La crisi per la corruzione di Netanyahu: ne faranno le spese i palestinesi

Danny Rubinstein

Giovedì 15 febbraio 2018, Middle East Eye

L’iniziativa di imputare il primo ministro israeliano per corruzione potrebbe spingerlo ancor di più nelle braccia della destra nazionalista: i palestinesi ne subiranno le conseguenze

In quanto anziano giornalista israeliano che ha scritto di palestinesi praticamente fin dalla fine della guerra del 1967 [la “guerra dei Sei Giorni”, ndt.], desidero testimoniare che nelle ultime settimane i palestinesi hanno continuato a dire che la loro situazione attuale è la peggiore di sempre.

Ed è ulteriormente peggiorata in seguito al terremoto politico provocato dalla raccomandazione della polizia israeliana che Netanyahu venga imputato di corruzione. Più la situazione di Netanyahu vacilla, più dovrà appoggiarsi alla sua base tradizionale: la destra ed i coloni. Ed il prezzo verrà pagato dai palestinesi. Per spiegare il rapporto tra Netanyahu ed i palestinesi dobbiamo tornare indietro a un episodio del suo passato.

Qualche anno fa, durante una sorta di incontro a Gerusalemme tra israeliani e palestinesi, il poeta israeliano Avoth Yeshurun (il nome d’arte di Yehiel Perlmutter), si alzò e si rivolse al poeta arabo Hanna Abu Hanna.

Solo un poco”

Yeshurun spiegò di essere arrivato come un pioniere nella terra di Israele, dopo le persecuzioni in Europa, per costruire una nuova società ebraica, una società giusta. Parlò a lungo della sua scoperta di una società ed una cultura arabe che per centinaia di anni erano state all’avanguardia della civilizzazione nel mondo. “Voi arabi siete grandi e forti,” disse.

Avete avuto le prime scuole di medicina al mondo; avete portato l’algebra in Europa insieme al sistema decimale e allo zero; avete rilanciato la filosofia aristotelica; avete guidato il mondo nell’arte, nella poesia, nella scienza, nella geografia e nell’astronomia, e avete rapidamente conquistato la vastità dell’Est e parte dell’Europa.”

Yeshurun guardò Hanna Abu Hanna e gridò: “Ecco quello che vi chiedo: spostatevi un poco, solo un poco. Voi dominate dall’oceano occidentale (il Marocco) fino al Golfo Persico, 300 milioni di persone, lasciate un po’ di spazio per noi, spostatevi un poco, solo un poco!!!”

Ricordo molto bene quell’incontro perché chi parlò dopo fu un anonimo giovane arabo che si alzò per affrontare Avoth Yeshurun e disse, in sostanza: “Cosa intendi per spostarci un poco? Cosa sarebbe un poco? Sono nato a Jaffa e tutta la mia famiglia vi aveva vissuto per centinaia di anni, e non mi sono spostato un poco, mi sono spostato di un bel po’, mi sono spostato del tutto. Noi siamo rifugiati. Abbiamo perso tutto. La casa e il giardino sono persi, la famiglia si è sparpagliata dappertutto. Questo è ‘un poco’?”

Debole – e forte

Tra i palestinesi che ho conosciuto, c’è sempre stata una tensione tra la loro identificazione come arabi e quella come palestinesi. In quanto arabi fanno parte di una nazione vasta, potente e prospera, ma come palestinesi sono deboli e impotenti. Recentemente abbiamo commemorato i 100 anni dalla emanazione della dichiarazione Balfour (novembre 1917), che nella cronologia palestinese è considerata l’inizio del conflitto tra la Palestina ed Eretz Yisrael [la Terra di Israele, ndt.].

E nel corso di questo secolo i palestinesi hanno continuamente cercato l’aiuto del grande e potente mondo arabo nella loro lotta contro l’Yishuv (pre-Stato) ebraico [la comunità degli ebrei sionisti in Palestina prima della fondazione dello Stato di Israele nel 1948, ndt.] prima e contro Israele poi. I Paesi arabi tentarono di aiutare i palestinesi. Ci furono un tentativo durante la rivolta araba del 1936-39 e ovviamente le guerre del 1948 e poi del 1967 e dell’ottobre 1973. Ma tutti questi tentativi fallirono.

Spesso a Yasser Arafat è stato chiesto cosa avesse determinato il problema palestinese ed egli ha sempre dato la stessa risposta: “Siamo stati traditi dagli arabi.” Arafat pensava che gli arabi avessero tradito i palestinesi quando firmarono l’armistizio del 1949 con Israele, e che li tradirono di nuovo quando non consentirono ai palestinesi di continuare la loro lotta popolare contro Israele.

Lui stesso venne incarcerato in Egitto quando era studente al Cairo. In seguito fu imprigionato in Libano, in Siria (1966), e perseguitato in Giordania durante il “Settembre Nero” [repressione dei palestinesi da parte dell’esercito giordano, ndt.] nel 1970. La ragione fu sempre la stessa: Arafat e i suoi nazionalisti palestinesi lealisti chiedevano che gli Stati arabi li aiutassero a lottare – e ormai da molto tempo i governanti arabi si sono rifiutati.

Il “tradimento arabo” dei palestinesi continua tuttora – più che mai. Si prenda, ad esempio, l’Egitto, lo Stato arabo più grande e forte e quello che ha lottato per i palestinesi più di quanto abbia fatto qualunque altro Paese arabo. Il regime del Cairo sotto il generale al-Sisi è in una pessima situazione. Oggi la popolazione egiziana è circa di 100 milioni di abitanti. I problemi economici sono senza precedenti.

Una volta il presidente Sadat disse a noi, un gruppo di israeliani, che comprendeva i problemi di sicurezza di Israele. “Avete sempre paura che gli arabi vi attacchino, ma la nostra paura è diversa: ogni giorno temiamo che, alla sera, non avremo abbastanza da mangiare.”

Oltre alla terribile sfida economica di alimentare un centinaio di milioni di egiziani, il regime del Cairo è minacciato dai gruppi estremisti islamici. L’ISIS [lo Stato islamico, ndt.] è attivo nella penisola del Sinai; recentemente ha operato un attacco contro una moschea a ovest di El Arish e ucciso più di 300 fedeli. Il generale al-Sisi ha grandi problemi ad affrontare l’estremismo islamico.

In questo contesto posso immaginare il presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) che arriva per un incontro al Cairo con al-Sisi e gli dice: “Mi devi aiutare. Gli israeliani hanno costruito altre 50 unità abitative nella loro colonia di Ma’ale Adumim ed hanno espulso e demolito le case di decine di famiglie palestinesi, e un soldato ha arrestato una ragazza a Nabi Saleh, nei pressi di Ramallah…”

In un immaginario scenario piuttosto stravagante come questo, il generale al-Sisi starebbe pensando che Abu Mazen ha perso la testa. L’Egitto sta affrontando problemi di vita o di morte di decine di milioni di persone e Abu Mazen sta parlando al leader egiziano di qualche casa mobile parcheggiata in qualche colonia. Questi sono i problemi dei palestinesi?

In questo contesto la cooperazione militare e di intelligence tra Israele e l’Egitto è migliore di quanto non sia mai stata. Israele aiuta l’Egitto nella sua guerra contro gli estremisti islamici nel Sinai. L’Egitto è diventato un vero alleato di Israele.

La situazione è simile tra Israele e la Giordania, dove il re Abdullah ha problemi economici da affrontare, con centinaia di migliaia di rifugiati siriani, e deve respingere militanti islamici sulle frontiere con la Siria e l’Iraq. La cooperazione di intelligence tra Israele ed Amman è un fatto consolidato e ben noto da molto tempo.

Alleati arabi

E c’è di più. C’è anche una cooperazione politica di livello piuttosto alto tra Israele, Arabia saudita ed Emirati. Israele, i sauditi e gli Stati del Golfo hanno un nemico comune: l’Iran. I sauditi stanno combattendo gli iraniani in Yemen – dove gli iraniani lanciano missili verso il territorio saudita – così come sul suolo siriano e libanese. Quindi ha preso forma una specie di alleanza strategica tra Israele e gli Stati arabi sunniti contro l’Iran sciita. Tutto sotto il patrocinio del presidente americano Donald Trump.

In Medio Oriente i palestinesi non hanno prospettive. Assolutamente nessuna. Nessun Paese arabo li aiuterà, ma potrebbe piuttosto danneggiarli. Benjamin Netanyahu ed il suo governo lo sanno. Possono fare tutto quello che vogliono ai palestinesi. E quindi il governo israeliano di destra continua a costruire e sviluppare le colonie della Cisgiordania.

Il 60% della Cisgiordania che, in base agli accordi di Oslo, è controllato da Israele, è stato quasi completamente annesso a Israele. Praticamente ogni settimana sentiamo di nuove leggi o regolamenti che discriminano gli arabi in Cisgiordania e in Israele. Nell’ultima settimana, per esempio, è stata approvata una legge speciale per accordare all’università della colonia di Ariel lo stesso status di cui godono le istituzioni accademiche all’interno di Israele.

Riguardo a Gaza, non c’è praticamente più niente da dire. I due milioni di palestinesi a Gaza sono stati sotto assedio per un decennio. Gli egiziani ed il regime di Ramallah fanno molto poco per aiutarli. Il risultato è che Gaza è sull’orlo di un disastro umanitario di massa. C’è energia elettrica solo da quattro a otto ore al giorno. L’acqua non è potabile. La disoccupazione è circa del 50%. L’economia è limitata alla generosità delle organizzazioni umanitarie internazionali, guidate dall’ONU, che recentemente hanno fatto notizia quando Trump ha annunciato progetti per ridurre drasticamente il loro bilancio.

Non tanto bene

Come già detto, oggi la situazione dei palestinesi è la peggiore da molto tempo a questa parte. Una società frammentata sprofondata nell’indigenza e sottoposta al potere limitato dell’Autorità Nazionale Palestinese, le cui forze di sicurezza sono diventate, in gran parte, complici di Israele.

Molti israeliani pensano che, finché i palestinesi stanno male, noi qui in Israele stiamo bene.

È così nei conflitti a somma zero. Ma nel nostro caso, non è così.

In Israele ci sono ambienti progressisti che pensano che anche noi siamo in una brutta situazione. Ormai da qualche tempo qui molte organizzazioni dei diritti umani hanno operato come l’opposizione più decisa al governo di Netanyahu.

La prova sta nella dura campagna di attacchi del regime contro le Ong. “Breaking the Silence” e i suoi soldati della riserva apertamente critici contro la condotta dell’esercito in Cisgiordania, “B’Tselem”, “Machsom Watch”, l’“Association for Civil Rights in Israel” [“Associazione per i Diritti Civili in Israele, ndt.], il “New Israel Fund” [“Nuovo Fondo Israele, ndt.]: tutte esistono da almeno 20 anni, ma solo ultimamente il governo Netanyahu le ha definite come il “Nemico numero uno”.

Netanyahu gode di ampio prestigio internazionale. È invitato nelle capitali internazionali, da Delhi a Varsavia, da Mosca a Washington. I suoi problemi sono principalmente in patria. Le critiche sono per lo più degli ambienti progressisti, all’interno di Israele, che non possono sopportare la realtà di quanto sta succedendo ai palestinesi. Egli sostiene sempre che tutte le critiche dirette contro il suo comportamento corrotto vengono da circoli progressisti di sinistra che cercano di rovesciare il suo governo.

Persino la raccomandazione della polizia di imputarlo di corruzione è vista da Netanyahu come nient’altro che un ulteriore tentativo politico da parte della sinistra traditrice di fare un colpo di stato. Quindi il grande timore è che l’attuale situazione lo spinga ancor di più nelle braccia della destra nazionalista e verso nuovi passi contro i palestinesi e contro i suoi nemici di sinistra. Mentre la presa di Netanyahu sul potere si indebolisce, i palestinesi e la sinistra progressista in Israele rischiano di pagarne il prezzo.

Danny Rubinstein è un giornalista e scrittore israeliano. In precedenza ha lavorato per “Haaretz”, dove è stato analista delle questioni arabe e membro del comitato editoriale.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




La difficile situazione dei lavoratori palestinesi in Israele

Senussi Bsaikri

Middle East Monitor 11 maggio 2014

L’economia palestinese è in stato di totale collasso con una tasso di disoccupazione in Cisgiordania del 31%. Ne consegue che il numero dei palestinesi che cerca lavoro in Israele è in aumento, nonostante le difficoltà da affrontare.

Su una cifra stimata di un milione di lavoratori palestinesi che vivono in Cisgiordania, solo un piccolo numero ha il permesso di lavorare legalmente in Israele. Nel 2009 non più di 23.000 palestinesi hanno avuto il permesso di lavoro. Tuttavia circa 40.000 palestinesi continuano a lavorare in Israele, quasi la metà illegalmente.

Ne consegue che la maggior parte di questi lavoratori sono sfruttati dai datori di lavoro consapevoli della loro condizione illegale, e qualche volta non vengono nemmeno pagati. Se si lamentano sono semplicemente consegnati alle autorità. I 25.000 palestinesi che si stima entrino illegalmente in Israele ogni anno vivono nella costante paura di essere catturati dalla polizia. Secondo Moshe Ben Shi, un portavoce della polizia israeliana di confine, vengono arrestati annualmente 15.000 lavoratori palestinesi illegali.

Condizioni difficili di vita e di lavoro

in un rapporto di Al Jazeera del novembre scorso (2013) un lavoratore palestinese di Tulkarem in Cisgiordania ha descritto i Territori Occupati come “una grande prigione, in cui mancano le condizioni fondamentali della vita”, da cui decine di migliaia di lavoratori palestinesi entrano in Israele senza permesso con un viaggio che richiede fino a 24 ore, anche se Tulkarem si trova in linea d’aria a solo pochi minuti da Israele. Un altro lavoratore ha riferito alla stessa fonte che rimanere in Cisgiordania era assimilabile a “una lenta morte” per cui egli e altri come lui “vanno verso l’ignoto(in Israele) senza un permesso di lavoro”. Un terzo uomo ha detto che “gli uomini non hanno paura della prigione, nè dell’oppressione dell’occupazione”, quello di cui hanno paura più di qualsiasi altra cosa è di rimanere disoccupati.

Secondo il rapporto molti lavoratori vivono all’aria aperta senza la minima dotazione necessaria ai bisogni fondamentali della vita. Non vi sono nè utensili per cucinare nè acqua per lavarsi o per fare il bucato. Quando dormono appendono i loro vestiti ai rami degli alberi e si sdraiano a terra con le scarpe pronti a scappare se la pattuglia della polizia israeliana dovesse comparire

Non vediamo le nostre famiglie per mesi. Qualche volta ti dimentichi dei tratti del viso dei tuoi figli– che crescono mentre sei via… siamo umiliati e perseguitati… lavoriamo dall’alba al tramonto per dei salari molto bassi” ha detto un lavoratore. “Immagina” ha detto un altro, “ vivere così, un giorno dentro, uno fuori, o lavorare per qualcuno per molti giorni che poi lui rifiuta di pagarti e minaccia di denunciarti alla polizia”

Le decisioni politiche peggiorano le condizioni dei lavoratori palestinesi

Le autorità israeliane spesso prendono decisioni che hanno gravi ripercussioni sui lavoratori palestinesi in Israele. Per esempio, il fondo pensione israeliano non permette più di assicurare i lavoratori palestinesi, ed è stata stabilita una tassa annuale di 1.000 dollari per ogni lavoratore palestinese che lavora all’interno della Linea Verde ( la linea dell’armistizio del 1967).

Nel 2007 il governo israeliano ha deciso di sottoporre i lavoratori palestinesi alla legge giordana, ciò che ha avuto come conseguenza la perdita da parte di decine di lavoratori di quei pochi privilegi che possedevano, mentre i lavoratori israeliani nelle stesse condizioni hanno continuato a godere dei benefici della legge israeliana. Gli osservatori ritengono che queste decisioni costringeranno molti lavoratori a lasciare il loro lavoro non essendo in grado di pagare la tassa.

