Le ragioni per cui l’attaccante palestinese a Gerusalemme non è stato scoraggiato.

Amira Hass | 9 gennaio, 2017 |Haaretz

Fadi al-Qanbar conosceva tutte le conseguenze della sua azione, le ha viste molte volte prima, ma i palestinesi considerano le ritorsioni israeliane come parte naturale di una politica complessiva nei loro confronti, non come una reazione.

Che Fadi-al-Qanbar abbia programmato l’attacco di domenica con il camion a Gerusalemme oppure che si sia trattato di una decisione presa d’impulso, sapeva benissimo quale punizione collettiva era in serbo per la sua famiglia.

Sapeva che il suo corpo non sarebbe stato restituito alla famiglia per la sepoltura – un atto particolarmente umiliante e doloroso. Sapeva che i suoi parenti sarebbero stati immediatamente arrestati e picchiati durante la detenzione. Che alcuni avrebbero potuto essere cacciati dal lavoro che hanno a Gerusalemme Ovest .Che le parenti prive di una carta d’identità israeliana sposate a residenti di Gerusalemme si sarebbero trovate espulse dalle loro case e separate dai loro figli. La sua famiglia sarebbe stata perseguitata dalla polizia e dalle autorità dello Stato, sapeva queste cose da mesi, e forse da anni, che la casa della famiglia sarebbe stata demolita. Tutte queste cose sono successe ad altri aggressori palestinesi di Gerusalemme Est.

Nel solo quartiere di Jabal Mukkaber, negli ultimi sei mesi del 2015 Israele ha demolito tre case e sigillato altre due. Tutte appartenevano a famiglie di terroristi. “Sigillare” significa versare cemento nell’appartamento fino a pochi centimetri dal soffitto.

Secondo Hamoked – il Centro per la Difesa degli Individui –, tra il luglio del 2014 e la fine di dicembre del 2016 Israele ha demolito 35 case palestinesi e ne ha sigillate altre sette; di queste sei e quattro rispettivamente erano a Gerusalemme Est.

Il fatto che i genitori, i figli, i nonni, i nipoti e le nipoti che hanno perso le loro case e che non avevano niente a che fare con l’attacco è irrilevante. Israele e i giudici della Suprema Corte considerano le demolizioni come una punizione legittima e un efficace strumento di deterrenza nei confronti di coloro che pensano di compiere un attacco terroristico.

Inoltre, Qanbar sicuramente sapeva che i suoi figli non soltanto avrebbero sofferto della perdita del padre ma che sarebbero diventati o violenti o isolati, e che, se in età scolare, i loro risultati scolastici ne avrebbero sofferto come anche la loro salute. Ma non è stato scoraggiato.

Il fallimento della deterrenza

Gli analisti e i politici nel caso di Qanbar hanno trovato ogni genere di ragioni del fallimento della deterrenza: lo Stato islamico; un attacco dovuto all’emulazione; l’essere stato un ex detenuto ( un’ apparentemente falsa rivendicazione fatta da Hamas che Israele si è affrettata a fare propria) e un incitamento dell’Autorità palestinese riguardante il possibile spostamento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme. Come al solito le interpretazioni sono fuorvianti e fuori luogo.

Un gruppo di soldati in divisa non è una visione neutrale per qualsiasi palestinese. Quelli sono l’aspetto e la divisa di chi irrompe a decine ogni notte nelle case dei palestinesi, di chi uccide donne e minori ai checkpoint, di chi viene mandato ad attaccare la Striscia di Gaza e di chi accompagna le forze della Amministrazione Civile per demolire le cisterne d’acqua, i gabinetti chimici, le baracche di lamiera e le tende. Il fatto che gli israeliani abbiano cancellato questi avvenimenti dalla loro agenda non significa che non esistano.

Senza dubbio gli israeliani ritengono che senza queste misure di deterrenza il numero degli aggressori palestinesi sarebbe più alto. O al contrario che vi sarebbe una maggiore repressione. I palestinesi, tuttavia, considerano le ritorsioni israeliane come una parte naturale di una politica complessiva nei loro confronti, non come una reazione. Quando Israele non demolisce come misura punitiva , sta demolendo non consentendo di costruire e di svilupparsi. Quando non arresta la gente per attacchi mortali o per averli presumibilmente progettati, Israele arresta bambini per cercare di reprimere la lotta popolare. Con o senza attacchi mortali espande le colonie, strangola l’economia palestinese e pianifica espulsioni forzate dai villaggi e dalle case di Gerusalemme.

Così il motivo per cui questi episodi non organizzati e individuali non si sono trasformati in una più ampia insurrezione non deve essere attribuito all’ intrinseca abilità israeliana di produrre sofferenze sempre maggiori. Per quanto Hamas cerchi di dare pubblicità a questo attacco quale prova che l’Intifada di Gerusalemme non è morta, è chiaro che la gente più in generale non è interessata a ciò. Nonostante la frammentazione sociale e geografica, una dirigenza debole e litigiosa, nel popolo palestinese c’è una maturità politica che è consapevole della inevitabilità dell’insurrezione, ma che si devono aspettare tempi migliori.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Analisi: un colpo di fortuna insperato? La presidenza Trump potrebbe essere un bene per la Palestina

4 gennaio 2017, Maannews
di Ramzy Baroud
Israele ha le vertigini. Il 20 gennaio ci sarà una specie di secondo natale e Donald Trump è un gioviale vecchio Babbo Natale che porterà doni.

Tutto è già scritto, dal momento che il presidente eletto Trump ha nominato, come prossimo ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, un estremista, David Friedman, che ha intenzione di trasferire l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme e appoggia l’espansione delle colonie illegali che hanno già frantumato l’ipotetico stato di Palestina in bantustan di tipo sudafricano.

Quindi deve suonare strano, se non assolutamente provocatorio, insinuare che una presidenza Trump potrebbe essere il colpo di grazia di cui i palestinesi, e di fatto l’intero Medio Oriente, hanno bisogno per liberarsi del peso di una politica estera americana autoritaria, arrogante e futile che è durata per decenni.

Senza dubbio una presidenza Trump è palesemente terribile per i palestinesi nel breve termine. Il personaggio non prova nemmeno a mostrare la minima imparzialità o un’ombra di equilibrio nel suo approccio al più duraturo e delicato conflitto del Medio Oriente.

Secondo il flusso quasi ininterrotto dei suoi tweets, Trump sta contando i giorni fino a quando potrà mostrare ai leaders israeliani quanto filo-israeliana sarà la sua amministrazione. Poco dopo che gli Stati Uniti il 23 dicembre si sono astenuti dal voto sulla Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che ha condannato le illegali colonie israeliane, il presidente eletto ha twittato: “Per quanto riguarda l’ONU, le cose cambieranno dopo il 20 gennaio.”

Trump è di nuovo ricorso a Twitter, poco dopo che John Kerry ha pronunciato un importante discorso politico sul conflitto israelo-palestinese, in cui il segretario di stato ha rimproverato Israele di compromettere la soluzione dei due stati ed ha definito l’attuale governo di Benjamin Netanyahu il più a destra della storia di Israele.

Nella sua replica Trump ha invitato Israele a “tener duro” fino al suo insediamento il 20 gennaio. Anche i leaders israeliani guardano a quella data, quelli del calibro di Naftali Bennett, capo del partito estremista Casa Ebraica, si attendono una ‘riconfigurazione’ delle relazioni tra Israele e Stati Uniti, una volta che Trump sarà presidente.

Inoltre Bennett, che è anche il ministro dell’educazione di Israele, lo scorso novembre ha dichiarato ai giornalisti: “Abbiamo l’opportunità di reimpostare la struttura di tutto il Medio Oriente, dobbiamo cogliere questa opportunità e sfruttarla.”

Una delle imminenti opportunità offerte dalla presidenza Trump, ha detto Bennett, è che “l’epoca dello stato palestinese è tramontata.”

Certo, Kerry ha ragione; l’attuale governo israeliano è il più di destra ed il più estremista, una prospettiva destinata a non cambiare presto, dato che riflette fedelmente il clima politico e sociale del paese.

Leggete come ha risposto Bennett al discorso di Kerry.

Kerry mi ha citato tre volte nel suo discorso, senza nominarmi, per dimostrare che noi siamo contrari ad uno stato palestinese”, ha detto, “perciò lasciatemelo dire esplicitamente: sì. Se dipendesse da me, non creeremo un altro stato terrorista nel cuore del nostro paese.”

All’insistenza di Kerry sul fatto che Gerusalemme dovrebbe essere la capitale sia di Israele che della Palestina, Bennett ha risposto: “Gerusalemme è stata la capitale degli ebrei per 3.000 anni. Sta scritto nella Bibbia, apritela e leggetela.”

La presa del fanatismo religioso sulla politica di Israele è irreversibile, quanto meno nel futuro prevedibile. Mentre nel passato i politici ebrei laici utilizzavano i precetti religiosi per attrarre i fedeli ebrei in cambio dei loro voti e per popolare le colonie illegali, adesso sono i gruppi religiosi che stabiliscono i criteri delle principali politiche israeliane.

E allora come può tutto questo essere un bene per i palestinesi? In parole povere: la chiarezza.

