Il parlamento israeliano avanza una proposta di legge che condannerebbe a fino cinque anni di carcere gli israeliani che collaborino con la Corte Penale Internazionale

Noa Shpigeland e Chen Maanit

19 febbraio 2025 Haaretz

Il disegno di legge propone fino a cinque anni di carcere per chiunque “fornisca servizi o risorse alla CPI”. Un’esperta di diritto internazionale avverte che potrebbero finire in prigione anche i giornalisti che indagano su potenziali crimini delle forze militari israeliane

La Knesset (parlamento israeliano, ndt.) ha avanzato mercoledì una proposta di legge che vieta ai cittadini, alle autorità e agli enti pubblici israeliani di “cooperare con la Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Aia”. La proposta di legge dispone una pena fino a cinque anni di carcere per chiunque “fornisca servizi alla CPI o offra risorse”, a meno che non dimostri di non essere a conoscenza del fatto che la sua azione si colleghi alle attività della Corte. La proposta, presentata dal parlamentare Amit Halevi del partito Likud del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, è stata approvata con 25 voti a favore e 11 contrari. Tamar Meggido, esperta di diritto internazionale, ha avvertito che “le definizioni in questa pericolosa proposta di legge sono così ampie che persino qualcuno che condivida sui social media una foto o il video di un soldato che documenta se stesso mentre commette quello che sembra essere un crimine di guerra potrebbe ritrovarsi in prigione”.

Se il disegno di legge venisse approvato, secondo Megiddo qualsiasi giornalista che pubblichi un’inchiesta che ipotizzi un crimine commesso dalle forze dell’IDF (esercito israeliano, ndt.) correrebbe il rischio di essere imprigionato.

Il disegno di legge proibisce inoltre alle autorità pubbliche e agli enti in Israele di collaborare con la CPI e impone restrizioni alle persone che agiscono per conto della Corte, vietando loro l’ingresso, la permanenza o il possesso di proprietà in Israele.

La motivazione del disegno di legge afferma che Israele non riconosce l’autorità della CPI e che le attività della Corte rappresentano una grave minaccia per Israele e per coloro che agiscono in suo nome.

Lo scorso novembre la CPI ha emesso mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, accusandoli di crimini di guerra e crimini contro l’umanità nell’offensiva israeliana a Gaza, seguita all’attacco di Hamas del 7 ottobre.

È stato emesso un mandato di arresto anche contro il defunto leader di Hamas Mohammed Diab Ibrahim Al-Masri (noto anche come Mohammed Deif). Ad agosto le autorità israeliane hanno confermato che Deif era stato ucciso in un attacco dell’IDF un mese prima.

La scorsa settimana gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni a Karim Khan, procuratore capo della Corte Penale Internazionale.

Secondo l’Ufficio per il Controllo dei Beni Esteri del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, i beni statunitensi di Khan sono stati congelati e potrebbe essergli interdetto l’ingresso negli Stati Uniti.

Le sanzioni seguono a un ordine esecutivo firmato dal Presidente Trump venerdì scorso, che ha autorizzato sanzioni economiche e di spostamento nei confronti di Khan nonché di coloro che lavorino alle indagini della Corte su cittadini statunitensi o alleati degli Stati Uniti tra cui Israele.

Ben Samuels ha contribuito a questo articolo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Può la presidente del più importante tribunale del mondo essere una giudice con tendenze sioniste?

Muhammad Jamil

23 gennaio 2025 – Middle East Monitor

Mentre la polvere della guerra si sta posando sulla Striscia di Gaza e da domenica 19 gennaio 2025 è entrato in vigore il cessate il fuoco, si fanno sempre maggiori le speranze che commissioni d’inchiesta internazionali entrino a Gaza e documentino le catastrofiche conseguenze della guerra di sterminio durata 15 mesi. I resoconti dei mezzi di comunicazione e delle organizzazioni internazionali non riescono a cogliere le reali dimensioni della tragedia, rendendo imperativo che équipe investigative si rechino sul terreno per raccogliere prove. Queste prove giocheranno un ruolo fondamentale nella denuncia per genocidio presentata alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) e aiuteranno la Corte Penale Internazionale (CPI) nell’incriminazione di altri dirigenti militari e politici coinvolti nei crimini.

Il tempo è cruciale, in quanto il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu minaccia di riprendere i combattimenti dopo la fine della fase iniziale del cessate il fuoco. Questa urgenza necessita di un’azione rapida da parte dei tribunali internazionali per perseguire la giustizia e chiamare i responsabili a rendere conto delle proprie azioni. Tuttavia la CPI è stata lenta nella risposta, interrompendo il suo cammino, senza prendere ulteriori iniziative dopo l’approvazione mesi fa di mandati di arresto contro Netanyahu e l’ex- ministro della Difesa Yoav Gallant. Questo ritardo continua nonostante la lunga lista di persone accusate di aver commesso crimini di guerra a Gaza e in Cisgiordania.

Le lungaggini processuali e l’esitazione nel chiamare a rispondere i responsabili derivano da varie ragioni, in primo luogo dalle pressioni e minacce politiche che la corte deve affrontare. Ciò richiede che gli attori internazionali appoggino la creazione di uno specifico tribunale internazionale, simile a quelli per la Jugoslavia e il Ruanda, perché agisca concretamente libero da pressioni esterne e con più estese facoltà di affrontare l’ingente numero di crimini commessi.

La causa intentata davanti alla CIG dal Sudafrica, che accusa Israele di genocidio, è altrettanto significativa. E’ trascorso più di un anno da quando il caso è stato presentato, eppure l’iter processuale procede lentamente. Ad aggravare questo problema sono le dimissioni del giudice Nawaf Salam dalla presidenza della CIG a causa della sua nomina per la formazione del governo libanese. Ciò apre la possibilità che la sua vice, simpatizzante di Israele, assuma potenzialmente quella posizione, ritardando ulteriormente le udienze.

Le dimissioni di Salam hanno lasciato vacante la presidenza della CIG, e la giudice ugandese Julia Sebutinde ha assunto temporaneamente il suo ruolo. Sebutinde, nota per l’ incondizionato sostegno a Israele, è diventata la prima giudice africana a raggiungere questa prestigiosa posizione. Mentre l’elezione dei giudici dovrebbe basarsi su competenza e requisiti, spesso fattori politici e geografici giocano un ruolo nella loro selezione.

Durante la sua permanenza in carica Sebutinde, oltre al fatto di essere la prima donna africana in questo ruolo, non si è fatta notare per la sua imparzialità o correttezza. Proveniente da un continente scosso da colonialismo, massacri e saccheggio delle risorse, ci si aspettava che attraverso la corte garantisse giustizia per promuovere pace e sicurezza in un mondo segnato da conflitti.

Queste aspettative sono state deluse quando Sebutinde, insieme ad altri giudici, ha intralciato la causa per genocidio presentata dal Sudafrica contro Israele. Ha fatto parlare di sé per le opinioni contrarie alle sentenze della corte, compresa l’opinione consultiva approvata dalla corte sull’illegalità dell’occupazione. Il suo dissenso era basato su argomenti peculiari e senza fondamento, derivanti da convinzioni religiose e false narrazioni storiche.

Un’attenta analisi delle dettagliate opinioni di Sebutinde rivela la manipolazione dei principi delle leggi internazionali per adeguarle alla sua tendenziosità e alle sue convinzioni. Le sue conclusioni sembrano influenzate da miti simili a quelli degli estremisti sionisti religiosi, che non sono né riconosciuti dall’ordinamento della corte né sorretti dalle leggi internazionali. Ciò è particolarmente preoccupante data la gravità del caso, che riguarda la minaccia esistenziale per un gruppo nazionale sulla sua terra.

Il confronto tra la posizione di Sebutinde sulla causa per genocidio del Sud Africa contro Israele e quella sulla causa per genocidio dell’Ucraina contro la Russia rivela evidenti contraddizioni. In quest’ultima Sebutinde e gli altri giudici hanno esaminato le prove presentate e hanno applicato la legge senza prendere in considerazione le dimensioni religiose o politiche, dichiarando le azioni della Russia una mera aggressione contro uno Stato sovrano.

Le misure precauzionali emanate nel caso dell’Ucraina sostenute dalla maggioranza dei giudici, inclusa Sebutinde, hanno ordinato un cessate il fuoco. Ciò ha privato la Russia del suo presunto diritto all’autodifesa contro la diffusione di “neonazisti”, accusati di commettere massacri contro i cittadini ucraini di origine russa.

In palese contrasto, la posizione di Sebutinde sulla causa per genocidio del Sud Africa contro Israele è stata profondamente viziata. Nonostante la gravità della situazione, le misure precauzionali della corte non hanno incluso un cessate il fuoco, un grave errore che riflette l’influenza delle politiche nazionali a favore di Israele su alcuni giudici. Sebutinde ha addirittura rifiutato queste misure, ignorando le prove e le leggi umanitarie internazionali. La sua opinione dissenziente, segnata dal fatto di basarsi sulle sue convinzioni religiose e da tendenziosità politica, ha ignorato i fatti presentati nel processo.

