1

“Facebook, dobbiamo parlarne”: sulla distinzione tra antisemitismo e antisionismo negli spazi pubblici

Benay Blend

22 febbraio 2021 – Palestine Chronicle

Nel gennaio 2021 Jewish Voice for Peace [Voce Ebraica per la Pace, associazione di ebrei antisionisti, ndtr.] (JVP) ha annunciato la campagna internazionale “Facebook, we need to talk” [Facebook, dobbiamo parlarne] sull’indagine del gigante delle reti sociali per stabilire se le critiche contro il movimento sionista “rientrino all’interno della categoria ‘discorsi d’odio’ in base agli standard della comunità di Facebook.”

Nella sua forma corrente la discussione riguarda il fatto di obbligare università, piattaforme delle reti sociali e altri spazi pubblici ad adottare le norme dell’International Holocaust Remembrance Alliance [Alleanza Internazionale per il Ricordo dell’Olocausto, a cui aderiscono 31 Paesi, ndtr.] (IHRA), che definisce l’odierno antisemitismo includendo “la negazione del diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione, ad esempio affermando che l’esistenza di uno Stato di Israele sia un comportamento razzista” e “applicando un doppio standard” nei confronti di Israele, nel complesso una definizione che in pratica bloccherebbe qualunque critica dello Stato sionista.

Secondo Lara Friedman l’obiettivo delle organizzazioni sioniste che hanno fatto pressioni per questa iniziativa “non è quello di fare sì che Facebook escluda dalla piattaforma l’antisemitismo, ma le critiche a Israele.”

In risposta, centinaia di attivisti, intellettuali ed artisti di tutto il mondo hanno lanciato una petizione per evitare che Facebook non includa nella sua politica riguardante i discorsi di odio “sionista” come categoria protetta, cioè tratti “sionista” come un equivalente di “ebreo o ebraico”. Nelle prime 24 ore la lettera aperta ha raccolto oltre 14.500 firme, tra cui quelle di personalità come Hanan Ashrawi [nota politica palestinese, ndtr.], Norita Cortiñas [cofondatrice delle Madres de Plaza de Mayo in Argentina, ndtr.], Wallace Shawn [attore e commediografo statunitense, ndtr.] e Peter Gabriel [famoso cantante rock inglese, ndtr.].

La petizione sottolinea che “collaborare con la richiesta del governo israeliano danneggerebbe i tentativi di sradicare l’antisemitismo, priverebbe i palestinesi di uno spazio fondamentale per esporre al mondo il proprio punto di vista politico e contribuirebbe ad impedire che il governo israeliano debba rendere conto delle sue violazioni dei diritti dei palestinesi.”

Questi punti sono particolarmente importanti in quanto la Corte Penale Internazionale sta avviando un’indagine su Israele per crimini di guerra, e quindi ogni notizia su questa inchiesta sarebbe definita antisemita. Oltretutto il tentativo di utilizzare il termine “sionista” come sinonimo di popolo ebraico implicherebbe che ogni ebreo pensi allo stesso modo, il che di per sé è un’affermazione razzista, indipendentemente dal gruppo a cui si fa riferimento nell’argomentazione.

Affermazioni come “tutti i neri sono…,” “tutte le donne sono…” e via di seguito sono considerate ragionamenti che non consentono il libero arbitrio e in genere riducono la popolazione presa di mira ai peggiori luoghi comuni. Ciò banalizza l’antisemitismo reale, per cui quando viene evidenziata questa forma di fanatismo la risposta potrebbe essere il rifiuto di credere a una accusa simile.

Pertanto confondere il sionismo con l’ebraismo non contribuisce per niente a fa sì che il popolo ebraico sia più sicuro contro affermazioni razziste. Anzi, come sostiene la petizione,

quanti alimentano l’antisemitismo in rete continueranno a farlo, con o senza la parola “sionista”. Di fatto molti antisemiti, soprattutto tra i suprematisti bianchi e i cristiano-sionisti evangelici appoggiano esplicitamente il sionismo e Israele, impegnandosi nel contempo in discorsi e azioni che disumanizzano, insultano e isolano il popolo ebraico.”

Cosa altrettanto grave, opporsi all’iniziativa di Facebook solo sulla base della libertà di parola mette al centro i valori occidentali, mentre sono in effetti i palestinesi che sono privati dei loro diritti sotto l’occupazione [israeliana].

Ovviamente la libertà di sostenere la causa palestinese senza timore di intimidazioni da parte di organizzazioni sioniste o di rappresaglie da parte del governo è una questione importante. Nel passato il fatto di essersi concentrati sulla libertà di parola è stata una tattica da parte di gruppi progressisti che volevano coinvolgere un pubblico più ampio. Tuttavia ciò pone al centro preoccupazioni dei gruppi dominanti dei Paesi centrali, il nostro diritto alla libertà di parola, mentre ai palestinesi vengono negati nella loro vita quotidiana diritti molto più significativi.

Questo tentativo di soffocare l’antisionismo è parte di un modello emergente da parte di Israele e dei suoi sostenitori, ma finora ciò è stato limitato a censurare discussioni riguardo al movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) sulla base dell’effettivo successo della campagna. Tuttavia pare che i tentativi di criminalizzare il discorso si siano estesi fino ad includere qualunque critica alle pratiche sioniste.

Secondo la petizione di JVP, questi tentativi “proibirebbero ai palestinesi di condividere con il resto del mondo le proprie esperienze e storie quotidiane, che sia una foto con le chiavi della casa persa dai loro nonni quando vennero attaccati da milizie sioniste nel 1948 o siano immagini in diretta di coloni sionisti che vandalizzano i loro ulivi nel 2021. E ciò impedirebbe agli utenti ebrei di discutere del proprio rapporto con l’ideologia politica sionista.”

Il fatto che Facebook ceda o meno alle pressioni,” nota Friedman, dipenderà da “se l’opinione pubblica, ebrea e non, finalmente riconoscerà che timori riguardo all’ antisemitismo sono sfruttati per favorire una ristretta agenda politica e ideologica mettendo a rischio la libertà di parola su Israele/Palestina e, di conseguenza, il discorso politico in generale.”

In base alla definizione di Steven Salaita [docente universitario statunitense licenziato per i suoi tweet contro sionismo e Israele, ndtr.], l’antisionismo è “una politica e un discorso, a volte una vocazione, al suo massimo anche una sensibilità, in sintonia con il disordine e la sovversione. È un impegno per possibilità inimmaginabili, cioè realizzare quello che agli arbitri di buon senso piace definire ‘impossibile.’”

Rimproverando quanti equiparano l’antisemitismo all’antisionismo, Salaita afferma che “(l’antisionismo) si oppone ad ogni forma di razzismo, compreso l’antisemitismo. Questo principio di per sé condanna il sionismo.”

Se più persone abbandonassero la politica del “possibile” a favore dell’appello di Salaita, se più persone non solo firmassero la petizione di JVP ma organizzassero anche proteste davanti alle sedi locali di Amazon, sarebbe possibile far sentire la loro voce.

Oltretutto rovesciare la situazione utilizzando lo stesso mezzo di comunicazione che minaccia di censurare l’antisionismo per rendere edotta l’opinione pubblica della situazione dell’occupazione potrebbe portare proprio a ciò che i sionisti temono di più: uno Stato laico con diritti uguali per tutti.

Benay Blend ha ottenuto il dottorato in Studi Americani presso l’università del Nuovo Messico. Il suo lavoro di studiosa include: ‘Situated Knowledge’ in the Works of Palestinian and Native American Writers” [‘Saperi contestualizzati’ nel lavoro di scrittori palestinesi e nativi americani] (2017) in “’Neither Homeland Nor Exile are Words’” [Nè Patria né Esilio sono parole], curato da Douglas Vakoch e Sam Mickey.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele: l’elezione del nuovo procuratore della CPI solleva interrogativi sull’inchiesta per crimini di guerra

Alex MacDonald

17 febbraio 2021 – Middle East Eye

Dirigenti israeliani hanno accolto con favore la nomina del britannico Karim Khan al vertice dell’istituzione

Questo articolo è stato modificato il 18 febbraio 2021 per eliminare una frase che affermava erroneamente che l’avvocato irlandese Fergal Gaynor compariva tra i firmatari di una lettera pubblicata su Irish Times nel 2009 che chiedeva l’espulsione dell’ambasciatore israeliano a causa del bombardamento di Gaza. In realtà la lettera fu firmata dal dr. Fergal Gaynor, un accademico del Collegio Universitario di Cork.

L’elezione dell’avvocato britannico Karim Khan a Procuratore capo della Corte Penale Internazionale (CPI) ha ancora una volta agitato lo spettro della “politicizzazione” dell’organizzazione e sollevato preoccupazioni riguardo a cosa potrà significare questa nomina per l’inchiesta sui presunti crimini di guerra di Israele e di Hamas.

L’avvocato cinquantenne, che precedentemente aveva condotto un’inchiesta dell’ONU su crimini dell’Isis in Iraq, è stato eletto venerdì a scrutinio segreto, dopo che gli Stati membri della CPI non sono arrivati ad un accordo sulla sostituzione del suo predecessore, Fatou Bensouda.

Il voto, senza precedenti nella storia di 23 anni dell’istituzione, ha visto Khan prevalere di poco sull’irlandese Fergal Gaynor.

Sulla stampa israeliana sono stati pubblicati articoli secondo cui dirigenti israeliani “hanno sostenuto dietro le quinte la candidatura di Khan” ed hanno accolto la sua elezione come una vittoria per Israele, benché il Paese non sia membro della CPI.

Probabilmente Khan si sente sotto pressione politica da parte di Israele dopo che a inizio febbraio la CPI ha annunciato di avere giurisdizione per investigare su presunti crimini di guerra da parte di israeliani e palestinesi nella Striscia di Gaza assediata e nella Cisgiordania e a Gerusalemme est occupate.

L’inchiesta della CPI è stata approvata da Bensouda e non è ancora chiaro quale sarà la posizione di Khan in merito.

Il nuovo Procuratore capo della CPI deve ignorare le inevitabili pressioni politiche perché rinunci ad ogni possibile inchiesta formale su presunti crimini di guerra commessi nei territori occupati nel 1967 da qualunque parte”, ha detto a Midlle East Eye Chris Doyle, direttore del ‘Council for Arab-British Understanding’ (Consiglio per l’intesa arabo-britannica, ndtr.).

La questione deve essere definita sulla base della legge e delle prove. Niente dimostra che Karim Khan farà qualcosa di diverso.”

Un’inchiesta ‘antisemita’?

L’avvio dell’inchiesta su crimini di guerra è stato accolto con rabbia dai dirigenti israeliani, che l’hanno denunciata come ‘antisemita’.

L’inchiesta indagherà sulle violazioni commesse durante la guerra di 50 giorni nel giugno 2014, che causò l’uccisione di 2.251 palestinesi – per la maggior parte civili – e di 74 israeliani, quasi tutti soldati.

Viene avviata dopo 5 anni di istruttoria preliminare della CPI.

In seguito all’annuncio di inizio febbraio, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha denunciato che “una Corte creata per impedire atrocità come l’Olocausto nazista contro il popolo ebraico sta ora prendendo di mira l’unico Stato del popolo ebraico.”