Da quando funzionari statunitensi di medio livello hanno accettato di incontrare una delegazione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) in Tunisia alla fine degli anni ’80, gli Stati Uniti hanno scelto un cammino piuttosto inverosimile per fare la pace. Subito dopo che gli Stati Uniti hanno “reclutato” con riluttanza l’OLP – una volta che quest’ultima ha dovuto superare mille ostacoli politici per ottenere un cenno di assenso americano – sono rimasti gli unici a definire che cosa comportasse la “pace” tra Israele ed i suoi vicini palestinesi ed arabi.

La Casa Bianca ha stabilito i parametri del “processo di pace”, ha costretto in parecchie occasioni gli arabi ad approvare qualunque “visione” della pace gli Stati Uniti ritenessero conveniente ed hanno diviso gli arabi tra ‘moderati’ e ‘radicali’, basandosi esclusivamente su come un determinato paese avrebbe recepito i dettami di ‘pace’ degli USA nella regione.

Senza alcun mandato, gli Stati Uniti si sono auto-nominati ‘ un onesto intermediario per la pace’, ed hanno fatto di tutto per compromettere il rispetto di quegli stessi parametri che avevano posto per raggiungere la supposta pace. Mentre arrivava a definire la costruzione delle colonie illegali israeliane un ‘ostacolo alla pace’, Washington finanziava le colonie e l’esercito di occupazione incaricato di proteggere quelle entità illegali; faceva appello a ‘costruire la fiducia’ mentre, nello stesso tempo, finanziava l’esercito israeliano e giustificava le guerre di Israele a Gaza e la sua eccessiva violenza nella Cisgiordania e a Gerusalemme occupate.

In altri termini, per decenni, gli Stati Uniti hanno fatto esattamente il contrario di ciò che predicavano pubblicamente.

La schizofrenia politica americana sta toccando il suo massimo in questo momento. Mentre Obama ha osato fare una cosa incredibile a dicembre – quando si è astenuto dal voto su una risoluzione che chiedeva ad Israele di porre fine alle sue colonie illegali in Cisgiordania – solo poche settimane prima ha concesso ad Israele “ il più cospicuo finanziamento militare nella storia.”

Nel corso degli anni il cieco appoggio americano ad Israele ha accresciuto le aspettative di quest’ultimo al punto che adesso prevede che il sostegno continui, anche quando Israele è governato da estremisti che stanno ulteriormente destabilizzando una regione già fragile ed instabile. Nella logica israeliana queste aspettative sono del tutto razionali.

Gli Stati Uniti hanno svolto la funzione di facilitatori dell’aggressività politica e militare israeliana, tenendo buoni i palestinesi e gli arabi con vuote promesse, a volte con minacce, elemosine e semplici parole.

I cosiddetti ‘palestinesi moderati’, del genere di Mahmoud Abbas e della sua Autorità Nazionale Palestinese, sono stati debitamente rabboniti, certo, perché hanno ottenuto i privilegi del ‘potere’, insieme al riconoscimento politico statunitense, permettendo intanto ad Israele di conquistare tutto ciò che rimaneva della Palestina.

Ma quel tempo è certamente finito. Finché gli USA continueranno a permettere l’intransigenza di Israele, una presidenza Trump probabilmente segnerà un totale abbandono del linguaggio ambiguo di Washington.

Il male non sarà più un bene, ciò che è sbagliato non è giusto e il militarismo non è fare la pace. Di fatto, Trump è destinato a mostrare la politica estera americana per quello che veramente è ed è stata per decenni. La sua presidenza probabilmente porrà tutte le parti in causa di fronte ad una difficile scelta su dove collocarsi riguardo alla pace, alla giustizia e ai diritti umani.

Anche i palestinesi dovranno fare una scelta, affrontare la realtà durata decenni con un fronte unito, oppure schierarsi al fianco di coloro che intendono ‘ riconfigurare’ il futuro del Medio Oriente sulla base di una fosca interpretazione delle profezie bibliche.

Ramzy Baroud è un giornalista accreditato internazionalmente, scrittore e fondatore di PalestineChronicle.com. Il suo ultimo libro è ‘Mio padre era un combattente per la libertà: storia non raccontata di Gaza.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’Agenzia Ma’an News.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Adeguarsi alla perniciosa occupazione israeliana

 Amira Hass – 1 gennaio 2017, Haaretz

A.B. Yehoshua si mette in riga dividendo i palestinesi in varie categorie e quindi ignora le loro difficoltà complessive.

Lo scrittore A.B. Yehoshua (“Alleviare la perniciosità dell’occupazione”, Haaretz, 31 dicembre) ha ragione quando collega la parola “perniciosità” a occupazione. Ma sotto le mentite spoglie dell’innovazione, dell’audacia e di considerazioni umanitarie, la sua proposta per un temporaneo e parziale allentamento della perniciosità si adegua alla tradizionale politica israeliana: dividere il popolo palestinese in varie categorie burocratiche, in enclaves separate e distanti, e naturalmente senza chiedere la loro opinione.

Per sembrare audace, ma per proporre qualcosa che è proprio quello che il governo del ministro dell’Educazione Naftali Bennett e la ministra della Giustizia Ayelet Shaked (entrambi di Habayit Hayehudi [estrema destra dei coloni. Ndtr.]) vogliono, alcuni dei fatti citati da Yehoshua vengono stravolti. Qui di seguito alcuni di questi stravolgimenti:

* “Uno spazio binazionale”. Non c’è bisogno di andare fino ai miseri quartieri congegnati da Israele a Gerusalemme est per giocare con l’idea di un “laboratorio” di vita binazionale. E’ vero che il popolo palestinese è stato disperso da quando è stato espulso dalla propria terra d’origine nel 1948. Ma non ha mai smesso di essere una nazione per questa ragione, compreso il milione e mezzo di palestinesi che sono attualmente cittadini israeliani. Israele nei suoi confini riconosciuti è uno spazio binazionale, indipendentemente della sue definizioni e dalle discriminazioni che opera a danno dei suoi cittadini palestinesi.

* “La Striscia di Gaza è del tutto separata da Israele.” Non è vero. I due milioni di residenti della Striscia di Gaza sono registrati nell’anagrafe controllata da Israele. Come i palestinesi in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Come Yehoshua e come me. La carta d’identità rilasciata ad ogni sedicenne di Gaza necessita dell’approvazione israeliana. E’ Israele che decide se, quanti e quali palestinesi che tornano dall’estero otterranno la residenza in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. La moneta corrente in uso nella Striscia è lo shekel.

Circa un quarto dei gazawi ha familiari in Cisgiordania, nella Gerusalemme est occupata e nello stesso Israele. Tutti i residenti di Gaza hanno proprietà immobiliari del passato, di famiglia, e legami affettivi all’interno di Israele, indipendentemente da quello che noi decidiamo per loro.

* “L’Area A è soggetta alla legislazione civile e militare palestinese.” Non è esatto. Nell’Area A i palestinesi hanno poteri civili e di polizia, ma non militari. Quando ogni settimana i nostri soldati fanno incursioni nei quartieri e nelle case in questa zona, le forze di sicurezza palestinesi si devono nascondere nelle loro basi. Se si oppongono all’invasione dell’esercito israeliano – le uccidiamo o le condanniamo per terrorismo.

* “(Sono) i palestinesi che vivono nell’Area C che si confrontano con l’occupazione israeliana, affrontando sia i coloni che l’esercito.” Di cosa stai parlando? I coloni non discriminano e vessano chiunque, e sono impazienti di mettere le mani nella “C” sulla terra di palestinesi che vivono ovunque in Cisgiordania

* “Il numero di palestinesi che abitano nell’Area C è solo di circa 100.000.” Da dove esce questo numero? Bimkom [associazione di urbanisti e architetti israeliani che opera per una gestione collettiva del territorio. Ndtr.], “Pianificatori per diritti di progettazione”, nel 2008stimava che nell’Area C vivessero 150.000 palestinesi. Un mini-censimento condotto dall’ufficio Onu per il coordinamento degli Affari Umanitari nei territori palestinesi occupati ha trovato che alla fine del 2013 il numero era raddoppiato -300.000. Alcuni vivono in comunità che si trovano totalmente nell’Area C, altri in comunità divise tra C, A e B, che sono in ogni caso categorie artificiose, in contraddizione con qualunque logica di pianificazione. Quello che è certo è che circa 30.000 beduini nell’Area C sarebbero contenti di tornare nella loro terra nel Negev, da cui sono stati espulsi nel 1948. Accanto alle comunità di Al-Arakib e di Ummal-Hiran, che, come sappiamo, sono prospere e godono dei molti diritti che Israele ha concesso loro… [riferimento polemico al modo in cui sono trattati i beduini con cittadinanza israeliana. Ndtr.]

* “Residenza con diritti (sociali) di base.” Naturalmente il modello è quello dello status di residenti dei palestinesi di Gerusalemme est, o, per essere più precisi, i deliri israeliani su quanto sia bella lì la vita dei palestinesi. Se fosse così bella, come mai abbiamo trasformato circa l’80% di loro in poveri a carico dell’assistenza sociale? Oltre alla situazione di inferiorità socio-economica in cui abbiamo gettato i palestinesi di Gerusalemme, il loro stesso status di residenti è molto precario. Dipende dalle norme di ingresso in Israele, in altre parole, si riferisce a questi cittadini come se avessero scelto di spostarsi e vivere in Israele, piuttosto che essere stati invasi da Israele.

