Al-Aqsa: decine di coloni israeliani prendono d’assalto la moschea dopo le festività ebraiche

Redazione di MEE

5 ottobre 2021 Middle East Eye

Circa 70 ebrei sono entrati nella moschea attraverso il lato occidentale del complesso, con un’iniziativa considerata “provocatoria” dai palestinesi.

Martedì decine di coloni israeliani hanno preso d’assalto la moschea di al-Aqsa nella città vecchia di Gerusalemme est occupata, un’iniziativa considerata “provocatoria” dai palestinesi.

I media locali hanno riferito che circa 70 coloni sono entrati ad al-Aqsa attraverso la Porta del Marocco, sul lato occidentale del complesso, controllato dalle autorità israeliane dall’inizio dell’occupazione di Gerusalemme Est e della Cisgiordania nel 1967.

L’Islamic Waqf di Gerusalemme [l’istituzione islamica incaricata di gestire la Spianata delle Moschee ed altri luoghi sacri a Gerusalemme est, ndtr.] ha ripetutamente descritto i tour dei coloni come “provocatori” e ha affermato che i fedeli e le guardie palestinesi della moschea di al-Aqsa sono a disagio per la presenza di polizia e coloni israeliani nel luogo sacro musulmano.

Secondo un rapporto di monitoraggio dell’Agenzia nazionale palestinese (Wafa) [agenzia di stampa ufficiale dell’ANP, ndtr.], in settembre circa 6.117 coloni israeliani hanno fatto irruzione nel complesso durante le festività ebraiche di Rosh Hashanah, Yom Kippur e Sukkot.

Nonostante un accordo congiunto di lunga data tra Israele e Giordania, gli attivisti israeliani di estrema destra hanno ripetutamente fatto pressioni per una maggiore presenza ebraica ad al-Aqsa.

Alcuni attivisti israeliani di destra si sono dichiarati a favore della distruzione del complesso della Moschea di al-Aqsa per far posto a un Terzo Tempio.

Ma altri vogliono impadronirsi dell’area orientale del complesso, nota come Porta al-Rahmeh [della Compassione, ndtr.], per trasformarla in un luogo di preghiera esclusivamente ebraico, a cui si accederebbe da un’antica porta nelle mura orientali della Città Vecchia.

I musulmani e i cristiani palestinesi non cercano di pregare nella nella piazza del Muro del Pianto, il luogo più sacro dell’ebraismo, a est della moschea di Al-Aqsa. E in ogni caso per accedere al sito devono passare attraverso un rigoroso controllo di sicurezza.

Sotto attacco

La moschea di al-Aqsa è stata un luogo centrale delle violenze di maggio. Le forze israeliane hanno preso d’assalto il sito nel mese di Ramadan e hanno aggredito i fedeli palestinesi, sparando proiettili ricoperti di gomma e gas lacrimogeni.

Al culmine dell’epidemia di Covid-19, all’inizio del 2020, il complesso è stato chiuso del tutto per 69 giorni, ed ha riaperto finalmente il 31 maggio. Durante la chiusura le autorità israeliane hanno invece permesso ai coloni di visitare il sito ed entrarvi.

I coloni sostenuti dalle forze israeliane irrompono regolarmente nella moschea di al-Aqsa per recarsi alla Cupola della Roccia, una moschea costruita nel VII secolo dal califfato omayyade sul monte Moriah [il luogo in cui Abramo avrebbe dovuto sacrificare Isacco, ndtr.], e lì pregare.

Israele ha occupato Gerusalemme Est durante la guerra arabo-israeliana del 1967. Ha annesso l’intera città nel 1980, con una mossa non riconosciuta dalla maggioranza della comunità internazionale.

La Città Vecchia di Gerusalemme e il complesso di al-Aqsa rimangono i punti più delicati del conflitto israelo-palestinese.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Quelli di noi che sono sopravvissuti a Gaza sono sopraffatti dal timore della perdita

Fidaa Shurrab

6 settembre 2021 – +972 magazine

A mesi di distanza dai danni subiti dalle loro attività economiche di una vita a causa dell’ultima guerra, tre imprenditori palestinesi parlano delle loro difficoltà nel raccogliere le forze per ripartire.

In tutta la Striscia di Gaza la gente ti dirà che viverci richiede fede, forza e pazienza. Negli ultimi 12 anni Israele ha scatenato contro la popolazione assediata quattro guerre totali, senza contare le frequenti incursioni. Queste ripetute aggressioni, accentuate dalle restrizioni al movimento delle persone e dei beni attraverso i valichi con Israele e l’Egitto, gli unici punti di ingresso ed uscita da Gaza, hanno eroso le speranze delle persone e minato ripetutamente i tentativi di ricostruire le nostre vite tra le macerie.

Per questa ragione le storie dalla Striscia spesso riguardano la sofferenza, la perdita e il superamento delle difficoltà. La guerra di 11 giorni a maggio, che ha ucciso oltre 250 palestinesi e ne ha feriti migliaia a Gaza, ha solo aggravato le sfide che i palestinesi hanno affrontato in quel posto a causa di anni di blocco e, più di recente, di una devastante pandemia. Ciò ha comportato massacri e distruzioni, ha rubato ricordi e seminato disperazione nei nostri cuori. Benché i bombardamenti siano finiti, essi hanno lasciato un grande dolore. Quelli di noi che sono sopravvissuti sono sopraffatti dal timore della perdita.

Al di là della tragedia umana, la guerra “ha gravemente indebolito un’economia già ridotta a una frazione delle sue possibilità,” ha concluso un rapporto di luglio della Banca Mondiale, dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite. Esso stima che il danno totale e le perdite subite a Gaza in seguito all’ultimo attacco siano tra i 290 e i 380 milioni di dollari.

Dietro a queste valutazioni ci sono le persone reali, imprenditori che hanno perso le aziende della loro vita o che devono ancora una volta modificare i propri progetti, lavoratori finiti nella disoccupazione e nella povertà, già molto alte a Gaza. Ecco tre delle loro storie.

Baraa Rantisi

L’espositore da banco di Flavor Cake [Torta Saporita] in genere è pieno di dolci glassati. Il suo sito vanta torte personalizzate con strutture in zucchero intrecciate sino a formare una scena di vita oceanica, o un camice da dottore, o una Minnie. Durante l’ultimo attacco contro Gaza nel negozio gli ingredienti sono andati a male. Dopo la guerra la pasticceria ha dovuto rimanere chiusa per altri 21 giorni, finché sono state rimosse le macerie nella zona, una delle principali vie di Gaza City.

Quando la pasticceria ha riaperto le vendite sono scese del 70%, afferma Baraa Rantisi, il proprietario. Il negozio, che in precedenza dava lavoro a 12 persone, ha dovuto licenziare metà del personale e ora i lavoratori rimasti sono pagati in base alle entrate giornaliere invece che con salari mensili, aggiunge. Nonostante le sfide, Rantisi spera che i palestinesi di Gaza possano rimettersi in piedi presto e che siano in grado di vedere la luce persino in mezzo alle tenebre.

Ahmed Abu Eskander

Ahmed Abu Eskander è proprietario di una fabbrica di prodotti plastici, che in precedenza dava lavoro a 27 persone, nella zona industriale di Gaza. Anche prima dell’ultima guerra il blocco gli rendeva difficile gestire la fabbrica, in quanto ci volevano mesi prima che Israele approvasse l’ingresso del materiale necessario.

L’assedio ha imposto difficoltà ad ogni aspetto dell’economia di Gaza,” spiega Abu Eskander. “A causa delle chiusure [dei valichi] ho dovuto aspettare almeno tre mesi per avere le materie prime di cui avevo bisogno. Prima della guerra ho ordinato nuovi macchinari, e sono ancora bloccati sul lato israeliano”, aggiunge.

In maggio i bombardamenti aerei israeliani hanno distrutto la fabbrica di Abu Eskander e un successivo incendio ha mandato in cenere quello che era rimasto. Tutti i dipendenti, alcuni dei quali lavoravano nella fabbrica da vent’anni, hanno perso il lavoro.

Abu Eskander stima la perdita economica in 1 milione di dollari. Per rispettare i suoi impegni con i clienti di Gaza anche in queste circostanze devastanti ha dovuto importare borse di plastica dall’Egitto, un altro costo imprevisto. Né lui né i suoi dipendenti sono riusciti a ricevere un indennizzo per le loro perdite.

Ci vorranno 10 anni per riavere la nostra vita, ma tutto ciò dipende dalla stabilità politica, che a Gaza non c’è”, dice Abu Eskander. La ricostruzione continuerà ad essere difficile finché la vita delle persone viene interrotta da chiusure, posti di blocco e distruzioni.

