Le forze israeliane mandano avvisi di sgombero a 300 palestinesi in un villaggio beduino

Ma’an News

17 novembre 2017

BETLEMME (Ma’an) – Secondo l’agenzia di informazioni Wafa, di proprietà dell’ANP, venerdì le autorità israeliane avrebbero distribuito avvisi di sgombero a tutti i 300 palestinesi residenti nel villaggio beduino di Jabal al-Baba, nel distretto centrale di Gerusalemme della Cisgiordania occupata.

La Wafa ha riferito che il personale dell’amministrazione civile israeliana, spalleggiato dall’esercito israeliano, avrebbe preso d’assalto il villaggio ed ordinato ai suoi abitanti di lasciare le proprie case.

Secondo la Wafa, Jabal al-Baba comprende 100 edifici, 58 dei quali sono case, mentre i restanti sono strutture per uso agricolo. “Poiché la comunità non è riconosciuta, la popolazione di Jabal al-Baba vive senza elettricità e riceve acqua solo da camion cisterna”, ha detto Wafa.

Negli ultimi anni le forze israeliane hanno demolito decine di case nella zona di Jabal al-Baba, molte delle quali costruite con l’aiuto dell’UE e di organizzazioni umanitarie.

In agosto hanno demolito un asilo infantile del villaggio.

La collina è popolata da circa 55 famiglie di beduini che hanno vissuto nella zona per 65 anni e sono costantemente minacciate di espulsione dalle loro case.

Circa 90 beduini palestinesi, in maggioranza bambini, sono rimasti senza casa quando, nel maggio 2016, le forze israeliane hanno smantellato le case prefabbricate donate dall’UE a Jamal al-Baba.

Jamal al-Baba, come altre comunità beduine della regione, è minacciata da Israele di espulsione forzata per il fatto di essere situata nel conteso “corridoio E1”, creato dal governo israeliano per collegare Gerusalemme est annessa con la grande colonia di Maale Adumim.

Le autorità israeliane pianificano di costruire nell’area E1 migliaia di case per colonie di soli ebrei , il che dividerebbe di fatto la Cisgiordania e renderebbe quasi impossibile la creazione di uno Stato palestinese contiguo – come ipotizzato dalla soluzione di due Stati al conflitto israelo-palestinese.

Le associazioni per i diritti umani e membri della comunità beduina hanno aspramente criticato i piani israeliani di ricollocazione dei beduini residenti vicino alla colonia israeliana illegale di Maale Adumim, sostenendo che lo sgombero espellerebbe palestinesi autoctoni in favore dell’espansione delle colonie israeliane in tutta la Cisgiordania occupata, in violazione del diritto internazionale.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




L’esercito israeliano si prepara a demolire centinaia di case palestinesi nel nord della Valle del Giordano

Amira Hass, 12 novembre 2017,Haaretz

E’ la prima volta che l’esercito utilizza un’ordinanza di sgombero contro i palestinesi basata su un ordine militare diretto a consentire l’evacuazione di insediamenti [israeliani] non autorizzati.

L’esercito ha ordinato a circa 300 palestinesi, che per decenni hanno vissuto nel nord della Valle del Giordano, di portare via dalla zona ogni loro proprietà – il che viene interpretato come un ordine di evacuazione e demolizione delle case.

A giudicare dalla risposta dell’esercito ad Haaretz, esso ha cambiato la sua posizione in seguito ad un’obiezione avanzata dall’avvocato degli abitanti.

E’ la prima volta che l’esercito utilizza un’ordinanza di sgombero contro i palestinesi basata su un ordine militare diretto a permettere l’evacuazione di avamposti di insediamenti [israeliani] non autorizzati. L’ordine in questione è noto come “ordine relativo a costruzioni non autorizzate.”

L’ordine non è stato consegnato a nessuno dei palestinesi colpiti dal provvedimento. Invece, giovedì mattina i soldati lo hanno semplicemente lasciato in strada accanto alle loro case, situate vicino al villaggio di Al-Maleh.

L’avviso, in data primo novembre, è stato firmato dal comandante dell’esercito israeliano in Cisgiordania, general maggiore Roni Numa. Conosciuto ufficialmente come “dichiarazione di terreno delimitato”, fa divieto a chiunque di entrare nell’area specificata con lo scopo di costruirvi ed ordina la rimozione di ogni proprietà dall’area entro otto giorni dalla data in cui è stato reso noto l’avviso.

L’ordine non specifica quante persone verranno sgomberate né fornisce i loro nomi. Ma, considerando la mappa allegata, riguarda un’area di circa 550 dunams ( 55 ettari) in cui vivono circa 300 palestinesi in due comunità di pastori, Ein al-Hilweh e Umm Jamal. Entrambi i villaggi rientrano nella giurisdizione del consiglio rurale di Al-Maleh.

I pastori allevano circa 4.000 pecore, 200 cammelli e 600 mucche. Tutta la terra in questione è proprietà privata di palestinesi o appartiene alla chiesa cattolica.

L’ “ordine relativo alle costruzioni non autorizzate”, sul quale si basa l’avviso di sgombero, sancisce al paragrafo 6 (b) che non si applica a “chiunque sia registrato nell’anagrafe dell’area”, intendendo i residenti palestinesi della Cisgiordania.

Perciò l’avvocato Tawfique Jabareen di Umm al-Fahm, che rappresenta gli abitanti, sostiene che l’avviso di sgombero non ha valore legale e non è valido. Questa è la sostanza dell’obiezione che ha presentato sabato mattina al comandante militare tramite il consulente legale di quest’ultimo.

Jabareen ha anche affermato che l’ordine non era stato consegnato ai residenti interessati, ma è stato semplicemente lasciato nella zona otto giorni dopo essere stato firmato. “ Ad un primo esame, è stata un’azione in malafede, dietro alla quale si nasconde l’intenzione di negare ai residenti palestinesi il loro diritto ad un’udienza o a presentare opposizione sia contro l’ordine che contro la dichiarazione”, ha scritto.

Come ha detto Jabareen, “Questo è un ordine di espulsione di massa contro la popolazione palestinese, che viola il diritto internazionale.”

Da parte sua, il Coordinatore israeliano delle Attività Governative nei Territori [palestinesi occupati, ndt.] ha dichiarato: “Il 9 novembre 2017 sono stati inviati gli ordini come parte dei tentativi di applicazione di misure contro le costruzioni illegali nel luogo. Gli ordini sono stati notificati secondo il protocollo, inclusa la consegna fisica nel luogo a cui l’ordine si riferisce. Il nuovo ordine è rivolto alle strutture costruite illegalmente, non alla presenza nel luogo.”

Tuttavia il COGAT non ha stabilito dove potrebbe andare la gente che vive là se le strutture venissero demolite. E nemmeno ha risposto alla domanda di Haaretz su quante persone sarebbero interessate dall’ordine.

Venerdì i residenti di Ein al-Hilweh hanno detto che circa due settimane fa nelle loro capanne si sono presentati dei soldati chiedendo di vedere le loro carte di identità, senza dare spiegazioni.

I soldati hanno anche usato un drone per scattare fotografie aeree delle comunità. Compilare elenchi di carte di identità e fare fotografie sono iniziative che spesso precedono gli sgomberi e le demolizioni da parte dell’esercito israeliano e della sua Amministrazione Civile in Cisgiordania, anche se i residenti hanno detto di non aver visto questa volta nessun addetto dell’Amministrazione Civile.

Nabil Daragmeh ha detto a Haaretz di aver visto giovedì scorso dei soldati che mettevano qualcosa sotto un masso sulla strada di fronte alla collina dove lui vive. Li ha anche visti fotografare quello che avevano lasciato sulla strada. Dopo che se ne sono andati, è andato a vedere che cosa fosse.

Ha trovato un ordine in ebraico firmato e datato, un altro ordine in ebraico senza firma né data ed un terzo ordine in arabo anch’esso senza firma né data. Lo ha immediatamente comunicato agli altri abitanti, che erano spaventati e confusi.

Queste comunità di pastori hanno vissuto nella zona per decenni, ma Israele non permette loro di collegarsi alle infrastrutture o di aggiungere nuove case ed edifici pubblici in base alla crescita della popolazione ed alle mutate necessità.

