“Non so come ne usciremo”: quanto ancora potrà resistere Israele?

Simon Speakman Cordall

3 aprile 2026 – Al Jazeera

Anni di guerra hanno profondamente cambiato la politica, l’economia e la società israeliane, affermano gli analisti

Due anni e mezzo a lanciare brutali attacchi contro i propri vicini e sull’enclave assediata di Gaza hanno trasformato la politica, l’economia e la società di Israele, affermano gli analisti.

Adesso, mentre Israele è impegnato in ciò che molti nel Paese hanno ripetutamente definito una “battaglia esistenziale” contro il nemico regionale Iran, resta da vedere che cosa può riservare il futuro per Israele. La fine definitiva del conflitto probabilmente verrà decisa dai parlamentari di Washington piuttosto che dagli strateghi di Israele.

Anche prima della guerra all’Iran, la guerra genocida di Israele contro Gaza ha avuto ripercussioni sulla condizione e sulle finanze del Paese. Secondo gli stessi dati della Banca di Israele le guerre della nazione contro Gaza, gli Houti, il Libano e l’Iran a partire da ottobre 2023 sono già costate 352 miliardi di shekel (112 miliardi di dollari), che corrispondono a un costo medio di circa 300 milioni di shekel (96milioni di dollari) al giorno.

Presso la Corte Internazionale di Giustizia Israele affronta ciò che i giuristi hanno già definito plausibili accuse di genocidio, mentre sia il suo primo ministro che l’ex ministro della difesa sono colpiti da mandati di arresto per crimini di guerra, spiccati dalla Corte Penale Internazionale nel novembre 2024. Ora, dal punto di vista economico, il Paese si prepara a quelle che potrebbero essere conseguenze finanziarie catastrofiche della sua guerra all’Iran.

E sembra che non si veda una fine certa.

Una lunga strada da percorrere

Gli obbiettivi della guerra dichiarati da Israele, di deteriorare le capacità militari dell’Iran e di creare le condizioni per cui la sua popolazione possa insorgere contro il governo, sembrano alquanto lontani.

Dopo quattro settimane di continui bombardamenti non ci sono segnali evidenti di agitazioni popolari in Iran o di minacce al governo.

Nonostante le dichiarazioni pubbliche di dirigenti degli Stati Uniti di aver di fatto distrutto militarmente l’Iran, il 27 marzo la Reuters, citando cinque fonti interne all’intelligence USA, ha riferito che solo un terzo delle scorte missilistiche di Teheran è stato distrutto.

Intanto la popolazione di Israele riceve irregolari ma frequenti allarmi di attacchi aerei, che avvertono nuovamente di ritirarsi nei rifugi e infrangono in continuazione ogni apparenza di normalità.

Si è di fronte a un paradosso. Le misure di emergenza, che hanno fatto chiudere molte scuole mentre i genitori devono continuare a lavorare, hanno accresciuto la tensione nelle famiglie. Ma gli analisti in Israele affermano che queste stesse famiglie considerano la guerra che stanno vivendo come da sempre inevitabile.

C’è un peso tombale che è caduto sulla gente, una specie di sudario”, ha detto a Al Jazeera la consulente politica e sondaggista Dahlia Scheindlin da una località vicino a Tel Aviv. Ha descritto qualcosa di simile a una lugubre determinazione tra gli ebrei israeliani ad andare avanti con la guerra per il momento, comunque.

La gente è esausta, ma per ora il 78% degli ebrei israeliani alla fine di marzo ha dichiarato all’Istituto per la Democrazia di Israele di appoggiare la continuazione della guerra.

Significativamente tuttavia una maggioranza riteneva anche che gli strateghi negli USA e in Israele avessero sottovalutato le capacità di Teheran.

Perciò, per quanto tempo continueranno a sostenere il conflitto Scheindlin non può dirlo. “Non è come la guerra dei 12 giorni (tra Israele e l’Iran nel giugno 2025), perché questa è durata molto più a lungo. E non è come il lancio di razzi di Hamas nel passato.

L’Iran lancia missili balistici, il che significa che tutti devono andare ogni volta nei rifugi. Sta anche durando molto di più e non sappiamo quanto a lungo continuerà”, ha detto.

Sinceramente non so come usciremo da tutto questo. Nessuno lo sa. Siamo ancora in mezzo al guado.”

Politica in bilico

Lo sfondo di tutto questo è una politica che pochi riconoscerebbero come quella che ha firmato gli Accordi di Oslo negli anni ’90 del ‘900. O quella che negli anni ’80 espulse l’ultranazionalista Meir Kahane, il promotore delle convinzioni estremiste che l’intransigente Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir e molti degli attuali membri del suo partito Potere Ebraico implicitamente sostengono.

Certamente personaggi come Ben Gvir e l’ultra ortodosso Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich – un colono il cui movimento ritiene di essere titolato dalla Bibbia a possedere la Cisgiordania – ricoprono ora ruoli centrali nel governo sia con il sostegno della coalizione trasversale che della popolazione.

Poi ci sono stati i festeggiamenti che hanno salutato l’approvazione della legge di Ben Gvir sulla pena di morte, destinata specificamente ai palestinesi.

Per completare l’opera, questa settimana vi è stata l’approvazione di un bilancio record di 271 miliardi di dollari – votato dai parlamentari in un bunker fortificato – che ha stornato milioni di shekel verso organizzazioni ortodosse e organizzazioni di coloni estremisti in ciò che analisti e gruppi di opposizione affermano essere un tentativo di rafforzare l’appoggio al governo di Netanyahu di fronte al perdurante intervento militare.

Chiunque voti contro il bilancio sta votando contro la sicurezza di Israele, contro le agevolazioni fiscali per i lavoratori in Israele e contro la tassazione delle banche”, ha affermato lunedì prima del voto Smotrich, i cui sostenitori nell’estrema destra e nei gruppi di coloni sono i primi beneficiari.

Certamente è tutto sempre peggio”, ha detto Aida Touma-Sliman del partito di sinistra Hadash. “Il mondo intero è stato a guardare ed ha trovato scuse per loro mentre commettevano un genocidio (a Gaza). Ovviamente pensano che anche quello che stanno facendo adesso sia accettabile. Il mondo intero lo ha detto.”

Tempeste in arrivo

Tuttavia resta da vedere per quanto tempo la sempre più estremista politica di destra di Israele rimarrà accettabile per una popolazione che fra non molto sosterrà il grave impatto delle sue eterne guerre regionali.

Nonostante il loro generale sostegno (o almeno la mancanza di una significativa opposizione) a gran parte della sua campagna genocidaria a Gaza, le Nazioni Unite, l’Unione Europea e diversi altri Paesi occidentali hanno condannato l’approvazione questa settimana della legge sulla pena di morte, prevista specificamente per i palestinesi.

Benchè finora sia stato ampiamente al riparo da tali ripercussioni, Israele non è assolutamente immune dagli effetti sul lungo termine della guerra, come segnalano gli analisti. Un’analisi pubblicata dal quotidiano francese Le Monde alla fine di marzo suggerisce che il conflitto con l’Iran abbia già imposto costi significativi per via delle maggiori spese per la difesa, della perdita di produttività dovuta alla mobilitazione dei riservisti e della ridotta attività dei consumatori.

Se gli sgravi fiscali per ora hanno ampiamente protetto i consumatori israeliani dal previsto aumento dei prezzi del carburante provocato dalla chiusura da parte dell’Iran dello Stretto di Hormuz, analisti come l’economista politico Shir Hever avvertono che, essendo Israele un importatore di carburante, si tratta di un sollievo solo temporaneo.

Tutti i precedenti conflitti in cui Israele si è impegnato hanno avuto alle spalle un bilancio concordato, con obbiettivi chiari e solide basi finanziarie su cui misurare tali obbiettivi”, afferma Hever. “Tuttavia ciò a cui stiamo assistendo è il tipo di economia che si potrebbe osservare in uno Stato totalitario, in cui le spese militari vengono adottate arbitrariamente senza considerare come la cosa sia compatibile con l’economia generale.”

In conclusione, come e quando finirà la guerra probabilmente sta meno nelle decisioni di Israele che in quelle di un presidente USA sempre più imprevedibile.

E quando questa settimana l’emittente statunitense Newsmax gli ha chiesto fino a che punto secondo lui Israele ha conseguito i suoi obbiettivi, il massimo che Netanyahu è stato capace di dire è stato “a metà”.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




I massimi inquirenti legali delle Nazioni Unite concludono che Israele è colpevole di genocidio a Gaza

Sondos Asem

16 settembre 2025 – Middle East Eye

Il rapporto più autorevole delle Nazioni Unite sul genocidio apre la strada alla sentenza della Corte Internazionale di Giustizia, sostengono i suoi autori

Nella pronuncia più autorevole fino ad oggi il principale organo investigativo delle Nazioni Unite su Palestina e Israele ha stabilito martedì 16 settembre che Israele è colpevole del crimine di genocidio a Gaza.

Il rapporto di 72 pagine della commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite su Palestina e Israele rileva che Israele ha commesso quattro dei cinque atti proibiti dalla Convenzione sul Genocidio del 1948 e che i leader israeliani hanno espresso l’intento di distruggere i palestinesi di Gaza come gruppo.

La conclusione fa eco ai rapporti di organizzazioni per i diritti umani palestinesi, israeliane e internazionali che sono giunte alla stessa conclusione nell’ultimo anno.

Ma questa è la prima indagine legale completa condotta da un organo delle Nazioni Unite e funge da linea guida per una sentenza della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) che attualmente sta esaminando una denuncia del Sudafrica che accusa Israele di genocidio. Si prevede che la conclusione del caso presso la Corte Internazionale di Giustizia richiederà diversi anni.

Navi Pillay, presidente della commissione, ha dichiarato a Middle East Eye: “Per arrivare alla conclusione della responsabilità di Israele per la sua condotta a Gaza la commissione ha utilizzato lo standard giuridico stabilito dalla Corte Internazionale di Giustizia. Si tratta quindi della conclusione più autorevole finora emessa dalle Nazioni Unite”.

“Il rapporto delle Nazioni Unite rimarrà la dichiarazione più autorevole fino a quando la Corte Internazionale di Giustizia non avrà finito il suo lavoro e si sarà pronunciata sul caso di genocidio intentato contro Israele”.

“I rapporti prodotti dalle Nazioni Unite, compresi quelli di una commissione d’inchiesta, hanno un valore probatorio particolare e possono essere considerati affidabili da tutti i tribunali nazionali e internazionali”.

Pilay, un’eminente giurista che in precedenza ha ricoperto il ruolo di Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani e Presidente del Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda, ha affermato che tutti gli Stati hanno l’obbligo giuridico inequivocabile di impedire il genocidio a Gaza. Ha inoltre esortato il governo del Regno Unito a rivedere la sua posizione sul genocidio di Gaza, incluso il suo rifiuto di etichettarlo come tale. “L’obbligo di prevenire il genocidio sorge quando gli Stati vengono a conoscenza dell’esistenza di un grave rischio di genocidio e quindi gli Stati, incluso il Regno Unito, devono agire senza dover attendere una decisione giudiziaria per impedirlo”, ha affermato.

Un altro membro della commissione, Chris Sidoti, ha dichiarato a MEE che gli Stati devono agire ora per prevenire il genocidio. “Non ci sono scuse per non agire ora”, ha affermato.

Il rapporto dovrebbe essere presentato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a ottobre.

Il rapporto invita gli Stati membri delle Nazioni Unite ad adottare diverse misure, tra cui l’interruzione dei trasferimenti di armi a Israele e l’imposizione di sanzioni contro Israele e individui o società coinvolti o che facilitano il genocidio o l’incitamento a commetterlo. Il rapporto conclude che Israele ha commesso un genocidio contro i palestinesi a Gaza dal 7 ottobre 2023, coprendo il periodo da tale data al 31 luglio 2025.

Si afferma che Israele ha commesso quattro atti di genocidio:

1. Uccisione di membri del gruppo: i palestinesi sono stati uccisi in gran numero attraverso attacchi diretti contro civili, persone protette e infrastrutture civili vitali, nonché mediante la creazione deliberata di condizioni che hanno portato alla morte.

