Gli incendi in Israele sollevano brucianti domande sull’occupazione

di Amira Hass, 29 novembre 2016 Haaretz

Domanda: Perché non abbiamo sentito di arresti di ebrei che invocano l’uccisione degli arabi? Risposta: gli ebrei esercitano il proprio diritto alla libertà di parola.

Forse gli incendi provocati intenzionalmente per motivi politici o “nazionalisti” valgono di più dei comuni incendi? I criteri per i risarcimenti del governo ai cittadini israeliani che hanno avuto le case danneggiate la scorsa settimana verranno decisi sulla base dell’origine dell’incendio, creando una gerarchia di indennizzi ed assistenza?

Gli incendi classificati come atto terroristico ostile garantiranno alle vittime un rimborso più veloce e più consistente rispetto agli sfortunati le cui case, album fotografici e computer sono stati distrutti dal fuoco causato da un razzo della polizia o da un mozzicone di sigaretta gettato via negligentemente, la cui fiamma è stata attizzata dal vento?

Perché non sentiamo parlare di arresti di massa di ebrei i cui post sui social media invocano l’uccisione degli arabi e che hanno manifestato gioia per le loro disgrazie, ma abbiamo sentito dell’arresto di un attivista sociale di Rahat che ha schernito chi applaudiva gli incendi?

Alcune risposte:

* L’istigazione [alle violenze contro gli arabi. Ndtr.] da parte degli ebrei non è una notizia

* Gli ebrei dicono ciò che pensano ed esercitano il proprio diritto alla libertà di parola

* Gli istigatori ebrei che incitano ad uccidere i palestinesi non si trovano in carcere. Si trovano nella coalizione di governo o nella Knesset (il Parlamento israeliano. Ndtr.).

* Dichiarare che la cittadinanza dei piromani verrà revocata non è istigazione, ma parte di una politica di espulsione di vecchia data.

Com’ è che i giornalisti israeliani si affrettano a riportare le espressioni di “schadenfreude” (termine tedesco che significa “piacere provocato dalla sfortuna altrui”, ndtr.) postate sui social media arabi e palestinesi? Com’ è che sembrano non trovare i comunicati stampa, i report delle Nazioni Unite e di B’Tselem ed i post palestinesi che riferiscono dei quotidiani abusi e crudeltà perpetrati contro milioni di persone dall’esercito israeliano, dalla polizia di frontiera, dalla Municipalità di Gerusalemme, dal Ministero degli interni, dall’Amministrazione Civile, dagli Uffici di coordinamento distrettuale, dal Coordinatore delle attività governative nei territori (l’autorità militare israeliana in Cisgiordania, ndtr.), dal Ministero di pubblica sicurezza, dall’Autorità israeliana per la terra, ecc.?

Alcune risposte:

* Perché sono gli ufficiali dell’intelligence israeliana che danno la caccia ai sospetti a fornire le informazioni ai giornalisti.

* Perché i giornalisti israeliani non hanno familiarità con i siti web di B’Tselem e dell’Ufficio per il Coordinamento delle questioni umanitarie dell’ONU.

* Perché non vogliono turbare i loro amici, i loro compagni e i loro figli, che sono quei soldati, quei giudici e quel personale amministrativo che compiono gli abusi.

* Perché sono israeliani, prima che giornalisti.

* Perché sanno ciò che gli utenti israeliani delle informazioni vogliono sentire, e ciò che non può importargli di meno.

* Tutto quanto detto fin qui.

* Perché riferire come Israele domina i palestinesi non lascerebbe spazio ad altre notizie..

* Perché quello che è routine non merita i titoli.

Dobbiamo riconoscere che ci sono stati dei piromani palestinesi, così come ci sono state anche false accuse. Ma se vogliamo impedire una simile forma di sabotaggio dobbiamo comprenderne i motivi.

Queste azioni, a prescindere da quanto possano essere esecrabili, sono strettamente legate alle politiche di crudeltà. Chiunque non voglia vedere queste politiche o riconoscere che esistono dimostra di avere interesse nel mantenere vivo il problema per giustificare future espulsioni ed abusi.

Tre mappe

Dove si trovano Beit Meir, Nataf e Canada Park, tre località dove sono scoppiati gli incendi? Una risposta è che si trovano ad ovest di Gerusalemme. Un’altra è che Beit Meir è sulla terra del villaggio palestinese distrutto di Bayt Mahsir, che all’inizio del 1948 ospitava 3.000 persone. Nataf si trova dove c’era un tempo il villaggio di Beit Thul, anch’esso distrutto da noi in modo che i suoi 300 abitanti in fuga non potessero tornarvi.

Canada Park, che è gestito dal Fondo Nazionale Ebraico, sorge sulle rovine dei villaggi di Imwas e Yalo, i cui abitanti abbiamo espulso nel giugno 1967.

E dove si trova la colonia di Halamish? Sulla terra dei villaggi di Deir Nizam e Nabi Saleh. Halamish si sta espandendo; Israele impedisce ogni nuova costruzione nei villaggi palestinesi.

Gli incendi della scorsa settimana hanno abbozzato tre mappe del paese. Una è la mappa immaginaria del territorio solo degli ebrei da cui i palestinesi sono stati cancellati. La seconda è la triste mappa degli invasori e degli occupanti, dove troviamo i pochi piromani che presumibilmente hanno appiccato alcuni degli incendi e coloro che hanno gioito del loro divampare. Queste due mappe sono sorprendentemente simili.

La terza è quella delle persone legate alle loro case, che le hanno perse o le stanno perdendo, di quelle che vi torneranno dopo che saranno ricostruite e di quelle che non sono tornate.

Quante persone sono necessarie per evacuare interi quartieri di Gerusalemme? Solo alcuni piromani palestinesi condannati dalla loro società.

Quante persone sono necessarie per far fuggire mezzo milione di palestinesi da un incendio all’altro a Gaza? Molti israeliani – un governo al completo, lo staff generale, gli alti comandi e migliaia di soldati e piloti.

Quanti israeliani servono per uccidere, in una sola estate, 180 bambini da 0 a 5 anni, 346 ragazzi da 6 a 17 anni e 247 donne, come è accaduto nel 2014? Gli stessi governo al completo, staff generale, alti comandi e migliaia di soldati e piloti – insieme alla maggior parte di una nazione che plaude e li incoraggia a continuare.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Un pogrom scuote un villaggio palestinese strangolato dai coloni israeliani

di Gideon Levy e Alex Levac – 11 novembre 2016 Haaretz

Una dozzina di coloni mascherati che brandivano coltelli e bastoni e gridavano “morte agli arabi” ha attaccato cinque contadini palestinesi che stavano raccogliendo olive. “Sono venuti per uccidere”, ha detto una vittima.

E’ stato un pogrom [attacchi antisemiti contro la popolazione ebraica nei Paesi dell’Est Europa. Ndtr.].

I sopravvissuti sono cinque pacifici contadini palestinesi che parlano un ebraico smozzicato e lavorano nell’edilizia in Israele, con permessi di ingresso validi. Durante i fine settimana coltivano ciò che è rimasto delle loro terre, la maggior parte delle quali sono state depredate a favore dei coloni che strangolano il loro villaggio, Janiya, fuori Ramallah. Sono convinti di essere sopravvissuti solo per miracolo all’attacco di sabato scorso.

“Pogrom” è davvero la sola parola per descrivere quello che hanno subito. “Vi uccideremo!” hanno gridato gli assalitori, mentre picchiavano gli uomini sulla testa e sul corpo con mazze e tubi di ferro, e brandivano coltelli a serramanico. L’unico “crimine” dei palestinesi, che stavano raccogliendo le loro olive quando i coloni si sono gettati su di loro, era il fatto di essere palestinesi che hanno avuto l’ardire di lavorare la loro terra.

Il periodo della raccolta delle olive è tradizionalmente la stagione dei pogrom in Cisgiordania, ma questo è stato uno dei più violenti. Nessun rappresentante ufficiale israeliano ha condannato l’assalto, nessuno si è indignato. Uno degli aggrediti è stato medicato con 10 punti in testa, un altro ha avuto un braccio e una spalla rotti, un terzo zoppica, un quarto ha perso gli incisivi. Solo uno è riuscito a scappare agli assalitori, ma anche lui si è fatto male quando si è ferito a una gamba sul terreno roccioso mentre fuggiva.