Yehiya Abu Jabal

I vivaci colori che una volta adornavano Zaghrouta, un negozio di vestiti da sposi e da sera, ora sono completamente svaniti. Il negozio, situato su via Remal, una delle più trafficate di Gaza, è stato danneggiato quando a maggio Israele ha bombardato l’edificio di 14 piani della torre Al-Shorouq, uno dei 4 edifici di notevole altezza distrutti dagli attacchi aerei israeliani.

Negli ultimi 5 anni ho investito tanti sforzi per estendere e far crescere i miei affari. Era uno dei negozi di vestiti da nozze più famosi,” afferma il proprietario Yehiya Abu Jabal.

A causa dell’epidemia di coronavirus e della chiusura dei saloni da matrimonio a Gaza le vendite sono state basse per mesi, spiega Abu Jabal. Tuttavia, quando il governo di Hamas ha iniziato a ridurre le restrizioni dovute al COVID-19, egli ha acquistato altri vestiti, vedendo l’opportunità di ridurre le perdite durante la stagione dei matrimoni di quest’estate. Ma gli acquisti sono stati inutili, afferma, l’ultima guerra ha distrutto il suo negozio e le sue speranze.

Ho perso circa 150.000 dollari. Davo lavoro a quattro dipendenti. Ora sono disoccupati. Anch’io sono senza lavoro,” dice.

La ricostruzione di Gaza è urgente, sottolinea Abu Jabal, in quanto tutti nella Striscia stiamo soffrendo. Non solo c’è bisogno di ricostruire, aggiunge, ma i valichi devono essere aperti e l’assedio deve finire.

Mi sento impotente e senza speranza,” si lamenta. “Ci vogliono delle vere soluzioni. Basta scene di distruzione. Meritiamo una vita normale.”

Fidaa Shurrab è una funzionaria per i progetti e i finanziamenti della Atfaluna Society for Deaf Children [ong che si occupa di bambini sordi e dei loro problemi di apprendimento, ndtr.] di Gaza. Ha lavorato con molte ong nella Striscia ed è anche traduttrice e giornalista freelance.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Consigli (comunali) israeliani vietano “illegalmente” ai palestinesi l’accesso alle spiagge, adducendo le norme sul Covid-19

Redazione di Middle East Eye

8 agosto 2021 – Middle East Eye

L’associazione per i diritti Adalah afferma che le misure hanno lo scopo di bloccare l’ingresso dei palestinesi ‘col pretesto della salute pubblica’

Le municipalità israeliane hanno illegalmente vietato l’accesso dei palestinesi alle spiagge in tre città, con misure denunciate da un’associazione locale per i diritti come “iniziative di apartheid”.

Domenica il Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele (Adalah) ha dichiarato che le autorità comunali di Netanya, Akka e Hadera hanno imposto nuove restrizioni ai non residenti con il pretesto di misure di sicurezza contro il Covid-19.

L’associazione per i diritti ha inviato una lettera al procuratore generale di Israele sostenendo che tali misure sono illegali.

Il consiglio comunale di Akka (Acri) il 4 agosto ha deciso di costruire una barriera intorno alla spiaggia di Argaman, consentendovi l’accesso solo a coloro che esibiscono un certificato di vaccinazione.

Adalah ha affermato che la decisione contravviene alle norme del governo sul Covid-19, che non impediscono la circolazione in spazi pubblici all’aperto. L’Ufficio per il Coronavirus di Israele è l’unica autorità che ha competenza per applicare qualunque misura relativa alla pandemia, ha affermato l’associazione per i diritti, sostenendo che il consiglio comunale ha quindi violato la legge.

Il Comune di Akka ha anche vietato agli autobus privati l’ingresso alle strade che portano alla spiaggia.

Adalah ha aggiunto che le misure “hanno lo scopo di impedire ai visitatori palestinesi provenienti dalla Cisgiordania l’accesso alle spiagge di Akka con il pretesto della salute pubblica”

Le immagini viste a Akka non lasciano spazio all’immaginazione: gli ispettori comunali hanno cacciato con la forza i palestinesi fuori dal perimetro cittadino per il solo fatto di essere palestinesi”, ha detto l’avvocato di Adalah, Rabea Eghbariah.

L’utilizzo di giustificazioni connesse all’aumento dei casi di Covid-19 per imporre misure illegali di restrizioni alla libertà di movimento e di divieto di accesso a spazi pubblici con motivazioni razziste è un fenomeno che sta emergendo.

Per ironia, queste iniziative locali di apartheid che hanno lo scopo di ottenere una segregazione razziale potrebbero probabilmente violare anche i diritti di altre collettività.”

Secondo un video postato su Facebook dal giornalista Rafat Aker, ispettori del Comune di Akka il 5 agosto hanno costretto dei palestinesi della città di Jenin in Cisgiordania a lasciare la città nonostante il fatto che alcuni di loro avessero spiegato di essere vaccinati e fossero in possesso di permessi legali di ingresso e soggiorno.

Adalah ha detto che simili restrizioni sono state imposte in seguito a Hadera, mentre il Comune di Netanya aveva preso misure analoghe a luglio durante la festa di Eid al-Adha.

In quell’occasione Netanya ha installato posti di blocco agli ingressi della città e impedito l’accesso ai palestinesi.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




In migliaia manifestano in Cisgiordania dopo la morte di un dissidente in custodia dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Amira Hass, Jack Khoury

24 giugno 2021 – Haaretz

Un palestinese, critico implacabile dell’Autorità Nazionale Palestinese e dei suoi leader, è morto giovedì mattina dopo essere stato arrestato nella sua casa prima dell’alba dalle forze di sicurezza palestinesi. Migliaia di persone sono scese in strada per protestare nelle aree di Hebron e Ramallah.

La famiglia di Nizar Banat, originario della città di Dura, nel sud della Cisgiordania, sostiene che egli è stato picchiato duramente dalle forze di sicurezza palestinesi durante il suo arresto. Nella prima mattinata di giovedì sono emerse voci secondo cui sarebbe stato trasferito in un ospedale e poco dopo l’ufficio distrettuale di Hebron ha annunciato la morte di Banat. Sui social media palestinesi viene dichiarato uno “shahid”, o martire.

I manifestanti a Hebron e Ramallah accusano l’Autorità Nazionale Palestinese di aver commesso un omicidio politico, mentre alcuni gruppi si sono scontrati con la polizia palestinese a Ramallah. I manifestanti hanno anche chiesto che il presidente Abbas e l’Autorità Nazionale Palestinese siano deposti.

Banat, un ex membro del movimento Fatah, è stato più volte arrestato dall’Autorità Nazionale Palestinese per le sue aspre critiche alla leadership nei post e nei video di Facebook. Ha accusato i leader dell’ANP di corruzione e anche di aver tratto vantaggi dall’abbandono degli interessi nazionali palestinesi in cambio di benefici personali e ricchezza.

I gruppi per i diritti umani e la famiglia di Banat hanno dichiarato che l’autopsia ha mostrato che egli è deceduto soffocato dal sangue nei polmoni dopo essere stato picchiato dalle forze di sicurezza. Uno dei medici che hanno preso parte all’autopsia ha anche rivelato che Banat ha subito lesioni a tutte le parti del corpo, comprese testa, braccia e gambe. Il medico ha detto che le circostanze sollevano il forte sospetto di comportamenti criminali

Il primo ministro Mohammad Shtayyeh ha annunciato che l’Autorità Nazionale Palestinese avvierà una commissione d’inchiesta sulle circostanze della morte di Banat, ma a Hebron e nell’area di Ramallah si continua a manifestare. I commenti che circolano sui social media paragonano Banat al dissidente saudita Jamal Khashoggi, ucciso nel 2018 in Turchia nel consolato dell’Arabia saudita.

Da parte sua, Hamas ha risposto all’incidente incoraggiando la partecipazione di massa ai funerali di Banat e invitando i palestinesi a “cambiare le condizioni pericolose volute dall’Autorità Nazionale Palestinese e dal coordinamento della sicurezza in Cisgiordania”.

Secondo gli attivisti palestinesi, la casa di Banat si trova nell’area della città di Hebron che è sotto il controllo di sicurezza israeliano, quindi le forze palestinesi devono ricevere il permesso da Israele per entrare nell’area ed eseguire gli arresti.

Banat aveva anche contestato ferocemente Mohammed Dahlan – un rivale del presidente palestinese Mahmoud Abbas – e i suoi sostenitori, molti dei quali sono ex membri dell’establishment della sicurezza palestinese.

Uno degli ultimi video che ha pubblicato su Facebook riguardava l’accordo sui vaccini Israele-ANP, secondo il quale Israele avrebbe dovuto fornire ai palestinesi vaccini Pfizer contro il coronavirus vicini alla scadenza in cambio di nuove dosi che Pfizer invierà a Israele il prossimo anno. Molti cittadini palestinesi, che sono già fortemente scettici nei confronti dei vaccini, erano convinti che l’ANP stesse intenzionalmente nascondendo i dettagli dell’accordo.

