Robert Piper dell’ONU: gli attori politici stanno perdendo di vista la sofferenza dei civili a Gaza

Ma’an News– 11 luglio 2017

Chloe Benoist

Gerusalemme (Ma’an) – Martedì le Nazioni Unite hanno reso pubblico un rapporto che lancia l’allarme rispetto alla situazione umanitaria in continuo peggioramento nella Striscia di Gaza sotto assedio, un mese dopo che il territorio palestinese ha segnato il decimo anniversario sotto il blocco israeliano.

Il rapporto, intitolato “Gaza dieci anni dopo”, avverte soprattutto che l’acquifero di Gaza potrebbe diventare inutilizzabile entro la fine dell’anno, oltre alle continue crisi energetiche e sanitarie, mentre più di metà dei due milioni di abitanti di Gaza soffre di insicurezza alimentare.

Resta fondamentale che la gente di Gaza abbia la possibilità di vivere una vita degna, sana e produttiva in pace e sicurezza e che l’attuale spirale discendente sia invertita,” ammonisce il rapporto. “Senza questi passi Gaza diventerà più isolata e più disperata, aumenterà la minaccia di una nuova e più devastante escalation e le prospettive di una riconciliazione tra i palestinesi scemeranno – e lo stesso avverrà con le prospettive di pace tra Israele e Palestina.”

In occasione della diffusione del rapporto, il coordinatore per l’aiuto umanitario e le attività di sviluppo nei territori palestinesi dell’ONU si è incontrato martedì con Ma’an ed ha discusso della perdurante crisi a Gaza, così come della gestione da parte dell’ONU delle tensioni quando si occupa delle violazioni delle leggi internazionali nei territori palestinesi occupati. L’intervista, pubblicata per la sua chiarezza e brevità, può essere letta qui di seguito.

Quali erano le intenzioni dell’ONU nella pubblicazione del rapporto, due anni dopo aver messo in guardia sul fatto che Gaza potrebbe diventare invivibile entro il 2020?

In primo luogo, ogni volta che cerchiamo di condividere la vicenda di Gaza, siamo costantemente attaccati da diverse angolature perché la successione dei fatti sarebbe sbagliata, perché banalizzeremmo la situazione, perché non citeremmo qualcuno, e così di seguito. Nell’ambito dell’ONU c’è questa preoccupazione che, anno dopo anno, perdiamo di vista i civili coinvolti nella tragedia che è oggi Gaza, e non dobbiamo perdere alcuna occasione per parlare della loro vicenda.

In secondo luogo, è il decennale, un anniversario tragico di almeno tre avvenimenti: la presa di potere violenta da parte di Hamas a Gaza, il rafforzamento della chiusura veramente rigida – un vero e proprio blocco da quando Hamas ha preso il sopravvento – e la conseguente separazione che ne è seguita tra Gaza e la Cisgiordania.

Nel rapporto lei afferma di aver visitato Gaza due volte al mese. Cosa le hanno detto i gazawi su come vedono la situazione?

I gazawi sono davvero molto resilienti. Sono orgogliosi, e non vogliono in un certo senso lamentarsi e dimostrare debolezza, c’è un elemento di incredibile stoicismo e resistenza che è veramente sbalorditivo. Ma si ha rapidamente questa sensazione di sfinimento tra i comuni gazawi, che ne hanno passate così tante, per così tanto tempo, e hanno la sensazione che nessuno sia realmente dalla loro parte. Francamente non hanno niente di buono da dire su nessun dirigente. Penso che si sentano terribilmente abbandonati.

E quando incontri un sottogruppo di persone particolarmente vulnerabili – donne con cancro al seno, bambini che necessitano di apparecchiature per la dialisi – capisci che, mentre ci può essere una parte della gente che in qualche modo se la può cavare, ben presto arrivi ad un’altra fascia di persone terribilmente vulnerabili che sono imprigionate a Gaza, sono terribilmente dipendenti dall’elettricità, dalle cure mediche, dai permessi (israeliani) per raggiungere un ospedale, e sono sempre più disperate.

Crede che ci sia tempo per evitare una crisi umanitaria ancora peggiore o abbiamo ormai raggiunto un punto in cui Gaza è invivibile?

E’ possibile modificarla, ma dobbiamo fare in fretta, e in primo luogo bisogna mettere quella gente, se non in cima, almeno un po’ più in alto nell’agenda. Al momento stanno languendo troppo in fondo alla lista delle priorità, ma c’è molto che si può fare e può essere fatto in fretta. La situazione non è facile da risolvere perché ci sono tante di quelle diverse dimensioni che vanno insieme contemporaneamente, ma assolutamente, siamo al cento per cento ottimisti che sia fattibile se c’è la volontà da parte degli attori principali che questo avvenga.

Pensa che oggi ci sia questa volontà?

Il fatto che abbiamo dovuto scrivere questo rapporto e che questo rapporto racconti una storia così triste di un de-sviluppo praticamente secondo ogni possibile indicatore, penso risponda a quella domanda. Non c’è il tipo di interessamento che ci dovrebbe essere, non c’è il tipo di impegno che ci aspettiamo di vedere oggi.

Il rapporto afferma che tenta di “guardare oltre le polemiche” quando si discute della crisi di Gaza – ma perché il documento cita solo brevemente la recente decisione dell’ANP di tagliare l’elettricità a Gaza, una decisione che lei ha denunciato in giugno?

Stiamo realmente tentando di dedicare attenzione ad una vicenda di dieci anni di decadimento strutturale in praticamente tutti i settori. Non ci sono aggiustamenti a breve termine, per cui abbiamo preso la decisione consapevole di non approfondire troppo la crisi attuale, perché è oscurata da una storia decennale. Spero davvero che la saga attuale sulle forniture di elettricità israeliane sia solo una nota marginale sperabilmente risolta in un tempo relativamente breve, ma di nuovo, dobbiamo essere molto chiari: nei giorni buoni Gaza ha il 40% dell’elettricità di cui ha bisogno. Nessun bambino di 12 anni ricorda più di 12 ore di elettricità al giorno. E’ terribile, e stiamo cercando di attirare l’attenzione su quella vicenda.

Il rapporto mette davvero in luce le responsabilità di Hamas nella situazione di Gaza e le sue violazioni delle leggi internazionali, ma è formulato in modo ambiguo quando si riferisce alle violazioni israeliane, facendo spesso riferimento al blocco con il termine più velato di “restrizioni all’accesso ed al movimento.” Ciò è parte della decisione di “andare oltre le polemiche”?

Penso che troverà che il documento fa riferimento in modo non ambiguo al blocco, che troverà la condanna delle azioni da parte di Israele, della mancanza di responsabilizzazione, di “punizione collettiva”. Troverà alcuni commenti realmente duri su Hamas e su come governa Gaza, ma troverà anche qualche analisi di opportunità mancate da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese e così di seguito. Penso che vi troverà qualcosa riguardo a ciascuno.

Se vuole essere onesta nel cercare di raccontare la vicenda (a Gaza), deve mettere in collegamento questi tre avvenimenti – il blocco, la presa di potere di Hamas, la divisione dell’amministrazione palestinese. Quello che ci siamo rifiutati di fare è stato di isolare ognuno di questi fattori e dire “se solo non fosse successo questo, tutto sarebbe andato bene.” Sono tutte parti integranti nella comprensione del disastro che Gaza è oggi. Penso che una lettura onesta del rapporto arriverebbe alla conclusione che nessuno la fa franca e nessun problema è preso da solo come l’unica causa determinante.

Per utilizzare un solo esempio, quando il rapporto parla del ricorrente conflitto nella Striscia di Gaza e quindi invita “entrambe le parti” a rispettare “i principi di distinzione, proporzionalità e precauzione” durante i periodi di guerra, cosa risponde l’ONU alle critiche secondo cui questo tipo di affermazioni mette sullo stesso piano le violazioni palestinesi ed israeliane ed elimina le violazioni su più larga scala di tali principi di una delle parti?

Probabilmente lei sa molto bene che durante le ostilità del 2014 ci sono state violazioni da entrambe le parti e c’è stata una commissione di inchiesta indipendente del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU che ha dettagliato correttamente le prove e le raccomandazioni in merito alle violazioni da parte di entrambi. L’ONU da allora ha chiesto che ne rendessero conto e non ha visto quasi nessuno da entrambe le parti [pagare le conseguenze]. A quel punto, non ci siamo addentrati in problemi di proporzionalità – penso che quando le leggi internazionali sono violate, sono violate, e questo è tutto. In questo rapporto non abbiamo davvero avuto lo spazio – o il desiderio – di entrare in maggiori dettagli. Per noi il punto è che entrambe le parti hanno violato le leggi internazionali, e che non c’è stata una sufficiente assunzione di responsabilità da parte di entrambi per queste violazioni, e non penso che noi dobbiamo andare molto oltre.

Lei pensa che ci sia una qualche reticenza degli organismi dell’ONU nell’essere troppo critici di una parte specifica del conflitto – Israele – date le reazioni a un rapporto dell’ESCWA [Commissione economica e sociale dell’ONU per l’Asia occidentale, un cui rapporto del marzo 2017 che accusava Israele di praticare un sistema di apartheid a danno dei palestinesi è stato censurato dal Segretario Generale. In seguito a ciò la presidentessa dell’ESCWA ha presentato le sue dimissioni per protesta, ndtr.] e alla recente risoluzione dell’UNESCO [che ha stabilito che La Città Vecchia di Hebron e la Tomba dei Patriarchi/Moschea di Ibrahim sono parte del patrimonio culturale palestinese e sono in pericolo, ndt] quest’anno? E’ una cosa che avete preso in considerazione?

Prendiamo in considerazione come questi rapporti verranno recepiti, ma non ci si sbagli: possiamo essere impopolari per chiunque in diversi momenti dell’anno. E’ la natura del nostro lavoro, soprattutto in un contesto in cui abbiamo quello che chiamiamo un’operazione di protezione. L’obiettivo fondamentale di questo rapporto – e resta da vedere se ci riuscirà o meno – è fare la storia dell’impatto di queste misure su civili innocenti al centro della narrazione, invece che delle politiche o della sicurezza, e non consentire che questa vicenda sia monopolizzata da parti interessate. I dati di questo rapporto – l’impatto sull’acquifero, il peggioramento dei servizi per la salute, l’insicurezza alimentare peggiorata, i livelli di povertà e di disoccupazione – questi dati non sono politici. E’ una vicenda di sofferenze umane che devono essere messe al centro, e ciò non deve essere strumentalizzato da nessuno, e sfideremo chiunque a farlo.

Lei pensa che questi problemi possano essere affrontati separatamente dal contesto politico?

Non separatamente, ma se lei mette gli interessi (umanitari) di due milioni di persone al primo posto quando guarda alle soluzioni, sicuramente ciò influenzerà e orienterà le scelte politiche che si faranno. Il grado in cui sei disposto ad arrivare a compromessi è in parte sicuramente determinato da quanta importanza si attribuisce al livello di sofferenza che si sta vedendo oggi a Gaza.

Quali azioni concrete lei spera che prenderà la comunità internazionale in seguito a questo rapporto?

Penso che la comunità internazionale debba essere presente sia nei momenti di crisi in termini di soccorso, ma anche per appoggiare a lungo termine gli investimenti necessari. Gaza si trova in una specie di circolo vizioso di crisi, ricostruzione, crisi, ricostruzione. Abbiamo bisogno di importanti investimenti infrastrutturali, per cui onestamente si tratta di un altro tipo di fondi da parte di un diverso tipo di investitori rispetto a quelli che sono stati disponibili per Gaza nell’ultimo decennio. Abbiamo bisogno di una comunità internazionale con una maggiore disponibilità al rischio di quella di oggi, perché questo è un contesto complicato e ad alto rischio. Molti investitori, molti donatori sono preoccupati di investire molto denaro in un simile contesto.

C’è anche la necessità di una comunità internazionale che faccia pressione sugli attori coinvolti in modo consistente e coordinato. Non ci possiamo permettere di avere una comunità internazionale frammentata che reagisce all’ultimo sviluppo di una crisi, abbiamo bisogno di coesione della comunità internazionale, che è una cosa veramente rara da vedere.

Pensa che il suo lavoro sia stato influenzato dall’elezione del presidente USA Donald Trump?

Il mio non è un lavoro politico, è umanitario e per lo sviluppo, per cui non sono così tanto sensibile a ciò. Per essere onesto, penso che buona parte del lavoro che facciamo è stato sottoposto a intense pressioni ormai da parecchi anni. Se misuriamo il nostro lavoro in termini del numero di demolizioni nell’Area C [zona della Cisgiordania sotto temporaneo controllo totale israeliano in base agli accordi di Oslo, ndt.], del numero di persone che hanno ottenuto un permesso di cura del cancro fuori da Gaza, è veramente molto scoraggiante, ad essere onesti, non solo negli ultimi sei mesi, ma negli ultimi anni. Per cui penso che abbiamo sfide difficili di fronte a tutti noi.

(traduzione di Amedeo Rossi)




In Cisgiordania sia archeologi israeliani che palestinesi rivendicano il patrimonio culturale

Daniel Estrin Parallels -16 febbraio 2017

Se la storia è un argomento di polemiche in Medio oriente, lo è anche una parte dell’attività archeologica in corso per documentare e preservare i resti di quella storia.

L’esercito israeliano ha un’unità di archeologia che è responsabile degli scavi in buona parte della Cisgiordania, terra conquistata da Israele nel 1967 e rivendicata dai palestinesi per uno Stato indipendente.

In base ad un accordo israelo-palestinese, lo status della Cisgiordania – ed i manufatti che vi vengono trovati – deve essere regolato con accordi di pace definitivi. Fino ad allora gli archeologi militari continuano a scavare in Cisgiordania – e concedono permessi di scavo ad accademici israeliani.

“Il nostro lavoro è soprattutto la conservazione della storia della zona,” dice Benny Har-Even, il vice capo di stato maggiore per l’archeologia, camminando tra le rovine di un villaggio datato del II° secolo a.C.

Lì vicino i lavoratori palestinesi che l’esercito utilizza versano cemento per rinforzare una fila di pietre, predisponendo il luogo come attrazione turistica.

Gli archeologi militari vedono il proprio lavoro come una corsa per salvare circa 3.000 siti archeologici noti nella zona. “Dobbiamo occuparci di loro, proteggerli, cercare di evitare che i banditi li distruggano,” afferma Har-Even.

Ma, secondo l’archeologo israeliano Rafi Greenberg di “Emek Shaveh”, un gruppo di archeologi di sinistra che criticano gli scavi, alcuni aspetti dell’attività archeologica israeliana in Cisgiordania non sono resi pubblici dall’esercito.

