Oltre 80 membri dell’ONU condannano le azioni israeliane per espandere la ‘presenza illegale’ nella Cisgiordania occupata

Redazione di MEMO

17 febbraio 2026 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che martedì più di 80 Stati membri dell’ONU e molte organizzazioni hanno condannato le decisioni “unilaterali” israeliane aventi come obiettivo l’espansione della “presenza illegale” di Israele nella Cisgiordania occupata.

Rilasciando una dichiarazione ad una conferenza stampa presso la sede dell’ONU a New York, l’inviato palestinese presso l’ONU Riyad Mansour ha affermato: “Ho l’onore di rilasciare la seguente dichiarazione a nome di 80 Stati e di un certo numero di organizzazioni sulle ultime decisioni israeliane relative alla Cisgiordania occupata.

Noi condanniamo duramente le decisioni israeliane e le misure che hanno l’obiettivo di espandere la presenza illegale di Israele in Cisgiordania. Tali decisioni sono contrarie agli obblighi secondo il diritto internazionale e devono essere immediatamente revocate,” ha detto, sottolineando “la nostra dura opposizione ad ogni forma di annessione.”

Il gruppo ha reiterato il suo rifiuto di “tutte le misure aventi l’obiettivo di alterare la composizione demografica, il carattere e lo stato dei territori palestinesi occupati dal 1967, inclusa Gerusalemme Est.

Tali misure violano il diritto internazionale, compromettono gli sforzi in corso per la pace e la stabilità nella regione, vanno contro al Piano Complessivo [presunta tregua mediata da Trump a Gaza e accettata da Israele e Hamas, ndt.] e mettono a rischio la prospettiva di raggiungere un accordo di pace che faccia terminare il conflitto,” si afferma nella dichiarazione.

Gli Stati hanno anche riaffermato il loro impegno, riflesso nella dichiarazione di New York, a “prendere misure concrete in accordo al diritto internazionale,” e in linea con rilevanti risoluzioni ONU e con il parere consultivo di luglio 2024 della Corte Internazionale di Giustizia che ha dichiarato illegale l’occupazione israeliana dei territori palestinesi e ha chiesto l’evacuazione di tutte le colonie in Cisgiordania e Gerusalemme Est.

La dichiarazione sottolinea che una “pace giusta e duratura,” basata sulle più importanti risoluzioni ONU, il mandato di Madrid [accordi del 2021 che hanno posto le basi di quelli di Oslo nel 1993, ndt.], il principio di terra in cambio di pace e l’iniziativa araba di pace “rimane il solo percorso per assicurare la sicurezza e la stabilità nella regione.”

Da quando ha lanciato la sua guerra contro Gaza l’otto ottobre 2023 Israele ha intensificato le operazioni militari in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est. Secondo funzionari palestinesi che hanno detto che le misure hanno l’obiettivo di imporre una nuova realtà sul terreno, le operazioni hanno incluso uccisioni, arresti, deportazioni ed espansione delle colonie.

Almeno 1.114 palestinesi sono stati uccisi da allora [8 ottobre 2023], 11.500 feriti e 22.000 arrestati in Cisgiordania inclusa Gerusalemme Est, secondo dati ufficiali palestinesi.

Domenica, per la prima volta da quando Tel Aviv ha occupato il territorio nel 1967, il governo israeliano ha approvato la proposta di registrare grandi aree nella Cisgiordania come “proprietà dello Stato”.

I palestinesi avvertono che le azioni israeliane spianano la strada per una annessione formale della Cisgiordania occupata che secondo loro porrebbe fine alla prospettiva di uno Stato palestinese come previsto nelle risoluzioni ONU.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




“Un chiaro atto di annessione”: il nuovo piano di Israele di dichiarare le terre palestinesi in Cisgiordania proprietà statale

Matan Golan

16 febbraio 2026 Haaretz

È la prima volta che un ente governativo israeliano decide di regolamentare la proprietà terriera in Cisgiordania. Secondo il nuovo piano del governo, se i palestinesi non riusciranno a dimostrare la proprietà dei loro terreni nell’Area C della Cisgiordania, sotto il controllo israeliano, questi verranno registrati come proprietà statale.

Con una decisione presa domenica dal governo, Israele prevede di incorporare il 15% del territorio nell’Area C della Cisgiordania, sotto il controllo israeliano [in base agli accordi di Oslo del 1993, ma solo provvisoriamente, ndt.], entro i prossimi cinque anni.

Domenica il governo israeliano ha stanziato 244 milioni di shekel (66,7 milioni di euro) per la procedura, che attribuirà ai palestinesi l’onere di dimostrare la proprietà. Se gli abitanti non riusciranno a dimostrare di possedere il terreno, questo verrà registrato come proprietà statale.

Gli esperti ritengono che la misura comporterà l’espropriazione delle terre di molti palestinesi, poiché avranno difficoltà a dimostrarne la proprietà. In base alla risoluzione, il governo ha incaricato i ministri e il comandante del Comando Centrale delle IDF di autorizzare il Ministero della Giustizia ad attuare la misura.

Questa è la prima volta che un ente governativo israeliano si propone di regolamentare la proprietà terriera in Cisgiordania.

La risoluzione è stata adottata dopo che nel maggio 2025 il governo aveva ordinato, per la prima volta da quando Israele l’ha occupata nel 1967, di avviare la regolamentazione della proprietà terriera in Cisgiordania. L’accordo prevede che i diritti di proprietà terriera nell’Area C saranno registrati in modo permanente nel Catasto israeliano.

Area C della Cisgiordania.

L’agenzia autorizzata a implementare la misura è una speciale “autorità di regolamentazione”, che sarà istituita presso l’Autorità per la Registrazione e la Regolamentazione dei Diritti Fondiari del Ministero della Giustizia.

L’Ufficio di Stato di Israele presso il Ministero dell’Edilizia Abitativa e delle Costruzioni sarà responsabile della mappatura e della suddivisione dei terreni per la registrazione.

La regolamentazione fondiaria si riferisce alla registrazione dei diritti di proprietà nel Catasto dopo la mappatura e la definizione delle rivendicazioni di proprietà. La proprietà registrata nel Catasto è definitiva e difficilmente impugnabile. In base a questa procedura, qualsiasi terreno per il quale non vi sia alcuna rivendicazione di proprietà viene trasferito allo Stato.

La registrazione dei terreni in Cisgiordania è iniziata durante il Mandato britannico [dal 1920 al 1948, ndt.] e la dominazione giordana [dal 1948 al 1967, ndt.], ma solo il 34% è stato completato. Israele ha sospeso il processo per ordine militare dopo l’occupazione della Cisgiordania.

Nella risoluzione approvata domenica il governo israeliano ha sostenuto che la misura è stata adottata in risposta ai tentativi dell’Autorità Nazionale Palestinese di registrare i terreni nell’Area C in violazione degli accordi firmati.

“L’Autorità Nazionale Palestinese gestisce il proprio insediamento territoriale per quanto riguarda tutta la Giudea e la Samaria[Il modo israeliano di chiamare la Cisgiordania,ndt], e ha persino istituito un’agenzia speciale indipendente incaricata di registrare i terreni, sebbene questo processo non rientri nella sua giurisdizione per quanto riguarda l’Area C”, si legge nella nota esplicativa della risoluzione.

Gli esperti hanno dichiarato ad Haaretz che la registrazione da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese non ha alcun significato pratico, poiché il Catasto è sotto il controllo israeliano.

Il mese scorso l’Alta Corte di Giustizia ha respinto un ricorso contro la risoluzione del governo approvata a maggio, affermando che era improbabile che provocasse a breve “azioni che determinino ‘fatti sul campo’ o causino danni irreversibili”.

La petizione, presentata da Yesh Din – Volontari per i Diritti Umani, Bimkom – Agenda per i Diritti Urbanistici, l’Associazione per i Diritti Civili in Israele e HaMoked – Centro per la Difesa dell’Individuo, sosteneva che la risoluzione del governo fosse un chiaro atto di annessione che viola gli impegni di Israele nei confronti del diritto internazionale.