Banat ha affermato nel suo video che se dei palestinesi fossero morti per aver ricevuto dosi di vaccino scadute, Israele sarebbe stato accusato di sterminio di massa – “un’accusa che non avrebbe potuto tollerare”, motivo per cui l’accordo è stato fatto trapelare.

Banat era un membro del partito Liberazione e Dignità e prevedeva di candidarsi alle elezioni parlamentari palestinesi, originariamente previste per il 22 maggio, ma annullate da Abbas.

Gli attivisti palestinesi che criticano l’ANP riferiscono che i suoi apparati di sicurezza stanno esercitando pressioni crescenti contro di loro nel tentativo di metterli a tacere e che nelle scorse settimane molti sono stati arrestati o convocati per essere diffidati. All’inizio di questa settimana anche Issa Amro, un attivista residente a Hebron, è stato arrestato dall’Autorità Nazionale Palestinese dopo aver scritto un post critico sui social media; è stato rilasciato il giorno successivo.

La commissione d’inchiesta annunciata dall’Autorità Nazionale Palestinese sarà guidata dal ministro della Giustizia Mohammed al-Shalaldeh, insieme a una personalità indipendente che si occupa a livello professionale di diritti umani, a un medico in rappresentanza della famiglia e a un membro dell’intelligence palestinese. Il primo ministro Shtayyeh ha affermato che la commmissione d’inchiesta avrà accesso ai reperti autoptici, alle testimonianze della famiglia e di altre parti interessate e a tutte le informazioni rilevanti.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Traumi e salute mentale a Gaza

Kamran Ahmed

 14 giugno 2021, Al Jazeera

L’occupazione israeliana, le bombe e l’oppressione infliggono non solo danni fisici ma anche psicologici ai palestinesi.

Il cessate il fuoco del 20 maggio tra il governo israeliano e Hamas ha posto fine all’ultima esplosione del conflitto nella regione e ha portato a un senso di sollievo collettivo fra i palestinesi assediati della Striscia di Gaza.

Ma le profonde ferite che la violenza ha inflitto rimangono aperte.

Undici giorni di bombardamenti israeliani sull’enclave assediata hanno causato la morte di 256 palestinesi, tra cui 66 bambini. Quasi 2.000 sono stati feriti. Case, uffici e ospedali sono stati distrutti.

Mentre il fragile cessate il fuoco sembra reggere, coloro che sono sopravvissuti al conflitto stanno ancora una volta cercando di ricostruire le proprie vite. Ma i danni inflitti durante gli 11 giorni non sono stati solo fisici e materiali. Anche la salute mentale dei palestinesi di Gaza è stata bombardata durante quei giorni terribili.

Difficile immaginare quanto sia stata fonte di traumi psichici la situazione di queste persone: sono vissute nella paura del successivo attacco aereo, con lo spettro incombente della morte, di perdere i propri cari e le proprie case.

I residenti di Gaza hanno sopportato per decenni situazioni traumatizzanti una dopo l’altra. Le micidiali offensive israeliane – quattro negli ultimi 14 anni – hanno provocato i danni maggiori, ma si sono verificate sullo sfondo del continuo trauma imposto dall’occupazione.

Atrocità come il sequestro e la demolizione di case, il devastante regime poliziesco, le uccisioni illegali, la detenzione senza processo e la tortura infliggono tutte profondi danni psicologici. Una continua oppressione di questo tipo può distruggere l’autostima e lasciare le vittime in uno stato di “impotenza acquisita” -[assenza di controllo sull’esito di una situazione, ndtr.], rassegnate al loro destino e vulnerabili alla depressione.

Il blocco illegale israeliano di Gaza consiste anche in una sorta di strangolamento psicologico. La deprivazione economica che ne è derivata ha causato una diffusa disoccupazione e povertà – fattori di rischio ben noti per le malattie mentali – e ha lasciato i servizi sanitari senza finanziamenti e incapaci di soddisfare la domanda. Ogni guerra a Gaza li distrugge ulteriormente: questa volta almeno sei ospedali, due cliniche, un centro sanitario e una struttura della Mezzaluna Rossa Palestinese hanno subito danni.

Per la maggior parte degli altri Paesi, il COVID-19 è attualmente il principale problema di salute pubblica e mentale. In Palestina è quasi un pensiero di fondo soverchiato dalla paura di pericoli più immediati: attacchi aerei e oppressione. Ma bisogna ricordare che finora più di 110.000 persone a Gaza sono state infettate dal virus, con oltre 1.000 morti. Sono disponibili solo dosi sufficienti per vaccinare 60.200 persone su una popolazione di oltre 2 milioni. Quindi l’ansia da pandemia dilaga anche a Gaza, aggiungendosi al già insopportabile carico di paure.

Tutto questa insicurezza si traduce in vere e proprie malattie mentali. A Gaza i tassi di disturbi da stress post-traumatico (PTSD) – disturbi del sonno, tensione permanente, irritabilità , paure improvvise, flashback e incubi in cui si rivive il trauma subito e intorpidimento emotivo – sono incredibilmente alti. Uno studio del 2017 ha rilevato che il 37% degli adulti che vivono nella Striscia rientra in questa diagnosi.

Nel mio lavoro di psichiatra ho trattato rifugiati dalle guerre in Iraq e Afghanistan con PTSD: si tratta di una sindrome che può essere grave, complessa e durevole. Iniziare un percorso di guarigione mentre le cause di fondo del trauma persistono è quasi impossibile. Il capo dei servizi di salute mentale in Palestina una volta ha detto che la sua gente non soffre di disturbi da stress post-traumatico perché il trauma non è affatto passato. Disturbo da stress traumatico in corso può essere una descrizione più adeguata della loro situazione.

Come spesso accade in queste situazioni i bambini sono quelli che soffrono di più. Uno studio condotto nel 2020, prima dell’ultimo conflitto, ha rilevato che il 53,5% dei bambini a Gaza soffriva di PTSD. Quasi il 90% aveva subito un trauma personale. Il Consiglio Norvegese per i Rifugiati ha riportato la terribile notizia che 11 dei bambini uccisi dai recenti attacchi aerei israeliani stavano partecipando al suo programma di recupero dai traumi. Non c’è da stupirsi che il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres abbia descritto Gaza come “l’inferno in terra” per i bambini.

Naturalmente anche gli israeliani hanno sofferto. Dodici sono stati uccisi dai razzi di Hamas a maggio, due dei quali bambini: una tragica perdita di vite umane. Ma per gli israeliani il sistema di difesa Iron Dome e i rifugi antiaerei forniscono una rete e un senso di sicurezza di cui i palestinesi sono privi. I servizi sanitari israeliani sono molto sviluppati e adeguatamente attrezzati per affrontare sia le lesioni fisiche che l’impatto psicologico del lancio di razzi. Inoltre non stanno vivendo l’angoscia mentale dell’occupazione. Tutto ciò si riflette in tassi di disturbo da stress post-traumatico più bassi che vanno dallo 0,5 al 9% della popolazione.

Nel 2008 ho fatto un viaggio nel Somaliland [Stato non riconosciuto che comprende le province settentrionali della Somalia, ndtr.] postbellico per insegnare psichiatria agli studenti di medicina. La guerra civile che ha colpito l’area è terminata nel 1991 ma i suoi effetti sulla salute mentale della popolazione e sulle infrastrutture sanitarie erano ancora evidenti 17 anni dopo. Continuano ancora oggi. Ci vorrà tempo per ricostruire le menti disturbate e i servizi sanitari a Gaza, ma ci sono poche speranze per loro finché Israele non porrà fine alla sua occupazione illegale, all’espansione degli insediamenti e al blocco di Gaza.

L’oppressione dei palestinesi ha portato Human Rights Watch alla conclusione che Israele è colpevole del crimine di apartheid. Forse considerare questa situazione attraverso il prisma delle violazioni dei diritti umani e del loro grave impatto sulla salute mentale potrebbe spingere la comunità internazionale a fare pressione su Israele affinché agisca. Sia i palestinesi che gli israeliani meritano sicurezza e protezione dai traumi. Il modo migliore per raggiungere questo obiettivo è concedere ai palestinesi i loro diritti umani fondamentali.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

(traduzione di Giuseppe Ponsetti)




Quali sono i Paesi e le imprese che vendono armi a Israele?

Frank Andrews

Venerdì 21 maggio 2021 – Middle East Eye

Gli Stati Uniti, che hanno esportato armi verso Israele ogni anno dal 1961, sono in assoluto il primo fornitore di armi a Israele.