Quando la CPI indaga Israele per falsi crimini di guerra, si tratta di puro antisemitismo”, ha detto.

Bensouda, che ha presieduto l’apertura dell’inchiesta su Gaza, è stata un bersaglio al vetriolo da parte di Israele. L’amministrazione Trump, in solidarietà con l’irritazione israeliana riguardo all’inchiesta della CPI, le ha imposto delle sanzioni.

Nel dicembre 2019 il quotidiano israeliano vicino a Netanyahu Yedioth Ahronot ha pubblicato un articolo intitolato “Il diavolo del Gambia e la Procuratrice dell’Aja”, in cui tentava di coinvolgere Bensouda in crimini commessi dall’ex presidente del Gambia Yahya Jammeh.

Israel Hayom, un altro quotidiano di destra, l’ha accusata di essere stata “consapevolmente irretita” dalla “strumentalizzazione del sistema giudiziario internazionale per realizzare l’obbiettivo diplomatico di distruggere lo Stato di Israele”.

Nel maggio 2010 il Ministro israeliano Yuval Steiniz ha detto che Bensouda aveva assunto una “tipica posizione anti-israeliana” relativamente alla CPI ed era determinata a “recare danno allo Stato di Israele e infangare il suo nome.” E a febbraio l’ex ambasciatore israeliano all’ONU Danny Danon l’ ha accusata di “ignorare Paesi che compiono terribili violazioni dei diritti umani.”

Se qualcuno deve stare sul banco degli imputati, questa è la Procuratrice capo della CPI Fatou Bensouda”, ha twittato.

Al momento, la nomina di Khan è stata accolta calorosamente da molti politici israeliani.

Il deputato Michal Cotler-Wunsh, un importante parlamentare israeliano che si occupa delle questioni della CPI, ha detto che Khan ha accolto “il potenziale della CPI di adempiere alla sua importante missione di sostenere, promuovere e proteggere i diritti di tutti coloro che hanno bisogno della sua esistenza in quanto tribunale di ultima istanza.”

Israel Hayom ha riferito che l’elezione di Khan potrebbe addirittura “portare dirigenti di Gerusalemme a riconsiderare il boicottaggio della CPI.”

Altri sono meno ottimisti. Funzionari che hanno parlato in forma anonima a Israel Hayom hanno detto che Khan dovrà ancora essere “giudicato in base alle sue azioni.”

Il fatto che altri si sono comportati male non significa che la sua scelta sia buona”, hanno detto.

Uno strumento politico’

Mentre Khan assumerà ufficialmente la carica di Bensouda a giugno, resta ancora da vedere se seguirà la strada di chi lo ha preceduto e continuerà l’inchiesta, o si piegherà alle pressioni politiche.

Da quando è nata nel 1998 la CPI ha sempre subito critiche perché è sembrato che si stesse concentrando eccessivamente sui Paesi in via di sviluppo africani, facendo invece poco per chiamare a rispondere delle proprie azioni Stati più potenti.

Il successo o il fallimento di un’inchiesta formale sulla guerra di Gaza potrebbe portare a dare o togliere credibilità all’istituzione.

Un’inchiesta formale dovrebbe essere annunciata e condotta con energia e giustizia. Mettere tutte le parti di fronte alle loro responsabilità per le proprie azioni è essenziale. È il modo più efficace per assicurare che simili crimini non saranno più consentiti in futuro”, ha detto Doyle.

Fallire in questo renderà la CPI agli occhi di molti un mero strumento politico delle grandi potenze piuttosto che il luogo della giustizia e della sanzione in difesa di quanti ne sono privati.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Alcune riflessioni sulla decisione della Corte Penale Internazionale riguardante la sua giurisdizione territoriale in Palestina

François Dubuisson

6 febbraio 2021 – Mondoweiss

La decisione della CPI di indagare sui crimini di guerra in Palestina ha un enorme significato simbolico e, date le recenti denunce, prenderà probabilmente in considerazione il crimine di apartheid.

È eufemistico affermare che la decisione della Camera di prima istanza della Corte penale internazionale sull’apertura di un’indagine riguardante la situazione della Palestina fosse attesa, dato che, da quando nel 2009 è stato fatto il primo tentativo, l’iter per portare davanti alla CPI l’indagine sui crimini internazionali commessi in territorio palestinese nel contesto dell’occupazione israeliana è stato lungo e tumultuoso. Nella sua decisione del 5 febbraio il giudice del dibattimento preliminare ha confermato la posizione dell’Ufficio del Procuratore, esposta nel documento a lui trasmesso nel dicembre 2019, secondo cui la Corte ha giurisdizione per indagare su tutti i crimini commessi in tutti i Territori Palestinesi Occupati, compresa Gerusalemme est.

Nella sua decisione la Camera ha adottato un approccio cauto per limitare la portata del suo ragionamento al quadro specifico dello Statuto di Roma e della competenza della Corte, senza influenzare l’esito più ampio della controversia tra Palestina e Israele. Tuttavia, il significato simbolico di questa decisione va al di là del quadro relativo esclusivamente alla Corte penale internazionale.

La Camera ha stabilito per la prima volta che la Palestina debba essere considerata uno “Stato contraente dello Statuto di Roma”, a seguito del riconoscimento, nel 2012, attraverso l’adozione della Risoluzione 67/19, di uno “status di Stato osservatore non membro presso le Nazioni Unite”. In quanto Stato membro la Palestina può quindi fare appello alla giurisdizione della CPI, in particolare alla sua giurisdizione territoriale, e può anche presentare un deferimento all’Ufficio del Procuratore, cosa che ha fatto nel 2018. Il secondo punto cruciale è stato determinare l’estensione precisa dei territori sui quali la Corte può esercitare la propria giurisdizione penale. Secondo lo Statuto di Roma, la Corte può esercitare la giurisdizione sui crimini commessi nel territorio di uno Stato contraente. Nel caso specifico la questione era determinare la precisa estensione del territorio della Palestina, tenendo conto dell’occupazione israeliana e dell’annessione di Gerusalemme est. Al riguardo sono state sollevate varie obiezioni dinanzi alla Camera, osservando che non dovesse spettare alla CPI determinare i confini dello Stato palestinese, che restano oggetto di contenzioso da parte di Israele, e che persistessero troppe incertezze al riguardo. Ancora una volta, la Camera è stata cauta nell’indicare che avrebbe dovuto solo determinare il quadro relativo alla giurisdizione penale territoriale nel contesto dello Statuto di Roma, e non indicare i confini tra Palestina e Israele. Al fine di stabilire che il territorio della Palestina su cui la Corte ha giurisdizione comprende tutti i territori palestinesi occupati, la Camera si è basata principalmente sul diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, come stabilito in numerose risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. In particolare, la Camera ha fatto riferimento alla risoluzione 67/19 che concede alla Palestina lo status di Paese osservatore, il che “riafferma il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e all’indipendenza del proprio Stato di Palestina nel territorio palestinese occupato dal 1967″. Infine, la Camera ha ritenuto che gli Accordi di Oslo, che escludono i cittadini israeliani dalla giurisdizione penale dell’Autorità Nazionale Palestinese, non avessero effetti sulla determinazione della giurisdizione territoriale della Corte.

La Camera ha quindi convalidato la giurisdizione della Corte nella massima misura possibile, senza restrizioni territoriali, il che consentirà all’Ufficio del Procuratore di condurre le proprie indagini su tutti i crimini commessi dal giugno 2014 sul territorio palestinese, compresa Gerusalemme Est. Quali saranno le esatte conseguenze della decisione della Camera riguardo il procedimento dinanzi alla CPI ma anche, più in generale, nel contesto del conflitto israelo-palestinese?

L’Ufficio del Procuratore (OTP) potrà ora aprire formalmente un’indagine per stabilire le responsabilità penali individuali per i crimini previsti dallo Statuto (in particolare crimini di guerra e crimini contro l’umanità). Finora l’OTP ha identificato quattro categorie principali di crimini di guerra che intende indagare: crimini commessi da Hamas e altre organizzazioni palestinesi nel contesto della guerra di Gaza del 2014 (Operazione “Margine Protettivo”), consistenti principalmente nel lancio di missili sulla popolazione civile israeliana; crimini commessi nello stesso contesto dall’esercito israeliano, consistenti principalmente nel prendere di mira e uccidere civili palestinesi e nella distruzione di edifici civili; crimini commessi dall’esercito israeliano nel contesto della “Grande Marcia del Ritorno” del 2018 a Gaza, durante la quale i soldati hanno aperto il fuoco e ucciso circa 200 civili palestinesi e ferito molti altri; crimini commessi nel contesto della politica di colonizzazione del territorio palestinese, in particolare l’insediamento della popolazione civile ebraica israeliana.

L’Ufficio del Procuratore ha rilevato che nel corso delle indagini questi diversi fatti potrebbero essere integrati da altri. In effetti, sono stati identificati solo i crimini di guerra, mentre molti rapporti internazionali si riferiscono a crimini contro l’umanità, specialmente se si considera la politica di occupazione israeliana nel suo insieme. A questo proposito, si dovrà probabilmente prendere in considerazione l’esame del crimine di apartheid, in particolare alla luce dei recenti rapporti delle associazioni israeliane Yesh Din e B’Tselem [ONG impegnate nella testimonianza delle violazioni dei diritti umani dei palestinesi nei territori occupati, ndtr.], che hanno stabilito l’esistenza di un crimine di apartheid imputabile all’autorità israeliana, tenendo conto di tutte le caratteristiche della politica di occupazione, che discrimina sistematicamente tra i coloni israeliani e la popolazione palestinese.

Il compito dell’Ufficio del Procuratore sarà ora quello di indagare in modo più accurato sui fatti più gravi e identificare le persone responsabili, nei cui confronti dovrebbe essere tenuto un processo. Da questo punto di vista la situazione sarà diversa per i sospetti palestinesi e israeliani. Per i primi, la Corte può fare affidamento sull’obbligo di cooperazione incombente sulla Palestina in quanto Stato contraente dello Statuto, che riguarderà sia l’indagine sui fatti che il possibile arresto delle persone nei cui confronti fossero mosse delle accuse. Per i crimini che coinvolgono funzionari israeliani, la situazione sarà più complicata, poiché Israele rifiuterà la cooperazione e ostacolerà l’accesso degli investigatori al territorio sia israeliano che palestinese. L’indagine dovrà quindi basarsi principalmente su informazioni fornite da altre fonti e da rapporti internazionali esistenti. Sarà anche estremamente difficile ottenere l’arresto di israeliani sospettati. Tuttavia, per gli aspetti più evidenti dei crimini commessi da governanti israeliani, come la politica di insediamento portata avanti in modo molto ufficiale, attraverso canali decisionali abbastanza facilmente identificabili, la determinazione della responsabilità penale individuale sarà normalmente più facile e potrà essere fatta risalire ai massimi livelli dello Stato. Anche se lo svolgimento di un processo all’Aia contro governanti israeliani potrebbe rivelarsi molto ipotetico, il semplice atto d’accusa o l’emissione di un mandato di arresto contro alti responsabili militari o politici israeliani avrebbe già una grande forza simbolica, probabilmente in grado di stabilire un certo grado di pressione sugli Stati occidentali, alleati dello Stato di Israele.