I contadini, che giorni dopo l’aggressione erano ancora in stato di shock per questa brutta esperienza, sono stati portati via dai compaesani; le olive sono rimaste sparse sul terreno. Ora hanno paura di tornare nell’oliveto. Questo fine settimana, si sono ripromessi, manderanno giovani di Janiya a prendere quello che avevano raccolto e a finire il lavoro. Per quanto riguarda loro, con il corpo e l’anima acciaccati, dicono di non essere in grado di fare niente.

Gli assalitori, circa una dozzina di coloni mascherati, si vedono in un video girato da un abitante, Ahmed al-Mazlim, mentre, palesemente in preda all’eccitazione per la loro azione, tornano alle loro baracche, sparse sotto la colonia di Neria, nota anche come “Nord Talmon”, tra Modi’in e Ramallah. Questo è stato il loro “oneg Shabbat” la loro festa del sabato: scendere nella valle e picchiare persone che stavano lavorando la propria terra, innocenti quanto indifese, forse addirittura con l’intenzione di uccidere. Un fine settimana pacifico.

Si vedono i coloni risalire lentamente verso le baracche del loro avamposto illegale, che si trova sulla collina sotto Neria. Non hanno fretta, in fin dei conti nessuno li sta inseguendo. Alla fine si siedono sulla soglia di una delle baracche per dissetarsi con una borraccia.

Non avevo mai visto prima criminali lasciare la scena del delitto con tale indifferenza. Forse erano esausti del loro lavoro – picchiare arabi – stanchi ma contenti. Yotam Berger, il giornalista di Haaretz che è stato il primo a pubblicare il video, ha visitato le baracche il giorno dopo il pogrom. Sapeva bene che dei coloni vivevano lì, anche se le strutture erano vuote quando è arrivato. Fino a quel momento non erano stati fatti arresti, ed esperienze precedenti suggeriscono che non ne verrà fatto nessuno. La polizia sta indagando.

Janiya, un piccolo villaggio di 1.400 anime nella parte centrale della Cisgiordania, si guadagnava di che vivere lavorando la sua terra finché gran parte di questa è stata portata via dalle vicine colonie, dalla fine degli anni ’80. Poche regioni sono altrettanto popolate di coloni come questa; pochi villaggi hanno avuto tanta terra rubata come Janiya. Degli originali 50.000-60.000 dunam (5.000-6.000 ettari) posseduti dai suoi abitanti, solo 7.000 (700 ettari) rimangono di loro proprietà. Il villaggio è stato strangolato.

Da una buona posizione ai suoi confini, si può vedere la valle in cui è stato perpetrato l’attacco, e le colonie vicine. La nostra guida è Iyad Hadad, un ricercatore sul campo dell’organizzazione per i diritti umani israeliana B’Tselem. Sotto di noi le case di Talmon A confinano con le rimanenti terre di Janiya, molto vicino alle case dei paesani. Basta allungare la mano per toccarle; un altro progetto di espansione e arrivano fin dentro Janiya.

A destra, verso sudest, c’è la colonia di Dolev, a vantaggio dei cui abitanti Israele ha bloccato per anni la strada principale per Ramallah. Appollaiata sulla collina c’è Talmon B; lì vicino c’è Talmon C; e là, all’orizzonte, si trova Talmon D. Sulla cima della collina, ad una certa distanza, c’è una base dell’esercito israeliano.

Ogni cima di collina rappresenta un’altra minaccia per il tranquillo villaggio. Neria si trova sopra l’uliveto della famiglia Abu Fuheida e i pendii terrazzati che scendono da lì. Le costruzioni della “gioventù delle colline” [gruppo di giovani coloni molto violenti. Ndtr.] sono sparse su tutto il territorio, tra le varie Talmon, a decine di metri le une dalle altre.

La valle è tranquilla. Alcuni degli oliveti ora sono di proprietà delle colonie; quando si fa la raccolta, ci si mette d’accordo con l’esercito israeliano. Per esempio, la scorsa settimana le olive sono raccolte nelle parti di Talmon A coltivate dai palestinesi. Ma l’aggressione da parte dei coloni è stata perpetrata in un luogo in cui il coordinamento non è richiesto, perché non è proprietà di alcuna colonia.

Siamo alla fine della stagione del raccolto, e questo è un canalone chiamato Natashath. E’ sabato mattina, una giornata stupenda, e cinque membri della famiglia Abu Fuheida – Sa’il, Hassan, Sabar, Sa’ad e Mohammed – scendono all’oliveto di famiglia, dove hanno una settantina di ulivi. Sono circa le 8,30; non ci sono altri contadini lì attorno. Portano sacchi (“Nessun coltello”, chiarisce subito uno di loro) sparsi per terra per raccogliere le olive cadute, con una bottiglia di Coca Cola, pomodori, pane pita e affettati. Non è una buona annata per le olive, il raccolto è stato scarso.

Lavorano fino a mezzogiorno, si siedono per mangiare e ritornano alle scale. Il loro piano è di finire il raccolto entro il pomeriggio. Ma in quel momento gli aggressori gli piombano addosso all’improvviso: i raccoglitori, sulle scale, con la testa in mezzo ai rami, non li vedono. Solo Sa’il, con i suoi 57 anni il più vecchio del gruppo e l’unico che non è su una scala, riesce a scappare, ferendosi solo fuggendo in preda al panico.

Secondo Sa’il e il suo fratello ferito, Hassan, erano 10, forse 15 assalitori. Sembravano giovani e robusti. Uno dei quattro che hanno aggredito Hassan portava occhiali; Hassan ha visto solo i suoi occhi. E’ stato quello che gli ha inflitto i colpi peggiori, aggiunge Hassan. Tutti avevano tubi, mazze, randelli o coltelli. Ce n’era anche uno che sembrava di vedetta: è rimasto sulla collina vicino a Neria, con un fucile, osservando a quanto pare quello che stava succedendo. “Morte agli arabi! Morte agli arabi!” gridavano gli aggressori. “Vi uccideremo, porci.”

Sa’il: “Erano aggressivi, violenti, non ho mai visto un attacco del genere. Erano venuti per uccidere.”

I contadini si sono precipitati giù dalle scale, dritti nelle mani degli assalitori, che hanno afferrato prima Sabar, poi Hassan, circondandoli, alcuni coloni per ogni palestinese, e li hanno percossi. Sabar è stato il primo a perdere conoscenza, Hassan dice di essere svenuto anche lui. Gli autori del pogrom hanno cercato di colpirli in testa, ma Hassan se l’è protetta con le mani. La sua mano destra ora è bendata, con dei punti e fasciata, ha perso quattro denti e ha anche un labbro tagliato. Si muove a malapena e parla a fatica.

L’aggressione è durata tra i cinque e i dieci minuti. Uno dei cugini, Mohammed, ad un certo punto è riuscito a scappare, dopo essere stato leggermente ferito, e ha chiesto aiuto al villaggio. Quando gli aggressori se ne sono andati, i feriti sono stati portati via su ambulanze ed auto private all’ospedale pubblico di Ramallah. Hassan ha raccontato di aver ripreso conoscenza in casa di suo fratello, dove era stato portato dagli abitanti del villaggio prima di essere trasportato in ospedale. Quando si è alzato gli è venuto un capogiro. Era sicuro che sarebbe morto, dice Hassan, un lavoratore edile (“con regolare permesso”) a Rishon Letzion [in Israele. Ndtr.].

Solo Hassan e Sa’il erano al villaggio quando ci siamo andati questa settimana (le altre tre vittime erano andate al comando della regione di Binyamin per testimoniare alla polizia). La loro casa era affollata di visitatori che confortavano gli aggrediti. Gli assalitori sono pazzi, ci ha detto il loro cugino Sahar: “Odiano gli arabi, odiano l’odore degli arabi, vedono un arabo e lo vogliono calpestare. Vogliono ucciderci. Non vogliono arabi qui. E fanno quello che vogliono.”

Ci siamo seduti all’ombra della buganvillea nel cortile della casa della famiglia. Ho chiesto ad Hassan cosa pensi di quello che è successo. Un tenue sorriso ha attraversato le sue labbra ferite mentre ripeteva: “Non so cosa pensare. Succede ogni anno.”