2-Gravi danni fisici o mentali: i palestinesi hanno subito torture, stupri, aggressioni sessuali, sfollamenti forzati e gravi maltrattamenti durante la detenzione, oltre ai diffusi attacchi contro i civili e l’ambiente.

3. Infliggere condizioni di vita calcolate per distruggere il gruppo: Israele ha deliberatamente imposto condizioni di vita disumane a Gaza tra cui la distruzione di infrastrutture essenziali, la negazione di cure mediche, sfollamenti forzati, il blocco di cibo, acqua, carburante ed elettricità, la violenza sulle donne incinte e la fame come metodo di guerra. I bambini sono stati particolarmente presi di mira.

4.Impedire le nascite all’interno del gruppo: l’attacco alla più grande clinica per la fertilità di Gaza ha distrutto migliaia di embrioni, campioni di sperma e ovuli. Gli esperti hanno affermato alla commissione che ciò avrebbe impedito a migliaia di bambini palestinesi di nascere.

Intento genocida

Oltre agli atti genocidi l’inchiesta ha concluso che le autorità e le forze di sicurezza israeliane hanno l’intento genocida di distruggere, in tutto o in parte, i palestinesi nella Striscia di Gaza.

L’intento genocida è spesso il più difficile da dimostrare in qualsiasi caso di genocidio. Tuttavia, gli autori del rapporto hanno trovato “prove pienamente conclusive” di tale intento.

Come prova diretta dell’intento genocida hanno citato dichiarazioni rilasciate dalle autorità israeliane, tra cui il Presidente Isaac Herzog, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant, che ha ricoperto la carica di Ministro della Difesa per gran parte della guerra.

Hanno inoltre rilevato che i tre leader hanno commesso il reato di incitamento al genocidio, un reato sostanziale ai sensi dell’Articolo III della Convenzione, indipendentemente dal fatto che il genocidio sia stato commesso.

Inoltre, sulla base di prove circostanziali, la commissione ha ritenuto che l’intento genocida fosse “l’unica deduzione ragionevole” che si potesse trarre dal modello di condotta delle autorità israeliane. Questo è lo stesso standard di prova che sarà utilizzato dalla Corte Internazionale di Giustizia nel suo attuale procedimento contro Israele.

La commissione ha affermato di aver identificato sei modelli di condotta delle forze israeliane a Gaza che supportano l’ipotesi di un intento genocida:

1. Uccisioni di massa: dal 7 ottobre 2023 le forze israeliane hanno ucciso e gravemente ferito un numero senza precedenti di palestinesi, per lo più civili, utilizzando munizioni pesanti in aree densamente popolate. Secondo il rapporto al 15 luglio 2025 l’83% delle vittime erano civili. Quasi la metà erano donne e bambini.

2. Distruzione della cultura: la sistematica distruzione di case, scuole, moschee, chiese e siti culturali è stata citata come prova di un tentativo di cancellare l’identità palestinese.

3. Sofferenza deliberata: nonostante tre ordinanze provvisorie della Corte Internazionale di Giustizia e ripetuti avvertimenti internazionali, Israele ha continuato le sue politiche sapendo che i palestinesi erano intrappolati e impossibilitati a fuggire, ha affermato la commissione.

4. Collasso dell’assistenza sanitaria: le forze israeliane hanno preso di mira il sistema sanitario di Gaza attaccando ospedali, uccidendo e abusando il personale medico e bloccando forniture vitali e l’evacuazione dei pazienti.

5. Violenza sessuale: gli investigatori hanno documentato torture a sfondo sessuale, stupri e altre forme di violenza di genere descrivendole come strumenti di punizione collettiva.

6. Prendere di mira i minori: i bambini sono stati colpiti da cecchini e droni, anche durante le evacuazioni e nei rifugi, e alcuni sono stati uccisi mentre sventolavano bandiere bianche.

“I leader politici e militari israeliani sono agenti dello Stato di Israele, pertanto i loro atti sono attribuibili allo Stato di Israele”, si legge nel rapporto.

“Lo Stato di Israele è responsabile dell’incapacità di prevenire il genocidio, dell’attuazione di un genocidio e dell’incapacità di punire il genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza”.

Chi sono gli investigatori delle Nazioni Unite?

La commissione d’inchiesta, composta da tre membri, è stata istituita nel maggio 2021 dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (HRC-CDU) con sede a Ginevra con un mandato permanente per indagare le violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani nella Palestina occupata e in Israele a partire da aprile 2021.

La commissione ha il compito di riferire annualmente al CDU e all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. I suoi membri sono esperti indipendenti, non retribuiti dalle Nazioni Unite, con un mandato a tempo indeterminato.

I rapporti della commissione sono molto autorevoli e ampiamente citati da organismi giuridici internazionali, tra cui la Corte Internazionale di Giustizia e la Corte Penale Internazionale dell’Aia.

Negli ultimi quattro anni ha prodotto alcuni dei rapporti più dirompenti sulle violazioni del diritto internazionale in Israele e Palestina.

Dal 7 ottobre 2023 la commissione ha pubblicato tre rapporti e tre documenti sulle violazioni del diritto internazionale per opera di diversi attori. Precedenti rapporti hanno concluso che le forze israeliane hanno commesso crimini contro l’umanità e crimini di guerra a Gaza, tra cui, tra gli altri, sterminio, tortura, stupro, violenza sessuale e fame come metodo di guerra. Hanno anche concluso che a Gaza sono stati commessi due atti di genocidio

I suoi tre membri sono eminenti esperti di diritti umani e giuristi.

Pillay è stata Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani dal 2008 al 2014. In precedenza ha ricoperto il ruolo di giudice presso la Corte Internazionale di Giustizia e ha presieduto il tribunale ad hoc delle Nazioni Unite per il Ruanda.

Miloon Kothari è stato il primo relatore speciale delle Nazioni Unite sull’alloggio adeguato tra il 2000 e il 2008, mentre Sidoti è l’ex commissario australiano per i diritti umani e in precedenza è stato membro della Missione Internazionale Indipendente di inchiesta delle Nazioni Unite sul Myanmar dal 2017 al 2019.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il Brasile rifiuta la nomina di un nuovo ambasciatore israeliano

Redazione di MEMO

26 agosto 2025 – Middle East Monitor

Il Brasile, con un’iniziativa che riflette le tensioni in corso tra le due parti, ha rifiutato la nomina di Gali Dagan come nuovo ambasciatore d’Israele, lasciando la posizione vacante dalla partenza del suo predecessore.

La decisione segue una serie di di nette prese di posizione di Brasilia contro Tel Aviv, tra cui il ritiro a luglio dalla International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) e la decisione di unirsi al Sudafrica nella causa presso la Corte Internazionale di Giustizia in cui accusa Israele di commettere un genocidio a Gaza.

Il quotidiano ebraico Maariv ha riferito che il Brasile ha ignorato la richiesta israeliana di accreditare Dagan, che ha precedentemente svolto il ruolo di ambasciatore in Colombia. Ciò ha determinato il fatto che il ministro degli Esteri israeliano ritirasse formalmente la sua candidatura. Come risultato, le relazioni bilaterali saranno condotte ad un livello diplomatico più basso.

Un portavoce del ministero degli Esteri israeliano ha affermato: “L’approccio ostile mostrato dal Brasile verso Israele dal 7 ottobre si è aggravato dopo che il presidente Lula ha paragonato le azioni di Israele ai crimini nazisti.”

Nel frattempo il Brasile ha rimandato il suo ambasciatore a Tel Aviv dopo averlo richiamato per consultazioni a febbraio 2024 riguardo una dura controversia diplomatica. Maariv ha osservato che “la crisi nelle relazioni israelo-brasiliane è entrata in una nuova fase.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il diritto internazionale è a un bivio: Gaza può innescare una presa di coscienza globale?

Ramzy Baroud

4 marzo 2025 – Middle East Monitor

Il diritto internazionale sta lottando per difendere la propria rilevanza. L’esito di questa lotta è probabilmente destinato a cambiare le dinamiche politiche del mondo intero, dinamiche che erano state plasmate dalla Seconda guerra mondiale e sostenute per mezzo di un’interpretazione selettiva del diritto da parte delle nazioni egemoni.

In linea di principio, il diritto internazionale avrebbe dovuto essere sempre rilevante, se non determinante, nel regolare le relazioni tra tutti i paesi, grandi e piccoli, per risolvere i conflitti prima che si trasformassero in vere e proprie guerre. Avrebbe anche dovuto adoperarsi per scongiurare il ritorno a un’epoca di sfruttamento che ha permesso al colonialismo occidentale di ridurre di fatto in schiavitù il Sud globale per centinaia di anni.

Sfortunatamente il diritto internazionale, che in teoria avrebbe dovuto rispecchiare il consenso globale, a stento si è occupato di pace o autenticamente impegnato nella decolonizzazione del Sud.

Dall’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan alla guerra contro la Libia e molti altri esempi, passati e presenti, le Nazioni Unite spesso sono state usate dai forti come strumento per imporre la loro volontà ai deboli. E ogni volta che i paesi più piccoli hanno reagito collettivamente, come spesso fa l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, quelli che sono più potenti sul piano militare ed economico e detengono il potere di veto al Consiglio di Sicurezza hanno usato il loro potere per costringere gli altri sulla base della massima “might is right” [il diritto del più forte].

Non dovrebbe perciò stupire che molti intellettuali e politici del sud globale sostengano che il diritto internazionale è sempre stato irrilevante per la pace, i diritti umani e la giustizia, se non per professarne vanamente i valori.

Questa irrilevanza è stata messa pienamente in luce nei 15 mesi di ininterrotto genocidio israeliano contro i palestinesi a Gaza che ha ucciso e ferito più di 160.000 persone, un numero che secondo i molti autorevoli studi e riviste di medicina è destinato ad aumentare drasticamente.

Eppure, quando il 26 gennaio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia ha aperto un’indagine per “plausibile genocidio” a Gaza e ha in seguito emesso il 19 luglio una risoluta sentenza in merito all’illegalità dell’occupazione israeliana della Palestina, il sistema internazionale ha dato un segno di vita, per quanto flebile. I mandati di arresto emanati a novembre dalla Corte Penale Internazionale contro il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ex-Ministro della Difesa Yoav Gallant hanno rappresentato un’ulteriore prova del fatto che le istituzioni legali internazionali, ancorché al servizio degli interessi occidentali, possono cambiare.

Washington si è opposta per molti anni alla giustizia internazionale. Sotto la presidenza di George W. Bush il parlamento statunitense ha approvato una legge che già dal 2002 protegge i soldati americani “dai procedimenti penali” della Corte Penale Internazionale, di cui gli Stati Uniti non fanno parte. La cosiddetta Legge sull’Invasione de L’Aia ha autorizzato l’uso della forza militare per salvare cittadini americani o personale militare arrestato dalla Corte Penale Internazionale.

Naturalmente molte delle misure adottate da Washington per mettere sotto pressione, minacciare o punire le istituzioni internazionali sono state collegate alla protezione di Israele sotto varie forme. Il clamore e le richieste di giustizia che il genocidio israeliano a Gaza ha destato in tutto il mondo hanno tuttavia messo nuovamente sulla difensiva i governi occidentali. Israele sta affrontando per la prima volta un giudizio severo, che ne ha fatto sotto molti aspetti uno Stato paria.

Invece di ripensare il loro rapporto con Israele e astenersi dall’alimentare la macchina della guerra, molti governi occidentali si sono scagliati contro la società civile per il solo fatto di aver chiesto l’applicazione del diritto internazionale.

Il 18 febbraio la polizia tedesca ha fatto irruzione nella sede del Junge Welt [storico quotidiano tedesco di orientamento marxista, ndt.] a Berlino come se stessero per acciuffare un pericoloso criminale. Hanno circondato l’edificio, armati fino ai denti, dando luogo a una sceneggiata che non avrebbe mai dovuto verificarsi in un paese che si considera democratico. La ragione per questo dispiegamento di forze era nientemeno che Francesca Albanese, avvocata italiana e dichiarata detrattrice del genocidio israeliano a Gaza.

Albanese è attualmente anche Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. Se non fosse per l’intervento delle Nazioni Unite, avrebbe potuto essere arrestata semplicemente per aver chiesto che Israele sia chiamato a rispondere dei suoi crimini contro i palestinesi.

