Come rispondere a questa domanda: “Riconosci ad Israele il diritto di esistere?”

Steven Salaita

10 dicembre 2019 – Mondoweiss

Quando gli antisionisti discutono di Medio Oriente, raramente si pone la questione dell’esistenza di Israele. È quasi esclusivamente un argomento dei filoisraeliani. Noi ci concentriamo sulla liberazione nazionale, su come sopravvivere alla repressione, sulle strategie della resistenza, sul recupero delle storie rimosse, sulle complesse (e a volte delicate) relazioni all’interno di una popolazione indigena disgregata da decenni di aggressione. Che uno Stato colonialista – o qualunque Stato, in realtà – non possieda alcun diritto ontologico è un assunto non esplicitato.

“Riconosci il diritto di Israele ad esistere?” simula un rispetto per gli oppressi, ma è un’asserzione del tutto differente, che trasforma complesse idee di liberazione in un grossolano test di correttezza politica. Dare priorità allo Stato come degno di rilievo, come qualcosa a cui automaticamente dobbiamo rispetto, riconduce la vita agli imperativi del capitale.

Lo scopo principale della domanda è attribuire una posizione bieca ai dissidenti. Essa raggiunge tale obbiettivo anche quando i dissidenti non ne hanno sostenuto la distruzione. La mera difesa della vita dei palestinesi è sufficiente ad evocare il timore dei coloni per la propria esistenza. Per gente cresciuta nel dogma ortodosso, Israele è sinonimo di progresso, tecnologia e produzione. Affermare la sua esistenza è un sostegno allo status quo; non importa quanto sia assurda come premessa morale, negli ambienti capitalisti è una domanda del tutto sensata.

Ci sono tantissime ragioni per evitare la domanda. La prima ragione è pratica: noi non promuoviamo la distruzione di comunità umane, ma di ideologie che portano al razzismo e all’ineguaglianza. Confondere il popolo ebraico (o di qualunque nazionalità) con l’esistenza di un regime violento e rapace è sia insidioso che immorale. Quel genere di confusione è un grave danno per gli attivisti e gli intellettuali che si impegnano per un mondo migliore – e per le comunità per le quali un mondo migliore è una necessità per sopravvivere. Nessuno mi ha mai chiesto di ribadire l’esistenza di un altro Stato-Nazione, una richiesta che avrei analogamente rifiutato. I sionisti pretendono continuamente per Israele un trattamento speciale.

Inoltre è una grave impudenza per gli alfieri di uno Stato fondato sulla distruzione della Palestina e che da 80 anni compie una pulizia etnica chiedere alle vittime della sua crudeltà di essere riconosciuto. Ancor peggio, il riconoscimento non è che la punta dell’iceberg della domanda. Ci viene chiesto anche di legittimare l’apartheid e di ignorare la costante perpetrazione di crimini di guerra. La conclusione è avallare Israele come una componente militarizzata dell’imperialismo occidentale – in altri termini, affermare l’esistenza di un’entità profondamente disumana.

Prendiamo in considerazione la domanda nel contesto del Nord America, dove viene posta più frequentemente. Quelli tra noi che operano in questa area geografica non hanno l’autorità di rinunciare a circa l’80% (e probabilmente al 100%) della Palestina storica. Non vi è alcun diritto per un occidentale di abbandonare la Palestina dietro pressione di un’insistenza falsamente umanitaria da parte dei sionisti, secondo cui la loro perfidia è giustificata perché ci renderà in qualche modo cittadini più responsabili.

Sono felice, anzi ansioso, di affermare il diritto del popolo ebraico di vivere in pace e sicurezza ovunque, un diritto che spetta ad ogni essere umano senza ordine di priorità. Ma non intendo ratificare la fondazione cruenta di Israele o il suo culto della supremazia razziale. In fin dei conti, quando i sionisti chiedono di affermare il diritto di Israele ad esistere, ciò che in realtà chiedono è l’affermazione della non esistenza dei palestinesi.

Al di là di questi fattori filosofici, politici e pratici, vi è una valida ragione psicologica per respingere la domanda. In questo presunto conflitto i sionisti sono gli oppressori e godono di un sostegno pressoché universale nei centri del potere politico ed economico. Hanno più finanziamenti, l’accesso ai principali media e l’appoggio dell’esercito USA. Tuttavia i palestinesi hanno un unico tipo di potere che non necessita di denaro, di piattaforme o di armamenti: la capacità di negare legittimità a Israele. È un piccolo potere, privo di strumenti concreti, ma è comunque potere, del tipo che solo un pazzo o un opportunista potrebbe cedere. Quando un oppressore fa della sottomissione la base della responsabilità civile, l’insolenza è l’unica risposta dignitosa.

Steven Salaita

Il più recente libro di Steven Salaita è ‘Inter/nationalism: decolonizing native America and Palestine’ [Inter/nazionalismo: decolonizzare l’America dei nativi e la Palestina].

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Cisgiordania. Colonie e disastro ambientale

Francesca Merz

27 novembre 2019 Nena News

Oltre all’utilizzo massiccio di acqua per le coltivazioni e l’allevamento, non è da sottovalutare l’ingente uso di risorse idriche del territorio da parte dei coloni israeliani nelle unità abitative

All’interno delle colonie ci sono tutti i servizi necessari, e il panorama è quello tipico di un outlet all’aperto, con piante, architetture e stili di vita che possono ricordare da vicino la Florida. I centri commerciali all’interno hanno prezzi molto bassi, riforniti secondo economie di scala e fornitori che lavorano per tutte le colonie. Le casette a schiera costruite sono in netto contrasto con il panorama e la vita che si trova all’esterno, fatta ancora di piccoli insediamenti rurali, e case sparse dei pochi beduini che ancora non sono stati cacciati da quelle terre. Superati i controlli, le sbarre e l’esercito entrando in questi grandi set cinematografici costruiti nel deserto, i nostri occhi evidenzieranno la contrapposizione tra il benessere e la presunta povertà degli allevatori (palestinesi) che pascolano le loro pecore, dovremo invece valutare il terrificante impatto culturale, ambientale ed economico delle colonie sul territorio, e provare a recuperare la storia di quelle terre, ricche di risorse e in perfetto equilibrio fino ad un secolo fa.

In questo panorama occorre fare un brevissimo passo indietro, e parlare anche delle diverse tipologie di coloni presenti sul territorio, tralasciando di sottolineare la grande quantità di colonie illegali, la necessità è provare a focalizzarsi sullo stato dei fatti e sulla sostenibilità dei sistemi produttivi di questi insediamenti.

I coloni vengono solitamente distinti in alcune categorie: business man investors, uomini d’affari, gli “economic settlers” ovvero colonie che hanno come scopo fondamentale la produttività economica, e infine gli “ideological settlers”. Gli “economic settlers” sono i coloni che si sono spostati e hanno creato colonie per la produzione (agricola principalmente), gli “ideological settlers” sono coloni che si spostano non per investire in nuovi terreni, né per trovare lavoro, ma per ragioni ideologiche, ovvero per ritornare alla “terra promessa”, sono questi ultimi i gruppi più sostanziosi nelle aree della Cisgiordania o in zone quali Hebron, fondamentalisti pronti a insediarsi in luoghi ancora caldi della resistenza palestinese, con azioni ripetute di disturbo della vita della popolazione, che vanno, stando le denunce palestinesi, dall’uccisione dei capi di bestiame dei beduini, al rogo degli ulivi degli agricoltori palestinesi, fino a forme violentissime come nel caso della terribile condizioni dei bambini di At-Tuani (sud di Hebron), che devono affrontare ogni mattina il passaggio accanto ad alcune colonie abusive israeliane, per andare a scuola, con costanti e ripetuti lanci di pietre contro i bambini, solo per fare uno dei tantissimi esempi quotidiani tramite i quali i coloni esercitano un terrorismo costante nei confronti della popolazione palestinese.

Anche in questo caso, nella comprensione dell’utilizzo delle colonie come metodo di espansione concordato con il governo israeliano, ci viene in soccorso l’ottimo Neve Gordon, nel suo testo “L’occupazione israeliana”, con un’analisi impeccabile che non lascia spazio ai dubbi sulla volontà, sin dagli inizi del governo laburista, di utilizzare i coloni irregolari, fintamente osteggiati, come metodo di espansione dello Stato sionista. “In Lords of the Land, Idith Zartal e Akiva Eldar mostrano che i dirigenti laburisti come Simon Peres, Yitzhak Rabin, Yigal Allon e Moshe Dayan erano in massima parte favorevoli al progetto degli insediamenti. Pertanto, l’idea che il governo laburista e i coloni appartenessero a fazioni ideologiche opposte è vera solo se si è interessati alle differenze tattiche”. “La maggior parte dei resoconti tende a presentare il progetto degli insediamenti come un’impresa extra-governativa condotta dal movimento dei coloni in aperto contrasto con la politica del governo. In realtà la stragrande maggioranza degli insediamenti fu istituita dai diversi governi israeliani, e anche quelli apparentemente costruiti contro la volontà del governo dai circoli ebraici religiosi ottennero in definitiva l’autorizzazione dal governo e il suo supporto finanziario.”

“Dichiarare che Israele intendeva annettere le due regioni o anche pubblicare un piano esplicito sul modo in cui intendeva popolarle di ebrei avrebbe provocato senza dubbio la condanna internazionale e la massiccia resistenza palestinese. Questa è stata una delle ragioni per cui il governo israeliano ha rappresentato spesso i coloni ebrei come cittadini ribelli, anche mentre trasferiva milioni di dollari per sostenere il loro comportamento “ricalcitrante”. Far sembrare di non essere in grado di controllare i coloni ha consentito allo Stato, in caso di critiche, di assolversi dalle responsabilità attribuendo le confische a iniziative illegali compiute da gruppi di cittadini ideologizzati. E’ stato quindi politicamente vantaggioso presentare l’occupazione come temporanea e la creazione d’insediamenti come arbitraria. Per contro, in Cisgiordania, e nella striscia di Gaza, Israele ha eseguito una confisca graduale utilizzando il diritto ottomano e il Mandato britannico, i regolamenti dei sistemi giuridici giordano ed egiziano e le ordinanze militari emanate dai comandanti israeliani. Anche se il diritto internazionale umanitario obbliga il potere occupante a proteggere la proprietà degli abitanti sotto occupazione vietandone l’esproprio, Israele ha utilizzato diversi meccanismi giuridici per confiscare ampie porzioni della Cisgiordania e della Striscia di gaza. La maggior parte dichiarata proprietà di un assente o proprietà appartenente a uno stato o a un agente nemico.