Nella sentenza della corte del 26 gennaio 2024, che ha incluso sei misure precauzionali approvate da 15 giudici contro 2 voti contrari, Sebuninde si è opposta a tutte le disposizioni. Ciò ha incluso misure che invitavano Israele a consentire un afflusso illimitato di aiuti internazionali. Sorprendentemente persino il magistrato nominato da Israele tra i giurati, Aharon Barak, ha approvato due misure: una che obbligava Israele a impedire istigazioni al genocidio e un’altra che garantiva l’afflusso di aiuti umanitari.

La mancanza di imparzialità e la ferma convinzione di Sebuninde riguardo all’assoluto diritto di Israele ad agire a suo piacere sono risultati evidenti nel suo parere. Ha lanciato accuse non verificate contro le fazioni palestinesi relative a crimini efferati come lo stupro e l’uccisione di bambini. Al contrario le sue affermazioni sulle sofferenze di Gaza difettavano di dettagli o riferimenti specifici, smentendo come false le prove del Sudafrica e sostenendo il difetto di giurisdizione della corte in quella fase. Contrariamente all’opinione della maggioranza, ha negato che le prove dimostrassero un genocidio potenziale.

Le sue opinioni hanno danneggiato la credibilità della corte e sollevato preoccupazioni riguardo alla sua adeguatezza per un ruolo che richiede obiettività e aderenza alla giustizia.

Sebutinde si è anche opposta ad altre tre disposizioni aggiuntive (approvate con 13 voti contro 2) incluse nella sentenza della corte del 24 maggio 2024 in seguito all’attacco israeliano contro Rafah. Pare che il giudice Barak abbia imparato dalla sua posizione, in quanto era inconcepibile che lei potesse sembrare più allineata con il sionismo di lui. Barak si è unito a Sebutinde nel rifiuto di queste misure, smentendo persino le sue precedenti posizioni e opponendosi alla prima misura che ribadiva le disposizioni precauzionali indicate nella sentenza della corte a gennaio.

Nonostante fossero passati quattro mesi dalla decisione iniziale della corte, Sebutinde non ha modificato la sua posizione, benché il numero di morti fosse salito e le dimensioni delle distruzioni e della fame si fossero accentuate. Al contrario ha ignorato questa situazione, descrivendola semplicemente come una “complessa crisi umanitaria”. Invece ha ampiamente approfondito le sofferenze degli israeliani, citando dati e incidenti specifici che avevano avuto come conseguenza pochi morti e feriti. Sebutinde ha persino sottolineato il coinvolgimento di nuovi attori nel conflitto, come il movimento Houti e l’incremento delle operazioni di Hezbollah nel sud [del Libano], utilizzando quegli sviluppi per giustificare il rifiuto di misure precauzionali per porre fine all’attacco contro Rafah.

I commenti di Sebutinde su queste e sulle precedenti disposizioni rappresentano un sostegno ai massacri. Ha appoggiato la continuazione delle operazioni militari, sostenendo che la loro interruzione avrebbe danneggiato la sicurezza di “100 ostaggi nelle mani dell’organizzazione terroristica Hamas.” Tuttavia le prove, comprese le ammissioni ufficiali dell’esercito israeliano, hanno confermato che molti ostaggi sono stati uccisi durante queste operazioni.

Nel suo parere consultivo del 19 luglio 2024 ha dissentito dall’opinione maggioritaria riguardo alle “conseguenze legali delle politiche e pratiche israeliane nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme est.” Mentre la maggioranza dei giudici ha definito illegale l’occupazione ed ha chiesto che venga smantellata, Sebutinde ha sostenuto che in primo luogo la corte non avrebbe dovuto emettere l’opinione consultiva. Ha affermato che ciò avrebbe complicato il problema eludendo il contesto negoziale pattuito tra l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e Israele. Così facendo Sebutinde ha apertamente criticato i suoi colleghi giudici e rivelato le sue profonde convinzioni religiose, radicate nell’Antico Testamento, insieme a interpretazioni di testi religiosi e scoperte archeologiche di 3.000 anni fa che dimostrerebbero la presenza di una “nazione ebraica”, negando l’esistenza della Palestina.

L’opinione dissenziente di Sebutinde afferma:

“Le prove includono ritrovamenti archeologici nella Città di Davide. Scavi nella “Città di Davide” a Gerusalemme hanno scoperto strutture, fortificazioni e oggetti che datano al tempo tradizionalmente associato al regno di re Davide. Questi reperti forniscono prove dell’insediamento di una società colta impegnata in commerci, agricoltura e attività di governo. La Bibbia ebraica (il Vecchio Testamento) offre dettagliate testimonianze di storia, cultura e governo degli israeliti durante questo periodo. Mentre questi testi per loro natura sono religiosi, molti studiosi li considerano affidabili documenti storici. Queste prove archeologiche, testuali e storiche confermano l’esistenza e la continua presenza del popolo ebraico nell’antico Israele durante il periodo dal 1000 al 586 a.C.”

Immaginate un contenzioso sulla titolarità della proprietà portato davanti a un qualunque tribunale al mondo, tranne Israele. Una parte presenta un testo religioso preso da un libro sacro sostenendo che esso dimostra la proprietà risalendo a centinaia di anni fa, mentre l’altra sottopone al tribunale contratti ufficialmente documentati e un titolo di proprietà certificato rilasciato dalle competenti autorità. Quale sarebbe la reazione del giudice? Immagino che ordinerebbe che la prima venisse portata in un’istituzione psichiatrica oppure condannata per oltraggio alla corte per averle fatto perdere tempo.

Nel suo parere dissenziente Sebutinde si contraddice da sola, utilizzando simultaneamente la Dichiarazione Balfour e il piano di partizione per legittimare Israele, negando nel contempo in base agli stessi documenti i loro diritti ai palestinesi. Il suo travisamento si estende alla Cisgiordania e a Gerusalemme, che considera territori contesi invece che occupati. Ignora le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che affermano la loro condizione di territori occupati.

Le convinzioni religiose accecano Sebutinde, proprio come i coloni estremisti che manipolano la storia a favore della loro ideologia. Accusa gli arabi, dal periodo del Mandato [britannico] a oggi, per aver rifiutato qualunque soluzione proposta per condividere la terra e vivere in pace con i loro vicini ebrei. Secondo lei ogni atto di terrorismo da parte delle milizie sioniste e ogni guerra combattuta da Israele sono stati preventivi e difensivi.

Attraverso le sentenze della corte Sebutinde si aggrappa alla sua visione secondo cui il conflitto è ideologico e politico e non risolvibile all’interno del contesto giuridico. Questa posizione è rimasta tale nonostante le prove schiaccianti che sono state presentate, che dimostrano che la macchina da guerra ha sistematicamente preso di mira persone, alberi e pietre in meticolose campagne di sterminio pianificato. Decine di migliaia [di persone] sono state uccise o ferite, intere città distrutte e oltre due terzi della popolazione sfollata.

Un giudice divorato da miti e stravolgimenti religiosi non può occuparsi della giustizia tra le Nazioni. Il luogo adeguato per esprimere tali convinzioni è un tempio, un partito politico o persino un’organizzazione criminale come l’esercito israeliano, dove potrebbe partecipare attivamente a tali atrocità come soldatessa o ufficiale. Consentirle di presiedere alla più alta autorità giudiziaria incaricata di risolvere conflitti internazionali e salvaguardare la pace e la sicurezza è una caricatura della giustizia.

Fortunatamente le decisioni della corte sono prese dal voto a maggioranza, come evidenziato dall’approvazione a stragrande maggioranza delle sentenze che lasciano il suo dissenso senza un’influenza significativa. Tuttavia nei casi in cui la corte è divisa il voto decisivo del presidente diventa fondamentale. Benché questo scenario sia raro, la potenziale elezione di Sebutinde come presidentessa solleva preoccupazioni. L’aspetto allarmante di ciò, con l’autorità di Sebutinde come supervisora delle commissioni tecniche della corte, è che potrebbe giocare un ruolo nel rallentare le procedure, complicando i processi e rimandando le udienze. Dato il suo estremismo, la situazione potrebbe accentuarsi facendo trapelare discussioni o documenti riservati riguardanti il caso.

Perciò i giudici della corte non devono eleggere per una posizione così importante una collega che adotta un’ideologia estremista. C’è una chiara contraddizione tra la missione della Corte di risolvere le dispute internazionali e raggiungere pace e sicurezza e gli obiettivi dell’orientamento ideologico a cui lei appartiene, che semina caos, alimenta guerre e sparge sangue. Quindi si deve impedire che Sebutinde assuma la posizione di presidente della corte.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Mandati di arresto della CPI: i palestinesi hanno prevalso nella “guerra della legittimità”

Richard Falk

22 novembre 2024-Middle East Eye

Il valore permanente dell’emissione dei mandati di arresto è quello di aiutare la Palestina a conquistare il primato del diritto, della moralità e del dibattito pubblico

La Corte penale internazionale (CPI) ha ritardato di sei mesi l’emissione formale di mandati di arresto per i principali leader politici israeliani che hanno diretto l’assalto genocida a Gaza, sebbene abbia risposto affermativamente nel giro di pochi giorni a una richiesta analoga che riguardava le accuse di responsabilità penale del presidente russo Vladimir Putin in Ucraina

Doppi standard, certo, ma l’azione della CPI è una valida alternativa al rifiuto della raccomandazione del procuratore capo Karim Khan del 20 maggio o al ritardo indefinito della decisione se emettere o meno i mandati di arresto.