Ma la Germania non è un’eccezione. Altre potenze occidentali, sotto la guida degli Stati Uniti, partecipano di questa crisi morale. Washington ha intrapreso azioni gravi e preoccupanti non solo per sottrarre Israele e sé stessa alla responsabilità di fronte al diritto internazionale, ma anche per punire le stesse istituzioni internazionali, giudici e funzionari, per aver osato mettere in discussione il comportamento di Israele.

Lo scorso 13 febbraio infatti gli Stati Uniti hanno sanzionato il procuratore capo della Corte Penale Internazionale per le sue posizioni su Israele. Dopo qualche esitazione Karim Khan aveva fatto ciò che nessun altro procuratore della Corte Penale Internazionale aveva fatto prima, ovvero emettere mandati di cattura per Netanyahu e Gallant, i quali sono attualmente ricercati per “crimini contro l’umanità e crimini di guerra”.

La crisi morale si è aggravata quando i giudici sono diventati gli accusati, come è accaduto allo stesso Khan quando è stato fatto oggetto, oltre alle sanzioni americane, di innumerevoli attacchi e oltraggi da parte dei media occidentali.

C’è una possibilità di correggere il sistema politico e legale internazionale sulla base di nuovi standard: una giustizia e una responsabilità che si applichino a tutti e cui tutti siano ugualmente tenuti.

Chi si ostina a sostenere Israele ha di fatto rinnegato il diritto internazionale nel suo insieme. Le conseguenze di questa decisione sono terribili. Ma per il resto dell’umanità la guerra di Gaza può suscitare una presa di coscienza globale e costituire un’occasione per ricostruire un mondo più equo, che non sia plasmato da chi detiene la maggiore potenza militare ma dal bisogno di fermare l’insensata uccisione di bambini, donne e anziani innocenti.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Il criminale di guerra Gadi Eisenkot si aggiudica 1 milione di dollari di finanziamenti dell’UE

David Cronin 

12 febbraio 2025 – Electronic Intifada

L’Unione Europea ha approvato un finanziamento di circa 1 milione di dollari a un’impresa guidata da Gadi Eisenkot, uno dei politici israeliani responsabili del genocidio a Gaza.

Storage Drop, come si chiama l’azienda di Eisenkot, fa parte di Hydrocool, un progetto finanziato dall’UE ufficialmente concepito per ridurre l’impatto ambientale dei sistemi di climatizzazione dell’aria.

Eisenkot è poco convincente come campione della sostenibilità ecologica.

Dall’ottobre 2023 al giugno dell’anno scorso ha fatto parte del gabinetto di guerra che ha gestito il genocidio a Gaza e autorizzato tattiche che hanno riguardato massacri sistematici e la distruzione di strutture civili.

Concedere all’impresa di Eisenkot un ruolo in un progetto presumibilmente amico del clima come Hydrocool non controbilancia le responsabilità che lui e i suoi colleghi del gabinetto di guerra hanno per aver distrutto la rete idrica e di trattamento delle acque reflue di Gaza.

Benché da alcuni media sia dipinto come un “moderato”, Eisenkot ha in precedenza sostenuto l’uso estremo della violenza.

È stato tra i comandanti militari che elaborarono la cosiddetta “Dottrina Dahiyeh”, in riferimento a un quartiere di Beirut in cui Israele provocò massicce devastazioni durante l’attacco contro il Libano nel 2006.

Nell’ottobre 2008 Eisenkot lanciò un avvertimento a ogni area in cui Israele incontrava resistenza: “Quello che è successo al quartiere di Dahiyeh a Beirut nel 2006 avverrà in ogni villaggio da cui si spari contro Israele,” affermò.

Metteremo in atto una forza sproporzionata contro di esso e vi provocheremo gravissimi danni e distruzioni. Dal nostro punto di vista non sono villaggi di civili, sono basi militari.”

Il piano che aveva riassunto venne messo in pratica poco dopo, quando Israele lanciò una grande offensiva contro Gaza nel dicembre 2008. In linea con la dottrina Dahiyeh, in svariate occasioni Israele in seguito ha inflitto “grandi danni e distruzioni” contro villaggi e città palestinesi e libanesi.

La Storage Drop di Eisenkot è la principale beneficiaria di finanziamenti UE sulla base del progetto Hydrocool, che durerà fino al 2027.

Ovviamente è imperdonabile che i funzionari di Bruxelles approvino un finanziamento a un’impresa guidata da un uomo direttamente responsabile della devastazione di Gaza. Così facendo l’UE sta negando l’appoggio dichiarato alla Corte Internazionale di Giustizia, che nel gennaio 2024 ha giudicato plausibile la causa che il Sudafrica ha intentato contro Israele.

Il Sudafrica sostiene che Israele sta violando la Convenzione contro il Genocidio, una pietra miliare del diritto internazionale che venne stilata dopo l’Olocausto, in base alla quale la convenzione impone come dovere ai governi e alle istituzioni statali di tutto il mondo di non favorire crimini contro l’umanità.

Ho contattato la Commissione Europea, l’esecutivo dell’UE, chiedendo perché abbia approvato finanziamenti a un’azienda che include un importante complice di una guerra genocida.

La Commissione Europea non ha risposto alla domanda. Un portavoce ha semplicemente replicato che Horizon Europe, il programma di ricerca scientifica dell’UE, “non finanzia progetti di carattere militare.”

Sono in vigore vari meccanismi per impedire che i fondi dell’UE vengano utilizzati in modo improprio per attività che violino le leggi internazionali,” ha aggiunto il portavoce.

Indipendentemente da quali meccanismi possa mettere in atto, la burocrazia di Bruxelles ha chiaramente aiutato un’impresa guidata da Badi Eisenkot, uno degli strateghi di un genocidio.

L’Unione Europea continua a valutare la possibilità di avere relazioni più intense con Israele mentre quello Stato ha commesso un genocidio. Dalla lettura delle discussioni che si sono tenute lo scorso anno risultano lodi per le “eccellenti prestazioni” delle imprese e istituzioni israeliane in Horizon Europe, il programma di ricerca scientifica dell’UE.

Promesse non mantenute

Quelle discussioni sono avvenute durante un periodo in cui gli studenti di molti Paesi stavano ricorrendo ad azioni dirette contro il genocidio di Gaza.

L’università di Galway, in Irlanda, ha risposto alle proteste con la promessa di rivedere i suoi rapporti con controparti israeliane, ma nonostante l’impegno preso sta coordinando un nuovo progetto finanziato dall’UE su “integrazione della desalinizzazione dell’acqua di mare e la produzione di idrogeno verde.” Sarà guidato da un consorzio che include anche il Technion, il politecnico israeliano, che lavora con l’industria bellica israeliana sullo sviluppo di nuovi macchinari per attaccare i palestinesi. Come nota Maya Wind nel suo libro Torri d’avorio e d’acciaio [Ed. Alegre, 2024], il Technion è arrivato “fino al punto di offrire esplicitamente corsi sul commercio e l’esportazione di armi e sicurezza.”

I suoi stretti rapporti con la principale industria bellica israeliana, Elbit System, sono stati riconosciuti nel recente passato quando a Bezalel Machlis, amministratore delegato dell’impresa, è stato assegnato il titolo di “custode del Technion”.

Durante il genocidio a Gaza Israele ha utilizzato l’intelligenza artificiale (IA) per selezionare gli obiettivi degli attacchi in cui è stato ucciso un gran numero di civili.

Le informazioni su un’applicazione così sinistra della robotica non sembrano aver indotto grandi patemi d’animo a Bruxelles. L’UE ha destinato 1,5 milioni di dollari a un nuovo progetto di ricerca sull’IA guidato dal Technion.

Oltre a beneficiare dalla cooperazione per le ricerche Israele è stato a lungo attivo nella Enterprise Europe Network [Rete Europea d’Imprese], un piano di sostegno delle piccole e medie imprese.

La rete è essenzialmente un’agenzia matrimoniale per imprese: svolgendo il ruolo di Cupido, l’Unione Europea aiuta le imprese nella loro ricerca di partner commerciali.

Una ricerca nella banca dati della rete mostra che sta assistendo un’anonima impresa israeliana che offre “tecnologia di tipo militare per la sorveglianza.”

Secondo la rete l’azienda israeliana spera che i suoi prodotti possano essere istallati all’estero in progetti nel settore dell’energia e nelle prigioni.

Come documentato da Antony Loewenstein nel suo libro e film Laboratorio Palestina [Fazi editore, 2024], Israele è abile nel trovare opportunità di esportazione di armi e apparecchiature di spionaggio testate nel contesto di un’occupazione, che è illegale. Ma ciò non impedisce a Israele, con un aiuto tutt’altro che trascurabile dell’Unione Europea, di cercare di trasformarla in un’opportunità commerciale.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Può la presidente del più importante tribunale del mondo essere una giudice con tendenze sioniste?

Muhammad Jamil

23 gennaio 2025 – Middle East Monitor

Mentre la polvere della guerra si sta posando sulla Striscia di Gaza e da domenica 19 gennaio 2025 è entrato in vigore il cessate il fuoco, si fanno sempre maggiori le speranze che commissioni d’inchiesta internazionali entrino a Gaza e documentino le catastrofiche conseguenze della guerra di sterminio durata 15 mesi. I resoconti dei mezzi di comunicazione e delle organizzazioni internazionali non riescono a cogliere le reali dimensioni della tragedia, rendendo imperativo che équipe investigative si rechino sul terreno per raccogliere prove. Queste prove giocheranno un ruolo fondamentale nella denuncia per genocidio presentata alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) e aiuteranno la Corte Penale Internazionale (CPI) nell’incriminazione di altri dirigenti militari e politici coinvolti nei crimini.

Il tempo è cruciale, in quanto il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu minaccia di riprendere i combattimenti dopo la fine della fase iniziale del cessate il fuoco. Questa urgenza necessita di un’azione rapida da parte dei tribunali internazionali per perseguire la giustizia e chiamare i responsabili a rendere conto delle proprie azioni. Tuttavia la CPI è stata lenta nella risposta, interrompendo il suo cammino, senza prendere ulteriori iniziative dopo l’approvazione mesi fa di mandati di arresto contro Netanyahu e l’ex- ministro della Difesa Yoav Gallant. Questo ritardo continua nonostante la lunga lista di persone accusate di aver commesso crimini di guerra a Gaza e in Cisgiordania.

Le lungaggini processuali e l’esitazione nel chiamare a rispondere i responsabili derivano da varie ragioni, in primo luogo dalle pressioni e minacce politiche che la corte deve affrontare. Ciò richiede che gli attori internazionali appoggino la creazione di uno specifico tribunale internazionale, simile a quelli per la Jugoslavia e il Ruanda, perché agisca concretamente libero da pressioni esterne e con più estese facoltà di affrontare l’ingente numero di crimini commessi.

La causa intentata davanti alla CIG dal Sudafrica, che accusa Israele di genocidio, è altrettanto significativa. E’ trascorso più di un anno da quando il caso è stato presentato, eppure l’iter processuale procede lentamente. Ad aggravare questo problema sono le dimissioni del giudice Nawaf Salam dalla presidenza della CIG a causa della sua nomina per la formazione del governo libanese. Ciò apre la possibilità che la sua vice, simpatizzante di Israele, assuma potenzialmente quella posizione, ritardando ulteriormente le udienze.

Le dimissioni di Salam hanno lasciato vacante la presidenza della CIG, e la giudice ugandese Julia Sebutinde ha assunto temporaneamente il suo ruolo. Sebutinde, nota per l’ incondizionato sostegno a Israele, è diventata la prima giudice africana a raggiungere questa prestigiosa posizione. Mentre l’elezione dei giudici dovrebbe basarsi su competenza e requisiti, spesso fattori politici e geografici giocano un ruolo nella loro selezione.

Durante la sua permanenza in carica Sebutinde, oltre al fatto di essere la prima donna africana in questo ruolo, non si è fatta notare per la sua imparzialità o correttezza. Proveniente da un continente scosso da colonialismo, massacri e saccheggio delle risorse, ci si aspettava che attraverso la corte garantisse giustizia per promuovere pace e sicurezza in un mondo segnato da conflitti.

