Rapporto OCHA del periodo 3 – 16 settembre 2019 (due settimane)

Nel corso delle dimostrazioni palestinesi della “Grande Marcia di Ritorno” (GMR), svolte nella Striscia di Gaza in prossimità della recinzione israeliana che la delimita, le forze israeliane hanno ucciso due minori e ferito altri 437 palestinesi, tra cui 200 minori.

I due ragazzi uccisi, di 14 e 17 anni, sono stati colpiti il 6 settembre, in due manifestazioni ad est di Jabaliya e di Gaza City. Il coordinatore speciale delle Nazioni Unite Nickolay Mladenov ha condannato le uccisioni, affermando che Israele deve “usare la forza letale solo come ultima risorsa, e solo in risposta alla minaccia imminente di morte o lesioni gravi”. Questi episodi portano a 46 il numero di minori uccisi durante le proteste della GMR, dal loro inizio nel marzo 2018. Ottantuno (81) delle persone ferite durante il periodo di riferimento, tra cui 31 minori, sono state colpite con proiettili di arma da fuoco. Secondo fonti israeliane, alcuni dimostranti hanno raggiunto la recinzione e lanciato ordigni esplosivi contro le forze israeliane, senza provocare vittime.

In diverse occasioni, i palestinesi hanno lanciato razzi verso il sud di Israele; in seguito a tali lanci le forze israeliane hanno compiuto una serie di bombardamenti con carri armati e attacchi aerei, prendendo di mira basi militari di Gaza. Non sono state segnalate vittime da entrambe le parti. Secondo fonti israeliane, uno dei razzi ha causato danni a una casa in una comunità nel sud di Israele.

In almeno 20 occasioni le forze israeliane, per far rispettare le restrizioni di accesso [imposte ai palestinesi], hanno aperto il fuoco di avvertimento in aree adiacenti alla recinzione perimetrale [lato Gaza] e al largo della costa di Gaza; nessuna vittima è stata segnalata. Le forze israeliane hanno effettuato tre incursioni [nella Striscia] ed hanno svolto operazioni di spianatura del terreno vicino alla recinzione. In separati episodi, le forze israeliane hanno arrestato sei palestinesi mentre, a quanto riferito, tentavano di violare la recinzione.

L’8 settembre è morto un 47enne palestinese di Nablus che stava scontando una pena in una prigione israeliana. Nel periodo di riferimento si sono svolte diverse manifestazioni di protesta per questa morte ed in solidarietà con i prigionieri palestinesi in sciopero della fame. Secondo l’Associazione dei prigionieri palestinesi, l’uomo, che soffriva di cancro, è morto a causa di negligenza medica. Era stato condannato nel 2015 per l’uccisione di due coloni israeliani.

In numerosi scontri in tutta la Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, le forze israeliane hanno ferito un totale di 187 palestinesi, tra cui 89 minori [segue dettaglio]. La maggior parte delle lesioni (120) sono state riportate nel corso di due episodi in cui le forze israeliane, a seguito del lancio di pietre da parte di palestinesi, hanno sparato bombolette di gas lacrimogeno in un quartiere della zona H2 (a controllo israeliano) di Hebron. Altri 58 palestinesi, tra cui un bambino di sei anni colpito alla testa da una bombola di gas lacrimogeno, sono rimasti feriti in vari scontri nella città di Al ‘Eizariya (Gerusalemme); alcuni degli scontri sono scoppiati durante le proteste a sostegno dei prigionieri palestinesi. A Gerusalemme Est, le forze israeliane hanno fatto irruzione in una moschea nel quartiere di Al ‘Isawiya e si sono scontrate con i fedeli; nonostante un’intesa raggiunta all’inizio di settembre tra la polizia israeliana ed i leader della comunità, la situazione nel quartiere è rimasta tesa. Inoltre, cinque palestinesi sono rimasti feriti nella manifestazione settimanale a Kafr Qaddum (Qalqiliya) e a Kafr Malik (Ramallah), nel corso di una protesta a sostegno dei prigionieri [palestinesi].

Il 7 settembre, un ragazzo palestinese di 15 anni ha accoltellato e ferito due israeliani nel villaggio di ‘Azzun (Qalqiliya). A quanto riferito, i due, padre e figlio 17enne, erano entrati nel villaggio per un appuntamento dal dentista. [A seguito dell’aggressione] le forze israeliane hanno chiuso il cancello che controlla l’accesso principale al villaggio ed hanno avviato un’operazione di ricerca dell’assalitore che, più tardi, si è consegnato alle forze di sicurezza palestinesi; il cancello è stato poi riaperto il giorno seguente.

In tutta la Cisgiordania, le forze israeliane hanno compiuto un totale di 128 operazioni di ricerca-arresto, arrestando 90 palestinesi. La maggior parte delle operazioni è stata effettuata nei governatorati di Gerusalemme (35 operazioni, di cui almeno 13 nel quartiere di Al ‘Isawiya di Gerusalemme Est) e di Ramallah (29 operazioni).

Nel mezzo dei preparativi per la raccolta delle olive, coloni israeliani hanno effettuato otto attacchi che hanno provocato due feriti e danni a proprietà palestinesi. In tre episodi separati, coloni che si ritiene provenienti dall’insediamento di Yitzhar e dagli avamposti circostanti, hanno compiuto incursioni nei vicini villaggi di Madama, ‘Einabus e ‘Asira al Qibliya (Nablus): hanno tagliato circa 100 ulivi, scagliato pietre contro case, vandalizzato veicoli e si sono scontrati con i residenti. Le forze israeliane, intervenute durante gli scontri scoppiati nel villaggio di Madama, hanno sparato bombolette di gas lacrimogeno: una di esse ha colpito un ragazzo palestinese in faccia. Finora quest’anno, oltre 4.870 ulivi sono stati vandalizzati da assalitori che si ritiene siano coloni. In un altro incidente, coloni israeliani hanno assaltato fisicamente una famiglia palestinese che stava facendo un pasto all’aperto vicino al villaggio di Jibya (Ramallah), ferendo il padre. Coloni, a quanto riferito, provenienti dall’ex insediamento di Homesh (Nablus), evacuato nel 2005, hanno aperto il fuoco verso venditori palestinesi vicino al villaggio di Burqa; non sono state segnalate vittime. In altri quattro episodi, coloni hanno lanciato pietre, danneggiando case e automobili palestinesi nella zona H2 della città di Hebron, nel villaggio di Beitin e vicino agli insediamenti colonici di Beit El (Ramallah) e Ariel (Salfit).

A motivo della mancanza di permessi rilasciati da Israele, un totale di 23 strutture di proprietà palestinese sono state demolite in Area C ed in Gerusalemme Est, sfollando 29 persone [segue dettaglio]. La maggior parte degli sfollamenti sono stati causati dalla demolizione di quattro ricoveri abitativi; i ricoveri erano stati forniti come assistenza umanitaria a Umm Fagarah, una comunità situata  nel sud di Hebron, in un’area designata [da Israele] come “zona per esercitazioni a fuoco” dedicata all’addestramento dei militari [israeliani]. A Khirbet ‘Atuf (Tubas), una comunità situata in un’area designata [da Israele] come riserva naturale, le autorità israeliane hanno demolito cinque cisterne d’acqua che erano state donate alla Comunità come aiuto umanitario: oltre 250 residenti subiscono ripercussioni per la demolizione che ha anche causato il danneggiamento di oltre 470 alberi. A Gerusalemme Est, otto strutture, tra cui due edifici in costruzione, sono state demolite in un’area vicina alla Barriera. Le forze israeliane hanno anche sequestrato materiali per il ripristino di strutture abitative, forniti come assistenza alla comunità di As Safeer (Hebron), situata nell’area chiusa dietro la Barriera.

Secondo fonti israeliane, in tre occasioni, palestinesi hanno lanciato pietre contro veicoli israeliani che percorrevano strade nella zona di Betlemme, causando danni a un numero imprecisato di automobili. Palestinesi hanno anche lanciato una bottiglia incendiaria contro l’insediamento colonico israeliano di Ofra (Ramallah), senza causare vittime o danni.

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Ultimi sviluppi (successivi al periodo di riferimento)

Il 18 settembre, al checkpoint di Qalandiya, che controlla l’accesso a Gerusalemme Est dal nord, le forze israeliane hanno sparato, uccidendo una donna che, a quanto riferito, aveva tentato una aggressione con un coltello.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

ð  sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina:  https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2:  Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO;  e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Rapporto ONU su crisi economica in Palestina

L’Onu segnala il gravissimo collasso dell’economia palestinese

11 settembre 2019 – Middle East Monitor

 

Ieri la conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD) ha avvertito riguardo al gravissimo collasso dell’economia palestinese a causa delle misure distruttive dell’occupazione israeliana.

In un rapporto l’UNCTAD afferma che le prestazioni dell’economia palestinese e le condizioni umanitarie hanno raggiunto nel 2018 e all’inizio del 2019 il livello minimo da sempre.  Aggiunge: “Nel territorio palestinese occupato, nel 2018 il livello di crisi dovuto al tasso di disoccupazione ha continuato ad aumentare, arrivando al 31%: al 52% a Gaza e al 18% in Cisgiordania.”

Afferma anche: “Il salario reale e la produttività del lavoro sono diminuiti. Nel 2017 il salario reale e la produttività per singolo lavoratore sono stati rispettivamente inferiori del 7% e del 9% rispetto ai livelli del 1995.”

Il reddito pro capite si è ridotto, la disoccupazione di massa è aumentata, la povertà si è accentuata e sia nella Striscia di Gaza che in Cisgiordania è aumentato il degrado ambientale causato dall’occupazione.

In conseguenza delle misure dell’occupazione israeliana, “l’economia di Gaza ha subito una contrazione del 7% ed è aumentata la povertà, gli investimenti sono praticamente scomparsi, scendendo al 3% del PIL, di cui l’88% è stato destinato alla ricostruzione delle infrastrutture distrutte durante varie pesanti operazioni militari negli ultimi 10 anni.”

Secondo la UNCTAD il rallentamento dell’economia in Cisgiordania “si spiega con la diminuzione dell’appoggio da parte dei donatori, la contrazione del settore pubblico e il deterioramento generale della sicurezza, il che ha scoraggiato le attività del settore privato.”

“La partecipazione complessiva della produzione nel valore aggiunto totale si è ridotta dal 20% all’11% del PIL tra il 1994 e il 2018, mentre la partecipazione dell’agricoltura e della pesca è diminuita da più del 12% a meno del 3%.”

