L’inizio della fine della dottrina israeliana della “sicurezza permanente”

Meron Rapoport e Ameer Fakhoury

24 aprile 2026 – +972 Magazine

La costante ricerca della “vittoria totale” da parte di Israele lo ha invischiato un una guerra contro l’Iran che non può vincere, erodendone la legittimità all’estero e approfondendone il degrado morale all’interno.

Il nome attribuito alla letale ondata di bombardamenti israeliani in Libano l’8 aprile, lanciata mentre entrava in vigore il cessate il fuoco tra USA e Iran, è estremamente rivelatrice riguardo all’attuale posizione regionale di Israele. Fino a poco tempo fa Israele sceglieva nomi delle guerre che edulcorassero le enormi distruzioni o mobilitassero il fronte interno. L’operazione “Margine Protettivo” del 2014 a Gaza, per esempio, cercava di trasmettere resilienza, mentre la campagna “Spade di ferro” nella Striscia dopo il 7 ottobre e “Ruggito del Leone” di quest’anno contro l’Iran ha inteso evidenziarne la potenza militare.

Non più: con 100 attacchi aerei in Libano che hanno lasciato 300 morti e oltre 1.100 feriti “Oscurità eterna” suggerisce che l’unico obiettivo di Israele in Libano sia morte e annientamento. Se nel 1996 l’uccisione di 100 civili libanesi da parte di Israele nel villaggio di Qana nel sud del Libano provocó la fine dell’operazione “Grappoli d’ira”, oggi il massacro di centinaia di persone è percepito praticamente come un fine in sè, senza neppure una traccia di critiche da parte dell’esercito o dell’opinione pubblica.

Nonostante l’attuale cessate il fuoco di 10 giorni in Libano, Israele continua a distruggere villaggi e infrastrutture civili in zone del sud sotto il suo controllo, un tentativo di creare una zona cuscinetto permanente e, come a Gaza, impedire agli abitanti di tornarvi. A fine marzo il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che alla fine della guerra ai 600.000 libanesi che vivevano a sud del fiume Litani non sarà permesso tornare e le loro case presso il confine saranno state distrutte.

Sia in Libano che in Iran, guerre non iniziate come risposta a un attacco né per impedire una minaccia inminente, Israele è sembrato adottare in pieno la dottrina della “sicurezza permanente”. Come ha sostenuto recentemenre il sociologo politico Yagil Levy adottando il termine coniato dallo storico Dirk Moses, questo approccio intende non solo eliminare minacce inmediate ma anche quelle future attraverso distruzioni su vasta scala della vita dei civili ed espellere o controllare la popolazione. In sintesi, non c’è una soluzione política, ma solo militare, e quello che non si può ottenere con la forza lo si potrà ottenere con ancora più forza.

Questo approccio della “sicurezza permanente” è stato evidente in primo luogo nella guerra di Israele contro Gaza dopo gli attacchi del 7 ottobre. Quando solo qualche giorno dopo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha iniziato a parlare di “vittoria totale”, inizialmente, e a ragion veduta, la frase è stata percepita dall’opinione publica israeliana come un tentativo di sfuggire alle sue responsabilità per gli errori [del sistema di sicurezza]. Ma ciò ha rappresentato molto più di un esercizio retorico: il genocidio, la pulizia etnica e la riduzione di intere città in polvere e cenere sono stati la manifestazione della “vittoria totale” sostenuta da tutto il sistema politico e militare israeliano.

Non è un caso che lo spostamento sia avvenuto specificamente a Gaza. Fino al 7 ottobre la Striscia era il principale esempio della messa in pratica della dottrina della “gestione del conflitto” firmata Netanyahu, una combinazione di blocco quasi totale, recinzione sopra e sotto terra, controllo completo in cielo e in mare e una rigida sorveglianza elettronica della vita quotidiana dei palestinesi insieme a periodici episodi di bombardamenti ogni anno o due che venivano reputati “tollerabili” dal punto di vista israeliano.

La gestione del conflitto ha fornito anche una formula per frammentare e contenere la politica palestinese, parte di una strategia per rinviare la questione dell’autodeterminazione. Hamas è stato “tenuto sotto controllo” attraverso un meccanismo di deterrenza, contenimento e convogliando fondi approvati dallo stesso Netanyahu in modo da mantenere le tensioni a bassa intensità. E in Cisgiordania l’Autorità Palestinese è servita come subappaltante dell’occupazione israeliana, conservando l’illusione dell’autonomia palestinese. Persino Naftali Bennett [exprimo ministro e dirigente di un partito di estrema destra dei coloni, ndt.], che ora si presenta come un’alternativa a Netanyahu, l’ ha brutalmente definita come “una scheggia nel culo”, una seccatura da gestire piuttosto che una minaccia esistenziale.

Quando la barriera attorno a Gaza è crollata il 7 ottobre, altrettanto ha fatto la dottrina del contenimento del conflitto. Ma ciò non ha portato Israele a cercare il modo per risolvere lo scontro con i palestinesi. Al contrario ha deciso di vincerlo definitivamente. E non solo con i palestinesi. Israele ha esteso il concetto di sicurezza assoluta a buona parte del Medio Oriente: Libano, Siria, Yemen, Qatar e Iran. In base a questa dottrina le leggi internazionali non esistono più, il compromesso politico è sparito e i cessate il fuoco non vincolano Israele nè a Gaza nè in Libano. Questa è la guerra permanente, in cui Israele sfrutta la sua superiorità militare per eliminare ogni minaccia, grande o piccola, e a ogni distanza.

L’ultima campagna contro l’Iran ha elevato il concetto di “sicurezza permanente” a un ulteriore livello. Non è stato piu sufficiente colpire duramente i dirigenti, gli impianti nucleari e gli obiettivi militari, come Israele ha fatto nel giugno 2025. Questa volta l’obiettivo era il cambiamento di regime in un Paese di circa 90 milioni di abitanti con una civiltà di migliaia di anni, non semplicemente per neutralizzare una minaccia percepita, ma ridefinendo lo stesso contesto politico.

Eppure Israele da solo non ha la forza militare né la legittimità politica sufficienti per una mossa talmente ambiziosa, e di conseguenza era necessario il coinvolgimento americano. Quindi, contrariamente alle posizioni più caute espresse nel gabinetto di Trump, Netanyahu è riuscito a convincere il presidente USA Donald Trump che questo obiettivo poteva essere raggiunto e così è iniziata una guerra israelo-americana che per il momento è parsa essere un altro passo verso il raggiungimento della “sicurezza permanente” in tutta la regione.

E qui, di fatto, è dove questa logica si è rivelata un’illusione. Anche se una minaccia viene affrontata, immediatamente se ne produce un’altra, evidenziando così il paradosso dell’intero progetto: non raggiungere la “sicurezza permamente” ponendo fine al conflitto ma piuttosto il suo perpetuarsi attraverso un orizzonte di minacce in continua espansione.

“Dopo l’Iran Israele non può vivere senza un nemico,” ha notato all’inizio del mese il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan. “Non solo l’amministrazione Netanyahu ma anche alcune figure dell’opposizione, anche se non tutte, stanno cercando di dichiarare la Turchia come il nuovo nemico.” Il vicino capisce come ragiona la Super Sparta [come Netanyahu ha definito Israele, ndt.].

Un nuovo Medio Oriente

E’ troppo presto per sintetizzare i risultati della guerra, ma sembra già che Israele abbia sbattuto contro un muro: invece di avvicinarsi alla “sicurezza permanente” si è ritrovato in una situazione di sicurezza piú precaria di prima. Non solo l’obiettivo generale di rovesciare il regime iraniano non è stato raggiunto, ma Israele non può neppure cercare di raggiungere un’amara situazione di stallo.

Di fatto l’Iran ha resistito alla pressione militare congiunta di Stati Uniti e Israele e, come molti commentatori ed esperti hanno sostenuto, è riuscito a spostare la discussione da un contesto di coercizione militare a uno di negoziati politici, cambiando di conseguenza le stesse regole del gioco.

Sta iniziando a prendere forma un nuovo Medio Oriente, in cui lo status sia di Israele che degli Stati del Golfo viene eroso. Israele ha dovuto interrompere i suoi attacchi in Libano e Washington ha riconosciuto la necessità di un cessate il fuoco con Hezbollah per porre fine alla guerra con l’Iran e riaprire lo Stretto di Hormuz. La Repubblica Islamica, libera da sanzioni e con ampie dimensioni geografiche, demografiche e ideologiche, non è più soltanto un attore regionale ma sta raggiungendo uno status di potenza globale.

È il suo potere sullo stretto che probabilmente ha obbligato Trump a prendere in considerazione come base legittima per i negoziati la proposta iraniana in 10 punti per porre fine alla guerra, dal togliere le sanzioni e un ritiro statunitense dal Medio oriente fino a garanzie per i suoi alleati regionali. Persino ora, mentre il presidente USA cerca di imporre un contro blocco al blocco iraniano di Hormuz, le condizioni dell’Iran hanno già iniziato a definire i confini dei colloqui.

Il punto più drammatico qui non è l’uranio arricchito che rimane nelle mani dell’Iran né la sua insistenza nel continuare il programma nucleare civile, e neppure i missili balistici che l’Iran ha lanciato per 40 giorni contro Israele e gli Stati del Golfo arabico.

È piuttosto il ruolo dell’Iran nella regione. L’Iran non ha rispettato la richiesta americana di sconfessare i suoi alleati in Libano, Iraq e Yemen, ma ha fatto il contrario. In particolare gli Stati Uniti e Israele sono obbligati a fare i conti con la profondità dei legami strategici tra l’Iran ed Hezbollah: Hormuz non verrà riaperto se Israele continua a bombardare il Libano.

A questo si aggiunge un altrettanto significativo cambiamento nei rapporti tra USA e Israele, e la decisione israeliana di trascinare gli Stati Uniti in guerra potrebbe dimostrarsi il colpo di grazia. Nel giugno 2025 Israele ha agito da solo fino all’ultimo dei 12 giorni del conflitto, colpendo obiettivi militari e uccidendo importanti politici del regime, e l’Iran ha risposto lanciando missili solo contro Israele. Questa volta l’ingresso di Washington nell’attacco fin dal primo giorno ha cambiato le regole del gioco, garantendo all’Iran la legittimità per ampliare il campo colpendo le basi americane nel Golfo, coinvolgendo gli Stati della regione e soprattutto chiudendo lo Stretto di Hormuz. Ciò ha dunque trasformato uno scontro bilaterale in una crisi globale costruita da Israele con le sue stesse mani.

Un sondaggio dell’opinione pubblica rivela un drastico declino nell’appoggio a Israele tra gli americani, sospendere la vendita di armi a Israele è rapidamente diventata una posizione maggioritaria nel partito Democratico, con una maggioranza di senatori democratici che ora votano per tali misure. Come ha rilevato una recente inchiesta del New York Times, è diventato impossibile ignorare che Netanyahu ha trascinato Trump nella guerra e la crescente reazione è un segnale sempre più chiaro del desiderio di Washington di allontanarsi dall’Israele di Netanyahu.

Un vuoto di paradigma

Se due anni e mezzo fa il paradigma della “gestione del conflitto” di Netanyahu è fallito, ora potremmo stare assistendo all’inizio della fine anche della dottrina della “sicurezza permanente”. Entrambi si basavano sullo stesso presupposto, cioè che la realtà può essere controllata attraverso la forza, ed entrambi hanno fallito.

Il vuoto che accompagna il fallimento di entrambi i paradigmi rivela anche il decadimento morale all’interno della società israeliana. Il discorso pubblico è per lo più pervaso dal linguaggio dell’annientamento. Quando Trump ha minacciato di cancellare l’intera civiltà iraniana molti americani e persone in tutto il mondo hanno condannato come genocide le sue affermazioni. In Israele c’è stato silenzio, lo stesso che ha prevalso mentre le forze israeliane distruggevano Gaza o perpetravano la pulizia etnica in Cisgiordania e in Libano.

Nonostante la marea di commentatori e politici che hanno vantato giorno e notte gli “enormi” risultati della guerra e nonostante le assicurazioni di Netanyahu che Iran ed Hezbollah sono stati indeboliti come non mai, l’opinione pubblica israeliana sta già iniziando a vedere le crepe. In un sondaggio condotto da Canale 13 dopo il cessate il fuoco con l’Iran solo il 33% di chi ha risposto credeva che Israele e gli Stati Uniti avessero vinto la guerra e il 28% che avesse vinto l’Iran. Un sondaggio simile del giornale israeliano Maariv ha scoperto dati altrettanto sorprendenti, che si sono raramente visti alla fine delle guerre o delle operazioni militari israeliane.

Ma per comprendere la profondità del fenomeno si deve essere precisi: è il paradigma della “vittoria totale” in sè che si è spezzato. Prima a Gaza, quando i palestinesi sono rimasti lì e Hamas non è stato sconfitto, e persino ancor di più nelle ultime settimane, quando è diventato chiaro che Hezbollah, che si presumeva sconfitto, ha continuato ad operare e a lanciare decine e persino centinaia di missili al giorno. E alla fine, poichè gli israeliani vedono i rappresentanti iraniani che negoziano con gli americani da una posizione di maggior forza rispetto a quella che avevano prima della guerra conservando il controllo di una delle arterie di trasporto più importanti al mondo.

Eppure questa frattura nella consapevolezza dell’opinione pubblica non garantisce un ravvedimento politico. Senza un progetto politico che fornisca agli israeliani un linguaggio, una direzione e un’alternativa, la crescente sensazione di fallimento politico e militare potrebbe trasformarsi in disperazione piuttosto che in critica. Tale disperazione ha la paradossale tendenza a stabilizzare lo status quo e potrebbe in ultima istanza favorire Netanyahu.