“La risoluzione del governo ribalta una politica messa in atto da sessant’anni, con la convinzione che regolamentare la gestione del territorio sotto occupazione [israeliana] significhi violare i diritti dei palestinesi”, ha dichiarato ad Haaretz l’avvocato Michael Sfard, esperto di diritto internazionale e legislazione di guerra.

Se la risoluzione venisse applicata, ha affermato Sfard, i diritti dei palestinesi sulla loro terra in tutta la Cisgiordania potrebbero essere violati.

“La risoluzione, che sottrae la gestione del territorio all’esercito e la cede a un ente governativo israeliano, è un’espressione di sovranità e quindi di annessione israeliana”, ha affermato Sfard.

“Stabilisce anche la supremazia politica ebraica. Non sono riusciti a ottenere una vittoria totale a Gaza e ora stanno cercando di mettere in atto una totale espropriazione in Cisgiordania.”

L’architetto Alon Cohen Lifshitz di Bimkom [associazione israeliana di architetti e urbanisti per i diritti umani, ndt.] ha dichiarato: “Nonostante il processo di registrazione palestinese dell’Area C sia privo di senso, il governo lo sta usando come argomento peraltro infondato per giustificare la revisione della regolamentazione fondiaria con una modalità che viola il diritto internazionale”.

“I palestinesi non possono procedere con quella registrazione, che è in pratica inutile. Ma, secondo il governo, tale processo minaccia il crescente controllo di Israele sulla Cisgiordania”.

La dott.ssa Michal Breyer della ONG Bimkom sostiene che la risoluzione fa parte dell’attuale strategia del governo per annettere vaste aree della Cisgiordania.

Afferma che esiste un ampio consenso, incluso un parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia, sul fatto che le procedure di regolamentazione fondiaria siano un chiaro esercizio di autorità sovrana e pertanto ai sensi del diritto internazionale siano vietate ad una potenza occupante.

“Lo Stato ha sostenuto che, nell’ambito della regolamentazione fondiaria in Cisgiordania, si possa dichiarare la proprietà statale”, ha affermato. “Questo rivela il vero intento del provvedimento: il continuo saccheggio delle terre palestinesi e l’espansione dell’attività di insediamento coloniale”.

La principale implicazione della risoluzione del governo è “l’espropriazione massiccia dei palestinesi dalla maggior parte delle loro terre nell’Area C e la dichiarazione [delle terre] come proprietà statale”, ha affermato Peace Now in una nota.

“Il processo di regolamentazione richiederà ai proprietari terrieri di dimostrare i propri diritti di proprietà in modo per loro quasi impossibile, e finché non saranno in grado di dimostrare la proprietà, la terra sarà automaticamente registrata come proprietà statale”, ha aggiunto la ONG.

“La registrazione fondiaria è un chiaro atto di sovranità, ed è vietata ad uno Stato occupante ai sensi del diritto internazionale”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Gli Stati Uniti sostengono di opporsi all’annessione mentre le mosse israeliane la fanno di fatto avanzare

Redazione di Palestine Chronicle

10 febbraio 2026 The Palestine Chronicle

Snodi cruciali

– La Casa Bianca ha dichiarato che il presidente Donald Trump ribadisce la sua opposizione all’annessione israeliana della Cisgiordania

– Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha assaltato la città di Ni’lin a seguito delle misure governative che ampliano l’autorità israeliana sul territorio

– Le autorità israeliane hanno aumentato i poteri di controllo nelle Aree A e B e ampliato le politiche sulla proprietà terriera e le colonie

– Le forze militari israeliane hanno ordinato alle famiglie palestinesi vicino a Jenin di evacuare le case in vista del ritorno di militari in un ex campo

– Coloni ebrei israeliani illegali hanno bloccato una delegazione diplomatica russa in visita a Salfit per documentare la violenza dei coloni

Posizione degli Stati Uniti e contesto diplomatico

La Casa Bianca ha dichiarato che il presidente Donald Trump ha ribadito la sua opposizione all’annessione israeliana della Cisgiordania occupata, sottolineando che l’obiettivo dell’amministrazione rimane il perseguimento della pace nella regione, secondo quanto ha riferito lunedì l’agenzia di stampa Reuters.

“Una Cisgiordania stabile mantiene Israele sicuro ed è in linea con l’obiettivo di questa amministrazione di raggiungere la pace nella regione”, ha affermato un funzionario della Casa Bianca citato da Reuters.

La dichiarazione è arrivata mentre le tensioni si intensificavano a seguito di decisioni israeliane, largamente considerate come un’annessione sempre più rapida, che hanno attirato una crescente attenzione internazionale.

L’incursione di Smotrich

Tuttavia sul campo il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha preso d’assalto la città di Ni’lin, a seguito dell’approvazione da parte di Israele di misure che ne ampliano l’autorità in tutta la Cisgiordania occupata, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Anadolu [di proprietà del governo della Turchia, ndt.]

Smotrich ha descritto l’iniziativa come parte del tentativo di “ripristinare il controllo”, comprese azioni di repressione all’interno delle Aree A e B già amministrate dall’Autorità Nazionale Palestinese nell’ambito degli accordi di Oslo.

Il governo israeliano ha abrogato le restrizioni alla vendita di terreni, ha reso accessibili i registri di proprietà e ha trasferito l’autorità per i permessi di costruzione in alcune parti di Hebron (Al-Khalil) all’amministrazione civile israeliana.

Le modifiche consentono demolizioni e sequestri di proprietà anche in aree formalmente sotto l’amministrazione civile palestinese e ci si aspetta che facilitino l’espansione delle colonie nei territori occupati.

Illegali secondo il diritto internazionale

Tali misure sono illegali ai sensi del diritto internazionale, poiché la Cisgiordania occupata rimane un territorio sotto occupazione di guerra, dove alla potenza occupante è vietato esercitare l’autorità sovrana.

Estendendo la giurisdizione amministrativa, modificando i meccanismi di proprietà terriera e consentendo le confische, Israele sta di fatto sostituendo un’occupazione militare temporanea con una struttura di governo civile permanente.

Ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra, una potenza occupante non può trasferire parte della propria popolazione civile nel territorio che occupa, né può confiscare proprietà private se non per impellente necessità militare. Le nuove politiche facilitano invece l’espansione delle colonie, la legalizzazione retroattiva degli avamposti e cambiamenti demografici permanenti, azioni da sempre considerate gravi violazioni della Convenzione.

Gli organismi giuridici internazionali, tra cui la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni delle Nazioni Unite, hanno ripetutamente affermato che le colonie israeliane in Cisgiordania non hanno validità giuridica e costituiscono violazioni del diritto internazionale. Le ultime misure pertanto non rappresentano riforme amministrative ma in pratica un consolidamento dell’annessione, alterando lo status giuridico del territorio senza una dichiarazione formale.

Evacuazioni forzate vicino a Jenin

In altro contesto, Anadolu ha riferito che le forze israeliane hanno ordinato a diverse famiglie palestinesi, più di cinquanta persone, di lasciare le loro case nel campo di Arraba, a sud di Jenin, in vista del previsto ritorno dei militari sul posto.

I residenti hanno iniziato a trasferire bestiame e beni senza alternative abitative dopo che gli è stato intimato di evacuare prima che l’esercito ristabilisca la sua presenza nell’ex campo militare sgombrato nel 2005.

Inviato russo ostacolato durante il tour in Cisgiordania

In un altro episodio, Anadolu ha riferito che nell’area di Salfit coloni ebrei israeliani illegali hanno ostacolato una visita sul campo dell’ambasciatore russo in Palestina, Gocha Buachidze, e dei funzionari al suo seguito.

La delegazione stava visitando le comunità colpite dagli attacchi dei coloni quando i coloni hanno bloccato il convoglio e lanciato minacce, impedendo la prosecuzione della visita.

I funzionari locali hanno descritto l’incidente come un’escalation della violenza dei coloni, sottolineando le centinaia di attacchi registrati negli ultimi anni e i piani in corso di decine di progetti di colonie nel governatorato.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il rapporto delle Nazioni Unite elenca le aziende complici del genocidio di Israele: chi sono?