Pertanto è uno status sottoposto a condizioni, che Israele può revocare a suo piacimento, secondo criteri che esso stesso ha stabilito (provare di avere lì il “centro della propria vita” o “lealtà allo Stato”). Prima del 1994 (quando le autorità civili sono state trasferite all’Autorità Nazionale Palestinese), Israele poteva espellere residenti della Cisgiordania e della Striscia di Gaza come voleva, e revocare il loro status. Gli accordi di Oslo hanno abolito questa prerogativa dell’occupante (una delle poche clausole positive). A Gerusalemme i palestinesi rimangono più che mai esposti al pericolo di espulsione e di revoca della residenza. Ora Yehoshua vuole aggiungervi altre 100.000 persone?

* “Questo permesso di residenza impedirebbe l’espropriazione delle loro terre (o renderla molto più difficile).” Di cosa sta parlando Yehoshua? La residenza – proprio come la cittadinanza – non protegge i palestinesi dal furto della loro terra e dall’espulsione dalle loro case. Silwan. Isawiyah. Jabal Mukkaber. Sakhnin. Jaffa. Al-Arakib. Sono esempi sufficienti?

La deformazione rende più facile creare una separazione emotiva ed intellettuale dal siginificato dei fatti. La separazione è comprensibile. E’ difficile ammettere che l’ideologia sionista e la sua creazione – Israele – abbiano dato vita a un mostro ladro, razzista, arrogante che ruba acqua, terra e storia, che ha le mani insanguinate con la scusa della sicurezza, che per decenni ha deliberatamente pianificato l’attuale pericolosa situazione di bantustan, da entrambi i lati della Linea Verde [che divide Israele dai territori occupati. Ndtr.]. Tutto ciò che Yehoshua sta facendo è mettersi in riga e suggerire un’altra sotto-definizione che aiuti la burocrazia israeliana a dividere in categorie il popolo palestinese e separarlo dai suoi luoghi e dalla sua terra.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Alleviare la malvagità dell’occupazione israeliana

di A.B. Yehoshua | 31 dicembre, 2016 |Haaretz

Dobbiamo dare [il permesso di] residenza israeliano ai centomila palestinesi che vivono nella parte della Cisgiordania controllata da Israele, al fine di ridurre la sofferenza di coloro che vivono sulla prima linea dell’occupazione

Le osservazioni che ho fatto alla conferenza dell'”Istituto per la Ricerca Politica di Gerusalemme” agli inizi di questo mese hanno creato molto scalpore. Alla conferenza i relatori hanno presentato le attività nelle aree comuni a favore di differenti comunità dell’area della grande Gerusalemme, in particolare degli ebrei e dei palestinesi. Io ho parlato dell’importanza di questi territori anche come una sorta di laboratorio per una convivenza binazionale nell’intero territorio della Terra di Israele- considerando la deprimente e difficile eventualità che la soluzione dei due Stati non si possa realizzare e che israeliani e palestinesi verranno lentamente trascinati, lo vogliano o no, verso una qualche forma di Stato binazionale o federale.

Sono passati quasi 50 anni dalla guerra dei Sei Giorni nel 1967. Durante questo periodo sono rimasto attaccato con entusiasmo e determinazione all’idea della soluzione dei due Stati – Israele e Palestina, che vivano l’uno accanto all’altro in pace e riconoscendosi a vicenda – e ho agito coerentemente con tale convincimento.

Ritengo ancora che questa sia la soluzione giusta ed etica al conflitto. E benché alcuni in entrambi gli schieramenti, israeliani e palestinesi, hanno rifiutato per anni di riconoscere la legittimità di questa soluzione, lentamente è diventata la soluzione accettabile all’intera comunità internazionale, compresa larga parte del mondo arabo, fino a essere finalmente codificata negli accordi di Oslo del 1993.

Perfino l’attuale governo di estrema destra in Israele ha adottato ufficialmente la soluzione a due Stati; tuttavia sul terreno nell’ultimo decennio non si è visto alcun serio tentativo israeliano di fare un passo per la sua realizzazione. Parallelamente è chiaro che l’Autorità palestinese, che a sua volta ha ufficialmente adottato la soluzione a due Stati, sta sta evitando seri negoziati con il governo israeliano per realizzare concretamente questa soluzione.

La stessa Gerusalemme la cui parte orientale, secondo quanto prevede la soluzione a due Stati, avrebbe dovuto essere la capitale dello Stato palestinese, è diventata fisicamente sempre di più una città unica. La possibilità di istituire un confine internazionale che la attraversi sembra piuttosto irrealistica.

Gli Stati Uniti e i Paesi europei hanno fallito nell’imporre ad entrambi i contendenti la soluzione a due Stati non solo a parole ma anche di fatto. Questo è particolarmente vero per la parte israeliana, che continua a espropriare terra palestinese per la crescita e l’espansione delle colonie nella Cisgiordania.

I trattati di pace con la Giordania e l’Egitto possono ancora essere conservati, ma quei due Paesi sono costretti a fare i conti con i loro seri problemi, e le loro preoccupazioni a favore dei palestinesi sono solo belle parole. Il mondo arabo sta andando a pezzi e si sta disintegrando in guerre civili sanguinose e ha perso ogni influenza e interesse nei confronti del conflitto israelo-palestinese. Di conseguenza, l’idea dei due Stati sta diventando sempre più problematica.

E cosa sta succedendo nei territori palestinesi? La Striscia di Gaza è ora del tutto separata da Israele senza la presenza di israeliani, siano civili o militari. Per Israele Gaza è una sorta di piccolo Stato nemico, un posto dove scoppiano occasionalmente brevi guerre con Israele. Ma la Striscia di Gaza non è sotto totale assedio, dal momento che ha un confine indipendente con l’Egitto e vi è anche un varco per il cibo e le merci tra Gaza e Israele.

La Cisgiordania in base agli accordi di Oslo è divisa in tre aree: l’area A, B e C. Le aree A e B comprendono il 40% circa della Cisgiordania, mentre l’area C costituisce il rimanente 60% del territorio. Le aree A e B, dove si trovano le maggiori città e paesi palestinesi, sono sotto il governo dell’Autorità palestinese.

L’area A è soggetta alla legislazione civile e militare palestinese. L’area B è soggetta solamente dall’amministrazione civile palestinese, mentre quella militare è sotto il controllo di Israele. Questo significa che la maggior parte dei palestinesi in queste aree vivono sotto una forma di parziale e limitata autonomia e hanno una polizia semi-militarizzata al loro servizio che, in qualche misura, collabora con le forze di sicurezza israeliane per prevenire il terrorismo.

Tutte le colonie si trovano nell’area C. Secondo stime prudenti, il numero dei coloni [si aggira attorno ai] 450.000, circa la metà dei quali vive nelle città. Il numero dei palestinesi che abitano

nell’area C è solamente di circa 100.000 e sono persone che sono in continuo conflitto con i coloni, specialmente quelli estremisti, riguardo all’esproprio delle terre, alle minacce sulle strade, allo sradicamento degli olivi e al vergognoso sfruttamento come lavoratori sottopagati. Questi palestinesi sono sotto la continua sorveglianza dell’esercito israeliano, della polizia e dei servizi di sicurezza.

Data la situazione generale del mondo, che tende verso nazionalismi di destra estrema, data la deplorevole situazione del mondo arabo, lo scarso interesse nei confronti del conflitto israelo-palestinese in atto per più di 140 anni, e dati il governo di estrema destra d’Israele e la passività dell’Autorità palestinese- sembra chiaro che la soluzione dei due Stati per due popoli sta divenendo sempre più impossibile. Così dobbiamo cominciare a pensare ad altre soluzioni parziali, di natura federale , che aggirino l’attuale impossibilità di stabilire un confine internazionale definito tra i due popoli nella terra di Israele.

Nella prima fase, per alleggerire il peso dell’occupazione ( le cui propaggini avvelenano la democrazia anche all’interno dei confini israeliani), è necessario concedere il permesso di residenza ai 100.000 palestinesi che vivono nell’area C e che si confrontano con l’occupazione israeliana, affrontando sia i coloni che l’esercito.

Questi permessi di residenza ai palestinesi prima di tutto gli garantiranno i diritti fondamentali che hanno i coloni che abitano intorno e vicino a loro. In altre parole, i benefici del sistema di sicurezza sociale, l’accesso alle cure sanitarie, i sussidi di disoccupazione, il minimo salariale, la libertà di movimento e un migliore status legale nei confronti delle autorità giudiziarie e della legge israeliane. Tale permesso di residenza potrebbe prevenire l’esproprio delle loro terre ( o renderlo molto più difficile) per mezzo delle varie ignobili proposte di legge per legalizzare la costruzione su terra privata palestinese, oppure per mezzo di ordinanze militari arbitrarie, abusando di loro in quanto soggetti senza diritti.

Contrariamente a quello che è stato insinuato nelle reazioni al mio discorso, concedere il permesso di residenza non significherà l’annessione dell’area C ad Israele. Lo status di questo territorio rimarrebbe lo stesso di oggi: un territorio conteso il cui status sarà deciso in un futuro negoziato tra palestinesi e israeliani, analogamente a quello di Gerusalemme est. Se nel contesto di una soluzione a due Stati Gerusalemme sarà parte dello Stato palestinese, allora il permesso di residenza israeliano, che i 250.000 palestinesi che vivono lì già posseggono, non sarà di ostacolo ad un accordo.