Nonostante una decisione della Suprema Corte costringa i datori di lavoro e il governo israeliano a garantire ai lavoratori palestinesi la previdenza e i diritti alla pensione in base ai contributi da loro versati, le autorità israeliane non hanno applicato la direttiva della Corte. Inoltre, è stato reso noto che un lavoratore medio palestinese versa il 17,5% del suo salario per quelle idennità, senza ricevere nulla in cambio. Da molti ciò è considerato un modo per il governo israeliano di incassare grandi somme di denaro extra senza un aumento della spesa, solamente privando i lavoratori palestinesi del loro diritti.

Questo è un indice del livello di discriminazione verso i palestinesi e viola tutta la normativa internazionale sul lavoro. Contravviene anche all’Accordo Economico di Parigi siglato da Israele e dall’OLP che non permette nessuna riduzione di salario e diritti senza il consenso delle due parti.

La politica di Israele nei confronti dei lavoratori palestinesi

Le autorità israeliane hanno indebolito [la forza contrattuale de] i lavoratori palestinesi, in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza e in Israele. Non esiste alcun sindacato o movimento collettivo sindacale che si occupi dei diritti dei lavoratori.

È da notare che le politiche israeliane per l’occupazione hanno spinto i giovani palestinesi ad abbandonare la scuola e trovare lavoro presso le imprese israeliane. Sono stati offerti significativi incentivi finanziari che hanno indotto un gran numero di giovani ad abbandonare la scuola e l’istruzione superiore per andare a lavorare nelle fabbriche, nelle aziende agricole e nei cantieri edili.

Per molti osservatori ciò non è esente da pericoli, particolarmente dopo la prima intifada del 1987. L’emergere di una forza lavoro molto poco istruita avrà un grande effetto sulla struttura e natura della società palestinese. Tuttavia, le restrizioni israeliane sull’attività economica palestinese negli ultimi 60 anni di occupazione hanno reso debole il mercato del lavoro palestinese; ciò scoraggia i giovani in particolare a cercare migliori lavori attraverso l’istruzione. L’economia palestinese non è stata in grado di accogliere un gran numero di persone che cercavano lavoro

La dirigenza dell’Autorità Nazionale Palestinese [ANP] non ha migliorato la situazione dei lavoratori. Al contrario le condizioni sono peggiorate. il numero di occupati nelle istituzioni dell’ANP ha raggiunto le 160.000 unità, una cifra che non rappresenta le reali necessità del settore. La copertura dei salari di questa enorme forza lavoro ha impedito all’ANP di assistere altri lavoratori con il sostegno di cui abbisognavano.

La politica di chiusura in tutti i Territori Occupati e l’assedio di Gaza hanno duramente colpito la popolazione palestinese e la possibilità di trovare un lavoro. Come parte della repressione dei palestinesi, il governo israeliano ha incoraggiato l’impiego di lavoro a basso costo di persone provenienti da altri Paesi, peggiorando una situazione già pessima per i palestinesi.

Provvedimenti restrittivi sono in vigore riguardo l’occupazione di lavoratori palestinesi nei territori controllati da Israele e comprendono le seguenti[condizioni]:

– Devono ottenere un certificato di sicurezza per poter lavorare

Devono possedere una carta d’dentità magnetica contenente tutti i dettagli personali del lavoratore

– Devono pagare una tassa fino a 500 dollari al mese sia che lavorino che no.

Tali misure restrittive significano che si è formato un mercato del lavoro nero, con i lavoratori palestinesi vittime di un aperto e palese sfruttamento

Attraversare le barriere di sicurezza è il peggiore ostacolo che persino i lavoratori legali devono affrontare. Ogni giorno,devono mettersi in coda per ore per passare e poi trovare un mezzo di trasporto sino al loro posto di lavoro. Le misure di sicurezza comprendono ispezioni fisiche e controlli magnetici simili a quelli in aeroporto. Una conseguenza grave sulla salute delle frequenti esposizioni alle radiazioni durante il controllo di sicurezza è l’alto tasso di tumori fra i palestinesi. In molte occasioni, ai lavoratori viene impedito l’ingresso in Israele senza che vengano date spiegazioni. Perciò molti scelgono di rimanere la notte sul posto di lavoro per evitare di passare ogni giorno la sicurezza. Naturalmente questo significa che per lunghi periodi sono separati dai loro familiari anche se in linea d’aria si trovano molto vicini.

Effetti psicologici e sociali

Vivendo fra speranza e disperazione, avendo sempre a che fare con enormi insicurezze e umiliazioni, molti lavoratori palestinesi soffrono di problemi psicologici

Molti risultano disturbati, arrabbiati e pieni di odio per quello che gli israeliani gli stanno imponendo. Simili difficoltà e intimidazioni finiscono col creare un essere umano complesso, incapace di dividere le responsabilità della famiglia, in particolare l’educazione dei figli.

Vittime di truffe

Secondo l’agenzia di notizie Ma’an, alcuni funzionari israeliani, compresi un agente della sicurezza, un dirigente dell’amministrazione e un impiegato del Ministero dell’interno israeliano, insieme ad altri 23 israeliani e 11 palestinesi, hanno costituito una banda criminale che ha truffato migliaia di lavoratori palestinesi negli ultimi tre anni. La banda introduce clandestinamente in Israele i palestinesi e facilita l’emissione e la vendita di falsi permessi di lavoro riscuotendo il 40% del guadagno dei lavoratori

L’inchiesta condotta da Ma’an dice che dopo due giorni che i lavoratori sono entrati in Israele con documenti falsi, i loro nomi vengono dati dalla banda alle autorità israeliane che revocano il permesso in base alla mancanza di lavoro. La cancellazione del permesso di lavoro comporta la perdita dei diritti, stimabili in milioni di shekel israeliani.

Conclusione

La maggior parte dei lavoratori palestinesi che lavorano in Israele hanno bisogno di un sostegno per combattere una sofferenza finanziaria , psicologica e di sfruttamento. Molti si sentono perduti, abbandonati e alienati dalla comunità nella quale vivono e hanno un disperato bisogno di aiuto per poter condurre una vita onesta senza perdere la dignità. La comunità internazionale ha il dovere di costringere il governo israeliano ad attenersi al diritto internazionale e agli accordi sul lavoro assicurando così che i lavoratori palestinesi non vengano discriminati.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Il processo di Ahed al-Tamimi inizia a porte chiuse, mentre l’avvocatessa accusa il tribunale in quanto “illegale”

MEE ed agenzie

Martedì 13 febbraio 2018,Middle East Eye

Se condannata, la diciassettenne rischia una lunga condanna detentiva, dopo che un video l’ha mostrata mentre schiaffeggiava un soldato israeliano.

Martedì un tribunale militare israeliano ha prolungato la detenzione di una ragazza palestinese filmata lo scorso dicembre mentre schiaffeggiava e prendeva a calci due soldati israeliani fuori dalla sua casa.

Il caso di Ahed al-Tamimi, che lo scorso mese ha compiuto 17 anni in prigione, ha conquistato l’attenzione dei media internazionali ed è diventato una specie di simbolo per i sostenitori della Palestina.

Il giudice ha aggiornato la seduta all’11 marzo.

Martedì il processo si è svolto a porte chiuse, nonostante una richiesta dell’avvocatessa di Tamimi perché ai media fosse consentito assistere.

Il giudice ha ordinato che i giornalisti venissero fatti uscire dall’aula, stabilendo che un processo pubblico non sarebbe stato nell’interesse di Tamimi, che viene giudicata da minorenne.

Un gran numero di giornalisti locali ed internazionali era presente per informare sul processo, ma solo ai membri della famiglia è stato consentito di rimanere nell’aula, ed è stato chiesto di andarsene anche ai diplomatici presenti.

Mentre in Israele i processi a minori nelle corti militari si tengono in genere a porte chiuse, la legale di Tamimi, Gaby Lasky, ha sostenuto che, poiché le precedenti udienze sono state aperte al pubblico, il processo dovesse continuare così.

Sanno che le persone fuori dal tribunale militare di Ofer sono interessate al caso di Ahed, sanno che i suoi diritti sono stati calpestati e che il suo processo non avrebbe dovuto aver luogo,” ha detto Lasky ai giornalisti, dopo che è stata respinta la sua obiezione alla decisione del giudice di tenere il processo a porte chiuse.

Così il modo per tenerlo nascosto a tutti è chiudere le porte e non consentire che la gente stia in tribunale per l’udienza,” ha aggiunto.

Secondo Lasky il pubblico ministero ha chiesto più tempo per preparare una risposta ed è stata fissata una nuova data, l’11 marzo.

Il processo a porte chiuse è durato un paio d’ore prima di essere aggiornato.

Lasky ha detto di aver sostenuto che il processo non dovrebbe continuare perché l’occupazione israeliana della Cisgiordania ed il suo sistema giudiziario lì sono illegali.

Ha aggiunto che presenterà una nuova richiesta per ottenere l’apertura al pubblico del processo.

Tamimi è arrivata al tribunale militare di Ofer, nei pressi di Gerusalemme nella Cisgiordania occupata, vestita con una giacca da detenuta con mani e piedi incatenati, sorridendo appena mentre i giornalisti la fotografavano.

Suo padre Bassem al-Tamimi l’ha salutata con la mano dal pubblico, gridando “sii forte, vincerai”. Dopo che la seduta è stata aggiornata ha detto ai giornalisti che “la presenza in tribunale di persone, giornalisti, consoli, diplomatici, osservatori e giuristi, è molto importante perché le donne [Ahed e sua madre, anch’essa incarcerata, ndt.] siano al sicuro e ci dà la sensazione che quelli che sono in tribunale siano al sicuro.”

Ahed al-Tamimi è stata acclamata come un’eroina dai palestinesi, che la vedono come una che resiste coraggiosamente all’occupazione israeliana della Cisgiordania.

Gli israeliani accusano la sua famiglia di utilizzarla come una pedina in provocazioni orchestrate ad arte.

È stata incolpata di 12 capi di imputazione, compresa l’aggressione, e, se condannata, potrebbe dover affrontare un lungo periodo detentivo. Le imputazioni riguardano gli episodi nel video, che è diventato virale sulle reti sociali, e cinque altri incidenti. Includono il lancio di pietre, l’incitamento e le minacce.

Il video sarebbe stato girato con un telefonino il 15 dicembre davanti alla casa degli al-Tamimi. Non mostra nessun serio danno provocato ai soldati.

Il 19 dicembre suo padre Bassem ha scritto su Facebook che la figlia stava reagendo dopo che il 15 dicembre i soldati israeliani avevano sparato a suo cugino, Mohammed al-Tamimi, mentre stava protestando contro la decisione del presidente USA Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele.

Anche la madre di Tamimi, Nariman, e la cugina Nour, di 20 anni, sono andate a processo lo scorso martedì.

È stato ordinato che Tamimi e sua madre siano trattenute in arresto fino alla fine del processo, mentre sua cugina è stata rilasciata su cauzione.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




In parole e azioni: la genesi della violenza israeliana

Ramzy Baroud

16 gennaio 2018, The Palestinian Chronicle

Non passa giorno senza che un importante politico o intellettuale israeliano faccia una vergognosa dichiarazione oltraggiosa contro i palestinesi.

Molte di queste dichiarazioni tendono a raccogliere una scarsa attenzione o evocano giustamente un meritato sdegno.

Proprio di recente, il ministro dell’Agricoltura israeliano, Uri Ariel, ha auspicato più morti e feriti per i palestinesi di Gaza.

Cos’è quest’arma speciale che abbiamo, che spariamo e vediamo colonne di fumo e fuoco, ma nessuno rimane ferito? È tempo che là ci siano anche feriti e morti,” ha detto.

La richiesta di Ariel di uccidere più palestinesi è arrivata subito dopo altre dichiarazioni nauseabonde riguardanti una ragazzina di 16 anni, Ahed Tamimi. Ahed è stata arrestata durante una violenta incursione dell’esercito israeliano in casa sua nel villaggio cisgiordano di Nabi Saleh.

Un video l’ha ripresa mentre schiaffeggiava un soldato israeliano il giorno dopo che l’esercito israeliano aveva sparato alla testa a suo cugino, riducendolo in coma.

Il ministro dell’Educazione Naftali Bennett, noto per le sue posizioni politiche estremiste, ha chiesto che Ahed e altre ragazze palestinesi “passino il resto dei loro giorni in prigione”.

Un importante giornalista israeliano, Ben Caspit, ha auspicato una punizione ancora più dura. Ha suggerito che Ahed e ragazze come lei debbano essere violentate in carcere: “Nel caso delle ragazze, dovremmo far loro pagare un prezzo in qualche altra circostanza, al buio, senza testimoni né telecamere,” ha scritto in ebraico.

Questa mentalità violenta e rivoltante, tuttavia, non è una novità. È la prosecuzione di un vecchio, radicato sistema di pensiero che è fondato su una lunga storia di violenze.

Indubbiamente le opinioni di Ariel, Bennett e Caspit non sono affermazioni irose proferite in un momento di rabbia. Sono tutte un riflesso delle concrete politiche che sono state portate avanti per oltre 70 anni. Infatti violentare e imprigionare a vita sono comportamenti che hanno accompagnato lo Stato di Israele fin dai suoi inizi.

Questa eredità di violenza continua a caratterizzare Israele fino ai nostri giorni, attraverso l’uso di quello che lo storico israeliano Ilan Pappe descrive come “genocidio incrementale”.

Attraverso questa lunga tradizione, poco è cambiato, salvo nomi e titoli. Le milizie sioniste che hanno orchestrato il genocidio dei palestinesi prima della fondazione di Israele nel 1948 si unirono per formare l’esercito israeliano, ed i dirigenti di questi gruppi divennero leader israeliani.

La nascita violenta di Israele nel 1947-48 fu il culmine di un discorso violento che la precedette di molti anni. Fu il tempo in cui gli insegnamenti del sionismo dei primi anni vennero messi in pratica e i risultati furono semplicemente orribili.

La tattica di isolare ed attaccare un certo villaggio o cittadina e giustiziare la sua popolazione con un orribile massacro indiscriminato fu una strategia utilizzata ripetutamente dalle bande sioniste per obbligare la popolazione di villaggi e cittadine circostanti a fuggire,” mi ha detto Ahmad Al-Haaj quando gli ho chiesto di riflettere sul passato e sul presente di Israele.

Ahmad Al-Haaj è uno storico palestinese e un esperto della Nakba, la “Catastrofe” occorsa ai palestinesi nel 1948.

La competenza dell’ottantacinquenne intellettuale sull’argomento iniziò 70 anni fa, quando, a 15 anni, assistette al massacro di Beit Daras per mano della milizia ebraica “Haganah”.

La distruzione del villaggio palestinese del sud e l’uccisione di decine dei suoi abitanti ebbe come effetto lo spopolamento di molti villaggi delle vicinanze, compreso al-Sawafir, il villaggio natale di Al-Haaj’s.

Il ben noto massacro di Deir Yassin fu il primo esempio di tali uccisioni immotivate, un modello che venne replicato in altre zone della Palestina,” dice Al-Haaj.

All’epoca la pulizia etnica della Palestina venne orchestrata da molte milizie sioniste. La principale milizia ebraica fu l’”Haganah”, che dipendeva dall’Agenzia Ebraica. Quest’ultima funzionava quasi come un governo, sotto gli auspici del governo del Mandato britannico, mentre l’”Haganah” fungeva da suo esercito.

Tuttavia anche altri gruppi scissionisti operavano in base ad un proprio progetto. Tra questi, due principali bande erano l’”Irgun” (Organizzazione Militare Nazionale) e il “Lehi” (noto anche come “Banda Stern”). Questi gruppi misero in atto numerosi attacchi terroristici, comprese bombe sugli autobus ed assassinii mirati.

Menachem Begin, nato in Russia, era il leader dell’”Irgun” che, insieme alla “Banda Stern” e ad altre milizie ebraiche, massacrò centinaia di civili a Deir Yassin.

Dite ai soldati: avete fatto la storia di Israele con il vostro attacco e la vostra conquista. Continuate così fino alla vittoria. Come a Deir Yassin, così ovunque attaccheremo e puniremo il nemico. Dio, Dio, tu ci hai scelti per la conquista,” scrisse Begin all’epoca. Descrisse il massacro come uno “splendido atto di conquista”.

Il rapporto intrinseco tra parole ed azioni rimane immutato.