“Al popolo palestinese viene negato il diritto di sfruttare le risorse di petrolio e gas naturale e pertanto lo si priva di migliaia di milioni di dollari di entrate”, aggiunge.

La UNCTAD ha ancora aggiunto: “La comunità internazionale deve aiutare il popolo palestinese a garantire il proprio diritto al petrolio e al gas nel territorio palestinese occupato e stabilire la sua legittima partecipazione alle risorse naturali, che sono proprietà collettiva di diversi Stati vicini nella regione.”

Nel contempo l’organizzazione sostiene: “Nel marzo 2019 il governo di Israele ha iniziato a ridurre di 11,5 milioni di dollari al mese le entrate di liquidità palestinese [si riferisce alle tasse che Israele riscuote e che dovrebbe poi girare all’ANP, ndtr.] … Questo impatto fiscale è aggravato dalla diminuzione dell’appoggio dei donatori.”

 

 

(traduzione dallo spagnolo di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA 20 agosto- 2 settembre 2019

Il 31 agosto, un palestinese è morto per ferita d’arma da fuoco: era stato colpito dalle forze israeliane nel corso di una manifestazione della “Grande Marcia del Ritorno” (GMR) tenutasi il giorno precedente [nella Striscia di Gaza], vicino alla recinzione che separa Israele dalla Striscia. Durante il periodo in esame, nel corso di proteste connesse alla GMR, sono stati feriti dalle forze israeliane 483 palestinesi; 236 (tra cui 96 minori) sono stati ricoverati in ospedale; 99 erano stati colpiti con armi da fuoco. Fonti israeliane hanno riferito che contro le forze israeliane sono state lanciate bottiglie incendiarie e ordigni esplosivi. Un soldato israeliano è rimasto ferito.

 

Il 23 agosto, vicino all’insediamento israeliano di Dolev (Ramallah), una ragazza israeliana di 17 anni è stata uccisa e suo padre e suo fratello sono stati gravemente feriti da un ordigno artigianale esploso nei pressi di un fontanile. In conseguenza di tale avvenimento le forze israeliane hanno effettuato vaste operazioni di ricerca nei villaggi vicini, in particolare a Deir Ibzi’, hanno istituito checkpoint volanti nell’area ed hanno arrestato numerosi palestinesi.

 

Gruppi armati palestinesi hanno lanciato dieci missili e proiettili di mortaio dalla Striscia di Gaza verso Israele. Fonti israeliane hanno riferito che nella città di Sderot, nel sud di Israele, una casa in costruzione è stata danneggiata e due persone sono rimaste ferite. L’aeronautica israeliana ha effettuato una serie di attacchi aerei sulla Striscia di Gaza, contro aree aperte e siti militari, senza provocare vittime. Inoltre, sempre in risposta al lancio di razzi, Israele ha dimezzato la quantità di carburante che Gaza può importare per il funzionamento della sua Centrale Elettrica [nota: Israele ha il controllo sulle merci in entrata/uscita da Gaza]; la normale fornitura di carburante è stata ripristinata il 1° settembre.

 

In almeno 23 occasioni, allo scopo di far rispettare [ai palestinesi] le restrizioni di accesso [alle aree della Striscia a loro interdette], le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento nelle aree di Gaza adiacenti alla recinzione perimetrale ed al largo della costa; è stato segnalato un ferito. Sempre vicino alla recinzione, le forze israeliane hanno fatto due incursioni all’interno della Striscia e compiuto operazioni di spianatura del terreno; hanno anche arrestato quattro palestinesi che, secondo quanto riferito, tentavano di forzare la recinzione.

 

Il 27 agosto, nella città di Gaza, a seguito di esplosioni verificatesi presso due posti di blocco della polizia, tre poliziotti palestinesi sono morti ed altre nove persone, tra cui due minori ed una donna, sono rimasti feriti. Secondo i media, le esplosioni sarebbero da attribuire ad attentatori suicidi; tuttavia, nessuna organizzazione ne ha rivendicato la responsabilità e sull’accaduto è in corso un’indagine della polizia.

 

In Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, nel corso di numerosi scontri, le forze israeliane hanno ferito 146 palestinesi. Quasi il 90% dei feriti sono stati trattati per inalazione di gas lacrimogeni; i rimanenti erano stati colpiti da proiettili di gomma o erano stati aggrediti fisicamente. La maggior parte dei feriti (120) sono stati registrati nell’area H2 della città di Hebron, controllata da Israele. In tale area, in due occasioni, in risposta al lancio di pietre da parte di palestinesi, le forze israeliane hanno sparato gas lacrimogeni contro case palestinesi. Altri 11 [dei 146] palestinesi sono rimasti feriti durante operazioni di ricerca-arresto condotte nella città di Al ‘Eizariya (governatorato di Gerusalemme), nel quartiere di Al’ Isawiya (Gerusalemme Est), nel Campo Profughi di Tulkarm e nel villaggio di Anabta (gli ultimi due si trovano in Tulkarm). I restanti ferimenti [15] si sono avuti nel corso di due proteste; una a Kafr Qaddum (Qalqiliya) contro la violenza dei coloni e l’espansione degli insediamenti, e l’altra ad Abu Dis (Gerusalemme) a sostegno dei prigionieri [palestinesi nelle carceri israeliane].

 

Nei villaggi e nelle città della Cisgiordania, le forze israeliane hanno svolto 166 operazioni di ricerca-arresto, la maggior parte delle quali si sono svolte a Ramallah (46), Gerusalemme (33) ed Hebron (31). Durante tali operazioni sono stati arrestati circa 150 palestinesi.

 

Nel contesto di aggressioni compiute da coloni israeliani, o individui ritenuti tali, un palestinese è stato ferito e sono stati causati rilevanti danni a proprietà palestinesi. Il 30 agosto, un agricoltore palestinese, mentre stava lavorando la sua terra, è stato aggredito fisicamente e ferito da una guardia di sicurezza del vicino insediamento colonico di El’azar (Betlemme). In un altro caso, coloni dell’insediamento di Efrata (Betlemme) hanno abbattuto 70 viti appartenenti al villaggio palestinese di Khallet Sakariya. In seguito all’uccisione di una ragazza israeliana (vedi sopra), decine di coloni si sono radunati all’incrocio di Huwwara (Nablus) e hanno lanciato pietre contro auto palestinesi, danneggiandone almeno 20. In altri quattro episodi, 14 auto sono state vandalizzate nei villaggi di Rafat e Haris (Salfit ), Al Lubban ash Sharqiya e Sinjil (Ramallah). Sempre ad Haris, coloni sono stati ripresi da telecamere mentre spruzzavano scritte sui muri della sede del Consiglio del villaggio, della clinica sanitaria e di una moschea. Nella zona H2 della città di Hebron, coloni hanno rioccupato una casa palestinese, dalla quale, per ordine del tribunale [israeliano], erano stati sfollati lo scorso anno.

 

In Area C e Gerusalemme Est, a causa della mancanza di permessi rilasciati da Israele, sono state demolite otto strutture di proprietà palestinese. Di conseguenza, 19 persone sono state sfollate, metà delle quali a causa della demolizione di un edificio residenziale del quartiere Beit Hanina di Gerusalemme Est. In Tubas, quasi 700 palestinesi sono stati colpiti dalla demolizione di un bacino idrico che riforniva cinque Comunità beduine palestinesi, una moschea ed una residenza in costruzione vicino alla città di Hebron.

 

In due occasioni, secondo fonti israeliane, palestinesi hanno lanciato pietre contro veicoli israeliani che viaggiano su strade della Cisgiordania vicino a Gerusalemme, causando danni a un’auto e un autobus.

 

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

ð  sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina:  https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2:  Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

 

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

 

 




Laburismo israeliano e colonizzazione

Come il partito Laburista israeliano ha concepito le colonie ebraiche illegali in Palestina

 

Ramzy Baroud

24 agosto 2019  Middle East Monitor

 

 

Dopo la vittoria israeliana nella guerra del 1967 diventò impossibile per gli ideologi sionisti mascherare la vera natura del loro Stato: un regime colonialista inflessibile con un progetto espansionista.

Anche se il sionismo fu fin da principio un’impresa coloniale, molti sionisti rifiutarono di vedere se stessi come colonizzatori. I “sionisti culturali”, i “sionisti riformisti” e i “sionisti laburisti” sostenevano progetti politici simili a quelli dei “revisionisti” [la corrente sionista di destra, ndtr.] e di altre forme estreme di sionismo. Quando venne messa alla prova, la differenza tra il sionismo di sinistra e di destra dimostrò di essere una semplice semantica ideologica. Entrambi i gruppi lavorarono per mantenere la stessa dissonanza cognitiva: vittime alla ricerca di una patria e coloni con un progetto razzista e violento.

Questo paradigma intellettuale egoista è ancora in vigore oggi, più definito nei discorsi politici apparentemente conflittuali dei partiti di destra (Likud e altri partiti nazionalisti religiosi e di estrema destra) e di sinistra (laburista e altri) israeliani. Per i palestinesi, tuttavia, entrambe le correnti politiche sono due facce della stessa medaglia.

Dopo la decisiva vittoria israeliana nella guerra del giugno 1967, il nazionalismo ebraico acquisì un nuovo significato. Nacque l’“esercito invincibile” di Israele, e anche gli ebrei scettici cominciarono a vedere Israele come uno Stato vittorioso, che ora era una forza regionale, se non internazionale, di cui tener conto. Cosa altrettanto importante, furono i cosiddetti “progressisti di sinistra” israeliani e altri “sionisti moderati” che progettarono completamente il periodo più riprovevole della storia.

L’occupazione israeliana del Sinai, delle Alture del Golan, di Gerusalemme est, della Cisgiordania e di Gaza e la distruzione degli eserciti uniti di Egitto, Siria e Giordania entusiasmarono la maggioranza degli israeliani, spingendo molti a sviluppare una prospettiva imperialista e ad adottare totalmente un progetto colonialista, basato sulla convinzione che il loro esercito fosse il più forte in Medio Oriente. Gli stessi istinti espansionisti contribuirono a santificare il principio sionista secondo cui “non si sarebbe dovuto dividere mai più Eretz Israel [la Terra di Israele, ndtr.].”