L’Ordinanza Militare 58, emanata già il 23 luglio 1967, definisce “proprietà di un assente” quella “proprietà il cui possessore legale, o chi ne abbia ricevuto il potere di controllo per disposizione di legge, abbia abbandonato l’area prima del 7 giugno 1967 o successivamente”. Un rapporto del controllore di stato israeliano mostra che nei primissimi anni di occupazione le autorità israeliane registrarono circa 430.000 dunam confiscate (43mila ettari), circa il 7,5 % della Cisgiordania, come proprietà degli assenti. L’ordinanza militare 59, emanata il 31 luglio 1967, dichiara che ogni terra o proprietà appartenente a uno stato nemico diventa proprietà di stato. Fu così preso il 13% della Cisgiordania. I governi a guida laburista usarono parte di queste terre per creare quindici insediamenti nella Valle del Giordano. Un terzo metodo di confisca fu l’esproprio di terra per esigenze pubbliche, come osserva Eyal Weizman il “pubblico” che ha goduto dei frutti delle espropriazioni è sempre stato composto solo ed esclusivamente da ebrei”

Utilizzando le confische secondo la “legge della proprietà degli assenti” Israele ha creato 15 colonie nel cuore di Gerusalemme Est, facendovi trasferire 210mila coloni israeliani. L’ultimo rapporto della Coalizione civile per i diritti dei gerosolimitani indica che il 35% delle proprietà palestinesi a Gerusalemme sono state confiscate ricorrendo alla legge in questione e adottando sempre il pretesto dell’ordine pubblico. Il 22% delle proprietà palestinesi così confiscate sono state definite ‘area verde’, su un 30% vige il divieto di pianificazione edilizia e ai palestinesi resta appena il 13%. Israele ha fatto di più, esistono infatti delle tariffe agevolate esclusivamente riservate agli israeliani con incentivi tra i 20 e i 25mila dollari per un appartamento di 100 metri quadrati.

Abbiamo già parlato di come Israele cominciò ad applicare una legge ottomana sulla terra del 1858, al fine di trasformare la terra privata palestinese in terra di Stato. Secondo la legge ottomana, se un proprietario per tre anni consecutivi non coltiva la propria terra per motivi diversi da quelli riconosciuti dalla legge (arruolamento nell’esercito) la terra è allora chiamata makhlul, terra di cui il sovrano può prendere possesso o che può trasferire a un’altra persona. Israele inoltre crea gli insediamenti in stretta prossimità dei villaggi palestinesi per limitarne lo sviluppo e frantumarne le comunità in piccoli gruppi. Al fine di limitare il movimento palestinese ha introdotto un regime di “strade vietate” che ha posto restrizioni all’accesso degli abitanti alle più importanti arterie di traffico in Cisgiordania. Essere obbligati a viaggiare su tali strade alternative ha influito su tutti gli aspetti della vita quotidiana della Cisgiordania, tra questi l’economia e il sistema sanitario ed educativo.

Il 3 giugno ricercatori delle università israeliane di Tel Aviv e Ben Gurion hanno presentato un rapporto, commissionato dall’organizzazione ambientalista ‘EcoPeace Middle East’, in cui avvertono che “il deterioramento delle infrastrutture idriche, elettriche e fognarie nella Striscia di Gaza costituisce un sostanziale pericolo per le acque terrestri e marine, le spiagge e gli impianti di desalinizzazione di Israele”. Ma ciò che adesso Israele ha identificato come un “problema di sicurezza nazionale” è in realtà un disastro causato da proprie responsabilità. In questo momento la situazione ambientale a Gaza è tragica, ma non sono i palestinesi che l’hanno causata, né la “rapida crescita della popolazione”, né l’incuria o l’ignoranza degli abitanti locali, come spesso sentiamo dire dall’opinione pubblica. Innumerevoli rapporti delle Nazioni Unite hanno documentato dettagliatamente come e perché la principale causa del disastro sia l’occupazione israeliana. Il motivo per cui le acque reflue a Gaza vengono smaltite in questo modo definito dagli israeliani “irresponsabile” è che gli impianti per il trattamento delle acque non funzionano; sono stati colpiti nell’attacco israeliano alla Striscia del 2014 [operazione “Margine protettivo, ndtr.] e non sono mai stati ricostruiti perché l’assedio israeliano non consente di importare materiali da costruzione e pezzi di ricambio (vedi articolo sul Protocollo di Parigi).

Poi c’è il problema dell’immondizia, che i palestinesi bruciano e quindi “inquinano l’aria israeliana”; come ha evidenziato l’accademico dell’università di Cambridge Ramy Salemdeeb, Gaza non ha potuto sviluppare un’adeguata gestione dei rifiuti a causa delle restrizioni economiche dovute all’assedio israeliano e di una “limitata disponibilità di terra” per via del suo isolamento dal resto dei territori palestinesi occupati. Ciò che il rapporto israeliano non menziona è che, oltre ai problemi delle acque di scarico e dei rifiuti, Gaza soffre anche di una serie di altri danni ambientali, anch’essi legati all’occupazione israeliana. L’esercito israeliano spruzza sistematicamente erbicidi sui terreni coltivabili palestinesi vicino alla barriera di separazione tra il territorio assediato e Israele; il più delle volte il prodotto chimico utilizzato è il glifosato, che è provato essere cancerogeno. Secondo la Croce Rossa queste attività non solo danneggiano i raccolti palestinesi, ma contaminano il suolo e l’acqua. Più fonti affermano che l’esercito israeliano abbia usato nei suoi attacchi a Gaza uranio impoverito e fosforo bianco, che non solo provocano danni immediati alla popolazione civile, ma costituiscono una fonte di rischio per la salute per molto tempo dopo che il bombardamento è terminato.

L’insostenibilità ecologica e strutturale è dunque un’evidenza, i principali effetti collaterali per ora si sono riverberati sulla sola popolazione palestinese. Israele sembra non aver calcolato, che la stessa terra che ospita liquami non depurati, scorie e materiale ad altissimo impatto ambientale, è la tanto bramata Terra promessa sulla quale, probabilmente, andranno ad abitare prossimamente cittadini ebrei che avranno il compito di costruire nuove colonie, di allontanare il nemico palestinese, vivendo però su cumuli di terra contaminata da oggi e per i secoli a venire.

È stato stimato che circa l’80% dei rifiuti prodotti dalle colonie israeliane viene scaricato in Cisgiordania. Si sa che anche diverse industrie israeliane e l’esercito scaricano rifiuti tossici in terreni oggi palestinesi. Inoltre negli ultimi anni Israele ha sistematicamente trasferito fabbriche inquinanti in Cisgiordania. Lo ha fatto costruendo cosiddette “aree industriali”, che non solo utilizzano manodopera palestinese a buon mercato, ma rilasciano le loro scorie tossiche nell’ambiente. Israele ha anche proseguito la sua decennale pratica di sradicare gli ulivi e gli alberi da frutto palestinesi, questa strategia, mirata a recidere il legame dei palestinesi con la loro terra, ha provocato non solo la perdita delle risorse vitali per migliaia di agricoltori palestinesi, ma anche l’erosione del suolo e l’accelerazione della desertificazione di zone della Palestina occupata.

Secondo uno studio condotto dall’Ufficio dell’Ambiente dell’Amministrazione Civile Israeliana in Cisgiordania, i coloni generano ogni giorno circa 145.000 tonnellate di rifiuti domestici. Non sorprende che gran parte di questi rifiuti, compresi i liquami, siano scaricati su terra palestinese senza alcun riguardo per l’ambiente o per le persone e gli animali che vivono lì. Nel solo 2016, 83 milioni di metri cubi di acque reflue hanno attraversato la Cisgiordania. Quel numero sta aumentando costantemente e rapidamente. La verità è che i palestinesi si sono dimostrati molto più “qualificati” per coesistere con la natura piuttosto che “sfruttarla”. Il costo di questo sfruttamento, tuttavia, non viene pagato solo dal popolo palestinese, ma anche dall’ambiente. Le prove sotto i nostri occhi e accentuano ulteriormente la natura coloniale ed egoista del progetto sionista e dei suoi fondatori, che continuano a dimostrarsi totalmente privi di una visione strategica e sostenibile per il futuro della “Terra Promessa”. Nena News




Palestina. Colonialismo israeliano tra lavoro minorile e disastro ambientale

Francesca Merz

26 novembre Nena News

Nella Valle del Giordano bambini e adulti palestinesi lavorano per pochi dollari al giorno e senza contratto né sicurezza. Si infortunano e si ammalano, come i residenti vicino alle colonie israeliane che ospitano fabbriche chimiche, spiegano diversi rapporti internazionali

Abbiamo avuto modo in un precedente articolo di raccontare l’insostenibilità ambientale dello sviluppo delle colonie israeliane. Occorre fare un ulteriore passo per meglio comprendere che cosa sono le colonie e quale impatto abbiano sul territorio e sull’economia.

E’ necessario, oltre all’analisi molto problematica degli impatti ambientali delle colonie, sottolineare quali sono i motivi per i quali le monocolture delle colonie israeliane nella Valle del Giordano prosperino, spesso indipendentemente dall’utilizzo di tecnologie all’avanguardia per cui Israele è noto in tutto il mondo: come sottolinea un recente rapporto di Human Rights Watch, la nota organizzazione internazionale impegnata per i diritti umani, le colonie prosperano grazie al lavoro sottopagato dei palestinesi e al lavoro minorile.

A questo si sommano ulteriori illegalità: le colonie israeliane sono costruite in Cisgiordania, occupata in violazione del diritto internazionale. In merito invece alla consuetudine di utilizzare lavoro minorile riportiamo un breve passaggio tratto dalle interviste di Hrw: la maggior parte dei bambini intervistati afferma di lavorare con i pesticidi. “Non sanno molto delle sostanze chimiche che trattano, ma degli effetti sì. Soffrono di giramenti di testa, nausea, irritazioni agli occhi ed eruzioni cutanee”.