“Non rendono pubblica la lista degli scavi o l’elenco di chi scava o dei ritrovamenti o dei luoghi dei loro depositi,” sostiene Greenberg. “E’ tutto mantenuto sotto il segreto di Stato.”

Il gruppo accusa Israele di utilizzare l’archeologia per rafforzare il suo controllo sulla Cisgiordania e si è rivolto a un tribunale per scoprire, tra le varie informazioni, a quali studiosi israeliani sono stati concessi i permessi per scavare là.

A novembre un giudice israeliano ha sentenziato che l’identità di questi archeologi rimarrà secretata per proteggerli dal boicottaggio da parte dei loro colleghi nel resto del mondo che sono contrari alla collaborazione con l’occupazione militare israeliana della Cisgiordania.

Greenberg crede che la segretezza parli da sola.

“Se è sbagliato, allora non farlo. E se è giusto, parlane con tutti,” afferma. “Ma questo approccio, di non volerlo far sapere solleva sospetti. Cosa si può dire? Se qualcuno non è trasparente, ha qualcosa da nascondere.”

In un’intervista un archeologo di un’università israeliana che ha effettuato scavi in Cisgiordania e che ha pubblicato vari libri sulle sue scoperte, ha chiesto di non essere identificato per timore che attirare l’attenzione su di sé potrebbe portarlo ad essere boicottato.

“Non penso di star facendo qualcosa di sbagliato,” dice l’archeologo. “Penso che sto salvando documentazione.”

Gli archeologi dell’esercito dicono che il loro lavoro è necessario per proteggere importanti ritrovamenti storici dall’abbandono al florido commercio dei ladri palestinesi di antichità. Ma l’ex-capo dell’Autorità Palestinese per le Antichità Hamdan Taha ritiene che siano gli archeologi israeliani che si comportano come ladri di oggetti antichi, facendo scavi sotto la cappa dell’anonimato in una terra occupata.

“Ciò fornisce loro un quadro giuridico per un palese saccheggio,” dice Taha. “Stravolge il ruolo dell’archeologia da ricostruzione scientifica del passato a caccia al tesoro.”

Gli archeologi dell’esercito portano i manufatti che scoprono in determinati magazzini e a volte li prestano a musei e istituti di ricerca perché vengano esposti. A novembre il tribunale israeliano ha stabilito che non venga rivelata l’ubicazione dei depositi. Ha anche deciso che non venga rivelato quali manufatti vengano esposti né identificate le istituzioni che li mettono in mostra, assecondando, tra le altre cose, le preoccupazioni del governo israeliano secondo cui rendere pubbliche queste informazioni potrebbe danneggiare le relazioni internazionali di Israele e compromettere i futuri negoziati con i palestinesi.

Gli archeologi dell’Autorità Nazionale Palestinese conducono i propri scavi nelle zone della Cisgiordania sotto il loro controllo e collaborano con colleghi internazionali, ma non effettuano scavi con l’esercito israeliano. I palestinesi che lavorano per gli archeologi militari israeliani sono manovali non dipendenti dal governo palestinese.

Alcuni archeologi israeliani sostengono di svolgere un importante servizio in Cisgiordania perché gli scavi non sarebbero realizzati con la stessa professionalità dagli archeologi palestinesi, che secondo loro non sono sufficientemente qualificati. Taha respinge questa tesi.

“E’ un’affermazione che vale poco e non voglio rispondere, perché è esattamente la mentalità dell’occupante: la dominazione,” dice.

Taha riconosce che ci sono problemi: alcuni edifici storici sono stati demoliti da imprenditori privati palestinesi in appalto per fare spazio a nuove strutture in Cisgiordania, fatto che Taha addebita a una legge palestinese obsoleta che non protegge adeguatamente i siti del patrimonio culturale. E il campo degli studi archeologici palestinesi nelle istituzioni accademiche della Cisgiordania è recente e in via di sviluppo. L’Autorità Nazionale Palestinese non ha ancora sostituito Taha da quando nel 2014 ha lasciato il suo posto di capo delle antichità.

Tuttavia, dice, persino durante i periodi di violenza, i palestinesi non hanno permesso che i luoghi archeologici subissero lo stesso destino di siti in Siria e in Iraq distrutti dall’ISIS.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Rapporto OCHA periodo 13 – 19 giugno 2017 (una settimana)

Il 19 giugno, l’Azienda Elettrica israeliana ha iniziato a ridurre la sua fornitura di energia elettrica alla Striscia di Gaza; in alcune zone le interruzioni di energia elettrica sono passate da 19-20 ore/giorno a 20-21 ore/giorno.

Ciò in seguito alla decisione del governo palestinese della Cisgiordania di ridurre del 30% i pagamenti dovuti ad Israele per la fornitura di energia. In una dichiarazione emessa il 14 giugno, Robert Piper, Coordinatore Umanitario dell’ONU nei Territori palestinesi occupati (oPt), ha avvertito delle “conseguenze disastrose” che tali decisioni avranno sulle condizioni di vita dei quasi due milioni di residenti di Gaza.

Il 16 giugno, nei pressi della Città Vecchia di Gerusalemme Est, nel corso di una aggressione con coltello ed arma da fuoco, è stata pugnalata ed uccisa una donna, ufficiale della polizia israeliana di frontiera; i tre aggressori palestinesi, tra i 18 e i 19 anni, sono stati colpiti e uccisi sul posto. I loro corpi sono trattenuti dalle autorità israeliane. Nello stesso contesto sono stati feriti altri tre palestinesi ed un poliziotto israeliano. Nickolay Mladenov, Coordinatore Speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente, ha duramente condannato l’attacco. Quest’ultima aggressione ha portato a sei il numero di israeliani uccisi da palestinesi dall’inizio del 2017: tutti appartenenti alle forze di sicurezza. Il numero di aggressori e sospetti aggressori palestinesi uccisi nello stesso periodo è giunto a 13, di cui quattro minori.

A seguito dell’attacco di cui sopra, le forze israeliane hanno fatto irruzione a Deir Abu Mash’al (Ramallah), località dalla quale provenivano ​​gli autori dell’aggressione ed hanno bloccato tutti gli ingressi del villaggio. L’irruzione israeliana ha innescato scontri con giovani del villaggio, con conseguente ferimento di cinque palestinesi e la confisca di veicoli e documenti. Al momento della chiusura del presente rapporto, ai residenti (circa 4.500) era ancora proibita l’uscita dal villaggio, ad eccezione dei casi umanitari preventivamente concordati; rientrano fra questi gli studenti e gli insegnanti impegnati in esami di immatricolazione [il cui superamento consente l’immatricolazione ai corsi del livello successivo] che si svolgono in villaggi vicini. Viene riferito che le autorità israeliane hanno effettuato sopralluoghi e rilievi riguardanti le case di famiglia degli aggressori, in previsione della loro demolizione punitiva.

Sempre in relazione allo stesso attacco, le autorità israeliane hanno revocato circa 200.000 permessi di ingresso per le visite familiari in Israele; erano stati rilasciati, in occasione del mese di Ramadan, a palestinesi in possesso di carte di identità della Cisgiordania. Tuttavia, secondo quanto riferito, verranno mantenuti sia i permessi rilasciati per accedere a Gerusalemme Est per le preghiere del venerdì durante il Ramadan, sia la temporanea esenzione dal relativo obbligo di autorizzazione, concessa ai maschi di età superiore ai 45 anni e alle femmine di tutte le età.

Sempre il 16 giugno, per ragioni non specificate, le autorità israeliane hanno chiuso gli ingressi principali ai villaggi di Beit Tammar, Jannatah e Marah Rabah nel governatorato di Betlemme. Al momento della chiusura del presente rapporto circa 18.500 palestinesi sono ancora costretti a lunghe deviazioni che rendono difficile l’accesso ai servizi e ai luoghi di lavoro.

Gli scontri con le forze israeliane nei Territori occupati hanno causato il ferimento di 67 palestinesi, tra cui nove minori, e di tre poliziotti israeliani. Gli scontri più estesi si sono verificati il ​​18 giugno a Gerusalemme Est, nel complesso di Haram Al Sharif / Monte del Tempio, dopo che la polizia israeliana aveva fatto irruzione nel sito, causando il ferimento di 22 palestinesi e di tre israeliani. Altri 17 feriti sono stati registrati nella Striscia di Gaza, durante la protesta settimanale presso la recinzione perimetrale. Ancora scontri, con feriti, si sono verificati durante una dimostrazione a Kafr Qaddum (Qalqiliya), durante operazioni di ricerca-arresto in Al Bireh (Ramallah), Silwan (Gerusalemme Est) e nel corso della già citata operazione a Deir Abu Mash’al (Ramallah). Tredici dei ferimenti di questa settimana sono stati procurati da armi da fuoco; i restanti da proiettili di gomma, aggressioni fisiche e inalazioni di gas lacrimogeno, tali da richiedere trattamento medico.

Nella striscia di Gaza, oltre ai suddetti scontri, in 17 occasioni durante la settimana, le forze israeliane hanno aperto il fuoco verso palestinesi presenti nelle Aree ad Accesso Riservato (ARA) in terra e in mare, senza provocare feriti. In uno degli episodi, una barca da pesca è stata danneggiata.

In Cisgiordania diversi episodi di lancio di pietre contro veicoli, sia da parte palestinese che da parte di coloni israeliani, hanno provocato il ferimento di una donna israeliana e danni ad almeno quattro veicoli israeliani e a tre veicoli palestinesi. Il 17 giugno, vicino allo raccordo stradale di Gush Etzion (Hebron), un colono israeliano è stato fisicamente aggredito e ferito da un palestinese, secondo quanto riferito, in un tentativo di aggressione con coltello.

Secondo fonti ufficiali israeliane, per le preghiere del terzo venerdì del Ramadan (16 giugno), circa 95.000 palestinesi della Cisgiordania sono stati ammessi in Gerusalemme Est attraverso checkpoint prefissati. Ciò è da attribuire, come menzionato in precedenza, principalmente alla temporanea sospensione dell’obbligo di permesso per i titolari di documenti di identità rilasciati dalla Cisgiordania. Inoltre, a circa 100 palestinesi di Gaza sopra i 55 anni è stato concesso di entrare a Gerusalemme Est per le preghiere del venerdì, e ad altri 300 durante i giorni feriali.

Il Valico di Rafah, controllato dall’Egitto, è stato tenuto chiuso in entrambe le direzioni durante l’intero periodo di riferimento. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 20.000 persone, tra cui casi umanitari, sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah. Il valico è stato ultimamente aperto eccezionalmente il 9 maggio, portando a 16 il numero di giorni di apertura nel 2017.

Ultimi sviluppi (successivi al periodo di riferimento di questo Rapporto)

Secondo l’Azienda di Distribuzione Elettrica di Gaza, dal 19 al 22 giugno, Israele ha ridotto progressivamente la sua fornitura di energia elettrica alla Striscia di Gaza da 120 a 72 megawatt (MW). Questa riduzione è stata compensata dalla ripresa parziale dell’attività della Centrale Elettrica di Gaza (55 MW) che ha consentito di mantenere l’erogazione di energia per circa quattro ore al giorno; la Centrale era stata chiusa il 17 aprile. L’impianto è stato in grado di riprendere le attività perché l’Egitto ha aperto il valico di Rafah per due giorni consecutivi, consentendo l’ingresso di combustibile industriale.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Traduzione a cura di “Associazione per la pace – gruppo di Rivoli”




Lieberman: neanche un solo rifugiato palestinese tornerà nella sua terra in Israele

23 giugno 2017,Ma’an News

Betlemme (Ma’an) – In un discorso tenuto alla conferenza di Herzliya in Israele, in cui si discutono [periodicamente] le politiche nazionali del Paese, il ministro della Difesa di estrema destra Avigdor Lieberman ha negato la possibilità, per i palestinesi profughi dalla Palestina storica su cui è stato costruito Israele, di ritornare alle loro terre all’interno dei confini del 1967, diritto sancito dalla Risoluzione 194 delle Nazioni Unite.

Non accetteremo il ritorno anche di un solo rifugiato all’interno dei confini del ‘67”, avrebbe detto Lieberman. “Non ci sarà mai più un altro primo ministro che faccia proposte ai palestinesi come ha fatto Ehud Olmert”, ha aggiunto, riferendosi ad una proposta di pace del 2008 avanzata dall’ex primo ministro.

Il diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi è una delle principali richieste tra i palestinesi e i loro dirigenti. Essa rappresenta anche un potente legame simbolico con le loro terre e case da cui furono espulsi, in quanto molti palestinesi possiedono ancora le chiavi originali delle loro case occupate dallo Stato di Israele 69 anni fa.

Secondo i media israeliani, Lieberman ha anche detto che una conclusione del decennale conflitto israelo-palestinese “non risolverà i problemi – li peggiorerà”, ed ha sottolineato che Israele dovrebbe anzitutto “raggiungere un accordo regionale con gli Stati sunniti moderati e solo in seguito un accordo con i palestinesi.”

Ha poi messo in discussione anche la legittimità della presenza dei cittadini palestinesi al parlamento israeliano, la Knesset, evidenziando che il blocco politico ‘Lista Unita’ – che rappresenta nella Knesset partiti guidati da cittadini palestinesi di Israele – ha rifiutato di aderire alle ideologie sioniste.

L’unico luogo che non vogliono lasciare è Israele. Perché? Perché stanno bene qui”, ha detto, riferendosi ai palestinesi cittadini di Israele, che costituiscono circa il 20% della popolazione, le cui famiglie vivevano nelle terre della Palestina storica prima della creazione dello Stato di Israele.

Secondo l’Ufficio Centrale di Statistica Palestinese (PCBS), il 66% dei palestinesi che viveva nella Palestina del mandato britannico nel 1948 fu espulso dalla Palestina storica e scacciato dalle proprie case e terre durante il processo di creazione dello Stato di Israele, evento a cui i palestinesi si riferiscono come Nakba, o catastrofe.

Riguardo a Gaza, Lieberman avrebbe detto “Non credo che abbiamo bisogno di parlarne. Non finirà presto”, dopo aver definito la tremenda situazione nel territorio palestinese sotto assedio una “crisi interna ai palestinesi”, facendo eco alle dichiarazioni dell’ambasciatore USA alle Nazioni Unite Nikki Haley, che ha attribuito tutta la colpa della tragica situazione umanitaria nella Striscia di Gaza assediata ad Hamas, ed assolto Israele da ogni responsabilità per la perdurante crisi.

Lieberman ha anche accusato il presidente palestinese Mahmoud Abbas di cercare di spingere Hamas alla guerra contro Israele esacerbando la crisi a Gaza con il taglio dei pagamenti da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) per l’elettricità fornita a Gaza da Israele.

