La Sinistra israeliana oggi

Jon Wiener

14 dicembre 2023 – The Nation

Alcune domande a David Myers sul movimento per la pace in Israele

David Myers è professore emerito e Kahn Professor di storia ebraica presso l’UCLA (University of California – Los Angeles), dove ricopre il ruolo di direttore del Luskin Center for History and Policy e dell’Initiative to Study Hate [Centro Luskin per la Storia e la Politica e dell’Iniziativa per lo Studio dell’Odio]. Ha scritto per la pagina degli opinionisti del Los Angeles Times, The Forward e The Atlantic. Questa intervista è stata sintetizzata e rivista.

Jon Wiener: Il governo Netanyahu non ha alcun piano per ciò che accadrà dopo la guerra a Gaza. Sappiamo che abbiamo bisogno di una vera soluzione politica a quella che Edward Said chiamava “la questione palestinese”.

David Myers: I paradigmi esistenti sembrano essere due Stati o un unico Stato, entrambi ampiamente screditati. Questo è un momento in cui dobbiamo spingere verso una maggiore immaginazione politica nel pensare a ciò che esiste tra due e uno.

JW: Quali gruppi in Israele ora guidano questo tipo di pensiero? Storicamente, Peace Now è stato il grande gruppo in Israele – e negli Stati Uniti – che ha sostenuto uno Stato palestinese. Raccontaci del panorama della sinistra in questo momento.

DM: Nellattuale contesto, ci sono un paio di categorie di gruppi che stanno svolgendo un lavoro essenziale. La prima categoria sono i gruppi che riuniscono arabi ed ebrei, a cominciare dal movimento che opera un grande lavoro organizzativo: Standing Together [Stare Insieme]. È un gruppo di palestinesi israeliani ed ebrei israeliani impegnato nell’organizzazione di base in nome degli ideali di giustizia e uguaglianza per tutti. Si è dimostrato estremamente efficace, in questo senso, nella lotta contro la violenza contro le donne e nel chiedere la cessazione delle ostilità tra ebrei e arabi nelle città miste israeliane nel maggio 2021. Anche nell’’attuale contesto di enorme tensione, Standing Together ha avuto successo: è stato in prima linea per cercare di tenere insieme le diverse comunità di Israele.

JW: E oltre a Standing Together?

DM: Poi c’è il Parents Circle [Circolo dei Genitori], che riunisce i parenti delle vittime di violenza, sia palestinesi che ebrei. E Combatants for Peace [Combattenti per la Pace]: riuniscono ex combattenti delle due parti che riconoscono l’’inutilità di continuare l’’attuale schema di ciclica violenza. Le storie raccontate da questi ex combattenti sono straordinariamente avvincenti. Loro, insieme a Parents Circle, costituiscono il mondo che è stato ricreato in modo così brillante dall’autore irlandese-americano Colum McCann nel suo libro Apeirogon, [la storia vera dell’inaspettata amicizia fra due padri, un palestinese e un israeliano, che hanno rispettivamente perso le loro figlie a causa della violenza e che trasformano il loro dolore in attivismo per la pace, tradotto in italiano da Feltrinelli, ndt] che consiglio a tutti.

JW: E chi sta svolgendo un lavoro significativo su questioni a lungo termine?

DM: Mitvim è un think tank che immagina una politica estera diversa per Israele, una politica che non ignora o trascura il problema palestinese ma lo pone al centro della sua visione. E un altro gruppo davvero importante che penso sia diventato ancora più significativo negli ultimi mesi si chiama A Land for All [Una Terra per Tutti]. È un gruppo che si impegna esattamente nel tipo di immaginazione politica di cui abbiamo bisogno che propone una confederazione. È un’organizzazione che crede nel principio dei due Stati con alcune modifiche, come una frontiera aperta che consenta ai cittadini israeliani, in maggioranza ebrei, di vivere in uno Stato palestinese e ai cittadini palestinesi di uno Stato palestinese di vivere nello Stato di Israele. Ci sono molte questioni e dettagli ancora da capire, ma questo è il tipo di immaginazione e di nuovo modo di pensare di cui penso abbiamo bisogno, nella misura in cui fa crollare l’apparente dicotomia tra un ideale di separazione assoluta, che molti desiderano e tuttavia è impossibile e non è particolarmente favorevole alla crescita economica, e il principio dell’’integrazione sotto forma di un unico Stato di tutti i cittadini, che dopo il 7 ottobre sembra essere destinato al fallimento per la maggior parte degli israeliani. La bellezza di A Land for All è che in un certo senso fa crollare la distinzione tra separazione e integrazione in un formato noto, due Stati , ma la modifica in modo significativo.

