questioni legali è chiaro che tali pratiche fanno parte di una campagna più ampia contro i cittadini palestinesi. “Queste fotografie di cittadine arrestate, ammanettate con fascette di plastica e bendate con un panno di flanella, inviano un messaggio dallo Stato all’intera comunità palestinese”, spiega la dott.ssa Honaida Ghanim, sociologa, antropologa e direttrice palestinese del Palestinian Forum for Israeli Studies (MADAR). “Mettono in mostra gli strumenti di oppressione, repressione e umiliazione dello Stato, marcando allo stesso tempo i confini della libertà di espressione”.

Né queste azioni possono essere viste, sostiene Ghanim, separatamente dal contesto più ampio della guerra genocida di Israele a Gaza, dove si moltiplicano immagini di palestinesi morti, mutilati e traumatizzati. “Queste immagini sono pianificate per avere un impatto sulla coscienza collettiva palestinese. Fanno parte di una narrazione visiva più ampia, un collage attraverso il quale lo Stato tenta vuole riaffermare la propria autorità e deterrenza, ostentando un potere totale attraverso il controllo e l’oppressione”.

Un altro caso che ha attirato l’attenzione per delle discutibili azioni della polizia ha coinvolto Intisar Hijazi, un’insegnante palestinese di 41 anni della città di Tamra, nel nord di Israele. È stata arrestata il 7 ottobre 2024 per aver condiviso sui social media un video di se stessa mentre ballava al ritmo di una canzone inglese. Il video, girato nella sua scuola a Nazareth il 7 ottobre 2023, non conteneva alcun riferimento agli attacchi di Hamas di quel giorno.

L’avvocato Ashraf Hejazi, che rappresenta Hijazi, ha parlato del caso con +972. “Quando siamo arrivati ​​alla stazione di polizia non sono stati in grado di provare alcuna accusa legata al terrorismo, accusandola invece di mettere in pericolo la sicurezza pubblica”, ha spiegato. “Inizialmente il tribunale ha concesso alla polizia una proroga di due giorni per stabilire le prove delle loro accuse ma dopo due giorni di detenzione è stata rilasciata poiché la polizia non è riuscita a produrre alcuna prova a sostegno delle affermazioni”.

Prima che venisse rilasciata una qualche dichiarazione ufficiale della polizia Ben Gvir ha pubblicato le immagini di Hijazi durante il suo arresto, bendata in un veicolo della polizia. Un’altra fotografia non autorizzata che la mostrava in manette è circolata anche sui social media, davanti a una bandiera israeliana. “Abbiamo scoperto in seguito che Ben Gvir aveva personalmente richiesto il suo arresto per accuse di terrorismo”, dice Hejazi.

Allo stesso modo, nel caso di Abd Elhadi, Ben Gvir ha condiviso foto costruite ad arte che riproducono l’attrice in piedi davanti a una bandiera israeliana mentre si trovava sotto custodia della polizia. Successivamente ha lanciato un attacco pubblico al giudice che ha ordinato il suo rilascio, Arafat Taha, etichettandolo come “nemico interno”.

“La [diffusione] di queste immagini di arresti, in particolare di personaggi noti, rappresenta una forma di abuso sociale”, spiega la dott.ssa Maram Masarwi, docente e ricercatrice presso l’Al Qasemi College of Education e la Tel Aviv University. “Il messaggio dello Stato è inequivocabile: possiamo raggiungere chiunque e mettere a tacere qualsiasi voce, persino artisti di spicco come Dalal Abu Amneh. Nessuna voce è autorizzata a elevarsi al di sopra dello Stato”.

“Quando vediamo una persona fotografata sotto la bandiera in una posa umiliante interiorizziamo inconsciamente questa dinamica di potere”, continua Masarwi. “Non tutti hanno la resistenza o la capacità di affrontare questo potere, il che porta la maggior parte ad autocensurarsi. Questa oppressione diventa inconsciamente radicata nella nostra psiche collettiva come società“.

Abeer Baker, un’avvocatessa che rappresenta Abd Elhadi, ha detto a +972 di aver osservato un aumento delle incriminazioni contro le donne palestinesi in particolare nell’ultimo anno. “Questo non è casuale”, ha sostenuto Baker. “L’arresto di donne, in particolare studentesse e personaggi noti, crea ansia sociale e intimidisce altre donne.

“Se si vuole aumentare la pressione su una comunità si prendono di mira le sue donne. Le donne sono più vulnerabili durante le indagini a causa di varie forme di ricatto, in particolare violazioni della privacy come le ricerche sul telefono”, spiega Baker. “C’è anche un elemento di vendetta legato alle violenze sessuali del 7 ottobre: ​​le donne palestinesi vengono trattate come se fossero colpevoli di complicità“.

“La paura non mi abbandona mai”

Ad agosto l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha pubblicato “Welcome to Hell” [Benvenuti all’Inferno, ndt.], un rapporto rivoluzionario che descrive in dettaglio gli abusi sistemici sui palestinesi e le condizioni disumane nelle prigioni israeliane dal 7 ottobre, che descrivono come una “rete di campi di tortura”.

Il rapporto rileva che, nonostante il diverso status legale, le centinaia di cittadini palestinesi di Israele arrestati sono stati “sottoposti alle stesse condizioni [in prigione] dei loro corrispondenti della Cisgiordania e hanno subito abusi simili”, tra cui gravi maltrattamenti fisici, umiliazioni sessuali e negazione dei diritti fondamentali.

Tra le testimonianze raccolte nel rapporto c’è quella di I.A., una studentessa universitaria palestinese-israeliana sui vent’anni che è stata arrestata nel novembre 2023 per un post sui social media. Ha raccontato di essere stata ripetutamente derisa per il suo aspetto da ufficiali e guardie carcerarie, e di essere stata costretta a sottoporsi a perquisizioni corporali di fronte a guardie maschili. “La guardia donna mi prendeva in giro per i vestiti, le fattezze del corpo e i peli. Ha detto chiaramente che la disgustavo”, ricorda.

Dopo il suo rilascio I.A. è tornata all’università, ma ha continuato a confrontarsi con un ambiente ostile. “Avevo davvero paura che gli studenti ebrei mi aggredissero”, dice. “Molti studenti ora frequentano le lezioni armati di fucili e pistole… Spesso [mi ritrovo] seduta accanto a qualcuno armato durante una lezione. È una situazione davvero spaventosa, soprattutto di fronte alle continue istigazioni contro gli studenti arabi”.

Come altre contenute nel rapporto questa testimonianza illustra come il sistema carcerario israeliano non sia solo uno strumento di oppressione fisica ma anche un metodo per instillare un trauma psicologico duraturo che si estende ben oltre le mura della prigione, mirato a sopprimere la partecipazione dei cittadini palestinesi alla vita civica.

Secondo il dott. Marwan Dwairy, psicologo clinico di Nazareth, in seguito al 7 ottobre alcuni cittadini palestinesi in Israele “credevano di avere ancora [un po’ di] spazio democratico per esprimere i propri sentimenti, [anche se] in modo minimo o indiretto”. La guerra a Gaza, ha sostenuto, “ha intensificato i loro sentimenti di frustrazione e impotenza, innescando paura per la loro sicurezza e senso di colpa per non poter aiutare la loro gente”.

Ma nel giro di pochi giorni o settimane si sono ritrovati perseguitati dalle loro università, dai loro luoghi di lavoro e dai loro tribunali. L’impatto psicologico, sostiene Dwairy, è stato profondo: la riduzione dello spazio di libertà di espressione unita alle ansie legate alla guerra e alla paura di essere perseguiti ha portato a “un aumento significativo dei casi di depressione, ansia e disturbi psicosomatici” tra i cittadini palestinesi.

Per Abd Elhadi l’ansia è stata una presenza costante durante il suo anno agli arresti domiciliari, soprattutto perché gli utenti dei social media israeliani minacciavano di aggredirla a casa sua. “Non mi sentivo al sicuro, sapendo che avevano pubblicato il mio indirizzo”, riferisce a +972. “Ogni auto che si avvicinava mi rendeva ansiosa”. Ha anche iniziato a dormire completamente vestita con scorte di emergenza nelle vicinanze per paura di essere arrestata di nuovo.

Abeer Baker, avvocatessa di Abd Elhadi, osserva che la polizia continua a nascondere informazioni cruciali sul suo caso, tra cui l’identità dei due agenti che l’hanno filmata e come le sue foto siano trapelate ai media. “Questo caso è significativo perché espone le pratiche statali, in particolare quelle della polizia e dell’accusa, il cui ruolo dovrebbe essere quello di supervisionare la condotta della polizia ma che invece è diventata complice di queste pratiche illegali”, spiega. “Stiamo lavorando per trasformare l’atto di accusa contro Maisa in un atto di accusa contro la polizia per il trattamento riservato alle prigioniere”.

Abd Elhadi, pur essendo stata rilasciata dagli arresti domiciliari il mese scorso, non riesce a sfuggire al peso psicologico dell’anno trascorso. “Ancora oggi temo per la mia vita”, afferma. “Vado solo in posti familiari dove ho degli amici. La paura non mi abbandona mai”.

Mariam Farah è una giornalista palestinese di Haifa.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un rapporto rivela che i soldati israeliani commettono sistematicamente violenze sui palestinesi a Hebron

Oren Ziv

9 dicembre 2024 – +972magazine

Frustati con una cintura, colpiti all’inguine, minacciati di stupro: i palestinesi riferiscono uno schema ricorrente di attacchi arbitrari nella città della Cisgiordania quest’anno.