I ragazzi che lavorano nei vigneti dove si usa il pesticida Alzodef, vietato in Europa dal 2008, si riconoscono dalle desquamazioni dell’epidermide. I bambini palestinesi lavorano 6-7 giorni alla settimana, per 8 ore al giorno, anche nelle serre a temperature che si avvicinano ai 50 gradi. Portano carichi pesanti e usano macchine pericolose. Secondo uno studio del 2014 sugli infortuni tra i minori palestinesi che lavorano il 79% aveva subito un infortunio sul lavoro nei precedenti 12 mesi. E tutto questo per una paga di meno della metà di quella minima garantita dalla legge israeliana e senza assicurazione sanitaria e altri benefit, assicurando così maggiori guadagni alle aziende agricole delle colonie.

E’ esattamente da queste colonie e da questi metodi produttivi che deriva la più ampia percentuale di avocado presenti sulle nostre tavole, a scanso di equivoci sull’eticità dell’utilizzo nelle nostre diete di questo tipo di prodotto. Il rapporto di Hrw si incentra sulla Valle del Giordano, noto come il granaio della Palestina, dove le grandi estensioni di piantagioni e coltivazioni delle colonie contrastano con i campi aridi dei palestinesi, evidenziando l’iniqua distribuzione delle risorse idriche.

I palestinesi che ci vivono, scesi da circa 300mila nel 1967 agli 80mila di oggi, hanno accesso solo al 6% dell’area, il restante 94% è riservato ai 9.500 coloni e alle loro piantagioni, oppure chiuso in zone militari. I palestinesi che ci vivono devono ottenere permessi dalle autorità militari israeliane per qualsiasi costruzione che siano case, stalle, strade, pozzi o cisterne, ma anche per coltivare la terra o pascolare il bestiame.

I permessi approvati sono una rarità. Guadagnarsi da vivere dall’agricoltura, senza terra e senza acqua e con una serie di check-point tra i campi e i mercati, diventa impossibile, i minori sono costretti a lavorare per aiutare le famiglie e non hanno altra scelta che l’agricoltura delle colonie. In alcuni casi, i bambini finiscono addirittura per lavorare le terre che sono state confiscate alle proprie famiglie.

Nell’ong israeliana Kav LaOved Hanna Zohar è incaricata della tutela di questi lavoratori. Questo quanto dichiara: “Il diritto del lavoro israeliano prevede tutele sociali per questi palestinesi, ma tali misure vengono poco applicate. Gli abusi attecchiscono sulla debolezza dei lavoratori che, ricordiamolo, vivono sotto occupazione: taluni temono di perdere il posto di lavoro se avanzano lamentele, altri hanno finito per convincersi che non meritano di ricevere più soldi”.

Fondata in Cisgiordania nel 1968 Argaman, secondo il diritto internazionale, è un insediamento illegale che nel 2017 contava 128 coloni. Per la fondazione della colonia le autorità israeliane confiscarono 120 ettari di terra dai villaggi palestinesi circostanti. Qui si coltivano datteri e altri prodotti, lo stipendio giornaliero dato ai palestinesi che lavorano in queste terre è di 60 shekel (17 dollari), infinitamente inferiore al salario minimo israeliano.

La frutta e la verdura raccolte da vengono esportati principalmente in Europa. Rashid Khardiri, project manager dell’ong Jordan Valley Solidarity, ha spiegato che il più grande settore economico della Valle del Giordano, l’agricoltura, impiega molti bambini. Le prospettive economiche e le infrastrutture di quest’area sono fortemente limitate, la costruzione di scuole o di strutture di base richiede un permesso da parte delle autorità israeliane; nel settembre 2018 furono richiesti 102 permessi di costruzione da parte dei palestinesi, di cui solo cinque furono approvati, rendendo le possibilità di ricevere un permesso di costruzione incredibilmente basse.

Queste limitazioni sull’economia dei villaggi creano una sostanziale dipendenza economica degli abitanti verso gli insediamenti di coloni, circa il 30 per cento della popolazione palestinese nella Valle del Giordano lavora nelle fattorie dei coloni. Lati Swafta ha trascorso cinque anni a raccogliere pomodori e cetrioli nell’insediamento di Mehola, nel nord della valle del Giordano. Questo palestinese dagli occhi chiari, oggi ha 23 anni e allora non cercava neppure di cambiare lavoro. “Sapevo che non ne avrei trovato un altro”, osserva. Poi un incontro casuale ha cambiato le carte in tavola: Rashid, un attivista dell’associazione Jordan Valley Solidarity, voleva mettere in scena un lavoro teatrale; vi si raccontava la vita nella Valle del Giordano: l’istruzione, la salute e, certamente, il lavoro nelle colonie.

Lafi è stato interpellato per partecipare a questo progetto e ha accettato. Ora recita il ruolo di un palestinese che procura lavoro ai suoi connazionali nelle colonie. “È un personaggio che conosco nella vita reale – sorride Lafi -, quindi è stato facile interpretarlo”. Da un anno a questa parte, la rappresentazione teatrale va in scena nella Valle del Giordano, ma anche nelle principali città di Palestina e Giordania. Lafi dedica otto ore al mese a questo progetto, per un compenso di 100 shekel (circa 23 euro) al giorno. Il resto del tempo, lavora nei campi di suo padre.

Gli insediamenti israeliani così costituiti, incombono sulla valle dei colli, un flusso di liquami scorre costantemente sotto. Il terrificante impatto delle colonie sull’ambiente è visibile ovunque. Nelle valli Matwa e al-Atrash – situate nel distretto di Salfit della Cisgiordania occupata tra le città palestinesi di Ramallah e Nablus si raccolgono le acque reflue mal gestite da residenti palestinesi a Salfit e soprattutto da residenti israeliani nei vicini insediamenti illegali di Ariel e Barkan.

Secondo un rapporto del 2009 dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, i palestinesi che vivono in queste valli sono esposti a “acque reflue non trattate [che] contengono virus, batteri, parassiti e metalli pesanti e tossici [che] sono pericolosi per la salute umana e per gli animali”. Le acque reflue non trattate hanno un grave impatto sulla salute pubblica ma le sostanze chimiche riversate dalle fabbriche vicine rappresentano se possibile una minaccia ben peggiore.

Secondo un report di B’Tselem del 2017, lo Stato di Israele stava sfruttando la terra palestinese per il trattamento di vari rifiuti creati non solo negli insediamenti illegali ma dall’interno della linea verde. Nel rapporto, si dice che le zone industriali dell’insediamento di Ariel e Barkan contengono due dei 14 impianti di trattamento dei rifiuti gestiti da Israele nella Cisgiordania occupata e nella Gerusalemme est.

Le zone industriali di Ariel e Barkan trattano il petrolio usato e i rifiuti elettronici pericolosi, rifiuti ritenuti troppo pericolosi per essere trattati all’interno di Israele ai sensi delle sue leggi sulla protezione ambientale e quindi trasferiti nel territorio palestinese occupato dove tali regolamenti israeliani non vengono applicati. Molte persone dei villaggi circostanti hanno accusato malori, e soprattutto sono state colpite da cancro, per Abdulrahman Tamimi, medico dell’unico ospedale di Salfit, la correlazione è chiara. “Le persone di questi villaggi particolari [vicino agli insediamenti industriali] hanno le stesse caratteristiche, le stesse malattie”, ha spiegato.

“Puoi concludere che c’è qualche problema laggiù. Vediamo che molte persone arrivano di recente con il cancro che è davvero raro in giovane età, tra i 20 ei 25 anni”, ha continuato Tamimi. I casi che vede variano da cancro ai polmoni a quelli alle ossa, ma ogni caso è aggressivo. Per una varietà di fattori sociali ed economici, Tamimi vede spesso i suoi pazienti quando è troppo tardi. “Temiamo che la raccolta delle olive quest’anno non sarà commestibile perché anche le acque reflue contengono sostanze chimiche provenienti dagli insediamenti”, ha dichiarato Abdulrahman a Middle East Eye.

In una dichiarazione ufficiale a Meeil comune di Ariel ha negato che l’insediamento israeliano avesse alcuna responsabilità per la crisi ecologica e sanitaria nell’area di Salfit. “Tutte le acque reflue della città di Ariel passano attraverso un impianto di depurazione e tutto il deflusso che proviene da Ariel è acqua che è già stata trattata”, si legge nella nota. B’Tselem, tuttavia, ha dichiarato che l’impianto di trattamento delle acque reflue nell’insediamento di Ariel “ha smesso di funzionare del tutto nel 2008”.

Anche due progetti separati sostenuti da finanziamenti europei nel 2000 e nel 2009, atti al ripristino dell’impianto di depurazione, sono falliti perché le autorità israeliane hanno rifiutato di rilasciare permessi di costruzione per costruire la struttura sulla terra di Matwa, trovandosi nell’Area C della Cisgiordania sotto il completo controllo militare israeliano.

Il dottor Mazin Qumsiyeh, professore di genetica e biologia molecolare e cellulare all’Università di Betlemme e noto attivista, ha aperto la strada alla ricerca sugli effetti intergenerazionali a lungo termine dell’esposizione ai rifiuti tossici. Lo studio ha rilevato un numero significativo di rotture cromosomiche nelle cellule dei residenti vicino alle zone delle colonie israeliane industriali rispetto al gruppo di controllo. Le rotture cromosomiche o il danno al Dna aumentano la possibilità di infertilità, difetti congeniti alla nascita e cancro. Nena News




Israele approva una nuova colonia e ordina di demolire un mercato a Hebron

Kaamil Ahmed

1 dicembre 2019 – Middle East Eye

I palestinesi accusano il cambiamento di politica degli USA sulle colonie illegali

Israele ha approvato una nuova colonia sul luogo in cui si trova un mercato palestinese a Hebron, nella Cisgiordania occupata, provocando rabbia tra i palestinesi che accusano [per questa decisione] il recente cambiamento di politica degli USA. Domenica il ministro della Difesa Naftali Bennett ha dato il via libera alla nuova colonia, che implicherebbe la distruzione dell’antico mercato all’ingrosso e potrebbe a quanto si dice raddoppiare la popolazione dei coloni.

Ciò fa seguito alla decisione degli USA in novembre di non considerare più illegali in base alle leggi internazionali le colonie israeliane nei territori palestinesi occupati.