Sia che sosteniamo questa particolare idea o qualche sua modifica, dobbiamo evitare quella che sarà la campana a morto per il futuro, ovvero la stasi, nessun cambiamento all’orizzonte.

JW: Sei stato un leader del New Israel Fund. Dove si inseriscono i suoi sostenitori in questa costellazione?

DM: Il New Israel Fund [Nuovo Fondo Israele] ha sostenuto finanziariamente quasi tutte le ONG sul lato progressista del panorama della società civile israeliana, ed è un sostenitore di molte delle organizzazioni di cui abbiamo parlato qui. Il NIF c’è stato, c’’è e continuerà ad esserci.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Dalla vendetta alla pace: in migliaia partecipano al memoriale congiunto israelo-palestinese per le vittime del conflitto

Ran Shimoni

24 aprile 2023 – Haaretz

Circa 200 palestinesi hanno partecipato alla cerimonia di Tel Aviv, dopo che la corte suprema israeliana ha ordinato allo Stato di concedere loro i permessi di ingresso; un piccolo numero di attivisti di destra ha dimostrato ai margini della manifestazione

Lunedì notte a Tel Aviv migliaia di persone hanno partecipato a una cerimonia commemorativa congiunta israelo-palestinese per le vittime del conflitto, sfidando un pugno di attivisti di destra che hanno gridato invettive cariche d’odio.

Per i partecipanti alla cerimonia nel parco Ganei Yehoshua di Tel Aviv, in gran parte privo di illuminazione, è stato difficile trovare la strada. Non c’erano segnali stradali quindi, significativamente, le persone sono giunte alla cerimonia [immerse] nell’oscurità e nell’incertezza. Ma hanno proseguito nella speranza di raggiungere alla fine il luogo giusto, quello pieno di luce. Non avrebbe potuto esserci per loro un viaggio che rispecchiasse meglio il momento attuale.

“Il mio cuore è sempre stato qui, ma in verità questa è la prima volta che vengo”, ha detto Einav Oren, 38 anni, del Kibbutz Revadim. “È davvero commovente trovarsi qui, vedere le persone. C’è una quiete speciale qui.

È difficile non percepire il potere di questa quiete. È composta da migliaia di persone, israeliane e palestinesi, sedute sulle sedie di plastica poste sul prato e in attesa che si ripeta il miracolo che accade ogni anno – una serata condivisa dalle famiglie in lutto di entrambe le parti del conflitto, che piangono insieme per la morte dei loro cari e, cosa più importante, chiedono di essere le ultime famiglie in lutto.

Una di loro era Anat Marnin-Shahar. I suoi fratelli maggiori, Pinhas e Yair Marnin, furono uccisi nella guerra dello Yom Kippur [tra una coalizione araba, composta principalmente da Egitto e Siria, e Israele, ndt.] del 1973 quando lei aveva 16 anni.

Eccoci”, ha detto alle persone lì riunite. Le persone a cui il conflitto ha sottratto la cosa più preziosa di tutte vogliono e possono gridare: Basta!’”

Come accaduto anche negli anni precedenti, la partecipazione all’evento delle famiglie palestinesi ha richiesto una battaglia legale da parte di Combatants for Peace e Parents Circle – Families Forum, i due gruppi che ogni anno organizzano la cerimonia. Anche questa volta, nonostante il governo la stia portando al patibolo, la Corte Suprema ha negato ai rappresentanti del governo il potere di impedire ai palestinesi di partecipare.

“Ogni persona dovrebbe osservare il Giorno della Memoria secondo le proprie convinzioni”, ha scritto nell’ordinanza il giudice Isaac Amit. Ognuno sopporta la propria sofferenza, il dolore e il distacco, in maniera personale”.

Le critiche israeliane alla cerimonia sono note, e si sono fatte vive a poche decine di metri di distanza (Stanno tenendo una giornata commemorativa per i nazisti palestinesi”, ha gridato al megafono un manifestante durante un discorso rotto dal pianto di Yuval Sapir, che ha perso sua sorella in un attentato suicida a Tel Aviv nel 1994). Ma per i circa 200 palestinesi convenuti la strada è stata ancora più lunga, non solo per la necessità di ottenere un permesso speciale per entrare in Israele, ma anche per la necessità di superare le critiche interne.

“Ho amici a casa che non mi capiscono”, ha detto Yousef Abu Ayyash, ventenne residente a Hebron. Ho dei parenti che sono stati uccisi a causa dell’occupazione. Ma se voglio promuovere la pace questo è il modo migliore per farlo. Qui incontro israeliani che vogliono la stessa cosa che voglio io”.

