La decisione della Germania di accogliere asini – ma non bambini – da Gaza per essere curati ha suscitato indignazione

Leon Wystrychowski

18 novembre 2025 – Middle East Monitor

La notizia sembra uno scherzo di cattivo gusto, ma non è così. “Asinelli salvati da Gaza trovano casa a Oppenheim”, riferisce la Allgemeine Zeitung, un giornale regionale della Germania ovest. Su Instagram la sezione commenti sul post è stata velocemente bloccata a causa di “numerosi commenti inappropriati e pieni di odio”, verosimilmente critici nei confronti della decisione della Germania di accogliere quattro asinelli. Ma qual è il contesto più ampio?

Gli animali sono benvenuti – i gazawi no

Per molti la vicenda dei quattro asinelli “salvati” da Gaza è una prova ulteriore del disumano cinismo dei leader tedeschi. Da ottobre 2023 praticamente nessun essere umano di Gaza è stato accolto dalla Germania. Berlino non ha dato priorità al soccorso dal genocidio di Gaza ai cittadini palestinesi con passaporto tedesco, nonostante l’obbligo stabilito dal Ministero degli Esteri di evacuare i propri cittadini dalle zone di guerra e di crisi. Intanto la Germania ha addirittura concesso la cittadinanza a israeliani che erano stati fatti prigionieri durante le operazioni a Gaza dopo l’ottobre 2023, chiedendo con forza il loro rilascio in quanto “ostaggi tedeschi”.

Mentre nei mesi scorsi diversi Paesi occidentali – per esempio la Spagna nell’estate 2024 – hanno accolto gruppi di bambini di Gaza feriti o malati per ricevere cure, la Germania non ha fatto quasi niente. Si ritiene che solo due bambini di Gaza siano stati curati in Germania in più di due anni. Diverse città tedesche si sono offerte di accogliere un maggior numero di minori da Gaza ed hanno sostenuto di essere pronte a farlo, ma il governo federale ha bloccato questi piani, adducendo a pretesto la situazione “molto imprevedibile” di Gaza anche dopo il cessate il fuoco ufficiale. Il Ministero degli Esteri e quello degli Interni hanno citato anche “procedure complesse” e la necessità di passare al vaglio i membri della famiglia che avrebbero accompagnato [i minori]. Le ONG che aiutano i pazienti provenienti dall’estero devono garantire il loro ritorno e quello degli accompagnatori: se in seguito viene fatta domanda di asilo le ONG devono coprire i costi del procedimento legale, che spesso dura anni.

Anche l’articolo di Allgemeine Zeitung offre un esempio del grottesco doppio standard del discorso tedesco su Gaza. Comincia così: “Hanno sofferto la fame e la miseria, le percosse e la fatica.” A parte il fatto che questa impostazione suggerisce che i gazawi non sono solo potenziali “terroristi di Hamas” e “odiatori degli ebrei”, ma anche maltrattatori di animali, esso ignora la sistematica tortura dei palestinesi da parte dell’esercito israeliano, come documentato in recenti rapporti del Centro Palestinese per i Diritti Umani (PCHR), praticamente assente dai media tedeschi. L’empatia dimostrata verso gli asini in questo articolo supera di molto quella verso gli esseri umani a Gaza nei due anni trascorsi. Non sorprende che l’articolo eviti di menzionare chi sia responsabile della fame degli asini o delle deprivazioni di quasi due milioni di palestinesi. L’articolo si rallegra che gli asini “nonostante tutto quello che hanno passato, sono notevolmente fiduciosi” e “hanno addirittura iniziato a riprendersi un po’.” Una simile attenzione per la condizione psicologica della popolazione umana di Gaza è praticamente inesistente nei media tedeschi.

