La presa in giro morale di Israele che chiede soldi agli arabi e agli iraniani per la propria ‘Nakba’

Ramzy Baroud

16 gennaio 2019, Palestine Chronicle

La partita è in corso. Israele, che ci si creda o no, sta chiedendo che sette Paesi arabi e l’Iran paghino 250 miliardi di dollari come risarcimento per ciò che sostiene essere stata l’espulsione forzata di ebrei dai Paesi arabi alla fine degli anni ’40. Gli eventi citati da Israele sarebbero avvenuti nel periodo in cui le milizie ebree sioniste stavano espellendo attivamente circa un milione di arabi palestinesi e distruggendo sistematicamente le loro case, villaggi e città in tutta la Palestina.

L’annuncio di Israele, che avrebbe fatto seguito a “18 mesi di indagini segrete” condotte dal ministro per l’Uguaglianza Sociale, non deve essere registrato nel dossier in continua espansione delle vergognose falsificazioni israeliane della storia. In realtà fa parte di un calcolato tentativo da parte del governo israeliano, in particolare della ministra (per l’Uguaglianza Sociale) Gila Gamliel, di creare una narrazione alternativa alla legittima richiesta di applicazione del diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi che subirono una pulizia etnica da parte delle milizie ebraiche tra il 1947 e il 1948.

C’è una ragione dietro l’urgenza di Israele di rivelare una simile discutibile indagine: l’incessante tentativo di Stati Uniti ed Israele negli ultimi due anni di liquidare i diritti dei rifugiati palestinesi, di mettere in discussione il loro numero ridefinendo chi essi siano o meno e di rendere marginali le loro denunce. Fa tutto parte del pacchetto del disegno in atto camuffato da “Accordo del secolo”, col chiaro scopo di rimuovere tutte le importanti questioni che sono al centro della lotta palestinese per la libertà.

È venuto il momento di correggere la storica ingiustizia dei pogrom (contro gli ebrei) in sette Paesi arabi e in Iran, e di restituire alle centinaia di migliaia di ebrei che persero le loro proprietà ciò che legittimamente gli appartiene”, ha detto Gamliel.

La frase “…correggere la storica ingiustizia” non è diversa da quella usata dai palestinesi che da oltre 70 anni chiedono la restituzione dei loro diritti in base alla Risoluzione 194 dell’ONU. La voluta sovrapposizione della narrazione palestinese e di quella sionista ha lo scopo di creare paralleli, nella speranza che un futuro accordo politico si concluda con rivendicazioni che si annullino a vicenda.

Tuttavia, contrariamente a quanto vogliono farci credere gli storici israeliani, non vi fu un esodo di massa forzato di ebrei dai Paesi arabi e dall’Iran. Ciò che avvenne fu una massiccia campagna organizzata all’epoca dai capi sionisti per sostituire la popolazione araba indigena in Palestina con immigrati ebrei da tutto il mondo. Le modalità con cui venne portata a termine questa operazione spesso implicarono azioni violente dei sionisti, soprattutto in Iraq.

Di fatto, l’appello agli ebrei a confluire in Israele da tutti gli angoli del mondo resta il grido di battaglia dei leader israeliani e dei loro sostenitori cristiano-evangelici. I primi vogliono assicurare una maggioranza ebraica nello Stato, mentre i secondi cercano di adempiere ad un requisito biblico per le loro a lungo attese Apocalisse e Ascensione in cielo. Attribuire ad arabi e iraniani la responsabilità di questo strano ed irresponsabile comportamento è una violazione della vera narrazione storica alla quale né Gamliel né il suo ministero sono interessati.

Dall’altro lato, e diversamente da quanto gli storici militari israeliani spesso sostengono, l’espulsione dei palestinesi dalla Palestina nel 1947-48 (e le successive epurazioni della popolazione nativa che seguirono alla guerra del 1967) fu un’azione premeditata di pulizia etnica e genocidio. Fu (ed è ancora) parte di una annosa e attentamente progettata campagna che, fin dal suo inizio, ha costituito la principale strategia al centro della “visione” del movimento sionista riguardo al popolo palestinese.

Dobbiamo espellere gli arabi e prendere il loro posto”, scrisse il fondatore di Israele, comandante militare e primo capo del governo, David Ben Gurion, in una lettera a suo figlio Amos nell’ottobre del 1937. Era più di 10 anni prima che fosse messo in atto il Piano D (per Dalet) – che ha visto la distruzione della patria palestinese per mano delle milizie di Ben Gurion e dei gruppi terroristi sionisti.

La Palestina ha un grande potenziale per la colonizzazione”, scrisse inoltre Ben Gurion, “di cui gli arabi non hanno bisogno né sono in grado di sfruttare.” Questa esplicita dichiarazione di un progetto coloniale in Palestina, espressa con lo stesso tipo di inconfondibile linguaggio e insinuazioni razziste che hanno accompagnato tutte le altre esperienze coloniali occidentali per molti secoli, non apparteneva solo a Ben Gurion. Era una mera parafrasi di ciò che allora si percepiva essere la sostanza dell’impresa sionista in Palestina in quel momento.

Come ha concluso il professore palestinese Nur Masalha nel suo libro, Expulsion of the Palestinians [‘Espulsione dei palestinesi’], l’idea del “trasferimento” – il termine sionista per pulizia etnica – del popolo palestinese era e resta fondamentale per la realizzazione delle ambizioni sioniste in Palestina. “I villaggi arabi palestinesi all’interno dello Stato ebraico che resistono ‘devono essere distrutti…e i loro abitanti espulsi al di là dei confini dello Stato ebraico’”, ha scritto Masalha, citando la “History of the Haganah”  [‘Storia dell’Haganah’] di Yehuda Slutsky. L’Haganah era la principale milizia sionista che sarebbe diventata l’esercito israeliano (IDF, Israel Defence Force), insieme a ciò che rimaneva dei gruppi terroristici Irgun e Banda Stern.

Ciò che questo significava nella pratica, come descritto dallo storico palestinese Walid Khalidi, fu che le varie milizie ebraiche presero congiuntamente di mira tutti i centri abitati in Palestina, in modo sistematico e senza eccezioni. “Alla fine di aprile del 1948 l’offensiva congiunta di Haganah e Irgun aveva circondato completamente la città palestinese di Giaffa, costringendo la maggior parte dei civili rimasti alla fuga per mare verso Gaza o l’Egitto; molti annegarono nel tragitto”, ha scritto Khalidi in “Before Their Diaspora” [Prima della loro diaspora’].

Questa tragedia arrivò a colpire tutti i palestinesi dovunque all’interno dei confini della loro patria storica. Decine di migliaia di rifugiati si unirono ad altre centinaia di migliaia in tanti sentieri polverosi in tutto il Paese, crescendo di numero man mano che procedevano, prima di piantare finalmente le loro tende in zone che dovevano essere provvisori campi per rifugiati. Ahimè, rimangono campi per rifugiati palestinesi ancor oggi, disseminati nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza, in Giordania, Siria e Libano.

Nulla di ciò fu accidentale. La determinazione dei primi sionisti a stabilire un “focolare nazionale” per gli ebrei a spese della popolazione araba palestinese del Paese fu comunicata apertamente, chiaramente e ripetutamente attraverso la formazione del primo pensiero sionista e la trasformazione di quelle ben articolate idee in realtà.

Sono passati 70 anni dalla Nakba – la catastrofe del 1948 – e Israele non si è mai assunto la responsabilità delle proprie azioni né i rifugiati palestinesi hanno ricevuto alcuna misura di giustizia, per quanto piccola o simbolica. Perciò, per Israele chiedere delle compensazioni dai Paesi arabi e dall’Iran è una parodia morale, specialmente dato che i rifugiati palestinesi continuano a sopravvivere in campi profughi in tutta la Palestina e il Medio Oriente.

Sì, certamente “è arrivato il momento di correggere l’ingiustizia storica”, ma non per quelli che Israele ora sostiene essere stati “pogrom” condotti da arabi e iraniani. La vera ingiustizia storica è la continua e terribile distruzione della Palestina e del suo popolo.

Ramzy Baroud è giornalista, scrittore e redattore di Palestine Chronicle. Il suo prossimo libro è The Last Earth: A Palestinian Story [L’ultima terra: una storia palestinese] (Pluto Press, Londra). Baroud ha un dottorato di ricerca in Studi Palestinesi presso l’Università di Exeter ed è ricercatore non residente presso il Centro Orfalea di Studi Globali e Internazionali, Università della California a Santa Barbara.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




La nuova “strada dell’apartheid” israeliana è molto più della semplice segregazione

Edo Konrad

16 gennaio 2019, +972

Israele sostiene che la nuova strada, che separa israeliani e palestinesi con un muro alto otto metri, decongestiona il traffico per i coloni aiutando al contempo i palestinesi a viaggiare in Cisgiordania. Chi la critica sostiene che aiuterà a creare enclave solo per israeliani, libere da ogni presenza palestinese.

La scorsa settimana Israele ha inaugurato una nuova strada segregata nella Cisgiordania occupata, con un enorme muro di otto metri che separa viaggiatori israeliani e palestinesi su entrambi i lati. Etichettata da chi la critica come la strada dell’apartheid, la motivazione ufficiale della “Route 4370” è decongestionare il traffico per i coloni israeliani che fanno i pendolari verso Gerusalemme e al contempo creare un nuovo modo di viaggiare tra il nord e il sud della Cisgiordania per i palestinesi.

Eppure, nonostante le ragioni dichiarate, i militanti contro l’occupazione e per i diritti umani sostengono che l’autostrada segregata è un ulteriore modo per creare in Palestina aree solo per israeliani – libere da ogni presenza palestinese. Ed è un segno che Israele, e gli israeliani, non vedono più la segregazione come qualcosa di cui vergognarsi.

Mentre in passato c’era un maggiore tentativo di nascondere la segregazione all’opinione pubblica israeliana, oggi essa è percepita come legittima,” afferma Efrat Cohen-Bar, un urbanista e architetto dell’ong “Bimkom” [associazione israeliana che sostiene una pianificazione urbana condivisa con la popolazione, anche quella palestinese, ndtr.]. “In un Paese in cui ogni giorno è proposta una nuova legge discriminatoria, una breve strada segregata non scandalizza nessuno.”