Queste aspettative sono state deluse quando Sebutinde, insieme ad altri giudici, ha intralciato la causa per genocidio presentata dal Sudafrica contro Israele. Ha fatto parlare di sé per le opinioni contrarie alle sentenze della corte, compresa l’opinione consultiva approvata dalla corte sull’illegalità dell’occupazione. Il suo dissenso era basato su argomenti peculiari e senza fondamento, derivanti da convinzioni religiose e false narrazioni storiche.

Un’attenta analisi delle dettagliate opinioni di Sebutinde rivela la manipolazione dei principi delle leggi internazionali per adeguarle alla sua tendenziosità e alle sue convinzioni. Le sue conclusioni sembrano influenzate da miti simili a quelli degli estremisti sionisti religiosi, che non sono né riconosciuti dall’ordinamento della corte né sorretti dalle leggi internazionali. Ciò è particolarmente preoccupante data la gravità del caso, che riguarda la minaccia esistenziale per un gruppo nazionale sulla sua terra.

Il confronto tra la posizione di Sebutinde sulla causa per genocidio del Sud Africa contro Israele e quella sulla causa per genocidio dell’Ucraina contro la Russia rivela evidenti contraddizioni. In quest’ultima Sebutinde e gli altri giudici hanno esaminato le prove presentate e hanno applicato la legge senza prendere in considerazione le dimensioni religiose o politiche, dichiarando le azioni della Russia una mera aggressione contro uno Stato sovrano.

Le misure precauzionali emanate nel caso dell’Ucraina sostenute dalla maggioranza dei giudici, inclusa Sebutinde, hanno ordinato un cessate il fuoco. Ciò ha privato la Russia del suo presunto diritto all’autodifesa contro la diffusione di “neonazisti”, accusati di commettere massacri contro i cittadini ucraini di origine russa.

In palese contrasto, la posizione di Sebutinde sulla causa per genocidio del Sud Africa contro Israele è stata profondamente viziata. Nonostante la gravità della situazione, le misure precauzionali della corte non hanno incluso un cessate il fuoco, un grave errore che riflette l’influenza delle politiche nazionali a favore di Israele su alcuni giudici. Sebutinde ha addirittura rifiutato queste misure, ignorando le prove e le leggi umanitarie internazionali. La sua opinione dissenziente, segnata dal fatto di basarsi sulle sue convinzioni religiose e da tendenziosità politica, ha ignorato i fatti presentati nel processo.

Nella sentenza della corte del 26 gennaio 2024, che ha incluso sei misure precauzionali approvate da 15 giudici contro 2 voti contrari, Sebuninde si è opposta a tutte le disposizioni. Ciò ha incluso misure che invitavano Israele a consentire un afflusso illimitato di aiuti internazionali. Sorprendentemente persino il magistrato nominato da Israele tra i giurati, Aharon Barak, ha approvato due misure: una che obbligava Israele a impedire istigazioni al genocidio e un’altra che garantiva l’afflusso di aiuti umanitari.

La mancanza di imparzialità e la ferma convinzione di Sebuninde riguardo all’assoluto diritto di Israele ad agire a suo piacere sono risultati evidenti nel suo parere. Ha lanciato accuse non verificate contro le fazioni palestinesi relative a crimini efferati come lo stupro e l’uccisione di bambini. Al contrario le sue affermazioni sulle sofferenze di Gaza difettavano di dettagli o riferimenti specifici, smentendo come false le prove del Sudafrica e sostenendo il difetto di giurisdizione della corte in quella fase. Contrariamente all’opinione della maggioranza, ha negato che le prove dimostrassero un genocidio potenziale.

Le sue opinioni hanno danneggiato la credibilità della corte e sollevato preoccupazioni riguardo alla sua adeguatezza per un ruolo che richiede obiettività e aderenza alla giustizia.

Sebutinde si è anche opposta ad altre tre disposizioni aggiuntive (approvate con 13 voti contro 2) incluse nella sentenza della corte del 24 maggio 2024 in seguito all’attacco israeliano contro Rafah. Pare che il giudice Barak abbia imparato dalla sua posizione, in quanto era inconcepibile che lei potesse sembrare più allineata con il sionismo di lui. Barak si è unito a Sebutinde nel rifiuto di queste misure, smentendo persino le sue precedenti posizioni e opponendosi alla prima misura che ribadiva le disposizioni precauzionali indicate nella sentenza della corte a gennaio.

Nonostante fossero passati quattro mesi dalla decisione iniziale della corte, Sebutinde non ha modificato la sua posizione, benché il numero di morti fosse salito e le dimensioni delle distruzioni e della fame si fossero accentuate. Al contrario ha ignorato questa situazione, descrivendola semplicemente come una “complessa crisi umanitaria”. Invece ha ampiamente approfondito le sofferenze degli israeliani, citando dati e incidenti specifici che avevano avuto come conseguenza pochi morti e feriti. Sebutinde ha persino sottolineato il coinvolgimento di nuovi attori nel conflitto, come il movimento Houti e l’incremento delle operazioni di Hezbollah nel sud [del Libano], utilizzando quegli sviluppi per giustificare il rifiuto di misure precauzionali per porre fine all’attacco contro Rafah.

I commenti di Sebutinde su queste e sulle precedenti disposizioni rappresentano un sostegno ai massacri. Ha appoggiato la continuazione delle operazioni militari, sostenendo che la loro interruzione avrebbe danneggiato la sicurezza di “100 ostaggi nelle mani dell’organizzazione terroristica Hamas.” Tuttavia le prove, comprese le ammissioni ufficiali dell’esercito israeliano, hanno confermato che molti ostaggi sono stati uccisi durante queste operazioni.

Nel suo parere consultivo del 19 luglio 2024 ha dissentito dall’opinione maggioritaria riguardo alle “conseguenze legali delle politiche e pratiche israeliane nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme est.” Mentre la maggioranza dei giudici ha definito illegale l’occupazione ed ha chiesto che venga smantellata, Sebutinde ha sostenuto che in primo luogo la corte non avrebbe dovuto emettere l’opinione consultiva. Ha affermato che ciò avrebbe complicato il problema eludendo il contesto negoziale pattuito tra l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e Israele. Così facendo Sebutinde ha apertamente criticato i suoi colleghi giudici e rivelato le sue profonde convinzioni religiose, radicate nell’Antico Testamento, insieme a interpretazioni di testi religiosi e scoperte archeologiche di 3.000 anni fa che dimostrerebbero la presenza di una “nazione ebraica”, negando l’esistenza della Palestina.

L’opinione dissenziente di Sebutinde afferma:

“Le prove includono ritrovamenti archeologici nella Città di Davide. Scavi nella “Città di Davide” a Gerusalemme hanno scoperto strutture, fortificazioni e oggetti che datano al tempo tradizionalmente associato al regno di re Davide. Questi reperti forniscono prove dell’insediamento di una società colta impegnata in commerci, agricoltura e attività di governo. La Bibbia ebraica (il Vecchio Testamento) offre dettagliate testimonianze di storia, cultura e governo degli israeliti durante questo periodo. Mentre questi testi per loro natura sono religiosi, molti studiosi li considerano affidabili documenti storici. Queste prove archeologiche, testuali e storiche confermano l’esistenza e la continua presenza del popolo ebraico nell’antico Israele durante il periodo dal 1000 al 586 a.C.”

Immaginate un contenzioso sulla titolarità della proprietà portato davanti a un qualunque tribunale al mondo, tranne Israele. Una parte presenta un testo religioso preso da un libro sacro sostenendo che esso dimostra la proprietà risalendo a centinaia di anni fa, mentre l’altra sottopone al tribunale contratti ufficialmente documentati e un titolo di proprietà certificato rilasciato dalle competenti autorità. Quale sarebbe la reazione del giudice? Immagino che ordinerebbe che la prima venisse portata in un’istituzione psichiatrica oppure condannata per oltraggio alla corte per averle fatto perdere tempo.

Nel suo parere dissenziente Sebutinde si contraddice da sola, utilizzando simultaneamente la Dichiarazione Balfour e il piano di partizione per legittimare Israele, negando nel contempo in base agli stessi documenti i loro diritti ai palestinesi. Il suo travisamento si estende alla Cisgiordania e a Gerusalemme, che considera territori contesi invece che occupati. Ignora le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che affermano la loro condizione di territori occupati.

Le convinzioni religiose accecano Sebutinde, proprio come i coloni estremisti che manipolano la storia a favore della loro ideologia. Accusa gli arabi, dal periodo del Mandato [britannico] a oggi, per aver rifiutato qualunque soluzione proposta per condividere la terra e vivere in pace con i loro vicini ebrei. Secondo lei ogni atto di terrorismo da parte delle milizie sioniste e ogni guerra combattuta da Israele sono stati preventivi e difensivi.

Attraverso le sentenze della corte Sebutinde si aggrappa alla sua visione secondo cui il conflitto è ideologico e politico e non risolvibile all’interno del contesto giuridico. Questa posizione è rimasta tale nonostante le prove schiaccianti che sono state presentate, che dimostrano che la macchina da guerra ha sistematicamente preso di mira persone, alberi e pietre in meticolose campagne di sterminio pianificato. Decine di migliaia [di persone] sono state uccise o ferite, intere città distrutte e oltre due terzi della popolazione sfollata.

Un giudice divorato da miti e stravolgimenti religiosi non può occuparsi della giustizia tra le Nazioni. Il luogo adeguato per esprimere tali convinzioni è un tempio, un partito politico o persino un’organizzazione criminale come l’esercito israeliano, dove potrebbe partecipare attivamente a tali atrocità come soldatessa o ufficiale. Consentirle di presiedere alla più alta autorità giudiziaria incaricata di risolvere conflitti internazionali e salvaguardare la pace e la sicurezza è una caricatura della giustizia.

Fortunatamente le decisioni della corte sono prese dal voto a maggioranza, come evidenziato dall’approvazione a stragrande maggioranza delle sentenze che lasciano il suo dissenso senza un’influenza significativa. Tuttavia nei casi in cui la corte è divisa il voto decisivo del presidente diventa fondamentale. Benché questo scenario sia raro, la potenziale elezione di Sebutinde come presidentessa solleva preoccupazioni. L’aspetto allarmante di ciò, con l’autorità di Sebutinde come supervisora delle commissioni tecniche della corte, è che potrebbe giocare un ruolo nel rallentare le procedure, complicando i processi e rimandando le udienze. Dato il suo estremismo, la situazione potrebbe accentuarsi facendo trapelare discussioni o documenti riservati riguardanti il caso.

Perciò i giudici della corte non devono eleggere per una posizione così importante una collega che adotta un’ideologia estremista. C’è una chiara contraddizione tra la missione della Corte di risolvere le dispute internazionali e raggiungere pace e sicurezza e gli obiettivi dell’orientamento ideologico a cui lei appartiene, che semina caos, alimenta guerre e sparge sangue. Quindi si deve impedire che Sebutinde assuma la posizione di presidente della corte.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il mandato di arresto della CPI contro Netanyahu: cosa ci si può aspettare dopo

Sondos Asem

21 novembre 2024 – Middle East Eye

Tutti gli Stati membri ora hanno l’obbligo di arrestare il primo ministro israeliano se dovesse arrivare sul loro territorio

I mandati di arresto della Corte Penale Internazionale contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ex-ministro della Difesa Yoav Gallant hanno un importante peso giudiziario e politico.

Hanno immediate conseguenze relative agli obblighi legali degli Stati che fanno parte dello Statuto di Roma, il trattato che ha dato vita alla Corte.

Tutti i 124 Stati membri dello Statuto di Roma ora hanno l’obbligo di arrestare Netanyahu e Gallant, così come il capo militare di Hamas Mohammed Deif, anch’egli destinatario di un mandato nonostante Israele sostenga che è stato ucciso a Gaza.

Un processo non può iniziare in assenza [degli imputati] e gli Stati membri devono consegnare l’accusato alla Corte dell’Aia.

Ma la Corte non ha poteri esecutivi. Si basa sulla collaborazione degli Stati membri perché arrestino e consegnino i sospettati.

È un passo incredibilmente importante nella lotta contro l’impunità,” dice a MEE Giulia Pinzauti, docente di diritto internazionale all’Università di Leida. “Gli Stati membri hanno l’obbligo di collaborare con la Corte e dovrebbero farlo. È un momento fondamentale per la cooperazione con la Corte.”

