Ciò che Papa Leone non dice su Gaza sta mettendo alla prova la Chiesa cattolica

Paola Caridi

10 luglio 2026 – +972 Magazine

Leone XIV ha fatto propria l’etica dell’empatia del suo predecessore. Ma all’interno della Chiesa, in molti chiedono che si esprima in modo più chiaro contro i crimini di Israele.

Il primo Papa proveniente dagli Stati Uniti si trovava ben lontano dalle celebrazioni del 4 luglio per il 250° anniversario dell’indipendenza della colonia dal Regno Unito. Papa Leone XIV si trovava invece ai margini dell’Europa, di fronte alla costa settentrionale dell’Africa, sull’isola di Lampedusa – primo approdo per migliaia di migranti che affrontano il pericoloso viaggio verso nord in cerca di una vita migliore.

Dopo aver visitato il piccolo cimitero dove sono sepolti i migranti morti nei naufragi nel Mediterraneo, Leone si è fermato sotto la Porta d’Europa, un monumento all’ospitalità che si affaccia sul mare. “Sono qui” – ha dichiarato – “sulle orme di Papa Francesco, che scelse di recarsi a Lampedusa l’8 luglio 2013 per il suo primo viaggio come Successore di Pietro.”

Collegando la sua visita al primo viaggio papale di Francesco, Leone stava facendo qualcosa di più che rendere omaggio al suo predecessore o segnalare continuità. Si stava schierando dalla parte dei migranti che avevano rischiato tutto per poi incontrare persecuzione e violenza una volta giunti in Europa e negli Stati Uniti.

Eppure il suo messaggio andava anche oltre la solidarietà con i migranti. Come già Francesco prima di lui, ha chiamato l’umanità intera – credenti e non – a fare i conti tanto con le nostre azioni quanto con le nostre omissioni. Tredici anni prima, dopo uno dei naufragi di migranti più tragici nel Mediterraneo, Francesco aveva condannato quella che chiamava la “globalizzazione dell’indifferenza”. Leone ha fatto sua la stesa istanza morale.

In effetti il primo anno del pontificato di Leone si è costantemente concentrato attorno a questo tema: la necessità dell’empatia come tratto distintivo della condotta tanto personale quanto collettiva. Il passo del Vangelo che ha scelto per Lampedusa è la parabola del Buon Samaritano, che rifiuta di passare oltre lo straniero ferito, il suo “prossimo”, lungo la strada da Gerusalemme a Gerico.

È esattamente su quella strada – da Gerusalemme a Gerico, oggi soffocata da posti di blocco militari – che le domande sul pontificato di Leone emergono con chiarezza. Egli parla costantemente di pace. Ha evocato ripetutamente Gaza e l’immensa sofferenza del popolo palestinese. Eppure non ha indicato Israele come responsabile, né ha usato la parola “genocidio”. Le parole che Leone tace, e che Francesco era invece pronto a pronunciare, sono l’assenza che ha caratterizzato questo capitolo del suo pontificato.

Pressione dal basso

Mentre le proteste popolari in tutta Italia contro l’assalto israeliano a Gaza si sono intensificate nell’ultimo anno – da scioperi nazionali e blocchi portuali a occupazioni studentesche e manifestazioni di massa – parallelamente è emersa una frattura all’interno della Chiesa cattolica.

Questa frattura è diventata visibile pubblicamente in occasione dell’assemblea di maggio della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) a Roma, quando l’Associazione dei Sacerdoti Contro il Genocidio – una rete di circa 3.000 membri del clero provenienti da 58 paesi, fondata nel settembre 2025 – ha inviato una lettera aperta esortando i vescovi italiani ad abbandonare il loro linguaggio cauto su Gaza.

Sebbene l’associazione sia composta principalmente da parroci italiani, tra i suoi membri figurano anche due cardinali non italiani, otto arcivescovi italiani e 17 vescovi. Le donne consacrate non hanno alcuna presenza, almeno ufficialmente, nonostante le suore cattoliche siano diventate tra le voci più schiette della Chiesa italiana nel chiedere un’azione per Gaza.

“Chiediamo che dall’Assemblea Generale della CEI si levi una parola più chiara, più profetica e più concreta” – si legge nella lettera. “Una parola che chieda un cessate il fuoco immediato e permanente. Una parola che chieda la fine dell’assedio di Gaza e l’ingresso libero e sicuro degli aiuti umanitari. Una parola che chieda il pieno riconoscimento dei diritti del popolo palestinese. Una parola che esorti il governo italiano a porre fine a ogni complicità militare, economica e diplomatica con le politiche di occupazione, apartheid e distruzione.”

L’Associazione ha inoltre chiesto “l’impegno a lavorare per il bene di questa terra e dell’intera umanità sulla base della nostra comune umanità”, avvertendo che “le ambiguità dei governi, delle istituzioni e talvolta anche delle comunità cristiane rischiano di diventare complicità”.

L’appello rifletteva una frustrazione crescente verso la retorica sempre più prudente del Vaticano, in particolare dopo l’elezione di Papa Leone XIV. Sotto Francesco, il Vaticano aveva spesso incrinato i rapporti con Israele parlando in modo più diretto della sofferenza palestinese e mantenendo legami stretti e personali con la comunità cristiana sotto assedio a Gaza. Leone ha continuato a chiedere pace, accesso umanitario e la fine delle sofferenze a Gaza, ma i riferimenti espliciti alla responsabilità israeliana sono diventati sensibilmente più rari.

Alcune figure di spicco della Chiesa italiana si sono tuttavia spinte oltre. L’Arcivescovo di Napoli, Mimmo Battaglia, ha condannato pubblicamente e senza mezzi termini le azioni di Israele a Gaza. Eppure né Battaglia né altri importanti vescovi italiani – incluso lo stesso Leone – le hanno definite genocidio, nonostante il termine sia stato adottato dalla Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta delle Nazioni Unite, da organizzazioni palestinesi, israeliane e internazionali per i diritti umani, e da più di una dozzina di Stati.

Questa cautela segna un distacco dall’approccio adottato sotto Francesco. Ben prima del 7 ottobre, le tensioni tra il Vaticano e Israele erano già in aumento, alimentate da dispute di lunga data sullo status legale e fiscale delle istituzioni e delle proprietà cattoliche a Gerusalemme, oltre che dai gesti di solidarietà verso i palestinesi che Francesco compiva sempre più pubblicamente. Durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa del 2014, Francesco fece una sosta non prevista dal programma presso il muro di separazione israeliano a Betlemme, dove appoggiò la fronte e la mano al cemento accanto a una scritta murale con le parole “Free Palestine”. Viaggiò inoltre in elicottero tra Betlemme e Gerusalemme, evitando così il muro di separazione israeliano lungo il tragitto tra le due città.

Dopo l’inizio dell’attacco israeliano a Gaza, è stato reso pubblico che, fino a poco prima della sua morte, Francesco era solito telefonare ogni sera alle 19 alla Chiesa della Sacra Famiglia di Gaza City, parlando con il parroco e con i membri della comunità cristiana che avevano rifiutato di lasciare il complesso.

Come Papa Francesco, anche il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme e francescano italiano che ha trascorso più di trent’anni in Terra Santa, si era affermato come uno dei critici più severi di Israele all’interno della Chiesa già prima del 7 ottobre. Ha denunciato ripetutamente la violenza dei coloni sostenuta dallo Stato contro le comunità cristiane palestinesi nella Cisgiordania occupata, ha visitato villaggi cristiani come Taybeh, colpiti da ripetuti assalti, e ha criticato le crescenti restrizioni imposte da Israele alla libertà di movimento dei palestinesi. Dopo l’uccisione della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh nel maggio 2022 ha inoltre condannato la violenza della polizia israeliana contro i partecipanti al suo corteo funebre a Gerusalemme.

“Aggredire i partecipanti al corteo funebre, colpirli con manganelli, usare granate fumogene, sparare proiettili di gomma, spaventare i pazienti dell’ospedale, costituisce una grave violazione delle norme e dei regolamenti internazionali, incluso il diritto umano fondamentale alla libertà di religione, che deve essere rispettato anche in uno spazio pubblico” – ha dichiarato in un comunicato.

Il genocidio di Gaza ha tuttavia segnato una svolta. Dopo quattro visite nella Striscia durante il conflitto, il linguaggio di Pizzaballa è diventato progressivamente più esplicito, fino a culminare in una lettera pastorale pubblicata in aprile. “C’è una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato” – ha scritto. “Le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto per la giustizia e la verità.”

Il Cardinale ha ribadito questa distinzione in dichiarazioni successive, il che lo rende una delle voci più chiare all’interno dell’alta gerarchia cattolica nel riconoscere l’asimmetria fondamentale che caratterizza il dominio di Israele sui palestinesi.

La fine dell’eccezionalismo cristiano

Nel novembre 2025, un documento ecumenico approvato dalle 13 confessioni che compongono il cristianesimo palestinese ha invocato il kairòs – termine greco che designa un momento decisivo che richiede azione. Rivolto alla Chiesa globale, il documento ha chiamato i cristiani a difendere non solo i fedeli palestinesi, ma il popolo palestinese nel suo complesso.

L’appello arrivava in un momento critico. Gli ebrei israeliani di destra e nazional-religiosi hanno a lungo preso di mira chiese, membri del clero, pellegrini e istituzioni cristiane a Gerusalemme Est e in Cisgiordania occupata. Ma il recente aumento di questi attacchi segnala uno spostamento più ampio all’interno della destra israeliana, in particolare nel movimento dei coloni: l’erosione dell’eccezionalismo informale a lungo riservato ai cristiani.

Durante la Marcia delle Bandiere per il Giorno di Gerusalemme [corteo nazionalista che ogni anno a Gerusalemme celebra la riunificazione della città, ndt.] di quest’anno, nazionalisti ebrei israeliani hanno aggredito palestinesi nel Quartiere Cristiano della Città Vecchia, mentre altre riprese hanno mostrato manifestanti sputare in direzione di un santuario dedicato alla Vergine Maria. Dall’ascesa di figure nazional-religiose come Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich nel 2022, la distinzione che i governi israeliani successivi tracciavano un tempo tra palestinesi cristiani e musulmani – spesso favorendo i primi – è in gran parte scomparsa.

Per la leadership nazional-religiosa israeliana la priorità assoluta è la giudaizzazione della terra tra il fiume e il mare, incluse le città e i villaggi cristiani palestinesi nella Cisgiordania occupata e a Gaza. Riconoscere la presenza storica del cristianesimo in Terra Santa non è più considerato una necessità strategica, così come non lo è preservare il turismo religioso e l’incentivo economico che esso rappresenta. Le successive guerre israeliane e il genocidio a Gaza hanno reso il pellegrinaggio sempre più insostenibile, spingendo molti cristiani a scegliere destinazioni come Grecia, Turchia o Spagna al posto della Terra Santa.

Mentre le critiche da parte dei leader religiosi si moltiplicavano, Israele si è mosso per riparare i propri rapporti con il cristianesimo mondiale. Ad aprile ha nominato George Deek, cittadino palestinese di Israele e diplomatico di carriera, Inviato Speciale per il Mondo Cristiano, incaricato di “approfondire i legami di Israele con le comunità cristiane in tutto il mondo”. Il messaggio pubblico di Deek, tuttavia, si è rivolto meno ai cristiani palestinesi che al pubblico occidentale. Ha descritto Israele come il “custode dei luoghi santi” e “l’avamposto del mondo occidentale”, legato all’Europa da comuni “radici giudaico-cristiane”.

Quelle dichiarazioni sono arrivate solo pochi giorni dopo che le autorità israeliane avevano imposto una chiusura record di 40 giorni di Haram Al-Sharif/Monte del Tempio durante il Ramadan e l’Eid Al-Fitr [festa di fine del Ramadan, ndt.], e avevano limitato l’accesso dei fedeli cristiani alla Chiesa del Santo Sepolcro per la Pasqua. Per le comunità musulmane e cristiane palestinesi di Gerusalemme, queste misure hanno rafforzato l’idea che la libertà di religione non possa essere difesa in modo selettivo, privilegiando una fede a scapito di un’altra.

Se la missione di Deek avrà successo da qualche parte, sarà probabilmente in Italia. Il paese non è solo il cuore geografico del cattolicesimo mondiale, ma con la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni rappresenta anche un avamposto chiave dei valori dell’estrema destra europea, in particolare dopo la sconfitta di Viktor Orbán in Ungheria. Eppure persino Meloni, il cui governo si è generalmente allineato tanto con Benjamin Netanyahu quanto con Donald Trump, ha recentemente preso posizione contro entrambi i leader, mentre i rapporti tra Israele e la gerarchia cattolica si sono deteriorati.

Meloni ha criticato pubblicamente le autorità israeliane dopo che al Cardinale Pizzaballa e al Custode di Terra Santa, Francesco Ielpo, fu impedito l’ingresso alla Chiesa del Santo Sepolcro. Ha inoltre biasimato Trump per i suoi attacchi verbali contro Papa Leone XIV. Insieme, questi scontri hanno rivelato tensioni all’interno di quella che sembrava essere una solida alleanza transatlantica di destra.

Agendo come capo di una Chiesa universale impegnata per la pace piuttosto che per blocchi geopolitici, Papa Leone ha scompaginato quell’allineamento. Rispondendo a Trump in aprile ha dichiarato: “Non ho paura”, affermando che la Chiesa avrebbe continuato a parlare con la propria voce, indipendentemente dal fatto che questa voce fosse gradita a Washington o a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Un gigante agro-industriale tedesco-americano è il principale finanziatore di fondi esteri per le guerre israeliane

Sebastian Shehadi

3 luglio 2026 – Chronique de Palestine

Dal 2024 Allianz, che ha sede a Monaco, e la sua filiale californiana hanno accumulato almeno 2,67 miliardi di dollari in obbligazioni di Stato israeliane.