Il ministro della Sicurezza Pubblica Gilad Erdan ha definito l’autostrada “un esempio di capacità di creare la coesistenza tra israeliani e palestinesi proteggendo al contempo dalle attuali minacce alla sicurezza.”

Per Cohen-Bar l’autostrada non può essere disgiunta dal sistema complessivo di strade segregate in Cisgiordania, che spesso obbligano i palestinesi a utilizzare sottopassaggi per non disturbare il traffico dei coloni [che passano] sopra di loro. “L’autostrada 4370 dovrebbe essere vista nel contesto più ampio come una continuazione della politica (da parte di Israele) di separazione e della creazione di enclave solo israeliane.”

Agli occhi di Daniel Seidemann, avvocato e attivista che dirige l’Ong israeliana “Terrestrial Jerusalem” [Gerusalemme Terrena, associazione israeliana che studia l’impatto delle politiche sulla città, ndtr.] e che ha passato gli ultimi 20 anni a monitorare i mutamenti nel panorama della città, la Route 4370 ha anche una dimensione geopolitica. L’autostrada, afferma, è parte della strategia israeliana a lungo termine di “creazione di contiguità territoriale tra Gerusalemme e le colonie che la circondano,” soprattutto con la molto discussa area E1, la zona di 12 km2 che si trova tra Gerusalemme e la colonia di Ma’ale Adumim in Cisgiordania.

Per decenni Israele ha desiderato edificare colonie nell’area, collegando l’insediamento a Gerusalemme e dividendo concretamente in due la Cisgiordania.

Oltretutto, afferma Seidemann, la strada è solo il primo passo nel progetto israeliano di escludere i palestinesi dall’utilizzo della Route 1, parte della quale viene utilizzata sia dagli israeliani che dai palestinesi in Cisgiordania. Tutto ciò, ritiene, ha lo scopo di pregiudicare le possibilità di costituzione di uno Stato palestinese e di procedere con la progressiva annessione di ampie zone della Cisgiordania.

Netanyahu è impegnato in un indirizzo strategico per stabilire unilateralmente un confine di fatto tra Israele e la cosiddetta Palestina,” dice Seidemann. “La strada è stata aperta ora perché le politiche del primo ministro stanno finalmente prendendo forma. L’obiettivo finale è l’annessione dell’Area C [più del 60% dei territori occupati, in base agli accordi di Oslo sotto totale ma provvisorio controllo di Israele, ndtr.] della Cisgiordania con una minima presenza palestinese. Ciò è quello che stiamo vedendo succedere nella E1.”

La Route 4370 non è la prima autostrada segregata nei territori palestinesi occupati per uso esclusivo degli israeliani. Durante la Seconda Intifada Israele ha chiuso la Route 443, una seconda autostrada che unisce Gerusalemme alla zona di Tel Aviv, al traffico palestinese in seguito a una serie di casi di spari letali contro veicoli israeliani. Nel giugno 2007 gli abitanti di sei villaggi che si trovano nei pressi della Route 443 fecero richiesta all’Alta Corte di Giustizia israeliana di riaprire la strada ai palestinesi. Due anni e mezzo dopo, la corte stabilì che ai palestinesi doveva essere consentito di utilizzare la strada della Cisgiordania.

L’Alta Corte, almeno sulla carta, sentenziò che Israele doveva smettere di consentire solo agli israeliani di utilizzare la Route 443” continua Seidemann. “Questo caso è diverso. Non si tratta di una politica specifica, ma piuttosto di una scelta già ben ponderata da molto tempo. Riguarda la costruzione di infrastrutture separate e parallele per israeliani e palestinesi; questo tipo di cose non era mai stato fatto prima.”

La Route 4370 è stata concepita per creare un effetto domino,” dice Ahmad SubLaban, un ricercatore sul campo del gruppo per i diritti umani con sede a Gerusalemme “Ir Amim” [“Città di Persone”, Ong israeliana che si occupa delle politiche applicate a Gerusalemme, ndtr.]. “L’autostrada è parte di un puzzle che verrà terminato per collegare prima o poi Gerusalemme a Ma’ale Adumim, a Gush Etzion, alle colonie della zona di Ramallah e a quelle di Givat Ze’ev. Al momento il puzzle non è ancora stato completato.”

Per ora i cittadini israeliani che utilizzano la strada avranno un percorso più rapido dalle colonie della zona di Ramallah verso i quartieri ebraici di Gerusalemme, soprattutto durante l’ora di punta. A quelli che viaggeranno sul lato palestinese verrà impedito di entrare a Gerusalemme, anche se la nuova strada renderà effettivamente più breve il loro viaggio dalla zona di Ramallah alla parte meridionale della Cisgiordania.

(traduzione di Amedeo Rossi)




In migliaia scioperano in Cisgiordania per protestare contro la legge dell’ANP sulla sicurezza sociale

Akram Al-Waara

martedì 15 gennaio 2019, Middle East Eye

Negozi e attività commerciali nelle principali città della Cisgiordania hanno chiuso le porte contro la legge che molti temono vedrà i fondi utilizzati male

Betlemme, Cisgiordania occupata – Migliaia di palestinesi nella Cisgiordania occupata hanno manifestato contro la discussa legge sulla sicurezza sociale dell’Autorità Nazionale Palestinese, per timore che i fondi vengano gestiti male.

Martedì a Betlemme, Ramallah, Nablus e nelle altre principali città della Cisgiordania negozi e attività commerciali hanno chiuso le porte mentre centinaia di palestinesi protestavano a Ramallah, il centro amministrativo dell’ANP.

Questo sciopero è un modo per dire all’ANP che la maggioranza del popolo palestinese è contro questa legge e rifiuta di rispettarla,” ha detto Muhammad Zghayyer, un portavoce del comitato di attivisti che ha organizzato le proteste.

Nonostante il 90% degli esercizi commerciali, di organizzazioni e università in tutta la Palestina abbia fatto una serrata di protesta e le continue manifestazioni negli ultimi mesi, il governo si rifiuta di ascoltare il popolo,” ha detto Zghayyer a Middle East Eye.

Il fondo viene pagato dai contributi dei lavoratori, con gli impiegati pubblici che pagano il 10% di un salario con cui secondo molti stanno già faticando a sopravvivere.

Molti temono anche che il fondo venga utilizzato in modo improprio, o possa persino essere confiscato da Israele.

Proteste sporadiche sono scoppiate contro la legge negli ultimi mesi, con molte dimostrazioni che nel novembre 2018 hanno avuto luogo a Ramallah.

Benché la legge debba ancora essere messa in pratica a causa delle proteste e del generale malcontento, martedì ha segnato il primo giorno in cui le imprese palestinesi con più di 200 dipendenti avrebbero dovuto registrarsi per aderire alla Palestinian Social Security Corporation [Compagnia Palestinese della Sicurezza Sociale] (PSSC), come previsto dalla normativa.

La legge, che Mahmoud Abbas ha emanato nel 2016 con decreto presidenziale, fissa l’età per il pensionamento a 60 anni sia per gli uomini che per le donne.

In modo problematico, richiede che i dipendenti del settore privato contribuiscano poco al di sopra del 7% dei loro salari mensili e che le imprese del settore privato apportino il loro contributo per oltre il 10%.

Questi soldi andrebbero poi ad un fondo per la sicurezza sociale creato dal PSSC e sarebbero restituiti ai dipendenti in forma di pensioni di anzianità. Tuttavia alcuni aspetti della legge, come la richiesta che anche i lavoratori che guadagnano lo stipendio minimo contribuiscano al fondo della sicurezza sociale, si sono dimostrati controversi.

Lo stipendio minimo in Palestina è di 1.450 shekel, solo circa 345 €, al mese,” dice Zghayyer a MEE. “Le persone che lavorano per questo salario possono a malapena permettersi di pagare le spese essenziali, per non parlare della sicurezza sociale.”

Se il governo vuole applicare questa legge sulla sicurezza sociale, dovrebbe aumentare lo stipendio minimo,” dice.

Altri hanno anche sollevato preoccupazioni riguardo al dubbio se le famiglie di palestinesi uccisi da Israele avrebbero accesso alle pensioni di anzianità dei loro parenti deceduti.

Il funzionario palestinese Majed el-Helo, che controlla il programma di sicurezza sociale, dice che “importanti modifiche” sono state introdotte nella legge per affrontare le preoccupazioni di chi la critica.

Ha detto all’agenzia di notizie palestinese “Wafa” che le prestazioni della sicurezza sociale si estenderanno alle vedove dei pensionati dopo la loro morte – indipendentemente a come è morta la persona. Ha anche detto che l’ANP sta lavorando per offrire prestiti a tasso agevolato per il programma di sicurezza sociale di imprese che rispondano a certi criteri.

Timori che il fondo venga utilizzato male

Tuttavia, dice Zghayyer, molti palestinesi temono che l’ANP non voglia rispettare l’ultima modifica dell’accordo e che distribuisca effettivamente le pensioni come promesso.

In tutto il mondo la sicurezza sociale è una cosa importante (per) i cittadini per proteggere il loro futuro,” dice Zghayyer a MEE, “ma quando non c’è fiducia tra un cittadino e il suo governo, come in Palestina, queste leggi non possono funzionare.”

Citando la corruzione rampante all’interno dell’ANP e la politica israeliana di trattenere i fondi fiscali dell’ANP, Zghayyer afferma di non fidarsi che il governo difenda i fondi.

Cosa succederebbe se l’occupante israeliano decidesse che i soldi del PSCC sostengono i ‘terroristi’ e di impossessarsi in qualche modo del controllo dei fondi?” chiede.

Chi può garantire di proteggere il mio denaro? Sicuramente non l’ANP.” Zghayyer dice a MEE che, da quando hanno iniziato a protestare contro la legge, lui e altri attivisti hanno ricevuto minacce di morte da gente che chiama da numeri telefonici anonimi.

Molti dei miei compagni di lotta, compreso me, sono stati personalmente destinatari di messaggi minatori ai nostri telefoni,” dice.

Persino mio padre è stato minacciato, dicendo che avrebbero ucciso suo figlio se avesse continuato a lavorare contro la legge.”