Infatti il collasso nella gestione del conflitto e dei paradigmi della “sicurezza permanente” non indica una transizione ordinata tra quadri di riferimento. Israele sta invece cadendo profondamente in un vuoto strategico, politico e morale in cui la violenza militare continua per conto suo, persino quando smette di generare un senso o uno scopo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Le donne raccontano gli abusi subiti ad opera dei militari israeliani

Ohood Nassar

15 aprile 2026 – The Electronic Intifada

Mentre cercano un qualche conforto tra le rovine di ciò che resta della loro terra gli abitanti di Gaza sono anche consapevoli che gli efferati crimini di Israele non devono essere dimenticati.

Sono le donne palestinesi, in particolare, ad aver sofferto. Le Nazioni Unite stimano che a maggio 2025 siano state uccise a Gaza oltre 28.000 donne e ragazze.

Il dottor Hussein Hammad, ricercatore sui diritti umani a Gaza, ha dichiarato a The Electronic Intifada che è evidente che Israele ha “perpetrato un genocidio contro tutte le fasce della società palestinese, comprese le donne”, in totale disprezzo del diritto internazionale umanitario, inclusa la Quarta Convenzione di Ginevra.

“Durante la sua guerra genocida a Gaza [Israele] ha commesso gravi violazioni contro le donne.”

Le testimonianze di Sharifa Qudih di Khan Younis e di Saja Abdel Aal di Jabaliya rivelano parte di ciò che le donne hanno subito durante le incursioni militari israeliane nei quartieri di Gaza – un percorso che inizia, ma non finisce, con i raid aerei e gli sfollamenti.

In uno stretto corridoio all’interno di una scuola statale trasformata in rifugio nella città di Khan Younis, nel sud di Gaza, Sharifa Qudih, 50 anni, siede su un pezzo di cartone circondata da famiglie che le passano di continuo accanto.

Nubile e senza figli di cui prendersi cura, questo corridoio “è tutto ciò che resta”, ha detto, dopo che la sua casa nella città di Abasan al-Kabira, a est di Khan Younis, è stata distrutta.

Nel febbraio 2024 intorno alle 5:30 del mattino, ha raccontato Sharifa, stava dormendo quando la sua casa è stata bombardata.

«Mi sono svegliata per una fortissima esplosione e poi mi sono ritrovata sotto le macerie», ha raccontato.

Non ha riportato ferite gravi, ma è rimasta intrappolata sotto i detriti per quasi due ore prima che le truppe israeliane la sentissero e la tirassero fuori.

«Quando mi hanno fatta uscire ho pensato che sarei morta o che mi avrebbero fatta prigioniera».

Invece, ha raccontato a The Electronic Intifada, i soldati le hanno ordinato di togliersi l’hijab, il velo che le copre i capelli, e le hanno legato le mani.

Poi l’hanno interrogata.

«Mi hanno chiesto perché fossi in casa e i nomi di alcune persone. Non ne conoscevo nessuna».

I soldati l’hanno fatta sedere su una sedia, sul pavimento devastato di casa sua, mentre continuavano le operazioni. Sharifa ha raccontato che i soldati l’hanno poi usata come scudo umano, insieme a un gruppo di giovani.

«Ci hanno costretti a camminare davanti a loro», ha detto.

Violaioni premiate

Hammad ha affermato che i centri per i diritti umani hanno documentato centinaia di casi in cui l’esercito israeliano ha violato il diritto internazionale, incluso l’utilizzo di donne e bambini come scudi umani.

Sharifa è stata fotografata mentre era seduta su una sedia su un cumulo di terra, con soldati israeliani accovacciati dietro di lei, apparentemente pronti al combattimento. Lo ha scoperto solo in seguito, quando un soldato israeliano ha ricevuto un premio per la foto, scattata a quanto pare da un drone, e ha dichiarato di non aver dato alcun consenso, né che gli sia mai stato chiesto.

“Sono rimasta scioccata quando dei conoscenti mi hanno mandato una mia foto esposta in una galleria d’arte a Tel Aviv. Non avevo idea che mi avessero fotografata.”

Dopo che i soldati hanno finito con lei l’hanno lasciata andare, con un drone di sorveglianza che la monitorava dall’alto, ha raccontato. Ha dovuto camminare sulle macerie per più di un’ora per allontanarsi dalla zona e mettersi in salvo.

Sharifa ora vive nel corridoio della scuola governativa di Khan Younis. Non ha né materasso né coperta. Dorme e si siede su un pezzo di cartone distribuito come aiuto umanitario. La sua casa è stata completamente distrutta e non ha nessun altro posto dove andare.

Saja Abdel Aal, 23 anni, ora vive in una fragile tenda a Deir al-Balah che non la protegge né dal freddo né dal caldo.

Saja è stata sfollata dal campo profughi di Jabaliya, al nord di Gaza, nell’ottobre del 2024.

“Eravamo seduti in famiglia a mangiare”, ha ricordato. Intorno alle 16 del 6 ottobre di quell’anno sono iniziati i pesanti bombardamenti vicino alla loro casa.

La famiglia è fuggita in fretta, rifugiandosi presso un parente nella vicina Beit Lahiya. Durante i giorni dello sfollamento, ha raccontato, non avevano acqua potabile da bere, non avevano niente da mangiare e sono rimasti assediati in casa fino al 18 ottobre.

Quel giorno droni israeliani dotati di altoparlanti hanno sorvolato la zona, ordinando ai residenti di evacuare immediatamente: gli uomini alla Scuola del Kuwait, le donne alla Scuola Hamad, entrambe a Beit Lahiya vicino all’Ospedale Indonesiano.

“Per un attimo ho provato un po’ di sollievo”, ha raccontato Saja. “Ho pensato che l’assedio fosse finito, che il pericolo fosse cessato e che avrei potuto mangiare e bere di nuovo”.

Ma mentre si dirigeva verso la scuola è stata colpita dalla scheggia di un proiettile di carro armato sparato nella loro direzione, ed è rimasta ferita alla mano sinistra.

“Ho fasciato la ferita con un vecchio pezzo di stoffa, ma il sangue non si fermava”.

La scuola era diventata un posto di blocco e centro di interrogatori. Le donne venivano perquisite e interrogate, poi costrette a camminare a piedi verso sud. Durante la terribile esperienza, Saja ha chiesto dell’acqua a una delle soldatesse, che “me l’ha rifiutata e l’ha versata per terra davanti a me ridendo”.

Dentro un carro armato

Hammad ha affermato che durante gli sfollamenti forzati le truppe israeliane hanno allestito posti di blocco dove le donne venivano perquisite in modi che “violano la loro dignità e le sottopongono a umiliazioni durante gli interrogatori e i controlli “.

A volte il trattamento che subiscono è di gran lunga peggiore e include violenze sessuali e torture.

Mentre le donne se ne stavano andando, i soldati hanno chiamato Saja e le hanno ordinato di salire su un carro armato.

“Il mio cuore si è quasi fermato. Ho pensato che mi avrebbero arrestata.”

Saja ha raccontato che dentro il carro armato i soldati le hanno prestato i primi soccorsi, poi l’hanno filmata – per fingere, ha aggiunto, di trattare le donne con “gentilezza e umanità” – prima di ordinarle di continuare a camminare verso sud.

Ha camminato per più di un’ora tra macerie e carri armati, con la mano ancora sanguinante.

“I droni quadricotteri ci circondavano e ci impedivano di fermarci o di fare alcun movimento.”

Giunta nella parte occidentale di Gaza City è stata trasferita all’ospedale Al-Shifa, dove è stata sottoposta a un intervento chirurgico alla mano. In seguito la casa della sua famiglia nel campo profughi di Jabaliya è stata distrutta.

Sebbene l’attenzione si sia allontanata da Gaza a causa dell’attacco di Israele e degli Stati Uniti all’Iran e di un cessate il fuoco che tale non è mai stato, la difficile situazione della popolazione permane. Entrambe le donne intervistate in questo articolo hanno affermato che per loro è importante che il mondo conosca le loro storie.

“Anche se le donne a Gaza non portano armi vengono trattate come fossero combattenti della resistenza”, ha detto Saja a The Electronic Intifada. “Abbiamo bisogno di protezione e sicurezza”.

Sharifa ha affermato di voler dire al mondo “che le donne palestinesi sono pazienti nonostante le sofferenze che stiamo sopportando”. Ma, ha aggiunto, “abbiamo bisogno di aiuto”.

Ohood Nassar è una giornalista e insegnante originaria di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele è riuscito a sfuggire alla condanna per aver colpito le strutture sanitarie di Gaza. Non sorprende che lo stia facendo anche in Libano.

Seema Jilani

8 aprile 2026 – The Guardian

Come medico che ha lavorato in una zona di conflitto ho visto luoghi un tempo considerati sacri diventare bersagli legittimi in guerra. Tutto questo deve finire.

Il fine settimana di Pasqua ha segnato uno dei momenti più intensi della guerra di Israele contro il Libano. Domenica intorno alle 14 l’aviazione israeliana ha bombardato una zona residenziale densamente popolata vicino all’ospedale universitario Rafik Hariri, il più grande ospedale pubblico del Libano, uccidendo almeno cinque persone e ferendone altre 50.

Quando lavoravo in quell’ospedale nel 2020 curavo le persone più vulnerabili della società libanese: lavoratori migranti, palestinesi apolidi, rifugiati siriani. Quanto accaduto domenica è coerente con quella che sembra essere la più ampia strategia di Israele in Libano: organizzazioni per i diritti umani e operatori sanitari affermano che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) stanno paralizzando le infrastrutture sanitarie, prendendo di mira ospedali e personale medico, a volte anche mentre si trovano nelle ambulanze o nei centri di primo soccorso. Israele sta inoltre praticando su larga scala lo sfollamento forzato di civili, rendendo invivibili alcune zone del Paese, mentre l’affermazione di Benjamin Netanyahu secondo cui il cessate il fuoco di due settimane con l’Iran non si applica al Libano ci fa capire che la situazione è tutt’altro che risolta.

Israele sta applicando al Libano le stesse tattiche utilizzate a Gaza. Il modello si è dimostrato efficace. Normalizza la distruzione di ospedali e attrezzature mediche e allo stesso tempo scoraggia chi cerca assistenza sanitaria. Secondo Save the Children in Medio Oriente e nella regione circostante si verifica un attacco contro le strutture sanitarie ogni sei ore, il che indica che gli ospedali stessi sono stati di fatto trasformati in zone di guerra.

Mentre lavoravo a fianco degli operatori sanitari palestinesi a Gaza nel 2023 e nel 2024 ho assistito a straordinari atti di eroismo professionale. Trascorrevano ore interminabili di guardia, dichiarando morti i propri colleghi al pronto soccorso, per lasciare il lavoro e cercare cibo e riparo solo durante le evacuazioni forzate. L’Israeli Coordination of Government Activities in the Territories [Coordinamento delle Attività Governative nei Territori israeliano, ente israeliano che gestisce i territori palestinesi occupati, ndt.] aveva promesso che l’ospedale di al-Aqsa, dove lavoravamo, e la nostra foresteria sarebbero rimasti intatti, o “immuni dal conflitto”. Ma lentamente la guerra si avvicinava. Nel gennaio 2024 un proiettile colpì le pareti del reparto di terapia intensiva. Poco dopo la mia partenza la nostra foresteria fu bombardata e la maggior parte dei pazienti e del personale medico furono costretti a lasciare l’ospedale seguendo gli ordini di evacuare le strutture della zona. Ancora oggi non so che fine abbiano fatto i miei piccoli pazienti.

Nulla di tutto ciò è paragonabile alle atrocità subite dagli operatori sanitari palestinesi. La CNN ha riportato come nel novembre 2023 il personale medico dell’ospedale al-Nasr per ordine dei militari israeliana fu costretto ad abbandonare l’ospedale con tale fretta che in seguito furono ritrovati neonati in decomposizione nei letti. Dal dicembre 2024 il direttore dell’ospedale Kamal Adwan, il dottor Hussam Abu Safiya, è detenuto, il suo avvocato afferma che è stato torturato, picchiato e gli è stato negato l’accesso alle cure mediche. Nel marzo 2025 i corpi di 15 paramedici e soccorritori sono stati ritrovati in una fossa comune, secondo le Nazioni Unite uccisi a colpi d’arma da fuoco dalle forze israeliane.

Israele è sfuggito alle conseguenze di questi atti a Gaza e ora agisce impunemente in Libano. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità dal 2 marzo sono stati segnalati in Libano oltre 90 “attacchi contro le strutture sanitarie” che hanno provocato 137 feriti e 53 morti. Forse altrettanto devastante è la convinzione dei pazienti che i sistemi sanitari non siano più sicuri. Gli ospedali un tempo erano sacri. Il nuovo contesto cambia le carte in tavola per le famiglie: vale la pena andare in ospedale per far curare il proprio bambino per un attacco d’asma e, sapendo che Israele attacca gli ospedali, correre il rischio?

L’esercito israeliano sostiene che Hezbollah sfrutti sistematicamente le strutture mediche in Libano per “attività terroristiche”. Non sono state fornite prove a sostegno di queste affermazioni. Al mio ritorno da Gaza la mia ONG mi ha spiegato come rispondere a questa accusa infondata: semplicemente riportando ciò che avevo visto, ovvero dire che non ci sono prove che suggeriscano che gli ospedali vengano utilizzati come basi militari. Ma la risposta più completa e onorevole è questa: non importa minimamente se gli ospedali abbiano un duplice utilizzo per attività militari. Attaccare un ospedale è un crimine, punto e basta. I medici devono curare i pazienti senza timore né favoritismi. Se un bambino è in arresto cardiaco non interromperò il massaggio cardiaco per accertarmi delle affiliazioni politiche dei suoi genitori.

Ho lavorato nei campi profughi palestinesi per oltre 20 anni. Nel 2010, ho curato pazienti a Shatila, luogo del famigerato massacro di Sabra e Shatila del 1982. Lì ho incontrato Fatima, una madre di tre figli, che ricordava di aver camminato su innumerevoli corpi dopo i massacri e di aver trovato suo marito tra le vittime. Non so dove si trovi oggi, ma so che, in quanto palestinese apolide, non avrebbe diritto all’assistenza medica negli ospedali privati ​​in Libano. Se fosse in un’ambulanza, rischierebbe di essere presa di mira. La sua morte sarebbe solo un’altra statistica nei rapporti ufficiali che non si traducono mai in conseguenze per coloro che perpetrano crimini di guerra.