La decisione israeliana di costruire una nuova colonia illegale nella Hebron occupata è il primo risultato tangibile della decisione USA di legittimare la colonizzazione; essa non deve essere decontestualizzata,” ha detto Saeb Erekat, segretario generale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.

Il mercato palestinese destinato ad essere coinvolto è chiuso dal 1994, quando il colono israeliano Baruch Goldstein uccise 29 palestinesi all’interno della moschea di Abramo, che gli ebrei conoscono come la Tomba dei Patriarchi, e Israele rispose accentuando la sua presenza militare attorno alla Città Vecchia.

Circa 800 coloni israeliani vivono nei pressi della Città Vecchia di Hebron, molto vicino ai suoi abitanti palestinesi, e sono accompagnati da una pesante presenza militare che secondo i palestinesi impone loro un sistema simile all’apartheid.

La colonia a Hebron è il volto peggiore del controllo israeliano nei territori occupati,” hanno affermato in un comunicato gli attivisti di Peace Now [organizzazione israeliana contraria all’occupazione israeliana della Cisgiordania, ndtr.] contro le colonie.

Per mantenere la presenza di 800 coloni in mezzo a 250.000 palestinesi, intere vie di Hebron sono chiuse ai palestinesi, negando loro la libertà di movimento e con gravi ripercussioni sulle loro condizioni di vita.”

Il portavoce della comunità di coloni di Hebron Yishai Fleischer ha ringraziato Bennett per la decisione ed ha affermato che il terreno su cui sorge il mercato è stato di proprietà di ebrei dal 1807.

Tuttavia secondo Peace Now la terra appartiene legalmente al Comune di Hebron e i suoi abitanti hanno goduto di un affitto tutelato che non ha consentito che venissero espulsi senza basi legali, benché ciò sia stato ignorato dai tribunali israeliani, che hanno aperto la strada alla nuova colonia.

Ayman Odeh, capo della Lista Unita, coalizione parlamentare di cittadini palestinesi di Israele, ha affermato che la decisione è parte di una “guerra contro la pace”.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Dirigente di un gruppo suprematista ebraico imputato di incitamento all’odio contro i palestinesi

Natasha Roth-Rowland

27 Novembre 2019 – +972

Come Benjamin Netanyahu, Benzi Gopstein deve affrontare un procedimento penale atteso da tempo. Ma l’incriminazione di entrambi non cambia niente riguardo al sistema razzista ed espansionista che li ha prodotti

Martedì [26 novembre] un tribunale di Gerusalemme ha incriminato Benzi Gopstein, capo del gruppo razzista anti-assimilazionista “Lehava”, ed ha bandito il candidato alla Knesset del partito Otzma Yehudit [Potere Ebraico] per incitamento alla violenza, al razzismo e al terrorismo e per essersi pronunciato in favore del massacro alla Grotta dei Patriarchi di Hebron da parte di Baruch Goldstein nel 1994. Il suo rinvio a giudizio rappresenta il culmine di una campagna durata otto anni da parte dell’“Israel Reform Action Center” [Centro di Azione Israeliano per la Riforma, ndtr.] (IRAC), braccio giuridico dell’ebraismo riformato, per far sì che Gopstein e Lehava rendano conto [della loro posizione politica].

L’incriminazione di Gopstein cita, tra le altre cose, video in cui egli ha giustificato l’uso della violenza contro i palestinesi che sono in rapporto con donne ebree; ha definito i “nemici tra noi” (cioè i palestinesi) un “cancro”, ha proposto che la soluzione sia togliere di mezzo la Cupola della Roccia e la moschea di al-Aqsa ed ha affermato che ogni palestinese che egli dovesse vedere ad un matrimonio ebraico finirebbe nel “più vicino ospedale”.

Gopstein, allievo del fondatore della “Lega per la Difesa Ebraica” e demagogo razzista Meir Kahane ed ex-attivista del Kach, movimento politico israeliano di quest’ultimo, ha una lunga e storica carriera di razzismo violento. Da giovane ha avuto a che fare con la giustizia, in particolare quando è stato arrestato (e in seguito rilasciato per mancanza di prove) nel novembre 1990 in quanto sospettato di essere coinvolto nell’uccisione di due palestinesi, a quanto pare come rappresaglia per l’assassinio di Kahane a New York all’inizio di quel mese.

Di tutti i discepoli di Kahane che occupano ancora un posto sulla ribalta, Gopstein si è forse impegnato in modo più assiduo per portare avanti la principale ossessione del suo mentore: evitare rapporti tra ebrei e palestinesi, soprattutto tra donne ebree e uomini palestinesi. Come fondatore e capo di “Lehava” (il cui nome in ebraico è un acronimo per “Evitare l’Assimilazione nella Terra Santa”), Gopstein ha progettato di persona accaniti e spesso violenti tentativi di distruggere rapporti misti [tra israeliani e palestinesi, ndtr.] – sia tramite l’istituzione di un “telefono rosso” in stile Stasi [polizia segreta della Repubblica Democratica Tedesca, ndtr.], in cui israeliani preoccupati possono dare informazioni su cittadini che sospettano avere rapporti misti, fino a violente proteste durante matrimoni musulmani in cui la moglie si sia convertita dall’ebraismo.

Questi incidenti hanno fatto di “Lehava” un parafulmine per le critiche all’estrema destra nel discorso pubblico israeliano. Ed è facile capire perché: l’organizzazione e le sue azioni sono emblematiche dei fenomeni che israeliani progressisti (e non tanto progressisti) evidenziano come i mali della loro società, in un modo che consente loro di evitare di approfondire i più profondi problemi strutturali in cui essi stessi sono coinvolti.

Come Kahane prima di lui, Gopstein ha cercato di reclutare intorno alla sua causa giovani disadattati e svantaggiati dal punto di vista socio-economico, portando nell’organizzazione mizrahim (ebrei originari dei Paesi arabi o musulmani) della periferia sociale e geografica di Israele. La sua orchestrazione di proteste molto visibili – sia durante i matrimoni summenzionati o quelle del sabato notte in piazza Zion a Gerusalemme – garantisce che i media e i politici israeliani abbiano un archivio di immagini da condannare quando insistono che nel Paese la violenza della destra è esclusivamente un problema “mizrahi” (cioè: marginale e non istituzionale), invece che sistematico o “ampiamente diffuso” (cioè: ashkenazita [ebrei di origine europea, che dominano nella vita economica, politica e sociale di Israele, ndtr.]).

Analogamente lo stesso Gopstein – insieme al resto della sua coorte di “Otzma Yehudit”: Itamar Ben-Gvir, Baruch Marzel e Michael Ben-Ari — è liquidato come un fanatico religioso marginale, la cui ortodossia gli israeliani stentano ad evidenziare quando si scagliano contro la sua ideologia. Quindi, per esempio, durante un dibattito alla Knesset sulla messa fuori legge di “Lehava” nel 2015, il parlamentare laburista Itzik Shmuli denunciò trionfalmente Gopstein come “Isis con la kippah [il tradizionale copricapo ebraico, soprattutto degli ebrei praticanti, ndtr.]”.

Tali tentativi di definire come “diversi” i terroristi ebrei – siano Kahane, Yigal Amir [l’assassino di Rabin, ndtr.], Baruch Goldstein [autore della strage di 29 fedeli palestinesi nella tomba dei Patriarchi a Hebron, ndtr.], gli assassini di Muhammad Abu Khdeir [ragazzino palestinese bruciato vivo per vendicare la morte di tre giovani coloni uccisi da palestinesi nel 2014, ndtr.] o la “gioventù della cima delle colline” [gruppo informale di coloni estemisti, ndtr.] che incendia chiese, case e scuole [palestinesi] – è molto utile all’establishment israeliano. La condanna e l’occasionale incriminazione di questi personaggi consente al governo e ai suoi sostenitori interni ed internazionali di evidenziare un sistema giudiziario che funziona e un codice morale che rifiuta questa ideologia e queste azioni razziste. È lo stesso meccanismo che seleziona sporadicamente e in apparenza (anche se non realmente) in modo arbitrario soldati e poliziotti israeliani da punire per la continua serie di uccisioni extragiudiziarie di palestinesi, tra gli altri violenti misfatti.

In entrambi i processi, il sistema che produce violenza politica e abusi dell’esercito e li ricompensa con un’impunità quasi totale sfugge a una verifica.

Vale la pena di notare il tempismo dell’incriminazione di Gopstein: cinque giorni dopo l’incriminazione di Benjamin Netanyahu e nel bel mezzo dell’ultimo picco di violenza dei coloni in Cisgiordania durato sette giorni, compresa l’ultima fiammata dello scorso fine settimana a Hebron in cui circa una decina di palestinesi sono rimasti feriti, tra cui un bimbo di 18 mesi.

L’incriminazione di Netanyahu è stata sbandierata come la prova decisiva di una democrazia israeliana in ottima salute – un sistema talmente sicuro da mettere sotto processo il suo stesso primo ministro. Tali analisi hanno misteriosamente ignorato il fatto che Netanyahu finora non ha dovuto affrontare alcuna conseguenza per il fatto di aver infranto ripetutamente la legge relativa alla campagna elettorale e alle elezioni, né per i suoi tentativi razzisti di sopprimere il diritto di voto [dei palestinesi] – azioni che, si potrebbe pensare, rivelano molto più dello stato della democrazia israeliana di quanto questi osservatori evidenzino. Non dimentichiamoci neppure che Netanyahu ha conferito una legittimazione senza precedenti a Gopstein e ai suoi colleghi di “Otzma Yehudit” intervenendo personalmente in loro favore prima delle elezioni dell’aprile 2019.

Né la squadra di quelli che dicono che “la corruzione rafforza la democrazia” segnala l’altro, più fondamentale ostacolo per le loro analisi, cioè che il sistema giudiziario che ha indagato e incriminato Netanyahu è lo stesso che appoggia l’occupazione della Cisgiordania e l’assedio contro Gaza; che consente l’espulsione di palestinesi dalle loro case e la loro demolizione; che gestisce un apparato giudiziario separato su base etnica nei territori occupati, uno per i palestinesi e l’altro per gli ebrei. Ed è lo stesso sistema giudiziario che costantemente omette di considerare responsabili i propri soldati e civili per aver commesso soprusi, per aver aggredito e ucciso palestinesi ed ebrei etiopi, perché fa parte di uno Stato che, lasciando mano libera ai coloni violenti che agiscono in qualità di civili, ha rinunciato al proprio monopolio sull’uso legittimo della violenza.

