Le Real Housewives della Hasbara: quando la guerra di Gaza fa bene agli affari

Rachel Fink

6 aprile 2025 – Haaretz

Una schiera di donne influencer si è trasformata in megafoni della propaganda filo-israeliana dopo il 7 ottobre. Le “hasbariste” mescolano con disinvoltura contenuti lifestyle e attivismo sionista privo di sfumature. Ma questa strategia è davvero utile alla causa? E la hasbara ha mai giovato a Israele?

Lizzy Savetsky sta vivendo un anno fantastico.

Ha partecipato alle celebrazioni per l’insediamento del presidente Donald Trump, si è assicurata un posto nella lista tutta influencer per il Congresso Sionista Mondiale, ha lanciato una linea di costumi da bagno per bambini – indossati dai suoi tre figli – e ha persino trovato il tempo per una vacanza a Miami, documentando ogni momento per i suoi 412.000 follower su Instagram.

E tutto questo mentre respingeva i jihadisti mascherati che si infiltravano alla Columbia University, sosteneva la battaglia esistenziale di Israele su sette fronti e affrontava i peggiori nemici del popolo ebraico: il senatore democratico Chuck Schumer e i rabbini contrari alla pulizia etnica di Gaza. Hashtag benedetta.

Questa ex cheerleader nata a Dallas e diventata fashion designer e mamma-influencer a Manhattan si è avvicinata all’ebraismo ortodosso dopo aver incontrato il chirurgo plastico Ira Savetsky. Nel 2022 Lizzy era stata scelta per la quattordicesima stagione di The Real Housewives of New York City – il reality show che segue le vite glamour e piene di drammi di donne ricche – ma poco dopo l’annuncio e prima dell’inizio delle riprese aveva dichiarato di aver deciso di lasciare il programma. Aveva anche detto che la scelta era dovuta a un’ondata di insulti antisemiti ricevuti dopo la notizia della sua partecipazione.

Ma altre fonti, tra cui Page Six [sito americano di notizie su celebrità e mondo dello spettacolo, ndt.], hanno invece riportato che la tensione era nata quando un’altra concorrente aveva chiesto a Savetsky – nota per la sua abilità nel combinare incontri – di presentarle un uomo ebreo. Lizzy avrebbe rifiutato, spiegando di combinare solo coppie ebree per preservare la continuità ebraica. La discussione si era scaldata, portando il marito a usare un insulto razzista in una telefonata con i produttori. Nonostante le scuse, la situazione aveva decretato l’addio di Lizzy al programma.

Tornata a postare video della sua famiglia che celebravano l’ebraismo e Israele, dopo l’attacco del 7 ottobre Lizzy si è lanciata in quella che può essere definita solo come vera e propria hasbara– un termine ebraico che può essere inteso come diplomazia pubblica o propaganda, a seconda dei punti di vista.

Come la stessa hasbara, Savetsky è una figura polarizzante. I fan la hanno osannata come una “leonessa ebraica” e una “moderna Regina Ester”, come ha scritto entusiasta un sito web. Ma ha anche una schiera di detrattori che la accusano di aver distorto i fatti, aver difeso azioni militari israeliane considerate da alcuni crimini di guerra e persino aver strumentalizzato i figli per suscitare reazioni emotive.

Poi ci sono i suoi veri sostenitori: quelli che generalmente la appoggiano ma che non esitano a criticarla quando le sue posizioni si fanno troppo estreme, come quando a febbraio ha condiviso un video del rabbino estremista Meir Kahane, elogiandolo per aver detto che la forza è «l’unica lingua che gli arabi capiscono».

Savetsky non è sola. Dal 7 ottobre, è esploso il numero di influencer donne (e in misura minore uomini) che hanno trasformato i loro account in macchine da propaganda filo-israeliana. Raffinate e benestanti, queste donne hanno mescolato con naturalezza contenuti lifestyle [moda, benessere, viaggi, alimentazione, ndt.] e attivismo sionista.

Il loro messaggio è sorprendentemente uniforme e si articola in tre categorie: sostegno incondizionato a Israele nella guerra contro Hamas, appelli urgenti per il ritorno degli ostaggi e un’ossessione per l’antisemitismo globale, dipinto come una minaccia pervasiva ed esistenziale. I loro post spesso riducono questioni complessissime a netti scontri tra bene e male: un approccio che ha funzionato sui social, ma che nel mondo reale non ha lasciato spazio alle sfumature. Eppure, la loro portata [il numero di utenti singoli raggiunti da un contenuto pubblicato via social, ndt.] è innegabile.

Ma in un dibattito globale sempre più polarizzato questa strategia giova davvero agli interessi di Israele nel lungo termine? O ridurre il conflitto a uno scontro morale assoluto non ha semplificato il compito dei critici e rischia di alienare potenziali alleati?

Ecco a voi le Real Housewives della Hasbara.

“Attiviste per caso”

Le frasi che queste “hasbariste” usano per descriversi sono spesso ripetitive: “imprenditrice”, “creatrice di contenuti digitali”, “ebrea orgogliosa”. Ma una spicca su tutte: “attivista per caso”.

Molte dicono di “aver trovato la propria voce” dopo l’attacco di Hamas. Il fatto di avere già un seguito sui social grazie alle loro attività nel campo della moda, del wellness o degli affari aiuta. Ma è innegabile che l’antico adagio “la guerra fa bene agli affari” si applichi anche qui. O meglio, la guerra fa bene agli affari degli influencer. Queste donne hanno visto i loro follower schizzare alle stelle, con i contenuti filo-israeliani che trainano un engagement [numero di interazioni attive come “mi piace”, commenti e condivisioni, ndt.] senza precedenti.

Ne è un esempio perfetto Shai Albrecht (centoseimila follower), personal trainer ortodossa moderna [l’ebraismo ortodosso moderno promuove una sintesi fra i principi di fede ebraici e la società moderna e attribuisce un significato religioso allo Stato di Israele, ndt.]. In un’intervista recente, ha ammesso di aver guadagnato decine di migliaia di follower dopo aver spostato i suoi contenuti dal fitness alla propaganda filo-israeliana. Prima del 7 ottobre, Albrecht – che non corrisponde allo stereotipo della donna ortodossa tradizionalmente vestita – postava soprattutto video che la ritraevano mentre ballava in tenuta da palestra, sfidando l’idea che tutte le donne religiose debbano vestirsi con modestia. Le sezioni commenti dei suoi post su Instagram erano spesso animate discussioni, un ottimo allenamento per il veleno che ora riceve ogni giorno.

La sua indifferenza per le norme ortodosse sull’abbigliamento la accomuna a Savetsky, ma le somiglianze non finiscono qui. Entrambe, pur vivendo in America, si trovavano in Israele il 7 ottobre 2023, giorno di una festa ebraica. I loro post emotivi di quel giorno sono incredibilmente simili ed entrambe lo descrivono come un punto di svolta nel loro attivismo. Da donne focalizzate sul personal branding sono ora totalmente immerse nella propaganda filo-israeliana. E sono diventate sostenitrici dichiarate di Trump.

Come molte hasbariste, Savetsky e Albrecht sono persuasive quando parlano degli ostaggi, dei soldati caduti e della causa israeliana. Ma dimostrano anche che queste donne facoltose possono essere, beh, cattive.

Dopo lo sfogo emotivo iniziale Albrecht ha attraversato una sorta di rebranding social. Ora gran parte dei suoi contenuti consiste nello stitch – una funzione di TikTok che permette di rispondere a un video altrui – di clip filo-palestinesi per confutarle, spesso con toni sarcastici.

Albrecht è fermamente convinta che non ci sia alcuna sofferenza tra i gazawi (tutti sostenitori di Hamas a suo dire), che l’esercito israeliano sia il più morale al mondo e che le accuse di abusi sui prigionieri palestinesi – confermate dall’esercito israeliano – siano false.

Anche se Albrecht ha messo in pausa il suo business del fitness, ogni tanto pubblica ancora qualche annuncio a pagamento (o spon-con, come si dice sui social). Ma molte “attiviste per caso” scelgono di integrare le loro attività commerciali con la propaganda filo-israeliana.