Per undici giorni, fino all’entrata in vigore di un cessate il fuoco questo venerdì mattina, Israele ha flagellato la Striscia di Gaza, affermando di prendere di mira i “terroristi” di Hamas. Però sono stati anche rasi al suolo edifici residenziali, librerie, ospedali e il principale laboratorio di analisi del COVID-19.

Secondo Amnesty International i bombardamenti israeliani sull’enclave assediata, che hanno causato almeno 243 morti, tra cui 66 bambini, 39 donne e 17 anziani, costituiscono probabilmente un crimine di guerra.

Secondo l’associazione di difesa dei diritti umani, potrebbero costituire un crimine di guerra anche le migliaia di razzi lanciati alla cieca da Hamas verso il nord oltre Gaza, che hanno causato 12 morti [israeliani, ndtr.].

Ma mentre Hamas dispone di bombe fabbricate per la maggior parte con materiale artigianale e di contrabbando, pericolose perché non guidate, Israele possiede armi di precisione all’avanguardia e la sua industria degli armamenti è in pieno sviluppo. Il Paese è l’ottavo maggior esportatore di armi del pianeta.

L’arsenale militare di Israele è anche supportato da importazioni di armi del valore di parecchi miliardi di dollari.

Ecco i Paesi e le imprese che forniscono armi ad Israele, nonostante i crimini di guerra di cui da anni è accusato.

Stati Uniti

Gli Stati Uniti sono di gran lunga il maggior esportatore di armi verso Israele. In base ai dati sui trasferimenti di armi dell’Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma (SIPRI), che contabilizza soltanto le principali armi convenzionali, tra il 2009 e il 2020 più del 70% delle armi acquistate da Israele proveniva dagli Stati Uniti.

Secondo i dati del SIPRI, gli Stati Uniti hanno esportato armi verso Israele ogni anno a partire dal 1961.

Benché sia più difficile seguire le effettive spedizioni di armi, l’organizzazione britannica Campagna Contro il Commercio di Armi (CAAT) segnala che tra il 2013 e il 2017 gli Stati Uniti hanno spedito 4,9 miliardi di dollari di armi a Israele.

Sono state anche fotografate bombe di fabbricazione americana a Gaza in questi ultimi giorni.

Queste esportazioni sono aumentate nonostante le diverse accuse di crimini di guerra a danno dei palestinesi rivolte alle forze israeliane.

Gli Stati Uniti hanno così continuato ad esportare armi in Israele quando nel 2009 si è saputo che le forze israeliane avevano utilizzato indiscriminatamente bombe al fosforo bianco contro la popolazione palestinese, pratica definita crimine di guerra da Human Rights Watch.

Nel 2014 Amnesty International ha sollevato le stesse accuse contro Israele in seguito agli attacchi sproporzionati che hanno causato molte decine di vittime civili a Rafah, nel sud di Gaza. L’anno seguente, secondo i dati del SIPRI, il valore delle esportazioni di armi americane verso Israele è praticamente raddoppiato.

Lunedì il presidente americano Joe Biden ha “espresso il suo sostegno ad un cessate il fuoco”, in seguito alle pressioni dei democratici al senato. Tuttavia nella giornata si è ugualmente saputo, secondo il Washington Post, che la sua amministrazione aveva recentemente approvato vendite di armi ad Israele per un totale di 735 milioni di dollari. I democratici della Commissione affari esteri della Camera dei rappresentanti hanno chiesto all’amministrazione di rinviare la vendita, in attesa di un riesame.

Nel quadro di un accordo di assistenza per la sicurezza riferito al periodo 2019-2028, gli Stati Uniti hanno accettato, con riserva dell’approvazione del Congresso, di versare ad Israele 3,8 miliardi di dollari all’anno come finanziamento militare estero, di cui la maggior parte deve essere spesa in armi di fabbricazione americana.

Secondo la NBC [National Broadcasting Company, azienda radiotelevisiva statunitense, ndtr.], ciò rappresenta circa il 20% del budget israeliano destinato alla difesa e quasi i tre quinti del finanziamento militare estero degli Stati Uniti nel mondo.

Ma succede anche che gli Stati Uniti concedano dei fondi supplementari, oltre la contribuzione annuale. Cosi, dal 2011, il Paese ha versato 1,6 miliardi di dollari supplementari per il sistema antimissile israeliano Iron Dome [Cupola di Ferro], alcune parti del quale sono fabbricate negli Stati Uniti.

Israele dispone di un’industria degli armamenti molto avanzata, potenzialmente in grado di sostenere bombardamenti almeno per un breve periodo”, spiega Andrew Smith di CAAT a Middle East Eye.

Tuttavia i suoi principali aerei da combattimento provengono dagli Stati Uniti”, precisa riferendosi agli aerei da combattimento F-16 americani che continuano a colpire la Striscia di Gaza. “Anche se Israele è in grado di costruirli sul proprio territorio, sarebbe sicuramente necessario molto tempo prima di poterli assemblare.

Per quanto riguarda le munizioni, molte vengono importate, ma io penso che potrebbero essere prodotte in Israele. Evidentemente in questo ipotetico scenario la transizione verso una produzione nazionale di armi prenderebbe del tempo e costerebbe cara.

Tuttavia le vendite di armi non dovrebbero essere analizzate separatamente. Si basano su un forte sostegno politico”, aggiunge Andrew Smith. “Il sostegno degli Stati Uniti, in particolare, è prezioso per mantenere l’occupazione e legittimare campagne di bombardamento come quella a cui stiamo assistendo.”

Secondo CAAT, il lungo elenco delle imprese private americane coinvolte nelle forniture di armi a Israele comprende Lockheed Martin, Boeing, Northrop Grumman, General Dynamics, Ametek, UTC Aerospace e Raytheon.

Germania

Il secondo maggior esportatore di armi a Israele è la Germania, che rappresenta il 24% delle importazioni di armi di Israele nel periodo 2009-2020.

La Germania non fornisce dati sulle armi che spedisce, ma, secondo la CAAT, il Paese ha concesso licenze per vendite di armi a Israele valutate in 1,6 miliardi di euro tra il 2013 e il 2017.

In base ai dati del SIPRI la Germania ha venduto armi ad Israele durante tutti gli anni ’60 e ’70 del ‘900 e lo fa ogni anno dal 1994.

Secondo Haaretz, che nota che nel 1960 il Primo Ministro (israeliano) David Ben Gurion aveva incontrato a New York il Cancelliere tedesco Konrad Adenauer ed aveva sottolineato “la necessità di Israele di piccoli sottomarini e di missili anti-aereo”, i primi colloqui in materia di difesa tra i due Paesi risalgono al 1957.

Se gli Stati Uniti hanno soddisfatto parecchie necessità di Israele in materia di difesa aerea, la Germania continua a fornire sottomarini.

Secondo la CAAT il costruttore navale tedesco ThyssenKrupp Marine Systems ha costruito sei sottomarini Dolphin per conto di Israele, mentre la società Renk AG con sede in Germania contribuisce all’equipaggiamento dei carri armati Merkava israeliani.

Secondo il suo portavoce, lunedì durante una conversazione telefonica con Benjamin Netanyahu la cancelliera tedesca Angela Merkel ha espresso la sua “solidarietà” ad Israele ed ha riaffermato “il diritto (del Paese) a difendersi” contro i lanci di razzi di Hamas.

Italia

Segue poi l’Italia, che secondo SIPRI rappresenta il 5,6% delle importazioni delle principali armi convenzionali di Israele nel periodo dal 2009 al 2020.

La CAAT segnala che dal 2013 al 2017 le spedizioni di armi dall’Italia a Israele sono arrivate a 476 milioni di euro.

Secondo Defense News [sito web e giornale americano su politica e armamenti, ndtr.] negli ultimi anni i due Paesi hanno concluso accordi in base ai quali Israele ha ottenuto aerei da addestramento in cambio di missili ed altre armi.

Anche se l’Italia a inizio maggio si è unita ad altri Paesi europei nel criticare la colonizzazione israeliana a Sheikh Jarrah e altrove, il Paese continua ad esportare armi.

Venerdì scorso i portuali di Livorno hanno rifiutato di caricare una nave che trasportava armi con destinazione il porto israeliano di Ashdod, dopo essere stati informati dall’Ong italiana ‘The Weapon Watch’ del contenuto del carico.

Il porto di Livorno non sarà complice del massacro del popolo palestinese”, ha dichiarato l’Unione Sindacale di Base in un comunicato.

The Weapon Watch’ ha esortato le autorità italiane a sospendere “del tutto o in parte le esportazioni militari italiane verso le zone di conflitto israelo-palestinese”.