Israele ha anche usato il proprio controllo sull’anagrafe palestinese per impedire all’Autorità Nazionale Palestinese di avere un elenco dei villaggi dei pastori in base alla riga relativa alla residenza delle loro carte di identità. Ribadisce invece che la loro città di residenza figura come Bardala, Ein al-Beida o qualche altro villaggio.

Ordini di sgombero, demolizione e sequestro di beni sono stati emessi contro i residenti per anni, ma mai contro tutti contemporaneamente né mai sulla base di un “ordine relativo a costruzioni non autorizzate.”

Nel 2008, nel tentativo di ovviare alla carenza di abitazioni per i residenti, la FAO ha costruito per loro strutture in metallo, finanziate dal Giappone. Nella sua lettera al comandante militare, Jabareen ha scritto che il Giappone e le Nazioni Unite non avrebbero costruito quelle strutture senza il permesso dell’Amministrazione Civile e che quel permesso era stato effettivamente concesso. Ma ha detto che in seguito l’amministrazione ha revocato il suo consenso.

“Negli ultimi anni molte famiglie hanno ripetutamente costruito illegalmente nell’area. Chiunque ritenga di essere ingiustamente colpito dall’ordinanza può rivolgersi alle autorità entro otto giorni”, ha aggiunto il COGAT.

“Relativamente ad alcune delle strutture, le autorità stanno esaminando i ricorsi (da parte dei proprietari). Riguardo ad esse, non verrà attuata nessuna misura finché l’esame non sarà completato.”

Su una collina ad est dell’area destinata allo sgombero c’è la colonia di Maskiot. Nel 2005 vi è arrivato un flusso di coloni [israeliani] che erano stati evacuati dalla Striscia di Gaza.

Negli ultimi due anni sono sorti anche due avamposti di insediamenti [israeliani], uno a nord e l’altro a sud di Ein al-Hilweh. L’Amministrazione Civile ha emesso ordini di interruzione lavori contro gli avamposti, ma essi continuano ad espandersi. Uno di questi è una propaggine di un altro avamposto illegale in corso di legalizzazione – Givat Salit. Il secondo si trova nella riserva naturale di Umm Zuka.

In entrambi gli avamposti si allevano pecore e mucche e, secondo palestinesi del luogo ed attivisti delle organizzazioni (israeliane) Ta’ayush e MachsomWatch, i pastori degli avamposti spesso impediscono ai palestinesi di pascolare i loro greggi. Nel 2011 un abitante di Ein al-Hilweh è stato costretto a togliere la propria tenda a causa delle ripetute aggressioni dei coloni.

Ein al-Hilweh e Umm Jamal non sono gli unici casi. Nei mesi scorsi l’esercito israeliano e l’Amministrazione Civile hanno anche fatto dei passi per sgomberare altre tre comunità palestinesi nel nord della Valle del Giordano – Khalat Makhoul, Al-Farisiya (che ospita circa 150 persone) e Khumsa.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Una conferenza europea sull’attività di colonizzazione dichiara Israele un “regime di apartheid”

Ma’an News

10 novembre 2017

Betlemme (Ma’an) – Rappresentanti da 24 Paesi europei, compresi parlamentari, giuristi, giornalisti e attivisti, si sono incontrati a Bruxelles all’inizio della settimana nella prima conferenza europea sull’attività di colonizzazione di Israele, concordando una dichiarazione che accusa Israele di aver costituito un “regime di apartheid” in Cisgiordania.

Secondo un comunicato stampa, il testo approvato è stato denominato la “Dichiarazione di Bruxelles” e condivide le seguenti clausole:

1. Israele, il potere occupante dei territori palestinesi dal 1967, continua la sua politica di confisca, ebraicizzazione della terra palestinese e costruzione di colonie su di essa. Queste colonie, con il passare del tempo, sono diventate l’incubatrice di “organizzazioni terroristiche” di coloni come HiiltopYouth, Paying the Price and Revenge [rispettivamente “I giovani delle colline”, “Pagare il prezzo” e “Vendetta”, gruppi di coloni estremisti e violenti, ndt.].

2. Pertanto, con questa politica predeterminata di espansione delle colonie, è improprio parlare di smantellamento di colonie politiche o per la sicurezza, ma piuttosto occorre inquadrare questo movimento come una politica coloniale strutturale in grado di colonizzare una larga parte della Cisgiordania, non meno del 60% della sua estensione. Questa politica, di fatto, ha costituito un regime di apartheid, che viola la Quarta Convenzione di Ginevra del 1949, lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, che nel suo articolo 8 stabilisce che le colonie sono un crimine di guerra, il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia emesso il 9 luglio 2004 riguardo al Muro dell’apartheid, che è stato definito una grave violazione delle leggi internazionali, e le risoluzioni ONU, soprattutto la risoluzione 2334 (2016) del Consiglio di Sicurezza. Questa risoluzione afferma chiaramente che ogni attività israeliana di colonizzazione nei Territori Palestinesi Occupati, compresa Gerusalemme est, è illegale in base alle leggi internazionali e costituisce un ostacolo alla costituzione di uno Stato palestinese contiguo, sostenibile e pienamente sovrano.

3. La conferenza di Bruxelles, prendendo nota dei fatti summenzionati, considera che la continuazione delle attività di colonizzazione pone fine a ogni possibilità per una soluzione dei due Stati e piuttosto concretizza il sistema di apartheid attuato dalla politica di occupazione. La conferenza chiede la fine immediata di ogni attività di colonizzazione perseguita dallo Stato occupante nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme est.

4. La conferenza di Bruxelles chiede alla comunità internazionale di assumersi le responsabilità giuridiche opponendosi a queste politiche razziste del potere occupante e imporre una seria pressione su di esso per il rispetto delle fondamentali leggi internazionali. L’Unione Europea, che ha intense relazioni e un accordo di associazione con lo Stato israeliano occupante, dovrebbe fare pressione su Israele in modo che essa [l’UE] si assuma la responsabilità di superare la differenza tra le sue parole e le sue azioni nel contesto della politica israeliana di colonizzazione, attivando l’articolo 2 dell’Accordo di Associazione per esercitare pressioni su Israele affinché rispetti i suoi obblighi in quanto potere occupante.

5. La conferenza di Bruxelles chiede anche ai Paesi dell’UE di far seguire alle parole i fatti, non solo rilasciando dichiarazioni di denuncia e di condanna, ma adottando piuttosto misure concrete per rendere Israele responsabile, imponendo un divieto assoluto su ogni attività finanziaria, economica, commerciale e di investimenti, diretta o indiretta, con le colonie israeliane finché non si atterranno alle leggi internazionali.

6. I partecipanti a questa conferenza, mentre condannano la politica di colonizzazione nei territori palestinesi occupati come una violazione del diritto internazionale, sottolineano al contempo l’importante ruolo che può essere giocato da forze politiche, parlamenti, organizzazioni dei diritti umani e della società civile nei Paesi dell’UE per opporsi ai progetti israeliani di espansione e di costruzione di colonie. Chiedono anche ai governi dell’UE e alle loro istituzioni costituzionali di rispettare le proprie responsabilità in base alla responsabilità collettiva di rifiutare le violazioni da parte di Israele dei diritti dei cittadini palestinesi sotto occupazione, in modo da obbligare Israele almeno a rispettare i suoi obblighi in base all’Accordo di Associazione e da non permettere ai coloni e ai loro dirigenti di entrare nei Paesi dell’UE e da portarli davanti alla giustizia internazionale come criminali di guerra nel caso lo facciano.

7. I partecipanti alla conferenza chiedono ai popoli del mondo e alle loro forze democratiche amanti della pace di partecipare attivamente al movimento internazionale per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni, noto come BDS, e di fare pressione su Israele perché rispetti il diritto internazionale.

8. La conferenza afferma anche il proprio totale sostegno all’iniziativa palestinese di deferire alla Corte Penale Internazionale come crimini di guerra la costruzione di nuove colonie, l’espansione di quelle esistenti e la violenza dei coloni contro i palestinesi.

9. I partecipanti alla conferenza plaudono alla crescente solidarietà con il popolo palestinese e con la sua giusta causa. Elogiano anche il rifiuto da parte dei popoli del mondo delle politiche israeliane di pulizia etnica e di apartheid perseguite dallo Stato occupante israeliano.