Ho più volte detto che continuerò a sostenere la soluzione a due Stati, proprio come l’ho sostenuta nei 50 anni precedenti. Ma è impossibile non provare a migliorare , anche di poco, la situazione delle migliaia di palestinesi che vivono nell’area C, dove un’occupazione perniciosa avvelena la loro esistenza giorno e notte.

Il nostro urgente dovere umanitario di ridurre la sofferenza umana– nella misura in cui non confligga con il raggiungimento di un giusto accordo nel futuro – viene prima di principi semplicistici. Un palestinese cinquantenne che è nato durante l’occupazione e la affronta di continuo in prima linea, merita di ricevere da subito diritti sostanziali e immediati, anche se solo parziali, al fine di migliorare la sua situazione.

( Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




La palestina nel 2017: è tempo di dire addio a Washington e di abbracciare il mondo

Ramzy Baroud – 29 dicembre 2016, Ma’an News

Non ci sono dubbi che la condanna del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ad Israele venerdì 23 dicembre sia stato un evento importante e degno di nota.

E’ vero, i principali organi delle Nazioni Unite (il Consiglio di Sicurezza e l’assemblea generale) e le sue

varie istituzioni, dalla Corte Internazionale di Giustizia all’agenzia ONU per la cultura, l’UNESCO, hanno ripetutamente condannato l’occupazione israeliana, le colonie ebraiche illegali e i soprusi contro i palestinesi. Nei fatti, a differenza della risoluzione 2334 del 23 dicembre, le precedenti condanne ONU sono state molto più forti – in quanto alcune risoluzioni non solo hanno chiesto un immediato blocco della costruzione di colonie ebraiche illegali, ma anche la rimozione di quelle esistenti.

Ci sono oltre 196 insediamenti illegali sul territorio palestinese occupato, oltre a centinaia di avamposti dei coloni. Questi insediamenti ospitano oltre 600.000 coloni ebrei, che si sono installati lì in violazione delle leggi internazionali e, in particolare, della Quarta Convenzione di Ginevra.

Ma cosa rende importante questa specifica risoluzione?

In primo luogo, gli USA non hanno posto il veto sulla risoluzione né hanno minacciato di farlo; non hanno neppure fatto seriamente pressioni, come hanno fatto spesso in precedenza per rendere più morbido il testo.

Secondo, è la prima condanna decisa e chiara di Israele da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU in quasi otto anni – circa l’intero periodo del mandato del presidente Barak Obama.

Terzo, il voto ha avuto luogo nonostante le eccezionali pressioni israeliane sull’attuale amministrazione USA, su quella di Donald Trump che sta per iniziare e quelle che hanno avuto successo sul presidente egiziano, Abdul Fatah al-Sisi. Infatti l’Egitto ha rimandato il voto, previsto per il giorno precedente, prima che Nuova Zelanda, Senegal, Malaysia e Venezuela accellerassero e portassero al voto la risoluzione il giorno successivo.

Senza dubbio la risoluzione ONU – come tutte le altre – rimane alquanto simbolica finché non ci sono dei meccanismi concreti per garantire il rispetto delle leggi internazionali.

Non solo Israele non rispetta la volontà delle Nazioni Unite, ma nei fatti sta accelerando le attività di colonizzazione nella zona di Gerusalemme, sfidando questa decisione.

Mentre i membri del Consiglio di Sicurezza stavano preparando per il voto sull’ “invalidità legale” delle colonie ebraiche, il Comune di Gerusalemme ha annunciato che 300 unità abitative saranno costruite nelle colonie illegali di Ramat Shlomo, Ramot e Bit Hanina.

D’altra parte l’Autorità Nazionale Palestinese sta già festeggiando un’altra “vittoria” simbolica, che è stata prontamente venduta ai palestinesi, per niente entusiasti, come un passo fondamentale verso la loro libertà e verso uno Stato indipendente. La risoluzione ONU è stata certo desiderosa di garantire che l’illusione dei due Stati sia ulteriormente perpetuata, che è tutto ciò di cui la leadership di Mahmoud Abbas aveva bisogno per insistere su un miraggio irraggiungibile.

Tenendo conto di tutto ciò, c’è una lezione – e una lezione importante – che si deve trarre a questo punto: senza il sostengo degli USA, Israele, con tutta la sua potenza, è decisamente vulnerabile e isolato nell’arena internazionale. Il risultato della votazione è stato piuttosto eloquente: i 14 membri del Consiglio di Sicurezza hanno votato “sì”, mentre gli USA si sono astenuti. Il voto è stato seguito da un raro spettacolo in simili consessi, un prolungato applauso, in cui Paesi che difficilmente si trovano d’accordo tra loro hanno concordato con convinzione sulla giustezza delle aspirazioni palestinesi e sul rifiuto del modo di agire di Israele.

Pensateci per un momento: i continui sforzi di Israele e degli USA per intimidire, forzare e imbrogliare i membri dell’ONU in modo da tener fuori la comunità internazionale dal conflitto israelo-palestinese, sono completamente falliti. E’ bastata una semplice astensione USA dal voto per mettere in luce l’unanimità internazionale ancora solida riguardo alle azioni illegali di Israele in Palestina.

In un emblematico segnale di speranza, la votazione chiude il 2016, che è stato molto duro per i palestinesi. Centinaia di palestinesi sono stati uccisi durante quest’anno durante scontri a Gerusalemme, in Cisgiordania e a Gaza; centinaia di case sono state parzialmente o totalmente demolite e danneggiate; migliaia di ettari di terra sono stati confiscati da Israele, e innumerevoli alberi di olivo divelti.

Il prossimo anno difficilmente promette di essere migliore, in quanto la nuova amministrazione USA di Trump presenta tutti i requisiti che suggeriscono il fatto che il sostegno USA a Israele rimarrà saldo, se non prenderà una piega ancora più terrificante.

Friedman [nuovo ambasciatore americano in Israele nominato da Trump ed eslicitamente favorevole alle colonie. Ndtr.] e quelli come lui non tengono in alcuna considerazione le leggi internazionali né hanno rispetto per l’attuale politica estera USA riguardo all’occupazione israeliana, all’illegalità delle colonie (considerate un “ostacolo per la pace” da varie amministrazioni) e sono pronti a spostare l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme.

Tutto ciò è inquietante, e la risoluzione appena approvata non deve illudere che le cose stiano cambiando.

Nondimeno c’è una speranza.

La risoluzione è un’ulteriore affermazione che la comunità internazionale è incondizionatamente dalla parte dei palestinesi e, nonostante tutti i fallimenti del passato, invoca ancora il rispetto delle leggi internazionali. Questo monito avviene nel momento in cui il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) si sta rafforzando, galvanizzando la società civile, i campus e i sindacati in tutto il mondo per prendere posizione contro l’occupazione israeliana.

Mentre i diritti dei palestinesi non registrano minimamente l’attenzione degli interessi della politica estera USA (che vede la sua alleanza con un forte Israele come molto più importante delle necessità dei Paesi arabi disuniti), i palestinesi possono ancora forgiare una nuova strategia fondata sul forte sostegno che continuano a raccogliere nel resto del mondo.

Israele può essere incolpato di molte cose, ma anche i palestinesi hanno buona parte della responsabilità per la loro divisione, le lotte intestine e la corruzione.

Non si possono aspettare che i loro sforzi, per quanto sinceri, producano libertà e liberazione quando sono incapaci di formare un fronte unitario.

Ciò dovrebbe essere fatto riorganizzando l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e riunendo tutte le fazioni palestinesi sotto un’unica piattaforma politica che soddisfi le aspirazioni di tutti i palestinesi, in patria e nella “Shattat” (diaspora).

La dirigenza palestinese deve capire che l’epoca dell’inconcludente egemonia USA è finita. Non più vuote promesse di pace ed elemosina per l’ANP, mentre veniva finanziato l’esercito israeliano e sostenuto politicamente Israele. La prossima amministrazione è totalmente filo-israeliana.

Questa deve essere la chiarezza di cui i palestinesi hanno bisogno per comprendere che richieste ed implorazioni per ottenere la compassione degli americani non saranno più sufficienti.

Se una dirigenza palestinese unitaria non approfitta dell’opportunità e non riprende l’iniziativa nel 2017, tutti i palestinesi ne soffriranno.

E’ ora di allontanarsi da Washington e di abbracciare il resto del mondo.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’agenzia Ma’an News.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Cosa c’è dietro il discorso di Kerry?

Ben White – 29 dicembre 2016, Middle East Monitor

Un elogio della soluzione dei due Stati? Forse, ma il discorso del segretario di Stato John Kerry di mercoledì è simile in modo sospetto ad un ennesimo disperato tentativo di tenere in piedi il cosiddetto “processo di pace”.

E’ possibile capire la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e il discorso di Kerry, come interpretarli – la loro debolezza e le opportunità che rappresentano -, solo iniziando con guardare in faccia la realtà del processo di pace durato due decenni e guidato dagli USA e dalla comunità internazionale.

Il processo di pace ha imposto una falsa simmetria tra occupante ed occupato, trasformando colonizzatori e colonizzati in “due parti” con obblighi e responsabilità reciproci.

Il processo di pace è anche servito ad rendere ulteriormente immune Israele dal dover rispondere dei sistematici e continui abusi dei diritti umani e delle violazioni delle leggi internazionali. Per esempio, i tentativi di garantire giustizia per le vittime dei crimini di guerra sono stati sacrificati allo per “proteggere” il processo dei negoziazione.