Ciononostante, dice Zghayyer, le persone continueranno a protestare finché le loro richieste verranno accolte.

Sono i lavoratori che costruiscono un Paese e aiutano un governo a sopravvivere,” afferma. “Senza l’appoggio dei lavoratori, un governo non è niente.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Cecchino israeliano uccide donna di Gaza, prima vittima del 2019

Maureen Clare Murphy

11 gennaio 2019 Electronic Intifada

Una donna colpita venerdì durante le proteste nella Striscia di Gaza occupata è la prima vittima palestinese per mano delle forze di occupazione israeliane nel 2019. Lo stesso giorno un uomo palestinese è stato colpito e gravemente ferito dalle forze israeliane in Cisgiordania.

Amal al-Taramsi, 44 anni, è morta a est di Gaza City dopo che le hanno sparato con proiettili veri alla testa durante le manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno. Secondo il gruppo per i diritti umani con sede a Gaza “Al Mezan”, quando è stata colpita si trovava a 200 metri dalla barriera di confine.

Al-Taramsi è la terza donna ad essere uccisa durante la serie di proteste iniziate il 30 marzo dello scorso anno. Le altre due vittime sono state la dottoressa Razan al-Najjar e la quattordicenne Wesal al-Sheikh Khalil.

Più di 180 palestinesi sono stati uccisi durante le dimostrazioni della Grande Marcia del Ritorno che si sono tenute lungo i confini orientali e settentrionali di Gaza.

Secondo Al Mezan, le forze israeliane hanno anche lanciato di proposito candelotti lacrimogeni contro i corpi di palestinesi durante le proteste di venerdì, ferendo 68 persone.

Paramedici e giornalisti presi di mira

Il paramedico volontario Mustafa al-Sinwar, 22 anni, è rimasto gravemente ferito quando è stato colpito alla gola da un lacrimogeno mentre svolgeva il suo lavoro durante le manifestazioni a est di Khan Younis, a sud di Gaza.

Husni Salah, 25 anni, fotogiornalista che lavora per l’agenzia di notizie AFP [Agenzia France Presse, ndtr.], è stato colpito al volto con un candelotto lacrimogeno mentre stava informando sulle proteste lungo il confine centro-orientale di Gaza.

Anche un altro giornalista, Hussein Karsou, 44 anni, è stato colpito al volto da un lacrimogeno a est di Gaza City.

Circa 150 palestinesi sono rimasti feriti durante le proteste di venerdì. Un filmato mostra una persona che sarebbe stata gravemente ferita dopo essere stata colpita alla testa.

Il ministero della Salute di Gaza ha affermato che, da quando sono iniziate, circa 14.000 persone sono state ricoverate in ospedale per le ferite riportate durante le manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno.

I dimostranti chiedono la fine dell’assedio israeliano contro il territorio e che i rifugiati palestinesi possano esercitare il loro diritto al ritorno alle terre da cui le loro famiglie sono state espulse nel periodo della fondazione di Israele nel 1948.

Due terzi dei più di due milioni di abitanti di Gaza sono rifugiati, molti dei quali originari delle terre che si trovano appena al di là della barriera di confine di Israele.

Nel contempo nella Cisgiordania occupata un uomo palestinese è stato colpito da un civile israeliano e da soldati.

L’esercito israeliano sostiene che Ghazi Skafi, 35 anni, ha cercato di accoltellare dei soldati a un posto di controllo militare nella colonia di Kiryat Arba [colonia di stremisti nazional-religiosi, ndtr.], nei pressi di Hebron.

Un video mostra che l’uomo è stato colpito due volte, prima da un uomo con abiti civili e poi da un soldato in uniforme. “Uccidilo” dice nel filmato in inglese un uomo non ripreso dalla telecamera.

Si sentono anche persone che assistono alla scena affermare “Dio è buono, dio è buono” e “Brucia all’inferno, stronzetto” in inglese con accento nordamericano.

Il video mostra Skafi steso sulla strada con sopra una coperta. La cinepresa si sposta verso destra e mostra a terra quello che sembra un piccolo coltello.

Secondo quanto riferito dai media, Skafi è stato curato all’ospedale per ferite all’addome e alle gambe.

Lo scorso anno le forze israeliane e civili armati hanno ucciso 15 palestinesi responsabili, o presunti tali, di attacchi contro israeliani in Cisgiordania.

Incursioni a Ramallah

Questa settimana per cinque giorni consecutivi le forze israeliane hanno fatto incursioni a Ramallah, la sede dell’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania, e nella vicina città di al-Bireh.

Gli attacchi hanno avuto luogo nel contesto di una caccia all’uomo alla ricerca di un palestinese che la scorsa settimana ha aperto il fuoco contro un autobus che trasportava coloni israeliani, ferendone uno.

Le forze di occupazione hanno fatto irruzione in negozi ed hanno sequestrato riprese di telecamere di sicurezza.

Un’abitante di Ramallah si è servita di Twitter per descrivere come le incursioni hanno colpito la sua vita familiare.

Durante gli attacchi giovani palestinesi si sono scontrati con le forze di occupazione israeliane.

All’inizio della settimana le forze israeliane hanno arrestato Assem Barghouti, che Israele accusa di aver perpetrato l’aggressione armata in cui il mese scorso sono rimasti feriti a morte due soldati in Cisgiordania.

È anche accusato da Israele di essere coinvolto in un’altra sparatoria in Cisgiordania a dicembre, in cui una donna israeliana incinta è stata gravemente ferita. Il suo bambino, nato prematuro, è morto pochi giorni dopo il parto indotto.

Israele ha incolpato Saleh Barghouti, fratello di Assem, di essere l’uomo armato che ha perpetrato l’attacco.

Lo scorso mese il gruppo palestinese per i diritti umani Al-Haq ha fatto un pressante appello riguardo al caso di Saleh Barghouti al Gruppo di Lavoro dell’ONU per le Persone Forzatamente o Involontariamente Scomparse.

Secondo la documentazione di Al-Haq, compresi testimoni oculari, Barghouti è stato catturato vivo il 12 dicembre. Qualche ora dopo la sua scomparsa, i media israeliani hanno informato che Barghouti era stato ucciso da Yamam, un’unità speciale della polizia di frontiera di Israele.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Condannato a 35 anni di carcere un diciassettenne: minori palestinesi e giustizia israeliana

Akram Al-Waara

4 gennaio 2019, Middle East Eye

Le famiglie palestinesi accusano i tribunali israeliani di procrastinare deliberatamente le udienze in modo che i loro figli ricevano sentenze più pesanti

Ramallah, Cisgiordania occupata – Sono passati quasi 3 anni da quando Omar Rimawi è stato arrestato per aver colpito e ucciso un colono israeliano in un supermercato della Cisgiordania occupata. Aveva 14 anni.

Da allora l’adolescente è rimasto dietro le sbarre. La sua famiglia attende con ansia la sentenza finale di condanna del figlio, che si prevede verrà emessa da un giudice militare israeliano il 14 gennaio.

Sono stati tre anni di agonia,” dice a Middle East Eye il padre di Omar, il cinquantunenne Sameer Rimawi. “Ogni volta che il tribunale si riunisce pensiamo che sarà il giorno [della sentenza], ma non è ancora arrivato.”

Quando è entrato in prigione era un ragazzino, ora ha 17 anni, quasi 18,” dice suo padre.

Nei tre anni in cui Omar è stato in prigione, i tribunali militari israeliani hanno ignorato le pressioni da parte della famiglia e degli avvocati e rifiutato di emettere la sentenza contro il ragazzo del villaggio di Beituniya, nella parte centrale della Cisgiordania occupata.

La famiglia Rimawi è convinta che il tribunale stia rimandando la sentenza contro Omar per una semplice ragione: dato che è più grande, il tribunale può giustificare il fatto di comminargli una condanna più pesante in carcere, una tattica che i difensori dei diritti umani affermano essere una prassi usuale del sistema giudiziario israeliano.

Ogni anno che passa il rischio di una sentenza più grave aumenta,” dice Sameer Rimawi della vicenda del figlio.

La famiglia aveva sperato che nei confronti di Omar si sarebbe esercitata una certa clemenza per via dell’età, ma queste speranze si sono infrante quando Ayham Sabbah, amico di Omar, è stato condannato a 35 anni di prigione.

Ayham, che ora ha anche lui 17 anni, era con Omar il giorno dell’accoltellamento, ed entrambi sono accusati di aver portato a termine insieme l’aggressione.

Ayham non aveva ancora 18 anni quando lo hanno condannato a 35 anni di carcere,” dice Rimawi, e aggiunge che il pubblico ministero israeliano aveva chiesto per Omar l’ergastolo e il pagamento di una multa di 5 milioni di shekel (circa 1.180.000 €).

Preghiamo dio che Omar non debba subire la stessa sorte, ma sappiamo che Israele non si preoccupa dei diritti dei minori.”

Nel modesto soggiorno del suo appartamento di tre camere da letto a Beituniya, Bassem Sabbah siede calmo con le gambe incrociate e le dita intrecciate.

Quando gli si chiede di suo figlio Ayham, l’insegnante palestinese si irrigidisce e le mani iniziano ad agitarsi.

Il 17 dicembre ha ricevuto la peggiore notizia della sua vita: Ayham, il maggiore dei suoi due figli adolescenti, è stato condannato a 35 anni di carcere e gli è stato imposto di pagare una multa di 1.25 milioni di shekel (quasi 300.000 €).

Siamo rimasti scioccati,” dice Bassem a MEE. “Ayham era solo un bambino quando è stato arrestato – lo è ancora, non è neppure maggiorenne.”

La famiglia della vittima, il soldato israeliano ventunenne Tuvia Yanai Weissman, che all’epoca era in congedo, ha detto di essere rimasta delusa perché l’adolescente palestinese non è stato condannato all’ergastolo. Nell’attacco un altro uomo era rimasto ferito.

Due ragazzi in Israele

Ayham e Omar sono stati arrestati il 18 febbraio 2016 dalle forze israeliane nel supermercato “Rami Levy” nell’area industriale di Shaar Binyamin.

All’epoca del loro arresto i due sono stati colpiti e gravemente feriti da un passante. La famiglia sostiene che dopo l’arresto Ayham non è stato curato e i suoi diritti in quanto minorenne sono stati ripetutamente violati.