Circa 30 anni dopo Begin, un tempo un terrorista ricercato, divenne primo ministro di Israele. Accelerò il furto di terre della recentemente occupata Cisgiordania e di Gerusalemme est, scatenò una guerra in Libano, annesse Gerusalemme occupata ad Israele e perpetrò il massacro di Sabra e Shatila nel 1982.

Alcuni degli altri terroristi diventati politici e principali comandanti dell’esercito inclusero Begin, Moshe Dayan, Yitzhak Rabin, Ariel Sharon, Rafael Eitan e Yitzhak Shamir. Ognuno di questi dirigenti ha un curriculum costellato di violenza.

Shamir ricoprì il ruolo di primo ministro di Israele dal 1986 al 1992. Nel 1941 Shamir venne imprigionato dai britannici per il suo ruolo nella “Banda Stern”. In seguito, come primo ministro, ordinò una violenta repressione contro la ribellione palestinese, per lo più non violenta, nel 1987, in cui si rompevano deliberatamente gli arti dei ragazzini accusati di lanciare pietre contro i soldati israeliani.

Quindi, quando ministri del governo come Ariel e Bennett invocano una violenza ingiustificata contro i palestinesi, stanno semplicemente continuando un’eredità sanguinosa che nel passato ha caratterizzato ogni leader israeliano. È l’atteggiamento violento che continua a dominare il governo israeliano e i suoi rapporti con i palestinesi; di fatto con tutti i suoi vicini.

– Ramzi Baroud è un giornalista, autore ed editorialista di Palestine Chronicle. Il suo libro di prossima pubblicazione è “The Last Earth: A Palestinian Story[“L’ultima terra: una storia palestinese] (Pluto Press, Londra). Baroud ha un dottorato in Studi Palestinesi all’università di Exeter ed è docente non residente presso l’“Orfalea Center for Global and International Studies” dell’università della California a Santa Barbara.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Israele demolisce un’altra scuola finanziata dall’Unione Europea

Tamara Nassar,

6 febbraio 2018, The Electronic Intifada

Il 4 febbraio le forze d’occupazione israeliane hanno demolito due edifici scolastici nella comunità di Abu Nuwwar, situata nella cosiddetta area E1 della Cisgiordania occupata, ad est di Gerusalemme.

La distruzione lascia più di 25 bambini di terza e quarta elementare senza un posto dove studiare.

“La demolizione di strutture scolastiche è uno degli strumenti che Israele usa nel tentativo di espellere le comunità palestinesi dalle loro case, in modo da poter concentrare i residenti in enclaves e utilizzare il territorio per i propri scopi”, ha dichiarato l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem.

Secondo B’Tselem, il 13 dicembre le forze d’occupazione hanno emesso un ordine di demolizione per l’aula di quarta elementare e la demolizione è proseguita domenica nonostante fosse in corso un procedimento legale contro l’ordine [di demolizione].

Le fotografie postate su Twitter da media palestinesi mostrano bambini seduti in mezzo alle macerie della loro scuola distrutta.

Uno di loro tiene un cartello che dice: “Ho il diritto di studiare. No alla demolizione della mia scuola. Siamo i bambini di Abu Nuwwar.”

Un testimone dice nel video che le forze occupanti israeliane hanno confiscato i cellulari prima della demolizione.

Complicità dell’Unione Europea

La scuola è stata costruita a settembre con il finanziamento dell’Unione Europea e dell’Autorità Nazionale Palestinese, ma nessuna delle due ha fatto nulla per rendere responsabile Israele della distruzione delle aule.

Questo è in linea con l’inazione dell’UE relativamente alle decine di milioni di dollari di progetti che essa ha finanziato e che Israele ha distrutto negli ultimi anni.

L’UE non ha emesso alcuna dichiarazione di condanna della demolizione.

È la quinta volta che Israele demolisce quella scuola. Secondo la Reuters, ogni volta è stata ricostruita con l’aiuto di fondi dell’UE e di organizzazioni non governative.

Il braccio burocratico dell’occupazione militare israeliana, il COGAT (Coordinamento delle Attività Governative nei Territori Occupati, ndtr.), ha affermato che “la struttura è stata costruita illegalmente e senza i permessi necessari.”

Israele nega il permesso praticamente ad ogni costruzione palestinese in area C, dove si trova Abu Nuwwar, costringendo molti a costruire senza l’autorizzazione militare ed a vivere nella costante paura che la propria casa venga demolita.

Secondo l’agenzia di informazioni ufficiale palestinese Wafa, oltre agli edifici, Israele vieta ai palestinesi di Abu Nuwwar anche di costruire strade che “permetterebbero ad uno scuolabus di accedere alla comunità e portare in modo sicuro i bambini avanti e indietro da scuola.”

L’area C include circa il 60% della Cisgiordania ed è sotto il totale controllo militare israeliano, in base a quanto previsto dagli accordi di Oslo firmati da Israele e dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina nei primi anni ’90.

Espulsione forzata

I politici israeliani stanno invocando sempre più spesso l’annessione permanente dell’area C, che lascerebbe la maggioranza dei palestinesi della Cisgiordania imprigionata in piccole isole territoriali.

La comunità di Abu Nuwwar, come molte altre nell’area C, ha subito continue aggressioni da parte dell’esercito israeliano nel tentativo di espellerle con la forza.

In ottobre le forze israeliane hanno confiscato le porte delle aule che hanno demolito domenica.

In agosto, le forze israeliane hanno dichiarato la comunità di Abu Nuwwar zona militare chiusa ed hanno confiscato i pannelli solari che fornivano elettricità all’asilo.

L’area E1 [ad est di Gerusalemme, ndt.] è destinata da Israele all’espansione della sua mega colonia di Maaleh Adumim, che completerebbe l’accerchiamento di Gerusalemme ed isolerebbe l’una dall’altra le aree settentrionale e meridionale della Cisgiordania.

Abu Nuwwar è una delle 12 comunità palestinesi, con un totale di circa 1.400 abitanti, nell’area est di Gerusalemme, che rischia l’espulsione da parte di Israele. Le altre includono Jabal al-Baba e Khan al-Ahmar.

Sempre in agosto Israele ha distrutto due scuole finanziate dall’Europa in Cisgiordania.

La mancanza di un’efficace risposta dell’UE ha quindi incoraggiato Israele a procedere con la demolizione di domenica.

Susiya sotto minaccia

Intanto il console generale francese ha visitato il villaggio di Susiya nell’area C, “per sostenere gli abitanti minacciati di trasferimento forzato”, secondo un tweet del consolato francese di Gerusalemme di lunedì.

Tali visite simboliche intendono segnalare la disapprovazione internazionale delle demolizioni di massa pianificate da Israele delle case della comunità – un crimine di guerra.

Ma in passato Israele le ha ignorate, con la certezza di non venire mai chiamato a rispondere di crimini di guerra ed altre violazioni contro i palestinesi.

La settimana scorsa la senatrice USA Dianne Feinstein ha twittato che è stato “un colpo al cuore” il fatto che l’Alta Corte israeliana abbia “approvato la demolizione di sette edifici nel villaggio palestinese di Susiya, distruggendo le case di 42 persone, metà delle quali sono bambini o malati.”

A dicembre Feinstein ed altri nove senatori hanno fatto appello direttamente al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu perché bloccasse le demolizioni.

Tamara Nassar è assistente redattrice di The Electronic Intifada.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




La sorgente del conflitto

Ben Ehrenreich, The Way to the Spring: Life and Death in Palestine, Penguin Press, 2016.

Amedeo Rossi

Sono ottimista perché persino nella loro disperazione, senza nessun motivo di speranza, le persone continuano a resistere. Non posso pensare a molte altre ragioni per essere orgoglioso come essere umano, ma questa è sufficiente.”

 Così Ben Ehrenreich, figlio della famosa sociologa americana Barbara Ehrenreich e a cui il libro è dedicato, conclude il prologo a questo libro, che raccoglie le sue esperienze nei molteplici viaggi in Palestina dal 2011 al 2014 per alcune riviste statunitensi. Nei suoi racconti in effetti i motivi di speranza sono pochi, tante sono le ingiustizie ed i soprusi a cui ha assistito e che racconta. E sono molte le persone, i luoghi, le vicende, tanto che l’autore ha inserito all’inizio del volume un elenco di “personaggi ed interpreti” e una loro sintetica scheda per ognuno dei principali luoghi visitati, anche più volte nel corso degli anni. Per ragioni di spazio mi limiterò a citare solo quelli più presenti.

La sorgente del titolo è sia una vera e propria fonte d’acqua che una metafora della situazione nei territori palestinesi occupati. Si tratta di Ein al-Qaws, una fonte del villaggio palestinese di Nabi Saleh, di cui si è impossessata una colonia israeliana dei dintorni. Ma il riferimento alla sorgente del titolo è anche un richiamo più generale all’occupazione israeliana dei territori palestinesi ed alla conseguente appropriazione di terre e risorse.

Proprio le vicende di Nabi Saleh e della famiglia Tamimi, che l’ha spesso ospitato, occupano una parte rilevante del libro. Tutti i venerdì ci sono manifestazioni di protesta degli abitanti del villaggio, che si dirigono verso la sorgente, finché non vengono respinti dai soldati israeliani. Gli scontri hanno spesso avuto esiti drammatici, con vari morti, molti feriti, molti arresti.

La famiglia Tamimi è tra le più attive nella resistenza non armata. Alla fine del 2017 è divenuta suo malgrado ancora più famosa a causa dell’incarcerazione, insieme alla madre e ad una cugina, di una delle figlie, la sedicenne Ahed, per aver schiaffeggiato due soldati dopo che suo cugino era stato gravemente ferito alla testa da un proiettile di gomma. Ahed rischia una condanna a 10 anni. A proposito del protagonismo dei minorenni, Ehrenreich racconta che, quando qualche straniero chiede conto agli abitanti del villaggio della presenza dei figli alle manifestazioni, la risposta degli adulti è tragicamente realistica: L’esperienza ha dimostrato che non ci sono luoghi sicuri in cui nascondere i figli, e partecipando alle manifestazioni i bambini hanno imparato a superare la loro paura e a vedere se stessi come qualcosa di diverso da vittime passive.

La famiglia Tamimi è spesso presente nel libro sia per il rapporto di amicizia che si è instaurato con l’autore, sia per il protagonismo della resistenza popolare di Nabi Saleh contro l’occupazione e i molti episodi drammatici che l’hanno segnata. Ma ci sono anche le descrizioni della tragica situazione di Hebron, che l’autore presenta con una lista di cose che i palestinesi del luogo considerano normali, tra cui: “Venire presi di mira da armi da fuoco, da lanci di pietre e di bottiglie molotov contro la propria casa; soldati che sparano lacrimogeni contro gli scolari per segnare l’inizio e la fine delle lezioni; essere arrestati, interrogati per ore e rilasciati senza imputazioni né scuse; avere un soldato con un fucile automatico piazzato tutto il tempo proprio dietro o davanti a casa; ecc.” La presenza di qualche centinaio di coloni fondamentalisti nazional-religiosi che hanno occupato alcune case nel centro storico della città condiziona la vita dei 200.000 abitanti palestinesi anche nei minimi dettagli della vita quotidiana. L’autore vi incontra un altro dei dirigenti più noti della resistenza popolare all’occupazione, Issa Amro, il leader dello YAS (Giovani contro l’Occupazione), e si trova ad affrontare insieme a questo gruppo di palestinesi le provocazioni dei coloni e la repressione dei soldati.Altrettanto difficile è la vita dei beduini di Umm al-Kheir, un villaggio più volte distrutto e sempre tenacemente ricostruito dai pastori che vi abitano, accampati in tende e costruzioni precarie, sempre minacciati dagli interventi dell’esercito e dagli abitanti della colonia di Carmel che vogliono impossessarsi delle loro terre. Due di questi hanno presentato una richiesta di danni (più di 20.000 €!!) e di demolizione contro il rudimentale forno utilizzato dai beduini per cuocere il pane, sostenendo che il suo fumo danneggia la loro salute e quella dei loro figli: “Lo chiamiamo il forno di Chernobyl”, racconta uno dei palestinesi a Ehrenreich, che commenta: “Principalmente il fumo del forno puzzava di altre persone, altri che i coloni non potevano capire e neanche lo volevano, e che semplicemente si rifiutavano – cocciutamente e con una testardaggine che doveva risultare esasperante – di morire o di andarsene.” Un’altra vicenda emblematica che evidenzia l’approccio che i coloni, e gli ebrei israeliani in generale, hanno nei confronti della presenza dei palestinesi.

Quando Ehrenreich dopo qualche tempo è tornato nel villaggio, sempre più misero, l’esercito israeliano aveva distrutto per tre volte il forno e gli abitanti l’avevano sempre ricostruito. Camminando con il giornalista, Eid, uno dei beduini, “ha detto qualcosa a proposito dell’importanza di non perdere la speranza. Gli ho chiesto come farlo. ‘Abbiamo solo quest’unica vita’ ha detto Eid. “Ed è sacra [] non dobbiamo sprecarla.” Una riflessione che segna ancor più la distanza dai coloni, che dedicano la propria vita a rendere invivibile quella degli altri. Al contempo questa riflessione ben rappresenta un’altra forma di resistenza dei palestinesi, il sumud, la sopportazione e la resistenza passiva, perché non andarsene nonostante tutto è la principale forma di protesta contro la pulizia etnica che è il principale obiettivo dell’occupazione.

Insieme agli avvenimenti a cui ha assistito personalmente, l’autore cita il contesto politico e diplomatico in cui essi si inseriscono: i viaggi del segretario di Stato John Kerry e i tentativi falliti di riannodare i cosiddetti “colloqui di pace, le vicende della politica interna israeliana e di quella palestinese, la situazione in Medio Oriente.

Non mancano i riferimenti critici nei confronti dei dirigenti palestinesi, di Hamas e soprattutto dell’ANP. È particolarmente significativo il capitolo dedicato a Rawabi, una città di cinquemila appartamenti e con i relativi servizi in via di costruzione nei pressi di Ramallah. Bassem Tamini la descrive come “Una nuova città palestinese. Come una colonia.” Ma, spiega Ehrenreich, la parentela non è solo estetica. La mega-speculazione edilizia, destinata ad ospitare la nuova classe media fiorita all’ombra dell’ANP, coinvolge l’ex-primo ministro palestinese Fayyad, un tecnocrate molto amato a Washington, una società finanziaria pubblica, AMAL, come garante degli investimenti, una società privata statunitense nel cui consiglio di amministrazione siedono molti ex-politici di amministrazioni sia repubblicane che democratiche, il governo del Qatar e personalità israeliane legate all’esercito e all’occupazione. L’autore spiega: “Quando inizi a mettere insieme le varie istituzioni coinvolte in Rawabi, o con qualunque altro importante progetto di sviluppo in Cisgiordania, cominciano a saltar fuori gli stessi gruppi o individui, la seducente opacità di società tra presunti nemici.

Al di là delle esperienze di vita raccontate, questo libro è ricco di spunti e suscita nel lettore indignazione, ma anche molte riflessioni su come e perché tutto ciò sia possibile senza che la comunità internazionale intervenga. In ex ergo al prologo l’autore cita una frase dello scrittore ed intellettuale libanese Elias Khoury: “Sono spaventato da una storia che ha un’unica versione. La storia ha decine di versioni, e perciò cristallizzarla in una sola non può che portare alla morte.” Le vicende che Ehrenreich racconta sono molte e diverse tra loro, alcune seguite dall’autore nel corso degli anni. Ma la visione complessiva che se ne ricava non può che essere una durissima critica delle politiche israeliane di occupazione e di colonizzazione. La “storia con un’unica versione” è quella continuamente ripetuta dalla propaganda israeliana e dai mezzi di comunicazione che se ne fanno portavoce. Una narrazione che questo libro contribuisce a smentire.




Graffiti improntati all’odio sono comparsi nel villaggio in Cisgiordania della ragazzina palestinese: ‘Pena di morte per Ahed Tamimi’

Yotam Berger

2 febbraio 2018 Haaretz

Tamimi è stata incarcerata fin dal momento in cui è stata ripresa mentre schiaffeggiava due soldati israeliani nel suo villaggio lo scorso dicembre.