Ed infine l’obiettivo del processo di pace, diventato sempre più esplicito, è di preservare Israele come “Stato ebraico”. I diritti dei palestinesi sono subordinati al “carattere” (etnocratico) di Israele, e la sovranità palestinese ( e la sua autodifesa) è subordinata alle esigenze di sicurezza di Israele.

Ma il processo di pace è fallito, uno sviluppo guidato da una leadership politica israeliana votata alla colonizzazione della Cisgiordania e da una totale mancanza di volontà da parte degli USA e degli Stati europei di imporre un costo reale a un governo israeliano segnato dal dire sempre di no e favorevole alle colonie.

Mercoledì scorso non c’è stato niente di originale nell’affermazione di Kerry che se Israele occuperà la Cisgiordania per sempre sarà “o ebraico o democratico”, ma “non potrà essere entrambe le cose”: versioni di questo avvertimento sono state esposte ormai da anni da diplomatici occidentali e persino da qualche politico israeliano.

Lo stesso Kerry, durante il Saban Forum [incontro annuale organizzato dall’ istituto statunitense “Centro per la Politica in Medio Oriente. Ndtr.] del dicembre 2015, ha chiesto retoricamente: “Come Israele potrebbe continuare ad conservare il suo carattere di Stato ebraico e democratico se dal fiume al mare [dal Giordano al Mediterraneo. Ndtr] non ci fosse un maggioranza ebraica?”

Due importanti punti a proposito di questo “avvertimento”. In primo luogo, Israele ha governato su milioni di palestinesi non cittadini con un regime militare per almeno 50 anni. Per cui, solo su questa base, l’occupazione permanentemente temporanea ormai mette in dubbio le credenziali democratiche di Israele.

Ma, in secondo luogo, il vero contesto è una concessione al razzismo colonialista d’insediamento, in cui la sola presenza dei palestinesi costituisce una minaccia. Ad esempio quali sono le implicazioni per i palestinesi cittadini di Israele di una ideologia dello Stato in cui “troppi” non ebrei sono una questione di pericolo esistenziale?

Ci sono tre fattori principali dietro alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU e al discorso di Kerry (in altre parole, “perché adesso?”). Il principale impulso viene da una nuova legge che sta proseguendo il suo iter alla Knesset, la quale “legalizzerebbe” retroattivamente dozzine di “avamposti” non autorizzati dei coloni in Cisgiordania.

Contemporaneamente a questo sviluppo c’è l’imminente arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, che porta con sé un gruppo di consiglieri sul Medio Oriente che include espliciti oppositori della costituzione di uno Stato palestinese e sostenitori entusiastici della colonizzazione israeliana.

E, oltretutto, questa è stata una manifestazione di frustrazione da parte di un’amministrazione Obama che avrebbe voluto avere due mandati di un primo ministro israeliano come Tzipi Livni o Isaac Herzog – strateghi più accorti quando si tratta di collaborare con il “processo di pace” – mentre gli sono toccati otto anni con Bibi [Netanyahu].

Come ha scritto su “The Nation” [rivista progressista statunitense. Ndtr.] Yousef Munayyer, direttore esecutivo della Campagna USA per i Diritti dei Palestinesi: “E’ stato un tentativo di salvarsi la faccia nei libri di storia con il gioco dello scaricabarile . Kerry ha chiarito che se gli israeliani voglio uccidere la pace con le colonie, è una loro scelta.”

Ma quali sono gli aspetti positivi? Sicuramente il discorso di Kerry è stato una boccata di aria fresca rispetto alle vere e proprie macchinazioni o agli argomenti prevedibili delle fonti ufficiali israeliane e dei loro amici e alleati. Ma ciò non alza di molto il livello.

Kerry si è vantato del record di Barack Obama nell’appoggiare Israele, affermando che “nessuna amministrazione americana ha fatto di più per la sicurezza di Israele.” Ha aggiunto: “Nel mezzo della nostra crisi finanziaria e del deficit di bilancio abbiamo ripetutamente aumentato i finanziamenti per sostenere Israele.”

I diplomatici USA hanno persino sottolineato con orgoglio il sostegno di Obama a Israele durante i brutali attacchi universalmente condannati contro la Striscia di Gaza (o, con le parole di Kerry, “azioni…che hanno suscitato grandi polemiche”).

I principi di Kerry per un accordo di pace sono, nelle parole del giornalista israeliano Barak Ravid, “magnificamente sionisti”: “scambio di territori” per tener conto dei principali insediamenti illegali, negazione del ritorno a casa dei rifugiati palestinesi per non minacciare la maggioranza ebraica (creata con la violenza) di Israele.

E’ vero che Kerry ha riconosciuto alcune verità imbarazzanti a proposito del regime discriminatorio di Israele nella Cisgiordania occupata: “Praticamente nessuna costruzione privata palestinese viene approvata nell’Area C [in base agli accordi di Oslo, sotto totale controllo israeliano. Ndtr.]”, ha affermato, notando come “solo un permesso è stato rilasciato da Israele in tutto il 2014 e 2015.”

E sì, Kerry ha anche confutato qualche luogo comune riguardo alla costruzione di colonie, sottolineando come “quello che costituisce un blocco (di insediamenti) è stato fatto in modo unilaterale dal governo israeliano, senza consultare i palestinesi e senza il loro consenso.”

Ma è un monito del fatto che Kerry e i diplomatici come lui non sono ignari di quello che succede – hanno solo scelto di garantire l’impunità di Israele. Oltretutto, è chiaro che Kerry conosce fatti altrettanto imbarazzanti riguardanti situazioni che è orgoglioso di difendere – ad esempio, i bombardamenti israeliani contro Gaza.

Ciò detto, è importante non ignorare le scelte politiche – e l’impatto – dell’ammonimento degli USA, senza mezzi termini e pubblicamente, al governo di Netanyahu, soprattutto facendo immediatamente seguito alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che ha riaffermato le “flagranti” violazioni delle leggi internazionali da parte di Israele.

Tali dinamiche renderanno sicuramente la vita più difficile ai gruppi che appoggiano Israele – soprattutto quelli che ancora sostengono con la voce roca la causa “progressista” dello Stato del colonialismo di insediamento. Le risibili reazioni di Netanyahu e dei suoi ministri hanno messo in evidenza il loro disprezzo, e la loro paura, delle leggi internazionali.

La risoluzione dell’ONU e il discorso di Kerry (e quello che ciò rappresenta) giocheranno un ruolo e agiranno come catalizzatori di processi preesistenti – come la trasformazione di Israele in un argomento conflittuale nella politica USA e la crescita della campagna per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS).

Dopo la risoluzione dell’ONU le singole campagne di boicottaggio e sanzioni saranno solo più facili da attuare alla luce di una sicura continuazione dell’incremento delle colonie israeliane e delle politiche di apartheid. Dovrebbe risultare ancora più evidente ai gruppi dei diritti umani ed ai governi internazionali che è necessaria una pressione effettiva.

Il giornalista israeliano Chemi Shalev ha definito il discorso di Kerry “un rito di passaggio da un’era ad un’altra”. La domanda per i dirigenti palestinesi è se potranno agire di conseguenza e sfruttare i nuovi sviluppi a favore dell’autodeterminazione e dei diritti di tutto il popolo palestinese.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Il discorso di Kerry è stato magnificamente sionista, a favore di Israele e in ritardo di tre anni

Nota redazionale: il presente articolo rappresenta posizioni che non corrispondono alle opinioni condivise da Zeitun, in quanto, come afferma lo stesso Barak Ravid fin dal titolo, Kerry ha confermato la sua adesione alla logica sionista. Quindi gli aspetti che il giornalista ritiene positivi dal nostro punto di vista non lo sono affatto. Inoltre è evidente che le responsabilità di un mancato accordo tra le parti non può ricadere equamente su Netanyahu e Abu Mazen, data l’enorme differenza di potere tra i due ed il fatto che il mediatore, in questo caso Kerry, si è sempre dimostrato acquiescente rispetto all’espansione delle colonie israeliane nei Territori occupati. Lo status quo in realtà ha rappresentato la continuazione dei cambiamenti sul terreno imposti da Israele. Anzi, nessun presidente e nessun segretario di Stato statunitensi sono stati sbeffeggiati come Obama e Kerry da un governo israeliano, senza che ciò abbia provocato serie reazioni da parte della superpotenza.

Nonostante queste ed altre obiezioni riteniamo utile tradurre questo articolo in quanto smentisce le informazioni e le interpretazioni del discorso di Kerry circolate sui nostri media, che, facendo eco alle proteste di Netanyahu e dei suoi ministri e diplomatici, hanno sostenuto che si è trattato di un duro attacco contro Israele.

 Barak Ravid – 29 dicembre 2016,Haaretz

Se lo avesse messo sul tavolo [delle trattative] nel 2014, lo schema presentato da Kerry avrebbe potuto spingere Israele ed i palestinesi ad un accordo. Ma le risposte ipocrite di Netanyahu e Abbas hanno dimostrato perché i suoi sforzi per la pace sono falliti | Analisi

Il segretario di Stato USA John Kerry ha scelto di dedicare la maggior parte del suo discorso ai suoi personali legami con Israele fin dalla sua prima visita quando era un giovane senatore 30 anni fa. Ha detto di essere salito a Masada, di aver nuotato nel Mar Morto, di essere andato da un sito biblico all’altro, di aver visto le atrocità dell’Olocausto allo Yad Vashem e ha persino parlato di come guidò un aereo dell’aviazione militare su Israele per comprendere le sue necessità in materia di sicurezza.