Yusra Mahfuz, che vive in un campo profughi adiacente a Ramallah, ha parlato della morte di suo figlio, Ala’a, nel 2000. All’inizio, dopo aver perso mio figlio, ho sentito il bisogno di vendetta. Inizialmente rifiutavo soltanto l’idea di sedermi faccia a faccia con il nemico che ha portato via mio figlio, ma lentamente il desiderio di vendetta è stato sostituito dal desiderio di pace e di un futuro migliore”, ha detto. Faccio appello alle madri israeliane che mi stanno guardando ora: il nostro lutto è lo stesso, il nostro dolore è lo stesso. Oggi, più che mai, possiamo vedere quanto sia importante lavorare insieme. E porremo fine allo spargimento di sangue. Quando è troppo è troppo.”

Più israeliani che mai

C’erano più israeliani che mai. Decine di migliaia di persone si sono iscritte in anticipo e diverse migliaia si sono semplicemente presentate. Gli organizzatori non avevano una spiegazione plausibile per questi numeri.

Ishay Hadas, uno dei principali organizzatori delle proteste contro la prevista riforma giuridica del governo e che partecipa ogni anno alla cerimonia congiunta, ha espresso la speranza che “qualcosa del grande spirito democratico delle manifestazioni sia arrivato anche qui, restituendo una speranza alla gente”.

Tuttavia, sostiene di non pensare che l’affluenza alla cerimonia dica qualcosa sulla direzione che prenderanno le proteste a livello nazionale. “è triste, perché le manifestazioni offrono un’opportunità per un vero cambiamento, al di là della salvaguardia dello status quo”, afferma. Ma la società israeliana non lo vuole”.

“Sono contento che almeno qui si possa vedere il cambiamento”, aggiunge.

I volti dei partecipanti mostravano chiaramente la loro empatia, non verso se stessi – dopo anni di molestie, minacce e umiliazioni non ne sentono più la necessità – ma per l’altra parte. Gli ebrei chiedono quella del proprio popolo nei confronti dei palestinesi, e i palestinesi la richiedono verso gli ebrei.

L’intera cerimonia richiede empatia, non nel senso superficiale di sentimenti affettuosi, ma nel senso originale, più profondo e genuinamente sovversivo della parola: un’empatia il cui obiettivo è la capacità di mettersi nei panni di un altro. Quello è il terreno in cui può crescere la possibilità del vero cambiamento” di cui parla Hadas.

In questo Giorno della Memoria così diviso, quando le famiglie in lutto combattono tra loro e una rabbia senza precedenti nei confronti dei rappresentanti di governo si è sovrapposta al lutto, questa cerimonia commemorativa condivisa, che già nel corso dei precedenti Giorni della Memoria ci siamo abituati a vivere come l’evento più carico di emozione in Israele, ha goduto di una quiete speciale in mezzo al chiasso delle lotte intestine nel resto del Paese. Quest’anno la cerimonia a Ganei Yehoshua potrebbe essere stata se non altro la cerimonia commemorativa più unificante di tutte.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La falsa concordia del ricordare insieme i morti israeliani e palestinesi

Lana Tatour

6 maggio 2020 – Middle East Eye

La cerimonia del Giorno del Ricordo può risultare catartica per i sensi di colpa dei progressisti, ma fa ben poco per i palestinesi colonizzati

Alla fine dello scorso mese il Giorno del Ricordo è stato celebrato con una cerimonia unitaria tra israeliani e palestinesi, descritta come alternativa rispetto alle commemorazioni ufficiali nazionali israeliane della ricorrenza.

Buma Inbar, il cui figlio, un soldato israeliano, è stato ucciso in Libano nel 1995, ha istituito questa cerimonia nel 2005. Da allora è stata organizzata congiuntamente da “Combatants for Peace”, un’associazione di ex-combattenti israeliani e palestinesi, e da “Parents Circle Families Forum”, composto da famiglie israeliane e palestinesi di persone decedute.

L’appello per un futuro senza guerre e violenza delle famiglie israeliane e palestinesi in lutto ha avuto ampia risonanza. La prima cerimonia ha visto la presenza solo di qualche decina di persone, ma da allora il numero è aumentato fino a migliaia di persone.

Quest’anno, a causa della pandemia da coronavirus, la cerimonia si è tenuta in rete, consentendo agli organizzatori di raggiungere un pubblico molto maggiore, con circa 200.000 visualizzazioni in tutto il mondo.

Falsa narrazione

Eppure l’etichetta unitaria della cerimonia è una narrazione falsa. La cerimonia è un’iniziativa israeliana. Si tiene a Tel Aviv insieme agli eventi ufficiali israeliani per il Giorno del Ricordo, e i partecipanti sono prevalentemente israeliani.