Fonti locali hanno riferito che giovedì notte sono stati scritti dei graffiti in ebraico all’entrata del villaggio di Nabi Saleh in Cisgiordania. Tra gli altri slogan, uno di essi diceva: “Nella Terra di Israele non c’è posto per la famiglia Tamimi.” Altri dicevano: “Saluti dall’unità di rappresaglia delle Forze di Difesa israeliane” e “Pena di morte per Ahed Tamimi.”

Tamimi, che è in carcere fino al termine dei procedimenti legali contro di lei, iniziati dopo che è stata ripresa mentre schiaffeggiava due soldati dell’esercito israeliano nel suo villaggio a dicembre, vive a Nabi Saleh con la sua famiglia. Il dipartimento di polizia di Giudea e Samaria (nomi storici della Cisgiordania, ndtr.) ha aperto un’inchiesta dopo aver ricevuto notizia dell’incidente.

Il padre di Tamimi, Bassem, venerdì mattina ha detto a Haaretz che “questa è un’ulteriore testimonianza che la società israeliana ha perso la ragione. Non ne siamo sorpresi. Per gente che ammazza i bambini, scrivere simili slogan non è eccessivo. Questa è la stessa gente che ha bruciato viva la famiglia Dawabsheh. Ovviamente si tratta di una nuova minaccia contro di noi. Chiaramente, chi invoca la pena di morte per Ahed Tamimi si considera giudice e giustiziere.”

“Noi non abbiamo sporto denuncia alla polizia, dal momento che non la riconosciamo”, ha aggiunto Bassem. “Hanno anche scritto che cacceranno la famiglia da Nabi Saleh, e noi diciamo – nessun problema, mandateci via. Noi possiamo tornare a Haifa e Jaffa e in tutti i luoghi da cui ci avete cacciati.”

Il villaggio di Nabi Saleh, con una popolazione di alcune centinaia di persone, si trova accanto alla colonia di Halamish. All’entrata c’è un checkpoint non presidiato e telecamere di sorveglianza. Gli abitanti hanno detto che gli slogan sono stati scritti a partire dall’ingresso verso il centro del villaggio, fino a poca distanza dalla casa della famiglia, che è in un vicolo.

L’arresto di Tamimi il mese scorso è stato prorogato fino al termine dei procedimenti legali contro di lei, come anche la detenzione di sua madre Nariman. Il giudice militare, Maggiore Haim Baliti, ha respinto le obiezioni della difesa contro la proroga, scrivendo che “l’entità delle sue azioni e della sua iniziativa, il livello di violenza contro militari che svolgevano il loro lavoro per fermare i disordini pubblici nel villaggio, tutto questo indica un livello di rischio che non lascia alternative al prolungamento della detenzione.”

Tamimi è accusata di aver aggredito un soldato in circostanze aggravate, di aver minacciato un soldato, di aver impedito le attività di un soldato, di istigazione e di lancio di oggetti contro una persona o una proprietà. Oltre all’incidente documentato in cui ha preso a pugni un soldato, è stata anche accusata di diversi episodi di lanci di pietre. Secondo l’accusa, Tamimi ha aggredito un maggiore ed un sergente maggiore vicino alla sua casa. Sua madre ha filmato l’aggressione e l’ha postata su Facebook. L’accusa sostiene che Tamimi ha spinto i soldati e li ha minacciati dicendo che li avrebbe presi a pugni se non se ne fossero andati, prendendoli a calci e colpendoli in faccia.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Rapporto OCHA del periodo 16- 29 gennaio 2018 ( due settimane)

Il 29 gennaio, l’ospedale di Beit Hanoun, nel nord di Gaza, ha interrotto l’erogazione dei servizi medici; in una situazione di lunghi blackout della rete elettrica, tale interruzione consegue all’esaurimento dei fondi per l’acquisto di carburante per i generatori di emergenza.

In condizioni normali, questo ospedale fornisce assistenza medica ad oltre 300.000 persone nel nord di Gaza. Si prevede che i fondi forniti dalle Nazioni Unite per il carburante di emergenza destinato a situazioni critiche: sanità, acqua potabile, trattamento acque reflue e smaltimento rifiuti solidi, si esauriscano, al massimo, tra qualche settimana.

Il 18 gennaio, nella città di Jenin, durante un’operazione di ricerca-arresto, un palestinese di 31 anni è stato ucciso con arma da fuoco dalle forze israeliane. Secondo fonti israeliane, l’uccisione è avvenuta nel corso di uno scontro a fuoco con palestinesi armati. Durante lo stesso episodio, le forze israeliane hanno anche demolito, con buldozer, tre abitazioni e una serra, sfollando 16 palestinesi. Altri 12 palestinesi sono rimasti feriti durante i successivi scontri con le forze israeliane. Secondo quanto riferito, l’operazione mirava ad arrestare i presunti colpevoli di un attacco con armi da fuoco (avvenuto il 9 gennaio), durante il quale venne ucciso un colono israeliano.

In Cisgiordania, le forze israeliane hanno effettuato, complessivamente, 160 operazioni di ricerca-arresto, durante le quali sono stati arrestati 187 palestinesi, tra cui 23 minori. Due delle operazioni, compresa quella sopra menzionata, hanno provocato scontri e il ferimento di 16 palestinesi. Il più alto numero di operazioni è stato registrato nel governatorato di Hebron (50), seguìto dai governatorati di Betlemme (29) e Gerusalemme (24).

Nei Territori palestinesi occupati, nel corso di scontri, le forze israeliane hanno complessivamente ferito 274 palestinesi, tra cui 67 minori. 130 di questi ferimenti (compresi i 20 occorsi nei pressi della recinzione perimetrale di Gaza) sono stati registrati durante manifestazioni contro il riconoscimento da parte degli Stati Uniti (6 dicembre 2017) di Gerusalemme quale capitale di Israele. Questo numero [130] è inferiore rispetto a quello dei ferimenti avvenuti durante manifestazioni svolte per lo stesso motivo nel precedente periodo di riferimento [191 feriti nel periodo 2-15 gennaio 2018]. Altri 92 palestinesi sono rimasti feriti in scontri con forze israeliane intervenute a seguito di risse tra palestinesi e gruppi di coloni israeliani introdottisi in tre località palestinesi: Madama (Nablus), Azzun (Qalqiliya) e Nablus.

Al posto di blocco di Za’tara/Tapuach (Nablus), forze israeliane hanno colpito, e ferito, con armi da fuoco due ragazzi palestinesi di 14 e 16 anni che avrebbero tentato di pugnalare soldati israeliani. Entrambi i minori sono stati successivamente arrestati. Inoltre, il 19 gennaio, nei pressi di un sito turistico vicino alla città di Gerico, un palestinese ha guidato il suo veicolo contro soldati israeliani, ferendone uno; l’uomo è stato arrestato. Fonti israeliane hanno riferito di un ulteriore tentativo di speronamento con auto, verificatosi il 18 gennaio, ad un posto di blocco della Polizia di Frontiera a Gerusalemme Est e conclusosi senza vittime. Il sospetto aggressore è fuggito.

Durante il periodo di riferimento [16-29 gennaio], un palestinese di 57 anni, malato di cancro, è morto in un carcere israeliano. Fonti palestinesi riferiscono che la morte è avvenuta dopo inascoltate richieste di rilascio per cure mediche fuori dal carcere.

Nella striscia di Gaza, in Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e in mare, le forze israeliane hanno aperto il fuoco in 13 occasioni; non vi sono stati feriti, ma è stato interrotto il lavoro di agricoltori e pescatori. In altre due occasioni, nei pressi della recinzione perimetrale di Deir al Balah e nel nord-est di Khan Younis, le forze israeliane hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo. Inoltre, ad est del Campo di Al-Bureij, un 19enne è stato arrestato dalle forze israeliane mentre tentava di entrare in Israele attraverso la recinzione.

In Cisgiordania, per mancanza di permessi di costruzione emessi da Israele, le autorità israeliane hanno demolito dieci strutture palestinesi, sfollando sette persone. Sei di queste strutture erano state fornite alle famiglie della comunità beduina di Al Jiftlik Abu al Ajaj (Gerico) come risposta umanitaria a una precedente demolizione. Altre due strutture (due edifici multipiano in costruzione) erano situate nella comunità di Bir Onah, che rientra nei confini municipali di Gerusalemme, ma, a causa della Barriera, è fisicamente separata dalla Città. Inoltre, vicino ad Al Khadr (Betlemme), le forze israeliane hanno spianato con i bulldozer 4.000 mq di terreno, danneggiando circa 400 alberelli: l’area è designata [da Israele] “Terra di Stato”.

Sono stati segnalati cinque attacchi di coloni israeliani che hanno ferito palestinesi o provocato danni a loro proprietà. Nella zona di Al Mu’arrajat di Gerico un giovane di 18 anni e sua madre di 55 anni, mentre pascolavano le pecore, sono stati aggrediti fisicamente e feriti da un gruppo di coloni israeliani; a Beit Safafa (Gerusalemme Est) due veicoli sono stati dati alle fiamme; all’ingresso del villaggio di Beit Iksa (Gerusalemme) 12 veicoli sono stati vandalizzati; nei villaggi di Nabi Samuel (Gerusalemme) e Aqraba (Nablus) 85 alberi sono stati sradicati o danneggiati. Secondo un rapporto dei media israeliani, la polizia israeliana ha arrestato un colono israeliano dell’insediamento di Betar Illit (Betlemme), sospettato di almeno sei violente aggressioni contro palestinesi che lavorano nell’insediamento.

Secondo quanto riportato dai media israeliani, due coloni israeliani sono rimasti feriti e almeno tre veicoli hanno subito danni in cinque episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli israeliani. Gli episodi sono stati segnalati nelle aree di Gerusalemme, Ramallah, Hebron e Betlemme.

Il 17 gennaio l’esercito israeliano, per tre giorni, ha chiuso al transito veicolare tre ingressi del villaggio di Hizma (governatorato di Gerusalemme), abitato da oltre 7.300 persone; ha inoltre tenuto chiuso l’ingresso principale per ulteriori otto giorni. L’esercito israeliano ha comunicato al consiglio del villaggio che le chiusure erano state attivate in risposta al lancio di pietre, da parte di persone del villaggio, contro veicoli di coloni israeliani che viaggiavano sulla statale 437.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è rimasto chiuso in entrambe le direzioni. Secondo le autorità palestinesi a Gaza, oltre 23.000 persone, compresi i casi umanitari, sono registrate ed in attesa di attraversare Rafah.

¡

Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 30 gennaio, nel villaggio di Al Mughayyir (Ramallah), un ragazzo di 16 anni è stato ucciso, con arma da fuoco, dalle forze israeliane; il ragazzo aveva lanciato pietre contro un veicolo militare israeliano che era entrato nel villaggio. Testimoni oculari hanno dichiarato che, in quel momento, non erano in corso scontri. Le autorità israeliane hanno annunciato l’apertura di un’indagine.

þ

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




ISRAELE E I MITI SIONISTI (II)

Joseph Halevi

Recensione a: Ilan Pappé Ten Myths About Israel London: Verso 2017, pp. 171

Seconda parte

rproject.it

Un paese che si basa sulla pulizia etnica e sulla colonizzazione permanente non può essere definito democratico. In verità nessuna entità statuale ove é in atto una colonizzazione a scapito della popolazione autoctona é definibile come democratica: si veda il caso dell’Australia ove fino al 1967 gli aborigeni, già violentemente decimati durante il diciannovesimo secolo, non venivano nemmeno contati nei censimenti. Eppure l’Australia era considerata una fiorente democrazia, il che significa che il termine è perfettamente malleabile a piacere senza un valore universale. Il settimo capitolo del volume di Pappé si prefigge di dimostrare la fallacia insita nella propaganda americano-israeliana riguardo l’unica democrazia nel Medioriente. Il capitolo é più incisivo di quello precedente appena discusso.

Pappé inizia osservando che la visione di Israele nel mondo, condivisa anche da rispettabili autori palestinesi, é che, dopo la guerra del 1967, il paese pur incorrendo in delle difficoltà con l’occupazione e il dominio sui palestinesi, rimane comunque uno Stato democratico. Scrive però Pappé che anche prima del 1967 in nessun modo poteva lo Stato d’Israele essere considerato democratico; a meno che, aggiungo, non si consideri la democrazia applicabile solo ad una parte della popolazione. A questo punto l’autore passa in rassegna le misure e le politiche di repressione nei confronti dei pochi palestinesi scampati alla Naqba. Nei due anni che trascorsero dalla fine della guerra del 1948-49 il parlamento, la Knesset, incorporò le leggi speciali di emergenza varate dalle autorità britanniche nel 1945 durante gli anni del terrorismo sionista dell’Irgun di Begin e compagnia, ma che non era soltanto una prerogativa della destra bensì vi partecipava anche l’establishment socialista-sionista. (10) La popolazione palestinese rimasta venne sottoposta ad un governatorato militare retto dalle leggi di emergenza, le stesse che al tempo del dominio britannico tutte le organizzazioni sioniste denunciarono come di stile nazista. La conseguenza fu la totale assenza di uno stato di diritto per questa popolazione che in teoria avrebbe dovuto godere di tutti i diritti in quanto formalmente di cittadinanza israeliana. Il governatore militare poteva – in maniera assolutamente insindacabile – requisire case, espellerne ed arrestarne gli abitanti, confiscare terreni, revocare permessi. Il governatore poteva dichiarare delle aree chiuse per motivi di sicurezza rendendo ‘illegali’ casolari e agglomerati di abitazioni palestinesi ubicate dentro queste aree che poi venivano assegnate a insediamenti che per statuto erano esclusivamente ebraici. Tale pratica continua tutt’oggi con la messa fuori legge di agglomerati beduini nel Negev a sud di Tel Aviv. Accadeva e accade, che dei palestinesi fossero – e siano ancora – condannati per aver violato un’area chiusa di cui erano o sono proprietari. (11) Spesso i villaggi palestinesi erano sottoposti a coprifuoco e fu in queste circostanze che, sottolinea Pappé, alla vigilia della guerra del 1956, accadde il massacro di Kafr Qasim che costò la vita a 49 palestinesi. Sul villaggio, assieme ad alcuni altri nelle vicinanze, il coprifuoco scattò quando molte persone erano ancora al lavoro nei campi per cui man mano che rientravano, ignare della decisione del governatore militare, venivano uccise dall’esercito israeliano. Tale evento non fu casuale: Pappé scrive che l’eccidio va inquadrato nell’ambito dell’operazione “Talpa”, un piano di espulsione dei restanti palestinesi in caso di un nuovo conflitto con i paesi arabi e il massacro di Kafr Qasim costituiva un test circa la propensione della restante popolazione palestinese a fuggire oltre la linea verde. Malgrado il governo di Ben Gurion avesse cercato di occultare l’eccidio, questo fu portato alla luce del sole grazie all’attività dei deputati comunisti e di un deputato del partito socialista sionista Mapam. Il processo che seguì inflisse delle pene molto leggere seguite da ulteriori condoni.

Gran parte delle leggi discriminatorie nei confronti dei palestinesi passano, senza mai menzionare i soggetti verso cui sono dirette, attraverso il fatto che gli arabi israeliani sono esenti dal servizio militare. Ad esempio, disposizioni riguardo l’usufrutto di servizi sociali o di altri tipi di sovvenzioni includono la clausola che i richiedenti devono aver effettuato il servizio militare. Nella popolazione ebraico-israeliana – la sola che veramente conti dato che gli altri ci sono perché o l’esercito non ha fatto in tempo a cacciarli via o perché sono riusciti a rimanere aggrappati ai loro paesi e/o a nascondersi in villaggi vicini a quelli investiti dal terrorismo dell’Haganà –  l’esonero dei palestinesi dall’esercito fornisce la giustificazione circa la natura non razzista delle misure di discriminazione. Meritatamente Pappé porta a conoscenza del grande pubblico la vera storia dell’esclusione dalla leva dei palestinesi israeliani. A metà degli anni ’50 il governo israeliano mise i palestinesi di fronte alla prova, chiamandoli ai centri di reclutamento dell’esercito. Sollecitati anche organizzativamente dal Partito Comunista d’Israele, che era la maggiore formazione politica tra i palestinesi israeliani e la sola forza di ricostituzione della loro identità palestinese, i giovani in età di leva accorsero in massa con grande sorpresa del governo. Colte in contropiede le autorità non ripeterono mai più l’esercizio ma hanno da sempre usato la falsa scusa del rifiuto palestinese di servire nell’esercito per giustificare le misure discriminatorie.