Non ci sono molti altri politici americani che conoscano Israele quanto John Kerry. Non c’è un solo politico americano in carica che abbia scavato quanto Kerry così in profondità nel conflitto israelo-palestinese e lo abbia studiato e tentato di risolverlo. Queste cose erano chiaramente riflesse nel suo discorso. Il segretario di Stato ha fatto un’analisi convincente dello stato delle cose attuale del processo di pace. Ha evidenziato la profonda sfiducia tra le parti, la disperazione, la rabbia e la frustrazione dei palestinesi, e l’isolamento e l’indifferenza da parte israeliana.

Il discorso di Kerry è stato magnificamente sionista e filo-israeliano. Chiunque appoggi davvero la soluzione dei due Stati e un Israele ebraico e democratico dovrebbe approvare le sue considerazioni ed appoggiarle. E’ un caso duplice, senza mezzi termini. Non c’è da sorprendersi che quelli che si sono affrettati a condannare Kerry, persino prima che parlasse e ancor di più dopo, siano stati il segretario di Habayit Hayehudi [partito di estrema destra dei coloni israeliani. Ndtr.] Naftali Bennett ed i capi della lobby delle colonie. Nel suo discorso Kerry ha notato che è questa minoranza che sta guidando il governo israeliano e l’apatica maggioranza verso la soluzione dello Stato unico.

Negli ultimi quattro anni, il segretario di Stato americano spesso ha agito goffamente, ossessivamente e persino con un tocco di messianismo, ma lo ha fatto per una causa buona e giusta. Ha tentato con tutte le sue forze di porre fine a 100 anni di conflitto per garantire un futuro a Israele, il maggiore alleato dell’America, ed alle sofferenze dei palestinesi. Purtroppo i suoi due partner in questa missione, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente dell’autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas, semplicemente non l’hanno voluto tanto quanto lui. Negli ultimi quattro anni, Abbas e Netanyahu sono stati uno l’immagine riflessa dell’altro. Si sono impegnati nel conservare lo status quo, sono rimasti trincerati sulle loro posizioni e non hanno voluto prendere neanche il minimo rischio o spostarsi di un millimetro per cercare di ottenere un miglioramento.

Il discorso di Kerry è stato lungo e dettagliato, ma il suo centro è stato il piano per la pace che ha presentato. Il progetto non intendeva essere una soluzione imposta, ma includere i principi fondamentali su cui dovrebbe essere condotto il futuro dei negoziati israelo-palestinesi. Era centrato sul documento complessivo formulato nel marzo 2014 dopo parecchi mesi di colloqui con entrambe le parti.

Quando si leggono le parole di Kerry, si vede immediatamente che egli ha accettato un numero significativo di richieste di Israele, in primo luogo e soprattutto quella secondo cui ogni futuro accordo di pace includa il riconoscimento palestinese di Israele come Stato ebraico. Kerry ha anche affermato che una soluzione del problema dei rifugiati dovrebbe essere giusto e praticabile, che non minacci le caratteristiche dello Stato di Israele. Egli ha detto che ogni futura frontiera dovrebbe essere basata sul fatto di lasciare in mani israeliane i principali blocchi di colonie; ha messo in evidenza che l’accordo definitivo deve costituire la fine del conflitto e precludere qualunque ulteriore richiesta palestinese, ed ha sottolineato che le misure per la sicurezza devono essere una componente fondamentale di ogni accordo.

Nel contempo lo schema di Kerry include una serie di compromessi richiesti ad Israele, il primo e principale è consentire che Gerusalemme sia la capitale di entrambi gli Stati. Kerry ha chiarito che i confini dello Stato palestinese dovrebbero essere basati su quelli del 1967 con un scambio consensuale di territori delle stesse dimensioni, e che Israele deve riconoscere le sofferenze dei rifugiati palestinesi.

Il principale problema dello schema di Kerry è che lo ha presentato troppo tardi. Egli sa di aver fatto un errore quando, nel marzo 2014, non ha messo ufficialmente sul tavolo [delle trattative] il suo documento quadro contenente gli stessi principi che ha enumerato nel suo discorso. I suoi principali consiglieri ammettono che Kerry, se potesse tornare indietro di 33 mesi, proporrebbe questo progetto di pace alle due parti e imporrebbe loro di negoziare su queste basi.

Questa mossa “prendere o lasciare” a quel tempo avrebbe obbligato entrambe le parti a prendere decisioni strategiche. Un simile passo avrebbe anche definito lo schema di Kerry come base per ogni futuro colloquio. Per quanto importante, il fatto di averlo presentato solo tre settimane prima che Donald Trump entri alla Casa Bianca ha solo un valore simbolico.

Come in altri esempi del passato, Netanyahu non si è neanche preso il disturbo di ascoltare le osservazioni di Kerry o di valutarle nel merito. Ha risposto con affermazioni aggressive contenenti pesanti critiche personali a Kerry. C’è chi dirà che la profondità di queste dichiarazioni riflette la profondità delle indagini su di lui [Netanyahu è indagato per corruzione. ndtr.] .

Le critiche di Netanyahu sono condite di ipocrisia e cinismo. I principi che Kerry ha elencato nel suo discorso sono gli stessi che Netanyahu aveva accettato nel marzo 2014. Il primo ministro aveva delle riserve, che aveva previsto di esprimere pubblicamente, ma in pratica aveva accettato di negoziare sulla base di un progetto molto simile. Ad oggi Netanyahu rifiuta di ammetterlo.

Il suo gemello politico, Abbas, ha reagito con la stessa ipocrisia. Quando il presidente USA Barack Obama ha presentato lo schema ad Abbas nel marzo 2014, Abbas ha promesso di pensarci e di tornare da Obama. Obama sta ancora aspettando. Persino dopo il discorso di Kerry di mercoledì Abbas ha rifiutato di dire se per lui lo schema è accettabile o meno.

Il presidente eletto Trump, che sembrava aver accettato la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU della scorsa settimana sulle colonie, rispondendo con un tweet formulato in modo generico, non ha potuto esimersi dal commentare il discorso di Kerry. Solo un attimo prima che Kerry iniziasse il suo discorso, Trump ha lanciato tre tweet che hanno reso evidente il suo dissenso.

Negli ultimi mesi Trump ha ripetutamente detto che uno dei suoi obiettivi è raggiungere una pace tra Israele e i palestinesi. Ha chiarito che vuole chiudere “la madre di ogni problema” e porre fine alla “guerra infinita” tra le due parti. Trump ha persino nominato inviato speciale per il processo di pace il suo avvocato e stretto collaboratore Jason Greenblatt. Trump e Greenblatt presto scopriranno che se vogliono fare questo storico accordo, assomiglierà molto a quello delineato da Kerry nel suo discorso.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




La Gran Bretagna ha tirato le fila e Netanyahu ha avvertito la Nuova Zelanda che sarebbe stata una dichiarazione di guerra: nuovi dettagli sulla battaglia di Israele contro il voto dell’ONU

di Barak Ravid – 28 dicembre 2016,Haaretz

La gran Bretagna ha lavorato segretamente con i palestinesi e ha spinto la Nuova Zelanda a portare avanti la risoluzione, e una telefonata di Netanyahu a Putin ha innescato un vero dramma alla sede dell’ONU un’ora prima del voto.

Venerdì scorso, poche ore prima del voto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sulle colonie, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha telefonato al ministro degli Esteri neozelandese Murray McCully. La Nuova Zelanda, insieme a Senegal, Malaysia e Venezuela, ha promosso la ripresentazione al voto della risoluzione da cui l’Egitto si era ritirata il giorno precedente.

Poche ore prima un importante funzionario del ministero degli Esteri di Gerusalemme ha telefonato all’ambasciatore della Nuova Zelanda in Israele, Jonathan Curr, e l’ha avvertito che se l’iniziativa della Nuova Zelanda fosse arrivata al voto, Israele avrebbe potuto chiudere la propria ambasciata a Wellington per protesta. L’ambasciatore Curr ha preso nota di ciò ed ha informato il suo governo, ma all’alba a New York Israele ha capito che le cose stavano ancora andando avanti.

La telefonata di Netanyahu a McCully è stata praticamente l’ultimo tentativo di evitare il voto, o almeno di rimandarlo e guadagnare un po’ di tempo. Diplomatici occidentali affermano che la conversazione è stata dura e molto tesa e Netanyahu si è lasciato andare a dure minacce, forse senza precedenti nelle relazioni tra Israele e un altro Paese occidentale.

“E’ una decisione scandalosa. Sto chiedendo che non la appoggiate e non la promuoviate,” ha detto Netanyahu a McCully, secondo diplomatici occidentali che hanno chiesto l’anonimato a causa della delicatezza dell’argomento. “Se continuate a promuovere questa risoluzione dal nostro punto di vista si tratterà di una dichiarazione di guerra. Romperà le relazioni e ci saranno conseguenze. Richiameremo il nostro ambasciatore a Gerusalemme.” McCully ha rifiutato di rinunciare al voto. “Questa risoluzione è coerente con la nostra politica e noi la porteremo avanti,” ha detto a Netanyahu.