Arresti casuali, violenza e umiliazione da parte di soldati israeliani senza motivo: questa negli ultimi mesi è la vita quotidiana dei palestinesi nella città di Hebron, nella Cisgiordania occupata, secondo le testimonianze raccolte dall’organizzazione per i diritti umani B’Tselem e pubblicate la scorsa settimana in un nuovo rapporto.

Mentre la maggior parte della resistenza armata in Cisgiordania è concentrata nelle città settentrionali di Jenin, Tulkarem e Nablus, i soldati israeliani sembrano aver deciso che, dopo il 7 ottobre, tutti i palestinesi siano sostenitori di Hamas, e nessuno innocente.

“Sembra che i palestinesi residenti a Hebron possano in ogni momento essere fatti vittime di violenze brutali, inflitte loro mentre sbrigano le loro faccende quotidiane”, spiega il rapporto. “Queste vittime sono state scelte casualmente, senza alcun rapporto con le loro azioni”.

Nessuno dei 25 palestinesi che hanno rilasciato la propria testimonianza a B’Tselem aveva preso parte ad azioni violente, né si era unito a proteste non-violente. Soltanto due tra di loro erano stati effettivamente arrestati e portati via, in strutture militari, ed entrambi sono stati in seguito rilasciati senza che alcuna accusa venisse formulata. Gli altri 23 sono stati liberati dopo che le violenze sono terminate.

In diversi casi i soldati hanno ispezionato i cellulari dei palestinesi alla ricerca di “prove” del loro sostegno ad Hamas: “Un’immagine ‘sospetta’ o segni di aver seguito aggiornamenti su Gaza … sono stati sufficienti a giustificare il trasferimento a una delle postazioni militari disseminate in tutta Hebron e ore di violenze fisiche e mentali, sotto la minaccia delle armi, ammanettati e bendati” osserva il rapporto.

Con più di 200.000 residenti, Hebron è la città palestinese più popolosa in Cisgiordania nonché l’unica che ospita al suo interno coloni israeliani: circa 900 coloni vivono sotto la protezione di circa 1.000 soldati israeliani.

L’incremento nelle vessazioni e violenze contro i palestinesi a Hebron non è un fenomeno isolato. Dal 7 ottobre in Cisgiordania l’esercito israeliano ha ucciso più di 730 palestinesi, in parte a causa del significativo ricorso alle forze aeree nella zona per la prima volta dalla fine della Seconda Intifada, circa 20 anni fa. Contemporaneamente i coloni israeliani con l’aiuto dell’esercito hanno sottoposto a pulizia etnica più di 50 comunità rurali palestinesi.

I fatti oggetto dell’indagine dei ricercatori di B’Tselem hanno avuto luogo nella zona centrale di Hebron tra maggio e agosto di quest’anno. Quasi tutte le vittime sono giovani uomini. Il gran numero di testimonianze, la presenza di diversi soldati nella maggior parte degli episodi e il fatto che essi abbiano a volte avuto luogo all’interno di strutture militari sono tutti fattori che suggeriscono che gli arresti casuali e la violenza possano essere la politica non ufficiale dell’esercito nella città.

Il soldato ha chiesto se mi piacesse Hamas e poi mi ha colpito ai testicoli’

Hisham Abu Is’ifan, 54 anni, sei figli, residente nel quartiere Wadi Al-Hassin di Hebron, stava andando a svolgere il suo lavoro di impiegato presso il Ministero dell’Istruzione quando è stato fermato e attaccato dai soldati il 12 giugno.

“[Un soldato] si è avvicinato e mi ha spinto, poi mi ha ordinato di dargli la mia carta d’identità e il telefono”, testimonia Abu Is’ifan a B’Tselem. “Prima che potessi dargli il telefono, mi ha afferrato per la nuca e mi ha spinto a terra. La schiena mi faceva molto male e ho urlato… Poiché continuavo a urlare per il dolore, il soldato si è seduto su di me schiacciandomi il petto con le ginocchia fino a quando ho sentito di non poter più respirare per il dolore”.

Yasser Abu Markhiyeh, 52 anni, 4 figli, residente nel quartiere di Tel Rumeida, è stato sottoposto a violenze a un posto di blocco a Hebron il 14 di luglio a causa di ciò che i soldati hanno trovato sul suo cellulare. “Quando l’ho raggiunto, [il soldato] mi ha ordinato di dargli la mia carta d’identità”, racconta. “L’ho fatto, e lui mi ha detto di sbloccare il telefono e darglielo. L’ho sentito parlare con qualcuno via radio e fare il mio nome.

Dopo circa cinque minuti, quattro soldati sono arrivati al posto di blocco”, continua Abu Markhiyeh. “Uno di loro mi ha parlato in arabo e mi ha accusato di aver contattato Al Jazeera e calunniato l’esercito israeliano. Gli ho risposto che tre settimane prima io avevo in effetti riferito ad Al Jazeera di essere stato attaccato dai soldati il 22 di giugno… Allora mi ha legato le mani dietro la schiena con fascette serracavi, stringendole molto. Due soldati mi hanno assalito e hanno cominciato a picchiarmi, anche ai testicoli, per diversi minuti”.

Mahmoud ‘Alaa Ghanem, un diciottenne che vive nella città di Dura, nel distretto di Hebron è stato attaccato dai soldati a Hebron l’8 luglio. Come per Abu Markhiyeh, anche il suo cellulare è stato ispezionato dai soldati. Quando hanno aperto l’account Instagram di Ghanem hanno trovato un meme raffigurante un soldato israeliano intento a salvare bambini il 7 ottobre con la scritta “Photoshop”, una derisione dell’evidente incapacità dell’esercito di contrastare l’attacco di Hamas quel giorno.

“Mi ha chiesto di quell’immagine, e io ho detto che era solo un’immagine”, riferisce Ghanem a B’Tselem. “Ha detto ‘Te lo diamo noi Photoshop’”.

Dopo alcuni minuti, Ghanem è stato messo sul pavimento di una jeep e portato via. “Uno dei soldati mi ha preso per i capelli e mi ha sbattuto la faccia contro il portellone posteriore, tre volte di fila”, dice. “Ho sentito che la mia bocca e il mio naso sanguinavano. Il soldato mi ha chiesto, ‘Ti piace Hamas?’ Ho detto di no e lui mi ha afferrato per il braccio, me l’ha girato attorno al collo e mi ha strangolato… Due soldati hanno cominciato a schiaffeggiarmi e chiedermi di nuovo ‘Ti piace Hamas?’ Ho di nuovo detto di no, e poi uno di loro mi ha colpito con forza ai testicoli. Ho urlato per il dolore, e poi lui mi ha colpito di nuovo nello stesso punto, più forte. Li ho supplicati in nome di Dio di smettere di colpirmi”.

Ci hanno frustati con una cintura su tutto il corpo’

Alcune delle testimonianze descrivono violenze fisiche che vanno al di là dei pestaggi. “Uno dei soldati è venuto da me e ha messo la sua sigaretta sulla mia gamba destra”, riferisce a B’Tselem Muhammad A-Natsheh, ventiduenne di Tel Rumeida che è stato fermato il 14 luglio. “L’ha spenta lentamente, in modo che facesse più male. Uno di loro ha chiesto: ‘Fa male?’ Quando ho detto di sì, mi ha dato un pugno alla nuca, è salito in piedi sulle mie gambe e le ha schiacciate con forza”.

Continua A-Natsheh: “Uno di loro ha preso una sedia da ufficio e l’ha messa sulle mie gambe. Di quando in quando ci si sedeva, cosa molto dolorosa. Hanno continuato a insultarmi per tutto il tempo, uno di loro mi ha anche sputato addosso. É continuato per circa un’ora, poi uno dei soldati mi ha detto in arabo: ‘Ti stupreremo’. Uno di loro mi ha afferrato la testa e un altro soldato cercava di farmi aprire la bocca e spingervi dentro un oggetto di gomma, ce l’ho messa tutta per non aprire la bocca. Ho sentito uno di loro che diceva in ebraico: ‘Filmalo, filmalo’”.

“Poi è arrivato un soldato che parlava arabo”, ricorda. “È venuto da me e mi ha ordinato di alzarmi in piedi, ma non ci riuscivo. Mi ha preso per il collo, mi ha sollevato e mi ha fatto stare in piedi faccia al muro, e poi con le mani ha cominciato a spingermi la testa a destra e a sinistra con violenza, dicendo ‘Se ti vedo di nuovo in questo posto ti violento e ti uccido. Farò lo stesso a chiunque io veda qui’.

Il fenomeno dei soldati che registrano le violenze con i propri telefoni per poi condividerli è stato riferito da diverse testimonianze. “I soldati hanno portato del ghiaccio e me l’hanno messo nelle mutande”, racconta a B’Tselem Qutaybah Abu Ramileh, venticinquenne del quartiere di Al-Salayma, fermato l’8 luglio insieme al fratello Yazan, 22 anni. “Dopo, mio fratello Yazan mi ha detto che hanno fatto lo stesso a lui. Hanno anche versato qualche alcolico sui nostri vestiti. Ho sentito un soldato parlare a una ragazza al telefono. Credo fosse una videochiamata. Ridevano e si prendevano gioco di noi”.