L’arbitrio del regime militare verso i palestinesi era totale. Non solo i coprifuoco erano ingiustificati e applicati per terrorizzare la popolazione palestinese ma i soldati potevano intimare l’alt e sparare, anche su bambini, in condizioni ‘normali’. Avendo, una parte di quegli anni, vissuto da ragazzo in Israele come figlio di una famiglia dell’establishment sionista socialista, posso dire che la segregazione era totale. Pappé scrive che il governatorato militare proibiva ai palestinesi l’accesso al 93% del territorio nazionale. Per noi ‘ebrei’ del luogo, Israele era – ed é per gli ‘ebrei’ israeliani di oggi – un paese liberissimo di cui si poteva e si può dire peste e corna fermo restando il fatto che gli ‘arabi’ volevano e vogliono ‘distruggerci’ e quelli rimasti in Israele – una potenziale quinta colonna – dovevano ringraziarci per tollerarli. In ogni caso, la Terra d’Israele è nostra da oltre 3000 anni, eccetera.  Noi ‘ebrei’ abbiamo quindi ragione a priori!

Benché sottoposti al regime militare i palestinesi israeliani potevano votare e questo, dal lato propagandistico, cancellava ogni discriminazione. Guardando poi da vicino si scopre che la situazione era ed é assai diversa, ma su questo tema rinvio ad un altro lavoro di Pappé. (12) La situazione, allargando il tema trattato da Pappé, era gravissima per i palestinesi cittadini israeliani di terza o quarta classe col diritto di voto come foglia di fico che copriva la realtà effettiva. L’assenza per loro di uno stato di diritto significava essere esposti ad uccisioni da far west. Ben Gurion era consapevole dello stato di cose e ne era preoccupato non per ragioni di democrazia verso i palestinesi  ma perché pensava che gli assassinii compiuti dai soldati verso gli arabi israeliani potessero ripercuotersi sull’immagine di Israele. Di recente Gidi Weitz di Ha-aretz ha riportato alla luce i verbali desecretati di una riunione del consiglio dei ministri del 1951 nella quale Ben Gurion parlò nella veste del suo secondo ruolo, quello di Ministro della Difesa, strabiliando gli stessi ministri:

“Non sono il Ministro della Giustizia, non sono il Ministro di Polizia e non sono a conoscenza di tutte le azioni criminali commesse ma come Ministro della Difesa, conosco alcuni di questi crimini e devo dire che la situazione fa paura specialmente in relazione a due aspetti: 1) omicidi e 2) atti di stupro”. E aggiunse: “persone dello Stato Maggiore mi dicono – ed é anche la mia opinione –  che fintanto che un soldato ebreo non viene impiccato per aver ucciso degli arabi, questi omicidi non cesseranno”. Ben Gurion colse perfettamente l’essenza della dimensione razzista di Israele, allora ancora in formazione ma oggi non più eradicabile su cui la professoressa (Premio Sakharov del Parlamento Europeo) Nurit Peled Elhanan dell’Università ebraica di Gerusalemme, ha scritto pagine preziosissime. (13)

Continuiamo a leggere Ben Gurion:

“In linea di massima coloro che hanno i fucili li usano”  e (alcuni) “credono che gli ebrei siano persone ma non gli arabi e che quindi sia possibile far contro di loro qualsiasi cosa. Alcuni pensano che uccidere arabi sia un comandamento e che tutto quello che il Governo dice contro le uccisioni di arabi  non sia una cosa seria e il divieto di uccidere arabi é solo una finzione ma che in effetti sia un atto ben accetto perché così vi saranno meno arabi in giro. Fintanto che continueranno a pensare in questo modo le uccisioni non si fermeranno.” E infine: “Presto non saremo più in grado di mostrare la nostra faccia al mondo. Gli ebrei incontrano un arabo e (che fanno?) lo uccidono”. (14)

La stampa ebraico-israeliana era allora completamente passiva e rarissimamente riportava gli assassinii perpetrati dai soldati – criminali a piede libero – sulle strade di campagna d’Israele, e mai come degli omicidi. A loro volta, i giornali dei movimenti kibbutzistici erano falsi, in quanto predicavano idee socialiste per poi partecipare a man bassa alla spoliazione della popolazione palestinese. Solo i giornali comunisti Kol ha-am (La voce del popolo) in ebraico e Al Ittihad (L’Unità) in arabo, costituivano una voce fortemente critica riguardo i soprusi subiti dai palestinesi. I comunisti però erano molto guardinghi proprio perché conoscevano bene la situazione sul terreno essendo la maggiore forza tra gli arabi israeliani ed erano consapevoli del rischio di una nuova ondata di pulizia etnica come erano consapevoli della pulizia etnica in atto condotta dall’esercito israeliano nella zona demilitarizzata. Tuttavia non tutto è controllabile soprattutto se la critica viene dall’élite europea degli ebrei israeliani. Anche in Sudafrica del resto il regime dell’ apartheid non riusciva a silenziare completamente le critiche provenienti da bianchi democratici specialmente se si trovavano ad essere membri del Parlamento di Città del Capo come nel caso della famosa deputata Helen Suzman (1917-2009), con 36 anni di vita parlamentare sulle spalle e amica di Nelson Mandela che andava a visitare in prigione.

Nel 1953 Azriel Karlibach, fondatore e direttore di Maariv, il maggior quotidiano – politicamente di centro – d’Israele, pubblicò un suo pezzo, scritto in forma poetica, di una potenza straordinaria, ancor oggi insuperata. Il titolo dell’articolo è molto significativo in quanto è preso da un’opera letteraria sudafricana nota per essere un testo di critica e protesta contro il tipo di società che darà vita all’apartheid. Si tratta del romanzo di Alan Paton pubblicato nel 1948 col titolo Cry Beloved Country (Piangi terra amata). (15) L’articolo di Karlibach, avendo lo stesso titolo, stabiliva un legame diretto col regime di apartheid sudafricano e – essendo l’autore liberaleggiante ed anti-socialista – puntava apertamente il dito contro la falsità dei kibbutzim che da un lato esprimevano solidarietà con gli africani e, dall’altro, derubavano gli arabi delle loro terra. Il tema del poema, stilato nella forma di un dialogo tra padre e figlia mentre vanno a vedere cosa stava succedendo in Galilea, è una disamina molto dettagliata dei meccanismi messi in atto per espropriare i palestinesi israeliani delle proprio terre. In tale contesto, il parlamento israeliano, la Knesset, viene esplicitamente accusato di essere non un’assise democratica ma un consesso ove arbitrariamente viene legalizzata la spoliazione degli arabi d’Israele, contro la quale, in seguito ai ricorsi da parte delle vittime, si erano formalmente espressi i magistrati israeliani. Tuttavia, scrive Karlibach, per aggirare le sentenze, in effetti giuste, dei tribunali israeliani, coloro che hanno partecipato al furto si riuniscono nella Knesset e decretano che questi terreni non sono regolati da alcuna legge stabilendo altresì che ai legittimi proprietari è fatto divieto di rivolgersi alla magistratura. La critica di Karlibach si connette alle osservazioni di Ben Gurion riguardo le uccisioni arbitrarie effettuate dai sodati israeliani in libertà, che si appaiano all’arbitrarietà della legislazione votata dalla Knesset, funzionante come un parlamento dell’apartheid sionista avente quindi poca o nessuna legittimità democratica. Il quadro che emerge circa la democrazia israeliana nei confronti dei palestinesi rimasti in Israele è preciso e sconvolgente.

Quando nel 1966 gran parte dei terreni arabi erano ormai stati requisiti e la popolazione ammassata in villaggi impoveriti e resi asfittici per mancanza di aree disponibili, il regime militare, divenuto troppo ingombrante rispetto alla pretesa di democraticità dello Stato nei confronti di tutti i suoi cittadini, venne abrogato. Non fu così però con le prerogative già in possesso del governatore militare che vennero trasferite alle autorità civili. Intatta rimase la prerogativa di dichiarare illegali degli insediamenti arabi, di raderli al suolo e  adibire le zone così ‘ripulite’ a nuovi insediamenti per soli ebrei.  Succede ancor oggi e non mi riferisco alle distruzioni di case palestinesi, 50 mila dal 1967, di uliveti, frutteti, e delle requisizioni di terreni che avvengono ormai da cinquant’anni nei territori conquistati con la guerra del 1967. L’ottavo capitolo del volume di Pappé tratta di tutto questo in maniera egregia. Mi riferisco invece a fatti accaduti recentemente, nel 2016, dentro la vecchia linea verde, come la distruzione del villaggio beduino di Um-Al-Hiram nel Negev settentrionale dichiarato illegale cui é seguita la rapida assegnazione del suolo alla costruzione di una località per soli ebrei. (16) I mesi intercorsi tra l’abolizione del governo militare sui palestinesi di Israele e la guerra del 1967 hanno costituito l’unico periodo in cui, dal 1948, i Palestinesi dell’ insieme della Palestina non fossero soggetti ad un regime militare. Con la conquista della Cisgiordania e di Gaza il governo israeliano, nota giustamente Pappé, trasferì l’intero apparato repressivo perfezionato dal governo militare riguardo i palestinesi di Israele sui palestinesi delle zone conquistate senza che essi potessero usufruire perfino di una minima protezione non avendo diritti politici e civili.

Rispetto all’evento del 1960, il 1967 rappresentò la grande occasione di conquistare l’insieme della Palestina. L’occupazione ebbe immediatamente un carattere di conquista – di “liberazione” di tutta la Terra di Israele, come allora recitavano in coro giornali e partiti ad eccezione del quello comunista Rakah. (17) Liberazione da chi? dal controllo arabo ovviamente. Purtroppo, per i dirigenti israeliani, i nuovi territori non vennero liberati dalla presenza della popolazione palestinese. Un esodo oltre il Giordano vi fu: circa trecentomila profughi lo attraversarono ma il restante milione e passa di abitanti della Cisgiordania rimase fissa sul posto. Da Gaza poi era impossibile andarsene sebbene Levi Eshkol, Primo Ministro laburista durante il 1967, ne avesse vagheggiato l’espulsione. Immediatamente in Israele si sviluppò il dibattito su come annettere i nuovi territori senza però assorbirne la popolazione araba, ingombrante e superflua quindi. Questo è Israele, un paese razzista fino al midollo, razzismo che nasce dall’ideologia sionista di insediamento coloniale volta espressamente a sostituire popolazione araba con una ebraica. Molto rapidamente venne prodotto un piano noto come il Piano Allon, ideato da Ygal Allon, ministro nel governo laburista di Levi Eshkol, un’importante figura nel movimento kibbutzistico e nella storia dell’esercito israeliano. Una prima versione apparve nell’estate del 1967 e una seconda agli inizi del 1968. Il piano prevedeva l’annessione di una parte della Cisgiordania, una fascia assai ampia  lungo la valle del Giordano e di tutta Gerusalemme collegata alla fascia con una striscia. In tal modo la Cisgiordania veniva spaccata in tre parti: una zona annessa ad Israele con completa continuità territoriale e due zone palestinesi separate tra loro: una a nord di Gerusalemme e del suo corridoio verso la valle del Giordano e una a sud di Gerusalemme. Queste erano le aree con la più alta concentrazione di palestinesi. Il piano non venne mai adottato ufficialmente dal governo ma servì da piattaforma di riferimento per le politiche di colonizzazione. L’idea di un’autonomia palestinese nella forma dei bantustan del Sudafrica dell’apartheid nasce col Piano Allon.

Cinquant’anni dopo stiamo ancora alla stesso punto con un’importante differenza: già nel 1990 il Piano Allon non era più realizzabile in quanto gli insediamenti coloniali, tutti al 100% illegali, punteggiavano le tre zone. L’alternativa venne in effetti da Rabin: collegare gli insediamenti con Israele e tra di loro attraverso un sistema di strade speciali chiuse ai palestinesi. Queste strade frammentano le zone della supposta autorità palestinese in un mosaico di piccole aree senza continuità territoriale e soggette al regime dei posti di blocco dell’esercito israeliano. Ciò implica che l’esercito oppressore deve essere presente in permanenza controllando i passaggi da una zona palestinese all’altra attraverso dei posti di blocco. Da molti anni i posti di blocco costituiscono uno strumento di vessazione ed umiliazione costante della popolazione palestinese, una prova quotidiana che – nella ‘democrazia’ israeliana – essi non hanno diritti e sono ciecamente soggetti al dominio militare. Parallelamente gran parte della popolazione ebrea israeliana si trova da circa due generazioni ormai a partecipare attivamente alla repressione dei palestinesi con la gestione dei posti di blocco e dell’occupazione militare, sia attraverso il servizio militare che coinvolge uomini e donne, sia attraverso il periodico richiamo nel servizio di riserva degli uomini fino a circa 50 anni.  Con una politica di bantustan come principio guida, gli accordi di Oslo non potevano che fallire. Ed è questo che dimostra Pappé nell’ottavo capitolo. All’autorità palestinese veniva richiesto di gestire i bantustan secondo i criteri dell’occupazione, di riconoscere la ‘realtà’ sul terreno, cioè la colonizzazione, e veniva escluso il riconoscimento dei diritti dei rifugiati della Naqba. Nei negoziati durante il fallito accordo di Camp David patrocinati da Clinton, fu respinta perfino la richiesta di Arafat di cessare gli abusi quotidiani nei confronti della popolazione palestinese. Gli accordi che avrebbero dovuto portare ad una soluzione negoziata del ‘conflitto’ comportavano inoltre un ulteriore restringimento e frammentazione delle aree palestinesi e, osserva Pappé, ad ogni proposta di spartizione il popolo palestinese ha visto aumentare la violenza nei suoi confronti. Le proposte di Ehud Barak, il leader laburista allora al governo, erano talmente inaccettabili che anche l’allora ministro degli esteri di Israele nel governo Barak, Shlomo Ben Amì, dichiarò nel 2006 in un dibattito televisivo sul canale di “Democracy Now”, che se fosse stato palestinese non avrebbe firmato gli accordi di Camp David. (18)

Particolarmente importante é il racconto che nel nono capitolo Pappé fa della situazione a Gaza ove ricapitola le fasi della crescita di Hamas mostrando che si tratta di un movimento politico, e non terroristico in quanto tale, sviluppatosi sul vuoto creato da Al-Fatah e con una posizione) netta sul diritto al ritorno dei profughi del 1948. Quest’ultimo aspetto è molto importante a Gaza dato che nel 1948 la striscia era stata scelta da Israele per espellervi i palestinesi delle zone meridionali del loro stesso paese. Il fallimento pianificato di Camp David e Taba (19) – località questa sul confine tra Egitto e Israele vicino a Eilat sul Golfo di Aqaba – diede luogo alla Seconda Intifada mentre Ariel Sharon del Likud (‘destra’) diventava il nuovo Primo Ministro. In questo contesto Pappé mostra come Sharon sfruttò la nuova situazione e la crescita di Hamas a Gaza per ottenere da parte degli USA via libera riguardo l’annessione di gran parte della Cisgiordania. L’impossibilità di controllare Gaza dall’interno fornì lo spunto per la messa in opera di una strategia che da un lato presentava il ritiro da Gaza come una concessione di pace e, dall’altro, chiedeva agli Stati Uniti, allora governati da Bush figlio, di escludere i profughi della Naqba da ogni negoziato. Un fatto riportato da Pappé chiarifica la strategia di Ariel Sharon. Gli Stati Uniti erano riluttanti ad accettare il piano di ritiro da Gaza proposto da Sharon. Contando sulle affinità ideologiche con Bush riguardo il mondo arabo, Sharon scommise che sarebbe riuscito a far accettare il piano alla Casa Bianca. E così in effetti fu con l’aggiunta della promessa da parte di Washington di non includere i profughi nelle trattative e di non far pressione su Israele riguardo l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania. Lo sganciamento da Gaza e la trasformazione della Striscia in una prigione controllata dall’esterno e regolarmente bombardata ha sortito, nota Pappé, l’effetto di silenziare  l’opposizione – tra gli ebrei di Israele – all’occupazione e di formare un vastissimo consenso in favore di essa. Ergo conclude Pappé nel decimo ed ultimo capitolo del libro, la sola via è quella di una battaglia per un solo Stato di tutti i cittadini, come nel caso del Sudafrica dopo l’apartheid. Anzi, prosegue Pappé, continuare a parlare della soluzione a due Stati significa appoggiare l’apartheid, dato che con i due Stati la colonizzazione non verrà eliminata né arrestata mentre lo Stato palestinese sarà una serie di bantustan e Gaza rimarrà una prigione dalle orribili condizioni di vita diventate ormai insostenibili.