L’accostamento a volte è stridente: un video straziante di Yarden Bibas che pronuncia l’elogio funebre per la moglie e i due figli piccoli, uccisi mentre erano prigionieri di Hamas, seguito subito da un post outfit of the day [come mi vesto oggi, ndt.]. Altre volte, i due mondi si fondono: come quando Savetsky ha postato una serie di foto in cui posa indossando costumi da bagno di designer israeliani, con la didascalia “thirst trap sionista” [con “thirst trap” si intende la condivisione sui social media di foto o video in abiti succinti e/o pose provocanti con lo scopo di richiamare l’attenzione, ndt.].

L’effetto Tishby

Se l’alveare della Hasbara avesse un’ape regina, sarebbe Noa Tishby (ottocentotrentaseimila follower su Instagram). Nata e cresciuta in Israele, si è trasferita negli USA nei primi anni 2000, ottenendo una certa fama dapprima come attrice e produttrice. Nel 2022 è stata nominata primo inviato speciale israeliano per la lotta all’antisemitismo, ma è stata licenziata l’anno dopo per aver criticato la riforma giudiziaria di Netanyahu.

Da allora, è diventata una delle voci più influenti a sostegno di Israele, usando la sua piattaforma per contrastare la disinformazione, promuovere la narrazione israeliana e denunciare l’antisemitismo. Benché non sia una giornalista, i suoi video esplicativi ben curati, i reportage sul campo e le interviste a soggetti di alto profilo le danno un’aura da professionista.

E le hasbariste hanno preso nota. Ispirate da Tishby, molte sono passate da video casuali e improvvisati – spesso su musiche di tendenza – a uno stile più professionale. Il microfono portatile usato dai giornalisti indipendenti è diventato un accessorio onnipresente, così come i monologhi scritti su immagini di repertorio, che danno ai loro contenuti un’aria autorevole. Ma nonostante l’upgrade estetico le fonti sono raramente citate, le affermazioni non sono verificate e l’accuratezza passa spesso in secondo piano rispetto all’engagement [spesso sui social network i contenuti più divisivi sono quelli che ottengono il maggior numero di reazioni dagli utenti, a tutto vantaggio di chi li diffonde, ndt.].

Durante i loro frequenti viaggi in Israele, molte hanno abbracciato il “reportage sul campo”: visitano le rovine dei kibbutz distrutti indossando giubbotti antiproiettile e caschi, filmano al memoriale del festival Nova e imitano Anderson Cooper [giornalista americano celebre per i suoi reportage, ndt.] con interviste in loco. Un camion di aiuti al valico di Kerem Shalom viene presentato come prova definitiva che Gaza riceve tutto l’aiuto umanitario necessario. L’estetica è giornalistica; l’approccio molto meno.

Ma importa davvero? Secondo il comico Matt Lieb, conduttore del podcast Bad Hasbara (che analizza le strategie di pubbliche relazioni israeliane), nonostante non sia mai stato così facile smascherare le falsità, non è neanche mai stato così irrilevante.

“Non contano i fatti, ma le emozioni”, sostiene. “Si tratta di rafforzare una visione del mondo preesistente. Se l’obiettivo fosse convincere chi è fermamente anti-Israele allora sì, le prove sarebbero importanti. Ma la propaganda israeliana è sempre stata rivolta agli ebrei del mondo occidentale – quelli che vogliono vedere Israele come un baluardo di democrazia, femminismo, anti-razzismo e altri valori liberali. Ecco perché tanta hasbara ha sempre enfatizzato i pride di Tel Aviv o il fatto che, in un mondo di donne arabe in burqa, solo Israele permette di indossare il bikini”.

Tutto è cambiato dopo il 7 ottobre, quando è emerso un nuovo pubblico, più infervorato.

“Conosco molte persone che da 17 mesi vivono in un costante stato di allerta, consumando solo media che dicono loro che gli ebrei sono sotto attacco”, dice Lieb. In molti di questi contenuti, suggerisce, c’è un sottotesto inquietante: che Israele sia giustificato qualsiasi cosa faccia ai palestinesi – perché, se le cose peggiorassero, gli ebrei potrebbero aver bisogno di un piano B.

Ironia della sorte, aggiunge, queste influencer potrebbero ottenere un effetto opposto a quello desiderato. “La gente guarda I Kardashian per odiarli. Ora per alcuni l’unica esposizione all’ebraismo è un’influencer ricca di Beverly Hills che fa la vittima”. Nella migliore delle ipotesi è imbarazzante. Nella peggiore, alimenta un’ostilità che altrimenti non esisterebbe.

Ma forse è proprio questo il punto. Un’analisi approfondita dell’ecosistema dell’indignazione performativa rivela uno schema ricorrente: un post provocatorio scatena un’ondata di odio, in parte chiaramente antisemita. L’influencer inserisce schermate dei commenti peggiori, li riposta come prova dell’odio crescente, e l’indignazione genera più engagement, più follower, più validazione. E il ciclo continua.

“Tutto questo è nettamente dannoso”, si lamenta Lieb.

#Riportateliacasa

Una delle cause principali delle hasbariste è la lotta per la liberazione dei 251 ostaggi presi il 7 ottobre (59 sono ancora a Gaza). Addobbate con piastrine di riconoscimento militari e nastri gialli [usati già in occasione della guerra in Vietnam come simbolo di sostegno ai soldati al fronte e speranzosa attesa del loro ritorno, ndt.], inondano i social di simboli, partecipano a ogni possibile evento e raduno. Quelle con un seguito ampio ottengono persino interviste con le famiglie degli ostaggi. Denunciano online Hamas e il silenzio del mondo. Ma quasi mai riconoscono il ruolo del governo israeliano nei falliti negoziati.

Come Lieb, anche Alana Zeitchik è preoccupata per la faziosità del discorso – ma da una prospettiva completamente diversa. Il 7 ottobre sei suoi parenti sono stati rapiti da Hamas, incluso un cugino di primo grado. Ora divide il tempo tra il suo lavoro di consulente media freelance e un’instancabile campagna a favore della loro liberazione per conto della famiglia e di tutti gli ostaggi ancora a Gaza. In questa veste, ha interagito con queste influencer sia online che di persona.

Benché apprezzi i loro sforzi per sensibilizzare l’opinione pubblica e creda che siano sinceramente coinvolte nella causa, Zeitchik è frustrata dalla mancanza di sfumature nei loro messaggi.

“Penso che sia una questione di confine tra il loro ruolo e il nostro”, dice. “Alcune non parlano ebraico. Alcune non seguono da vicino gli eventi in Israele. Altre potrebbero semplicemente non voler criticare il governo”. Ma per Zeitchik e altre famiglie di ostaggi la focalizzazione esclusiva sulla brutalità di Hamas – ignorando i fallimenti israeliani – non sembra essere d’aiuto nel tentativo di spingere il governo a rispondere delle sue azioni.

In alcuni casi la narrazione va oltre, anteponendo agende politiche al ritorno degli ostaggi. “Credo di essere molto aperta a opinioni diverse”, dice Zeitchik. “Ma traccio un confine quando qualcuno costruisce un’agenda politica sulla nostra sofferenza. Quando lo vedo, parlo”.

Cita la famiglia Bibas come esempio. Dopo la liberazione di Yarden Bibas a febbraio, lui e il mondo hanno ricevuto la terribile conferma di ciò che si temeva da tempo: sua moglie e i due figli erano stati uccisi durante la prigionia.

La tragedia ha sconvolto Israele e la comunità ebraica, ma alcuni hanno colto l’occasione per invocare vendetta. “Mai perdonare, mai dimenticare” è diventato un mantra – nonostante la richiesta esplicita della famiglia di non usare il loro nome per incitare alla violenza. In un post durissimo Zeitchik ha denunciato chi ignorava le loro parole: “A chi invoca vendetta e violenza infinita nel nome dei Bibas: non pronunciate più il loro nome, non ne siete degni”.

Zeitchik è chiara: non ha bisogno che queste donne parlino per lei, né si aspetta che condividano le sue opinioni. “Vorrei solo che seguissero il nostro esempio nel tenere insieme diverse verità”, dice. “Usate le vostre piattaforme per amplificare le voci delle famiglie degli ostaggi. Ripostate le nostre storie, non solo i frammenti che vi fanno comodo”.

La cultura della Hasbara

Se un’intelligenza artificiale analizzasse le decine di migliaia di post prodotti dalle hasbariste, parole come Israele, Hamas, ostaggi, 7 ottobre e sionismo dominerebbero. Ma una le eclisserebbe tutte: antisemitismo.