É stato interrogato in ospedale mentre era in condizioni critiche, senza la presenza mia, di sua madre e neppure del suo avvocato,” dice Bassem, aggiungendo che Ayham è stato obbligato a firmare documenti in ebraico, una lingua che non capisce.

Da allora l’adolescente è stato tenuto nella prigione israeliana di Ofer per l’uccisione di Weissman. Ayham è comparso più di 30 volte davanti al tribunale militare israeliano.

Il tribunale ha avuto più di 30 possibilità di emettere una sentenza, ma ha solo temporeggiato, affermando di aspettare nuove prove o testimonanze contro Ayham,” dice Bassem.

Ma, afferma Bassem, le nuove prove e le testimonianze oculari non sono mai arrivate.

Di solito la famiglia di un accusato non vorrebbe che le prove a carico vengano ammesse in aula,” dice Bassem. “Ma noi abbiamo pregato il giudice di accettare in tribunale come prova la ripresa delle telecamere di sorveglianza del giorno dell’aggressione.”

In realtà volevamo che il tribunale accettasse la prova in modo da concludere il caso ed emettere la sentenza contro Ayham al più presto,” afferma.

La famiglia credeva che, nonostante i tentativi della procura di ottenere l’ergastolo, il giudice sarebbe stato clemente dato che Ayham era un ragazzino e non aveva ancora raggiunto la pubertà al momento dell’attacco.

In base alle leggi internazionali e dei diritti umani si dovrebbero prendere in considerazione alcuni fattori quando si mette in prigione e si condanna un bambino,” dice suo padre. “Ma il tribunale israeliano non ne ha tenuto conto.”

Trentacinque anni non è solo una condanna pesante, è scandalosa,” continua Bassem. “Ayham era solo un bambino, non capiva quello che stava facendo.”

Quando gli si chiede perché Ayham, descritto dai genitori come un ragazzo studioso e giocoso, abbia commesso una simile azione, Bassem indica la finestra verso l’esterno.

Guarda l’occupazione tutt’intorno,” afferma. “Perché un bambino lascerebbe i suoi libri e il pallone per accoltellare qualcuno? A causa di quello che gli israeliani hanno fatto alla nostra terra, di come ci hanno aggrediti, arrestati e uccisi per anni con l’occupazione, giorno dopo giorno.

È questo che fa pensare ai ragazzini palestinesi: quale futuro avrò sotto questa occupazione? Questo li porta a commettere un’aggressione.”

Agli occhi della corte

Ogni anno circa 700 palestinesi della Cisgiordania al di sotto dei 18 anni sono processati da tribunali militari israeliani, che, secondo i gruppi per i diritti umani “Addameer” [“Coscienza”, ong palestinese che si occupa dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, ndtr.] e “Defense for Children International – Palestine” [Difesa Internazionale dei Minori – Palestina] (DCIP), vantano una percentuale di condanne del 99,7%.

Le leggi militari israeliane consentono che i bambini della Cisgiordania occupata e di Gaza dai 12 anni in su vengano condannati a pene detentive.

Fino a pochi anni fa la prassi israeliana consentiva che i minori palestinesi di un’età dai 16 anni in su fossero giudicati e condannati dai tribunali militari israeliani come adulti.

Nonostante un ordine militare del 2011 che alzava da 16 a 18 anni l’età della responsabilità giuridica dei palestinesi nel sistema dei tribunali militari, gli analisti sostengono che la prassi di giudicare ragazzini dai 16 anni in su come se fossero adulti è rimasta per lo più invariata.

Ci sono linee guida per le sentenze che limitano la possibilità del tribunale di condannare un minore a una lunga pena detentiva se ha meno di 15 anni,” dice a MEE Dawoud Yousef, analista per i diritti umani che risiede in Cisgiordania.

Per cui quello che tendono a fare i tribunali è di aspettare finché hai 16 anni in modo da poterti condannare come un adulto,” continua. “In teoria, ragazzini con meno di 18 anni non dovrebbero essere condannati a 35 anni, ma non ci sono norme o disposizioni che impediscano ai tribunali di farlo.”

Secondo Yousef, la ragione per cui le corti militari israeliane ritardano le condanne di minori palestinesi è duplice.

Non solo i tribunali militari perseguono indiscriminatamente il massimo della pena per i palestinesi, ma è anche una questione di immagine di fronte alla comunità internazionale,” afferma Yousef.

Alcuni gruppi per i diritti umani da tempo accusano i tribunali militari israeliani di fungere da “corti fantoccio” che, invece di funzionare come sistema di giustizia e per chiedere conto di reati, sono utilizzate come strumento di dominio, come estensione della sovranità israeliana nei territori palestinesi occupati.

Per lo Stato di Israele è estremamente importante che questi tribunali continuino a conservare almeno una parvenza di legittimità internazionale,” continua Yousef.

Così in molti casi questo vuol dire aspettare finché i ragazzini sono più grandi, e che lo sembrino anche fisicamente, il che consente ai tribunali di giustificare condanne a pene più lunghe.”

Oggetti taglienti

Solo due settimane prima che Ayham Sabbah venisse condannato, Israele ha liberato, dopo tre anni di prigione, i detenuti palestinesi Shadi Farrah e Ahmad al-Zaatari, entrambi quindicenni.

I due ragazzi, titolari di carte d’identità di Gerusalemme, sono stati arrestati nel 2015 a 12 anni con l’accusa di tentato omicidio, facendo di loro i prigionieri palestinesi più giovani del momento.

Le forze israeliane sostenevano che al momento del loro arresto i ragazzini fossero in possesso di oggetti affilati e stessero progettando di attuare un’aggressione nella zona.

Nonostante la loro recisa smentita che i ragazzini stessero pianificando una qualunque sorta di aggressione, nel novembre 2016 le famiglie Farrah e Zaatari hanno accettato un patteggiamento che ha visto i ragazzini condannati a tre anni, compreso il periodo già scontato, in un carcere minorile israeliano.

Siamo stati obbligati ad accettare il patteggiamento, benché i ragazzini non avessero fatto niente di male,” dice a MEE la madre di Shadi, Fariha Farrah.

Il pubblico ministero ci ha minacciati, affermando che se non avessimo accettato il patteggiamento, avrebbero iniziato a rimandare la condanna di Shadi fino al compimento dei 14 anni, nel qual caso avrebbe ricevuto una condanna ancora più lunga,” afferma la quarantenne.

A differenza dei minorenni palestinesi della Cisgiordania, quelli palestinesi con residenza a Gerusalemme est o con cittadinanza israeliana sono giudicati dai tribunali penali israeliani, non da corti militari.

In base alle leggi del codice penale israeliano, i minorenni con meno di 14 anni possono essere condannati solo a pene da scontare in strutture per minori. Una volta che abbiano superato i 14 anni, possono scontare la pena in una struttura carceraria insieme a prigionieri palestinesi adulti.

In quelli che Israele definisce casi “di sicurezza” – in genere riferendosi a casi in cui palestinesi sono accusati di aggredire israeliani – i minori palestinesi di Gerusalemme incarcerati non ricevono pene ridotte. Per ogni condanna o imputazione che prevede una pena massima al di sopra dei sei mesi, i minori dai 14 anni in su vengono condannati a pene uguali a quelle degli adulti.

Il pubblico ministero non ha prodotto alcun testimone che potesse deporre contro Shadi, ma il tribunale ha iniziato a rimandare e rimandare la sentenza senza alcuna ragione, “continua Farrah. “Stavamo facendo una corsa contro il tempo per essere sicuri che Shadi ricevesse una sentenza prima di compiere 14 anni.”

Avevamo visto quello che era successo ad Ahmed Manasra, come hanno iniziato a rinviare la sentenza, e questo ci ha terrorizzati tanto da accettare il patteggiamento,” sostiene.

Pochi mesi prima della condanna di Shadi, nel novembre 2016, un tribunale israeliano aveva condannato il quattordicenne Ahmad Manasra a 12 anni di prigione per tentato omicidio.

Manasra, il cui processo ha fatto notizia, aveva solo 13 anni quando lui e suo cugino hanno colpito e ferito gravemente due israeliani nei pressi di una colonia israeliana nella Gerusalemme est occupata.

Israele è stato universalmente criticato per aver rimandato la condanna di Manasra fin dopo il compimento dei 14 anni, età in cui era abbastanza grande perché in base alle leggi israeliane gli venisse comminata una detenzione più pesante.

Quello stesso anno i tribunali israeliani hanno condannato a lunghe pene detentive per tentato omicidio molti altri minori palestinesi di Gerusalemme che sarebbero stati coinvolti in presunte aggressioni all’arma bianca tra il 2015 e il 2016.

Doppio standard

Ognuna delle famiglie Rimawi, Sabbah e Farrah ha espresso le stesse rimostranze: se i ruoli fossero stati invertiti, questo non sarebbe avvenuto.

Sappiamo che in queste situazioni il razzismo è uno dei fattori decisivi,” dice Bassem a MEE.

Se un colono israeliano minorenne uccidesse un palestinese, pensi che gli toccherebbe la stessa sorte di mio figlio? Assolutamente no,” afferma.

Gli israeliani che attacchino o uccidano dei palestinesi sono giudicati, ammesso che lo siano, nei tribunali civili,” sostiene Rimawi. “Ma se un minore palestinese lancia una pietra, viene giudicato da un tribunale militare. Che razza di sistema giudiziario è questo?”

Sabbah e gli altri genitori segnalano casi di minori, e adulti, israeliani che hanno ucciso o aggredito dei palestinesi e se la sono cavata con condanne molto meno pesanti dei loro figli, e persino senza nessuna condanna.

Guarda il caso dei ragazzi che hanno rapito e bruciato vivo Mohammed Abu Khdeir nel 2014,” dice Sabbah, sottolineando il fatto che uno degli adolescenti condannati sta scontando una condanna a 21 anni, rispetto ai 35 di Ayham Sabbah.

Guarda Elor Azaria,” dice Fariha Farrah, “è stato ripreso in un video mentre giustiziava Abd al-Fattah al-Sharif, e ha passato 8 mesi in prigione.”