Negli ultimi quattro decenni si sono formati degli storici che hanno profondamente cambiato lo studio del Medioriente. Essi sono ebrei israeliani, palestinesi israeliani e palestinesi, dai Khalidi, a Nur Masahla, a Avi Shlaim, a Joseph Massad, a Ilan Pappé. Fino alla formazione di questi storici la propaganda israeliana dominava e si basava su criteri tanto semplici quanto falsi. Secondo tale propaganda, gli “ebrei” hanno diritto alla Terra di Palestina perché era la loro storicamente e ne sono stati stati espulsi definitivamente dai romani. Nei tempi più recenti la Palestina era pressoché disabitata, atta dunque a ricevere i presunti discendenti degli abitanti originari perseguitati da un razzismo anti-ebraico immanente ed incancellabile. Al loro arrivo per costruire il loro legittimo Stato essi  si sono confrontati con l’ostilità araba anch’essa motivata da un’innata anti-ebraicità. I ‘pochi’ abitanti arabi della Palestina avrebbero potuto facilmente sistemarsi nei paesi arabi vicini solo che i governi ‘arabi’ hanno preferito la via di distruggere Israele. Gira e rigira questa è la storia ufficiale ormai del tutto invalidata. Essa è stata talmente invalidata che perfino gli storici ufficiali rimasti la negano sul piano metodologico, come é successo nel caso delle loro reazioni ai volumi di Shlomo Sand ed anche in altre circostanze, per poi farla riemergere quando respingono la natura del sionismo come un movimento di insediamento coloniale ed esclusivo.

Ilan Pappé é sicuramente la persona che ha maggiormente studiato la storia della Palestina e di Israele in tutte le sue molteplici forme fornendoci un quadro storiografico incontrovertibile. Per i suoi imprescindibili contributi, Pappé ha ricevuto, nel novembre del 2017 a Londra, il massimo premio del Palestine Book Awards. (20) Tuttavia non é detto che le conclusioni da lui raggiunte in questo volume siano realizzabili e tali da poter arrestare la colonizzazione. E’ perfettamente possibile, anzi probabile, che mentre la soluzione a due Stati sia ormai defunta, quella che liberi il popolo palestinese dall’oppressione coloniale sia di là da venire e nemmeno individuabile.

Fine

Note

10 E’ indicativo che durante il massacro di Deir Yassin perpetrato dall’Irgun nell’aprile del 1948, una formazione dell’ufficiale Haganà stazionasse a pochissimi chilometri di distanza senza alzare un dito. Le bande criminali ebbero tutto il tempo di esibire la popolazione catturata per le strade di Gerusalemme, di riportarla a Deir Yassin e di sterminarla senza che l’Haganà facesse nulla per impedirlo.

11 Vedi Mondoweiss del 27/12/2017: http://mondoweiss.net/2017/12/israeli-sentences-trespassing/?utm_source=Mondoweiss+List&utm_campaign=32481edf23-RSS_EMAIL_CAMPAIGN&utm_medium=email&utm_term=0_b86bace129-32481edf23398519897&mc_cid=32481edf23&mc_eid=9728f22b82

12 Ilan Papp é, The Forgotten Palestinians: A History of the Palestinians in Israel, New Haven, CT: Yale University Press, 2013.

13 Nurit Peled Elhanan: La Palestina nei testi scolastici di Israele. Ideologia e propaganda nellistruzione. Milano: EGA-Edizioni Gruppo Abele, 2015.

14 Le citazioni provengono dall’ edizione in inglese di Ha-aretz e sono state tradotte da me. Vedi Gedi Weitz in Ha-aretz 1/4/2016: Ben-Gurion in 1951: Only Death Penalty Will Deter Jews From Gratuitous Killing of Arabs.

https://www.haaretz.com/israel-news/.premium-1.712125

15 Azriel Karlibach: Cry Beloved Country, in ebraico in Maariv 25/2/1953. Tradotto e stampato in Inglese in Uri Davis e Norton Mezvinsky (a cura di), Documents From Israel: 1967-1973. London: Ithaca Press, 1975, pp. 14-20.

16 https://972mag.com/authorities-start-process-of-replacing-bedouin-town-with-a-jewish-one/121065/

17 Nel 1965 il Partito Comunista d’Israele si spaccò a causa del fatto che il suo segretario generale, Shmuel Mikunis effettuò una svolta filosionista e critica verso la posizione dell’ URSS sul Medioriente. Il grosso dell’ufficio politico e del partito non seguì Mikunis il quale però era il titolare legale del nome del partito MAKI (partito cominista d’Israele). Si formarono cosi due gruppi parlamentari, quello di Mikunis dal nome Maki e composto dal solo Mikunis, e RAKAH (nuova lista comunista) con tre parlamentari. Molto rapidamente il gruppo Mikunis si sciolse nelle liste piu radicali della sinistra sionista che, dopo varie mutazioni, oggi si condensano nel piccolo partito MERETZ, mentre RAKAH diede vita a HADASH (acronimo per fronte democratico per la pace) oggi facente parte della Lista Unita – terzo gruppo parlamentare alla Knesset – che raccoglie una serie di organismi politici palestineso-israeliani. In tal modo però HADASH ha perso il suo carattere di unica formazione politica israeliana non ‘etnicamente’ schierata. La scelta è stata imposta dal cambiamento delle legge elettorale che, aumentando la soglia di sbarramento, ha obbligato i partiti che operano nel settore arabo o, come i comunisti, che ricevono voti soprattutto dai palestinesi israeliani, ad accorparsi.

18 https://www.democracynow.org/2006/2/14/fmr_israeli_foreign_minister_if_i, anche:

https://www.theguardian.com/commentisfree/2010/jul/01/israel-palestinian-peace-camp-david

19 I colloqui di Taba si tennero tra il 21 e il 27 gennaio 2001 e avrebbero dovuto essere lo strumento per l’applicazione degli accordi di Camp David II dell’ anno precedente. I colloqui furono però interrotti per le elezioni israeliane che portarono al governo israeliano Ariel Sharon.

20 http://www.middleeasteye.net/news/three-authors-highlighted-palestine-book-awards-489086373

Il ringraziamento di Pappé, breve ma importante, si trova a:https://www.versobooks.com/blogs/3532-ilan-pappe-s-keynote-address-at-2017-palestine-book-awards




ISRAELE E I MITI SIONISTI (I),

Joseph Halevi

Recensione a: Ilan Pappé Ten Myths About Israel London: Verso 2017, pp. 171

Parte prima

rproject.it

La situazione dei palestinesi si aggrava in una forma così accelerata che si può ormai misurare quotidianamente. Il deterioramento viene regolarmente documentato dalle agenzie specializzate delle Nazioni Unite e tuttavia sul piano politico i principali membri dell’ONU permettono la continuazione della finzione che l’occupazione israeliana sia temporanea e cesserà quando verrà firmato un accordo di pace. Israele non è però un custode temporaneo, ad interim, della Cisgiordania e di Gerusalemme orientale, nonché di Gaza. Come osserva Ilan Pappé nel capitolo su Gaza, il nono, del suo ultimo libro, non bisogna quindi farsi confondere dal ‘ritiro’  voluto nel 2005 da Ariel Sharon deciso piuttosto a metterla sotto assedio. Per l’ONU Israele rimane formalmente il paese occupante della Striscia. Dal 1967 il governo di Tel Aviv tratta i territori  della Cisgiordania e del Golan – quest’ ultimo illegalmente annesso nel 1981 – come zone di popolamento coloniale rimaneggiando ed espellendo gli abitanti dalle aree scelte per gli insediamenti, distruggendone le case e limitandone gli spostamenti, costruendo strade per soli ebrei. Il punto è che l’occupazione in corso dal 1967 non è mai stata considerata come temporanea da parte dei vari governi israeliani.  Essa si presenta come la continuazione della pulizia etnica condotta in maniera massiccia dal dicembre del 1947 fino al 1949 con prolungamenti fino agli inizi degli anni ’50 quando gli abitanti di Majdal, ribattezzata Ashkelon, furono messi su dei camion e scaricati oltre il confine della striscia di Gaza.  La questione in definitiva è assai semplice da capire: Israele è uno Stato ad insediamento coloniale concepito in modo tale da rimpiazzare una popolazione pre-esistente, quella palestinese appunto, con una nuova di provenienza in gran parte europea. E, altrettanto semplicemente, la conseguenza del progetto sionista volto a costruire uno stato istituzionalmente ebraico. Il problema pertanto non è unicamente confinabile ai territori conquistati con la guerra del giugno del 1967: tutto il processo di insediamento coloniale sionista si caratterizza come un’occupazione del suolo su cui si sorgevano i villaggi palestinesi e sulla requisizione con la forza delle loro terre agricole e fonti acquifere e sullo spostamento violento dei loro abitanti.

Sebbene la realtà dei palestinesi sia ormai ben nota, sulla maggioranza degli organi di stampa la storia della formazione di Israele e della sua evoluzione nel tempo continua ad essere caratterizzata da miti che fungono da sostegno alle politiche del governo contro il popolo palestinese, fornendo altresì l’alibi alla colpevole Europa  di non fare assolutamente nulla di concreto. In questo contesto lo storico Ilan Pappé – originariamente docente all’Università di Haifa, ma da dieci anni professore presso la University of Exeter in Gran Bretagna (1)- ha prodotto un volume il cui obiettivo consiste nella demolizione dei principali miti con cui viene presentato e descritto Israele. Il volume si articola in dieci capitoli di cui l’ultimo tratta molto criticamente della questione dei due Stati come soluzione del problema.

“Una terra senza popolo, per un popolo senza terra” costituisce lo slogan fondatore dell’ideologia sionista. La frase contiene due miti cui sono dedicati i primi due capitoli del libro. Agli inizi del ventesimo secolo la prima parte dello slogan fu smontata completamente da Max Nordau, cofondatore e vice presidente dell’Organizzazione Sionista Mondiale. Egli scrisse al presidente dell’organizzazione Theodor Herzl che la promessa sposa (*), cioè la Palestina, era già maritata, intendendo con questo che il paese già apparteneva a coloro che vi abitavano e che contavano oltre mezzo milione di persone. Pappé mostra molto bene e succintamente come la Palestina del periodo Ottomano avesse i tratti di una società evoluta in termini di centri urbani e di ceti culturali, forse tra le più avanzate del mondo arabo. Alcune delle riforme amministrative introdotte dal governo ottomano contribuirono a rendere la fisionomia territoriale della Palestina più omogenea, mentre la designazione dei confini mandatari da parte del governo britannico dopo la Prima Guerra Mondiale ne rafforzò la coerenza. Grazie ai lavori dello storico statunitense di origini palestinesi Rashid Khalidi, Pappé rileva come un movimento nazionale specificatamente palestinese si stesse formando prima del soprassalto prodotto dalla colonizzazione sionista. (2) Egli fa inoltre notare che se non fosse per il fatto che i sionisti richiedessero ed imponessero alla comunità ebraica palestinese un’ubbidienza totale, la formazione di un movimento nazionale palestinese avrebbe incluso, come nel caso dei cristiani, anche degli ebrei appartenenti alla locale comunità.

Di maggiore complessità è la critica alla seconda parte dello slogan. In verità mi sembra che l’autore non affronti la questione se gli ebrei siano o meno “un popolo senza terra”. Per farlo avrebbe dovuto discutere teoricamente della questione nazionale e ciò é assente dalle pagine del volume in questione che evita ogni argomentazione concettuale marxista. Il metodo scelto da Pappé è quello di tracciare il sentiero che collega il sionismo cristiano della prima metà dell’800 al sionismo nato successivamente nell’ambito del mondo ebraico europeo. Il primo consiste in quelle posizioni del protestantesimo e anglicanesimo che, dalla terza decade del diciannovesimo secolo fino al primo conflitto mondiale, sostenevano l’auspicabilità di far ‘tornare’ gli ebrei alla supposta terra di origine come atto di redenzione e di eliminazione di un ‘problema’ europeo. E’ da osservare che per i cristiano-sionisti, prevalentemente protestanti e anglicani la questione ebraica emanava dalla loro stessa concezione antisemita in quanto – dopo aver per secoli  contribuito teologicamente e praticamente a castigare “l’ebreo” in nome della cristianità – imputavano ai medesimi ebrei un’ innata volontà di rifiutare ogni integrazione. Ergo, meglio rispedirli al loro mitologico luogo d’origine.

Pappé evidenzia l’integrazione tra le visioni cristiano-sioniste ed il personale politico che andava formulando le politiche imperialiste britanniche nell’area mediorientale sia per il periodo in cui Londra sosteneva l’impero ottomano, che per la fase in cui mirava a subentrarvi. In conclusione, le due correnti rappresentate dal sionismo cristiano e da quello nazionalista ebraico confluirono “in una potente alleanza che trasformò l’antisemita e millenaristica idea del trasferimento degli ebrei dall’Europa alla Palestina in un concreto progetto di colonizzazione a spese della popolazione autoctona della Palestina. Quest’alleanza diventò di pubblico dominio con la proclamazione della Dichiarazione Balfour il 2 novembre 1917 –  una lettera del ministro degli esteri britannico ai leader della comunità ebraica inglese in cui in pratica veniva promessa la creazione di un focolare nazionale ebraico in Palestina” (p. 19, mia traduzione).

Il terzo capitolo del libro discute l’affermazione sionista di rappresentare tutto l’ebraismo. Questo, scrive l’autore, alla fine dell’Ottocento si divideva in due gruppi, formati rispettivamente da ebrei religiosi chiusi nelle proprie comunità e da ebrei  riformatori e laici il cui modo di vita non si distingueva dal resto della popolazione (purché del medesimo ceto sociale, aggiungo) eccetto per alcune ricorrenze. In ambo i casi il movimento sionista fu visto negativamente e in proposito Pappé cita dichiarazioni di rabbini e di varie autorità ebraiche. Particolarmente dura contro il sionismo appare, nello stesso periodo, la posizione del movimento riformatore ebraico statunitense. Esistevano però già allora dei rabbini che appoggiavano l’idea base del programma sionista e, sebbene minoritari, essi segnalarono la nascita dell’ala religiosa del sionismo oggi dominante. Per la maggioranza dei rabbini il sionismo costitutiva una grave violazione del dettato religioso-metafisico secondo il quale il ‘ritorno’ degli ebrei si sarebbe avverato solo con l’arrivo del Messia mentre per il gruppo minoritario il sionismo costituiva la realizzazione del dettato biblico. L’ostacolo principale all’accettazione del neonazionalismo da parte dei religiosi risiedeva però nella dimensione antropologico-culturale del sionismo il quale, in tutte le sue componenti, si proponeva di creare un nuovo ebreo, non particolarmente religioso, lavoratore agricolo e combattente, fisicamente robusto e non stortignaccolo come invece veniva raffigurato dalla propaganda antisemita pienamente condivisa dai sionisti.