La sentenza della Sezione preliminare n.1 della CPI di emettere mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, data l’evidenza schiacciante della loro responsabilità per gravi crimini internazionali, è una grande notizia.

È un colpo contro l’impunità geopolitica e a favore della responsabilità. Se questa azione della CPI viene valutata in base alla sua capacità di influenzare il comportamento a breve termine di Israele in direzioni più in linea con il diritto internazionale e con le opinioni prevalenti nelle Nazioni Unite, nel Sud del mondo e nell’opinione pubblica mondiale, questa decisione della CPI può essere cinicamente liquidata come un gesto vuoto.

Alcuni sostengono che l’impatto tangibile dei mandati di arresto, se pur ve ne sarà alcuno, consisterà solo nel modificare leggermente i piani di viaggio futuri di Netanyahu e Gallant. La decisione obbliga i 124 stati membri della CPI a effettuare l’arresto di questi individui, qualora fossero così audaci da avventurarsi nel loro territorio. Gli Stati non membri, tra cui Stati Uniti, Russia, Cina, Israele e altri, non sono nemmeno soggetti a questo minimo obbligo.

Limitazioni

Ricordiamo che la Palestina è parte del trattato della CPI.

Quindi se Netanyahu o Gallant dovessero mettere piede nei territori palestinesi occupati di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est, l’autorità governativa di Ramallah sarebbe legalmente obbligata ad arrestarli.

Tuttavia, se osasse arrestare un leader israeliano, per quanto forti siano le prove contro di lui, ciò metterebbe alla prova il coraggio dell’Autorità Nazionale Palestinese ben oltre il suo comportamento passato. Questa valutazione dell’effetto tangibile non coglie il punto del perché questo sia uno sviluppo storicamente significativo sia per la lotta palestinese che per la credibilità della CPI.

Prima di presentare un argomento sul perché questa mossa della CPI è un passo storico sembra opportuno riconoscerne i grandi limiti.

Innanzitutto, sebbene la raccomandazione del procuratore alla Camera dei giudizi preliminari della CPI sia stata fatta a maggio (o otto mesi dopo il 7 ottobre 2023), non includeva tra i crimini attribuiti a questi due leader il genocidio, che è, ovviamente, il principale crimine dell’assalto israeliano, nonché emanazione del loro ruolo.

Inoltre, un limite notevole è il lungo ritardo della CPI tra i mandati di arresto raccomandati e la sentenza della Sezione.

Ciò è stato sostanzialmente ingiustificabile date le terribili condizioni di emergenza di devastazione, carestia e sofferenza esistenti a Gaza durante questo intervallo, aggravate dal blocco da parte di Israele dell’assistenza umanitaria fornita da Unrwa e da altre organizzazioni umanitarie e degli aiuti internazionali alla popolazione civile di Gaza che aveva un disperato bisogno di cibo, carburante, elettricità, acqua potabile, forniture mediche e operatori sanitari.

La decisione della CPI è ulteriormente soggetta a contestazione giurisdizionale una volta che l’ordine di arresto è stato finalizzato. L’accettazione del provvedimento del 20 novembre è, in senso formale, provvisoria, poiché l’obiezione di Israele all’autorità giurisdizionale della CPI è stata fatta prematuramente, ma può essere fatta senza pregiudizio in futuro ora che la CPI ha agito.

Anche nell’improbabile caso in cui potessero essere effettuati arresti è dubbio che la detenzione potrebbe essere mantenuta, data la legislazione del Congresso degli Stati Uniti che autorizza l’uso della forza per “liberare” dalla prigionia della CPI cittadini statunitensi o alleati accusati.

Ci sono già state minacce da parte di alcuni membri del Senato e della Camera degli Stati Uniti che verranno emanate sanzioni contro Khan e i membri della Camera preliminare della CPI. Tali iniziative, se promulgate, indeboliranno ulteriormente la reputazione degli Stati Uniti come sostenitori dello stato di diritto negli affari internazionali

Significato duraturo

Nonostante queste formidabili limitazioni, questa invocazione dell’autorità procedurale della CPI è di per sé un triste promemoria per il mondo riguardo al fatto che la responsabilità per [perseguire, n.d.t] i crimini internazionali dovrebbe spettare a tutti i governi. Le prove sono state valutate da esperti oggettivi e professionalmente qualificati sotto gli auspici di un’istituzione internazionale che è autorizzata da un trattato ampiamente ratificato a determinare l’appropriatezza legale di prendere una decisione così controversa.

Le decisioni ufficiali della CPI vengono emesse senza essere soggette a un diritto di veto che ha paralizzato il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite durante questo periodo di violenza a Gaza. Ciò non significa che seguirà l’attuazione o che l’azione penale andrà avanti, e tanto meno che le future conclusioni di colpevolezza saranno rispettate nell’improbabile eventualità che si verifichino, come ha scoperto, con suo sconcerto, la più anziana Corte internazionale di giustizia [organismo dell’ONU che giudica gli Stati, n.d.t.] sin dalla sua fondazione nel 1945.

Tuttavia, sia la CPI che la Corte internazionale di giustizia sono formalmente libere dal “primato della geopolitica” che così spesso prevale sulla rilevanza del diritto internazionale o della Carta delle Nazioni Unite in altre sedi non giudiziarie.

Un risultato come quello raggiunto dalla CPI in merito ai mandati di arresto è un’applicazione diretta e autorevole del diritto internazionale e, in tal senso, non produce controargomentazioni ma reazioni grossolane. Netanyahu definisce la sentenza della CPI “assurda” e una manifestazione di “antisemitismo”. Questo tipo di intemperanza verbale israeliana è simile a quanto affermato in passato contro l’ONU stessa e le sue attività.

Il significato duraturo dell’emissione dei mandati di arresto è quello di aiutare la Palestina a vincere la “guerra di legittimità” condotta per collocarsi sul terreno più elevato del diritto, della moralità e del discorso pubblico.

I seguaci della scuola “realista” che continuano a dominare le élite di politica estera negli Stati importanti liquidano il diritto internazionale e le considerazioni normative in materia di sicurezza globale e di contesti geopoliticamente infiammati come una distrazione fuorviante per situazioni che [ritengono, ndt.] sono meglio guidate e, in ogni caso, saranno determinate dai rapporti di forza militari.

Un simile modo di pensare trascura l’esperienza di tutte le guerre anticoloniali del secolo precedente vinte militarmente dalla parte più debole. Gli Stati Uniti avrebbero dovuto imparare questa lezione nella guerra del Vietnam dove hanno dominato i campi di battaglia aerei, marittimi e terrestri e tuttavia hanno perso la guerra.

La parte più debole ha prevalso militarmente, ovvero ha prevalso nella guerra per la legittimità che il più delle volte ha controllato gli esiti politici sin dal dal 1945 nei conflitti interni di identità nazionale. Questi esiti riflettono il declino dell’agenzia storica del militarismo anche di fronte a molte innovazioni tecnologiche, apparentemente rivoluzionarie, nella guerra.

Per questa ragione, ma indipendentemente da questa linea di analisi, sempre più osservatori attenti sono giunti alla sorprendente conclusione che Israele ha già perso la guerra e, nel farlo, ha messo a repentaglio la sua futura sicurezza e prosperità, e forse anche la sua esistenza.

Alla fine la resistenza palestinese potrebbe ottenere la vittoria nonostante il prezzo indicibile imposto da un così orribile assalto genocida.

Se questo risultato si avverasse, uno dei fattori internazionali a cui si darebbe attenzione è la decisione della CPI di emettere mandati di arresto contro Netanyahu e Gallant, per quanto futile possa sembrare oggi tale azione.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il mandato di arresto della CPI contro Netanyahu: cosa ci si può aspettare dopo

Sondos Asem

21 novembre 2024 – Middle East Eye

Tutti gli Stati membri ora hanno l’obbligo di arrestare il primo ministro israeliano se dovesse arrivare sul loro territorio

I mandati di arresto della Corte Penale Internazionale contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ex-ministro della Difesa Yoav Gallant hanno un importante peso giudiziario e politico.

Hanno immediate conseguenze relative agli obblighi legali degli Stati che fanno parte dello Statuto di Roma, il trattato che ha dato vita alla Corte.

Tutti i 124 Stati membri dello Statuto di Roma ora hanno l’obbligo di arrestare Netanyahu e Gallant, così come il capo militare di Hamas Mohammed Deif, anch’egli destinatario di un mandato nonostante Israele sostenga che è stato ucciso a Gaza.

Un processo non può iniziare in assenza [degli imputati] e gli Stati membri devono consegnare l’accusato alla Corte dell’Aia.

Ma la Corte non ha poteri esecutivi. Si basa sulla collaborazione degli Stati membri perché arrestino e consegnino i sospettati.

È un passo incredibilmente importante nella lotta contro l’impunità,” dice a MEE Giulia Pinzauti, docente di diritto internazionale all’Università di Leida. “Gli Stati membri hanno l’obbligo di collaborare con la Corte e dovrebbero farlo. È un momento fondamentale per la cooperazione con la Corte.”