I firmatari dello statuto includono tutti gli Stati membri dell’UE, così come la Gran Bretagna, in Medio Oriente la Giordania, la Tunisia e la Palestina.

Tuttavia altri Stati, in particolare USA, Cina, India e Russia, non sono firmatari. La maggior parte degli Stati del Medio Oriente e del Nord Africa, tra cui Turchia e Arabia Saudita, non riconoscono la CPI.

Giovedì, in seguito all’annuncio della Prima Camera preliminare, vari Stati che aderiscono allo Statuto, tra cui Olanda, Francia, Giordania, Belgio e Irlanda, hanno annunciato la loro intenzione di applicare la decisione della Corte. Contattato da MEE per un commento, il governo britannico ha rifiutato di dire se applicherà il mandato di arresto.

È probabile che Netanyahu e Gallant, che non è più ministro della Difesa, ridurranno i loro viaggi, come ha fatto il presidente russo Vladimir Putin in seguito al mandato di arresto della CPI contro di lui.

Anche un futuro governo israeliano potrebbe scegliere di consegnarli all’Aia.

Oltretutto Stati che non sono membri dello Statuto di Roma potrebbero scegliere di consegnare all’Aia i sospettati, vietare loro di entrare nel proprio territorio o perseguirli in base al proprio ordinamento giuridico.

Triestino Marinello, avvocato di diritto internazionale per la tutela dei diritti umani che rappresenta le vittime palestinesi presso la CPI, afferma che è improbabile che Netanyahu venga estradato da Israele finché è primo ministro. “Ma ciò avrà un notevole impatto sulla sua capacità di agire come primo ministro, perché non potrà viaggiare in 124 Stati, che hanno l’obbligo legale, non la discrezionalità politica, di arrestarlo ed estradarlo,” dice Marinello a Middle East Eye.

Secondo Marinello, che definisce “storici” i mandati di arresto, avrà un impatto che va oltre quelli relativi a Netanyahu e Gallant.

I mandati potrebbero avviare cause nazionali contro altri cittadini di Israele, soprattutto con doppia nazionalità in Paesi europei, perché la Corte ha stabilito che sono stati commessi crimini. “Chiunque sia coinvolto nella commissione dei crimini deve essere portato in giudizio a livello locale ma anche internazionale,” afferma Marinello.

Benché la CPI abbia giurisdizione sul crimine di genocidio, le accuse contro i dirigenti israeliani escludono questo reato, che attualmente viene esaminato dalla Corte Internazionale di Giustizia in una causa presentata a dicembre dal Sud Africa contro Israele.

Tuttavia il procuratore ha preventivamente riconosciuto che attualmente altri crimini e la campagna di bombardamenti israeliani in corso sono attivamente indagati dalla CPI.

Le due Corti con sede all’Aia hanno competenze diverse.

La CIG, il principale organo giudicante dell’ONU, si occupa di controversie legali tra Stati e fornisce pareri consultivi presentati da organizzazioni dell’ONU e agenzie collegate.

Invece la CPI persegue singoli individui per quattro crimini internazionali: genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini di aggressione.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




‘Tribunale di Umanità e Coscienza’- è stato istituito a Londra il Tribunale per Gaza

Redazione di Palestine Chronicle

5 novembre 2024 Palestine Chronicle

Perché istituire un Tribunale del Popolo nonostante il coinvolgimento della Corte Internazionale di Giustizia? Perché l’ordine internazionale ha fallito il suo compito – la CIG, anche dopo aver definito genocidio le azioni di Israele, non riesce a far rispettare le sue sentenze.”

La scorsa settimana si è riunito a Londra un gruppo di celebri intellettuali, giuristi, artisti, difensori dei diritti umani e rappresentanti dei media e delle organizzazioni della società civile per istituire il Tribunale per Gaza – un’iniziativa indipendente con il ruolo di “tribunale di umanità e coscienza”.

Gaza rappresenta un punto di rottura nel percorso storico dell’umanità, in cui prevale un sistema globale basato sul potere, non sulla giustizia”, afferma il sito web del Tribunale per Gaza. “Alla luce di questa prospettiva l’esigenza di considerare ciò che accade a Gaza nella sua dimensione storica, politica, filosofica e giuridica sta diventando un compito urgente e necessario per l’umanità.”

Guidato da Richard Falk, esperto emerito di diritto internazionale ed ex relatore speciale per l’ONU sui territori palestinesi occupati, il Tribunale sta intraprendendo una via alternativa alla giustizia internazionale, intesa a dare risalto alle voci della società civile nell’analisi delle violenze conseguenti al conflitto esacerbatosi dopo l’operazione della resistenza del 7 ottobre.

Perché è necessario?

Benché la causa di genocidio contro Israele sia attualmente all’esame della Corte Internazionale di Giustizia (CIG), l’iniziativa è considerata come un Tribunale del Popolo.

Il fallimento dell’ordine internazionale nell’adempiere al suo compito è esattamente il motivo per cui è necessario un tribunale del popolo. La Corte Internazionale di Giustizia, nonostante abbia definito come genocidio l’attuale guerra di Israele, non è in grado di far rispettare le proprie sentenze”, afferma il sito web.

Il Tribunale per Gaza, convocato a Londra per due giorni di iniziali incontri preparatori, ha riunito circa 100 partecipanti.

Chi è coinvolto?

Tra i partecipanti all’incontro di Londra vi erano: Ilan Pappe, Jeff Halper, Ussama Makdisi,Ayhan Citil, Cornel West, Avi Shlaim, Naomi Klein, Aslı Bali, Mahmood Mamdani, Craig Mokhiber, Hatem Bazian, Mehmet Karlı, Sami Al-Arian, Frank Barat, Hassan Jabareen, Willy Mutunga, Victor Kattan, and Victoria Brittain.

Tra le organizzazioni partecipanti figurano: Legge per la Palestina (Law for Palestine), la Rete delle ONG palestinesi per l’ambiente (the Palestinian Environmental NGOs Network), la Rete araba per la sovranità alimentare (the Arab Network for Food Sovereignty (APN), Adalah, il Centro legale per i diritti delle minoranze arabe in Israele (the Legal Center for Arab Minority Rights in Israel), l’Organizzazione palestinese per i diritti umani (Palestinian human rights organization Al-Haq), BADIL, il Centro per i diritti umani Al-Mezan (Center for Human Rights), l’Associazione in sostegno dei prigionieri e dei diritti umani (the prisoner support and human rights group) Addameer, e il Centro Palestinese per i diritti umani (the Palestinian Center for Human Rights) (PCHR).

Quali sono i suoi obbiettivi?

Il Tribunale per Gaza ha due principali obbiettivi: uno particolare e uno universale. L’obbiettivo particolare è contribuire a porre termine il prima possibile ai tragici eventi e indicarne i responsabili alla coscienza pubblica.

L’obbiettivo universale è emettere una decisione fondata sui valori intellettuali e morali dell’umanità, tale da poter servire da punto di riferimento per impedire future atrocità in tutto il mondo. Soffermandosi sui complessi motivi per cui tali eventi possono accadere, e ancora accadono in questo momento della storia umana, il Tribunale intende spiegare perché l’umanità non sia stata capace di porre fine a tali atrocità /come l’umanità possa porvi fine.

Secondo il sito web “la legittimità del Tribunale deriva dal rivolgere l’attenzione alle annose ferite della questione palestinese, con un focus sulla attuale tragedia a Gaza.”

Il risultato

Il sito web afferma che il documento complessivo che verrà predisposto dal Tribunale dopo tutte queste ricerche e valutazioni colmerà un grave vuoto che le nazioni hanno lasciato e fungerà da linea guida per tutte le nazioni del mondo.

Come opera il Tribunale

Secondo il sito il Tribunale per Gaza principalmente è composto dal Comitato Presidenziale, dalla Grande Sezione e da 3 Sezioni specializzate, oltre che da sei Unità Amministrative e di supporto.

Operando come un tribunale di opinione [Organismo indipendente, non giurisdizionale come il “Tribunale Russell-Sartre”n.d.t.], la Grande Sezione del Tribunale sarà costituita da tutti i membri del comitato e da circa 10 persone invitate. Inoltre possono anche essere inclusi tra i membri della Sessione Pubblica giuristi, accademici, artisti e intellettuali che sono stati riconosciuti, ma non hanno fatto parte di queste sezioni. Le Sessioni Pubbliche prendono decisioni a maggioranza. E’ essenziale che l’opinione di ciascun membro sia riportata nella decisione ed ogni membro ha il diritto di scrivere valutazioni positive, negative o divergenti che vanno allegate alla decisione. 

Ogni sezione sarà composta da cinque o sei membri. Essi saranno scelti tra le persone autorevoli nei rispettivi ambiti di appartenenza. Le sezioni discuteranno e perverranno alle decisioni nell’ambito delle proprie specifiche aree di discussione, che comprendono la Sezione di Diritto Internazionale, la Sezione di Relazioni Internazionali e Ordine Mondiale e la Sezione di Storia, Etica e Filosofia.

Dato che lo scopo del Tribunale è quello di attirare l’attenzione sul genocidio in corso a Gaza, l’obbiettivo è che le sessioni di ogni sezione siano trasmesse dal vivo su canali di informazione internazionali come TRT World, Associated Press e Al Jazeera.

Sarà inoltre composto da Unità Amministrative e di Supporto.

Le Unità Amministrative assicurano l’efficiente e corretto funzionamento del Tribunale e garantiscono le condizioni necessarie per un equo processo decisionale. Le Unità di Supporto, create a discrezione del Comitato Presidenziale, facilitano le procedure che contribuiscono al raggiungimento degli obbiettivi del Tribunale.

Inclusività e Accessibilità

L’agenzia di stampa Anadolu ha riferito che in una dichiarazione il Tribunale ha sottolineato il proprio impegno all’inclusività e accessibilità, invitando associazioni della società civile palestinese e persone colpite direttamente dal conflitto a presentare prove e testimonianze.

Questo ente, hanno affermato gli organizzatori, ha lo scopo di colmare un vuoto, concentrando l’attenzione sull’impatto umano delle politiche e delle azioni di Israele sui civili palestinesi.

Oltre ad occuparsi degli eventi recenti l’apparato giuridico del Tribunale integrerà i temi del colonialismo di insediamento e dell’apartheid, contestualizzando le sue conclusioni all’interno del pluridecennale conflitto israelo-palestinese e di eventi storici quali la Nakba del 1948 e l’occupazione dei territori palestinesi successiva al 1967.

Secondo gli organizzatori il Tribunale per Gaza “deriva il suo potere e la sua autorità non dai governi, ma dalle persone in generale e dai palestinesi in particolare ed usa l’accumulazione intellettuale e di coscienza dell’umanità con cui chiunque di buon senso può concordare e che può produrre giudizi e documenti che possono essere di riferimento per problemi futuri.”

Seconda fase

Secondo gli organizzatori la seconda fase del Tribunale per Gaza è programmata per maggio 2025 a Sarajevo, Bosnia ed Erzegovina, in cui verranno condivise con il pubblico relazioni predisposte, testimonianze e bozze di dichiarazioni.

Nella sessione di Sarajevo si prevede che parlino rappresentanti di comunità colpite e testimoni esperti.

L’udienza principale del Tribunale, parte cruciale dell’iniziativa, è programmata per ottobre 2025 a Istanbul, Turchia.

A Istanbul un gruppo di esperti presenterà una bozza delle conclusioni e decisioni del Tribunale, comprendenti testimonianze e dichiarazioni di civili ed organizzazioni palestinesi colpiti dalla crisi.

Incessante genocidio

Ignorando la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che chiedeva un immediato cessate il fuoco, Israele ha incassato la condanna internazionale durante la sua continua e brutale offensiva a Gaza.

Attualmente sotto processo di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia per genocidio nei confronti dei palestinesi, Israele ha scatenato una devastante guerra contro Gaza a partire dal 7 ottobre (2023).

Secondo il Ministero della Sanità di Gaza sono stati finora uccisi 43.391 palestinesi e feriti 102.347.

Inoltre almeno 11.000 persone risultano scomparse, probabilmente morte sotto le macerie delle loro case in tutta la Striscia.