10. I partecipanti alla conferenza chiedono di contrastare questa politica costituendo un comitato europeo di Paesi partecipanti rappresentati in questa conferenza per denunciare le continue violazioni da parte delle forze di occupazione e per rafforzare la pressione per perseguire i criminali di guerra israeliani finché Israele non rispetterà il diritto internazionale.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Con uno sbadiglio – è così che la maggioranza degli israeliani risponde al furto di terre

Amira Hass

1 novembre 2017, Haaretz

Finché è ancora terra palestinese. Sanno che prima o poi potranno comprare a prezzo stracciato una villa con una fantastica vista su quella terra.

Cosa sarebbe successo se individui non identificati in Iran, Francia o Venezuela avessero aggredito commercianti ebrei e li avessero obbligati a chiudere i loro negozi? Quali scuse e manifestazioni di sconcerto i nostri diplomatici avrebbero chiesto all’Unione Europea, alle Nazioni Unite e chissà a chi altro? E con quanta esultanza vari ricercatori avrebbero tracciato un grafico dell’odio globale e sarebbero stati intervistati a lungo, con espressione seria, sulle inquietanti caratteristiche antisemite – così evocatrici di un oscuro passato – del privare ebrei dei loro mezzi di sostentamento e della distruzione delle loro proprietà?

Ma per noi israeliani questa domanda retorica ha perso il suo potere di educarci, di metterci in imbarazzo e di farci vergognare. Il fatto che così tanti israeliani siano coinvolti nel derubare così tanti palestinesi dei loro mezzi di sostentamento non è registrato neppure dai nostri sismografi. Questi sismografi sono calibrati per registrare, si dice, furti agricoli che sarebbero stati commessi da palestinesi. Al contrario, tutte le azioni che regolarmente noi portiamo a termine in modo che i palestinesi perdano le loro fonti di reddito provocano un grande sbadiglio. Ascolta, lo puoi già sentire.

Questa domanda retorica non è rivolta agli israeliani, perché essi sono i potenziali beneficiari del furto, se non quelli che già ne stanno beneficiando. Ecco un piccolo, parziale esempio recente: secondo rapporti complementari dell’Ufficio dell’ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari e di due organizzazioni non governative, “Rabbini per i Diritti Umani” e “Yesh Din”, nelle ultime settimane individui non identificati hanno rubato olive da più di 1.000 alberi in 11 villaggi palestinesi in Cisgiordania – Azmut, Awarta, Yanun, Burin, Qaryut, Far’ata, Jit, Sinjil, Al-Magheir, Al-Jinya, Al-Khader. Inoltre individui non identificati, che sembravano ebrei, hanno aggredito raccoglitori dei villaggi di Deir al-Khattab, Burin, As-Sawiya e Kafr Kalil e li hanno cacciati dai loro campi.

A parte Burin, dove l’esercito ha individuato alcuni dei ladri ebrei e riportato il raccolto ai proprietari, questi furti significano che un investimento di tempo, denaro e fatica è andato in fumo. Nella maggioranza dei villaggi il saccheggio è avvenuto in zone che avamposti e colonie hanno recintato con l’uso di intimidazioni e violenze e in cui l’esercito, in cambio, ha punito i palestinesi limitandone l’accesso alle loro terre.

E’ così che ci garantiamo il fatto che nel giro di qualche anno ci saranno terre vuote su cui costruire un altro quartiere di lusso. Gli israeliani indifferenti sanno che presto là potranno comprarsi a prezzi stracciati una villa con una fantastica vista. Quindi sbadigliano.

Ci sono furti perpetrati in apparenza da singoli individui, e poi ci sono i furti di Stato – nel villaggio di Al-Walaja, per esempio. E’ molto probabile che questo sia l’ultimo anno in cui la raccolta delle olive vi abbia luogo come al solito. Il prossimo anno gli abitanti saranno soggetti a un sistema di permessi per poter raggiungere le loro terre attraversando un cancello agricolo nel muro di separazione, che verrà aperto quando l’ufficiale di stato maggiore per l’agricoltura dell’Amministrazione Civile israeliana in Cisgiordania deciderà che debba essere aperto – per due o tre mesi all’anno. La mattina verrà aperto e chiuso immediatamente, e così alla sera.

Venerdì scorso un abitante di Al-Walaja e volontari israeliani di Engaged Dharma, che stavano aiutando nella raccolta, hanno preferito parlare di cose piacevoli: della qualità dell’olio d’oliva, delle olive succose che stavano crescendo vicino alla cisterna, di quelle più avvizzite che erano state raccolte dalla terrazza inferiore, dell’ottimo sapore dei rapanelli e delle cipolle verdi che egli coltiva tra gli alberi. Ma il prossimo anno gli abitanti del villaggio dovranno fare i conti con le restrizioni per avere un permesso – condizioni in contraddizione con l’abitudine palestinese di lavorare collettivamente la terra e che molto probabilmente non consentiranno loro di continuare a coltivarvi ortaggi.

Quelli che sbadigliano stanno già facendo un giro sulle terre di Al-Walaja, che sono state dichiarate dagli ebrei parco nazionale per l’ozio e il relax, per giostre ed immersioni rituali. E, se dio vorrà, il prossimo anno, quando la costruzione del muro sarà completata, non vi si vedranno palestinesi – i proprietari legittimi della terra.

Qui il discorso chiarisce perché, diciamo, un boicottaggio europeo e sudamericano dei, diciamo, prodotti agricoli israeliani sia necessario e giustificato. Questa sarebbe l’unica cosa che potrà far smettere gli israeliani di sbadigliare.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Le pressioni USA fanno naufragare la “Legge per una Gerusalemme Più Grande”

Shlomi Eldar

30 ottobre 2017,Al-Monitor

SINTESI DELL’ARTICOLO

Pressioni esercitate dall’amministrazione Trump hanno provocato la sospensione da parte di Netanyahu della sua “Legge per una Gerusalemme Più Grande”

Il 29 ottobre il comitato ministeriale della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] sulle proposte di legge avrebbe dovuto approvare la proposta di legge nota come “Legge per una Gerusalemme Più Grande”, che avrebbe annesso a Gerusalemme le colonie di Maale Adumim, Givat Zeev, Beitar Illit e del blocco di Etzion (compresa Efrat), in Cisgiordania. Circa 150.000 israeliani vivono in quelle città e consigli locali.

L’idea di annettere colonie israeliane adiacenti ai confini della municipalità di Gerusalemme per aumentare la popolazione della città e garantirne la maggioranza ebraica ha circolato per decenni. Nel 2007 il parlamentare del Likud  Yisrael Katz portò avanti un simile progetto, che non è mai decollato a causa delle preoccupazioni per le dure reazioni internazionali e dei palestinesi.

La preoccupazione che gli ebrei non costituiranno più una maggioranza nella capitale israeliana entro meno di un decennio – a causa sia della crescita demografica dei palestinesi che vivono a Gerusalemme est, sia dell’emigrazione di ebrei israeliani laici dalla città – nel febbraio 2016 ha portato l’ex ministro Haim Ramon a lanciare un movimento d’opinione per “salvare la Gerusalemme ebraica”. Il gruppo era composto da un gran numero di esperti della difesa, di accademici e di attivisti di sinistra e del centro. Prima dei festeggiamenti annuali della “Giornata di Gerusalemme” del 2016, il movimento ha lanciato una vasta campagna pubblica per mettere in guardia gli israeliani indifferenti che, se non fossero state prese presto iniziative preventive, si sarebbero “svegliati con una maggioranza palestinese a Gerusalemme”.

La campagna ha fatto ricorso a varie tattiche intimidatorie, compreso persino un video di Hamas che mostrava incitamenti all’odio contro gli ebrei postati sulle reti sociali. Tuttavia i suoi toni esasperati quasi razzisti portarono importanti sostenitori dell’iniziativa, come l’ex capo dell’agenzia di sicurezza Shin Bet Ami Ayalon, ad andarsene.

In luglio il presidente di HaBayit HaYehudi [“La casa ebraica” il partito di estrema destra dei coloni, ndt.] Naftali Bennett ha presentato una sua proposta di legge – la “Legge per una Gerusalemme unificata” – che ha proposto al voto della Knesset. Questa proposta era già stata approvata il 18 giugno dal comitato ministeriale per le proposte di legge. La legge stabiliva che sia necessaria una maggioranza speciale di 80 membri della Knesset (su 120) per dividere la capitale tra la parte occidentale, ebrea, e una parte est prevalentemente palestinese. La Knesset ha votato 51 a 42 per approvare la legge in prima lettura.