Federica Marsi

1 luglio 2025 – Al Jazeera

La Relatrice Speciale dell’ONU Francesca Albanese ha pubblicato un rapporto che fa il nome di diverse grandi aziende statunitensi che sostengono l’occupazione israeliana e la guerra contro Gaza. Ci sono anche diverse aziende di altri Paesi, dalla Cina al Messico.

La relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati (TPO) ha pubblicato un nuovo rapporto che traccia una mappa delle aziende che sostengono Israele nell’espulsione dei palestinesi e nella guerra genocida contro Gaza, in violazione del diritto internazionale.

L’ultimo rapporto di Francesca Albanese, presentato il 3 luglio durante una conferenza stampa a Ginevra, fa il nome di 48 aziende multinazionali, tra cui i giganti tecnologici statunitensi Microsoft, Alphabet Inc. (la casa madre di Google) e Amazon. Come parte dell’indagine è stata inoltre creata una banca dati di più di 1000 aziende.

L’occupazione perenne [di Israele] è diventata il terreno di prova ideale per i produttori di armi e per le grandi aziende tecnologiche, con un’offerta e una domanda significative, poco controllo e zero responsabilità, consentendo a investitori e istituzioni pubbliche e private di trarne profitto liberamente” si legge nel rapporto.

Le aziende non sono più semplicemente implicate nell’occupazione, potrebbero essere coinvolte in un’economia di genocidio”, si legge, in riferimento all’attacco in corso contro la Striscia di Gaza da parte di Israele. Lo scorso anno, in un parere tecnico, Albanese aveva detto esserci “ragionevoli motivi” per ritenere che Israele stesse commettendo un genocidio nell’enclave palestinese assediata.

Nel rapporto si sostiene che i risultati dell’indagine illustrano “il motivo per cui il genocidio di Israele continua”, ovvero “perché è economicamente vantaggioso per molti”.

Quali aziende di armi e tecnologie sono identificate nel rapporto?

L’acquisto da parte di Israele di aerei da combattimento F-35 fa parte del più ampio programma di approvvigionamento di armi al mondo, che coinvolge almeno 1600 aziende in otto Stati. Fa capo all’azienda statunitense Lockheed Martin, ma i componenti degli F-35 sono costruiti in tutto il mondo.

L’azienda italiana Leonardo S.p.A. è indicata come quella che offre il principale contributo al settore militare, mentre l’azienda giapponese FANUC fornisce i macchinari automatizzati per le linee di produzione delle armi.

Nel contempo il settore tecnologico ha consentito la raccolta, la conservazione e l’uso governativo di dati biometrici dei palestinesi, “in sostegno alla politica discriminatoria dei permessi di Israele”, si legge nel rapporto. Microsoft, Alphabet e Amazon consentono a Israele “un accesso governativo virtualmente illimitato alle loro tecnologie cloud e di IA” potenziando le sue capacità di elaborazione dati e sorveglianza.

L’azienda tecnologica statunitense IBM è anche responsabile dell’addestramento di personale militare e dei servizi segreti, oltre a gestire la banca dati centrale dell’autorità per la Popolazione, l’Immigrazione e le Frontiere (PIBA) di Israele che contiene i dati biometrici dei palestinesi, si legge nel rapporto.

Secondo il rapporto sin dall’inizio della guerra contro Gaza nell’ottobre 2023 la piattaforma software statunitense Palantir Technologies ha ampliato il suo sostegno all’esercito Israeliano, e vi sono “ragionevoli motivi” per ritenere che l’azienda fornisca la tecnologia automatizzata di controllo predittivo usata per l’automazione delle decisioni durante le operazioni militari, per elaborare dati e produrre elenchi di obiettivi come quelli generati da sistemi di intelligenza artificiale come “Lavender”, “Gospel” e “Where’s Daddy?”

Le società complici che supportono Israele

Quali altre aziende sono identificate nel rapporto?

Il rapporto elenca anche numerose aziende che sviluppano tecnologie civili utilizzate come “strumenti a doppio uso” per l’occupazione di territorio palestinese da parte di Israele. Tra queste vi sono Caterpillar, Rada Electronic Industries di proprietà di Leonardo, HD Hyundai della Corea del Sud e il gruppo Volvo svedese, che forniscono macchinario pesante per la demolizione di abitazioni e la costruzione di colonie illegali in Cisgiordania.

Anche le piattaforme Booking e Airbnb sostengono le colonie illegali perché promuovono stanze d’albergo e altre proprietà in affitto nei territori occupati da Israele. Il rapporto indica la statunitense Drummond Company e la svizzera Glencore come i principali fornitori di carbone, importato principalmente dalla Colombia, per produrre l’elettricità per Israele.

Nel settore agricolo, la cinese Bright Dairy & Food è proprietaria della maggioranza di Tnuva, la più grande azienda alimentare israeliana, che trae beneficio dalla terra sottratta ai palestinesi dagli avamposti coloniali illegali di Israele. Netafim, un’azienda che fornisce tecnologia di irrigazione a goccia e che è per l’80 % di proprietà della messicana Orbia Advance Corporation, fornisce infrastrutture per lo sfruttamento delle risorse idriche nella Cisgiordania occupata.

Anche i buoni del tesoro hanno svolto un ruolo cruciale nel finanziamento dell’attuale guerra contro Gaza. Secondo il rapporto alcune delle più grandi banche del mondo, tra cui la francese BNP Paribas e la Barclays del Regno Unito sono intervenute per permettere a Israele di contenere il premio sui tassi di interesse nonostante il declassamento del credito.

Chi sono i principali investitori dietro queste aziende?

Il rapporto identifica le aziende di investimento multinazionali BlackRock e Vanguard come i principali investitori di diverse tra le aziende elencate.

BlackRock, il più grande gestore patrimoniale del mondo, è il secondo più grande investitore istituzionale in Palantir (8,6 %), Microsoft (7,8 %), Amazon (6,6 %), Alphabet (6,6 %) e IBM (8,6 %), e il terzo in Lockheed Martin (7,2 %) e Caterpillar (7,5 %).

Vanguard, il secondo gestore patrimoniale al mondo, è il primo investitore in Caterpillar (9,8 %), Chevron (8,9 %) e Palantir (9,1 %), e il secondo investitore in Lockheed Martin (9,2 %) e nel produttore di armi israeliano Elbit System (2 %).

Le aziende traggono profitto dai rapporti con Israele?

Nel rapporto si legge che “le imprese coloniali e i genocidi a queste associate sono state nel corso della storia promosse e favorite dal settore aziendale”. L’espansione di Israele in terra palestinese è un esempio di “capitalismo coloniale razziale”, in cui le aziende traggono profitto da un’occupazione illegale.

Da quando Israele ha lanciato la guerra contro Gaza nell’ottobre 2023 “le entità che prima avevano permesso e tratto profitto dall’eliminazione e cancellazione dei palestinesi in un’economia di occupazione, invece di disimpegnarsi sono ora coinvolte nell’economia di genocidio”, sostiene il rapporto.

Per le aziende di armi straniere la guerra è stato un affare lucroso. La spesa militare di Israele tra il 2023 e il 2025 è aumentata del 65 %, salendo a 46,6 miliardi di dollari, una delle più alte al mondo pro capite.

Diverse imprese quotate in borsa, in particolare nei settori delle armi, della tecnologia e delle infrastrutture, dall’ottobre 2023 hanno registrato un aumento dei profitti. Anche la borsa di Tel Aviv è salita come mai prima, del 179 %, con un aumento di valore di mercato di 157,9 miliardi di dollari.

Le compagnie di assicurazione internazionali, tra cui Allianz e AXA, hanno investito ingenti somme in azioni e obbligazioni legate all’occupazione israeliana, si legge nel rapporto, in parte come riserve di capitali ma in primo luogo per generare profitti.