Israele afferma che 1.200 soldati e civili sono stati uccisi durante l’operazione ‘Diluvio di Al-Aqsa’ del 7 ottobre. I media israeliani hanno pubblicato rapporti che suggeriscono che molti israeliani quel giorno sono stati uccisi da ‘fuoco amico’.

Milioni di sfollati

Organizzazioni palestinesi e internazionali dicono che la maggioranza degli uccisi e feriti sono donne e bambini.

La guerra israeliana ha provocato una grave carestia soprattutto al nord di Gaza, che ha condotto alla morte molti palestinesi, per la maggior parte bambini.

L’aggressione israeliana ha anche provocato lo sfollamento forzato di circa 2 milioni di persone da tutta la Striscia di Gaza, costringendo la grande maggioranza degli sfollati dentro la città meridionale densamente popolata di Rafah, vicino al confine con l’Egitto – in ciò che è diventato il più grande esodo di massa dalla Nakba del 1948.

Più avanti nel corso della guerra, centinaia di migliaia di palestinesi hanno cominciato a spostarsi dal sud verso il centro di Gaza in una continua ricerca di salvezza.

(PC, Anadolu)

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna) 




Trapela un documento di valutazione che dimostra che L’UE “aggiusta” le regole per consentire il commercio con le colonie israeliane

Arthur Neslen

23 ottobre 2024 – The Intercept

Una recente sentenza della Corte Internazionale di Giustizia richiede ai Paesi di porre fine a ogni sostegno all’occupazione israeliana, ma non secondo il parere legale dell’UE.

Secondo un documento di valutazione trapelato, il responsabile legale degli Affari Esteri dell’Unione Europea ha informato un alto funzionario del dipartimento che la nuova risoluzione dei giudici dell’Aia non richiede agli Stati dell’UE di vietare l’importazione dei prodotti dalle colonie israeliane.

Esperti legali hanno affermato che tale valutazione contraddice la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia, o CIG, secondo cui gli Stati dovrebbero porre fine a ogni sostegno all’occupazione israeliana della Palestina, inclusa la Cisgiordania e la Striscia di Gaza.

In un promemoria di sette pagine Frank Hoffmeister, direttore del dipartimento legale degli Affari Esteri dell’UE, ha sostenuto che dal momento che una legge europea richiede l’etichettatura dei prodotti delle colonie il divieto alla loro importazione e vendita sarebbe quindi opinabile.

“La legge dell’UE richiede un’etichettatura che indichi da dove provengono i prodotti alimentari: dalla Cisgiordania o dalle colonie”, afferma la valutazione legale di Hoffmeister. “Un eventuale riesame delle norme europee nei confronti dell’importazione dei prodotti delle colonie è materia di ulteriore valutazione politica”.

Il parere legale, riprodotto integralmente di seguito, è stato inviato al capo della politica estera dellUE Josep Borrell il 22 luglio, tre giorni dopo che la CIG aveva deciso che gli Stati non devono fornire aiuto o assistenza nel mantenimento” delloccupazione illegale di Israele.

Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, ha dichiarato a The Intercept che l’atteggiamento dell’UE nei confronti della risoluzione della CIG è “giuridicamente erroneo, politicamente dannoso e moralmente pericoloso“.

“L’UE sta trascurando la sua responsabilità di rispettare il diritto internazionale”, ha affermato. “Questa violazione delle regole per convenienza politica erode la credibilità della politica estera dell’UE e tradisce la fiducia delle persone anche a prescindere dalla Palestina”.

“La condotta della UE stabilisce anche un pericoloso precedente in quanto tratta i suoi obblighi ai sensi del parere consultivo della CIG come facoltativi, soprattutto nel contesto delle atrocità in corso”, ha dichiarato Albanese. “Ciò implica che il rispetto del diritto internazionale è discrezionale e mina la fiducia nel sistema giuridico internazionale”.

Daniel Levy, ex negoziatore di pace israeliano e presidente del Progetto Stati Uniti/Medio Oriente, ha fatto eco alle critiche, descrivendo il parere di Hoffmeister come “un’interpretazione molto fallace e facilmente confutabile”.

Pete Stano, portavoce principale per gli affari esteri e i servizi di sicurezza della Commissione Europea, ha affermato in una dichiarazione a The Intercept: “Come regola generale non commentiamo le fughe di notizie di presunti documenti interni”.

Studiosi di diritto internazionale hanno detto a The Intercept che l’interpretazione di Hoffmeister non è corretta: [in realtà] lapposita etichettatura prevista per i prodotti provenienti dalle colonie illegali di Israele non soddisfa la richiesta della CIG di non riconoscere loccupazione di Israele.

“La Corte Internazionale di Giustizia ha chiarito che ‘tutti gli aiuti e l’assistenza’ di qualsiasi tipo da parte di tutti gli Stati al progetto di colonizzazione devono cessare. “La mia valutazione è che ciò richieda all’UE di rivedere la propria politica per porre fine a qualsiasi commercio, finanziamento o altra assistenza che in qualsiasi modo sostenga l’occupazione israeliana”, ha affermato Susan Akram, direttrice dell’International Human Rights Clinic della Boston University School of Law. “La politica attuale non è conforme al parere della CIG e non c’è nessun motivo, come afferma il parere dell’UE, ‘di un’ulteriore valutazione politica se riesaminare le norme europee“.

Akram ha affermato che il parere legale ha erroneamente equiparato la richiesta della CIG relativa al non riconoscimento dell’occupazione alla politica dell’UE di lavorare “con partner internazionali per rivitalizzare un processo politico” in vista di una soluzione a due Stati.

“Questo non è ciò che la Corte ha richiesto”, ha detto Akram. La Corte sostiene che l’intera occupazione è illegale e deve cessare il più rapidamente possibile. Ciò non dipende da negoziati, che si tratti di una soluzione a due Stati o di altro tipo”.

Il parere legale di Hoffmeister ha anche avvertito lUE di aspettarsi ulteriori contenziosi dinnanzi ai tribunali nazionali in relazione alle vendite di armi o ad altre forme di assistenza a Israele”.

Miliardi di investimenti europei

La CIG è il massimo organo giuridico al mondo per la valutazione di controversie tra Stati e i suoi pareri, pur non essendo vincolanti, hanno “grande peso giuridico e autorità morale” e sono considerati il massimo riferimento nel diritto internazionale. A settembre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha risposto alla sentenza della CIG affermando che Israele dovrebbe porre fine alla sua occupazione di 57 anni entro 12 mesi.

Hoffmeister, autore della nota legale dell’UE, è anche direttore del gruppo di lavoro con sede a Bruxelles sulla politica estera e di sicurezza del Partito Liberal Democratico Tedesco [FDP], forte sostenitore della guerra di Israele a Gaza. L’FDP, del quale in precedenza Hoffmeister è stato vicepresidente a Bruxelles, ha chiesto il congelamento dei fondi dell’UE e della Germania alle istituzioni e ai programmi palestinesi fino a quando uno speciale accertamento non avrà garantito che nessuna somma vada “a finanziare il terrorismo islamista”.

Per oltre 100 anni i Paesi europei hanno svolto un ruolo centrale nel sostenere la colonizzazione ebraica nelle terre tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano. Dalla creazione di Israele nel 1948 e dalla sua conquista dei territori occupati nel 1967 il loro sostegno commerciale e politico ha rafforzato il controllo israeliano sull’area.

Tra il 2020 e l’agosto 2023 gli investitori europei hanno erogato oltre 151 miliardi di euro in prestiti e garanzie per le aziende “attivamente coinvolte” negli insediamenti coloniali israeliani e hanno investito oltre 133 miliardi di euro in azioni e obbligazioni nelle stesse aziende, secondo la stima di una coalizione di organizzazioni contrarie agli investimenti europei nelle colonie.

La maggior parte del mondo considera gli insediamenti coloniali di civili israeliani nei territori palestinesi occupati illegali secondo il diritto internazionale. Ma oggi il progetto di colonizzazione sembra accelerare, con nuovi avamposti costruiti in Cisgiordania e pianificati nella Striscia di Gaza.

La dissonanza di queste azioni sullo sfondo di quello che alcuni chiamano “il primo genocidio trasmesso in streaming” ha portato Paesi come l’Irlanda a rilanciare una proposta di legge che vieta il commercio con le colonie israeliane, in precedenza accantonata per timore che violasse le norme dell’UE.

In una lettera pubblicata martedì sui progressi nel cammino procedurale della legge il vice primo ministro irlandese ha avvertito che se l’UE non fosse intervenuta, alcune nazioni avrebbero potuto agire autonomamente per vietare il commercio in conformità con la CIG.

“Il commercio è competenza esclusiva dell’UE e quindi l’attenzione del governo si è concentrata sul raggiungimento di un’azione a livello UE”, ha scritto Tánaiste Micheál Martin, che è anche ministro degli Affari Esteri dell’Irlanda. “Ho ripetutamente chiesto all’UE di rivedere in modo completo la relazione UE-Israele alla luce del parere consultivo. Il procuratore generale ha chiarito che se ciò non è possibile ci sono basi nel diritto UE che consentono agli Stati di agire a livello nazionale”.

Il 17 ottobre anche il governo norvegese ha invitato le sue aziende ad evitare scambi commerciali che rafforzino la presenza di Israele nei territori palestinesi occupati.

Lo stesso giorno un gruppo trasversale di 30 membri del Parlamento europeo ha sottoposto una domanda scritta alla Commissione Europea chiedendo se ora, in seguito alla sentenza della CIG, avrebbe “rispettato i suoi obblighi ai sensi del diritto internazionale e vietato urgentemente ogni commercio con le colonie illegali israeliane”.

L’anno scorso lo stesso Hoffmeister ha chiesto agli Stati di conformarsi alle decisioni della CIG e ha deplorato la Russia per non avervi ottemperato riguardo all’Ucraina.

Per quanto riguarda Gaza e la Cisgiordania, tuttavia, la sua valutazione è stata che il blocco era già “in conformità” con il dovere di non riconoscere la legittimità dell’occupazione, lasciando la questione delle colonie israeliane al processo di pace a due Stati.

Secondo Akram, professore di giurisprudenza alla Boston University, questo è anche in contrasto con la richiesta della CIG che tutti i coloni vengano rimossi immediatamente dal territorio occupato. “Non concede agli Stati discrezionalità sul consentire che questa questione sia soggetta a negoziati”, ha affermato.

Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, ha affermato che l’immagine di sé dell’UE come mediatrice per la Palestina è stata offuscata dalla sua riluttanza a parlare delle violazioni israeliane del diritto internazionale.

“Ricorrendo a escamotage e piegando le regole universali per mantenere il commercio con queste colonie e con Israele nel suo insieme, in un momento di atrocità indicibili, l’UE rischia di diventare colpevole di aiutare e assistere un regime di apartheid e i suoi crimini atroci”, ha affermato, “implicando che i diritti dei palestinesi siano secondari rispetto agli interessi economici europei, il che danneggerebbe ulteriormente la credibilità già compromessa dell’UE tra i palestinesi e gli altri popoli del sud del mondo”.

22 luglio 2024, Valutazione Legale dell’Unione Europea sulla Sentenza della CIG

(Trascrizione)

The Intercept pubblica, di seguito, una riproduzione del promemoria del parerelegale, con l’omissione di alcune annotazioni amministrative.

SERVIZIO EUROPEO PER L’AZIONE ESTERNA

Il Direttore

SG. LD

Dipartimento legale

Bruxelles, 22 luglio 2024

NOTA ALL’ATTENZIONE DELL’ALTO RAPPRESENTANTE JOSEP BORRELL FONTELLES

Oggetto: parere consultivo della CIG del 19 luglio 2024 in merito al Territorio Palestinese Occupato

I. Introduzione

Il 19 luglio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia (“la Corte”) ha emesso il suo parere consultivo in merito alle “Conseguenze giuridiche derivanti dalle politiche e pratiche di Israele nel Territorio Palestinese Occupato, compresa Gerusalemme Est”. Ha risposto a due quesiti che l’Assemblea Generale le aveva sottoposto il 30 dicembre 2022:

(a) “Quali sono le conseguenze giuridiche derivanti dalla violazione in corso da parte di Israele del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione, dalla sua prolungata occupazione, colonizzazione e annessione del territorio palestinese occupato dal 1967, comprese le misure volte a modificare la composizione demografica, il carattere e lo status della Città Santa di Gerusalemme, e dalla sua adozione di leggi e misure discriminatorie correlate?