Tuttavia il primo ministro Benjamin Netanyahu non voleva essere da meno rispetto al suo nemico politico Bennett per il titolo di maggior difensore di Gerusalemme, soprattutto dopo il fiasco di luglio riguardo ai metal detector che Israele ha piazzato alle entrate del complesso del Monte del Tempio e poi è stato obbligato a rimuovere in seguito alle pressioni internazionali. Il primo ministro ha deciso di appoggiare la “Legge per una Gerusalemme Più Grande” stilata da un parlamentare del suo stesso partito, Yoav Kish, che era stata lasciata da parte per mesi, insieme ad una legge simile proposta da Yehuda Glick, un altro parlamentare del Likud.

La proposta di Kish gode del sostegno del ministro dei Trasporti Yisrael Katz, considerato uno dei più moderati e pragmatici parlamentari del Likud e un rivale di Netanyahu, dei membri del partito HaBayit HaYehudi e del partito di centro destra Kulanu.

Nell’introduzione della sua legge Kish ha scritto: “Il concetto di Gerusalemme come ‘eterna capitale’ di Israele è diventato sfumato, ha perso il suo valore simbolico.” Kish aggiunge che invece la questione della posizione di Gerusalemme è centrata su questioni demografiche e sulla determinazione dei palestinesi a controllare Gerusalemme ed i suoi luoghi santi. “Viene pertanto proposto che le comunità [ebraiche, ndt.] che circondano Gerusalemme siano annesse alla capitale. Ciò incrementerà la popolazione [ebraica, ndt.], consentirà di preservare l’equilibrio demografico e aggiungerà terre per la costruzione di case, zone commerci e turismo, conservando aree verdi.”

Come detto, il comitato ministeriale per le proposte di legge avrebbe dovuto approvare la legge il 29 ottobre e inviarla alla Knesset, dove probabilmente sarebbe passata con una larga maggioranza alla prima lettura. Ci sono pochi problemi più condivisi nel discorso pubblico israeliano, per non parlare della Knesset, che preservare una maggioranza ebraica a Gerusalemme. Tuttavia, dodici ore prima che i ministri si riunissero, l’ufficio del primo ministro ha annunciato che il voto sulla proposta di legge era posticipato a tempo indefinito. Il primo ministro aveva bloccato la sua presentazione.

Ci sono state pressioni americane, è chiaro,” ha detto a Al-Monitor una fonte anonima palestinese nella città cisgiordana di Ramallah. Quando i palestinesi hanno sentito che Netanyahu stava per portare avanti la “legge dell’annessione”, ha affermato la fonte, hanno inviato un messaggio a Jason Greenblatt, inviato per il Medio Oriente del presidente Donald Trump. Gli hanno detto che la mossa sancisce la fine di ogni possibile iniziativa diplomatica con Israele.

La reazione ufficiale palestinese è stata stranamente silenziosa. L’unica dirigente palestinese importante che ha espresso pubblicamente rabbia e condanna è stata Hanan Ashrawi, membro del Consiglio Esecutivo dell’OLP [Organizzazione per la Liberazione della Palestina, principale organizzazione politica palestinese, ndt.]. “E’ un fatto indiscutibile che ogni colonia è un crimine di guerra in base allo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale e una diretta violazione delle leggi e convenzioni internazionali, compresa la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU 2334,” ha affermato nella sua dichiarazione. Tuttavia neppure il portavoce del presidente palestinese Mahmoud Abbas si è espresso contro la legge, salvo che per dare una risposta laconica quando gli è stato chiesto in proposito dai mezzi di comunicazione palestinesi.

La fonte palestinese ha detto ad Al-Monitor che gli americani hanno chiesto ai palestinesi di mantenere un basso profilo per consentire a Netanyahu di ritirare la legge, affermando che la diplomazia silenziosa era l’unico modo per raggiungere il risultato desiderato. Gli americani avevano ragione. La velocità con cui Greenblatt e il suo entourage hanno agito nei confronti di Netanyahu ha messo in chiaro ai palestinesi quanto l’amministrazione USA sia seria riguardo ai progressi dell’iniziativa di pace israelo-palestinese e ancor più quanto Netanyahu sia ansioso di evitare di irritare l’amministrazione Trump.

In quanto persona così preoccupata della sua immagine di guardiano di Gerusalemme, ci si sarebbe aspettati che Netanyahu ignorasse le ammonizioni americane e gli dicesse che il problema è una questione interna israeliana che riguarda confini municipali e che non costituisce in alcun modo una dichiarazione di sovranità su parti della Cisgiordania. Invece nell’incontro settimanale del Consiglio dei ministri egli ha detto ai suoi ministri che gli americani “volevano comprendere l’essenza della legge. Poiché ci siamo coordinati con loro fino ad ora, conviene (continuare a) parlare e coordinarci con loro. Stiamo lavorando per avanzare e sviluppare l’impresa di colonizzazione e non per promuovere altre considerazioni.”

Shlomi Eldar è un editorialista per “Israel Pulse” di Al-Monitor [Pulsazioni di Israele, sezione dedicata ad Israele del sito informativo con sede a Washington, ndt.]. Negli ultimi 20 anni si è occupato dell’Autorità Nazionale Palestinese e soprattutto della Striscia di Gaza per i canali israeliani 1 e 10, informando sulla comparsa di Hamas. Nel 2007 per questo lavoro ha ottenuto il premio Sokolov, il più importante riconoscimento israeliano per i media.

(Traduzione di Amedeo Rossi)

 




Da Motorola ad Ahava: La lista nera dell’ONU delle imprese che svolgono attività economiche nelle colonie israeliane.

Haaretz – 26 ottobre 2017

La lista nera di 25 imprese delle colonie pubblicata da un giornale israeliano comprende le Industrie Aerospaziali Israeliane (IAI), giganti delle telecomunicazioni, imprese tecnologiche internazionali, banche e persino [aziende] del caffè.

Un quotidiano israeliano ha rivelato i nomi di 25 imprese che potrebbero trovarsi su una lista nera delle Nazioni Unite per il fatto di svolgere attività economiche nelle colonie, in Cisgiordania e a Gerusalemme est.

La lista comprende le Israel Aerospace Industries [Industrie Aerospaziali Israeliane], le filiali israeliane di Motorola e di HP, l’impresa dei cosmetici del Mar Morto Ahahava, così come altre aziende, quali l’israeliana Banca Leumi o il fornitore di gas Paz.

In passato “Haaretz” ha scritto che circa 150 imprese in Israele e nel mondo avevano ricevuto dalla Comissione dei diritti umani delle Nazioni Unite una lettera che li metteva in guardia che stavano per essere aggiunte alla banca dati. All’espoca funzionari israeliani e diplomatici occidentali coinvolti nella questione [ne] hanno riferito a Barak Ravid di Haaretz [vedi zeitun.info].

Il funzionario israeliano, che ha chiesto di rimanere anonimo per la delicatezza della questione, ha detto che nella lettera spedita da Zeid Ra’ad Al Hussein [alto commissario ONU per i diritti umani, ndt.] c’era scritto che queste imprese svolgevano attività economiche nei “Territori palestinesi occupati” e si sarebbero così trovate sulla lista nera dell’ONU delle imprese che agiscono in violazione del “diritto nazionale e delle delibere delle Nazioni Unite”.

Il Washington Post ha scritto in agosto che tra le imprese americane che hanno ricevuto la lettera c’erano Caterpillar, Priceline.com, Trip Advisor e Airbnb. Secondo lo stesso rapporto, l’amministrazione Trump sta provando a lavorare con la Commissione dei diritti umani dell’ONU per impedire la pubblicazione della lista.

Giovedì [26], Yedioth Aharonoth [il quotidiano di destra più letto in Israele, ndt] ha rivelato i nomi di 25 di queste imprese israeliane, che si dice facciano parte di una lista parziale ottenuta dal giornale. Le imprese elencate spaziano da industrie della panificazione a istituzioni finanziarie, a imprese che forniscono energia a livello locale a ditte di cosmetici.