Secondo la CAAT l’Augusta Westland, controllata della società italiana Leonardo, fabbrica componenti per gli elicotteri d’attacco Apache utilizzati da Israele.

Regno Unito

La CAAT segnala che il Regno Unito, benché non sia presente nella banca dati del SIPRI relativamente agli ultimi anni, vende ugualmente armi a Israele e dal 2015 ha concesso licenze per la produzione di armamenti per un totale di 400 milioni di sterline.

L’Ong chiede al Regno Unito di porre fine alla vendita di armi ed al sostegno militare alle forze israeliane e di aprire un’inchiesta per stabilire se siano state usate armi britanniche per bombardare Gaza.

L’ammontare reale delle esportazioni del Regno Unito verso Israele è molto più alto delle cifre disponibili pubblicamente, a causa di un sistema opaco di vendite di armi basato su “licenze aperte”, autorizzazioni all’esportazione relativamente alle quali il valore delle armi e la loro quantità sono tenuti segreti.

Andrew Smith di CAAT spiega a MEE che dal 30 al 40% circa delle vendite di armi britanniche ad Israele è probabilmente effettuato in base a questo sistema di licenze aperte, ma che “ci è semplicemente impossibile sapere” di quali armi si tratti, né in che modo vengano utilizzate.

A meno che il governo britannico non apra una propria inchiesta, il solo modo per stabilire quali armi siano state utilizzate è affidarsi alle foto scattate in una delle peggiori zone di conflitto al mondo, mezzo che non è appropriato per chiedere conto all’industria degli armamenti”, deplora Andrew Smith.

Per scoprire queste atrocità dobbiamo contare sulle persone presenti nelle zone di guerra che scattino foto delle armi che cadono attorno a loro, o sui giornalisti”, aggiunge.

Perciò possiamo sempre supporre che enormi quantità di armi siano utilizzate in un modo che non conosceremo mai.”

La CAAT segnala che tra le imprese britanniche che contribuiscono a fornire armi o materiale militare ad Israele figurano BAE Systems, Atlas Elektronik UK, Meggit, Penny & Giles Controls, Redmayne Engineering, Senior PLC, Land Rover e G4S.

Inoltre il Regno Unito spende ogni anno parecchi milioni di sterline in sistemi di armamenti israeliani. Elbit Systems, il maggiore produttore di armi israeliano, possiede diverse società affiliate nel Regno Unito, come molti fabbricanti di armi americani.

Una delle loro fabbriche, situata a Oldham, nel nord dell’Inghilterra, è stata l’obbiettivo di manifestanti filopalestinesi durante gli ultimi mesi.

Molte armi esportate dal Regno Unito verso Israele – in particolare aerei, droni, granate, bombe, missili e munizioni – “rientrano nel tipo di armi che possono essere utilizzate in questo genere di campagna di bombardamenti”, sottolinea la CAAT in un comunicato relativo ai recenti bombardamenti.

Non sarebbe la prima volta”, precisa l’organizzazione.

Nel 2014 un’indagine del governo britannico ha rivelato la concessione di dodici licenze per armi probabilmente utilizzate nel corso del bombardamento di Gaza in quello stesso anno, mentre nel 2010 David Miliband, allora segretario agli Affari Esteri, ha dichiarato che armi fabbricate nel Regno Unito erano state” quasi certamente” utilizzate durante la campagna di bombardamenti dell’enclave condotta da Israele nel 2009.

Sappiamo che armi di fabbricazione britannica sono già state utilizzate contro i palestinesi, ma ciò non ha minimamente contribuito a fermare il flusso di armi”, afferma Andrew Smith.

Deve esserci una sospensione delle vendite di armi ed un esame completo per stabilire se siano state utilizzate armi britanniche e se siano coinvolte in eventuali crimini di guerra.”

Da molti decenni i successivi governi parlano del loro impegno per il consolidamento della pace, pur continuando ad armare e sostenere le forze israeliane”, prosegue. “Queste vendite di armi non costituiscono solo un sostegno militare, ma mandano anche un segnale chiaro di sostegno politico all’occupazione e al blocco, come anche alla violenza che ne consegue.”

Canada

Secondo i dati di SIPRI, il Canada rappresenta circa lo 0,3% delle importazioni israeliane di armi convenzionali nel periodo 2009-2021.

Alla luce dei recenti avvenimenti il politico canadese Jagmeet Singh, del Nuovo Partito democratico, ha invocato la fine delle vendite di armi da parte del suo Paese ad Israele,

Secondo Globe and Mail [quotidiano canadese in lingua inglese, ndtr.], nel 2019 il Canada ha inviato a Israele materiali e tecnologie militari per un ammontare di 13,7 milioni di dollari, cioè lo 0,4% del totale delle sue esportazioni di armi.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)

.




“Vogliono uccidere”: i medici di Gaza raccontano le esperienze vissute durante la guerra

Ana Adli

20 Maggio 2021 – Al Jazeera

I medici dell’ospedale al-Shifa riportano ad Al Jazeera le difficoltà emotive e pratiche che devono affrontare mentre lavorano per salvare vite umane nel corso dei bombardamenti israeliani

Gaza City – Per più di 10 giorni i medici palestinesi di al Shifa, principale ospedale della Striscia di Gaza, durante gli incessanti bombardamenti dell’esercito israeliano sull’enclave assediata, hanno lavorato 24 ore su 24 per salvare vite umane.

Da quando il 10 maggio Israele ha iniziato a bombardare la Striscia di Gaza almeno 230 persone, tra cui 65 minori, sono state uccise. I feriti sono stati più di 1.500.

Questa settimana l’uccisione di due dirigenti medici – Ayman Abu al-Ouf, primario della medicina interna all’ospedale al-Shifa, e il neuro-psichiatra Mooein Ahmad al-Aloul – ha inferto un ulteriore colpo psicologico ai medici che già lavoravano sotto un’immensa pressione e si trovavano di fronte a una grave carenza di risorse sanitarie a causa di molteplici guerre e un blocco che dura da 14 anni.

Al Jazeera ha discusso con i medici di al-Shifa su cosa significhi, fisicamente ed emotivamente, lavorare in mezzo ad un violento conflitto. Le interviste che seguono hanno subito delle modifiche per brevità e chiarezza.

Sarah El-Saqqa, 33 anni, specialista in chirurgia generale

“Durante l’attuale escalation lavoro sotto pressione per circa 13 ore al giorno: vengo in ospedale alle 19:30 e me ne vado alle 8 o alle 8:30 del giorno successivo.

Questo è stressante ed estenuante … essere lontana dalla famiglia nel mezzo dei bombardamenti è preoccupante. Ho paura che tra le persone che accogliamo in ospedale possa esserci uno dei miei familiari.Sono casi molto difficili, simili a quelli che si vedono solo durante le guerre. Non sappiamo che tipo di armi vengano utilizzate, ma l’obiettivo è uccidere, non terrorizzare o causare ferite. La maggior parte dei casi che giungono in ospedale sono persone che sono state uccise o con gravi ferite.

La morte del dottor Ayman Abu al-Auf è stata una delle notizie più difficili da sopportare. È stato mio docente all’università e poi sono diventata sua collega nel dipartimento di medicina interna dell’ospedale, che lui dirigeva.

“Quello che sta accadendo nella Striscia di Gaza è un crimine di guerra e un crimine di genocidio, e le organizzazioni internazionali per i diritti umani devono intervenire per fermare questa guerra e non permettere che si ripeta di nuovo”.

Hani al-Shanti, 42 anni, medico consulente specialista in malattie vascolari

In questa guerra il numero di persone uccise è superiore al numero di feriti gravi. Nella guerra del 2014, quando il campo di Shati [campo profughi nel nord della Striscia di Gaza, ndtr.] è stato colpito, ci sono stati molti feriti e abbiamo dovuto trascorrere diversi giorni in sala operatoria per salvare vite umane. Non sono un esperto militare, ma questa volta l’obiettivo principale sembra quello di uccidere le persone. Ecco perché abbiamo avuto meno interventi chirurgici per salvare vite umane.

In ospedale ci sentiamo al sicuro, ma l’ansia per mia moglie, i miei figli e i miei familiari è forte. A casa, questa sensazione è ancora più intensa perché i bombardamenti sono intorno a te, vicino a te. Vivo in uno stato di emergenza a casa e in ospedale.

Il suono dei bombardamenti durante questa guerra è terrificante; il rumore stesso ha causato danni alle persone e ci sono state morti non per lesioni dirette ma per attacchi di cuore dovuti al rumore dei missili.

Soffriamo per la mancanza di sonno, in ospedale e a casa. Ciò causa insonnia cronica e depressione. Inoltre la guerra, in aggiunta alla diffusione del COVID-19, ha iniziato a colpire servizi come acqua, elettricità e rifiuti, oltre, lasciando il settore sanitario sull’orlo del collasso.