Solo un mese prima, quando McCully ha visitato Israele ed ha incontrato Netanyahu, lo ha trovato un uomo completamente diverso. Netanyahu era gentile, amichevole e molto cordiale. Ha fatto vedere a McCully la famosa presentazione PowerPoint che aveva mostrato in un giro di incontri di formazione per i media la scorsa estate. Con un puntatore laser in mano, Netanyahu ha detto a McCully che Israele sta estendendo le proprie relazioni estere, entrando nella regione e facendosi amici in Africa, Asia e America latina.

I diplomatici occidentali affermano che McCully, che durante gli ultimi due anni aveva considerevolmente spinto sulla questione israelo-palestinese al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ha parlato con Netanyahu della risoluzione che il suo Paese voleva promuovere. Era una versione molto più morbida e moderata di quella che è stata approvata lo scorso venerdì. La risoluzione della Nuova Zelanda parlava del congelamento delle costruzioni nelle colonie, ma anche di congelare le iniziative dei palestinesi all’ONU e alla Corte Penale Internazionale dell’Aya, e chiedeva negoziati diretti senza precondizioni.

Netanyahu l’ha categoricamente rifiutata. Se fosse dipeso da lui, il problema palestinese non sarebbe affatto stato sollevato durante l’incontro. Il suo messaggio a McCully era simile ha quanto ha detto continuamente in pubblico nelle scorse settimane. Il mondo non si preoccupa molto della questione palestinese. L’automatica maggioranza contro Israele all’ONU sta per diventare una cosa del passato. Un diplomatico occidentale ha affermato: “Il voto di venerdì ha provato il contrario e ha mostrato che l’affermazione di Netanyahu era sbagliata.”

Colloqui con diplomatici occidentali ed israeliani rivelano molti dettagli interessanti a proposito del quello che è successo dietro le quinte nella sede ONU di New York tra giovedì pomeriggio, quando l’Egitto ha annunciato il ritiro della risoluzione sulle colonie, e venerdì mattina, quando Nuova Zelanda, Senegal, Malaysia e Venezuela hanno annunciato che avrebbero continuato a insistere perché si votasse.

Secondo i diplomatici occidentali ed israeliani, dal momento in cui l’Egitto ha fatto marcia indietro giovedì, Nuova Zelanda, Senegal, Malaysia e Venezuela hanno subito pressioni per portarla avanti comunque. I palestinesi sono stati i primi a fare pressioni, ma sono stati affiancati dagli Stati del Golfo e dalla Gran Bretagna. I diplomatici occidentali affermano che la Gran Bretagna ha incoraggiato la Nuova Zelanda a continuare a insistere per il voto anche senza l’appoggio dell’Egitto.

La Gran Bretagna ha iniziato ad attivarsi sulla risoluzione pochi giorni prima. I diplomatici israeliani dicono che da informazioni ricevute dal ministero degli Esteri di Gerusalemme, consulenti legali e diplomatici inglesi hanno lavorato direttamente con i palestinesi nella stesura della risoluzione anche prima che venisse distribuita dall’Egitto per la prima volta mercoledì pomeriggio. Secondo i diplomatici israeliani, la Gran Bretagna ho ha fatto in segreto e senza informare Israele.

A Gerusalemme si sospetta che la Gran Bretagna abbia lavorato durante tutti quei giorni per gli americani per garantire che la risoluzione fosse gradita al presidente USA Barack Obama, ma senza che dovesse intervenire direttamente per formularla.

“Sappiamo come leggere le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza,” ha detto un importante diplomatico israeliano. “Non è un testo scritto dai palestinesi o dall’Egitto, ma da una potenza occidentale. “L’ambasciatore israeliano negli USA, Ron Dermer, lunedì ha affermato durante interviste con media americani che Israele ha le prove che l’amministrazione Obama stava dietro la risoluzione e l’ha stilata. Non è chiaro se questo era ciò che intendeva dire.

Diplomatici occidentali hanno in parte confermato la descrizione dei loro colleghi israeliani. Sostengono che la Gran Bretagna ha effettivamente giocato un ruolo importante nella formulazione della risoluzione e nella sua revisione con i palestinesi. Tuttavia dicono di non avere le prove che dietro tutta la manovra ci sia stata l’amministrazione USA.

“La Gran Bretagna ha contribuito ad abbassare i toni del testo in modo che corrispondesse al limite accettabile per gli americani e potesse così essere approvata senza un veto,” sostiene uno dei diplomatici occidentali.

La conversazione telefonica di Netanyahu con il ministro degli Esteri neozelandese non ha posto fine ai tentativi di impedire il voto venerdì pomeriggio. Poche ore prima del voto, il primo ministro ha chiamato il presidente russo Vladimir Putin ed ha tentato di convincerlo. Solo il giorno prima Israele aveva acconsentito ad una richiesta russa e si è astenuto da un voto nell’Assemblea Generale dell’ONU su una risoluzione riguardante crimini di guerra in Siria.

Non è del tutto chiaro cosa sia avvenuto nella conversazione tra Netanyahu e Putin, ma meno di un’ora prima del voto un vero dramma ha avuto luogo nella sede ONU di New York. Mentre gli Stati-membri del Consiglio di Sicurezza stavano preparando il proprio discorso prima del voto e la discussione pubblica che si era tenuta immediatamente prima, l’ambasciatore russo all’ONU Vitaly Churkin improvvisamente ha chiesto una consultazione riservata.

Un diplomatico occidentale afferma che Churkin ha stupito gli altri ambasciatori dei 14 Stati-membri del Consiglio di Sicurezza quando ha proposto di rimandare il voto a dopo Natale. Non c’è stata una discussione sufficiente sulla stesura della risoluzione, ha sostenuto Churkin, e ha detto di essere sorpreso della fretta di alcuni Paesi per votare al più presto. Martedì mattina il vice ambasciatore russo in Israele, Alexy Drobinin, lo ha confermato in un’intervista con la radio dell’esercito

Drobinin ha detto alla radio dell’esercito che la Russia ha fatto delle obiezioni per la tempistica della risoluzione e che il rappresentante della Russia a New York è stato l’unico ad aver chiesto di continuare la discussione. Drobinin ha affermato che bisognerebbe prendere in considerazione che dopo poche settimane ci sarebbe stata una nuova amministrazione negli Stati Uniti e che la Russia non era contenta del modo in cui la risoluzione era stata portata al voto. Ha sostenuto che il problema non era il contenuto, ma la tempistica e il fatto che la risoluzione riguardsse solo una delle molte questioni cruciali del conflitto.

Ma le osservazioni di Churkin non sono state ascoltate. All’incontro la maggior parte dei rappresentanti le ha respinte e ha chiesto di andare avanti sulla votazione come previsto. Un diplomatico occidentale ha detto che l’ambasciatore russo, che ha capito di non essere riuscito a ottenere appoggio, si è ritirato ed ha sintetizzato la consultazione con una notazione tipicamente cinica sulla proposta abbandonata dall’Egitto – ha detto di non aver mai visto in vita sua tanta gente desiderosa di adottare così in fretta un orfano.

L’incontro è finito, gli ambasciatori sono entrati nella sala del Consiglio di Sicurezza e pochi minuti dopo hanno approvato la risoluzione.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




La risoluzione ONU: una vendetta personale di Obama

La risoluzione ONU: una vendetta personale di Obama contro Netanyahu

Middel East Eye

Yossi Melman – Sabato 24 dicembre 2016

Il primo ministro israeliano, abituato all’appoggio incondizionato degli USA, è rimasto colpito dall’iniziativa di Obama. Se ne farà una ragione.

La risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di venerdì, che denuncia le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata (che sono illegali in base alle leggi internazionali e un ostacolo alla creazione di uno Stato palestinese) è stata uno shock per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e per il suo governo di destra.

Fino all’ultimo minuto hanno sperato che in qualche modo, deus ex machina, Washington avrebbe posto il veto sulla proposta. Ma gli Usa si sono astenuti, consentendo l’adozione della risoluzione da parte degli altri 14 membri del consiglio.

Non è la prima volta che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU approva una risoluzione contro l’occupazione israeliana e la sua politica illegale di costruzione ed espansione delle colonie ebraiche. Ma in questa occasione la risoluzione è molto più mirata. Sottolinea il ruolo distruttivo giocato dalle colonie nel dividere e controllare la Cisgiordania per impedire la nascita di uno Stato palestinese con continuità territoriale.

E’ stata anche la prima risoluzione dal 1980 su cui gli USA non hanno posto il veto o impedito che venisse proposta.

La decisione degli USA di astenersi riflette una politica di lunga durata contraria alle colonie. Ma si è trattato anche un atto di vendetta e di ritorsione personale del presidente Obama contro Netanyahu. La Casa Bianca usa un eufemismo quando sostiene che la politica delle colonie da parte di Netanyahu è stata responsabile della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Fin dal primo momento di Obama alla Casa Bianca, Netanyahu ha cospirato contro di lui con la maggioranza repubblicana del Congresso USA. Nonostante sia stato uno dei presidenti che più ha sostenuto e generosamente finanziato Israele, Obama è stato detestato da un ingrato Netanyahu. Il primo ministro israeliano ha ripetuto continuamente il suo sostegno alla soluzione dei due Stati, ma ha fatto tutto quanto gli era possibile per sabotarla. Ha anche cospirato con il partito Repubblicano per far fallire l’accordo sul nucleare tra l’Iran e i “P5 più uno” – cioè, i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU più la Germania.