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Nonostante le obiezioni degli Stati Uniti, Netanyahu pensa di trasferire i coloni nelle terre palestinesi abbandonate

di Barak Ravid, 20 novembre 2016 Haaretz

 

Il primo ministro dice di star lavorando ad una soluzione per bloccare la demolizione dell’avamposto illegale di Amona rilanciando una vecchia idea.

Domenica il primo ministro Benjamin Netanyahu ha detto che sta ancora cercando una soluzione per impedire l’evacuazione dell’avamposto illegale di Amona, costruito su terreno privato palestinese.

Ha detto ai ministri del suo partito Likud che sta considerando l’idea di spostare le case dei coloni su una terra che si crede sia appartenuta ai palestinesi fuggiti durante e dopo la Guerra del 1967 – terra rivendicata da Israele come “abbandonata e non reclamata.”

Il ministro degli esteri ha già messo in guardia contro tale trasferimento, nel timore che violi il diritto internazionale e rechi un danno diplomatico ad Israele.

Anche l’amministrazione americana ha sollevato obiezioni a questa soluzione, benché la vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali potrebbe aver incoraggiato Netanyahu ad ignorare l’ammonimento.

Gli americani considerano questo piano come un allontanamento dall’impegno, preso da Netanyahu verso il presidente Barak Obama, che Israele non si sarebbe appropriato della terra palestinese in Cisgiordania per costruire nuovi insediamenti o espandere quelli già esistenti.

La demolizione di Amona – che l’Alta Corte di Giustizia ha ordinato che avvenga entro il 25 dicembre – ha scatenato tensioni all’interno del governo Natanyahu.

Tribunale della terra’

Domenica Netanyahu ha anche detto che sta promuovendo la costituzione di un “tribunale della terra” in vista di altri casi di strutture costruite illegalmente e su terreni privati palestinesi come insediamenti e avamposti che potrebbero rischiare la demolizione.

Nelle ultime settimane la proposta di tribunale della terra è stata criticata dalla ministra della giustizia Ayelet Shaked, dal ministro della difesa Avigdor Lieberman e dal procuratore generale Avichai Mendelblit.

La proposta è un tentativo di adottare il modello arbitrale utilizzato per risolvere le dispute territoriali tra Cipro e la parte settentrionale del paese , sotto il controllo militare della Turchia. Il sistema consente ai residenti di ricevere compensi in denaro per i terreni di loro proprietà su cui sono state fatte delle costruzioni.

In una riunione di pochi giorni fa Netanyahu e i ministri competenti hanno discusso la questione con il professor Joseph Weiler, esperto di diritto internazionale presso il dipartimento di giurisprudenza dell’università di New York.

Secondo Netanyahu, verrà costituito un gruppo di esperti legali guidato da Roy Schondorf, vice procuratore generale per le leggi internazionali e da Ahaz Ben-Ari, consulente legale alla difesa. Il gruppo dovrebbe suggerire al governo un modo per istituire un tribunale sulla base del modello cipriota.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Il disegno di legge di legalizzazione delle colonie israeliane ottiene una prima approvazione della Knesset

di Jonathan Lis e Chaim Levinson,

16 novembre 2016 Haaretz

Il ministro delle finanze Moshe Kahlon, capo di Kulanu (partito israeliano di centro, ndtr.), ha cambiato voto in favore del disegno di legge dopo aver riveduto la sua intenzione di opporvisi.

Mercoledì pomeriggio un disegno di legge per legalizzare retroattivamente le colonie illegali ha superato la sua prima lettura alla Knesset, con l’appoggio del gruppo parlamentare Kulanu del ministro delle finanze Moshe Kahlon.

All’inizio della giornata Kahlon, dopo un incontro col primo ministro Benjamin Netanyahu, ha annunciato che il suo gruppo avrebbe appoggiato il disegno di legge.

Il disegno di legge è stato messo ai voti in tre versioni, ognuna delle quali conteneva una controversa clausola per legalizzare retroattivamente le colonie che sono state costruite illegalmente, come quella di Amona.

Sabato l’Alta Corte ha confermato, in risposta ad una petizione dello stato perché la rinviasse, la sua anteriore sentenza in base alla quale Amona deve essere evacuata entro il 25 dicembre.

La prima versione del disegno di legge ha superato la prima lettura con 58 voti contro 50; la seconda con 57 contro 52 e la terza con 58 contro 51.

Nonostante il voto in prima lettura, il capo della coalizione di governo David Bitan ha dichiarato di non intendere portarlo in seduta plenaria per la seconda lettura.

I voti di Kulanu sono stati ritenuti decisivi per l’approvazione del disegno di legge alla Knesset. Precedentemente si era pensato che i deputati di Kulanu si sarebbero astenuti, in base alla dichiarazione di martedì di Kahlon secondo cui non avrebbe appoggiato il disegno di legge a causa del danno che potrebbe provocare alla Corte Suprema.

Nel suo annuncio, Kahlon ha detto che il suo gruppo si sarebbe limitato a formulare riserve sul potenziale danno che il disegno di legge potrebbe causare alla Corte.

Ho appena incontrato il primo ministro ed abbiamo concordato che il portavoce della Knesset dichiarerà che il disegno di legge non danneggia l’Alta Corte”, ha detto Kahlon.

Se esso dovesse danneggiare la Corte Suprema in qualunque fase dell’iter legislativo, Kulanu farà opposizione”, ha aggiunto.

Successivamente Bitan ha fatto la dichiarazione in parlamento.

La legge consentirà ai coloni di vivere su terreni privati palestinesi pagando una compensazione ai proprietari. Il procuratore generale Avichai Mendelblit ha affermato ripetutamente che non difenderà il disegno di legge contro una contestazione nell’Alta Corte, perché esso contraddice il diritto internazionale.

Nel corso del dibattito precedente al voto, il leader dell’opposizione Isaac Herzog ha definito il disegno di legge “orribile proposta della Knesset.” Ha fatto appello a tutti i deputati ad opporsi ad esso, affermando che “mai prima, nella storia del paese, la Knesset ha votato in contraddizione con la legge nazionale ed internazionale.”

Il deputato Ilan Gilon (Meretz, partito laico di sinistra sionista socialdemocratica, ndtr.), che è stato espulso dalla camera durante l’aspro dibattito, ha detto che il disegno di legge “ricorda le leggi dei paesi del terzo mondo, che vengono scritte retroattivamente per cancellare i loro crimini.”

Dopo il voto, il ministro dell’istruzione Naftali Bennet ha detto: “Proprio come abbiamo vinto in questa votazione, vinceremo in futuro – con tenacia, fede ed in accordo con il primo ministro Benjamin Netanyahu e con gli altri partiti dello schieramento nazionalista.”

I membri del partito di Bennet Habayit Hayehudi (Casa Ebraica [partito ultranazionalista dei coloni, ndtr.]) sono stati i promotori di tutte le tre versioni del disegno di legge.

Chiunque voglia avere ulteriore prova della crudeltà, immoralità e violenza dell’occupazione, la trova in questo disegno di legge”, ha dichiarato il deputato della Lista Comune (alleanza politica di quattro partiti arabi israeliani, ndtr.) Yousef Jibrin. “Regala la terra a ladri crudeli e sputa in faccia alla legge e alla comunità internazionale.”

Il capo della coalizione di governo Bitan ha inizialmente esitato a portare il disegno di legge in votazione alla Knesset mercoledì, preoccupato di non essere in grado di ottenere la maggioranza per approvarlo. Comunque l’opposizione ha fatto in modo di accelerare l’iter rimandando la discussione su altre questioni in agenda.

Fonti del Likud hanno riferito mercoledì mattina che il primo ministro Benjamin Netanyahu probabilmente non sarebbe stato presente al voto – dopo essersi assicurato che anche un membro dell’opposizione era assente, in modo da mantenere la parità – per non sfidare direttamente la comunità internazionale.

Ma Bennet e la sua collega di partito ministro della giustizia Ayelet Shaked hanno chiarito che, se la votazione non si fosse svolta mercoledì, Casa Ebraica non avrebbe appoggiato i disegni di legge proposti dalla coalizione nel prossimo futuro.

Un funzionario del partito ha detto che non si stava svolgendo nessun colloquio per giungere ad un compromesso: “Bennet è determinato ad andare a fondo della questione. Dopo un anno di tergiversazioni, non c’è altro modo per salvare migliaia di case in Giudea e Samaria.”