Il precedente creato a Gaza e ora in Libano è pericoloso per ogni conflitto futuro. Quando persino le ambulanze diventano un bersaglio, le regole di ingaggio vengono distorte per sempre.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Francia: la legge “Yadan” e la strumentalizzazione dei dati sull’antisemitismo

Sarra Grira 

7 aprile 2026 – Orient XXI

Per legittimare una proposta di legge intesa soprattutto a impedire critiche contro Israele e la denuncia del genocidio a Gaza la deputata Caroline Yadan si appoggia, tra gli altri, ai dati sull’antisemitismo. Ma l’identità e la metodologia delle organizzazioni che ne sono all’origine mostrano una strumentalizzazione di questa situazione a favore di una posizione filoisraeliana. Una petizione contro questo progetto di legge sul sito dell’Assemblea Nazionale ha già raccolto circa 700.000 firme.

L’esame del [progetto di] legge all’Assemblea Nazionale nel momento in cui il parlamento israeliano ha appena adottato una norma che istituisce la pena di morte riservata solo ai palestinesi non fa che rendere questa iniziativa ancora più grave in un contesto di persistente impunità per Israele. Questo progetto, presentato fin dal novembre 2024, è sostenuto da Caroline Yadan, deputata dell’ottava circoscrizione [elettorale] dei francesi residenti all’estero (che comprende in particolare Israele, la Palestina e Gerusalemme), che ha lasciato il partito Renaissance, pur restandogli “collegata”, per protestare contro la decisione del presidente Emmanuel Macron di riconoscere lo Stato di Palestina.

Per dare alla legge la legittimità che rivendica nel titolo, nell’esposizione delle sue motivazioni la proposta si appoggia sui dati riguardanti gli atti di antisemitismo e sul posto che occupano rispetto all’insieme delle azioni antireligiose in Francia.

Se il notevole aumento dell’antisemitismo nel Paese è indubbio, il modo in cui queste cifre sono presentate denota una doppia volontà: da una parte confondere antisemitismo e critiche contro lo Stato di Israele, dall’altra stabilire una gerarchia tra l’antisemitismo e le altre forme di razzismo, contraddicendo le indicazioni della Commission nationale consultative des droits de l’homme [Commissione Nazionale Consultiva dei Diritti dell’Uomo](CNCDH).

La fonte dei dati

Se ci si vuole attenere ai dati più precisi, in Francia non si trovano delle statistiche sull’antisemitismo ricavate da quelli derivanti dalle condanne giudiziarie. La ragione è semplice: il codice penale non fa distinzioni tra le varie forme di razzismo. Separare le condanne per antisemitismo richiederebbe uno studio degli atti giudiziari caso per caso, cosa che non è mai stata fatta.

Le cifre rilasciate dal ministero dell’Interno e riprese dalla CNCDH nel suo rapporto annuale sono un insieme di rilevazioni sul campo attraverso la Direction nationale du renseignement territorial [Direzione Nazionale delle Informazioni Territoriali] (DNRT) che, secondo la sua presentazione ufficiale sul sito del ministero, “assicura un monitoraggio quotidiano dei fatti che le vengono relazionati dai suoi contatti e collaboratori locali.” La CNCDH non li considera dati scientifici ma li cita e li tiene in considerazione, perché essi indicano una tendenza.

Riguardo all’antisemitismo la DNRT si appoggia principalmente sulla rete territoriale di un’associazione, il Service de protection de la communauté juive [Servizio di Protezione della Comunità Ebraica] (SPCJ). Presentandosi come un’ “organizzazione apolitica”, essa lavora in stretta collaborazione con il CRIF, il Conseil représentatif des institutions juives de France [Consiglio Rappresentativo delle Istituzioni Ebraiche di Francia], di cui è un’emanazione1.

Nella sezione “Contributi” del rapporto annuale della CHCDH è di fatto il CRIF, e con lui il Service de protection de la communauté juive, che viene citato tra i collaboratori della società civile.

Nei dati del 2025 disponibili sul suo sito ufficiale il SPCJ registra 1.320 atti antisemiti. Esso presenta la sua metodologia in questi termini:

Sono rilevati esclusivamente i fatti che hanno dato luogo a delle denunce, a segnalazioni alla polizia o all’autorità giudiziaria, così come quelli constatati ufficialmente (flagranza/costatazione da parte di un funzionario di polizia giudiziaria o di una persona autorizzata).”

Qui è importante sottolineare che le denunce e le segnalazioni non danno necessariamente luogo a condanne o neppure ad azioni penali.

La Palestina presa di mira

Quali sono le azioni che vengono etichettate come antisemite dall’SPCJ o che incitano ad aggredire verbalmente o fisicamente gli ebrei?

Una parte del rapporto è dedicato a quella che i suoi autori chiamano la “retorica anti-israeliana” presentata come “un catalizzatore sempre fondamentale degli atti di antisemitismo.”

Circa un terzo degli intenti antisemiti rilevati (388 su 1.320) “implicano dei riferimenti espliciti alla Palestina: Gaza, ‘liberazione della Palestina’, ‘Intifada’, accuse di ‘genocidio’, slogan presi dalle manifestazioni e dalla retorica anti-israeliana radicalizzata”. Se si escludono le “45 (che) comportano anche un’apologia dello jihadismo e 74 un’apologia del nazismo, evidenziando un’accentuazione e una radicalizzazione dei toni utilizzati”, non viene fornita nessuna spiegazione riguardo al rapporto tra questi slogan propalestinesi e le manifestazioni di antisemitismo. A meno di voler considerare che l’espressione della solidarietà con la Palestina e i palestinesi riveli di fatto antisemitismo.

La stessa tendenziosità era già presente nel rapporto dello SPCJ relativo all’anno 2024, in cui si legge che “almeno 43 azioni antisemite al mese fanno riferimento alla Palestina”. Anche lì, cosa vuol dire “evocare la Palestina”? E in cosa ciò è antisemita? Queste formulazioni interrogano tanto più in quanto lo stesso rapporto evoca in questi termini il contesto che favorisce l’aumento degli atti antisemiti:

Questa atmosfera deriva in gran parte dall’iperattivismo di qualche centinaio di militanti radicali anti-israeliani (blocco di scuole e università, azioni di boicottaggio, atti e manifestazioni contro gli eventi organizzati dalle organizzazioni ebraiche, scritte e graffiti anti-israeliani, apologia del terrorismo palestinese e legittimazione delle azioni di Hamas).

Sono così messi sullo stesso piano l’apologia delle azioni di Hamas, “graffiti anti-israeliani” (affermazioni ostili all’Arabia Saudita verrebbero forse associate all’islamofobia?) e le azioni di boicottaggio, criminalizzate dalla circolare dall’ex- ministra della Giustizia Michèle Alliot-Marie nel febbraio 2010, ma di cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha riconosciuto la legittimità nel giugno 2020.

Una definizione tendenziosa dell’antisemitismo

Nel luglio 2025 abbiamo chiesto un parere a Magali Lafourcade, segretaria generale della CNCDH, riguardo all’interpretazione che lo SPCJ poteva fare di slogan come “Free Palestine” (Palestina libera) o “From the river to the sea, Palestine will be free” (Dal fiume al mare la Palestina sarà libera). All’epoca ci aveva raccomandato di consultare la parte “Contributi” del rapporto della commissione. Tuttavia questa non forniva ulteriori elementi di spiegazione.

Invece dalla pagina “Definizione dell’antisemitismo” sul sito dell’SPCJ risulta che l’associazione adotta per esteso quella dell’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (IHRA), criticata ad esempio da Irène Khan, relatrice speciale delle Nazioni Unite per la promozione e la protezione del diritto alla libertà di opinione e d’espressione. Come la proposta di legge detta “Yadan” che la cita nel suo preambolo esplicativo, questa definizione permette, attraverso gli esempi che vi sono presentati, di associare la critica allo Stato di Israele a una forma di antisemitismo. Kenneth Stern, giurista statunitense e principale estensore del testo, ha lui stesso lamentato l’uso di certi esempi per attaccare le critiche a Israele2.

Stesso discorso da parte del CRIF, i cui dirigenti ritengono che parlare di genocidio a Gaza sia antisemita. Così per esempio in data 26 marzo 2025 si legge sul sito dell’organizzazione:

Il presidente del CRIF ha denunciato una evoluzione del discorso antisemita, in particolare attraverso l’accusa di ‘genocidio’ contro Israele. Ha paragonato questa retorica a ‘un’attualizzazione dell’accusa di popolo deicida’ evocata un tempo contro gli ebrei. ‘In entrambi i casi c’è un fondamento mitologico, cioè mendace. Gli ebrei non hanno ucciso Gesù, lo Stato di Israele non ha commesso un genocidio, qualunque sia indubbiamente la tragica situazione della popolazione civile a Gaza,’ ha dichiarato.”

La stessa logica viene applicata nei dati dell’SPCJ per il 2025, in cui la parola “genocidio” viene sistematicamente citata tra virgolette: “Riprendendo le accuse false ed estreme (‘genocidio’, ‘criminali’, ‘nazisti’), questa retorica costruisce un’immagine disumanizzata degli ebrei ed apre la strada al passaggio alle vie di fatto, che siano verbali o fisiche.

Tuttavia molteplici organizzazioni del diritto internazionale, tra cui Human Rights Watch ed Amnesty International, hanno concluso che a Gaza c’è stato effettivamente un genocidio. Il 26 gennaio 2024 è stata la Corte Internazionale di Giustizia ad affermare, in un’ordinanza, l’esistenza di un rischio plausibile di genocidio a Gaza. E la Corte Penale Internazionale, riconosciuta dalla Francia, ha imputato due dirigenti ebrei israeliani, il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’ex-ministro della Difesa Yoav Gallant, di crimini di guerra e contro l’umanità. Tutte queste organizzazioni ricadono dunque sotto l’accusa di antisemitismo?

Peraltro, quando sono avvenuti incidenti che hanno costellato la marcia femminista dell’8 marzo 2024, è stato il servizio d’ordine dell’ SPCJ che ha garantito la protezione del collettivo pro-israeliano Nous Vivrons [Continueremo a vivere, che si dichiara sionista. Ci furono tafferugli perché SPCJ e NV cercarono di infiltrarsi nel corteo e vennero respinti, ndt.]. Questa associazione, che beneficia dell’appoggio pubblico di Caroline Yadan3, ne sostiene il progetto di legge4.

Una logica di concorrenza tra vittime

Le posizioni eminentemente politiche che rivelano le intenzioni dell’SPCJ e del CRIF e la definizione come minimo ampia di quello che entrambi considerano come antisemita pongono interrogativi sulla collocazione attribuita a questa “retorica anti-israeliana” in detti rapporti e nei loro dati .

Un altro punto ripreso nell’esposizione delle ragioni della proposta di legge detta “Yadan”: l’antisemitismo sarebbe il fatto antireligioso più importante in Francia. Il resoconto dei dati dell’SPCJ lo conferma:

La lettura degli eventi antireligiosi mette in evidenza una situazione strutturale: l’antisemitismo occupa un posto centrale. Nel 2025 gli atti antisemiti rappresentano il 53% dell’insieme degli eventi antireligiosi, mentre la popolazione ebraica in Francia costituisce una minoranza numericamente molto debole (meno dell’1%).

Problema: per stabilire una classifica ci vogliono degli elementi di confronto. Questi mancano, perché secondo l’ultimo rapporto della CNCDH per quanto riguarda gli episodi antimusulmani “nessun organismo nazionale ha presentato dei dati dopo il 2021,” cioè dopo la dissoluzione, nel 2020, del Collectif contre l’islamophobie en France [Collettivo contro l’Islamofobia in Francia] (CCIF). A parte la logica della competizione tra vittime stabilita dall’affermazione dell’SPCJ, ripresa da Caroline Yadan, è piuttosto l’esplosione dell’islamofobia che allarma la difensora dei diritti Claire Hédon. Nel suo rapporto intitolato “Le discriminazioni fondate sulla religione: osservazioni ed analisi del Difensore dei diritti” pubblicato il 4 dicembre 2024, quest’ultima nota:

L’aumento delle discriminazioni per motivi religiosi sembra osservabile indipendentemente dal tipo di religione. Esse restano tuttavia riportate decisamente più di frequente da persone che dichiarano di essere di religione musulmana o in quanto considerate come tali (il 34%) che dalle persone che si dichiarano di un’altra religione (19%), includendo la religione ebraica o anche il buddismo, o quelle di religione cristiana (di queste solo il 4% dichiara di essere stata discriminata a causa della propria religione).

Infine, nella lettura del rapporto dell’SPCJ ci si stupisce dell’assenza di un qualunque riferimento all’ascesa dell’estrema destra quando si tratta dell’aumento dei dati sull’antisemitismo. Tuttavia nel 2024 il Rassemblement national (RN) [il partito di estrema destra di Marine Le Pen, ndt.] ha eletto un numero record di deputati all’Assemblea nazionale (119), in seguito a elezioni legislative che hanno rivelato l’antisemitismo di molti dei suoi candidati che il partito ha dovuto sostituire in tutta fretta. Per la CNCDH è proprio nel suo elettorato che l’antisemitismo resta notevolmente presente. Come ha sottolineato Magali Lafourcade nell’intervista che ci ha concesso: “I livelli di ostilità verso gli ebrei sono molto alti tra le persone che votano RN e Reconquête [partito di estrema destra i cui due principali dirigenti, Éric Zemmour e Sarah Knafo, sono di origine ebraica nordafricana, ndt.]. L’antisemitismo si colloca all’estrema destra e in modo molto persistente.

Nella società francese l’antisemitismo non è solo una realtà innegabile, è anche un argomento troppo grave da essere strumentalizzato in questo modo a seconda dei progetti politici. Questi rivelano una volontà di associare la critica legittima allo Stato di Israele a una forma di antisemitismo, dopo la pulizia etnica che ha accompagnato la sua creazione fino alla guerra genocida che continua a condurre contro i palestinesi di Gaza.