Anche Booking e Airbnb continuano a trarre profitto da proprietà date in affitto nelle terre occupate da Israele. Airbnb per un breve periodo nel 2018 ha tolto dagli annunci le proprietà nelle colonie illegali, ma è poi tornata a donare i profitti da lì derivati a cause umanitarie, una pratica che nel rapporto viene definita di “humanitarian-washing” [un tentativo di migliorare la propria reputazione distogliendo l’attenzione dalle violazioni dei diritti umani di cui si rende complice, N.d.T.].

Le aziende private sono responsabili secondo il diritto internazionale?

Secondo il rapporto di Albanese, sì. Le aziende hanno l’obbligo di non violare i diritti umani attraverso azioni dirette o dei loro partner commerciali.

Gli Stati hanno la principale responsabilità di assicurarsi che le aziende rispettino i diritti umani e devono prevenire, indagare e punire gli abusi del settore privato. Le aziende devono però rispettare i diritti umani anche se gli Stati in cui operano non lo fanno.

Secondo il rapporto, un’azienda deve quindi valutare se le attività o le relazioni lungo la sua catena di approvvigionamento rischiano di causare violazioni dei diritti umani o di contribuirvi.

Il non agire in linea con il diritto internazionale può comportare una responsabilità penale. I singoli dirigenti possono essere ritenuti penalmente responsabili, anche davanti ai tribunali internazionali.

Il rapporto invita tutte le aziende a disinvestire da tutte le attività legate all’occupazione da parte di Israele del territorio palestinese, che è illegale secondo il diritto internazionale.

Nel luglio 2014 la Corte Internazionale di Giustizia  ha emesso un parere consultivo che stabilisce che la presenza di Israele nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est deve cessare “il più rapidamente possibile”. Alla luce di questo parere consultivo, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha chiesto a Israele di porre fine alla sua presenza illegale nei territori palestinesi occupati entro settembre 2025.

Secondo il rapporto di Albanese la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia “qualifica di fatto l’occupazione come un atto di aggressione… Di conseguenza, qualsiasi accordo che sostenga o appoggi l’occupazione e l’apparato ad essa associato può costituire una complicità secondo il diritto internazionale ai sensi dello statuto di Roma.

Gli Stati non devono fornire aiuti o assistenza o partecipare ad accordi economici o commerciali e devono prendere provvedimenti per prevenire relazioni commerciali o finanziarie che aiutino a mantenere la situazione illegale creata da Israele nei territori palestinesi occupati”.

(traduzione di Federico Zanettin)




La Commissione dell’ONU rileva crimini di guerra e crimini contro l’umanità negli attacchi israeliani alle strutture sanitarie di Gaza e nel trattamento di detenuti e ostaggi

OHCHR

10 Ottobre 2024- OHCHR, Ufficio dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani

GINEVRA (10 ottobre 2024) – La Commissione Internazionale Indipendente di Inchiesta sui Territori Palestinesi Occupati dell’ONU, compresa Gerusalemme est, e Israele, afferma oggi in un nuovo rapporto che Israele ha condotto una concertata politica di distruzione del sistema sanitario di Gaza come parte di una più vasta aggressione a Gaza, commettendo crimini di guerra e il crimine contro l’umanità di sterminio, con continui e deliberati attacchi a personale sanitario e strutture mediche.

La Commissione ha anche indagato sul trattamento dei detenuti palestinesi in Israele e degli ostaggi israeliani e stranieri a Gaza a partire dal 7 ottobre 2023 ed ha concluso che Israele e i gruppi armati palestinesi sono responsabili di tortura e violenza sessuale e di genere.

Israele deve immediatamente porre fine alla distruzione sfrenata e senza precedenti di strutture sanitarie a Gaza”, ha detto Navi Pillay, a capo della Commissione. “Prendendo di mira le strutture sanitarie Israele sta prendendo di mira il diritto alla salute stesso, con gravi effetti dannosi a lungo termine sulla popolazione civile. I bambini in particolare hanno subito il peso di questi attacchi, subendo direttamente e indirettamente le conseguenze del collasso del sistema sanitario.

Il rapporto ha riscontrato che le forze di sicurezza israeliane hanno deliberatamente ucciso, incarcerato e torturato personale medico e preso di mira veicoli medici, contemporaneamente rafforzando l’assedio su Gaza e restringendo i permessi di lasciare il territorio per cure mediche. Queste azioni costituiscono i crimini di guerra di uccisioni e maltrattamenti deliberati e di distruzione di proprietà civile protetta ed il crimine contro l’umanità di sterminio.

Il rapporto afferma che gli attacchi a strutture mediche a Gaza, in particolare a quelle adibite alle cure pediatriche e neonatali, hanno comportato incalcolabili sofferenze per pazienti bambini, inclusi i neonati. Perseverando in questi attacchi Israele ha violato il diritto alla vita dei bambini, ha negato loro l’accesso alle cure di base ed ha deliberatamente inflitto condizioni di vita che portano alla distruzione di generazioni di bambini palestinesi e potenzialmente del popolo palestinese nel suo complesso.

In uno dei casi più eclatanti, la Commissione ha indagato sull’uccisione della bambina di cinque anni Hind Rajab insieme alla sua famiglia allargata, e sul bombardamento di un’ambulanza della Mezzaluna Rossa palestinese e l’uccisione di due paramedici inviati a soccorrerla. La Commissione ha stabilito su ragionevoli basi che la 162esima divisione dell’esercito israeliano era operativa nella zona ed è responsabile dell’uccisione della famiglia di sette persone, del bombardamento dell’ambulanza e dell’uccisione dei due paramedici al suo interno. Ciò costituisce i crimini di guerra di omicidio volontario e attacco contro obbiettivi civili.

La deliberata distruzione di infrastrutture sanitarie che forniscono cure sessuali e riproduttive, unitamente alla mancanza di accesso e disponibilità dell’assistenza sanitaria, è anche una violazione dei diritti riproduttivi di donne e ragazze e del loro diritto alla vita, alla dignità umana e alla non discriminazione, come il crimine contro l’umanità di altre azioni disumane.

Riguardo alla detenzione dei palestinesi nei campi militari e nelle strutture detentive israeliane, il rapporto ha scoperto che migliaia di bambini e adulti detenuti, molti dei quali in modo arbitrario, hanno subito diffusi e sistematici abusi, violenze fisiche e psicologiche e violenza sessuale e di genere, che configurano il crimine di guerra e il crimine contro l’umanità di tortura e il crimine di guerra di stupro e altre forme di violenza sessuale. Detenuti maschi hanno subito stupri e aggressioni ai propri organi sessuali e riproduttivi e sono stati costretti a compiere atti umilianti e scabrosi mentre erano denudati o spogliati, come forma di punizione o intimidazione per ottenere informazioni. Le morti di detenuti come conseguenza di violenza o negligenza configurano i crimini di guerra di omicidio volontario o assassinio e violazione del diritto alla vita.

I bambini detenuti dalle autorità israeliane sono ritornati a Gaza gravemente traumatizzati, non accompagnati, con scarsa possibilità di rintracciare o comunicare con le loro famiglie.

Il rapporto ha riscontrato che i maltrattamenti istituzionalizzati dei detenuti palestinesi, una consolidata caratteristica dell’occupazione, sono avvenuti agli ordini diretti del ministro israeliano responsabile del sistema carcerario, Itamar Ben Gvir, e sono stati incoraggiati dalle dichiarazioni del governo israeliano che incitano alla violenza e alla vendetta.

I terribili atti di violenza commessi contro i detenuti palestinesi richiedono assunzione di responsabilità e risarcimenti per le vittime”, ha detto Pillay. “La mancata attribuzione di responsabilità per le azioni ordinate da alte autorità israeliane e attuate da singoli membri delle forze di sicurezza israeliane e la crescente accettazione della violenza contro i palestinesi hanno permesso che questi comportamenti continuassero indisturbati divenendo sistematici ed istituzionalizzati.”