Il martirio del mio collega Ayman Abu al-Auf e della sua famiglia è stato devastante. Solo suo figlio è sopravvissuto all’attacco, ma è in terapia intensiva. Non è a conoscenza della loro morte e continua a chiedere ogni giorno di suo padre e della sua famiglia – gli abbiamo detto che si trovano nel reparto di chirurgia.

Il mondo ha calpestato la Striscia di Gaza. Rimarremo nella condizione di crisi e di guerre per diversi motivi: gli israeliani infrangono le promesse e i donatori internazionali non rispettano i loro impegni né per ricostruire né per fermare l’assedio.

Vorrei che Gaza potesse vivere in pace. Vorrei poter vivere in un paese indipendente, vivere dignitosamente “.

Amid Awad, 48 anni, specialista in chirurgia vascolare

I medici sono qui 24 ore su 24. Iniziamo la giornata esaminando i feriti per verificare se ci sono state complicazioni o se è necessario un intervento medico o un intervento chirurgico.

Le necessità di un intervento chirurgico vascolare durante questa guerra non sono le stesse che durante le proteste della Grande Marcia del Ritorno, quando i cecchini israeliani sparavano col proposito di rendere invalidi i palestinesi, specialmente quelli di età inferiore ai 18 anni. Questa volta, la maggior parte delle persone che arrivano in ospedale sono già morte.

“Ci sono esplosioni che non abbiamo mai sperimentato prima. Ciò ha influito sullo stato psicologico dei nostri figli. I nostri figli non hanno visto una bella giornata da più di 15 anni.

Penso alla mia famiglia a casa tutto il giorno, ma quando vengo in ospedale dimentico l’ansia perché Dio li protegge.

C’è una carenza di materiali e dispositivi medici. Abbiamo competenze che non sono disponibili nei Paesi vicini. Quando le delegazioni mediche vengono qui sono stupite da quello che stiamo facendo nel settore.

Serve un appoggio internazionale. Siamo un popolo indifeso e i nostri media e il nostro arsenale, a differenza di Israele, sono deboli. Ho un’altra nazionalità, sono russo e ho votato per il presidente Vladimir Putin. Voglio chiedere il suo sostegno a noi, cittadini russi, per fermare questa escalation e i massacri. Anche mia moglie è russa, ha assistito a tre guerre israeliane contro Gaza ed è in grado di far fronte alla situazione attuale meglio di me.

Temo che le future generazioni di palestinesi saranno sfigurate dalle armi e dalle bombe che Israele sta usando. Non abbiamo laboratori per esaminarle, ma la questione emergerà nei prossimi anni. I tumori sono molto numerosi e questo è il risultato di ciò che hanno usato nelle guerre precedenti”.

Muhammad Ibrahim al-Ron, 40 anni, consulente chirurgo e responsabile del dipartimento di chirurgia generale

“In questa guerra è dura. La famiglia ha bisogno di te e l’ospedale ha bisogno di te, ma non puoi trovarti in due posti contemporaneamente. In ospedale il lavoro è diviso in tre squadre che lavorano 24 ore e riposano 24 ore. Ma veniamo in servizio anche durante i turni di riposo.Il nemico ha come obiettivo l’uccisione di civili innocenti. I casi che provengono dalle case bombardate sono soprattutto bambini e donne. Queste sono tattiche militari, forse il nemico sta cercando di sconfiggere psicologicamente le persone e le uccisioni seminano la paura tra le persone e le destabilizzano. Questa è la realtà che ho sotto gli occhi.

Il morale generale nella Striscia di Gaza in risposta [agli eventi a] Gerusalemme è alto. Ma c’è anche paura perché stanno bombardando civili, quindi il movimento delle persone e i loro spostamenti non sono gli stessi di prima.

La guerra ha colpito il cuore di Gaza, l’economia, le aziende, la stampa, le torri, i civili e altro.

Il settore sanitario sta soffrendo a causa del blocco. Nel complesso ha periodi buoni e periodi cattivi, ma è peggiorato durante la crisi legata al coronavirus. Non abbiamo l’attrezzatura. Lavoriamo con dispositivi obsoleti e abbiamo bisogno di molte attrezzature mediche, formazione e manutenzione di dispositivi diagnostici e terapeutici.

I 15 anni del blocco corrispondono a 150 anni del progresso medico che avviene al di fuori della Striscia di Gaza. Ciò che è necessaria ora è una giusta soluzione alla questione palestinese, che ci possa consentire di vivere come gli altri”.

Abdul Hadi Mohammad Abu Shahla, 37 anni, specialista in chirurgia vascolare

Da quando è iniziata questa guerra, arriviamo in ospedale alle 7 del mattino e lavoriamo per 24 ore, poi ci prendiamo un giorno per riposarci. Riceviamo vittime che necessitano di interventi specialistici di chirurgia vascolare. Ma portiamo assistenza anche in altre specialità, come chirurgia generale e toracica.

Ci occupiamo di casi clinici provenienti da tutta la Striscia di Gaza. Una delle situazioni più difficili è stata quando è arrivato un bambino di 11 anni con schegge conficcate nell’aorta e nell’arteria epatica [che rifornisce di sangue il fegato, ndtr.]. Abbiamo usato un cerotto sintetico per riparare l’arteria e l’operazione ha avuto successo. Ma il bambino è morto due giorni dopo a causa di ferite alla testa e al torace.

“Le notti in cui sono a casa con la mia famiglia mi sento più tranquillo, e le notti in cui lavoro in ospedale … è difficile trovare un equilibrio tra il prendermi cura dei feriti e il pensare alla mia famiglia e proteggerla.

Ma abbiamo ancora energie e le squadre sono pronte a continuare a lavorare nonostante la carenza di forniture mediche, gravissima nei periodi di guerra e di crisi.

“Voglio che la guerra finisca, poiché la maggior parte delle vittime sono martiri”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il boicottaggio dei prodotti israeliani nuovamente di fronte a un tribunale francese

Redazione di MEE

16 marzo 2021 – Middle East Eye

La militante Olivia Zemor è imputata di “diffamazione” e “istigazione alla discriminazione economica” per aver propagandato gli appelli al boicottaggio contro il gigante farmaceutico israeliano Teva.

La direttrice editoriale del sito Europalestine è stata citata in giudizio martedì 16 marzo davanti alla giustizia francese dall’azienda farmaceutica israeliana Teva, per aver propagandato un appello al boicottaggio lanciato a Lione da militanti della causa palestinese.

Olivia Zemor comparirà davanti al tribunale penale di tale città per diffamazione e istigazione alla discriminazione economica, dopo aver riportato sul suo sito, con il titolo ‘Teva, non ti vogliamo’, l’azione di militanti lionesi filopalestinesi davanti alla principale farmacia della città.

La società Teva Santé, con una filiale in Francia e la cui casa madre ha sede in Israele, è un leader mondiale dei farmaci generici.

Indossando felpe verdi sulle quali si poteva leggere “Free Palestine” e “Boycott Israel”, degli attivisti incitavano i consumatori a non acquistare farmaci prodotti dalla Teva.

L’azione si inseriva nel quadro del movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), una campagna mondiale di boicottaggio economico, culturale e scientifico di Israele, allo scopo di ottenere la fine dell’occupazione e della colonizzazione israeliana dei territori palestinesi.

Teva non è coinvolta in un conflitto geopolitico, etnico o religioso e queste azioni compromettono la sua attività economica”, commenta Frédéric Jeannin, avvocato della società farmaceutica.

Con il suo apporto finanziario allo Stato di Israele, questo gigante farmaceutico contribuisce al finanziamento delle operazioni militari a Gaza e allo sviluppo della colonizzazione in Cisgiordania e a Gerusalemme est, in spregio dei diritti del popolo palestinese e delle risoluzioni internazionali, in totale impunità! Fare appello al boicottaggio nei suoi confronti è quindi necessario”, ha spiegato di rimando Olivia Zemor al Courrier de l’Atlas [giornale francese specializzato in problemi del mondo arabo in Europa, ndtr.].

Commistione pretestuosa

Il suo sito, Europalestine, ha anche accusato SLE, la filiale di Teva responsabile dello stoccaggio e della distribuzione dei vaccini contro il COVID-19, di consegnare i vaccini in Cisgiordania solo ai coloni.

Dei cinque milioni di dosi stoccate nello scorso gennaio, Teva, il cui senso etico si evince dalle sue numerose condanne per corruzione e condotta negligente nei confronti dei pazienti, non ha trovato modo di consegnarne ai palestinesi, compresi i circa 30.000 che lavoravano in Israele come manodopera a buon mercato, principalmente nel settore edilizio”, scrive Europalestine.