In altre parole il sistema giudiziario che ha messo sotto processo Netanyahu e Gopstein in questo stesso momento sta anche consentendo ai coloni di aggirarsi per la Cisgiordania vandalizzando e incendiando proprietà palestinesi e aggredendo i proprietari. Queste due incriminazioni di alto livello non intaccano minimamente i progetti di espansione delle colonie, di esclusione su base etnica e di occupazione militare, azioni promosse dagli individui incriminati: la violenza nella relazione con i palestinesi continuerà anche se Gopstein verrà condannato, e la formalizzazione dell’annessione della Cisgiordania, insieme alla devastazione di Gaza che dura da molto tempo, sopravvivrà alla destituzione di Netanyahu.

Il sistema giudiziario che li ha messi sotto processo, per quanto possa essere disturbato dai loro quasi indistinguibili attacchi contro di esso come quinta colonna all’interno della società israeliana, continuerà ad approvare questi progetti.

È positivo che questi due uomini stiano affrontando le conseguenze attese da tempo per (alcune delle) loro azioni. L’ Israeli Religious Action Center, in particolare, deve essere elogiato per una battaglia quasi decennale per chiamare Gopstein a rispondere delle sue azioni. Ma non dobbiamo neppure fare di questa serie di avvenimenti altro che quello che sono: una foglia di fico che, puntando il dito contro due facili bersagli, rafforza piuttosto che indebolire il sistema che li ha prodotti.

Natasha Roth-Rowland è una dottoranda in storia all’università della Virginia, dove fa ricerca e scrive sull’estrema destra ebraica israeliana in Israele-Palestina e negli USA. In precedenza ha passato parecchi anni come scrittrice, redattrice e traduttrice in Israele-Palestina e il suo lavoro è stato pubblicato su The Daily Beast, the London Review of Books Blog, Haaretz, The Forward e Protocols. Scrive sotto lo pseudonimo del suo vero cognome in memoria di suo nonno, Kurt, che venne obbligato a cambiare il proprio cognome in ‘Rowland’ quando cercò di rifugiarsi in Gran Bretagna durante la Seconda Guerra Mondiale.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 12-25 novembre 2019 (due settimane)

Il 12 novembre, le forze aeree israeliane hanno preso di mira e ucciso un alto funzionario dell’ala armata della Jihad islamica palestinese di Gaza. Ne sono scaturiti due giorni di intense ostilità, che hanno provocato pesanti perdite di vite umane e danni alle proprietà palestinesi.

Nelle prime ore del 14 novembre è entrato in vigore un cessate il fuoco che, nonostante il lancio sporadico di alcuni missili e colpi di mortaio sparati da Gaza, ha complessivamente tenuto.

Secondo il Ministero della Salute di Gaza, l’inasprimento delle ostilità [di cui sopra] ha provocato l’uccisione di 35 palestinesi (16 dei quali si ritiene siano civili) tra cui otto minori e tre donne; i feriti sono stati 106, tra cui 51 minori e 11 donne. Secondo quanto riferito, uno dei [35] decessi ed alcuni dei [106] ferimenti (il numero esatto non è stato confermato) sono da attribuire a missili palestinesi ricaduti su Gaza, mentre i rimanenti sono stati causati dagli attacchi aerei israeliani. Nove delle vittime, tra cui cinque minori, erano membri della stessa famiglia; sono rimasti uccisi a Deir El-Balah, nel corso di un attacco aereo che, successivamente, è stato riconosciuto dall’esercito israeliano come un errore. Secondo quanto riferito, l’esercito ha avviato un’indagine sull’episodio.

Nel corso delle ostilità di cui sopra, le fazioni palestinesi hanno lanciato contro Israele centinaia tra razzi e colpi di mortaio: 78 israeliani, inclusi minori e donne, sono stati curati per ferite leggere o per stati di shock. La stragrande maggioranza dei missili e dei colpi di mortaio sono caduti in aree aperte o sono stati intercettati prima di cadere.

Secondo una prima inchiesta condotta da Shelter Cluster [Organismo internazionale di coordinamento di Agenzie che sostengono le persone colpite da catastrofi naturali e/o conflitti], nella Striscia di Gaza, durante le ostilità, sono state distrutte o gravemente danneggiate 24 abitazioni, provocando lo sfollamento di circa 130 persone. Altre 480 unità abitative, insieme ad un numero imprecisato di strutture non residenziali, hanno subito danni tra il moderato ed il lieve. Anche nel sud di Israele sono state danneggiate diverse case.

Le manifestazioni della “Grande Marcia del Ritorno”, che dal marzo 2018 si sono svolte per la maggior parte dei venerdì in Gaza, vicino alla recinzione israeliana, sono state cancellate durante il periodo di riferimento. Ciononostante, vicino alla recinzione sono stati registrati numerosi scontri tra manifestanti palestinesi e forze israeliane; 12 palestinesi sono rimasti feriti.

In almeno 28 occasioni, allo scopo di far rispettare [ai palestinesi] le restrizioni di accesso, le forze israeliane hanno aperto il fuoco nelle aree della Striscia di Gaza adiacenti alla recinzione perimetrale e al largo della costa; non sono stati segnalati feriti. Le forze israeliane hanno compiuto due incursioni [nella Striscia] ed effettuato operazioni di spianatura del terreno vicino alla recinzione. In un caso separato, le forze israeliane hanno arrestato un palestinese al valico di Erez.

In Cisgiordania, nel villaggio di Surif (Hebron), un giornalista palestinese che documentava una manifestazione è stato colpito ad un occhio da un proiettile di gomma sparato dalle forze israeliane ed ha perso l’occhio. La manifestazione, che si è tenuta il 15 novembre in segno di protesta contro la confisca delle terre, si è evoluta in scontri con le forze israeliane, provocando il ferimento con arma da fuoco di un altro palestinese. Una successiva manifestazione, tenutasi nella città di Betlemme, in solidarietà con il giornalista ferito, si è conclusa con 18 giornalisti e due membri di una equipe medica trattati per inalazione di gas lacrimogeno, mentre un giornalista è stato colpito alla testa da una bomboletta di gas lacrimogeno sparata dalle forze israeliane.

Sempre in Cisgiordania, durante proteste e scontri, sono stati feriti dalle forze israeliane 63 palestinesi, tra cui almeno quattro minori [segue dettaglio]. Dei 63 ferimenti, 18 sono avvenuti il 15 e 16 novembre, vicino al checkpoint di Beit El / DCO (Ramallah) e presso l’Università Tecnica Palestinese, nella città di Tulkarm; gli scontri sono scoppiati nel corso di manifestazioni tenute in solidarietà con Gaza. Altri tre distinti episodi si sono verificati vicino alle porte della Barriera in Nazlat ‘Isa (Tulkarm) e Dhaher al ‘Abed (Jenin), dove le forze israeliane hanno sparato e ferito due palestinesi e aggredito un terzo che aveva tentato di attraversare la Barriera senza permesso. Due ragazzi palestinesi, di 12 e 13 anni, sono stati feriti con armi da fuoco il 17 novembre, durante scontri scoppiati all’ingresso del Campo di Al Jalazun (Ramallah). Successivamente sono stati trasferiti in ospedale per cure mediche. I rimanenti 43 ferimenti sono stati registrati durante scontri scoppiati all’ingresso del Campo profughi di Al ‘Arroub, a Bab Az Zawiya (nell’area H1 della città di Hebron) e vicino alla tomba di Rachele (Betlemme).

In Cisgiordania, le forze israeliane hanno effettuato 135 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 157 palestinesi, tra cui 18 minori. La maggior parte delle operazioni ha interessato il governatorato di Hebron (46), seguito dai governatorati di Gerusalemme (25) e Ramallah (22).

Citando la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 39 strutture, sfollando 63 palestinesi mentre altri 380 hanno subìto ripercussioni e/o danni di diverse entità [segue dettaglio]. Trentacinque (35) delle strutture colpite, di cui due precedentemente fornite come aiuti umanitari, si trovavano in Area C. L’episodio più importante si è verificato nei pressi del villaggio di Za’tara (Betlemme), in un’area designata [da Israele] come “zona chiusa” riservata all’addestramento militare a fuoco; qui le autorità hanno demolito 13 strutture, tra cui case, rifugi per animali, serbatoi d’acqua e pannelli solari. Le restanti quattro strutture demolite si trovavano a Gerusalemme Est. Il 23 novembre, le forze israeliane hanno sequestrato le attrezzature e le piastrelle utilizzate per ristrutturare una strada e un marciapiede che collegano la Comunità di Jabal al Baba con la vicina città di Al ‘Eizariya (Gerusalemme). L’infrastruttura era stata smantellata dalle forze israeliane il 18 novembre, mentre il sequestro di materiale è il secondo messo in atto dall’inizio della costruzione della strada, nell’agosto 2019. Finora, quest’anno, in Cisgiordania, sono stati sfollati circa 800 palestinesi a causa di demolizioni; un numero quasi doppio rispetto al corrispondente periodo del 2018.

Coloni israeliani hanno effettuato dodici (12) attacchi che hanno provocato il ferimento di 30 palestinesi ed hanno danneggiato almeno 100 alberi di ulivo e 48 veicoli [segue dettaglio]. Due di questi attacchi, oltre ad ulteriori episodi di intimidazione e scontri, hanno avuto luogo il 22 e 23 novembre nell’area H2 della città di Hebron, controllata da Israele, dove migliaia di coloni e altri visitatori israeliani hanno partecipato ad una celebrazione religiosa. L’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani ha espresso preoccupazione per il fatto che in molti casi le forze israeliane presenti nell’area “sembrano non agire per prevenire gli attacchi o proteggere la popolazione”. Nell’area H2 di Hebron, da gennaio 2019, data della fine del mandato della Presenza Internazionale Temporanea a Hebron, la frequenza e l’intensità degli attacchi di coloni sono notevolmente aumentate. In altri otto casi, accaduti in Cisgiordania, coloni israeliani sono entrati nei villaggi di Urif, Majdal Bani Fadil, Qabalan e Beit Dajan (tutti a Nablus), Sarta e Kafr ad Dik (Salfit) ed hanno vandalizzato un totale di 48 veicoli di proprietà palestinese ed hanno imbrattato con scritte i muri di cinque case e di una scuola. Ancora: palestinesi del villaggio di Awarta (Nablus) hanno riferito di un episodio in cui coloni hanno rubato il raccolto di 100 ulivi in terreni vicini all’insediamento colonico di Itamar (Nablus). L’accesso [da parte dei palestinesi] a tale area richiede un preventivo coordinamento con le autorità israeliane.