Farrah aggiunge che, durante il processo a suo figlio Shadi, l’avvocatessa israeliana della famiglia stava difendendo anche un colono israeliano minorenne che aveva aggredito un soldato israeliano.

Il ragazzo israeliano che stava difendendo è stato rilasciato e gli è stata comminata una lieve ammenda, ed egli aveva aggredito uno dei loro soldati,” afferma. “Mio figlio aveva 12 anni ed è stato in prigione per 3 anni perché avrebbe “pianificato” un attacco, quando non ha neppure alzato le mani su qualcuno.”

All’inizio della scorsa estate l’Alta Corte israeliana ha rilasciato un colono israeliano coinvolto nel 2015 nell’incendio di una casa palestinese che ha ucciso un neonato palestinese e i suoi genitori della famiglia Dawabsheh.

La Corte ha liberato il colono dopo che aveva trascorso due anni in prigione con il pretesto che era minorenne al momento del gravissimo attacco. Gli sono stati comminati gli arresti domiciliari.

Hanno bruciato vivo un neonato, e l’hanno fatta franca,” dice Farrah.

Quello che fanno per i minori israeliani dovrebbero farlo anche per quelli palestinesi,” continua Sabbah.

In tutto il mondo i minorenni non sono giudicati come gli adulti, anche se hanno fatto un errore,” dice.

C’è una cosa chiamata infanzia – che dovrebbe essere rispettata. Ma sotto occupazione, i nostri ragazzini stanno passando la loro infanzia in prigione.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




L’IDF non indaga sulle morti di palestinesi ma le insabbia

Hagai El-Ad

1 gennaio 2019, + 972

L’esercito israeliano vorrebbe condurre indagini sui palestinesi che uccide o ferisce. L’unico problema? Non è in grado di farlo seriamente.

Poco più di un anno fa, l’ultimo giorno dell’ottobre 2017, Muhammad Musa e sua sorella Latifah stavano viaggiando verso Ramallah per fare delle commissioni. Poco dopo che si erano filmati in un corto video lungo il percorso, alcuni soldati aprivano il fuoco contro la loro auto nei pressi dell’incrocio di Halamish. Latifah rimaneva ferita, Muhammad ucciso. Lui aveva 26 anni.

L’inchiesta di B’Tselem sulla sua uccisione è stata resa pubblica circa 5 settimane dopo e includeva una serie di racconti di testimoni oculari come dichiarazioni di paramedici che erano arrivati sul posto. Uno di questi testimoni, Muhammad Nafe’a, è stato identificato con nome e cognome, foto, indirizzo e occupazione.

Eppure circa sei mesi dopo, nel maggio 2018, la “Military Police Investigations Unit” [Unità Investigativa della Polizia Militare] (MPIU) stranamente ha scritto a B’Tselem che sarebbe stata molto grata “di avere le informazioni personali complete di Muhammad Nafe’a per contattarlo e per fare in modo che rilasciasse la sua dichiarazione in materia.”

Benvenuti nell’universo parallelo noto come “inchieste della MPIU”. In questo universo le “inchieste” procedono alla velocità della luce e l’esercito – che controlla totalmente la Cisgiordania e non ha molti problemi ad avere nelle sue mani i palestinesi – agisce come se non potesse individuare un testimone senza l’assistenza di un’organizzazione per i diritti umani, persino quando i suoi dati sono a disposizione di chiunque, insieme al resto delle prove di un’inchiesta indipendente resa pubblica da molto tempo.

Se questa fosse una commedia, la goffaggine e l’assurdità di tutto ciò sarebbero veramente divertenti. Ma questa è realtà, non teatro. Fare indagini sulle uccisioni è estremamente importante, sia in termini di giustizia per le vittime che per evitare il ripetersi di altri incidenti.

La penosa esibizione nell’”inchiesta” sull’uccisione di Muhammad Musa non è un’eccezione – è parte di una politica di lunga data di un sistema di applicazione delle leggi militari che colpisce centinaia, se non più, di casi di uccisioni, ferimenti e violenze. La vasta esperienza acquisita da B’Tselem nel corso di decenni, mentre cercava di promuovere l’assunzione di responsabilità, ha dimostrato che il sistema non ha nessun interesse reale nel promuovere indagini e nel rendere giustizia alle vittime. Il suo principale obiettivo è creare l’apparenza di un sistema giudiziario funzionante, mentre in realtà insabbia i reati e protegge quelli che provocano danni senza giustificazione.

Ecco i dati: dall’inizio della Seconda Intifada, alla fine del 2000, fino al 2015 B’Tselem ha chiesto alla MPIU di aprire un’inchiesta su 739 casi in cui soldati hanno ucciso o in qualche modo danneggiato palestinesi. Il 97% di questi casi sono stati chiusi sia dopo che è stata condotta un’“inchiesta”, sia persino senza che fosse neppure iniziata. Solo in 25 casi sono stati presentati capi d’accusa. Il numero di sentenze è naturalmente persino molto più basso. Inutile dire che quasi nessuno è stato ritenuto colpevole.

Questi dati sono il risultato diretto del modo in cui funziona il sistema. In primo luogo, esso è inaccessibile ai palestinesi che presentano una denuncia – le vittime che si suppone protegga. In secondo luogo, le indagini si trascinano per mesi, persino per anni, e sono quasi esclusivamente basate su interrogatori con i sospetti e in qualche caso con le vittime, invece che su prove esterne. Senza prove la Procura Militare per le Questioni Operative, che riceve le pratiche delle inchieste, può chiuderle proprio per questa ragione.

La Procura Generale militare, che è incaricata sia di dare indicazioni all’esercito in merito alla legalità delle sue azioni e direttive, sia di decidere se iniziare un’indagine sugli incidenti scaturiti da quelle stesse azioni e direttive, si trova in un conflitto di interessi. Come se non bastasse, l’intero sistema si limita a verificare la condotta dei soldati sul terreno invece di quella degli alti ufficiali e dei decisori politici. In queste circostanze la sua idoneità a fare realmente giustizia è estremamente ridotta.

Circa due anni e mezzo fa B’Tselem ha deciso di smettere di chiedere all’esercito israeliano di aprire inchieste e di essere complice degli insabbiamenti della MPIU. Da allora l’organizzazione ha continuato a condurre indagini indipendenti sui casi in cui le forze di sicurezza colpiscono palestinesi ed ha fatto inchieste sulla maggior parte degli incidenti in cui civili palestinesi sono stati uccisi. B’Tselem non contatta più la MPIU, ma rende noti i propri risultati all’opinione pubblica, come per la morte di Muhammad Musa e di centinaia di persone come lui.

Benché la posizione di B’Tselem sia pubblica e ben nota, i funzionari della MPIU occasionalmente inviano ancora all’organizzazione ogni sorta di richieste riguardanti loro “indagini”. A volte chiedono informazioni che sono già state rese pubbliche, altre volte chiedono di aiutarli a trovare testimoni che l’esercito non ha nessuna difficoltà a trovare, e così via.

B’Tselem ha ricevuto simili richieste riguardanti l’uccisione di Ahmad Zidani, un palestinese diciassettenne che è stato ucciso dalle forze di sicurezza mentre stava scappando da loro; o di Ali Qinu, anche lui di 17 anni, che è stato colpito alla testa dai soldati; o di Ahmad Salim, 28 anni, colpito a morte in testa; o di Muhammad Musa.

Recentemente B’Tselem ha ricevuto un’altra lettera dalla MPIU relativa a quello che questa definisce “le circostanze della morte di Muhammad Habali,” un palestinese con problemi mentali che è stato colpito alla testa da soldati all’inizio di dicembre. I soldati hanno sparato da una distanza di circa 80 metri mentre Habali si stava allontanando di corsa da loro; non rappresentava un pericolo. Nella lettera l’investigatore della MPIU afferma che condurrà un’”inchiesta approfondita”, e chiede le riprese video e le informazioni per prendere contatto con un testimone. B’Tselem ha già messo in rete le riprese video inedite complete. La ripetuta richiesta della MPIU di informazioni per avere dati personali la dice lunga sulla vera natura delle sue inchieste.

Ed ecco la risposta che B’Tselem ha inviato al comandante della MPIU col. Gil Mamon:

Nella sua lettera lei ci ha contattato riguardo all’‘avvenimento riguardante la morte di Muahammad Habali’ a Tulkarem il 4 dicembre 2018.

A quanto pare la carta non arrossisce. Tuttavia, dato che lei si è superato, è necessario mettere le cose in chiaro e precisare che quello a cui lei si riferisce come la ‘circostanza della morte’ è stata l’uccisione da lontano di un passante da parte di un soldato.

Inoltre nella sua lettera lei sottolinea che ha intenzione di condurre un’‘inchiesta approfondita’ per ‘scoprire la verità’. Tuttavia, dati i nostri anni di esperienza con il meccanismo di insabbiamento denominato MPIU, la prima parte non è vera, e la seconda non avverrà.

Per inciso, notiamo che, contrariamente al modo in cui nella sua lettera ha scritto il nome dell’organizzazione, non si tratta di un acronimo. Il nostro nome è una parola biblica, B’Tselem, ‘nell’immagine di’. Vedi Genesi 1:27: ‘E dio creò l’uomo a sua immagine. Nell’immagine di dio lo creò.’”

B’Tselem è impegnata a continuare il suo lavoro indipendente documentando le violazioni dei diritti umani commesse dalle forze di sicurezza nei territori occupati e la mancanza dell’obbligo di rendere conto di questi atti da parte delle autorità dello Stato. L’organizzazione tuttavia continuerà il suo lavoro senza il sistema di applicazione delle leggi militari, che perpetua questa violenza sul terreno. Collaborare con questo inganno non è solo semplicemente inutile, ma è dannoso, in quanto conferisce credibilità a un sistema che dovrebbe essere condannato, consentendogli di continuare a legittimare violazioni dei diritti umani.

Non si tratta solo di una questione teorica. La totale mancanza di responsabilizzazione per l’uccisione e la violenza significa che esse verranno sicuramente ripetute. È per questo che B’Tselem continuerà a fare indagini, a renderle pubbliche e a svelare la verità riguardo all’insabbiamento della cosiddetta applicazione della legge – finché l’occupazione non avrà termine.