Quanto agli ostaggi israeliani e stranieri trattenuti a Gaza da gruppi armati palestinesi, il rapporto svela che molti sono stati maltrattati per infliggere loro dolore fisico e grave sofferenza mentale, compresi la violenza fisica, l’abuso, la violenza sessuale, l’isolamento forzato, il limitato accesso alle strutture igieniche, all’acqua e al cibo, le minacce e le umiliazioni. Hamas e altri gruppi armati palestinesi hanno costretto gli ostaggi a comparire in video con l’intento di infliggere tortura psicologica alle loro famiglie per raggiungere obbiettivi politici. Parecchi ostaggi sono stati uccisi in prigionia. Hamas e altri gruppi armati palestinesi hanno commesso i crimini di guerra di tortura, trattamento crudele e disumano e i crimini contro l’umanità di sparizione forzata ed altri atti inumani che hanno provocato grandi sofferenze o gravi ferite.

I gruppi armati palestinesi devono rilasciare immediatamente e senza condizioni tutti gli ostaggi israeliani e stranieri trattenuti a Gaza. Gli ostaggi devono essere trattati secondo i requisiti del diritto umanitario internazionale e del diritto internazionale sui diritti umani fino a che non vengano rilasciati”, ha detto Pillay.

La Commissione esorta il governo di Israele a smettere immediatamente di prendere di mira le strutture, il personale e i veicoli sanitari, a porre fine alla illegale e arbitraria detenzione di palestinesi, inclusi bambini, e alla tortura e altri maltrattamenti di tutti coloro che sono stati arrestati o detenuti.

La Commissione chiede al governo dello Stato di Palestina e alle autorità de-facto a Gaza di garantire la protezione e il sicuro rilascio di tutti gli ostaggi immediatamente e senza condizioni e di indagare scrupolosamente e in modo imparziale e perseguire le violazioni del diritto internazionale, compreso il prendere di mira strutture mediche in Israele.

Nel considerare le cause alla radice del conflitto, la Commissione esorta il governo di Israele a rispettare le direttive del parere consultivo di luglio 2024 della Corte Internazionale di Giustizia, di porre fine all’ occupazione illegale dei territori palestinesi, interrompere nuovi programmi e attività di insediamento, evacuare tutti i coloni e risarcire le vittime. Chiede inoltre ad Israele di rispettare le misure transitorie ordinate dalla Corte Internazionale di Giustizia per impedire la commissione di tutti gli atti previsti nell’ambito di applicazione dell’articolo II(a)-(d) della Convenzione sul Genocidio.

Il rapporto della Commissione verrà presentato alla 79esima sessione dell’Assemblea Generale il 30 ottobre 2024 a New York.

Contesto: Il 27 maggio 2021 il Consiglio ONU per i Diritti Umani ha incaricato la Commissione di “indagare, nei Territori Palestinesi Occupati, inclusa Gerusalemme est, e in Israele, tutte le presunte violazioni del diritto umanitario internazionale e tutte le presunte violazioni ed abusi del diritto internazionale sui diritti umani che hanno preceduto e che hanno seguito il 13 aprile 2021”. La Risoluzione A/HRC/RES/S-30/1 richiedeva inoltre alla Commissione di “indagare tutte le cause che stanno alla base delle ricorrenti tensioni, instabilità e proseguimento del conflitto, inclusa la sistematica discriminazione e repressione sulla base di identità nazionale, etnica, razziale o religiosa.” La Commissione di inchiesta è stata incaricata di riferire annualmente al Consiglio sui Diritti Umani e all’Assemblea Generale, a cominciare rispettivamente da giugno 2022 e settembre 2022.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




In questo giorno – 42 anni dal massacro di Sabra e Shatila

Redazione Palestine Chronicle

16 settembre 2024 – Palestine Chronicle

Il 16 settembre si commemora il giorno in cui nel 1982 migliaia di palestinesi furono brutalmente massacrati nei campi profughi di Sabra e Shatila in Libano; atrocità considerata una delle più orrende della storia moderna.

Dopo aver assediato e bombardato la zona per giorni le milizie delle falangi libanesi sostenute da Israele attaccarono, uccidendo almeno 3.000 rifugiati palestinesi e civili libanesi.

Dopo l’assedio dei due campi il 15 settembre l’esercito israeliano sotto il comando di Ariel Sharon illuminò i cieli con razzi mentre le milizie libanesi armate entravano attraverso le linee dell’esercito israeliano e procedevano a uccidere chiunque si trovasse sul loro cammino, indipendentemente dal fatto che fossero anziani, donne o bambini.

Fecero anche irruzione nell’ospedale del campo e uccisero infermieri, medici e pazienti fuggiti dal massacro.

Nel corso di tre giorni, e sotto la sorveglianza dell’esercito di Sharon, le milizie continuarono il loro massacro finché la notizia non trapelò dal campo e le immagini terrificanti dei morti non furono viste in tutto il mondo. Solo allora venne esercitata pressione su Israele affinché fermasse le milizie.

La Commissione Kahan del 1983, istituita dal governo israeliano, rilevò che Sharon, all’epoca Ministro della Difesa, aveva la “responsabilità personale” del massacro.

Nonostante ciò, Sharon divenne in seguito, nel 2001, Primo Ministro di Israele.

Il 16 dicembre 1982 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite condannò il massacro e lo dichiarò un atto di genocidio.

Genocidio in corso

Direi così: Israele sta conducendo dal 7 ottobre una guerra devastante contro Gaza ed è attualmente sotto processo presso la Corte Internazionale di Giustizia per genocidio contro i palestinesi.

Inoltre il governo continua a ignorare una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che chiede un cessate il fuoco immediato, ed è oggetto di una condanna internazionale a causa del persistere della sua brutale offensiva contro Gaza.

Secondo il Ministero della Salute di Gaza nel genocidio in corso a Gaza operato da Israele a partire dal 7 ottobre 41.226 palestinesi sono stati uccisi e 95.413 feriti.

Inoltre, almeno 11.000 persone risultano disperse, presumibilmente morte sotto le macerie delle loro case in tutta la Striscia.

Israele afferma che durante l’operazione Al-Aqsa Flood del 7 ottobre sono stati uccisi 1.200 soldati e civili. I media israeliani hanno pubblicato report che suggeriscono che quel giorno molti israeliani sono stati uccisi da “fuoco amico”.

Le organizzazioni palestinesi e internazionali affermano che per la maggior parte le persone uccise e ferite sono donne e bambini.

La guerra di Israele ha provocato una grave carestia, soprattutto nel nord di Gaza, con conseguente morte di molti palestinesi, per lo più bambini.

L’aggressione israeliana ha anche provocato lo sfollamento forzato di quasi due milioni di persone da tutta la Striscia di Gaza, con la stragrande maggioranza degli sfollati costretti a trasferirsi nella sovraffollata città meridionale di Rafah, vicino al confine con l’Egitto, in quello che è diventato il più grande esodo di massa della Palestina dalla Nakba del 1948.

Col protrarsi della guerra centinaia di migliaia di palestinesi hanno iniziato a spostarsi dal sud alla zona centrale di Gaza in una continua ricerca di sicurezza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Cimitero dei numeri – Israele trattiene 552 corpi, inclusi quelli di decine di minori

Redazione di Palestine Chronicle e WAFA

27 agosto 2024 – Palestine Chronicle

Le istituzioni hanno sottolineato che “è arrivato a 552 il numero dei corpi trattenuti nei cimiteri di numeri e nelle celle frigorifere.”

Martedì le Istituzioni dei Prigionieri e la Campagna Nazionale per il Recupero dei Corpi dei Martiri hanno riferito che le autorità dell’occupazione israeliana continuano a trattenere 552 corpi, inclusi 256 nei cosiddetti cimiteri dei numeri [in cui sono sepolti in forma anonima palestinesi uccisi da Israele, ndt.], insieme a centinaia della Striscia di Gaza.

Questa informazione è stata rilasciata in una dichiarazione congiunta dalla Palestine Prisoners Society [Società dei Prigionieri Palestinesi] (PPS), dalla Commissione di Detenuti ed Ex-Detenuti, dalla Fondazione Damir per i Diritti Umani e dalla Campagna Nazionale per il Recupero dei Corpi dei Martiri, in coincidenza con il Giorno Nazionale per il Recupero dei Corpi che cade annualmente il 27 agosto.