Netanyahu avrebbe potuto impedire il voto facendo ricorso contro l’approvazione del disegno di legge al Comitato Ministeriale per la Legislazione, o a titolo personale o attraverso un altro membro del governo. Ciò avrebbe costretto ad una discussione nell’intero governo prima della presentazione del disegno di legge alla Knesset.

I dirigenti della campagna dei coloni di Amona hanno risposto agli annunci secondo cui il disegno di legge avrebbe potuto essere approvato senza la clausola di retroattività, il che significherebbe la loro evacuazione, affermando: “Noi dichiariamo qui chiaramente che chiunque sia complice della disgustosa manovra di cancellare quella clausola sarà personalmente responsabile, di fronte alle future generazioni, della distruzione di una comunità ebraica nella Terra di Israele.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Rapporto OCHA del periodo 1 – 14 novembre 2016 (due settimane)

Nei pressi dell’insediamento colonico israeliano di Ofra (Ramallah), le forze israeliane hanno ucciso, con arma da fuoco, un 23enne palestinese mentre tentava di aggredire con un coltello i soldati israeliani. Questo episodio porta a 73 il numero di palestinesi uccisi dalle forze israeliane, dall’inizio del 2016, nel corso di attacchi e presunti attacchi.

Un altro palestinese è stato ferito con arma da fuoco, e successivamente arrestato, in un presunto tentativo di accoltellamento verificatosi nel villaggio di Huwwara (Nablus). In nessuno di tali episodi sono stati riportati ferimenti di israeliani. In un altro caso, ad un posto di blocco vicino alla città di Tulkarem, palestinesi hanno aperto il fuoco e ferito un soldato, riuscendo poi a fuggire.

Nei Territori Palestinesi Occupati (oPt), nel corso di molteplici scontri, le forze israeliane hanno ferito 57 palestinesi, tra cui 19 minori. Nove dei ferimenti si sono verificati nella Striscia di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale e in mare. I rimanenti feriti sono stati registrati in Cisgiordania: durante scontri scoppiati nel corso di operazioni di ricerca-arresto (la maggior parte), durante le manifestazioni settimanali contro la Barriera e gli insediamenti a Ni’lin (Ramallah) e Kafr Qaddum (Qalqiliya) e nel corso di eventi commemorativi del 12° anniversario della morte dell’ex presidente palestinese Yasser Arafat.

In tre diversi episodi, che hanno visto coinvolte forze israeliane e coloni, altri nove palestinesi, tra cui tre minori, sono stati feriti mentre raccoglievano olive sui propri terreni. In particolare: in una zona vicino all’insediamento colonico israeliano di Qedumim (Qalqiliya), in circostanze poco chiare, soldati israeliani hanno aggredito fisicamente due persone che erano entrate nella propria terra dopo aver ottenuto una “preventiva autorizzazione” all’accesso; nel villaggio Al Janiya (Ramallah), coloni israeliani hanno fisicamente aggredito quattro persone che stavano lavorando vicino all’insediamento colonico di Talmon; altre quattro persone sono rimaste ferite, nei pressi di Bani Na’im (Hebron), dall’esplosione di una granata assordante abbandonata dalle forze israeliane. In altri due episodi, sempre nel contesto della raccolta delle olive, coloni israeliani hanno vandalizzato 70 ulivi in Sa’ir (Hebron) mentre, presso l’insediamento colonico di Shave Shomron (Nablus), hanno raccolto olive da alberi di proprietà palestinese.

In Cisgiordania, in Area C e Gerusalemme Est, per mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 47 strutture di proprietà palestinese, sfollando 26 palestinesi, dieci dei quali minori, e colpendo i mezzi di sostentamento di altre 330 persone. Nove di queste strutture erano state fornite come assistenza umanitaria, in risposta a demolizioni precedenti. Dall’inizio del 2016, il numero di strutture prese di mira ammonta a 1.033: più del doppio rispetto al dato relativo allo stesso periodo del 2015. Nel periodo di riferimento sono stati emessi almeno 24 ordini di demolizione, di arresto-lavori e di sfratto.

Nella comunità pastorale di Khirbet Tana (Nablus), i funzionari israeliani hanno sequestrato un generatore elettrico e una macchina per il taglio dei metalli, appartenenti ad una organizzazione assistenziale; hanno inoltre fatto rilievi fotografici di strutture precedentemente fornite come assistenza; tra queste, una struttura adibita a scuola, quattro cisterne per l’acqua e sei ricoveri abitativi. La comunità si trova all’interno di un’area dichiarata da Israele “zona per esercitazioni a fuoco” e, dall’inizio del 2016, ha subito quattro ondate di demolizioni.

In una dichiarazione rilasciata il 10 novembre, Robert Piper, Coordinatore delle Nazioni Unite per gli Aiuti Umanitari e lo Sviluppo, ha condannato il continuo osteggiamento dell’assistenza umanitaria da parte delle autorità israeliane, affermando che “colpire i più vulnerabili tra i vulnerabili ed impedire loro di ricevere assistenza – in particolare con l’arrivo dell’inverno – è inaccettabile e contraddice gli obblighi di Israele quale potenza occupante”.

In tre occasioni, per consentire l’addestramento militare, le forze israeliane hanno trasferito, per diverse ore ogni volta, 23 famiglie (123 persone, tra cui 59 minori) appartenenti a due comunità di pastori palestinesi nel nord della Valle del Giordano (Khirbet ar Ras al Ahmar e Ibziq). Le due comunità devono far fronte anche ad ripetute demolizioni e restrizioni ai loro spostamenti che acuiscono le crescenti preoccupazioni legate al rischio di trasferimento forzato.

Cinque famiglie palestinesi (29 persone) che vivono nella zona di Silwan di Gerusalemme Est, hanno ricevuto avvisi di sfratto connessi a cause intentate da organizzazioni di coloni israeliani che rivendicano la proprietà delle abitazioni. Un sondaggio esplorativo, effettuato a Gerusalemme Est da OCHA [Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari], indica che su almeno 180 famiglie palestinesi pende una causa di sfratto presentata contro di loro principalmente da organizzazioni di coloni israeliani: sono pertanto a rischio di sfollamento più di 818 palestinesi, tra cui 372 minori.

Nella zona H2 di Hebron, controllata da Israele, coloni israeliani hanno aggredito fisicamente e ferito un ragazzo palestinese che si stava recando a scuola. Nel corso del periodo di riferimento almeno quattro episodi di lancio di pietre da parte di coloni israeliani hanno causato danni a veicoli palestinesi.

Secondo i media israeliani, si sono verificati otto casi di lancio di pietre ad opera di palestinesi contro veicoli israeliani: ferito un colono israeliano, danneggiati almeno sei veicoli e la metropolitana leggera di Gerusalemme. Vicino a Betlemme un altro veicolo è stato danneggiato da un ordigno esplosivo.

A Rafah, nella Striscia di Gaza, un 15enne palestinese è stato ferito dall’esplosione di un residuato bellico con il quale stava giocando nei pressi della scuola.

In almeno 23 occasioni durante il periodo cui si riferisce questo Rapporto (due settimane), le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso palestinesi presenti o in avvicinamento ad Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare della Striscia di Gaza. In altri tre casi, le forze israeliane sono entrate nelle ARA di terra per livellare il terreno ed effettuare scavi. Non sono stati segnalati feriti, ma è stato interrotto il lavoro di agricoltori e pescatori.

Il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, nell’ultimo giorno del periodo di riferimento [14 novembre] è stato eccezionalmente aperto per i casi umanitari, consentendo l’uscita dalla Striscia di Gaza a 386 palestinesi ed il rientro a 274 (dopo tale data il passaggio è rimasto ancora aperto per alcuni giorni). Secondo le autorità palestinesi di Gaza, dall’inizio del 2016, circa 20.000 persone sono registrate ed in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah. Il valico è stato eccezionalmente aperto il 6 novembre, per consentire a una delegazione di 93 palestinesi l’ingresso in Egitto; è stato quindi riaperto il 12 novembre per consentire il loro rientro.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

sono scaricabili dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

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Pregare per la libertà: perché Israele impedisce l’appello alla preghiera a Gerusalemme?

di Ramzy Baroud

14 novembre 2016,Middle East Monitor

Negli anni della mia infanzia mi rassicurava sempre la voce del “ muezzin” che chiamava alla preghiera nella principale moschea del nostro campo profughi a Gaza.