Abbas sta per incrementare i tagli e presto interromperà i pagamenti dei salari a Gaza ed il rifornimento di carburante alla Striscia, nell’ambito di una strategia su due fronti: colpire Hamas e spingerlo alla guerra con Israele”, avrebbe detto.

Le dichiarazioni di Lieberman sono state rilasciate nel bel mezzo di un tentativo di ripresa del processo di pace tra israeliani e palestinesi da parte del destrorso Presidente USA Donald Trump.

Recentemente, mercoledì sera, nella città di Ramallah nella Cisgiordania occupata si è tenuto un incontro tra Abbas ed il genero e principale consigliere di Trump, Jared Kushner, per discutere di una ripresa dei colloqui di pace con Israele.

In quell’occasione il membro del Comitato Esecutivo dell’OLP, Wasel Abu Yousif , in una dichiarazione ha detto che rilanciare un processo politico richiede certi requisiti basati sul diritto internazionale: deve essere fissato un limite di tempo per porre fine alla cinquantennale occupazione israeliana dei territori palestinesi, per stabilire uno Stato palestinese lungo i confini del 1967 con capitale Gerusalemme est, e i rifugiati palestinesi devono avere garanzia del diritto al ritorno alle case ed ai villaggi da cui sono stati espulsi.

Tuttavia i dirigenti israeliani sono stati espliciti nel respingere le pretese dell’ANP su Gerusalemme est, che è stata ufficialmente annessa da Israele nel 1980, e hanno ripetutamente proclamato la loro opposizione al ritorno dei rifugiati palestinesi o persino alla sospensione dell’espansione delle colonie israeliane illegali nei territori palestinesi occupati.

Naftali Bennett, il ministro dell’Educazione della destra israeliana, ha anche presentato un disegno di legge al parlamento israeliano che impedirebbe ogni futura divisione di Gerusalemme, emendando la Legge Fondamentale israeliana su Gerusalemme in modo che sia necessaria l’approvazione di 80 dei 120 membri della Knesset per apportare cambiamenti alla legge, invece della maggioranza semplice.

Lo scopo di questa legge è di unificare Gerusalemme per sempre”, avrebbe detto Bennett, aggiungendo che la sua proposta di legge renderebbe “impossibile” dividere Gerusalemme.

Mentre l’ANP e la comunità internazionale non riconoscono la legittimità dell’occupazione di Gerusalemme est, di Gaza e della Cisgiordania a partire dal 1967, molti palestinesi ritengono che tutta la Palestina storica sia stata occupata fin dalla creazione dello Stato di Israele nel 1948.

Un crescente numero di militanti ha criticato la soluzione dei due Stati per il conflitto israelo-palestinese come insostenibile e non atta a consentire una pace durevole, stante l’esistente contesto politico, proponendo al suo posto uno Stato binazionale con eguali diritti per israeliani e palestinesi.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Come Israele imprigiona palestinesi perché corrispondono al ‘profilo del terrorista’

Orr Hirschauge e Hagar Shezaf – 31 maggio 2017Haaretz

Israele ha arrestato centinaia di palestinesi dall’inizio dell’intifada “dei lupi solitari” nel settembre 2015, in parte sulla base dell’analisi dei post sui social media. Le autorità affermano che questi arresti sono legittimi, ma altri vi scorgono una grave violazione dei diritti umani.

Il marito di Su’ad Zariqat è stato investito ed ucciso in un incidente in Israele nel 2010. Da allora, la ventinovenne palestinese dice di aver postato regolarmente sue fotografie sulla propria pagina Facebook. Ma nelle prime ore del 2 dicembre 2015 le forze israeliane sono entrate in casa sua e l’hanno arrestata. Questo è successo nel momento più critico delle violenze che erano iniziate due mesi prima in Cisgiordania e Israele. Era la seconda volta che veniva arrestata, dopo essere stata in prigione nel 2008 con l’accusa di contatti con organizzazioni ostili ad Israele. Questa volta, dice, le è stata mostrata una schermata di un post su Facebook con la fotografia di suo marito accompagnata dalla scritta “Che Dio ci riunisca in paradiso.”

Zariqat dice che la parola shahda (affine a shahid, ‘martire’ in arabo) nel suo post Facebook sembrava allarmare chi la stava interrogando. “Gli ho detto che si tratta di una parola che usiamo regolarmente. Il fatto che l’ho scritta su Facebook non significa che io farò alcunché, anche quando qualcuno muore in un incidente automobilistico lo chiamiamo shahid.”

In seguito all’interrogatorio, nei confronti di Zariqat è stato emesso un ordine di detenzione amministrativa di quattro mesi – detenzione senza processo che viene utilizzata come detenzione cautelare da Israele, soprattutto contro palestinesi della Cisgiordania. Essa è stata successivamente prorogata di altri quattro mesi. La maggior parte del materiale nei casi di detenzione amministrativa è riservata e al difensore non vengono mostrate né la documentazione né l’imputazione.

Quando le si chiede come la sua vita abbia risentito della detenzione, Zarikat dipinge un quadro fosco. Prima del suo arresto, dice, la sua vita ruotava intorno al desiderio di finire gli studi universitari, lavorare e aiutare economicamente la sua famiglia. Tuttavia dopo il suo rilascio non è stata in grado di riprendere gli studi e raramente esce di casa. La detenzione l’ha cambiata, dice, ed è stata traumatica.

Il caso di Zariqat non è un’eccezione. Nei primi mesi dell’ondata di violenze iniziata nel settembre 2015, molti palestinesi sono stati arrestati e interrogati in relazione alla loro attività sui social network. A partire dall’ottobre 2015, Israele ha arrestato più di 200 palestinesi con l’accusa di istigazione [alla violenza] sui social media. I loro avvocati descrivono circostanze e sequenze di eventi analoghi a quelli che hanno caratterizzato l’esperienza della giovane vedova. Il suo profilo – una congiunta di uno shahid che vive nella zona di Hebron – corrisponde perfettamente al profilo creato dalle forze di sicurezza israeliane per valutare il livello di minaccia di individui palestinesi che potrebbero compiere attacchi con coltelli o con automobili.

In base ai dati del Ministero degli Esteri, 43 israeliani sono stati uccisi e 682 feriti negli attacchi terroristici in Israele e Cisgiordania da settembre 2015.

L’Ufficio dell’ONU per il Coordinamento delle Questioni Umanitarie (OCHA) afferma che nello stesso periodo sono stati uccisi 237 palestinesi, 167 dei quali mentre cercavano di compiere attacchi contro israeliani. Altri sono stati uccisi nel corso di incursioni dell’esercito israeliano e durante manifestazioni, comprese quelle svoltesi lungo il confine della Striscia di Gaza. Secondo i dati dell’OCHA, la stima dei palestinesi feriti in quel periodo è di 15.000.

Il tenente colonnello (in pensione) Maurice Hirsch è stato il procuratore capo militare per la Giudea e la Samaria (la Cisgiordania) fino all’anno scorso. Afferma che da settembre 2015 decine di post sui social media, che presumibilmente indicavano l’intenzione dell’autore di compiere un attacco terroristico, hanno portato a detenzioni amministrative. In altri casi, persone identificate come possibili esecutori di un attacco terroristico sono state accusate di istigazione sui social media.

Hirsch spiega che la procura militare è obbligata a seguire una procedura penale esaustiva prima di poter ricorrere all’opzione della detenzione amministrativa. Perciò, se vi sono prove sufficienti per un’accusa di istigazione, vi si farà ricorso – anche se vi è il dubbio che il sospettato sia un potenziale terrorista, aggiunge Hirsch. Sottolinea che questa disposizione di legge è stata utilizzata nella maggior parte dei casi in cui sono state presentate accuse penali relative ad individui sospettati di essere potenziali aggressori.

Sami Janazreh, di 43 anni, è stato posto in detenzione amministrativa nel novembre 2015. E’ stato arrestato a casa sua nel campo profughi di Al-Fawwar, vicino a Hebron. Dice che all’inizio non ha capito perché lo arrestavano. Come in tutti i casi di detenzione amministrativa, la maggior parte dei materiali del fascicolo era riservata e non gli è stato mostrato né la documentazione né l’imputazione. Poco dopo l’arresto, ha deciso di entrare in sciopero della fame, chiedendo di poter conoscere quali fossero le accuse contro di lui.

Dopo 71 giorni di sciopero della fame, la lotta di Janazreh ha avuto successo, almeno in parte. Parlando con Haaretz dalla sua casa di Al-Fawwar, dice che gli è stato comunicato che, invece della detenzione amministrativa, avrebbe subito un processo per istigazione sui social media.

La mia imputazione è stata costruita sulla base delle schermate dei miei post su Facebook”, dice. “Allora mi sono reso conto che la lotta contro gli arresti per Facebook è esattamente come la lotta contro la detenzione amministrativa – ogni palestinese oggi potrebbe essere colpevole. Per ogni palestinese che sia stato scoperto dal servizio di sicurezza dello Shin Bet ad aver condiviso una fotografia di uno shahid o di un prigioniero, o ad aver scritto un post su Facebook su di sé in quanto palestinese – loro potrebbero dire che si tratta di istigazione.”

Il dottor Itamar Mann, un professore di diritto internazionale e teoria politica all’università di Haifa, afferma che non è un caso che queste prassi – processi per istigazione e imputazioni sulla base di un’attività sui social media – esistano nei tribunali militari in Cisgiordania (gli organismi attraverso i quali Israele processa i palestinesi in Cisgiordania).

Dal punto di vista del sistema giuridico”, dice, “sussiste una differenza tra il modo in cui Israele attribuisce diritti all’interno di Israele e nei territori palestinesi. E più precisamente esiste una differenza nei limiti posti al diritto di libertà di espressione. Le leggi sui diritti umani non vengono applicate nei territori palestinesi e perciò la libertà di espressione non gode delle stesse tutele nei tribunali militari.”

Secondo l’organizzazione palestinese ‘Addameer – Associazione per il sostegno ai prigionieri e per i diritti umani’ (un’organizzazione no profit palestinese di patrocinio legale), dal 1967 sono stati arrestati in base alla legge marziale israeliana più di 800.000 palestinesi – cioè il 20% della popolazione palestinese totale e il 40% dei maschi adulti.

Profilo generico dei potenziali aggressori

Da quando, a settembre 2015, è iniziata l’ondata di violenze (nota anche come ‘intifada dei lupi solitari’) le autorità israeliane hanno messo a punto un sistema di allarme preventivo che valuta la probabilità di coinvolgimento di singoli palestinesi in attacchi terroristici. Nel luglio 2016 l’ufficio del portavoce dell’esercito israeliano ha tenuto diverse conferenze stampa in cui il sistema veniva descritto da un ufficiale dell’intelligence israeliana competente in materia. In seguito a recenti richieste, l’esercito israeliano ha negato agli autori di questo articolo la disponibilità a interviste in merito, adducendo cambiamenti di politica.

In aprile Amos Harel di Haaretz ha riferito che in poco più di un anno questo sistema ha identificato circa 2.200 palestinesi in varie fasi della decisione di condurre attacchi terroristici o nella pianificazione di tali attacchi. Circa 400 sono stati successivamente arrestati dall’esercito israeliano e dallo Shin Bet. I nomi di altre 400 persone sono stati consegnati all’Autorità Nazionale Palestinese ed essi sono stati arrestati dagli organismi di sicurezza in Cisgiordania e sono stati ammoniti.

Un ufficiale ha affermato in una conferenza tenuta in una base dell’esercito israeliano nel luglio 2016: “A differenza dei terroristi appartenenti ad Hamas o alla Jihad islamica, se ci si reca a casa sua una settimana prima dell’attacco, il ragazzo non sa ancora di essere un terrorista”. Haaretz è in possesso di una registrazione di questa dichiarazione pubblica.

Secondo l’ufficiale, subito dopo l’inizio dell’ondata di attacchi le autorità israeliane hanno incaricato decine di ufficiali dell’intelligence di delineare dei profili generici di “potenziali aggressori”. All’inizio sono stati elaborati tre o quattro profili generici dei primi aggressori, assemblando dati che includevano età, ubicazione della residenza e una valutazione della struttura psicologica e delle intenzioni degli aggressori, basati sulle informazioni a disposizione delle autorità. Queste comprendevano post sui social media e informazioni da altre fonti. Secondo l’ufficiale, durante questo processo sono stati anche interrogati alcuni degli aggressori.

In base ai profili elaborati, si è stimato che i potenziali aggressori fossero in maggioranza minori di 25 anni, che circa il 40% di loro attraversasse difficoltà personali e che presumibilmente avessero il desiderio di diventare martiri come mezzo onorevole per suicidarsi. Secondo la dichiarazione rilasciata, altri dati includono la schedatura, se esiste, ed una mappa delle attività collegate al terrorismo di soggetti in relazione con la persona, compresi i familiari. I problemi personali, comprese le tensioni in ambito familiare ed i matrimoni forzati, venivano descritti dall’ufficiale nella conferenza di luglio come forti motivazioni, soprattutto nei casi di attacchi compiuti da donne. Le autorità israeliane hanno identificato parecchi villaggi della Cisgiordania e quartieri di Gerusalemme est come basi di partenza di circa la metà degli attacchi.

Sempre secondo l’ufficiale, vengono svolte quasi quotidianamente “riunioni di gestione dei rischi” da parte degli ufficiali dell’intelligence israeliana per prendere decisioni in merito alla scelta del miglior modo di procedere nei confronti degli individui segnalati dal sistema. “Non puoi dire ‘ok, semplicemente arresterò chiunque abbia 16 anni ed abbia tendenze suicide e sia del villaggio da cui sono provenuti gli attacchi. Non puoi arrestare chiunque abbia solo qualche problema in testa tale che possa desiderare di accoltellare un soldato”, ha detto.

Come ha evidenziato il giornalista israeliano Ehud Yaari a gennaio su ‘The American Interest’, sono stati dedicati particolari sforzi per entrare nelle applicazioni per inviare messaggi in modo da ampliare la raccolta dei dati. “La gente oggi cambia il proprio modo di comunicare ogni settimana, per cui bisogna agire a raggio molto, molto ampio nei modi di raccogliere dati e sulle informazioni specifiche che si stanno cercando”, ha detto l’ufficiale nella conferenza di luglio.

Come ha sottolineato Yaari nel suo articolo, oltre a monitorare i post sui social media le autorità israeliane hanno anche fatto in modo di rimuovere i contenuti di istigazione alla violenza in rete. Ha anche aggiunto che l’insieme di queste attività ha costituito un importante spostamento nell’allocazione delle risorse dello Shin Bet, che ha portato ad assegnare fino ad un terzo del personale dell’agenzia al dipartimento tecnologico. Questa riforma è stata descritta in dettaglio da Amos Harel in un reportage di aprile su Haaretz (edizione in ebraico).