I firmatari dello statuto includono tutti gli Stati membri dell’UE, così come la Gran Bretagna, in Medio Oriente la Giordania, la Tunisia e la Palestina.

Tuttavia altri Stati, in particolare USA, Cina, India e Russia, non sono firmatari. La maggior parte degli Stati del Medio Oriente e del Nord Africa, tra cui Turchia e Arabia Saudita, non riconoscono la CPI.

Giovedì, in seguito all’annuncio della Prima Camera preliminare, vari Stati che aderiscono allo Statuto, tra cui Olanda, Francia, Giordania, Belgio e Irlanda, hanno annunciato la loro intenzione di applicare la decisione della Corte. Contattato da MEE per un commento, il governo britannico ha rifiutato di dire se applicherà il mandato di arresto.

È probabile che Netanyahu e Gallant, che non è più ministro della Difesa, ridurranno i loro viaggi, come ha fatto il presidente russo Vladimir Putin in seguito al mandato di arresto della CPI contro di lui.

Anche un futuro governo israeliano potrebbe scegliere di consegnarli all’Aia.

Oltretutto Stati che non sono membri dello Statuto di Roma potrebbero scegliere di consegnare all’Aia i sospettati, vietare loro di entrare nel proprio territorio o perseguirli in base al proprio ordinamento giuridico.

Triestino Marinello, avvocato di diritto internazionale per la tutela dei diritti umani che rappresenta le vittime palestinesi presso la CPI, afferma che è improbabile che Netanyahu venga estradato da Israele finché è primo ministro. “Ma ciò avrà un notevole impatto sulla sua capacità di agire come primo ministro, perché non potrà viaggiare in 124 Stati, che hanno l’obbligo legale, non la discrezionalità politica, di arrestarlo ed estradarlo,” dice Marinello a Middle East Eye.

Secondo Marinello, che definisce “storici” i mandati di arresto, avrà un impatto che va oltre quelli relativi a Netanyahu e Gallant.

I mandati potrebbero avviare cause nazionali contro altri cittadini di Israele, soprattutto con doppia nazionalità in Paesi europei, perché la Corte ha stabilito che sono stati commessi crimini. “Chiunque sia coinvolto nella commissione dei crimini deve essere portato in giudizio a livello locale ma anche internazionale,” afferma Marinello.

Benché la CPI abbia giurisdizione sul crimine di genocidio, le accuse contro i dirigenti israeliani escludono questo reato, che attualmente viene esaminato dalla Corte Internazionale di Giustizia in una causa presentata a dicembre dal Sud Africa contro Israele.

Tuttavia il procuratore ha preventivamente riconosciuto che attualmente altri crimini e la campagna di bombardamenti israeliani in corso sono attivamente indagati dalla CPI.

Le due Corti con sede all’Aia hanno competenze diverse.

La CIG, il principale organo giudicante dell’ONU, si occupa di controversie legali tra Stati e fornisce pareri consultivi presentati da organizzazioni dell’ONU e agenzie collegate.

Invece la CPI persegue singoli individui per quattro crimini internazionali: genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini di aggressione.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Cosa significa il licenziamento di Yoav Gallant da parte di Netanyahu per Gaza, la guerra regionale di Israele e le relazioni tra Stati Uniti e Israele

Mitchell Plitnick  

5 novembre 2024  Mondoweiss

Il licenziamento del ministro della Difesa Yoav Gallant da parte di Benjamin Netanyahu ha rimosso anche l’ultimo minimo freno all’espansione della guerra regionale di Israele contro l’Iran e l’asse della resistenza. La pressione internazionale per fermare Israele è ora più che mai necessaria.

In una mossa che stava preparando da molti mesi il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha licenziato il suo ministro della Difesa Yoav Gallant. Sarà sostituito come ministro della Difesa dal ministro degli Esteri Yisrael Katz, che a sua volta sarà sostituito come ministro degli Esteri da Gideon Sa’ar. Sebbene Gallant fosse sulla “lista nera” di Netanyahu da molto tempo, il primo ministro è stato riluttante a sostituire il ministro della Difesa mentre Israele è impegnato in così tante importanti operazioni militari. Quindi, perché l’ha fatto solo ora?

Considerazioni di politica interna

La decisione di Netanyahu non ha nulla a che fare con preoccupazioni militari, ma con la politica interna. La coalizione è attualmente scossa dalle polemiche su un disegno di legge fortemente sostenuto dal partito United Torah Judaism [partito degli ultraortodossi, ndt.] che consentirebbe agli uomini ultra-ortodossi (noti come haredi) che si rifiutano di prestare servizio nell’esercito israeliano di continuare a ricevere i sussidi per i figli. Lo scopo di fondo del disegno di legge è aggirare le nuove leggi che richiedono che gli haredi, da tempo esentati dal servizio militare obbligatorio, prestino servizio come gli altri cittadini.

Gallant non è l’unico membro della coalizione di governo a opporsi pubblicamente a questo disegno di legge, ma è quello di più alto profilo. Bisogna certo ricordare che Gallant è uno dei pochi nella cerchia ristretta a non essere un lacché di Netanyahu. Si è già opposto pubblicamente a Netanyahu in precedenza, ma questa volta, come verrà discusso qui di seguito, Netanyahu vuole assolutamente sostituire Gallant prima che si insedi la prossima amministrazione statunitense.

Yisrael Katz, da parte sua, è decisamente l’uomo per Netanyahu, tuttavia non ha una significativa esperienza militare, e questo sarà un problema per Israele. Non è nell’esercito da oltre 45 anni e non ha mai nemmeno prestato servizio civile nel ministero della Difesa. Katz è stato nominato alla luce del sole in modo che Netanyahu abbia effettivamente il pieno controllo del ministero della Difesa, mentre il licenziamento di Gallant è stato una punizione e un chiaro avvertimento a chiunque nella coalizione di governo voglia prendere in considerazione di andare contro il primo ministro in merito ad una legge cruciale.

Problemi di sicurezza

Gallant vede il genocidio a Gaza, così come le operazioni in Libano, Siria, Yemen e Iran, come operazioni di sicurezza. Pur sapendo che avrebbe dovuto dar conto dei massicci fallimenti israeliani il 7 ottobre, non ha messo le sue preoccupazioni personali al primo posto come Netanyahu. Per Gallant, il genocidio è stata la risposta appropriata al 7 ottobre. È stato lui, ricordiamo, a fare quello sfrontato annuncio sul bloccare del tutto a Gaza il cibo, l’acqua, l’elettricità, le medicine e tutti i beni per il sostentamento vitale a coloro che ha chiamato “animali umani”.

Ma è stato sempre lui a voler porre fine alle operazioni quando ha ritenuto che Hamas fosse stata effettivamente neutralizzata. Di nuovo, non era la preoccupazione per la vita di qualche palestinese, ma perché lo riteneva la cosa migliore per Israele.

È molto meno probabile che Katz metta in discussione le decisioni di Netanyahu, e anche i prossimi cambiamenti nella leadership militare di Israele hanno avuto un ruolo in questa decisione e nella sua tempistica.

Si dice che il capo di stato maggiore Herzi Halevi, il comandante militare al vertice di Israele, si dimetterà forse già il mese prossimo. Netanyahu vorrà probabilmente sostituirlo con un certo Eyal Zamir che è stato vicino a Netanyahu per molti anni, anche nel ruolo di suo segretario militare. Zamir è attualmente il vice capo di Stato Maggiore, quindi è in buona posizione.

Un ostacolo per Netanyahu è che quando Gideon Sa’ar ha accettato di entrare nel suo governo uno dei benefici che Netanyahu gli ha concesso è stato il potere di veto sul prossimo Capo di Stato maggiore. Questo ha sicuramente giocato un ruolo chiave nella nomina a ministro degli Esteri di Sa’ar, che è uscito dal Likud per formare il suo partito dopo anni di sfide a Netanyahu. Sa’ar è stato anche estraneo alla maggior parte delle decisioni prese in merito al genocidio a Gaza, il che lo aiuterà come ministro degli Esteri tenendolo lontano dal mirino della Corte Penale Internazionale e dal potenziale rischio nel viaggiare all’estero per via dei mandati di arresto della CPI, qualora dovessero mai essere emessi.

Cosa significa nella regione

Con Gallant fuori dal gioco e Netanyahu circondato da suoi uomini l’imperativo per una maggiore pressione internazionale è ancora più intenso. Gallant, che non ha problemi a massacrare decine di migliaia di palestinesi innocenti, vedeva ancora le cose attraverso la lente della sicurezza, sebbene feroce e brutale. Netanyahu ha altre preoccupazioni. Vuole prolungare i combattimenti per continuare a ritardare il suo processo per corruzione, ma sta anche andando avanti con il suo cosiddetto “colpo di stato giudiziario”, un tentativo a cui Gallant si è opposto, ciò che è una ragione in più per evitare qualsiasi diminuzione della violenza. Nella loro prospettiva i partner della coalizione di destra vogliono vedere Israele muoversi verso una vittoria militare regionale, sconfiggere alla fine l’Iran e stabilire Israele come indiscusso egemone regionale.