Quando alla mattina presto sentivo il richiamo che annunciava con voce melodiosa che stava arrivando il momento della preghiera dell’aurora (‘Fajr’), sapevo che potevo andare a dormire tranquillamente.

Ovviamente il richiamo alla preghiera nell’Islam, così come il suono delle campane nelle chiese, implica un profondo significato religioso e spirituale, come accade ininterrottamente, per cinque volte al giorno, da 15 secoli. Ma in Palestina queste tradizioni religiose hanno anche un profondo significato simbolico.

Per i rifugiati del mio campo la preghiera dell’aurora significava che l’esercito israeliano era andato via dal campo, ponendo fine ai suoi terribili e violenti raid notturni, lasciandosi alle spalle rifugiati in lutto per i loro morti, feriti o arrestati, e consentendo al muezzin di aprire le vecchie porte arrugginite della moschea ed annunciare ai fedeli l’arrivo del nuovo giorno.

Era quasi impossibile andare a dormire in quei giorni della prima rivolta palestinese, quando la punizione collettiva delle comunità palestinesi nei territori occupati superava ogni livello tollerabile.

Questo accadeva prima che la moschea del nostro campo – il campo profughi di Nuseirat, nel centro della Striscia di Gaza – fosse attaccata e l’Imam arrestato. Quando le porte della moschea furono sigillate per ordine dell’esercito, la gente salì sui tetti delle case durante il coprifuoco militare per annunciare comunque il richiamo alla preghiera.

Lo fece persino il nostro vicino ‘comunista’ – un uomo di cui si diceva che non avesse mai messo piede in una moschea in tutta la sua vita!

Non era soltanto una questione religiosa, ma un atto di sfida collettiva, che dimostrava che nemmeno gli ordini dell’esercito avrebbero fatto tacere la voce del popolo.

Il richiamo alla preghiera significava continuità, sopravvivenza, rinascita, speranza e una serie di significati che non furono mai capiti, ma sempre temuti, dall’esercito israeliano.

L’offensiva contro le moschee non è mai terminata.

Secondo fonti del governo e dei media, un terzo delle moschee di Gaza è stato distrutto durante la guerra di Israele contro la Striscia nel 2014. 73 moschee sono state completamente distrutte da missili e bombe e 205 parzialmente demolite, compresa la moschea Al-Omari di Gaza, che risale al 649 d.C.

E’ accaduto anche alla principale moschea di Nuseirat, dove il richiamo alla preghiera durante la mia infanzia mi portava la pace e la tranquillità sufficienti per andare a dormire.

Ora Israele sta tentando di bandire il richiamo alla preghiera in diverse comunità palestinesi, a cominciare da Gerusalemme est occupata.

Il bando è stato emesso solo poche settimane dopo che l’UNESCO ha approvato due risoluzioni di condanna delle attività illegali di Israele nella città araba occupata.

L’UNESCO ha chiesto ad Israele di cessare tali imposizioni, che violano il diritto internazionale e minacciano di modificare lo status quo della città, che è centrale per tutte le religioni monoteistiche.

Dopo aver organizzato una fallimentare campagna per contrastare l’iniziativa dell’ONU, arrivando ad accusare l’istituzione internazionale di antisemitismo, i dirigenti israeliani adesso stanno attuando misure punitive: la punizione collettiva dei residenti non ebrei di Gerusalemme per le decisioni dell’UNESCO.

Questo comporta la costruzione di ulteriori abitazioni ebree illegali, la minaccia di demolire migliaia di case arabe e, da ultimo, il divieto dell’invocazione alla preghiera in diverse moschee.

Tutto è cominciato il 3 novembre, quando una piccola folla di coloni dell’insediamento illegale di Psigat Zeev si è riunita davanti alla casa del sindaco israeliano di Gerusalemme, Nir Barakat. Chiedevano che il governo ponesse termine all’ “inquinamento acustico” proveniente dalle moschee della città.

L’ ‘inquinamento acustico’ – così definito dalla maggior parte dei coloni europei arrivati in Palestina solo recentemente – sono i richiami alla preghiera che si svolgono nella città fin dal 637 d.C., quando il califfo Omar entrò nella città e ordinò di rispettare tutti i suoi abitanti, a prescindere dalla loro fede religiosa.

Il sindaco israeliano si è prontamente e immediatamente preso l’impegno. Senza perdere tempo, i soldati israeliani hanno incominciato ad irrompere nelle moschee, comprese quelle di al-Rahman, al-Taybeh e al-Jamia di Abu Dis, sobborgo di Gerusalemme.

Secondo quanto riportato da International Business Times, citando Ma’an ed altri media, “prima dell’alba sono arrivati ufficiali militari per informare del bando i muezzin, gli uomini responsabili del richiamo alla preghiera attraverso gli altoparlanti della moschea, ed hanno impedito ai musulmani del posto di raggiungere i luoghi di culto.”

La preghiera per cinque volte al giorno è il secondo dei cinque pilastri dell’Islam e il richiamo alla preghiera è la chiamata ai musulmani perché adempiano a tale dovere. E’ anche un elemento essenziale dell’identità intrinseca di Gerusalemme, dove le campane delle chiese e il richiamo alla preghiera delle moschee spesso si intrecciano in un armonico monito che la coesistenza è una possibilità reale.

Ma la coesistenza non è possibile con l’esercito, il governo ed il sindaco della città israeliani, che trattano Gerusalemme occupata come una base d’appoggio per la vendetta politica e la punizione collettiva.

Bandire il richiamo alla preghiera è unicamente un modo per ricordare il dominio israeliano sulla Città Santa ferita ed un messaggio che il controllo di Israele va oltre quello sulle situazioni concrete, arrivando ad incidere su tutti gli altri ambiti.

La versione israeliana del colonialismo d’insediamento non ha quasi precedenti. Non mira semplicemente al controllo, ma alla totale supremazia.

Quando la moschea del mio vecchio campo profughi venne distrutta, e subito dopo che furono estratti da sotto le macerie alcuni corpi per essere bruciati, i residenti del campo pregarono in cima ed intorno alle rovine. Questa prassi si è ripetuta altrove a Gaza, non solo durante l’ultima guerra, ma anche durante quelle precedenti.

A Gerusalemme, quando viene loro impedito di raggiungere i loro luoghi sacri, spesso i palestinesi si radunano dietro ai checkpoint dell’esercito e pregano. Anche questa è stata una pratica testimoniata per circa cinquant’anni, da quando Gerusalemme è caduta sotto l’esercito israeliano.

Nessuna coercizione e nessun ordine del tribunale potrà mai cambiare questo.

Se Israele ha il potere di imprigionare gli imam, demolire le moschee ed impedire i richiami alla preghiera, la fede dei palestinesi ha dispiegato una forza molto più imponente, per cui comunque Gerusalemme non ha mai smesso di chiamare i suoi fedeli ed essi non hanno mai smesso di pregare. Per la libertà e per la pace.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Rapporto OCHA del periodo 18- 31 ottobre 2016 (due settimane)

Durante il periodo di riferimento (due settimane), sono stati registrati quattro attacchi e presunti attacchi palestinesi contro israeliani: sei i soldati israeliani feriti, e tre gli aggressori e presunti aggressori palestinesi (tra cui una ragazza 19enne) uccisi dalle forze israeliane.

Le aggressioni includono: uno speronamento con auto a Beit Ummar (Hebron); una sparatoria al checkpoint Beit El / DCO (Ramallah) ad opera di un membro della Polizia Palestinese che ha agito di propria iniziativa; un presunto accoltellamento al checkpoint di Za’tara (Nablus). Un altro palestinese è stato colpito con arma da fuoco e ferito durante un tentativo di speronamento con auto e attacco con coltello ad un posto di blocco volante nei pressi di Ramallah: l’episodio non ha provocato feriti israeliani.

Nel corso di scontri avvenuti nei Territori Palestinesi Occupati (oPt), le forze israeliane hanno ucciso, con arma da fuoco, un 15enne palestinese; altri 41 palestinesi, tra cui 13 minori e tre donne, sono stati feriti. Quattro dei ferimenti sono avvenuti durante scontri presso la recinzione che separa Gaza da Israele. I rimanenti feriti (37) sono stati registrati in Cisgiordania: nel contesto di scontri scoppiati durante operazioni di ricerca-arresto; nelle manifestazioni settimanali nei villaggi di Kafr Qaddum (Qalqiliya) e Ni’lin (Ramallah); durante una protesta contro la riduzione di energia elettrica nella città di Al Jiftlik (Jericho). Due soldati israeliani sono rimasti feriti dal lancio di bottiglie incendiarie e pietre da parte di palestinesi.