L’autore è il direttore esecutivo di B’Tselem, il Centro di Informazione Israeliano per i Diritti Umani nei Territori Occupati. Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta in ebraico su “Local Call” [Chiamata Locale, sito israeliano di notizie affiliato a +972, ndtr.].

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 18 -31 dicembre 2018 (due settimane)

A Gaza, durante le manifestazioni del venerdì, tenute vicino alla recinzione perimetrale, cinque palestinesi sono stati colpiti e uccisi dalle forze israeliane ed altri 275 sono rimasti feriti.

Quattro dei morti, tra cui un ragazzo di 16 anni, sono stati colpiti con armi da fuoco il 21 dicembre, data in cui sono stati registrati scontri più violenti rispetto a quelli avvenuti nei venerdì delle precedenti settimane. Secondo quanto riferito, un pallone che trasportava un ordigno esplosivo è atterrato nel sud di Israele, vicino ad un asilo, ma non è esploso. La quinta vittima, un uomo con disabilità mentale, è stata colpita alla testa il 28 dicembre, durante una manifestazione. Dal 30 marzo 2018, data di inizio della “Grande Marcia di Ritorno”, sono 180 i palestinesi uccisi a Gaza durante le proteste. Secondo il Ministero della Salute di Gaza, tra le persone ferite durante il periodo di riferimento [275], 214 sono state ricoverate in ospedale: il 46% di esse presentava ferite da armi da fuoco; i rimanenti feriti [61] sono stati soccorsi sul posto.

A Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento in almeno 34 occasioni non riferibili agli eventi della “Grande Marcia di Ritorno”; una persona è stata ferita. Nei pressi della costa di Rafah, due barche da pesca sono state affondate dal tiro degli israeliani; i pescatori sono stati salvati da un’altra barca da pesca [palestinese]. In sei occasioni le forze israeliane sono entrate nella Striscia di Gaza (nella zona settentrionale e centrale) ed hanno effettuato operazioni di scavo e di spianatura del terreno nelle vicinanze della recinzione perimetrale.

In Cisgiordania, presso un incrocio stradale, le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro un veicolo in avvicinamento, uccidendo uno dei passeggeri, un ragazzo palestinese di 17 anni. L’episodio è avvenuto il 20 dicembre vicino all’ingresso dell’insediamento [colonico] di Beit El (Ramallah). Il conducente del veicolo e altri due passeggeri sono rimasti illesi e sono stati rilasciati poco dopo. Secondo fonti israeliane, l’autista non si sarebbe attenuto all’ordine di fermarsi impartito dai soldati; l’autista contesta questa versione. Le autorità israeliane hanno annunciato l’apertura di un’indagine. Il 26 dicembre, in un altro episodio accaduto al posto di blocco di Huwwara (Nablus), un palestinese è stato ferito con arma da fuoco; secondo quanto riferito, avrebbe tentato di guidare il suo veicolo contro soldati e coloni; non sono stati segnalati ferimenti di israeliani.

In Cisgiordania, durante diversi scontri, sono stati feriti dalle forze israeliane ventidue palestinesi, tra cui almeno due minori. Dodici di questi ferimenti sono stati registrati all’ingresso dei villaggi di Beita e Urif (entrambi a Nablus) e nella città di Qalqiliya, durante scontri occasionali; quattro in Kafr Qaddum (Qalqiliya), durante le manifestazioni settimanali contro le restrizioni all’accesso; e altri quattro durante le operazioni di ricerca-arresto nei Campi profughi di Ad Duhaisha (Betlemme) e Balata (Nablus). In totale, le forze israeliane hanno condotto 163 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 187 palestinesi, tra cui 17 minori.

In Area C e Gerusalemme Est, citando la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito o costretto i proprietari palestinesi a demolire quattro strutture, sfollando una famiglia. Uno degli episodi si è verificato nella Comunità beduina palestinese di Mikhmas (Gerusalemme), dove sono stati presi di mira una casa ed una latrina finanziata da donatori. Le altre due strutture demolite, una delle quali ad opera dei proprietari, erano case in costruzione a Gerusalemme Est. Nel 2018, Israele ha demolito o sequestrato 459 strutture palestinesi (il 10% in più rispetto al 2017), provocando lo sfollamento di 472 persone, il numero più basso da quando, nel 2009, OCHA ha iniziato a registrare sistematicamente le demolizioni.

Nella città di Ramallah, alla fine del periodo di riferimento, erano ancora chiuse due strade principali e lunghe attese sono state segnalate per l’attraversamento di diversi checkpoint della Cisgiordania. I principali accessi a Ramallah da est (checkpoint DCO) e da ovest (porta Deir Ibzi) erano stati chiusi il 13 dicembre, dopo che palestinesi avevano sparato e ucciso due soldati israeliani. In almeno 63 circostanze, le forze israeliane hanno istituito “checkpoint temporanei” (non presidiati in modo permanente) per periodi di tempo variabili; tale numero [63] è tre volte superiore alla media dei casi analoghi registrati dall’inizio del 2018; fatto che ha sconvolto l’accesso delle persone ai servizi ed ai mezzi di sostentamento.

In quattordici episodi di violenza da parte di coloni sono stati feriti dodici palestinesi: dieci nel corso di aggressioni fisiche e due dal lancio di pietre; inoltre sono stati vandalizzati almeno 380 alberi e 69 veicoli [di seguito i dettagli]. In uno degli episodi (accaduto il 24 dicembre, nella zona H2 della città di Hebron), un gruppo di coloni ha fatto irruzione nel Centro Giovanile contro la Colonizzazione, si è scontrato con i palestinesi, ferendone sette e danneggiando una recinzione che circonda il Centro. Secondo fonti della comunità locale, in altri cinque episodi coloni hanno vandalizzato circa 380 ulivi nei villaggi di As Sawiya, Burqa (entrambi a Nablus), Turmus’ayya (Ramallah), Tarqumiya e Khirbet a Tawamin (entrambi a Hebron). Inoltre, in Deir Sharaf, As Sawiya (entrambi a Nablus), Yasuf (Salfit) e a Gerusalemme Est, coloni israeliani hanno forato le gomme di 69 veicoli e imbrattato i muri di case palestinesi con scritte “Questo è il prezzo”. Nel 2018, l’OCHA ha registrato 265 episodi in cui coloni israeliani hanno ucciso o ferito palestinesi, o hanno danneggiato proprietà palestinesi, segnando un incremento del 69% rispetto al 2017.

Secondo quanto riportato da media israeliani, a causa del lancio di pietre da parte di palestinesi, quattro coloni israeliani, tra cui una donna e un bambino, sono rimasti feriti e almeno 26 veicoli sono stati danneggiati. Gli episodi si sono verificati su strade vicine a Ramallah, Betlemme, Hebron e Gerusalemme.

Il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, tra Gaza e l’Egitto è stato aperto per dieci giorni in entrambe le direzioni e un giorno per il solo ingresso in Gaza. Un totale di 1.934 persone sono entrate a Gaza e 2.443 ne sono uscite. Dal 12 maggio 2018 il valico è stato aperto quasi continuativamente, cinque giorni a settimana.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




La Betlemme dell’immaginario cristiano occidentale contrasta fortemente con la realtà dell’occupazione

Ghada Karmi

26 dicembre 2018, Middle East Eye

Presunto luogo di nascita di Gesù Cristo, Betlemme occupa un posto centrale nella fede cristiana. Eppure sono molti i fedeli che ignorano che questa città si trova in Palestina e che è soggetta alla spietata occupazione di Israele

O little town of Bethlehem/How still we see thee lie/Above thy deep and dreamless sleep/The silent stars go by” (“Oh, piccola città di Betlemme/Dormi tranquillamente/Al di sopra del tuo sonno profondo e senza sogni/ passano le stelle silenziose”), intona il celebre canto natalizio anglosassone. La vigilia di Natale, la messa di mezzanotte ha risuonato nella chiesa della Natività a Betlemme, secondo la leggenda luogo di nascita di Gesù Cristo, che proclamò che avrebbe portato “la pace agli uomini sulla Terra”.

La vera Betlemme

Niente è più lontano dalla verità dell’immagine di una Betlemme calma e tranquilla trasmessa da questo canto di Natale scaturito dalla pia immaginazione di un cristiano occidentale dell’epoca vittoriana. Generazioni di bambini cristiani l’hanno imparata e il suo potere mitico è tale per cui pochi tra loro sanno dove si trovi Betlemme e quale sia la vera situazione.

Recentemente un’amica inglese molto colta che conosco da anni è rimasta sorpresa di sapere che Betlemme si trova in Palestina. Nella sua mente la città era più una leggenda che un luogo reale e, se avesse dovuto associarla a una comunità, sarebbe stato a quella ebraica.

Ora, la città che ho visto durante una visita in Palestina all’inizio dell’anno era un simulacro del luogo evocato da questo canto di Natale e una messa in discussione senza appello del cristianesimo occidentale per avere vilmente fallito nel sostenere uno dei suoi santuari più sacri. Nella Betlemme di oggi, il sonno “senza sogni” sembra piuttosto un incubo, e la città non potrà essere “calma” che quando finirà l’occupazione israeliana.

Il vandalismo brutale di Israele

Betlemme ed i villaggi che la circondano, Beit Jala e Beit Sahour, figurano tradizionalmente tra i luoghi più cristiani della Palestina, anche se oggi Betlemme è abitata da una maggioranza di musulmani.

Prima dell’occupazione israeliana del 1967 la città era un importante centro sociale, culturale ed economico, così come uno dei luoghi più antichi della Palestina. Il suo nome, Beit Lahem (Casa di Lahem) risale all’epoca cananea [dalla popolazione che visse in Palestina prima degli ebrei, ndtr.], quando ospitava il santuario del dio cananeo Lahem.

L’architettura di Betlemme testimonia della sua ricca storia. Al periodo romano e poi bizantino, al quale risale la costruzione nel 327 della chiesa della Natività da parte dell’imperatrice Elena sopra la grotta dove sarebbe nato Gesù, fecero seguito le conquiste musulmane nel 637, l’occupazione dei crociati nel 1099 fino alla riconquista della Palestina da parte del Saladino nel 1187, poi all’inizio del XVI secolo la dominazione degli ottomani, che costruirono i bastioni della città, fino al Mandato britannico dal 1922 al 1948.