Nel corso dei primi mesi delle violenze nel 2015, il numero dei palestinesi non appartenenti ad organizzazioni terroristiche detenuti nelle prigioni israeliane è salito del 66% – da 648 arresti a 1038, secondo i dati del Servizio Penitenziario israeliano. Le cifre forniscono un indicatore dei cambiamenti che hanno avuto luogo nella popolazione dei prigionieri detenuti nelle carceri israeliane per motivi di sicurezza da settembre 2015.

E’ ragionevole ipotizzare che, con i dovuti adeguamenti, sarebbe anche possibile utilizzare lo stesso sistema per identificare potenziali aggressori ebrei. Ma secondo la conferenza stampa di luglio, esso non è stato utilizzato in tal modo né in Israele né in Cisgiordania.

I prigionieri di Facebook

Sia gli avvocati che gli ex detenuti intervistati per questo articolo descrivono i “prigionieri di Facebook” come persone che corrispondono ai criteri descritti dall’ufficiale nella conferenza di luglio – la maggior parte di loro sono giovani provenienti dalla zona di Hebron o dai campi profughi o da Gerusalemme, senza precedenti arresti alle spalle. Yousef al-Jaabri, un ventenne che ha scontato sei mesi di prigione per accuse di istigazione su Facebook, racconta a Haaretz: “Durante la mia detenzione ho incontrato altri prigionieri di Facebook, ma la maggior parte di loro era in detenzione amministrativa. Prendono di mira soprattutto la gente di Hebron.”

Secondo la documentazione dei tribunali e il personale della procura militare, tra ottobre 2015 e la fine del 2016, dai 160 ai 170 casi di istigazione relativi ai social media sono stati portati di fronte ai tribunali militari in Cisgiordania. La maggior parte dei palestinesi arrestati per sospetta istigazione è rimasta in carcere dai 6 ai 18 mesi e, nei casi in cui vi è stata incriminazione, sono stati rilasciati in seguito a patteggiamento.

In base ai dati del Ministero della Giustizia israeliano, altri 60 casi di istigazione, per la maggior parte connessi ai social media, sono comparsi di fronte ai tribunali civili in Israele in quel periodo di tempo – a fronte di soli 30 casi tra il 2011 e il 2014.

Siamo arrivati al punto che la prima cosa che viene chiesta negli interrogatori dei palestinesi arrestati in Cisgiordania è ‘qual è il nome del tuo profilo Facebook?’”, dice Fadi Qawasmi, un avvocato che rappresenta molti palestinesi nei tribunali militari in Cisgiordania. “Allora vediamo che questo elemento (l’istigazione su Facebook) è un’ ulteriore accusa che si aggiunge a quella di lancio di pietre, per esempio, oppure è un’accusa a sé stante.”

Uno dei fondamentali tasselli che hanno reso possibile l’arresto e l’incriminazione di molti palestinesi in questo periodo si può riscontrare in un caso comparso presso il tribunale militare di Ofer nel febbraio 2016, al quale era acclusa una perizia giudiziaria di un ufficiale dello Shin Bet. La perizia asserisce che il 70% degli aggressori che avevano degli account sui social media si esprimevano “in modo estremista ed illegale” su Facebook.

L’ex procuratore militare Hirsch dice di aver spiegato ai procuratori e alle autorità investigative che lui paragona i social media “ad una persona che parla da una pedana a Hide Park. Il fatto che stiamo parlando di social media fa una così grande differenza?” Secondo Hirsch, dal punto di vista della procura, una persona che mette un ‘mi piace’ su Facebook è paragonabile a qualcuno che in pubblico annuisce con la testa. Comunque, un individuo che condivide il contenuto “si pone al livello dello stesso istigatore, poiché propaga l’intero contenuto istigatorio.”

I post presentati in tribunale come prova di istigazione su Facebook spesso riportano versetti del Corano o espongono fotografie di martiri. Alcuni post possono essere visti come dichiarazioni che testimoniano tendenze suicide, o l’intenzione dell’autore di sacrificare la propria vita. “Il mio desiderio, se non tornerò, è di incontrarti in paradiso”, ha scritto un diciassettenne di Hebron in uno dei post incluso in un’incriminazione per istigazione.

Altri post presentati in tribunale avevano carattere chiaramente politico – alcuni facevano riferimento alla moschea Al-Aqsa, altri alla resistenza contro l’occupazione israeliana. Alcuni includevano un appello esplicito alla violenza contro gli israeliani. Mentre alcuni dei palestinesi incriminati di istigazione su Facebook hanno un considerevole seguito – a volte migliaia di amicizie –, in altri casi gli accusati avevano meno di 50 amici ed i loro post ricevevano non più di un paio di “mi piace”.

Il dott. Yonatan Mendel, uno studioso di lingua araba ed autore dell’articolo “La politica della non traduzione: sulle traduzioni israeliane di intifada, shahid, hudna e movimenti islamici” (pubblicato nel 2010 sulla Cambridge Literary Review), afferma che la percezione da parte israeliana dell’istigazione è favorita in parte da una comprensione unidimensionale dei termini politici e religiosi usati dai palestinesi – in riferimento al fatto che i post su Facebook e tutte le prove sono tradotti dall’arabo all’ebraico dal tribunale militare.

Molto spesso vi è una traduzione criminalizzante che non è rispettosa del contesto politico e linguistico in cui è stata scritta”, dice. “Per esempio, nell’idea degli israeliani, un appello all’intifada equivale ad un appello alla violenza. Tuttavia, se in arabo si dice ‘faccio appello all’intifada’, significa che ci si oppone alla violenza diretta contro di noi e perciò è una cosa molto più profonda. Persino riuscendo a dimostrare che si tratta di intifada, anche la resistenza non violenta è intifada. Analogamente, quando i palestinesi usano il termine ‘shahid’, si riferiscono anzitutto e soprattutto al concetto di ‘vittima’. Anche una persona che muore per un attacco cardiaco ad un checkpoint è uno shahid ed i bambini morti sotto i bombardamenti sono shahids.”

Anche gli ebrei istigano [alla violenza]

Nel maggio 2016 Arif Jaradat, un palestinese di 23 anni affetto da sindrome di Down, è stato colpito ed ucciso da soldati dell’esercito israeliano nel suo villaggio di Sa’ir, nei pressi di Hebron. La sua famiglia afferma che è stato colpito dopo che si è messo a gridare e a camminare verso un gruppo di soldati che erano entrati nel villaggio.

Due mesi dopo l’esercito ha arrestato suo fratello, Hiran, durante un’incursione notturna in casa sua. Hiran ha detto ad Haaretz che quelli che lo hanno interrogato gli hanno mostrato schermate dei post che ha pubblicato su Facebook che includevano foto che ricordavano suo fratello.

Ti è stato chiesto esplicitamente se tu avessi intenzione di compiere un attacco terroristico?

Quando mi hanno mostrato la foto di mio fratello Arif mi hanno detto: ‘Vuoi forse vendicare la morte di tuo fratello e compiere un attacco terroristico?’ Ho detto ‘No, amo la vita e non voglio vendetta per mio fratello né per chiunque altro.’”

E com’è la tua vita dopo l’arresto?

Riguardo all’uso di Facebook tornerò a postare cose lì – ma starò più attento a cosa postare. Non puoi proprio sapere se una certa immagine è considerata un’istigazione [alla violenza] o no.”

Le imputazioni contro Hiran Jaradat comprendono 33 post dalla sua pagina Facebook. La maggior parte di questi riguardano shahid e due di questi approvano violenze contro israeliani. Non includono le foto di suo fratello Arif.

Secondo un rapporto pubblicato dalla Fondazione “Berl Katznelson” (un istituto accademico israeliano legato al partito Laburista israeliano), tra il giugno 2015 e il maggio 2016 175.000 appelli alla violenza in ebraico sono stati postati in rete, il 50% dei quali diretti contro arabi. Comunque arabi sospetti sono stati coinvolti in più di metà delle 594 inchieste riguardanti l’istigazione condotte dalla polizia israeliana tra il settembre 2015 e la fine del 2016. Secondo i dati della polizia israeliana, il numero di incriminazioni presentate contro arabi è stato di quasi tre volte maggiore di quelle contro ebrei sospetti.

Casi limite’

Una delle maggiori critiche sollevate contro l’uso del sistema predittivo per scopi polizieschi riguarda la possibilità di sospettare di persone che non avrebbero commesso nessun crimine in assenza dell’intervento della polizia. Nel gergo del processamento dei dati tali casi sono chiamati “falsi positivi”. Guy Caspi è l’amministratore delegato della “Fifth Dimension Holdings Ltd.” [Aziende Quinta Dimensione, ndt.], con sede in Israele, un’impresa che sviluppa sistemi di analisi predittiva utilizzata dalle agenzie di sicurezza in Israele e all’estero. Egli afferma che i falsi positivi sono una parte integrante dell’operazione dei sistemi di previsione computerizzata, aggiungendo che attualmente ci sono solo due imprese che producono tecnologie che forniscono sistemi predittivi utilizzati per l’intelligence dagli organismi della sicurezza israeliani – “Fifth Dimension” e l’industria leader “Palantir Technologies Inc.”, con sede a Palo-Alto [in California, ndt.]. “Palantir” ha un gruppo di vendita e diffusione con uffici situati a Tel Aviv. “Palantir” non ha rilasciato dichiarazioni.

Nel 2015, dopo essersi ritirato dal servizio attivo, l’ex- capo di stato maggiore dell’esercito israeliano Benny Gantz è stato nominato direttore generale di “Fifth Dimension”. Nel 2016 l’impresa ha nominato presidente Ram Ben-Barak, ex-vice capo del Mossad [servizio segreto israeliano per l’estero, ndt.]. Secondo Caspi i clienti dell’impresa possono stabilire loro stessi la proporzione di falsi positivi confrontando casi identificati come indesiderabili benché segnalati come desiderabili con casi che sono segnalati come desiderabili mentre sono indesiderabili. Nel caso di transazioni finanziarie, per esempio, un simile scambio sarebbe tra transazioni illecite considerate lecite e transazioni lecite considerate illecite.

Gli organismi di intelligence dicono: ‘Non mi importa del 2 o 3 % di falsi positivi,’” dice Caspi. Aggiunge che “Fitfth Dimension” sviluppa strumenti di supporto decisionale, e che operazioni di polizia adottate in seguito ai risultati del sistema sono decise dal personale umano delle agenzie di sicurezza.

Riferendosi al film di fantascienza di Steven Spielberg “Minority Report” del 2002, su un’unità di polizia che utilizza la premonizione per bloccare futuri crimini, afferma: “Non ci siamo ancora arrivati. Chi viene esaminato dal sistema non è automaticamente giudicato e portato davanti a un tribunale.” Aggiunge che, rispetto agli organismi di intelligence, l’incidenza di falsi positivi nel settore finanziario è molto più alta.

Il ministro per le Questioni di Intelligence Yisrael Katz – che fa anche parte della commissione per la sicurezza – nel suo ufficio di Tel Aviv ha confermato ad Haaretz che c’è una possibilità che qualcuno dei palestinesi che sono stati arrestati dopo essere stati indicati dal sistema predittivo non stesse attivamente e pienamente pianificando un attacco, e forse non avesse deciso di portare un attacco nel momento in cui è stato arrestato. Katz afferma che ciò può accadere in “casi limite”.

Come effetto dell’unico sistema che è stato sviluppato e messo in funzione qui, centinaia di casi di attacchi di questo tipo sono stati impediti. Nel dubbio se agire oppure no – può darsi che si possano includere anche casi limite,” ha aggiunto Katz.

Nel marzo 2016 una ragazza diciassettenne palestinese di un villaggio nei pressi di Jenin è stata arrestata mentre viaggiava in taxi verso l’incrocio di Tapuah, scena di molti tentativi di aggressione. Ufficiali della polizia di frontiera l’hanno bloccata dopo aver ricevuto un’allerta specifica dell’intelligence su di lei. E’ stata perquisita e si è scoperto che portava con lei un coltello, in apparenza con lo scopo di compiere un’aggressione. Secondo un rapporto del luglio 2016, un’allerta riguardante lei era stata inviata dopo che era stata segnalata dal sistema computerizzato. L’ufficiale che ha dato l’informazione ha notato che era stata segnalata sul radar del sistema in base a indicazioni secondo cui aveva dei problemi con i suoi genitori e poteva essere affetta da depressione.

Dopo un picco di 80 tentativi di aggressione nell’ottobre 2015, il numero di attacchi è costantemente diminuito. Secondo i dati del Ministero degli Esteri, fin dall’aprile 2016 il numero di tentativi è sceso a meno di 20 al mese. Katz vede questa diminuzione come una chiara prova che i metodi utilizzati da Israele per combattere le aggressioni hanno avuto effetto, compreso l’utilizzo del sistema di allerta preventiva.

Sono stati fatti arresti, gli attacchi terroristici sono diminuiti, ciò significa che erano quelle le persone, non c’è niente da dire. Statisticamente quelle erano (le persone giuste). In qualche caso abbiamo sbagliato in un modo o nell’altro? Il motivo lo giustifica – prevenire attacchi terroristici. Non è come se qualcuno avesse inventato un modo per perseguitare qualcun altro su Facebook.”

I costi e i benefici

La combinazione di un sistema di predizione computerizzata e il meccanismo di incriminazione come un modo per combattere gli attacchi di lupi solitari è unico dello Stato di Israele, ma l’utilizzo di simili tecnologie sta aumentando rapidamente tra le forze di polizia e le agenzie di sicurezza in tutto il mondo. Le imprese di tecnologia che vendono strumenti di controllo predittivo includono “Palantir”, come già rilevato, e multinazionali come IBM e Motorola.

Due studi condotti da “Rand Corporation” (un gruppo di studio no-profit fondato dal governo USA) hanno scoperto che i sistemi di predizione computerizzata utilizzati dalla polizia non hanno effetti reali sulla sicurezza pubblica. In uno degli studi di “Rand” i ricercatori hanno concluso che una prima versione del sistema utilizzato dalla polizia di Chicago non ha ridotto il numero di sparatorie in città. In un altro studio i ricercatori non hanno scoperto prove statistiche di una riduzione dei crimini nella città di Shreveport, Louisiana – in cui è stato utilizzato per la prima volta un sistema informatizzato di predizione dei delitti.

I ricercatori hanno scoperto che senza un orientamento sull’uso corretto dei dati di predizione, i funzionari di polizia di Shreveport “hanno bloccato individui che stavano commettendo infrazioni all’ordine pubblico [per esempio camminare in mezzo alla strada]” in zone previste come ad alta criminalità.