Il ‘greenwashing’ del genocidio da parte della Germania

C’è tuttavia un’altra dimensione al di là dell’ovvio cinismo: la storia di come questi asinelli sono arrivati in Germania. “Questi asini erano abbandonati, feriti, maltrattati o destinati alla morte”, comunica lo zoo di Oppenheim. (Non una parola sul perché sono stati abbandonati o che cosa sia successo ai loro originari proprietari). Gli animali sono stati “salvati” da organizzazioni israeliane per la difesa degli animali – per la precisione, un gruppo che pare abbia “salvato 50 asinelli a Gaza”. Come possa agire una ONG israeliana in una zona di guerra in corso non è chiaro, ma probabilmente è stato necessario un coordinamento con l’esercito.

Già la scorsa estate fonti di informazione hanno riferito che l’esercito israeliano stava trasportando centinaia di asini di Gaza in una fattoria chiamata “il Santuario per Ricominciare”. I media israeliani l’hanno definito “soccorso agli animali”. Secondo l’agenzia di notizie belga c’erano stati 10 di questi trasferimenti all’inizio di agosto. L’ “organizzazione di aiuto” israeliana si vanta di aver “salvato” circa 600 asini. In un altro rapporto su altri quattro asinelli portati in un ranch in Bassa Sassonia nel nord della Germania si rivela che dietro i trasferimenti in Germania c’è effettivamente l’organizzazione ‘Santuario per Ricominciare’. L’articolo aggiunge inoltre: “Gli asini dovevano lavorare duramente, erano trattati molto male e non avevano diritti. Le loro malattie non venivano curate.”

Dall’inizio del genocidio a Gaza gli asini sono diventati un mezzo di trasporto vitale. Con le limitazioni di carburante e le strade danneggiate, essi trasportano in modo sicuro i feriti e i malati agli ospedali, trasportano le persone nel viaggio di ritorno a casa e consegnano cose essenziali come acqua, cibo e rifornimenti. Ben lungi dall’essere sfruttati insensatamente o lasciati morire, gli animali malati e feriti a Gaza sono curati e salvati.

Un rapporto del Guardian di aprile 2025 ha sottolineato che una sola equipe medica ha soccorso oltre 7.000 asini da ottobre 2023. Intanto il giornalista Tarek Baè ha sottolineato su X che, secondo l’ONU, ad agosto 2024 il 43% di tutto il bestiame a Gaza era stato ucciso in seguito alla guerra di distruzione di Israele.

Visto in quest’ottica il “salvataggio” di asini da parte di soggetti israeliani sembra più un furto o un sequestro. Fa parte della strategia in atto dell’esercito israeliano: negare ai palestinesi i mezzi di produzione, soprattutto terra e ulivi, e i trasporti è centrale per il controllo coloniale e per la sistematica espulsione dei palestinesi. A lungo sono state usate giustificazioni ecologiche per mascherare questi piani, i critici parlano anche di “guerra ambientale”: dalla piantagione di alberi da parte del Fondo Nazionale Ebraico (JNF) alla creazione di riserve naturali che espellono i palestinesi e ne mettono a rischio le vite, fino al preteso “salvataggio” degli asini di Gaza. La Germania sta sostenendo la pulizia etnica dei palestinesi e il genocidio a Gaza non solo politicamente, economicamente, attraverso gli armamenti forniti a Israele, bloccando gli aiuti per Gaza, ma anche distruggendo gli ultimi mezzi di sopravvivenza nella Striscia di Gaza dietro la maschera di “greenwashing” (ecologismo di facciata, ndtr.).

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’inviato dell’ONU incolpa i palestinesi della morte di un bambino di Gaza

Maureen Clare Murphy

25 Giugno 2020 – Electronic Intifada

Durante il suo discorso al Consiglio di sicurezza di mercoledì l’inviato delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente ha incolpato implicitamente i palestinesi della morte di un bambino di 8 mesi a Gaza.

“I palestinesi di Gaza, avendo vissuto assediati e sotto il controllo di Hamas per più di un decennio, sono particolarmente vulnerabili”, ha dichiarato l’inviato Nickolay Mladenov, omettendo di menzionare Israele in quanto responsabile dell’assedio.