Oltre a difendere il diritto di Israele a esistere, si considerano in missione per sradicare dal mondo l’odio per gli ebrei. E sebbene le due cause siano intrecciate nulla ha la priorità rispetto alla salvezza del popolo ebraico da quella che considerano una forza inarrestabile di odio cieco – che, a loro dire, ha permeato ogni istituzione, movimento e spazio pubblico.

Il giornalista Yakov Hirsch, che da anni analizza le campagne di hasbara globale (e i cui lavori sono apparsi su Mondoweiss e Tablet), sostiene: “La hasbara è una tattica, ma la cultura della hasbara è un’identità”.

Per lui, questa identità include la convinzione incrollabile che esista uno specifico tipo di odio, unicamente per gli ebrei ma completamente scollegato da qualsiasi azione compiuta da ebrei (o israeliani). Un odio visto come inevitabile, eterno e immutabile.

Ma le hasbariste non si sono svegliate un giorno convinte che l’antisemitismo sia una forza inarrestabile della natura, sostiene Hirsch. Questa visione è un’eredità: plasmata da leader israeliani come Menachem Begin e, soprattutto, Netanyahu, rafforzata da giornalisti come Bari Weiss (un milione e centomila follower) e Yair Rosenberg (millecentonovanta follower), e infine distillata in slogan social da influencer come Rach Moon (centoquattromila follower) e una donna che si fa chiamare Barbie Sionista (ventimila follower).

“Le loro argomentazioni sono diventate una realtà alternativa”, dice Hirsch. “Non è più solo retorica. È la lente attraverso cui loro e molti altri vedono il mondo. E cercano conferme”.

Questo spiegherebbe perché il 7 ottobre sia stato un punto di svolta per tanti attivisti online: “È stata la prova che cercavano”, sostiene. “Vedete? Loro santificano la morte, noi la vita. Loro la crudeltà, noi la compassione”.

E aggiunge: “Molti si sono convinti che questa guerra sia un’eccezione, che il diritto internazionale valga per le guerre normali, ma che questo scontro tra israeliani e palestinesi – che loro vedono davvero come uno scontro tra ebrei e i loro nemici, tra bene e male – sia unico. E quindi valgono regole uniche”.

Per Hirsch il 7 ottobre ha creato una frattura profonda nel mondo ebraico, che va oltre le divisioni tradizionali. “C’è una spaccatura tra gli ebrei oggi”, dice. “E non è sionisti contro anti-sionisti, liberali contro conservatori o religiosi contro laici.

È qualcosa di più profondo: la divisione tra chi riconosce – e userò una parola sporca – il contesto dietro l’attacco di Hamas, cioè che l’occupazione e il trattamento dei palestinesi sono parte della storia, e chi crede che non ci sia alcun collegamento”.

Per i cultori della hasbara, che rientrano chiaramente nel secondo gruppo, Hamas è solo l’ultima incarnazione di un nemico eterno – nessuna differenza con Amàn, Adriano, Hitler o Hussein.

Per loro, ogni manifestante universitario è un potenziale pogromista; ogni kefiyyah una divisa terroristica; ogni bullo scolastico un presagio di rovina ebraica. Basta scorrere velocemente i feed di queste influencer per rendersene conto. L’antisemitismo non è un problema tra tanti: è il problema, il centro gravitazionale attorno a cui ruota tutto. E che scherma Israele da qualsiasi critica, perché la critica stessa è antisemita.

La “vibe” di Israele

A fine gennaio, circa 25 influencer e creatori di contenuti sono arrivati in Israele per un viaggio sponsorizzato dal Ministero degli Esteri, progettato per generare contenuti filo-israeliani. Tra loro c’erano diverse note hasbariste, che hanno visitato le rovine di Nir Oz [kibbutz attaccato dalle brigate Al Qassam il 7 ottobre e oggi disabitato, ndt.], visitato il centro riabilitativo del Soroka Medical Center [situato a Beersheba, vicino al confine con la Striscia di Gaza, è l’ospedale dove vengono curati i soldati feriti e i sopravvissuti agli attacchi di Hamas, ndt.], filmato camion di aiuti al valico di Kerem Shalom e incontrato Michal Herzog, moglie del presidente Isaac Herzog.

Questo viaggio è solo uno dei tanti progetti simili, con nomi come “Vibe Israel” e “Project Upload”, pensati per sfruttare la portata degli influencer e modellare la percezione internazionale di Israele, mescolando attivismo e contenuti lifestyle.

E il governo sta investendo molto in questa strategia. A dicembre Israele ha approvato un aumento di 550 milioni di shekel (150 milioni di dollari) al budget della hasbara – oltre 20 volte le allocazioni precedenti – come parte di un accordo politico tra Netanyahu e il neo-nominato ministro degli Esteri Gideon Sa’ar. All’epoca, Sa’ar aveva dichiarato che i fondi sarebbero stati usati per “campagne mediatiche all’estero, sulla stampa estera, sui social e altro”.

Questa enfasi sul ruolo attivo dell’hasbara nel plasmare la percezione pubblica è uno sviluppo relativamente recente. Secondo Nimrod Goren, presidente e fondatore di Mitvim, l’Istituto Israeliano per le Politiche Estere Regionali, nei primi anni di Israele le preoccupazioni sulla sicurezza avevano la priorità rispetto alla comunicazione.

“Negli anni ’50 la hasbara serviva soprattutto a rompere l’isolamento diplomatico e assicurarsi sostegno militare e politico”, racconta Goren. “Solo dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, quando Israele passò dall’essere percepito come sfavorito a potenza occupante, l’opinione pubblica divenne un campo di battaglia primario”.

Per decenni, dice Goren, Israele ha operato sulla base di un semplice postulato: se solo il mondo capisse meglio le nostre azioni, le accetterebbe.

Ma nel 2019 la hasbara israeliana ha subìto una svolta, allontanandosi dalla diplomazia governativa tradizionale verso un approccio digitale, decentralizzato e sempre più politicizzato.

“Era l’epoca d’oro del Ministero degli Affari Strategici, poi chiuso, quando i portavoce ufficiali hanno cominciato a essere rimpiazzati da gruppi di pressione privati e campagne social”, spiega Goren. “Ma è stato anche il momento in cui la narrazione si è allineata alla politica di destra sotto Netanyahu e i suoi alleati”.

Paradossalmente, aggiunge, nel 2023 Israele ha avuto un colpo di fortuna con le proteste contro la riforma giudiziaria, sebbene il governo non l’abbia visto così. “Anche se la coalizione di Netanyahu si opponeva alle manifestazioni, esse sono diventate una delle campagne di hasbara più efficaci – mostrando al mondo che la società israeliana resisteva a mosse anti-democratiche”.

Ora, dopo il 7 ottobre, con l’indignazione globale per la campagna militare israeliana e i suoi leader che corteggiano estremisti di destra all’estero, Goren avverte che la hasbara deve liberarsi dalla politica, abbracciare le sfumature e ammettere gli errori del governo. Altrimenti, Israele rischia di diventare uno Stato paria.

Se le Real Housewives della Hasbara vogliono davvero aiutare il Paese che dicono di amare, farebbero bene ad ascoltare.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Queste sono le tue possibilità se sei un orfano palestinese a Gaza

Rajaa Natour

8 aprile 2025 – Haaretz

“Questo povero bambino ha perso il diritto di crescere con la sua famiglia”, dice la zia di Osama Al-Krinawi, di dieci mesi. Osama è uno delle migliaia di bambini palestinesi rimasti orfani a causa della guerra.

È nato nel dicembre 2023 da Mohammed e Alham dopo 16 anni di matrimonio. Dieci giorni dopo suo padre è stato ucciso, insieme al nonno e allo zio, in un attacco israeliano alla loro casa a Gaza. Lui e sua madre sono stati tirati fuori dalle macerie. Sua madre è fuggita a Deir Al-Balah in cerca di un rifugio, ma è stata uccisa insieme a decine di altre persone quando la casa in cui alloggiava è stata bombardata.

Fortunatamente per il piccolo Osama, dopo la perdita dei genitori, del nonno e dello zio, altri parenti ancora in vita lo hanno preso con sé salvandolo così dalla morte, dalla fame, dallo sfruttamento e dal traffico di minori. Ma questo non è certamente il destino di tutti i bambini di Gaza rimasti orfani o separati dai genitori.

Sebbene sia molto difficile verificare le informazioni nell’attuale situazione di guerra a Gaza, secondo Save the Children il numero di bambini “perduti”cioè separati dai genitori o di cui non si hanno più notizie (escludendo i morti sotto le macerie) – è di circa 17.000.