Gruppi per i diritti umani e studiosi di diritto segnalano il rischio dell’uso di strumenti di polizia predittiva. Oltre alla violazione della privacy, chi lo critica teme che sistemi di polizia predittiva possano intensificare un’inutile aumento dell’attenzione della polizia su specifici gruppi razziali ed etnici, affermando che, data la mancanza di trasparenza, risultati preconcetti possano passare inosservati.

In operazioni realizzate dalla polizia di Chicago nel 2016, la maggior parte delle persone arrestate erano comparse in liste di potenziali provatori di disordini create dal sistema di predizione computerizzata. Sono state arrestate per possesso di armi e spaccio di droga.

Riguardo alla prassi di polizia predittiva c’è un grande timore, nel mondo e negli USA, che questi mezzi portino a una privazione preventiva della libertà,” dice David Robinson, un dirigente dell’impresa di consulenza politica “Upturn”: “Il punto di vista tradizionale su come questo sistema si suppone che funzioni è che la privazione della libertà è conseguenza di un’infrazione della legge. L’idea di privare qualcuno della propria libertà prima che abbia fatto qualcosa di sbagliato è un allontanamento fondamentale dal modello su cui le politiche sono tradizionalmente basate. In ogni società vale la pena fermarsi a pensare molto seriamente se attraversare questo limite o no.”

Il portavoce dell’esercito israeliano ha risposto a questo articolo: “Negli ultimi due anni lo Stato di Israele ha affrontato un’ondata di terrorismo, accompagnata da gravi istigazioni a colpire cittadini e soldati israeliani. Allo stesso tempo, assistiamo al fenomeno di attacchi terroristici realizzati da individui o gruppi in seguito all’esposizione a contenuti che incitano [alla violenza], e che sono ispirati da simili contenuti.

Le forze di sicurezza stanno conducendo un’estesa campagna contro il terrorismo, per garantire la sicurezza dello Stato e dei suoi abitanti,” ha continuato il portavoce. “In questo contesto, si stanno prendendo varie misure per evitare attacchi terroristici e combattere il fenomeno dell’incitamento alla violenza. Il trattamento da parte degli autori dei dati, che in passato sono stati presentati in una conferenza stampa a cui essi non erano presenti, non è corretto e estrapola alcuni aspetti al di fuori del contesto. Vorremmo sottolineare che le forze di sicurezza stanno agendo per raccogliere ed esaminare approfonditamente le informazioni che arrivano nelle loro mani.

Aggiungeremo che gli ordini di detenzione amministrativa sono emanati quando ci sono informazioni di sicurezza accertate e che rendono necessario l’arresto. Questi ordini sono emessi dopo un esame accurato di informazioni rilevanti e sono soggetti a revisione da parte dei giudici. Imputazioni per crimini di istigazione sono avviate quando si sono raccolte prove che indicano l’uso di un linguaggio pesante che incita al terrorismo e a gravi violenze.”

Il portavoce dell’esercito israeliano non ha rivolto una richiesta per indicare alcuna inesattezza nell’articolo o per chiarire le parti in cui le cose dette nella conferenza stampa sono state prese fuori di contesto.

Su richiesta della censura militare, alcune parti di questo articolo su come funziona il sistema di allerta preventiva sono state eliminate.

La ricerca per quest’articolo è stata possibile grazie al sostegno di Journalismfund.eu.

*********************************

All’Unione Europea “piace” quello che Israele sta facendo?

Il controllo predittivo è stato conosciuto e praticato in vari Paesi membri dell’Unione Europea per anni. Secondo un rapporto dell’organizzazione europea per i diritti civili “Statewatch”, dipartimenti di polizia della Gran Bretagna hanno sperimentato strumenti di mantenimento predittivo dell’ordine. Tuttavia la messa in opera di sistemi predittivi a livello nazionale su base individuale sembra essere fuori dalla portata per i membri dell’UE e contraddire gli articoli relativi alla privacy ed alla non discriminazione presenti nella Carta Fondamentale dei Diritti Dell’Unione Europea.

Per esigenze di antiterrorismo – per poter dire che questa o quella persona sta per fare questo e quello – è necessario un sistema di formazione che abbia libertà normativa e che possa integrare vari flussi di informazioni”, dice Caspi, di “Fifth Dimension”.

Ciò non ha impedito a funzionari dell’UE di esprimere interesse nell’adottare metodologie israeliane. Durante conferenze in Israele e in incontri con funzionari israeliani nel 2016, il coordinatore antiterrorismo dell’UE, Gilles de Kerchove, ha manifestato interesse nell’adottare le tecnologie israeliane per combattere contro gli attacchi di lupi solitari. De Kerchove ha discusso a lungo il piano UE per lottare contro l’istigazione in rete e le difficoltà nel trovare abbastanza persone che parlino le lingue mediorientali per controllare manualmente i contenuti.

Lo scorso ottobre il giornale danese “Information” ha riportato che la polizia danese ha comprato da “Palantir Technologies” una piattaforma per il controllo predittivo. Facendo seguito a questo acquisto, a febbraio il ministro della Giustizia danese Soren Pape ha presentato un progetto di legge per una consultazione pubblica con lo scopo di ampliare l’uso dei dati da raccogliere per prevenire i delitti.

Criminalizzare la diffusione di messaggi via internet è ora una pratica di tutta l’UE sulla base di una “Decisione Quadro per Combattere il Razzismo e la Xenofobia” adottata nel 2008. Una direttiva dell’UE sulla lotta al terrorismo firmata in marzo rende obbligatorio per gli Stati membri punire la distribuzione di messaggi “che esaltino atti di terrorismo”. Gli Stati membri saranno anche obbligati a eliminare o bloccare istigazioni a commettere aggressioni terroristiche dal web.

La Spagna è al primo posto nelle condanne per “esaltazione del terrorismo”. Ci sono state 19 condanne nel 2015 e altre 27 lo scorso anno. All’inizio di quest’anno una corte spagnola ha incarcerato César Strawberry (nome vero César Montaña Lehman) per una serie di tweet del 2013. I tweet, che César ha descritto come “ironici”, includevano un commento secondo cui voleva inviare al re di Spagna “una torta esplosiva” per il suo compleanno. Nel caso di César, ha detto di non aver intenzione di commettere veramente atti di terrorismo. Ma il codice penale spagnolo non fa distinzione di intenzioni. La Corte Suprema ha stabilito che l’intenzione era “irrilevante”.

(Staffan Dahllöf e Jennifer Baker)

(traduzione di Cristiana Cavagna e Amedeo Rossi)

 




Rapporto OCHA del periodo 30 maggio- 12 giugno 2017 ( due settimane)

A seguito della decisione del governo palestinese di Ramallah di ridurre del 30% i pagamenti mensili a Israele per la fornitura di energia elettrica alla Striscia di Gaza, l’11 giugno il governo israeliano ha approvato un taglio della fornitura stessa.

Se questo provvedimento sarà attuato, l’elettricità sarà ridotta dalle attuali quattro ore a circa due ore al giorno, il che probabilmente porterà ad un collasso dei servizi di base. A metà aprile, l’unica centrale elettrica di Gaza, che in precedenza forniva circa un terzo dell’elettricità di Gaza, fu chiusa in conseguenza di una controversia tra le autorità di Ramallah e di Gaza sulla tassazione del carburante e sulla riscossione delle entrate.

Il 1° giugno, una ragazza palestinese di 15 anni, dopo aver accoltellato e ferito un soldato israeliano all’entrata dell’insediamento colonico di Mevo Dotan (Jenin), è stata colpita e ferita: è morta il giorno successivo in un ospedale israeliano per le ferite riportate. Sale a nove, dall’inizio del 2017, il numero di minori palestinesi uccisi dalle forze israeliane in attacchi, presunti attacchi e scontri.

Nei Territori palestinesi occupati, in vari scontri con le forze israeliane, due palestinesi sono stati uccisi e 58 sono stati feriti, tra cui sei minori. Entrambe le vittime (uomini di 20 e 25 anni), nonché 39 dei feriti, tra cui cinque minori, sono state colpite nei pressi della recinzione perimetrale di Gaza durante proteste contro il blocco [delle frontiere]. In Gaza, dal dicembre 2015, questo è il più alto numero di ferimenti ad opera delle forze israeliane. I restanti 19 feriti sono stati registrati in Cisgiordania, soprattutto nel contesto di operazioni di ricerca-arresto. Nella città di Hebron, durante uno degli scontri, un soldato israeliano è stato ferito dal lancio di pietre.

Otto palestinesi, tra cui tre minori, sono stati feriti quando uno dei minori ha causato l’esplosione di un residuato bellico (UXO). L’episodio si è verificato il 4 giugno nella zona di Al Mughraqa, a sud della città di Gaza.

Durante il periodo di riferimento sono stati registrati otto attacchi di coloni israeliani che hanno causato danni a proprietà palestinesi. In tre degli episodi, attribuiti a coloni degli insediamenti di Yitzhar e Bracha (Nablus), è stato appiccato il fuoco a terreni, con conseguente danneggiamento di 3 ettari di colture e di almeno 20 alberi appartenenti agli agricoltori di Asira al Qibliya, Burin e Huwwara. Nella stessa zona, la settimana precedente, erano stati segnalati una serie di attacchi che avevano causato il ferimento di un palestinese e danni estesi alle proprietà. A Gerusalemme Est, in quattro episodi, a 17 veicoli palestinesi sono stati squarciati i pneumatici o sono stati frantumati finestrini, specchietti o parabrezza, mentre scritte offensive sono state spruzzate nei pressi. Una famiglia della comunità di pastori di Khirbet Samra (Tubas) ha riferito che coloni israeliani sono penetrati nella comunità ed hanno vandalizzato un riparo per animali e circa 20 recipienti per l’acqua.

Nei pressi degli insediamenti di Adora e Kiryat Arba’ in Hebron, in tre episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi, un israeliano è stato ferito e tre veicoli israeliani hanno subito danni.

Secondo fonti ufficiali israeliane, per le preghiere del venerdì del Ramadan, sono stati ammessi in Gerusalemme Est, attraverso i checkpoint circostanti, circa 65.000 palestinesi per il primo venerdì e 85.000 per il secondo. Ciò è stato conseguente alla disposizione con la quale i palestinesi in possesso di carte di identità della Cisgiordania – limitatamente ai maschi ultra 40enni ed alle donne – sono stati temporaneamente esentati dall’obbligo di autorizzazione. Inoltre, circa 100 palestinesi di Gaza, di età superiore ai 55 anni, sono stati autorizzati ad entrare in Gerusalemme Est per le preghiere del venerdì e altri 300 durante i giorni della settimana.

Contestando la violazione delle normative ambientali, le autorità israeliane hanno demolito, nella zona B di Ya’bad (Jenin), tre strutture appartenenti ad una tradizionale fabbrica di carbonella e sequestrato oltre 150 tonnellate di legno. Il provvedimento colpisce i mezzi di sostentamento di 24 famiglie. Durante l’operazione si è sviluppato un grande incendio che è stato spento dopo diverse ore. Dal novembre 2016, nella medesima località sono state operate tre demolizioni e confische simili. Inoltre, le autorità israeliane hanno abbattuto 27 ulivi a Husan (Betlemme), sostenendo che gli alberi consentivano una copertura per i palestinesi che lanciano pietre contro i veicoli israeliani in transito.

L’11 giugno, il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) ha invitato le autorità israeliane a chiarire il destino di 19 palestinesi che sono scomparsi durante il conflitto del 2014 a Gaza, i cui corpi le autorità israeliane hanno pubblicamente ammesso di detenere. Qualche giorno prima, un identico invito era stato rivolto dallo stesso ICRC alle autorità di Hamas a Gaza, in relazione al destino di cinque cittadini israeliani scomparsi.

Le autorità israeliane hanno prorogato per altre tre settimane l’estensione (da sei a nove miglia marine dalla costa) dei limiti di pesca lungo la costa meridionale di Gaza. Dal 2013, adducendo preoccupazioni in materia di sicurezza, Israele aveva applicato il limite di pesca di sei miglia lungo tutta la costa di Gaza, pregiudicando seriamente le fonti di sostentamento dei pescatori.

Il Valico di Rafah, controllato dall’Egitto, è stato chiuso in entrambe le direzioni durante l’intero periodo di riferimento. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 20.000 persone, tra cui casi umanitari, sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah. Il valico è stato ultimamente aperto eccezionalmente il 9 maggio, portando a 16 il numero di giorni di apertura nel 2017.

¡

Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

In una dichiarazione emessa il 14 giugno, Robert Piper, Coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati (oPt), ha avvertito delle “conseguenze disastrose” che un’ulteriore riduzione delle forniture di energia elettrica alla Striscia di Gaza avrebbe sulle condizioni di vita dei suoi due milioni di abitanti.

þ




FPLP e Hamas rivendicano la responsabilità dell’attacco letale a Gerusalemme

17 giugno 2017Ma’an News

Betlemme (Ma’an) – L’organizzazione di sinistra Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) e il movimento Hamas hanno entrambi rivendicato la responsabilità per l’attacco omicida di venerdì nella Gerusalemme est occupata, mentre, secondo una dichiarazione rilasciata sabato dal gruppo, il FPLP ha definito gli attaccanti palestinesi uccisi “eroi” del popolo palestinese.

Tutti e tre i palestinesi, che erano armati di coltelli e di un’arma automatica, sono stati uccisi sul posto dalla polizia israeliana nei pressi della Porta di Damasco nella Città Vecchia di Gerusalemme. Un’ufficiale della polizia israeliana di 23 anni è stata uccisa nell’attacco, mentre un certo numero di persone presenti sul luogo sono rimaste ferite. Il ministero della Salute palestinese ha identificato gli attaccanti uccisi come Adel Hasan Ahmad Ankoush e Baraa Ibrahim Salih Taha, di18 anni, e Osama Ahmad Dahdouh, di 19.

Mentre i media israeliani hanno riportato che il cosiddetto Stato Islamico si è attribuito l’attacco, Hamas ha smentito la rivendicazione ed ha affermato che riconoscere l’attribuzione dell’attacco al gruppo è stato un tentativo di confondere la situazione. L’affermazione di Hamas ha confermato che uno degli attaccanti era un membro del proprio movimento, mentre gli altri due appartenevano al FPLP.

In passato lo Stato Islamico ha tentato di attribuirsi la responsabilità di attacchi palestinesi, in particolare facendovi menzione sul periodico on line di propaganda del gruppo “Dabiq”. Tuttavia i dirigenti palestinesi hanno rifiutato ogni correlazione tra quello che considerano una parte della legittima resistenza palestinese contro la colonizzazione israeliana e il “terrorismo” ispirato dallo Stato Islamico.

Il portavoce di Hamas Sami Abu Zuhri nella dichiarazione ha affermato che l’attacco di venerdì è parte della resistenza popolare palestinese contro l’ormai cinquantennale occupazione israeliana e una “reazione naturale ai crimini dell’occupazione”.