Abbiamo già visto Israele adottare misure per far procedere il genocidio a Gaza, per aumentare esponenzialmente la violenza in Cisgiordania, per devastare il Libano e per cercare di stabilire un predominio sull’Iran. Gallant stava sollevando questioni di strategia a lungo termine, che davano qualche speranza di una anche minima moderazione. Ora non ci sarà più alcuna voce del genere. Ciò potrebbe significare non necessariamente un’escalation, ma rende meno probabile una de-escalation. Netanyahu vede il tempo dalla sua parte e si sente più minacciato dalla fine dei combattimenti, anche se dovessero concludersi con quella che la maggior parte degli israeliani chiamerebbe vittoria a Gaza e in Libano, che dalla loro continuazione. Uomini come Katz e Zamir non lo convinceranno a cambiare idea, quindi fino a quando riuscirà a tenersi Sa’ar Netanyahu avrà rimosso con successo quel “rinnegato” di Gallant e dovrà confrontarsi con ancor meno moderazione di prima, per quanto sia difficile da immaginare.

Cosa significa a Washington

Yoav Gallant era il principale punto di comunicazione tra l’amministrazione di Joe Biden e il governo Netanyahu. Era benvoluto a Washington e ha coltivato quel rapporto al punto che gli americani a volte si rivolgevano a lui per fare pressione su Netanyahu o semplicemente per infastidirlo. Il suo rapporto con il Segretario della Difesa Lloyd Austin era particolarmente forte. Ora è tutto finito e per il resto del loro mandato i funzionari di Biden probabilmente avranno a che fare con qualcuno molto più vicino a Netanyahu. Ron Dermer, che è tanto repubblicano quanto braccio destro di Netanyahu, probabilmente assumerà il ruolo di mediatore tra i governi americano e israeliano.

Ciò potrebbe creare qualche tensione pubblica, relativamente parlando, anche se nulla di tutto ciò si tradurrà in cambiamenti politici. Tuttavia, senza Gallant, il rapporto tra i due governi sarà un po’ più gelido.

In ogni caso la decisione di Netanyahu di licenziare Gallant è stata sicuramente presa pensando a Washington. Washington era ben lungi dall’essere il fattore principale, ma era un fattore.

Con Gallant fuori gioco Netanyahu sarà ancora meno preoccupato per le deboli parole di simpatia di Biden o per le sprezzanti risate del portavoce del Dipartimento di Stato Matthew Miller al fallimento di Israele nel rispettare la legge americana sull’autorizzazione degli aiuti umanitari a Gaza. Ma, cosa più importante, Netanyahu parla alla prossima amministrazione, chiunque vinca oggi le elezioni.

Se dovesse vincere Donald Trump, questo è esattamente il tipo di governo con cui si sentirebbe più a suo agio. Può coltivare il suo rapporto personale con Netanyahu, trattare direttamente con lui e preoccuparsi poco degli altri soggetti. Ciò aiuterà anche Netanyahu che potrà adulare, placare o confondere Trump qualora Trump decidesse che sarebbe meglio se Israele facesse marcia indietro nella sua aggressione. La squadra di Netanyahu sarà unita nel convincere Trump che sarebbe una cattiva idea.

Se dovesse vincere Harris, troverà un governo israeliano ancora più impenetrabile di quello con cui ha avuto a che fare Biden, in cui non troverebbe nessuno come alleato nell’affrontare le questioni da un punto di vista militare o di sicurezza piuttosto che politico. Questo è soprattutto ciò che Biden aveva da Gallant, e che Harris non avrebbe.

Netanyahu capirebbe sicuramente che la pressione su Harris non farebbe che aumentare il freno per Israele e, sebbene Harris non abbia dato alcuna indicazione che si allontanerebbe anche solo un po’ dalla politica di Biden, Netanyahu è anche pienamente consapevole che non avrebbe l’entusiastica affezione a quelle politiche che aveva Biden. Di conseguenza creare una cerchia ristretta dove non c’è un “adulto nella stanza” con cui parlare (tranne forse Sa’ar, ma l’influenza di un ministro degli Esteri in questo senso è molto inferiore a quella di un ministro della Difesa) gli fornisce un ulteriore strato di isolamento contro qualsiasi minima pressione che potrebbe essere esercitata.

L’unica speranza che emerge da tutto questo torna a dove tutto è iniziato. United Torah Judaism, il partito haredi, insiste affinché la legge sui sussidi per i figli vada avanti, anche se Netanyahu l’ha tolta dall’agenda della Knesset perché non ha i voti per approvarla. Ironicamente anche Gideon Sa’ar e il suo partito New Hope si oppongono a questa legge, anche se potrebbe essere che come parte della sua nomina a ministro degli Esteri ci sia un accordo per cambiare la cosa.

Il partito ultraortodosso detiene sette seggi alla Knesset. Se questa legge non passa si rifiuterà di votare qualsiasi altra legge, il che minaccia l’intera coalizione di governo. Senza di loro la maggioranza di Netanyahu ammonta a un solo seggio, il che apre la porta a Sa’ar o a un altro leader, anche dall’interno del Likud, per balzar su e far cadere questo governo.

Ma negli ultimi quindici anni Netanyahu ha regolarmente trovato modi per risolvere problemi come questo. E con questa mossa si è probabilmente ulteriormente protetto da qualsiasi possibilità di pressione americana volta a frenare la sua aggressione a Gaza, in Libano e altrove.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La distruzione del patrimonio culturale a Gaza mira a cancellare – e sostituire – la storia della Palestina

Pilar Montero Vilar

9 ottobre 2024 – The Conversation

Nel 2016 il fotografo inglese James Morris ha dato alle stampe Time and Remains of Palestine (Il tempo e le rovine della Palestina). Le immagini riprodotte in questo libro testimoniano dell’assenza di monumenti architettonici e degli invisibili momenti di storia sepolti tra le macerie e la desolazione della Palestina.

Crocevia tra l’Asia e l’Africa, la Palestina è sempre stata un’area di grande importanza strategica e nel corso della storia è stata abitata da diverse civiltà. Questo vuoto pertanto non si spiega se non con una falsa storia, che origina direttamente dal movimento dei coloni israeliani, il quale cerca di distruggere le tracce materiali di altre culture perché rimandano a un passato molto più complesso di quanto essi vorrebbero ammettere.

Questa complessità è stata minuziosamente dimostrata in un rapporto di Forensic Architecture su un sito archeologico noto come il porto di Anthedon, antico porto marittimo di Gaza, abitato per la prima volta tra il 1100 e l’800 a.C. [agenzia di ricerca multidisciplinare fondata nel 2010 dall’architetto e ricercatore di origine israeliana Eyal Weizman, , fa parte del Comitato Consultivo Tecnologico della Corte Penale Internazionale, ndt]

Ottobre 2023: il costo umano ha la precedenza su quello culturale

Il 7 ottobre 2023, il giorno dopo il 50esimo anniversario della guerra dello Yom Kippur, gli israeliani celebravano la festività di Simchat Torah (Gioia della Torah). Nel frattempo, il muro costruito da Israele all’interno della Striscia di Gaza veniva superato da più di 1200 membri di Hamas in un attacco a sorpresa. Hanno rapito più di 200 persone e lasciato dietro di sé almeno 1.200 morti e quasi 3500 feriti.

Israele ha prontamente dichiarato lo stato di guerra per la prima volta dal 1973. Il conflitto, che ha da poco superato l’anno di durata, è diventato una catastrofe umanitaria di proporzioni inaudite per 2,3 milioni di palestinesi. I numeri sono sconcertanti: più di 41.000 morti, di cui più di 14.000 bambini, quasi 100.000 feriti e più di due milioni di sfollati.

Un mese dopo lo scoppio della guerra, in occasione della sua 42esima Conferenza Generale, l’UNESCO ha dichiarato che “l’attuale distruzione e annientamento della cultura e del patrimonio a Gaza sono ancora da quantificare, poiché tutti gli sforzi al momento sono concentrati sul salvataggio di vite umane”.

Monitorare il disastro

Le proporzioni della catastrofe umanitaria di Gaza hanno fatto sì che la distruzione su vasta scala di elementi significativi della storia e dell’identità palestinesi potesse passare facilmente in secondo piano. Tuttavia, nell’aprile 2024 il Servizio d’Azione Mine delle Nazioni Unite [agenzia per l’eliminazione delle minacce di mine ed esplosivi, n.d.t.] ha stimato che “a Gaza ogni metro quadrato interessato dal conflitto contiene circa 200 Kg di macerie”.

I beni culturali sono stati un obbiettivo dell’offensiva israeliana sin dall’inizio del conflitto e già a novembre la devastazione delle città settentrionali della Striscia superava di gran lunga quella causata dal famigerato bombardamento di Dresda nel 1945. Non possiamo dimenticare che la Striscia di Gaza è soltanto una ristretta area costiera che misura all’incirca 365 km², ricca di siti storici e archeologici, che la comunità internazionale ha riconosciuto come territorio occupato dal 1967.