Di fatto, come ha sostenuto il professor Ehud Sprinzak (citato nel libro di Nur Masalha “Imperial Israel and the Palestinians: The Politics of Expansion” [Israele imperialista e i palestinesi: la politica di espansione]), dopo la vittoria israeliana nel 1967, il concetto di espansione imperialista e il rifiuto della “divisione” di Eretz Israel si convertì in “un principio più vigoroso e influente nel sionismo moderno.” Indipendentemente dal fatto se Israele abbia anticipato del tutto questa espansione territoriale di massa o meno, il Paese sembrava deciso a rafforzare rapidamente le proprie conquiste, rifiutando qualunque richiesta di tornare alle linee dell’armistizio del 1949.

Benché gli ebrei religiosi fossero intossicati dall’idea che la zona biblica di “Giudea e Samaria” “ritornasse” ai suoi lontani proprietari, il primo movimento per capitalizzare le conquiste territoriali fu, di fatto, un’organizzazione laica d’élite chiamata “Movimento per Tutta la Terra di Israele” (WLIM).

La conferenza ufficiale di fondazione del WLIM si celebrò poco dopo la vittoria di Israele. Benché fosse stata fondata e dominata da attivisti del partito Laburista, il WLIM superò i confini del partito e le divisioni ideologiche, unite nella loro determinazione a conservare tutta la Palestina, come tutto Israele. In quanto alla popolazione indesiderata, quelli che non vennero espulsi dovevano essere assoggettati a dovere.

Mentre l’Egitto e altri Paesi arabi denunciavano la loro sfortunata guerra, la Palestina si occupò totalmente della prigionia dei palestinesi nella loro stessa terra. Proprio quando Israele celebrava la sua vittoria sugli eserciti arabi ufficiali, i soldati israeliani si riprendevano sorridenti mentre facevano il segno di vittoria presso il cosiddetto “Muro del Pianto”, così come nei luoghi santi della Gerusalemme araba. I palestinesi si prepararono al peggio.

Di fatto, come Baruch Kimmerling scrive nel suo libro “The Palestinian People: A History” [I Palestinesi: la genesi di un popolo, La Nuova Italia, 2002], “fu il momento nella storia palestinese più privo di speranza”, i rifugiati palestinesi che sognavano di tornare alla Palestina precedente al 1948 si scontrarono con una immane difficoltà, nei fatti una nuova Nakba, perché il problema dei rifugiati ora peggiorò e si aggravò a causa della guerra e della creazione di 400.000 nuovi rifugiati. Le ruspe israeliane si spostarono rapidamente in molte parti dei territori palestinesi appena conquistati, come fecero in altre terre arabe occupate, demolendo realtà storiche e costruendone di nuove, come fanno tuttora.

Poco dopo la guerra, Israele cercò di rafforzare la sua occupazione, in primo luogo rifiutando le proposte di pace presentate dal nuovo presidente egiziano, Anwar Sadat, a partire dal 1971, e in secondo luogo attivando la costruzione di colonie in Cisgiordania e a Gaza.

Le prime colonie avevano scopi militari e strategici, dato che l’intenzione era quella di creare fatti sul terreno tali da alterare la natura di un qualunque futuro accordo di pace; di lì il piano Allon, così chiamato da Yigal Allon, un ex ministro e generale del partito laburista nel governo israeliano, che si assunse il compito di delineare un progetto israeliano per i territori palestinesi appena conquistati.

Il piano intendeva annettere per “ragioni di sicurezza” il 30% della Cisgiordania e tutta Gaza. Stabilì la costituzione di un “corridoio di sicurezza” lungo il fiume Giordano, oltre alla “Linea verde”, una delimitazione israeliana unilaterale delle proprie frontiere con la Cisgiordania. Il piano prevedeva l’annessione della Striscia di Gaza a Israele e intendeva restituire parte della Cisgiordania alla Giordania come primo passo verso la messa in pratica dell’“opzione giordana” per i rifugiati palestinesi, cioè la pulizia etnica con la creazione di una “patria alternativa” per i palestinesi.

Il piano fallì, ma non del tutto. I nazionalisti palestinesi garantirono che mai si sarebbe realizzata una patria alternativa, ma la confisca, la pulizia etnica e l’annessione della terra occupata furono un successo totale. Ciò che fu altrettanto importante e coerente fu che il piano di Allon fornì un indicatore inequivocabile che il governo laburista di Israele aveva tutte le intenzioni di conservare almeno grandi aree della Cisgiordania e di tutta Gaza, e non intendeva rispettare la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite [risoluzione del 1967, che imponeva il ritiro dai territori occupati, ndt.].

Per approfittare dell’interesse politico della colonizzazione in Cisgiordania per il governo, un gruppo di ebrei religiosi affittò un hotel nella città palestinese di Hebron (Al-Khalil) per passare la festa di Pesach [la Pasqua ebraica, ndtr.] nella “Tomba dei patriarchi” e si rifiutò semplicemente di andarsene. Ciò provocò la passione per la Bibbia degli israeliani religiosi ortodossi in tutto il Paese, che si riferivano alla Cisgiordania con la sua denominazione biblica, Giudea e Samaria. Il loro movimento risvegliò anche le ire dei palestinesi, che videro con totale costernazione come la loro terra venisse conquistata, chiamata con un nuovo nome e poi colonizzata da stranieri.

Nel 1970, per “espandere” la situazione, il governo israeliano costruì la colonia di Kiryat Arba nella periferia della città araba, che attirò altri ebrei ortodossi a Hebron. Il piano Allon poteva essere stato ideato per obiettivi strategici, ma poco dopo ciò che era strategico e politico si confuse con quello che diventò religioso e spirituale.

In definitiva i palestinesi stavano perdendo molto velocemente la loro terra, un processo che avrebbe portato a un grande spostamento di popolazione israeliana, inizialmente a Gerusalemme est occupata – che venne annessa illegalmente poco dopo la guerra del 1967 – e alla fine nel resto dei territori occupati. Nel corso degli anni l’aumento delle colonie strategiche si unì all’espansione per ragioni religiose, promossa da un movimento vitale, esemplificato nella creazione di Gush Emunim (Blocco dei Fedeli [movimento dei coloni nazional-religiosi, ndtr.]) nel 1974. Il movimento era deciso a insediare in Cisgiordania legioni di fondamentalisti ebrei.

Il piano di Allon si estese anche fino ad includere Gaza e il Sinai. Allon desiderava creare una “striscia” di territori che avrebbe fatto da zona cuscinetto tra Egitto e Gaza. “Zona cuscinetto” fu, in questo contesto, un nome in codice per colonie ebraiche illegali e posti militari nell’estremo sud della Striscia di Gaza e in zone adiacenti del nord del Sinai, una regione che Israele denominò la “pianura di Rafiah”.

All’inizio del 1972 migliaia di uomini, donne e bambini, per lo più beduini palestinesi, vennero espulsi dalle loro case nel sud di Gaza. Nonostante vivessero nella zona da generazioni, la loro presenza era un ostacolo rispetto ad un piano dell’esercito israeliano che presto avrebbe inglobato la metà di Gaza. Furono evacuati senza che venisse loro permesso di portare via neppure i propri beni, per modesti che fossero. L’esercito israeliano affermò che nella zona la pulizia etnica venne messa in atto “solo” a danno di 4.950 persone. Ma i capi delle tribù affermarono che più di 20.000 abitanti vennero obbligati ad abbandonare le proprie case e terre.

Allon aveva conferito ad Ariel Sharon e ad altri comandanti militari l’incarico di dividere i territori da poco occupati in piccole regioni, tra le quali inserire colonie strategiche e basi militari per indebolire la resistenza locale e consolidare il controllo israeliano.

“(Sharon) racconta di essersi trovato in una duna (nei pressi di Gaza) con ministri del governo”, scrisse Gershom Gorenberg, “a spiegare che, insieme alle misure militari, per controllare la Striscia voleva “strisce” di colonie che dividessero le città tagliando la regione in quattro parti. Un’altra “striscia” avrebbe attraversato il confine del Sinai, contribuendo a creare una “zona neutrale ebraica tra Gaza e il Sinai per interrompere il flusso di armi e dividere le due regioni, nel caso in cui il resto del Sinai fosse tornato all’Egitto.”

Il resto è storia. Benché negli ultimi giorni la presenza demografica dei coloni si sia spostata in larga misura verso destra e la loro influenza politica sia aumentata esponenzialmente a Tel Aviv, questi coloni, che ora rappresentano circa 600.000 persone che vivono in più di 200 insediamenti, sono l’orribile creazione della “sinistra” israeliana con il totale sostegno e appoggio della destra, tutti al servizio della causa originaria del sionismo, che è rimasto fedele ai principi fondativi: un movimento colonialista sostenibile solo con la violenza e la pulizia etnica.

 

Le opinioni esposte in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

 

 

(traduzione dallo spagnolo di Amedeo Rossi)

 




Adolescente israeliana uccisa da un’esplosione nei pressi di una colonia in Cisgiordania

MEE e agenzie

23 agosto 2019 – Middle East Eye

L’esercito dice che una ragazza diciassettenne e stata uccisa, suo padre e suo fratello feriti gravemente in un attacco con una mina nei pressi di una nota meta escursionistica.

Secondo l’esercito israeliano, venerdì un’adolescente israeliana è stata uccisa mentre suo padre e suo fratello sono rimasti gravemente feriti a causa di un’esplosione nella Cisgiordania occupata.

Un portavoce dell’esercito ha affermato che la famiglia è stata colpita da un ordigno artigianale (IED) mentre visitava una sorgente d’acqua nei pressi di Dolev, una colonia israeliana illegale a nord-ovest della città palestinese di Ramallah.

In precedenza si era detto che dopo l’esplosione la ragazza diciassettenne era in condizioni critiche e che veniva curata sul posto da un’equipe medica.

In un comunicato l’esercito ha affermato: “Tre civili che si trovavano presso una vicina sorgente sono stati feriti dall’esplosione di una mina.”

Uno dei civili viene curato sul posto mentre gli altri due sono stati portati da un elicottero (dell’esercito) in un ospedale per ulteriori cure mediche.”

L’esercito ha anche detto che forze di sicurezza stavano cercando nella zona palestinesi ritenuti responsabili.

L’equipe di soccorso ha detto che il padre e il fratello dell’adolescente, di 46 e 21 anni, sono stati gravemente feriti. Dolev si trova in una regione collinosa circondata da uliveti e orti, ed è un luogo molto frequentato da turisti ed escursionisti.

Lo scorso anno nella zona ci sono stati scontri tra palestinesi ed israeliani a causa dell’espansione delle colonie, con gli abitanti palestinesi che denunciano i tentativi dei coloni di occupare la loro terra, comprese le sorgenti. In seguito all’attacco le forze di sicurezza israeliane hanno rapidamente isolato la zona attorno alla sorgente di Ein Bobin, vicino al villaggio palestinese di Deir Ibzi.