Questi progetti dimostrano anche il desiderio non solo di separazione, ma di gerarchizzazione tra le diverse forme di razzismo, facendo dell’antisemitismo una sorta di matrice per pensare i razzismi, in linea con ciò che sostiene la ministra Aurore Bergé, in particolare attraverso le Assises de lutte contre l’antisémitisme [Assise della lotta contro l’antisemitismo] e con la Délégation interministérielle à la lutte contre le racisme, l’antisémitisme et la haine anti-LGBT [Delegazione interministeriale per la lotta contro il razzismo, l’antisemitismo e l’odio anti-LGBT] (Dilcrah). Peraltro la CNCDH non cessa di ricordarlo: il razzismo non è “settario”: quelli che lo accolgono provano odio nei confronti di tutte le minoranze, che siano razziali, politiche o sessuali.

1. Il 3 ottobre 1980 una bomba scoppiò davanti alla sinagoga del 24° [distretto] in via Copernic, a Parigi, facendo 4 morti e 46 feriti. Come reazione il CRIF e il Fondo Sociale Ebraico fondarono insieme il Servizio di Protezione della Comunità Ebraica per organizzare la protezione degli ebrei in Francia, in particolare attraverso strategie di autodifesa nei quartieri in cui si trovano luoghi di culto.

2. Valentine Faure, “Kenneth Stern, giurista americano: ‘La nostra definizione di antisemitismo non è stata concepita come uno strumento di controllo del diritto di espressione’”, Le Monde, 21 maggio 2024.

3. “Manifestazione con il collettivo Nous Vivrons”, sito ufficiale di Caroline Yadan, 27 marzo 2025.

4. “Intellettuali e politici si mobilitano per la legge contro l’antisemitismo”, Le Point, 31 marzo 2026.

Sarra Grira

Giornalista e caporedattrice di Orient XXI.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




“Non so come ne usciremo”: quanto ancora potrà resistere Israele?

Simon Speakman Cordall

3 aprile 2026 – Al Jazeera

Anni di guerra hanno profondamente cambiato la politica, l’economia e la società israeliane, affermano gli analisti

Due anni e mezzo a lanciare brutali attacchi contro i propri vicini e sull’enclave assediata di Gaza hanno trasformato la politica, l’economia e la società di Israele, affermano gli analisti.

Adesso, mentre Israele è impegnato in ciò che molti nel Paese hanno ripetutamente definito una “battaglia esistenziale” contro il nemico regionale Iran, resta da vedere che cosa può riservare il futuro per Israele. La fine definitiva del conflitto probabilmente verrà decisa dai parlamentari di Washington piuttosto che dagli strateghi di Israele.

Anche prima della guerra all’Iran, la guerra genocida di Israele contro Gaza ha avuto ripercussioni sulla condizione e sulle finanze del Paese. Secondo gli stessi dati della Banca di Israele le guerre della nazione contro Gaza, gli Houti, il Libano e l’Iran a partire da ottobre 2023 sono già costate 352 miliardi di shekel (112 miliardi di dollari), che corrispondono a un costo medio di circa 300 milioni di shekel (96milioni di dollari) al giorno.

Presso la Corte Internazionale di Giustizia Israele affronta ciò che i giuristi hanno già definito plausibili accuse di genocidio, mentre sia il suo primo ministro che l’ex ministro della difesa sono colpiti da mandati di arresto per crimini di guerra, spiccati dalla Corte Penale Internazionale nel novembre 2024. Ora, dal punto di vista economico, il Paese si prepara a quelle che potrebbero essere conseguenze finanziarie catastrofiche della sua guerra all’Iran.

E sembra che non si veda una fine certa.

Una lunga strada da percorrere

Gli obbiettivi della guerra dichiarati da Israele, di deteriorare le capacità militari dell’Iran e di creare le condizioni per cui la sua popolazione possa insorgere contro il governo, sembrano alquanto lontani.

Dopo quattro settimane di continui bombardamenti non ci sono segnali evidenti di agitazioni popolari in Iran o di minacce al governo.

Nonostante le dichiarazioni pubbliche di dirigenti degli Stati Uniti di aver di fatto distrutto militarmente l’Iran, il 27 marzo la Reuters, citando cinque fonti interne all’intelligence USA, ha riferito che solo un terzo delle scorte missilistiche di Teheran è stato distrutto.

Intanto la popolazione di Israele riceve irregolari ma frequenti allarmi di attacchi aerei, che avvertono nuovamente di ritirarsi nei rifugi e infrangono in continuazione ogni apparenza di normalità.

Si è di fronte a un paradosso. Le misure di emergenza, che hanno fatto chiudere molte scuole mentre i genitori devono continuare a lavorare, hanno accresciuto la tensione nelle famiglie. Ma gli analisti in Israele affermano che queste stesse famiglie considerano la guerra che stanno vivendo come da sempre inevitabile.

C’è un peso tombale che è caduto sulla gente, una specie di sudario”, ha detto a Al Jazeera la consulente politica e sondaggista Dahlia Scheindlin da una località vicino a Tel Aviv. Ha descritto qualcosa di simile a una lugubre determinazione tra gli ebrei israeliani ad andare avanti con la guerra per il momento, comunque.

La gente è esausta, ma per ora il 78% degli ebrei israeliani alla fine di marzo ha dichiarato all’Istituto per la Democrazia di Israele di appoggiare la continuazione della guerra.

Significativamente tuttavia una maggioranza riteneva anche che gli strateghi negli USA e in Israele avessero sottovalutato le capacità di Teheran.

Perciò, per quanto tempo continueranno a sostenere il conflitto Scheindlin non può dirlo. “Non è come la guerra dei 12 giorni (tra Israele e l’Iran nel giugno 2025), perché questa è durata molto più a lungo. E non è come il lancio di razzi di Hamas nel passato.

L’Iran lancia missili balistici, il che significa che tutti devono andare ogni volta nei rifugi. Sta anche durando molto di più e non sappiamo quanto a lungo continuerà”, ha detto.

Sinceramente non so come usciremo da tutto questo. Nessuno lo sa. Siamo ancora in mezzo al guado.”

Politica in bilico

Lo sfondo di tutto questo è una politica che pochi riconoscerebbero come quella che ha firmato gli Accordi di Oslo negli anni ’90 del ‘900. O quella che negli anni ’80 espulse l’ultranazionalista Meir Kahane, il promotore delle convinzioni estremiste che l’intransigente Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir e molti degli attuali membri del suo partito Potere Ebraico implicitamente sostengono.

Certamente personaggi come Ben Gvir e l’ultra ortodosso Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich – un colono il cui movimento ritiene di essere titolato dalla Bibbia a possedere la Cisgiordania – ricoprono ora ruoli centrali nel governo sia con il sostegno della coalizione trasversale che della popolazione.

Poi ci sono stati i festeggiamenti che hanno salutato l’approvazione della legge di Ben Gvir sulla pena di morte, destinata specificamente ai palestinesi.

Per completare l’opera, questa settimana vi è stata l’approvazione di un bilancio record di 271 miliardi di dollari – votato dai parlamentari in un bunker fortificato – che ha stornato milioni di shekel verso organizzazioni ortodosse e organizzazioni di coloni estremisti in ciò che analisti e gruppi di opposizione affermano essere un tentativo di rafforzare l’appoggio al governo di Netanyahu di fronte al perdurante intervento militare.

Chiunque voti contro il bilancio sta votando contro la sicurezza di Israele, contro le agevolazioni fiscali per i lavoratori in Israele e contro la tassazione delle banche”, ha affermato lunedì prima del voto Smotrich, i cui sostenitori nell’estrema destra e nei gruppi di coloni sono i primi beneficiari.

Certamente è tutto sempre peggio”, ha detto Aida Touma-Sliman del partito di sinistra Hadash. “Il mondo intero è stato a guardare ed ha trovato scuse per loro mentre commettevano un genocidio (a Gaza). Ovviamente pensano che anche quello che stanno facendo adesso sia accettabile. Il mondo intero lo ha detto.”

Tempeste in arrivo

Tuttavia resta da vedere per quanto tempo la sempre più estremista politica di destra di Israele rimarrà accettabile per una popolazione che fra non molto sosterrà il grave impatto delle sue eterne guerre regionali.

Nonostante il loro generale sostegno (o almeno la mancanza di una significativa opposizione) a gran parte della sua campagna genocidaria a Gaza, le Nazioni Unite, l’Unione Europea e diversi altri Paesi occidentali hanno condannato l’approvazione questa settimana della legge sulla pena di morte, prevista specificamente per i palestinesi.

Benchè finora sia stato ampiamente al riparo da tali ripercussioni, Israele non è assolutamente immune dagli effetti sul lungo termine della guerra, come segnalano gli analisti. Un’analisi pubblicata dal quotidiano francese Le Monde alla fine di marzo suggerisce che il conflitto con l’Iran abbia già imposto costi significativi per via delle maggiori spese per la difesa, della perdita di produttività dovuta alla mobilitazione dei riservisti e della ridotta attività dei consumatori.

Se gli sgravi fiscali per ora hanno ampiamente protetto i consumatori israeliani dal previsto aumento dei prezzi del carburante provocato dalla chiusura da parte dell’Iran dello Stretto di Hormuz, analisti come l’economista politico Shir Hever avvertono che, essendo Israele un importatore di carburante, si tratta di un sollievo solo temporaneo.

Tutti i precedenti conflitti in cui Israele si è impegnato hanno avuto alle spalle un bilancio concordato, con obbiettivi chiari e solide basi finanziarie su cui misurare tali obbiettivi”, afferma Hever. “Tuttavia ciò a cui stiamo assistendo è il tipo di economia che si potrebbe osservare in uno Stato totalitario, in cui le spese militari vengono adottate arbitrariamente senza considerare come la cosa sia compatibile con l’economia generale.”

In conclusione, come e quando finirà la guerra probabilmente sta meno nelle decisioni di Israele che in quelle di un presidente USA sempre più imprevedibile.

E quando questa settimana l’emittente statunitense Newsmax gli ha chiesto fino a che punto secondo lui Israele ha conseguito i suoi obbiettivi, il massimo che Netanyahu è stato capace di dire è stato “a metà”.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Ex primo ministro israeliano chiede alla Corte Penale Internazionale di fermare i “terroristi ebrei” in Cisgiordania dopo il blocco dei procedimenti giudiziari.

Emma Graham-Harrison – Gerusalemme

Mercoledì 25 marzo 2026 – The Guardian

Da un’analisi del Guardian sulla violenza dei coloni emerge che dal 2020 nessun israeliano è stato perseguito penalmente per l’uccisione di civili palestinesi, mentre ex capi dell’esercito, della polizia e dei servizi segreti parlano di «terrorismo ebraico organizzato».

Secondo un’analisi condotta dal Guardian su dati giuridici e documenti pubblici, dall’inizio di questo decennio Israele non ha perseguito penalmente i propri cittadini per l’uccisione di civili palestinesi nella Cisgiordania occupata, favorendo così l’impunità nei confronti di una campagna di violenza.

Gli attacchi hanno spinto l’ex primo ministro Ehud Olmert a chiedere l’intervento della Corte Penale Internazionale (CPI) per “salvare i palestinesi e noi [israeliani]” dalla violenza dei coloni appoggiata dallo Stato, perpetrata con la complicità e talvolta la partecipazione della polizia e dell’esercito.

“Ho deciso non solo di non rimanere in silenzio, ma di richiamare l’attenzione della CPI dell’Aia affinché adotti misure coercitive ed emetta mandati di arresto”, ha dichiarato Olmert in una dichiarazione scritta inviata al Guardian.

Decine di ex comandanti della sicurezza israeliana hanno chiesto un intervento urgente per fermare gli attacchi “quasi quotidiani” contro i palestinesi. In una lettera pubblica indirizzata all’attuale capo delle forze armate del Paese hanno avvertito che la mancata lotta al “terrorismo ebraico” rappresenta una minaccia esistenziale.

Questo mese i coloni israeliani e la polizia hanno ucciso 10 civili palestinesi nella Cisgiordania occupata, tra cui due fratelli di cinque e sette anni e i loro genitori, tutti colpiti alla testa mentre la famiglia tornava a casa dopo aver fatto la spesa per il Ramadan.

“Non stiamo più parlando di una manciata di teppisti che infrangono la legge. Si tratta di attività organizzate, a volte col coinvolgimento di individui in uniforme, che sparano contro persone innocenti e incendiano proprietà e case di civili”, si legge nella lettera.

Tra i firmatari della lettera, che non è stata preventivamente annunciata, figurano due ex capi delle forze armate israeliane – uno dei quali ha anche ricoperto la carica di ministro della Difesa – cinque capi dei servizi segreti Mossad e Shin Bet e quattro ex commissari di polizia.

Nel loro appello a far rispettare la legge attribuiscono i successi militari del passato alla «forza morale» delle forze armate israeliane e affermano che essa è fondamentale per le vittorie future. «Senza di essa non abbiamo alcun diritto di esistere», affermano.

Secondo i dati dell’ONU dal 2020 i soldati e i coloni israeliani hanno ucciso almeno 1.100 civili palestinesi nella Cisgiordania occupata, almeno un quarto dei quali minorenni. Nessuno è stato incriminato per queste morti.

Secondo i dati ufficiali e quelli forniti dall’organizzazione [israeliana] per i diritti civili Yesh Din l’ultimo attacco mortale compiuto dalle forze di sicurezza israeliane nella Cisgiordania occupata che ha portato a un rinvio a giudizio risale al 2019. L’ultimo omicidio commesso da un civile israeliano che ha portato a un’incriminazione risale al 2018. Questa settimana un tribunale israeliano ha stabilito che l’imputato aveva lanciato il sasso che ha colpito Aisha Rabi [morta nel 2018 in seguito alla rottura del parabrezza della sua auto, ndt.].