Secondo i media israeliani, in due occasioni verificatesi nell’area di Betlemme ed Hebron, palestinesi hanno lanciato pietre contro veicoli israeliani, causando lesioni a un colono e danni a un’auto israeliana.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali. Il neretto è di OCHAoPt.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




L’elisir di Trump potrebbe dimostrarsi un’overdose per Israele

Tom Suarez

22 novembre 2019 – Mondoweiss

La notizia che l’amministrazione Trump non considera più “illegali” le colonie israeliane in Cisgiordania non è stata scioccante, tanto quanto non lo è la finta indignazione manifestata dalle stesse Nazioni che continuano a rafforzare Israele indipendentemente da quello che fa. Questo preludio all’annessione israeliana della Cisgiordania sicuramente favorirà ulteriori sofferenze per i palestinesi, incoraggiando i coloni e i soldati occupanti.

Ma in realtà questa annessione è già avvenuta decenni fa. C’è una ragione per cui Israele semplicemente non lo ha mai detto.

Il 29 novembre 1947 l’ONU ha votato per raccomandare la partizione della Palestina (risoluzione 181 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite), scartando una raccomandazione di minoranza per uno Stato democratico bi-nazionale. I negoziatori a favore della causa palestinese approfittarono di un rinvio di 24 ore per proporre un altro piano bi-nazionale, con una costituzione simile a quella degli Stati Uniti (1). La proposta venne ignorata, ma i 71 anni che seguirono sono stati un accidentato ma inarrestabile ritorno al rallentatore del concetto essenziale di un unico Stato democratico. Ironicamente il genio di Trump che concede al sionismo ogni suo desiderio rende più vicina questa liberazione – e la fine del sionismo.

Se Israele fosse accusato di aver annesso la Cisgiordania, e quindi di averla gestita come uno Stato di apartheid, potrebbe sostenere una “prova” del contrario: l’Autorità Nazionale Palestinese. I palestinesi, ci viene detto, votano per il proprio “governo”. Ma, malgrado le targhe sulle porte degli uffici dell’ANP a Ramallah, la situazione sul terreno è che l’Autorità Nazionale Palestinese non ha una reale “autorità” su quanto avviene alla Palestina e al suo popolo. Alcune funzioni associate con l’esercizio del governo le sono formalmente assegnate, ma le esercita solo a discrezione di Israele. La sua [dell’ANP] repressione politica contro i suoi “cittadini”, per esempio, risparmia la fatica a Israele, e gli aiuti internazionali alla Palestina sono in realtà un ulteriore aiuto a Israele, perché ciò sussidia semplicemente la sua occupazione e la paralisi dell’economia palestinese.

In altre parole, l’Autorità Nazionale Palestinese può essere vista come un semplice subappaltante e una foglia di fico per la definitiva sovranità israeliana sull’intera area – senza tener conto della teorica divisione della Cisgiordania nelle aree A (palestinese), B (palestinese-israeliana) e C (israeliana) in base agli accordi di Oslo. Israele iniziò a violare le leggi che disciplinano una potenza occupante subito dopo la conquista da parte sua nel 1967 e da allora ha governato tutta la Cisgiordania (che include Gerusalemme est) e Gaza (direttamente o con un assedio) (2).

Togliendo di mezzo il fumo negli occhi, ciò che rimane è che Israele tratta “Giudea e Samaria” [cioè la Cisgiordania, ndtr.] come territorio sotto la sua sovranità, ma solo gli ebrei che vi vivono (cioè i coloni) possono votare, mentre ai non ebrei, in base all’etnia, vengono negati persino i più basilari diritti umani.

Questo miraggio non può durare all’infinito, ma l’ultimo regalo di Trump può solo accelerare il giorno della resa dei conti. Il suo implicito invito al furto totale della Cisgiordania e in definitiva di tutta la Palestina, l’obiettivo del sionismo per oltre un secolo, ora incombe vicino in modo allettante. Netanyahu non ha bisogno di nient’altro che “farlo” in modo da assicurare che la “comunità internazionale” continui a comportarsi come ha fatto riguardo all’annessione di Gerusalemme est da parte di Israele quattro decenni fa: proteste, risoluzioni e totale acquiescenza. L’accentuata repressione israeliana ispirata da Trump potrebbe di per sé scatenare una nuova rivolta palestinese che potrebbe fornire a Israele il pretesto per l’annessione.

Ma questa tentazione preannuncia un deludente risveglio. Israele improvvisamente “possiederà” la Cisgiordania. Non ci sarà nessuna ANP foglia di fico per coprirla. Come farà Israele a spiegare che i non ebrei non possono votare e rimanere asserviti in quella che sostiene essere la terra sotto la sua sovranità? Quella che è sempre stata la reale situazione sarà messa in bella mostra di fronte al mondo: Israele è uno Stato di apartheid.

Dovrà affrontare tre possibilità:

Uno, potrebbe fare la pulizia etnica di un altro paio di milioni di palestinesi. Ma non siamo nel 1948 e neppure nel 1967. Benché Israele continui ad attuare il contenimento etnico di palestinesi in bantustan all’interno del lato palestinese della Linea di Armistizio [del 1948, ndtr.], la sua continua pulizia etnica fuori dalla Palestina deve rimanere discreta. Nel mondo di oggi, neppure la pur scioccante impunità di Israele potrebbe difenderlo dal fatto di caricare su camion due o tre milioni di persone e portarle in nuovi campi di rifugiati nei Paesi vicini.

Due, potrebbe concedere ai non- ebrei della Cisgiordania la stessa cittadinanza di cui già “godono” i non ebrei in Israele, tranne che a Gerusalemme est – certamente una cittadinanza di second’ordine, ma tuttavia essi possono votare nelle elezioni nazionali e così il sistema potrebbe essere fatto passare per una democrazia formale. Succede che abbiamo un banco di prova di un simile scenario – Gerusalemme est – e dimostra che la cittadinanza per i non-ebrei non risulterebbe dall’annessione. Benché Israele consideri Gerusalemme est parte integrante di Israele, i suoi abitanti non ebrei sono “residenti” precari, non cittadini, e non hanno voce nelle elezioni nazionali di Israele. Ciò è ancora più significativo in quanto la popolazione non-ebrea di Gerusalemme est, a differenza di quella della Cisgiordania, è di gran lunga troppo scarsa per minacciare le preoccupazioni demografiche di Israele. (3)

E così, per definizione, Israele sarebbe costretto alla terza opzione: continuare semplicemente come prima, per quanto possa durare. La Cisgiordania sarebbe come ora è Gerusalemme est – ma troppo grande da nascondere. I non ebrei della Cisgiordania sarebbero stranieri sulla loro stessa terra, “residenti” senza voce in capitolo sulle questioni nazionali e sottoposti a una pulizia etnica attraverso leggi poco trasparenti studiate a questo scopo. L’inerzia potrebbe essere a volte a favore di uno Stato di apartheid, ma non sarebbe sostenibile. Potrebbero passare due anni, o forse fino a dieci, ma una volta che una massa critica di interessi politici ed economici mondiali veda Israele come un peso, la richiesta di una semplice uguaglianza sarà la sconfitta definitiva dello Stato sionista.

Uno Stato unico democratico, che avrebbe dovuto essere l’ovvia risposta nel 1947, dopo sofferenze indicibili verrà finalmente realizzato.

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Note

1. Riguardo alla nuova proposta in seguito al voto della risoluzione 181, vedi TNA, WO_261-571, Fortnightly Intelligence Newsletter No. 55, Part II, Partition of Palestine, p9, bottom. Vale la pena di sottolineare che, secondo i documenti britannici, la ragione per cui l’ONU optò per la partizione rispetto a uno Stato democratico bi-nazionale fu che temeva un incremento del terrorismo sionista (vedi TNA, CAB 129/21, pagina stampata “52”, o How Terrorism Created Modern Israel [Come il terrorismo ha creato il moderno Israele], p. 236, dell’autore). Anche gli antirazzisti ebrei negli insediamenti, tra cui il rettore dell’università Ebraica Judah Magnes, appoggiarono uno Stato unico.

2. Israele e gli USA negarono militarmente i risultati delle elezioni palestinesi del 2006, per cui i palestinesi non hanno effettivamente votato il governo attuale (Fatah), ma ciò è secondario per questo punto. I candidati delle elezioni vennero già ridotti di numero da Israele attraverso esclusioni, incarcerazioni e assassinii.

3. Gli abitanti non ebrei “residenti” di Gerusalemme possono votare alle elezioni municipali. I non ebrei possono fare richiesta di cittadinanza, ma così facendo rinuncerebbero implicitamente allo status di Gerusalemme est come palestinese in base alle leggi internazionali, e comunque la loro cittadinanza non è uguale a quella dei coloni ebrei della città. Di fatto i non ebrei rischiano l’espulsione solo presentando una qualunque richiesta alle autorità israeliane, che potrebbero in tal caso chiedere prove documentate della residenza della famiglia fin dal diciannovesimo secolo, mentre ebrei provenienti dall’estero non hanno bisogno di questi requisiti – di qui, per esempio, la riluttanza palestinese a fare richiesta di permessi edilizi.

Tom Suarez è autore, come ultimo libro, di “Writings on the Wall [Scrivere sul Muro], una serie di di storie orali palestinesi commentate raccolte dall’ Arab Educational Institute [Istituto educativo arabo] di Betlemme (2019).

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele non può nascondere l’occupazione mettendo a tacere i giornalisti palestinesi

Haokets e Omri Najad

18 novembre 2019 – +972

Venerdì scorso [15 novembre, ndtr.] il fotografo palestinese Moath Amarnih si è recato a documentare una protesta degli abitanti di Surif, nella Cisgiordania occupata. Era la seconda volta in due settimane che cercavano di manifestare contro il furto della loro terra da parte dei coloni. Poco dopo l’inizio di una dimostrazione non violenta, alcuni giovani si sono messi a lanciare pietre contro gli agenti della polizia di frontiera che si trovavano nella zona.