Nella creazione dell’immagine del ‘nuovo ebreo’  i sionisti modificarono l’uso della Bibbia trattandola come un libro di storia effettivamente accaduta concentrandosi sul possesso del territorio promesso da “Elohim” a Moshé. Furono soprattutto i movimenti del sionismo socialista ad usare la Bibbia in senso storico da cui, come ammise uno dei loro esponenti, scaturì “il mito del nostro diritto di possedere questa terra” (p. 31). Arrivati in Palestina con simili idee in testa, i coloni non potevano che vedere i legittimi abitanti come degli alieni sebbene i veri stranieri fossero i nuovi arrivati: spulciando negli archivi israeliani ove sono conservati dei diari degli immigrati dei primi del ‘900, Pappé riporta dei passi illuminanti in quanto riflettono il bagaglio culturale orientalista, nel senso di Edward Said, (3) a sua volta mutuato dalla cultura profondamente eurocentrica e/o russocentrica, di cui i coloni e i loro mentori teorici erano zuppi fino al midollo (lo stesso Max Nordau, il vice di Herzl, che pur aveva colto bene la realtà che la Palestina fosse ormai sposata ai palestinesi, era un’espressione estrema e preoccupante dell’eugenismo eurobianco). Se Ilan Pappé avesse preso in considerazione l’antico ma validissimo saggio di Maxime Rodinson, uno dei maggiori mediorientalisti e pensatore marxista, avrebbe trattato il tema del rapporto sionismo e ebraismo con maggiore chiarezza. (4)  Secondo Pappé nel corso della storia varie popolazioni si sono costituite come gruppo nazionale e quindi anche gli ebrei possono passare attraverso un simile processo. Tuttavia, osserva, se ciò implica la spoliazione ed espulsione di un altro popolo la richiesta di autonomia nazionale diventa illegittima. Ma gli ebrei non sono un popolo a sé, essi appartengono alle nazioni dove abitano per cui il sionismo sarebbe rimasto un movimento marginale senza gli eventi in Germania negli anni Trenta e quelli terribili degli anni Quaranta del secolo scorso. A mio avviso Pappé avrebbe dovuto prima smantellare sia l’idea di popolo ebraico, che l’idea di una Terra di Israele, indipendentemente dal fatto che la Palestina fosse abitata o meno. Esplicitamente e stranamente Ilan Pappé non dà importanza all’assioma fondatore del sionismo, vale a dire la presunta continuità tra gli ebrei dell’antichità e quelli degli ultimi duemila anni. Egli afferma, a ragione, che anche altri casi di colonialismo di insediamento hanno visto i loro fautori appellarsi a concezioni religiose. A mio avviso, la demolizione che la leggenda della continuità tra ebrei antichi e moderni ha subito dal lato storico-antropologico è molto importante, a cominciare da Koestler 50 anni or sono, per arrivare a Shlomo Sand, docente di Storia all’Università di Tel Aviv autore di due recenti volumi sul tema. (5)

Tutti i sionisti hanno sostenuto, e – se non fossero ormai dominati da una visione biblico-religiosa della Palestina alla stregua dei fondamentalisti cristiani negli USA – ancora sosterrebbero, che il loro movimento deve essere considerato come un movimento nazionale, al pari di quello risorgimentale italiano e, per alcuni segmenti, addirittura rivoluzionario in senso socialista. Infatti nel 1920  il partito sionista marxista Paolé Zion fu invitato alla conferenza di Baku, il primo vero e proprio congresso mondiale anticolonialista, organizzata dal governo sovietico e diretta da Grigorii Zinoviev. In quell’occasione si precisò ulteriormente la differenza tra la questione nazionale dal punto di vista marxista rispetto al sionismo. Il documento presentato da Poalé Zion, che sosteneva la colonizzazione ebraica, fu l’unico a ricevere una lunga risposta severamente critica da parte del Partito Comunista russo, PC(b).

I sionisti non considerano dunque la loro ideologia e movimento politico come appartenente alle correnti del colonialismo da insediamento volto inevitabilmente a spodestare la popolazione locale. Il quarto capitolo del volume si propone pertanto di sfatare il mito secondo il quale il sionismo non é colonialismo. Sul piano storico concreto la demolizione risulta assai facile. Ogni persona razionale capisce che c’era una popolazione preesistente, che l’organizzazione dell’insediamento dei coloni, in particolare l’Agenzia Ebraica, si incaricava di acquistare le terre, e sfrattarne i residenti per adibirle unicamente alla costruzione di insediamenti ebraici. Così, ad esempio, nacque Tel Aviv nel 1909. La Naqba cominciò subito, addirittura prima della fondazione ufficiale del movimento sionista. Di fronte a tale realtà la reazione sionista si incentra sull’affermazione della priorità ebraica in quanto gli ebrei avrebbero il diritto e, secondo l’ideologia sionista mai emendata, il dovere  di  ritornare alla loro legittima terra. Un ulteriore pilastro della posizione sionista risiede nella negazione del carattere  storico e permanente della presenza palestinese sul territorio presentandola come labile e circonstanziale in un paese sostanzialmente disabitato e arretrato. Il tutto poi si condensava nei tre slogan delle organizzazioni coloniali sioniste operanti in Palestina: conquista della Terra, lavoro ebraico, produzione nazionale. Si intende ovviamente solo produzione dello Yishuv ebraico, (Yishuv significa insediamento), con la quale si preconizza la formazione di uno Stato nazionale esclusivamente ebraico. Da ciò scaturisce la posizione storiografica ufficiale israeliana che, come scrive Pappé “rifiuta ai Palestinesi perfino un modico di diritto morale a resistere alla colonizzazione ebraica della loro patria che iniziò nel 1882” (p.43). Il capitolo mostra come ogni atto della colonizzazione abbia sistematicamente comportato la spoliazione dei palestinesi. Pappé riporta che la popolazione locale accolse positivamente i primi arrivi stabilendo con gli immigrati dei buoni rapporti non ricambiati dai coloni. Fu quando emerse la volontà sionista di espropriare i fellahin – contadiniche cominciarono gli scontri. In Israele i moti del 1921 e del 1929, in quest’ultimo caso ci furono delle uccisioni di ebrei a Hebron, vengono raccontati come esplosioni di antisemitismo ma in realtà la loro natura fu diversa. Su questo punto Pappé apporta un chiarimento molto importante. Nel 1928 le autorità britanniche proposero una rappresentanza paritetica tra ebrei dello Yishuv e i palestinesi.  Fino al 1928 i dirigenti dello Yishuv erano favorevoli a tale rappresentanza mentre i leader palestinesi erano contrari. Ma, sottolinea Pappé, nel 1928 la dirigenza palestinese accettò la proposta britannica e furono invece le organizzazioni sioniste a rifiutarla. L’insurrezione palestinese del 1929 nacque da questo rifiuto. Avviandosi alla conclusione del capitolo Pappé scrive che “il Sionismo può essere presentato come un movimento di insediamento coloniale ed il movimento nazionale palestinese come un movimento anticolonialista” (p.47).

DALLA SPOLIAZIONE ALL’ESPULSIONE SISTEMATICA

Dall’inizio della colonizzazione fino al 1945 le organizzazioni sioniste erano riuscite ad accaparrarsi non più del 7% del territorio della Palestina mandataria con una popolazione ebraica che assommava a mezzo milione di persone su un totale di 2 milioni. In aiuto al progetto sionista vennero le Nazioni Unite che, con l’Unione Sovietica in prima fila e in maniera molto più decisa degli USA, posero le basi per la spoliazione dei palestinesi, proponendo la spartizione della Palestina in due Stati. Allo Stato ebraico, con una popolazione minoritaria rispetto all’insieme della Palestina, sarebbe andato il 55% del territorio mentre all’interno stesso dello Stato ebraico la popolazione palestinese ammontava al 45% del totale. La destra nazionalista sionista, il cui referente maggiore fu il giornalista di Odessa, inizialmente totalmente russofono, Vladimir Jabotinski, ha sempre sostenuto molto apertamente che la Palestina – quantomeno dal Giordano al Mediterraneo, quindi l’area che oggi costituisce l’intero territorio sotto il controllo d’Israele – dovesse essere ebraica nella totalità o quasi della popolazione. Pertanto i seguaci di Jabotinski hanno sempre auspicato un trasferimento concordato della popolazione palestinese oltre il Giordano, tanto erano ‘arabi’ come gli abitanti dei paesi vicini. Un ottimo esempio di ciò che Edward Said ha definito come ‘orientalismo’. Della stessa esatta posizione erano i sionisti socialisti, specialmente l’ala facente capo a David Ben Gurion, di gran lunga maggioritaria. La differenza riguardo i nazionalisti consisteva nel fatto che i sionisti socialisti non lo dicevano apertamente esprimendo la loro posizione in scritti, memorie e dichiarazioni all’interno degli organismi delle loro istituzioni tramite le quali controllavano in tutto e per tutto la vita dello Yishuv. In tal senso Pappé riporta affermazioni di Ben Gurion e quelle del maggiore ideologo in situ dell’espansione coloniale sionista, il socialista Berl Katzenelson. Anche per i sionisti socialisti  il trasferimento (espulsione) degli ’arabi’ doveva avvenire fuori dalla Palestina e quando nel 1937 gli inglesi proposero di spostare dei palestinesi all’interno stesso dei territori mandatari sia Ben Gurion che Katzenelson espressero il loro disappunto: per loro le destinazioni degli abitanti della Palestina dovevano essere la Siria e l’Iraq.  E’ da sottolineare che per trasferimento concordato della popolazione ‘araba’ della Palestina verso i paesi ‘arabi’ si intendeva un accordo di espulsione da raggiungere con le autorità di detti paesi sopra la testa della popolazione palestinese la quale, come già successe con la famigerata “dichiarazione Balfour” del 1917, non doveva in alcun modo essere interpellata. Lo storico palestinese-israeliano Nur Masahla in due ottimi lavori ha analizzato sia la formulazione da parte sionista dell’idea di trasferimento della popolazione autoctona, che il terreno e le condizioni di attuazione violenta nel 1948. (6) I suoi lavori si accompagnano benissimo col noto volume di Ilan Pappé sulla pulizia etnica della Palestina.

Nel 1937, riporta Pappé, in una lettera a suo figlio Amos, Ben Gurion aveva già preconizzato l’eventualità di un’espulsione violenta dei legittimi abitanti della Palestina. Questa avvenne dal dicembre del 1947 alla fine del 1948 ed é nota col termine di Naqba che in arabo significa catastrofe. Il governo del neo-Stato di Israele era ben consapevole dell’enormità di ciò che aveva combinato, soprattutto in considerazione della risoluzione dell’ONU 194 votata nel dicembre del 1948 che menzionava il diritto dei profughi di ritornare alle loro case ed a ricevere degli indennizzi. La risoluzione dell’ONU riconosceva di fatto responsabilità di Israele nel causare l’esodo, fermandosi però ad un passo dalla richiesta di misure di pressione e anche qui grazie soprattutto al lavoro pro-israeliano della delegazione sovietica dato che allora Stalin attribuiva la colpa della guerra del 1948 interamente ai paesi arabi ed alla Gran Bretagna. In tale contesto, il governo israeliano si pose il problema di come reagire alla questione dei profughi palestinesi sul piano dell’immagine e dei rapporti internazionali. Nacque così il mito di un esodo palestinese eterodiretto dai governi ‘arabi’ alimentato dalla promessa di ritornare vincitori. Il quinto capitolo del libro di Pappé intende smantellare tale mito e così facendo ci svela delle informazioni importanti circa l’attendibilità delle fonti storiografiche israeliane.

E’ doveroso dire che la parte di questo mito riguardo l’appello dei governi arabi alla popolazione palestinese – delle zone corrispondenti allo Stato ebraico proposto dalla commissione dell’ONU – a lasciare le loro case, venne dimostrata falsa già alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso da un giornalista irlandese della BBC, Erskine Barton Childers che sull’argomento scrisse nel 1961 un famoso articolo apparso sulla rivista britannica The Spectator. (7) Più recentemente l’esistenza di esortazioni a partire è stata smentita anche da uno storico statunitense molto filo-israeliano, Howard Sachar, il quale, nel suo noto libro di testo sulla storia di Israele, ha scritto di aver cercato delle prove in lungo e in largo senza riuscire a trovarle. (8) Dal canto suo Pappé riporta che dopo l’elezione di Kennedy alla presidenza degli Stati Uniti, David Ben Gurion fece commissionare una ricerca per dimostrare che nel 1948 i palestinesi delle zone assegnate allo Stato ebraico furono sollecitati a partire da appelli in tal senso da parte dei governi vicini. La mossa di Ben Gurion nasceva dal fatto che il neopresidente USA aveva aumentato le pressioni su Israele affinché si decidesse a risolvere la questione dei profughi del 1948. A Ben Gurion serviva della documentazione che scagionasse Israele da ogni responsabilità.

La vicenda della ricerca commissionata dal governo israeliano è assai interessante in quanto le conclusioni firmate dal responsabile della ricerca, Rony Gabay, che poco più tardi emigrerà per sempre in Australia per diventare un docente alla University of Western Australia a Perth, non corrispondono a quanto egli avesse realmente scritto nella sua relazione conclusiva, pertanto oscurata.  Nel 2013 un giornalista di Ha-aretz, Shay Hazkani, rivelò al pubblico l’intera storia intervistandone i protagonisti. Nella sua ricerca Gabay, cui era stato permesso l’accesso a documenti riservati, non aveva trovato alcuna prova riguardo i presunti appelli da parte dei governanti ed i media arabi. Le cause dell’esodo furono individuate nelle espulsioni, nelle minacce e nell’intimidazione della popolazione palestinese, cause ribadite nella ricerca di dottorato poi svolta da Gabay.  Nel rapporto finale firmato da Gabay l’esodo di massa é invece attribuito agli appelli dall’esterno. Intervistato da Ha-aretz, Gabay ha ribadito le conclusioni originarie della sua ricerca, nonché di non aver mai scritto il rapporto su cui, invece, appare la sua firma. La verità consiste nel fatto che le conclusioni iniziali non piacquero a Ben Gurion che ne ordinò la riscrittura effettuata da Moshé Maoz, uno dei maggiori orientalisti israeliani che oggi ha delle posizioni molto diverse di quelle ufficiali di allora le quali, piuttosto che la documentazione oggettiva, guidarono le conclusioni consegnate a Ben Gurion nel 1962. Tra le altre cose la vicenda testimonia del fatto che l’affidabilità degli archivi israeliani – la cui costruzione riflette sempre l’obiettivo colonizzatore dei dirigenti e delle istituzioni del paese – é alquanto problematica. Nur Masalha nei suoi lavori è stato un critico puntuale dell’affidabilità dei suddetti archivi mostrando come spesso offuschino le cause della Naqba.

Nel capitolo in discussione, Pappé sottolinea come la guerra del 1948, ufficialmente iniziata dagli Stati arabi all’ indomani della dichiarazione di indipendenza di Israele il 14 maggio, non fu la causa principale dell’esodo dato che oltre la metà di questo era avvenuta già a fine aprile. Inoltre, scrive Pappé, la guerra fu indotta dalla pulizia etnica che da mesi la dirigenza sionista stava conducendo in Palestina. Secondo Pappé é sbagliato pensare che il governo israeliano fosse intenzionato ad arrivare ad un accordo. Nell’arco della sua storia Israele ha mostrato di rifiutare il piano di pace contenuto nella risoluzione dell’ONU 194, approvata questa volta senza opposizione araba, dell’11 dicembre del 1949 che richiedeva, come parte dell’accordo, il rientro incondizionato dei profughi palestinesi alle proprie case, l’internazionalizzazione di Gerusalemme e la la ridefinizione territoriale dei due Stati sulla base delle nuove realtà. Tuttavia proprio durante il periodo della guerra Ben Gurion raggiunse un patto segreto col re hashemita Abdullah circa la spartizione dello Stato Palestinese tra Israele e la Giordania accordandosi quindi sulla sua cancellazione. Analogamente il governo israeliano rifiuterà di prendere in considerazione le proposte siriane del 1949, i tentativi di Nasser alcuni anni dopo (tramite il leader maltese Dom Mintoff), il tentativo di Kissinger del 1972 di mediare col monarca hashemita Hussein riguardo lo status della Cisgiordania, nonché di prendere in considerazione la dichiarazione pubblicamente espressa dal presidente egiziano Anwar Sadat secondo la quale o si intavolavano dei negoziati affinché Israele evacuasse il Sinai, oppure la guerra – che effettivamente scoppiò nell’ottobre del 1973 – sarebbe diventata inevitabile.  Questo é, a mio avviso, il principale capitolo del libro. Esso si conclude con delle considerazioni da parte dell’autore circa la necessità di arrivare ad un riconoscimento giuridico ufficiale della Naqba per dar vita ad un processo simile a quello avvenuto in Sudafrica.