Al culmine della campagna militare di Israele a Gaza un’impresa è diventata il primo finanziatore di fondi esteri dello Stato israeliano, detenendo più obbligazioni di Stato israeliane di Stati Uniti, Regno Unito, Francia e tutti gli altri Paesi messi insieme.

Si tratta di Allianz, il gigante tedesco di assicurazioni e servizi finanziari e della sua filiale californiana di gestione di obbligazioni PIMCO, il gestore attivo di obbligazioni più grande al mondo.

I dati comunicati a Middle East Eye da Profundo, una società di ricerca sullo sviluppo sostenibile con sede a Amsterdam, mostrano che a settembre 2025 il gruppo Allianz aveva accumulato circa 2,67 miliardi di dollari di obbligazioni di Stato israeliane attraverso le sue varie filiali di fondi.

Questo rappresentava il 51,8% dell’insieme dei capitali non [di investitori] israeliani recensiti nella banca dati in quel momento. In parole povere: al suo apogeo Allianz-PIMCO deteneva più obbligazioni di guerra israeliane che l’insieme del resto del mondo.

I governi emettono obbligazioni per raccogliere fondi destinati alle spese pubbliche o per rimborsare i propri debiti.

Per Israele queste vendite sono state cruciali per finanziare le sue guerre a Gaza, in Libano e in Iran, visto che le emissioni obbligazionarie hanno raggiunto livelli record sia nel 2024 che nel 2025.

L’acquisto di obbligazioni emesse da un governo oggetto di un’inchiesta per genocidio comporta rischi giuridici e di immagine che vanno ben oltre quelli connessi ad un investimento classico nel debito sovrano, ma gli investitori sono stati ampiamente ricompensati per essersi assunto tale rischio.

Le obbligazioni di Stato israeliane emesse durante la guerra hanno offerto un tasso di interesse medio di circa il 5,56% contro l’1,4% delle emissioni precedenti la guerra.

Questo “coefficiente di guerra” ha fatto delle obbligazioni israeliane un investimento allettante per gli investitori istituzionali in cerca di rendimento, anche se la valutazione del credito del Paese è stata declassata dalle tre principali agenzie.

Tenendo conto del genocidio che sta commettendo Israele a Gaza, il fatto che PIMCO continui ad investire nel debito sovrano israeliano testimonia un flagrante disprezzo delle responsabilità in merito ai diritti umani e degli obblighi giuridici internazionali”, dichiara Max Hammer, attivista di BankTrack, un’organizzazione che monitora l’impatto delle banche commerciali sui diritti umani.

Inoltre questo pone PIMCO in contrasto con un gran numero di suoi concorrenti che hanno giustamente deciso di ritirarsi dalle emissioni obbligazionarie israeliane.

Le organizzazioni di difesa dei diritti umani, gli esperti di diritto internazionale e i responsabili dell’ONU, tra cui Francesca Albanese, hanno segnalato chiaramente che il fatto di finanziare Israele contribuisce inevitabilmente a gravi violazioni dei diritti umani e a crimini di guerra.”

Una domanda in forte crescita

L’insieme dei dati di Profundo monitora gli investitori istituzionali internazionali sulle obbligazioni di Stato israeliane attraverso quattro rilevamenti realizzati tra la fine del 2024 e l’inizio del 2026.

Pur non esaustivo, dà conto di un flusso importante di vendite di obbligazioni e traccia un quadro d’insieme della forte crescita della domanda occidentale.

Più precisamente: il totale dei capitali non [di investitori] israeliani è passato da 1,16 miliardi di dollari nel novembre 2024 ad almeno 4,91 miliardi di dollari nel marzo 2026, cioè quattro volte in poco più di un anno, mentre le guerre condotte da Israele a Gaza e in Libano continuavano e gli attacchi contro la Cisgiordania si intensificavano.

Due Paesi sono stati i principali motori di questa crescita.

La Germania e gli Stati Uniti rappresentavano da soli il 90% del totale dei capitali non [di investitori] israeliani all’inizio del 2026, cioè 4,45 miliardi di dollari su un totale di 4,91 miliardi. Tutti gli altri Paesi nel loro insieme ne rappresentavano meno del 10%.

A novembre 2024 il gruppo Allianz – incluse le sue attività principali in Germania, la piattaforma di fondi americana PIMCO, PIMCO Europe e Allianz Global Investors – deteneva soltanto 32 milioni di dollari di obbligazioni israeliane. Meno di un anno più tardi, a settembre 2025, questa cifra è passata a 2,67 miliardi di dollari.

Le dimensioni di questo aumento, e la sua concentrazione all’interno di un solo gruppo di imprese, sono senza precedenti, stando ai dati di Profundo.

Ward Warmerdam, ricercatore esperto presso Profundo, ha dichiarato a MEE: “Allianz, con l’intermediazione di PIMCO, è alla lunga il più grande investitore non israeliano nelle obbligazioni sovrane israeliane, e questo dopo gli attacchi del 7 ottobre. Non ha ceduto queste obbligazioni neppure dopo che sono state presentate davanti alla CIG [Corte Internazionale di Giustizia] accuse di genocidio [contro Israele, ndt.].

Non è un caso che sia un’impresa tedesco-americana ad investire così tanto in Israele. Allianz/PIMCO è il più grande investitore in titoli a reddito fisso al mondo. Ma questo spiega solo in parte la portata di questo investimento. Penso che sia sproporzionato e intenzionale. E la domanda in quale misura sia calcolato da parte loro il fatto di raddoppiare l’investimento in emissioni di obbligazioni sovrane israeliane dopo il 7 ottobre è, secondo me, una domanda a cui può rispondere solo chi sta dietro a questa scelta”

MEE ha contattato Allianz e PIMCO per porre loro domande dettagliate sui loro portafogli di obbligazioni di Stato israeliane, ma al momento della pubblicazione nessuna delle due società aveva risposto.

Che cosa è PIMCO?

PIMCO, o Pacific Investment Management Company, è uno degli attori più influenti sui mercati obbligazionari mondiali.

Fondata in California nel 1971, all’inizio del 2026 gestiva 2.270 miliardi di dollari di attivo in totale, di cui 1.860 miliardi di dollari per conto di clienti esterni come fondi pensione, fondi sovrani e compagnie assicurative.

In collaborazione con Allianz Global Investors, PIMCO contribuisce anche alla sua società madre, Allianz, nella gestione di 2.000 miliardi di euro di attivo per conto di terzi, facendo del gruppo Allianz uno dei più grandi gestori patrimoniali al mondo.

Dal 2000 PIMCO è al 100% una filiale di Allianz.

Questa relazione è importante perché le posizioni obbligazionarie israeliane del gruppo Allianz sono suddivise tra diversi strumenti finanziari – principalmente le diverse filiali di PIMCO, ma anche Allianz Global Investors, il ramo di gestione patrimoniale del gruppo – che depositano ciascuno separatamente le loro dichiarazioni presso le autorità di regolamentazione.

E’ l’insieme di queste dichiarazioni elencate sulla base dei dati di Profundo che rivela questa cifra record di 2,67 miliardi di dollari. Il ruolo di PIMCO sui mercati obbligazionari israeliani va oltre le proprie posizioni di investimento.

Comparendo tra i più grandi gestori di fondi a reddito fisso al mondo, PIMCO interviene anche in qualità di sotto-gestore esterno per conto di fondi pensione e di investitori istituzionali del mondo intero, acquistando obbligazioni a loro nome nel quadro di mandati definiti da questi clienti.

In una precedente inchiesta MEE ha rivelato come nel 2024 e 2025 PIMCO avesse acquistato per una cifra di 29,2 milioni di dollari obbligazioni di Stato israeliane attraverso l’intermediazione di Border to Coast, il più grande fondo pensioni pubblico del Regno Unito.

Questi acquisti sono stati rivelati solo dopo che militanti propalestinesi hanno condotto delle inchieste, cosa che ha spinto Border to Coast a chiedere spiegazioni a PIMCO sui motivi di tali acquisti.

Occorre notare che in precedenza PIMCO non aveva mai spiegato né accennato ai suoi acquisti di obbligazioni israeliane, fino all’anno scorso.

L’unica giustificazione attualmente depositata – come è stata comunicata a Border to Coast prima che quest’ultimo si facesse da parte sotto la pressione dei militanti – è che queste obbligazioni sono state acquistate in base alla valutazione del credito allora alta di Israele e dei suoi fondamentali economici.

Tuttavia questo non esclude l’esistenza di relazioni politiche e di interessi particolari dietro le quinte. Né l’amministratore delegato francese di PIMCO, Emmanuel Roman, né alcun altro dirigente ha accennato pubblicamente a questi acquisti.

Il consiglio consultivo mondiale della società conta fra i suoi membri Joshua Bolten, ex capo gabinetto della Casa Bianca e figura di spicco dei circoli filoisraeliani a Washington. Anche l’ex primo ministro britannico Gordon Brown fa parte di questo consiglio consultivo.

Il caso di Border to Coast non è isolato. PIMCO gestisce attività per conto di parecchi clienti istituzionali su scala mondiale e la dimensione dei suoi acquisti di obbligazioni di Stato israeliane nell’ambito di questi mandati sfugge del tutto allo sguardo dell’opinione pubblica.

Perciò i dati di Profundo riflettono solo in parte l’impatto reale di Allianz-PIMCO, il che significa che molto probabilmente la cifra di 2,67 miliardi di dollari è sottostimata.

Questa somma corrisponde al patrimonio dichiarato direttamente a nome dei fondi gestiti da PIMCO stessa; non include le obbligazioni israeliane acquistate da PIMCO per conto di clienti esterni.

Se si considera l’insieme dei fondi propri di PIMCO e delle sue centinaia di commesse esterne – fondi pensione, fondi sovrani e assicurativi di tutto il mondo – il volume reale di obbligazioni israeliane che passa attraverso le sue operazioni è sconosciuto, ma arriva certamente a parecchi miliardi e oltre.

La dimensione americana

Se Allianz-PIMCO è il principale acquirente di obbligazioni di Stato israeliane sui mercati internazionali, gli Stati Uniti nel loro complesso costituiscono il pilastro incontestabile degli investimenti stranieri in questi titoli.

Nel marzo 2026 gli investitori americani detenevano 2,02 miliardi di dollari contro 879 milioni di dollari nel novembre 2024. Questo aumento è regolare e continuo, senza alcun segno di rallentamento.

Vanguard, società con sede in Pennsylvania e primo gestore mondiale di fondi indicizzati, nel suo resoconto di marzo 2026 ha superato per la prima volta l’asticella del miliardo di dollari di obbligazioni israeliane– e il suo trend di crescita è in aumento.

Sotto certi aspetti la predominanza della Germania in questi dati è ingannevole. Sui 2,43 miliardi di dollari di obbligazioni israeliane detenute da questo Paese, circa il 94% sono gestiti dalla società americana PIMCO.

In altri termini, si tratta in larga misura di una storia americana. Capitali domiciliati negli Stati Uniti, gestiti da società americane, affluiscono verso le obbligazioni di guerra israeliane ad un ritmo straordinario.

Molto distanziati da Stati Uniti e Germania, gli altri principali detentori di obbligazioni israeliane nel marzo 2026 erano il Regno Unito (149 milioni di dollari), il Canada (101 milioni di dollari), l’Italia (53 milioni di dollari), la Svizzera (46 milioni di dollari) e la Francia (22 milioni di dollari).

Complessivamente, come anche tutti gli altri Paesi, rappresentano solo il 9% dell’insieme degli investimenti da parte di investitori non israeliani.

La concentrazione dei capitali americani nelle obbligazioni israeliane riflette in parte la posizione dominante dei gestori patrimoniali americani sui mercati mondiali dei titoli a reddito fisso, ma anche l’intensità del sostegno americano a Israele al più alto livello delle sfere governative e finanziarie.

Il contrasto con l’Europa è sorprendente.

Se la Germania, con l’intermediazione di Allianz-PIMCO, ha aumentato considerevolmente la propria esposizione alle obbligazioni israeliane, altri Paesi europei hanno ridotto la loro o mantenuto i propri investimenti ad un livello basso.

Infatti questi ultimi anni sono stati contraddistinti da un’ondata di disinvestimenti da parte delle grandi istituzioni europee.

Per esempio, AkademikerPension, il fondo pensioni degli universitari danesi, a settembre 2025 ha ufficialmente escluso Israele dal suo portafoglio.

Tre mesi prima il Fondo strategico di investimenti irlandese aveva ceduto le sue obbligazioni di Stato israeliane, mentre il Fondo pensioni del governo norvegese Global si era ritirato da 11 imprese israeliane e aveva escluso cinque banche israeliane.

Nel complesso del settore occidentale della gestione patrimoniale osserviamo una divergenza piuttosto che una convergenza (in particolare tra gli Stati Uniti e una gran parte dell’Europa occidentale)”, ha dichiarato Courtney Wicks, del Centro per investimenti etici e monitorati.

Certi gestori limitano la loro esposizione ai problemi legati ai diritti umani (in relazione alla Palestina) in risposta a pressioni politiche o di immagine, piuttosto che rafforzare dei quadri di gestione tenendo conto dei conflitti.”

Questa divergenza è visibile anche all’interno del gruppo stesso Allianz.

In seguito a forti pressioni degli attivisti a fine 2025 il ramo assicurativo di Allianz ha smesso di comprendere [obbligazioni di] Elbit Systems UK, la filiale britannica dell’impresa di armamenti israeliana.

Allo stesso tempo il suo ramo di gestione patrimoniale deteneva miliardi di dollari di obbligazioni di Stato israeliane.