Sebbene la Camera sia stata attenta a limitare la portata della sua decisione al quadro rigoroso della Corte penale internazionale, è necessario notare che la posizione giuridica della Palestina sulla scena internazionale viene di conseguenza rafforzata. In primo luogo, la Palestina deve effettivamente essere considerata come uno Stato per tutti i procedimenti legali che è probabile che intraprenda davanti alla Corte Penale Internazionale o altrove (come i procedimenti pendenti dinanzi alla Corte internazionale di giustizia relativi al trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme). In secondo luogo, e ancora più fondamentale, si riconosce che il diritto del popolo palestinese a uno Stato si applica a tutti i territori occupati dal 1967, compresa Gerusalemme Est. Sebbene la Camera abbia formalmente sottolineato che si stesse pronunciando solo sulla giurisdizione penale della Corte, in realtà la sua decisione si riferisce alla sostanza del diritto all’autodeterminazione e al quadro territoriale entro il quale debba essere esercitato. Viene quindi riconosciuto che i palestinesi “hanno diritto” a tutti i territori occupati al di là della linea verde [confine dello Stato di Israele dal 1949, sulla base degli accordi dell’armistizio tra Israele e Stati arabi, fino alla Guerra dei Sei Giorni del 1967, ndtr.] e che le rivendicazioni territoriali di Israele a questo riguardo, che si sono recentemente manifestate attraverso i piani di annessione, sono infondate. Questo punto è cruciale nella prospettiva di qualsiasi soluzione, sia essa una soluzione a due Stati o a uno Stato.

La prosecuzione del processo di indagine dell’OTP richiederà probabilmente molti altri anni, quindi ci vorrà del tempo perché emergano risultati concreti. Ma il significato pratico e simbolico della decisione è già un dato di fatto.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La CPI (Corte Penale Internazionale) ha stabilito di avere l’autorità di indagare sui presunti crimini di guerra di Israele e di Hamas

Redazione di MEE

5 febbraio 2021 – Middle East Eye

Le conclusioni aprono la strada perché la procuratrice capo prosegua le indagini su presunti crimini di guerra commessi a partire dal bombardamento di Gaza da parte di Israele nel 2014.

Venerdì [5 febbraio 2021] i giudici della Corte Penale Internazionale (CPI) hanno stabilito di avere “giurisdizione territoriale” all’interno delle zone occupate da Israele dal 1967, aprendo la strada per una possibile indagine riguardo a presunti crimini di guerra.

Nel gennaio 2020 un collegio giudicante preliminare presso la corte con sede all’Aia è stato incaricato di stabilire l’ambito di competenza giurisdizionale della CPI riguardo a Israele e Palestina, posto che lo Stato di Israele, a differenza dell’Autorità Nazionale Palestinese, non è membro della CPI.

La Palestina ha…accettato di sottomettersi alle condizioni dello Statuto di Roma della CPI e ha il diritto di essere trattato come qualunque altro Stato membro per le materie riguardanti l’applicazione dello Statuto,” ha affermato venerdì la CPI in un comunicato.

Il primo ministro palestinese Muhammad Shtayyeh ha accolto positivamente la decisione, definendo la sentenza della CPI “una vittoria della giustizia e dell’umanità.” Ha anche chiesto alla corte di “accelerare le procedure giudiziarie” riguardo ai casi relativi ai palestinesi.

L’ambito giurisdizionale della CPI includerebbe le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata, generalmente considerate illegali in base alle leggi internazionali.

La convenzione di Ginevra stabilisce che una potenza occupante non può trasferire legalmente parte della propria popolazione nel territorio che occupa, e nel 2004 la Corte Internazionale di Giustizia ha emanato un parere consultivo affermando che costruendo le colonie Israele ha violato i suoi obblighi in base alle leggi internazionali.

Israele ha tassativamente rigettato qualunque forma di giurisdizione della CPI sui propri cittadini.

L’iniziativa è stata contestata anche dagli USA, i più stretti alleati di Israele, che venerdì hanno affermato di essere “seriamente preoccupati riguardo ai tentativi della CPI di esercitare la propria giurisdizione sul personale israeliano.”

Una base ragionevole” per avviare un’indagine

La corte ha preso in considerazione la questione della giurisdizione territoriale dopo che la procuratrice generale, Fatou Bensouda, ha annunciato che esistevano i presupposti per aprire un’indagine complessiva riguardo a presunti crimini di guerra commessi all’interno dei territori occupati.

All’epoca Bensouda aveva sottolineato che, avendo stabilito che c’era “una base ragionevole per avviare un’inchiesta sulla situazione in Palestina,” era comunque necessario che prima la corte definisse la giurisdizione. La sua decisione era arrivata dopo cinque anni di indagini preliminari ed analisi delle prove.

Venerdì, pur notando che problemi di confine e questioni di sovranità non rientrano nell’ambito di competenza della corte, la CPI ha autorizzato Bensouda a procedere con un’indagine esaustiva.

Un’inchiesta complessiva della CPI potrebbe portare a incriminazioni di singole persone, ma non di Stati.

Ora si prevede che Bensouda inizi a indagare funzionari e politici israeliani e di Hamas riguardo a presunti crimini di guerra nei territori occupati a iniziare dal 2014, durante il quale i bombardamenti aerei israeliani contro la Striscia di Gaza provocarono la morte di 2.251 palestinesi, in maggioranza civili. Durante lo stesso periodo vennero uccisi anche 74 israeliani, quasi tutti soldati.

Nel 2015 un rapporto di una commissione ONU stabilì che durante il conflitto sia Israele che gruppi armati palestinesi potrebbero aver commesso crimini di guerra.

Il rapporto della Commissione per i Diritti Umani dell’ONU (UNHRC) affermò che, mentre sia israeliani che palestinesi erano stati “profondamente colpiti” dalla guerra, a Gaza “le dimensioni delle devastazioni erano state senza precedenti”. Sostenne che tra i morti c’erano 551 minori palestinesi e se ne contavano altre migliaia tra gli 11.231 feriti dalle azioni israeliane.

Tra gli israeliani che potrebbero essere indagati dalla CPI ci potrebbero essere: il primo ministro Benjamin Netanyahu, gli ex-ministri della Difesa Moshe Yaalon, Avigdor Lieberman e Naftali Bennett, gli ex-capi di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane [l’esercito israeliano, ndtr.] Benny Gantz e Gadi Eisenkot, l’attuale capo di stato maggiore Aviv Kochavi e sia l’ex che l’attuale capo del servizio di sicurezza interno Shin Bet, rispettivamente Yoram Cohen e Nadav Argaman.

Gli USA sanzionano funzionari della CPI

In giugno anche un gruppo di palestinesi della Cisgiordania occupata ha presentato una denuncia alla CPI, chiedendo un’indagine contro importanti politici israeliani e statunitensi che hanno autorizzato il piano “Pace verso la Prosperità” dell’ex-presidente USA Donald Trump.

All’epoca un rappresentante del gruppo ha affermato che c’erano “prove ragionevoli” in base alle quali importanti funzionari USA, compreso Trump, erano stati “complici di azioni che potrebbero rappresentare crimini di guerra riguardanti il trasferimento di popolazione nei territori occupati e l’annessione di territorio sotto la sovranità dello Stato di Palestina.”

Israele e gli USA sono due dei pochi Stati ad essersi opposti alla nascita della CPI, mentre 123 Paesi ne hanno accettato la giurisdizione.

A settembre gli Stati Uniti, sotto Trump, hanno imposto sanzioni contro Bensouda e Phakiso Mochochoko, un altro importante funzionario della procura, per le inchieste su Afghanistan e Palestina. All’epoca Trump sottolineò che la corte non aveva “giurisdizione sul personale degli Stati Uniti e di alcuni dei suoi alleati,” in riferimento ad Israele.

L’amministrazione Biden ha affermato che prevede di rivedere le sanzioni contro i funzionari della CPI. “Per quanto siamo in disaccordo con le azioni della CPI relative ai casi afghano e israelo-palestinese, le sanzioni saranno comunque riesaminate mentre decideremo i nostri prossimi passi,” ha affermato in un comunicato il portavoce del Dipartimento di Stato durante la prima settimana del mandato di Biden.

Il portavoce ha aggiunto che la nuova amministrazione appoggia riforme “che aiutino la corte a realizzare più efficacemente la propria principale missione di punire e scoraggiare atrocità” e in “casi eccezionali” potrebbe collaborare con la CPI.

In seguito alla decisione di venerdì, il portavoce del Dipartimento di Stato Ned Price ha affermato che gli USA sono “seriamente preoccupati” riguardo ai tentativi della CPI di stabilire la propria giurisdizione su personalità israeliane.

Non crediamo che i palestinesi siano uno Stato sovrano e di conseguenza non sono legittimati a ottenere l’ammissione come Stato o a partecipare in tale veste ad organismi, entità o incontri internazionali, compresa la CPI,” ha affermato Price.

Gli Stati Uniti hanno sempre adottato la posizione secondo cui la giurisdizione della corte dovrebbe essere riservata ai Paesi che vi aderiscono o che sono indicati dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Dopo Trump non basta ripristinare la “normale” politica statunitense sulla Palestina

Omar Baddar 

13 novembre 2020 – 972mag

Biden può essere un convinto filo-israeliano, ma gli attivisti e i rappresentanti progressisti possono spingere ad una politica estera che rispetti i diritti dei palestinesi.

La sconfitta di Donald Trump alle elezioni presidenziali statunitensi la scorsa settimana ha generato un collettivo sospiro di sollievo fra i progressisti e le comunità vulnerabili negli Stati Uniti e in tutto il mondo, compresi i palestinesi e coloro che lottano per i diritti dei palestinesi. Il motivo è ovvio: la politica di Trump su Palestina / Israele era guidata dalla sua simpatia per l’autoritarismo e dal desiderio di assecondare la base evangelica di estrema destra. Di conseguenza, era gestita da ideologi incompetenti come Jared Kushner e David Friedman, che hanno abbozzato un tentativo fallito di liquidare una volta per tutte la lotta palestinese per la libertà.

Tale fallimento, tuttavia, non ha lasciato indenni i palestinesi, che negli ultimi quattro anni hanno subito danni devastanti e senza precedenti, tra cui la chiusura della missione diplomatica palestinese a Washington, il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, l’approvazione dei piani di annessione e la fine dei finanziamenti statunitensi all’UNRWA [agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi, ndtr.] e agli ospedali palestinesi. Ma al di là dell’innegabile riduzione del danno che ci sarà con questo cambiamento dell’amministrazione statunitense, quali sono le prospettive per la libertà dei palestinesi nell’era Biden?

Il presidente eletto Joe Biden fa parte di una problematica tendenza della politica degli Stati Uniti su Palestina / Israele, che a parole appoggia l’indipendenza palestinese ma in pratica sostiene Israele nella negazione di quella libertà attraverso finanziamenti militari illimitati e protezione diplomatica. Anche in questa ultima stagione elettorale, quando l’ala progressista del Partito Democratico chiedeva chiaramente di riconoscere le responsabilità di Israele, Biden si è distinto come il candidato che ha respinto con più veemenza qualsiasi discorso sul condizionare gli aiuti militari a Israele al rispetto dei diritti umani palestinesi.