Nel contempo il FPLP ha lodato gli attaccanti come “eroi” in un comunicato rilasciato dal gruppo e ha affermato che Baraa Salih Taha e Osama Ahmad Dahdouh erano membri dell’organizzazione.

Secondo il FPLP i tre avevano in precedenza partecipato al lancio di bottiglie molotov e pietre per opporsi “agli attacchi delle forze di occupazione e dei coloni,” lungo le strade di collegamento israeliane che portano alla colonia illegale israeliana di Halamish, che è adiacente alla loro città natale, Deir Abu Mashal, nel distretto di Ramallah, nella zona centrale della Cisgiordania occupata.

Il FPLP ha affermato che in seguito a ciò nel 2015 Baraa ha passato parecchi mesi in prigione in Israele, mentre Osama era stato in carcere per un anno nel 2014.

Il gruppo ha definito l’attacco un’ “operazione eroica” e ha affermato che è arrivato in un “momento critico per difendere la resistenza palestinese”.

Gli attaccanti erano “eroi del popolo palestinese che hanno agito per difendere i diritti del popolo palestinese con un coraggio senza pari, eludendo il controllo sionista su Gerusalemme per dirigere il fuoco della loro rabbia contro le forze in armi ed i soldati dell’occupazione,” ha sostenuto il gruppo, e ha aggiunto che “la resistenza è continua, radicata nella patria e a Gerusalemme, l’eterna capitale della Palestina.”

Il FPLP aggiunge che l’attacco manda anche un “messaggio forte, diretto” ai “leader sconfitti dell’Autorità Nazionale Palestinese, alle loro politiche e alla loro strategia”, aggiungendo che l’attacco ha evidenziato che la resistenza sta continuando ed è l’unica via per sconfiggere l’occupante.”

Nel contempo sabato i rappresentanti delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea hanno entrambi condannato l’attacco.

L’inviato della Nazioni Unite per il Processo di Pace in Medio Oriente Nickolay Mladenov in una dichiarazione ha affermato che ” simili atti di terrorismo devono essere nettamente condannati da tutti. Sono inorridito dal fatto che ancora una volta qualcuno trovi opportuno giustificare simili attacchi in quanto ‘eroici’. Sono inaccettabili e tendono a trascinare tutti verso un nuovo ciclo di violenze.”

L’ambasciatore dell’UE in Israele Lars Faaborg-Andersen ha affermato su Twitter: “Condanno gli attacchi terroristici di ieri a Gerusalemme, in cui è stato ucciso Hadas Malka. Le mie condoglianze alla sua famiglia e ai suoi colleghi.”

Secondo quanto riferito, l’ambasciatore di Israele alle Nazioni Unite Danny Danon ha anche condannato l’Autorità Nazionale Palestinese per aver incoraggiato gli attacchi attraverso il discusso programma di compensazione ai “martiri”, che fornisce sussidi finanziari alle famiglie dei palestinesi imprigionati, feriti o uccisi dalle forze israeliane.

“La dirigenza palestinese continua a dare il suo appoggio alla pace, anche se paga mensilmente i terroristi ed educa i propri bambini all’odio. La comunità internazionale deve chiedere che i palestinesi mettano fine ai loro intollerabili atti di violenza,” ha affermato.

In base alla documentazione di Ma’an, 33 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane e dai coloni dall’inizio del 2017, mentre durante lo stesso periodo 8 israeliani sono stati uccisi dai palestinesi.

Mentre i dirigenti israeliani spesso indicano l’ “incitamento” palestinese come causa di questi attacchi, e spesso tentano di metterli in relazione con la cosiddetta “guerra al terrorismo”, i palestinesi hanno al contrario citato come le cause principali di tali attacchi le frustrazioni quotidiane e la continua violenza militare israeliana imposta dall’occupazione israeliana del territorio palestinese.

In seguito all’attacco di venerdì le forze israeliane hanno completamente bloccato il villaggio cisgiordano di Deir Abu Mashal ed hanno fatto irruzione nelle case delle famiglie dei palestinesi uccisi, avvertendole che le loro abitazioni saranno presto demolite – una politica israeliana utilizzata contro famiglie i cui membri hanno commesso attacchi e che i gruppi per i diritti umani hanno giudicato una forma di “punizione collettiva”.

Nel contempo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha revocato tutti i permessi concessi ai palestinesi per entrare a Gerusalemme e in Israele per il mese santo musulmano del Ramadan.

Numerosi altri palestinesi sono rimasti feriti e detenuti dalle forze israeliane in seguito all’attacco, in quanto, secondo alcuni testimoni, forze israeliane avrebbero “aggredito” palestinesi e sparato proiettili veri “a casaccio” nella zona.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Quanti coloni vivono davvero in Cisgiordania? Lo rivela un’inchiesta di Haaretz

Yotam Berger – 15 giugno 2017Haaretz

israeliana in Cisgiordania è cresciuta di 330.000 persone ■ Le colonie dal 1967 ad oggi – un’analisi approfondita

La popolazione ebraica in Cisgiordania è aumentata di oltre 330.000 persone e negli ultimi trent’anni sono stati edificati otto insediamenti in Cisgiordania. Haaretz ha scoperto che attualmente in Cisgiordania vivono più di 380.000 coloni, oltre il 40% dei quali fuori dai blocchi di insediamenti.

Negli ultimi anni parecchi politici si sono uniti ai dirigenti dei coloni parlando dell’obiettivo di insediare un milione di israeliani in Cisgiordania come un’opzione realistica. Ritengono che, se questo accadesse, non sarebbe più possibile dividere la zona e disegnare una mappa per due Stati, uno israeliano e l’altro palestinese. Sostengono che un’evacuazione di quelle dimensioni diventerebbe impossibile anche se fosse al potere la sinistra.

Di fatto già oggi sarebbe difficile tracciare una simile mappa, perché negli ultimi 50 anni le colonie si sono sparse ovunque nei territori occupati, per cui circa 170.000 coloni vivono al di fuori dei blocchi di insediamenti.

I dati dell’Ufficio Centrale di Statistica mostrano che il 44% dei circa 380.000 coloni della Cisgiordania – esclusa Gerusalemme est – vive al di fuori dei blocchi.

Una semplice occhiata a una mappa del 1968 mostra cinque colonie scarsamente popolate oltre la Linea Verde [il confine tra Israele e la Cisgiordania prima del ’67, ndt.]. La loro fondazione fu sponsorizzata dal Partito Laburista, che decise di colonizzare la Cisgiordania, secondo qualcuno per ragioni di sicurezza. Comunque Pinchas Wallerstein, l’ex-capo del consiglio regionale di Mateh Binyamin e uno dei leader del movimento dei coloni “Gush Emunim”, è convinto che negli anni precedenti al sovvertimento politico del 1977 i coloni hanno accumulato un notevole debito nei confronti del partito Laburista.

Tutte le fasi dello sviluppo di Ariel furono approvate dal partito Laburista,” afferma. “La strada che attraversa la Samaria [parte settentrionale della Cisgiordania secondo la definizione israeliana, ndt.], Givat Zeev, Ma’aleh Adumim, Beit Horon –tutto è opera dei laburisti.”

Il partito Laburista può aver iniziato la costruzione in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, ma lo spettacolare incremento del numero dei coloni iniziò dopo che il Likud, guidato da Menachem Begin, prese il potere. Subito dopo le elezioni del 1977, c’erano 38 insediamenti in Cisgiordania con un totale di 1.900 residenti. Un decennio dopo la popolazione dei coloni era di quasi 50.000- [che vivevano] in più di 100 insediamenti.

Anche le dimensioni e le caratteristiche cambiarono sotto i governi della destra.

“Prima che il Likud salisse al potere c’era solo una colonia urbana – Kiryat Arba [colonia di fondamentalisti nazional-religiosi nei pressi di Hebron, ndt],” afferma il professor Hillel Cohen, direttore del “Centro Cherrick per lo Studio del Sionismo” all’Università Ebraica. Negli anni successivi, sostiene, furono costruite cittadine in tutta la Cisgiordania.

“E’ stata una politica del governo aumentare il numero di ebrei nei territori [occupati]. Fecero piani quinquennali, decennali, parlarono di come raggiungere 100.000, poi 300.000 e poi mezzo milione (di coloni),” sostiene.

Cohen dice che Ariel Sharon giocò un ruolo fondamentale nell’espansione delle colonie in Cisgiordania. “Per lui la ragione che stava dietro l’espansione delle colonie era escludere la possibilità della costituzione di uno Stato palestinese,” sostiene.

Negli anni 1977-1984 il governo fece tutto quanto in suo potere per espandere le colonie, ha scritto la professoressa Miriam Billig dell’università di Ariel in un articolo intitolato “L’ideologia e la creazione delle colonie in Giudea e Samaria” (2008).

Sostiene che lo slancio si ridusse quando venne formato il governo di unità nazionale, a metà degli anni ’80. Quando Yitzhak Rabin formò il suo governo nel 1992 lo Stato smise di costruire nuove colonie. Ma, afferma, non pochi insediamenti erano già stati costruiti e molti israeliani vi affluirono.

Nel 1997, a un anno dal primo mandato di Benjamin Netanyahu come primo ministro, c’erano circa 150.000 coloni in Cisgiordania. Due decenni dopo il numero dei coloni è vicino ai 400.000, esclusi i quartieri di Gerusalemme est oltre la Linea Verde.

Questi dati non includono i coloni che vivevano negli avamposti illegali. Secondo “Peace Now” [organizzazione pacifista israeliana, ndt.], ci sono circa 97 avamposti illegali in tutta la Cisgiordania. Hagit Ofran, capo del progetto “Settlement Watch” [Osservatorio degli insediamenti] del movimento [dei coloni], afferma che sono abitati da parecchie migliaia di coloni.

La componente di più rapido incremento demografico dei coloni: gli ultra-ortodossi

A differenza dell’impressione che i coloni e la “gioventù delle colline” [gruppi di giovani estremisti molto violenti che fondano avamposti illegali, ndt.] siano fatti della stessa pasta dei “nazional-religiosi” [gruppi fondamentalisti religiosi che sostengono la “redenzione” di tutte le terre che dio avrebbe donato agli ebrei, ndt.], la popolazione [ebraica] in Cisgiordania è diversificata. Nel 2015 solo 100.000 coloni vivevano in comunità prevalentemente nazional-religiose, mentre 164.000 vivevano in comunità laiche o miste.

Ma i coloni devono il loro rapido aumento alla popolazione ultra-ortodossa [che si dedica esclusivamente allo studio dei testi sacri e alla preghiera, ndt.], che non attraversa normalmente la Linea Verde per ragioni ideologiche.

“E’ una combinazione di necessità e della decisione dei dirigenti della comunità” afferma Cohen. “La scarsità di abitazioni, sia a Bnei Brak che a Gerusalemme [le due città in cui si concentrano gli ultra-ortodossi, ndt.], ha aperto la strada alla creazione di comunità chassidiche (in Cisgiordania).

“All’inizio pochi ultra-ortodossi si sono stabiliti a Immanuel [colonia israeliana in Cisgiordania, ndt.],” afferma Wallerstein. “Ma questa cittadina da sola non ha risolto i loro problemi abitativi. Il criterio della comunità ultra-ortodossa per decidere dove vivere è la vicinanza con la città da cui provengono.” Così nel corso degli anni sono state fondate grandi colonie di ultra-ortodossi, come Beitar Illit per i coloni provenienti da Gerusalemme e Modi’in Illit per quelli provenienti da Bnei Brak. In totale, nel 2015 circa 118.000 coloni stavano vivendo in colonie ultra-ortodosse.

Quell’anno circa il 65% dei coloni abitava in insediamenti urbani. La popolazione di quelle cittadine è aumentata principalmente negli anni ’90 e all’inizio dei 2000.

Oltre alle politiche del governo per espandere le cittadine in Cisgiordania, vi hanno contribuito anche nuovi immigrati, soprattutto dall’ex-Unione Sovietica.

Cohen afferma: “Nuovi immigrati dall’ex-Unione Sovietica si sono stabiliti ad Ariel ed a Ma’aleh Adumim, e alcuni russi anche a Kiryat Arba. Qualcuno è arrivato in Cisgiordania più tardi, dopo essersi inserito nella classe media.”

Molti coloni non si sono spostati in Cisgiordania per ragioni ideologiche, ma per migliorare le proprie condizioni di vita, dato che lì i prezzi delle case sono più bassi. La storica Idith Zertal, co-autrice con Akiva Eldar del libro “Lords of the Land” [“Signori della terra”, non tradotto in italiano, ndt.] crede che questa descrizione sia adeguata soprattutto per gli anni ’87-’97.

“E’ un periodo in cui molti si sono spostati verso le colonie per ragioni economiche, molto meno per ragioni ideologiche. Ciò spiega anche l’incremento di abitanti nelle cittadine – le persone che cercavano un appartamento sono andate nelle cittadine.”

Sostiene che le città della Cisgiordania sono state costruite su terreni vicini a centri urbani all’interno della Linea Verde [cioè di Israele]. “Per esempio Ma’aleh Adumim è un’estensione di Gerusalemme, ” afferma. “Una persona che ha un appartamento di 50-60 mq a Gerusalemme può comprarne uno quasi tre volte più grande per meno danaro di quello che pagherebbe per quello più piccolo. Penso che potrebbe essere la ragione principale per un incremento così intenso.”

D’altra parte Billig ritiene che questa spiegazione sia troppo semplice. “So che c’è una tendenza a sostenere che molti coloni vogliano migliorare le proprie condizioni abitative, ma si tratta di entrambe le cose. Alcuni che vivevano in appartamenti piccoli si sono spostati in altri più grandi, ma gran parte di loro ha fatto il contrario,” afferma.

Oggi la costruzione delle colonie è diversa, dice: “Oggi stanno costruendo appartamenti più piccoli, di cui c’è una grande domanda.”

“I coloni veterani ideologicamente estremisti sono oggi molto pochi, non penso che siano più del 5%,” sostiene Zertal.”Al contrario, è cresciuto un gruppo ideologicamente diverso, composto dai figli e dai nipoti del vecchio gruppo. Oggi è l’avanguardia e sono in molti.”

“I primi coloni non hanno mai parlato il linguaggio della “gioventù delle colline” – che spiega tutto. I veterani sapevano come giocare sul piano politico e manipolare il sistema politico. I “giovani delle colline” non hanno rapporti con quel sistema, né fanno alcun ragionamento politico. Vivono nella loro bolla messianica,” afferma.

Uno dei cambiamenti importanti in Cisgiordania negli ultimi 15 anni è stata la costruzione del muro di separazione. Billig afferma che, prima che venisse costruito, i coloni temevano che avrebbe impedito a nuovi coloni di arrivare. Ma nei fatti la barriera non sembra averne scoraggiati molti.