Le forze di sicurezza israeliane sono responsabili della maggior parte delle vittime palestinesi nella Cisgiordania occupata, ma gli atti di violenza perpetrati da civili israeliani si sono intensificati dopo gli attacchi guidati da Hamas del 7 ottobre 2023, quando Israele ha scatenato una guerra a Gaza che, secondo una commissione delle Nazioni Unite, organizzazioni per i diritti umani e studiosi di genocidio, è da considerarsi tale.

Omicidi, incendi dolosi, furti e altri crimini commessi da coloni israeliani, inclusi episodi ripresi dalle telecamere e sospette aggressioni sessuali, sono rimasti quasi del tutto impuniti.

Secondo quanto riportato da Yesh Din tra il 2020 e il 2025 oltre il 96% delle indagini di polizia sulla violenza dei coloni nella Cisgiordania occupata si è concluso senza un’incriminazione. Su 368 casi solo otto, ovvero il 2% del totale, si sono conclusi con condanne totali o parziali.

Olmert chiede procedimenti giudiziari internazionali contro i coloni violenti che sono “aiutati, sostenuti e ispirati dagli ambienti governativi” nella loro campagna di pulizia etnica. I pogrom nei villaggi palestinesi ricordano quelli “un tempo diretti contro gli ebrei in Europa”, afferma.

“Se le forze dell’ordine israeliane non adempiranno al loro dovere, forse le autorità legali internazionali faranno ciò che è necessario per salvare i palestinesi e noi dagli atti criminali commessi da terroristi ebrei proprio sotto i nostri occhi”.

La popolazione di coloni israeliani nella Cisgiordania occupata è aumentata costantemente per diversi decenni, anche quando Olmert e l’élite della sicurezza che ora si esprime contro la violenza ricoprivano posizioni di comando o erano al potere.

“I palestinesi potrebbero accogliere con favore queste critiche israeliane, ma non hanno dimenticato che molti di questi ex funzionari hanno facilitato l’espansione delle colonie e, con essa, la violenza dei coloni e dei militari”, ha dichiarato Amjad Iraqi, analista senior di Israele/Palestina presso l’International Crisis Group [ONG internazionale che conduce ricerche e analisi sulle crisi globali, ndt.].

«Questi critici israeliani danno spesso l’impressione che la violenza dei coloni possa essere contenuta semplicemente destituendo l’attuale governo di estrema destra. Ciò avrebbe certamente un effetto, ma non tiene conto del fatto che gli insediamenti coloniali sono un progetto dello Stato che è stato plasmato e guidato da tutte le forze politiche.»

Molti israeliani cercano inoltre di tracciare una distinzione tra gli attacchi dei coloni e luso della forza da parte della polizia e dellesercito israeliani. Olmert ha chiesto lintervento della Corte Penale Internazionale solo per quanto riguarda la violenza perpetrata da civili, pur ammettendo che vi sono stati «troppi» episodi in cui israeliani in divisa hanno ucciso civili palestinesi.

Dal 2020 al 2024, l’ultimo anno per il quale sono disponibili dati, le forze di sicurezza israeliane sono state meno soggette dei coloni a essere incriminate per aver causato danni ai palestinesi.

Secondo Yesh Din i palestinesi hanno presentato 1.746 denunce per danni causati in quel periodo dai soldati israeliani nella Cisgiordania occupata, di cui oltre 600 per omicidio. Meno dell’1% delle denunce ha dato adito ad un’incriminazione.

«I sistemi di applicazione della legge israeliani, sia civili che militari, funzionano meno come meccanismi di giustizia e più come scudi per i responsabili», ha affermato Ziv Stahl, direttore di Yesh Din. «Portano ripetutamente a indagini interrotte e casi archiviati, privilegiando di fatto limmunità rispetto all’applicazione delle leggi».

Per anni il sistema giudiziario ha considerato i casi giunti in tribunale come un’arma fondamentale a difesa di Israele dinanzi ai tribunali internazionali. Quando un solido sistema giuridico nazionale persegue i reati è meno probabile che i tribunali internazionali esercitino la propria giurisdizione.

«Il sistema è programmato per favorire l’impunità, non la responsabilità», ha affermato Michael Sfard, avvocato israeliano specializzato in diritti umani. «Ma era abbastanza intelligente da prevedere anche casi molto rari nei quali i responsabili venivano chiamati a rispondere delle proprie azioni, che potevano essere citati come esempi di come funzionasse l’applicazione della legge».

Tuttavia negli ultimi anni giudici e pubblici ministeri hanno subito forti pressioni attraverso false accuse secondo cui questi casi facevano parte di un sistema sfavorevole agli imputati israeliani, e i procedimenti penali per violenze contro i palestinesi si sono in gran parte interrotti.

«Ciò ha un costo troppo alto [per il sistema giudiziario israeliano]», afferma Sfard. «A livello internazionale non stiamo pagando alcun prezzo a causa dell’impunità, mentre a livello interno loro stanno pagando un prezzo per questa parvenza di responsabilità, comunque falsa»

A febbraio due ex ministri della Giustizia del partito Likud del primo ministro Benjamin Netanyahu hanno firmato una lettera in cui accusavano l’attuale governo israeliano di consentire la «pulizia etnica attiva e orribile» dei palestinesi nella Cisgiordania occupata.

«La responsabilità giuridica e morale definitiva di porre fine a questa campagna di terrore ricade sul governo israeliano. Ebbene, esso non lo sta facendo», si legge nella lettera, di cui la stampa internazionale non ha ancora dato notizia.

È stata firmata da oltre 20 personalità di spicco del mondo giuridico, tra cui Dan Meridor e Meir Sheetrit, entrambi ex ministri della giustizia del Likud.

«Chiunque contribuisca a questi [attacchi dei coloni], con azioni o omissioni, ne è responsabile, compresi i soldati e soprattutto i comandanti delle forze regolari e della riserva. Gli ordini di eseguire o consentire questi attacchi sono chiaramente illegali».

Anche il capo delle forze armate israeliane, Eyal Zamir, la scorsa settimana ha chiesto che si intervenga contro la violenza dei coloni, esortando «tutte le autorità del Paese ad agire contro questo fenomeno e a fermarlo prima che sia troppo tardi». Le forze armate israeliane esercitano il controllo sui territori occupati.

Al di fuori della Cisgiordania occupata, dal 2020 ci sono state due incriminazioni di membri delle forze di sicurezza israeliane per l’uccisione di civili palestinesi.

Un agente della polizia di frontiera israeliana che sparò a un uomo autistico a Gerusalemme Est nel 2021 è stato assolto due anni dopo dall’accusa di “omicidio colposo”. Nel 2023 un tenente è stato incriminato per la morte del contadino Hasan Sami Al-Borno, ucciso nel 2021 dal fuoco di un carro armato israeliano a Gaza. Non è stato processato.

La polizia israeliana non ha risposto alle richieste di commento sulle mancate indagini o il fatto di non aver impedito la violenza dei coloni.

Quique Kierszenbaum ha contribuito alla stesura dell’articolo

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele. Come continuare ad essere una Super Sparta

Sylvain Cypel

23 marzo 2026 – Orient XXI

Dal 7 ottobre Israele conduce una guerra su più fronti: palestinese, libanese, siriano, iraniano, yemenita. Il suo primo ministro è rapidamente passato da una retorica della “difesa” all’esplicito progetto di “ridisegnare la cartina del Medio Oriente”. Ma per giustificare ciò bisogna inventarsi sempre un nemico.

E’ una faccenda recente passata relativamente inosservata. Può sembrare bizzarro, ma dice molto di quello che sono diventate in grande maggioranza la classe politica e la società israeliane. Ex-primo ministro dal giugno 2021 al giugno 2022, Naftali Bennett, politico religioso ultranazionalista ma che non ha aderito alle tendenze messianiche dei ministri Itamar Ben Gvir e Betzalel Smotrich, cerca di costruirsi un profilo di unificatore, e dunque di migliore alternativa al primo ministro Benjamin Netanyahu, nella prospettiva delle future elezioni legislative previste tra otto mesi, se non verranno anticipate. Dunque, come posizionarsi in Israele quando si vuole mostrare la propria differenza? Essendo, oserei dire, più papista del papa. Cioè, nei tempi che corrono, dimostrarsi ancor più bellicosi di Netanyahu.

Bennett ha trovato. Lo sa lui quale sarà la prossima guerra esistenziale che Israele dovrà imperativamente condurre. Mentre Netanyahu progetta che la guerra contro l’Iran “durerà ancora parecchie settimane”1, e nello stesso momento in cui il presidente Donald Trump, al contrario, assicura che la guerra in Iran “terminerà piuttosto presto”, Bennett ha spiegato davanti a un gruppo di notabili dell’ebraismo statunitense in visita in Israele che “spunta una nuova minaccia: la Turchia.” Perché, “e lo dico alto e forte, la Turchia è il nuovo Iran”; Recep Tayyip Erdoğan, il presidente turco, “è un uomo raffinato e pericoloso che cerca di accerchiare Israele”, ha dichiarato Bennett, e il suo Paese sta tramando la creazione di una nuova alleanza che unirebbe “contro Israele l’Arabia Saudita e un asse sunnita ostile con il Pakistan nucleare”2.

Netanyahu non ha ritenuto necessario reagire. Quanto ad Al Jazeera, ha trattato Bennett con fin troppo rispetto titolando “Israele è già alla ricerca di un nuovo nemico regionale”3. E se fosse una reazione sana? Dopo l’euforia degli Accordi di Abramo e poi il terrorismo del 7 ottobre 2023, seguito dalla distruzione totale di Gaza e dei gazawi, dopo le guerre condotte in Libano e in Iran, ecco emergere una nuova minaccia esistenziale: il ritorno di una coalizione degli odiati sunniti, di cui i Fratelli Musulmani costituiscono il collante, spiega Bennett. Bisogna prenderne coscienza al più presto.

All’inizio c’è la militarizzazione

In realtà Israele ha avuto da sempre bisogno di un’imminente “minaccia esistenziale”. La sua storia, dalla conquista sionista della Palestina ai giorni nostri, non è che una sequenza, se non lineare almeno quasi costante, di conflitti armati. Questi hanno un’unica natura: sono sempre esistenziali. Per questo bisogna sempre agire “preventivamente”, checché ne dica un diritto internazionale obsoleto.

Le prime due alyiot, plurale di alyia, queste “salite” successive di immigrati ebrei europei in Palestina, si sono succedute dal 1881 al 1914. Fin da quel periodo si assistette all’istituzione di milizie attraverso le quali i coloni cercarono di espandere e rafforzare la loro presa sulla terra. Ma fu dopo la Prima Guerra Mondiale, quando il potere passò dagli Ottomani ai britannici, che si svilupparono queste milizie. L’Haganah (“Difesa”) si formò nel 1920. Questa milizia e altre meno importanti non si limitarono, come ancora oggi viene insegnato ai bambini israeliani, a “difendersi dagli attacchi contro gli ebrei”. Ambivano ad estendere il controllo dell’yishuv4 nell’appropriazione progressiva della terra. Per esempio, i kibbutz non erano solo un’oasi di socialismo, ma anche e soprattutto uno strumento armato di accaparramento della terra.

L’essenziale è capire che in Israele l’esercito raggiunse rapidamente uno status di intangibilità. Questa militarizzazione dell’impresa sionista comparve dunque quasi fin dai suoi inizi. E non è più cessata. Quando nel 1936 i palestinesi lanciarono la Grande Rivolta Araba contro l’occupazione britannica, le forze dell’Haganah funsero da truppe ausiliarie della repressione, che fu assolutamente terribile. Ben presto Orde Wingate [capitano dell’esercito britannico e sostenitore di una strategia offensiva contro i villaggi arabi, ndt.] venne distaccato presso l’Haganah per migliorare la formazione militare dei suoi membri, che appresero in particolare le tecniche “contro-insurrezionali” delle Special Nights Squads (Squadre Speciali Notturne). Fu lì che l’yishuv pose le basi del suo futuro esercito.

Dieci anni dopo il Regno Unito lasciò la Palestina. Dopo gli scontri per la conquista della terra che iniziarono nel 1947 e che scatenarono la Nakba, le forze dell’yishuv si scontrarono con milizie locali palestinesi o giunte dalla Siria e dalla Transgiordania. Il 15 maggio 1948 venne ufficializzata la creazione dello Stato di Israele. Gli Stati arabi l’attaccarono. Undici giorni dopo venne formalizzata la creazione dell’esercito israeliano (il cui l’acronimo ebraico è Tzahal, Forze di Difesa di Israele).

Il culto dell’esercito

Poi questo Stato non ha più smesso di essere in guerra in dimensioni più o meno importanti. Gli anni ‘50 sono stati punteggiati dalla lotta contro gli “infiltrati”, i palestinesi che avevano perso tutto durante la Nakba e che, in maggioranza, cercavano semplicemente di sapere cosa ne fosse stato delle loro terre e dei loro beni. Furono anche gli anni delle operazioni all’interno e al di fuori delle frontiere, come la partecipazione nel 1956 all’attacco franco-britannico (guerra di Suez) per far cadere il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, operazioni che, quasi tutte, erano accompagnate da massacri. Il più noto fu quello commesso nel 1956 nel villaggio di Kafr Kassem contro la minoranza palestinese in Israele.

Gli anni ‘60 sono stati quelli dell’espansione territoriale, la conquista della Cisgiordania, delle Alture del Golan in Siria e di Gaza e del Sinai in Egitto. Già percepita in precedenza come l’istituzione più ammirata del Paese, l’esercito divenne allora oggetto di un culto senza precedenti, anche se si impantanò in una lunga “guerra d’usura” lungo il canale di Suez. Gli anni ‘70 videro la prima importante sconfitta militare israeliana durante i primi tre giorni della guerra dell’ottobre 1973, seguiti da un rovesciamento spettacolare delle forze a favore di Israele.