In breve, la politica di Biden probabilmente promuoverà ancora una volta la vuota farsa dei “negoziati di pace”, semplicemente chiedendo a Israele di rispettare i diritti dei palestinesi ben sapendo che non lo farà, per poi fornirgli le armi con cui le forze israeliane brutalizzano i palestinesi. Se Biden si atterrà a questo approccio crudele e controproducente, per i palestinesi la transizione da Trump a Biden sarà come passare dalla padella alla brace.

Per decenni, il problema della politica statunitense in Palestina è stata la discrepanza – o l’ipocrisia, per dirla più chiaramente – tra il dire e il fare. Se la politica dichiarata è di promuovere l’indipendenza dei palestinesi, perché gli Stati Uniti stanno in realtà sostenendo l’occupazione e l’oppressione?

Donald Trump ha posto fine a questa ipocrisia, ma nella direzione sbagliata: la sua politica è stata di favorire l’oppressione. Ora che l’approccio degli Stati Uniti sta per tornare alla “normalità”, ciò di cui abbiamo bisogno è risolvere l’ipocrisia nella giusta direzione e cambiare radicalmente l’azione politica. Allora, come la mettiamo con Biden?

La sfida principale con Biden è che, come si suol dire, “non si possono insegnare nuovi trucchi a un vecchio cane”. Come la vicepresidente eletta Kamala Harris, Biden ha trascorso la sua carriera politica flirtando con l’AIPAC [American Israel Public Affairs Committee, la più potente lobby americana di sostegno a Israele, ndtr.] e assecondando i gruppi filo-israeliani, ribadendo l’idea che Israele sia al di sopra di ogni colpa.

Ci vorrà quindi un grosso sforzo per convincere Biden a riesaminare i suoi profondi pregiudizi sul tema, e per fargli riconoscere quanto l’opinione pubblica tra gli elettori del Partito Democratico si sia spostata in merito a Palestina / Israele. Dopo tutto, il 64% dei Democratici sostiene la riduzione degli aiuti militari a Israele a causa delle sue violazioni dei diritti umani. È vero che i gruppi di pressione israeliani continuano a esercitare un significativo potere finanziario su candidati e politici, ma affermare che Israele dovrebbe essere chiamato a rispondere di come utilizza la sbalorditiva cifra di 38 miliardi di dollari che riceve ogni dieci anni dagli Stati Uniti non è più impopolare.

Per fortuna, la narrazione progressista sulla Palestina, che giudica le ingiustizie dell’occupazione e dell’apartheid israeliani per quello che sono e chiede alla politica statunitense un approccio più etico sta guadagnando un’inedita forza negli Stati Uniti. Le cose stanno cambiando a Washington, dalla presentazione di progetti di legge da parte delle parlamentari Betty McCollum e Alexandria Ocasio-Cortez per limitare la complicità degli Stati Uniti nell’aggressione israeliana ai palestinesi, alla sconfitta di sostenitori filo-israeliani come Eliot Engel da parte di nuovi eletti progressisti come Jamaal Bowman [il preside di scuola media che ha sconfitto Engel, presidente della commissione Affari Esteri della Camera, nelle primarie democratiche di New York, ndtr.] Il 117° Congresso avrà anche un maggior numero di membri in carica che parlano apertamente dei diritti dei palestinesi.

Questa ondata di rappresentanti progressisti può spingere l’amministrazione Biden a cambiare la politica degli Stati Uniti su Palestina / Israele. Ma potrà farlo solo se continuiamo a costruire un variegato movimento di base che si allei con altre lotte progressiste nel paese e che renda socialmente e politicamente inaccettabile il fatto di essere “progressisti tranne che sulla Palestina” (PEP).

Vale anche la pena riflettere sul ruolo della leadership palestinese nella Cisgiordania occupata, che si è fatta in quattro per accogliere le richieste degli Stati Uniti negli ultimi 30 anni nella speranza di avvicinarsi gradualmente all’indipendenza palestinese. Dopo decenni di fallimento, questo approccio è insostenibile. La leadership palestinese deve cambiare, deve diventare più democratica e smettere di reprimere e soffocare il dissenso. Fondamentalmente, deve smetterla di stare a guardare in attesa che gli Stati Uniti procurino la libertà ai palestinesi. In qualità di leader, è loro compito cercare giustizia attraverso ogni possibile via, comprese le istituzioni internazionali e la Corte Penale Internazionale, indipendentemente dalle obiezioni degli Stati Uniti.

In definitiva, tuttavia, il compito di porre fine alla complicità degli Stati Uniti con l’oppressione israeliana dei palestinesi grava sulle spalle di coloro che vivono negli Stati Uniti, e dobbiamo continuare a impegnarci su questo compito. Facendo crescere una campagna multiforme di pressione progressista dal basso, che a sua volta influenzi il dibattito politico, la copertura mediatica e il comportamento dei responsabili politici, il consenso sul cieco sostegno degli Stati Uniti a Israele può davvero incrinarsi. Questa crepa renderà possibile una politica estera più giusta ed etica che sostenga – o almeno smetta di ostacolare – la ricerca della libertà da parte dei palestinesi.

Omar Baddar è un analista politico palestinese-americano che risiede a Washington, DC. È stato vicedirettore dell’Arab American Institute [organizzazione che si occupa di difendere gli interessi degli statunitensi di origine araba, ndtr.] (AAI) e direttore esecutivo dell’American Arab Anti-Discrimination Committee [associazione che lotta contro le discriminazioni a danno della comunità arabo-americana, ndtr.] del Massachusetts.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Militari israeliani uccidono ufficiale dell’Autorità Nazionale Palestinese e sparano a un insegnante

Tamara Nassar

9 novembre 2020 – The Electronic Intifada

Domenica scorsa le forze di occupazione israeliane hanno sparato ad un palestinese all’ingresso del campo profughi di al-Fawwar, vicino alla città di Hebron in Cisgiordania.

L’esercito israeliano ha affermato che quando hanno aperto il fuoco Ali Suleiman Amro, 40 anni, stava tentando di aggredirli con un coltello.

Come in molti casi precedenti di uccisione di un presunto aggressore palestinese, nel corso dell’accaduto nessun soldato israeliano è rimasto ferito.

L’esercito ha dichiarato che Amro è stato ricoverato in ospedale, ma i media israeliani hanno riferito che le sue condizioni erano ignote.

Dei testimoni palestinesi hanno filmato la sparatoria dal loro veicolo.

È possibile scorgere Amro mentre viene circondato da almeno tre soldati quando si sentono due colpi di arma da fuoco.

I media palestinesi hanno riferito che Amro era un insegnante di una scuola superiore nella città di Dura, vicino a Hebron, nella Cisgiordania occupata.

Questo è il secondo episodio nel corso di questo mese in cui i soldati israeliani sparano a dei palestinesi asserendo di essere stati attaccati.

Il precedente è stato fatale.

Ucciso un capitano dell’Autorità Nazionale Palestinese

Mercoledì scorso dei militari israeliani hanno sparato e ucciso un uomo palestinese vicino al posto di blocco militare di Huwwara, principale punto di transito in entrata e in uscita della città di Nablus, in Cisgiordania.

L’uomo è stato identificato come Bilal Adnan Rawajba, 29 anni. Era un consulente legale con il grado di capitano delle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese.

L’esercito israeliano ha affermato che Rawajba aveva aperto il fuoco contro i militari israeliani “mentre usciva dalla città“.

L’esercito ha affermato che i soldati lo hanno “neutralizzato”.

La famiglia di Rawajba avrebbe sostenuto che egli si stava recando per lavoro nella città di Tubas, nel nord della Cisgiordania.

Dei palestinesi in un veicolo vicino hanno filmato la sparatoria. Il video diffuso sui social media mostra un soldato israeliano che spara più volte contro l’auto di Rawajba a distanza ravvicinata.

I filmati di sorveglianza diffusi dai media locali mostrano un’auto bianca che si avvicina ad una postazione militare dove si trovano due soldati. I soldati inizialmente correndo si allontanano  dal veicolo.

Da una barriera di cemento sembra levarsi della polvere, probabilmente originata da un colpo di arma da fuoco. In nessuno dei due video è visibile Rawajba o qualsiasi arma potesse avere con sé.

I media locali hanno anche diffuso un’immagine grafica che mostra Rawajba ucciso all’interno della sua auto.

Nessun soldato israeliano è rimasto ferito durante il fatto.

“Coordinamento della sicurezza”

Mercoledì l’Organizzazione per la liberazione della Palestina in un tweet ha ritenuto Israele “pienamente responsabile” di quella che ha definito “l’esecuzione extragiudiziale” di Rawajba.

L’OLP ha anche accusato Israele di “aver impedito agli equipaggi delle ambulanze di raggiungerlo, lasciandolo morire dissanguato”.

“Chiediamo alla Corte Penale Internazionale di accelerare le sue indagini”, ha aggiunto.

A maggio l’Autorità Nazionale Palestinese ha sospeso il suo coordinamento “civile” e relativo alla “sicurezza” con Israele per protestare contro i piani israeliani di annettere vaste aree della Cisgiordania occupata.

Ciò si è ripercosso sui pazienti palestinesi che richiedono cure mediche fuori Gaza, i quali si affidano al coordinamento dell’ANP con l’esercito israeliano per ottenere i permessi.

L’ Autorità Nazionale Palestinese ha anche rifiutato di accettare le entrate fiscali che Israele raccoglie dai palestinesi per conto della stessa ANP. Ciò per protestare contro la sottrazione da parte di Israele del denaro pari agli importi che l’ANP versa alle famiglie dei prigionieri palestinesi.

Questo ha danneggiato i funzionari dell’ANP come Rawajba, che a causa della controversia ricevono solo metà dei loro stipendi.

Il quotidiano di Tel Aviv Haaretz [quotidiano israeliano di orientamento progressista, ndtr.] ha affermato che la sospensione del coordinamento ha “danneggiato l’apparato di sicurezza palestinese più di quanto abbia fatto leva su Israele”.

La resistenza palestinese e le fazioni politiche Hamas e Jihad islamica hanno entrambe condannato l’uccisione di Rawajba.

Il partito politico di sinistra Fronte popolare per la liberazione della Palestina ha definito l’uccisione di Rawajba all’interno della sua auto “un altro crimine di guerra sionista da aggiungere all’elenco dei crimini contro il nostro popolo”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’ipocrisia europea: parole vuote per la Palestina, armi letali per Israele

Ramzy Baroud

21 ottobre 2020 – The Palestine Chronicle

In teoria, quando si tratta dell’occupazione israeliana della Palestina, l’Europa e gli Stati Uniti sono su posizioni completamente opposte. Mentre il governo USA ha totalmente avallato il tragico status quo creato da 53 anni di occupazione militare israeliana, l’UE continua a sostenere una soluzione negoziata che si pretende rispettosa del diritto internazionale.

In pratica tuttavia, nonostante l’apparente differenza tra Washington e Bruxelles, il risultato è sostanzialmente lo stesso. Gli USA e l’Europa sono i maggiori partner commerciali, fornitori di armi e sostenitori politici di Israele.