1. Ahava
2. Dor Alon
3. Amisragas
4. Angel Bakeries
5. Arison Investments
6. Ashdar
7. Cafe Cafe
8. Clal Industries
9. Cellcom
10. Danya Cebus
11. Electra
12. HP
13. HOT
14. Israel Aerospace Industries
15. Matrix systems
16. Motorola
17. Nesher
18. Partner
19. Paz
20. Rami Levy
21. Remax
22. Shikun & Binui (Housing & Construction Holding Company)
23. Shufersal
24. Bank Leumi
25. Sonol

Il Canale [televisivo] 2 israeliano ha riferito in passato che la lista comprende alcune delle maggiori imprese in Israele quali Teva, Bank Hapoalim, Bezeq, Elbit, Coca-Cola Israel, Africa-Israel, IDB, Egged, Mekorot e Netafim.

Un dipomatico occidentale, che ha chiesto anche lui di rimanere anonimo, ha detto all’epoca a Haaretz che delle 150 imprese, circa 30 erano americane e un certo numero apparteneva a Paesi quali la Germania, la Corea del Sud e la Norvegia. La metà rimanente è composta da imprese israeliane.

Alti funzionari israeliani hanno detto che gli israeliani temono il disinvestimento o una riduzione delle attività economiche imputabile al fatto che la lista nera sta già diventando una realtà. Hanno detto che l’ufficio degli affari strategici del ministero dell’Economia ha già avuto informazioni che alcune imprese che hanno ricevuto la lettera hanno risposto al responsabile della Commissione dei diritti umani che non intendono rinnovare i contratti o siglarne di nuovi in Israele.

Queste imprese semplicemente non possono fare una distinzione tra Israele e le colonie e stanno ponendo fine a tutte le loro attività”, ha detto l’alto funzionario israeliano. “Le imprese straniere non investiranno in qualcosa che puzza di problemi politici, ciò potrebbe aumentare vorticosamente.”

Come parte di un tentativo di sminuire il suo potenziale danno, Israele sta tentando di contattare e avere colloqui con le imprese straniere citate sulla lista, sottolineando che quanto scritto non è vincolante ed è irrilevante. Sta anche prendendo contatto con i governi stranieri, affermando che la lista equivale a sostenere il boicottaggio di Israele.

Funzionari britannici hanno detto giovedì che il Regno Unito si oppone fermamente a questo provvedimento e lo ritiene al di fuori delle competenze della Comissione dei diritti umani. “Gli obblighi in materia di diritti umani riguardano gli Stati e non gli individui o le imprese, che devono intraprendere liberamente le loro relazioni di affari; per questo non abbiamo nessun piano per predisporre un database dello stesso tipo. In fin dei conti è la decisione del singolo o di un’impresa se operare nei territori occupati palestinesi. Il governo britannico non incoraggia e non offre aiuto a una simile attività” hanno detto.

A marzo del 2017, la Comissione dei diritti umani a Ginevra ha votato una risoluzione presentata dall’Autorità Palestinese e dai Paesi arabi, secondo la quale la Comissione avrebbe creato un database delle imprese israeliane e internazionali che svolgono direttamente o indirettamente attività economica in Cisgiordania, a Gerusalemme Est o sulle Alture del Golan. La decisione è stata approvata nonostante le forti pressioni degli Stati Uniti per ammorbidire il testo della risoluzione. Anche un tentativo del Regno Unito e dell’Europa di accordarsi con i palestinesi per far cadere la clausola della risoluzione che istituiva la lista nera in cambio dell’appoggio dei Paesi europei agli altri articoli, è fallito.

Barak Ravid ha contribuito agli antefatti di questo articolo.

(traduzione di Carlo Tagliacozzo)

 




Il Kansas non mi permette di formare insegnanti di matematica perché boicotto Israele

Esther Koontz

12 Ottobre 2017,

ACLU [American Civil Liberties Union, organizzazione USA che difende i diritti civili e le libertà individuali negli USA]

Faccio parte della Chiesa mennonita [confessione cristiana che discende dagli anabattisti olandesi, ndt.]. Sono anche stata un’insegnante di matematica per quasi un decennio. A causa delle mie opinioni politiche lo Stato del Kansas ha deciso che non posso contribuire alla formazione di altri insegnanti di matematica.

La scorsa primavera sono stata scelta per partecipare ad un progetto che forma insegnanti di matematica nelle scuole pubbliche in tutto il Kansas. In maggio, dopo aver terminato un corso di formazione di due giorni, ero pronta ad assumere l’incarico.

Ma in giugno il Kansas ha approvato una legge che chiede ad ogni singola persona o impresa che intendano concludere un contratto di appalto con lo Stato di non essere impegnate nel boicottaggio di Israele. Questa legge mi colpisce personalmente. Come membro della Chiesa mennonita degli USA e come persona preoccupata dei diritti umani di qualunque popolo – e soprattutto della continua violazione dei diritti umani dei palestinesi in Israele e in Palestina – ho scelto di boicottare beni di consumo prodotti da imprese israeliane e internazionali che traggono profitto dalla violazione dei diritti dei palestinesi.

Mi sono occupata per la prima volta della situazione in Israele e Palestina quando ho visitato la regione all’inizio degli anni 2000, mentre svolgevo un incarico di tre anni con la Comissione Centrale mennonita in Egitto. Questo interesse si è accresciuto lo scorso autunno, quando la nostra Chiesa ha ospitato una serie di seminari settimanali tenuti da un membro della nostra congregazione. Ci ha parlato del suo viaggio in Israele e Palestina su invito di un gruppo di cristiani palestinesi. E ci ha mostrato conferenze in video di organizzazioni non governative, sostenitori dei diritti dei bambini ed ex-soldati israeliani sul trattamento dei palestinesi da parte del governo israeliano.

Alla fine degli otto incontri abbiamo parlato di come il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni possano contribuire a mettere fine all’occupazione del governo israeliano, nello stesso modo in cui queste tattiche hanno aiutato a smantellare l’apartheid in Sudafrica. Ho lasciato l’incontro con la convinzione di dover fare la mia parte per appoggiare la lotta palestinese per l’uguaglianza, anche se questo dovesse solo significare non comprare l’hummus “Sabra” [crema di ceci tipica del Medio oriente, prodotto da questa ditta israeliana, che prende il nome dai primi sionisti insediatisi in Palestina, ndt.] o un apparecchio della SodaStream [impresa israeliana specializzata nella produzione di sistemi di filtraggio e potabilizzazione dell’acqua, ndt.].

Poi il 6 luglio 2017 la Chiesa mennonita USA ha approvato a stragrande maggioranza una risoluzione che invoca la pace in Israele e in Palestina. Ha chiesto ai mennoniti “di fare passi concreti e specifici per risolvere” l’”ingiustizia e la violenza” che sia i palestinesi che gli ebrei hanno subito. E ci invita “a evitare l’acquisto di beni associati ad azioni violente o politiche di occupazione militare, compresi quelli prodotti nelle colonie.” Questa risoluzione ha rafforzato la mia decisione di partecipare al boicottaggio.

Pochi giorni dopo ho ricevuto una mail da una funzionaria del Dipartimento dell’educazione dello Stato del Kansas. Diceva che, per partecipare al progetto di formazione in matematica dello Stato, avrei dovuto firmare un attestato in cui affermavo di non boicottare Israele. In particolare avrei dovuto sottoscrivere la seguente dichiarazione:

In quanto individuo o fornitore che inizia un contratto con lo Stato del Kansas, con la presente si certifica che l’individuo o l’impresa citata di seguito non sono attualmente impegnati in un boicottaggio di Israele.”

Ero sbalordita. Pare assurdo che la mia decisione di partecipare ad un boicottaggio politico possa avere un qualche effetto sulla mia possibilità di lavorare per lo Stato del Kansas.

Dopo aver aspettato per alcune settimane ed aver preso in considerazione le alternative a mia disposizione, ho risposto con una mail ed ho detto al funzionario che non potevo firmare il certificato per una questione di coscienza. Avrei potuto ancora partecipare al programma di formazione dello Stato? Mi ha risposto che, sfortunatamente, non avrei potuto. Avrei dovuto firmare la dichiarazione per essere pagata.

Sto sfidando questa legge perché credo che il Primo Emendamento [della Costituzione USA, ndt.] protegga il mio diritto, ed il diritto di ogni americano, a prendere delle decisioni come consumatore in base alle mie convinzioni politiche. Non c’è bisogno di condividere le mie opinioni o essere d’accordo con le mie decisioni per comprendere che questa legge viola la mia libertà di parola. Lo Stato non dovrebbe dire alle persone quali cause possano o non possano appoggiare.