Ci sono timori di un aumento della violenza in vista delle elezioni israeliane, previste per il 17 settembre.

La tensione è alta in Cisgiordania, dove recentemente c’è stata una serie di attacchi nei pressi delle colonie israeliane.

Lo scorso venerdì due israeliani sono stati feriti presso la colonia di Elazar, in quello che la polizia afferma essere stato un attacco con un’auto. Il conducente, un uomo palestinese, è stato ucciso sul posto dalle forze di sicurezza israeliane. All’inizio di questo mese un soldato israeliano è stato accoltellato a morte presso la colonia di Migdal Oz, cosa che ha portato all’arresto di due palestinesi.

Più di 600.000 ebrei vivono in circa 140 colonie costruite in Cisgiordania da quando Israele ha occupato il territorio nella guerra mediorientale del 1967. In base alle leggi internazionali le colonie israeliane in Cisgiordania, dove vivono circa 2.5 milioni di palestinesi, sono illegali.

(traduzione di Amedeo Rossi)




In Israele i coloni ebrei hanno il controllo totale, ma a quale prezzo?

Ramzy Baroud

19 agosto 2019 – Middle East Monitor

I coloni ebrei israeliani sono inarrestabili quando si scatenano in tutta la Cisgiordania palestinese occupata. Mentre la violenza dei coloni è parte della routine quotidiana in Palestina, la violenza delle scorse settimane è direttamente legata alle elezioni politiche israeliane, previste per il 17 settembre.

Le elezioni precedenti, solo quattro mesi fa, il 9 aprile, non sono riuscite a portare stabilità politica. Benché Benjamin Netanyahu sia ora il primo ministro più a lungo al potere in Israele nei 71 anni di storia del Paese, non è stato in grado di formare una coalizione di governo.

Segnata da una serie di casi di corruzione che coinvolgono lui, la sua famiglia e i suoi collaboratori, la leadership di Netanyahu si trova in una posizione poco invidiabile. Gli investigatori della polizia gli stanno alle costole, mentre alleati politici opportunisti, come Avigdor Leiberman [segretario di un partito di estrema destra, ndtr.], gli stanno forzando la mano nella speranza di estorcergli future concessioni politiche.

La crisi politica in Israele non è il risultato di un partito Laburista resuscitato o di partiti politici di centro più forti, ma dell’incapacità della destra (compresi i partiti di estrema destra e ultranazionalisti) di esprimere un programma politico unitario.

I coloni ebrei illegali comprendono bene che la futura identità di una qualunque coalizione di governo di destra avrà un impatto duraturo sulla loro impresa di colonizzazione. I coloni, tuttavia, non sono affatto preoccupati, dato che tutti i maggiori partiti politici, compreso quello “Blu e Bianco”, il presunto partito di centro di Benjamin Gantz, hanno fatto dell’appoggio alle colonie ebraiche una parte importante della propria campagna elettorale.

Il voto decisivo dei coloni ebrei della Cisgiordania e dei loro sostenitori all’interno di Israele è risultato evidente nelle ultime elezioni. Il loro potere ha obbligato Gantz ad adottare un approccio politico totalmente diverso.

L’uomo che due giorni prima delle votazioni di aprile ha criticato l’“irresponsabile” annuncio di Netanyahu riguardo all’intenzione di annettere la Cisgiordania, pare ora un grande sostenitore delle colonie. Secondo il sito di notizie israeliano “Arutz Sheva”, Gantz ha promesso di continuare ad espandere le colonie “da un punto di vista strategico e non come una strategia politica”.

Dato il cambio di prospettiva di Gantz riguardo alle colonie, a Netanyahu non è rimasta altra possibilità che alzare la posta in gioco. Ora sta spingendo per un’annessione totale e irreversibile della Cisgiordania.

Annettere il territorio palestinese occupato è, dal punto di vista di Netanyahu, una strategia politica corretta. Naturalmente il primo ministro israeliano si dimentica delle leggi internazionali che considerano illegale la presenza militare e delle colonie di Israele. Né Netanyahu né qualunque altro leader israeliano, tuttavia, si sono mai preoccupati delle leggi internazionali. Tutto ciò che conta realmente per Israele è avere il sostegno cieco e incondizionato di Washington.

Secondo “Times of Israel” [giornale indipendente israeliano, ndtr.] Netanyahu sta ora facendo ufficialmente pressione per una dichiarazione pubblica da parte del presidente USA Donald Trump di sostegno all’annessione della Cisgiordania da parte di Israele. Benché la Casa Bianca si rifiuti di fare commenti a questo proposito, e un funzionario dell’ufficio di Netanyahu sostenga che ciò “non è esatto”, la destra israeliana è sulla buona strada per rendere possibile l’annessione.

Incoraggiati dalla dichiarazione dell’ambasciatore USA David Friedman, secondo cui “Israele ha il diritto di impossessarsi di una parte della Cisgiordania”, molti politici israeliani parlano con franchezza ed esplicitamente della loro intenzione di annettere il territorio occupato. Netanyahu ha effettivamente accennato a questa possibilità in agosto durante una visita alla colonia illegale di Beit El: “Siamo venuti a costruire. Le nostre mani si tenderanno e noi renderemo più profonde le nostre radici nella nostra patria, in ogni sua parte,” ha detto durante una cerimonia che festeggiava l’espansione delle colonie illegali con altre 650 unità abitative.

A differenza di Netanyahu, l’ex-ministra della Giustizia e dirigente di “Destra Unita”, [coalizione] da poco formata, Ayelet Shaked, non parla in codice. In un’intervista con il “Jerusalem Post” ha chiesto la totale annessione dell’Area C, che costituisce quasi il 60% della Cisgiordania. “Dobbiamo applicare la nostra sovranità su Giudea e Samaria,” ha insistito Shaked, utilizzando la terminologia biblica per descrivere la terra palestinese, come se ciò rafforzasse in qualche modo la sua posizione.

Peraltro il ministro della Sicurezza Pubblica, delle Questioni Strategiche e dell’Informazione Gilad Erdan vuole fare un passo in più. Secondo “Arutz Sheva” e il “Jerusalem Post”, Erdan ha chiesto l’annessione di tutte le colonie illegali in Cisgiordania, così come l’estromissione del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas.

Ormai al centro della politica israeliana, i coloni ebrei si godono lo spettacolo di essere corteggiati da tutti i principali partiti politici. La loro crescente violenza contro gli autoctoni palestinesi in Cisgiordania è una sorta di prova di forza politica, un’espressione di dominio e una brutale dimostrazione di priorità politiche.

“C’è una sola bandiera dal Giordano al mare [Mediterraneo, ndtr.], la bandiera di Israele,” è stato lo slogan di un corteo di oltre 1.200 coloni ebrei che hanno percorso le strade della città palestinese di Hebron il 14 agosto. I coloni, insieme ai soldati israeliani, hanno invaso via Al-Shuhada e hanno maltrattato gli abitanti palestinesi e gli attivisti internazionali nella città assediata.

Pochi giorni prima, circa 1.700 coloni ebrei, appoggiati dalla polizia israeliana, hanno fatto irruzione nel complesso della moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme est occupata. Secondo la Mezzaluna rossa palestinese, oltre 60 palestinesi sono rimasti feriti quando le forze israeliane e i coloni hanno attaccato i fedeli musulmani. La violenza si è ripetuta a Nablus, dove colone armate hanno invaso la città di Al-Masoudiya e hanno fatto un “addestramento militare” sotto la protezione dell’esercito di occupazione israeliano. Il messaggio dei coloni è chiaro: ora abbiamo il controllo totale, non solo in Cisgiordania, ma anche nella politica israeliana.

Ma a quale prezzo? Tutto ciò avviene come se si trattasse esclusivamente di una questione politica israeliana. L’ANP, che è appena stata del tutto esclusa dai calcoli politici USA, viene lasciata a emanare occasionali e irrilevanti comunicati stampa sulla sua intenzione di chiamare Israele a rispondere in base alle leggi internazionali.

Tuttavia anche i garanti delle leggi internazionali sono assenti in modo sospetto. Né le Nazioni Unite né i sostenitori della democrazia e delle leggi internazionali nell’Unione Europea sembrano essere interessanti ad opporsi all’intransigenza israeliana e alle palesi violazioni dei diritti umani.

Con i coloni ebrei che dettano l’agenda politica in Israele e provocano costantemente i palestinesi nei territori occupati, è probabile che nei prossimi mesi la violenza aumenti in modo esponenziale. Come avviene spesso in questi casi, ciò verrà utilizzato in modo strategico dal governo israeliano, questa volta per porre le basi di un’annessione finale e completa della terra palestinese. Questo sarà un risultato disastroso, indipendentemente da come lo si veda.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Palestina occupata. Passate la notte in una colonia!

Anna Mutelet e Annabelle Martella

14 agosto 2019 – Orient XXI

Accogliere il turista di passaggio è una pratica sempre più diffusa tra i coloni israeliani. Ma dietro all’ospitalità si nasconde un obiettivo politico: migliorare l’immagine delle colonie e dell’occupazione.

Montagna tranquilla, ancora un po’ selvaggia, coperta di verde e di fiori sbocciati al sole, il monte Gerizim ha tutto della meta sognata per un “couchsurfer” [letteralmente ‘surfista del divano’, termine inglese che indica un ospite che a titolo gratuito viene sistemato a dormire su un sofà, ndtr.], Ophir ne è convinto. “Guardate un po’ che vista!” Un “vero regalo” con il quale è fiero di poter sorprendere gli invitati fugaci che si succedono da circa un anno nel suo salotto di Har Brakha.

Riguardo all’atmosfera, il suo profilo sul sito di alloggi gratuiti couchsurfing. com sembra predisporre il contesto: Pink Floyd, spiritualità e natura. Ma quello che Ophir non specifica è che Har Brakha (in ebraico “monte della benedizione”) è una colonia israeliana situata in terra palestinese, nel nord della Cisgiordania. Un territorio illegale agli occhi del diritto internazionale.

Peraltro non è il caso di vedervi un tentativo di dissimulazione, perché come tutti i coloni della sua generazione Ophir ha fatto la scelta di vivere qui come risultato di un “sogno di bambino” e della ricerca di “questa terra di Samaria, promessa agli ebrei nella Bibbia”. Perché precisare una cosa che si giudica così naturale? Al contrario, è un progetto molto particolare che l’ha spinto ad iscriversi come ospite su “Couchsurfing”: “Ho un messaggio da trasmettere al mondo: mostrare che qui tutto va bene, viviamo in pace.”