Una delle ragioni per cui l’illusione di un’Europa imparziale è sopravvissuta così a lungo sta in parte nella stessa leadership palestinese. Abbandonata politicamente e finanziariamente da Washington, l’Autorità Nazionale Palestinese di Mahmoud Abbas si è rivolta all’Unione Europea come sua unica ancora di salvezza.

L’Europa crede nella soluzione a due Stati”, ha detto il 12 ottobre il primo ministro dell’ANP Mohammed Shtayyeh in un dibattito in video con il Comitato per gli Affari Esteri del Parlamento Europeo. Al contrario degli USA, il continuo sostegno dell’Europa alla defunta soluzione dei due Stati la legittima a colmare l’enorme divario creato dall’assenza di Washington.

Shtayyeh ha chiesto ai leader dell’UE di “riconoscere lo Stato di Palestina per permettere a noi, e a voi, di rompere lo status quo.”

Comunque ci sono già 139 Paesi che riconoscono lo Stato di Palestina. Mentre questo riconoscimento indica chiaramente che il mondo resta saldamente a favore della Palestina, riconoscerla come Stato cambia poco sul terreno. Ciò che è necessario sono sforzi condivisi per rendere Israele responsabile per la sua violenta occupazione, come anche una reale azione di sostegno alla lotta dei palestinesi.

Non solo l’Europa non ha fatto questo, ma di fatto sta facendo l’esatto opposto: finanzia Israele, arma il suo esercito e mette a tacere chi lo critica.

A sentire le parole di Shtayyeh, si ha l’impressione che l’alto dirigente palestinese si stia rivolgendo ad una conferenza di Paesi arabi, musulmani o socialisti. “Invito il vostro parlamento e i suoi onorevoli membri a far sì che l’Europa non aspetti che il presidente americano tiri fuori delle idee…Noi abbiamo bisogno di una parte terza che possa realmente porre rimedio allo squilibrio nel rapporto tra un popolo sotto occupazione ed un Paese occupante, che è Israele”, ha detto.

Ma l’Europa ha i titoli per essere quella “parte terza”? No. Per decenni i governi europei sono stati a pieno titolo dalla parte di USA-Israele. Solo perché recentemente l’amministrazione di Donald Trump ha compiuto una decisa svolta a favore di Israele ciò non dovrebbe automaticamente condurre all’errore di trasformare la storica tendenza filoisraeliana dell’Europa in solidarietà per la Palestina.

Lo scorso giugno oltre 1.000 parlamentari europei, che rappresentano diversi partiti, hanno rilasciato una dichiarazione che esprime “gravi preoccupazioni” riguardo al cosiddetto Accordo del Secolo di Trump e si oppone all’annessione israeliana di quasi un terzo della Cisgiordania. Tuttavia il filoisraeliano partito democratico USA, compresi alcuni tradizionali fedeli sostenitori di Israele, è stato parimenti critico verso il piano israeliano perché, nella loro mente, l’annessione significa che una soluzione a due Stati diventerebbe impossibile.

Mentre i democratici USA hanno chiarito che se Biden venisse eletto la sua amministrazione non modificherebbe nessuna delle azioni di Trump, anche i governi europei hanno chiarito che non prenderanno nessuna iniziativa per dissuadere – e tanto meno punire – Israele per le sue ripetute violazioni del diritto internazionale.

Tutto ciò che i palestinesi hanno ottenuto dall’Europa sono vuote promesse, come anche molto denaro che è stato largamente intascato dai fedeli di Abbas in nome della “costruzione dello Stato” ed altre fantasie. Di fatto molte delle infrastrutture dell’immaginario Stato palestinese che sono state sovvenzionate dall’Europa negli anni recenti sono state fatte saltare in aria, demolite o ne è stata interrotta la costruzione da parte dell’esercito israeliano nel corso delle sue tante guerre e incursioni. Eppure l’Europa non ha punito Israele, né l’ANP ha smesso di chiedere altri soldi per continuare a finanziare uno Stato inesistente.

Non solo l’UE non ha reso Israele responsabile per la sua perdurante occupazione e violazione dei diritti umani, ma sta anche finanziando di fatto Israele. Secondo ‘Defence News’ [rivista e sito web USA che si occupa di armamenti, ntr.] un quarto dei contratti delle esportazioni belliche di Israele (che ammontano a 7,2 miliardi di dollari nel solo 2019) è destinato a Paesi europei.

Inoltre l’Europa è il principale partner commerciale di Israele, importando un terzo delle esportazioni totali di Israele ed esportando circa il 40% delle importazioni complessive israeliane. Queste cifre includono anche merci prodotte nelle colonie ebraiche illegali.

Per di più, l’UE fa in modo di includere Israele nello stile di vita europeo attraverso eventi culturali e musicali, gare sportive e in mille altri modi. Benché l’Europa possieda potenti mezzi che potrebbero essere usati per ottenere concessioni politiche e imporre il rispetto del diritto internazionale, sceglie semplicemente di fare ben poco.

Si confronti ciò con il recente ultimatum che l’UE ha dato alla leadership palestinese, condizionando il proprio aiuto ai rapporti finanziari dell’ANP con Israele. Lo scorso maggio Abbas ha compiuto il passo straordinario di considerare nulli e inefficaci tutti gli accordi con Israele e gli USA. Di fatto questo significa che l’ANP non si riterrebbe più responsabile dell’opprimente status quo creato dagli Accordi di Oslo, ripetutamente violato da Tel Aviv e Washington. Allentare i legami con Israele significa anche che l’ANP rifiuterebbe di accettare circa 150 milioni di dollari di entrate fiscali che Israele raccoglie per conto dell’ANP. Pur molto in ritardo, questa mossa palestinese era necessaria.

Invece di appoggiare l’iniziativa di Abbas, l’UE l’ha criticata, rifiutando di fornire ulteriori aiuti ai palestinesi finché Abbas non riprenderà i rapporti con Israele ed accetterà il denaro delle tasse. Secondo il portale di Axios News, la Germania, la Francia, il Regno Unito e persino la Norvegia stanno conducendo l’attacco.

La Germania in particolare è stata instancabile nel suo sostegno ad Israele. Per mesi si è spesa per conto di Israele per risparmiare a Tel Aviv un’inchiesta per crimini di guerra da parte della Corte Penale Internazionale (CPI). Ha messo sotto processo attivisti che sostenevano il boicottaggio di Israele. Recentemente ha confermato l’invio di motocannoniere con missili ed altri armamenti per assicurare la superiorità della marina israeliana in una eventuale guerra contro nemici arabi. La Germania non è sola. Israele e la maggior parte dei Paesi europei stanno serrando i ranghi relativamente a reciproca cooperazione militare e a rapporti commerciali senza precedenti, compresi accordi sul gas naturale.

Continuare a fare riferimento all’irraggiungibile soluzione a due Stati e contemporaneamente armare, finanziare e incrementare i rapporti economici con Israele è l’esatta definizione di ipocrisia. La verità è che l’Europa dovrebbe essere considerata responsabile al pari degli USA dell’incoraggiamento e del sostegno verso l’occupazione israeliana della Palestina.

Eppure, mentre Washington è apertamente filoisraeliana, l’UE ha giocato una partita più intelligente: vendere ai palestinesi vuote parole e a Israele armi letali.

Ramzy Baroud è giornalista e editore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo lavoro è “These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons” [Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e sfida nelle prigioni israeliane] (Clarity Press). Il dott. Baroud è ricercatore non residente presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA) e anche presso il Centro Afro-Mediorientale (AMEC).

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’inviato dell’ONU non ha niente da dire mentre Israele respinge i suoi colleghi

Maureen Clare Murphy

16 ottobre 2020 – The Electronic Intifada

Giovedì Middle East Eye ha riferito che Israele, con una nuova aggressione contro ogni forma di controllo, ha sospeso la concessione dei visti ai dipendenti dell’ OHCHR, Agenzia per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.

Israele a febbraio ha annunciato l’interruzione dei rapporti con l’ONU dopo che questa ha creato una lista di aziende coinvolte nelle colonie israeliane nella Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme est.

La pubblicazione della lista è stata rinviata per anni, creando il sospetto che l’ONU stesse cedendo alla pressione politica affinché cancellasse l’informazione.

Ora che la notizia è stata resa pubblica, Israele sembra voler dar seguito alla sua promessa di punire l’agenzia ONU.

Secondo Middle East Eye “a partire da giugno nessuna delle richieste di nuovi visti ha ricevuto risposta, e i passaporti inviati per il rinnovo [del visto] sono tornati indietro vuoti”.

Nove dei 12 dipendenti stranieri dell’organizzazione hanno ora lasciato Israele e i territori palestinesi per timore di trovarsi là privi di documenti”, ha aggiunto Middle East Eye. “Tra loro vi è il direttore [della missione ONU] nel Paese, James Heenan.”

Divieto di ingresso

Da lungo tempo Israele, che controlla i movimenti verso e dalla Cisgiordania e Gaza, ha espulso e negato l’ingresso a cittadini stranieri legati ad associazioni per i diritti umani o di solidarietà con i palestinesi.

Da molto tempo ha negato l’ingresso a Michael Lynk, incaricato dal Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU di monitorare la situazione dei diritti umani in Cisgiordania e a Gaza.

Tuttavia altri responsabili dell’ONU, come Nickolay Mladenov, inviato di pace per il Medio Oriente del Segretario Generale dell’ONU, continuano a godere dei favori di Israele e dei suoi sostenitori – anche quando attaccano le agenzie per i diritti umani dell’ONU e le loro indagini.

Il contrastante trattamento di questi due rappresentanti dell’ONU è in linea con i loro sforzi – o con l’assenza di essi – di rendere Israele responsabile per le sue violazioni dei diritti dei palestinesi. Rispecchia anche le loro divergenti vedute riguardo ai diritti dei palestinesi come qualcosa da proteggere o come moneta di scambio da negoziare in colloqui con Israele.

Lynk ha approvato la pubblicazione della lista delle attività economiche con le colonie, dicendo che “la continua violazione da parte di una potenza occupante non rimarrà senza risposta.”

Ha aggiunto che, in assenza delle colonie, sostenute dall’attività economica di imprese israeliane e straniere, “l’occupazione israeliana che dura da cinquant’anni perderebbe la sua ragion d’essere coloniale.”

Mladenov invia regolari rapporti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU sull’applicazione (o violazione) della Risoluzione 2334, che chiede a Israele di cessare la costruzione di colonie in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est.

Nonostante la rilevanza di ciò per il suo incarico, Mladenov è rimasto vistosamente in silenzio riguardo alla lista delle attività economiche con le colonie – sia prima che dopo la sua pubblicazione. Né ha aperto bocca contro il divieto d’ingresso israeliano nei confronti dei suoi colleghi dell’ONU, come Lynk.

Le richieste di intervento di Mladenov si limitano ad invitare a non specificati passi “verso una soluzione negoziata di due Stati.”

In evidente contrasto, Lynk ha accolto calorosamente la conclusione della procuratrice capo della Corte Penale Internazionale secondo cui vi è un ragionevole fondamento per indagare sui crimini di guerra (israeliani) in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Non così Mladenov.

Lynk ha evidenziato l’uso da parte di Israele di punizioni collettive per sottomettere i palestinesi che vivono sotto il suo governo militare. Ha invitato gli Stati terzi a prendere contromisure, incluse sanzioni “necessarie ad assicurare il rispetto da parte di Israele del suo obbligo di porre fine all’occupazione, conformemente al diritto internazionale.”