Sono anche dispiaciuta di non poter essere una formatrice in matematica per lo Stato del Kansas a causa delle mie opinioni politiche sui diritti umani nel mondo. Le due cose sembrano assolutamente slegate e non in rapporto tra loro. Il mio attivismo a favore della libertà per tutti, israeliani e palestinesi, non dovrebbe incidere sulla mia capacità di formare insegnanti di matematica. Spero che questa legge sia riconosciuta come una violazione della Costituzione.

Esther Koontz è una formatrice alla scuola “Horace Mann Dual Language Magnet” di Wichita, Kansas, è membro della Chiesa mennonita degli USA. Le opinioni espresse in questo messaggio sono dell’autrice: l’ACLU non prende posizione sul boicottaggio di Israele.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




L’eroe sionista progressista Barak si vanta che la sinistra israeliana ha “liberato” i territori occupati per gli ebrei

Jonathan Ofir

 30 settembre 2017, Mondoweiss

Questa settimana l’ex-primo ministro israeliano ‘di sinistra’ Ehud Barak ha seriamente vuotato il sacco riguardo all’occupazione del 1967 da parte di Israele, esprimendo in termini non ambigui che non si tratta di una questione esclusivamente della destra, come i suoi critici spesso amano dire. Barak ha dimostrato che è qualcosa di cui la “sinistra” è integralmente partecipe. E lo abbiamo sentito dalla bocca del diretto interessato – il diretto interessato chiamato ‘fulmine’ (in ebraico ‘Barak’ vuol dire fulmine).

Nel suo articolo su Haaretz, Barak ha lamentato il fatto che nella recente manifestazione che ha festeggiato i 50 anni dell’occupazione (pubblicizzata con lo slogan “Siamo tornati a casa”), non ci fossero abbastanza esponenti di ‘sinistra’. Barak ha detto che non c’era una rappresentanza sufficientemente nazionale: “Una cerimonia nazionale avrebbe sottolineato quello su cui siamo d’accordo e che ci unisce, piuttosto che quello che ci divide e separa,” ha scritto.

Sì, Barak sente che la ‘sinistra’ è esclusa, e non le viene riconosciuto a sufficienza il merito per la sua parte nell’occupazione e nel progetto di colonizzazione!

Una commemorazione nazionale avrebbe dovuto sottolineare che le persone che hanno costruito l’esercito israeliano e guidato la guerra per la liberazione di quelle parti della terra erano Yitzhak Rabin, Haim Bar-Lev, Motta Gur ed altri (che in seguito si rivelarono essere ‘di sinistra’, dio ce ne scampi), e che il partito che consolidò e guidò l’impresa di colonizzazione per un decennio, soprattutto in base a considerazioni relative alla sicurezza, furono l’odiato ‘Allineamento’ [significato della parola ebraica “Maarakh”, nome della coalizione israeliana di centro sinistra al potere in Israele dal 1969 al 1991, ndt.], il precursore del partito Laburista,” ha scritto.

Ah! L’ironia non potrebbe essere maggiore. Barak, nel suo patetico tentativo di giocare un ruolo centrale in qualunque cosa sia “nazionale”, in realtà finisce per sentirsi escluso, in quanto ‘di sinistra’, dai festeggiamenti. Nel suo sproloquio finisce per confermare che non c’è una reale differenza tra destra e sinistra sioniste – né storicamente, né nell’attualità.

Ciò è quello che il giornalista di “Haaretz” Gideon Levy sta sottolineando ormai da un po’ di tempo, e la sua risposta è arrivata il giorno dopo con l’articolo intitolato “Quale opposizione? Ehud Barak si adegua a Netanyahu ed ai coloni”, sottotitolato “Il valoroso ‘campo della pace’ di Israele è orgoglioso del numero di colonie che ha costruito, un tasso di costruzione all’anno che Netanyahu potrebbe solo sognarsi.”

Levy nota come Barak stia utilizzando lo stesso linguaggio degli estremisti di destra del governo, con frasi come “noi siamo orgogliosi del nostro ruolo nel ritorno in ogni parte della terra e nell’ impresa di colonizzazione che è indispensabile alla nostra sicurezza”, e Levy conclude che “questo è il segno distintivo di sinistra del partito Laburista, praticamente l’unica opposizione che Netanyahu abbia. Eppure è dubbio che Netanyahu si esprimerebbe in modo diverso.”

Di certo, come conclude Levy, l’articolo di Barak è “sorprendente” e dovrebbe essere ricordato e sottolineato in futuro come il vero volto della sinistra israeliana senza maschera. Barak nel suo articolo entra in dettagli per suggerire quali oratori avrebbero potuto essere scelti per rappresentare la ‘sinistra’:

Una commemorazione nazionale avrebbe dovuto includere sul palco il generale (della riserva) Elad Peled, un uomo che ha liberato Safed all’età di 21 anni, come capo di un’unità del Palmach [brigata d’elite facente parte dell’Haganah, milizia sionista durante il mandato britannico, ndtr.], e poi ha liberato tutta la Samaria [zona settentrionale della Cisgiordania nella denominazione ebraica, ndt.] all’età di 40, come capo della 36ima divisione,” scrive.

Ha liberato tutta la Samaria” – è chiaro?

Barak continua suggerendo persone come Dalia Rabin, la figlia del “capo di stato maggiore dell’esercito israeliano che ha presieduto alla vittoria”, Isaac Herzog, “leader dell’opposizione e figlio dell’ex capo dell’intelligence militare ed ex presidente Chaim Herzog, che dissipò i timori dell’opinione pubblica prima e durante la guerra con apparizioni in televisione – all’epoca un nuovissimo mezzo di comunicazione – e ricoprì il ruolo di primo governatore di Gerusalemme unificata,” così come Hila Elazar- Cohen, “la figlia maggiore del generale David Elazar, che pretese l’attacco e la conquista delle Alture del Golan fin dal primo giorno di guerra, e lo guidò dal quarto.”

Barak poi plaude al “Piano Allon”, proposto dal dirigente di sinistra Yigal Allon in seguito alla guerra del 1967 per conservare grandi parti della Cisgiordania e colonizzarle:

Una cerimonia statale avrebbe profuso elogi alla lungimiranza del “Piano Allon” e alla logica interna della fondazione di blocchi di colonie, di costruire quartieri ebraici a Gerusalemme est e di stabilire colonie lungo il fiume Giordano –una dimensione imposta da una seria prospettiva per la sicurezza e condivisa da tutti gli strati della società,” scrive.

Barak ha assolutamente ragione – il progetto di occupazione e di colonizzazione non è cosa che sia successa solo a causa di qualche colono messianico di destra – è stato un progetto premeditato in cui la destra e la sinistra sono state coinvolte fin dall’inizio.

La differenza tra Barak e i coloni di destra è piuttosto cavillosa a questo riguardo – riguarda le colonie isolate che non si trovano nei ‘blocchi di colonie’, che Barak vede come non utili per la sicurezza, ma che esistono piuttosto solo per rispettare il comandamento religioso di ‘colonizzare la terra’. Barak pensa che quello che realmente unirebbe tutti gli israeliani, piuttosto che separarli, sarebbe “innanzitutto la sicurezza, la convinzione che l’unità del popolo ha la precedenza sull’unità della terra, ed i valori della “Dichiarazione di indipendenza” – al contrario di “un progetto reazionario, nazionalista, macchiato di messianismo che minaccia tutto il nostro futuro.”

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Barak è un uomo di molti miti, ed ha avuto un ruolo centrale nella creazione di parecchi di essi. Ha uno status mitologico in quanto militare più decorato di Israele, noto come il “signor Sicurezza”, un uomo che venera la ‘sicurezza’ come se fosse un dio. Ha anche creato il mito dell’’offerta generosa’ che avrebbe fatto nel 2000 ad Arafat – un’offerta che era essenzialmente equivalente a bantustan [zone destinate ai neri nel Sudafrica dell’apartheid, ndt.]. Al contempo ha creato il mito correlato che, poiché Arafat ha rifiutato questa ‘offerta generosa’, ciò era la prova che “non c’era nessun interlocutore”.