Gaza non è, come molti sostengono, solo un cimitero per i bambini palestinesi ma è anche un inferno per quelli sopravvissuti. Immaginate 17.000 bambini palestinesi che vagano tra le rovine e i cadaveri, esposti a ogni tipo di violenza e sfruttamento. Quindi se sei un bambino palestinese, e non ti trovi da un anno sotto le macerie e non sei considerato disperso o non stai vagando tra le rovine o non hai miracolosamente raggiunto uno degli orfanotrofi di Gaza non bombardati, ti trovi di fronte a tre scelte, una peggiore dell’altra.

Nel primo scenario, ti trovi insieme a dei parenti, che ti accolgono e proteggono, ma sono comunque degli estranei il cui impegno a mantenerti e proteggerti dipende fortemente dalle loro risorse. Dopotutto ti tengono con loro perché non hanno scelta, e stanno lottando per sfamare i propri figli. Quindi costituisci un peso imprevisto.

Nel secondo scenario, scappi e trovi rifugio in uno dei soli quattro orfanotrofi non ancora bombardati, divenuti riparo per migliaia di rifugiati palestinesi, dove ti unisci ai 33.000 bambini palestinesi orfani che vivevano lì prima della guerra. In entrambe le situazioni, sei un bambino palestinese all’interno di una comunità di persone che non conosci, in un ambiente con codici sociali ed equilibri di potere cambiati in modo irriconoscibile.

L’amore incondizionato, la cura e la protezione che ricevevi dal tuo nucleo familiare prima di questa guerra si trasformano in un “favore” che altri parenti e sconosciuti ti offrono, non esattamente per un profondo obbligo umano e morale. Inoltre, la tua sicurezza, la tua vita, la tua sopravvivenza e quella dei tuoi fratelli dipendono da sconosciuti che a loro volta affrontano una continua lotta per la sopravvivenza, mentre tu, senza stretti legami di sangue, non sei la loro priorità. Dopotutto, ognuno ha più bocche da sfamare.

Queste dinamiche, unite a solitudine, alienazione e necessità di sopravvivere, costringono i bambini palestinesi a mendicare cibo, riparo e protezione da sconosciuti. All’ombra della totale distruzione del tessuto sociale, questo è un periodo di vulnerabilità, umiliazione e sfruttamento.

Nel terzo scenario, se hai superato la prima infanzia, rischi di ritrovarti tra centinaia di palestinesi arrestati dall’esercito israeliano. Sì, per chi non lo sapesse, l’esercito israeliano fa irruzione in case e rifugi, arresta decine e persino centinaia di uomini sospettati di avere legami con Hamas e costringe le loro famiglie a trasferirsi in altre zone di Gaza. Ciò ha come risultato famiglie divise e, spesso, bambini perduti.

Lo dimostra la scomparsa di Massa Ajour, una bambina di quattro anni ferita dai soldati israeliani e separata dalla madre. La madre di Massa, Rim Ajour, ha visto la figlia e il marito per l’ultima volta nel marzo 2024, durante un raid nel nord di Gaza. Da allora sono passati dieci mesi e non conosce il loro destino. L’esercito nega qualsiasi collegamento tra l’incidente e l’arresto. Il Centro per la Difesa dell’Individuo HaMoked afferma che questo è solo uno delle migliaia di casi di palestinesi scomparsi ai sensi della legge sull’incarcerazione dei combattenti illegali.

“Sono viva e morta nel contempo”, ha dichiarato Rim Ajour in un’intervista. È importante notare, sulla base delle informazioni fornite da HaMoked, che rappresenta alcune delle famiglie scomparse, che il caso della famiglia Ajour è uno delle migliaia di casi di adulti e bambini palestinesi scomparsi durante la guerra.

La direttrice esecutiva di HaMoked, Jessica Montell, ha affermato che non si è mai verificato un caso di sparizioni di massa di questo tipo in cui le famiglie non abbiano ricevuto alcuna informazione per settimane. Ha aggiunto che HaMoked ha chiesto informazioni su 900 persone scomparse che, a sua conoscenza, sono sotto la giurisdizione israeliana. L’esercito ha confermato di detenere solo 500 prigionieri. Che fine hanno fatto le altre 400 persone? Nessuno lo sa.

Nemmeno le petizioni all’Alta Corte di Giustizia sono state d’aiuto. Una petizione presentata da HaMoked sulla questione è stata respinta senza che venissero nemmeno presi in esame i mezzi per impedire il ripetersi di casi simili in futuro. Le famiglie non sanno se i loro cari siano detenuti o morti.

Chiedo quindi perdono e misericordia ai bambini di Gaza perché, a quanto pare, esiste un quarto scenario. In questo alcuni giudici dell’Alta Corte si rifiutano di intervenire e costringere l’esercito israeliano a fornire risposte a migliaia di famiglie palestinesi che vivono nell’incertezza da oltre un anno.

Nel quarto scenario esiste un intero sistema israeliano, legale e ben rodato, che consente la perpetrazione di crimini di guerra e pulizia etnica a Gaza, e potrebbe persino esserne complice proprio per il suo rifiuto di fornire risposte.

E quel che è ancora peggio è che in questo scenario l’Alta Corte e alcuni dei suoi giudici, consapevoli che in tempo di guerra la famiglia e la comunità possono salvare la vita dei bambini palestinesi, sono complici della politica di distruzione sistematica del tessuto sociale palestinese. In questo scenario, se sei un bambino palestinese sei un subumano e la tua vita non vale nemmeno un’udienza presso l’Alta Corte. La tua famiglia non ha il diritto di ricevere risposte e ottenere giustizia, e tu non hai alcuna possibilità di sopravvivere.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un giovane palestinese di 17 anni muore in una prigione israeliana in circostanze poco chiare

Defense for Children International Palestine

24 marzo 2025 – Defense for Children International Palestine

Ramallah, 24 marzo 2025—Ieri le autorità israeliane hanno segnalato la morte di un adolescente palestinese di 17 anni.

Secondo le notizie diffuse dalla Commissione per gli affari dei detenuti ed ex detenuti il ​​23 marzo Walid Khaled Abdullah Ahmad, 17 anni, è morto all’interno della prigione di Megiddo. Secondo le informazioni raccolte da Defense for Children International – Palestine ieri Walid ha avuto un capogiro mentre camminava nel cortile della prigione ed è caduto sbattendo la testa contro una ringhiera. Altri minori detenuti hanno chiesto aiuto alle guardie carcerarie israeliane, ma queste non hanno risposto, quindi i ragazzi hanno portato Walid all’ingresso del cortile dove le guardie lo hanno preso in custodia. L’ufficio di collegamento palestinese ha informato la famiglia di Walid della sua morte, ma non ha comunicato la causa del decesso. Come riferito dallo stesso ufficio alla famiglia Walid soffriva di scabbia e dissenteria amebica.

Secondo la documentazione raccolta dal DCIP Walid è il primo adolescente palestinese a morire nelle prigioni israeliane. Le autorità israeliane stanno rifiutando la consegna del suo corpo alla famiglia.

“Walid è stato sottratto alla famiglia nel cuore della notte, picchiato e maltrattato dai soldati israeliani e imprigionato in Israele, dove è stato nutrito con misere porzioni di cibo avariato e sottoposto a condizioni di sovraffollamento e assenza di igiene, in totale isolamento dalla sua famiglia”, ha affermato Ayed Abu Eqtaish, direttore del programma di trasparenza presso il DCIP. “Walid è il primo prigioniero minorenne palestinese della storia a morire sotto la custodia israeliana. È impossibile sottovalutare l’urgenza con cui la comunità internazionale deve finalmente porre le autorità israeliane di fronte alle loro responsabilità prima che altri minori palestinesi detenuti nelle loro prigioni subiscano la stessa sorte di Walid”.

Sulla base della documentazione raccolta dal DCIP Walid è stato arrestato nella sua casa nella città palestinese di Silwad, a nord-est di Ramallah, nella Cisgiordania occupata, il 30 settembre 2024 intorno alle 3 del mattino. Walid è stato trasferito al centro di smistamento di Huwwara prima di essere rinchiuso nella prigione di Megiddo, situata nel nord di Israele, dove è stato tenuto in pessime condizioni con ridotte possibilità di comunicare coll’avvocato e la famiglia. Al momento della sua morte Walid era in custodia cautelare.