“Uno dei soldati ci ha presi a calci in testa e in faccia mentre malediceva noi e le nostre madri”, ha continuato. “Poi all’improvviso ho sentito provenire dall’alto il suono di una cintura in cuoio, e uno di loro ha cominciato a frustarci con la cintura sulle nostre teste e su tutto il corpo… I soldati hanno calpestato i nostri piedi (nudi). Le frustate con la cintura sono continuate per almeno tre minuti, poi i soldati hanno portato un secchio e me lo hanno messo in testa. Più tardi ho capito che ne avevano messo uno anche a Yazan. Hanno cominciato a giocare con una palla o qualcosa di simile, e la tiravano contro il secchio sulla mia testa. Quando la palla colpiva il secchio faceva male. Era difficile respirare e mi sembrava di soffocare”.

Come in diversi video usciti da Gaza negli ultimi mesi, la violenza sui palestinesi da parte dei soldati a Hebron è spesso accompagnata dall’ingiunzione ai trattenuti di condannare Hamas. Mu’tasem Da’an, giornalista, 46 anni, 8 figli, del quartiere di Wadi A-Nasara, è stato fermato il 28 luglio e gli è stato ordinato di sbloccare il telefono.

“Hanno cercato un po’ e hanno trovato contenuti relativi alla guerra a Gaza”, ha raccontato. “I soldati mi hanno bendato e mi hanno portato a piedi per circa 250 metri alla base militare vicino al cancello meridionale della colonia di Kiryat Arba… Hanno cantato canzoni in ebraico che parlano di vendetta contro Hamas, elogiano Israele e inneggiano all’uccisione di donne e bambini. Ci hanno fatto ripetere le parole e maledire i palestinesi. Capisco l’ebraico molto bene”.

Anche se la maggior parte delle vittime sono uomini, tra coloro che hanno rilasciato a B’Tselem la propria testimonianza ci sono anche alcune donne. ‘Abir Id’es-Jaber, 33 anni, 4 figli, del quartiere di Al-Manshar, è stata attaccata insieme a suo marito il 21 agosto, mentre erano nella loro auto.

“I soldati ci hanno ordinato di andarcene”, ha detto. “Mio marito ha fatto manovra, e i soldati ci stavano ancora circondando. Uno di loro mi ha guardata e mi ha fatto l’occhiolino. Mi ha fatto un sorriso beffardo e poi l’ho visto togliere la sicura a una granata stordente e gettarla tra le mie gambe. Ho spinto via la granata ed è caduta sotto il sedile. Ho gridato ‘Granata! Granata!’ e mi sono riparata dall’altra parte. (Mio marito) si era voltato verso di me quando ho gridato, quindi la granata gli è scoppiata sotto al viso. È svenuto. Grazie a Dio, l’auto si è fermata da sola”.

In risposta alla richiesta di commento da parte di +972, un portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato di non essere a conoscenza di nessuno dei casi riportati eccetto quello riguardante Abu Markhiyeh. “L’esercito tratta i trattenuti in conformità con il diritto internazionale e agisce per investigare e gestire episodi eccezionali che esulano dagli ordini”, recita la dichiarazione. “Nei casi in cui ci sia il sospetto di un reato penale che giustifica l’apertura di un’inchiesta, viene lanciata un’indagine penale militare e alla sua conclusione le risultanze sono sottoposte all’esame della Procura Generale militare”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Morire all'”Inferno”: il destino dei medici palestinesi incarcerati da Israele

Simon Speakman Cordall

24 novembre 2024 – Aljazeera

Secondo recenti rivelazioni uno dei medici più importanti di Gaza potrebbe essere stato violentato a morte. Non è l’unico.

Attenzione: questo articolo include descrizioni o riferimenti a violenze sessuali che alcuni lettori potrebbero trovare inquietanti.

La vita del dottor Adnan Al-Bursh è in netto contrasto con il modo in cui il carismatico 49enne è morto.

A dicembre il primario di ortopedia dell’ospedale al-Shifa di Gaza stava lavorando all’ospedale al-Awda nel nord di Gaza quando lui e altri medici sono stati arrestati dall’esercito israeliano per riferite “ragioni di sicurezza nazionale”.

Secondo quanto dichiarato dall’organizzazione israeliana per i diritti umani HaMoked, quattro mesi dopo le guardie della prigione di Ofer hanno trascinato Al-Bursh e lo hanno scaricato nel cortile della prigione, nudo dalla vita in giù, sanguinante e incapace di stare in piedi.

Avendolo riconosciuto alcuni prigionieri hanno portato Al-Bursh in una stanza vicina, dove è morto pochi istanti dopo.

Entrare in un “Inferno”

Il dott. Al-Bursh era diventato una presenza costante nella vita di molti attraverso i video-diari che postava prima del suo arresto.

I suoi video lo mostravano con i suoi colleghi mentre scavavano fosse comuni nel cortile di al-Shifa per seppellire le persone perché Israele non permetteva che i loro corpi venissero portati in un cimitero, o mentre intervenivano su feriti e moribondi con poca o nessuna attrezzatura e aspettavano insieme l’assalto israeliano contro un ospedale dove migliaia di persone avevano cercato sicurezza.

L’assalto è avvenuto a metà novembre quando, in scene catturate dal dott. Al-Bursh, l’esercito israeliano ha ordinato ai pazienti, al personale e a circa 50.000 sfollati rifugiati ad al Shifa di andarsene.

Il dott. Al-Bursh ha raggiunto l’ospedale indonesiano nel nord di Gaza dove ha lavorato fino a quando anche quello non è stato preso di mira, a novembre, e si è trasferito all’ospedale Al-Awda.

Lì è stato arrestato e condotto in un sistema carcerario che l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem descrive come “Inferno”.

Israele spesso imprigiona operatori sanitari come il dottor Al-Bursh per “indagini” e li mantiene in condizioni orribili.

“La maggior parte dei medici e infermieri [detenuti da Israele e che hanno parlato con PHRI] ha riferito di essere stati sottoposti ad interrogatori al fine di ottenere informazioni ma senza che gli venisse rivolta alcuna accusa”, ha affermato Naji Abbas, direttore del dipartimento dei prigionieri di Physicians for Human Rights Israel [Medici per i diritti umani – Israele].

“Il nostro avvocato ha visitato decine di operatori sanitari che [sono] ancora in detenzione israeliana da lunghi mesi senza accuse o senza un giusto processo e la maggior parte di loro non ha mai visto un avvocato”, ha aggiunto.

Il Ministero della Salute palestinese a Gaza riferisce che dall’inizio della guerra a Gaza nell’ottobre 2023 Israele ha arrestato almeno 310 operatori sanitari palestinesi.

Molti di loro hanno denunciato abusi e trattamenti crudeli, tra cui l’imposizione di posizioni forzate, la privazione di cibo e acqua e la violenza sessuale, compreso lo stupro.

“Gli operatori sanitari con cui abbiamo parlato sono stati trattenuti per un periodo compreso tra sette giorni e cinque mesi”, ha affermato Milena Ansari di Human Rights Watch (HRW), il cui rapporto di agosto sulla detenzione arbitraria e la tortura degli operatori sanitari ha documentato la situazione.

“Molti non vengono nemmeno accusati, vengono solo poste loro domande generiche, come: ‘Chi è il tuo imam?’, ‘In quale moschea vai?’ o anche ‘Sei un membro di Hamas?’, ma senza fornire alcuna prova”, ha detto.

Di male in peggio e poi diventa un “Inferno”

I resoconti diffusi delle torture e dei maltrattamenti sui prigionieri palestinesi nelle prigioni israeliane sono di lunga data.

Tuttavia tutti gli analisti con cui ha parlato Al Jazeera hanno notato due fasi distinte nel drammatico deterioramento delle condizioni e nell’aumento degli abusi: la prima dopo la nomina di Itamar Ben-Gvir a ministro della sicurezza nazionale nel 2022, seguita dall’esplosione di maltrattamenti dei detenuti dopo l’inizio della guerra israeliana a Gaza nell’ottobre 2023.

“Non gli importa se sei di Gaza o di Gerusalemme, se sei un medico o un lavoratore: se sei un palestinese, sei il nemico”, ha affermato Shai Parness dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem.

“È brutale e sistematico”, ha detto di un sistema che il rapporto di agosto di B’Tselem, Welcome To Hell, ha descritto come “una rete di campi di tortura”.

“Non è solo violenza, umiliazione e abuso sessuale, è tutto”, ha detto Ansari.

“I resoconti di violenza fisica e sessuale sono abituali. Tra le persone abusate fisicamente le ferite alla testa, alle spalle e, nel caso degli uomini, tra le gambe e il sedere sono abbastanza comuni”, ha aggiunto Ansari.

Ha descritto nei dettagli il caso di un paramedico che ha riferito a HRW di aver incontrato un altro detenuto che sanguinava dall’ano, il quale ha raccontato come tre guardie israeliane si fossero alternate a violentarlo con i loro fucili M16.

“Ridurre i loro diritti”

A luglio, nel rispondere alle accuse di sovraffollamento da parte dello Shin Bet, l’agenzia di sicurezza interna di Israele, Ben-Gvir si è vantato delle condizioni abominevoli nei suoi sistemi carcerari, scrivendo su X: “Da quando ho assunto la carica di ministro della sicurezza nazionale, uno degli obiettivi più importanti che mi sono prefissato è quello di peggiorare le condizioni dei terroristi nelle prigioni e di ridurre i loro diritti al minimo richiesto dalla legge”.