“La fine del coordinamento civile non permetterà loro di ricevere cure salvavita”, ha aggiunto Mladenov, in riferimento al fatto che l’Autorità Nazionale Palestinese sta riducendo i suoi rapporti con Israele in segno di protesta per il piano di quest’ultima di formalizzare l’annessione delle terre occupate della Cisgiordania.

“Un bambino di 8 mesi ha già perso la vita a causa di questa situazione”, ha detto Mladenov.

L’inviato dell’ONU si riferiva al caso di Omar Yaghi, un bambino con problemi cardiaci.

É morto il 18 giugno mentre la sua famiglia attendeva un permesso israeliano per recarsi fuori da Gaza per un intervento chirurgico.

“Ci deve assolutamente essere un limite quando si tratta della vita dei bambini!” ha detto l’indignato Mladenov, aggiungendo che l’ONU non può sostituire l’ANP nel suo ruolo di coordinamento con Israele.

Scaricando le colpe sui palestinesi, Mladenov esime Israele dai suoi obblighi legali.

Il diritto internazionale sostiene che Israele, in quanto potenza occupante, e non l’Autorità Nazionale Palestinese, è in ultima analisi responsabile del diritto alla salute dei palestinesi.

Paradigma fallito

L’errore nell’individuare i colpevoli compiuto da Mladenov non è sorprendente. Il suo ruolo di inviato delle Nazioni Unite è quello di applicare il paradigma fallito di una soluzione negoziata per due Stati invece di sostenere i diritti dei palestinesi.

Le sue osservazioni al Consiglio di sicurezza dell’ONU sull’annessione israeliana sono rivelatrici.

Invece di condannare l’annessione perché violerebbe i diritti dei palestinesi, Mladenov ha sottolineato che essa altererebbe potenzialmente “la natura delle relazioni israelo-palestinesi”. Ha anche detto che metterebbe a repentaglio “più di un quarto di secolo di sforzi internazionali a sostegno della possibilità di un futuro Stato palestinese”.

In altre parole, l’annessione israeliana sarebbe negativa perché minaccerebbe il paradigma dei due Stati, non perché allontanerebbe i palestinesi dalla loro terra e li sottoporrebbe a violazioni ancora più estreme dei loro diritti.

Nel frattempo, Mladenov non ha chiesto in maniera ferma la cessazione dell’assedio israeliano a Gaza.

Al contrario ha trattato i diritti più elementari dei palestinesi come oggetto di scambio all’interno della mediazione dei colloqui indiretti tra Israele e le autorità di Hamas a Gaza.

Invece di difendere i diritti umani dei palestinesi e sostenere il diritto internazionale, Mladenov ha dato la priorità alla conservazione dello status quo e alla ragion d’essere dell’Autorità Nazionale Palestinese, fungendo da braccio esecutivo dell’occupazione israeliana.

Nonostante la formulazione di Mladenov, è del tutto chiaro che quando si tratta di salute a Gaza la responsabilità ricada su Israele.

La scorsa settimana diverse organizzazioni per i diritti umani sono intervenute presso il Ministero della Difesa israeliano, invitandolo a consentire il trasferimento da Gaza “indipendentemente dal coordinamento con l’Autorità Nazionale Palestinese”.

Israele controlla i valichi lungo il suo confine con Gaza, hanno affermato le associazioni, e quindi la libertà di movimento dei palestinesi che vivono nel territorio.

“Quindi – hanno aggiunto – il diritto umanitario internazionale, le leggi sui diritti umani e il diritto israeliano assegnano ad Israele degli obblighi nei confronti di questa popolazione”.

Questa settimana iI Centro Palestinese per i Diritti Umani con sede a Gaza ha sottolineato che Israele è legalmente responsabile della protezione dei malati della Striscia di Gaza.

L’organizzazione ha invitato “la comunità internazionale a fare pressione sulle autorità israeliane … per garantire procedure adeguate e sicure” a favore dei pazienti di Gaza.

Il PCHR ha affermato che almeno 8.300 pazienti affetti da cancro sono danneggiati dalla sospensione del coordinamento sui viaggi.