L’anno scorso in un’intervista video con il DCIP il padre, Khaled, ha raccontato: “L’avvocato ha chiesto a Walid: ‘Come stai? Come stai di salute?’. Ha chiesto com’era il cibo e Walid gli ha detto che era cattivo. Il giudice ha immediatamente interrotto la chiamata”.

La prigione di Megiddo è una delle tante situate all’interno di Israele in cui sono detenuti minorenni palestinesi. Il trasferimento di prigionieri palestinesi, adulti o minori, dal Territorio Palestinese Occupato in Israele costituisce un crimine di guerra sulla base del diritto internazionale.

Secondo la documentazione raccolta dal DCIP Walid è il 18° minorenne palestinese ucciso nel 2025 nella Cisgiordania occupata.

Né il DCIP né i genitori di Walid possono confermare la causa della morte del giovane.

L’aumento del numero di minori palestinesi sottoposti a detenzione coincide con lo stato di allarme delle condizioni affrontate dai detenuti palestinesi nelle prigioni israeliane. Dal 7 ottobre 2023 la situazione dei prigionieri palestinesi è peggiorata sempre di più, con minori che hanno segnalato condizioni molto dure di tortura e maltrattamenti sistematici, negligenza medica, fame, diffusione di malattie e negazione di assistenza legale e visite dei familiari.

La pratica frequente e sistematica di Israele di detenzione dei minori viola i suoi obblighi sulla base del diritto internazionale di arrestare e detenere i minori solo come ultima risorsa. L’articolo 37 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia stabilisce inoltre che nessun minorenne privato della propria libertà “deve essere sottoposto a tortura o ad altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti”.

Secondo il diritto internazionale i minorenni hanno diritto a protezioni speciali, per cui devono ricevere le cure e gli aiuti di cui hanno bisogno nel corso dei periodi di conflitto armato. Ai minori palestinesi come Walid viene sistematicamente negato questo diritto, poiché le forze israeliane continuano sia a imprigionare indiscriminatamente sia a uccidere minorenni in tutto il territorio palestinese occupato. Questi continui attacchi alle vite dei minori sono perpetuati dalla radicata cultura di impunità di Israele, che continua a mietere vittime tra i bambini palestinesi quasi ogni giorno.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Le dichiarazioni di condanna non fermeranno il genocidio a Gaza

Belén Fernández

Giornalista di Al Jazeera

18 marzo 2025 – Al Jazeera

Mentre Israele ricomincia il genocidio totale a Gaza, tutto ciò di cui è capace la comunità internazionale sono deboli obiezioni

Era solo questione di tempo prima che Israele decidesse di annullare definitivamente l’accordo di cessate il fuoco con Hamas e riprendesse il totale genocidio nella Striscia di Gaza. Da un giorno all’altro l’esercito israeliano ha scatenato un’ondata di attacchi che finora hanno ucciso almeno 404 palestinesi e feriti 562.

Questi numeri indubbiamente aumenteranno, in quanto altri corpi vengono estratti da sotto le macerie e Israele continua ciò che il Primo Ministro maltese Robert Abela ha denunciato come un “barbaro” assalto all’enclave palestinese.

Ma la barbarie, dopo tutto, è ciò che Israele sa fare meglio. E purtroppo non c’è in vista alcuna fine del comportamento barbaro – soprattutto quando il massimo che la comunità internazionale è capace di fare sono fiacche dichiarazioni di condanna.

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Volker Turk, per esempio, ha dichiarato che gli attacchi israeliani “aggiungeranno tragedia a tragedia” e che “il ricorso di Israele ad ancor maggiore forza militare non farà che accrescere ulteriormente la sofferenza di una popolazione palestinese che già soffre di condizioni catastrofiche.”

Il Primo Ministro norvegese Jonas Gahr Store ha convenuto che l’attacco israeliano costituisce “una grande tragedia” per la popolazione di Gaza, gran parte della quale “vive in tende e tra le rovine di ciò che è stato distrutto.”

Da parte sua il Ministro degli Esteri olandese Caspar Veldkamp ha usato la piattaforma X per affermare che “gli aiuti umanitari devono raggiungere chi ne ha bisogno e che tutte le ostilità devono cessare in modo permanente.” La Svizzera ha auspicato “una immediata ripresa del cessate il fuoco”.

Gli Stati Uniti ovviamente non hanno sentito il bisogno di condannare i rinnovati attacchi israeliani a Gaza – una reazione che non sorprende da parte del Paese che sin dall’inizio ha appoggiato e incoraggiato il genocidio, prima sotto l’amministrazione di Joe Biden e ora sotto quella di Donald Trump.

In un’intervista a Fox News l’addetta stampa della Casa Bianca Karoline Leavitt ha confermato che gli USA sono stati consultati da Israele circa l’ultimo attacco, aggiungendo che Trump “ha messo in chiaro” che Hamas e “tutti coloro che cercano di terrorizzare non solo Israele, ma anche gli Stati Uniti d’America avranno un prezzo da pagare”. Parafrasando una precedente minaccia rivolta da Trump a Hamas, Leavitt ha avvertito che “si scatenerà l’inferno”.

Eppure, secondo tutti gli standard obbiettivi, l’inferno si è già decisamente scatenato nella Striscia di Gaza. Con il solido appoggio USA l’esercito israeliano ha ufficialmente massacrato 48.577 palestinesi tra ottobre 2023 e gennaio 2025, quando è entrato in vigore un esile cessate il fuoco tra Israele e Hamas. A febbraio l’ufficio comunicazioni del governo di Gaza ha aggiornato il totale dei morti a circa 62.000 tenendo conto delle migliaia di palestinesi scomparsi che si presume siano morti sotto le onnipresenti macerie.

E mentre Gaza, con l’attuazione dell’accordo di tregua, ha apparentemente ottenuto una sospensione degli incessanti bombardamenti israeliani, l’esercito israeliano ha continuato ad uccidere palestinesi e di conseguenza a violare in altro modo l’accordo. Dopo tutto una cessazione delle ostilità non ha mai costituito un modus operandi di Israele.

Quando a inizio marzo Israele ha bloccato tutte le consegne di aiuti umanitari alla Striscia di Gaza – una mossa che configura la carestia forzata e un ovvio crimine di guerra – gli USA come previsto hanno accusato Hamas del blocco degli aiuti invece del soggetto che in realtà lo stava attuando. L’Unione Europea ne ha seguito l’esempio condannando Hamas per il suo presunto “rifiuto…di accettare l’estensione della prima fase dell’accordo di cessate il fuoco a Gaza.”

Dato che Israele aveva improvvisamente modificato i termini dell’accordo, non si trattava in realtà di “rifiuto” da parte di Hamas, ma piuttosto di una modifica unilaterale delle regole del gioco da parte di Israele – come ha sempre fatto. In un secondo tempo l’UE ha detto che “la decisione di Israele di bloccare l’ingresso di tutti gli aiuti umanitari a Gaza potrebbe potenzialmente provocare conseguenze umanitarie”.

Ma in ogni caso la colpa è di Hamas.

Ora, mentre le condanne della rinnovata barbarie di Israele arrivano alla spicciolata, non è difficile capire perché Israele potrebbe considerare le obiezioni internazionali poco più che simboliche. Alla fin fine le superficiali ramanzine e gli appelli per la fine della “tragedia” a Gaza non fanno niente per impedire ad Israele di avere mano libera nell’iniziare e terminare il genocidio come gli pare.

Molti bambini sono tra le vittime odierne del terrore israeliano e Israele ha proceduto ad emettere nuovi ordini di spostamenti forzati per vari settori della Striscia di Gaza. Il Ministero della Sanità di Gaza ha lanciato un appello urgente per donazioni di sangue. Nel complesso quindi sembra che una prosecuzione del cessate il fuoco sia stata decisamente esclusa.

E c’è un ulteriore vantaggio per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che attualmente è sotto processo per non meno di tre casi di corruzione che includono frode, concussione e abuso di fiducia. Come riportato oggi dal ‘Times of Israel’, la programmata testimonianza di Netanyahu adesso “è stata annullata per quella data nel contesto della sconvolgente offensiva su Gaza”.

Secondo il primo ministro i pubblici ministeri hanno approvato l’annullamento per consentire al governo di tenere una “consultazione urgente di sicurezza” sulle rinnovate operazioni a Gaza.