“La barriera ha un’influenza molto marginale,” dice. “In un certo momento ha ridotto i prezzi, ma poi sono di nuovo risaliti. A lungo termine, non vedo niente di veramente significativo.”

Ofran è d’accordo: “Il numero di coloni oltre la barriera è aumentato dopo che è stata costruita, ma questo non c’entra niente con il muro. La calma ha consentito alla gente di tornare a quei luoghi, così come la politica di Netanyahu di approvare nuove costruzioni nelle colonie.”

Nel 2015 circa 214.000 coloni vivevano nei blocchi di insediamenti, mentre 170.000 vivevano in 106 colonie al di fuori dei blocchi.

Modi’in, una cittadina totalmente all’interno della Linea Verde, è diventata una specie di “blocco centrale” per colonie come Nili e Hashmona’im in Cisgiordania.

“Negli ultimi anni Modi’in è diventata il loro centro urbano,” dice Cohen.

L’Ufficio Centrale di Statistica non ha mai fatto un elenco dettagliato del numero di coloni che vivono in ogni insediamento. Negli anni ’60 e ’70 alcune colonie sono state considerate troppo piccole per farvi un censimento, e si presumeva che avessero meno di 50 abitanti. Neppure gli insediamenti illegali o non autorizzati apparivano nei censimenti dell’ufficio finché non venivano legalizzati.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




La mossa con cui Israele e USA immobilizzano la Palestina.

Rashid Khalidi

The Nation, 5 giugno 2017

L’occupazione israeliana è possibile solo grazie al sostegno incondizionato degli USA, ma il giorno del giudizio si avvicina.

In questo 50° anniversario della più lunga occupazione militare della storia moderna, c’è chi festeggia. È del tutto appropriato che questi festeggiamenti includano una sessione congiunta del Congresso americano con la Knesset israeliana, mediante una connessione video. È appropriato perché il controllo israeliano su Gerusalemme Est, sulla Cisgiordania, sulla Striscia di Gaza e sulle alture del Golan è possibile soltanto grazie al continuo sostegno ricevuto dagli USA a partire dal giugno 1967 e proseguito fino ad oggi. Questa quindi non è solo un’occupazione israeliana. In effetti, fin dall’inizio è stata un’impresa congiunta, un condominio israelo-americano, per così dire. Anche se le varie forme di violenza necessarie per mantenere un controllo straniero su quasi 5 milioni di persone sono state gestite interamente da Israele, il peso dell’operazione in termini di soldi, armi e diplomazia è stato sostenuto soprattutto dall’America.

Fino a che punto il sostegno americano sia la condizione sine qua non di questa cinquantennale occupazione si può vedere dalla differenza tra il modo in cui le conquiste di Israele del 1967 sono state trattate dall’amministrazione Johnson e successive, e il modo in cui il presidente Eisenhower reagì alle conquiste della guerra del 1956. In quest’ultimo caso, la reazione USA fu inequivocabile ed energica: pochi giorni dopo l’attacco israelo-anglo-francese all’Egitto, Washington fece approvare una risoluzione ONU che chiedeva l’incondizionato e immediato ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza e dal Sinai che aveva occupato. Sotto la forte pressione americana, Israele ubbidì a denti stretti nel giro di sei mesi.

Io stesso, quando avevo 18 anni, il 9 giugno 1967 fui testimone di un episodio che indicava quanto erano cambiate le cose dal 1956. Nel quarto giorno della guerra, ero seduto nella tribuna del pubblico al Consiglio di Sicurezza (mio padre lavorava per il Segretariato ONU e io ero a casa dopo il college). Vidi l’ambasciatore americano Arthur Goldberg fare ostruzionismo per ore, per impedire che il Consiglio obbligasse Israele a interrompere quella che sembrava un’avanzata inesorabile verso Damasco. Malgrado successive risoluzioni per una tregua del Consiglio di Sicurezza, e grazie al tacito sostegno degli USA, quell’avanzata non si fermò fino al giorno successivo.

Ma il peggio doveva ancora venire. Mentre nel 1956 passarono solo alcuni giorni prima che l’ONU intervenisse, ci vollero ben cinque mesi perché fosse approvata una risoluzione sulla guerra del 1967. E quando ciò avvenne, il 22 novembre 1967, la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza si ispirava essenzialmente ai desiderata di Israele, con l’indispensabile appoggio degli Stati Uniti. La risoluzione 242 non era affatto categorica, anzi: il ritiro di Israele dalle zone appena conquistate era subordinato al raggiungimento di confini “sicuri,” termine che si è dimostrato infinitamente flessibile nel vocabolario israeliano. Questa flessibilità ha permesso 50 anni di ritardo per quanto riguarda i territori occupati di Palestina e Siria. In aggiunta, nella sua versione inglese, la 242 non chiedeva il ritiro da tutta la terra presa nella guerra di giugno, ma solo “da territori occupati” durante il conflitto. Col largo sostegno americano, Israele è riuscita a far passare carrozza e cavalli attraverso quello che sembrava un piccolo varco.

Altre frasi della 242, come il passaggio che sottolinea “l’inammissibilità di acquisire territori con la guerra,” sembrano messe lì per bilanciare quelle importanti concessioni fatte alla posizione di Israele. Tuttavia, quali siano le parti veramente importanti della 242 è indicato da quella sessione congiunta del Congresso e della Knesset a cui accennavo, al culmine di 50 anni di accondiscendenza americana rispetto a un’occupazione che in pratica è coperta dai soldi, dalle armi e dall’appoggio diplomatico americano. Tra l’altro, questa è un’occupazione di cui il governo israeliano nega l’esistenza, e che il presidente americano non ha ritenuto degna di essere ricordata neanche una volta col suo nome durante la sua recente visita in Palestina e Israele.

Val la pena ricordare un altro punto cruciale della 242. All’inizio, il conflitto in Palestina era di tipo coloniale, tra la maggioranza palestinese indigena e il movimento sionista che cercava di ottenere la sovranità nel paese alle spese –e, alla fine, al posto– di quella maggioranza. La natura di questo conflitto era stata in parte riconosciuta dalla risoluzione 181 dell’Assemblea Generale dell’ONU del 1947, che prevedeva la spartizione della Palestina in uno stato ebraico e uno arabo. Il primo avrebbe dovuto essere più grande del secondo, anche se a quel momento la proprietà ebraica di terra era meno del 7% del totale e gli arabi costituivano il 65% della popolazione e, in via di principio, avevano pieno diritto all’autodeterminazione in tutto il territorio di quello che giustamente consideravano ancora il loro paese.

La risoluzione 242 rappresentò un regresso anche rispetto al livello di bassa marea in cui si trovavano i palestinesi. Nel testo della risoluzione del 1967 non sono nominati né i palestinesi né il loro diritto a uno stato e al ritorno nelle loro case e nelle loro terre, cose che invece erano state confermate in precedenti risoluzioni, tutte appoggiate dagli Stati Uniti. C’è solo un blando riferimento a “una giusta soluzione del problema dei rifugiati.”

Ignorare arrogantemente la popolazione indigena, i suoi diritti e i suoi interessi è in effetti una tipica mossa coloniale, ed è quella che ha aperto la strada all’impresa israeliana d’insediamento coloniale che ha prosperato per 50 anni nei territori occupati. Va da sé che questo è avvenuto col pieno appoggio degli USA, anche se accompagnato da tiepide critiche. Il ministro degli esteri britannico Lord Balfour si era cimentato nella stessa manovra un secolo fa, non menzionando mai le parole ‘palestinese’ o ‘arabo’ nella sua famosa dichiarazione del 2 novembre 1917 in cui prometteva l’appoggio britannico per una “casa nazione” in una Palestina che all’epoca aveva una maggioranza araba del 94%.

Ignorando allo stesso modo i palestinesi e concedendo a Israele quello che voleva, la risoluzione 242 rappresentava così una rivoluzione diplomatica che era totalmente favorevole alla superpotenza regionale che si era appena ingrandita. Questa risoluzione, stilata dall’ambasciatore britannico Lord Carandon –che ripeteva il copione britannico di non prendere in considerazione i palestinesi– e fatta approvare dagli Stati Uniti, è diventata il banco di prova per la pace arabo-israeliana. Vista la sua origine perversa, non sorprende che questa mal concepita risoluzione non ha prodotto pace, ma è stata invece la foglia di fico per una interminabile occupazione militare delle terre di Siria e Palestina.

La scena a cui ho assistito il 9 giugno 1967 al Consiglio di Sicurezza era solo un indizio della grande svolta promossa dal presidente Johnson e dai suoi consiglieri entusiasti di Israele, tra cui Clark Clifford (che era stato determinante nel consigliare al presidente Truman di sostenere Israele nel 1947 e 1948), Arthur Goldberg, McGeorge Bundy, Abe Fortas, e i fratelli Walt ed Eugene Rostow. Costoro, insieme ad altri, avevano fatto in modo che, prima della guerra di giugno 1967, Israele ricevesse il preliminare via libera americano per sferrare il primo colpo contro gli eserciti arabi, cosa che non era stata fatta al tempo dell’avventura israeliana di Suez messa in atto nel 1956 insieme a Francia e Gran Bretagna. Alcuni di questi consiglieri ebbero un ruolo nella trattativa di quella che divenne la risoluzione 242.

Nel 1967 Israele aveva già cominciato a ricevere alcune consegne di armi americane, anche se vinse la guerra di quell’anno soprattutto con armi francesi e britanniche, così come aveva fatto nel 1956. All’indomani della sua schiacciante vittoria del 1967, Israele divenne un importante alleato nella Guerra Fredda, iniziando un rapporto molto più stretto con gli Stati Uniti e contro gli stati arabi che erano allineati con l’Unione Sovietica. Col passare del tempo, questa alleanza con Israele è diventata più stretta di quella con qualunque altra nazione; infatti l’aiuto militare è salito a più di 1 miliardo di dollari all’anno dopo il 1973, e a più di 4 miliardi annui oggi (e questo aiuto va a un paese relativamente ricco, con un reddito annuo pro capite di quasi 35.000 dollari). Dal 1967 Israele è stato coccolato dagli Stati Uniti, sia che le sue azioni aiutassero gli interessi USA sia che li danneggiassero. Questa intimità è arrivata al punto che esponenti politici di ambedue le parti competono uno con l’altro nel proclamare che non lasceranno “nemmeno uno spiraglio” tra le posizioni dei due paesi.

Nonostante le esaltazioni di questa unità di vedute tra dirigenti americani e israeliani per quanto riguarda il sostegno all’ininterrotto processo di occupazione e colonizzazione della Palestina, il giorno del giudizio si avvicina. Ce ne sono avvisaglie da tutte le parti. Intanto, il partito democratico è spaccato tra i dirigenti della vecchia guardia che sono ciecamente pro-israeliani e una base più giovane e più aperta che è in grado di vedere cosa sta veramente accadendo in Palestina. La risoluzione approvata il 21 maggio dal partito democratico della California è un segno dei tempi. Questa risoluzione condanna l’incapacità degli ultimi governi di ”fare passi concreti per cambiare lo status quo e dar luogo a un vero processo di pace”, al di là di qualche blanda critica all’occupazione. E continua disapprovando “gli insediamenti illegali nei territori occupati” e chiedendo una “giusta pace basata sulla piena eguaglianza e sicurezza sia per gli ebrei che per i palestinesi,” oltre ad “autodeterminazione, diritti civili, e benessere economico per il popolo palestinese.”

Cinquanta anni dopo l’euforia che in Israele e a Washington accompagnò l’inizio dell’occupazione, la nascita di un nuovo stato d’animo si può avvertire nei campus universitari, tra i più giovani –tra cui molti ebrei americani– le minoranze, alcune chiese, sinagoghe, associazioni accademiche, sindacati e la base del partito democratico. C’è naturalmente una potente e ben finanziata controffensiva verso questo risveglio, che ha connessioni con l’amministrazione Trump e con la dirigenza del partito democratico ed è riecheggiata dalla gran parte dei principali media. La si riconosce al colmo dell’isteria nei suoi tentativi di soffocare in molti stati il dibattito con mozioni anti-BDS (19 delle quali già convertite in legge), così come nel bando israeliano all’ingresso nel paese di sostenitori del BDS e alle leggi contro gli israeliani che appoggiano il BDS.

Ma anche se queste misure possono avere qualche effetto, non possono alla lunga sopprimere il disgusto che le politiche di Israele hanno prodotto in tanti americani e tanti cittadini di altri paesi. Il sostegno dall’esterno è stato sempre un elemento cruciale nella contesa sulla Palestina. Nei primi decenni dopo la dichiarazione Balfour, l’impresa sionista non avrebbe potuto imporsi senza l’aiuto determinante della Gran Bretagna. Allo stesso modo, Israele non avrebbe potuto mantenere per 50 anni la sua occupazione senza il supporto americano. La reazione quasi isterica alla crescita nel mondo di critiche all’occupazione militare israeliana di terre arabe e alla sua impresa coloniale, mostra che i leader israeliani e i loro sostenitori americani sono perfettamente consapevoli di queste nuove realtà. La tragedia è che ci son voluti quasi 70 anni dalla guerra del 1948 e 50 anni dal 1967 per arrivare a questo punto, che è solo l’inizio del cammino verso la piena uguaglianza, l’autodeterminazione, i diritti civili, la sicurezza e il benessere economico sia per gli ebrei israeliani che per i palestinesi.

Rashid Khalidi, “Edward Said Professor” di Studi Arabi alla Columbia University, è autore del recente Brokers of Deceit: How the U.S. Has Undermined Peace in the Middle East.

https://www.thenation.com/article/israeli-american-hammer-lock-palestine/

www.assopacepalestina.org

Traduzione di Donato Cioli




Seguire il percorso della causa palestinese a partire dal 1967

Nadia Hijab, Mouin Rabbani, 5 giugno 2017 Al-Shabaka

Guardando al passato

Alla vigilia del 5 giugno 1967 i palestinesi erano dispersi tra Israele, la Cisgiordania (inclusa Gerusalemme est) governata dalla Giordania, la Striscia di Gaza amministrata dall’Egitto e le comunità di rifugiati in Giordania, Siria, Libano e altri Paesi più lontani.

Le loro aspirazioni di salvezza ed autodeterminazione poggiavano sugli impegni dei leader arabi a “liberare la Palestina” – che all’epoca si riferiva a quelle parti della Palestina mandataria che erano diventate Israele nel 1948 – e soprattutto sul carismatico leader egiziano Gamal Abdel-Nasser.