La nozione di ‘sicurezza’ di Barak è quella classica sionista quando si tratta di palestinesi – controllo, ‘autonomia’, accerchiamento e, cosa più importante, separazione. Separazione oggi è la parola d’ordine della sinistra israeliana, e molti dimenticano che apartheid significa ‘separazione’. Il risultato concreto dei bantustan e della ‘separazione’, come la mette in pratica Israele, è l’apartheid, e lo abbiamo visto per moltissimi decenni. Tutto quello che Barak vuole è conservare la capacità di nasconderlo meglio e quei coloni ‘messianici’ di destra stanno fuorviando la richiesta di ‘sicurezza’.

Ma la richiesta di ‘sicurezza’ di Barak è fuorviata anche dalla sua stessa gente. Il suo stesso ministro degli Esteri nel 1999-2001, Shlomo Ben-Ami, chiama ‘mitica’ la richiesta di sicurezza nella valle del Giordano. Eppure i dirigenti di sinistra confermano la volontà di Barak di ‘legittimare’ i ‘blocchi di colonie’, che è la ragione per cui il leader della sinistra Isaac Herzog si è lamentato della risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU dello scorso anno, che ha condannato tutte le colonie (comprese quelle di Gerusalemme est) come “flagranti violazioni” delle leggi internazionali. Herzog era arrabbiato per il danno che questo ha causato ai “blocchi di colonie” – il danno fatto alla loro legittimità.

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Dopo tutto quello che è stato detto e fatto, l’unica differenza tra Barak ‘di sinistra’ e i coloni ‘messianici’ è che egli cerca di mettersi al servizio della vera religione di Stato di Israele – il sionismo – in base alla nozione più laica di ‘sicurezza’, mentre i coloni più di destra sono più interessati alle questioni della promessa divina.

In fin dei conti il “ritorno ad ogni parte della terra” di Barak non è poi così diverso dallo slogan ufficiale della cerimonia: “Siamo tornati a casa”. Il suo “liberata tutta la Samaria” non è poi così diverso dal “questa terra è nostra, tutta è nostra” dell’alta diplomatica israeliana Tzipi Hotoveli [vice-ministra degli Esteri e deputata del Likud, ndt.]. A volte succede che i principali dirigenti della sicurezza di Israele sputino il rospo in questo modo. Uno dei più rappresentativi uomini della sicurezza di Israele, Moshe Dayan, lo ha fatto parecchie volte. Una delle sue ammissioni più gravi è stata sulla guerra del 1967 e sulla fase preparatoria ad essa, che aveva più a che fare con le scaramucce con la Siria sul confine del Golan e nelle zone smilitarizzate. Nel 1976 disse al generale Israel Tal che i siriani il quarto giorno non erano “una minaccia per noi”, e spiegò come avvenne la maggioranza delle schermaglie:

So come iniziò là almeno l’80% degli scontri. Secondo me, più dell’80%, ma parliamo di circa l’80%. Successe così: mandavamo un trattore per arare una certa zona dove non si poteva fare niente, nell’area smilitarizzata, e sapevamo in anticipo che i siriani avrebbero iniziato a sparare. Se non sparavano, avremmo detto al trattore di andare ancora più avanti, finché i siriani si sarebbero infastiditi e avrebbero sparato. E allora avremmo utilizzato l’artiglieria e poi anche le forze aeree, e fu così che andò,” disse Dayan (come documentato da Serge Schmemann sul New York Times nel 1997).

Dayan spiegò anche a Tal che la vera ragione che stava dietro le provocazioni e la successiva conquista era in realtà solo l’avidità – l’avidità di terra:

Là gli abitanti dei kibbutz vedevano terra buona per l’agricoltura,” disse. “E bisogna ricordare che quello era un periodo in cui la terra agricola era considerata la cosa più importante e di valore.”

Tal si stava chiedendo se là non ci fosse veramente un problema di ‘sicurezza’. “Quindi tutto quello che volevano gli abitanti dei kibbutz era la terra?” chiese.

Dayan, pur confermando che naturalmente loro “volevano levarsi di torno i siriani”, tuttavia disse:

Le posso dire con assoluta sicurezza: la delegazione che andò a convincere Eshkol [all’epoca primo ministro israeliano, ndt.] di conquistare le Alture non stava pensando a queste cose. Stava pensando alla terra delle Alture. Senta, anch’io sono un coltivatore. Dopo tutto sono di Nahalal, non di Tel Aviv, e ne so qualcosa. Li vidi e parlai con loro. Non cercarono neanche di nascondere la loro avidità per quella terra.”

Come documentato in “1967” di Tom Segev, p. 388, la delegazione che descrive Dayan era stata inviata su ordine del generale David Elazar, capo del comando settentrionale al tempo della conquista. È lo stesso generale che Barak suggerisce che avrebbe dovuto essere rappresentato dalla sua figlia maggiore.

Barak può continuare a rimproverare quelli di destra perché sono troppo fanatici sulla questione della terra, ma lui è in realtà altrettanto avido di essa. Sta solo nascondendo l’avidità con la ‘sicurezza’, ed è quello che i sionisti hanno fatto da sempre.

Jonathan Ofir

  • Musicista, direttore d’orchestra, scrittore/blogger israeliano residente in Danimarca.

(traduzione di Amedeo Rossi)




L’ambasciatore di Trump in Israele esce dai ranghi

Maureen Clare Murphy

29 settembre 2017,Electronic Intifada

Qual’è la politica di Donald Trump riguardo ad Israele e i palestinesi? Nessuno all’interno dell’amministrazione del presidente sembra in grado di dirlo.

In un’intervista ad un sito di informazioni israeliano, David Friedman, ambasciatore di Trump a Tel Aviv, ha avanzato ipotesi in contraddizione con decenni di politica statunitense e con le posizioni sostenute dall’amministrazione.

La risposta del Dipartimento di Stato ai suoi commenti dà ulteriormente l’impressione di una politica estera in totale confusione.

Alla domanda sulle colonie israeliane nella Cisgiordania occupata, Friedman ha risposto a ‘Walla! News’[portale di notizie israeliano legato al gruppo editoriale di Haaretz, ndt.]:

Penso che le colonie siano parte di Israele. Penso che ci si aspettasse questo quando fu adottata la risoluzione 242 nel 1967.”

Friedman, a lungo avvocato fallimentare di Trump, si riferiva ad una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che, di fatto, sottolinea “l’inammissibilità dell’acquisizione di territori con la guerra” e chiede il ritiro di Israele dal territorio occupato nella guerra del 1967.

L’interpretazione di Friedman contraddice direttamente diverse successive risoluzioni che riaffermano esplicitamente l’illegalità delle colonie israeliane in Cisgiordania.

Il trasferimento da parte di Israele della sua popolazione civile in un territorio che occupa è una violazione della Quarta Convenzione di Ginevra e quindi è un crimine di guerra.

Friedman, tra l’altro, è un importante finanziatore di una di quelle colonie.

Cambiamento radicale

L’ambasciatore ha minimizzato l’importanza delle colonie, affermando: “Voglio dire, stanno semplicemente occupando il 2% della Cisgiordania.”

Era totalmente fuori strada.

La realtà è che Israele dispone di un massiccio sistema di colonie da insediamento in tutta la Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est. Più della metà della Cisgiordania è stata confiscata per le colonie o interdetta in altro modo ai palestinesi.

Per decenni la politica USA è stata di considerare le colonie come un ostacolo ad uno Stato palestinese indipendente in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. E lo scorso dicembre gli USA hanno permesso che il Consiglio di Sicurezza approvasse una risoluzione che riaffermava l’illegalità di tutte le colonie.

Ma l’opposizione a parole degli Stati Uniti alle colonie non ha mai coinciso con i fatti: le diverse amministrazioni hanno continuato a staccare assegni in bianco ad Israele, mentre gli insediamenti continuavano ad espandersi. I commenti di Friedman rappresentano un cambiamento radicale di quella politica, per quanto inefficace possa essere stata.

Alla domanda di ‘Walla!’ se sarebbe mai arrivato a pronunciare forte e chiaro le parole “soluzione dei due Stati”, Friedman ha detto che l’espressione ha perso ogni significato perché “significa cose differenti per gente diversa.”

Quanto al significato che ha per lui, ha glissato. “Non ha significato, non ho certezze. Per quanto mi riguarda, non mi interessano le etichette, mi interessano le soluzioni”, ha detto.

E’ uscito dai ranghi?”