Si potrebbe proseguire questa litania guerresca, in particolare le molteplici operazioni militari in Libano, da 1978 a oggi. L’essenziale è comprendere che in Israele l’esercito ha rapidamente raggiunto uno status di intangibilità, in quanto la popolarità di cui gode gli garantisce in ogni circostanza un’impunità indiscutibile. “Tsahal è l’esercito più morale al mondo”. Questa affermazione, aiutata da un’informazione totalmente censurata, serve a mascherare la realtà dei crimini di guerra commessi dall’esercito. Non venne reso pubblico alcunché dei massacri, di civili o di soldati disarmati, commessi nelle diverse guerre: nel 1948, certo, e si sa ormai che ce ne furono diverse decine, così come quello commesso a Gaza nel 1956 contro presunti fedayn, o quello di decine, o più probabilmente centinaia, di soldati egiziani catturati nel Sinai nel 1967 e uccisi, alcuni dei quali bruciati vivi. La censura militare impediva la diffusione di informazioni e la hasbara, la propaganda di Stato, era vigile. In realtà chi voleva poteva saperlo. Ma nella sua stragrande maggioranza la società ebraica israeliana ha sempre preferito arrogarsi lo status di eterna vittima, chiudere gli occhi e tapparsi il naso.

Un esercito che possiede uno Stato

Al contrario non era raro negli anni ‘50 e ‘60 che uno o due giovani dei kibbutz non ammessi alla scuola ufficiali (che vergogna!) si togliessero la vita. L’esercito era il massimo. Dagli anni ‘60 ai 2000 anche i governi israeliani erano composti per metà da generali in pensione. I primi ministri si chiamavano Yitzhak Rabin, Ehud Barak o Ariel Sharon: due ex-capi di stato maggiore e un’icona dell’esercito israeliano. I ministri della Difesa spesso erano ex-capi di stato maggiore e i generali affollavano molti altri ministeri. Non era lo Stato ad avere un esercito, era l’esercito ad avere uno Stato, si disperavano pochissimi israeliani.

Con il tempo questo esercito ha conosciuto dei cambiamenti importanti. Per un verso ha progressivamente perso parte della sua importanza a causa dell’ascesa per vent’anni nella società e nell’esercito del messianismo, per il quale niente né nessuno può essere più importante di Dio. Dall’altro si è pesantemente rafforzato sia come capacità operativa che commerciale. Il piccolo Stato di Israele non dispone solo di un esercito di 650.000 uomini (ufficiali di professione, soldati di leva e riservisti insieme) su una popolazione di poco più di 10 milioni di abitanti, una proporzione unica al mondo. Per fare un confronto, la Francia dispone di poco più di 200.000 militari su 69 milioni di abitanti. In qualche decennio Israele ha anche costruito un complesso militare-industriale che ne fa l’ottavo attore sul mercato mondiale degli armamenti e del materiale militare.

Da qui, oggi, i comportamenti paradossali dell’opinione pubblica israeliana. Le folle esultano ad ogni colpo contro “il nemico”, che sia palestinese, libanese, houti dello Yemen o iraniano. Poco importa che sia parte attiva del conflitto in corso o una persona qualunque. Ma parallelamente l’immagine dell’esercito è stata danneggiata in seguito al suo gigantesco fallimento del 7 ottobre 2023 e al fatto che Netanyahu non faccia niente per rimetterlo in sesto, al contrario. Per lui continuare a condannare solo i militari e i servizi di sicurezza interni per la responsabilità di un simile fallimento è anche l’unica possibilità di salvarsi dal possibile verdetto calamitoso di una commissione d’inchiesta riguardo alle sue responsabilità nell’accecamento che ha portato al 7 ottobre 2023, un verdetto che metterebbe fine alla sua carriera politica o, peggio, macchierebbe la sua immagine politica per sempre.

Imporre il suo ordine con la spada

Da allora Netanyahu si sta barcamenando, di fronte a una società ebraica israeliana che oscilla tra i timori diffusi per il domani e un sentimento di euforia da onnipotenza. Un giorno se la prende con l’esercito, esige l’allontanamento di questo o quel consigliere della sicurezza. Il giorno dopo glorifica i suoi molteplici successi, accaparrandosi i benefici di ogni nuova conquista territoriale in Libano, in Siria, altrove, facendosi così cantore di un avvenire ancora più glorioso.

Malgrado i segni di una evidente stanchezza, malgrado l’aumento del costo della vita e del numero di cittadini che lasciano il Paese, la popolazione, nella sua grande maggioranza, lo segue. Netanyahu spera di conservare il sostegno finché continuerà la guerra. Il fatto è che, come mostrano i sondaggi, resta l’uomo che agli occhi di gran parte dei cittadini ha fatto di Israele una potenza regionale di primo livello. Chi potrebbe resistergli in Medio Oriente? Chi oserebbe impedirgli di agire quando lo decide? Un giorno annuncia che intende “ridisegnare il volto del Medio Oriente”, un altro che manterrà le truppe nel Sud del Libano. I suoi partigiani esultano quando le bombe israeliane continuano a cadere su Gaza nonostante il “cessate il fuoco” ufficiale. Fa quello che vuole. E’ invulnerabile. E i suoi sostenitori vogliono credergli.

Il paragone di Israele con Sparta è un vecchio ritornello. In genere manifesta una forte critica verso lo Stato di Israele. Ma Netanyahu, al contrario, se ne appropria. Il 15 settembre 2025 ha dichiarato davanti a un pubblico di investitori e di responsabili economici israeliani che intende fare del suo Stato una “Super Sparta”5. Si ignora se sappia veramente cos’era Sparta, quella città militarizzata all’estremo e profondamente disuguale in cui regnava un ordine rigido e una totale assenza di democrazia. Ma dovrebbe ben sapere che, a differenza di Atene o Roma, Sparta è scomparsa senza lasciare all’umanità qualcosa che si possa qualificare di “civilizzatore”. Allora, perché fa di Sparta l’effigie di Israele? Il fatto è che l’essenziale è altrove. Sparta è un marchio, una piccola città che, nel V e IV secolo a.C., poté vincere tutti i suoi nemici, inclusa Atene, per estendere il suo impero dalla Grecia alla Persia. Regnare imponendo il suo ordine attorno a sé con la spada, essere una Super-Sparta, è il simbolo che piacerà ai suoi sostenitori.

Allora, si è detto Naftali Bennett, maledizione, ma certo! Per fare meglio di Netanyahu, perché, dopotutto, non fare in più la guerra alla Turchia? Poi ci si occuperà del Pakistan, in attesa di trovare altri bersagli.

Note

1. Neri Zilber et James Shotter, « Israel expects weeks-long war against Iran  » [Israele aspetta una guerra lunga settimane contro l’Iran], Financial Times, 8 marzo 2026.

2. L’ex-primo ministro israeliano Naftali Bennett afferma che “la Turchia è il nuovo Iran”, AllSides News, 4 marzo 2026.

3. Ibid.

4. Nome ebraico della comunità dei coloni ebrei in Palestina.

5. TheMarker e Jonathan Lis, ‘We are Super-Sparta ’: Netanyahu says Israel faces isolation, must shift to self-reliance  »[Siamo una Super-Sparta: Netanyahu afferma che Israele deve affrontare l’isolamento e deve passare all’autosufficienza], Haaretz, 15 settembre 2025.

Sylvain Cypel

E’ stato membro della redazione centrale di Le Monde e in precedenza direttore della redazione del Courrier international. E’ autore di “Les emmurés. La société israélienne dans l’impasse” [I murati vivi. La società israeliana a un punto morto] (La Découverte, 2006) e di “L’État d’Israël contre les Juifs” [Lo Stato di Israele contro gli ebrei] (La Découverte, 2020).

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Le forze israeliane hanno sparato oltre 900 proiettili per uccidere dei soccorritori a Gaza nel 2025: rapporto

Mohammad Mansour

24 febbraio 2026 – Al Jazeera

Una nuova indagine di Forensic Architecture ed Earshot dimostra che i soldati israeliani hanno sparato centinaia di colpi durante un massacro di operatori umanitari a Gaza

Una nuova indagine congiunta ha rivelato che lo scorso marzo a Gaza i soldati israeliani hanno sparato più di 900 proiettili contro un convoglio di veicoli di emergenza palestinesi chiaramente contrassegnati per poi procedere all’uccisione degli operatori umanitari sopravvissuti, alcuni dei quali sono stati colpiti “in stile esecuzione” a distanza ravvicinata.

Il rapporto pubblicato lunedì dall’agenzia di ricerca indipendente Forensic Architecture e dal gruppo di investigazione audio Earshot offre la ricostruzione fino ad ora più dettagliata del massacro di Tal as-Sultan, un quartiere a ovest di Rafah nella Striscia di Gaza meridionale, avvenuto il 23 marzo 2025.

Nell’attacco sono stati uccisi quindici operatori umanitari, tra cui paramedici della Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS), vigili del fuoco della Difesa Civile Palestinese (PCD) e un membro dello staff dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi (UNRWA). Gli operatori umanitari uccisi sono stati poi sepolti insieme ai loro veicoli.

Inizialmente l’esercito israeliano ha affermato che i veicoli erano “non coordinati” e in seguito ha ammesso un “errore professionale”. Ma l’analisi forense dipinge un quadro diverso: un’imboscata coordinata, l’assenza di fuoco di risposta e un’azione calcolata per eliminare i sopravvissuti.

La scienza del massacro

L’indagine si basa in gran parte su una tecnica di testimonianza contestualizzatae su analisi avanzate di balistica audio per analizzare il suono degli spari e determinare la distanza dello sparatore, il tipo di arma e l’orientamento.

Gli investigatori hanno analizzato i filmati recuperati dal telefono di un paramedico della PRCS ucciso, Rifaat Radwan, che ha iniziato a registrare alle 5:09 del mattino, quando è iniziata l’imboscata. In un video della durata di cinque minuti e mezzo, sono stati registrati almeno 844 colpi d’arma da fuoco. Sommati ad altre registrazioni, il conteggio totale documentato ha raggiunto almeno 910 colpi d’arma da fuoco.

Nel video, girato dall’interno di una delle ultime due ambulanze, si sente Radwan chiedere perdono alla madre e recitare la dichiarazione di fede islamica, la shahada, prima di morire.

Secondo l’analisi di Earshot il 93% di questi spari presentava una specifica impronta acustica: un'”onda d’urto supersonica”, seguita da un’esplosione. Questa combinazione conferma che la telecamera e gli operatori umanitari accalcati attorno ad essa si trovavano direttamente sulla linea di fuoco.

“La densità degli spari… supera spesso i 900 colpi al minuto”, afferma il rapporto, osservando che, a un certo punto, sono stati sparati cinque colpi in soli 67 millisecondi. Questa cadenza di fuoco conferma che almeno cinque tiratori, probabilmente molti di più, stavano sparando simultaneamente da un banco di sabbia sopraelevato distante circa 40 metri.

“I soldati israeliani hanno teso un’imboscata agli operatori umanitari palestinesi e li hanno sottoposti a continui attacchi con armi da fuoco per oltre due ore”, tra le 5:09 e le 7:13 del mattino, si legge nel rapporto.

Dall’imboscata all’esecuzione

Il rapporto contesta la narrazione israeliana di una “zona di combattimento” caotica. Descrive invece un massacro metodico di operatori umanitari palestinesi diretti ad aiutare delle persone ferite nel corso di attacchi israeliani.

“Non c’è stato alcuno scontro a fuoco nella zona, né una minaccia tangibile alla sicurezza di quei soldati. Questi attacchi non sono avvenuti in ‘una zona di combattimento ostile e pericolosa’, come affermato dai portavoce israeliani”, si legge nel rapporto.

Analizzando il ritardo tra il suono degli spari e il rimbombo dell’eco sulle pareti di cemento vicine, gli investigatori hanno seguito i movimenti dei soldati.

Per i primi quattro minuti i soldati hanno mantenuto una posizione costante su un banco di sabbia. Successivamente i dati audio mostrano un aumento dell’intervallo dell’eco, indicando che i soldati si stavano spostando giù per la collina, avanzando di circa 50 metri verso il convoglio mentre continuavano a sparare.

Ciò corrobora la testimonianza del sopravvissuto Assaad al-Nassasra, un operatore della PRCS, che ha dichiarato agli investigatori: “Camminavano tra [gli operatori umanitari] e sparavano”.

I risultati più agghiaccianti riguardano gli ultimi istanti dell’attacco. L’analisi di una successiva telefonata fatta dal paramedico Ashraf Abu Libda ai centralinisti immortala l’arrivo dei soldati presso i veicoli.

L’analisi audio identifica specifici colpi di arma da fuoco in cui il distinto “crack supersonico” del proiettile scompare, lasciando solo l’esplosione dello sparo. Sul piano balistico questo indica che l’assassino si trovava a una distanza compresa tra 1 e 4 metri (da 3 a 13 piedi) dalla vittima.

Questi colpi coincidono con gli ultimi rumori dei movimenti di Abu Libda, il che suggerisce che sia stato colpito mentre giaceva a terra. Un medico che in seguito ha esaminato i corpi ha confermato che le ferite erano compatibili con uccisioni in stile esecuzione”.

Le forze israeliane sono state ripetutamente accusate di crimini contro l’umanità e crimini di guerra durante la loro guerra genocida a Gaza, che ha causato la morte di oltre 72.000 palestinesi. Un recente rapporto della rivista medica The Lancet afferma che il bilancio delle vittime nei primi 16 mesi è stato molto più alto rispetto alle cifre ufficiali. Nonostante un “cessate il fuoco” in vigore da ottobre Israele ha ucciso più di 600 palestinesi.

Organizzazioni per i diritti umani e studiosi hanno affermato che l’offensiva militare israeliana che ha ridotto Gaza in macerie è un genocidio. La Corte Internazionale di Giustizia (CIG) sta esaminando un caso di genocidio contro Israele, mentre la Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso un mandato di arresto per crimini di guerra contro il Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

La brutale uccisione dei 15 operatori umanitari nel marzo 2025 ha suscitato indignazione, ma Israele non ha dovuto affrontare conseguenze legali o politiche poiché ha continuato a ricevere il sostegno dei suoi alleati occidentali, inclusi gli Stati Uniti.

Nascondere le prove

Il rapporto descrive in dettaglio un tentativo sistematico da parte delle forze israeliane di nascondere il massacro nelle ore successive.