Nel 2024 e 2025 militanti propalestinesi hanno occupato gli uffici di Allianz a Londra e a Guildford, imbrattandoli di vernice rossa per protestare contro la polizza assicurativa stipulata dall’impresa con Elbit Systems.

Dopo che questa settimana un tribunale londinese ha deciso che la questione potesse andare a giudizio Allianz ha già intrapreso un’azione civile per una cifra di circa 300.000 sterline contro questi militanti, oltre a denunce penali.

I militanti, che non hanno i mezzi per farsi difendere da un avvocato in questa causa civile, affermano che questa azione giudiziaria mira a reprimere la contestazione.

Da parte sua Allianz l’anno scorso ha dichiarato un utile d’esercizio di 20,1 miliardi di dollari.

L’autore: Sebastian Shehadi

Sebastian Shehadi è un giornalista indipendente e collaboratore di The New Statesman. I suoi articoli sono stati pubblicati su Financial Times, la BBC, Novara Media e su parecchie altre testate.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)

 




Il segretario dell’ONU teme per la sorte di “milioni” di palestinesi a causa della scarsità di finanziamenti all’UNRWA.

Reuters, AFP e Al Jazeera

1 Jul 2026 1 luglio 2026 – Al Jazeera

Antonio Guterres denuncia “una campagna di disinformazione e calunnie” contro l’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi.

Martedì il segretario dell’ONU ha detto che la situazione dell’UNRWA si è fatta sempre più precaria a causa della grave mancanza di fondi e delle pesanti restrizioni da parte di Israele contro il lavoro dell’Agenzia nei territori palestinesi occupati.

Mentre ci incontriamo oggi qui la sicurezza e il benessere di milioni di rifugiati palestinesi è in pericolo,” ha detto Guterres a una conferenza di donatori all’agenzia dell’ONU.

Guterres si riferiva alle condizioni di vita “assolutamente spaventose” a Gaza, alla violenza dei coloni israeliani nella Cisgiordania occupata e agli attacchi israeliani contro il Libano, dove hanno cercato rifugio molti palestinesi.

Ha affermato che “ (l’UNRWA) sta affrontando pesanti restrizioni nei territori palestinesi occupati e una mancanza di liquidità che mette a rischio il suo lavoro nella regione.”

A causa dell’insufficienza di fondi l’UNRWA, che venne creata nel 1949 dall’Assemblea Generale dell’ONU (UNGA) per aiutare i palestinesi cacciati dalle loro case al momento della fondazione di Israele, è stata obbligata a ridurre le proprie attività.

Il segretario generale ha affermato che ulteriori tagli dei finanziamenti all’UNRWA potrebbero “portare la situazione oltre il punto critico.”

L’UNRWA lavora a Gaza, nella Cisgiordania e a Gerusalemme est occupate, in Libano, in Giordania e in Siria fornendo aiuto, istruzione, salute, servizi sociali e accoglienza a 2,6 milioni di rifugiati palestinesi.

Gli Stati Uniti sono stati il principale donatore dell’UNRWA, ma nel gennaio 2024 hanno tagliato i finanziamenti dopo che Israele ha sostenuto, senza fornire prove, che un piccolo gruppo di dipendenti dell’UNRWA avrebbe preso parte al letale attacco del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas nel sud di Israele.

Un’indagine dell’Ufficio ONU dei Servizi di Sorveglianza Interna sulle accuse ha scoperto che nove impiegati dell’UNRWA “potrebbero essere stati coinvolti” nell’attacco.

L’inchiesta si è concentrata su 19 membri del personale contro cui Israele ha sollevato accuse e non ha trovato prove o indizi insufficienti contro gli altri 10.

Guterres ha detto che la mancanza di finanziamenti all’Agenzia riduce la sua possibilità di assolvere il proprio mandato, che è stato rinnovato dall’assemblea generale dell’ONU sei mesi fa con l’appoggio della stragrande maggioranza dei suoi membri. “Non può continuare in questo modo senza sostegno urgente e un appoggio finanziario degli Stati membri,” ha affermato Guterres, notando che l’Agenzia ha preso iniziative decisive per mettere in atto riforme e, in seguito alle accuse israeliane, aggiornare le proprie regole sulle attività politiche e all’estero.

L’UNRWA è una forza di stabilizzazione in un’epoca di instabilità”, ha sostenuto, respingendo quelli che ha definito continui tentativi di minare l’agenzia attraverso la “disinformazione, campagne di calunnie, azioni legislative, restrizioni nell’operatività, ostacoli diplomatici ed altro.”

Tali azioni hanno minacciato il benessere di milioni di palestinesi così come del personale dell’Agenzia, ha affermato Guterres, notando che a Gaza dall’ottobre 2023 sono stati uccisi da Israele 390 dipendenti dell’UNRWA.

Il portavoce dell’ONU Stephane Dujarric ha detto che i risultati dell’incontro sui contributi volontari all’UNRWA verranno resi noti mercoledì [1 luglio, ndt.].

Parlando durante l’incontro anche il rappresentante permanente della Turchia all’ONU Ahmet Yildiz ha affermato che l’UNRWA sta affrontando attacchi politici e intralci al suo lavoro senza precedenti, mentre il suo personale e le sue strutture sono state al centro di aggressioni fisiche da parte di Israele a Gaza e nei territori occupati.

Secondo l’agenzia di stampa turca Anadolu Yildiz ha detto che le azioni di Israele sono state “palesi violazioni delle leggi internazionali”, intese “a privare i rifugiati palestinesi del loro diritto al ritorno sulla loro terra.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La Corte Penale internazionale deve indagare sull’uso genocidario della violenza sessuale da parte di Israele.

Triestino Mariniello e Mariagiulia Giuffré

22 giugno 2026 – Al Jazeera

Esistono sempre più prove della natura sistematica delle aggressioni sessuali contro i detenuti palestinesi.

Prima degli eventi dell’ottobre 2023 le organizzazioni per i diritti umani hanno documentato per decenni accuse di violenza e abuso sessuale contro i detenuti palestinesi reclusi nelle carceri israeliane. Dall’ottobre 2023 queste organizzazioni hanno segnalato un netto aumento della frequenza e della gravità di tali violazioni, documentando violente aggressioni perpetrate da guardie carcerarie e soldati israeliani.

Il documentario di Al Jazeera recentemente pubblicato, “Bodies of Evidence” [Corpi di Reato, ndt.], offre scioccanti testimonianze personali di sopravvissuti palestinesi e ulteriori dettagli sul funzionamento interno del sistema che ha portato alla costituzione della commissione sulle torture sessuali contro donne, uomini e bambini palestinesi.

Con l’accumularsi di queste prove sta emergendo un quadro inquietante di un più ampio schema di violenza sessuale nel sistema carcerario israeliano, finalizzato all’umiliazione, al dominio, alla disumanizzazione e alla distruzione. Sembra sempre più evidente che Israele abbia utilizzato la violenza sessuale come arma nel quadro della sua campagna genocidaria contro il popolo palestinese.

Israele utilizza un vasto apparato penitenziario per controllare la popolazione palestinese occupata dal 1967. Secondo le stime, da allora oltre 750.000 palestinesi sono stati reclusi nel sistema carcerario israeliano. Attualmente nelle prigioni israeliane ci sono almeno 9.500 detenuti palestinesi, tra cui oltre 360 ​​minori. Circa 3.500 palestinesi sono imprigionati in regime di “detenzione amministrativa”, ovvero senza accusa né processo. Inoltre più di 1.300 palestinesi provenienti da Gaza sono detenuti in carceri militari.

Le testimonianze dei sopravvissuti dimostrano che gli abusi non si limitano alle prigioni ma si verificano in ogni fase della detenzione: dall’arresto durante perquisizioni domiciliari, alle irruzioni in ospedale, ai controlli ai posti di blocco o durante le operazioni militari, fino al trasferimento, all’interrogatorio, alla reclusione e alla comparizione davanti ai tribunali militari.

Di conseguenza la responsabilità è condivisa tra diversi attori all’interno dell’apparato di sicurezza israeliano: l’esercito, la polizia, il Servizio Penitenziario Israeliano (IPS), che dipende dal Ministero della Sicurezza Nazionale, e il servizio di intelligence Shin Bet, che opera sotto l’autorità del Primo Ministro.

Il quotidiano israeliano Haaretz ha recentemente indicato diversi funzionari israeliani come “collaboratori” negli abusi sui prigionieri palestinesi, tra cui il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, il commissario capo, il consulente legale e il responsabile medico dell’IPS, rispettivamente: Kobi Yaakobi, Eiran Nahon, il dottor Liav Goldstein.

I detenuti palestinesi hanno denunciato di essere stati sottoposti a vari abusi: spogliazione forzata, bendaggio, ammanettamento, percosse, fame, privazione del sonno, aggressioni ai genitali, violenza sessuale, stupro con oggetti o cani, umiliazioni di fronte a soldati e altri detenuti, negazione di cure mediche e intralcio al procedimento giudiziario.

Dopo il 7 ottobre 2023 l’esercito israeliano ha iniziato ad arrestare in massa i palestinesi di Gaza e a inviarli in campi di detenzione gestiti da militari. Sde Teiman, una base militare israeliana convertita in centro di detenzione è diventata tristemente nota per gli abusi generalizzati, grazie anche ad un video trapelato che mostrava dei soldati aggredire un detenuto palestinese, video che ha suscitato una condanna internazionale ma non ha portato ad alcuna azione di accertamento delle responsabilità.

L’importanza di documentare questi ripetuti abusi risiede anche nel modello che essi rivelano. Rapporti, testimonianze di sopravvissuti e informazioni raccolte da organizzazioni per i diritti umani smentiscono l’affermazione che tali episodi siano atti isolati commessi da poche “mele marce”. Al contrario, indicano un modello più ampio di violenza sistematica perpetrata da autorità dello stato.

Dal punto di vista legale la distinzione è cruciale: un singolo atto di violenza sessuale viene trattato in modo molto diverso da aggressioni ripetute e generalizzate. Un singolo atto di violenza sessuale commesso nel contesto di un’occupazione bellica può configurarsi come crimine di guerra. Tuttavia quando tali atti sono sistematici possono costituire crimini contro l’umanità. Quando la tortura sessuale viene inflitta a membri di un gruppo protetto con l’intento di distruggere tale gruppo in tutto o in parte può anche configurarsi come genocidio.

Nei contesti genocidari la violenza sessuale ha lo scopo di attaccare l’individuo attraverso il gruppo e il gruppo attraverso l’individuo. Utilizza lo stigma come arma. Trasforma il corpo nel campo di battaglia per la distruzione del gruppo.

Le testimonianze dei sopravvissuti palestinesi mostrano chiaramente la disumanizzazione – il fondamento ideologico del genocidio – in atto. L’azione genocida inizia con un cambiamento della percezione del gruppo preso di mira. La vittima viene prima privata della sua individualità, poi della sua dignità, infine della sua umanità. Fin dall’inizio del genocidio a Gaza i palestinesi sono stati identificati come “animali umani” da alti funzionari israeliani. Di conseguenza la violenza non solo è diventata ammissibile ma addirittura incoraggiata.

Le testimonianze di soldati che ridono, filmano, applaudono, deridono e si vantano di violenze sessuali e di altro genere hanno una rilevanza giuridica. Suggeriscono non solo che gli abusi si siano verificati ma anche che siano stati normalizzati.

La Convenzione sul genocidio non definisce il genocidio solo come uccisione. Include anche il causare gravi danni fisici o mentali ai membri di un gruppo protetto, l’infliggere deliberatamente condizioni di vita calcolate per provocare la distruzione del gruppo e l’imporre misure volte a impedire le nascite all’interno del gruppo.

La violenza sessuale può rientrare in queste categorie. Non è necessario che comporti la sterilizzazione per essere rilevante ai fini del divieto, sancito dalla Convenzione, di misure volte a impedire le nascite. La tortura sessuale può causare danni fisici permanenti agli organi riproduttivi, aumentando il rischio di infertilità, complicazioni in gravidanza e problemi cronici di salute riproduttiva.

Può inoltre portare a gravi traumi psicologici e difficoltà nelle relazioni intime, nelle relazioni interpersonali e nella futura genitorialità. La violenza mirata ai genitali, lo stupro con oggetti, l’elettrocuzione, la nudità forzata, le minacce di esposizione sessuale e la distruzione psicologica della vita sessuale e familiare possono quindi essere tutte pratiche perpetrate con l’intento di annientare la capacità di un gruppo di riprodursi biologicamente e socialmente.

Il Tribunale penale internazionale per il Ruanda lo ha riconosciuto nella storica sentenza Akayesu. In quel caso il Tribunale ha stabilito che lo stupro e la violenza sessuale possono costituire genocidio se commessi con intento genocida. In altre parole, ha ammesso che la violenza sessuale può essere un metodo di distruzione di un gruppo. In Ruanda è stata effettivamente utilizzata con l’intento di distruggere la popolazione dei Tutsi.

In Bosnia la violenza sessuale è stata usata come arma di persecuzione etnica, con l’intento di contribuire alla distruzione o all’allontanamento di gruppi specifici da determinate aree. In Myanmar, i crimini di genere contro i Rohingya sono parte integrante della campagna genocidaria.

Come ampiamente riportato il sistema giudiziario israeliano è restio, e probabilmente persino incapace, di perseguire qualsiasi crimine grave, compresa la violenza sessuale, commesso da cittadini israeliani contro palestinesi. Commissioni d’inchiesta indipendenti delle Nazioni Unite hanno ripetutamente documentato che il sistema di giustizia militare israeliano presenta carenze strutturali, procedurali e istituzionali che compromettono l’effettiva individuazione dei responsabili delle presunte violazioni del diritto internazionale. Quando un sistema giudiziario è strutturato in modo tale da proteggere di fatto i presunti autori dei reati anziché garantire che questi rendano conto delle proprie azioni davanti alle vittime, esso non riesce a scoraggiare le violazioni gravi e, di conseguenza, favorisce il protrarsi di comportamenti illeciti, comprese le forme più gravi di abuso.