Nel 1967 Israele occupò Betlemme e il resto della Cisgiordania durante la guerra dei Sei Giorni e nel 1995, in seguito agli accordi di Oslo, la città venne trasferita all’Autorità Nazionale Palestinese, anche se rimase sotto il complessivo controllo di Israele. Nessuno dei periodi storici che hanno preceduto l’occupazione israeliana ha avuto un livello di vandalismo e di distruzioni simile a quello che avviene attualmente.

Mentre percorrevo in auto i 9 km che separano Gerusalemme da Betlemme ho sbagliato strada e mi sono ritrovata su un’autostrada moderna dove non si vedeva nessun automobilista palestinese. Ero finita per caso su una circonvallazione riservata agli ebrei, una delle due che circondano Betlemme per servire le colonie dei dintorni.

Ho subito capito lo scopo dell’operazione: affermare che nella regione vivono solo gli ebrei.

Un luogo triste

Ventidue colonie israeliane circondano Betlemme, tagliando le sue uscite e confiscando le sue terre agricole. Dominando le colline attorno, queste colonie ospitano più abitanti di tutta Betlemme e dei suoi dintorni. A nord si trova Har Homa, una colonia costruita nel 2000 su una collina una volta densamente ricoperta di boschi, Jabal Abu Ghneim.

Israele ha sradicato gli alberi di Jabal Abu Ghneim e li ha sostituiti con delle case monotone, tutte identiche, minacciando inoltre di trasformare il luogo in una copia di Betlemme per turisti. Nokidim, a est, è l’attuale luogo di residenza dell’ex-ministro della Difesa israeliano, l’ultranazionalista Avigdor Lieberman.

Dal 2015 Israele ha chiuso l’accesso alla fertile valle di Betlemme, Cremisan, ai suoi proprietari palestinesi, e lo scorso giugno ha annunciato uno sviluppo massiccio delle colonie situate lungo la strada che unisce Gerusalemme a Betlemme.

La tomba di Rachele, monumento storico di Betlemme sulla strada principale che porta a Gerusalemme e zona tradizionalmente animata da negozi e ristoranti, ora è riservata esclusivamente agli ebrei e il suo acceso è impedito ai palestinesi dal muro di separazione.

I fedeli musulmani che venerano la tomba (e che l’hanno costruita) non possono più andarci. È un luogo triste, deserto, senza vita. All’ombra del muro la maggior parte dei negozi ha chiuso le porte e, man mano che il cerchio di stringe attorno a Betlemme, presto non ne resterà più nessuno.

L’implacabile penetrazione di Israele nel cuore di Betlemme è senza appello. La città è deliberatamente isolata dietro l’impressionante barriera di separazione, circondata da posti di controllo, e la sua economia è strangolata. Una volta la sua principale risorsa era il turismo, che richiamava due milioni di visitatori all’anno e vantava un prospero mercato di souvenir, soprattutto di sculture di legno d’ulivo e di madreperla fatte a mano.

Era anche una ricca regione agricola, dotata di una prospera industria vinicola. Oggi la maggior parte delle sue terre è stata confiscata da Israele e le restrizioni draconiane imposte dalle autorità israeliane agli spostamenti verso e da Betlemme hanno notevolmente ridotto il numero di turisti e di pellegrini.

Attualmente, con una popolazione di 220.000 abitanti, di cui 20.000 rifugiati, Betlemme ha il tasso di disoccupazione più alto dei territori palestinesi occupati, subito dopo Gaza.

Salvare Betlemme

Durante il mio ultimo soggiorno a Betlemme sono andata all’hotel Walled Off, all’entrata di Betlemme. Lì ho vissuto un’esperienza impressionante dell’occupazione israeliana. L’hotel in effetti è un’installazione creata dall’artista britannico Banksy per mettere in luce la tragica sorte di Betlemme.

L’unica vista che si possa contemplare dalle finestre dell’hotel è quella dell’orrendo muro costruito da Israele, le cui immense lastre grigie non sono che a qualche metro. Sporgendosi in avanti si possono quasi toccare. Mi ricordo di come le sue sinistre torri di guardia e le sue telecamere di sorveglianza mi abbiano oppressa. Era una scena uscita direttamente da un film dell’orrore.

Per ora, e nonostante le delegazioni della Chiesa, le visite papali e le pubbliche espressioni di preoccupazione, niente di quanto hanno fatto i cristiani ha frenato o arrestato la distruzione da parte di Israele di una città particolarmente sacra per la cristianità. E allora, se non possono fare niente per salvare Betlemme, smettano almeno di intonare un canto che si prende gioco della triste realtà della città.

– Ghada Karmi è medico, docente universitaria e scrittrice palestinese.

Le opinioni espresse in questo articolo impegnano solo l’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Una questione che ogni americano deve affrontare: apartheid israeliana o democrazia USA?

Ramzy Baroud

25 dicembre 2018, Middle East Monitor

Bahia Amawai è una cittadina statunitense e una logopedista texana che aiuta bambini autistici e non udenti a superare la loro disabilità.

Nonostante la fondamentale e nobile natura del suo lavoro, è stata licenziata dal distretto scolastico indipendente di Pflugerville, che fornisce servizi nella zona di Austin.

Ogni anno Amawai firma un contratto annuale che le consente di svolgere la propria attività senza interruzioni. Tuttavia quest’anno qualcosa è cambiato.

Incredibilmente il distretto scolastico ha deciso di aggiungere al contratto una clausola che chiede agli insegnanti e ad altri dipendenti di impegnarsi a non boicottare Israele “per tutta la durata del loro contratto.”

L’“impegno” ora è parte della sezione 2270.001 del codice del governo del Texas ed è stabilito nel contratto con una formulazione chiara, in modo che chi desidera lavorare o continuare a conservare un impiego con il governo del Texas non trovi alcuna scappatoia per evitare di essere penalizzato:

“‘Boicottare Israele’ significa rifiutarsi di aver a che fare con, interrompere attività economiche con o comunque prendere qualunque iniziativa che intenda penalizzare, infliggere un danno economico o limitare i rapporti commerciali espressamente con Israele o con una persona o un ente che faccia affari in Israele o nel territorio controllato da Israele…”

Il fatto che il Texas consideri inaccettabile persino il boicottaggio di attività economiche che avvengono nelle colonie ebraiche illegali nella Cisgiordania occupata lo mette in contrasto con le leggi internazionali e di conseguenza con la grande maggioranza della comunità internazionale.

Ma non esprimiamo subito un giudizio affrettato, condannando il Texas per essere l’infame e stereotipato “selvaggio West”, come dipinto persino negli stessi mezzi di comunicazione degli Stati Uniti. Infatti il Texas non è che una piccola parte di una massiccia campagna governativa americana intesa a soffocare la libertà di parola come sancita dalla stessa costituzione del Paese.

Venticinque Stati degli USA hanno già approvato leggi contro il boicottaggio di Israele o hanno emesso decreti che prendono di mira le reti di appoggio al boicottaggio, mentre altri Stati stanno per seguirne l’esempio.

A livello del governo federale, la legge contro il boicottaggio di Israele del Congresso, accolta con entusiasmo dai parlamentari USA, intende sanzionare e incarcerare chi boicotta Israele.

Mentre c’è una forte opposizione della società civile contro così evidenti violazioni dei principi basilari della libertà di parola, quelli che fanno campagna a favore di Israele sono impazziti.

Il Texas – che ha approvato e messo in pratica leggi che criminalizzano l’appoggio al boicottaggio di Israele, come sostenuto dal movimento della società civile palestinese per il Boicottaggio il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) – continua a indicare la strada ad altri Stati.

Nella città texana di Dickinson, che lo scorso anno è stata devastata dall’uragano Harvey, alle vittime dell’uragano è stato chiesto di firmare un impegno a non boicottare Israele in cambio di aiuti umanitari di primo soccorso.

Per gli abitanti sfollati della città dev’essere stato assolutamente sconcertante apprendere che le misere provviste che stavano per ricevere dipendevano dal loro appoggio al governo di estrema destra del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Ma al momento questo è il triste stato della democrazia negli USA, in cui gli interessi di un Paese relativamente piccolo e lontano sono diventati il centro delle politiche del governo USA, in patria e all’estero.

I facoltosi sostenitori di Israele stanno lavorando mano nella mano con gli influenti gruppi della lobby israeliana a Washington, ma anche a livello statale e persino cittadino per fare in modo che il boicottaggio di Israele sia punibile per legge.

Molti politici USA stanno rispondendo all’insensata richiesta della lobby di criminalizzare in tutto il Paese il dissenso politico. Benché in realtà a molti di loro non interessi affatto o non comprendano neppure realmente la natura del dibattito relativo al BDS, essi sono disposti a fare uno sforzo in più (fino a violare la sacralità del loro stesso sistema democratico) per guadagnarsi il favore della lobby, o almeno per evitarne la collera.

Negli USA la campagna contro il BDS è iniziata seriamente pochi anni fa e, a differenza della strategia del BDS, ha evitato tentativi dal basso, concentrandosi invece sulla rapida creazione di un organismo ufficiale per il lavoro legale che metta sul banco degli imputati chi boicotta Israele.

Benché il linguaggio giuridico messo insieme in fretta e furia sia stato coraggiosamente sfidato e, a volte, completamente ribaltato dagli avvocati e dalle organizzazioni della società civile, la strategia israeliana è riuscita a mettere sulla difensiva i sostenitori del BDS.

Questo limitato successo può essere attribuito ai potenti amici di Israele che hanno risposto generosamente ed energicamente ai tamburi di guerra di Tel Aviv.

Il magnate del gioco d’azzardo di Las Vegas Sheldon Adelson ha impugnato le redini del comando. Ha preso l’iniziativa formando l’“Unità Operativa Maccabea”, che ha raccolto milioni di dollari per lottare contro quello che fonti ufficiali israeliane definiscono come una minaccia letale per Israele e la delegittimazione del Paese come “Stato ebraico”.

Una delle principali strategie che il campo israeliano ha proposto nella discussione è l’ingannevole nozione che il BDS chieda di boicottare gli ebrei, invece del boicottaggio di Israele in quanto Stato che viola le leggi internazionali e numerose risoluzioni delle Nazioni Unite.