All’inizio della stessa settimana ha pubblicato un video in cui affermava: “Si dovrebbe sparare ai prigionieri invece di dar loro da mangiare”.

“Era terribile, è sempre stato terribile”, ha detto Abbas ad Al Jazeera, “Ma le cose sono diventate molto pesanti dopo la nomina di Ben-Gvir. Da ottobre è come un altro mondo. È diventato orripilante.

“Prima della guerra c’erano centinaia di prigionieri palestinesi con malattie croniche. Ora in prigione ci sono migliaia di persone in più, il che significa molte più persone con condizioni croniche che non vengono curate”.

A luglio, in seguito all’arresto di soldati israeliani accusati di torture sistematiche e stupri presso il centro di detenzione di Sde Teiman, manifestanti israeliani, tra cui politici eletti, hanno preso d’assalto Sde Teiman e la vicina base di Beit Lid chiedendo il rilascio dei soldati arrestati.

In seguito Ben Gvir ha scritto al primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu condannando l’arresto dei soldati per stupro e tortura in quanto “vergognoso” e dicendo delle condizioni nel suo sistema carcerario: “I campi estivi e la pazienza per i terroristi sono finiti”.

Secondo una dichiarazione rilasciata dall’esercito israeliano alla Sky News del Regno Unito, il dottor Al-Bursh è stato portato da Al-Awda a Sde Teiman.

Un altro detenuto, il dottor Khalid Hamouda, ha valutato che più o meno un quarto dei circa 100 prigionieri di Sde Teiman erano operatori sanitari.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Per respirare un po’ d’aria la parlamentare palestinese si deve sdraiare accanto alla fessura sotto la porta della cella

Gideon Levy

30 agosto 2024 – Haaretz

Dopo lo scoppio della guerra la parlamentare palestinese Khalida Jarrar è stata nuovamente arrestata e da allora è rimasta incarcerata senza accuse, ora in totale isolamento, in condizioni disumane.

Dopo essere stata imprigionata pochi mesi dopo lo scoppio della guerra a Gaza in occasione degli arresti di massa di Israele nei confronti dei palestinesi della Cisgiordania, Khalida Jarrar è stata costretta a rimanere dietro le sbarre per altri sei mesi, sempre in detenzione amministrativa, senza accuse e senza processo.

La più nota prigioniera politica palestinese, accusata di essere una componente della leadership politica del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, che Israele considera un’organizzazione terroristica, è stata rapita da casa sua otto mesi fa e da allora incarcerata. Fino a due settimane e mezzo fa era detenuta con altre prigioniere di sicurezza nella prigione di Damon, sul Monte Carmelo, fuori Haifa. Poi all’improvviso, senza alcuna spiegazione, è stata trasferita a Neve Tirza, una prigione femminile nel centro di Israele, rinchiusa in una minuscola cella di 2,5 x 1,5 metri e lasciata in totale isolamento 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

La sua cella non ha finestre. Non c’è aria, non c’è ventilatore, solo un letto di cemento e un materasso sottile, oltre a dei servizi igienici senz’acqua per la maggior parte del giorno. Questa settimana ha detto al suo avvocato che per respirare un po’ si sdraia sul pavimento alla ricerca di un po’ d’aria proveniente dalla fessura sotto la porta della cella. Non beve molto, per evitare di dover usare il water, che emana un odore orribile.

Ecco come Israele tiene i suoi prigionieri politici: senza accuse o processo, in condizioni disumane, illegali anche secondo le sentenze dell’Alta Corte di Giustizia (come quelle relative all’affollamento delle celle, sentenze ignorate dalle autorità carcerarie).

A volte la femminista e attivista politica di 61 anni invoca per ore l’assistenza di una guardia (Jarrar è malata e assume farmaci) senza ricevere risposta. Quando questa settimana ho chiesto a suo marito, Ghassan, cosa pensa che faccia durante tutte quelle ore di isolamento disumano, è rimasto in silenzio e i suoi occhi si sono inumiditi. Khalida e Ghassan hanno una grande esperienza del carcere: lui ha trascorso circa 10 anni della sua vita in prigione, lei circa sei. Ma l’attuale prigionia è senza dubbio la più dura e difficile di tutte, sotto il pugno di ferro del servizio carcerario israeliano di Itamar Ben-Gvir.

È immersa nella sofferenza: durante ciascuna delle sue precedenti incarcerazioni (tutte tranne una erano detenzioni amministrative) è morto un parente stretto e Israele le ha impedito di partecipare ai funerali o ai rituali del lutto. Nel 2015, quando morì suo padre, era in prigione; ed era in prigione anche nel 2018, in occasione della morte di sua madre; nel 2021 una delle sue due figlie, Suha, morì all’età di 31 anni, e anche allora Israele si ostinò duramente a rifiutare alla madre in lutto il permesso di partecipare al funerale. Jarrar fu rilasciata tre mesi dopo la morte della figlia e andò direttamente dalla prigione di Damon alla tomba di Suha. “Voi pensate che non abbiamo sentimenti”, mi disse allora. E ora, durante la sua attuale prigionia, suo nipote, Wadia, che era cresciuto in casa sua come un figlio, è morto di arresto cardiaco all’età di 29 anni.

I disastri che hanno colpito Khalida vanno oltre la comprensione: una tragedia si è susseguita all’altra e lei le affronta eroicamente tutte, almeno esteriormente; è dietro le sbarre per la quinta volta nella sua vita e la quarta volta dal 2015. Il fatto che, a parte un caso, non sia mai stata effettivamente condannata per nessun reato (e anche quell’unica condanna è avvenuta per un reato politico, “appartenenza a un’organizzazione illegale”, e non per aver commesso atti di terrorismo o violenza), senza che Israele abbia mai presentato la minima prova contro di lei a un processo, dovrebbe sconvolgere chiunque in Israele o all’estero creda nella democrazia. Cinque volte Haaretz ha pubblicato editoriali con la richiesta del suo rilascio, ma invano.

Jarrar, che si oppone al regime, il regime di occupazione, è una componente dell’Assemblea Legislativa Palestinese, attualmente non operativa, un fatto che dovrebbe garantirle l’immunità parlamentare. È una prigioniera di coscienza in Israele. Quando parliamo di prigionieri di coscienza in Myanmar, in Russia, in Iran o in Siria, non dobbiamo dimenticare Jarrar. Quando parliamo di Israele nei termini di una democrazia è nostro dovere ricordare Jarrar.

L’ultima volta che abbiamo fatto visita alla bella vecchia casa in pietra dei Jarrar nel centro di Ramallah è stata dopo il suo rilascio dalla precedente pena detentiva, proprio nel periodo di lutto per la morte di Suha. Quello è stato il suo più doloroso ritorno a casa dalla prigione. Parcheggiata sotto c’era la nuova Jeep rossa che suo marito le aveva comprato due anni prima, che era riuscita a malapena a guidare prima di essere arrestata. Questa settimana la Jeep rossa è di nuovo ferma, silenziosa, nel vialetto. Ma la casa è più vuota e triste che mai: Suha è morta, Khalida è in prigione e l’altra figlia, Yafa, la più grande della coppia, vive a Ottawa con il marito canadese e la loro figlia di 2 anni, che hanno chiamato Suha in memoria della zia. Solo Ajawi (dattero maturo) e Asal (miele), due gatti rossicci, vagano ancora qui.

Questa settimana un aquilone volava nei cieli di Ramallah, ben al di sopra dei grigi ingorghi intorno al checkpoint di Qalandiyah. Dall’esterno della finestra della casa dei Jarrar si è sentito improvvisamente il rumore degli elicotteri: a quanto pare il presidente palestinese Mahmoud Abbas stava tornando da un’altra missione diplomatica: la Giordania gli aveva fornito due elicotteri.

Due mesi fa Ghassan ha chiuso la sua fabbrica a Beit Furiq, a sud-est di Nablus, che produceva animali di peluche. Il calvario dei checkpoint all’andata e al ritorno (Beit Furiq è stata bloccata dalle autorità israeliane dall’inizio della guerra di Gaza) e la situazione economica, per cui i giocattoli accattivanti e colorati realizzati con una magnifica pelliccia sintetica non trovano acquirenti, lo hanno costretto a chiudere la sua attività. Molti palestinesi hanno subito una sorte simile in Cisgiordania, dove i redditi si sono prosciugati perché ai lavoratori non è più consentito entrare in Israele.

Ghassan, 65 anni, fa attualmente parte del consiglio comunale di Ramallah, a capo di una delle quattro fazioni indipendenti. Dopo l’ultimo rapimento di Khalida dalla loro casa ha intrapreso un intenso regime sportivo correndo 10 chilometri al giorno e nuotando.

I rapitori sono arrivati ​​il ​​26 dicembre 2023, alle 5 del mattino, forzando silenziosamente la porta d’ingresso in ferro e poi irrompendo nella camera da letto al secondo piano. Ghassan, che stava dormendo profondamente e inizialmente non aveva sentito nulla, è stato svegliato di soprassalto dai colpi dei calci dei fucili e dai pugni in faccia da parte dei soldati, alcuni dei quali mascherati. Ricorda di aver cercato istintivamente di proteggersi il viso, senza capire cosa stesse succedendo, finché non ha sentito uno dei soldati dire: “Ha cercato di afferrare l’arma”. Ghassan si è svegliato del tutto. Ha sentito armare i fucili e ha avvertito i raggi laser rossi dei loro mirini che gli sfioravano il viso. Quello è stato il momento più vicino alla morte in assoluto, dice. Ha immediatamente alzato le mani in segno di resa e si è salvato la vita.