Vacanze di sogno ai piedi delle vigne

A prima vista a Har Brakha, abbarbicata a 880 metri d’altezza dietro a una barriera di sicurezza, la vita è prospera. Nella colonia il tempo sembra fermarsi.

Sulle strade ci sono poche macchine, ma molti bambini che camminano soli all’uscita da scuola. Si è ben lontani dall’agitazione di Nablus, polverosa e caotica, situata a valle e bastione della Seconda Intifada palestinese (2000-2006). Ophir vaga per la montagna e le sue vigne che si estendono a perdita d’occhio. Una parte di esse viene coltivata dai cristiani evangelici che si sono aggiunti agli ebrei di Har Brakha.

Negli Stati Uniti mio padre coltivava patate. Un giorno ha scoperto che nella Bibbia non si coltivavano patate, ma semmai vigne. Ed è venuto ad abitare qui,” spiega Nate, che parla di qui come “Israele”.

Nelle strade della colonia e in mezzo ai tralci delle vigne è difficile capire che Har Brakha ha preso forma al di là della “Linea Verde” – i confini dello Stato ebraico suggellati nel 1949. Unico segno della storia, un posto di guardia militare che testimonia della presenza dell’esercito su queste terre nel 1982, prima di lasciar posto ai primi membri della comunità religiosa.

Circa 2.000 persone vivono oggi a Har Brakha. Nella Cisgiordania occupata dopo gli anni ’90 il numero dei coloni è triplicato, per raggiungere i 420.000 abitanti, senza considerare Gerusalemme est.

Ma non è questa storia profana che Ophir vuole raccontare ai suoi ospiti. Questa guida turistica professionista confida nel suo metodo e nella sua narrazione: “Le persone vengono, ci si diverte, si beve del vino, gli faccio incontrare degli abitanti della regione, e qui possono sperimentare la pace.”

Sì, è legale”

Se ci si basa sui commenti lasciati su couchsurfing.com, è una ricetta che funziona. “Ho imparato molto durante questo soggiorno, ci penserò sicuramente per molto tempo,” oppure: “Sono contento che tu faccia vedere cos’è la vita nelle colonie”. Cisco, che non aveva mai visitato una colonia, una volta tornato in Romania ne conclude: “Ciò consente di avere una vita semplice in famiglia. Onestamente, non si può chiedere di meglio.”

A un centinaio di chilometri a sud nella colonia di Kfar Adumim, Yonadav, 18 anni, quest’estate ha iscritto la sua famiglia su couchsurfing.com. Come Ophir, la sua abitazione seduce molti viaggiatori. Alle porte del deserto, vicino a Gerusalemme, anche questo luogo ha una dimensione biblica.

Più che la pace, sono le loro voci che Yonadav e la sua famiglia vogliono far sentire: “La maggior parte del tempo le persone non conoscono che una sola storia, e hanno una cattiva immagine di Israele.” Anche se non è la motivazione all’origine del fatto di mettere a disposizione la loro casa ai “couchsurfer”, “ciò ci permette di dare quest’altra versione, soprattutto a quelli che hanno viaggiato nei territori palestinesi”, riconosce il liceale, che non ha mai lasciato il suo Paese. Questa versione è lunga una riga, la prima della sua descrizione: “Vivo in una colonia, non è pericoloso, e sì, è legale”. Insomma, fedele alla dottrina del governo. Del resto Yonadav ha aggiornato il suo profilo poco più di un mese fa, dopo la visita di due ospiti che pensavano che abitasse in un villaggio arabo.

Un’esperienza buffa, che deriva dai riferimenti ambigui proposti dalla piattaforma “Couchsurfing”. Quando si digita “Cisgiordania” nella barra di ricerca, gli annunci che vengono visualizzati includono a casaccio ospiti palestinesi o coloni, senza specificazioni relative a chi risiede in una colonia. Stesso risultato se si cerca “Giudea e Samaria”, termini di origine biblica che corrispondono alla denominazione amministrativa utilizzata dalle autorità israeliane per definire le zone a maggioranza ebraica che si trovano in Cisgiordania, a parte Gerusalemme est. A causa di questi riferimenti schizofrenici e a meno di spulciare i 23.864 annunci, impossibile ottenere la cifra totale delle sistemazioni relative alle colonie.

Per avere un ordine di idee che si avvicini al massimo alla realtà, è possibile non far apparire altro che ospitanti che indichino di parlare ebraico, prendendo in considerazione delle zone geografiche sufficientemente lontane per evitare che i risultati si sommino. Così si trovano 47 persone ospitanti ad Ariel, 323 a Modin Illit, o ancora 518 a Alfei Menashe. Quanto alle Alture del Golan, che fanno parte dei territori occupati da Israele contemplati nella risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, se ne trovano 231.

Presi di mira da Amnesty International

Ma queste risoluzioni e altre critiche internazionali che fanno delle colonie uno degli ostacoli principali alla soluzione del conflitto israelo-palestinese non sembrano influenzare le esperienze dei viaggiatori. Sui profili di Ophir, di Yonadav e di molti altri, i commenti vantano il loro senso di ospitalità, le loro virtù culinarie, o la bellezza dei luoghi. Scoprire che nelle colonie si fa del “couchsurfing” come ovunque altrove. “Tutti se ne fregano! assicura Ophir. “Si beve del vino, il paesaggio è gradevole. È tutto quello che interessa. La sua unica esperienza negativa non è andata oltre lo stadio virtuale. “Non è mai venuta, perché quando ha capito che era qui, nella cosiddetta ‘Cisgiordania’, mi ha scritto che a Ginevra dicono ‘così e cosà’, e che quello che fate è male. Ride. “Le ho detto: va bene, a Ginevra dicono così, ma c’è dio. E io scelgo dio.

Peraltro il turismo nelle colonie può essere un turismo qualunque? Per Amnesty International e per molte altre Ong la risposta è no. In un rapporto al vetriolo pubblicato lo scorso gennaio l’organizzazione per la difesa dei diritti umani prende di mira le attività di Booking.com, Airbnb, Expedia e TripAdvisor per le loro offerte nelle colonie, accusate di contribuire “alla conservazione, allo sviluppo e all’estensione delle colonie di popolamento illegale, che costituiscono dei crimini di guerra in base al diritto penale internazionale, traendone profitto. In sostanza, queste compagnie sono accusate di normalizzare la situazione. In novembre Airbnb ha ritirato tutte le sue offerte di affitto nella Cisgiordania occupata, prima di cambiare idea in aprile e di riproporne circa 200, minacciata di denuncia in Israele come negli Stati Uniti. Ormai, garantisce la compagnia, “Airbnb non ricaverà nessun profitto dall’attività nella regione.”

La piattaforma “Couchsurfing”, che ha superato il livello di 4 milioni di utenti, fornisce un servizio gratuito, tranne che per i membri cosiddetti “verificati”, che pagano una cifra fissa al sito e di cui fanno parte un certo numero di coloni. Senza contare che nessun avvertimento compare sulle pagine delle sistemazioni in zona occupata.

Il turismo nelle colonie costituisce una questione strategica per Israele, che d’altronde nel 2018 ha raggiunto il suo record complessivo di visitatori con quasi 4 milioni di viaggiatori. A colpi di sovvenzioni, finanziamenti dei programmi o statuti speciali, negli ultimi anni il governo ha massicciamente investito in Cisgiordania. Ultimo aiutino a metà maggio: lo Stato promette fino al 20% di sovvenzioni agli imprenditori che vogliano costruire o ingrandire i propri hotel in “Giudea e Samaria”. Sul “Jerusalem Post” il sindaco di Efrat si è rallegrato di questa misura: “I turisti sono i migliori ambasciatori nella promozione del sionismo e nella lotta contro il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni).” L’obiettivo: “Vedranno così che non c’è una guerra quotidiana e che non c’è apartheid.” Come su “Couchsurfing”?

Anna Mutelet

Giornalista.

Annabelle Martella

Giornalista.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Dalle ondate di caldo all’ “apartheid ecologico”: cambiamento climatico in Israele-Palestina

Matan Kaminer, Basma Fahoum ed Edo Konrad

8 agosto 2019 – +972

Mentre il nascente movimento per la giustizia climatica in Israele cerca di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica, i palestinesi sotto occupazione rimangono estremamente vulnerabili ai pericolosi effetti del cambiamento climatico. Tuttavia, a causa dello squilibrio di potere esistente, lavorare insieme per combatterlo sembra quasi impossibile.

Secondo i ricercatori del clima europei, il luglio 2019 è stato il mese più caldo mai registrato. Dopo solo un anno da quando la Commissione Intergovernativa sul Cambiamento Climatico dell’ONU ha reso pubblico il suo storico rapporto che mette in guardia su un’imminente catastrofe climatica, le temperature sono vertiginosamente aumentate in luoghi come Alaska e Svezia, sono state ridotte in cenere foreste in Siberia, si sono sciolti ghiacciai in Groenlandia e intere città sono rimaste senz’acqua in India.

Di fronte a un aumento delle temperature, affrontare la crisi climatica e i suoi effetti sugli esseri umani è diventato un problema cruciale per governi, politici e movimenti per la giustizia sociale in tutto il mondo. Si prevede che Israele-Palestina, situati in una delle regioni più calde del globo, vedranno un aumento delle temperature a un ritmo ancora più veloce.

Sondaggi effettuali tra gli israeliani mostrano una notevole indifferenza nei confronti dell’imminente crisi, il che significa che il governo israeliano deve affrontare una scarsa pressione popolare riguardo al problema. Non sono state fatte ricerche simili nei territori palestinesi occupati, ma la continua occupazione della Cisgiordania e l’assedio di Gaza accentuano il rischio di una catastrofe climatica per i palestinesi e al contempo rendono in pratica impossibile per il loro governo fare qualcosa al riguardo.

Alla fine dello scorso anno un gruppo di ricercatori israeliani ha pubblicato la prima previsione su quello che il cambiamento climatico potrebbe significare per Israele-Palestina. I risultati sono stati terrificanti: rispetto al periodo di riferimento 1981-2010, si prevede che il lasso di tempo di 30 anni che inizierà nel 2041 vedrà temperature medie in aumento di 2,5° e una riduzione delle precipitazioni fino al 40% nelle zone non aride del Paese.