Le istituzioni hanno sottolineato che “il numero di corpi trattenuti nei cimiteri di numeri e celle frigorifere è arrivato a 552, inclusi 256 nei cimiteri dei numeri e 296 dal ritorno della politica di detenzione nel 2015.”

Le organizzazioni hanno anche osservato che i corpi trattenuti includono 9 donne, 32 prigionieri, 55 minori, 5 individui dai territori del 1948 [palestinesi con cittadinanza israeliana, ndt.] e sei palestinesi rifugiati dal Libano.

La dichiarazione riferisce inoltre che “dall’inizio dell’aggressione israeliana il 7 ottobre, l’occupazione ha aumentato la detenzione dei corpi, dal momento che sta trattenendo 149 corpi e questo numero costituisce più della metà di quanti sono stati sequestrati dal 2015, osservando che questo dato non include i [corpi dei] martiri detenuti nella Striscia di Gaza.”

In più la dichiarazione aggiunge che “il numero [di corpi] di persone detenuti a Gaza dall’occupazione è stimato intorno alle centinaia, ma non c’è alcuna dichiarazione ufficiale da parte dell’occupazione riguardo l’effettivo numero di corpi di martiri ad oggi a Gaza.”

Nel frattempo, decine di civili e di famiglie di coloro i cui corpi sono trattenuti dall’occupazione israeliana oggi hanno preso parte a proteste nei governatorati di Ramallah, Jenin e Nablus chiedendo che le autorità israeliane restituiscano i corpi trattenuti dei palestinesi uccisi dall’esercito israeliano.

Genocidio in corso

Facendosi beffe della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che chiede il cessate il fuoco immediato, Israele ha fronteggiato una condanna internazionale durante la sua brutale offensiva in corso contro Gaza.

Attualmente sotto accusa davanti alla Corte Internazionale di Giustizia per genocidio contro i palestinesi, dal 7 ottobre Israele sta conducendo una devastante guerra contro Gaza.

Secondo il ministero della Sanità di Gaza 40.476 palestinesi sono stati uccisi e 93.647 feriti durante il genocidio israeliano in corso a Gaza a partire dal 7 ottobre.

Inoltre almeno 11.000 persone, presumibilmente morte sotto le macerie delle loro case dappertutto nella Striscia, non sono conteggiate.

Israele afferma che il 7 ottobre, durante l’operazione Inondazione di Al-Aqsa, sono stati uccisi 1.200 soldati e civili. I media israeliani hanno pubblicato rapporti secondo cui quel giorno molti israeliani sono stati uccisi dal “fuoco amico.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




10.000 soldati israeliani uccisi o feriti – Un’inchiesta giornalistica rivela la crisi tra i soldati israeliani a Gaza

Redazione

4 agosto 2024-Palestine Chronicle

Il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth ha rivelato domenica che decine di migliaia di soldati israeliani figurano tra gli uccisi e i feriti nella guerra in corso a Gaza.

Secondo il rapporto “non meno di 10.000 soldati, uccisi o feriti durante i lunghi mesi di combattimenti nella Striscia di Gaza, risultano oggi dispersi dall’IDF”. Il giornale ha anche rivelato che secondo quanto registrato dal dipartimento di riabilitazione del Ministero della Sicurezza israeliano circa un migliaio di soldati “sono da considerare tra i feriti fisici e mentali [disabili, n.d.t.]”.

Nonostante queste cifre allarmanti, sia la Knesset che il governo hanno portato avanti la riformulazione e l’approvazione di una legge per estendere il servizio militare obbligatorio, lasciando i soldati regolari in uno stato di notevole frustrazione e incertezza.

Yedioth Ahronoth ha citato il padre di un soldato della Brigata d’élite Nahal, attualmente coinvolto nelle operazioni in corso a Rafah, nella parte meridionale di Gaza. Ha espresso preoccupazione per le condizioni affrontate dai soldati e ha affermato: “Nella storia delle guerre israeliane, una situazione del genere non si è mai verificata nemmeno nel 1948 quando i soldati combatterono per dieci mesi consecutivi in condizioni estremamente sfavorevoli“.

Il giornale ha anche riferito di un evento correlato: alcune soldatesse osservatrici di stanza sulle alture settentrionali del Golan sono state inaspettatamente informate che, nonostante il loro congedo fosse programmato per settembre, il loro servizio sarebbe stato prolungato di altri quattro mesi.

Secondo i dati ufficiali israeliani, soggetti a censura militare, dal 7 ottobre sono stati uccisi più di 690 ufficiali e soldati israeliani.

Tuttavia ci sono accuse interne secondo cui l’esercito sta nascondendo la vera portata delle sue perdite che vengono stimate significativamente più elevate.

Lo scorso luglio l’israeliano Channel 12 ha rivelato che dal 7 ottobre erano stati feriti a Gaza 20.000 soldati impegnati nelle operazioni di occupazione, di cui 8.298 classificati come disabili.

Il 12 luglio il gabinetto di guerra israeliano ha approvato una decisione per estendere il servizio militare obbligatorio a tre anni a causa della carenza di personale. Questa decisione sarà presentata al governo per l’approvazione e in seguito portata di fronte alla Knesset (parlamento) per la conversione in legge.

Il genocidio continua

Violando una che chiedeva un cessate il fuoco immediate, Israele ha dovuto affrontare la condanna internazionale durante la sua continua offensiva brutale su Gaza.

Attualmente sotto processo davanti alla Corte Internazionale di Giustizia per genocidio contro i palestinesi, Israele sta conducendo una guerra devastante su Gaza dal 7 ottobre.

Secondo il Ministero della Salute di Gaza, 39.550 palestinesi sono stati uccisi e 91.280 feriti nel genocidio in corso a Gaza da parte di Israele a partire dal 7 ottobre.

Inoltre, almeno 11.000 persone risultano disperse, presumibilmente morte sotto le macerie delle loro case in tutta la Striscia.

Israele afferma che 1.200 soldati e civili sono stati uccisi durante l’operazione Tempesta di Al-Aqsa il 7 ottobre. I media israeliani hanno pubblicato resoconti che suggeriscono che molti israeliani sono stati uccisi quel giorno da “fuoco amico”.

Le organizzazioni palestinesi e internazionali affermano che la maggior parte delle persone uccise e ferite sono donne e bambini.

La guerra israeliana ha provocato una grave carestia, soprattutto nel nord di Gaza, con conseguente morte di molti palestinesi, per lo più bambini.

L’aggressione israeliana ha anche provocato lo sfollamento forzato di quasi due milioni di persone da tutta la Striscia di Gaza, con la stragrande maggioranza degli sfollati costretti a trasferirsi nella densamente affollata città meridionale di Rafah vicino al confine con l’Egitto, in quello che è diventato il più grande esodo di massa della Palestina dalla Nakba del 1948.

Nel prosieguo della guerra, centinaia di migliaia di palestinesi hanno iniziato a spostarsi dal sud al centro di Gaza in una costante ricerca di sicurezza.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Cosa accadrà quando l’Olocausto non impedirà più al mondo di vedere Israele così com’è?

Hagai El-Had

13 maggio 2024 – Haaretz Opinion

Per chiunque volesse osservarla, la verità era già abbondantemente chiara nel 1955: “Trattano gli arabi, quelli che si trovano ancora qui, in un modo che di per sé basterebbe a mobilitare il mondo intero contro Israele”, scriveva Hannah Arendt.

Ma era il 1955, appena un decennio dopo lOlocausto la nostra grande catastrofe e, allo stesso tempo, la veste protettiva del sionismo. Quindi no, ciò che la Arendt vide a Gerusalemme allepoca non fu sufficiente a mobilitare il mondo contro Israele.