I soldati non hanno fatto del male a Khalida. Le è stato ordinato di vestirsi, raccogliere alcuni indumenti e le medicine e andare con i soldati al piano di sotto. Lì, nel vialetto, è stata ammanettata e bendata. I rapitori non hanno detto nulla sul perché la stessero arrestando e dove la stessero portando.

È stata messa in detenzione amministrativa per sei mesi senza essere sottoposta ad alcun interrogatorio. Il 24 giugno la detenzione è stata estesa per altri sei mesi, come al solito senza accuse o spiegazioni. Le condizioni nella prigione di Damon sono peggiori rispetto alla prigione di Hasharon, vicino a Netanya, dove era stata incarcerata la volta precedente. Inoltre, dall’inizio della guerra la condizione dei prigionieri di sicurezza si è incommensurabilmente aggravata grazie al duo sadico, il ministro della sicurezza nazionale Ben-Gvir e il suo capo di gabinetto e lacchè, Chanamel Dorfman.

Durante la detenzione di Khalida a Damon c’erano tra le 73 e le 91 prigioniere e detenute palestinesi, riferisce Ghassan, aggiungendo che lì, diversamente dalle volte precedenti, ha mostrato maggiore cautela cercando di non comportarsi come leader nei confronti delle sue compagne di prigionia. Ovviamente da dicembre suo marito non l’ha incontrata o nemmeno parlato con lei: tutte le visite alle prigioniere palestinesi sono state interrotte da Ben-Gvir. Nel 2021 Khalida aveva saputo della morte di sua figlia tramite radio, ma ora non c’è più la radio, né un bollitore o una piastra elettrica, o altri dispositivi che potrebbero alleviare la sua situazione. E nell’era di Ben-Gvir non si può più acquistare nulla nelle mense delle prigioni.

Il 13 agosto un avvocato che aveva visitato un’altra detenuta ha riferito che Khalida non era più a Damon. Naturalmente, nessuno nel servizio carcerario ha pensato di informare la famiglia, che ha immediatamente avviato sforzi febbrili per scoprire dove si trovasse. L’avvocata della famiglia, Hiba Masalha, ha contattato il consulente legale del servizio carcerario, ma non ha ricevuto risposta. Alla fine, le è stato detto a Damon che Khalida era stata trasferita a Neve Tirza. Non sono state fornite altre informazioni.

Per quanto ne sappiamo, non ci sono altri prigionieri di sicurezza a Neve Tirza. I suoi detenuti criminali potrebbero rappresentare un pericolo per una prigioniera di sicurezza palestinese come Khalida, ma è stata immediatamente posta in isolamento. Nessuno ha spiegato alla sua avvocata perché fosse in isolamento o per quanto tempo sarebbe durato. Condizioni davvero disumane per una donna malata di oltre 60 anni.

Il 20 agosto una ONG palestinese, Addameer Prisoner Support, e Human Rights Association, hanno inviato una lettera urgente ai responsabili di tutte le missioni diplomatiche a Ramallah e Gerusalemme, descrivendo la difficile situazione della donna, conosciuta in tutto il mondo come prigioniera di coscienza.

La scorsa settimana il direttore della prigione ha informato Khalida che avrebbe avuto diritto a una passeggiata giornaliera di 45 minuti nel cortile della prigione, da sola. Da allora è uscita solo due volte per passeggiate ancora più brevi di quelle che farebbe un cane. Ma tale privilegio è stato revocato questa settimana. Masalha è andata a trovarla e Khalida le ha detto che non ha uno spazzolino da denti, un dentifricio o una spazzola per capelli, né alcun tipo di pantofole. Ghassan è preoccupato per cosa succederebbe se svenisse a causa del diabete e di altri disturbi di cui soffre, dal momento che le guardie non rispondono alle sue chiamate.

Questa settimana Haaretz ha inviato al servizio carcerario le seguenti domande: perché Jarrar è stata trasferita a Neve Tirza? Perché è stata posta in totale isolamento? Perché è stato revocato il permesso per le passeggiate giornaliere? Perché non le è stato assicurato il soddisfacimento delle necessità più basilari?

La risposta a tutte queste domande è stata: “L’IPS (Sistema Penitenziario Israeliano) opera secondo la legge, sotto la stretta verifica di molti funzionari addetti alla supervisione. Ogni prigioniero e detenuto ha il diritto di presentare reclami secondo regole stabilite e le loro denunce saranno esaminate”.

Nel frattempo, Ghassan Jarrar è molto preoccupato per il destino di sua moglie, come del resto dovrebbe essere ogni sostenitore dei diritti umani in Israele e altrove. Secondo l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem dall’inizio della guerra nelle prigioni israeliane sono già morti o sono stati uccisi circa 60 detenuti palestinesi, molto di più del totale di vittime in 20 anni nella famigerata prigione militare di Guantanamo.

Questa settimana Khalida ha avuto una sola richiesta per la sua avvocata: assicurarsi di poter respirare. “Non c’è aria, sto soffocando”, ha detto a Masalha con voce strozzata.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Secondo un’organizzazione non governativa Israele ha allestito strutture adibite alla tortura dei palestinesi

Redazione di Al Jazeera

6 Agosto 2024 – Al Jazeera

Secondo un rapporto dell’ONG israeliana B’Tselem le testimonianze di 55 ex detenuti palestinesi rivelano che più di una dozzina di campi di prigionia israeliani allestiti dopo il 7 ottobre sono dedicati a violenze nei confronti delle persone in custodia

L’organizzazione non governativa israeliana che si occupa di diritti umani B’Tselem ha raccolto le testimonianze di 55 palestinesi, di cui 21 provenienti dalla Striscia di Gaza, che sono stati trattenuti in prigioni israeliane, che raccontano in dettaglio le torture cui sono stati sottoposti.

Il rapporto di B’Tselem, intitolato “Benvenuti all’inferno”, ha rivelato martedì [6 agosto n.d.t.] che dall’inizio dell’attacco israeliano contro Gaza più di una dozzina di strutture carcerarie israeliane sono state convertite in una rete di campi “dedicati alle violenze nei confronti dei detenuti”.

“Tali spazi, in cui ogni detenuto è deliberatamente condannato a subire sofferenze gravi e incessanti, operano di fatto come campi di tortura,” vi si legge.

Le violazioni includono “frequenti atti di violenza grave e arbitraria, aggressioni sessuali, umiliazioni e degrado, fame deliberata, condizioni igieniche forzate, privazione del sonno, divieti e misure punitive contro le pratiche religiose, confisca di tutti gli effetti personali e collettivi e negazione di cure mediche adeguate”.

B’Tselem ha riferito che dal 7 ottobre almeno 60 palestinesi sono morti sotto custodia israeliana, di cui circa 48 provenienti da Gaza.

Secondo il rapporto le testimonianze dei detenuti dimostrano “una politica istituzionale sistematica basata su maltrattamenti e torture costanti di tutti i prigionieri palestinesi”.

Questa politica, si legge, è applicata sotto la direzione del Ministro per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, con il pieno sostegno del Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

“Data la gravità degli atti, l’entità delle violazioni della legge internazionale e il fatto che tali violazioni prendono di mira quotidianamente e per un prolungato periodo di tempo l’intera popolazione carceraria palestinese, l’unica possibile conclusione è che nel compiere questi atti Israele sta commettendo torture che equivalgono a un crimine di guerra e persino a un crimine contro l’umanità”, afferma il rapporto in conclusione.

Richiesta di indagine da parte della Corte Penale Internazionale

Il rapporto fa appello alla Corte Penale Internazionale affinché indaghi “i singoli individui sospettati di organizzare, dirigere e commettere questi crimini”, argomentando che tali indagini non sono state possibili in Israele “poiché tutti i sistemi statali, incluso quello giudiziario, sono stati mobilitati a sostegno di questi campi di tortura”.

B’Tselem ha anche osservato che dall’inizio della guerra contro Gaza il numero di palestinesi detenuti nelle carceri israeliane è raddoppiato, raggiungendo i 9.623.

“Ci appelliamo a tutte le nazioni e a tutte le istituzioni e gli organismi internazionali affinché facciano tutto ciò che è in loro potere per mettere immediatamente fine alle crudeltà inflitte ai palestinesi dal sistema carcerario israeliano, e affinché riconosca il regime israeliano che gestisce tale sistema come un regime di apartheid che deve finire”, conclude l’organizzazione.

Da parte delle autorità israeliane non c’è stata alcuna reazione immediata al rapporto.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Un palestinese rilasciato dal carcere israeliano descrive i pestaggi, la violenza sessuale e la tortura

Gideon Levy e Alex Levac

28 aprile 2024 – Haaretz

Amer Abu Halil, un abitante della Cisgiordania che è stato attivista di Hamas ed è stato incarcerato senza processo, racconta la quotidianità in tempo di guerra che ha vissuto nel carcere israeliano di Ketziot

Non vi è somiglianza tra il giovane seduto insieme a noi per ore nel suo cortile questa settimana e il video del suo rilascio dalla prigione la settimana scorsa. Nella clip lo stesso giovane – con la barba, trasandato, pallido e scarno – sembra camminare a stento; ora è ben curato e sfoggia una giacca rossa con un fazzoletto a quadretti infilato nel taschino. Per 192 giorni in prigione è stato costretto a indossare gli stessi abiti – forse questo spiega la sua attuale estrema eleganza.