(b) In che modo le politiche e le pratiche di Israele […] influenzano lo status giuridico dell’occupazione e quali sono le conseguenze giuridiche che derivano per tutti gli Stati e le Nazioni Unite da tale status?”

La presente nota presenta brevemente il parere consultivo (“il Parere”) (II), fornisce alcune osservazioni sulle sue possibili implicazioni giuridiche (III) e suggerisce una conclusione (IV). Il ragionamento dettagliato della Corte è riassunto nell’allegato 1. L’allegato 2 contiene una sintesi delle posizioni dell’UE che sono state condivise con gli Stati membri durante la preparazione delle loro osservazioni nazionali alla Corte.

II. Il Parere

Nel corso del procedimento, oltre cinquanta Stati e tre organizzazioni internazionali hanno presentato delle osservazioni. Dell’UE, solo un terzo degli Stati membri ha preso parte al processo.

Dopo aver affermato la propria giurisdizione e sottolineato che non vi è alcuna ragione stringente per cui non dovrebbe rispondere alle domande poste dall’UNGA [Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ndt.], la Corte chiarisce che Israele ha dei doveri in quanto potenza occupante in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Tali doveri sussistono anche nei confronti di Gaza, anche dopo il ritiro della sua presenza militare, commisurati alla perdurante capacità di Israele di esercitare un controllo effettivo (controllo dello spazio aereo, accesso via terra, fornitura di determinati servizi di base).

È importante rilevare che la Corte sottolinea inoltre che un’occupazione è per sua natura temporanea. Anche un’occupazione prolungata non conferisce diritto di sovranità sul territorio occupato. Applicando gli standard pertinenti del diritto internazionale umanitario, integrati dagli obblighi in materia di diritti umani che si applicano anche alla condotta israeliana oltre i suoi confini nazionali, la Corte esamina quindi le politiche e le pratiche israeliane. La Corte è convinta che le colonie israeliane siano intese come permanenti e cita numerosi indicatori in tal senso. Sottolinea inoltre il dovere di non annettere territorio, il divieto di applicare una legislazione discriminatoria e il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. In modo significativo la Corte ritiene che un’ampia gamma di legislazioni adottate e misure prese da Israele nella sua veste di potenza occupante costituisca una violazione dell’articolo 3 della Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione della discriminazione razziale (CERD), che proibisce la segregazione razziale e l’apartheid.

Nella parte più importante della sentenza la Corte analizza gli “effetti” delle politiche israeliane sulla legalità dell’occupazione e sugli obblighi di altri Stati e organizzazioni internazionali. Secondo la Corte l’abuso prolungato da parte di Israele della sua posizione di potenza occupante attraverso l’annessione e l’affermazione di un controllo permanente sul territorio palestinese occupato e la continua frustrazione del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione violano i principi fondamentali del diritto internazionale. Su questa base, la Corte giunge alle seguenti conclusioni operative sostanziali:

(3) La presenza continuativa dello Stato di Israele nel Territorio Palestinese Occupato è illegittima;

(4) Lo Stato di Israele ha l’obbligo di porre fine alla sua presenza illegittima nel Territorio Palestinese Occupato il più rapidamente possibile;

(5) Lo Stato di Israele ha l’obbligo di cessare immediatamente tutte le nuove attività di colonizzazione e di evacuare tutti i coloni dal Territorio Palestinese Occupato;

(6) Lo Stato di Israele ha l’obbligo di riparare il danno causato a tutte le persone fisiche o giuridiche interessate nel Territorio Palestinese Occupato;

(7) Tutti gli Stati hanno l’obbligo di non riconoscere come legale la situazione derivante dalla presenza illegittima dello Stato di Israele nel Territorio Palestinese Occupato e di non prestare aiuto o assistenza nel mantenimento della situazione creata dalla presenza continuativa dello Stato di Israele nel Territorio Palestinese Occupato;

(8) Le organizzazioni internazionali, tra cui le Nazioni Unite, hanno l’obbligo di non riconoscere come legale la situazione derivante dalla presenza illegale dello Stato di Israele nel Territorio Palestinese Occupato;

(9) Le Nazioni Unite, e in particolare l’Assemblea Generale, che ha richiesto questo Parere, e il Consiglio di Sicurezza, dovrebbero considerare le modalità precise e le ulteriori azioni necessarie per porre fine il più rapidamente possibile alla presenza illegale dello Stato di Israele nel Territorio Palestinese Occupato.

III. Importanza e implicazioni legali

1. Lo status giuridico dei pareri consultivi

I pareri consultivi della Corte Internazionale di Giustizia non sono giuridicamente vincolanti. Tuttavia hanno grande importanza e autorità legale, perché la Corte interpreta i principi vincolanti del diritto internazionale come il diritto all’autodeterminazione e i doveri degli Stati occupanti. Pertanto, anche se formalmente non vincolante, il parere consultivo chiarisce gli obblighi di Israele ai sensi del diritto internazionale per quanto riguarda il Territorio Palestinese Occupato e gli obblighi correlati degli altri Stati e organizzazioni internazionali, tra cui l’UE.

Israele non ha partecipato al procedimento. Ha solo presentato una breve dichiarazione scritta sostenendo di non aver dato il consenso alla risoluzione giudiziaria della sua controversia con la Palestina e che la sentenza avrebbe imposto tale risoluzione senza il consenso di Israele. La Corte, tuttavia, ha respinto questa argomentazione quando ha esaminato le potenziali ragioni per cui avrebbe dovuto rendere un parere consultivo. Ha rilevato che i pareri consultivi non costituiscono una risoluzione giudiziaria delle controversie bilaterali, ma piuttosto chiariscono i principi del diritto internazionale che vanno oltre la questione di Israele e Palestina, in particolare il dovere di non riconoscimento rivolto a Stati e organizzazioni internazionali.

2. Le implicazioni legali delle parti operative

a) L’illegalità dell’occupazione prolungata e il dovere di porvi fine (OP 3 e OP 4)

Il parereè stato adottato a larga maggioranza, con le disposizioni riguardanti le colonie e le riparazioni adottate con 14 voti contro 1, mentre le disposizioni che affermano che l’occupazione è illegale e deve cessare sono state adottate con una maggioranza di 11 voti contro 4. Insieme alla vicepresidente Sebutinde (del parere che in linea di principio la Corte non avrebbe dovuto esprimersi sulle questioni), hanno votato contro questo punto i giudici Abraham, Tomka e Aurescu.

Questa divisione tra i giudici (e l’assenza di una posizione comune dell’UE sulla questione) dimostra la complessità del tema proposto. Tuttavia per la maggioranza il punto chiave era che l’attività di colonizzazione israeliana andava oltre i diritti di una potenza occupante di governare temporaneamente il territorio sotto suo effettivo controllo. Invia un forte segnale contro l’annessione di un territorio con la forza, anche se “distribuita” nel tempo e anche se praticata da coloni “privati” che hanno ricevuto un’autorizzazione ex post e sostegno dallo Stato per le loro attività illegali.

La posizione adottata dalla Corte è ampiamente in linea con le principali richieste espresse dallo Stato di Palestina, dalla Lega degli Stati Arabi e dall’Organizzazione della Conferenza Islamica, con l’importante eccezione del “diritto al ritorno” di tutti i rifugiati palestinesi nei loro luoghi di residenza originali. 2 Il parererichiede che “tutti i palestinesi sfollati durante l’occupazione” possano tornare nei loro luoghi di residenza originali”, mentre l’enunciato che precede impone la restituzione delle terre confiscate “da quando l’occupazione [di Israele] è iniziata nel 1967” (§ 270). Il parere consultivo sembra quindi approvare l’approccio dei “due Stati” per quanto riguarda i diritti di residenza, con la “linea verde” come confine di demarcazione tra di essi. Non analizza la situazione e i potenziali diritti dei palestinesi che sono diventati rifugiati prima del 1967.

Un’altra questione controversa riguarda l’interpretazione da parte della Corte dell’articolo 3 della Convenzione sull’Eliminazione della Discriminazione Razziale (CERD) sul divieto di segregazione razziale e apartheid. Mentre la Corte è stata unanime nel ritenere che “la legislazione e le misure di Israele costituiscono una violazione dell’articolo 3 del CERD” (§ 229), non ha specificato sulla base di quale dei due elementi contenuti in questa disposizione (segregazione razziale o apartheid) è giunta a questa conclusione. Mentre il presidente Salam (§§ 14-32) e il giudice Tladi (§ 36) hanno qualificato nelle rispettive dichiarazioni individuali le pratiche israeliane come “equivalenti all’apartheid” o aventi il ​​“carattere di apartheid”, i giudici Iwasawa (§ 13) e Nolte (§ 8) sostengono che la Corte non abbia raggiunto tale conclusione.

b) Il dovere israeliano di evacuare i coloni e di rendere riparazione (OP 5 e OP 6)

Probabilmente la conclusione di più vasta portata riguarda l’obbligo di Israele di “cessare immediatamente tutte le nuove attività di insediamento coloniale” e di “evacuare tutti i coloni dal Territorio Palestinese Occupato” (OP 5). L’obbligo d’evacuazione riguarda 465.000 abitanti della Cisgiordania e circa 230.000 di Gerusalemme Est. Allo stesso tempo, il parere contiene una sfumatura sulla tempistica. Mentre l’attuazione del requisito più urgente, ovvero la cessazione della nuova costruzione di insediamenti coloniali, deve avere carattere “immediato”, il “porre fine” alla “presenza illegale” deve essere attuato solo “il più rapidamente possibile” (OP 4). Ciò potrebbe essere letto in rapporto all’OP 9, secondo cui l’UNGA e l’UNSG dovrebbero considerare “modalità precise e ulteriori azioni” per porre fine alla presenza illegale dello Stato di Israele nel Territorio Palestinese Occupato. Nel caso Chagos (in cui al Regno Unito è stato chiesto, in un parere consultivo, di rispettare il fatto che le isole Chagos fanno parte delle Mauritius), l’UNGA ha adottato solo tre mesi dopo la risoluzione 73/295, in cui ha interpretato la formulazione “il più rapidamente possibile” come “non più di sei mesi dall’adozione della presente risoluzione”.

Per quanto riguarda l’obbligo di riparazione per il danno causato a tutte le persone interessate (OP 6), sorgerà la questione di come organizzare le richieste e la loro soddisfazione (istituzione di una Commissione Internazionale per le Richieste?). A causa dell’intrinseca complessità di questo punto, sarebbe saggio includerlo nelle “modalità precise” da concordare tra l’UNGA e l’UNSC ai sensi dell’OP 9.

c) L’obbligo di non riconoscimento da parte degli Stati e delle organizzazioni internazionali (OP 7 e OP 8)

Negli OP 7 e OP 8 la Corte sottolinea l’obbligo di “non riconoscere come legale la situazione derivante dalla presenza illegale dello Stato di Israele nel Territorio Palestinese Occupato”. Questo obbligo di non riconoscimento grava sia sugli Stati che sulle organizzazioni internazionali, tra cui l’Unione Europea.

L’UE ha una politica di lunga data di non riconoscimento di alcuna modifica dei confini del 1967 tra Israele e la Cisgiordania. Si è anche impegnata a lavorare all’interno delle Nazioni Unite per una soluzione equa a due Stati del conflitto, che implichi la creazione di uno Stato palestinese e quindi la fine dell’occupazione israeliana del Territorio Palestinese Occupato. La posizione precisa dell’UE sul riconoscimento (luglio 2014) è stata la seguente:

“Un accordo sui confini dei due Stati, basato sui confini del 4 giugno 1967 con scambi di territori equivalenti come concordato tra le parti. L’UE riconoscerà le modifiche ai confini precedenti al 1967, anche per quanto riguarda Gerusalemme, solo quando concordato dalle parti”.