E mentre una barbara tragedia si dispiega ancora una volta nella Striscia di Gaza, il rifiuto internazionale di porvi fine è di per sé una barbara tragedia.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il parlamento israeliano avanza una proposta di legge che condannerebbe a fino cinque anni di carcere gli israeliani che collaborino con la Corte Penale Internazionale

Noa Shpigeland e Chen Maanit

19 febbraio 2025 Haaretz

Il disegno di legge propone fino a cinque anni di carcere per chiunque “fornisca servizi o risorse alla CPI”. Un’esperta di diritto internazionale avverte che potrebbero finire in prigione anche i giornalisti che indagano su potenziali crimini delle forze militari israeliane

La Knesset (parlamento israeliano, ndt.) ha avanzato mercoledì una proposta di legge che vieta ai cittadini, alle autorità e agli enti pubblici israeliani di “cooperare con la Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Aia”. La proposta di legge dispone una pena fino a cinque anni di carcere per chiunque “fornisca servizi alla CPI o offra risorse”, a meno che non dimostri di non essere a conoscenza del fatto che la sua azione si colleghi alle attività della Corte. La proposta, presentata dal parlamentare Amit Halevi del partito Likud del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, è stata approvata con 25 voti a favore e 11 contrari. Tamar Meggido, esperta di diritto internazionale, ha avvertito che “le definizioni in questa pericolosa proposta di legge sono così ampie che persino qualcuno che condivida sui social media una foto o il video di un soldato che documenta se stesso mentre commette quello che sembra essere un crimine di guerra potrebbe ritrovarsi in prigione”.

Se il disegno di legge venisse approvato, secondo Megiddo qualsiasi giornalista che pubblichi un’inchiesta che ipotizzi un crimine commesso dalle forze dell’IDF (esercito israeliano, ndt.) correrebbe il rischio di essere imprigionato.

Il disegno di legge proibisce inoltre alle autorità pubbliche e agli enti in Israele di collaborare con la CPI e impone restrizioni alle persone che agiscono per conto della Corte, vietando loro l’ingresso, la permanenza o il possesso di proprietà in Israele.

La motivazione del disegno di legge afferma che Israele non riconosce l’autorità della CPI e che le attività della Corte rappresentano una grave minaccia per Israele e per coloro che agiscono in suo nome.

Lo scorso novembre la CPI ha emesso mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, accusandoli di crimini di guerra e crimini contro l’umanità nell’offensiva israeliana a Gaza, seguita all’attacco di Hamas del 7 ottobre.

È stato emesso un mandato di arresto anche contro il defunto leader di Hamas Mohammed Diab Ibrahim Al-Masri (noto anche come Mohammed Deif). Ad agosto le autorità israeliane hanno confermato che Deif era stato ucciso in un attacco dell’IDF un mese prima.

La scorsa settimana gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni a Karim Khan, procuratore capo della Corte Penale Internazionale.

Secondo l’Ufficio per il Controllo dei Beni Esteri del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, i beni statunitensi di Khan sono stati congelati e potrebbe essergli interdetto l’ingresso negli Stati Uniti.

Le sanzioni seguono a un ordine esecutivo firmato dal Presidente Trump venerdì scorso, che ha autorizzato sanzioni economiche e di spostamento nei confronti di Khan nonché di coloro che lavorino alle indagini della Corte su cittadini statunitensi o alleati degli Stati Uniti tra cui Israele.

Ben Samuels ha contribuito a questo articolo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




FOTO: Israele devasta i campi profughi in Cisgiordania

Wahaj Bani Moufleh

12 febbraio 2025 – +972

Le forze israeliane hanno sfollato 40.000 palestinesi da quattro campi profughi nella più grande operazione militare in Cisgiordania dalla Seconda Intifada.

Il 21 gennaio, appena due giorni dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco a Gaza, Israele ha lanciato una nuova grande operazione militare nella Cisgiordania occupata. Concentrata dapprima sul campo profughi di Jenin, l’Operazione muro di ferro si è poi allargata ad altri tre campi nel nord della Cisgiordania: Tulkarem, Nur Shams e Al-Far’a.

Queste incursioni, sostenute dalle forze aeree, sono intese a reprimere la resistenza armata palestinese che negli ultimi anni si è rafforzata nei campi profughi. Ma l’esercito israeliano ha anche provocato gravissimi danni alle infrastrutture civili: ha divelto strade, raso al suolo interi isolati a uso abitativo e sfollato forzosamente dalle loro case 40.000 persone. Si tratta, sia per scala che per intensità, della più grande operazione militare israeliana in Cisgiordania dai tempi della Seconda Intifada, conclusasi vent’anni fa.

Soldati israeliani avanzano per le strade del campo profughi di Tulkarem, 6 febbraio 2025. (Wahaj Bani Moufleh)

Israele dichiara di avere ucciso nelle ultime tre settimane più di 50 militanti palestinesi, ma il suo esercito ha ucciso anche diversi civili. Tra questi si contano anche una bambina di due anni, vicino a Jenin, due giovani donne di poco più di vent’anni nel campo di Nur Shams, una delle quali incinta di otto mesi, e un bambino di 10 anni a Tulkarem.

Saddam Hussein Iyad Rajab, il bambino di 10 anni, era arrivato il 28 gennaio dal villaggio di Kafr Al-Labad per fare visita ai parenti di Tulkarem quando un soldato israeliano gli ha sparato all’addome. “Saddam era in piedi di fronte alla casa mentre ci preparavamo alla preghiera”, ha raccontato suo padre Iyad a +972. “Nelle vicinanze non c’erano veicoli dell’esercito né cecchini o combattenti della resistenza. È uscito prima di me per andare a parlare a sua madre. Venti secondi dopo ho sentito le sue grida”.

Nel campo profughi di Nur Shams, Cisgiordania occupata, un operatore umanitario assiste una famiglia in fuga lungo una strada sterrata mentre i soldati israeliani osservano sullo sfondo, 10 febbraio 2025. (Wahaj Bani Moufleh)

Poiché da due anni la sua mobilità è limitata a causa di un infortunio sul lavoro, Iyad ha faticato a raggiungere suo figlio in fretta. “Mi ci è voluto un po’ per metterlo al riparo e portarlo in ospedale”, ha detto. Una settimana e mezza dopo, Rajab soccombeva alle sue ferite.

“Dopo il mio infortunio lo consideravo l’uomo di casa”, ha raccontato Iyad. “Mi aiutava sempre in tutto, mi accompagnava all’ospedale e alla moschea. Possa Dio avere pietà di lui”.

Soldati israeliani lanciano una granata stordente verso un gruppo di donne e bambini su una strada tra il campo di Nur Shams e quello di Tulkarem, Cisgiordania occupata, 9 febbraio 2025. (Wahaj Bani Moufleh)

Da quando il 27 gennaio Israele ha allargato l’assalto anche a Tulkarem, la stragrande maggioranza dei residenti è stata sfollata con la forza. Quelle famiglie adesso sono sparpagliate tra le case dei parenti, le scuole e varie strutture pubbliche, dove dipendono dall’aiuto delle autorità municipali e dei villaggi circostanti.

Ahmed Al-Dosh, che lavora per il Ministero dell’Istruzione a Tulkarem, ha una disabilità e si avvale di una sedia a rotelle per spostarsi. La distruzione delle infrastrutture del campo gli ha reso estremamente difficile lasciare la zona. “Quattro giovani mi hanno sollevato con la mia sedia a rotelle per aiutarmi ad andarmene” ha riferito a +972.

Ahmed Al-Dosh sulla sua sedia a rotelle al Centro culturale di Tulkarem, Cisgiordania occupata, 7 febbraio 2025. (Wahaj Bani Moufleh)

Oggi ha trovato rifugio con la sua famiglia presso il Centro Culturale di Tulkarem, insieme a una cinquantina di altri sfollati di ogni età. Lo spazio è organizzato in tre sezioni: una per le scorte di cibo, una per donne e bambini, una per gli uomini.

Mentre queste famiglie cercano di adeguarsi alla loro nuova realtà, i loro cuori rimangono nel campo, dove molte delle loro case sono ormai macerie e il loro futuro incerto. Al-Dosh è affranto per aver dovuto abbandonare i suoi uccelli e il suo gatto. “Sono sicuro che non li troverò vivi, ci penso a ogni pasto che consumo qui”, ha aggiunto.