Laddove si riscontri uno schema coerente di gravi accuse è necessario avviare con urgenza un’indagine al livello giuridico competente. La Corte penale internazionale (CPI) deve indagare sulla violenza sessuale contro i palestinesi non solo come crimine di guerra. Alla luce della natura diffusa e sistematica di tale violenza l’Ufficio del Procuratore della CPI deve considerare questi atti come potenziali crimini contro l’umanità. Nel contesto della devastazione di Gaza, delle detenzioni di massa, degli sfollamenti forzati, della fame, della disumanizzazione e delle torture sistematiche la Corte deve anche indagare sulla violenza sessuale come potenziale atto genocida.

La natura sistematica della presunta violenza sessuale contro i palestinesi richiede che le indagini non si limitino ai diretti o materiali autori di tali crimini. Laddove tali atti siano stati denunciati in carceri o strutture di detenzione militari l’ambito investigativo deve estendersi all’intera catena di responsabilità, includendo singole guardie o soldati accusati di aver commesso gli abusi, supervisori diretti responsabili della loro condotta e comandanti delle strutture che sovrintendono alle operazioni di detenzione.

Nel caso di detenzione militare la responsabilità può estendersi ai comandanti di unità, alle autorità di polizia militare e al Procuratore Generale Militare israeliano, responsabile della supervisione delle indagini e dei procedimenti giudiziari nell’ambito del sistema di giustizia militare.

Laddove la detenzione sia amministrata da strutture carcerarie civili, come l’IPS (Servizio Penitenziario Israeliano), la responsabilità può estendersi anche ai direttori delle carceri, ai comandanti regionali e agli alti funzionari amministrativi responsabili delle politiche e delle condizioni di detenzione.

A livello di politica e supervisione il controllo può inoltre includere le autorità del Ministero della Difesa e, ove pertinente, i funzionari di livello ministeriale responsabili dell’amministrazione penitenziaria, delle politiche di detenzione e dell’approvazione delle prassi sistemiche che riguardano i detenuti.

Se la Corte Penale Internazionale non persegue questi atti criminali la conseguenza non sarà solo l’impunità, ma anche l’erosione della funzione deterrente del diritto penale internazionale stesso. In contesti in cui gravi violazioni sono ampiamente e ripetutamente documentate la persistente mancata persecuzione rischia di normalizzare modelli di abuso e di radicarli nella prassi istituzionale.

L’assenza di un effettivo accertamento di responsabilità crea quindi le condizioni in cui l’impunità si autoalimenta: un ambiente permissivo in cui le violazioni possono ripetersi con un ridotto timore di indagini o sanzioni. In questo senso, l’impunità non è semplicemente la conseguenza dell’abuso, ma il terreno fertile in cui esso può persistere ed espandersi, includendo le forme più gravi di maltrattamento come la tortura sessuale.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle degli autori e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

Triestino Mariniello è professore di diritto presso la Liverpool John Moores University nel Regno Unito. È inoltre membro del team legale che rappresenta le vittime di Gaza dinanzi alla Corte penale internazionale (CPI).

La dottoressa Mariagiulia Giuffré è una giurista di fama internazionale specializzata in diritto internazionale ed europeo, diritti umani e diritto dell’immigrazione.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Perché il procuratore della Corte Penale Internazionale Karim Khan è stato sospeso e cosa potrebbe succedere

Imran Mulla

9 giugno 2026 MiddleEastEye

L’organo esecutivo della Corte ha ignorato le conclusioni di una commissione giudiziaria che aveva scagionato Khan dalle accuse di cattiva condotta

La Corte Penale Internazionale si trova in uno stato di incertezza senza precedenti.

Il suo procuratore capo Karim Khan è stato sospeso nel corso di una campagna per rimuoverlo dall’incarico.

Gli Stati membri dell’ufficio dell’Assemblea degli Stati Parte (ASP), l’organo esecutivo della CPI, hanno votato lunedì per sospendere Khan ignorando l’esito di un’indagine delle Nazioni Unite sulle accuse di molestie e abusi sessuali contro Khan – un’indagine che loro stessi avevano commissionato.

I giudici incaricati di esaminare le conclusioni dell’indagine hanno scagionato il procuratore all’inizio di quest’anno, concludendo che non vi erano prove di illeciti.

Ma l’Ufficio ASP ha deciso di compiere il passo decisamente non convenzionale di ignorare i risultati e di dare invece una propria valutazione dell’indagine.

Khan è in congedo da già più di un anno. È stato sanzionato dagli Stati Uniti per la sua richiesta di mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ex ministro della Difesa Yoav Gallant.

Anche i suoi due vice e numerosi giudici sono stati sanzionati.

Il mese scorso, in un’intervista a Middle East Eye, Khan ha descritto le incredibili intimidazioni e pressioni che, a suo dire, avrebbe subito in relazione alla sua attività di perseguimento dei mandati di arresto per i ministri israeliani, ed anche le minacce ricevute da parte dell’ex ministro degli Esteri britannico David Cameron e del senatore statunitense Lindsey Graham.

Ha accusato l’organo di governo della Corte di condurre una campagna “pericolosa” e di parte per rimuoverlo dall’incarico con accuse infondate di abusi sessuali, a causa della sua indagine sui presunti crimini di guerra israeliani.

Sebbene l’Ufficio dell’ASP sia un comitato esecutivo composto da 21 membri, tutti i 125 Stati membri della CPI sono rappresentati nell’organo di governo della Corte, appunto l’ASP.

Saranno questi Stati membri a votare in ultima istanza sul destino di Khan.

Se il verdetto di cattiva condotta grave da parte dell’Ufficio dell’ASP venisse confermato da almeno due terzi dei membri, l’ASP terrebbe una seconda votazione per la rimozione del procuratore.

Come si è arrivati ​​a questo punto?

Indagine sui crimini di guerra israeliani

Khan è un avvocato britannico che in passato ha servito come assistente del segretario generale delle Nazioni Unite. Ha svolto inoltre attività di difensore in tribunali penali nazionali ed internazionali.

Nel febbraio 2021 è stato eletto dall’ASP procuratore capo della CPI, diventando la terza persona a ricoprire tale incarico dalla fondazione della Corte nel 2002.

Khan è stato il primo consigliere speciale e capo della squadra investigativa delle Nazioni Unite a muovere accuse al gruppo iracheno dello Stato Islamico (IS) per i crimini commessi tra il 2018 e il 2021.

È stato eletto procuratore capo della Corte Penale Internazionale nel 2021 e da allora il suo ufficio ha indagato su gravi crimini internazionali commessi presumibilmente da leader di Stato in tutto il mondo, fra cui la richiesta di mandati di arresto per i leader della giunta birmana e per i funzionari talebani in Afghanistan.

Quando ha proposto un mandato di arresto per il presidente russo Vladimir Putin, a seguito della sua invasione dell’Ucraina, Khan è stato sanzionato dalla Russia.

L’indagine penale sui presunti crimini di guerra nei territori palestinesi occupati era stata avviata pochi mesi prima dell’insediamento di Khan dalla sua predecessora Fatou Bensouda, ex ministro della Giustizia gambiana e ora ambasciatrice del suo paese a Londra.

Nel 2024 il Guardian ha rivelato che il Mossad aveva esercitato pressioni e verosimilmente minacciato Bensouda senza successo in una campagna di anni per impedirle di avviare l’indagine, e che in seguito aveva messo sotto sorveglianza il suo successore Khan.

Le pressioni su Khan iniziarono ad aumentare nell’aprile del 2024 mentre preparava la richiesta di mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo allora ministro della difesa Yoav Gallant per presunti crimini di guerra, e di nuovo nell’ottobre del 2024, un mese prima che i giudici della Corte Penale Internazionale emettessero i mandati. Nel maggio 2024 Khan aveva richiesto i mandati di arresto, che il tribunale emise nel novembre dello stesso anno.

Lo scorso agosto MEE ha riferito che le pressioni esercitate sul procuratore durante quel periodo includevano minacce e avvertimenti rivolti a Khan da parte di importanti politici e accuse da parte di stretti colleghi e amici di famiglia; i timori per la sua incolumità erano alimentati dalla presenza di una squadra del Mossad all’Aia e da scoop sui media riguardanti le accuse di abusi sessuali.

Il mese scorso Khan ha dichiarato a MEE di aver ricevuto informazioni secondo cui sarebbe sotto stretta sorveglianza da parte dei servizi segreti russi e israeliani e di averne informato le autorità.

Ha confermato che il senatore statunitense Lindsey Graham lo aveva minacciato di sanzioni se avesse richiesto i mandati di arresto, come già riferito da MEE.

“È stata una conversazione piuttosto cordiale fino al momento in cui ha detto: ‘Se fai quello che ho sentito dire che farai, ci saranno delle conseguenze'”. Ha anche riportato la sua conversazione del 23 aprile 2024 con l’allora ministro degli Esteri britannico David Cameron, che minacciò Khan del ritiro del Regno Unito dalla Corte Penale Internazionale e del definanziamento della stessa se la Corte avesse emesso mandati di arresto per i funzionari israeliani.

La telefonata è stata riportata per primi da MEE nel giugno dello scorso anno.

Khan ha affermato che Cameron, ex primo ministro e ora membro della Camera dei Lord, gli aveva detto “che avevo perso la testa, o che sarei stato considerato fuori di testa se avessimo proceduto [con i mandati] come lui aveva sentito. Mi ha posto diverse domande e mi ha illustrato le conseguenze, o le probabili conseguenze, ed è stata sicuramente una conversazione difficile”.

Khan ha aggiunto: “Chiaramente non era contento di ciò che aveva sentito e che, dal suo punto di vista, avrebbe causato delle difficoltà. E direi che non avevo dubbi dato che naturalmente, come mi disse, il Regno Unito è uno dei maggiori finanziatori della Corte e se il Regno Unito, il partito [conservatore], il partito all’epoca al governo, e anche gli Stati Uniti avessero pensato che avrei perso il controllo della situazione politica, questo avrebbe portato a delle difficoltà. E naturalmente aveva ragione.”

Il procuratore ha confermato che se la Commissione Affari Esteri avviasse un’inchiesta sulla telefonata e gli chiedesse di testimoniare, “certo che ci penserei e collaborerei”.

Accuse di abusi sessuali

Nel 2025, con Donald Trump presidente degli Stati Uniti, Khan fu colpito da sanzioni.

Le sanzioni furono in seguito estese a due viceprocuratori e otto giudici della Corte Penale Internazionale coinvolti nelle indagini sulla Palestina e sull’Afghanistan, alla relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina, nonché alle ONG palestinesi che avevano fornito prove alla Corte.

Riferendosi alle crescenti pressioni subite dalla Corte col ritorno di Trump alla Casa Bianca nel gennaio 2025 Khan ha dichiarato: “A febbraio [2025] sono stato la cavia del presidente Trump appena insediato. Poi, ad agosto, sono stati sanzionati i viceprocuratori. E poi alcune ONG palestinesi e persone come Francesca Albanese, relatrice speciale. Gli Stati Uniti ovviamente lo hanno fatto per nuocere, per dissuadere, per garantire il rispetto della loro migliore opzione, ovvero nessuna indagine in Palestina.”

Allo stesso tempo la Corte fu travolta da uno scandalo per le accuse di abusi sessuali contro Khan, che lui ha sempre negato.

Il 29 aprile 2024, oltre un mese dopo la decisione di richiedere i mandati di arresto per Netanyahu e Gallant, una collaboratrice di Khan presentò un’accusa di molestie nei suoi confronti.

Le accuse di molestie furono deferite al Meccanismo di Vigilanza Interna (OIM), l’organo investigativo della Corte, il 3 maggio, ma l’indagine fu archiviata pochi giorni dopo, in seguito alla dichiarazione della donna di non voler collaborare.

Un’altra indagine dell’OIM sulle accuse fu aperta e chiusa più tardi nello stesso anno, prima dell’avvio di un’indagine esterna delle Nazioni Unite.

Il mese scorso Khan ha dichiarato a MEE di non aver goduto dell’anonimato durante le indagini per la denuncia a suo carico, a differenza di quanto accaduto in precedenza ad altri funzionari della Corte accusati di cattiva condotta.

Il suo nome era stato confermato ai media dal presidente dell’Ufficio alla fine del 2024.

La pressione sul procuratore si intensificò ulteriormente all’inizio del 2025, quando si diffuse la notizia che Khan stava cercando di ottenere mandati di arresto per altri ministri israeliani, insieme a ulteriori fughe di notizie sui media riguardanti le accuse di abusi sessuali. L’amministrazione Trump sanzionò Khan nel febbraio dello stesso anno.

Khan si prese poi un periodo di congedo a metà maggio, poco dopo che un tentativo di sospenderlo, sollecitato da un alto funzionario del suo stesso ufficio, era fallito, e nel bel mezzo dell’indagine delle Nazioni Unite sulle accuse di cattiva condotta.

A marzo un collegio di giudici nominato dall’ASP concluse che l’indagine non aveva accertato alcuna “cattiva condotta o violazione del dovere” da parte di Khan.

Tuttavia la maggioranza dei membri dell’Ufficio dell’ASP appoggiò una mozione per ignorare la relazione dei giudici e formulare una propria valutazione dell’indagine.

“Territori inesplorati”

MEE ha saputo che il procuratore ha presentato il mese scorso all’ASP delle prove fornite da Ben Swanson, ex vicesegretario generale dell’Organizzazione per il Meccanismo di Controllo Interno (OIOS) delle Nazioni Unite, l’organismo che ha indagato su Khan.

Swanson ha lasciato il suo incarico nel febbraio 2025, il che significa che il suo periodo in carica si è sovrapposto all’indagine su Khan, iniziata alla fine del 2024.

Swanson ha dichiarato: “Né il rapporto d’indagine dell’OIOS, né il materiale relativo forniscono prove sufficienti a supportare qualsiasi giudizio di cattiva condotta secondo lo standard di prove richiesto”.

Il mese scorso Khan ha avvertito che la campagna contro di lui ha spinto la Corte in un “territorio inesplorato”, che a suo dire rischia di creare un pericoloso precedente per la rimozione di funzionari eletti a causa di pressioni politiche.

“Se un processo può essere manipolato, se può essere sovvertito, se può essere minato perché i funzionari statali e i diplomatici, per qualsiasi motivo, pensano di saperne di più, allora si crea un modello per sbarazzarsi di qualsiasi funzionario eletto, ora o in futuro, con motivazioni pretestuose, inconsistenti, inventate o infondate”, ha dichiarato Khan a MEE.

Khan ha affermato che, se l’ASP avesse cercato di rimuoverlo, avrebbe fatto appello al Tribunale Amministrativo dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILOAT), l’organismo a cui il personale della CPI può appellarsi contro le decisioni sul rapporto di lavoro.

In un parere legale condiviso il mese scorso con gli Stati membri della Corte Penale Internazionale, Abdul Koroma, ex giudice della Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), ha affermato che l’ILOAT potrebbe ordinare alla Corte Penale Internazionale di reintegrare Khan e pagare fino a 1,5 milioni di euro (1,74 milioni di dollari) a titolo di risarcimento se l’organo di governo della Corte lo rimuovesse o lo sanzionasse.

Il viceministro degli Esteri norvegese Andreas Kravik ha detto a MEE la scorsa settimana che l’ufficio dell’ASP dovrebbe “rispettare le procedure” che ha messo in atto per esaminare le accuse di cattiva condotta contro il procuratore.

“Quello che abbiamo detto è che la Corte Penale Internazionale deve esaminare questo caso in conformità con le procedure stabilite per esaminare le accuse di cattiva condotta”, ha detto Kravik.

Ha avvertito che “altrimenti ci sarà come minimo una percezione di politicizzazione del processo. E ciò danneggerebbe l’integrità del tribunale.

È qualcosa che non possiamo permetterci, soprattutto in questo momento in cui la Corte è sottoposta a forti pressioni da parte di altri Stati e in cui alcuni Stati stanno cercando, per quanto possibile, di dipingere la Corte come un’entità politicizzata che non opera in conformità con i principi fondamentali del diritto internazionale”.

Ora che Khan è stato sospeso, l’Ufficio dell’Assemblea degli Stati Parte (ASP) ha dichiarato di aver deciso di convocare al più presto una sessione speciale per esaminare la questione.

La valutazione dell’Ufficio si è basata sulla relazione di un’indagine condotta dall’Ufficio dei Servizi di Controllo Interno delle Nazioni Unite (OIOS), sulle prove raccolte, sul parere di un gruppo ad hoc di esperti giuridici e sugli scritti presentati”, si legge nella nota.

La decisione dell’Ufficio e la relativa documentazione rimarranno riservate. L’Ufficio continua a chiedere il dovuto rispetto della privacy e dei diritti di tutte le parti coinvolte, nonché dell’integrità del procedimento in corso”, conclude la nota.

Secondo le regole dell’Assemblea degli Stati Parte (ASP), qualsiasi giudizio di cattiva condotta richiederebbe la maggioranza di due terzi degli Stati membri presenti e votanti dell’Assemblea.

Se l’ASP votasse decretando la grave cattiva condotta si procederebbe a una seconda votazione sulla rimozione del procuratore.

In tale votazione sarebbe necessaria una maggioranza assoluta di almeno 63 voti per rimuovere Khan.

Il team legale di Khan ha dichiarato lunedì: “La decisione è illegittima, proceduralmente scorretta e non supportata da prove. Ignora la conclusione unanime della Commissione Giudiziaria indipendente nominata dallo stesso Ufficio, la quale ha stabilito che gli accertamenti di fatto dell’OIOS non hanno dimostrato cattiva condotta o violazione dei doveri ai sensi del quadro giuridico pertinente.”

Hanno affermato che “intraprenderanno tutte le misure necessarie per contestare la decisione, tutelare i suoi diritti e garantire il rispetto del giusto processo.”

Ora è in ballo il futuro di Khan, insieme a quello della stessa Corte Penale Internazionale.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Secondo un sondaggio quasi la metà dei giovani ebrei statunitensi vorrebbe sostituire Israele con uno Stato binazionale.

The Forward e Arno Rosenfeld

31 maggio 2026 Haaretz

I dati segnalano un cambiamento generazionale nel sostegno statunitense a uno Stato binazionale in Israele, in accordo con una delle principali rivendicazioni delle proteste antisioniste nei campus universitari e non solo. Questo anche se la maggior parte delle principali organizzazioni ebraiche classifica la richiesta di un unico Stato come espressione di antisemitismo

Secondo un sondaggio condotto dal Jewish Voter Resource Center [osservatorio sui dati dell’elettorato ebraico, ndt.] quasi la metà degli ebrei americani sotto i 35 anni ritiene che il conflitto israelo-palestinese dovrebbe essere risolto creando un unico Stato che comprenda Israele, la Cisgiordania e Gaza, con un governo eletto sia da israeliani che da palestinesi.

I risultati segnalano un cambiamento generazionale nel sostegno statunitense a uno Stato binazionale in Israele, riflettendo una delle principali rivendicazioni delle proteste antisioniste nei campus universitari e non solo, anche se la maggior parte delle principali organizzazioni ebraiche classifica le richieste di un unico Stato come espressione di antisemitismo.

“La crescente disaffezione dei giovani ebrei americani nei confronti di Israele è una diretta conseguenza delle politiche di Bibi Netanyahu e del modo in cui l’establishment ebraico americano ha preteso lealtà incondizionata verso Israele, a prescindere dal fatto che sia giusto o sbagliato”, ha affermato Jeremy Ben-Ami, presidente di J Street, un gruppo di pressione progressista. “Stanno raccogliendo i frutti di ciò che hanno seminato; questo è il risultato.”

Ben-Ami ha citato, tra le altre cose, la distruzione causata dalla guerra di Israele a Gaza, in cui si stima siano stati uccisi 70.000 palestinesi e distrutto oltre l’80% delle infrastrutture dell’enclave, e la crescente violenza perpetrata dai coloni ebrei in Cisgiordania.

I dati alimentano inoltre un dibattito sempre più acceso sulla percentuale di ebrei negli Stati Uniti che si definiscono sionisti. Le Federazioni ebraiche del Nord America hanno preso a diffondere all’inizio di quest’anno dati che mostrano come circa il 90% degli ebrei americani continui a sostenere l’esistenza di Israele come Stato ebraico e democratico, mentre solo il 37% si definisce “sionista”.

Il sondaggio del Jewish Voter Resource Center, pubblicato giovedì, mette in discussione questi risultati. Secondo l’indagine, il 24% degli adulti ebrei intervistati sostiene la soluzione al conflitto con uno Stato unico, quasi il doppio rispetto al 13% che solo due anni fa si dichiarava favorevole ad uno Stato binazionale. Sebbene per il sondaggio del 2024 non siano disponibili dati disaggregati per fasce d’età, un’indagine dell’American Jewish Committee del 2022 ha rilevato che il 23% degli ebrei americani di età compresa tra i 25 e i 40 anni era favorevole a uno Stato binazionale.

Secondo il nuovo sondaggio metà degli ebrei non ortodossi sotto i 35 anni, il 51%, sostiene uno Stato binazionale.

Le Federazioni ebraiche del Nord America hanno rifiutato di commentare.

Questa brusca inversione di tendenza si verifica in un momento di trasformazione nel modo in cui gli americani vedono Israele; dal 2022 il gradimento verso Israele è crollato in quasi tutti i gruppi demografici, e il crollo si è esteso anche agli ebrei. Un sondaggio del Washington Post ha rilevato che il 61% degli adulti ebrei ha affermato che Israele ha commesso crimini di guerra contro i palestinesi a Gaza, mentre il 39% lo ritiene colpevole di genocidio.

Questo cambiamento nell’opinione pubblica acuisce ulteriormente la spaccatura tra gli ebrei israeliani e quelli americani. Mentre molti ebrei negli Stati Uniti sono indignati dalla condotta di Israele a Gaza in seguito all’attentato terroristico di Hamas del 7 ottobre, gli ebrei israeliani hanno manifestato un senso di crescente vulnerabilità e alcuni hanno interpretato il massacro come la fine di ogni possibilità per Israele di rinunciare al controllo sui territori occupati o di concedere pari diritti ai palestinesi.

Un sondaggio condotto dall’Università di Tel Aviv lo scorso anno ha rilevato che solo il 15% degli ebrei israeliani sosteneva la soluzione dei due Stati, mentre il 29% voleva annettere la Cisgiordania e Gaza senza offrire la cittadinanza ai palestinesi che vi risiedono. Solo l’1% degli ebrei israeliani era favorevole a “uno Stato binazionale con diritti civili”.

Interpellati più nel dettaglio sulla possibilità di una soluzione a uno Stato, il 3% degli ebrei israeliani ha dichiarato che la sosterrebbe solo se ai palestinesi venissero concessi pari diritti, mentre il 37% ha affermato di sostenerla anche se ai palestinesi non venissero concessi pieni diritti.

Jeremy Pressman, studioso del conflitto israelo-palestinese presso l’Università del Connecticut, ha affermato che i giovani ebrei americani non hanno mai vissuto Israele come potenza vulnerabile e svantaggiata, a differenza delle generazioni più anziane che hanno assistito alla nascita dello Stato o alla sua vittoria nelle guerre arabo-israeliane del 1967 e del 1973; sono cresciuti al contrario in gran parte sotto governi di destra e hanno assistito alla violenza israeliana contro i palestinesi sui social media. “Questo crea un divario tra la visione dominante del conflitto da parte degli ebrei israeliani e la visione di centrosinistra, o talvolta di estrema sinistra, degli ebrei americani”, ha dichiarato Pressman in un’intervista.

Il Jewish Voter Resource Center, affiliato al Jewish Democratic Council of America, ha intervistato 800 elettori ebrei registrati [al voto], con un margine di errore di +/- 3,5 punti percentuali e di +/- 6,9 punti percentuali per gli ebrei sotto i 35 anni.

A Boston Asher Kaplan Leba, leader della Rete delle Sinagoghe del Massachusetts su Israele/Palestina, ha affermato che molti ebrei sono disillusi riguardo alla soluzione a due Stati poiché il governo israeliano ha intrapreso azioni come l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania che sembrano renderne più difficile l’attuazione.

“È stata la mia posizione per molti anni”, ha detto Leba, 32 anni. “Ma non voglio passare il resto della mia vita adulta ad aspettare che i despoti etno-nazionalisti che controllano Israele, con i quali non condivido alcun valore, cambino.”

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’inizio della fine della dottrina israeliana della “sicurezza permanente”

Meron Rapoport e Ameer Fakhoury

24 aprile 2026 – +972 Magazine

La costante ricerca della “vittoria totale” da parte di Israele lo ha invischiato un una guerra contro l’Iran che non può vincere, erodendone la legittimità all’estero e approfondendone il degrado morale all’interno.

Il nome attribuito alla letale ondata di bombardamenti israeliani in Libano l’8 aprile, lanciata mentre entrava in vigore il cessate il fuoco tra USA e Iran, è estremamente rivelatrice riguardo all’attuale posizione regionale di Israele. Fino a poco tempo fa Israele sceglieva nomi delle guerre che edulcorassero le enormi distruzioni o mobilitassero il fronte interno. L’operazione “Margine Protettivo” del 2014 a Gaza, per esempio, cercava di trasmettere resilienza, mentre la campagna “Spade di ferro” nella Striscia dopo il 7 ottobre e “Ruggito del Leone” di quest’anno contro l’Iran ha inteso evidenziarne la potenza militare.

Non più: con 100 attacchi aerei in Libano che hanno lasciato 300 morti e oltre 1.100 feriti “Oscurità eterna” suggerisce che l’unico obiettivo di Israele in Libano sia morte e annientamento. Se nel 1996 l’uccisione di 100 civili libanesi da parte di Israele nel villaggio di Qana nel sud del Libano provocó la fine dell’operazione “Grappoli d’ira”, oggi il massacro di centinaia di persone è percepito praticamente come un fine in sè, senza neppure una traccia di critiche da parte dell’esercito o dell’opinione pubblica.

Nonostante l’attuale cessate il fuoco di 10 giorni in Libano, Israele continua a distruggere villaggi e infrastrutture civili in zone del sud sotto il suo controllo, un tentativo di creare una zona cuscinetto permanente e, come a Gaza, impedire agli abitanti di tornarvi. A fine marzo il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che alla fine della guerra ai 600.000 libanesi che vivevano a sud del fiume Litani non sarà permesso tornare e le loro case presso il confine saranno state distrutte.

Sia in Libano che in Iran, guerre non iniziate come risposta a un attacco né per impedire una minaccia inminente, Israele è sembrato adottare in pieno la dottrina della “sicurezza permanente”. Come ha sostenuto recentemenre il sociologo politico Yagil Levy adottando il termine coniato dallo storico Dirk Moses, questo approccio intende non solo eliminare minacce inmediate ma anche quelle future attraverso distruzioni su vasta scala della vita dei civili ed espellere o controllare la popolazione. In sintesi, non c’è una soluzione política, ma solo militare, e quello che non si può ottenere con la forza lo si potrà ottenere con ancora più forza.

Questo approccio della “sicurezza permanente” è stato evidente in primo luogo nella guerra di Israele contro Gaza dopo gli attacchi del 7 ottobre. Quando solo qualche giorno dopo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha iniziato a parlare di “vittoria totale”, inizialmente, e a ragion veduta, la frase è stata percepita dall’opinione publica israeliana come un tentativo di sfuggire alle sue responsabilità per gli errori [del sistema di sicurezza]. Ma ciò ha rappresentato molto più di un esercizio retorico: il genocidio, la pulizia etnica e la riduzione di intere città in polvere e cenere sono stati la manifestazione della “vittoria totale” sostenuta da tutto il sistema politico e militare israeliano.

Non è un caso che lo spostamento sia avvenuto specificamente a Gaza. Fino al 7 ottobre la Striscia era il principale esempio della messa in pratica della dottrina della “gestione del conflitto” firmata Netanyahu, una combinazione di blocco quasi totale, recinzione sopra e sotto terra, controllo completo in cielo e in mare e una rigida sorveglianza elettronica della vita quotidiana dei palestinesi insieme a periodici episodi di bombardamenti ogni anno o due che venivano reputati “tollerabili” dal punto di vista israeliano.

La gestione del conflitto ha fornito anche una formula per frammentare e contenere la politica palestinese, parte di una strategia per rinviare la questione dell’autodeterminazione. Hamas è stato “tenuto sotto controllo” attraverso un meccanismo di deterrenza, contenimento e convogliando fondi approvati dallo stesso Netanyahu in modo da mantenere le tensioni a bassa intensità. E in Cisgiordania l’Autorità Palestinese è servita come subappaltante dell’occupazione israeliana, conservando l’illusione dell’autonomia palestinese. Persino Naftali Bennett [exprimo ministro e dirigente di un partito di estrema destra dei coloni, ndt.], che ora si presenta come un’alternativa a Netanyahu, l’ ha brutalmente definita come “una scheggia nel culo”, una seccatura da gestire piuttosto che una minaccia esistenziale.

Quando la barriera attorno a Gaza è crollata il 7 ottobre, altrettanto ha fatto la dottrina del contenimento del conflitto. Ma ciò non ha portato Israele a cercare il modo per risolvere lo scontro con i palestinesi. Al contrario ha deciso di vincerlo definitivamente. E non solo con i palestinesi. Israele ha esteso il concetto di sicurezza assoluta a buona parte del Medio Oriente: Libano, Siria, Yemen, Qatar e Iran. In base a questa dottrina le leggi internazionali non esistono più, il compromesso politico è sparito e i cessate il fuoco non vincolano Israele nè a Gaza nè in Libano. Questa è la guerra permanente, in cui Israele sfrutta la sua superiorità militare per eliminare ogni minaccia, grande o piccola, e a ogni distanza.

L’ultima campagna contro l’Iran ha elevato il concetto di “sicurezza permanente” a un ulteriore livello. Non è stato piu sufficiente colpire duramente i dirigenti, gli impianti nucleari e gli obiettivi militari, come Israele ha fatto nel giugno 2025. Questa volta l’obiettivo era il cambiamento di regime in un Paese di circa 90 milioni di abitanti con una civiltà di migliaia di anni, non semplicemente per neutralizzare una minaccia percepita, ma ridefinendo lo stesso contesto politico.

Eppure Israele da solo non ha la forza militare né la legittimità politica sufficienti per una mossa talmente ambiziosa, e di conseguenza era necessario il coinvolgimento americano. Quindi, contrariamente alle posizioni più caute espresse nel gabinetto di Trump, Netanyahu è riuscito a convincere il presidente USA Donald Trump che questo obiettivo poteva essere raggiunto e così è iniziata una guerra israelo-americana che per il momento è parsa essere un altro passo verso il raggiungimento della “sicurezza permanente” in tutta la regione.

E qui, di fatto, è dove questa logica si è rivelata un’illusione. Anche se una minaccia viene affrontata, immediatamente se ne produce un’altra, evidenziando così il paradosso dell’intero progetto: non raggiungere la “sicurezza permamente” ponendo fine al conflitto ma piuttosto il suo perpetuarsi attraverso un orizzonte di minacce in continua espansione.

“Dopo l’Iran Israele non può vivere senza un nemico,” ha notato all’inizio del mese il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan. “Non solo l’amministrazione Netanyahu ma anche alcune figure dell’opposizione, anche se non tutte, stanno cercando di dichiarare la Turchia come il nuovo nemico.” Il vicino capisce come ragiona la Super Sparta [come Netanyahu ha definito Israele, ndt.].

Un nuovo Medio Oriente

E’ troppo presto per sintetizzare i risultati della guerra, ma sembra già che Israele abbia sbattuto contro un muro: invece di avvicinarsi alla “sicurezza permanente” si è ritrovato in una situazione di sicurezza piú precaria di prima. Non solo l’obiettivo generale di rovesciare il regime iraniano non è stato raggiunto, ma Israele non può neppure cercare di raggiungere un’amara situazione di stallo.

Di fatto l’Iran ha resistito alla pressione militare congiunta di Stati Uniti e Israele e, come molti commentatori ed esperti hanno sostenuto, è riuscito a spostare la discussione da un contesto di coercizione militare a uno di negoziati politici, cambiando di conseguenza le stesse regole del gioco.

Sta iniziando a prendere forma un nuovo Medio Oriente, in cui lo status sia di Israele che degli Stati del Golfo viene eroso. Israele ha dovuto interrompere i suoi attacchi in Libano e Washington ha riconosciuto la necessità di un cessate il fuoco con Hezbollah per porre fine alla guerra con l’Iran e riaprire lo Stretto di Hormuz. La Repubblica Islamica, libera da sanzioni e con ampie dimensioni geografiche, demografiche e ideologiche, non è più soltanto un attore regionale ma sta raggiungendo uno status di potenza globale.

È il suo potere sullo stretto che probabilmente ha obbligato Trump a prendere in considerazione come base legittima per i negoziati la proposta iraniana in 10 punti per porre fine alla guerra, dal togliere le sanzioni e un ritiro statunitense dal Medio oriente fino a garanzie per i suoi alleati regionali. Persino ora, mentre il presidente USA cerca di imporre un contro blocco al blocco iraniano di Hormuz, le condizioni dell’Iran hanno già iniziato a definire i confini dei colloqui.

Il punto più drammatico qui non è l’uranio arricchito che rimane nelle mani dell’Iran né la sua insistenza nel continuare il programma nucleare civile, e neppure i missili balistici che l’Iran ha lanciato per 40 giorni contro Israele e gli Stati del Golfo arabico.

È piuttosto il ruolo dell’Iran nella regione. L’Iran non ha rispettato la richiesta americana di sconfessare i suoi alleati in Libano, Iraq e Yemen, ma ha fatto il contrario. In particolare gli Stati Uniti e Israele sono obbligati a fare i conti con la profondità dei legami strategici tra l’Iran ed Hezbollah: Hormuz non verrà riaperto se Israele continua a bombardare il Libano.

A questo si aggiunge un altrettanto significativo cambiamento nei rapporti tra USA e Israele, e la decisione israeliana di trascinare gli Stati Uniti in guerra potrebbe dimostrarsi il colpo di grazia. Nel giugno 2025 Israele ha agito da solo fino all’ultimo dei 12 giorni del conflitto, colpendo obiettivi militari e uccidendo importanti politici del regime, e l’Iran ha risposto lanciando missili solo contro Israele. Questa volta l’ingresso di Washington nell’attacco fin dal primo giorno ha cambiato le regole del gioco, garantendo all’Iran la legittimità per ampliare il campo colpendo le basi americane nel Golfo, coinvolgendo gli Stati della regione e soprattutto chiudendo lo Stretto di Hormuz. Ciò ha dunque trasformato uno scontro bilaterale in una crisi globale costruita da Israele con le sue stesse mani.

Un sondaggio dell’opinione pubblica rivela un drastico declino nell’appoggio a Israele tra gli americani, sospendere la vendita di armi a Israele è rapidamente diventata una posizione maggioritaria nel partito Democratico, con una maggioranza di senatori democratici che ora votano per tali misure. Come ha rilevato una recente inchiesta del New York Times, è diventato impossibile ignorare che Netanyahu ha trascinato Trump nella guerra e la crescente reazione è un segnale sempre più chiaro del desiderio di Washington di allontanarsi dall’Israele di Netanyahu.

Un vuoto di paradigma

Se due anni e mezzo fa il paradigma della “gestione del conflitto” di Netanyahu è fallito, ora potremmo stare assistendo all’inizio della fine anche della dottrina della “sicurezza permanente”. Entrambi si basavano sullo stesso presupposto, cioè che la realtà può essere controllata attraverso la forza, ed entrambi hanno fallito.

Il vuoto che accompagna il fallimento di entrambi i paradigmi rivela anche il decadimento morale all’interno della società israeliana. Il discorso pubblico è per lo più pervaso dal linguaggio dell’annientamento. Quando Trump ha minacciato di cancellare l’intera civiltà iraniana molti americani e persone in tutto il mondo hanno condannato come genocide le sue affermazioni. In Israele c’è stato silenzio, lo stesso che ha prevalso mentre le forze israeliane distruggevano Gaza o perpetravano la pulizia etnica in Cisgiordania e in Libano.

Nonostante la marea di commentatori e politici che hanno vantato giorno e notte gli “enormi” risultati della guerra e nonostante le assicurazioni di Netanyahu che Iran ed Hezbollah sono stati indeboliti come non mai, l’opinione pubblica israeliana sta già iniziando a vedere le crepe. In un sondaggio condotto da Canale 13 dopo il cessate il fuoco con l’Iran solo il 33% di chi ha risposto credeva che Israele e gli Stati Uniti avessero vinto la guerra e il 28% che avesse vinto l’Iran. Un sondaggio simile del giornale israeliano Maariv ha scoperto dati altrettanto sorprendenti, che si sono raramente visti alla fine delle guerre o delle operazioni militari israeliane.

Ma per comprendere la profondità del fenomeno si deve essere precisi: è il paradigma della “vittoria totale” in sè che si è spezzato. Prima a Gaza, quando i palestinesi sono rimasti lì e Hamas non è stato sconfitto, e persino ancor di più nelle ultime settimane, quando è diventato chiaro che Hezbollah, che si presumeva sconfitto, ha continuato ad operare e a lanciare decine e persino centinaia di missili al giorno. E alla fine, poichè gli israeliani vedono i rappresentanti iraniani che negoziano con gli americani da una posizione di maggior forza rispetto a quella che avevano prima della guerra conservando il controllo di una delle arterie di trasporto più importanti al mondo.

Eppure questa frattura nella consapevolezza dell’opinione pubblica non garantisce un ravvedimento politico. Senza un progetto politico che fornisca agli israeliani un linguaggio, una direzione e un’alternativa, la crescente sensazione di fallimento politico e militare potrebbe trasformarsi in disperazione piuttosto che in critica. Tale disperazione ha la paradossale tendenza a stabilizzare lo status quo e potrebbe in ultima istanza favorire Netanyahu.

Infatti il collasso nella gestione del conflitto e dei paradigmi della “sicurezza permanente” non indica una transizione ordinata tra quadri di riferimento. Israele sta invece cadendo profondamente in un vuoto strategico, politico e morale in cui la violenza militare continua per conto suo, persino quando smette di generare un senso o uno scopo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Le donne raccontano gli abusi subiti ad opera dei militari israeliani

Ohood Nassar

15 aprile 2026 – The Electronic Intifada

Mentre cercano un qualche conforto tra le rovine di ciò che resta della loro terra gli abitanti di Gaza sono anche consapevoli che gli efferati crimini di Israele non devono essere dimenticati.

Sono le donne palestinesi, in particolare, ad aver sofferto. Le Nazioni Unite stimano che a maggio 2025 siano state uccise a Gaza oltre 28.000 donne e ragazze.

Il dottor Hussein Hammad, ricercatore sui diritti umani a Gaza, ha dichiarato a The Electronic Intifada che è evidente che Israele ha “perpetrato un genocidio contro tutte le fasce della società palestinese, comprese le donne”, in totale disprezzo del diritto internazionale umanitario, inclusa la Quarta Convenzione di Ginevra.

“Durante la sua guerra genocida a Gaza [Israele] ha commesso gravi violazioni contro le donne.”

Le testimonianze di Sharifa Qudih di Khan Younis e di Saja Abdel Aal di Jabaliya rivelano parte di ciò che le donne hanno subito durante le incursioni militari israeliane nei quartieri di Gaza – un percorso che inizia, ma non finisce, con i raid aerei e gli sfollamenti.

In uno stretto corridoio all’interno di una scuola statale trasformata in rifugio nella città di Khan Younis, nel sud di Gaza, Sharifa Qudih, 50 anni, siede su un pezzo di cartone circondata da famiglie che le passano di continuo accanto.

Nubile e senza figli di cui prendersi cura, questo corridoio “è tutto ciò che resta”, ha detto, dopo che la sua casa nella città di Abasan al-Kabira, a est di Khan Younis, è stata distrutta.

Nel febbraio 2024 intorno alle 5:30 del mattino, ha raccontato Sharifa, stava dormendo quando la sua casa è stata bombardata.

«Mi sono svegliata per una fortissima esplosione e poi mi sono ritrovata sotto le macerie», ha raccontato.

Non ha riportato ferite gravi, ma è rimasta intrappolata sotto i detriti per quasi due ore prima che le truppe israeliane la sentissero e la tirassero fuori.

«Quando mi hanno fatta uscire ho pensato che sarei morta o che mi avrebbero fatta prigioniera».

Invece, ha raccontato a The Electronic Intifada, i soldati le hanno ordinato di togliersi l’hijab, il velo che le copre i capelli, e le hanno legato le mani.

Poi l’hanno interrogata.

«Mi hanno chiesto perché fossi in casa e i nomi di alcune persone. Non ne conoscevo nessuna».

I soldati l’hanno fatta sedere su una sedia, sul pavimento devastato di casa sua, mentre continuavano le operazioni. Sharifa ha raccontato che i soldati l’hanno poi usata come scudo umano, insieme a un gruppo di giovani.

«Ci hanno costretti a camminare davanti a loro», ha detto.

Violaioni premiate

Hammad ha affermato che i centri per i diritti umani hanno documentato centinaia di casi in cui l’esercito israeliano ha violato il diritto internazionale, incluso l’utilizzo di donne e bambini come scudi umani.

Sharifa è stata fotografata mentre era seduta su una sedia su un cumulo di terra, con soldati israeliani accovacciati dietro di lei, apparentemente pronti al combattimento. Lo ha scoperto solo in seguito, quando un soldato israeliano ha ricevuto un premio per la foto, scattata a quanto pare da un drone, e ha dichiarato di non aver dato alcun consenso, né che gli sia mai stato chiesto.

“Sono rimasta scioccata quando dei conoscenti mi hanno mandato una mia foto esposta in una galleria d’arte a Tel Aviv. Non avevo idea che mi avessero fotografata.”

Dopo che i soldati hanno finito con lei l’hanno lasciata andare, con un drone di sorveglianza che la monitorava dall’alto, ha raccontato. Ha dovuto camminare sulle macerie per più di un’ora per allontanarsi dalla zona e mettersi in salvo.

Sharifa ora vive nel corridoio della scuola governativa di Khan Younis. Non ha né materasso né coperta. Dorme e si siede su un pezzo di cartone distribuito come aiuto umanitario. La sua casa è stata completamente distrutta e non ha nessun altro posto dove andare.

Saja Abdel Aal, 23 anni, ora vive in una fragile tenda a Deir al-Balah che non la protegge né dal freddo né dal caldo.

Saja è stata sfollata dal campo profughi di Jabaliya, al nord di Gaza, nell’ottobre del 2024.

“Eravamo seduti in famiglia a mangiare”, ha ricordato. Intorno alle 16 del 6 ottobre di quell’anno sono iniziati i pesanti bombardamenti vicino alla loro casa.

La famiglia è fuggita in fretta, rifugiandosi presso un parente nella vicina Beit Lahiya. Durante i giorni dello sfollamento, ha raccontato, non avevano acqua potabile da bere, non avevano niente da mangiare e sono rimasti assediati in casa fino al 18 ottobre.

Quel giorno droni israeliani dotati di altoparlanti hanno sorvolato la zona, ordinando ai residenti di evacuare immediatamente: gli uomini alla Scuola del Kuwait, le donne alla Scuola Hamad, entrambe a Beit Lahiya vicino all’Ospedale Indonesiano.

“Per un attimo ho provato un po’ di sollievo”, ha raccontato Saja. “Ho pensato che l’assedio fosse finito, che il pericolo fosse cessato e che avrei potuto mangiare e bere di nuovo”.

Ma mentre si dirigeva verso la scuola è stata colpita dalla scheggia di un proiettile di carro armato sparato nella loro direzione, ed è rimasta ferita alla mano sinistra.

“Ho fasciato la ferita con un vecchio pezzo di stoffa, ma il sangue non si fermava”.

La scuola era diventata un posto di blocco e centro di interrogatori. Le donne venivano perquisite e interrogate, poi costrette a camminare a piedi verso sud. Durante la terribile esperienza, Saja ha chiesto dell’acqua a una delle soldatesse, che “me l’ha rifiutata e l’ha versata per terra davanti a me ridendo”.

Dentro un carro armato

Hammad ha affermato che durante gli sfollamenti forzati le truppe israeliane hanno allestito posti di blocco dove le donne venivano perquisite in modi che “violano la loro dignità e le sottopongono a umiliazioni durante gli interrogatori e i controlli “.

A volte il trattamento che subiscono è di gran lunga peggiore e include violenze sessuali e torture.

Mentre le donne se ne stavano andando, i soldati hanno chiamato Saja e le hanno ordinato di salire su un carro armato.

“Il mio cuore si è quasi fermato. Ho pensato che mi avrebbero arrestata.”

Saja ha raccontato che dentro il carro armato i soldati le hanno prestato i primi soccorsi, poi l’hanno filmata – per fingere, ha aggiunto, di trattare le donne con “gentilezza e umanità” – prima di ordinarle di continuare a camminare verso sud.

Ha camminato per più di un’ora tra macerie e carri armati, con la mano ancora sanguinante.

“I droni quadricotteri ci circondavano e ci impedivano di fermarci o di fare alcun movimento.”

Giunta nella parte occidentale di Gaza City è stata trasferita all’ospedale Al-Shifa, dove è stata sottoposta a un intervento chirurgico alla mano. In seguito la casa della sua famiglia nel campo profughi di Jabaliya è stata distrutta.

Sebbene l’attenzione si sia allontanata da Gaza a causa dell’attacco di Israele e degli Stati Uniti all’Iran e di un cessate il fuoco che tale non è mai stato, la difficile situazione della popolazione permane. Entrambe le donne intervistate in questo articolo hanno affermato che per loro è importante che il mondo conosca le loro storie.

“Anche se le donne a Gaza non portano armi vengono trattate come fossero combattenti della resistenza”, ha detto Saja a The Electronic Intifada. “Abbiamo bisogno di protezione e sicurezza”.

Sharifa ha affermato di voler dire al mondo “che le donne palestinesi sono pazienti nonostante le sofferenze che stiamo sopportando”. Ma, ha aggiunto, “abbiamo bisogno di aiuto”.

Ohood Nassar è una giornalista e insegnante originaria di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele è riuscito a sfuggire alla condanna per aver colpito le strutture sanitarie di Gaza. Non sorprende che lo stia facendo anche in Libano.

Seema Jilani

8 aprile 2026 – The Guardian

Come medico che ha lavorato in una zona di conflitto ho visto luoghi un tempo considerati sacri diventare bersagli legittimi in guerra. Tutto questo deve finire.

Il fine settimana di Pasqua ha segnato uno dei momenti più intensi della guerra di Israele contro il Libano. Domenica intorno alle 14 l’aviazione israeliana ha bombardato una zona residenziale densamente popolata vicino all’ospedale universitario Rafik Hariri, il più grande ospedale pubblico del Libano, uccidendo almeno cinque persone e ferendone altre 50.

Quando lavoravo in quell’ospedale nel 2020 curavo le persone più vulnerabili della società libanese: lavoratori migranti, palestinesi apolidi, rifugiati siriani. Quanto accaduto domenica è coerente con quella che sembra essere la più ampia strategia di Israele in Libano: organizzazioni per i diritti umani e operatori sanitari affermano che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) stanno paralizzando le infrastrutture sanitarie, prendendo di mira ospedali e personale medico, a volte anche mentre si trovano nelle ambulanze o nei centri di primo soccorso. Israele sta inoltre praticando su larga scala lo sfollamento forzato di civili, rendendo invivibili alcune zone del Paese, mentre l’affermazione di Benjamin Netanyahu secondo cui il cessate il fuoco di due settimane con l’Iran non si applica al Libano ci fa capire che la situazione è tutt’altro che risolta.

Israele sta applicando al Libano le stesse tattiche utilizzate a Gaza. Il modello si è dimostrato efficace. Normalizza la distruzione di ospedali e attrezzature mediche e allo stesso tempo scoraggia chi cerca assistenza sanitaria. Secondo Save the Children in Medio Oriente e nella regione circostante si verifica un attacco contro le strutture sanitarie ogni sei ore, il che indica che gli ospedali stessi sono stati di fatto trasformati in zone di guerra.

Mentre lavoravo a fianco degli operatori sanitari palestinesi a Gaza nel 2023 e nel 2024 ho assistito a straordinari atti di eroismo professionale. Trascorrevano ore interminabili di guardia, dichiarando morti i propri colleghi al pronto soccorso, per lasciare il lavoro e cercare cibo e riparo solo durante le evacuazioni forzate. L’Israeli Coordination of Government Activities in the Territories [Coordinamento delle Attività Governative nei Territori israeliano, ente israeliano che gestisce i territori palestinesi occupati, ndt.] aveva promesso che l’ospedale di al-Aqsa, dove lavoravamo, e la nostra foresteria sarebbero rimasti intatti, o “immuni dal conflitto”. Ma lentamente la guerra si avvicinava. Nel gennaio 2024 un proiettile colpì le pareti del reparto di terapia intensiva. Poco dopo la mia partenza la nostra foresteria fu bombardata e la maggior parte dei pazienti e del personale medico furono costretti a lasciare l’ospedale seguendo gli ordini di evacuare le strutture della zona. Ancora oggi non so che fine abbiano fatto i miei piccoli pazienti.

Nulla di tutto ciò è paragonabile alle atrocità subite dagli operatori sanitari palestinesi. La CNN ha riportato come nel novembre 2023 il personale medico dell’ospedale al-Nasr per ordine dei militari israeliana fu costretto ad abbandonare l’ospedale con tale fretta che in seguito furono ritrovati neonati in decomposizione nei letti. Dal dicembre 2024 il direttore dell’ospedale Kamal Adwan, il dottor Hussam Abu Safiya, è detenuto, il suo avvocato afferma che è stato torturato, picchiato e gli è stato negato l’accesso alle cure mediche. Nel marzo 2025 i corpi di 15 paramedici e soccorritori sono stati ritrovati in una fossa comune, secondo le Nazioni Unite uccisi a colpi d’arma da fuoco dalle forze israeliane.

Israele è sfuggito alle conseguenze di questi atti a Gaza e ora agisce impunemente in Libano. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità dal 2 marzo sono stati segnalati in Libano oltre 90 “attacchi contro le strutture sanitarie” che hanno provocato 137 feriti e 53 morti. Forse altrettanto devastante è la convinzione dei pazienti che i sistemi sanitari non siano più sicuri. Gli ospedali un tempo erano sacri. Il nuovo contesto cambia le carte in tavola per le famiglie: vale la pena andare in ospedale per far curare il proprio bambino per un attacco d’asma e, sapendo che Israele attacca gli ospedali, correre il rischio?

L’esercito israeliano sostiene che Hezbollah sfrutti sistematicamente le strutture mediche in Libano per “attività terroristiche”. Non sono state fornite prove a sostegno di queste affermazioni. Al mio ritorno da Gaza la mia ONG mi ha spiegato come rispondere a questa accusa infondata: semplicemente riportando ciò che avevo visto, ovvero dire che non ci sono prove che suggeriscano che gli ospedali vengano utilizzati come basi militari. Ma la risposta più completa e onorevole è questa: non importa minimamente se gli ospedali abbiano un duplice utilizzo per attività militari. Attaccare un ospedale è un crimine, punto e basta. I medici devono curare i pazienti senza timore né favoritismi. Se un bambino è in arresto cardiaco non interromperò il massaggio cardiaco per accertarmi delle affiliazioni politiche dei suoi genitori.

Ho lavorato nei campi profughi palestinesi per oltre 20 anni. Nel 2010, ho curato pazienti a Shatila, luogo del famigerato massacro di Sabra e Shatila del 1982. Lì ho incontrato Fatima, una madre di tre figli, che ricordava di aver camminato su innumerevoli corpi dopo i massacri e di aver trovato suo marito tra le vittime. Non so dove si trovi oggi, ma so che, in quanto palestinese apolide, non avrebbe diritto all’assistenza medica negli ospedali privati ​​in Libano. Se fosse in un’ambulanza, rischierebbe di essere presa di mira. La sua morte sarebbe solo un’altra statistica nei rapporti ufficiali che non si traducono mai in conseguenze per coloro che perpetrano crimini di guerra.

Il precedente creato a Gaza e ora in Libano è pericoloso per ogni conflitto futuro. Quando persino le ambulanze diventano un bersaglio, le regole di ingaggio vengono distorte per sempre.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Francia: la legge “Yadan” e la strumentalizzazione dei dati sull’antisemitismo

Sarra Grira 

7 aprile 2026 – Orient XXI

Per legittimare una proposta di legge intesa soprattutto a impedire critiche contro Israele e la denuncia del genocidio a Gaza la deputata Caroline Yadan si appoggia, tra gli altri, ai dati sull’antisemitismo. Ma l’identità e la metodologia delle organizzazioni che ne sono all’origine mostrano una strumentalizzazione di questa situazione a favore di una posizione filoisraeliana. Una petizione contro questo progetto di legge sul sito dell’Assemblea Nazionale ha già raccolto circa 700.000 firme.

L’esame del [progetto di] legge all’Assemblea Nazionale nel momento in cui il parlamento israeliano ha appena adottato una norma che istituisce la pena di morte riservata solo ai palestinesi non fa che rendere questa iniziativa ancora più grave in un contesto di persistente impunità per Israele. Questo progetto, presentato fin dal novembre 2024, è sostenuto da Caroline Yadan, deputata dell’ottava circoscrizione [elettorale] dei francesi residenti all’estero (che comprende in particolare Israele, la Palestina e Gerusalemme), che ha lasciato il partito Renaissance, pur restandogli “collegata”, per protestare contro la decisione del presidente Emmanuel Macron di riconoscere lo Stato di Palestina.

Per dare alla legge la legittimità che rivendica nel titolo, nell’esposizione delle sue motivazioni la proposta si appoggia sui dati riguardanti gli atti di antisemitismo e sul posto che occupano rispetto all’insieme delle azioni antireligiose in Francia.

Se il notevole aumento dell’antisemitismo nel Paese è indubbio, il modo in cui queste cifre sono presentate denota una doppia volontà: da una parte confondere antisemitismo e critiche contro lo Stato di Israele, dall’altra stabilire una gerarchia tra l’antisemitismo e le altre forme di razzismo, contraddicendo le indicazioni della Commission nationale consultative des droits de l’homme [Commissione Nazionale Consultiva dei Diritti dell’Uomo](CNCDH).

La fonte dei dati

Se ci si vuole attenere ai dati più precisi, in Francia non si trovano delle statistiche sull’antisemitismo ricavate da quelli derivanti dalle condanne giudiziarie. La ragione è semplice: il codice penale non fa distinzioni tra le varie forme di razzismo. Separare le condanne per antisemitismo richiederebbe uno studio degli atti giudiziari caso per caso, cosa che non è mai stata fatta.

Le cifre rilasciate dal ministero dell’Interno e riprese dalla CNCDH nel suo rapporto annuale sono un insieme di rilevazioni sul campo attraverso la Direction nationale du renseignement territorial [Direzione Nazionale delle Informazioni Territoriali] (DNRT) che, secondo la sua presentazione ufficiale sul sito del ministero, “assicura un monitoraggio quotidiano dei fatti che le vengono relazionati dai suoi contatti e collaboratori locali.” La CNCDH non li considera dati scientifici ma li cita e li tiene in considerazione, perché essi indicano una tendenza.

Riguardo all’antisemitismo la DNRT si appoggia principalmente sulla rete territoriale di un’associazione, il Service de protection de la communauté juive [Servizio di Protezione della Comunità Ebraica] (SPCJ). Presentandosi come un’ “organizzazione apolitica”, essa lavora in stretta collaborazione con il CRIF, il Conseil représentatif des institutions juives de France [Consiglio Rappresentativo delle Istituzioni Ebraiche di Francia], di cui è un’emanazione1.

Nella sezione “Contributi” del rapporto annuale della CHCDH è di fatto il CRIF, e con lui il Service de protection de la communauté juive, che viene citato tra i collaboratori della società civile.

Nei dati del 2025 disponibili sul suo sito ufficiale il SPCJ registra 1.320 atti antisemiti. Esso presenta la sua metodologia in questi termini:

Sono rilevati esclusivamente i fatti che hanno dato luogo a delle denunce, a segnalazioni alla polizia o all’autorità giudiziaria, così come quelli constatati ufficialmente (flagranza/costatazione da parte di un funzionario di polizia giudiziaria o di una persona autorizzata).”

Qui è importante sottolineare che le denunce e le segnalazioni non danno necessariamente luogo a condanne o neppure ad azioni penali.

La Palestina presa di mira

Quali sono le azioni che vengono etichettate come antisemite dall’SPCJ o che incitano ad aggredire verbalmente o fisicamente gli ebrei?

Una parte del rapporto è dedicato a quella che i suoi autori chiamano la “retorica anti-israeliana” presentata come “un catalizzatore sempre fondamentale degli atti di antisemitismo.”

Circa un terzo degli intenti antisemiti rilevati (388 su 1.320) “implicano dei riferimenti espliciti alla Palestina: Gaza, ‘liberazione della Palestina’, ‘Intifada’, accuse di ‘genocidio’, slogan presi dalle manifestazioni e dalla retorica anti-israeliana radicalizzata”. Se si escludono le “45 (che) comportano anche un’apologia dello jihadismo e 74 un’apologia del nazismo, evidenziando un’accentuazione e una radicalizzazione dei toni utilizzati”, non viene fornita nessuna spiegazione riguardo al rapporto tra questi slogan propalestinesi e le manifestazioni di antisemitismo. A meno di voler considerare che l’espressione della solidarietà con la Palestina e i palestinesi riveli di fatto antisemitismo.

La stessa tendenziosità era già presente nel rapporto dello SPCJ relativo all’anno 2024, in cui si legge che “almeno 43 azioni antisemite al mese fanno riferimento alla Palestina”. Anche lì, cosa vuol dire “evocare la Palestina”? E in cosa ciò è antisemita? Queste formulazioni interrogano tanto più in quanto lo stesso rapporto evoca in questi termini il contesto che favorisce l’aumento degli atti antisemiti:

Questa atmosfera deriva in gran parte dall’iperattivismo di qualche centinaio di militanti radicali anti-israeliani (blocco di scuole e università, azioni di boicottaggio, atti e manifestazioni contro gli eventi organizzati dalle organizzazioni ebraiche, scritte e graffiti anti-israeliani, apologia del terrorismo palestinese e legittimazione delle azioni di Hamas).

Sono così messi sullo stesso piano l’apologia delle azioni di Hamas, “graffiti anti-israeliani” (affermazioni ostili all’Arabia Saudita verrebbero forse associate all’islamofobia?) e le azioni di boicottaggio, criminalizzate dalla circolare dall’ex- ministra della Giustizia Michèle Alliot-Marie nel febbraio 2010, ma di cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha riconosciuto la legittimità nel giugno 2020.

Una definizione tendenziosa dell’antisemitismo

Nel luglio 2025 abbiamo chiesto un parere a Magali Lafourcade, segretaria generale della CNCDH, riguardo all’interpretazione che lo SPCJ poteva fare di slogan come “Free Palestine” (Palestina libera) o “From the river to the sea, Palestine will be free” (Dal fiume al mare la Palestina sarà libera). All’epoca ci aveva raccomandato di consultare la parte “Contributi” del rapporto della commissione. Tuttavia questa non forniva ulteriori elementi di spiegazione.

Invece dalla pagina “Definizione dell’antisemitismo” sul sito dell’SPCJ risulta che l’associazione adotta per esteso quella dell’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (IHRA), criticata ad esempio da Irène Khan, relatrice speciale delle Nazioni Unite per la promozione e la protezione del diritto alla libertà di opinione e d’espressione. Come la proposta di legge detta “Yadan” che la cita nel suo preambolo esplicativo, questa definizione permette, attraverso gli esempi che vi sono presentati, di associare la critica allo Stato di Israele a una forma di antisemitismo. Kenneth Stern, giurista statunitense e principale estensore del testo, ha lui stesso lamentato l’uso di certi esempi per attaccare le critiche a Israele2.

Stesso discorso da parte del CRIF, i cui dirigenti ritengono che parlare di genocidio a Gaza sia antisemita. Così per esempio in data 26 marzo 2025 si legge sul sito dell’organizzazione:

Il presidente del CRIF ha denunciato una evoluzione del discorso antisemita, in particolare attraverso l’accusa di ‘genocidio’ contro Israele. Ha paragonato questa retorica a ‘un’attualizzazione dell’accusa di popolo deicida’ evocata un tempo contro gli ebrei. ‘In entrambi i casi c’è un fondamento mitologico, cioè mendace. Gli ebrei non hanno ucciso Gesù, lo Stato di Israele non ha commesso un genocidio, qualunque sia indubbiamente la tragica situazione della popolazione civile a Gaza,’ ha dichiarato.”

La stessa logica viene applicata nei dati dell’SPCJ per il 2025, in cui la parola “genocidio” viene sistematicamente citata tra virgolette: “Riprendendo le accuse false ed estreme (‘genocidio’, ‘criminali’, ‘nazisti’), questa retorica costruisce un’immagine disumanizzata degli ebrei ed apre la strada al passaggio alle vie di fatto, che siano verbali o fisiche.

Tuttavia molteplici organizzazioni del diritto internazionale, tra cui Human Rights Watch ed Amnesty International, hanno concluso che a Gaza c’è stato effettivamente un genocidio. Il 26 gennaio 2024 è stata la Corte Internazionale di Giustizia ad affermare, in un’ordinanza, l’esistenza di un rischio plausibile di genocidio a Gaza. E la Corte Penale Internazionale, riconosciuta dalla Francia, ha imputato due dirigenti ebrei israeliani, il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’ex-ministro della Difesa Yoav Gallant, di crimini di guerra e contro l’umanità. Tutte queste organizzazioni ricadono dunque sotto l’accusa di antisemitismo?

Peraltro, quando sono avvenuti incidenti che hanno costellato la marcia femminista dell’8 marzo 2024, è stato il servizio d’ordine dell’ SPCJ che ha garantito la protezione del collettivo pro-israeliano Nous Vivrons [Continueremo a vivere, che si dichiara sionista. Ci furono tafferugli perché SPCJ e NV cercarono di infiltrarsi nel corteo e vennero respinti, ndt.]. Questa associazione, che beneficia dell’appoggio pubblico di Caroline Yadan3, ne sostiene il progetto di legge4.

Una logica di concorrenza tra vittime

Le posizioni eminentemente politiche che rivelano le intenzioni dell’SPCJ e del CRIF e la definizione come minimo ampia di quello che entrambi considerano come antisemita pongono interrogativi sulla collocazione attribuita a questa “retorica anti-israeliana” in detti rapporti e nei loro dati .

Un altro punto ripreso nell’esposizione delle ragioni della proposta di legge detta “Yadan”: l’antisemitismo sarebbe il fatto antireligioso più importante in Francia. Il resoconto dei dati dell’SPCJ lo conferma:

La lettura degli eventi antireligiosi mette in evidenza una situazione strutturale: l’antisemitismo occupa un posto centrale. Nel 2025 gli atti antisemiti rappresentano il 53% dell’insieme degli eventi antireligiosi, mentre la popolazione ebraica in Francia costituisce una minoranza numericamente molto debole (meno dell’1%).

Problema: per stabilire una classifica ci vogliono degli elementi di confronto. Questi mancano, perché secondo l’ultimo rapporto della CNCDH per quanto riguarda gli episodi antimusulmani “nessun organismo nazionale ha presentato dei dati dopo il 2021,” cioè dopo la dissoluzione, nel 2020, del Collectif contre l’islamophobie en France [Collettivo contro l’Islamofobia in Francia] (CCIF). A parte la logica della competizione tra vittime stabilita dall’affermazione dell’SPCJ, ripresa da Caroline Yadan, è piuttosto l’esplosione dell’islamofobia che allarma la difensora dei diritti Claire Hédon. Nel suo rapporto intitolato “Le discriminazioni fondate sulla religione: osservazioni ed analisi del Difensore dei diritti” pubblicato il 4 dicembre 2024, quest’ultima nota:

L’aumento delle discriminazioni per motivi religiosi sembra osservabile indipendentemente dal tipo di religione. Esse restano tuttavia riportate decisamente più di frequente da persone che dichiarano di essere di religione musulmana o in quanto considerate come tali (il 34%) che dalle persone che si dichiarano di un’altra religione (19%), includendo la religione ebraica o anche il buddismo, o quelle di religione cristiana (di queste solo il 4% dichiara di essere stata discriminata a causa della propria religione).

Infine, nella lettura del rapporto dell’SPCJ ci si stupisce dell’assenza di un qualunque riferimento all’ascesa dell’estrema destra quando si tratta dell’aumento dei dati sull’antisemitismo. Tuttavia nel 2024 il Rassemblement national (RN) [il partito di estrema destra di Marine Le Pen, ndt.] ha eletto un numero record di deputati all’Assemblea nazionale (119), in seguito a elezioni legislative che hanno rivelato l’antisemitismo di molti dei suoi candidati che il partito ha dovuto sostituire in tutta fretta. Per la CNCDH è proprio nel suo elettorato che l’antisemitismo resta notevolmente presente. Come ha sottolineato Magali Lafourcade nell’intervista che ci ha concesso: “I livelli di ostilità verso gli ebrei sono molto alti tra le persone che votano RN e Reconquête [partito di estrema destra i cui due principali dirigenti, Éric Zemmour e Sarah Knafo, sono di origine ebraica nordafricana, ndt.]. L’antisemitismo si colloca all’estrema destra e in modo molto persistente.

Nella società francese l’antisemitismo non è solo una realtà innegabile, è anche un argomento troppo grave da essere strumentalizzato in questo modo a seconda dei progetti politici. Questi rivelano una volontà di associare la critica legittima allo Stato di Israele a una forma di antisemitismo, dopo la pulizia etnica che ha accompagnato la sua creazione fino alla guerra genocida che continua a condurre contro i palestinesi di Gaza.

Questi progetti dimostrano anche il desiderio non solo di separazione, ma di gerarchizzazione tra le diverse forme di razzismo, facendo dell’antisemitismo una sorta di matrice per pensare i razzismi, in linea con ciò che sostiene la ministra Aurore Bergé, in particolare attraverso le Assises de lutte contre l’antisémitisme [Assise della lotta contro l’antisemitismo] e con la Délégation interministérielle à la lutte contre le racisme, l’antisémitisme et la haine anti-LGBT [Delegazione interministeriale per la lotta contro il razzismo, l’antisemitismo e l’odio anti-LGBT] (Dilcrah). Peraltro la CNCDH non cessa di ricordarlo: il razzismo non è “settario”: quelli che lo accolgono provano odio nei confronti di tutte le minoranze, che siano razziali, politiche o sessuali.

1. Il 3 ottobre 1980 una bomba scoppiò davanti alla sinagoga del 24° [distretto] in via Copernic, a Parigi, facendo 4 morti e 46 feriti. Come reazione il CRIF e il Fondo Sociale Ebraico fondarono insieme il Servizio di Protezione della Comunità Ebraica per organizzare la protezione degli ebrei in Francia, in particolare attraverso strategie di autodifesa nei quartieri in cui si trovano luoghi di culto.

2. Valentine Faure, “Kenneth Stern, giurista americano: ‘La nostra definizione di antisemitismo non è stata concepita come uno strumento di controllo del diritto di espressione’”, Le Monde, 21 maggio 2024.

3. “Manifestazione con il collettivo Nous Vivrons”, sito ufficiale di Caroline Yadan, 27 marzo 2025.

4. “Intellettuali e politici si mobilitano per la legge contro l’antisemitismo”, Le Point, 31 marzo 2026.

Sarra Grira

Giornalista e caporedattrice di Orient XXI.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)