La Guerra dei Sei Giorni, che portò all’occupazione israeliana dei territori palestinesi di Cisgiordania, Gerusalemme est e Striscia di Gaza, delle alture del Golan siriane e della penisola del Sinai egiziana, apportò drastiche modifiche alla geografia del conflitto. Produsse anche un profondo cambiamento nella politica palestinese. Con una netta rottura rispetto ai decenni precedenti, i palestinesi divennero padroni del proprio destino invece che spettatori di decisioni regionali ed internazionali che influivano sulle loro vite e determinavano la loro sorte.

L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), che era stata fondata nel 1964 sotto l’egida della Lega Araba nel suo primo incontro al vertice, nel 1968-69 fu surclassata dai gruppi guerriglieri palestinesi che si erano sviluppati clandestinamente dagli anni ’50, con a capo Fatah (il movimento nazionale di liberazione palestinese). La sconfitta araba del 1967 determinò un vuoto in cui i palestinesi riuscirono a ristabilire l’egemonia sulla questione della Palestina, a trasformare le componenti disperse della popolazione palestinese in un popolo unito e in un soggetto politico ed a porre la causa palestinese al centro del conflitto arabo-israeliano.

Questo, che è stato forse il più importante risultato dell’OLP, ha tenuto alto lo spirito della richiesta palestinese di autodeterminazione, nonostante la miriade di ferite inferte da Israele e da alcuni Stati arabi – e nonostante quelle autoinflitte. Le sconfitte subite dall’OLP sono state molte, anche se è riuscita a porre la questione palestinese ai primi posti dell’agenda internazionale. Vale la pena ripercorrere i successi e le sconfitte dell’OLP per comprendere in che modo il movimento nazionale palestinese è arrivato alla situazione attuale.

La prima vittoria dell’OLP ha anche gettato i semi di una sconfitta. La battaglia di Karameh del 1968 nella Valle del Giordano, in cui i guerriglieri e l’esercito giordano respinsero un corpo di spedizione israeliano molto più potente, guadagnò al movimento molti aderenti palestinesi ed arabi, sia rifugiati, sia guerriglieri, sia uomini d’affari di tutto lo spettro politico. Al tempo stesso, l’implicita minaccia alla monarchia hashemita era evidente e le relazioni palestinesi con la Giordania peggiorarono fino a che l’OLP venne espulso dalla Giordania durante il ‘settembre nero’ del 1970. Questo in pratica ha significato che l’OLP non ebbe più una potenzialità militare credibile contro Israele, ammesso che l’abbia mai avuta. Anche se i palestinesi avrebbero mantenuto un’estesa presenza militare in Libano fino al 1982, si trattava di una misera alternativa alla più lunga frontiera araba con la Palestina storica.

Durante la guerra dell’ottobre 1973, l’Egitto e la Siria ottennero parziali vittorie contro Israele, ma subirono anche gravi sconfitte, dimostrando che anche gli Stati arabi avevano solo limitate possibilità contro Israele. Al tempo stesso, il movimento nazionale palestinese raggiunse il suo culmine a livello internazionale con il discorso del defunto leader palestinese Yasser Arafat all’Assemblea Generale dell’ONU nel 1974, con il riconoscimento da quel momento dell’OLP come l’unico legittimo rappresentante del popolo palestinese. In quello stesso anno l’OLP iniziò anche a porre le basi per una soluzione di due Stati quando il suo parlamento, il Consiglio Nazionale Palestinese, adottò un piano in 10 punti per istituire una “autorità nazionale” in ogni parte della Palestina che era stata liberata.

Il processo fu necessariamente dolorosamente lento, in quanto condusse la maggioranza dei palestinesi a riconoscere che un eventuale Stato palestinese non sarebbe stato stabilito sulla totalità dei territori del precedente mandato britannico. Dal 1974, l’accettazione del dato di fatto di Israele come Stato e la creazione di uno Stato palestinese in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est, e nella Striscia di Gaza sarebbe progressivamente diventato l’obiettivo del movimento nazionale palestinese.

La visita a Gerusalemme dell’allora presidente egiziano Anwar Sadat nel 1977, che condusse agli Accordi di Camp David del 1979 e al ritiro di Israele dalla penisola del Sinai, completato nell’aprile del 1982, aprì la strada all’invasione israeliana del Libano nello stesso anno. Il principale obiettivo di Israele era estromettere l’OLP dal Paese e consolidare l’occupazione permanente dei Territori Palestinesi Occupati (TPO). Con l’uscita dal conflitto del più potente degli Stati arabi, la capacità dell’OLP di ottenere una soluzione di due Stati fu gravemente compromessa ed il conflitto arabo-israeliano si trasformò gradualmente in un conflitto iasraelo-palestinese, molto più conveniente per Israele.

Mentre l’OLP cercava di riunificarsi in Tunisia ed in altri Paesi arabi, nei TPO ebbe luogo una delle più grandi sfide ad Israele, con lo scoppio della prima Intifada nel dicembre 1987, in gran parte guidata da una leadership cresciuta all’interno [della Palestina]. Ciò riportò in auge l’opzione di contrastare in modo vincente Israele sulla base di una mobilitazione di massa non violenta in dimensioni che non si vedevano più dalla fine degli anni ’30.

Tuttavia l’OLP si dimostrò incapace di capitalizzare il successo locale e globale della prima Intifada. Alla fine, la dirigenza dell’OLP in esilio mise i propri interessi, soprattutto l’ambizione di ottenere l’ appoggio dell’Occidente, ed in particolare dell’America, al di sopra dei diritti nazionali del popolo palestinese, espressi nella Dichiarazione di Indipendenza adottata nel 1988 ad Algeri.

Queste contraddizioni divennero palesi nel 1992-93, quando la dirigenza palestinese dovette scegliere se appoggiare la posizione negoziale della delegazione palestinese a Washington, che insisteva su una moratoria totale delle attività di colonizzazione israeliane [in Cisgiordania] come precondizione per accordi transitori di autogoverno, oppure condurre negoziati segreti con Israele che concessero molto meno, ma la riportarono ad una posizione di rilievo internazionale sulla scia del conflitto del Kuwait del 1990-91. In seguito agli accordi di Oslo del 1993, l’OLP riconobbe Israele e il suo “diritto ad esistere in pace e sicurezza”, nel contesto di un documento che non menzionava né l’occupazione, né l’autodeterminazione, né l’esistenza di uno Stato, o il diritto al ritorno. Prevedibilmente, i decenni seguenti hanno visto un’accelerazione esponenziale del colonialismo di insediamento israeliano e l’effettiva vanificazione delle intese per l’autonomia previste in vari accordi israelo-palestinesi.

Guardando avanti

Sotto alcuni aspetti, oggi la situazione è tornata al punto di partenza del 1967. Il movimento nazionale palestinese complessivamente unitario che è stato egemone dagli anni ’60 agli anni ’90 si è disintegrato, forse in modo definitivo. Oggi è diviso tra Fatah e Hamas, con quest’ultimo, insieme alla Jihad islamica, escluso dall’OLP, mentre dilagano le divisioni all’interno di Fatah e dell’OLP. I palestinesi a Gaza soffrono tremendamente sotto un assedio israeliano decennale, che sta peggiorando a causa delle pressioni su Hamas da parte dell’ANP e di Israele. I palestinesi nei campi profughi in Siria e in Libano stanno patendo terribilmente per la guerra civile in Siria e la precedente frammentazione dell’Iraq, ed anche per i conflitti tra differenti gruppi all’interno dei campi.

Quanto ad Israele, il 1967 lo ha trasformato da Stato della regione a potenza regionale. E’ impaziente di normalizzare i rapporti con l’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo arabo, usando l’Iran come spauracchio per alimentare questa relazione. A sua volta, vuole usare tale alleanza per imporre un accordo ai palestinesi che di fatto perpetuerebbe il dominio israeliano, ottenendo un trattato di pace finale in cui manterrebbe il controllo della sicurezza nei TPO, conserverebbe le sue colonie e continuerebbe la colonizzazione.

Ma sul percorso di Israele verso la legittimazione dell’occupazione continuano a sussistere ostacoli, che mantengono aperta la porta ad un movimento e ad una strategia palestinesi per ottenere diritti e giustizia. Non è cosa da poco il fatto che, in un lasso di tempo di mezzo secolo, nessuno Stato abbia formalmente approvato l’occupazione israeliana del territorio palestinese – o siriano. Se da un lato i governi europei, ad esempio, hanno temuto che facendolo avrebbero compromesso i loro rapporti con altri Paesi della regione, dall’altro sono anche tra i più impegnati a sostenere un ordine internazionale basato sulle leggi; il ricordo della Prima e della Seconda Guerra Mondiale non è stato cancellato. Essi quindi non possono riconoscere l’occupazione israeliana, anche se non sono stati in grado di sfidare Israele negli stessi termini con cui hanno affrontato l’occupazione russa della Crimea.

Inoltre l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, poco dopo che lo scorso anno il Regno Unito ha votato per abbandonare l’Unione Europea, rafforza la determinazione dell’Unione Europea a consolidare il proprio potere economico e politico e a ridurre la dipendenza dagli USA per la difesa. Questo offre ai palestinesi un’opportunità per appoggiare le modeste misure europee, come il divieto di finanziare la ricerca delle imprese delle colonie israeliane e l’etichettatura dei prodotti delle colonie, e per promuovere la distinzione tra Israele e la sua impresa coloniale, per usare le parole della Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di dicembre 2016.

Israele sta incontrando resistenza anche in situazioni inaspettate. Mentre il movimento nazionale palestinese si è indebolito, il movimento globale di solidarietà con la Palestina, compreso il movimento a guida palestinese per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS), lanciato nel 2005, è cresciuto rapidamente, soprattutto in seguito ai ripetuti attacchi israeliani alla Striscia di Gaza. Questo contrasta con la situazione negli anni ’70 e ’80, quando l’opinione pubblica occidentale tendenzialmente dava un ampio sostegno ad Israele. Israele sta reagendo ferocemente contro questo movimento, assimilando le critiche ad Israele con l’antisemitismo e istigando i legislatori negli USA ed in Europa a vietare le iniziative di boicottaggio. Tuttavia finora non è riuscito a soffocare il dibattito o a impedire alle chiese e ai gruppi studenteschi in tutti gli USA di sostenere attività di solidarietà con il popolo palestinese.

L’opposizione di Israele è anche indebolita in conseguenza di una terza tendenza che è interamente autoprodotta. Il fatto che sia riuscito a violare impunemente il diritto internazionale con la sua occupazione dei territori palestinesi, così come con i propri cittadini palestinesi, lo sta portando a strafare. Persino la determinazione di Trump a “fare un accordo” che consegnerebbe sicuramente ad Israele vaste porzioni della terra palestinese ed il controllo permanente sulla sicurezza, probabilmente si scontrerà con il sempre più potente movimento di destra [israeliano], che respinge per principio ogni concessione ai palestinesi.

Certo, la crescente ondata di quella che può solo essere definita come legislazione razzista sta palesando non solo le sue azioni attuali, ma anche quelle del periodo precedente e immediatamente successivo al 1948. Per esempio, per citarne solo alcune, la legge sulla cittadinanza e sulla famiglia, prorogata ogni anno dal 2003, nega ai cittadini palestinesi di Israele il diritto a sposare palestinesi dei territori occupati e di parecchi altri Paesi; la continua distruzione di villaggi palestinesi all’interno di Israele, come anche in Cisgiordania; la legge che legalizza retroattivamente il furto di terre private palestinesi in Cisgiordania. Tutto ciò rende impossibile immaginare che Israele accetti valori sia universali che “occidentali”, quali lo stato di diritto e l’uguaglianza.

Un utile indicatore di questo disvelamento è il rapido aumento di ebrei non israeliani che si allontanano sempre più da Israele, comprese associazioni come ‘Jewish Voice for Peace’. Quando prendono la parola, le rituali accuse di antisemitismo sono facilmente confutate ed essi legittimano altri a prendere posizioni simili.

Un altro ambito in cui Israele ha esagerato è stato fare del sostegno ad esso una questione di parte. Dal momento che il partito repubblicano [americano] assicura che non ci sono problemi tra sé ed Israele, l’opinione tra le fila del partito democratico si sposta stabilmente a favore dei diritti dei palestinesi ed i rappresentanti democratici sono lentamente sempre più incoraggiati ad alzare la voce.

Queste tendenze di lungo termine contrarie alle violazioni israeliane delle leggi internazionali non possono di per sé salvaguardare i diritti dei palestinesi. Il passaggio dall’egemonia araba sulla questione della Palestina all’egemonia palestinese alla fin fine ha prodotto il disastro di Oslo. Ciò che è necessario è una formula che unisca la mobilitazione palestinese in patria e all’estero con una strategia araba per conseguire l’autodeterminazione. E, benché gli sforzi per trasformare l’OLP in un reale rappresentante nazionale [del popolo palestinese] siano finora falliti, esistono modi per fare pressione su componenti dell’OLP che ancora funzionano – per esempio, in Paesi dove dei settori di rappresentanza diplomatica palestinese sono tuttora efficienti – allo scopo di rilanciare il programma e la strategia nazionali.

Oggi i palestinesi si trovano senza dubbio nella peggiore situazione che abbiano vissuto a partire dal 1948. Eppure, se mobilitano le risorse che hanno a disposizione – anzitutto e soprattutto il proprio popolo ed il crescente bacino di consenso mondiale nei confronti dei loro diritti e della loro libertà – possono ancora elaborare e mettere in atto con successo una strategia per garantirsi il loro posto al sole.

Nadia Hijab

Nadia Hijab è direttrice esecutiva di ‘Al-Shabaka: the Palestinian policy network’, che ha co-fondato nel 2009. E’ spesso relatrice di conferenze e commentatrice sui media ed è ricercatrice presso l’Istituto di Studi sulla Palestina. Il suo primo libro, Womanpower: the arab debate on women at work [Manodopera femminile: il dibattito arabo sul lavoro delle donne] , è stato pubblicato dalla Cambridge University Press ed è inoltre co-autrice di Citizens apart: a portrait of the palestinian citizens of Israel [Cittadini messi da parte: un ritratto dei cittadini palestinesi di Israele] (I.B. Tauris).

Mouin Rabbani

Il consulente politico di Al-Shabaka Mouni Rabbani è uno scrittore ed analista indipendente specializzato nella questione palestinese e nel conflitto arabo-israeliano. E’ ricercatore presso l’Istituto per gli Studi sulla Palestina ed è tra i redattori del Middle East Report. I suoi articoli sono usciti anche su The National ed ha scritto articoli di commento per il New York Times.

Al-Shabaka è un’organizzazione indipendente, neutrale e non-profit, il cui obiettivo è educare e favorire il dibattito pubblico sui diritti umani e l’autodeterminazione dei palestinesi nel contesto del diritto internazionale.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)