Nella conferenza stampa di giovedì la portavoce del Dipartimento di Stato Heather Nauert ha faticosamente cercato di riconciliare quanto detto da Friedman con la politica dell’amministrazione che rappresenta.

Le sue affermazioni – e intendo essere estremamente chiara su questo punto – non devono essere lette come un modo per pregiudicare l’esito di qualunque negoziato che gli Stati Uniti possano avere con israeliani e palestinesi. Non devono neanche segnalare un mutamento nella politica USA”, afferma Nauer.

E’ uscito dai ranghi?”, chiede un giornalista.

E’ almeno la seconda volta che da questa tribuna lei ha dovuto in qualche modo smentire le notazioni dell’ambasciatore Friedman, quando ha tirato fuori la ‘presunta occupazione’”, dice un altro giornalista, riferendosi ad un recente commento di Friedman al giornale di destra Jerusalem Post, in cui insinuava che gli Stati Uniti non considerano Cisgiordania e Gaza occupate da Israele.

E aggiunge: “Anche se non si tratta di un cambio di posizione, la sensazione che l’ambasciatore in Israele sia di parte relativamente a questo conflitto sta creando problemi agli USA?”.

Abbiamo alcuni dirigenti e rappresentanti del governo USA molto efficienti, compresi Jason Greenblatt e Mr. Kushner, che dedicano un’enorme quantità di tempo alla regione”, risponde Nauert, riferendosi a due dei consiglieri di Trump.

Il giornalista dell’Associated Press Matt Lee sottolinea che “il problema nasce dal fatto che Friedman è l’ambasciatore confermato dal Senato. Né Greenblatt né Kushner lo sono…

Si presume che gli ambasciatori in qualunque Paese parlino in nome e con l’autorità del presidente degli Stati Uniti. Non pensa che questo generi confusione?”

Ambasciatore di chi?

Bella domanda. Durante l’intervista Friedman si è comportato come se fosse l’ambasciatore di Israele negli USA, invece che l’ambasciatore degli USA in Israele.

Ha ribadito che l’amministrazione Trump trasferirà l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme – un’altra rottura rispetto a decenni di politica statunitense e consenso internazionale. Si trattava di una promessa fatta durante la campagna elettorale di Trump, ma su cui poi egli ha fatto marcia indietro, una volta entrato in carica.

Alla domanda se l’ambasciata verrà trasferita nel corso della presidenza Trump, Friedman ha risposto: “Sicuramente lo spero. Questo era uno degli impegni del presidente e lui è un uomo che mantiene la parola…La questione non è se, ma quando.”

Friedman ha affermato che un accordo di pace potrebbe essere raggiunto entro alcuni mesi, ma che non avrebbe fornito alcun dettaglio sui criteri dei presunti negoziati di pace.

Riguardo alla sfiducia da parte palestinese a causa dei suoi finanziamenti alle colonie, l’ambasciatore si è vantato di aver incontrato Majid Faraj, il capo della polizia segreta del leader dell’ANP Mahmoud Abbas, ed il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat.

Penso che comprendano il mio punto di vista,” ha detto Friedman, aggiungendo: “Non credo sia un problema di diffidenza, credo che abbiano avuto a che fare in precedenza con persone che hanno quelle idee.”

Benché dica che è Trump che prende le decisioni nella sua cerchia ristretta, il riferimento di Friedman al “mio punto di vista” suggerisce che l’ambasciatore stia lavorando a briglia sciolta. Ma si comporta ancora come avvocato di Trump.

Sulla questione posta da Walla! circa la molto criticata difesa da parte di Trump di una mobilitazione di nazionalisti bianchi a Charlottesville il mese scorso, che ha causato la morte di una contro-manifestante, Friedman ha detto: “Non ho dubbi che lui non sia minimamente in nessun modo ed in nessuna forma, razzista, misogino, antisemita, omofobo, o qualunque altro aggettivo possiate inventare. Quello non è lui.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 

 




L’ONU invia una lettera di avvertimento a 150 imprese perché fanno affari nelle colonie israeliane

Barak Ravid,

28 settembre 2017, Haaretz

Fonti ufficiali israeliane affermano che alcune delle aziende hanno risposto al commissario ONU per i diritti umani dicendo di non aver intenzione di rinnovare i loro contratti in Israele.

Importanti funzionari israeliani e diplomatici stranieri coinvolti nella questione hanno detto ad Haaretz che da due settimane il commissario ONU per i diritti umani ha iniziato ad inviare lettere a 150 imprese in Israele e in tutto il resto del mondo, mettendole in guardia sul fatto che stanno per essere incluse in un elenco di aziende che fanno affari nelle colonie israeliane in Cisgiordania e a Gerusalemme est.

La fonte ufficiale israeliana, che ha chiesto di rimanere anonima data la delicatezza della questione, ha sottolineato che le lettere, inviate da Zeid Ra’ad Al Hussein, affermano che queste aziende stanno facendo affari nei “territori palestinesi occupati” e quindi potrebbero trovarsi sulla lista nera dell’ONU delle imprese che violano “le leggi internazionali e le decisioni dell’ONU”. Le lettere, copie delle quali sono arrivate anche al governo israeliano, chiedono che queste imprese inviino alla commissione spiegazioni sulle loro attività economiche nelle colonie.

Un diplomatico occidentale, che ha chiesto l’anonimato, ha sottolineato che, delle 150 aziende, circa 30 sono statunitensi e un certo numero hanno sede in Paesi come la Germania, la Corea del Sud e la Norvegia. L’altra metà sono imprese israeliane.

Il “Washington Post” in agosto ha informato che tra le imprese americane che hanno ricevuto la lettera ci sono Caterpillar, Priceline.com, TripAdvisor e Airbnb. Secondo lo stesso articolo, l’amministrazione Trump sta tentando di lavorare con la commissione ONU sui diritti umani per evitare che la lista venga pubblicata. Due settimane fa il Canale 2 israeliano ha informato che la lista include alcune delle maggiori compagnie israeliane, come Teva, Bank Hapoalim, Bank Leumi, Bezeq, Elbit, Coca-Cola Israel, Africa-Israel, IDB, Egged, Mekorot e Netafim.

Importanti funzionari israeliani affermano che il timore israeliano di disinvestimenti o riduzione degli affari dovuti alla lista nera sta già diventando una realtà. Sostengono che l’ufficio del ministero dell’Economia per gli affari strategici ha già ricevuto informazioni che numerose imprese che hanno ricevuto le lettere hanno risposto al commissario per i diritti umani dicendo di non aver intenzione di rinnovare contratti o di firmarne di nuovi in Israele.

Queste aziende non possono semplicemente fare una distinzione tra Israele e le colonie e stanno ponendo fine a tutte le loro attività,” ha affermato l’importante funzionario israeliano. “Compagnie straniere non investiranno in qualcosa che puzza di problemi politici – ciò potrebbe determinare una valanga.”

Un comitato interministeriale che comprende i ministeri degli Affari Esteri, degli Affari Strategici, della Giustizia e dell’Economia sta ancora lavorando per cercare di evitare la pubblicazione della lista. Tuttavia la valutazione tra la maggioranza di quanti sono coinvolti nei tentativi del governo è che sia inevitabile e che probabilmente la lista verrà resa pubblica entro la fine di dicembre.

Come parte del tentativo di minimizzare il danno potenziale, Israele sta tentando di contattare e dialogare con le imprese straniere citate nella lista, sottolineando che essa non è vincolante ed è senza importanza. Ha anche detto loro che sta contattando governi stranieri per informarli che utilizzare la lista equivale a collaborare con un boicottaggio di Israele.

Nel marzo 2017 la commissione per i diritti umani di Ginevra ha votato per una risoluzione promossa dall’Autorità Nazionale Palestinese e dai Paesi arabi in base alla quale la commissione avrebbe stilato un elenco di imprese israeliane e internazionali che fanno affari direttamente o indirettamente in Cisgiordania, a Gerusalemme est o sulle Alture del Golan. La decisione è stata approvata nonostante le massicce pressioni degli USA per ammorbidire il testo della risoluzione.

E’ fallito anche un tentativo da parte dell’UE di raggiungere un accordo con i palestinesi per ritirare il punto della risoluzione che prevede la stesura di una lista nera, in cambio dell’appoggio delle Nazioni europee al resto delle sue clausole.

(traduzione di Amedeo Rossi)