I poliziotti hanno risposto con lacrimogeni e pallottole rivestite di gomma, e Amarnih – che stava fotografando gli scontri da una collina lì vicino – è stato colpito a un occhio da un proiettile. La pallottola Ruger da 0,22 pollici probabilmente era diretta contro uno dei manifestanti o è stata sparata a terra prima di rimbalzare in testa ad Amarnih. In quel momento indossava un giubbotto antiproiettile con la scritta “Stampa”. Da allora decine di giornalisti palestinesi e israeliani si sono uniti a una campagna in solidarietà con Amarnih e si sono fotografati con un occhio bendato.

Nelle ultime due settimane gli abitanti di Surif hanno manifestato contro una barriera costruita attorno a un largo tratto della loro terra coltivata per espandere la vicina colonia di Bay Ayin. Lo sparo contro Amarnih evidenzia la criminale indifferenza con cui le forze di sicurezza israeliane puntano le proprie armi – e spesso sparano – contro fotografi palestinesi in Cisgiordania e a Gaza.

Nel marzo 2019 una commissione d’inchiesta del Consiglio per i diritti umani dell’ONU ha pubblicato un rapporto sull’uccisione di manifestanti nei pressi della barriera di Gaza da parte di Israele nel 2018. Secondo il rapporto, le forze israeliane hanno ucciso due fotografi a Gaza, mentre altri 39 giornalisti sono stati feriti dai cecchini. Queste ferite sono state provocate nonostante il fatto che con molta probabilità i cecchini li avevano riconosciuti come giornalisti, dato che indossavano giubbotti antiproiettile. I cecchini israeliani continuano a sparare e a ferire giornalisti che documentano le proteste.

Il fotografo o la fotografa e la loro macchina fotografica sono spesso visti come nemici dai regimi oppressivi in tutto il mondo. In Israele-Palestina lo scorso anno le forze di sicurezza hanno sparato proiettili ricoperti di gomma contro giornalisti che informavano per l’agenzia di stampa francese AFP nei pressi di Ramallah, mentre in posti come la Siria e Hong Kong le forze di sicurezza commettono violenze contro i giornalisti, soprattutto i fotografi.

Durante i periodi di guerra i media israeliani vogliono far tacere e nascondere tali critiche. Per esempio, nell’ultima serie di violenze a Gaza agli spettatori della televisione è stata presentata una situazione distorta, che mostrava la Striscia come un luogo in cui vivono solo miliziani che lanciano missili, senza nomi o volti. Ancora una volta, quando si parla di Gaza, vediamo video di razzi sparati contro Israele, come se a Gaza non ci fossero persone, bambini, non ci fosse vita. Solo razzi.

Così otto membri della famiglia A-Swarkeh sono stati uccisi nella città di Deir al-Balah. Le IDF [Forze di Difesa Israeliane, l’esercito israeliano, ndtr.] hanno ammesso che pensavano che l’edificio bombardato fosse vuoto, dopo che il portavoce in lingua araba delle IDF aveva affermato che l’esercito aveva preso di mira il comandante di un’unità lanciarazzi della Jihad Islamica. Di fatto l’esercito ha bombardato un edificio in rovina in cui abitava una famiglia povera, che comprendeva bambini di 12 e 13 anni, così come due bimbi piccoli.

Impedire ai fotografi di fare il proprio lavoro è necessario per continuare a reprimere i palestinesi. I continui attacchi e le uccisioni di innocenti dipendono, tra le altre cose, dalla mancanza di documentazione, dalla disumanizzazione dell’altra parte. Le macchine fotografiche sono viste dalle forze di sicurezza come un bersaglio, per non consentire all’opinione pubblica israeliana di vedere chi c’è là.

L’attacco contro Amarnih rivela la necessità, tragica e simbolica, da parte di Israele di nascondere le ingiustizie che commette, di nascondere l’oppressione di milioni di palestinesi. Ma il danno provocato all’occhio di un fotografo non cancellerà l’ingiustizia del regime. Attaccare i fotografi non riuscirà mai a nascondere l’esproprio di terre, le espulsioni, le uccisioni o un’esistenza in cui il sangue di alcuni vale più del sangue di altri.

Haokets è una rivista israeliana in rete no-profit, indipendente, progressista [in lingua ebraica, ndtr.] che ospita discussioni critiche su questioni socioeconomiche, culturali e filosofiche, l’attivismo per i diritti umani, il femminismo e questioni politiche dei mizrahi [ebrei di origine araba che vivono in Israele, ndtr.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La contestazione di Harvard: ‘I dirigenti israeliani alla fine hanno parlato ad una platea vuota’

Azad Essa da New York

15 Novembre 2019 – Middle East Eye

Dani Dayan, diplomatico israeliano ed ex leader del movimento dei coloni israeliani, ha parlato ad una platea semivuota dopo che gli studenti hanno inscenato una spettacolare protesta

Mercoledì circa 100 studenti hanno inscenato una spettacolare protesta durante un evento nella Scuola di Diritto di Harvard, dove avrebbe parlato Dani Dayan, console generale di Israele a New York.

Proprio quando Dayan stava per iniziare il suo intervento, i contestatori, che avevano occupato la maggior parte del centro della sala, si sono alzati, hanno sollevato cartelli dove era scritto “Le colonie sono un crimine di guerra”, quindi hanno voltato le spalle a Dayan e sono usciti in silenzio.

Quando la sala si è svuotata, si è potuto udire Dayan che diceva: “Ricordo che si faceva così all’asilo”.

Ma è stata l’azione silenziosa degli studenti a impressionare l’uditorio.

Dayan è stato lasciato a parlare su “La strategia legale delle colonie israeliane” ad una sala per lo più vuota.

Su internet il video dell’uscita degli studenti è diventato virale e sono piovute parole di incoraggiamento e congratulazioni per aver preso posizione e aver messo a disagio Dayan.

Vedere 100 persone alzarsi in piedi contemporaneamente e in silenzio ha avuto effetto”, ha detto a Middle East Eye Samer Hjouj, uno degli organizzatori della protesta. “Appena abbiamo saputo dell’evento ci siamo organizzati e questo ci è costato molto tempo, ma avevamo un gruppo in ogni scuola di Harvard che cercava persone che ci potessero aiutare a realizzare la protesta.”

Dayan, l’ex leader del movimento dei coloni israeliani, ritenuto uno dei principali ostacoli al processo di pace, nel 2012 ha scritto sul New York Times che “I coloni israeliani sono qui per restarci.”

Circa 650.000 israeliani vivono in colonie nella Cisgiordania occupata.

Le colonie sono illegali in base al diritto internazionale e sono considerate un crimine di guerra.

Menachem Butler e Noah Feldman, insieme al ‘Programma Julis-Rabinowitz sul diritto ebraico e israeliano’ (che hanno co-organizzato l’evento), hanno detto a MEE che, pur essendo assolutamente lecito che gli studenti abbiano espresso contrarietà e disapprovazione in quel modo, non hanno alcun rimorso per aver ospitato l’evento.

Il nostro programma invita persone di opinioni molto diverse su Israele e Palestina. Dayan è un diplomatico del governo israeliano che ha illustrato la politica del governo israeliano. Certamente delle organizzazioni internazionali considerano le colonie una violazione [delle Convenzioni] di Ginevra. Non è così per il governo di Israele”, ha detto Butler, che è il coordinatore del Programma per i Progetti Giuridici Ebraici.

Analogamente Feldman, che aveva presentato Dayan appena prima della contestazione, ha detto che il fatto che “qualcuno abbia posizioni sul diritto internazionale che io o il mio governo consideriamo errate non significa che tali posizioni non debbano essere affrontate”.

L’opinione di Dayan sulla legalità delle colonie è quella del suo governo – ed io ho piacere di ospitare rappresentanti del governo israeliano, esattamente come sono felice di ospitare rappresentanti palestinesi. Finché la posizione del governo israeliano è coinvolta nelle colonie, la pace sarà quasi impossibile da raggiungere”, ha detto Feldman, docente nella Scuola di Diritto.

Ma gli studenti attivisti dicono che le argomentazioni che suggeriscono che sia una questione di tolleranza di diverse opinioni accademiche sono una distorsione della verità.

Hjouj sostiene che avevano deciso di non invitare Dayan per evitare di dare credibilità ad una posizione insostenibile.

Rami Younis, uno studente della Harvard Divinity School [una delle scuole che fanno parte dell’università di Harvard, in Massachussets, ndtr.], che ha contribuito ad organizzare la contestazione silenziosa, ha detto che, dato che il console generale israeliano è una persona la cui intera vita si è incentrata sull’esproprio e il furto, “dovrebbe essere processato in un tribunale internazionale e non invitato a parlare di fronte ad un pubblico ‘progressista’.”

Allo stesso modo Amaya Arregi, studentessa della Fletcher School [scuola di specializzazione in affari internazionali, in Massachussets, ndtr.], che ha preso parte alla protesta, ha affermato che, anche se la libertà accademica è fondamentale, lei si è stupita di come la Scuola di Diritto potesse giustificare “l’invito ad un politico israeliano a parlare di come loro continuano a violare il diritto internazionale.”

Gli hanno dato un ampio spazio e avrebbe parlato impunemente. Il fulcro della sessione era esattamente quali metodi legali usa Israele per portare avanti il suo progetto coloniale. Abbiamo avuto l’impressione che la Scuola di Diritto di Harvard stesse aprendo la strada perché simili opinioni diventassero normali negli incontri accademici”, ha aggiunto Arregi.

Gli studenti hanno anche sostenuto che Harvard è stracolma di posizioni a favore di Israele, comprese conferenze di ex agenti del Mossad [servizio segreto israeliano, ndtr.].

Harvard invita molti relatori israeliani – di tutte le posizioni politiche. Ma i relatori palestinesi devono essere graditi all’amministrazione. Non inviterebbero mai uno come Omar Barghouti, che appoggia la campagna di boicottaggio”, ha detto Hjouj.