Un Paese che pratica il razzismo come se nulla fosse, difende la segregazione razziale e costruisce muri dell’apartheid non merita altro che il boicottaggio totale. Questo è il livello minimo di responsabilità morale, politica e giuridica, considerando che gli USA, come altri Paesi, hanno l’obbligo di onorare e rispettare le legge internazionali a questo proposito.

Tuttavia gli USA, incoraggiati dalla mancanza dell’obbligo di pagarne le conseguenze, continuano a comportarsi allo stesso modo di Paesi che Washington attacca in continuazione per il loro comportamento antidemocratico e per la violazione dei diritti umani.

Se eventi così bizzarri – il licenziamento di insegnanti e il fatto di subordinare l’aiuto in base a prese di posizione politiche – avvenissero per esempio in Cina, Washington avrebbe guidato una campagna internazionale di condanna dell’intransigenza e della violazione dei diritti umani da parte di Pechino.

Molti americani devono ancora comprendere come la sudditanza degli Stati Uniti ai voleri politici di Israele stia pregiudicando la loro vita quotidiana. Ma con sempre maggiori restrizioni legali di questo tipo, persino l’americano medio si ritroverà presto a lottare per diritti politici basilari che, come Bahia Amawai, ha sempre dato per scontati.

Sicuramente Israele può aver avuto successo nell’obbligare alcune persone a non impegnarsi apertamente nell’appoggiare il BDS, ma alla fine perderà anche questa battaglia.

Soffocare le voci della società civile raramente funziona per molto tempo, e la campagna anti-BDS, che ora è arrivata al cuore del governo USA, è destinata prima o poi a suscitare un dibattito a livello nazionale.

Difendere l’apartheid israeliana è più importante per gli americani che conservare la natura fondamentale della loro democrazia?

Questa è una domanda a cui ogni americano, indipendentemente da quello che pensa dell’apparentemente lontano conflitto mediorientale, deve rispondere, e con urgenza.

Le opinioni esposte in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Airbnb e Israele: il voltafaccia sulla presenza nelle colonie sarebbe peggio che stare zitti

Kieron Monks

Domenica 23 dicembre 2018, Middle East Eye

Il caso di Airbnb potrebbe rivelarsi uno spartiacque che potrebbe consolidare e far progredire il movimento BDS oppure renderlo di nuovo marginale

In base a standard particolarmente bassi, l’iniziale decisione di Airbnb di interrompere le attività nelle colonie illegali della Cisgiordania è sembrata lodevole. La non complicità in crimini di guerra non dovrebbe costituire un livello molto alto in termini di responsabilità sociale d’impresa, ma decine di imprese internazionali che tranquillamente fanno profitti nelle colonie non lo soddisfano.

Perciò va riconosciuto qualche merito a Airbnb per aver almeno ammesso la realtà.

Una pratica dannosa

Molta più fiducia, ovviamente, è dovuta agli attivisti e ai gruppi per i diritti umani che hanno passato anni a spiegare al colosso globale degli annunci quanto sbagliate e dannose fossero le sue attività nei territori occupati e quanto gravemente contraddicessero i valori progressisti professati dall’azienda.

Organizzazioni come Human Rights Watch (HRW) e la US Campaign for Palestinian Rights [Campagna USA per i Diritti dei Palestinesi] (USCPR) sono state capaci di rompere la cortina fumogena di espressioni come “territorio conteso” e “status controverso”, per mostrare che le colonie sulla terra palestinese occupata non sono nient’altro che un’impresa criminale in base all’articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra.

Nessuna seria autorità, dalla Corte Internazionale di Giustizia al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, lo mette in discussione.

La decisione di Airbnb ha coinciso con lo storico rapporto di HRW ‘Bed and Breakfast su terra rubata’, che dettagliava la provenienza oscura degli annunci messi a disposizione dei turisti, che offrono viste favolose e servizi moderni. Molti si trovano in colonie su terreni di proprietà privata palestinese che sono stati rubati da banditi armati, sia coloni che soldati.

I veri proprietari, esclusi da quelli che ora sono diventati terreni vietati, devono vedere la loro proprietà data in affitto a stranieri.  Il rapporto di HRW segnala che i profitti derivanti dagli annunci di Airbnb producono un notevole flusso di introiti che aiuta a sostenere l’impresa criminale.  

Feroce reazione violenta

Sembra ragionevole ipotizzare, come fa Michael Koplow del Forum sulla Politica di Israele, che Airbnb non sapesse veramente in che cosa si stesse cacciando con la sua avventura in una delle dispute più aspre e accese del mondo.

La successiva, feroce reazione da parte di dirigenti del governo e di gruppi di pressione statunitensi ed israeliani, comprese minacce di querela e aperte accuse di antisemitismo, era ovviamente difficile da ignorare. La notizia che i dirigenti di Airbnb avevano iniziato colloqui di controllo dei danni con il ministero israeliano del Turismo, che aveva fatto della questione un’assoluta priorità, non ha destato sorpresa.

Ma adesso l’azienda si trova messa all’angolo, e rilascia dichiarazioni contraddittorie con due discorsi diversi, il che le procura solo disprezzo da entrambe le parti. Ogni ambiguo tentativo di placare la situazione non fa che aumentare la pressione e la visibilità del caso. Al momento, gli annunci per le colonie si trovano ancora sul sito di Airbnb.

È diventato un problema gigantesco. Questo episodio, inizialmente una storica vittoria per il BDS, potrebbe però trasformarsi in una sconfitta che accelera un più ampio ridimensionamento del movimento che ha fucili puntati su di esso in termini legali negli Stati Uniti e in Europa. L’appoggio al boicottaggio di Israele viene rapidamente criminalizzato, dal ‘Decreto contro il boicottaggio di Israele’ del senatore Ben Cardin fino a leggi dei singoli Stati che obbligano i logopedisti a firmare giuramenti di fedeltà.

Mentre il movimento BDS ha conseguito straordinari risultati, quali l’entrata nel Congresso di sostenitori del BDS come Ilhan Omar e Rashida Tlaib [due parlamentari elette nelle ultime elezioni di medio termine, ndtr.], non ha mai affrontato grandi minacce.

Il caso di Airbnb potrebbe essere uno spartiacque che consolida e promuove il movimento di boicottaggio, oppure renderlo di nuovo marginale, ponendo anche un’interessante domanda strategica agli attivisti BDS, se possa valere la pena focalizzare la loro campagna sulle colonie, se è quello che può far guadagnare terreno.  

Pesante responsabilità

Ora che Airbnb è finita, forse inconsapevolmente, in mezzo a un plotone di esecuzione che la circonda, l’ impresa si è trovata con una responsabilità poco invidiabile.

Qualunque altra cinica impresa che opera in Cisgiordania può borbottare delle scuse per “non venire coinvolta in questioni politiche”, abbassare la testa e continuare a fare soldi. Ma Airbnb ha alzato la testa, ha riconosciuto i fatti e l’ingiustizia messa in luce dai promotori della campagna, ed ha affermato – anche se non esattamente con queste parole – di non voler far parte di un’impresa criminale. 

Fare marcia indietro adesso, con la completa consapevolezza della realtà dei fatti, dopo una serie di incontri segreti con dirigenti del governo israeliano, impegnati a fondo a vendere all’ingrosso crimini di guerra, e con leader della stessa criminale impresa coloniale, sarebbe molto più vergognoso delle azioni di altre aziende che operano in Cisgiordania, che non hanno mai preteso di rispondere alla propria coscienza. 

Non esiste una via d’uscita facile. Se Airbnb “sospendesse l’attuazione” della politica di disdetta, si potrebbe comunque aspettare un’altra violenta reazione da parte di gruppi per i diritti umani e di attivisti della solidarietà con la Palestina, che potrebbe mettere in luce la bancarotta morale dell’azienda ed essere in sintonia con i giovani cittadini progressisti delle aree metropolitane che costituiscono buona parte del mercato principale dell’azienda.

Airbnb deve soppesare questo rispetto alla furia e ai colpi degli apologeti delle colonie, che faranno del loro meglio per dare una punizione esemplare. Con la prospettiva di una IPO (Offerta Pubblica Iniziale, per quotarsi in borsa) attesa per l’anno prossimo, gli imperativi commerciali peseranno fortemente sul giudizio.

Quando Airbnb è stata contattata da MEE per un commento, ha rilasciato la stessa dichiarazione del 17 dicembre, che dice: “Airbnb ha espresso il suo inequivocabile rifiuto del movimento BDS ed ha comunicato il proprio impegno a sviluppare i propri affari in Israele, permettendo a più turisti da tutto il mondo di godere delle meraviglie del Paese e del suo popolo.”

Un grave biasimo

Possiamo solo sperare che vengano fatte anche altre considerazioni. Per un colosso internazionale da molti miliardi di dollari come Airbnb, dichiarare aperto sostegno a flagranti crimini di guerra e violazioni di diritti umani sarebbe un grave insulto al concetto stesso di leggi internazionali e diritti umani.

Una simile decisione darebbe legittimità all’impresa coloniale israeliana e delegittimerebbe i suoi oppositori. Comunicherebbe ai governi e agli uomini d’affari in tutto il mondo che le leggi sono un optional e le violazioni possono essere convenienti.

Spereremmo probabilmente troppo se ci aspettassimo un comportamento etico da parte di un’azienda senza priorità che vadano oltre il suo bilancio. La direzione deve provenire dal basso, così come gli attivisti e i gruppi per i diritti umani che sono stati una spina nel fianco dell’impresa coloniale, con alleanze solo transitorie e di convenienza con le potenze commerciali.

Ma se Airbnb decidesse di dare la sua approvazione ai crimini di guerra apponendo il proprio logo su proprietà rubate mentre i proprietari non hanno prospettive di giustizia, l’ impresa potrebbe almeno smettere di pretendere di avere valori degni di questo nome e tenere la bocca chiusa la prossima volta che si pone la questione.

Kieron Monks vive a Londra e scrive per testate tra cui CNN, The Guardian e Prospect Magazine, occupandosi di movimenti sociali, sport e i rapporti reciproci tra questi due ambiti.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)