Secondo uno dei ricercatori, la professoressa Hadas Saaroni dell’università di Tel Aviv, il caldo e l’umidità che israeliani e palestinesi che vivono lungo la costa avvertono durante i mesi estivi non farà che crescere in modo più estremo. Sostiene che in estate abbiamo già quasi 24 ore di stress termico, ma che tende a ridursi nelle ore serali e notturne. “Ciò peggiorerà: lo stress termico sarà più pesante di giorno e non si ridurrà di notte.” E, come praticamente tutto ciò che si riferisce al cambiamento climatico, il caldo non sarà distribuito in modo equilibrato. Una recente ricerca del comune di Tel Aviv-Jaffa prevede che le temperature nelle zone povere del sud della città saliranno di sette gradi Celsius più che nei ricchi quartieri settentrionali.

Mentre Saaroni è sorprendentemente ottimista riguardo agli effetti del cambiamento climatico sul livello del mare (“il mare salirà di circa un metro, ma solo alla fine del secolo. Con la tecnologia abbiamo il tempo di adeguarci”), lei e altri scienziati del clima israeliani sono sempre più preoccupati della strisciante desertificazione del Paese. Temperature in aumento e minor piovosità significano che il deserto, che già copre buona parte del Paese, si estenderà lentamente verso nord, sostiene il professore di ecologia Marcelo Sternberg, anche lui dell’università di Tel Aviv.

Tuttavia senza ulteriori studi è difficile dire fino a dove arriverà la desertificazione. “Alcune ricerche, compresa la mia, mostrano che il nostro territorio è resistente ai cambiamenti della piovosità all’interno della gamma naturale di variazioni,” dice Sternberg. “Ma cambiamento climatico significa temperature al di fuori di quella gamma – e non sappiamo cosa ciò significhi.” Quello che pare certo è che gli incendi, che negli ultimi anni hanno colpito sempre più frequentemente il Paese, continueranno a devastarlo durante le estati.

Lottare contro l’“apartheid climatico”

Lo Stato di Palestina ha firmato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico. Ma, a causa del governo militare israeliano in Cisgiordania e del blocco della Striscia di Gaza, i palestinesi non hanno praticamente alcun controllo sulle proprie risorse naturali, e non sono in grado di mettere pienamente in atto i trattati o di adottare progetti nazionali, e non possono fare piani concreti per adattarsi alla crisi climatica.

In Cisgiordania la fornitura di acqua è più vulnerabile agli effetti del cambiamento climatico. Secondo un rapporto del 2013 dell’associazione palestinese per i diritti umani “Al-Haq”, il consumo pro capite di acqua per uso domestico degli israeliani è da quattro a cinque volte maggiore di quello della popolazione palestinese dei territori occupati. In Cisgiordania i coloni israeliani consumano circa sei volte la quantità di acqua usata dalla popolazione palestinese che vive nello stesso territorio.

Alcune comunità palestinesi, soprattutto quelle che vivono in zone della Cisgiordania sotto totale controllo militare israeliano, non sono collegate con alcuna infrastruttura idrica e devono percorrere chilometri per procurarsi l’acqua, che spesso è cara e di dubbia qualità. Nel contempo l’esercito israeliano rende quasi impossibile avere l’autorizzazione per nuovi serbatoi d’acqua, e quelli costruiti senza permesso sono regolarmente distrutti dalle autorità. Secondo Al-Haq, il settore idrico nei territori occupati e in Israele è caratterizzato da uno sfruttamento eccessivo notevolmente asimmetrico delle risorse idriche condivise, da un esaurimento dello stoccaggio a lungo termine, da un deterioramento della qualità dell’acqua e da crescenti livelli di domanda provocati da alti tassi di incremento della popolazione. Nel contempo la zona sta assistendo a una diminuzione della fornitura di acqua pro capite – un peso che è sproporzionatamente a carico della popolazione palestinese.

Il dottor Abdulrahman Tamimi, direttore generale del Gruppo Idrologico Palestinese, afferma che, mentre Israele ha le competenze tecnologiche per adattare il proprio settore agricolo ai cambiamenti del clima, in Cisgiordania entro un decennio l’agricoltura diverrà impraticabile. La situazione a Gaza è aggravata dall’assedio israeliano, che tra le altre cose ha portato all’eccessivo sfruttamento delle risorse idriche del sottosuolo che sta sempre più esaurendo l’Acquifero costiero, il che ha reso non potabile il 90% della fornitura d’acqua.

“Non c’è speranza per Gaza da nessun punto di vista finché la situazione politica là rimane senza soluzione,” sostiene Tamimi. Afferma di credere che entro i prossimi cinque o sei anni l’agricoltura di Gaza, le infrastrutture idriche e l’economia non funzioneranno più. Soluzioni come la desalinizzazione, che consentirebbe di avere sia acqua potabile che un’irrigazione regolare, sono lussi che la gente di Gaza semplicemente non si può permettere, spiega Tamimi: “Chi potrebbe pagare 1,5 dollari al metro cubo?”

“L’acqua è già una risorsa così rara nella regione,” dice Zena Agha, l’esperta di politica USA del gruppo di analisi palestinese Al-Shabaka, che si concentra sull’intersezione tra il clima e l’occupazione israeliana, “che il cambiamento climatico agisce semplicemente come un peggioramento della minaccia.” Agha afferma che sulla carta un accordo di pace tra israeliani e palestinesi dovrebbe poter risolvere la crisi idrica in Cisgiordania. Invece gli accordi di Oslo, una serie di intese provvisorie che due decenni fa avrebbero dovuto portare a un accordo per uno status finale, l’hanno solo peggiorata. In seguito a ciò, l’80% delle risorse idriche nei territori occupati è sotto controllo israeliano. Nel contempo i soldati israeliani distruggono regolarmente sistemi di raccolta dell’acqua tradizionali a livello locale utilizzati dai palestinesi nelle zone della Cisgiordania lasciati da Oslo sotto totale controllo militare israeliano.

“Si comincia a vedere una politica ufficiale di sottrazione dell’acqua e delle risorse, sostenuta e delineata da una serie di leggi, politiche, licenze, permessi e udienze in tribunale utilizzati per rubare l’acqua dei palestinesi,” dice Agha. “D’altra parte, c’è anche una sorta di approccio concreto, che coinvolge l’esercito israeliano che si presenta, dichiara un’area militare chiusa e ruba direttamente le risorse. Questa è la politica attiva dello Stato israeliano.” Agha dice che le politiche israeliane in Cisgiordania equivalgono a un “apartheid climatico”.

“Quanto sta avvenendo in Palestina è un chiaro esempio di un gruppo etnico-religioso che possiede risorse migliori e preferenziali rispetto a un altro gruppo, esclusivamente sulla base della religione e della cittadinanza. L’occupazione crea una situazione in cui è impossibile per i palestinesi sviluppare realmente le capacità di adattamento per resistere alla minaccia davvero incombente del cambiamento climatico,” dice Agha.

Agha sostiene che, mentre l’Autorità per la Qualità dell’Ambiente dell’Autorità Nazionale Palestinese ha elaborato un piano di adeguamento sostenuto dal Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite, simili piani sono “quasi ridicoli”.

“Supponiamo che l’ANP [Autorità Nazionale Palestinese, ndtr.] abbia la possibilità di pianificare con 40 anni di anticipo: per ora non ha neppure il potere di prevedere cosa succederà domani. L’ANP si trova in un paradosso: pianificare per il futuro su una terra su cui non ha controllo. Da ogni punto di vista è priva di potere.”

Eppure Agha crede che l’ANP abbia un ruolo da giocare nel mettere in atto strategie a lungo termine per cercare di adattarsi all’attuale situazione, compreso il contrasto diretto con Israele riguardo alle politiche sull’acqua, promuovendo un’agricoltura sostenibile ed ecologica, ripristinando le cooperative agricole, che hanno rappresentato gli interessi e le preoccupazioni dei contadini e negli anni ’80 erano apprezzate nei territori occupati.

Alcune Ong e attivisti palestinesi stanno cercando di approfittare del vuoto lasciato. Per esempio la Società per la Natura in Palestina sta tentando di condurre la prima ricerca complessiva su flora e uccelli della Palestina, per comprendere meglio i cambiamenti della biodiversità in conseguenza del cambiamento climatico. L’Istituto Palestinese per la Biodiversità e la Sostenibilità e il Museo Palestinese di Storia Naturale presso l’università di Betlemme stanno dirigendo un progetto per la conservazione della biodiversità unica del Paese e per fare studi sulle complesse questioni della distruzione dell’habitat e del declino dell’ambiente provocati dal cambiamento climatico e dalle politiche del conflitto.

In Cisgiordania attivisti palestinesi hanno creato iniziative ambientali come archivi dei semi tradizionali che preservano il patrimonio agricolo e la biodiversità palestinesi, l’ agro-ecologia e l’agricoltura sostenuta dalla comunità, per promuovere la sovranità alimentare, riducendo al minimo gli effetti delle coltivazioni sull’ambiente.

Una politica senza sbocco

Nel luglio 2018 il governo israeliano ha adottato il “Programma Nazionale per l’Adeguamento al Cambiamento Climatico”, che include 30 punti di azione che affrontano vari aspetti del cambiamento climatico, come acqua, energia e salute pubblica. Il piano si occupa anche di problemi specifici delle preoccupazioni politiche ed economiche di Israele, compresi gli adeguamenti per l’industria ambientale, la possibilità di utilizzare energia nucleare e come il cambiamento climatico colpisca il Medio Oriente nel suo complesso, compresi rifugiati, nuove rotte commerciali, scarsità di cibo e di acqua.

Si presta particolare attenzione alle questioni della capacità di intervento dell’esercito. Il piano include raccomandazioni per affrontare le necessità materiali e strategiche delle IDF, che vanno dalle uniformi dei soldati e dalla dislocazione delle basi allo studio dell’“effetto del cambiamento climatico sui Paesi musulmani”, alla stipula di accordi di mutuo aiuto. Il piano tuttavia non specifica la fonte di finanziamento di ogni punto e non fornisce i costi totali previsti.

La produzione di energia di Israele rimane pressoché interamente basata su combustibili fossili. In molti Paesi in tutto il mondo le discussioni sul clima sono concentrate sul liberarsi dalla produzione di energia basata sui combustibili fossili – in seguito a forti pressioni dell’opinione pubblica, governi come quello della Germania e della California hanno annunciato un passaggio pianificato al 100% di energia rinnovabile entro il 2050 -, ma in Israele il problema rimane una questione politica senza sbocco. All’inizio del 2018 il ministro dell’Energia israeliano ha proposto un piano per passare dai “combustibili inquinanti” come carbone e petrolio al gas naturale. Il progetto intende raggiungere un obiettivo di appena il 17% della produzione da energia rinnovabile entro il 2030, con un obiettivo intermedio del 10% entro il 2020.