Invece Mladenov chiede che venga ripristinato “il dialogo tra tutti i decisori, senza precondizioni.”

Tuttavia il dialogo senza attribuzione di responsabilità non farà che consentire ad Israele di guadagnare altro tempo per colonizzare rapidamente la terra palestinese e reprimere violentemente la resistenza palestinese – come è stato negli ultimi 25 anni, segnati dal paradigma del processo di pace di Oslo.

Spazi ridotti

Nel frattempo le associazioni palestinesi impegnate nella responsabilizzazione [di Israele] stanno lavorando in un ambito sempre più ristretto, in quanto Israele cerca di limitare qualunque accesso alla giustizia.

I deputati del partito Likud del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu hanno proposto di ampliare la definizione statale di agenti stranieri.

Come sottolinea il Consiglio palestinese per i Diritti Umani, la legge israeliana “impone una condanna a 15 anni di carcere nei confronti di chiunque abbia coscientemente contattato un agente straniero senza fornire spiegazioni di ciò”.

Attualmente la legge definisce agente straniero chi agisce “per conto di uno Stato straniero o di un’organizzazione terroristica” in modo che “potrebbe mettere a rischio la sicurezza di Israele”.

Un emendamento proposto a questa legge sostituirebbe “Stato straniero” con “entità politica straniera”. I parlamentari promotori dell’emendamento citano l’Autorità Nazionale Palestinese e l’Unione Europea – che non sono Stati – come la ragione della necessità di modificare il linguaggio.

Il Consiglio palestinese per i Diritti Umani ha affermato che l’emendamento prende di mira “organizzazioni che cooperano con, o ricevono appoggio da, UE e ANP. Esso cerca di limitare ulteriormente il lavoro delle organizzazioni per i diritti umani presentando la nostra attività come contatti con enti stranieri.”

Israele ha già approvato una legge che impone severe sanzioni a coloro che difendono il boicottaggio di Israele o delle sue colonie nella Cisgiordania occupata e sulle alture del Golan.

Le associazioni palestinesi per i diritti umani hanno affermato che il boicottaggio è “il principale strumento di protesta civile…per porre fine all’occupazione.”

La legge israeliana impone anche alle associazioni per i diritti umani con sede nel Paese che ricevono più della metà dei loro finanziamenti da Stati esteri di dichiararlo nelle loro pubblicazioni.

Maureen Clare Murphy è vicedirettrice di The Electronic Intifada e vive a Chicago.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




La Corte Penale Internazionale esclude l’indagine sulla Freedom Flottiglia a Gaza

Maureen Clare Murphy 

19 Settembre 2020 – Electronic Intifada

Una giuria della Corte Penale Internazionale ha respinto il ricorso contro la decisione della procuratrice capo di non procedere nell’indagine sull’attacco mortale di Israele a una nave in acque internazionali nel 2010.

I soldati israeliani avevano ferito a morte 10 persone a bordo della Mavi Marmara  dopo aver fatto irruzione sulla nave, che era parte di una flottiglia civile intenzionata a rompere l’assedio in corso a Gaza.

La decisione della camera preliminare di questa settimana sembra porre fine a sette anni di procedimenti legali e di botta e risposta tra la procuratrice Fatou Bensouda e il collegio dei giudici che le hanno ripetutamente chiesto di riconsiderare la sua decisione di non indagare.

Bensouda ha riconosciuto che “c’è un ragionevole margine di dubbio per credere che siano stati commessi crimini di guerra” dalle forze israeliane quando sono salite a bordo della Mavi Marmara.

Ma ha insistito sul fatto che l’attacco israeliano in alto mare non è “sufficientemente grave” da giustificare un procedimento giudiziario.

I giudici hanno identificato una serie di errori che è stato chiesto a Bensouda di correggere.

Nella loro decisione di questa settimana, i giudici affermano che Bensouda “non ha veramente riconsiderato” la sua decisione del 2014 di eludere l’indagine. Secondo i giudici, ha anche “commesso nuovi errori” lo scorso anno nel riaffermare le proprie decisioni.

Gli errori includono la valutazione del pubblico ministero della gravità dell’eventuale causa derivante dai fatti.

Nella sua conferma del 2019 della decisione di non perseguire, Bensouda ha affermato che i commando israeliani che hanno preso d’assalto la Mavi Marmara sembrano essere i principali responsabili dei presunti crimini e sarebbero perciò stati al centro di qualsiasi indagine.

Ha ritenuto non esserci basi ragionevoli per credere che gli alti comandi israeliani e i leader civili non presenti sulla Mavi Marmara fossero responsabili.

Come riassumono i giudici, Bensouda ha sostenuto che l’ambito dell’eventuale causa [giudiziaria] sarebbe probabilmente limitato e che l’identificazione degli autori dei crimini di omicidio intenzionale e lesioni gravi sarebbe difficile data la “situazione caotica” durante l’attacco alla Mavi Marmara.

I giudici sottolineano che la procuratrice ha “essenzialmente escluso dall’ambito” di un’eventuale indagine, “a parte gli stessi responsabili, altre categorie di persone, dai comandanti diretti… agli alti comandi [militari] e leader israeliani”.

I giudici aggiungono che una valutazione iniziale “non dovrebbe mai portare all’esclusione di alcune categorie di persone ancor prima che le indagini siano iniziate”.

La procuratrice ha dichiarato di essere stata incaricata in fase istruttoria non di “valutare se l’indagine si sarebbe estesa” a comandanti e funzionari di alto livello, “ma se si potesse portarla avanti per i principali responsabili, chiunque fossero”.

Non considerate le nuove prove

Bensouda inoltre si è basata solo sulle informazioni messe a sua disposizione al novembre del 2014. Ciò escluderebbe le prove derivanti tra l’altro dalle testimonianze a una commissione pubblica del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e di Ehud Barak, ministro della Difesa israeliano al momento dell’attacco alla Mavi Marmara.

Le affermazioni di Bensouda sono state contestate dal governo delle Comore, di cui la Mavi Marmara batte bandiera. In un appello presentato nel marzo di quest’anno, le Comore hanno sostenuto che le prove “dimostrano che l’intera operazione è stata attentamente pianificata e diretta da diversi ministeri e dai vertici” dell’esercito israeliano.

Le richieste della camera preliminare affinché Bensouda riconsiderasse la sua decisione, tuttavia, sostenevano che la cosa “avrebbe dovuto essere condotta sulla base delle informazioni già in possesso della procuratrice.

La quale era già in possesso di informazioni che “possono ragionevolmente suggerire che ci fosseroro un’intenzione e un piano preesistenti di uccidere i passeggeri”, notano i giudici. Si tratta dell’uso di armi da fuoco da parte dei militari israeliani deciso prima dell’assalto alla Mavi Marmara.

I giudici hanno anche criticato come “prematura” la decisione della procuratrice secondo cui il presunto maltrattamento dei passeggeri sulla Mavi Marmara da parte dei soldati israeliani non si qualifica come trattamento disumano.

“La procuratrice avrebbe dovuto riconoscere che c’era una ragionevole base per credere che fosse stato commesso il crimine di guerra di tortura o di trattamento disumano”, affermano i giudici.

Aggiungono che “il deliberato rifiuto di cure mediche nella giurisprudenza della Corte e di altri tribunali [israeliani] è da considerarsi equivalente a un trattamento crudele che costituisce un crimine di guerra … o altri atti disumani costituiscono un crimine contro l’umanità”.

I soldati israeliani e la polizia negano abitualmente cure mediche ai palestinesi colpiti da colpi di arma da fuoco in quelli che Israele sostiene siano attacchi ai suoi militari, ma che in molti casi non sono altro che uccisioni illegali.

I giudici accusano inoltre la procuratrice di aver introdotto considerazioni irrilevanti ai fini della valutazione della gravità dell’eventuale causa facendo riferimento alla “resistenza violenta dei passeggeri” sulla Mavi Marmara, ipotizzando addirittura che i soldati israeliani possano aver agito per legittima difesa.

Nella sua decisione del 2014 di non indagare, Bensouda comunque ha stabilito che i passeggeri a bordo della Mavi Marmara fossero protetti dalle Convenzioni di Ginevra e che la loro uccisione o lesioni fossero crimini di guerra.

Bensouda considerava che vi fosse un margine ragionevole per credere che fosse stato commesso un crimine che rientrasse nella giurisdizione della Corte. Per questo motivo, affermano i giudici, “non è appropriato che faccia affidamento su incertezze o sull’esistenza di diverse spiegazioni plausibili in merito alla presunta attuazione dei crimini”.

I giudici incolpano il pubblico ministero anche di non aver “dichiarato come abbia valutato il danno subito dalle vittime”, portandoli a concludere che “non ha attribuito alcun peso all’impatto dei presunti crimini sulle vittime dirette e indirette”.

Questo è altro rispetto all’entità dei crimini, che “si riferisce al numero delle vittime, all’area geografica colpita e alla durata e ‘intensità nel tempo dei presunti crimini “.

Secondo i giudici l’impatto è in relazione all’entità del danno subito dalle vittime, sia esso fisico, psicologico o materiale, e affermano che il numero delle vittime registrate per partecipare al procedimento relativo all’assedio di Mavi Marmara “è vicino a 500”.

Altri casi “di gravità paragonabile o minore” rispetto alle circostanze della Mavi Marmara erano stati riconosciuti tali da giustificare ulteriori azioni da parte della Corte, notano i giudici.

La “mancata e coerente applicazione del requisito di gravità” da parte di Bensouda …. “sottopone la Corte alle critiche di doppio standard e di arbitrio”, affermano.

Conclusione scioccante

I giudici, tuttavia, alla fine hanno respinto l’appello del governo delle Comore perché si proceda nell’indagine perché non è chiaro “se e in quale misura si possa chiedere alla procuratrice di correggere gli errori individuati dalla camera (preliminare)”.

Meno di 10 paragrafi nelle 51 pagine dell’istanza sono dedicati a spiegare il rigetto.

È una conclusione scioccante, viste le critiche alla procuratrice di non aver considerato in modo soddisfacente gli errori nel resto dell’istanza.

Il rifiuto della Corte Penale Internazionale ad indagare su quei crimini di guerra sarà senza dubbio frustrante per le vittime di Mavi Marmara che invocano giustizia da più di un decennio. Ancora una volta, Israele non deve farsi carico di conseguenze durature per presunti crimini di guerra.

Ma non si è liberato della CPI.

Nel dicembre dello scorso anno, dopo una lunga indagine preliminare, Bensouda ha raccomandato al tribunale di indagare sui presunti crimini di guerra perpetrati in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

La stessa camera preliminare dei giudici che hanno liquidato la vicenda della Mavi Marmara presso la CPI sta attualmente valutando se il tribunale internazionale eserciti giurisdizione sul territorio palestinese occupato.

L’amministrazione Trump a Washington ha adottato una misura senza precedenti imponendo sanzioni economiche a Bensouda e a un altro membro della Corte Penale Internazionale a causa delle indagini della Corte in Afghanistan, che potrebbero portare all’incriminazione di personale statunitense, così come nella situazione in Palestina.