Da allora sono trascorsi quasi 70 anni. Nel frattempo, Israele è diventato dipendente sia dal regime di supremazia ebraica sui palestinesi sia dalla sua capacità di sfruttare la memoria dellOlocausto in modo che i crimini che commette contro di loro non mobilitino il mondo contro di sé.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu non sta inventando nulla: né i crimini, né lo sfruttamento dell’Olocausto per mettere a tacere la coscienza del mondo. Ma è primo ministro da quasi una generazione. Durante questo periodo Israele, sotto la sua guida, ha compiuto un altro grande passo verso un futuro in cui il popolo palestinese sarà cancellato dalla scena della storia certamente se la scena in questione è la Palestina, la sua patria storica.

Tutto questo non solo è stato realizzato gradualmente prima un dunam [mille metri quadri di terreno, ndt.] e una capra, poi un insediamento coloniale e una fattoria ma alla fine è stato anche dichiarato pubblicamente, dalla Legge Fondamentale su Israele come Stato-Nazione del popolo ebraico del 2018 alla politica di base dellattuale governo, e prima di tutto attraverso la dichiarazione: Il popolo ebraico ha diritto esclusivo e inalienabile su tutte le parti della Terra dIsraele”. E la verità è che il consenso è molto più ampio e diffuso del sostegno allo stesso Netanyahu. Dopotutto, chi in Israele non ha apprezzato la brillante mossa, alla vigilia del 7 ottobre 2023, di attuare una normalizzazione con l’Arabia Saudita al fine di imprimere nella coscienza dei palestinesi il fatto che sono una nazione sconfitta?

Ma i palestinesi, questo popolo testardo, non hanno abbandonato la scena. In qualche modo, nel corso di tutti questi anni, attraverso loppressione, gli insediamenti coloniali e i pogrom in Cisgiordania, e le ripetute fasidel conflitto con Gaza, la violenza dellesercito, la mancata resa dei conti di fronte alla giustizia, gli espropri a Gerusalemme, nel Negev e nella Valle del Giordano, e in effetti ovunque un palestinese cerchi di conservare la sua terra, dopo molti anni, molto sangue e molti crimini, il trucco riciclato dellhasbara israeliana[termine ebraico: gli sforzi propagandistici per diffondere all’estero informazioni positive sullo Stato di Israele e le sue azioni ndt.], o della diplomazia pubblica, ha cominciato a perdere efficacia, da quando la semplice verità è che no, non tutti coloro che vedono i palestinesi come esseri umani dotati di diritti sono antisemiti.

Nel frattempo è arrivata la guerra a Gaza, con la distruzione di proporzioni bibliche che abbiamo portato sulla Striscia e sulle decine di migliaia di palestinesi uccisi. C’è stato così tanto sangue e distruzione che la questione se si tratti di genocidio ha cominciato a essere seriamente discussa presso la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia.

Riprendendo le parole di Arendt, quello che stiamo facendo ai palestinesi quelli che si trovano ancora a Gaza non sta ancora mobilitando il mondo contro Israele. Ma il mondo sta ormai osando esprimere il proprio pensiero ad alta voce.

Tutto questo non ci sta ancora facendo riconsiderare il modo in cui trattiamo gli arabi. Cerchiamo invece ancora una volta di infondere nuova vita alla logora nuvola dell’hasbara. Se nel 2019 Netanyahu ha dichiarato che l’indagine della Corte Penale Internazionale è un “provvedimento antisemita” (il che non ha fermato le indagini) e nel 2021 ha affermato che si tratta di “puro antisemitismo” (e non ha fermato le indagini), poi una settimana fa ha iniziato a inveire contro un “crimine di odio antisemita”.

Netanyahu, come al solito, inserisce qualche parola di verità tra una menzogna e laltra. Nel suo discorso alla vigilia del Giorno della Memoria presso il memoriale dell’Olocausto di Yad Vashem è stato sincero nel descrivere la Corte Penale Internazionale come un organismo “istituito in risposta all’Olocausto e ad altri orrori, per garantire che ‘Mai più'”. Ma se si pensa per un attimo al contesto spazio- temporale, tutto ciò che Netanyahu ha aggiunto con eccezionale faccia tosta in riferimento a tale dichiarazione è stato menzognero, soprattutto quando ha affermato che se fosse stato emesso un mandato di arresto contro di lui, “Questo passo lascerebbe una macchia indelebile sullidea stessa di giustizia e di diritto internazionale”.

La verità è che la macchia che scuote le fondamenta del diritto internazionale è il fatto che anche dopo anni di indagini, per quanto ne sappiamo, non è ancora stato emesso un mandato di arresto contro Netanyahu o altri criminali di guerra israeliani. Questo nonostante il fatto che da decenni Israele perpetra, alla luce del sole, crimini contro i palestinesi, crimini che rientrano nella politica del governo, crimini approvati dallAlta Corte di Giustizia, protetti dalle opinioni dei procuratori generali e insabbiati dall’avvocatura militare e sebbene tutto ciò sia palese e conosciuto, riportato e pubblicato, nessuno è stato ritenuto responsabile di ciò, né in Israele né allestero, almeno finora.

Ci stiamo avvicinando al momento, e forse è già qui, in cui il ricordo dell’Olocausto non impedirà al mondo di vedere Israele così com’è. Il momento in cui i crimini storici commessi contro il nostro popolo smetteranno di costituire la nostra Cupola di Ferro, proteggendoci dallessere chiamati a rispondere dei crimini che stiamo commettendo nel presente contro la nazione con cui condividiamo la patria storica.

Anche se in ritardo, è ora che quel momento arrivi. Israele non disporrà dell’Olocausto, ma la sua immagine sarà difesa dal genio arabo israeliano dell’hasbara Yoseph Haddad e dalla creatrice di contenuti Ella Travels [influencer popolari sui social media israeliani impegnati nella difesa di Israele, ndt.]

Coraggio. Forse faremmo meglio ad aprire gli occhi e adottare un atteggiamento diverso nei confronti dei palestinesi: vederli come esseri umani uguali. Questa sarebbe certamente una lezione di gran lunga migliore per lOlocausto. Arendt probabilmente sarebbe d’accordo.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Di fronte a livelli catastrofici di acuta insicurezza alimentare a Gaza, Israele continua a impedire l’accesso ai rifornimenti necessari per salvare le vite

Euro Mediterranean Monitor

15 aprile 2024-Euro-Mediterranean Human Rights Monitor.

Territorio palestinese – Israele continua a ostacolare l’ingresso e la distribuzione di rifornimenti umanitari di base nella Striscia di Gaza, in particolare nella città di Gaza e nei governatorati di Gaza Nord, minacciando di esacerbare e approfondire la carestia diffusa in quei luoghi. Secondo le stime delle Nazioni Unite questi due governatorati ospitano  almeno 300.000 persone.

La restrizione da parte di Israele dell’accesso umanitario nella Striscia di Gaza, in particolare nelle parti settentrionali della Striscia, e il suo blocco alla consegna tempestiva di forniture alimentari salvavita stanno peggiorando drasticamente la già terribile insicurezza alimentare che la popolazione palestinese si trova ad affrontare. Ciò la espone al rischio di morte per fame, in particolare visto l’aumento del numero di bambini che muoiono per malnutrizione acuta, fame e malattie correlate: 28 bambini sono morti solo per fame e malnutrizione.

Le autorità israeliane continuano a impedire l’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia attraverso i valichi terrestri; ne consegue che gli aiuti non possono entrare in modo tempestivo, efficiente e sistematico. Israele sta inoltre imponendo ulteriori restrizioni alle operazioni di distribuzione e consegna anche dopo l’ingresso degli aiuti nell’enclave, in particolare ostacolandone su base quasi quotidiana l’arrivo e la distribuzione nelle aree settentrionali della Striscia. Ciò è particolarmente problematico alla luce dell’attacco in corso da parte dell’esercito israeliano al campo profughi di Nuseirat, iniziato due giorni fa e che si prevede peggiorerà la situazione, e del suo potenziale attacco a Rafah.

Israele continua a violare i suoi obblighi internazionali – compresi quelli di potenza occupante – nonché la sentenza del 28 marzo della Corte Internazionale di Giustizia che gli impone di adottare misure necessarie ed efficaci e di collaborare con le Nazioni Unite per garantire che gli aiuti umanitari raggiungano la Striscia senza ostacoli o ritardi al fine di adempiere ai propri obblighi ai sensi della Convenzione sul genocidio.