Nell’ultimo secolo la ricerca ha individuato a Gaza almeno 130 siti che, in qualità di occupante, Israele è tenuto dalla legge internazionale a proteggere, insieme al resto del patrimonio naturale e culturale della zona. Questi obblighi sono sanciti dalle seguenti convenzioni: Convenzione sulla prevenzione e punizione del crimine di genocidio (1948); Convezioni di Ginevra (1949) e loro allegati; Convenzione dell’Aja per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato (1954).

Fino al 17 settembre 2024, l’UNESCO ha accertato il danneggiamento di 69 siti: 10 luoghi di culto, 43 edifici di interesse storico e artistico, due depositi di beni culturali mobili, sei monumenti, un museo e sette siti archeologici. Altri documenti riportano un numero molto più alto di siti interessati. Queste valutazioni sono effettuate in condizioni molto difficili, sotto un bombardamento costante, grazie a testimonianze e studi sul campo e sono corroborate da immagini satellitari.

Un esempio particolarmente eclatante di un sito ridotto in macerie è la Grande Moschea di Gaza, considerata da molti la più antica moschea del territorio oltre che simbolo di resilienza. Anche la Chiesa di San Porfirio – la più antica chiesa cristiana a Gaza, costruita dai crociati nel 1150 – è stata colpita dagli attacchi aerei israeliani.

Anche se Israele non aderisce all’UNESCO – che ha lasciato nel 2018, dopo che gli Stati Uniti sotto la guida di Trump hanno fatto lo stesso – esso è tuttavia vincolato a preservare il patrimonio culturale dalla Convenzione dell’Aja. L’articolo 4 della Convenzione stabilisce che: “Le Alte Parti Contraenti s’impegnano a rispettare i beni culturali, situati sia sul loro proprio territorio, che su quello delle Alte Parti Contraenti, astenendosi dall’utilizzazione di tali beni e delle loro immediate adiacenze, o dei loro dispositivi di protezione, per scopi che potrebbero esporli a distruzione o a danneggiamento in casi di conflitto armato, ed astenendosi da ogni atto di ostilità a loro riguardo.”

La Convenzione dell’Aja ha compiuto settant’anni nel 2024, ma i siti patrimonio culturale UNESCO sono ancora drammaticamente sottoprotetti dai conflitti armati in tutto il mondo.

Genocidio umanitario e culturale

La distruzione del patrimonio culturale di Gaza è legata alla crisi umanitaria in corso. Questo legame è riconosciuto dalla Corte Penale Internazionale, la quale sancisce: “I crimini contro il patrimonio culturale o che lo interessano toccano spesso la nozione stessa di essere umano, talvolta erodendo intere porzioni di storia, ingegno e creazione artistica dell’umanità”.

Molti resoconti e articoli indipendenti hanno cominciato a distinguere specifici aspetti della distruzione a Gaza e a parlare non solo di genocidio, ma anche di genocidio culturale, urbicidio, ecocidio, domicidio e scolasticidio.

Il 29 dicembre 2023 la Repubblica del Sudafrica ha adito la Corte Internazionale di Giustizia, accusando Israele di aver violato la Convenzione sul Genocidio del 1948 nei confronti dei palestinesi di Gaza.

Tra le prove a sostegno della tesi del Sudafrica, Israele è accusato di attaccare infrastrutture al fine di provocare la distruzione fisica del popolo palestinese, attacchi che hanno lasciato in rovine almeno 318 luoghi di culto cristiani e musulmani insieme a numerosi archivi, biblioteche, musei, università e siti archeologici. Tutto ciò si aggiunge alla distruzione del popolo stesso che ha creato il patrimonio palestinese.

Gaza: un unico grande obbiettivo militare

Nel suo rapporto pubblicato il primo luglio 2024, Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi, sottolinea come Israele abbia trasformato Gaza nella sua totalità in un “obbiettivo militare”. L’esercito israeliano attribuisce arbitrariamente a moschee, scuole, strutture delle Nazioni Unite, università e ospedali un legame con Hamas, giustificando così la loro distruzione indiscriminata. Dichiarando questi edifici obiettivi legittimi, si sbarazza di ogni distinzione tra obbiettivi civili e militari.

Anche se gli attacchi di Israele contro il patrimonio culturale della Palestina non sono un fenomeno nuovo, l’attuale livello di distruzione nei centri urbani di Gaza è inaudito.

Secondo Albanese, Israele sta cercando di mascherare le proprie intenzioni facendo uso della terminologia della legge umanitaria internazionale. Esso giustifica in tal modo l’uso letale della violenza contro qualsiasi civile palestinese, perseguendo al contempo politiche finalizzate alla distruzione generalizzata del patrimonio e dell’identità culturali palestinesi.

Il suo rapporto conclude inequivocabilmente che le azioni del regime israeliano sono mosse da una logica genocida, una logica che è parte integrante del suo progetto di colonizzazione. Il suo scopo ultimo è di espellere il popolo palestinese dalla sua terra e di spazzare via ogni traccia della sua cultura e della sua storia.

Pilar Montero Vilar,Professoressa ordinaria, principale ricercatrice dell’Osservatorio di Emergenze nel Patrimonio Culturale (www.oepac.es) dell’università Complutense di Madrid

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Con una storica inversione di tendenza la principale associazione di accademici statunitensi approva il boicottaggio di Israele

Redazione di MEMO

13 agosto 2024 – Middle East Monitor

Sull’onda della sentenza dello scorso mese della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) che ha accusato Israele di praticare l’apartheid, con una radicale inversione di tendenza l’associazione americana dei professori universitari (AAUP) ha ribaltato la sua tradizionale opposizione ai boicottaggi academici. La decisione della CIG, insieme alla sua indagine in corso sulle accuse di genocidio da parte di Israele a Gaza e la possibilità per i leader israeliani di dover fronteggiare mandati d’arresto da parte della Corte Penale Internazionale (CPI), sembra aver sollecitato l’AAUP a rivedere la sua posizione di lungo corso sui boicottaggi academici.

L’AAUP, un sindacato impegnato a salvaguardare la libertà accademica con 500 sedi in campus sparsi in tutti gli Stati Uniti, ha approvato una nuova dichiarazione che segna un allontanamento dalla precedente posizione articolata nel suo rapporto del 2006 “Sui boicottaggi accademici”. Dalla sua fondazione nel 1915, l’AAUP ha aiutato a modellare la formazione superiore americana sviluppando standard e procedure per mantenere la qualità della formazione e della libertà accademica nelle scuole superiori e nelle università americane. La nuova politica dell’AAUP riconosce che in determinate circostanze i boicottaggi accademici possano essere legittime risposte. Nella dichiarazione si afferma che “i boicottaggi accademici non sono di per sé violazioni della libertà accademica; piuttosto possono essere considerati legittime risposte tattiche a condizioni che sono fondamentalmente incompatibili con la missione dell’istruzione superiore.”

Fondamentalmente l’AAUP ora ritiene che “singoli membri delle facoltà e studenti dovrebbero essere liberi di soppesare, valutare e dibattere sulle specifiche circostanze che diano luogo a richieste di boicottaggi accademici sistematici e di fare le proprie scelte relative alla partecipazione ad essi.” L’organizzazione ritiene che agire diversamente contravverrebbe alla libertà accademica.

La dichiarazione è attenta a delineare i confini delle pratiche accettabili di boicottaggio. Afferma esplicitamente che i boicottaggi academici non dovrebbero includere delle verifiche di carattere politico o religioso né dovrebbero prendere di mira singoli accademici impegnati in pratiche universitarie ordinarie. Invece i boicottaggi dovrebbero “indirizzarsi solo contro istituzioni di istruzione superiore che violano la libertà accademica e i diritti fondamentali su cui tale libertà si fonda.

Mentre la dichiarazione dell’AAUP non cita specificatamente Israele, la tempistica di questo cambiamento di politica, che avviene dopo la sentenza della CIG e in mezzo a molteplici indagini sulla campagna militare israeliana a Gaza che ha ucciso circa 40.000 palestinesi, principalmente donne e minori, suggerisce fortemente che la situazione nell’enclave assediata abbia giocato un ruolo fondamentale nel provocare questa revisione. Questo cambiamento di politica da parte dell’AAUP si avvicina maggiormente alle azioni effettuate da altre associazioni accademiche negli ultimi anni. Per esempio una decina di anni fa l’American Studies Association [Associazione per gli Studi Americani] ha approvato misure per boicottare le università israeliane e l’American Anthropological Association [Associazione Antropologica Americana] lo scorso anno ha fatto altrettanto.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Secondo un’organizzazione non governativa Israele ha allestito strutture adibite alla tortura dei palestinesi

Redazione di Al Jazeera

6 Agosto 2024 – Al Jazeera

Secondo un rapporto dell’ONG israeliana B’Tselem le testimonianze di 55 ex detenuti palestinesi rivelano che più di una dozzina di campi di prigionia israeliani allestiti dopo il 7 ottobre sono dedicati a violenze nei confronti delle persone in custodia

L’organizzazione non governativa israeliana che si occupa di diritti umani B’Tselem ha raccolto le testimonianze di 55 palestinesi, di cui 21 provenienti dalla Striscia di Gaza, che sono stati trattenuti in prigioni israeliane, che raccontano in dettaglio le torture cui sono stati sottoposti.