Il 20 ottobre, un 23enne palestinese è morto per le ferite riportate nel gennaio 2007, quando (aveva 14 anni), durante un’operazione militare israeliana nella città di Ramallah, fu colpito con arma da fuoco. Da allora, il giovane è stato ospedalizzato per la maggior parte del tempo ed ha patito un progressivo deterioramento delle condizioni di salute.

In Cisgiordania, le forze israeliane hanno condotto 196 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 234 palestinesi. Il governatorato di Gerusalemme ha registrato la più alta quota di arresti (97) e di operazioni (56), inclusa l’incursione in una scuola secondaria maschile a Gerusalemme Est. Inoltre, a Gerusalemme, la polizia israeliana ha vietato a 15 palestinesi l’ingresso nella Moschea di Al Aqsa per periodi che vanno da tre mesi a due settimane.

In sette occasioni, le forze israeliane sono entrate nella Striscia di Gaza ed hanno livellato il terreno ed effettuato scavi in prossimità della recinzione perimetrale. In un caso, l’aviazione israeliana ha lanciato un missile, danneggiando una postazione di osservazione appartenente, secondo quanto riferito, ad un gruppo armato. L’episodio ha fatto seguito al lancio, da Gaza verso il sud di Israele, di un missile che non ha causato feriti o danni.

Dando seguito ad episodi di lancio di pietre contro veicoli di coloni israeliani, le forze israeliane hanno chiuso gli ingressi principali di tre villaggi nel governatorato di Ramallah (Deir Nidham, Umm Saffa e Silwad) e di un quartiere di Gerusalemme Est (Jabal Al Mukabbir). Tali chiusure, che sconvolgono l’accesso delle persone ai servizi ed ai mezzi di sussistenza, erano ancora in vigore alla fine del periodo di riferimento del presente Rapporto. Inoltre, dopo l’attacco con armi da fuoco al checkpoint di Beit El / DCO [vedi primo paragrafo], l’esercito ha chiuso il checkpoint in questione; esso controlla la strada principale che entra in Ramallah da est.

Nella Striscia di Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare, sono stati registrati almeno 23 casi in cui le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento, senza provocare feriti. Due pescatori, tra cui un ragazzo di 17 anni, sono stati costretti a togliersi i vestiti e nuotare verso le imbarcazioni israeliane dove sono stati arrestati, mentre le loro barche e le reti da pesca sono state sequestrate. Inoltre, secondo quanto riferito, al valico di Erez un commerciante palestinese è stato arrestato dalle forze israeliane.

A Gerusalemme Est ed in area C, per mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito o confiscato 18 strutture in sei comunità palestinesi, sfollando 54 persone, tra cui 29 minori, e colpendo i mezzi di sostentamento di altre 46. Otto delle strutture colpite – tra cui ricoveri abitativi, latrine e una cisterna d’acqua – erano state fornite come assistenza umanitaria in risposta a precedenti demolizioni. Dall’inizio del 2016, ammonta a 273 il numero delle strutture finanziate da donatori e poi distrutte o confiscate [dalle autorità israeliane]: oltre il 150% dell’intero anno 2015. Inoltre, in un cimitero vicino alla Città Vecchia di Gerusalemme, le forze israeliane, insieme alla Israel Antiquities Authority, hanno danneggiato materiali da costruzione, in quanto utilizzati per la produzione non autorizzata di lapidi.

In cinque diverse occasioni, le forze israeliane hanno condotto esercitazioni militari nel nord della Valle del Giordano, in prossimità di tre comunità pastorali (Humsa al Bqai’a, Tell al Khashabeh e Lifjim). Questi episodi non hanno comportato sfollamenti, tuttavia sono stati segnalati danni alle strutture e restrizioni di accesso alle zone di pascolo: coinvolte 15 famiglie.

Sono stati registrati quattro attacchi di coloni israeliani con lesioni o danni a proprietà palestinesi. In particolare: a Silwan (Gerusalemme Est), l’aggressione fisica e il ferimento di un bambino palestinese di 6 anni; a Nahhalin (Betlemme) la vandalizzazione di 18 alberi; a Betlemme, danni ad un veicolo per lancio di pietre; a Deir Ammar (Ramallah), il furto di un mulo impiegato per la raccolta delle olive. Inoltre, nella Valle del Giordano settentrionale, coloni israeliani hanno bloccato l’ingresso principale della comunità pastorale di Tell al Himma; comunità che ha recentemente subito demolizioni di vaste proporzioni.

Secondo i media israeliani, nei governatorati di Hebron e Betlemme, per il lancio di pietre ad opera di palestinesi, sono stati feriti quattro israeliani, tra cui tre minori, e sono stati danneggiati diversi veicoli israeliani. Inoltre, sempre per il lancio di pietre da parte palestinese, nel tratto che attraversa Shu’fat (Gerusalemme Est), la metropolitana leggera ha subito danni.

Scontri tra forze di sicurezza palestinesi e civili palestinesi sono stati segnalati nel Campo Profughi di Balata (Nablus), con conseguenti lesioni, dovute ad inalazione di gas lacrimogeno, per otto uomini e un bambino. Gli scontri sono scoppiati nel corso di operazioni di ricerca-arresto svolte dalle forze di sicurezza palestinesi all’interno del Campo Profughi.

Il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è stato eccezionalmente aperto per cinque giorni (19 – 23 ottobre) in entrambe le direzioni; secondo quanto riferito, 3.176 palestinesi sono transitati da Gaza verso l’Egitto e 821 sono rientrati. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, circa 20.000 persone sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso il valico di Rafah.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

sono scaricabili dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it; Web: https://sites.google.com/site/assopacerivoli




Con una mossa inedita, Israele ha approvato in segreto la costruzione di edifici palestinesi in Cisgiordania

di Barak Ravid e Chaim Levinson, 27 ottobre 2016

Haaretz

Il gabinetto di sicurezza ha tenuto segreto il voto sull’area C, sperando di impedire ai coloni di esercitare pressioni politiche per ostacolare il piano, promosso dal ministro della difesa Avigdor Lieberman.

Il mese scorso il gabinetto di sicurezza di Israele ha votato l’autorizzazione di una serie di progetti abitativi palestinesi nell’area C della Cisgiordania – la zona più ampia dei territori occupati in cui sono stanziate tutte le colonie e su cui l’Autorità Nazionale Palestinese non esercita alcun controllo.

E’ stata la prima decisione di questo genere da molti anni ed è stata tenuta segreta, o non resa pubblica, nel tentativo di impedire ai coloni israeliani di cercare di fare pressioni per contrastarla.

La proposta è stata avanzata e portata alla votazione del gabinetto dal ministro della difesa Avigdor Lieberman, come parte della sua cosiddetta politica “del bastone e della carota” per incoraggiare i palestinesi moderati, piano da lui stesso presentato ai media israeliani in agosto.

“L’obbiettivo del piano è favorire coloro che sono disposti a convivere con noi e al contempo rendere la vita più difficile a chi pianifica attacchi terroristici”, ha dichiarato all’epoca Lieberman.

Ha continuato: “Ho dato ordine di migliorare il più possibile le strutture umanitarie ed economiche. Il mio obbiettivo è dimostrare ai palestinesi che è vantaggioso vivere insieme e non lasciarsi coinvolgere dalla spirale del terrorismo. Questo dovrebbe portare alla coesistenza e a migliori rapporti economici a prescindere dal processo diplomatico.”

La votazione del governo ha avuto luogo a metà settembre. Hanno votato a favore: il primo ministro Benjamin Netanyahu, Lieberman, il ministro dell’interno Arye Dery, il ministro dell’energia Yuval Steinitz e il ministro dell’edilizia Yoav Galant. Il ministro delle finanze Moshe Kahlon ha lasciato scritto il suo voto favorevole. I voti contrari al piano sono stati quelli dei leaders di Habayit Hayehudi (‘La casa ebraica’, partito sionista di estrema destra nazionalista, ndtr.), il ministro dell’educazione Naftali Bennet e il ministro della giustizia Ayelet Shaked, che non era presente ed ha lasciato una dichiarazione di voto scritta.