Inoltre Israele sta violando la risoluzione n. 2728 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, adottata il 25 marzo, la quale afferma che tutti gli ostacoli che impediscono agli aiuti umanitari di raggiungere i residenti della Striscia di Gaza devono essere rimossi; chiede inoltre di aumentare la quantità di aiuti che vi affluiscono e di migliorare la sicurezza dei residenti. Israele non ha fatto alcuno sforzo per modificare le sue politiche illegali o le misure arbitrarie per facilitare l’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza e garantirne l’arrivo sicuro e tempestivo, in particolare nelle regioni settentrionali. Israele persiste nel suo crimine di affamare la popolazione civile della Striscia nonostante tutte queste risoluzioni internazionali giuridicamente vincolanti e gli obblighi ad esso imposti.

Israele ha permesso a 169 camion umanitari di entrare quotidianamente a Gaza attraverso il valico Kerem Abu Slem/Kerem Shalom e il valico terrestre di Rafah dall’inizio di aprile. Si tratta comunque di un numero di gran lunga inferiore ai 500 camion al giorno che entravano nella Striscia prima del 7 ottobre, nonché alla capacità operativa di entrambi i valichi di frontiera. Gli aiuti umanitari che arrivano a questo ritmo fanno presagire una vera catastrofe e un’ulteriore diffusione della fame, che ha già fatto sì che i residenti perdessero peso in modo pericoloso per la salute e rischiassero la vita aspettando i camion degli aiuti vicino ai checkpoint israeliani, che sono diventati “aree di morte”  e quindi le folle affamate di civili sono spesso prese di mira dall’esercito israeliano.

Nonostante non siano stati compiuti reali progressi, Israele sostiene da settimane che c’è stato un cambiamento nella quantità di aiuti che entrano nella Striscia, in conformità con i termini dell’accordo degli Stati Uniti e con i dati forniti da Israele al Coordinatore delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi Occupati. Tuttavia non è stata intrapresa alcuna azione reale. Il numero di camion autorizzati ad entrare nella Striscia, in particolare nella città di Gaza e nel nord di Gaza, rimane invariato. Inoltre, il checkpoint di Erez/Beit Hanoun nel nord di Gaza resta chiuso e, contrariamente a quanto riportato dai media israeliani, il porto di Ashdod non è stato utilizzato per trasportare aiuti umanitari nella Striscia.

Da quando Israele ha deciso ufficialmente di tagliare cibo e acqua ai residenti della Striscia di Gaza ci sono stati ministri del governo israeliano che hanno dichiarato apertamente che la fame e gli aiuti devono essere usati come strumento di pressione, ricatto e arma a sostegno dei continui attacchi militari ormai in corso da sette mesi consecutivi.

Le notizie di un aumento del numero di camion che entrano nella Striscia di Gaza sono di per sé insufficienti, soprattutto se si tengono presenti i disperati e crescenti bisogni degli abitanti della Striscia.

Israele deve porre fine al suo crimine di affamare il popolo della Striscia e garantire che gli aiuti umanitari possano arrivare regolarmente su base permanente e in una quantità tale da soddisfare i bisogni della popolazione palestinese, indipendentemente dalle convenienze e dalle condizioni israeliane. È inoltre necessario compiere ulteriori sforzi per garantire il lavoro degli operatori umanitari che distribuiscono questi aiuti, la sicurezza dei civili che li ricevono e per garantirne il flusso verso il nord di Gaza il più rapidamente possibile.

Jamie McGoldrick, il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite che supervisiona gli aiuti alla crisi a Gaza, ha recentemente dichiarato che “La situazione per gli abitanti di Gaza rimane disastrosa nonostante le speranze derivanti dai recenti impegni di Israele di aumentare l’assistenza”.

Nel frattempo, Jens Laerke, portavoce dell’ufficio per gli Affari Umanitari delle Nazioni Unite (OCHA), ha recentemente affermato che “ai convogli alimentari coordinati dalle Nazioni Unite è tre volte più probabile che venga negato l’accesso al nord di Gaza rispetto ad altri convogli umanitari”.

Secondo un recente rapporto dell’OCHA l’accesso a Gaza è caratterizzato da “lunghi processi di ispezione, carenza di carburante derivante dalle restrizioni israeliane e restrizioni sulla circolazione di camion, convogli e controlli dei conducenti… e congestione al valico di Kerem Shalom” mentre l’ingresso di assistenza umanitaria e beni commerciali direttamente nel nord di Gaza, dove si prevede che il 70% della popolazione sarà a rischio di carestia tra metà marzo e metà luglio 2024, rimane estremamente limitato.

Il rapporto sottolinea che all’interno di Gaza solo il 26% delle missioni alimentari pianificate verso aree ad alto rischio che richiedono coordinamento con le autorità israeliane sono state agevolate; Il 51% ha ricevuto un rifiuto o un impedimento; e il 23% è stato rinviato o ritirato a causa di “problemi di sicurezza” o “vincoli operativi”.

Ci sono solo tre strade che Israele consente di utilizzare ai convogli di aiuti umanitari per raggiungere la Striscia di Gaza settentrionale: la strada militare sul lato orientale di Gaza, la strada costiera Rashid e la strada centrale Salah al-Din. Ciò che è molto meno ampiamente documentato è che in contemporanea anche le Nazioni Unite hanno due o tre strade di accesso e che queste strade sono “in pessime condizioni” e non forniscono alcuna garanzia di sicurezza.

L’UNICEF ha dichiarato il 10 aprile che uno dei suoi veicoli è stato colpito da “proiettili veri” mentre attendeva a un posto di blocco israeliano allestito su Salah al-Din Road per consegnare aiuti salvavita nel nord di Gaza, compreso cibo terapeutico per i bambini a rischio di malnutrizione e mortalità prevenibile.

Allo stesso modo Oxfam ha recentemente riferito che le persone nel nord di Gaza sono costrette a sopravvivere con una media di appena 245 calorie al giorno da gennaio. Si ritiene che oltre 300.000 persone siano ancora intrappolate lì, impossibilitate ad andarsene e sopravvivendo con meno del 12% del fabbisogno calorico giornaliero medio. Gaza è una trappola mortale per i bambini.

Trenta palestinesi, per lo più bambini, sono morti negli ospedali per malnutrizione e disidratazione; tuttavia le stime di Euro-Med Monitor suggeriscono che il numero delle vittime della fame è molto più elevato. Ciò è dovuto alla mancanza di meccanismi chiari per tenere traccia delle morti legate al problema e al collasso del sistema sanitario nella parte settentrionale della Striscia dove le vittime continuano a cadere, anche a seguito dei bombardamenti israeliani, e vengono sepolte dalle loro famiglie senza registrazione ufficiale.

Alla luce di quanto sopra Euro-Med Human Rights Monitor sollecita, tra le altre raccomandazioni, la comunità internazionale a rispettare i propri doveri legali e morali nei confronti delle persone che vivono nella Striscia di Gaza. La comunità internazionale deve garantire che la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia venga eseguita e porre fine al genocidio che la Corte ha dichiarato a gennaio probabilmente in corso nella Striscia di Gaza. Euro-Med Monitor invita tutti gli Stati a rispettare i propri obblighi internazionali interrompendo ogni sostegno militare, finanziario e politico alla guerra genocida di Israele contro il popolo palestinese della Striscia di Gaza e, in particolare, tutti i trasferimenti di armi a Israele.

È necessario esercitare immediatamente una pressione internazionale su Israele per impedirgli di compiere il crimine di affamare la popolazione della Striscia di Gaza; costringere Israele a revocare completamente l’assedio; stabilire i sistemi necessari per garantire la consegna sicura, efficiente e tempestiva dei rifornimenti umanitari e intraprendere azioni decisive contro la carestia che si diffonde rapidamente tra i civili palestinesi nella Striscia di Gaza.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)