Nonostante le Comore abbiano portato il caso della Mavi Marmara alla Corte Penale Internazionale, si ipotizza che l’isola dell’Oceano Indiano sarà tra le prossime nazioni della Lega Araba a normalizzare le relazioni con Israele.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Portare finalmente di fronte alla giustizia i criminali di guerra israeliani?

Dana Farraj, Asem Khalil

4 settembre 2020Chronique de Palestine

Le informazioni secondo cui Israele avrebbe stilato degli elenchi di responsabili che potrebbero essere arrestati se viaggiassero all’estero, nel caso in cui la Corte Penale Internazionale decidesse di indagare sui crimini di guerra in Palestina, mettono in evidenza il potere e le potenzialità della Corte. Gli analisti politici di Al-Shabaka Dana Farraj e Asem Khalil dissertano su tre indicatori chiave che confermano la seria possibilità di un intervento della CPI contro i presunti criminali di guerra.

In queste ultime settimane i media hanno parlato di elenchi segreti che Israele starebbe compilando, relativi a militari e agenti dei servizi di intelligence che potrebbero essere arrestati nel momento in cui si recassero all’estero, nel caso che la CPI [Corte Penale Internazionale, ndtr.] decidesse di indagare sui crimini di guerra nei territori palestinesi occupati (TPO) .

Infatti, nei cinque anni trascorsi da quando la procuratrice della CPI ha avviato l’esame preliminare sugli eventuali crimini di guerra nei TPO, l’esercito israeliano ha ucciso più di 700 palestinesi e ne ha feriti decine di migliaia.

Questi morti e questi feriti non sono incidenti isolati, ma fanno parte di una più ampia politica che mira a sopprimere la resistenza palestinese alla colonizzazione della terra. In conseguenza del furto delle terre da parte di Israele e delle sue colonie illegali e del trasferimento dei suoi cittadini nei TPO, le famiglie palestinesi sono state separate, sottoposte a detenzione arbitraria, poste in stato d’assedio e si sono viste negare, tra molti altri abusi, la libertà di movimento.

Si può quindi affermare che Israele è responsabile di crimini contro l’umanità e di crimini di guerra, cosa che forse spiega perché essa [la CPI] non ha voluto indagare ulteriormente sulle denunce e le pratiche in suo possesso.

La CPI si fonda sul principio di complementarietà, il che significa che è autorizzata ad esercitare la propria competenza solo quando i sistemi giuridici nazionali non sono conformi alle norme internazionali. È tuttavia importante notare che ciò comprende le situazioni in cui questi sistemi asseriscono di agire, ma non vogliono e/o non possono attivare reali processi.

La persistente reticenza di Israele ad avviare procedimenti nazionali contro persone che si presume abbiano compiuto crimini di guerra e crimini contro l’umanità in Palestina apre quindi la seria possibilità di un intervento della CPI.

In questo articolo gli analisti politici di Al-Shabaka Dana Ferraj e Asem Khalil pongono in evidenza parecchi indicatori che dovrebbero portare l’Ufficio della Procuratrice (d’ora in poi citato come Ufficio o UdP) a questa conclusione. In particolare lo scritto si concentra su tre indicatori coerenti che fanno riferimento al quadro giuridico e politico approvato dall’Ufficio nel suo documento di politica generale del 2013 che riguarda gli esami preliminari.

Questi indicatori devono essere perciò presi in considerazione dall’Ufficio quando esamina la reticenza di Israele a indagare sui crimini e ad avviare azioni penali (1).

Il primo indicatore è il numero di denunce e di pratiche che sono state archiviate senza indagini degne di tal nome, indipendenti e imparziali. Il secondo riguarda le inchieste fittizie contro soldati di basso rango che proteggono in realtà i decisori politici contro le incriminazioni. Il terzo è il persistente rifiuto di Israele di rispettare il diritto internazionale umanitario e le leggi internazionali sui diritti umani.

Inoltre il dossier si occupa del ruolo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per quanto riguarda la CPI.

Mancanza di indipendenza, di imparzialità o di volontà

Durante l’offensiva militare contro Gaza del 2014, che Israele ha chiamato “Operazione Margine Protettivo”, molti osservatori indipendenti, tra cui una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ed organizzazioni locali e internazionali di difesa dei diritti umani, hanno documentato numerosi attacchi illegali, tra cui evidenti crimini di guerra.

Alcuni si sono spinti oltre ed hanno denunciato “l’incapacità e il rifiuto” di Israele di chiamarne a rispondere “coloro che sono sospettati di aver commesso crimini contro civili palestinesi”, indagando in modo imparziale sui presunti crimini di guerra. (2)

Durante l’offensiva israeliana sono stati uccisi oltre 1500 civili palestinesi, sono stati danneggiati ospedali e altre infrastrutture civili e sono state distrutte le case di più di 100.000 persone.

La vastità di queste distruzioni probabilmente non sarà mai conosciuta perché Israele ha impedito agli investigatori internazionali di entrare nella Striscia di Gaza (come anche in Cisgiordania e in Israele). Perciò dopo l’attacco del 2014 gli inquirenti militari israeliani hanno incriminato solo 3 soldati.

Ancor prima, nel 2011, un rapporto della Federazione internazionale dei diritti umani [che rappresenta 164 organizzazioni nazionali di difesa dei diritti umani in oltre 100 paesi, ndtr.] aveva denunciato il rifiuto di Israele di avviare indagini indipendenti, efficaci, rapide ed imparziali sui presunti crimini di guerra nei TPO e l’aveva descritto come una sistematica negazione di giustizia per le vittime. E qualche anno dopo Amnesty International ha constatato che, nei casi in cui dei palestinesi sarebbero stati uccisi illegalmente dalle forze di sicurezza israeliane (sia in Israele che nei TPO), Israele non aveva aperto inchieste o aveva archiviato quelle in corso.

Infatti indagini su moltissimi casi e violazioni che coprono un lungo periodo di tempo sono state archiviate. In un caso particolarmente importante, nell’agosto 2018 gli inquirenti militari hanno deciso di chiudere i fascicoli sulle morti del “venerdì nero”, durante il quale a Rafah, nei quattro giorni nel corso dell’attacco a Gaza del 2014, sono stati uccisi più di 200 civili palestinesi. Di fatto, tra il 2001 e il 2008 sono state trasmesse all’Ispettorato delle Denunce dell’Agenzia per la Sicurezza israeliana più di 600 denunce di comportamenti scorretti, ma nessuna di esse ha portato ad un’indagine penale. Inoltre, secondo le osservazioni conclusive della Commissione delle Nazioni Unite contro la tortura, “su 550 esami di denunce di tortura avviati dall’ispettore dei servizi di sicurezza generale tra il 2002 e il 2007, solo 4 hanno portato a misure disciplinari e nessuno ad azioni penali.”

Nel febbraio 2019 è stata creata una Commissione d’inchiesta dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite incaricata di indagare sulle circostanze relative alle manifestazioni del 2018 nella Striscia di Gaza di commemorazione della Nakba. (3) Dopo che la Commissione ha criticato la mancanza di volontà di Israele ad avviare dei processi, il governo israeliano ha denunciato l’esistenza stessa della Commissione ed ha affermato che ciò forniva una prova ulteriore del partito preso contro Israele da parte del Consiglio. Ha quindi vietato ai membri dell’equipe di tre persone di recarsi in Israele o nella Striscia di Gaza. Il documento di orientamento dell’Ufficio della Procuratrice del 2013 sulle indagini preliminari osserva che questo tipo di risposta è prevedibile, dal momento che gli stessi funzionari che hanno contribuito a redigere e firmare i regolamenti sono gli stessi che sono responsabili in ultima istanza di decidere se essi devono essere oggetto di un’indagine e di incriminazioni.

Le esperte di diritto internazionale Valentina Azarova e Sharon Weill parlano anche di “legami tra i presunti autori [dei crimini, ndtr.] e le autorità competenti incaricate dell’indagine, delle incriminazioni e/o di giudicare i crimini.” Sottolineano che in Israele l’avvocato generale dell’esercito “esercita i tre poteri – legislativo (definire le regole di condotta dell’esercito), esecutivo (fornire consulenze giuridiche “in tempo reale” durante le operazioni militari) e quasi giudiziario (decidere sulle indagini e le incriminazioni).” Ciò consente di evitare che i decisori debbano essere chiamati a risponderne e di evitare la minaccia di un’inchiesta o di incriminazioni da parte della CPI. I tribunali israeliani diventano di fatto “l’esempio per eccellenza di un sistema giuridico che ‘non vuole o non può’ indagare e perseguire i crimini di guerra commessi sotto la propria giurisdizione nazionale.”

Indagini fittizie e poco credibili e protezione dei responsabili

Quando si verificano violazioni di diritti nei TPO soltanto i soldati di basso livello sono tenuti a renderne conto, ricevendo solo una lieve reprimenda. Per esempio, il soldato israeliano il cui assassinio di un palestinese ferito a Hebron nel 2018 è stato ripreso da una videocamera è stato ritenuto colpevole di omicidio volontario e condannato ad una pena di 18 mesi di prigione. La condanna è stata confermata in appello, ma il capo di stato maggiore militare israeliano in seguito l’ha ridotta a 14 mesi. Senza tener conto della clemenza della pena, questa sentenza non riconosce il carattere strutturale o sistematico della violenza che Israele infligge ai palestinesi. Come fa notare Thomas Obei Hansen a proposito dell’approccio complessivo dell’Ufficio della Procuratrice:

In certe situazioni l’Ufficio della Procuratrice ha osservato che, quando le prove indicano crimini sistematici, non basta che un limitato numero di responsabili diretti siano perseguiti e, su questa premessa, ha chiesto alla Camera [per gli esami preliminari, ndtr.] di autorizzare un’inchiesta.”

Anche quando l’Avvocatura Generale dell’esercito ha condotto un’inchiesta sull’offensiva militare del 2014, si è concentrata in particolare su ciò che ha descritto in modo errato come “episodi fuori dalle regole” che avevano provocato un centinaio di denunce. (4) Benché in seguito siano state aperte 19 inchieste penali contro soldati sospettati di aver violato le leggi di guerra, la loro portata è stata limitata ed è parsa essere concentrata esclusivamente su responsabili di basso rango.