Per la cronaca, questa causa, che avrebbe inizialmente dovuto essere portata in giudizio al tempo del primo confinamento, giunge in tribunale dopo che lo scorso giugno la Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU) ha condannato la Francia per la sua sentenza contro militanti filopalestinesi in una causa analoga (si erano introdotti in un supermercato in Alsazia per invitare al boicottaggio dei prodotti israeliani).

Il proseguimento di questo procedimento giudiziario è tanto più scandaloso in quanto la Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU), con un’importante sentenza emessa l’11 giugno 2020, precisa che ‘l’azione di appello al boicottaggio per contestare la politica di uno Stato si configura come espressione politica e militante e riguarda un argomento di interesse generale’, nella misura in cui non implica conseguenze di violenza e odio o intenzioni razziste”, ha ricordato l’Associazione di Solidarietà franco-palestinese. La CEDU aveva ritenuto che i fatti “si configuravano come espressione politica e militante”.

Spero che i giudici di Lione sapranno applicare la legge, senza lasciarsi influenzare, leggendo con attenzione la sentenza della CEDU che afferma che le nostre azioni non costituiscono discriminazione”, afferma Olivia Zemor, per la quale la Francia è il solo Paese al mondo che mette sotto processo militanti che denunciano la politica di annessione e di apartheid di Israele.”

Eric Dupond-Moretti (Ministro della Giustizia) non chiede solo ai magistrati di condannarci penalmente, ma auspica anche che ci vengano imposte dei “corsi sulla Shoah”. Si vede bene qui la commistione pretestuosa che viene creata tra la difesa legittima dei diritti dei palestinesi e l’antisemitismo, che è un reato e va combattuto. È la politica di colonizzazione di Israele che genera l’antisemitismo e che mette in pericolo gli ebrei di ogni Paese”, ha denunciato Olivia Zemor sul Courrier d’Atlas.

Anche tre associazioni di difesa di Israele e di lotta contro l’antisemitismo si sono costituite parte civile a sostegno di Teva in questa causa.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Vaccinare i palestinesi solo se è funzionale a Israele

Maureen Clare Murphy

12 marzo 2021 – The Electronic Intifada

Come direbbero i ragazzini, Il COGAT [Coordinatore delle attività governative nei territori: unità del ministero della difesa israeliano che coordina le questioni civili tra il governo di Israele, le forze di difesa israeliane, le organizzazioni internazionali, i diplomatici e l’Autorità Nazionale Palestinese, ndtr.] ricomincia con le sue stronzate.

All’inizio di questa settimana l’ente militare israeliano ha twittato foto di lavoratori palestinesi mentre vengono vaccinati contro il COVID-19 ai posti di blocco in Cisgiordania.

Il COGAT, famigerato per la sua propaganda mediocre e strumentale, ha affermato che l’iniziativa sui vaccini “è un passo importante per assicurare la salute pubblica e la stabilità economica”.

“Fatevi vaccinare!” ha implorato il COGAT, il quale troppo spesso ritarda o nega ai palestinesi i permessi di viaggio per accedere alle cure mediche.

Tuttavia la stragrande maggioranza dei palestinesi che vivono sotto l’occupazione militare israeliana, anche se lo volesse, non potrebbe essere vaccinata.

Mentre Israele si vanta della sua campagna di vaccinazione di tutti i suoi cittadini, ha rifiutato di fornire il vaccino ai palestinesi che vivono sotto occupazione, in base a quanto previsto dalla Quarta Convenzione di Ginevra.

Vaccinare i palestinesi a vantaggio di Israele

Israele ha recentemente iniziato a fornire vaccini a circa 130.000 palestinesi che lavorano nelle sue fabbriche, nei suoi cantieri e nelle sue colonie, il lavoro sottopagato e sfruttato da cui dipende l’economia israeliana.

Ma Israele non fornirà vaccini ai restanti oltre 5 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Come ha detto un palestinese alla Reuters “ Anche i lavoratori palestinesi che [gli israeliani] hanno vaccinato, lo hanno fatto a vantaggio della comunità israeliana, non in funzione del benessere dei lavoratori”.

 

Omar Shakir, direttore del programma di Human Rights Watch [organizzazione non governativa internazionale che si occupa della difesa dei diritti umani, ndtr.] ha osservato che “vaccinare solo quei palestinesi che entrano in contatto con israeliani rafforza [l’idea] che per le autorità israeliane la vita palestinese conti solo nella misura in cui influisca sulla vita ebraica”.

Nel frattempo le unità di terapia intensiva degli ospedali di alcune aree della Cisgiordania stanno attualmente operando al 100% della capacità, poiché nelle comunità palestinesi del territorio i casi di COVID-19 sono in aumento.

Nelle ultime due settimane le città palestinesi hanno introdotto blocchi totali per controllare la crescita del numero delle infezioni da COVID-19, proprio mentre il vicino Israele ha iniziato a revocare le restrizioni procede con una delle campagne di vaccinazione più veloci al mondo”, ha riferito la Reuters.

Apartheid sanitario

La disparità nell’accesso ai vaccini COVID-19 è un chiaro esempio del regime israeliano di apartheid imposto dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo.

“Il regime israeliano mette in campo leggi, pratiche e violenze di Stato progettate per cementare la supremazia di un gruppo – gli ebrei – su un altro – i palestinesi”, ha affermato l’associazione per i diritti umani B’Tselem [organizzazione israeliana non governativa che documenta le violazioni dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, ndtr.] in un recente studio.

La distribuzione del vaccino è una dimostrazione scioccante di come gli strateghi israeliani si muovano in modo di volta in volta differente riguardo ai gruppi sottoposti alle sue norme inique.

Mentre i palestinesi con cittadinanza o residenza israeliana hanno diritto a ricevere i vaccini da Israele, i palestinesi in possesso di documenti di identità della Cisgiordania sono stati cacciati dai siti di vaccinazione gestiti da Israele.

L’apartheid sanitario nei territori sotto il controllo di Israele non è una novità.

Physicians for Human Rights-Israel [Medici per i diritti umani: ONG no profit con sede negli Stati Uniti che utilizza medicina e scienza per documentare le gravi violazioni dei diritti umani in tutto il mondo, ndtr.] ha affermato che le disparità nelle condizioni della salute tra israeliani e palestinesi derivano direttamente dall’occupazione.

Uno studio del 2015 dell’organizzazione ha rilevato che l’aspettativa di vita dei palestinesi nella Cisgiordania occupata e a Gaza è di circa 10 anni inferiore a quella in Israele.

Lo stesso studio ha rilevato che la mortalità infantile e la mortalità materna erano quattro volte superiori in Cisgiordania e Gaza rispetto a Israele.

Nello stesso anno, uno studio dell’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, ha individuato nell’assedio da parte di Israele una delle ragioni dell’aumento a Gaza, per la prima volta in 50 anni, del tasso di mortalità infantile.

Le organizzazioni palestinesi per i diritti umani affermano che il regime dell’apartheid israeliano “ha portato per decenni alla frammentazione e al deterioramento del sistema sanitario” della Cisgiordania e di Gaza.

Ciò ha “negato ai palestinesi il diritto al soddisfacimento di standard ottimali di salute fisica e mentale”.

Vaccini al posto di blocco

La salute dei palestinesi è profondamente intrecciata con l’occupazione israeliana. Il COGAT lo dimostra inconsapevolmente nei suoi tweet sui lavoratori palestinesi che ricevono le vaccinazioni ai posti di blocco militari, che chiama eufemisticamente “punti di passaggio“.

Qualsiasi vaccino che i palestinesi ricevano, sia da Israele che da qualunque altro organismo, dovrebbe passare attraverso i posti di blocco israeliani.

Israele ha rallentato il primo trasferimento di dosi di vaccino agli operatori sanitari a Gaza poiché alcuni parlamentari hanno cercato di condizionare la spedizione a concessioni politiche da parte di Hamas.

Lo ha fatto mentre trasferiva vaccini in altri Paesi in cambio del loro sostegno politico:

giovedì i palestinesi di Gaza hanno ricevuto 40.000 dosi del vaccino russo Sputnik V.

Secondo quanto riferito, le dosi costituivano una donazione da parte degli Emirati Arabi Uniti, assicurata da Muhammad Dahlan, l’ex capo dell’intelligence dell’Autorità Nazionale Palestinese diventato signore della guerra e rivale del leader dell’ANP Mahmoud Abbas all’interno della fazione di Fatah.

Dahlan ha condotto una breve e sanguinosa guerra civile a Gaza dopo la vittoria di Hamas nelle elezioni legislative palestinesi del 2006. Le sue forze sono state sconfitte e Dahlan ora vive in esilio nello Stato del Golfo ricco di petrolio.