Le immagini satellitari di quella mattina hanno rivelato che sul luogo erano state dispiegate delle ruspe. I veicoli di emergenza erano stati schiacciati e sepolti, e sulla scena erano stati costruiti dei terrapieni per bloccare la visibilità.

Questi riscontri forensi concordano con le immagini satellitari esclusive ottenute dall’agenzia di fact-checking Sanad di Al Jazeera lo scorso anno. In un rapporto pubblicato il 30 marzo 2025 Sanad ha rivelato immagini scattate il 25 marzo che mostravano che almeno cinque veicoli di soccorso erano stati “completamente distrutti” e sepolti nella sabbia dalle forze israeliane in via al-Muharrarat, il luogo del massacro.

All’epoca la Difesa Civile Palestinese condannò l’atto come un “crimine di sterminio”, affermando che le forze israeliane avevano deliberatamente “alterato i punti di riferimento del luogo” e utilizzato macchinari pesanti per nascondere i corpi delle vittime.

“Il personale militare israeliano ha agito intenzionalmente per nascondere e distruggere le prove… seppellendo i corpi delle vittime [e] insabbiando i telefoni cellulari”, afferma il rapporto di Forensic Architecture.

Il sopravvissuto al-Nassasra fu arrestato, portato nel famigerato campo di detenzione israeliano di Sde Teiman e torturato per 37 giorni. Ha testimoniato che i soldati gli avevano confiscato e seppellito il telefono, probabilmente per nascondere le prove.

Uno dei due operatori della PRCS sopravvissuti all’attacco è stato successivamente utilizzato come “scudo umano” presso un posto di blocco militare israeliano vicino al luogo dell’incidente, si legge nel rapporto.

Lalas, Yotam e Amatzia

In un raro caso di identificazione, l’analisi audio è stata in grado di isolare e migliorare le voci dei soldati israeliani che parlavano ebraico durante l’attacco.

L’inchiesta identifica tre soldati per nome Elias (chiamato Lalas), Yotam e Amatzia in base alle loro conversazioni mentre si muovevano tra i corpi.

In una registrazione si sente un soldato chiedere: “Lalas, hai finito?” prima di ricevere l’ordine di “puntargli le armi contro”.

Il rapporto conclude che non c’è stato “alcuno scambio a fuoco nella zona, né alcuna minaccia tangibile alla sicurezza di quei soldati”, smentendo le affermazioni israeliane di una battaglia. Documenta invece un attacco deliberato a un convoglio umanitario che si è concluso con l’esecuzione premeditata di coloro che erano sopravvissuti al fuoco di sbarramento iniziale.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Quando i commercianti d’armi israeliani si vantano che Gaza funga da laboratorio per test sugli esseri umani

Sapir Sluzker Amran

24 febbraio 2026 – Haaretz

La settimana scorsa mi è capitato di arrecare disturbo in un festival del sangue. Faccio fatica a trovare un modo diverso per descriverlo. Si svolgeva in un piccolo padiglione dell’Expo Tel Aviv, dove diverse centinaia di persone si erano radunate per la Defense Tech Expo Israel 2026, la più grande fiera del genere nel paese dal 7 ottobre e dalla guerra di annientamento nella Striscia di Gaza.

Avevo trovato l’annuncio su un sito web di notizie economiche. Tra le altre cose, prometteva (in inglese) che la mostra avrebbe presentato “tecnologie collaudate in combattimento che hanno plasmato il recente conflitto” una perifrasi tecnica che inquadra il combattimento come un risultato professionale, privo di contesto. Il significato dei termini tecnici inglesi “field-tested” [“testato sul campo”] e “innovation under fire” [innovazione in un contesto di guerra] è semplice: si tratta di sistemi testati in una situazione molto reale, in cui centinaia di persone sono state uccise in un solo giorno, per un totale di decine di migliaia in due anni. E questo viene presentato come un vantaggio commerciale, come se si stesse vendendo una crema rassodante coreana o un forno a microonde che riscalda il cibo nella metà del tempo rispetto ad altri modelli.

In altre parole, i produttori che espongono i loro prodotti qui si vantano apertamente e spudoratamente del fatto che Gaza sia il laboratorio perverso che permette loro di guadagnare di più; di essere dei trafficanti d’armi che traggono profitto dalla guerra e che gli unici numeri di cui si preoccupano riguardano la capitalizzazione di mercato della loro azienda. Gli organizzatori della conferenza non presentano il bilancio delle vittime accertate a Gaza che secondo il Ministero della Salute palestinese nella Striscia a ottobre 2025 era di 68.844, di cui 1.054 bambini di età pari o inferiore a 12 mesi, un numero che Israele non contesta più – come una difficoltà degna di discussione. Cosa hanno presentato come sfida? “La minaccia di TikTok e dei social media”, come veniva presentata una delle sessioni nello spot, presumibilmente focalizzata sui video di civili, a volte intere famiglie, sterminate con l’ausilio di queste tecnologie innovative.

Nella pubblicità non c’era nulla riguardo ai fallimenti di quei sistemi durante la fase sperimentale, di tentativi ed errori, né riguardo all’etica dell’uso delle tecnologie di intelligenza artificiale, che riducono il coinvolgimento umano nel processo decisionale e portano all’uccisione di civili.

All’ingresso della sala conferenze imprenditori, generali israeliani e delegazioni provenienti da tutto il mondo attendevano pazientemente; la cerimonia di apertura, con interventi di personalità come il Ministro degli Esteri Gideon Sa’ar e l’Ammiraglio Giampaolo Di Paola, ex Ministro della Difesa italiano e attuale presidente di un’azienda italiana produttrice di strumenti per la difesa, era già iniziata. La stragrande maggioranza dei partecipanti era israeliana, accorsi sia per vendere che per scoprire cosa vendevano le altre aziende. Secondo quanto riportato, le tante delegazioni straniere addette agli acquisti che avevano caratterizzato le precedenti edizioni della fiera erano questa volta meno numerose.

Si può presumere che sia un po’ sgradevole fare acquisti in pubblico ma questo non significa che non ci siano acquirenti: secondo i dati dello Stockholm International Peace Research Institute le vendite di armi israeliane sono aumentate di oltre il 18% negli ultimi due anni. Alla fine del 2024 gli ordini ricevuti dall’industria della difesa israeliana hanno raggiunto i 68,4 miliardi di dollari, il 38% in più rispetto al 2023.

Il Ministero della Difesa ha annunciato lo scorso anno che il record storico di esportazioni nel settore della difesa di Israele è stato battuto per il quarto anno consecutivo, con oltre 14,7 miliardi di dollari nel 2024, pari a un aumento del 13% rispetto all’anno precedente.

Questo divario tra una realtà di violenza in corso e un ciclo infinito di spargimenti di sangue da una parte e il linguaggio di innovazione, crescita e opportunità dall’altra – è nauseante. Noi, un piccolo gruppo di attivisti, siamo andati alla conferenza e alla mostra per evidenziare questo divario. Quando abbiamo esposto cartelli che accusavano i visitatori di sostenere e partecipare a crimini di guerra e immagini di bambini uccisi dalle tecnologie innovative che erano venuti a esaminare, i partecipanti sono sembrati sorpresi. Genocidio? Bambini morti? Economia del sangue? Che cosa c’entra con loro? Questo è diverso da loro.

Infatti la conferenza ha persino ospitato una sessione intitolata “Donne in prima linea nell’innovazione della sicurezza: tra visione, potere e influenza globale”. Uno dei relatori era l’amministratrice delegata e co-fondatrice di Smart Shooter, che sviluppa e produce mirini intelligenti. Secondo i resoconti l’azienda ha registrato un fatturato di 20,8 milioni di dollari nei primi nove mesi del 2025, con un aumento del 241% rispetto allo stesso periodo del 2024. Un risultato femminista di cui possiamo essere tutti orgogliosi, una celebrazione degna della Giornata internazionale della donna, l’8 marzo.

Era un mondo alla rovescia, sottosopra. I trafficanti d’armi che hanno fatto fortuna con i cadaveri accumulati e che a quanto pare non si sono distinti particolarmente nel proteggere gli israeliani durante il massacro del 7 ottobre dovrebbero essere emarginati dalla società. Invece, si permettono di continuare la loro festa del commercio, sfacciatamente, vantandosi di armi testate nel corso di un genocidio.

Molti dei presenti sembravano non capire quale fosse il problema. Alcuni hanno espresso il loro parere su quelle “donne pazze” che non capiscono nulla della vita. “È così che funziona il mondo, tutti hanno bisogno di armi”, mi ha urlato una.

Coloro che traggono profitto dalle uccisioni ma anche coloro che semplicemente non vogliono affrontare l’orribile realtà – preferiscono dipingere come deliranti coloro che si rifiutano di rimanere in silenzio. Una partecipante, che ha cercato di convincermi a porre fine al disturbo che stavamo causando, ha spiegato che i presenti stavano solo facendo il loro lavoroe che lei stessa era in realtà contraria alla guerra.

Ma il nostro obiettivo non era convincere le persone all’interno; coloro che traggono vantaggio dal sistema non si offriranno volontari per sfidarlo. Siamo venuti alla conferenza e alla mostra per rompere il silenzioso consenso che considera tutto ciò come qualcosa di normale. Ignorarlo conferisce legittimità pubblica a un consesso del genere e ai suoi partecipanti, accademici inclusi, come se si trattasse solo di un altro evento professionale di routine e neutrale.

Dobbiamo dire la verità così com’è: nulla di tutto questo è di routine o neutrale. Abbiamo la responsabilità, come società, di agire contro la normalizzazione delle uccisioni a Gaza, non di fingere che si tratti di un’innovazione priva di contesto e di permettere ai profittatori della guerra di godere di uno status pubblico esente da critiche.

Sapir Slutzker Imran è un’avvocata per i diritti umani, attivista sociale e dottoranda in giurisprudenza presso l’Università Bar-Ilan.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il nuovo consenso nazionale di Israele: ritorno al 6 ottobre

Meron Rapoport

23 gennaio 2026 – +972MAGAZINE

Nonostante il crollo spettacolare della dottrina “gestione del conflitto” di Netanyahu, sia lui che i suoi più accaniti critici stanno facendo campagna per la sua rinascita.

Con l’avvicinarsi delle elezioni politiche israeliane e delle elezioni di medio termine statunitensi, il 2026 si preannuncia un anno difficile per i pronostici in politica. Il voto israeliano potrebbe ridisegnare la mappa politica interna, con l’eventuale destituzione del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, mentre le elezioni statunitensi potrebbero indebolire significativamente la posizione del Presidente Donald Trump e limitarne la libertà d’azione.

Eppure c’è una previsione che può essere fatta con sicurezza: qualunque sia il risultato elettorale, l’intero establishment politico e militare israeliano rimarrà unito nel desiderio di riportare l’orologio al 6 ottobre 2023.

Questa aspirazione non segnala un ritorno alla normalità o alla calma; al contrario, è probabile che il prossimo anno le tensioni interne di Israele si aggravino. Questo non solo perché il periodo precedente la guerra è stato già tra i più turbolenti nella storia del Paese, né perché gli anni in cui ci sono le elezioni tendono ad intensificare le tensioni politiche. Questa volta la polarizzazione è molto più profonda.

Da un lato abbiamo un governo che si dedica quotidianamente a delegittimare la magistratura, i media e qualsiasi voce dissenziente. Dall’altro abbiamo un’opposizione che considera Netanyahu e i suoi partner l’incarnazione del male assoluto e il loro prolungato governo una minaccia sia alla sopravvivenza dello Stato che al loro stesso futuro. Cosa significa, quindi, l’aspirazione a riportare il Paese al 6 ottobre?

Prima della guerra all’opinione pubblica israeliana era stata propinata da politici di ogni schieramento la stessa tesi, cioè che Israele non potesse o non dovesse risolvere le sue relazioni con i palestinesi che vivevano sotto il suo dominio e che la potenza economica, sociale e diplomatica di Israele potesse crescere indipendentemente da questa risoluzione. Su questa base l’esercito ha adottato una dottrina che ha abbandonato ogni pretesa di ricercare una soluzione politica, concentrandosi invece sulla “gestione” del conflitto attraverso la deterrenza e quella che definisce la “campagna tra una guerra e l’altra “.

Il 7 ottobre ha mandato in frantumi questi presupposti. L’esercito è crollato di fronte a un attacco condotto dai palestinesi “con infradito, kalashnikov e pick-up”, come ha detto in seguito Netanyahu difendendo la sua politica di agevolazione dei trasferimenti di denaro dal Qatar ad Hamas. Per la prima volta dal 1948, Israele ha perso il controllo su parti del suo territorio sovrano. Più di 1.100 civili e soldati sono stati uccisi uccisi in quello che è diventato il giorno più buio della storia del Paese.

Centinaia di migliaia di israeliani sono stati mobilitati per combattere a Gaza e in Libano. Centinaia sono stati uccisi e molte migliaia sono rimasti feriti. Le risorse economiche del Paese sono state convogliate nello sforzo bellico e i crimini di guerra commessi da Israele a Gaza lo hanno trasformato in un paria internazionale agli occhi del mondo.

Tra i successi rivendicati da Hamas nel suo recente documento che riassume la guerra di Gaza c’è il ritorno della questione palestinese al centro del dibattito globale, regionale e israeliano. Mentre Hamas ignora opportunamente i propri fallimenti – in particolare la devastazione che le sue azioni ha inflitto ai palestinesi di Gaza e della Cisgiordania – è difficile ignorare questo unico successo. In sostanza, quindi, il ritorno al 6 ottobre riflette il desiderio collettivo di Israele di rimuovere ancora una volta “la questione palestinese” dall’agenda politica.

Rimettere il genio nella bottiglia

Negli ultimi due anni la questione delle relazioni tra Israele e i palestinesi ha permeato quasi ogni aspetto della vita israeliana: dalle manifestazioni di massa che chiedevano il rilascio degli ostaggi, alla lotta politica per la coscrizione degli ultra-ortodossi, al crescente deficit di bilancio e alla trasformazione delle relazioni estere di Israele. Il cessate il fuoco ha permesso a vari attori all’interno del sistema israeliano di immaginare che questo genio potesse essere nuovamente costretto a rientrare nella bottiglia.