Tuttavia la richiesta di una produzione interna del 100% da energia rinnovabile ha oppositori persino all’interno il movimento ecologista israeliano. Mentre “Green Course”, un gruppo ambientalista di base, ha accolto la richiesta, la “Società per la Protezione della Natura in Israele”, l’organizzazione ambientalista israeliana più affermata, ha preso la posizione secondo cui solare ed eolico rappresentano una minaccia per la rara e pregiata biodiversità del Paese – il primo distrugge l’habitat della fauna terrestre e il secondo uccide gli uccelli.

“Stimiamo che i pannelli solari sui tetti e altre superfici alterate o deteriorate possano fornire almeno un terzo del fabbisogno di energia di Israele,” afferma Dror Boymel, capo del dipartimento di pianificazione presso l’SPNI. “Il resto dovrebbe venire da altre fonti – sia da gas naturale che da altri Paesi della regione che non hanno problemi di spazio e hanno una natura meno vulnerabile.”

É difficile parlare di render questo un posto migliore”

Uno studio pubblicato quest’anno dal centro di ricerche “PEW” prima del “Giorno della Terra” ha rilevato che solo il 38% degli israeliani considera il cambiamento climatico una grave minaccia. Su 26 Paesi in cui è stata fatta la ricerca Israele è arrivato per ultimo. Lo studio non include i palestinesi dei territori occupati.

Di conseguenza il movimento ambientalista israeliano sta cambiando marcia. Mentre in passato i gruppi ecologisti hanno teso a concentrarsi su problemi “lievi” come il riciclaggio, oggi la crisi climatica è in cima alla loro agenda, e molti che sono convinti che solo un’azione radicale sarà in grado di fermare la catastrofe.

“Gli ambientalisti non sono più considerati ‘simpatici’ come una volta,” dice Ya’ara Peretz, responsabile delle politiche di “Green Course”. Peretz è stata anche una delle principali organizzatrici della Marcia per il Clima di quest’anno, la più grande di sempre in Israele, che ha visto molte migliaia di persone protestare nel centro di Tel Aviv, con la richiesta che il governo di Israele prenda immediatamente misure. “Il rapporto dell’IPCC ha cambiato tutto e ha spinto la gente fuori dal proprio guscio,” dice. “Ci siamo resi conto del fatto che ciò è grave e quello che vediamo accadere nel mondo sta aiutando. Le persone vogliono essere coinvolte – ora è il momento di essere creativi.”

Secondo Peretz uno dei maggiori cambiamenti è l’impegno di giovani cittadini israeliani – sia ebrei che palestinesi – che ora stanno guidando il movimento con l’aiuto degli attivisti di “Green Course”. Prendendo esempio da Greta Thunberg, l’attivista svedese adolescente che è diventata l’icona della lotta contro il cambiamento climatico, studenti delle superiori hanno fatto vari scioperi e hanno marciato fino alla Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.], chiedendo che i parlamentari inizino a prendere sul serio il problema. “Questi ragazzi sono molto più svegli di noi,” dice Peretz.

“Ho sempre pensato che i problemi fossero dovuti al fatto che qualcun altro stava prendendo le decisioni,” dice Lama Ghanayim durante un evento nel Left Bank Club di Tel Aviv a metà luglio. Ghanayim, della città araba di Sakhnin, nel nord di Israele, è una dei dirigenti degli scioperi studenteschi. “Organizzare questi scioperi è stata un’opportunità per ottenere finalmente qualcosa. Non voglio stare fuori e lasciare che qualcun altro prenda i comandi quando si tratta di una questione così grave,” dice Ghanayim.

Gruppi ambientalisti esperti come “Green Course” e SPNI non sono più le uniche voci che affrontano il problema del clima in Israele. Recentemente il movimento per l’azione diretta “Extinction Rebellion” ha aperto una sezione in Israele. Il movimento israeliano di sinistra “Standing Together”, che finora si era concentrato prevalentemente sulla lotta contro il razzismo, l’occupazione e l’appoggio ai diritti dei lavoratori, recentemente ha adottato il cambiamento climatico come questione centrale del suo programma.

“Tra gli attivisti c’è la sensazione che, quando passano dalle proteste per il clima a quelle per la pace, vedano facce completamente diverse,” dice Ilay Abramovitch, un attivista di Standing Together. “Non si tratta delle stesse persone. Ma se guardi in giro per il mondo vedrai che molti partiti di sinistra hanno il clima in cima al loro programma.”

Abramovitch dice che la visione della sua organizzazione si basa sull’idea che ogni lotta contro il cambiamento climatico debba essere intrapresa insieme ai sindacati e ai gruppi palestinesi. “Crediamo che, quando viene danneggiato l’ambiente, lo sono anche le persone, e quelli che sono più a rischio sono i segmenti più poveri della società e i Paesi più poveri. La nostra lotta deve essere regionale, e ovviamente deve essere di ebrei e arabi insieme.”

Ma anche se il lavoro comune di arabi ed ebrei sui problemi del clima risulta naturale per attivisti come Ghanayem e Abramovich, che sono cittadini di Israele, gli attivisti e gli accademici palestinesi della Cisgiordania si trovano di fronte a una decisione molto più complicata. Mentre si rendono conto che la pianificazione regionale è inevitabile, sono preoccupati che qualunque discussione di collaborazione con gli israeliani sulle questioni climatiche che non affronti l’occupazione serva a normalizzare una situazione politica in cui le comunità palestinesi sono le più vulnerabili al cambiamento climatico.

Ma persino nella sinistra israeliana unire le forze nel movimento ambientalista non sempre sembra una scelta naturale. “Alcune persone chiedono: ‘Cosa c’entra la sinistra con il movimento ambientalista? Perché non ci lasciate continuare a lottare contro l’occupazione?’” Dice Abramovitch. “La gente non capisce pienamente l’opportunità che abbiamo di creare una lotta più ampia occupandoci della crisi climatica.”

Peretz dice che, nonostante il suo ottimismo, è ancora difficile trovare israeliani, persino quelli coinvolti in altre lotte per la giustizia sociale, che vedano il cambiamento climatico come una minaccia immediata. “La lotta ambientalista è vista come una battaglia di privilegiati, soprattutto quando così tanti credono che niente sia più importante della nostra sicurezza nazionale,” dice. “È difficile parlare con la gente di fare di questo un posto migliore. La mentalità è che dovremmo semplicemente essere grati di avere uno Stato nostro – che sia uno Stato buono o giusto è secondario.”

Matan Kaminer è un antropologo e un membro del consiglio di amministrazione dell’Accademia per l’Uguaglianza [organizzazione israeliana per i diritti di tutti i cittadini, ndtr.].

Basma Fahoum è una dottoranda in storia alla Standford University.

Edo Konrad è vice direttore di +972 Magazine.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Ilhan Omar: il divieto di ingresso in Israele è “un insulto ai valori democratici”

MEE e agenzie

15 agosto 2019 – Middle East Eye

Omar e la sua collega deputata al Congresso Rashida Tlaib avevano progettato per questo fine settimana un viaggio in Cisgiordania e a Gerusalemme est occupate

Ilhan Omar ha denunciato la decisione israeliana di vietare a lei e alla sua collega deputata al Congresso Rashida Tlaib l’ingresso nei territori palestinesi occupati, un’iniziativa che la rappresentante del Minnesota ha definito “un insulto ai valori democratici.”

Martedì pomeriggio in un comunicato Omar ha affermato che la decisione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di impedire l’ingresso alle due parlamentari è stata presa “sotto la pressione” del presidente USA Donald Trump.

È un insulto che il primo ministro israeliano Netanyahu, sottoposto alle pressioni del presidente Trump, abbia negato l’ingresso a rappresentanti del governo USA,” ha detto Omar.

L’ironia che l’‘unica democrazia’ del Medio Oriente abbia preso una simile decisione è che si tratta sia di un oltraggio ai valori democratici che un’agghiacciante risposta alla visita da parte di politici di una Nazione alleata.”

Anche Tlaib ha attaccato la decisione del governo israeliano in un post su twitter in cui ha condiviso una foto della sua nonna palestinese, che vive nella Cisgiordania occupata. “Merita di vivere in pace e con dignità umana. Sono quello che sono grazie a lei,” ha twittato Tlaib, che è nata negli USA da genitori palestinesi ed ha ancora parte della famiglia in Palestina.

La decisione israeliana di impedire l’ingresso a sua nipote, parlamentare USA, è un segnale di debolezza perché la verità di quanto sta avvenendo ai palestinesi è spaventosa.”

All’inizio della giornata il governo israeliano ha affermato di aver intenzione di impedire a Omar e Tlaib di entrare in questo fine settimana nei territori palestinesi occupati.

La conferma è arrivata ore dopo che la famosa giornalista israeliana Dana Weiss ha twittato che il governo aveva deciso di impedire l’ingresso delle due deputate a causa delle loro “presunte provocazioni e del sostegno” a favore del movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) guidato dai palestinesi.

Prima della dichiarazione del governo israeliano, Trump ha twittato il proprio appoggio al divieto di ingresso per le due parlamentari USA.

La legge israeliana consente di impedire ai sostenitori del BDS di entrare nel Paese.

Sia Tlaib che Omar sono sostenitrici del movimento, che intende fare pressione su Israele perché interrompa le violazioni dei diritti umani contro i palestinesi, provocando una reazione dei gruppi filo-israeliani.

Martedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che il ministero degli Interni del Paese ha deciso di non consentire a Tlaib e a Omar di entrare – un’iniziativa che ha detto di appoggiare. “Nessun Paese al mondo rispetta l’America e il Congresso americano più dello Stato di Israele,” ha detto Netanyahu in un comunicato condiviso dal ministero degli Esteri israeliano.

Tuttavia il programma di viaggio delle due congressiste rivela che l’unico scopo della loro visita è di danneggiare Israele e incentivare l’incitamento all’odio contro di esso.”

Però Netanyahu ha detto che, se lei facesse tale richiesta, Israele valuterebbe di lasciare che Tlaib visiti la sua famiglia per una questione umanitaria.