Il rapporto di B’Tselem, intitolato “Benvenuti all’inferno”, ha rivelato martedì [6 agosto n.d.t.] che dall’inizio dell’attacco israeliano contro Gaza più di una dozzina di strutture carcerarie israeliane sono state convertite in una rete di campi “dedicati alle violenze nei confronti dei detenuti”.

“Tali spazi, in cui ogni detenuto è deliberatamente condannato a subire sofferenze gravi e incessanti, operano di fatto come campi di tortura,” vi si legge.

Le violazioni includono “frequenti atti di violenza grave e arbitraria, aggressioni sessuali, umiliazioni e degrado, fame deliberata, condizioni igieniche forzate, privazione del sonno, divieti e misure punitive contro le pratiche religiose, confisca di tutti gli effetti personali e collettivi e negazione di cure mediche adeguate”.

B’Tselem ha riferito che dal 7 ottobre almeno 60 palestinesi sono morti sotto custodia israeliana, di cui circa 48 provenienti da Gaza.

Secondo il rapporto le testimonianze dei detenuti dimostrano “una politica istituzionale sistematica basata su maltrattamenti e torture costanti di tutti i prigionieri palestinesi”.

Questa politica, si legge, è applicata sotto la direzione del Ministro per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, con il pieno sostegno del Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

“Data la gravità degli atti, l’entità delle violazioni della legge internazionale e il fatto che tali violazioni prendono di mira quotidianamente e per un prolungato periodo di tempo l’intera popolazione carceraria palestinese, l’unica possibile conclusione è che nel compiere questi atti Israele sta commettendo torture che equivalgono a un crimine di guerra e persino a un crimine contro l’umanità”, afferma il rapporto in conclusione.

Richiesta di indagine da parte della Corte Penale Internazionale

Il rapporto fa appello alla Corte Penale Internazionale affinché indaghi “i singoli individui sospettati di organizzare, dirigere e commettere questi crimini”, argomentando che tali indagini non sono state possibili in Israele “poiché tutti i sistemi statali, incluso quello giudiziario, sono stati mobilitati a sostegno di questi campi di tortura”.

B’Tselem ha anche osservato che dall’inizio della guerra contro Gaza il numero di palestinesi detenuti nelle carceri israeliane è raddoppiato, raggiungendo i 9.623.

“Ci appelliamo a tutte le nazioni e a tutte le istituzioni e gli organismi internazionali affinché facciano tutto ciò che è in loro potere per mettere immediatamente fine alle crudeltà inflitte ai palestinesi dal sistema carcerario israeliano, e affinché riconosca il regime israeliano che gestisce tale sistema come un regime di apartheid che deve finire”, conclude l’organizzazione.

Da parte delle autorità israeliane non c’è stata alcuna reazione immediata al rapporto.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




La punta dell’iceberg: Israele non può continuare a insabbiare gli orribili abusi dei suoi soldati sui palestinesi

Hagai El-Ad

6 agosto 2024, Haaretz

Non è facile commettere crimini e farla franca. Richiede competenza legale e un certo grado di raffinatezza, soprattutto quando ci si deve confrontare contemporaneamente con l’opinione pubblica sia locale che internazionale.

E no, non sto parlando dei riservisti sospettati di aver violentato un detenuto palestinese alla base militare di Sde Teiman. Sto parlando dello Stato di Israele e dei suoi sofisticati meccanismi di occultamento. Questi meccanismi hanno servito fedelmente il sistema israeliano per generazioni. Ma sembra che abbiano finalmente raggiunto la loro data di scadenza e ora stiano crollando sotto il peso delle contraddizioni interne che erano in precedenza riusciti a controllare.

 Per decenni il sistema israeliano ha perfezionato la sua capacità di usare una brutale violenza contro i palestinesi senza doverne pagare alcun prezzo. É una questione grave. Dopotutto è impossibile opprimere milioni di persone per decenni senza una violenza di livello spaventoso. Ma è anche impossibile continuare a processare coloro che usano tale violenza, perché chi accetterebbe di governare con la forza se in seguito verrà denunciato come criminale?

Quindi cosa si fa? Si mette in atto un tipico bluff israeliano, raffinato.

Il bluff è il sistema operativo che fino ad ora ha funzionato benissimo. Si riceve una quantità di denunce da chiunque si prenda la briga di lamentarsi. Palestinesi, organizzazioni per i diritti umani, agenzie delle Nazioni Unite: per favore, lamentatevi e basta. Si generano scartoffie, ma nulla viene seriamente indagato.

Ogni incidente viene trattato come se fosse al massimo una violazione da parte dei ranghi inferiori. La politica e i ranghi superiori non vengono mai indagati. E l’intero processo procede molto lentamente.

Si trascina per così tanto tempo che nel frattempo tutti dimenticano. L’attenzione si sposta e passano gli anni. E a quel punto, a chi importa di qualche adolescente palestinese a cui i soldati hanno sparato alla schiena e ucciso da qualche parte vicino alla barriera di separazione molti anni fa? E nonostante ciò possiamo dire: “Abbiamo indagato”.

Come parte di questo sistema, una persona di basso rango viene ogni tanto incriminata e se ne fa un gran parlare. Un’incriminazione del genere avviene quasi sempre quando ci sono filmati video incontrovertibili o prove forensi, e dunque? Allora è uno scandalo. C’è l’attenzione internazionale. Shock.

Pensate all’agente della polizia di frontiera Ben Dery a Beitunia nel 2014 o al sergente Elor Azaria a Hebron nel 2016. In entrambi i casi c’erano prove video inequivocabili quindi non c’era altra scelta che processarli.

Entrambi hanno ucciso un palestinese. Entrambi sono stati condannati. Ma nessuno dei due ha trascorso nemmeno un anno in prigione.

Le pene erano certamente ridicole. Ma sono state utili. Visto? Abbiamo indagato, abbiamo preso provvedimenti. Ora possiamo tranquillamente chiudere tutti gli altri casi. È così che Israele è riuscito a mantenere la sua immagine di paese legale neutralizzando allo stesso tempo il rischio di processi internazionali. 

È proprio questo metodo che l’intero establishment politico, militare e giudiziario israeliano si sta preparando a rimettere in atto, ripetendo quel sacro mantra dolce e melodioso: “Le indagini proteggono i soldati”. Pensate a quante volte si è sentita questa frase retriva negli ultimi mesi: dal primo ministro e dal capo dell’opposizione, dall’attuale capo di stato maggiore e da ex capi, da consulenti legali ed ex giudici. E l’intenzione è esplicita, perché non ci siano fraintendimenti: se “indaghiamo” qui, allora quegli antisemiti dell’Aia non indagheranno là. Quindi faremmo meglio a “indagare” qui, no? (occhiolino). Capito?

E data la grande portata di questo bluff israeliano, bisogna ammettere che non è andata per niente male. Pensate, da un lato, a tutti i cadaveri, a tutte le torture, a tutte le distruzioni e a tutti gli altri crimini.

Poi pensate, d’altro canto, al numero di israeliani che sono stati finora processati all’estero. Decine di migliaia da una parte, zero dall’altra. Il metodo funziona.

Fino a quando non ha smesso di funzionare, sia a livello locale che internazionale. Nella scena locale, il costo politico delle indagini e dei pochi processi è diventato troppo alto, perché l’opinione pubblica non accetta più nemmeno questo paravento misero e decrepito. Come la legge dello Stato-nazione e altri fenomeni simili, l’attuale bon ton politico è la supremazia ebraica dall’alto. È una supremazia che nel corso degli anni ha rifiutato di accettare anche una finta ammissione di responsabilità per l’uccisione o l’abuso sui palestinesi.

Anche nell’arena internazionale il bluff ha gradualmente smesso di funzionare. Dopo anni di ripetuti resoconti da parte di organizzazioni per i diritti umani è diventato più difficile negare cosa stia realmente accadendo qui, e tuttavia ancora non era abbastanza. Alla fine, però, i cambiamenti nell’opinione pubblica internazionale, con Israele che non si preoccupa più di mantenere le apparenze e la portata e la durata della violenza – tutte cose interconnesse – tutto ha lavorato a rendere reale il rischio della corte internazionale dell’Aja. Questo rischio ha ridotto a sua volta la volontà politica in Israele di andare avanti con la farsa delle “indagini”. Perché, dopotutto, a cosa serve tutto questo? Nonostante tutto lo spettacolo messo in scena dall’Alta Corte di Giustizia, dal procuratore generale, dal procuratore di Stato, le denunce e le montagne di scartoffie, persino i rari processi, sembra comunque che l’Aja emetterà mandati di arresto. Se così fosse, allora questa è “una prova che confuta l’affermazione secondo cui la magistratura è il nostro scudo contro le corti di giustizia all’estero”, come ha spiegato Simcha Rothman.