Il piano, stilato dal Coordinatore delle Attività di Governo nei Territori (COGAT) general maggiore Yoav (Poli) Mordechai, comprende progetti edilizi complessivi ed anche permessi di costruzione per strutture pubbliche e unità abitative per palestinesi in parecchi villaggi della Cisgiordania.

Le nuove costruzioni si estenderanno fino ai villaggi del nord della Cisgiordania e della Foresta di Qalqilya. Il piano prevede la creazione di un corridoio economico tra Gerico e la Giordania, una zona industriale ad ovest di Nablus e la costruzione di un ospedale vicino a Betlemme. Verranno anche costruiti nuovi campi di calcio e parchi giochi in aree rurali.

Anche se il piano è di portata relativamente modesta, Israele non prendeva una simile iniziativa da anni.

Benché non rilevante per ragioni diplomatiche o di sicurezza, il piano è stato tenuto segreto, senza far trapelare il minimo dettaglio alla stampa. Un alto funzionario israeliano ha detto che il motivo era che la decisione veniva considerata politicamente sensibile.

Secondo il funzionario, i leaders dei coloni hanno molta influenza nel Likud e ci sono forti obiezioni alle costruzioni palestinesi in area C da parte del partito Habayit Hayehudi. La contrarietà alla questione è cresciuta con la pressione dei coloni sul governo perché revocasse un ordine di demolizione entro la fine dell’anno dell’insediamento illegale di Amona da parte del tribunale.

Quando Lieberman ha presentato il piano per la prima volta il 18 agosto, i capi del Gruppo Eretz Yisrael alla Knesset, i deputati Yoav Kish (del Likud) e Betzalel Smotrich (di Casa Ebraica), hanno inviato una lettera al primo ministro chiedendogli di eliminare tutte le parti del piano che riguardavano i permessi di costruzione per i palestinesi. “Sanare le costruzioni illegali palestinesi darebbe una mano ai tentativi del presidente palestinese Mahmoud Abbas e dei suoi amici di prendere il controllo dell’area C”, hanno dichiarato.

I capi del Yesha Council of settlers (organizzazione che raggruppa i consigli municipali delle colonie ebraiche in Cisgiordania, ndtr.) hanno pubblicato a quel tempo una dichiarazione che denunciava che “il ministro della difesa sta dando una carota ai palestinesi ed un bastone ai coloni”.

Tra novembre e dicembre del 2015 Netanyahu e l’allora ministro della difesa Moshe Ya’alon tentarono di proporre un piano simile, di ampiezza molto maggiore, per costruzioni palestinesi nell’ area C. Ma esso venne bloccato dal gabinetto di sicurezza a causa delle obiezioni di ministri di Casa Ebraica e del Likud. I ministri di Casa Ebraica minacciarono addirittura di essere pronti a far cadere il governo sulla questione. Questa volta, comunque, Bennet e Shaked hanno votato contro il piano.

In risposta, l’ex capo negoziatore e co-presidente dell’Unione Sionista (alleanza politica di centro-sinistra, ndtr.), deputata Tzipi Livni, ha dichiarato che la decisione è “corretta” e “contribuisce alla sicurezza. Se fosse stata resa pubblica, potremmo meglio promuovere i nostri interessi con i paesi della regione e del mondo. La sua segretezza è un timore di Bennet ed un danno per noi”, ha detto.

 

 

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Invece di scortare i bambini palestinesi dalla scuola a casa, i soldati israeliani tirano pietre.

di Amira Hass | 30/10/ 2016, Haaretz

Usando qui una fionda, costringendo con l’inganno due donne israeliane ad andare su una strada vietata lì, questo è l’esercito israeliano nella sua essenza.

Il video immortala due persone che tirano pietre. Sui 18 o 19 anni, a viso scoperto. Non vi facciamo più aspettare: possiamo dirvi subito che entrambi sono soldati delle Forze di Difesa Israeliane [IDF] che tirano pietre ad alcune ragazze vestite con l’uniforme scolastica. Il portavoce dell’IDF dice che le pietre non erano dirette contro i bambini. Ciò è discutibile, giacché almeno uno dei soldati stava di fronte ai bambini e le sue pietre li hanno costretti a fermarsi sul loro percorso

Questo è successo lo scorso giovedì 27 ottobre alle 13,30 circa. Il luogo: tra i villaggi di Tuba e di Twaneh nelle colline a sud di Hebron, sulla strada che passa sotto l’illegale e non autorizzato avamposto Havat Ma’on I due tiratori di pietre, con la divisa dell’IDF, si trovavano vicino ad un automezzo blindato in cui c’erano almeno altri due soldati. I soldati hanno anche usato una fionda , per aumentare la gittata.

Stavano solo giocando, direte. Non hanno ferito nessuno. Sono ragazzi anche loro. Erano annoiati, [volevano] sfogarsi un po’. Osiamo sfidare il “political correct” e annotare che uno di loro era nero, ovviamente etiope, per cui avrà avuto un sacco di ragioni per essere arrabbiato e volersi sfogare.

In base all’accordo del 2004, l’IDF ha il compito di scortare due volte al giorno gli scolari che vivono a Tuba e che frequentano la scuola a Twaneh. La strada, lunga circa 2 km, è stata sempre utilizzata dai residenti di Tuba e dagli altri villaggi della zona. Dopo la costruzione dell’avamposto, i suoi abitanti hanno cominciato a molestare i palestinesi sulla strada che passa sotto. I bambini erano traumatizzati. Non potevano dormire la notte e i loro genitori non potevano pagare il costo del trasporto su un percorso molto più lungo per evitare le violenze dei coloni.

Grazie alla tenacia dei genitori e agli sforzi di alcune organizzazioni israeliane e internazionali, la lotta per il diritto dei bambini di Tuba di andare a scuola non è stata inutile. [Il caso] è stato portato dinanzi alla Commissione per i diritti dei bambini della Knesset. È stato raggiunto un compromesso: lo Stato non avrebbe sanzionato i coloni violenti, ma l’IDF avrebbe provato a tenerli lontano con la sua presenza.

Il corto dei soldati che tirano le pietre è stato spedito a Haaretz venerdì mattina ed è stato immediatamente mandato al portavoce dell’IDF per una risposta, che è arrivata molto presto: “I comandanti sono al lavoro per indagare sulla faccenda” ci hanno risposto al telefono. Poi è arrivata la risposta scritta: “Una prima indagine rivela che le pietre non sono state lanciate verso i palestinesi e appena i soldati li hanno scorti, hanno smesso di tirare, sono andati incontro ai bambini e li hanno riportati indietro dalla scuola che si trova vicino a Havat Ma’on. Non è previsto che i soldati tirino pietre durante una missione militare e quindi l’incidente viene sottoposto a inchiesta.”

L’adulto che per un pezzo ha accompagnato i bambini e che ha filmato l’incidente ha detto a Haaretz che i soldati non sono andati incontro ai bambini, ma piuttosto hanno aspettato che loro si avvicinassero prudentemente, cercando di capire il motivo del lancio di pietre.

E in un altro incidente [accaduto] due giorni fa, non collegato, due donne attiviste dell’ associazione di base Machsom Watch sono partite per il loro turno al checkpoint della barriera di separazione tra Qalqilyah e Tul Karm. Il loro compito: assicurare che l’IDF non impedisca ai contadini di raggiungere le loro terre, che sono separate dal villaggio a causa della barriera.

Le donne si sono fermate al checkpoint nei pressi della colonia di Salit. Alle 16,15 con 15 minuti di ritardo, quattro soldati sono arrivati con una macchina civile per aprire il cancello per permettere il ritorno a casa dei palestinesi con il trattore, con un carro, con l’asino o con un pulmino. Un soldato sorridente, di nome Yuval, si è avvicinato e ha detto che la causa del ritardo era dovuta a motivi di sicurezza. Questo è quello che i soldati dicono sempre quando sono in ritardo per aprire il cancello chiuso con un lucchetto.

Yuval ha chiesto alle due donne di guidare attraverso il checkpoint aperto e di immettersi sulla strada di sicurezza vietata a chiunque non abbia un permesso. Come le donne hanno successivamente riferito, “due signore anziane con una grande esperienza di vita hanno compiuto [il più grande] errore della loro esistenza obbedendo a un giovane soldato gentile” che aveva detto di volere parlare con loro. E poi, una volta che erano sulla strada, i simpatici soldati, che erano in continuo contatto con il loro comando- le hanno informate che le trattenevano in arresto fino all’arrivo della polizia a causa della loro presenza in una zona proibita.