Il sesto ed il settimo capitolo possono essere esaminati congiuntamente. Molti dei temi del settimo, che tratta del mito di Israele come unico Stato democratico nel Medioriente, appartengono in realtà alla fase storica che va dal 1949 alla guerra del giugno 1967 nei confronti della quale il sesto capitolo si propone di smontare l’idea che fosse stata una guerra preventivo-difensiva imposta dalla concentrazione di truppe egiziane nel Sinai. Molto opportunamente Pappé rimonta al 1960 in cui si verificò una situazione analoga con Nasser che inviò delle truppe nel Sinai. Il contesto era il medesimo del 1967: il tentativo di Israele di impossessarsi delle acque del Giordano alle sue fonti, nonché della zona smilitarizzata al confine con le alture del Golan. Ciò portava a ripetuti scontri militari con la Siria che allora faceva parte con l’Egitto della Repubblica Araba Unita. Perché dunque la guerra non scoppiò nel 1960? Il fatto che in quell’occasione Nasser non avesse richiesto lo sgombero delle forze dell’ONU dagli Stretti di Tiran, all’imboccatura del Golfo di Aqaba sul Mar Rosso, non può essere preso come l’elemento principale di differenza tra i due eventi. Infatti l’azione di Nasser nel 1960 costituiva una violazione degli accordi presi dopo la guerra franco-anglo-israeliana del 1956. Mentre USA e URSS avevano imposto ai due vecchi rottami euroimperialisti un ritiro immediato e senza condizioni, per sloggiare Ben Gurion dal Sinai e dalla striscia di Gaza ci vollero oltre due mesi. Il ritiro di Israele avvenne dopo che il Sinai fu dichiarato zona smilitarizzata sotto garanzia dell’ONU, con i caschi blu posti a sorveglianza degli Stretti di Tiran al fine di assicurare il libero passaggio delle navi israeliane provenienti dal Mar Rosso e dirette al piccolissimo porto di Eilat, vicino ad Aqaba. Sebbene i ‘falchi’ israeliani mordessero il freno, Ben Gurion, ossessionato di trovarsi con troppa popolazione araba sotto giurisdizione israeliana, vietò nel 1960 tassativamente ogni azione militare globale. In questo fu aiutato dal Segretario Generale dell’ONU Dag Hammarskjöld  il quale criticò duramente Nasser per la violazione dello status del Sinai esigendo ed ottenendo il ritiro delle forze egiziane.

Al cospetto degli eventi di sette anni prima la situazione sviluppatasi da marzo a giugno del 1967 si situava in un contesto interno israeliano completamente diverso. Ben Gurion, osserva Pappé, aveva lasciato la direzione del paese e questa volta per sempre e ciò aveva ridato fiato ai ‘falchi’, cioè a coloro che ambivano alla conquista definitiva di tutta la Palestina. Sul piano regionale Nasser si trovava a combattere contro l’Arabia Saudita nello Yemen e la performance militare egiziana non era tra le migliori. Inoltre il governo israeliano era molto preoccupato dai movimenti nazionalistici palestinesi anti-Hussein in Cisgiordania, che si svolgevano ad ondate crescenti dal 1963. Pappé si concentra prevalentemente sulla volontà dei ‘falchi’ di conquistare la Cisgiordania e completare così l’operazione del 1948. E’ necessario quindi approfondire la presentazione del quadro politico che precedette la guerra del 1967.

Ad indebolire il regime hashemita fu la sua passività nei confronti delle violente operazioni di rappresaglia israeliane in risposta a tentativi di infiltrazione e di rientro di contadini palestinesi resi profughi sia dalla Naqba del 1948 sia dalla conquista, dopo il 1949, da parte dell’esercito israeliano della zona cuscinetto smilitarizzata stabilita con gli accordi di Rodi del 1949. In questo caso furono i kibbutzim – spesso appartenenti all’estrema sinistra sionista – ed i moshavim a spingere per ripulire i territori di frontiera dai palestinesi rimasti (che avrebbero dovuto essere cittadini di Israele) e prendersi di conseguenza le loro terre. Vi fu quindi una seconda e meno conosciuta Naqba anche negli anni successivi alla fine della guerra del 1948. Con la formazione nel 1964 di Al-Fatah fondato e diretto da Yasser Arafat iniziarono una serie di attività basate prevalentemente sulla posa di mine sulle strade lungo la linea armistiziale del 1949 chiamata linea verde, creando in tal modo nuove occasioni rappresaglie israeliane sempre dirette contro i civili palestinesi. L’11 novembre del 1966 una camionetta dei reparti di frontiera saltò in aria lungo la linea verde, causando la morte di tre soldati israeliani. Due giorni dopo Israele lanciò un’operazione di rappresaglia contro il villaggio di Samu, a sud di Hebron, investendo ed uccidendo forze giordane, facendo esplodere decine di abitazioni e sequestrando circa un centinaio di civili. Bisogna tener presente che dal 1963 erano in corso  incontri segreti tra Re Hussein di Giordania e Golda Meir e Abba Eban per arrivare ad accordi di pace e di sicurezza riguardo le frontiere. L’operazione di Samu, in cui Israele attaccò violentemente l’esercito e la polizia della Giordania mentre essi facevano di tutto per impedirne le infiltrazioni in Israele, ebbe tre effetti. Da un lato mandò in frantumi il lavorio dei contatti tra le due parti, dall’altro indebolì enormemente la posizione di Hussein di Giordania che dovette far fronte a massicce manifestazioni di protesta. Ma é il terzo aspetto ad essere il più rilevante. L’operazione contro il villaggio di Samu convinse il comando israeliano che per conquistare la Cisgiordania sarebbe bastata una forza militare assai ridotta.

LA GUERRA DEI SEI GIORNI

Sebbene l’attacco a Samu sia considerato come un elemento importante nel percorso che porterà al conflitto militare generalizzato, la chiusura del cerchio avvenne nuovamente sul fronte siriano. La dinamica la rivelò proprio uno dei principali falchi, Moshé Dayan in un’intervista a Yediot Aharonot del 1976, ma pubblicata solo oltre vent’anni dopo il 27 aprile del 1997. Nell’intervista Dayan é perentorio: la Siria, afferma, non é mai stata una minaccia per Israele. Egli continua dicendo che ogni anno, all’inizio della stagione agricola, l’esercito israeliano mandava un trattore nella zona smilitarizzata al confine spingendolo sempre più avanti fintanto che i siriani non cominciavano a sparare e a quel punto Israele faceva intervenire l’esercito e l’aviazione. Nel 1967 lo scontro  – che, afferma Dayan, era per l’80% dei casi provocato da Israele – si spinse molto avanti con una battaglia aerea in aprile sui cieli di Damasco assieme a bellicose dichiarazioni da parte di alti militari israeliani riguardo un eventuale colpo al regime baathista. Fu in questo contesto che Nasser inviò le truppe nel Sinai, chiedendo poco dopo il ritiro dei caschi blu dell’ONU dagli stretti di Tiran. Infatti, malgrado lo scioglimento in precedenza della Repubblica Araba Unita, l’Egitto rimaneva legato alla Siria da un patto di alleanza. Ed é qui che sorge la questione del pericolo mortale che doveva fronteggiare Israele giustificando così l’attacco aereo scatenato il 5 giugno del 1967.

In maniera sorprendente Pappé tratta della questione senza alcun mordente perdendosi in osservazioni di dettaglio. Stranamente non menziona il grande dibattito sul pericolo di sterminio che si sviluppò sulla stampa israeliana, ed esclusivamente in ebraico, dopo la vittoria nella guerra di giugno. Il mito che Israele stesse correndo un rischio mortale per cui l’attacco del 5 giugno fu un’operazione preventiva dettata dalla necessità – non vogliamo un pollice di territorio arabo dichiarò Dayan confermando appunto nei fatti questa posizione, si fa per dire – fu smantellato per intero da quel dibattito diretto prevalentemente da generali che durò dal mese di febbraio del 1968 addirittura fino al 1972. Uno dopo l’altro, generali come Itzhak Rabin, capo di Stato maggiore durante la guerra, Haim Bar-Lev, un altro capo di Stato maggiore, Ezer Weizmann, capo del settore operativo, Maititiahu Peled, comandante dei sistemi logistici, affermarono senza mezzi termini che alla vigilia della guerra l’esistenza di Israele non era assolutamente in pericolo. Il più succinto e preciso fu il generale Ezer Weizmann che dal 1993 al 2000 diventerà il presidente dello Stato di Israele. Su Maariv del 4 aprile del 1972 Weizman dichiarò che “non c’é mai stato alcun pericolo di sterminio. Questa ipotesi non venne mai presa in considerazione in alcuna riunione importante”. (9) Nella fatidica riunione del gabinetto del Primo Ministro Levi Eshkol nella notte tra il primo ed il 2 giugno Matitiahu Peled ricoprì il ruolo principale nello spingere il governo ad attaccare. Il figlio di Peled, Miko, da anni residente in California e attivista in favore dei diritti dei palestinesi, é andato a spulciare nei verbali desecretati delle riunioni del Consiglio dei Ministri dell’epoca. Miko riporta quanto suo padre Matitiahu disse al primo ministro israeliano Levi Eshkol:  “Noi sappiamo che l’esercito egiziano non è pronto per la guerra… abbisogna ancora di un anno e mezzo per prepararvisi. A mio avviso lui (cioè Nasser, J.H.) conta sull’esitazione del governo israeliano. Agisce sulla base della sicurezza che non oseremo colpirlo… abbiamo il diritto di sapere (dal Governo, J.H.) perché dobbiamo essere costretti a subire quest’umiliazione… forse nell’occasione di questa riunione potremmo ottenere delle spiegazioni” (https://mikopeled.com/category/articles-in-hebrew/, mia traduzione dall’ebraico). La guerra del 1967 non fu una scelta obbligata, scaturì dalla volontà di terminare l’opera del 1948 e nel caso dell’aggressione alla Siria, come racconta Dayan nella succitata intervista, dalla cupidigia colonialista dei kibbutzim – quindi della sinistra israeliana di cui i kibbutzim erano l’asse portante anche sul piano militare – verso le terre agricole e le fonti acquifere del Golan, cosa che richiedeva non solo l’occupazione dell’altipiano ma anche l’espulsione della sua popolazione arabo-druza, puntualmente effettuata.

Prima parte (Continua)

(*) Una correzione e spiegazione.

In questa mia recensione del libro di Ilan Pappé “Ten Myth about Israel” ho attribuito a Max Nordau, cofondatore con Theodor Herzl dell’Organizzazione Sionistica Mondiale, la frase secondo la quale la promessa sposa (la Palestina) era già maritata. Sebbene questa espressione circolasse negli ambienti ebraici essa non é ascrivibile a Max Nordau. Mi scuso di fronte alle lettrici ed ai lettori per la mia inesattezza. Tuttavia Max Nordau espresse sì un giudizio sullo stato della Palestina come già popolata ma in maniera molto più netta e significativa della summenzionata frase metaforica.

A riportare la vicenda fu, nel lontano e fatidico 1967, il professor Zwi Werblowsky  – allora Preside della Facoltà di Dscipline Umanitische dell’Università Ebraica di Gerusalemme – in un articolo pubblicato sul numero speciale della rivista di Jean Paul Sartre Les Temps Modernes dedicato al conflitto mediorientale. Riproduco per intero il testo in francese mettendo la traduzione tra parentesi. Scriveva Werblowsky:

Buber rapporte que Max Nordau, entendant parler pour la première fois de l’existence d’une population arabe en Palestine courut trouver Herzl et s’écria: “Je ne savais pas cela; mais alors nous commettons une injustice.” 

[Buber (il famoso filosofo, n.d.a.) riferisce che Max Nordau, sentendo parlare per la prima volta dell’esistenza di una popolazione araba in Palestina corse da Herzl  e esclamò: “non sapevo di questo fatto; ma allora noi commettiamo un’ingiustizia). Da R.J. Zwi Werblowsky: ‘Israel et Erezt Israel’ , in Les Temps Modernes, 22 année, 1967, No. 253 BIS, p. 391.

J.H.

Note

1 Ilan Pappé era originariamente docente di storia presso l’Università di Haifa. Nell’estate del 2006 accettò una cattedra presso la University ofExeter ove insegna tutt’ora. La partenza da Haifa fu dovuta ad un clima di intolleranza verso le sue ricerche e le sue attività, al punto tale di ricevere delle minacce di stile mafioso. Inoltre il direttore del suo dipartimento aveva descritto le sue posizioni come un tradimento sul campo di battaglia. L’università di Haifa aprì nei suoi confronti una procedura per diffamazione poi sospesa ma non chiusa. Pappé che inizialmente proveniva dal sionismo di sinistra per poi abbandonarlo del tutto, ha raccontato la sua esperienza a Haifa nel volume autobiografico Out of the Frame, London: Pluto Press, 2010. Una chiara recensione del libro autobiografico si trova sulla rivista britannica Ceasfire al link seguente: https://ceasefiremagazine.co.uk/book-review-pappe/

2 Khalid, Rashidi: Palestinian Identity: The Construction of Modern National Consciousness, Columbia University Press, 1997. Negli USA lopera ha ricevuto dei premi importanti.

3 Edward Said, Orientalismo. L ’ immagine europea dell’Oriente, Feltrinelli, Milano, 2013, pp. 395

4 Maxime Rodinson: Israel fait colonial? in: Les Temps Modernes, 1967, no. 253 BIS, pp. 17-88.

5 Shlomo Sand: L’invenzione del popolo ebraico, Milano: Rizzoli 2010; nonché: The Invention of the Land of Israel: From Holy Land to Homeland, London: Verso, 2014. Le ricerche di Sand toccano gli aspetti geografici e antropologici della storia degli ebrei antichi. Egli svolge le seguenti osservazioni. (1) Non vi fu alcuna deportazione della popolazione palestinese, ebraica quindi, da parte dei romani. Le legioni non producevano cibo ma ne avevano bisogno e questo proveniva dalla terra lavorata dai contadini palestinesi (dagli ebrei) del tempo. (2) Sand stima a 4 milioni le persone di religione ebraica su un’area che andava dalla Persia alla Mesopotamia, alla Palestina, allo Yemen financo all’ Africa centrale. Si tratta di un numero enorme data l’epoca che non poteva essere raggiunto senza azioni di proselitismo. Pertanto la stragrande maggioranza delle persone di religione ebraica non aveva nulla a che vedere con la Palestina. (3) la scarsa consistenza di ebrei in Palestina all’epoca dell’arrivo dei primi coloni sionisti, era dovuta alla loro conversione all’Islam attraverso i secoli. Sand riporta che Ben Gurion ne era consapevole il quale affermò che i palestinesi moderni erano i discendenti degli antichi ebrei. (4) Il mito della discendenza degli ebrei moderni dall’antichità é stato creato da ebrei sionisti di estrazione ashkenazita prevalentemente abitanti dell’impero zarista. A tal proposito Sand sostiene la stessa tesi di Arthur Koestler circa la conversione in massa all’ebraismo della popolazione khazara originaria del Mar Caspio. In tal senso considero rilevanti anche le ricerche condotte dagli eminenti archeologi israeliani Israël Finkelstein e Neil Asher Silberman : La Bible dévoilé e : Les Nouvelles révélations de larchéologie, Paris: Bayard, 2002; ristampato nelle edizioni tascabili FOLIO della Gallimard.

6 Nur Masalha: Expulsion of the Palestinians: The Concept of “Transfer” in Zionist Political Thought, 1882-1948 . Beirut: Institute of Palestine Studies, 1992; A Land without a People: Israel, Transfer and the Palestinians, 1949-96. London: Faber & Faber, 1997.

7 https://web.archive.org/web/20091015133337/http://www.users.cloud9.net/~recross/israel-

watch/ErskinChilders.html

https://archive.org/details/HistoryOfIsraelFromTheRiseOfZionismToOurTimeAHowardMSachar1977

9 Lelenco delle dichiarazioni degli esponenti militari e politici israeliani del periodo si trova tradotto in inglese sul sito di Alan Hart:

http://www.alanhart.net/the-lies-about-the-1967-war-are-still-more-powerful-than-the-truth-2/