E non vi è neppure somiglianza tra ciò che lui racconta in un ininterrotto fiume di parole che è difficile arrestare – resoconti sempre più scioccanti, uno dopo l’altro, supportati da date, esemplificazioni fisiche e nomi – e ciò che sapevamo finora riguardo a quanto accade nelle strutture carcerarie israeliane dall’inizio della guerra. Dal momento del suo rilascio lunedì della scorsa settimana non ha mai dormito di notte per la paura di essere nuovamente arrestato. E vedere un cane per strada lo terrorizza.

La testimonianza di Amer Abu Halil, della città di Dura vicino Hebron, già attivista di Hamas, su quanto avviene nel carcere di Ketziot nel Negev è persino più scioccante dello spaventoso racconto riportato su queste colonne un mese fa da un altro prigioniero, Munther Amira di 53 anni, detenuto nella prigione di Ofer. Amira paragonava la sua prigione a Guantanamo, Abu Halil chiama Abu Ghraib il suo carcere, evocando la famigerata struttura nell’Iraq di Saddam Hussein utilizzata in seguito dagli alleati dopo la caduta di Saddam.

Tra i candidati alle sanzioni USA il Servizio Penitenziario Israeliano dovrebbe essere il prossimo della lista. È palesemente l’ambito in cui gli istinti sadici del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir trovano sfogo.

Siamo stati accompagnati in visita a casa di Abu Halil a Dura questa settimana da due ricercatori sul campo di B’Tselem, l’organizzazione israeliana per i diritti umani: Manal al-Ja’bari e Basel al-Adrah. Il trentenne Abu Halil è sposato con la 27enne Bushra ed è padre di Tawfiq di 8 mesi, nato mentre lui era in prigione. Abu Halil lo ha incontrato per la prima volta la scorsa settimana, ma per lui è ancora emotivamente difficile tenere in braccio il neonato.

Abu Halil è laureato in comunicazioni all’università Al-Quds di Abu Dis, adiacente a Gerusalemme, dove è stato attivo nel settore scolastico di Hamas ed è un ex portavoce dell’agenzia palestinese per le comunicazioni cellulari e wireless Jawwal.

Dal suo primo arresto nel 2019 ha passato un periodo totale di 47 mesi nelle carceri israeliane, molti dei quali in “detenzione amministrativa” – in cui il detenuto non è sottoposto a processo. Una volta lo ha trattenuto anche l’Autorità Nazionale Palestinese, ma non ha riferito dell’interrogatorio. Come alcuni dei suoi fratelli Amer è attivista di Hamas, ma non è “una figura di spicco di Hamas”, dice nelle poche parole in ebraico apprese in carcere.

I fratelli: Umar, di 35 anni, vive in Qatar; Imru, che soffre di un tumore, è detenuto nel carcere di Ofer per la sua attività in Hamas e ha passato sette anni in carceri israeliane e 16 mesi in una prigione palestinese; il 23enne Amar è seduto con noi in una veste bianca e una kefiah – è imam della moschea di Dura e spera di ricoprire presto lo stesso ruolo in una moschea in Nord Carolina, dove vorrebbe emigrare. Dal 2013 tutti i fratelli – Amer, Amar, Imru e Umar, non si sono mai seduti insieme a un pranzo di festa. Qualcuno di loro era sempre in carcere.

Una volta Amer Abu Halil è stato convocato per un interrogatorio dal servizio di sicurezza (interna) Shin Bet con una telefonata a suo padre: “Perché ultimamente non sei andato a pregare in moschea?” gli ha chiesto l’agente dello Shin Bet. “La tua tranquillità è sospetta”. “Quando sono tranquillo mi sospettate, quando non lo sono, ugualmente”, ha detto a chi lo interrogava. Ecco come lo hanno “incastrato”, come si suol dire.

È passato da un interrogatorio all’altro fino al 4 dicembre 2022 quando la sua casa è stata devastata nel cuore della notte, lui è stato nuovamente arrestato e nuovamente posto in detenzione amministrativa senza processo. Questa volta è stata per 4 mesi, rinnovati per due volte, ogni volta per ulteriori 4 mesi. Abu Halil doveva essere scarcerato nel novembre 2023. Ma è scoppiata la guerra e nelle carceri è avvenuto un cambiamento radicale. I termini previsti per il rilascio di tutti i prigionieri di Hamas, tra i quali Abu Halil, sono stati prorogati automaticamente e radicalmente.

Nell’ultimo periodo lavorava come cuoco nel braccio del carcere riservato a Hamas. Il giovedì prima dello scoppio della guerra pensava di preparare dei falafel per i 60 detenuti del reparto, ma poi ha deciso di rimandare i falafel a sabato. Venerdì ha tenuto il sermone per le preghiere del pomeriggio ed ha parlato di speranza.

Sabato si è svegliato alle 6 del mattino per preparare i falafel. Ma i detenuti non avevano più il permesso di prepararsi il cibo o tenere sermoni. Poco più tardi Channel 13 trasmette immagini di fuoristrada di Hamas che attraversano Sderot e una pioggia di razzi sparati da Gaza cade nell’area del carcere, che si trova a nord di Gerusalemme, in Cisgiordania. “Allahu akbar” – “Dio è grande” – dicono i prigionieri di conseguenza, come una benedizione. Si sono rifugiati sotto i letti per ripararsi dai razzi; per un attimo hanno pensato che Israele fosse stato conquistato.

Intorno a mezzogiorno sono arrivati gli agenti penitenziari ed hanno requisito tutte le televisioni, le radio e i telefoni cellulari che erano stati fatti entrare di contrabbando. Il mattino seguente non hanno aperto le celle. L’ammanettamento, le percosse e le violenze sono cominciati il 9 ottobre. Il 15 ottobre numerose forze sono entrate nel carcere ed hanno confiscato tutti gli oggetti personali nelle celle, compresi orologi e addirittura l’anello che portava Abu Halil ed era appartenuto al defunto padre. Quello è stato l’inizio di 192 giorni durante i quali non ha potuto cambiarsi d’abito. La sua cella, prevista per ospitare cinque persone, ne conteneva 20, poi 15 e più di recente 10. Molti di loro dormivano sul pavimento.

Il 26 ottobre numerose forze dell’unità Keter del Servizio Penitenziario, un’unità di intervento tattico, accompagnate da cani di cui uno slegato, sono entrate nel carcere. I guardiani e i cani si sono scatenati attaccando i detenuti le cui urla hanno gettato nel terrore l’intera prigione, ricorda Abu Halil. I muri si sono presto imbrattati del sangue dei reclusi. “Voi siete Hamas, voi siete ISIS, avete stuprato, ucciso, rapito e adesso è arrivato il vostro turno”, ha detto una guardia ai prigionieri. I colpi che sono seguiti sono stati brutali, i detenuti sono stati incatenati.

Le percosse sono diventate quotidiane. A volte le guardie chiedevano ai prigionieri di baciare una bandiera israeliana e declamare “Am Yisrael Chai!” – “Il popolo di Israele vive”. Gli si ordinava anche di ingiuriare il profeta Maometto. La solita chiamata alla preghiera nelle celle è stata proibita. I prigionieri avevano paura di pronunciare qualunque parola con la iniziale “h” per timore che le guardie sospettassero che avessero detto “Hamas”.

Il 29 ottobre è stata interrotta la fornitura di acqua corrente nelle celle, tranne che tra le 14 e le 15,30. E a ogni cella veniva concessa solo una bottiglia per riempirla d’acqua per l’intero giorno, che doveva essere spartita tra 10 compagni, compreso l’uso del bagno dentro la cella. Le porte dei bagni erano state eliminate dalle guardie; i detenuti si coprivano con una coperta quando facevano i loro bisogni. Per evitare il fetore nella cella cercavano di trattenersi fino a che l’acqua fosse disponibile.

Durante l’ora e mezza in cui vi era acqua corrente i prigionieri assegnavano cinque minuti nel bagno ad ogni compagno di cella. In assenza di prodotti per la pulizia, pulivano la toilette e il pavimento con il poco shampoo che gli era fornito, usando le mani nude. Non vi era elettricità. Il pranzo consisteva in una piccola scodella di yogurt, due piccole salsicce mezze crude e sette fette di pane. Alla sera ricevevano una ciotolina di riso. A volte le guardie consegnavano il cibo gettandolo in terra.

Il 29 ottobre i detenuti nella cella di Abu Halil hanno chiesto uno straccio per pulire il pavimento. La risposta è stata mandare nella loro cella la terribile unità Keter. “Ora farete come i cani”, ha ordinato la guardia. Le mani dei prigionieri sono state ammanettate dietro la schiena. Anche prima di essere ammanettati è stato loro ordinato di muoversi solo con la schiena curva. Sono stati portati in cucina dove sono stati denudati e costretti a sdraiarsi uno sopra l’altro, una pila di 10 prigionieri nudi. Abu Halil era l’ultimo. Sono stati picchiati con bastoni e gli hanno sputato addosso.