Il ministro degli Interni ha annunciato che, se la deputata Tlaib presentasse una richiesta di visitare i suoi parenti per ragioni umanitarie, prenderebbe in considerazione la sua richiesta a patto che si impegni a non agire per promuovere il boicottaggio contro Israele durante la sua visita,” ha detto il primo ministro israeliano.

Assolutamente prevedibile”

Tlaib e Omar hanno progettato di fare un giro in Cisgiordania e a Gerusalemme est occupate durante una visita prevista per il fine settimana.

Secondo fonti diplomatiche israeliane che hanno parlato a giornalisti locali, il giro doveva includere una visita al complesso di Al-Aqsa, un luogo sacro sia per i musulmani che per gli ebrei, che la scorsa settimana è stato teatro di violenti scontri.

Il mese scorso l’ambasciatore israeliano a Washington Ron Dermer ha affermato di credere che Israele non avrebbe negato l’ingresso ad alcun parlamentare USA” come segno di rispetto per il Congresso USA e per la grande alleanza tra Israele e l’America.”

Ma prima che il divieto venisse confermato, Yousef Munayyer, direttore esecutivo della Campagna USA per i Diritti dei Palestinesi, ha affermato che vietare l’ingresso nel Paese a Tlaib e Omar era offensivo “ma anche assolutamente prevedibile”.

Israele ha discriminato i cittadini USA – soprattutto i palestinesi americani – da molto tempo. Ora sta facendo ciò persino ai nostri PARLAMENTARI,” ha scritto Munayyer martedì su twitter

In verità la discriminazione razzista di Israele contro i palestinesi non è una novità e ai palestinesi vengono costantemente negati il ritorno e la libertà di movimento nella loro patria. Ma questo episodio sottolinea la portata della complicità del Congresso nel consentire che il razzismo colpisca ora i loro stessi colleghi,” ha aggiunto.

Martedì molti sostenitori dei palestinesi, così come alcuni membri democratici del Congresso, hanno espresso la propria preoccupazione riguardo alla decisione di Israele di impedire alle parlamentari in carica l’ingresso nel Paese.

Il MIFTAH, il gruppo USA a favore dei palestinesi che ha organizzato il viaggio a cui Tlaib e Omar pensavano di unirsi, ha condannato il divieto come “un affronto contro il popolo americano e i suoi rappresentanti.”

Come ogni violatore dei diritti umani, Israele vuole imporre il silenzio sulla situazione della Palestina occupata e impedisce alle parlamentari Tlaib (e) Omar di avere un contatto diretto con il popolo palestinese, che è soggetto al crudele regime israeliano di colonizzazione, oppressione e furto di terre,” ha affermato l’associazione in un comunicato.

Ma David Friedman, ambasciatore USA in Israele e fedele sostenitore del governo israeliano e del suo progetto di colonizzazione, ha detto che l’amministrazione Trump appoggia la decisione di vietare l’ingresso alle deputate.

Ha preso di mira l’appoggio delle parlamentari al BDS come l’elemento trainante che ha provocato il divieto. “Puramente e semplicemente, questo viaggio non è altro che un tentativo di alimentare la macchina del BDS che le deputate Tlaib e Omar appoggiano così vigorosamente,” ha affermato Friedman in una dichiarazione condivisa su Twitter. “Come gli Stati Uniti, Israele è una Nazione con delle leggi. Appoggiamo l’applicazione delle sue leggi da parte di Israele in questo caso.”

Mettere in atto il “bando contro i musulmani” di Trump

Tlaib, 43 anni, è nata negli USA, ma sua nonna e la sua famiglia estesa vivono nel villaggio palestinese di Beit Ur al-Fauqa, in Cisgiordania.

Omar, trentasettenne nata in Somalia, è stata una critica accanita della criminalizzazione del movimento BDS negli USA.

Lo scorso anno Tlaib e Omar sono entrate nella storia in quanto sono diventate le prime donne musulmane ad essere mai state elette al Congresso.

Nella sua dichiarazione Omar ha affermato che, vietando l’ingresso a lei e a Tlaib, Israele sta mettendo in pratica il cosiddetto “bando contro i musulmani” dell’amministrazione Trump.

L’ordine presidenziale impedisce ai cittadini di vari Paesi a maggioranza musulmana l’ingresso negli USA, e ciò ha attirato critiche generalizzate da parte di gruppi per i diritti umani e parlamentari che hanno accusato il presidente di islamofobia.

Quello che Israele sta mettendo in pratica è il bando di Trump contro i musulmani, questa volta contro due componenti del Congresso regolarmente elette,” ha detto Omar.

Ha aggiunto che il bando non è una sorpresa, “data la posizione pubblica del primo ministro Netanyahu, che si è sempre opposto ai tentativi di pace, ha limitato la libertà di movimento dei palestinesi, la consapevolezza da parte dell’opinione pubblica della brutale realtà dell’occupazione e si è schierato con islamofobi come Donald Trump.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




In seguito all’uccisione del soldato*, politici israeliani promuovono l’annessione della Cisgiordania

Lubna Masarwa , Daniel Hilton

9 agosto 2019 – Middle East Eye

Esperti del discorso politico affermano che la scoperta del corpo del diciannovenne spinge i politici a chiedere l’estensione della sovranità di Israele, che ora è accettata dalla maggioranza dell’opinione pubblica israeliana

Inizialmente la risposta israeliana al ritrovamento giovedì del corpo del diciannovenne Dvik Sorek nei pressi di una colonia in Cisgiordania è stata la stessa di altri momenti in cui un soldato è stato ucciso nei territori occupati.

Le forze di sicurezza hanno perlustrato la zona nelle cittadine e villaggi vicini, bloccando le strade principali tra le città di Hebron e Betlemme.

Nel contempo leader israeliani hanno emesso comunicati, esprimendo le proprie condoglianze alla famiglia di Sorek, condannando l’aggressione e le fazioni palestinesi e promettendo una punizione esemplare.

Tuttavia la piega che ha preso il discorso è stata molto significativa.

Ore dopo che è iniziata la caccia all’uomo, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha partecipato ad una cerimonia per la posa della prima pietra nella colonia di Beit El. Là ha parlato della costruzione di centinaia di appartamenti e di rafforzare il radicamento israeliano “in tutte le sue parti”.

La nostra missione è di insediare il popolo di Israele sulla nostra terra, di garantire la nostra sovranità sulla nostra patria storica,” ha detto Netanyahu.

Benché la costruzione di colonie e l’incremento della presenza ebraica siano stati da molto tempo un ritornello comune delle politiche della destra israeliana, l’estensione della sovranità e quindi la piena annessione della Cisgiordania sta diventando un discorso sempre più spesso ventilato.

E il primo ministro israeliano non è stato l’unico leader a prendere la morte di Sorek nel blocco di colonie di Gush Etzion come spunto per parlarne ancora una volta.

Il portavoce del parlamento Yuli Edelstein ha detto che la risposta di Israele all’aggressione deve essere decisiva: “L’applicazione della sovranità israeliana in ogni luogo – e prima a Gush Etzion.”

È intervenuto anche Naftali Bennet, ex-ministro dell’educazione e importante esponente della lista “Destra Unita”, da poco formata.

Oggi, sì, oggi, la legge israeliana deve essere applicata a Gush Etzion con una decisione del governo,” ha twittato.

Raggiungere il consenso diffuso

L’idea di annessione ha fatto breccia nella comune opinione pubblica ai primi di aprile, giorni prima delle elezioni politiche israeliane, quando Netanyahu ha provato a prendersi i voti di destra promettendo di applicare la sovranità [israeliana] alle colonie della Cisgiordania.

La Cisgiordania è stata ufficialmente sotto occupazione militare da quando è stata conquistata nel 1967, e da allora ogni colonia vi è stata costruita in violazione delle leggi internazionali in base a un sistema amministrativo separato dalle comunità israeliane all’interno dei confini del Paese del 1948.

Ma negli ultimi mesi la destra ha cercato di estendere la sovranità israeliana e di annettere parti o tutto il territorio, riflettendo iniziative prese in altre zone conquistate nel 1967, come Gerusalemme est e le Alture del Golan. Queste annessioni non sono mai state riconosciute dalla comunità internazionale.

È sicuramente significativo che il dibattito sia diventato una questione ampiamente condivisa,” dice a Middle East Eye Meron Rapoport, un esperto analista politico israeliano. “Le parole ‘annessione’ e ‘sovranità’ vengono dette quotidianamente dai politici.”

Il dibattito non si limita alle sole colonie israeliane.

All’inizio di questa settimana Ayelet Shaked, dirigente della coalizione di estrema destra “Destra Unita”, ha chiesto ai membri della lista di dichiarare il proprio impegno ad estendere la sovranità di Israele sui “territori di Giudea, Samaria e della valle del Giordano,” riferendosi a tutta la Cisgiordania.

Con la “Destra Unita” in corsa per vincere circa 10 seggi nel parlamento israeliano, la Knesset, tale discorso potrebbe diventare una parte importante del futuro governo di destra in seguito alle elezioni israeliane del 17 settembre.

Già molti nel partito Likud di Netanyahu stanno chiedendo la stessa cosa.

La maggioranza dei deputati del Likud parla di sovranità, annessione e sviluppo delle colonie,” dice Rapoport.

Ma non bisogna dimenticare che è periodo di elezioni, quando i politici sostengono posizioni sempre più radicali.” Per Rapoport l’annessione senza cittadinanza per gli abitanti palestinesi della Cisgiordania, il cui numero è di circa 2.8 milioni, renderebbe ufficialmente Israele uno Stato di apartheid. Ma, afferma, se la destra dovesse fallire, ciò porrebbero serie domande.

L’annessione è uno dei principali progetti politici della destra. Per cui se non riuscisse ad ottenere l’approvazione per l’annessione della Cisgiordania, ciò provocherebbe una grave crisi all’interno della destra.”

Salah Khawaja, un attivista palestinese contro l’occupazione, afferma che l’annessione è già in atto sul terreno.

Nota che la maggior parte della popolazione palestinese che una volta risiedeva nell’Area C, territorio direttamente amministrato da Israele, è stata cacciata altrove in Cisgiordania a causa di una serie di politiche israeliane.

Nel contempo il discorso sulla soluzione dei due Stati è totalmente assente.

I partiti di destra israeliani non parlano più di uno Stato palestinese,” dice a MEE. “L’annessione sta diventando istituzionalizzata.”

* vedi http://zeitun.info/2019/08/10/luccisione-di-un-soldato-israeliano-scatena-una-vasta-caccia-alluomo-in-cisgiordania/

(traduzione di Amedeo Rossi)