Ma Hamzah Raza, studente laureato della Harvard Divinity School, che ha partecipato alla protesta, ha detto che l’efficace azione di mercoledì gli ha indicato che sempre più giovani negli Stati Uniti stanno diventando sostenitori dei diritti umani dei palestinesi.

Il fatto che praticamente tutta la sala si sia svuotata significa qualcosa per lui. Le persone che continuano a mantenere simili posizioni si troveranno a parlare a platee sempre più vuote”, ha detto.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Rapporto OCHA del periodo 29 ottobre – 11 novembre 2019 (due settimane)

Il 2 novembre, un civile palestinese 27enne è stato ucciso ed un altro è rimasto ferito durante una serie di attacchi aerei israeliani contro siti militari ed aree non urbane della Striscia di Gaza.

I due uomini sono stati colpiti a sud-ovest di Khan Younis; si trovavano all’interno di una struttura agricola che, secondo fonti israeliane, veniva utilizzata a scopi militari. Nei due giorni precedenti, un gruppo armato palestinese aveva lanciato verso la regione meridionale di Israele diversi missili; uno di questi aveva colpito un edificio nella città di Sderot, provocando danni.

Vicino alla recinzione israeliana che perimetra la Striscia di Gaza, sono proseguite le manifestazioni della “Grande Marcia del Ritorno”, durante le quali le forze israeliane hanno ferito 396 palestinesi, tra cui 171 minori. Secondo il Ministero della Salute palestinese, 102 di loro, tra cui 39 minori, sono stati colpiti con armi da fuoco. Fonti israeliane hanno riferito che contro le forze israeliane sono stati lanciati ordigni esplosivi improvvisati, bombe a mano e bottiglie incendiarie e che ci sono stati diversi tentativi di violare la recinzione; non sono state riportate vittime israeliane.

In almeno 30 occasioni, allo scopo di far rispettare [ai palestinesi] le restrizioni di accesso, le forze israeliane hanno aperto il fuoco nelle aree della Striscia di Gaza adiacenti alla recinzione perimetrale e, in mare, al largo della costa; non sono stati segnalati feriti. In un caso separato, due pescatori palestinesi sono stati arrestati e la loro barca è stata confiscata dalle forze navali israeliane. In un altro caso, le forze israeliane hanno arrestato un minore palestinese che avrebbe tentato di entrare in Israele attraverso la recinzione perimetrale. Le forze israeliane hanno anche compiuto tre incursioni [nella Striscia], effettuando operazioni di spianatura del terreno vicino alla recinzione perimetrale.

L’11 novembre, durante scontri all’ingresso del campo profughi di Al ‘Arrub (Hebron), le forze israeliane hanno sparato e ucciso un palestinese di 22 anni. Il Coordinatore Speciale delle Nazioni Unite, Nickolay Mladenov, ha dichiarato che le registrazioni video dell’uccisione mostrano che, al momento in cui gli hanno sparato, l’uomo ucciso non costituiva alcuna minaccia per le forze israeliane. Secondo resoconti di media israeliani, le autorità israeliane hanno avviato un’indagine penale sul caso. Gli scontri erano scoppiati durante una manifestazione che commemorava il 15° anniversario della morte del Presidente palestinese Yasser Arafat.

In Cisgiordania, durante molteplici proteste e scontri, 56 palestinesi, tra cui almeno 17 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane. Gli scontri più ampi sono stati registrati durante la summenzionata manifestazione nel campo di Al ‘Arrub; nel corso della protesta settimanale contro l’espansione degli insediamenti e le restrizioni di accesso a Kafr Qaddum (Qalqiliya) e durante una protesta nel villaggio di Surif (Hebron) contro la confisca della terra. Complessivamente, le forze israeliane hanno condotto 84 operazioni simili, tre delle quali hanno portato a scontri e a feriti.

Inoltre, 285 scolari e 35 insegnanti sono stati curati per inalazione di gas lacrimogeni: nella Zona (H2) della città di Hebron, controllata da Israele, in tre diverse circostanze, le forze israeliane avevano sparato gas lacrimogeni e bombe sonore nei cortili di due complessi scolastici. Secondo varie fonti palestinesi, solo uno dei tre casi (il 3 novembre) era stato preceduto dal lancio di pietre contro le forze israeliane da parte di minori palestinesi.

Nel quartiere Al Isawiya di Gerusalemme Est, le operazioni di polizia hanno sconvolto, quasi quotidianamente, la vita di circa 18.000 palestinesi; la maggior parte di queste operazioni ha provocato scontri e arresti. Il 2 novembre, per protestare contro la violenza della polizia, il Comitato dei genitori ha dichiarato uno sciopero di due giorni in tutte le scuole del quartiere. Sebbene non sia stato possibile accertare il numero delle persone ferite durante gli scontri di cui sopra, c’è particolare preoccupazione per un bambino di otto mesi e una donna incinta che hanno inalato gas lacrimogeno. Diciannove residenti, tra cui sette minori, sono stati arrestati. Ad Al Isawiya, dallo scorso giugno, si registrano alti livelli di tensione e violenze.

Due palestinesi, un ragazzo 15enne e una donna di 37 anni, sono stati feriti dalle forze israeliane in due episodi separati: secondo quanto riferito, avevano tentato di aggredire con un coltello le forze israeliane; nessun israeliano è rimasto ferito. I due episodi sono avvenuti il 28 e il 30 ottobre, rispettivamente nella Città Vecchia di Gerusalemme e nella zona H2 della città di Hebron. I due sospetti autori sono stati arrestati. Vicino al villaggio di Qaffin (Tulkarm), le forze israeliane hanno sparato e ferito un palestinese che aveva tentato di attraversare la Barriera senza permesso.

In Area C e Gerusalemme Est, citando la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito, o costretto le persone a demolire, 19 strutture: 49 palestinesi sono stati sfollati mentre altri 61 hanno subìto ripercussioni di diversa entità [segue dettaglio]. Sei di queste strutture, di cui quattro precedentemente fornite come aiuti umanitari, si trovavano in Comunità di pastori situate in aree da Israele dichiarate chiuse e dedicate ad “addestramento a fuoco” delle forze armate israeliane. Altre tre strutture (tutte abitative) erano situate nelle Comunità beduine palestinesi ad est di Gerusalemme, vicino a un’area destinata all’espansione dell’insediamento colonico di Ma’ale Adummim (piano E1). Le rimanenti nove strutture sono state demolite a Gerusalemme Est, inclusa una casa in Al Isawiya, auto-demolita dai proprietari. Dall’inizio dell’anno ad oggi [11 novembre], il numero di strutture demolite (513) indica un incremento di quasi il 33%, rispetto al corrispondente periodo del 2018.

In diverse aree della Cisgiordania la raccolta delle olive è stata sconvolta dalla violenza di coloni israeliani che hanno danneggiato almeno 1.050 alberi e rubato diverse tonnellate di olive. Nove episodi documentati hanno avuto luogo [su terreni palestinesi] vicino ad insediamenti colonici; l’accesso dei palestinesi a questi luoghi è limitato e regolato dalle autorità israeliane. Le Comunità colpite includevano Qaryut, Burin, Al Lubban ash Sharqiya e Deir al Hatab (tutte a Nablus), Kafr Qaddum (Qalqiliya), Mas-ha (Salfit) e Umm Safa (Ramallah). Altri sette episodi che hanno visto coloni come protagonisti sono stati segnalati nei villaggi di Yatma, Sawiya e Burin (Nablus), Kafr Qaddum (Qalqiliya) e Yasuf (Salfit). La raccolta delle olive, che si svolge ogni anno tra ottobre e novembre, è un evento basilare per i palestinesi, sia da punto di vista economico che sociale e culturale.

Altri cinque attacchi di coloni hanno provocato ferimenti e danni a proprietà palestinesi. In tre di questi episodi, accaduti sulle strade della Cisgiordania, un palestinese è stato ferito e tre veicoli palestinesi hanno subito danni a seguito del lancio di pietre. In altri due casi, coloni israeliani hanno vandalizzato almeno 32 veicoli ed hanno spruzzato scritte tipo “Questo è il prezzo da pagare” su tre case nei villaggi di Tublas (Gerusalemme) e Qabalan (Nablus). A Qarawat Bani Hassan (Salfit), coloni israeliani avrebbero danneggiato una baracca e dato fuoco a 400 balle di fieno. Finora nel 2019, OCHA ha registrato 299 episodi in cui coloni israeliani hanno ucciso o ferito palestinesi o danneggiato loro proprietà; nei corrispondenti periodi dei due anni precedenti, gli episodi erano stati 213 nel 2018 e 124 nel 2017.

Media israeliani hanno riferito di sei episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli di coloni israeliani: due coloni sono rimasti feriti e diversi veicoli sono stati danneggiati. Finora, nel 2019, OCHA ha registrato 93 episodi in cui palestinesi hanno ucciso o ferito coloni o altri civili israeliani o danneggiato loro proprietà; quindi si registra un calo rispetto al numero di episodi verificatisi in periodi corrispondenti del 2018 (141 casi) e 2017 (211 casi).

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Ultimi sviluppi (successivi al periodo di riferimento)

Nelle prime ore del 12 novembre, l’aeronautica israeliana ha preso di mira e ucciso un comandante dell’ala armata del gruppo palestinese della Jihad islamica (PIJ) e sua moglie, mentre dormivano nella loro casa. L’episodio ha innescato, per circa 48 ore, un crescendo di ostilità tra Israele e varie fazioni armate palestinesi; ne è rimasta estranea Hamas. Secondo il Ministero della Salute palestinese (MoH), a Gaza, durante questi attacchi sono state uccise 34 persone, di cui 23 uomini, otto minori e tre donne. Delle vittime fanno parte otto persone appartenenti alla stessa famiglia; stando a quanto riferito, sono rimaste uccise durante un attacco diretto contro un agente PIJ di alto livello. Il MoH ha anche riferito che 111 palestinesi sono rimasti feriti, tra cui almeno 41 minori e 13 donne. In Israele, sarebbero state ricoverate in ospedale, in stato di shock o ferite in vario modo, 77 persone, incluse donne e bambini. La mattina del 14 novembre, con la mediazione delle Nazioni Unite e dell’Egitto, è stato annunciato un cessate il fuoco informale che, al momento, pare tenere.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it