Poi una guardia ha cominciato a infilare carote nell’ano di Abu Halil e degli altri prigionieri. Ora, seduto in casa raccontando la sua storia, Abu Halil abbassa lo sguardo e il flusso di parole rallenta. E’ molto in imbarazzo nel parlarne. Poi, continua, i cani si sono avventati su di loro attaccandoli. Infine gli è stato permesso di mettersi le mutande prima di essere riportati in cella, dove hanno trovato i loro vestiti gettati in un mucchio.

L’altoparlante nella stanza non taceva un secondo, con insulti al leader di Hamas Yahya Sinwar o una prova suono nel mezzo della notte sulle note di “Svegliatevi maiali!”, per privare del sonno i prigionieri. Le guardie druse insultavano e offendevano in arabo. Sono stati sottoposti a controlli con un metal detector mentre erano nudi e lo strumento è stato usato anche per colpire i testicoli. Durante un controllo di sicurezza il 2 novembre sono stati costretti a cantare “Am Yisrael am hazak” (“Il popolo di Israele è un popolo forte”), una variazione sul tema. I cani hanno urinato sui loro sottili materassi, lasciando un’orribile puzza. Un prigioniero, Othman Assi di Salfit, nella Cisgiordania centrale, ha implorato un trattamento meno severo: “Sono disabile”. Le guardie gli hanno detto: “Qui nessuno è disabile”, ma hanno acconsentito a togliergli le manette.

Ma il peggio doveva ancora arrivare.

5 novembre. Era una domenica pomeriggio, ricorda. L’amministrazione ha deciso di spostare i prigionieri di Hamas dal blocco 5 al blocco 6. I detenuti delle celle 10, 11 e 12 sono stati fatti uscire con le mani legate dietro la schiena e la solita camminata curva. Cinque guardie, i cui nomi Abu Halil riferisce, li hanno portati nella cucina. Sono stati nuovamente denudati. Questa volta sono stati presi a calci sui testicoli. Le guardie gli si avventavano addosso e colpivano, ancora ed ancora. Una brutalità senza tregua per 25 minuti. “Noi siamo Bruce Lee”, gridavano le guardie. Li hanno sbattuti e spinti come palle da un angolo all’altro della stanza, poi li hanno spostati nelle loro nuove celle del blocco 6.

Le guardie sostenevano di aver sentito Abu Halil dire una preghiera per Gaza. A sera l’unità Keter è entrata nella sua cella e ha cominciato a picchiare tutti, compreso il 51enne Ibrahim al-Zir di Betlemme, che è ancora in prigione. Aveva un occhio quasi fuori dall’orbita per i colpi. Poi i prigionieri sono stati fatti stendere a terra mentre le guardie li calpestavano. Abu Halil ha perso conoscenza. Due giorni dopo c’è stato un altro pestaggio ed è nuovamente svenuto. “Questa è la vostra seconda Nakba”, hanno detto le guardie, riferendosi alla catastrofe subita dai palestinesi quando fu fondato Israele. Una delle guardie ha colpito Abu Halil alla testa con un elmetto.

Tra il 15 e il 18 novembre sono stati picchiati tre volte al giorno. Il 18 novembre le guardie hanno chiesto chi di loro fosse di Hamas e nessuno ha risposto. I colpi non hanno tardato ad arrivare. Poi è stato chiesto “Chi di voi è Bassam?” Di nuovo nessuno ha risposto, perché nessuno di loro si chiamava Bassam – e di nuovo è stata chiamata l’unità Keter. Sono arrivati la sera. Abu Halil dice che questa volta è svenuto prima che lo colpissero, per lo spavento.

In quel periodo Tair Abu Asab, un prigioniero di 38 anni, è morto nel carcere di Ketziot. Si sospetta che sia stato picchiato a morte dalle guardie per aver rifiutato di chinare la testa come ordinato. 19 guardie sono state trattenute per essere interrogate col sospetto di aver aggredito Abu Asab. Tutte sono state rilasciate senza accuse.

In risposta ad una richiesta di commento, questa settimana il portavoce del Servizio Penitenziario ha inviato a Haaretz la seguente dichiarazione:

L’Autorità Penitenziaria è una delle organizzazioni di sicurezza di Israele ed agisce secondo la legge, sotto la stretta supervisione di molte autorità di controllo. Tutti i prigionieri sono trattenuti secondo la legge e con rigorosa protezione dei loro diritti fondamentali sotto la supervisione di un personale penitenziario professionale e qualificato.

Non conosciamo le denunce descritte (nel vostro articolo) e per quanto ne sappiamo non sono corrette. Tuttavia ogni prigioniero e detenuto ha il diritto di lamentarsi tramite i canali riconosciuti e i loro reclami verranno esaminati. L’organizzazione opera sulla base di una chiara politica di tolleranza zero di ogni azione che violi i valori del Servizio Penitenziario.

Riguardo alla morte del prigioniero dovreste contattare l’unità per le indagini degli agenti carcerari.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Da quando è iniziata la guerra intere zone della Cisgiordania sono state svuotate delle loro comunità palestinesi

Hagar Shezaf

5 maggio 2024 – Haaretz

Il 7 ottobre ha portato al massimo la violenza dei coloni: da allora 18 comunità di pastori palestinesi sono state espulse dalle proprie case, e ora gli abitanti vivono in abitazioni di fortuna nei pressi di altri villaggi, impoveriti e in ansia per il loro futuro.

Ibrahim Mohammed Malihat guarda verso la valle del Giordano. Dalla zona in cui vive, a circa 20 minuti di macchina da Gerusalemme, si possono vedere ampie distese dove la gente del suo villaggio era solita pascolare le greggi, ma che ora sono sbarrate.

“Ora da qui a Gerico tutto è vuoto. Non andiamo giù o a sud. Tutto è rimasto in mano solo ai coloni, non ci sono posti in cui le greggi possano pascolare,” afferma.

Nel villaggio di Maghayyir A-Dir un gregge di pecore vaga e mangia erba secca sparsa sul terreno. “Le teniamo solo tra le case,” nota Malihat. “Qui ci sono delle telecamere,” aggiunge, indicando una zona presso il villaggio, “e se le pecore escono, i coloni le vedono e mandano uomini con il volto coperto. Ci dicono: ‘Noi siamo la polizia e l’esercito.’”

Il 7 ottobre, dall’inizio della guerra a Gaza, nell’area quattro comunità di pastori sono state cacciate dalle loro zone di residenza a causa di minacce e violenze dei coloni. Altre quattro comunità vicine erano state cacciate nei due anni precedenti, tra il villaggio di Duma e quello di Malihat. Anche un’altra comunità più a sud è stata espulsa. Ciò ha un effetto drammatico sia sulle vite delle comunità rimaste sul posto che su quelle che se ne sono andate. I loro abitanti descrivono un processo di impoverimento e una grande paura per il futuro.

Secondo le stime del ricercatore Dror Atkes dell’ong [israeliana] Kerem Navot che monitora le politiche di insediamento e di gestione del territorio israeliane in Cisgiordania, attualmente nella zona ci sono circa 125.000 dunam (12.500 ettari) in cui ai palestinesi è impedito l’ingresso per timore di violenze e a causa delle restrizioni imposte dai coloni e dall’esercito.

Le terre ad est della strada Allon (la 458), che corre tra Maghayyir A-Dir e Duma, sono state svuotate delle comunità che vi vivevano. Rimangono per lo più colonie e avamposti ebraici. “Qualche anno fa sono arrivati qui coloni della zona di Nablus e Duma, quelli con i riccioli lunghi,” dice Ibrahim, indicandone la lunghezza con le mani. “Gradualmente si sono spostati a sud finché sono arrivati qui. Nessuno del governo gli ha detto di fermarsi. Vai in ogni villaggio della zona e vedrai che là hanno distrutto tutto.”

Avvisi di evacuazione

Una delle maggiori comunità espulse nei mesi dall’inizio della guerra è stata quella del villaggio di Wadi al-Siq, separato da Maghayyir A-Dir solo da un bellissimo “wadi” [torrenti secchi in buona parte dell’anno, ma le cui acque sotterranee consentono, a volte, la crescita della vegetazione, n.d.t.] verde. Nei pressi delle rovine del villaggio, che sono ancora visibili, oggi pascolano vacche del vicino avamposto fondato solo circa un anno fa. La strada che univa i villaggi ora è bloccata da pietre.

Secondo Ibrahim il giorno in cui gli abitanti di Wadi al-Siq sono stati espulsi un gruppo di coloni che conosce, e con cui in precedenza aveva avuto buoni rapporti, è entrato nel suo villaggio. Dice che hanno raccomandato che gli abitanti se ne andassero per 10 giorni perché i coloni erano “arrabbiati” in seguito al 7 ottobre.

Come altre comunità della zona la gente di Wadi al-Siq ha subito violenze e minacce anche prima dello scoppio della guerra, ma dopo sono notevolmente aumentate. I circa 180 abitanti di più o meno 20 famiglie che compongono la comunità sono fuggiti per salvarsi la vita dopo un attacco contro il villaggio il 12 ottobre e le minacce che lo hanno preceduto. Gli abitanti si sono divisi e oggi vivono in rifugi provvisori nei pressi di vari villaggi palestinesi, su terreni su cui non hanno diritti e che temono saranno obbligati ad abbandonare.