I soldati erano dei simpatici giovanotti, come ho detto. Hanno perfino offerto del caffè alle donne. Ma eseguivano gli ordini del comando di arrestare le due donne e con il loro gentile comportamento le hanno attirate nella zona proibita. “ I soldati hanno sostenuto che eravamo arrivate dalla Cisgiordania” ha raccontato Shosh, una delle donne. “Gli abbiamo detto:”Certo, da quale altra parte avremmo potuto venire? E da quando è proibito viaggiare in Cisgiordania?”

Hanno anche tentato di dire ai soldati che era una perdita di tempo, che la polizia sarebbe venuta e le avrebbe rilasciate immediatamente e si sarebbe arrabbiata per il disturbo.“ Era come parlare a un muro. Non abbiamo niente contro i soldati. Il problema veniva dal’alto. Gli era stato ordinato di arrestarci.” Dopo innumerevoli telefonate tra i soldati e i comandanti, e siccome stava già diventando buio, hanno detto alle donne che erano libere di andarsene. Così non sono state in grado di controllare la situazione in altri due checkpoint. Forse era questo il vero motivo della manovra?

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Rapporto OCHA del periodo 20 settembre- 3 ottobre

Il 25 settembre, in una prigione israeliana, dopo 13 anni di detenzione è morto un detenuto palestinese di 40 anni, originario del villaggio di Ya’bad (Jenin). Secondo fonti ufficiali palestinesi, la morte sarebbe da attribuire al peggioramento dello stato di salute ed alla mancanza di cure mediche;

tale versione viene contestata dalle autorità israeliane. Il 29 settembre, a Beit Hanoun (Striscia di Gaza), un trentenne componente di un gruppo armato palestinese è morto e altri tre sono rimasti feriti, secondo quanto riferito, in conseguenza di un incidente verificatosi in una galleria sotterranea. Il 27 settembre, nella città di Nablus, nel corso di una operazione di ricerca-arresto, le forze di sicurezza palestinesi hanno ucciso un palestinese e ne hanno ferito altri tre.

Il 30 settembre, al checkpoint di Qalandia, a nord di Gerusalemme, un palestinese ha aggredito con un coltello le forze israeliane, ferendo un soldato. L’autore (28 anni), proveniente dalla città di Kafr ‘Aqab (Gerusalemme), è stato ucciso nel corso dell’episodio. Nelle due settimane di riferimento sono stati registrati altri tre presunti attacchi palestinesi contro israeliani: un 16enne palestinese è stato ucciso, con armi da fuoco, ad un posto di blocco volante all’entrata del villaggio di Bani Na’im (Hebron), dopo un presunto tentativo di accoltellamento di un soldato israeliano; altri due ragazzi palestinesi (14 e 15 anni) sono stati feriti, uno al checkpoint di Jaljoulia (Qalqiliya) e l’altro presso l’insediamento colonico di Kiryat Arba (Hebron), secondo quanto riferito, dopo aver tentato di compiere aggressioni con il coltello. In entrambi i casi non sono stati segnalati feriti israeliani.

In Cisgiordania, complessivamente, le forze israeliane hanno ferito 75 palestinesi, soprattutto durante scontri tra palestinesi e forze israeliane. Due soldati israeliani, a quanto riferito, sono stati feriti da una bottiglia incendiaria durante scontri nel campo profughi di Ad Duheisha (Betlemme). Inoltre, in un episodio verificatosi nei pressi della Scuola Al Khalil, nella zona H2 di Hebron controllata da Israele, 40 studenti hanno inalato gas lacrimogeno, subendo lesioni che hanno richiesto l’intervento medico.

Nella Striscia di Gaza, durante scontri con lancio di pietre da parte palestinese, le forze israeliane hanno ferito con armi da fuoco dieci civili palestinesi; gli scontri erano scoppiati nei pressi della recinzione perimetrale tra Israele e Gaza, nel corso di quattro diverse proteste. Inoltre, in almeno 28 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso persone presenti o in avvicinamento ad Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare. Non sono stati segnalati feriti, ma è stato interrotto il lavoro di agricoltori e pescatori.

In Cisgiordania, durante il periodo di riferimento, le forze israeliane hanno condotto quasi 200 operazioni di ricerca ed hanno arrestato circa 300 palestinesi, tra cui 18 minori; alcune delle operazioni hanno innescato scontri violenti. Nei governatorati di Betlemme, Hebron e Gerusalemme sono stati registrati i più alti numeri di operazioni e di arresti. A Gerusalemme, la polizia israeliana ha emanato ordini di interdizione all’ingresso nel Complesso di Haram al Sharif / Monte del Tempio per 19 palestinesi: sei mesi per cinque di loro, due settimane per i rimanenti.

Il 22 settembre, al checkpoint di Gilbert, nella città di Hebron, le forze israeliane hanno impedito a 23 studentesse di attraversare per recarsi a scuola. Inoltre, dopo una presunta aggressione con coltello vicino al checkpoint, le forze israeliane hanno dichiarato l’area “zona militare chiusa” e, per dieci giorni, hanno negato a due famiglie l’accesso alle loro case. Le forze israeliane hanno anche chiuso gli ingressi principali di sette villaggi ed impedito l’accesso veicolare alla strada 60 a più di 40.000 persone, soprattutto nel tratto compreso tra i checkpoint di Huwwara e di Za’atara (Nablus).

In Cisgiordania, durante il periodo di riferimento, a causa della mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito 46 strutture, 16 delle quali erano state fornite come assistenza umanitaria in risposta a precedenti demolizioni; fra esse un’aula scolastica e un parco giochi nella comunità beduina di Abu Nuwar (governatorato di Gerusalemme). Le demolizioni hanno comportato lo sfollamento di 56 palestinesi, tra cui 25 minori, mentre altre 185 persone sono state coinvolte in modi diversi. Due terzi di queste strutture sono state demolite tra il 26 e il 28 settembre presso nove comunità palestinesi. L’episodio più grave si è verificato a Khirbet Tell el Himma (Tubas), mentre 10 delle 16 demolizioni hanno avuto luogo nel governatorato di Gerusalemme.

Il 23, 29 e 30 settembre, 14 famiglie palestinesi (73 persone, tra cui 30 minori) della comunità Humsa al Bqai’a nella Valle del Giordano settentrionale (Tubas) sono state evacuate dalle loro case per cinque ore al giorno, per dare spazio ad esercitazioni militari israeliane. L’Amministrazione Civile israeliana aveva consegnato a queste famiglie gli ordini di evacuazione il 22 settembre.

In Al ‘Isawiya, zona di Gerusalemme Est, a causa della mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, l’Amministrazione Civile israeliana ha consegnato nove ordini di demolizione nei confronti di nove edifici, ponendo 40 famiglie palestinesi sotto minaccia di sfollamento. Altri dieci ordini di arresto lavori sono stati emessi a Khirbet ad Deir (Betlemme), Khallet Al Hajar (Hebron), e nei villaggi di Al Funduq e Jinsafut, entrambi in Qalqiliya.

Sono stati registrati cinque presunti attacchi di coloni israeliani che hanno provocato danni a proprietà palestinesi. In particolare: ulivi palestinesi nei villaggi di As Sawiya e Yatma (Nablus); altri 20 ulivi in Jinsafut (Qalqiliya); incendi di terreni coltivati nel villaggio di Yanun e di materiali da costruzione nel villaggio di Burin, entrambi in Nablus. Secondo i media israeliani, si sono verificati anche tre episodi di lancio di pietre da parte palestinese contro veicoli israeliani, con lievi danni alla metropolitana leggera di Gerusalemme e ad altri due veicoli: uno vicino al villaggio di Beit Liqya sulla strada 443, l’altro nei pressi della Barriera di sicurezza dell’insediamento colonico di Psagot, entrambi in Ramallah.

Durante il periodo di riferimento il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è stato eccezionalmente aperto per tre giorni (21-23 settembre) in una sola direzione, secondo quanto riferito, principalmente per consentire il rientro a Gaza di 2.290 pellegrini. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, dall’inizio del 2016, circa 27.000 persone sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

sono scaricabili dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it; Web: https://sites.google.com/site/assopacerivoli

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