Netanyahu e il suo governo, preso in ostaggio anni fa dai coloni, che rappresentato appena il 10% della popolazione ebraica di Israele, ha ignorato il fatto che la risoluzione è equilibrata. Chiede ai palestinesi di bloccare gli incitamenti alla violenza e il terrorismo.

Eppure Netanyahu ha espresso tutta la sua rabbia e frustrazione verso Obama stravolgendo la verità e accusandolo di aver deviato dalla “tradizione” politica USA di appoggiare sempre Israele. Il borioso Netanyahu si è autoconvinto che l’appoggio incondizionato degli USA è uno dei Dieci Comandamenti.

Paralizzato dal suo timore verso Vladimir Putin, che egli ha ripetutamente elogiato e descritto come un amico, Netanyahu ha totalmente ignorato il fatto che anche la Russia ha appoggiato la risoluzione.

In un messaggio personale, Netanyahu ha promesso di ignorare la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e per ritorsione ha richiamato l’ambasciatore israeliano in Nuova Zelanda e quello in Senegal, due Nazioni che hanno proposto la mozione.

Riguardo alle implicazioni della risoluzione su Israele e la Palestina, si tratta di un’arma a doppio taglio. Innanzitutto, la risoluzione non fa riferimento al capitolo sette della Carta dell’ONU, che parla di “minacce per la pace” e quindi è ben lungi dall’imporre sanzioni internazionali su Israele o sulle sue colonie.

Singole Nazioni possono utilizzare la risoluzione come una base legale per giustificare la propria decisione di boicottare le colonie e persino Israele. Ma lo faranno, e in che misura? La risoluzione funge anche da impulso per il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), che prende di mira le colonie e Israele.

La risoluzione è anche una vittoria per l’anziano presidente palestinese Mahmoud Abbas e per la sua strategia di utilizzare l’arena diplomatica per combattere l’occupazione. Abbas è stato recentemente sottoposto a terribili pressioni all’interno del suo stesso movimento, Fatah, e della più ampia Organizzazione per la Liberazione della Palestina perché desse le dimissioni a causa del fallimento delle sue politiche e per non essere riuscito ad avvicinare i palestinesi alla creazione di uno Stato.

Ma è prematuro che i palestinesi si rallegrino. Una volta superato lo shock, Netanyahu si sposterà probabilmente ancora più a destra e costruirà ancora più colonie. Crede che il prossimo mese, quando Donald Trump entrerà nello Studio Ovale [l’ufficio del presidente alla Casa Bianca. Ndtr.], Israele avrà mano libera per fare tutto quello che vuole.

– Yossi Melman  è un commentatore in materia di sicurezza e di intelligence e co-auotore di “Spie contro l’Armageddon”.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Il testo della risoluzione del Consiglio di Sicurezza sulle colonie israeliane

“Le colonie israeliane non hanno alcuna validità legale, costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale”.

https://www.un.org/press/en/2016/sc12657.doc.htm

Il Consiglio di Sicurezza,

riconfermando le sue risoluzioni sull’argomento, comprese le 242 (1967), 338 (1973), 446 (1979), 452 (1979), 465 (1980), 476 (1980), 478 (1980), 1397 (2002), 1515 (2003 e 1850 (2008),

guidato dalle intenzioni e dai principi della Carta delle Nazioni Unite e riaffermando, tra le altre cose, l’inammissibilità dell’acquisizione di territori con la forza,

riconfermando l’obbligo di Israele, potenza occupante, di attenersi scrupolosamente ai suoi obblighi legali ed alle sue responsabilità in base alla Quarta Convenzione di Ginevra riguardanti la protezione dei civili in tempo di guerra, del 12 agosto 1949, e ricordando il parere consuntivo reso dalla Corte Internazionale di Giustizia il 9 luglio 2004,

condannando ogni misura intesa ad alterare la composizione demografica, le caratteristiche e lo status dei territori palestinesi occupati dal 1967, compresa Gerusalemme est, riguardante, tra gli altri: la costruzione ed espansione di colonie, il trasferimento di coloni israeliani, la confisca di terre, la demolizione di case e lo spostamento di civili palestinesi, in violazione delle leggi umanitarie internazionali e importanti risoluzioni,

esprimendo grave preoccupazione per il fatto che le continue attività di colonizzazione israeliane stanno mettendo pericolosamente in pericolo la possibilità di una soluzione dei due Stati in base ai confini del 1967,

ricordando gli obblighi in base alla Roadmap del Quartetto, appoggiata dalla sua risoluzione 1515 (2003), per il congelamento da parte di Israele di tutte le attività di colonizzazione, compresa la “crescita naturale”, e lo smantellamento di tutti gli avamposti dei coloni costruiti dal marzo 2001,

ricordando anche l’obbligo, in base alla Roadmap del Quartetto, delle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese di mantenere operazioni concrete intese a prendere misure contro tutti coloro che sono impegnati in azioni terroristiche e a smantellare gli strumenti terroristici, compresa la confisca di armi illegali,

condannando ogni atto di violenza contro i civili, comprese le azioni terroristiche, così come ogni atto di provocazione, incitamento e distruzione,

riprendendo la propria visione di una regione in cui due Stati democratici, Israele e Palestina, vivano uno di fianco all’altro in pace all’interno di frontiere sicure e riconosciute,

sottolineando che lo status quo non è accettabile e che passi significativi, coerenti con la transizione prevista nei precedenti accordi, sono urgentemente necessari per (i) stabilizzare la situazione e ribaltare le tendenze negative sul terreno, che stanno costantemente erodendo la soluzione dei due Stati e rafforzando una realtà dello Stato unico, e (ii) creare le condizioni di efficaci negoziati sullo status definitivo e per il progresso della soluzione dei due Stati attraverso questi negoziati e sul terreno,

1. Riafferma che la costituzione da parte di Israele di colonie nel territorio palestinese occupato dal 1967, compresa Gerusalemme est, non ha validità legale e costituisce una flagrante violazione del diritto internazionale e un gravissimo ostacolo per il raggiungimento di una soluzione dei due Stati e di una pace, definitiva e complessiva;

2. insiste con la richiesta che Israele interrompa immediatamente e completamente ogni attività di colonizzazione nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme est, e che rispetti totalmente tutti i propri obblighi a questo proposito;

3. ribadisce che non riconoscerà alcuna modifica dei confini del 1967, comprese quelle riguardanti Gerusalemme, se non quelle concordate dalle parti con i negoziati;

4. sottolinea che la cessazione di ogni attività di colonizzazione da parte di Israele è indispendabile per salvaguardare la soluzione dei due Stati e invoca che vengano intrapresi immediatamente passi positivi per invertire le tendenze in senso opposto sul terreno che stanno impedendo la soluzione dei due Stati;

5. chiede a tutti gli Stati, tenendo presente il paragrafo 1 di questa risoluzione, di distinguere, nei loro contatti importanti, tra il territorio dello Stato di Israele e i territori occupati dal 1967;

6. Chiede passi immediati per evitare ogni atto di violenza contro i civili, compresi atti di terrorismo, così come ogni azione di provocazione e distruzione, chiede che a questo proposito i responsabili vengano chiamati a risponderne, e invoca il rispetto degli obblighi in base alle leggi internazionali per rafforzare i continui sforzi di combattere il terrorismo, anche attraverso l’attuale coordinamento per la sicurezza, e la condanna esplicita di ogni atto di terrorismo;

7. Chiede ad entrambe le parti di agire sulla base delle leggi internazionali, comprese le leggi umanitarie internazionali, e dei precedenti accordi ed obblighi, di mantenere la calma e la moderazione e di evitare azioni di provocazione, di incitamento e di retorica incendiaria, con il proposito, tra le altre cose, di attenuare l’aggravamento della situazione sul terreno, di ricostituire la fiducia, dimostrando attraverso politiche e azioni concrete un effettivo impegno a favore della soluzione dei due Stati, creando le condizioni necessarie alla promozione della pace;

8. chiede alle parti di continuare, nell’interesse della promozione della pace e della sicurezza, di esercitare sforzi congiunti per lanciare negoziati credibili sulle questioni riguardanti lo status finale nel processo di pace del Medio Oriente e nei tempi definiti dal Quartetto nella sua dichiarazione del 21 settembre 2010;

9. Invita a questo proposito ad intensificare ed accelerare gli sforzi e il sostegno ai tentativi diplomatici internazionali e regionali che intendono raggiungere senza ulteriori ritardi una pace complessiva, giusta e definitiva in Medio Oriente sulla base delle pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite, dei parametri di Madrid, compreso il principio di terra in cambio di pace, dell’iniziativa araba di pace e della Roadmap del Quartetto e una fine dell’occupazione israeliana iniziata nel 1967; sottolinea a questo proposito l’importanza dei continui sforzi di promuovere l’iniziativa di pace araba, della Francia per la convocazione di una conferenza di pace internazionale, i recenti tentativi del Quartetto, così come quelli dell’Egitto e della Federazione Russa;

10. Conferma la propria determinazione ad appoggiare le parti attraverso i negoziati e nella messa in pratica di un accordo;

11. Riafferma la propria determinazione ad esaminare mezzi e modi per garantire la completa applicazione delle sue risoluzioni a questo proposito;

12. Chiede al segretario generale di informare il Consiglio ogni tre mesi sull’attuazione delle decisioni della presente risoluzione;

13. Decide di seguire attivamente la questione.

(Traduzione di Amedeo Rossi)