Allo sparuto gruppo di palestinesi che arriva dalla Cisgiordania occupata viene imposto l’obbligo di richiedere al governo israeliano permessi di ingresso in genere ottenuti dopo un ricorso in tribunale. Per esempio, nel 2019 alla cerimonia che si è tenuta a Tel Aviv ci sono stati 10.000 partecipanti e sono stati concessi permessi per prendervi parte solo a 100 palestinesi provenienti dalla Cisgiordania.

La cerimonia di quest’anno è stata sponsorizzata, tra gli altri, da associazioni per la pace israeliane ed ebraiche come Peace Now, J Street, The Union for Reform Judaism, the New Israel Fund [gruppi sionisti contrari all’occupazione della Cisgiordania, ndtr.] e gruppi interconfessionali. La lista delle organizzazioni sioniste progressiste che l’hanno appoggiata dice molto della posizione politica che la sostiene.

La cerimonia si basa su una simmetria tra i morti israeliani e palestinesi, tra gli occupanti e le loro vittime. Per esempio in quella di quest’anno fra gli oratori israeliani c’era il fratello di un soldato israeliano ucciso durante l’invasione israeliana di Jenin nel 2002, in cui sono stati uccisi decine di palestinesi. Da parte palestinese ha parlato anche la madre di un ragazzino di 14 anni colpito a morte da un soldato israeliano.

Al cuore della cerimonia c’è l’idea che noi, palestinesi e israeliani, siamo tutti vittime di un conflitto tra due movimenti nazionalisti. Le famiglie israeliane e palestinesi in lutto sono invitate a condividere le proprie storie di cordoglio come messaggio di speranza. Questa esperienza, ci viene detto, è condivisa: tutti noi piangiamo i nostri cari e viviamo la pena della loro perdita.

Come ha detto l’attivista israeliana Leah Shakdiel nel suo discorso: “Condividiamo con l’altra parte il nostro lutto, prestiamo ascolto al loro cordoglio, per poter condividere anche la gioia della vita e della crescita e della pace, di esseri umani e cittadini uguali, di due popoli su una sola terra, orgogliosi del loro retaggio nazionale differente e determinati a realizzare insieme il loro sogno.”

Regime colonialista omicida

La violenza colonialista che genera morte e cordoglio è ignorata a favore di ciò che viene visto come la potente presentazione di una visione umanista. È indubbio che tutti noi piangiamo i nostri morti. Anche quelli che occupano, colonizzano o commettono crimini di guerra hanno una famiglia e dei cari da commemorare.

Ma la morte di un soldato israeliano e quella della sua vittima palestinese sono identiche solo perché entrambi vengono pianti dalle loro famiglie? E cosa significa, politicamente, chiedere ai palestinesi di piangere la morte dei soldati israeliani?

La cerimonia può risultare catartica per i sensi di colpa progressisti, ma fa ben poco per gli oppressi. Il lutto e la sofferenza non accadono in uno spazio vuoto, sono eventi politici.

Mettere sullo stesso piano le morti di quelli che occupano, colonizzano e opprimono con quelle di quanti sono occupati, colonizzati ed oppressi è di per sé una forma di violenza. La morte e il senso di perdita commemorati in questa cerimonia non sono il tragico risultato di un incidente mortale o di una malattia, sono il prodotto della violenza coloniale omicida.

Anche se alcune famiglie palestinesi in lutto partecipano alla cerimonia nel tentativo di dare senso e visibilità al proprio lutto e alla propria sofferenza, la cerimonia unitaria è guidata da un programma israeliano ed è intesa a soddisfare esigenze israeliane.

Fornisce una risposta agli israeliani che non vogliono abbandonare la politica nazionalista di Israele, né rifiutare l’idea stessa di un Giorno del Ricordo nazionale per uno Stato colonialista che continua quotidianamente ad occupare, spogliare, espellere ed uccidere i palestinesi.

Decenni di lutto

I partecipanti non rinunciano necessariamente al proprio impegno a favore del nazionalismo colonialista. Molti dei partecipanti israeliani che assistono alla cerimonia unitaria il giorno dopo festeggiano l’indipendenza di Israele.

La cerimonia consente agli israeliani di sinistra di soddisfare appieno le proprie necessità. Inquadrandola in un discorso inclusivo e riconciliatorio, possono rimanere a modo loro parte dell’ethos nazionale colonialista israeliano, anche se quel modo viene rifiutato dalla maggioranza degli israeliani. Con questo processo si appropriano del lutto e della sofferenza dei palestinesi e lo inseriscono nel contesto della politica nazionalista di Israele.

Tuttavia le nostre vittime non sono parte della storia e del ricordo israeliani, ma della storia palestinese di decenni di lutti, di oppressione e di resistenza che continua fino ad oggi.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Lana Tatour è titolare della borsa di studio Ibrahim Abu-Lughod di post-dottorato presso il Centro di Studi Palestinesi alla Columbia University.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)