“L’11 ottobre abbiamo portato donne e bambini da parenti in un altro villaggio perché dormissero lì. Pensavamo che sarebbe stato per due o tre giorni e poi li avremmo riportati indietro,” racconta Abd el-Rahman Mustafa Ka’abneh dalla sua nuova residenza temporanea su terreni agricoli nei pressi del villaggio di Taybeh. Il giorno dopo, mentre alcuni abitanti del villaggio erano occupati a preparare le loro cose per andarsene, sono arrivati sul posto coloni e soldati e li hanno aggrediti. Vari abitanti e attivisti che erano arrivati per aiutarli sono stati arrestati e detenuti per ore all’interno del villaggio. Alcuni, come già riportato da Haaretz, sono stati picchiati e maltrattati, anche con gravi percosse, ustioni e tentativi di violenza sessuale.

“Ci hanno detto che avevamo mezz’ora per andarcene, la gente è scappata via,” ricorda Ka’abneh. Ingobbito, sembra avvilito mentre descrive quello che è successo: “Non sapevamo dove andare. All’inizio ce ne siamo andati a piedi. C’erano bambini piccoli portati dai genitori e giovani che si sono nascosti nel wadi. Quando è venuto buio la gente dei villaggi di Ramun e Taybeh ci ha dato delle tende.” La polizia ha detto ad Haaretz che sono in corso indagini sull’attacco contro Wadi al-Siq, mentre l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] ha dato la stessa risposta riguardo a un’inchiesta da parte del reparto investigativo penale dell’esercito sulla condotta dei soldati. Haaretz è venuto a sapere che come parte dell’indagine alcuni soldati e un civile sono stati interrogati e ammoniti. A ottobre l’IDF ha congedato il comandante della forza militare dell’unità della Frontiera del Deserto coinvolta nell’incidente.

Gli abitanti non osano tornare alle proprie case dato che l’esercito non è in grado di assicurare che non verranno aggrediti. Da quando sono scappati le uniche volte che, in coordinamento con l’Amministrazione Civile [l’ente militare che gestisce le questioni civili nei territori palestinesi occupati, ndt.] e scortati da attivisti, sono tornati al villaggio per prendere le cose che avevano lasciato lì hanno scoperto che la maggior parte dei loro beni era sparita.

“Hanno rubato tutto quello che c’era in casa mia. Hanno distrutto e preso tutto: la stufa, gli utensili da cucina, gli armadi,” dice Ka’abneh. “Non abbiamo trovato praticamente niente.” Stima che il valore delle proprietà rubate dalla casa sia di circa 200.000 shekel (circa 50.000 euro).

Nel tentativo di recuperare quello che avevano perso membri della comunità hanno contratto prestiti, venduto parte del loro gregge e ricevuto donazioni da alcune associazioni. “Avevo 100 pecore e ne ho vendute 40 per niente, perché c’era un conflitto e siamo scappati,” dice Suleiman

Lui e la sua famiglia ora vivono nei dintorni del villaggio di Ramun, vicino ad altri abitanti. “Personalmente ho un debito di 40.000 shekel (circa 10.000 euro)” aggiunge. La perdita di pascoli ha colpito gravemente i mezzi di sussistenza degli abitanti, in parte a causa del fatto che ora sono obbligati a cercare foraggio per le greggi a un prezzo significativamente più alto di prima.

Alla fine di marzo gli abitanti, insieme all’organizzazione per i diritti umani Torat Tzedek, hanno presentato una petizione in cui chiedono che lo Stato smantelli gli avamposti costruiti nei pressi del loro villaggio in modo che possano tornare alle proprie case. Nel ricorso, presentato dall’avvocato Tamir Blank, si sostiene che, dato che l’avamposto è fonte di violenza ed è coinvolto in scorrerie sui terreni, lo Stato deve dare la priorità e accelerare la sua evacuazione.

Finché la questione non verrà risolta gli abitanti devono affrontare un futuro incerto. Per esempio Abd el-Rahman Mustafa Ka’abneh e la sua famiglia vivono su un terreno privato di proprietà di un abitante di Taybeh. È temporaneo. Qui non siamo in affitto e l’accordo è che ce ne andremo dopo la guerra. Non pensavamo che la guerra durerasse così tanto,” dice.

La provvisorietà è evidente persino nei minimi dettagli, come il fatto che l’attuale abitazione non ha il bagno. “Non c’è futuro, questa è la fine,” dice Suleiman Ka’abneh. “Questa è la terra di qualcun altro. Ci lasceranno stare qui per quattro mesi, sei mesi, un anno, ma alla fine è la loro terra e non ci vogliono qui.”

Vigilanza costante

Dall’inizio della guerra l’organizzazione per i diritti umani B’Tselem ha documentato l’espulsione dalle proprie case di 18 comunità di pastori in Cisgiordania. Secondo Etkes, riguardo a quanto avvenuto nella zona della strada Allon, bisogna tener conto di un’area più grande di 126.000 dunam [12.6000 ettari] tra Duma e Maghayyir A-Dir. Spiega che, dati gli espropri di terre da parte dello Stato e l’espulsione di altre comunità nella zona tra [la colonia di] Ma’aleh Adumim e le colonie della Valle del Giordano, in effetti ora ci sono circa 160.000 dunam [16.000 ettari] in cui i palestinesi non possono più pascolare [le greggi].

Oltre a quest’area, dall’inizio della guerra altre cinque comunità di pastori nelle colline a sud di Hebron sono state espulse o spostate e due comunità sono state mandate via anche prima della guerra.

A Khirbet Zanuta, la più grande delle comunità espulse dal 7 ottobre nella zona delle colline meridionali di Hebron, la locale scuola è stata danneggiata molto gravemente in quello che sembra essere stato un atto di vandalismo. Durante una visita sul posto circa sei mesi dopo l’espulsione degli abitanti i libri di testo erano sparsi sul terreno tra le macerie e un poster scolastico in inglese pendeva ancora su uno dei muri. Fuori una scritta in arabo adornava quello che rimaneva dell’edificio: “Abbiamo il diritto di studiare,” affermava.

L’espulsione delle comunità è inestricabilmente legata agli avamposti vicini alle terre palestinesi. Gli avamposti sono notevolmente aumentati negli ultimi anni ed è chiaro che gli Stati Uniti e altri Paesi che hanno iniziato a imporre sanzioni contro i coloni lo riconoscono.

Per esempio la comunità di Khirbet Zanuta viveva nei pressi della fattoria Meitarim di Yinon Levy, un avamposto illegale che era sottoposto a sanzioni USA sulla base del fatto che è stato coinvolto in aggressioni e minacce contro i palestinesi. Nel caso di Wadi al-Siq il vicino avamposto che è stato creato all’inizio del 2023 si chiama Havat Machoch e il suo leader è Neria Ben-Pazi, un colono pastore ben noto che nelle scorse settimane è stato anche lui sottoposto a sanzioni USA.

Per qualche mese è stato persino escluso dalla Cisgiordania su ordine del comandante del Comando centrale israeliano. In seguito a questo ordine parecchi rabbini sionisti religiosi, tra cui Dov Lior e Shmuel Eliyahu [noti per le loro posizioni estremiste, ndt.], sono andati a visitare l’avamposto di Ben-Pazi come atto di solidarietà. Le sanzioni contro i coloni sono state accolte con dure proteste da ministri estremisti come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir.

Prima della guerra Mohammed Suleiman Malihat, abitante della comunità di pastori chiamata Maraja’at, attraversava con il suo gregge la strada nei pressi del suo villaggio. Dall’altra parte della strada negli scorsi anni è stato costruito l’avamposto chiamato Fattoria di Zohar: a un certo punto, dopo essere stati ripetutamente cacciati da coloni della zona circostante, tutti i pastori rimasti hanno rinunciato ad attraversarla.

“Dal momento in cui è iniziata la guerra, se i coloni mi vedevano entrare anche solo due metri nella zona arrivavano immediatamente. Mi sono reso conto che per la mia sicurezza non potevo più farlo,” dice Malihat. Ha anche venduto una parte del suo gregge a causa della riduzione della sua terra da pascolo. Dice che da quando anche un’altra zona di pascolo che porta alla colonia di Mevo’ot Yericho è diventata inaccessibile per gli abitanti della comunità, egli pascola solo su terreni vicini al villaggio.

Pochi giorni prima che Haaretz visitasse Maraja’at, nelle vicinanze di Ras al-Uja, un altro dei villaggi della zona, due strutture di proprietà di famiglie fuggite sono state incendiate. Sul posto sono stati ripresi dei coloni e una fonte militare ha confermato ad Haaretz che, secondo quanto a conoscenza dell’IDF, sono stati i coloni a incendiare l’edificio. Il messaggio ha avuto una forte ripercussione tra gli abitanti di Maraja’at. La famiglia di Malihat dice anche che in piena notte a volte i coloni armati si piazzano all’ingresso della loro casa senza dire una parola.

In seguito a ciò la comunità vive in costante allerta. Durante la nostra visita sul posto gli abitanti hanno notato un gregge di proprietà dei coloni che pascolava sopra la collina e la figlia di Malihat, Aaliya, è corsa là a filmarlo mentre altri abitanti chiamavano la polizia. Secondo loro la sensazione di minaccia è peggiorata negli ultimi mesi, soprattutto dopo che la comunità vicina se n’è andata a causa delle vessazioni. “I coloni sono riusciti a cacciarli e ciò ha stimolato la loro ingordigia [di terra],” riflette Malihat. “Da allora hanno iniziato a venire più spesso da noi.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)