Una strada principale distrutta dai bulldozer nel campo profughi di Jenin, Cisgiordania occupata, 10 febbraio 2025. (Ahmad Al-Bazz)

Più di 20.000 palestinesi sono stati sfollati dal solo campo di Jenin.

Nell’ultima settimana alcuni di loro hanno rischiato la vita per cercare di raggiungere le loro case e recuperare alcuni dei beni, come vestiti, cibo e documenti importanti che avevano lasciato mentre nel campo fervevano le attività dell’esercito israeliano. Se alcuni hanno avuto fortuna, altri sono stati arrestati dai soldati israeliani e i loro beni sono stati confiscati, mentre altri ancora si sono persino trovati sotto il fuoco delle armi.

Queste foto ci offrono una testimonianza, ancorché parziale, della distruzione in alcuni dei quartieri più esterni del campo assediato, ma i residenti riferiscono di devastazioni ancora più gravi più all’interno. Gli sfollamenti e i martirii si ripetono e l’occupazione continua a sradicare i palestinesi, lasciando dietro di sé ferite infinite.

Famiglie palestinesi fuggono dal campo profughi di Jenin dopo essere tornate a raccogliere gli effetti personali dalle loro case, Cisgiordania occupata, 10 febbraio 2025. (Ahmad Al-Bazz)

Wahaj Bani Moufleh è un fotografo originario della città palestinese di Beita, in Cisgiordania, ed è membro del collettivo Activestills. Per anni ha documentato le proteste contro la colonizzazione e l’occupazione israeliane nel suo villaggio. Il suo lavoro è stato pubblicato da diverse testate ed esposto in diversi paesi, tra cui una mostra personale al Museo WORM di Rotterdam, Olanda.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Fantasie di controllo [Seconda Parte]

Tom Stevenson

12 febbraio 2025, London Review of Books

Hamas: La ricerca del potere

di Beverley Milton-Edwards e Stephen Farrell.

Politica, 331 pp., £17.99, giugno 2024, 978 1 5095 6493 4

Col senno di poi questo flirt con la resistenza civile sembra essere stato il primo tentativo di Hamas di uscire dall’impasse in cui si trovava. Sinwar aveva trascorso più di vent’anni nelle prigioni israeliane, dal suo arresto nel 1989 al rilascio nel 2011 nell’ambito dello scambio di prigionieri per Shalit [militare israeliano catturato da Hamas e liberato in cambio della liberazione di un migliaio di carcerati palestinesi, ndt.]. L’operazione Shalit era stata per molti aspetti un successo. Ma Sinwar vi si era opposto ritenendo troppo esiguo il numero di palestinesi liberati. Quando non era in isolamento o non tentava la fuga dalla sua cella scavando un tunnel Sinwar aveva trascorso il periodo di prigionia studiando diligentemente e scrivendo due libri (nel primo, un romanzo, il protagonista osserva suo padre scavare un rifugio di fortuna sotto la loro casa in un campo profughi). Era stato arrestato prima che Gaza fosse assediata e non aveva assistito alla graduale trasformazione della Striscia da parte di Israele in un campo di sorveglianza. Tuttavia, quando tornò a Gaza nel 2011 la sua ascesa alla leadership fu rapida. Molti dei leader della nuova generazione erano veterani delle prigioni israeliane: Rawhi Mushtaha divenne il primo ministro de facto di Gaza mentre Tawfiq Abu Naim capo della sicurezza interna. Eppure sotto la loro guida la linea iniziale era quella di una “resistenza popolare pacifica”.

Nel 2018 in un’intervista con la giornalista italiana Francesca Borri Sinwar parlò della necessità di un cessate il fuoco. “Quello che conta è che finalmente ci si renda conto che Hamas è qui… siamo parte integrante di questa società, anche se dovessimo perdere le prossime elezioni”, disse. “Inoltre, siamo un pezzo della storia dell’intero mondo arabo, che include islamisti, laici, nazionalisti, militanti di sinistra”. Eppure nel 2021 ci furono chiari segnali di un cambiamento. “Per molto tempo abbiamo provato ad attuare una resistenza civile pacifica”, disse Sinwar al giornalista Hind Hassan. “Ci aspettavamo che il mondo e le organizzazioni internazionali avrebbero fatto cessare i crimini e i massacri commessi sul nostro popolo dall’occupazione. Ma sfortunatamente il mondo è rimasto a guardare mentre l’occupazione uccideva i nostri figli.’

Il fallimento di queste tattiche potrebbe aver portato all’Operazione Al-Aqsa Flood. L’attacco lanciato il 7 ottobre ha fatto seguito al periodo più sanguinoso di violenza dei coloni in Cisgiordania da anni. L’intelligence israeliana afferma di aver scoperto documenti che dimostrano che Hamas avrebbe iniziato a pianificare un “grande progetto” all’inizio del 2022, anche se è molto difficile verificare tale affermazione. A dicembre 2022 Sinwar parlava di arrivare in Israele “come un travolgente diluvio“. È chiaro che l’operazione era ben pianificata. L’attacco è stato guidato dalle Brigate Qassam, ma supportato da altri cinque gruppi armati di Gaza: le Brigate Al-Quds della Jihad islamica palestinese, le Brigate di Resistenza Nazionale del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, le Brigate Martire Abu Ali Mustafa del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, le Brigate Martiri di Aqsa e le Brigate Mujaheddin. Nonostante il coinvolgimento di così tante fazioni le informazioni sull’operazione sono state strettamente custodite e rivelate alle singole unità simultaneamente all’ultimo minuto. La comunicazione digitale è stata ridotta al minimo. Sono stati utilizzati droni e missili per distruggere i siti di sorveglianza e i posti di comando e controllo mentre il muro veniva sfondato con bulldozer ed esplosivi. Ciò che più ha colpito è stata l’adozione sia delle tattiche che delle modalità d’intervento proprie delle forze speciali statunitensi e israeliane (le Brigate Qassam chiamavano “commando” le proprie unità Nukhba). In totale gli attacchi hanno provocato la morte di 725 civili israeliani, 36 dei quali bambini e 71 cittadini stranieri e di 379 membri del personale di sicurezza israeliano.

La versione riveduta del libro di Beverley Milton-Edwards e Stephen Farrell Hamas: The Islamic Resistance Movement ha il grande vantaggio di offrire un’analisi degli eventi nei primi mesi successivi all’ottobre del 2023. Nell’edizione originale, pubblicata nel 2010, Milton-Edwards, un esperto accademico, e Stephen Farrell, ex capo dell’ufficio Reuters a Gerusalemme, hanno fornito una buona panoramica su Hamas che differiva relativamente poco dalle testimonianze ufficiali. Come altri scrittori, hanno intervistato molti leader di Hamas. Tra loro ce n’erano alcuni che in seguito sono ascesi alla ribalta, in particolare Abu Obaida, il portavoce delle Brigate Qassam, e Saleh al-Arouri, vicepresidente dell’ufficio politico di Hamas fino al suo assassinio l’anno scorso. Farrell ha anche intervistato Sinwar a Khan Younis nel 2011, subito dopo la sua liberazione.

Ciò che finalmente Hamas ha ottenuto il 7 ottobre è stato stroncare l’illusione di un controllo che Israele credeva di aver raggiunto. “L’inimmaginabile spettacolo dei parapendio motorizzati che sorvolavano gli accessi di Gaza” è stato di per sé una sorta di vittoria. La presa del valico di Erez, dove i metodi di repressione del XXI secolo (droni, torri di sorveglianza elettronica, database biometrici) si sono aggiunti alle vecchie perquisizioni corporali, è stato un enorme colpo di scena simbolico. I primi obiettivi di Hamas sono state le installazioni militari israeliane, tra cui Reim, il quartier generale della divisione Gaza dell’esercito israeliano. Ma l’apparenza di un’operazione di forze speciali si è rapidamente trasformata in violenza incontrollata (un modello non estraneo a chiunque abbia una conoscenza anche superficiale delle azioni delle forze speciali britanniche in Afghanistan). Milton-Edwards e Farrell elencano quanto di peggio è accaduto. La milizia di Gaza ha sparato contro le auto trascinando fuori i non combattenti per giustiziarli. Hamas non si aspettava che un festival di musica trance si svolgesse a pochi minuti dalla recinzione. Quando i suoi combattenti sono arrivati ​​lì, hanno “svuotato i caricatori nelle tende e nelle cabine dei servizi igienici”. Gli abitanti dei kibbutz vicino al confine sono stati rapiti o uccisi e le loro case saccheggiate e incendiate.