Altre centinaia di pazienti “hanno bisogno di un intervento chirurgico urgente” che non è disponibile negli ospedali di Gaza, la cui efficacia è stata notevolmente ridotta dai 13 anni di assedio israeliano e dai successivi reati militari.

I medicinali e le forniture mediche sono cronicamente carenti, mentre negli ospedali mancano “le apparecchiature utilizzate per la radioterapia per i malati di cancro che le autorità israeliane hanno smesso di fornire alla Striscia di Gaza”.

“Israele è responsabile per i palestinesi”

Gli esperti sanitari hanno avvertito che il sistema medico di Gaza non sarebbe in grado di far fronte a un focolaio di COVID-19 nel territorio densamente popolato e impoverito.

“Le autorità israeliane [sono responsabili di] questo territorio anche per quanto concerne il diritto internazionale, quindi devono tenerlo sotto osservazione con grande cura”, ha detto recentemente a un giornale israeliano Yves Daccord, ex responsabile del Comitato Internazionale della Croce Rossa.

“Israele è responsabile dei palestinesi”, ha sottolineato in relazione all’impatto economico delle restrizioni dovute alla pandemia.

Oltre al piccolo Omar a giugno, dopo soli due mesi di vita, è morta Joud al-Najjar mentre la sua famiglia attendeva il permesso da Israele per accedere al trattamento dell’epilessia.

Così come per un altro bambino di Gaza, Anwar Harb, affetto da una malattia cardiaca.

Sono le vittime di un’insistenza miope su un processo di pace inesistente e del voler privilegiare un’ipotetica soluzione dei due Stati rispetto ai diritti delle persone in carne ed ossa, vive e in pericolo di vita.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




In Palestina più di 100 violazioni da parte di Israele in una settimana

29 maggio 2020 – Middle East Monitor

Il Centro Palestinese per i Diritti Umani (PCHR) ha documentato più di 100 violazioni del diritto internazionale sui diritti umani perpetrate dalle forze di occupazione e dai coloni israeliani un una sola settimana nei Territori Palestinesi Occupati (TPO).

Secondo un rapporto del PCHR pubblicato ieri, è stato registrato complessivamente un totale di 106 violazioni di diritti umani da parte di Israele; tuttavia le restrizioni imposte dallo stato di emergenza hanno limitato la capacità della ONG di monitorare tutti gli incidenti nei TPO.

“Questa settimana, segnata dalla festa musulmana di Eid al-Fitr, che celebra la fine del mese di Ramadan, non è stata diversa, essendo continuati gli attacchi delle forze israeliane; inoltre i coloni hanno sparato, ferendoli, ad agricoltori palestinesi, hanno incendiato terreni e attaccato case”, ha dichiarato la ONG per i diritti umani.

Come segnalato dal PCHR, le forze israeliane hanno ucciso illegalmente cinque civili palestinesi, compreso un bambino che non costituiva una minaccia imminente per la vita, usando proiettili veri durante le incursioni militari israeliane a Ramallah e Tuba.

Inoltre Israele ha continuato ad ampliare le colonie illegali e le relative infrastrutture nella Cisgiordania occupata, compreso lo smantellamento di una roulotte e la demolizione di una casa ancora in costruzione nella zona centrale della Valle del Giordano, in quanto non disponeva del permesso necessario da parte delle autorità di occupazione israeliane.

Questi permessi sono quasi impossibili da ottenere da parte dei palestinesi. Si dice che tre palestinesi siano stati costretti a demolire essi stessi le proprie case.

Il PCHR ha dichiarato che le estese demolizioni hanno comportato anche l’uso di bulldozer nel sito archeologico di Sebastia e il furto di pietre antiche nei dintorni.

Attualmente vi sono circa 650.000 coloni ebrei che vivono nel territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme est. Tutte le colonie israeliane sono illegali in base al diritto internazionale. La Quarta Convenzione di Ginevra proibisce ad una potenza occupante di trasferire la propria popolazione sulla terra occupata.

(Traduzione dallo spagnolo di Cristiana Cavagna)