Nelle sue conclusioni più recenti del 27 giugno 2024 il Consiglio Europeo ha invitato il Consiglio a proseguire i lavori su ulteriori misure restrittive contro i coloni estremisti in Cisgiordania e ha condannato le decisioni del governo israeliano di espandere ulteriormente gli insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata esortando Israele a revocare tali decisioni. Ha ribadito il suo incrollabile impegno per una “pace duratura e sostenibile conformemente alle pertinenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sulla base della soluzione a due Stati, con lo Stato di Israele e uno Stato di Palestina indipendente, democratico, contiguo, sovrano e vitale che vivano fianco a fianco in pace, sicurezza e riconoscimento reciproco”. Ha inoltre impegnato l’UE a “continuare a lavorare con i partner internazionali per rilanciare un processo politico a tal fine” e ha osservato “che un percorso credibile verso la realizzazione di uno Stato palestinese è una componente cruciale di tale processo politico”.

La politica concordata dell’UE è pertanto in linea con gli obblighi derivanti dal diritto internazionale come interpretati dalla Corte per quanto riguarda gli altri Stati e le organizzazioni internazionali nei punti (7) e (8) delle parti attuative della risoluzione. Le misure previste contro i coloni estremisti allineeranno ulteriormente la politica dell’UE con la risoluzione.

Un’altra questione riguarda le relazioni commerciali con i territori occupati. Qui la Corte sottolinea il dovere di distinguere i rapporti con Israele che riguardino il suo territorio e quelli con il Territorio Palestinese Occupato (§ 278). Per la Corte ciò comprende l’obbligo di astenersi da relazioni contrattuali con Israele in tutti i casi in cui pretendesse di agire per conto del Territorio Palestinese Occupato o di una sua parte su questioni riguardanti il ​​Territorio Palestinese Occupato o una parte del suo territorio. Questa visione è già seguita dall’UE, poiché la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha delineato l’ambito territoriale di applicazione degli accordi UE-Israele e UE-OLP in linea con questo principio. Più difficile da discernere è il dovere di “astenersi dall’intraprendere relazioni economiche o commerciali con Israele riguardanti il ​​Territorio Palestinese Occupato o parti di esso che potrebbero consolidare la sua presenza illegale nel territorio” e di “adottare misure per impedire relazioni commerciali o di investimento che aiutino a mantenere la situazione illegale creata da Israele nel Territorio Palestinese Occupato” (§ 278). A questo proposito, la giurisdizione UE richiede un’etichettatura che indichi che i prodotti alimentari provengono dalla Cisgiordania e dalle colonie. La questione se a questo riguardo siano necessarie ulteriori misure costituisce materia di valutazione politica.

Tra le altre conseguenze legali, il parerepotrebbe incoraggiare ulteriori contenziosi dinanzi ai tribunali nazionali in relazione alle vendite di armi o ad altre forme di assistenza a Israele, sulla base dell’argomentazione che ciò viene utilizzato per mantenere la situazione creata dalla presenza continuativa dello Stato di Israele nei Territori Palestinesi Occupati. Il parerepotrebbe anche esacerbare i boicottaggi già esistenti e le petizioni dei cittadini per un divieto totale di commercio di prodotti provenienti dalle colonie.

IV. Conclusioni

Alla luce degli elementi di cui sopra il Dipartimento Legale ritiene che

1. Il parere consultivo chiarisce gli obblighi internazionali vincolanti per Israele in quanto potenza occupante del Territorio Palestinese Occupato; il fatto che il parerestesso sia di natura consultiva non modifica la natura degli obblighi legali di Israele.

2. L’illegalità di per sé dell’occupazione prolungata costituisce un nuovo elemento nell’analisi giuridica della presenza di Israele nel Territorio Palestinese Occupato.

3. Il dovere di porre fine alle attività di colonizzazione e di evacuare un numero significativo di coloni deve essere preso in considerazione in qualsiasi futura iniziativa di pace.

4. La posizione di lunga data dell’Unione europea sull’illegalità degli insediamenti oltre la Linea Verde è conforme al dovere delle organizzazioni internazionali di non riconoscere come legale la situazione derivante dalla presenza illegale dello Stato di Israele nel Territorio Palestinese Occupato. L’eventuale revisione della politica dell’UE riguardo all’importazione di prodotti dalle colonie è materia oggetto di ulteriore valutazione politica.

5. Dato che la disposizione finale (9) del parere consultivo sottolinea un ruolo particolare sia dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel definire le modalità precise per porre fine all’occupazione illegale, qualsiasi futura iniziativa dell’UE dovrebbe tenere conto delle loro conclusioni.

Firmato

Frank Hoffmeister

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Lo storico voto dell’ONU a favore delle sanzioni contro Israele cambierà le prospettive per i palestinesi?

Omar Barghouti

Giovedì 19 settembre 2024 – The Guardian

Nel corso della nostra pluridecennale resistenza contro lo spietato regime di oppressione da parte di Israele i palestinesi non hanno mai perso la speranza

Quando il 18 settembre 2024 l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato a larga maggioranza una risoluzione che chiede delle sanzioni contro Israele il Canada si è astenuto, obiettando che la risoluzione “si allinea con il boicottaggio, il disinvestimento, le sanzioni, a cui il Canada si oppone fermamente”. Questa formulazione, ipocrisia a parte, capovolge in realtà la verità. Lanciato nel 2005, il movimento non violento e antirazzista BDS, ispirato dalla lotta anti-apartheid sudafricana e dal movimento per i diritti civili degli Stati Uniti, ha costantemente sostenuto i diritti dei palestinesi in linea con il sistema giuridico internazionale.

Il BDS chiede di porre fine all’occupazione illegale e all’apartheid di Israele e di sostenere il diritto dei rifugiati palestinesi a tornare e ottenere dei risarcimenti. È l’assemblea generale delle Nazioni Unite che sta finalmente iniziando ad “allinearsi” con l’urgente compito di applicare il diritto internazionale in modo coerente anche a Israele. Come afferma Craig Mokhiber, ex alto funzionario dell’ONU per i diritti umani, la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) rende il BDS “non solo un imperativo morale e un diritto costituzionale e umano, ma anche un obbligo giuridico internazionale”.

Questa risoluzione, ben lungi dall’essere semplicemente l’ennesima approvata dall’ONU, costituisce una sentenza storica. È la prima volta in assoluto che l’assemblea generale abbia chiamato in causa il regime di apartheid di Israele e la prima volta in 42 anni che abbia richiesto delle sanzioni per porre fine alla sua occupazione illegale, come stabilito dalla ICJ a luglio.

Molti palestinesi e attivisti solidali restano comunque scettici. A quasi un anno dall’inizio del genocidio di Israele contro 2,3 milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza occupata e assediata Israele commette quotidianamente atrocità, mostrando un livello senza precedenti di presunta inviolabilità, o quello che persino il mite segretario generale dell’ONU chiama “totale impunità”. In collaborazione con le potenze occidentali egemoniche, guidate dagli Stati Uniti, Israele non solo sta sterminando decine di migliaia di palestinesi autoctoni, ma nel contempo sta anche distruggendo i principi stessi del diritto internazionale.

Molti esperti di diritti umani dell’ONU concordano. In una dichiarazione rilasciata lo stesso giorno hanno affermato che “l’edificio del diritto internazionale è in bilico, mentre la maggior parte degli Stati evita di prendere misure significative per rispettare i propri obblighi internazionali riaffermati nella sentenza [della ICJ]”. Hanno scritto che per rispettare la sentenza gli Stati devono imporre all’occupazione illegale e al “regime di apartheid” di Israele radicali sanzioni economiche, commerciali, accademiche e di altro tipo, indicando come misura più urgente un totale embargo militare.

Già nell’ottobre 2023, a pochi giorni dall’attacco genocida di Israele a Gaza, il presidente colombiano Gustavo Petro ha messo in guardia contro “la crescita senza precedenti del fascismo e, di conseguenza, la morte della democrazia e della libertà… Gaza è solo il primo esperimento nel considerarci tutti sacrificabili”. In altre parole, “ora o mai più”, come hanno affermato gruppi ebraici progressisti e antisionisti. Ciò significa che la priorità più urgente dell’umanità ora è porre fine al genocidio di Israele, riconoscendo insieme che la giustizia per i palestinesi si interseca e si intreccia con le lotte per la giustizia razziale, climatica, economica, di genere e sociale.

Le decisioni della ICJ, lo storico voto dell’assemblea generale e le dichiarazioni degli esperti dell’ONU sono tutte espressione della crescita di una maggioranza globale che non solo sostiene la lotta per l’emancipazione palestinese ma anche la missione fondamentale di salvare nientemeno che l’umanità da un’era contraddistinta dal “diritto del più forte”, mai vista dalla seconda guerra mondiale, che sta relegando le istituzioni dell’ONU nel dimenticatoio della storia.

Comunque i palestinesi non si fanno illusioni che la luce della giustizia si accenda su di noi grazie alla ICJ o all’ONU, quest’ultima storicamente responsabile della Nakba del 1947-49, della pulizia etnica della maggior parte dei palestinesi e dell’istituzione di Israele come colonia di insediamento su gran parte dell’area della Palestina storica. Il totale fallimento del sistema giudiziario internazionale, dominato dalle potenze coloniali euro-americane, nel fornire gli strumenti di base necessari, inequivocabili e giuridicamente vincolanti per fermare il primo genocidio televisivo al mondo, per non parlare del garantire la giustizia, la dice lunga.

Abbiamo il diritto internazionale dalla nostra parte. Abbiamo un’etica superiore come popolo autoctono che combatte un sistema di oppressione depravato e genocida per ottenere i nostri diritti. L’etica e la legge sono necessarie nella nostra o in qualsiasi altra lotta di liberazione, ma non sono mai sufficienti. Per smantellare un sistema di oppressione gli oppressi hanno invariabilmente bisogno anche di potere: il potere del popolo, il potere della base, il potere di una coalizione trasversale, il potere della solidarietà e il potere dei media, fra l’altro.

Nel costruire il potere del popolo i palestinesi non stanno elemosinando al mondo la carità; stiamo chiedendo una solidarietà significativa. Ma prima di tutto stiamo chiedendo la fine della complicità. L’obbligo etico più forte in situazioni di terribile oppressione è di non fare del male e di riparare il danno fatto da te o in tuo nome.

Come ha dimostrato la lotta che ha posto fine all’apartheid in Sudafrica, porre fine alla complicità statale, corporativa e istituzionale nel sistema di oppressione di Israele, in particolare attraverso le tattiche non violente del BDS, è la forma più efficace di solidarietà, di costruzione del potere popolare per aiutare a smantellare le strutture dell’oppressione.

Tuttavia, a quasi un anno dal genocidio c’è chi si lamenta di una “stanchezza da genocidio”. Ma i palestinesi, in particolare a Gaza, non possono permettersi il lusso della “stanchezza da genocidio”, poiché Israele continua a massacrare, affamare e sfollare con la forza, commettendo ciò che gli esperti dell’ONU hanno identificato come “distruzione totale di case, città, scuole e insegnanti, sistema sanitario, genocidio culturale e, più di recente, ecocidio”.

I palestinesi non hanno mai perso la speranza nella nostra resistenza pluridecennale al regime spietato di oppressione di Israele. Questa speranza sconfinata non è radicata in un pio desiderio o in una fede ingenua in una vittoria inevitabile che cada dal cielo, ma nel costante sumud [termine arabo di ampio significato culturale; possibili traduzioni parziali: fermezza, perseveranza, resilienza, resistenza, ndt.] del nostro popolo, nella risolutezza a voler continuare a vivere nella nostra patria, nella libertà, nella giustizia, nell’uguaglianza e nella dignità. È inoltre radicata nella crescita ispiratrice del movimento di solidarietà globale e nel suo impatto.

Inoltre, come dice lo scrittore britannico-pakistano Nadeem Aslam, “La disperazione va guadagnata. Personalmente non ho fatto tutto il possibile per cambiare le cose. Non mi sono ancora guadagnato il diritto alla disperazione”. A meno che voi non vi siate guadagnati quel diritto dovete continuare a organizzarvi, continuare a sperare, continuare a porre fine alla complicità nella vostra sfera personale di influenza. Con un radicalismo strategico possiamo prevalere e prevarremo sul genocidio, sull’apartheid e su tutta questa indicibile oppressione.

Omar Barghouti è uno dei fondatori della campagna palestinese per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni [BDS].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)