Rothman, presidente del Comitato per la Costituzione, il Diritto e la Giustizia della Knesset, ci ricorda così che l’unico apparente valore del sistema legale è strumentale. Il che ci porta a Sde Teiman e all’Aia [il 29 luglio parlamentari e attivisti di estrema destra hanno fatto irruzione nella base militare di Sde Teiman per protestare contro l’arresto di nove riservisti sospettati di abusi su un detenuto palestinese ritenuto un terrorista di Hamas, ndt.]. Parti dell’establishment israeliano stanno ancora cercando di funzionare usando il vecchio sistema operativo. Lo fanno a tentoni, per debolezza, come se fossero costretti, spaventati dalla gente e dallo stesso primo ministro. Il primo ministro e la sua gente stanno già operando dall’alto, usando un nuovo sistema operativo. Ma coloro che si aggrappano a quello vecchio non lo fanno per servire la giustizia o perché è la cosa giusta e moralmente necessaria da fare. Anche di fronte agli atti più orribili, il loro obiettivo era e rimane strumentale.

Come ha subito spiegato il capo di stato maggiore dell’IDF Herzi Halevi, “Queste indagini proteggono i nostri soldati in Israele e all’estero e aiutano a proteggere i valori dell’IDF”. Dopo aver ascoltato questa settimana tutti quei politici e ufficiali si potrebbe concludere che le uniche cose terribili accadute, se sono state terribili, sono state l’irruzione dei civili a Sde Teiman e l’aver ostacolato la capacità dell’esercito di “indagare”. Nessuno si preoccuperà, Dio non voglia, delle atrocità inflitte dai soldati ai detenuti in loro custodia.

Ma quest’indagine esplosa questa settimana è solo la punta dell’iceberg. Altre indagini attendono non solo i ranghi inferiori in Israele. Per una volta sono in serbo vere indagini all’estero per personaggi di altissimo livello. Perché le domande su Sde Teiman non possono fare a meno di risalire fino al procuratore generale militare in persona.

E le domande su una politica che usa la forza militare a Gaza con decine di migliaia di morti non vorranno risposte simboliche. E non abbiamo ancora detto una parola sulla politica israeliana in Cisgiordania che è piena di crimini di guerra, crimini che sono, essenzialmente, crimini politici, risultato di decisioni prese da amministrazione dopo amministrazione dopo amministrazione. Arriveranno mandati di arresto internazionali, e non prenderanno di mira funzionari di grado inferiore del Ministero dell’edilizia abitativa.

Queste forze che si intersecano sono il risultato dell’incrocio tra il sistema di governo di Israele di pura, evidente supremazia ebraica, e la realtà. È la realtà è quella di uno Stato che viola le leggi e non può evitare i rischi legali internazionali. Il vecchio sistema operativo è scaduto. Mantenerlo in uso non può essere il modo per riparare ciò che è rotto.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele assassina il capo dell’ufficio politico di Hamas nel contesto di un’escalation regionale

Qassam Muaddi

31 luglio 2024 – Mondoweiss

Israele ha assassinato il capo dell’ufficio politico di Hamas Ismail Haniyeh a Tehran dopo una serie di crescenti tensioni regionali che hanno incluso attacchi senza precedenti all’ “Asse della resistenza”, compresi attacchi aerei su Beirut e sullo Yemen.

Il capo dell’ufficio politico di Hamas ed ex Primo Ministro palestinese, Ismail Haniyeh, è stato ucciso la mattina di mercoledì in un attacco israeliano alla sua residenza nella capitale iraniana Tehran. Haniyeh era in visita in Iran per partecipare alla cerimonia di insediamento del nuovo presidente iraniano, Masoud Pezeshkian.

Hamas ha annunciato in una dichiarazione che Haniyeh è stato ucciso in un attacco israeliano, mentre la guida suprema iraniana, Ali Khamenei, ha accusato Israele dell’assassinio, aggiungendo che “sarà punito severamente”. Anche la Guardia Rivoluzionaria iraniana ha accusato Israele in una dichiarazione, giurando che “il regime sionista riceverà una dura risposta dall’asse della resistenza e specialmente dall’Iran.”

Da parte sua, Israele non ha rivendicato ufficialmente la responsabilità dell’uccisione di Haniyeh, anche se il suo ministro dei Beni Culturali, Amichai Eliyahu, si è rallegrato dell’assassinio commentando che “questo è il modo giusto per purificare il mondo.” Anche l’emittente pubblica ha detto che l’assassinio è avvenuto tramite un missile lanciato da fuori il territorio iraniano.

Haniyeh è la personalità di più alto grado ad essere assassinata da Israele dall’inizio dell’attuale guerra. Negli ultimi mesi stava inoltre conducendo i negoziati per il cessate il fuoco per conto di Hamas.

L’assassinio è avvenuto ore dopo un attacco israeliano al quartiere meridionale di Beirut, Dahiya, ritenuto la principale roccaforte di Hezbollah. L’attacco aveva come obiettivo l’alto comandante di Hezbollah Fouad Shukr, descritto come il braccio destro di Hassan Nasrallah. La sorte di Shukr, al momento in cui scriviamo, resta ignota, ma Hezbollah ha ammesso che Shukr si trovava all’interno dell’edificio preso di mira da Israele. L’attacco di Israele a Beirut segna il secondo importante assassinio nella capitale libanese, mentre il primo era stato l’uccisione del leader di Hamas Saleh Aruri a gennaio. L’attacco è stato probabilmente anche una risposta all’uccisione di 12 bambini siriani drusi nelle Alture del Golan occupate da Israele, in un’esplosione della cui orchestrazione Israele accusa Hezbollah, nonostante l’organizzazione libanese neghi categoricamente la propria responsabilità.

Entrambi gli incidenti inoltre sono avvenuti dopo il bombardamento dell’aeroporto yemenita di Hodeida, di cui Israele ha rivendicato la responsabilità come rappresaglia per un precedente attacco con drone lanciato dal movimento yemenita Ansar Allah a Tel Aviv, che ha provocato la morte di un cittadino israeliano.

Queste tre azioni sono indice di un’escalation regionale mentre la guerra genocida di Israele a Gaza entra nel suo decimo mese. Al tempo stesso gli USA hanno continuato ad arrabattarsi per concludere un accordo di cessate il fuoco e scambio di prigionieri prima delle elezioni presidenziali di novembre. Ma i due attacchi a Beirut e Tehran hanno fatto seguito alla visita del primo ministro Benjamin Netanyahu negli USA ed al suo discorso di fronte al Congresso, in cui ha giurato di continuare la guerra “fino alla vittoria totale”, senza menzionare un accordo sul cessate il fuoco.

Gli attacchi su Beirut e Tehran, che si aggiungono al precedete attacco a Hodeida, indicano le intenzioni di Netanyahu di prolungare la guerra allargando la sua portata regionale allo scopo di sabotare un possibile accordo di cessate il fuoco, specialmente dopo i rapporti di media israeliani secondo cui i capi della sicurezza e dell’esercito hanno fatto pressioni su Netanyahu perché si mostri più flessibile sui negoziati. Benché Israele e USA abbiano dichiarato che non vogliono una guerra regionale, le azioni di Israele rendono più vicina che mai la possibilità di tale guerra. Gli USA hanno anche annunciato che difenderanno Israele nel caso di un conflitto più vasto.

Secondo Mokhimar Abu Saadah, un professore di scienze politiche all’università al-Azhar di Gaza, ora distrutta, “l’assassinio di Haniyeh porterà all’interruzione dei negoziati sul cessate il fuoco. Resteranno congelati per un pezzo.”

Credo che al momento nessuno possa parlare di un accordo o di un cessate il fuoco a Gaza, dopo questo assassinio”, ha detto Abu Saadah al corrispondente da Gaza di Mondoweiss Tareq Hajjaj. “I colloqui su questo argomento verranno rimandati di parecchi giorni.”

Abu Saadah ha puntualizzato che “Hamas potrebbe lanciare operazioni suicide o sparare a soldati in Cisgiordania, soprattutto dato che è in corso uno sciopero generale e un lutto collettivo per l’assassinio.” Tuttavia ha scartato la possibilità di una risposta di Hamas da Gaza, “perché non ci sono a Gaza maggiori potenzialità rispetto a quanto ha fatto negli scorsi dieci mesi.”

L’Iran non intende entrare in guerra con Israele a causa di questo assassinio”, ritiene Abu Saadah. “Se ci sarà una risposta, sarà per togliersi d’imbarazzo, perché una guerra non sarebbe con Israele ma con gli USA e gli iraniani non vogliono entrare in guerra con gli alleati di Israele.”

Neanche gli USA sembrano intenzionati a supportare Israele in una guerra regionale, soprattutto prima delle elezioni presidenziali e con una transizione incerta nella candidatura democratica. Tuttavia finora la politica USA è stata di evitare di fare pressioni su Israele in alcun modo concreto e significativo.

Dopo dieci mesi di incessanti uccisioni di massa di civili a Gaza e dopo l’incriminazione di Israele da parte della Corte Internazionale di Giustizia di plausibile genocidio, unitamente all’incombente minaccia di mandati d’arresto della Corte Penale Internazionale per i leader israeliani, l’appoggio che Netanyahu ha ottenuto a Washington la settimana scorsa è solo servito ad incoraggiare la sua condotta che ora ha spinto l’intera regione più vicino all’orlo di una guerra che tutti hanno cercato di evitare.

Ha contribuito a questo articolo il corrispondente di Mondoweiss a Gaza Tareq Hajjaj.

Qassam Muaddi

Qassam Muaddi è il corrispondente per la Palestina di Mondoweiss.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)