Primo tra tutti, Netanyahu stesso. L’idea che i palestinesi possano essere semplicemente ignorati è in gran parte una sua creazione e, negli anni precedenti all’ottobre 2023, sembrava persino funzionare. La posizione diplomatica ed economica di Israele è migliorata nonostante – Netanyahu probabilmente direbbe proprio grazie a – la sua continua occupazione, l’espansione delle colonie e la negazione dell’autodeterminazione palestinese. Nel frattempo, il cosiddetto “campo della pace” israeliano si è ristretto fino a diventare irrilevante.

Come sosteneva Netanyahu in un editoriale del 2022 su Haaretz, gli Accordi di Abramo erano, a suo avviso, la prova definitiva che “la strada per la pace non passa per Ramallah, la ignora”. Da questa stessa logica sono derivate l’idea di Hamas come “risorsa” e la politica di lunga data di agevolazione dei finanziamenti al gruppo. L’apparato di sicurezza, pur essendo scettico nei confronti della tesi più complessiva di Netanyahu, la metteva in pratica, mantenendo l’occupazione e l’assedio di Gaza, affidandosi alla deterrenza e a periodiche “fasi” di scontro diretto con Hamas.

In un editoriale del Wall Street Journal pubblicato nello stesso anno, Netanyahu si vantava di aver creato un “triangolo ferreo di pace”, basato sul potere economico, diplomatico e militare. Il 7 ottobre e nei due anni successivi, tutti e tre i lati di quel triangolo si sono incrinati.

Anche se non si accetta in toto l’argomento secondo cui Israele è diventata un'”economia zombie” in marcia verso il collasso, lo stesso Netanyahu ha ammesso che l’economia israeliana è sottoposta a gravi pressioni. L’isolamento diplomatico di Israele è ancora più difficile da contestare, con il Paese che ora sembra quasi interamente dipendente dai capricci di Donald Trump – un giorno esortando pubblicamente il Presidente israeliano a “perdonare” Netanyahu prosciogliendolo dal processo per corruzione, il giorno dopo umiliandolo spiegando come lo abbia costretto ad accettare il cessate il fuoco con Hamas.

Il primo ministro può sostenere che il lato militare del triangolo rimane intatto, e forse è persino più forte di quanto non fosse il 6 ottobre. Israele ora controlla più della metà della Striscia di Gaza, Hamas è stato significativamente indebolito, Hezbollah è stato colpito duramente dai bombardamenti israeliani sul Libano, le forze israeliane hanno conquistato territorio in Siria senza reazioni significative e l’Iran ha subito gravi colpi.

Eppure, come giustamente notano i critici di Netanyahu, tutti questi fronti sono “rimasti aperti”. Hamas, sebbene indebolito, governa ancora quasi metà di Gaza. La “vittoria totale” promessa all’opinione pubblica israeliana non si è mai materializzata. I sondaggi mostrano che sono più gli israeliani che credono che la guerra a Gaza si sia conclusa con un pareggio rispetto a quelli che pensano che Israele o Hamas abbiano vinto in modo decisivo.

Per Netanyahu, tuttavia, questa situazione di stallo sembra essere l’esito preferito, perché rappresenta di fatto un ritorno al paradigma pre-7 ottobre di “gestione del conflitto”. La lunga storia del primo ministro nel rafforzare il governo di Hamas a Gaza esemplifica questa logica politica: frammentare il movimento nazionale palestinese geograficamente e istituzionalmente, impedendo così l’emergere di uno Stato palestinese.

Nascondere il fallimento di una strategia

Almeno in teoria, il piano in 20 punti di Trump per Gaza include il ritorno dell’Autorità Nazionale Palestinese nella Striscia, la fine dell’assedio e riferimenti all'”autodeterminazione e allo Stato palestinese” – tutti sviluppi che Netanyahu considera minacce esistenziali. Eppure, al di là di questi elementi, Netanyahu sta facendo tutto il possibile per impedire che l’accordo passi alla sua seconda fase, non nonostante il fatto che comprende il disarmo di Hamas, ma proprio perché lo include. Finché Hamas manterrà il controllo di Gaza, non vi sarà alcun rischio di alcun processo politico significativo.

Prima del 7 ottobre, Netanyahu e le forze di sicurezza non consideravano Hamas una seria minaccia militare. Ora, dopo che Gaza è stata devastata e gran parte della leadership di Hamas è stata eliminata, Netanyahu probabilmente ritiene che l’organizzazione rappresenti un pericolo ancora minore di prima.

In questo senso gli interessi di Netanyahu e quelli dell’esercito sono strettamente allineati. Entrambi cercano di oscurare la portata del fallimento del 7 ottobre e il crollo dell’intera dottrina della “deterrenza” che lo ha preceduto. Attraverso i continui attacchi in Libano e a Gaza, così come con l’incombente minaccia di un’altra guerra con l’Iran, entrambi vogliono distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dal fatto che Israele è di fatto tornato al 6 ottobre.

Netanyahu e l’esercito – che, a seguito dei recenti cambi di leadership, sono diventati anche più stretti alleati ideologici – non pretendono più nemmeno di offrire all’opinione pubblica israeliana la prospettiva della pace. Ciò che promettono invece è una rinascita della dottrina della deterrenza, che significa conflitto permanente e una “campagna tra una guerra e l’altra” sempre più violenta.

Anche i partner della coalizione di Netanyahu, appartenenti alla destra nazionalista-religiosa-fascista, sono favorevoli a un ritorno al 6 ottobre. Il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir avrebbero preferito che Israele perseguisse una “soluzione finale” a Gaza, rimuovendo in un modo o nell’altro i palestinesi dal territorio e ricostruendo le colonie ebraiche. Ma, una volta diventato chiaro che tale percorso era insostenibile, si sono dimostrati pronti ad accettare la narrazione di Netanyahu e a sostenere il congelamento della situazione a Gaza così com’è per impedire qualsiasi negoziato politico – un’eco della strategia israeliana del “disimpegno” dalla Striscia nel 2005.

Finché Israele non procederà concretamente alla seconda fase del cessate il fuoco – sotto forma di ritiro delle truppe e autorizzazione all’ingresso delle forze internazionali, con i “pericoli” politici associati al fatto di offrire ai palestinesi anche solo un barlume di speranza futura – Smotrich potrà sfruttare il suo controllo sull’Amministrazione Civile per accelerare l’annessione de facto della Cisgiordania, mentre Ben Gvir potrà far leva sulla sua autorità sulla polizia per intensificare la repressione dei cittadini palestinesi di Israele e reprimere qualsiasi opposizione politica al governo.

Opposizione solo di nome

Anche se non invocherà mai esplicitamente l’espressione “6 ottobre”, la strategia elettorale di Netanyahu si baserà probabilmente su un ritorno al paradigma familiare della “gestione del conflitto”.

Affermerà di aver migliorato l'”equilibrio della deterrenza” nei confronti dell’intero Medio Oriente bloccando allo stesso tempo qualsiasi progresso verso uno Stato palestinese. Sottolineerà che, nonostante l’erosione della reputazione di Israele nell’opinione pubblica mondiale, Donald Trump rimane saldamente al suo fianco – e che questo, in definitiva, è ciò che conta (la decisione di assegnare a Trump un “Premio Israele per la Pace” in occasione dell’imminente Giorno dell’Indipendenza si inserisce perfettamente in questa narrazione). E, salvo una grave crisi economica prima delle elezioni, è probabile che Netanyahu torni a parlare del “triangolo di ferro” del potere militare, diplomatico ed economico.

Ma ciò che colpisce è che l’opposizione al primo ministro, sia politica che giornalistica, accetti in gran parte la stessa premessa, cioè che l’unica lingua che Israele può parlare con i palestinesi – e con la regione in senso più ampio – è il linguaggio della forza.

Questo nonostante il fatto che questa stessa politica sia crollata il 7 ottobre, che il sostegno di Netanyahu ad Hamas rappresenti uno dei suoi principali punti deboli nell’opinione pubblica israeliana e nonostante la crescente pressione per una commissione d’inchiesta statale indipendente sui fallimenti politici e di sicurezza che hanno reso gli attacchi di Hamas così letali. Invece di sfidare Netanyahu sul terreno della “gestione del conflitto”, l’opposizione abbandona in gran parte questo campo e si concentra su questioni come la riforma giudiziaria, il “Qatargate” e la corruzione.

Questo fallimento è evidente nella gestione della vicenda Qatargate. Il fatto che individui a stretto contatto con Netanyahu, operanti all’interno del suo ufficio, siano stati pagati dal Qatar e ne abbiano promosso gli interessi durante la guerra è uno scandalo politico di prim’ordine che ha creato spaccature persino tra i suoi sostenitori. A Netanyahu si è iniziato ad attribuire l’etichetta di “finanziatore di Hamas”.

Eppure l’opposizione e gran parte dei media progressisti non riescono a trarre la conclusione principale. La storia non è che il Qatar abbia corrotto l’ufficio di Netanyahu per aiutare Hamas, ma piuttosto il contrario: che Netanyahu ha corteggiato il Qatar per finanziare Hamas, soprattutto per bloccare la nascita di uno Stato palestinese. Se fossero disposti a sostenere esplicitamente questa argomentazione potrebbero affermare che impedire il prossimo 7 ottobre richiederebbe di fare esattamente l’opposto di ciò che ha fatto Netanyahu: porre fine all’occupazione e consentire la nascita di uno Stato palestinese.

Non ci si aspetta che Naftali Bennett [rappresentante dell’estrema destra dei coloni ma ostile a Netanyahu, ndt.], che i sondaggi indicano come la figura più probabile a guidare un governo di opposizione, offra un’alternativa significativa a Netanyahu. Lo stesso vale per gli altri parlamentari che hanno composto il cosiddetto “governo del cambiamento” che Bennett ha brevemente guidato nel 2021-22. Al contrario il successo di Bennett si basa proprio sulla promessa di tornare al 6 ottobre e alla logica della “gestione del conflitto”.

Bennett offre alla società israeliana un ritorno alla “normalità” e al rispetto per le istituzioni statali, nonché una “correzione” nei rapporti tra i diversi segmenti della società israeliana – e questo, come suggerisce il suo messaggio non troppo sottile, può essere ottenuto solo mettendo da parte i palestinesi. Vale la pena notare che durante il suo mandato di primo ministro lo stesso Bennett ha continuato la politica di consentire il trasferimento di denaro dal Qatar ad Hamas, sebbene attraverso un meccanismo più indiretto.

Quasi tutti i leader dei partiti sionisti del blocco di opposizione sono ugualmente desiderosi di tornare a “gestire il conflitto”. Ciò si riflette chiaramente nel loro dichiarato rifiuto di formare un governo appoggiato dai partiti arabi – siano essi Hadash, Balad, Ta’al o persino Ra’am di Mansour Abbas – in parte perché esigerebbero un cambio di rotta verso una soluzione politica e uno Stato palestinese.

In altre parole, i partiti di opposizione che inquadrano le prossime elezioni come una lotta per la vita o la morte contro il “regime malvagio” di Netanyahu sono comunque disposti a fargli mantenere il potere, a patto che ciò significhi nessun processo di pace con i palestinesi.

Non si torna indietro

Secondo un sondaggio del settembre 2025 condotto dall’Israel Democracy Institute circa tre quarti degli ebrei israeliani negano il diritto dei palestinesi a uno Stato, con un aumento dell’11% rispetto a prima della guerra. Ma ciò può essere confrontato con un altro dato: una risicata maggioranza degli elettori dell’opposizione sostiene la ricerca del sostegno dei partiti arabi per la formazione di un governo, sebbene i leader dell’opposizione respingano categoricamente questa opzione. L’opinione pubblica, in altre parole, è più malleabile di quanto appaia a prima vista.

Eppure, anche se l’intero sistema politico israeliano – sia la coalizione che l’opposizione – volesse tornare al 6 ottobre, è tutt’altro che chiaro che un tale ritorno sia possibile. Congelare la situazione a Gaza sarà estremamente difficile: è impossibile mantenere 2 milioni di persone nelle attuali condizioni a tempo indeterminato, Hamas rimane al suo posto e il prestigio di Trump – così come quello degli Stati che hanno mediato l’accordo e che esercitano influenza a Washington, come Turchia e Qatar – dipende da progressi tangibili a Gaza.

L’opinione pubblica globale si è drasticamente spostata a favore dei palestinesi e, anche se il senso di urgenza si è attenuato con il rallentamento del ritmo della distruzione a Gaza, è improbabile che si inverta. Il percorso verso un’ulteriore normalizzazione con il mondo arabo appare bloccato e, anche in assenza di combattimenti attivi a Gaza, l’ombra della guerra continua ad aleggiare.

Le proteste che chiedono una commissione d’inchiesta non politicizzata e la resistenza alla coscrizione degli ultra-ortodossi sono inseparabili dalla guerra, così come il diffuso rifiuto dell’attuale governo di destra riflesso in quasi tutti i sondaggi. Il pervasivo senso di stallo politico contribuisce indubbiamente al fatto che da quando il governo Netanyahu è entrato in carica oltre 200.000 israeliani abbiano lasciato il Paese.

Il fatto che non si tornerà al 6 ottobre non significa necessariamente che Israele si diriga verso una soluzione migliore. Il tentativo di ricacciare nella bottiglia il genio scatenato il 7 ottobre potrebbe rivelarsi estremamente violento, come sembra indicare l’escalation delle operazioni militari in Cisgiordania, la repressione della polizia contro i cittadini palestinesi di Israele e persino l’intensificarsi della repressione degli attivisti antigovernativi ebrei.

Ma anche un altro esito rimane possibile. Molto dipenderà dal fatto che l’opposizione israeliana riconosca che “gestire il conflitto” è il territorio di Netanyahu e che rimuoverlo dal potere richiederà il rifiuto di giocare sul suo terreno.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)