Secondo la Reuters, Dahlan ha dichiarato che metà della spedizione di vaccini a Gaza sarebbe stata assegnata ai palestinesi in Cisgiordania.

I pochissimi vaccini che sono arrivati ​​in Cisgiordania non sono stati distribuiti equamente dall’Autorità Nazionale Palestinese che, secondo quanto riferito, li ha assegnati alle élite del partito di Fatah, agli organi di informazione allineati e ai loro familiari.

Resta da vedere se Israele consentirà il trasferimento delle dosi da Gaza alla Cisgiordania, o se il COGAT scoprirà in esso una utilità propagandistica.

E così i palestinesi che vivono sotto l’occupazione militare continueranno ad aspettare mentre la loro salute viene gestita da Israele, da Dahlan e dall’Autorità Nazionale Palestinese in termini di battaglia politica e mentre i Paesi terzi stanno a guardare senza far nulla.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Gaza: cronaca della pandemia, tra voci e verità

Asmaa Rafiq Kuheil

4 marzo 2021 – Chronique de Palestine

Il 25 agosto era previsto il mio colloquio per il lavoro dei miei sogni: insegnare inglese all’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati [palestinesi].

Ho lavorato sodo in vista di questo colloquio. Per quasi un mese mi sono rifiutata di consultare le reti sociali, che spesso non sono altro che perdite di tempo! Ho aperto Facebook per non più di cinque minuti al giorno per vedere gli aggiornamenti di ‘We Are Not Numbers’ (Non Siamo Numeri, sito in cui palestinesi di Gaza raccontano le proprie esperienze, ndtr.) e verificare la posta importante su Messenger.

Il giorno prima del colloquio sono andata a dormire alle 22, per svegliarmi all’una del mattino per continuare la mia preparazione. L’elettricità era interrotta. Il mio ventilatore aveva la batteria quasi scarica in quella notte molto calda e tutta la mia famiglia nella nostra casa “al buio” dormiva. Mi sono fatta una tazza di caffè solubile, ho recitato due Rakaat [preghiere islamiche), poi ho acceso la torcia del mio cellulare ed ho cominciato a studiare nel nostro ampio soggiorno.

Come al solito ero sola, con il piccolo fascio di luce sul mio quaderno in mezzo all’oscurità. L’unico rumore era la voce dei grilli che arrivava dalla finestra.

Non so perché, alle 4,20 ho improvvisamente pensato che potevo dare uno sguardo a Facebook usando una scheda internet comprata da mio fratello. La connessione non era molto buona, ma volevo controllare qualche consiglio relativo al mio colloquio, dato che esiste un gruppo su Messenger a tale scopo.

Mi sono connessa e davvero vorrei non averlo fatto. Tutti si affrettavano a parlare delle ultime notizie: quattro persone a sud della Striscia di Gaza erano risultate positive al coronavirus, di cui abbiamo timore da tanto tempo. (Io pensavo davvero che noi lo avessimo scampato, “grazie” al rigido blocco cui siamo sottoposti.)

Sul momento non volevo credere a ciò che leggevo…finché non ho ricevuto un messaggio dell’UNRWA che diceva che tutti i colloqui, compreso il mio, erano stati annullati. Subito mi sono sentita molto male, ma poi mi è venuta voglia di saperne di più sul modo in cui il coronavirus era entrato a Gaza e ho rapidamente messo da parte i miei problemi personali.

Ho letto la storia di Heba Abu Nadi, una gazawi che aveva attraversato il valico di Erez per andare a Gerusalemme con la sua figlioletta ammalata, che doveva essere operata all’ospedale El-Makassed in quella città.

Inizialmente le autorità israeliane di occupazione le hanno rifiutato il permesso di transito da quel posto di controllo e lei ha finito per tornare a casa dopo aver trascorso quattro ore a tentare di accompagnare sua figlia.

Immaginate quanto abbia potuto sentirsi disperata…

Il giorno dopo ha tentato nuovamente di attraversare il blocco e questa volta ha avuto il permesso di uscire. In seguito ha fatto il test ed ha saputo di avere il coronavirus….

Questa sfortunata donna si è ritrovata ovunque sulle reti sociali. Alcuni la insultano per aver infettato i membri della sua famiglia mettendo in pericolo tutta Gaza. Altri pregano per lei. Altri ancora fanno sgradevoli battute!….

Quanto a me, mi metto al suo posto. Come sta ora sua figlia? Come si sente Heba, quando tutti la criticano come se lei fosse la causa della disastrosa situazione di Gaza? O come se si trattasse di un complotto israeliano per distruggere Gaza di cui quindi lei non sarebbe che una vittima?

Oh, gente di Gaza! Smettetela di prendervela con questa povera madre! Noi non sappiamo tutto ciò che è accaduto. Lei deve essere molto infelice, preoccupata per sua figlia e forse si rimprovera terribilmente per aver messo in pericolo quattro membri della sua famiglia.

Anche prima di quest’ultima catastrofe la vita era molto peggiorata a Gaza. Non abbiamo più di quattro ore di elettricità al giorno e adesso siamo tutti in quarantena, il che aggiunge al danno anche la beffa.

Un messaggio su Facebook è stato come il sale su una ferita aperta: una ragazza di fuori Gaza ci diceva che ormai il COVID-19 è una cosa normale e che non c’è motivo di preoccuparsi.

Ma Gaza non è simile a nessun altro luogo! Gaza, questo punto minuscolo sulla mappa con due milioni di persone, non ha che un solo grande ospedale, dove recentemente sono state identificate molte persone contagiate, costringendo ad evacuare un intero reparto.

Sapete che i nostri medici rischiano la vita per un salario mensile di 300 dollari? Sì, cari lettori, 300 dollari, non 3.000. E migliaia di altri in questo periodo non ricevono alcun salario.

Il giorno dopo mio padre ha detto al mio fratellino Hamza di andare a comprare dell’acqua in bottiglia, perché ne avevamo poca. (L’acqua del rubinetto non è potabile in sicurezza). Ma mio padre ha ordinato a Hamza di restare poi in casa, dicendogli che gli avrebbe vietato di uscire se glielo avesse di nuovo chiesto. Rendendoci conto che era la nostra ultima occasione per molto tempo, tutti noi avevamo scritto un lungo elenco di altri prodotti di cui avevamo bisogno e che si trovavano nell’unico supermercato aperto nella nostra zona.

Per strada Hamza ha visto solo poliziotti che controllavano per impedire spostamenti non urgenti.

Intanto mio padre ascoltava la sua radiolina portatile accesa, cercando le notizie sul COVID. Mia sorella Walaa’, che studia per il Tawjihi (diploma di scuola secondaria generale) e che continua a studiare per gli esami finali, ha paura del prossimo futuro. Non sa se deve studiare, sedersi insieme a noi o parlare con i suoi amici di come hanno trascorso la giornata.

I miei fratelli e sorelle più giovani sono contenti che la scuola sia chiusa. Sono ancora troppo giovani per capire che cosa sia il coprifuoco.

Quanto a mia madre, cucina del manakish (la nostra versione della pizza, condita con timo e olio d’oliva). Lo fa sempre durante le guerre ed altre situazioni di emergenza. (E scommetto che non è la sola…in ogni casa ci sono tonnellate di timo e il manakish non costa molto se se ne cucinano grandi quantità). Le due cose sono diventate sinonimi.

Mi viene in mente improvvisamente il tema – che aveva vinto il premio – che avevo scritto per il concorso di scrittura We are not Numbers COVID-19. In questo testo affermavo che Gaza si è rivelata essere il luogo più sicuro al mondo per quanto riguarda la pandemia. Quando l’ho scritto pensavo paradossalmente che l’orrendo blocco israeliano di Gaza, che impedisce la maggior parte degli spostamenti all’interno e all’estero, per una volta ci avrebbe tenuti “al sicuro”, mentre gli altri avrebbero dovuto subire l’epidemia.

Il mio articolo stava per essere pubblicato, ma adesso ne vale la pena? E in caso affermativo, verrà letto? Oppure io sarò presa in giro e ridicolizzata come la povera Heba?

In ogni caso io mi atterrò alla mia convinzione che questi miserabili giorni finiranno – non semplicemente per la speranza, ma piuttosto per la mia fede profonda nel nostro dio e che tutto ciò che lui “scrive” è per il nostro bene, per quanto miserevole possa apparire a prima vista!

Asmaa’ Rafiq Kuheil, palestinese di Gaza, da tre anni è professoressa di inglese. Lavora come assistente di progetto presso l’UNRWA, dove contribuisce a costruire la propria Nazione con tutti i mezzi a sua disposizione. La sua arma è la scrittura.

27 août 2021 – WeAreNotNumbers – Traduction : Chronique de Palestine

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)