Nada Kiswanson, una rappresentante di Al-Haq [organizzazione palestinese per i diritti umani, ndtr.], ha sottolineato: “Nei rarissimi casi in cui un soldato israeliano di grado minore è stato oggetto di un’inchiesta e di incriminazioni, la pena infine comminata non è stata adeguata alla gravità del comportamento criminale.” Tuttavia il rapporto della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite è andato oltre, rilevando che la questione principale non sta nella portata limitata o nelle carenze di queste inchieste individuali: al contrario, “è la politica in sé che può violare le leggi di guerra”. (5)

L’accento posto sugli autori dei crimini ai livelli più bassi della gerarchia dimostra che Israele non è disposto a riconoscere, e ancor meno ad affrontare, questa impostazione. Al contrario, si intende implicitamente che queste prassi giudiziarie garantiscano che le persone che presumibilmente hanno commesso crimini di guerra e contro l’umanità non siano sottoposte a vere indagini interne e siano inoltre al riparo da ogni responsabilità. Questo aspetto è nuovamente chiarito dall’osservazione di Al-Haq secondo cui il fatto che le indagini si limitino agli “incidenti eccezionali” impedisce di indagare sulle decisioni prese a livello politico ed impedisce anche di intraprendere misure nei confronti degli alti comandi militari e civili le cui azioni ed omissioni provocano crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Per esempio, l’inchiesta politica condotta dalla Commissione Turkel [commissione israeliana incaricata di indagare sul massacro della nave turca Mavi Marmara nel 2010, ndtr.] nei suoi due rapporti del 2011 e 2013 ha constatato che i sistemi di indagine delle forze di sicurezza israeliane appaiono inadeguati, ma ciò non ha comportato cambiamenti significativi e nulla indica che le raccomandazioni dei rapporti verranno attuate. (6)

Rifiuto di rispettare le norme del diritto internazionale umanitario e delle leggi internazionali sui diritti umani

Israele ha costantemente negato l’applicabilità del diritto internazionale umanitario in Cisgiordania. Non definisce nemmeno la situazione come territorio occupato, perseguendo invece l’impresa di colonizzazione e le violazioni dei diritti umani dei palestinesi. Molti organismi delle Nazioni Unite e altre organizzazioni hanno pubblicato rapporti che dimostrano il mancato rispetto da parte di Israele del diritto umanitario internazionale e delle leggi internazionali sui diritti umani, che sono applicabili nella situazione di occupazione. Il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia emesso nel 2004 [che ha condannato la costruzione del muro in Cisgiordania da parte di Israele, ndtr.] è particolarmente duro.

La Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, adottata il 23 dicembre 2016, ha riaffermato lo status di occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza ed ha esplicitamente condannato “la costruzione e l’espansione delle colonie, il trasferimento di coloni israeliani, la confisca delle terre, la demolizione di case e l’espulsione di civili palestinesi.” Ha rimarcato che tali azioni “violano il diritto internazionale umanitario e le relative risoluzioni.” In risposta, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha approvato la costruzione di nuove unità abitative in Cisgiordania e a Gerusalemme. La sua flagrante sfida al diritto internazionale ha portato alcuni analisti a suggerire che la Procuratrice potrebbe reagire trattando questa attività come crimine di guerra.

Israele nega che le sue attività di colonizzazione in Cisgiordania costituiscano un crimine di guerra, benché tali atti siano esplicitamente vietati dallo Statuto di Roma [costitutivo della CPI, ndtr.], in particolare il “trasferimento, diretto o indiretto, da parte della potenza occupante di una parte della propria popolazione civile nel territorio che occupa” (art. 8 (2)(b)(viii)), come anche, su larga scala, “la distruzione e l’appropriazione di beni, non giustificate da necessità militari ed eseguite in forma illecita ed arbitraria” (art.8 (2)(a)(iv)).

Netanyahu ha chiaramente fatto sapere che Israele continuerà ad agire come vuole, nonostante il fatto che i suoi atti violino la Quarta Convenzione di Ginevra del 1949 ( a cui Israele ha aderito), come anche lo Statuto di Roma, di cui Israele è firmatario. Quest’ultimo fatto impone un “obbligo minimo di non contrastare l’oggetto e il fine del trattato”.

Per fare qualche esempio recente del modo in cui Israele continua a violare il diritto umanitario internazionale e le leggi internazionali sui diritti umani, tra agosto 2016 e settembre 2017 le autorità israeliane hanno confiscato e/o demolito 734 strutture appartenenti a palestinesi in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, trasferendo 1029 persone, ed hanno perseguito i loro progetti di ricollocamento delle comunità di beduini e di altri contadini. Come citato precedentemente, il trasferimento forzato, l’appropriazione illecita, la distruzione di proprietà private e le demolizioni di case costituiscono crimini di guerra e violazioni dei diritti umani. Questi crimini fanno parte di una politica di punizione collettiva sistematica contro i palestinesi.

Il ruolo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite

Le agenzie delle Nazioni Unite e le organizzazioni internazionali possono prendere delle posizioni o redigere dei rapporti che incoraggiano la CPI ad aprire un’inchiesta o almeno a non sospendere un’inchiesta già in corso. Tuttavia l’art.16 dello Statuto di Roma stabilisce che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite può, a condizione che venga adottata una risoluzione in base al capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite con un voto favorevole di nove membri senza diritto di veto, rinviare un’inchiesta o delle incriminazioni per un periodo rinnovabile di 12 mesi. Questo fornisce al Consiglio di Sicurezza uno strumento per impedire le inchieste nei conflitti in cui sono coinvolti Stati potenti, tanto più che queste risoluzioni possono essere rinnovate ogni anno.

Anche se il Consiglio di Sicurezza non ha ancora utilizzato questo potere di rinvio, la sua sussistenza rappresenta una minaccia permanente all’obbligo di rendere conto, soprattutto alla luce della posizione degli Stati Uniti sulla questione palestinese. È tuttavia immaginabile che il Consiglio di Sicurezza possa giocare un ruolo positivo in altre circostanze, come ha fatto nei confronti dell’apartheid in Sudafrica: il 4 febbraio 1972 ha fatto ricorso al capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite in appoggio ad un embargo obbligatorio sulle armi destinate al regime sudafricano. Pur se molti esperti hanno sostenuto l’applicabilità del crimine di apartheid al contesto palestinese, in particolare un rapporto delle Nazioni Unite sull’apartheid israeliano contro il popolo palestinese, questo punto non compare all’ordine del giorno della CPI riguardante la Palestina.

Il potere di rinvio del Consiglio di Sicurezza deve essere considerato nel contesto della continua pressione degli Stati Uniti sulla CPI. Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo, per esempio, ha dichiarato che qualunque membro della CPI coinvolto in un’inchiesta penale riguardante israeliani avrà il divieto di ingresso negli Stati Uniti e potrebbe subire sanzioni finanziarie. È esattamente ciò che è già accaduto l’anno scorso al personale ufficiale della CPI che si occupava dell’apertura di un’inchiesta sulla questione dell’Afghanistan. Inoltre John Bolton, che è stato consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti fino al settembre 2019, ha parimenti affermato che gli Stati Uniti avrebbero utilizzato il Consiglio di Sicurezza dell’ONU per imporsi sulla CPI, e che avrebbero negoziato accordi bilaterali con gli Stati per impedire che dei cittadini americani siano portati davanti alla CPI. Gli attuali sforzi degli Stati Uniti per far fallire e delegittimare la CPI si inscrivono infatti in un attacco diretto contro l’indipendenza della Procura e del potere giudiziario.

Le prossime tappe per la Palestina e la CPI

Come dimostra questo dossier, è molto improbabile che Israele apra delle inchieste penali a livello nazionale. Nonostante la sua prolungata occupazione e la continua annessione de jure di territori nei TPO e le annessioni de facto della sua impresa di colonizzazione, e malgrado le tre offensive militari contro Gaza e molti altri crimini e violazioni del diritto umanitario internazionale e delle leggi internazionali sui diritti umani, Israele resta poco disponibile ad avviare delle indagini. Tuttavia un’inchiesta della CPI può utilizzare questa reticenza, che finora ha fatto il gioco di Israele, come un’opportunità per proseguire il suo lavoro. L’assenza di anche un solo atto di accusa per crimini di guerra ed il numero di morti civili che non sono oggetto di inchiesta dovrebbero essere presi in considerazione dalla CPI nella valutazione della complementarietà.

Inoltre, come sottolineato da Hanson, “le attività di colonizzazione non sono oggetto di alcuna inchiesta penale” in Israele e la decisione di indagare su questa tipologia di reati, contrariamente ad altri crimini rilevati, presenterebbe assai minori difficoltà per la procuratrice della CPI. È un fatto che dovrebbe essere ampiamente evidenziato dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e dalla società civile palestinese, accompagnato da appelli all’azione.

Al momento attuale la CPI è l’unico organo giudiziario indipendente in grado di porre fine all’impunità dei crimini passati e di impedire che ne vengano commessi in futuro. Tenuto conto dell’impunità delle violazioni documentate e generalizzate del diritto umanitario internazionale da parte di Israele, oltre all’obbligo di informare la commissione su gravi crimini internazionali, la Procura della CPI deve proseguire la sua inchiesta mostrando le prove dei crimini e identificando le persone da perseguire, nel quadro di procedure credibili ed efficaci.

Inoltre l’OLP e l’Autorità Nazionale Palestinese, come anche la società civile palestinese, dovrebbero fare tutto il possibile per porre sul tavolo la responsabilità israeliana per il crimine di apartheid, in modo da poterlo inserire all’ordine del giorno della CPI.

Note :

1) Si noti che l’ufficio della procuratrice dispone di altri indicatori per definire la questione della complementarietà, ma questo dossier si concentra sugli aspetti rilevanti per le argomentazioni degli autori.

2) Nel dicembre 2017 sono stati presentati alla procura della CPI da parte di Al-Haq e della PHRC, oltre che da due altre organizzazioni palestinesi per la difesa dei diritti dell’uomo, dei documenti che sollecitano la sua attenzione su 369 denunce penali relative all’offensiva del 2014 che erano state depositate all’ufficio dell’avvocatura generale militare israeliana. Queste organizzazioni hanno notato che la stragrande maggioranza di queste denunce non erano state prese in considerazione e che non era stato emesso alcun atto di accusa.

3) La Nakba (Catastrofe) è il modo in cui i palestinesi si riferiscono alla guerra del 1947-48, quando le forze sioniste obbligarono più di 700.000 palestinesi a lasciare le loro case, creando in questo modo lo Stato d’Israele.

4) La definizione « fuori dalle norme » implica che per quanto riguarda tutti il resto la campagna militare era « regolare » (cioè conforme alle norme e obbligazioni stabilite). Ciò punta chiaramente ad evitare le inchieste internazionali indipendenti.

5) Si veda il « Rapporto delle conclusioni dettagliate della Commissione d’inchiesta indipendente creata in applicazione della risoluzione S-21/1 del Consiglio dei Diritti dell’Uomo », p. 640-41.

6) Israele ha creato la commissione nel 2010 per indagare sull’incursione contro la flottilla di Gaza.

* Dana Farraj è ricercatrice di diritto e avvocatessa iscritta dal 2019 all’Ordine degli avvocati palestinesi. Ha ottenuto il master in diritto internazionale presso l’universita di Aix-Marsiglia e la laurea in diritto all’università di Birzeit. Le sue ricerche riguardano il diritto dei rifugiati, la legislazione sui diritti umani e il diritto penale internazionale.

* Asem Khalil, membro della redazione politica di Al-Shabaka, è docente di diritto pubblico e titolare della cattedra di diritto costituzionale e internazionale S.A. Shaikh Hamad Bin Khalifa Al-Thani all’università di Birzeit. Khalil ha conseguito un dottorato in diritto pubblico all’università di Friburgo, in Svizzera, un master in amministrazione pubblica alla Scuola Nazionale di Amministrazione, in Francia, e un dottorato in Utriusque Juris [sia in diritto civile che ecclesiastico, ndtr.] presso la Pontificia Università Lateranense, in Italia. E’ stato ricercatore invitato alla Scuola di Diritto dell’università di New York (2009-2010 e 2015-2016) e all’Istituto Max Planck in Germania (estate 2015).

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna