Un’israeliana ricercata per crimini di guerra riceve un premio tedesco per la pace

Ali Abunimah

17 giugno 2020 – Electronic Intifada

I difensori dei diritti umani stanno invitando il Brückepreis tedesco a ritirare l’assegnazione del premio del 2020 a Tzipi Livni, politica israeliana che si è vantata del suo ruolo in crimini di guerra contro i palestinesi.

La motivazione del Bridge Prize [premio Ponte], com’è conosciuto in inglese, afferma che Livni viene premiata per aver promosso “la libertà di pensiero, la democrazia, l’apertura e l’umanità” e per “la sua politica di pace orientata alla libertà”.

Il premio viene assegnato a personaggi che abbiano dedicato il proprio operato alla democrazia e a una comprensione pacifica tra i popoli ed è accompagnato da un premio in denaro pari a 2.800 dollari [circa 2.500 euro].

Ma, lungi dal promuovere la pace, Livni è accusata di essere coinvolta in “crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi nella Striscia di Gaza assediata” quando era ministra degli Esteri di Israele durante l’attacco del 2008-09 contro Gaza, come ha scritto martedì l’associazione per i diritti umani Euro-Med Monitor in una lettera al presidente del Brückepreis Willi Xylander.

Livni “durante l’operazione, condannata a livello internazionale, operò incessantemente per mascherare l’aggressione di Israele contro la popolazione civile di Gaza,” aggiunge la lettera, sottolineando che l’attacco israeliano costò la vita a 1.400 palestinesi, in grande maggioranza civili.

Vero teppismo”

Livni non si è neppure mai vergognata del suo ruolo e del suo appoggio al massacro di Gaza. Nel gennaio 2009 dichiarò ai media israeliani: “Come auspicavo, nel corso delle recenti operazioni Israele ha dimostrato un vero teppismo.”

Anche il rapporto Goldstone, la commissione d’inchiesta indipendente dell’ONU sull’attacco, cita le affermazioni di Livni: “Israele non è un Paese su cui puoi sparare missili senza che reagisca. È un Paese che, quando spari ai suoi cittadini, risponde scatenandosi, e ciò è positivo.”

E invece di promuovere la democrazia, Livni ha appoggiato la pulizia etnica dei cittadini palestinesi di Israele per rendere la popolazione di Israele ancor più esclusivamente ebraica. Ex-ministra della Giustizia, Livni ha anche detto ai negoziatori palestinesi: “Io sono contraria alle leggi – in particolare a quelle internazionali. Contro le leggi in generale.”

Non pare proprio che queste siano le credenziali di una persona che meriti riconoscimenti per aver contribuito alla pace e la comprensione a livello internazionale.

Perseguita per crimini di guerra

In parecchie occasioni Livni ha dovuto sfuggire all’arresto o agli interrogatori da parte di autorità giudiziarie che cercavano di inquisirla per crimini di guerra nel Regno Unito, in Svizzera e in Belgio.

Assegnare il Brückepreis a una politica israeliana accusata di crimini di guerra “contribuirebbe a ripulire l’immagine dei crimini dell’occupazione israeliana a danno dei palestinesi e incentiverebbe ulteriormente i politici israeliani ad accentuare le atrocità contro i palestinesi, sapendo che tali brutalità non danneggerebbero la loro posizione internazionale,” aggiunge Euro-Med Monitor.

Eppure tristemente in Germania la classe dirigente continua a credere che offrire un appoggio incondizionato a Israele indipendentemente da quali crimini commetta ed elogiare i criminali di guerra israeliani sia un modo per espiare l’uccisione da parte del governo tedesco di milioni di ebrei europei. La vera lezione da trarre dai crimini della Germania dovrebbe essere che nessuno possa sfuggire al dover rendere conto dei crimini di guerra, compresa Tzipi Livni.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La Corte Penale Internazionale (CPI) continuerà a investigare i crimini di guerra israeliani nonostante gli accordi di Oslo

9 giugno 2020 – Palestine Chronicle

Il pubblico ministero Fatou Bensouda della Corte Penale Internazionale (CPI) ha annunciato ieri che continuerà le sue indagini sulle politiche di Israele relative ai palestinesi, nonostante l’ininterrotta applicazione degli accordi di Oslo del 1993, 

Questa dichiarazione è la risposta alla richiesta, presentata il 27 maggio, della Camera per il processo preliminare del CPI di chiarire l’attuale situazione degli accordi di Oslo e del loro impatto sull’inchiesta sui crimini di guerra israeliani.

Alcuni hanno messo in dubbio se la Corte internazionale possa investigare tali crimini dato che gli accordi di Oslo prevedono che Israele abbia la giurisdizione in materia penale nella Cisgiordania occupata, dimostrando così che non esiste lo Stato di Palestina e che quindi essa non possa presentare il caso alla CPI, come spiega il Jerusalem Post.

L’ANP ha detto che non sarebbe più legata dagli accordi di Oslo nel caso Israele procedesse il mese prossimo con la pianificata annessione della Cisgiordania occupata.

Bensouda ha espresso un’ulteriore preoccupazione circa l’impatto dell’annessione israeliana e ha affermato che una tale mossa da parte di Israele non avrebbe valore legale.

Se Israele procede con l’annessione, una violazione sostanziale degli accordi fra le due parti, si annullerebbero di conseguenza ciò che resta degli accordi di Oslo e tutti gli altri patti,” ha detto Riyad Al-Maliki, il ministro degli esteri palestinese.

Lo Stato di Palestina continuerà a cooperare con le istituzioni di diritto internazionale, inclusa la CPI, per combattere i crimini e punire chi commette gravi delitti contro i palestinesi per ottenere giustizia,” ha aggiunto Maliki.

Israele ha tempo fino al 24 giugno per rispondere alle osservazioni del pubblico ministero, ma, secondo il Jerusalem Post, potrebbe scegliere di non farlo per non dare legittimità alla CPI.

In dicembre l’ufficio del procuratore della CPI ha terminato un’inchiesta preliminare durata cinque anni sulla “situazione nello Stato di Palestina”, concludendo che ci sono fondati motivi per credere che nella Cisgiordania occupata siano stati o siano ancora commessi crimini di guerra.

Il 30 aprile, Fatou Bensouda, procuratrice capo della CPI, ha ripetuto che la Palestina è uno Stato e perciò la Corte ha giurisdizione legale per pronunciarsi su presunti crimini di guerra là commessi.

La dichiarazione è stata una risposta decisa all’intensa pressione esercitata da Israele e dai suoi sostenitori, specialmente la Germania, per delegittimare del tutto il procedimento nel suo complesso.

Comunque, la palla è ora alla Camera per il processo preliminare della CPI, da cui nelle prossime settimane si attende una risposta sui dubbi circa la giurisdizione.

(traduzione di Mirella Alessio)




La crisi del NYT riguardo a Tom Cotton rievoca i suoi editoriali che giustificavano il massacro dei manifestanti a Gaza

Philip Weiss e James North

5 giugno 2020 – Mondoweiss

Nelle ultime 24 ore le reti sociali hanno dimostrato il proprio immenso potere nella generale condanna su Twitter della decisione del New York Times di pubblicare un editoriale del senatore dell’Arkansas Tom Cotton che chiedeva di schierare l’esercito USA per reprimere la rivolta diffusa in tutto il Paese. Migliaia di critiche hanno affermato che il Times ha violato la sua stessa politica di non pubblicare i sostenitori della violenza. Dopo parecchie ore il Times ha difeso la decisione in base alla libertà di parola, e il caporedattore ha persino affermato che gli editoriali sono “accurati approfondimenti in buona fede delle questioni del giorno,” ma poi il giornale ha cambiato idea ed ha affermato che probabilmente non avrebbe dovuto pubblicare l’articolo di Cotton. È stata un’incredibile retromarcia, inimmaginabile nei giorni in cui i lettori dovevano a scrivere lettere ai direttori dei giornali.

La débâcle dell’editoriale di Cotton, benché sia ovviamente una diretta conseguenza dell’uccisione da parte della polizia di George Floyd, sta anche riproponendo questioni riguardo a come il giornale informa su Israele. Ecco alcuni esempi. L’editorialista Bari Weiss ha difeso l’articolo di Cotton affermando su Twitter che un progressista della vecchia guardia del giornale era stato travolto da giovani “impegnati” dello staff spinti dalle emozioni (“il diritto delle persone a sentirsi sicuri dal punto di vista emozionale e psicologico prevale su quelli che in precedenza erano considerati fondamentali valori progressisti, come la libertà di parola”).

Weiss è stata derisa per questa affermazione in parte perché ha iniziato la sua carriera pubblica cercando di far tacere un dibattito sulla questione israeliana alla Columbia University, partecipando ad una campagna agghiacciante che chiedeva all’amministrazione di licenziare docenti filo-palestinesi. Come ha scritto Steven Salaita [accademico USA di origine araba, ndtr.]:

“A quelli di voi che sostengono Bari Weiss: non siate così dannatamente vaghi su questo argomento. Lei non stava cercando di far licenziare “i professori con cui non era d’accordo”. Stava tentando di far licenziare docenti ARABI E MUSULMANI perché è una fanatica filo-israeliana. Il nome del problema è: repressione sionista.”

Rula Jebreal [nota giornalista e scrittrice palestinese con cittadinanza israeliana e italiana che vive nelgi USA, ndtr.] ha scritto:

“Bari Weiss, che difende sistematicamente il razzismo e l’apartheid di Israele, ha condotto una campagna di odio per far tacere accademici arabi, ha denigrato i suoi colleghi neri, orripilati dall’idea di pubblicare un editoriale fascista durante la rivolta contro la violenza della polizia razzista, in quanto ‘per lo più giovani impegnati.’ Qualche alleato.”

L’editoriale di Cotton è anche un promemoria del fatto che sulle sue pagine di editoriali il New York Times ha pubblicato quattro difese del massacro da parte di Israele di manifestanti nonviolenti presso la barriera di Gaza nel 2018 e non ha mai fatto marcia indietro, benché sul nostro sito Donald Johnson abbia ripetutamente sollevato questa questione.

Riguardo a Gaza Bret Stephens ha scritto che i palestinesi sono responsabili delle uccisioni e delle mutilazioni a causa di una “cultura della…violenza.” Shmuel Rosner ha fatto un discorso trumpianamente fascista: “A volte non c’è nessuna scelta migliore che essere chiari, essere fermi, tracciare una linea che non può essere attraversata da quanti ti vogliono danneggiare.” Matti Friedman ha affermato che “Israele ha avuto le mani legate e che forse avrebbe dovuto fare di più. Una risposta più aggressiva avrebbe impedito ulteriori azioni di questo tipo e salvato vite a lungo termine?” Thomas Friedman ha accusato i dirigenti palestinesi per “le morti tragiche e inutili di circa 60 gazawi (il 20 marzo) incoraggiando il loro corteo.”

Quell’anno Israele ha ucciso più di 200 manifestanti, di cui 59 il giorno in cui Trump ha spostato l’ambasciata USA a Gerusalemme, e ne ha mutilati migliaia in quelli che organizzazioni per i diritti civili hanno definito crimini di guerra.

Ieri almeno un commentatore su Twitter ha chiesto perché Bari Weiss e Bret Stephens lavorino nel giornale, visti i loro provati precedenti di incompetenza. La principale risposta è che da lungo tempo il quotidiano ha un legame stretto con il sionismo e lo zelo a favore di Israele è il valore fondamentale sia di Weiss che di Stephens.

Altri giornalisti del Times non hanno fatto mistero delle proprie passioni filo-sioniste. L’ex responsabile delle pagine editoriali Max Frankel ha rivelato di aver scritto di persona tutti gli editoriali su Israele: “Ero molto più profondamente fedele a Israele di quanto osassi affermare,” ha scritto nelle sue memorie. Thomas Friedman lo scorso anno ha detto che ogniqualvolta ciò sia necessario difenderà Israele: (“Israele mi aveva già convinto di primo acchito… In tempi di crisi so dove sarò. Quando lo Stato ebraico fosse minacciato!). David Brooks ha affermato di avere “un occhio di favore” per Israele e che i palestinesi sono da considerare responsabili del fatto che non ci sia pace. Il giornalista d’inchiesta Ronen Bergman recentemente ha lodato l’organizzazione lobbistica di destra AIPAC [principale organizzazione della lobby filoisraeliana negli USA, ndtr.] per aver appoggiato Israele. E durante un attacco israeliano contro Gaza l’ex-caporedattrice dell’ufficio di Gerusalemme Jodi Rudoren ha affermato che i palestinesi sembrano “un po’ troppo insistentemente noiosi” riguardo alle morti di membri della loro famiglia rispetto agli israeliani che sono “traumatizzati” dalla violenza.

Tuttavia Bari Weiss e Bret Stephens risaltano persino in mezzo a questa lista di filo-sionisti. Il sostegno ad Israele è sempre stato al centro della loro carriera giornalistica e si stenta a trovare un qualunque altro argomento che li appassioni allo stesso livello.

L’argomento della libertà di parola potrebbe essere più convincente se il Times avesse mai pubblicato editoriali antisionisti. Lo ha fatto molto di rado. Dove sono Rashid Khalidi e Ian Lustick, che ultimamente hanno entrambi pubblicato libri in cui sostengono che il paradigma dei due Stati è finito?

Le caratteristiche filo-sioniste del New York Times non sono una cospirazione. Il giornale è tradizionalmente solito appoggiare Israele e ovviamente assume persone che condividono il suo punto di vista. Sfortunatamente, e tristemente, questa tendenziosità non analizzata ha obbligato il maggior quotidiano americano a sostenere la violenta risposta alle richieste dei diritti umani da parte dei palestinesi.

In questi giorni l’unica cosa corretta da fare è chiedere se il giornale abbia una tendenziosità simile contro gli afroamericani.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La Corte Penale Internazionale non rappresenta una “minaccia strategica” per Israele

Ramona Wadi

19 maggio 2020. MiddleEastMonitor

Da quando la Corte Penale Internazionale (CPI) ha stabilito che la Palestina è uno Stato in cui svolgere indagini sui crimini di guerra commessi da Israele contro civili palestinesi, una nuova serie di minacce è stata mossa contro l’istituzione. Il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha messo in guardia dalle conseguenze di ciò che il suo governo ritiene costituisca uno Stato palestinese. “Gli Stati Uniti ribadiscono la loro continua obiezione a qualsiasi illegittima indagine della CPI. Se la Corte continuerà per la strada presa ne trarremo le dovute conseguenze” ha detto Pompeo.

L’opposizione degli Stati Uniti a uno Stato palestinese è stata ulteriormente ribadita dal cosiddetto “accordo del secolo”, che finge di sostenere uno Stato palestinese dando invece priorità all’agenda coloniale di Israele – in cui non cè spazio per la formazione di uno Stato palestinese. L’opposizione degli Stati Uniti alle indagini della CPI, dunque, è continua e convinta.

Intanto il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha bollato le possibili inchieste sui crimini di guerra come “minaccia strategica”. Intervenendo durante la prima riunione del governo e sostenendo di usare raramente l’aggettivo “strategico” che invece è la normale definizione quando si tratti dell’Iran o del movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), Netanyahu ha dichiarato: “Questa è una minaccia strategica per lo Stato di Israele – ai soldati dell’esercito, ai comandanti, ai ministri, ai governi, a tutto.”

Israele ha a lungo approfittato delle eccezioni per mantenere la sua colonizzazione della Palestina e rafforzare ulteriormente la sua occupazione militare. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha beneficiato Israele di unimpunità senza precedenti e dell’accettazione delle violazioni del diritto internazionale, al punto che, rafforzato anche dal tacito silenzio della comunità internazionale, Israele sta politicizzando le indagini della CPI allo scopo di mantenere lo stato di eccezione.

Le imminenti indagini sui crimini di guerra di Israele contro il popolo palestinese non sono una minaccia strategica, ma una risposta tardiva che potrebbe offuscare temporaneamente l’immagine di Israele. La collusione fra Israele e la comunità internazionale è un grave ostacolo: non bisogna dimenticare che a livello internazionale Israele gode di un tacito sostegno che gli permette di costituire lui stesso una minaccia strategica per i palestinesi.

La retorica di Netanyahu è un diversivo. Israele non è perseguitato dalla CPI; è possibile che i suoi funzionari siano perseguiti per crimini di guerra, che è la procedura standard. La violenza di Israele ne sostiene la politica coloniale – l’una non può esistere senza l’altra. I palestinesi hanno subìto questa minaccia strategica per decenni. Il tentativo di invertire i ruoli nonostante le prove dei crimini di guerra è una manovra politica che dovrebbe ritorcersi contro Israele se solo la comunità internazionale rimuovesse la sua faziosità pro-Israele e prendesse posizione a favore della decolonizzazione.

Mentre Netanyahu tenta di stringere alleanze contro la CPI, che cosa farà la comunità internazionale? Se la CPI ha stabilito che Israele ha commesso crimini di guerra, il minimo che la comunità internazionale possa fare è sbarazzarsi della retorica dei “presunti crimini di guerra” per sostenere il diritto internazionale e decostruire l’impunità che ha protetto Israele. Se ritenere prioritarie le richieste coloniali di Israele viene prima della legislazione che regola ciò che costituisce i crimini di guerra, la comunità internazionale renderà possibili ulteriori violazioni come nuovi piani di annessione e le prossime indagini saranno eclissate da una nuova ondata di impunità tale per cui ci potrebbero volere decenni prima che siano sottoposte ad attenzione giuridica.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Quello che c’è da sapere sull’indagine della Corte Penale Internazionale sui crimini di guerra israeliani nella Palestina occupata

Ramzy Baroud e Romana Rubeo

12 maggio 20202 – Palestine Chronicle

Fatou Bensouda, procuratrice capo della Corte Penale Internazionale (CPI), ha definitivamente risolto i dubbi sulla giurisdizione della Corte per indagare sui crimini di guerra commessi nella Palestina occupata.

Il 30 aprile Bensouda ha diffuso un documento di 60 pagine che stabilisce diligentemente le basi giuridiche per tale decisione, concludendo che “la Procura ha esaminato attentamente le osservazioni delle parti e rimane dell’opinione che la Corte abbia giurisdizione sul Territorio palestinese occupato”.

La spiegazione legale di Bensouda era di per sé una decisione preventiva, risalente al dicembre 2019, in quanto la procuratrice della CPI ha anticipato una reazione coordinata da Israele contro le indagini sui crimini di guerra commessi nei territori occupati.

Dopo anni di trattative, nel dicembre 2019 la CPI aveva deciso che “ai sensi dell’articolo 53 paragrafo 1 dello statuto [di Roma, che ha istituito la Corte, ndtr.] esiste una base ragionevole per procedere a un’indagine sulla situazione in Palestina.”

L’articolo 53, paragrafo 1, descrive semplicemente le fasi procedurali che in genere conducono, o non conducono, a un’indagine della Corte.

Tale articolo è soddisfatto quando la quantità di prove fornite alla Corte è così convincente da non lasciare alla CPI nessun’altra opzione se non quella di procedere con un’indagine.

Infatti Bensouda aveva già dichiarato alla fine dell’anno scorso di aver “accertato il fatto che “primo, i crimini di guerra siano stati commessi o siano in corso in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est e la Striscia di Gaza; secondo, i casi potenziali derivanti dalla situazione sarebbero ammissibili; terzo, non vi sono motivi sostanziali per ritenere che un’indagine non sia utile agli interessi della giustizia”.

Naturalmente, Israele e il suo principale alleato occidentale, gli Stati Uniti, si sono infuriati. Israele non è mai stato ritenuto responsabile dalla comunità internazionale per crimini di guerra e altre violazioni dei diritti umani in Palestina. La decisione della CPI, specialmente se l’indagine andasse avanti, sarebbe un precedente storico. Ma, cosa avrebbero dovuto fare Israele e gli Stati Uniti, dato che nessuno dei due è uno Stato aderente alla CPI, e non hanno quindi alcuna effettiva influenza sul procedimento interno del tribunale? Bisognava trovare una soluzione.

Per ironia della storia, la Germania, che ha dovuto rispondere a numerosi crimini di guerra commessi dal regime nazista durante la seconda guerra mondiale, è intervenuta per fungere da principale difensore di Israele presso la CPI e per proteggere i criminali di guerra israeliani accusati della responsabilità legale e morale.

Il 14 febbraio la Germania ha presentato un ricorso alla CPI chiedendo che le fosse assegnato il ruolo di “amicus curiae”, che significa “amico della corte”. Ottenendo questo status speciale, la Germania ha potuto presentare obiezioni a sostegno di Israele contro la precedente decisione della CPI.

La Germania, tra gli altri argomenti, ha poi sostenuto che la CPI non aveva alcuna autorità legale per discutere i crimini di guerra israeliani nei territori occupati. Questi sforzi, tuttavia, alla fine non hanno prodotto alcun risultato.

La questione è ora di competenza della camera pre-processuale della CPI.

La camera pre-processuale è composta da giudici che autorizzano l’apertura di indagini. Solitamente, una volta che il procuratore decide di prendere in considerazione un’indagine, deve informare la Camera pre-processuale della sua decisione.

Secondo lo Statuto di Roma, articolo 56, lettera b), “la Camera pre-processuale può, su richiesta del procuratore, adottare le misure necessarie per garantire l’efficacia e la correttezza dei procedimenti e, in particolare, la tutela dei diritti della difesa”.

Il fatto che il caso palestinese sia stato portato fino a questo punto può e deve essere considerato una vittoria per le vittime palestinesi dell’occupazione israeliana. Tuttavia, se l’indagine della CPI procederà secondo il mandato originario richiesto da Bensouda, rimarranno gravi lacune legali e morali che scoraggiano chi chiede giustizia per la Palestina.

Per esempio, i rappresentanti legali delle vittime palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza hanno espresso la propria preoccupazione, a nome delle vittime, in merito “alla portata apparentemente limitata dell’indagine sui crimini subiti dalle vittime palestinesi che si trovano in questa situazione.”

La “portata limitata dell’indagine” ha finora escluso crimini gravi come i crimini contro l’umanità. Secondo l’equipe giuridica che si occupa di Gaza, l’uccisione di centinaia e il ferimento di migliaia di manifestanti disarmati che partecipano alla “Grande marcia del ritorno” è un crimine contro l’umanità che deve essere indagato.

La giurisdizione della CPI, naturalmente, va oltre la decisione di Bensouda di indagare solo i “crimini di guerra”.

L’articolo 5 dello Statuto di Roma, il documento istitutivo della CPI, estende la giurisdizione della Corte per indagare sui seguenti “reati gravi”: (a) crimine di genocidio; (b) crimini contro l’umanità; (c) crimini di guerra; (d) crimine di aggressione.

Non dovrebbe sorprendere che Israele sia indagato su tutti e quattro i punti e che la natura dei crimini israeliani contro i palestinesi tenda spesso a costituire un insieme di due o più di questi punti contemporaneamente.

L’ex relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani dei palestinesi (2008-2014), il prof. Richard Falk, ha scritto nel 2009, subito dopo una micidiale guerra israeliana contro la Striscia di Gaza assediata, che:

Israele ha avviato la campagna di Gaza senza un’adeguata base legale o una giusta causa, ed è stato responsabile della stragrande maggioranza delle devastazioni e della sofferenza dei civili nel suo complesso. Il fatto che Israele si sia basato su un approccio militare per sconfiggere o punire Gaza è stato intrinsecamente ‘criminale’ e come tale ha dimostrato sia violazioni della legge di guerra che la perpetrazione di crimini contro l’umanità”.

Oltre ai crimini di guerra e ai crimini contro l’umanità, Falk estese la sua argomentazione legale a una terza categoria. “C’è un altro elemento che rafforza l’accusa di aggressione. La popolazione di Gaza era stata sottoposta a un blocco punitivo per 18 mesi quando Israele ha lanciato i suoi attacchi”.

Che dire del crimine di apartheid? Rientra, ovunque sia commesso, nelle precedenti definizioni e nelle prerogative giurisdizionali della CPI?

La Convenzione internazionale del novembre 1973 sulla repressione e la punizione del crimine di apartheid lo definisce come “un crimine contro l’umanità, e gli atti disumani derivanti dalle politiche e pratiche di apartheid e politiche e pratiche analoghe in materia di segregazione razziale e discriminazione, come definite nell’articolo 2 della Convenzione, sono reati che violano i principi del diritto internazionale, in particolare gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite, e costituisce una grave minaccia per la pace e la sicurezza internazionale”.

La Convenzione è entrata in vigore nel luglio 1976, quando è stata ratificata da venti Paesi. Per lo più potenze occidentali, tra cui gli Stati Uniti e Israele, vi si opposero. Particolarmente importante riguardo alla definizione di apartheid, come enunciato nella Convenzione, è che il crimine di apartheid è stato svincolato dal contesto specifico sudafricano e reso applicabile a politiche razziali discriminatorie in qualsiasi Stato.

Nel giugno 1977 il Protocollo 1 aggiunto alle Convenzioni di Ginevra dichiarò l’apartheid “una grave violazione del Protocollo e un crimine di guerra”.

Ne consegue che esistono basi giuridiche per sostenere che il crimine di apartheid può essere considerato sia un crimine contro l’umanità che un crimine di guerra.

L’ex relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani dei palestinesi (2000-2006), il prof. John Dugard, lo ha affermato subito dopo l’adesione della Palestina alla CPI nel 2015:

Per sette anni, ho visitato il territorio palestinese due volte all’anno. Ho anche condotto una missione conoscitiva dopo l’operazione “Piombo Fuso” a Gaza nel 2008-09. Quindi ho familiarità con la situazione e con l’apartheid. Ero un avvocato per i diritti umani nel Sudafrica dell’apartheid. E io, come praticamente ogni sudafricano che visiti il territorio occupato, ho una terribile sensazione di déjà vu. Abbiamo già visto tutto questo, a parte il fatto che è infinitamente peggiore. Quello che è successo in Cisgiordania è che la creazione di un’impresa di colonizzazione si è tradotta in una situazione molto simile a quella dell’apartheid, in cui i coloni sono l’equivalente dei bianchi sudafricani. Godono di diritti superiori ai palestinesi, e li opprimono. Quindi si ha un sistema di apartheid nel territorio palestinese occupato. E potrei dire che l’apartheid è anch’esso un crimine di competenza del Tribunale Penale Internazionale”.

Considerando il numero di risoluzioni ONU che Israele ha violato nel corso degli anni, l’occupazione perpetua della Palestina, l’assedio di Gaza e l’elaborato sistema di apartheid imposto ai palestinesi attraverso un grande insieme di leggi razziste, (culminato nella cosiddetta legge dello Stato-Nazione del luglio 2018) dichiarare Israele colpevole di crimini di guerra, tra cui “crimini gravi”, dovrebbe essere una questione scontata.

Ma la CPI non è esclusivamente una piattaforma legale. È anche un’istituzione politica che è soggetta agli interessi e ai capricci dei suoi membri. L’intervento della Germania, a nome di Israele, per dissuadere la CPI dall’indagare i crimini di guerra di Tel Aviv è un esempio emblematico.

Il tempo dirà fino a che punto la CPI è disposta a spingersi nel suo tentativo storico e senza precedenti, volto finalmente a indagare sui numerosi crimini che sono stati commessi in Palestina senza ostacoli, senza conseguenze e senza senza doverne rispondere.

Per il popolo palestinese, la giustizia a lungo negata non arriverà mai troppo presto.

Ramzy Baroud è giornalista ed editore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo è “Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e sfida nelle carceri israeliane” (Clarity Press, Atlanta). Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA), Istanbul Zaim University (IZU).

Romana Rubeo è una giornalista italiana e caporedattrice di The Palestine Chronicle. I suoi articoli sono apparsi su molti giornali online e riviste accademiche. Ha conseguito un Master in Lingue e letterature straniere ed è specializzata nella traduzione audiovisiva e giornalistica.

Trad: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org




L’UE recede da una presa di posizione nei confronti di Israele sull’annessione della Cisgiordania

Ali Abunimah

23 aprile 2020 – Electronic Intifada

A quanto pare l’Unione europea ha receduto dalla sua minaccia di imporre delle misure nei confronti di Israele nel caso metta in atto ulteriori annessioni di territori della Cisgiordania occupata.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu e il leader del partito Blu e Bianco Benny Gantz, dopo un anno di stallo politico e tre elezioni generali, hanno raggiunto un accordo per formare una coalizione.

L’accordo di coalizione prevede l’impegno che da luglio il governo e il parlamento israeliani procedano alla votazione per l’annessione vaste aree della Cisgiordania.

Secondo il Times of Israel, tali misure probabilmente verrebbero approvate.

Giovedì, il responsabile della politica estera europea Josep Borrell ha ribadito la posizione del blocco delle 27 Nazioni secondo cui “qualsiasi annessione costituirebbe una grave violazione del diritto internazionale”.

“L’Unione Europea continuerà a monitorare attentamente la situazione e le sue più ampie implicazioni e agirà di conseguenza”, ha aggiunto Borrell.

Naturalmente “agire di conseguenza” potrebbe significare non fare nulla.

Un linguaggio annacquato

Considerando quanto i diplomatici dell’UE siano in sintonia con le sottigliezze linguistiche – e data la loro propensione a fare più o meno un copia-incolla di precedenti dichiarazioni – è degno di nota come Borrell non abbia ribadito una frase molto più incisiva di una dichiarazione fatta solo pochi mesi fa.

All’inizio di febbraio, Borrell ha reagito al piano del presidente Donald Trump, comunemente chiamato Accordo del Secolo, che sostiene l’annessione israeliana di gran parte della Cisgiordania, con un raro, se non inedito, avvertimento che Israele avrebbe dovuto affrontare delle conseguenze.

“Dei passi verso l’annessione, se attuati, non potrebbero passare incontrastati”, ha affermato Borrell nell’occasione.

Come avevo rilevato allora, ci sono poche possibilità che l’UE cambi effettivamente il suo approccio di lunga data di sostegno incondizionato a Israele, nonostante commetta violazioni su violazioni, crimini su crimini.

Avevo anche evidenziato come Israele avesse già annesso Gerusalemme est occupata nel 1967 e le alture del Golan in Siria nel 1981 – gravi violazioni del diritto internazionale che hanno avuto come unico riscontro decenni di elargizioni profuse dalla UE ad Israele.

Ciò è in netto contrasto con il modo in cui l’UE ha imposto sanzioni alla Russia per l’annessione della Crimea dall’Ucraina nel 2014. A gennaio l’UE ha aggiunto a tali misure punitive le sanzioni ai funzionari russi che hanno contribuito a organizzare le elezioni in Crimea.

Israele tiene regolarmente elezioni in Cisgiordania in cui possono votare solo i coloni israeliani. L’UE abitualmente elogia queste elezioni segregazioniste organizzate negli insediamenti coloniali costruiti illegalmente sui territorio occupato.

Borrell, recedendo dalla sua già debole dichiarazione di febbraio, ha inviato un altro segnale a Israele secondo cui non avrebbe nulla da temere da Bruxelles.

Nella sua ultima dichiarazione, Borrell promette che l’UE è “intenzionata a cooperare strettamente con il nuovo governo nella lotta contro il coronavirus”.

Aggiunge che “la cooperazione tecnica è in corso e sarà rafforzata su tutti gli aspetti della pandemia”.

Una “cooperazione” rafforzata con ogni probabilità significa maggiori elargizioni dell’UE all’industria bellica israeliana.

Semaforo verde di Washington

L’amministrazione Trump ha nel frattempo dato il via libera all’annessione.

Mercoledì il segretario di Stato Mike Pompeo ha confermato che gli Stati Uniti considerano la questione come una “decisione israeliana”.

Ciò rende particolarmente significativi i possibili passi da parte dell’UE per contrastare questo sostegno incondizionato degli Stati Uniti.

Ma l’UE, il principale partner commerciale di Israele, non ha la volontà e la credibilità per agire.

All’inizio di questa settimana è emerso che i funzionari dell’UE avevano avvertito Gantz di non sottoscrivere un accordo per un governo determinato a procedere all’annessione.

Secondo il Times of Israel, “si diceva che i funzionari avessero lanciato l’avvertimento che una tale mossa da parte di un potenziale governo di unità avrebbe danneggiato le relazioni di Israele con l’UE, suscitando una forte risposta”.

Gantz non gli ha dato retta, indubbiamente fiducioso che l’UE continuerà la sua politica di di sporadiche sfuriate riguardo alle azioni di Israele continuando a inondarla di regalini.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




‘Una grandissima e tempestiva vittoria per il BDS: Microsoft disinveste da AnyVision, l’azienda israeliana di riconoscimento facciale

Michael Arria 

30 marzo 2020  Mondoweiss

Microsoft ha annunciato che sta disinvestendo la propria quota in AnyVision, la società israeliana di riconoscimento facciale. La decisione fa seguito a un controllo imposto da una campagna del BDS [Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, ndtr.] che l‘aveva presa di mira. Gli attivisti dicono che la tecnologia di riconoscimento facciale di AnyVisionè usata per sorvegliare i palestinesi in Cisgiordania.

Dopo che il giugno scorso Microsoft aveva investito nell’azienda, NBC News [canale televisivo USA di notizie, ndtr.] aveva riferito che AnyVision “gestiva un progetto segreto di sorveglianza militare” in Palestina. “Il riconoscimento facciale è probabilmente il mezzo migliore per un completo controllo governativo degli spazi pubblici e quindi dobbiamo trattarlo con estrema cautela” aveva detto all’epoca Shankar Narayan di ACLU [American Civil Liberties Union, Ong per la difesa dei diritti civili e delle libertà individuali negli Stati Uniti, ndtr.]. Quando NBC ha contattato Eylon Etshtein, l’AD di AnyVision, per il servizio, ha negato di essere a conoscenza del progetto, sottolineando che la Cisgiordania non è occupata e insinuando che il reportage fosse finanziato da un gruppo di attivisti palestinesi.

Durante l’estate del 2019, Jewish Voice for Peace [Voce Ebraica per la Pace, associazione ebraica USA contraria antisionista, ndtr.] ha lanciato la campagna #DropAnyVision, chiedendo a Microsoft di abbandonare l’azienda. Quest’anno si sono uniti i gruppi MPower Change [organizzazione in rete di musulmani statunitensi, ndtr.] e SumofUs [Ong USA che promuove campagne di sensibilizzazione e responsabilizzazione su vari temi, ndtr.] per lanciare una petizione. Oltre 75.000 persone l’hanno firmata ed è stata consegnata nella sede dell’azienda da militanti e dipendenti della Microsoft.

A novembre 2019, Microsoft aveva assunto Eric Holder, l’ex Procuratore Generale degli Stati Uniti (e il suo team dello studio legale internazionale Covington & Burling) per condurre un’indagine indipendente sulla AnyVision per determinare se le pratiche della ditta fossero in linea con i principi etici di Microsoft. Si era concluso che la tecnologia era usata nei posti di blocco dei varchi di frontiera, ma che la compagnia “al momento non gestiva quel programma di sorveglianza di massa in Cisgiordania di cui si parlava nei reportage dei media.”

Ciononostante, Microsoft ha deciso di separarsi da AnyVision. “Dopo un’attenta analisi, Microsoft e AnyVision hanno deciso che è nell’interesse di entrambe che Microsoft disinvesta la propria quota in AnyVision”, ha affermato in un comunicato. “L’audit ha confermato la difficoltà per Microsoft di essere un investitore di minoranza in una ditta che vende tecnologia sensibile, dato che tali investimenti generalmente non permettono il livello di supervisione o controllo che Microsoft esercita sull’uso delle proprie tecnologie.”

La decisione di Microsoft di lasciare AnyVision è un bruttissimo colpo per questa startup israeliana profondamente implicata [nella repressione israeliana] e un successo per la grandiosa campagna del BDS guidata da Jewish Voice for Peace” ha detto in un comunicato Omar Barghouti, il co-fondatore di BDS. “Grazie alla complicità di molte corporazioni come AnyVision e nonostante la minaccia del coronavirus, i crimini di guerra di Israele contro i palestinesi continuano e quindi non possono che continuare anche la nostra resistenza e la nostra lotta per libertà, giustizia e uguaglianza.”

La decisione di Microsoft di accogliere la richiesta della campagna e abbandonare AnyVision, l’azienda israeliana di sorveglianza, è una grandissima e tempestiva vittoria per il BDS” ha twittato l’account ufficiale del Comitato Nazionale del BDS palestinese (BNC).

La decisione di Microsoft di disinvestire da AnyVision è una vittoria importante dei militanti per la giustizia tecnologica e per la comunità internazionale solidale con i palestinesi.”, ha detto Lau Barrios, manager della campagna MPower Change. Questa decisione di Microsoft, leader globale del settore del software, rafforza la nostra convinzione che non ci si possa fidare di governo, polizia e forze armate e del loro uso della sorveglianza tecnologica come quella del riconoscimento facciale che è sempre di più utilizzata negli USA e in tutto il mondo per monitorare, sorvegliare e criminalizzare ulteriormente neri, immigrati, palestinesi e comunità musulmane.”

Michael Arria

Michael Arria è il corrispondente di Mondoweiss dagli Stati Uniti.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Razzisti israeliani uniti contro il razzismo

Ali Abunimah

13 febbraio 2020 – The Electronic Intifada

Una nuova associazione chiamata “Israelis Against Racism” [Israeliani contro il Razzismo] afferma di voler debellare le discriminazioni, ma il fondatore del gruppo è sottoposto a sanzioni USA per traffico di armi e alcuni membri hanno precedenti di fanatismo contro non-ebrei e persone di colore.

In gennaio l’organizzazione ha tenuto un seminario a Netanya, città israeliana sulla costa. In quell’occasione la vice-sindaca [di Netanya] Shiri Hagoel-Saidon ha dichiarato che “il razzismo è diventato la piaga del XXI secolo, profondamente radicato in noi come società, e colpisce ogni strato della popolazione.” Non avrebbe potuto avere più ragione: uno dei luoghi in cui il razzismo e la violenza razzista sono più profondamente inseriti è la stessa “Israelis Against Racism”.

L’associazione ha potenti sostenitori, alcuni coinvolti in gravissimi crimini di guerra ed altri con scioccanti precedenti di fanatismo.

Eppure ciò non impedisce a “Israelis Against Racism” di tenere un pranzo di gala all’inizio di questo mese con il presidente israeliano Reuven Rivlin nella sua residenza ufficiale.

Condannato per traffico di armi

Il fondatore dell’organizzazione, Israel Ziv, è un generale sottoposto a sanzioni dagli USA perché secondo il dipartimento del Tesoro di Washington ha venduto armi a entrambi i contendenti nella sanguinosa guerra civile del Sud Sudan.

Secondo le autorità statunitensi Ziv ha utilizzato un’azienda agricola “come copertura per la vendita di circa 150 milioni di dollari di armi al governo, compresi fucili, lanciagranate e razzi con lanciamento a spalla.”

Avrebbe anche “progettato di organizzare attacchi di mercenari contro campi petroliferi e infrastrutture del Sud Sudan, nel tentativo di creare problemi che solo la sua impresa e quelle ad essa legate avrebbero potuto risolvere.” In conseguenza del fatto di essere stato inserito dalle autorità statunitensi nella lista nera come trafficante d’armi, Ziv ha subito il congelamento dei suoi conti bancari in Israele.

Ha presentato ricorso a un tribunale distrettuale e poi alla Corte Suprema, ma inutilmente,” ha informato il giornale di Tel Aviv Haaretz lo scorso mese. “Ora sta facendo appello contro l’inserimento nella lista nera da parte delle autorità USA.”

Ziv ha sempre negato strenuamente di essere un trafficante d’armi. Fa anche di tutto per intimidire quanti raccontano delle sue attività.

Nel 2017 Ziv ha denunciato il giornalista David Sheen per averlo citato in un articolo pubblicato da The Electronic Intifada in cui venivano elencati i principali razzisti israeliani.

Ziv e Sheen sono arrivati ad un accordo dopo che Ziv non è riuscito a dimostrare alcuna inesattezza concreta nell’articolo.

Nota agenzia di pubbliche relazioni

La reputazione di Ziv ha subito un colpo particolarmente duro quando i media israeliani hanno rivelato come stesse cercando di escogitare un piano per migliorare l’immagine di Salva Kiir, presidente del Sud Sudan, dopo che l’ONU aveva scoperto che il governo di Kiir promuoveva lo stupro sistematico di donne e minori da parte dei suoi soldati.

Può essere che Ziv ora speri di migliorare la sua stessa immagine per niente impeccabile guidando un’organizzazione con il nobile obiettivo di porre fine al razzismo?

Potrebbe essere la copertura perfetta, soprattutto in quanto inizialmente si è concentrato sugli etiopi di Israele, una comunità africana che soffre una parte del peggiore razzismo del Paese.

Questa impressione è certamente rafforzata dal fatto che “Israelis Against Racism” è stata costituita con l’aiuto di Parsi-Zadok Kucik Triwaks, un’agenzia di pubbliche relazioni che ha tra i suoi clienti il ministero della Difesa israeliano.

Questa agenzia si pubblicizza come il “partner esclusivo” della nota azienda di Washington “Hill and Knowlton”, che ora si chiama “Hill+Knowlton Strategies”.

Hill e Knowlton una volta era definita parte della “lobby della tortura”, per la quantità di denaro che aveva guadagnato rappresentando violatori dei diritti umani in tutto il mondo.

L’agenzia è forse meglio – o peggio – ricordata per aver orchestrato false testimonianze al Congresso sui soldati iracheni che toglievano bambini kuwaitiani dalle incubatrici per conquistare l’appoggio dell’opinione pubblica al coinvolgimento USA nella guerra del Golfo del 1991.

Ma, se Ziv spera che un’organizzazione “antirazzista” ripulirà la sua immagine, ha scelto come sostenitori alcuni bizzarri personaggi.

Sostenuta da criminali di guerra

Secondo un documento di “Israelis Against Racism” visionato da The Electronic Intifada, l’associazione ha ottenuto il sostegno di alcuni membri di alto profilo dell’esercito israeliano implicati in crimini di guerra.

Il documento elenca “membri del forum in attività” di “Israeli Against Racism”, tra cui il generale Amir Eshel, ex- capo dell’aviazione israeliana.

Eshel è stato recentemente denunciato in Olanda, insieme all’ex-capo dell’esercito Benny Gantz, per aver ordinato un bombardamento a Gaza che uccise sei membri della famiglia del cittadino palestinese-olandese Ismail Ziada.

I membri della famiglia Ziada furono tra i più di 2.200 palestinesi uccisi – in grande maggioranza civili – durante l’attacco del 2014 contro Gaza guidato da Gantz ed Eshel.

I due generali sono sfuggiti alle loro responsabilità in quanto lo scorso mese i giudici olandesi hanno concesso l’immunità ai crimini di guerra israeliani commessi in veste “ufficiale”.

Un altro membro del forum è Doron Almog, che nel 2005 sfuggì all’arresto da parte della polizia britannica in seguito ad imputazioni per crimini di guerra rifiutandosi di sbarcare da un volo El Al [compagnia aerea israeliana, ndtr.] che era appena atterrato all’aeroporto di Heathrow da Tel Aviv.

Ad essi si è unito Amos Gilad, una presenza fissa dell’establishment militare israeliano che ha promosso alcune delle politiche più repressive contro i palestinesi che protestavano contro l’occupazione militare israeliana.

C’è anche il colonnello Lior Lotan, che ha proposto di rapire palestinesi da usare come merce di scambio nelle trattative per il rilascio di soldati israeliani. La presa di ostaggi, come proposta da Lotan, è un crimine di guerra. Tra i sostenitori citati nel sito web di “Israelis Against Racism” ci sono sindaci di molte città israeliane e presidenti di importanti imprese, comprese l’Israeli Discount Bank e l’Israeli Electric Corporation. Ad essi si è unito Eliezer Shkedi, che ha comandato l’aeronautica israeliana dal 2004 al 2008, un periodo che include l’attacco israeliano contro il Libano del 2006 durante il quale le forze israeliane hanno lanciato un milione di bombe a grappolo.

Gli attacchi indiscriminati di Israele contro il Libano uccisero 900 civili.

Possono i razzisti lottare contro il razzismo?

Forse tutto ciò non sarebbe così vergognoso se “Israelis Against Racism” stesse realmente per mettere in pratica politiche concrete per lottare contro le discriminazioni.

Ma la sua principale iniziativa è invitare le persone a firmare un impegno personale a non essere razziste, come se ciò servisse a cambiare pratiche istituzionali profondamente radicate che perpetuano gravissime diseguaglianze. L’ “Associazione degli ebrei etiopi” ha accolto l’iniziativa in modo tutt’altro che entusiastico, evidenziando che la lotta contro le discriminazioni deve “iniziare dal razzismo istituzionalizzato che si trova nei corridoi del governo, tra i parlamentari e nelle politiche.

Dato che la maggior parte di loro fa parte delle stesse istituzioni che guidano le politiche razziste nei confronti della comunità etiope,” ha aggiunto l’associazione, “è naturale che l’elenco di persone che partecipano a questa iniziativa sollevi dei sospetti.”

Questo punto è sottolineato dai trascorsi dei “membri del forum” di “Israelis Against Racism”, compreso l’ex leader dell’opposizione Isaac Herzog e l’ex-capo della polizia Roni Alsheikh.

Herzog, che ora guida l’Agenzia Ebraica di Israele, ha definito i matrimoni misti tra ebrei e non-ebrei una “piaga” che ha promesso di eliminare.

Alsheikh, nel contempo, ha affermato che è “naturale” per la polizia essere più sospettosa nei confronti degli etiopi. Un altro membro del forum è il giornalista etiope-israeliano Danny Adino Abebe. Una volta ha sostenuto senza alcuna prova che circa 1.000 donne ebree etiopi-israeliane erano state rapite e trattenute contro la loro volontà da richiedenti asilo africani non ebrei. Questa affermazione senza fondamento avrebbe indubbiamente alimentato le fiamme del già crescente razzismo contro gli africani maschi.

La cerimonia di lancio di “Israelis Against Racism” presso la casa del presidente ha coinvolto numerose figure di alto profilo che sono salite sul podio ed hanno firmato pubblicamente l’impegno. Tra questi l’ex vice-ministro dell’Educazione Avi Wortzman, membro del partito ultra anti-palestinese “Casa Ebraica”. Nel 2013 Wortzman e i suoi colleghi di partito appoggiarono il noto razzista Shmuel Eliyahu nel tentativo coronato da successo di essere nominato uno dei due rabbini-capi di Israele.

Non importava che Eliyahu avesse sollecitato Israele a massacrare oltre un milione di palestinesi come metodo per schiacciare la resistenza al suo dominio militare.

Ha anche giustificato lo stupro da parte dei soldati e ha chiesto che gli ebrei non vendano o affittino case agli arabi.

È evidente, anche se per niente sorprendente, che “Israelis Against Racism” ignori totalmente i palestinesi.

I palestinesi sono di gran lunga le vittime più duramente colpite dal razzismo di Stato israeliano, sia come cittadini di seconda classe, sia come sottoposti a una brutale occupazione in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, sia come rifugiati a cui è negato il diritto al ritorno solo perché non sono ebrei.

Ma questo è il tipo di razzismo che tende ad unire Israele.

Forse un nome più adatto per la nuova organizzazione di Israel Ziv, che evidenzierebbe la sua assurdità e il suo cinismo, dovrebbe essere “Israeli Racist Against Racism” [Razzisti Israeliani contro il Razzismo].

Ali Abunimah è direttore esecutivo di The Electronic Intifada.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’accordo ‘di pace’ di Trump calpesta palesemente i diritti e le libertà dei palestinesi

Yara Hawari

30 gennaio 2020 The Guardian

Questo piano è semplicemente una continuazione della politica USA-Israele. I palestinesi lo hanno già sentito e non lo accetteranno

Martedì alla Casa Bianca Donald Trump ha rivelato il suo “accordo del secolo”: un piano per la totale capitolazione palestinese. Esso invita i palestinesi a riconoscere Israele come Stato ebraico con l’intera Gerusalemme come capitale, a rinunciare al diritto al ritorno che consentirebbe ai rifugiati palestinesi di vivere in Israele, ad accettare l’annessione della Valle del Giordano e le relative colonie illegali israeliane e a vivere in una serie di bantustan collegati da strade e tunnel che sarebbero tutti sostanzialmente controllati da Israele.

Nulla di tutto ciò dovrebbe sorprendere. Non solo il piano è una continuazione della politica dell’amministrazione Trump verso Israele e Palestina fin dal giorno in cui egli è entrato in carica, ma giunge dopo decenni di disprezzo per le aspirazioni palestinesi di libertà e sovranità.

Quando nel 1993 furono firmati gli Accordi di Oslo, vennero acclamati come la base per una pace negoziata tra Israele e Palestina – una posizione che la maggior parte degli attori e delle istituzioni internazionali hanno continuato a mantenere nei decenni successivi. All’epoca tuttavia lo studioso palestinese Edward Said definì il tanto celebrato accordo “una Versailles palestinese”, uno spettacolo umiliante che minava la lotta di liberazione e ogni speranza di una futura sovranità palestinese. Purtroppo aveva ragione. La divisione della Cisgiordania in aree A, B e C in base agli accordi ha consentito a Israele di dominare le ultime due mentre la prima è diventata una sacca di limitata autonomia palestinese. In altre parole, ha facilitato la completa bantustanizzazione della Cisgiordania e l’isolamento di Gaza.

Nel frattempo gli accordi non sono riusciti ad affrontare correttamente le questioni fondamentali di Gerusalemme, dei rifugiati, delle colonie, dei confini e della sicurezza; esse sono state invece considerate “questioni inerenti allo status finale”, da risolvere come parte di qualche futuro accordo di pace. Inavvedutamente allora l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), guidata da Yasser Arafat, ha permesso che esse diventassero questioni in discussione, piuttosto che centrali per la lotta palestinese e chiaramente definite dalle leggi internazionali. Questo è risultato chiaro ieri alla Casa Bianca quando, accanto a Trump, Benjamin Netanyahu ha detto che parlare dell’occupazione come “illegale” è oltraggioso.

Non c’erano palestinesi alla Casa Bianca; certamente Jared Kushner, genero di Trump e architetto di questo piano, difficilmente si è dato la pena di parlare ai palestinesi. E nel piano di Trump non vi è menzione dei diritti dei palestinesi. Invece vengono loro promessi incentivi economici, per la precisione 50 miliardi di dollari di investimenti nei prossimi 10 anni, in cambio dei loro diritti sanciti a livello internazionale – un’altra fin troppo conosciuta componente dei precedenti piani di “pace”. Come se dare denaro ai palestinesi potesse far loro dimenticare i diritti a Gerusalemme, al ritorno ai propri villaggi e città di origine o alla possibilità di vivere come esseri umani uguali e con pieni diritti.

È chiaro quindi che il piano di Trump non solo è un attacco ai diritti e alla libertà dei palestinesi, ma anche un tentativo di promuovere un nuovo ordine mondiale che compromette del tutto il diritto internazionale. Qualunque cosa possa dire la Casa Bianca, non si è mai aspettata che la leadership palestinese avrebbe accettato questo piano né avrebbe nemmeno preso in considerazione qualche suo articolo e condizione. E ciò significa che può continuare ad investire sulla pluridecennale narrazione totalmente razzista secondo cui il popolo palestinese rifiuta e non intende negoziare. Questo è stato evidente nei commenti di Kushner: se i palestinesi non accettano questo accordo, ha sostenuto, “stanno gettando via un’altra opportunità come hanno fatto con tutte le altre che hanno avuto nella loro esistenza”.

Per quanto il piano di Trump possa essere scoraggiante, esso suggerisce una possibile opportunità. Stabilisce che, mentre hanno luogo i negoziati, l’OLP non partecipi ad alcuna iniziativa contro Israele presso la Corte Penale Internazionale – con riferimento alla recente inchiesta su crimini di guerra avviata dalla capo procuratrice della Corte. Questo rivela che Israele è veramente spaventato da una simile mossa, se qualche soggetto internazionale fosse così coraggioso da tentarla.

Comunque nulla di tutto ciò modifica la realtà sul campo: c’è effettivamente un’unica entità che va dal fiume Giordano al mar Mediterraneo, dove due popoli vivono vite ampiamente ineguali e separate. Israele e gli USA stanno lavorando sodo per consolidare e portare a termine questa situazione – e, con l’aiuto di una comunità internazionale paralizzata e codarda, ci riusciranno. Ma l’altra faccia della realtà è che i palestinesi non andranno da nessuna parte. Continueranno a vivere a milioni a Haifa, Giaffa, Gerusalemme, Ramallah, Hebron e altrove. Dovranno cambiare drasticamente la loro situazione attuale, mobilitandosi e chiedendo di più alla loro dirigenza e immaginando un futuro radicalmente diverso anche quando questo sembra impossibile.

Yara Hawari è un’autorevole collaboratrice su questioni politiche di Al Shabaka, la rete di politica palestinese.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Nel 2019 Israele ha sparato 347 volte sui pescatori di Gaza

Maureen Clare Murphy

10 gennaio 2020 – The Electronic Intifada

Israele e i suoi leader non provano vergogna di vantarsi per aver commesso crimini di guerra, benché siano sottoposti al controllo del Tribunale penale internazionale.

Più volte l’anno scorso il COGAT, braccio burocratico dell’occupazione militare israeliana [il COGAT è un’unità del ministero della difesa israeliano che si occupa di coordinare le questioni civili tra il governo di Israele, le forze di difesa israeliane, le organizzazioni internazionali, i diplomatici e l’autorità palestinese, ndtr.], ha annunciato che stava adottando punizioni collettive contro i pescatori palestinesi, ponendo limitazioni all’accesso alle acque costiere di Gaza.

In quattro casi ha proibito del tutto la navigazione ai pescatori di Gaza.

Punizione collettiva

L’anno scorso per venti volte Israele ha annunciato modifiche riguardo l’accesso alle acque costiere di Gaza. Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano, ha trattato l’industria della pesca di Gaza come “una leva per esercitare pressioni” sui due milioni di palestinesi che vivono nel territorio sottoposto al blocco economico israeliano dal 2007.

La punizione di una popolazione civile per atti di cui non ha alcuna responsabilità è vietata ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra, che Israele ha ratificato.

Nel corso del 2019 Israele ha imposto restrizioni ai pescatori come punizione collettiva dopo il lancio dal territorio di palloncini incendiari e razzi.

Ma Al Mezan, un’organizzazione per i diritti umani di Gaza [ONG con sede nel campo profughi di Jabalia nell’estremo nord della Striscia di Gaza che difende i diritti socio-culturali ed economici dei palestinesi, ndtr.] afferma che il vero obiettivo delle restrizioni e della violenza di Israele contro i pescatori è la distruzione del settore della pesca.

Tradizionale pietra miliare dell’economia di Gaza, l’industria della pesca si è ridotta negli ultimi anni. Nel 2000 a Gaza erano impiegati nell’industria circa 10.000 palestinesi. Oggi ci sono solo circa 2.000 pescatori che pescano regolarmente.

Nel 2019 Al Mezan ha registrato 351 violazioni contro i pescatori di Gaza.

L’anno scorso si sono verificati 347 casi in cui Israele ha aperto il fuoco contro i pescatori di Gaza, causando 16 feriti.

Nel febbraio dello scorso anno un pescatore, Khaled Saidi, è stato colpito mentre era in mare da numerosi proiettili di metallo rivestiti di gomma e i militari israeliani lo hanno arrestato.

L’ occhio destro di Saidi è stato rimosso in un ospedale israeliano e lui è stato presto rimandato a Gaza. Ma non gli è stato permesso di rientrare in Israele per le cure all’occhio sinistro, anch’esso ferito, nonostante avesse un appuntamento in un ospedale israeliano.

Alla fine si è recato al Cairo per le cure. I medici non sono stati in grado di rimediare alla lesione al suo occhio rimanente.

“Ora la mia condizione economica è inferiore allo zero, non lavoro affatto”, dice il giovane padre in un breve video sulle violazioni di Israele contro i pescatori palestinesi prodotto da Al Mezan.

I pescatori feriti sono [resi] inabili al lavoro, a volte in modo permanente, privando le loro famiglie di un reddito.

Le forze israeliane inoltre inseguono e trattengono i pescatori e le loro navi. L’anno scorso sono stati fermati trentacinque pescatori, tra cui tre minori. Nove degli arrestati si trovano ancora nelle prigioni israeliane.

Al-Mezan sostiene che le forze di occupazione ordinano ai pescatori fermati di togliersi i vestiti e di dirigersi a nuoto nelle acque marine verso le cannoniere israeliane, anche nel gelo invernale. I pescatori fermati dagli israeliani sono sottoposti a umilianti interrogatori e a varie forme di tortura fisica.

In base alla documentazione di Al Mezan, nel 2019 le forze israeliane hanno sequestrato quindici imbarcazioni e ci sono stati 11 casi di danneggiamento alle proprietà dei pescatori.

Violazioni

Secondo l’organizzazione per i diritti le violazioni contro il settore della pesca di Gaza impoveriscono ulteriormente coloro che dipendono da esso e aumentano l’insicurezza alimentare della popolazione in generale.

Al Mezan afferma che gli abusi israeliani nei confronti dei pescatori di Gaza violano anche la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare [UNCLOS, entrata in vigore nel novembre del 1994 e ratificata da 156 Stati più la UE, fissa un regime globale di leggi ed ordinamenti degli oceani e dei mari, e stabilisce norme che disciplinano tutti gli usi delle loro risorse, ndtr.].

L’articolo 3 di tale convenzione stabilisce che “Ogni Stato ha il diritto di stabilire l’estensione del suo territorio marino fino a un limite non superiore a 12 miglia nautiche [22,224 km. ndtr.]”.

Israele attualmente limita [l’accesso] alle acque ai pescatori fino a 6 miglia nautiche al largo della costa settentrionale di Gaza e tra le 9 e le 15 miglia al largo delle sue coste centrali e meridionali. Ai pescatori è proibito l’accesso alle acque di Gaza in un’area di 1,5 miglia situata parallelamente al suo confine settentrionale e in un’area di 1 miglio parallela al suo confine meridionale.

L’articolo 56 della convenzione afferma che uno Stato costiero ha “diritti sovrani allo scopo di esplorare e sfruttare, conservare e gestire le risorse naturali” delle sue acque.

Al Mezan afferma che le parti [contraenti] internazionali hanno la responsabilità legale e morale delle violazioni del diritto internazionale da parte di Israele.

(Traduzione di Aldo Lotta)