Nel gennaio 2024 Hamas ha pubblicato il suo resoconto sull’operazione, presentandolo come la spiegazione delle proprie motivazioni e “una confutazione delle accuse israeliane”. Milton-Edwards e Farrell menzionano il documento ma non lo descrivono in dettaglio. Secondo il resoconto di Hamas, intitolato “Our Narrative”, l’operazione al-Aqsa Flood “ha preso di mira siti militari israeliani con l’intento di catturare i soldati nemici per fare pressione sulle autorità israeliane affinché liberassero migliaia di palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane attraverso un accordo di scambio di prigionieri”. Affermava che i principali obiettivi erano la Divisione Gaza dell’esercito israeliano e siti militari “vicini agli insediamenti israeliani intorno a Gaza”. Hamas ha respinto come “bugie e invenzioni” l’idea che i suoi combattenti avessero preso di mira i civili e ha affermato di aver “preso di mira solo i soldati dell’occupazione e coloro che portavano armi”. Tutte le morti di civili sarebbero state accidentali o il risultato di fuoco incrociato. E durante l’operazione si sarebbero verificati “alcuni errori a causa del rapido crollo del sistema militare e di sicurezza israeliano e del caos provocato lungo le aree di confine con Gaza”.

Ovviamente questo resoconto non regge. È vero che alcune delle vittime delle unità Qassam nei kibbutz erano Kitat Konenut armati, riservisti locali addestrati per una risposta d’emergenza, che sono morti combattendo. Alcune morti possono anche essere attribuite alla direttiva Annibale, messa in atto da Israele dalle prime ore di quel giorno, che ha imposto alle sue forze di sparare ai veicoli che si muovevano in direzione di Gaza con droni, attacchi aerei e mortai al fine di uccidere gli ostaggi piuttosto che lasciarli catturare per un riscatto. Alcuni civili sono stati uccisi dall’esercito israeliano sia al festival che nei kibbutz. Nel kibbutz Be’eri un carro armato israeliano ha sparato contro una casa in cui era nota la presenza di combattenti di Hamas e civili israeliani causando la morte di tredici civili. Ma questo non mette in discussione la chiara evidenza che gravi crimini di guerra sono stati commessi dalle Brigate Qassam e da altre milizie di Gaza.

Israele e i suoi sostenitori hanno esagerato e montato ciò che non aveva bisogno di esagerazione o invenzione. I combattenti Qassam hanno lanciato granate nei rifugi e sparato con lanciarazzi contro le case. A Be’eri una granata a frammentazione è stata lanciata contro una clinica odontoiatrica. Delle unità Qassam hanno ucciso a colpi di arma da fuoco donne disarmate che stavano fuggendo a piedi. Ci sono prove che le Brigate Mujahideen e Al-Quds (sebbene non combattenti Qassam) hanno decapitato soldati israeliani. Nel kibbutz Alumim lavoratori nepalesi e thailandesi sono stati uccisi indiscriminatamente. In una dichiarazione successiva Hamas ha riconosciuto che abitanti di Gaza “si sono precipitati [oltre i confini] senza coordinamento con Hamas”, il che “ha portato a molti errori”. Ma dire che Hamas “ha perso il controllo” dell’operazione a causa del rapido crollo delle forze di sicurezza israeliane significa negare la responsabilità che comporta un‘azione militare. In un messaggio trapelato, rivolto a dei funzionari di Hamas, Sinwar sembrava riconoscerlo. “Le cose sono andate fuori controllo… la gente si è lasciata trascinare in tutto questo, e ciò non sarebbe dovuto accadere”.

Milton-Edwards e Farrell sostengono che il 7 ottobre l’obiettivo principale di Hamas era catturare ostaggi. Stimano che dal 1983 Israele abbia scambiato 8500 detenuti palestinesi con diciannove israeliani e le spoglie di altri otto. Non è un cattivo tasso di scambio (anche se è una goccia nell’oceano, dato che quattro palestinesi su dieci vengono “prima o poi imprigionati da Israele nel corso della loro vita”). Sostengono anche che un obiettivo secondario era far deragliare il processo di normalizzazione diplomatica israelo-saudita sponsorizzato dagli Stati Uniti. Milton-Edwards e Farrell non presentano prove concrete di ciò e non è chiaro perché le pressioni a cui Gaza era sottoposta non avrebbero potuto determinare un 7 ottobre anche se gli Stati Uniti non fossero stati impegnati in un maldestro tentativo di rinnovare i propri accordi con l’Arabia Saudita. In alcune interviste Milton-Edwards ha sostenuto con più sottigliezza che Hamas stava reagendo all’emarginazione della causa palestinese a livello internazionale. Lei e Farrell scrivono che Deif vedeva l’operazione come un modo per ispirare una “rivoluzione che avrebbe posto fine all’ultima occupazione e all’ultimo regime di apartheid razzista al mondo”. C’è una dimensione internazionale in questo modo di pensare, ma non riducibile a un’agenda diplomatica.

Un’altra domanda è se Hamas avesse previsto quanto sarebbe stata brutale la rappresaglia di Israele. Milton-Edwards e Farrell sostengono che Hamas credeva che se Israele avesse invaso loro sarebbero stati avvantaggiati dal fatto di trovarsi nel proprio territorio. Citano al-Arouri, che considerava un’invasione terrestre israeliana di Gaza “lo scenario migliore per porre fine a questo conflitto e sconfiggere il nemico”. Hamas ha tratto vantaggio dalla distruzione di Gaza da parte dell’aeronautica israeliana. I suoi combattenti hanno usato tattiche mordi e fuggi e sfruttato efficacemente i tunnel, rallentando l’avanzata israeliana e rendendo impossibile anche solo liberare le strade e proseguire. Di conseguenza, le forze speciali hanno dovuto entrare nei tunnel oppure costringere i civili a entrarvi per verificare la presenza di trappole. I combattenti di Hamas sono tornati anche nelle zone che le forze israeliane pensavano di aver sgomberato. Ma nel tempo le forze israeliane sembrano essere diventate più brave a difendersi dalle imboscate, almeno sulle unità corazzate. Più di quattrocento soldati israeliani sono stati uccisi a Gaza. È più del doppio del numero di soldati britannici uccisi in Iraq, ma molti meno dell’obiettivo di Hamas.

Nulla di ciò che Hamas ha compiuto il 7 ottobre si avvicina a quello che Israele ha fatto a Gaza. Eppure, chiunque abbia visto i video delle Brigate Qassam nei kibbutz quella mattina e conosca minimamente Israele deve aver avuto in mente limmagine pulsante di una Gaza subito destinata a essere rasa al suolo. Perché Hamas non ha optato per un’operazione puramente militare? Perché prendere in ostaggio dei bambini? È facile pensare che se avesse condotto unoperazione militare disciplinata – come i suoi leader hanno descritto al-Aqsa Flood – prendendo di mira esclusivamente forze militari e non commettendo crimini di guerra avrebbe potuto evitare critiche e persino trovare sostegno per un atto di resistenza legittima contro gli orribili e continui crimini israeliani. Ma la reazione di Israele e degli Stati Uniti sarebbe stata comunque la stessa. In assenza di atrocità reali ne sarebbero state inventate di false, e lazione militare sarebbe stata comunque definita terrorismo. Tutto ciò che Israele ha fatto era prevedibile dal momento in cui Hamas ha sorvolato la barriera con i parapendio. Il sostegno ricevuto a Washington, New York, Londra, Berlino e Bruxelles era scontato. Gaza sarebbe stata comunque distrutta.

Per Hamas il grande valore del 7 ottobre era quello di un attacco simbolico al sistema di confinamento e divisione su cui si basa l’apartheid di Israele. Al-Aqsa Flood ha definitivamente confutato l’idea che Israele potesse semplicemente mettere in gabbia gli zotici e continuare a vivere normalmente. Ma se catturare ostaggi è stata la tattica principale di Hamas, come sostengono Milton-Edwards e Farrell, è risultata chiaramente imperfetta. Per quanto abbia mostrato di ritenere importante il recupero degli ostaggi Israele ha sempre scelto la vendetta anziché il negoziato per le loro vite. Inoltre sembra che Hamas abbia gravemente sopravvalutato il sostegno che avrebbe ricevuto da Hezbollah in Libano, dall’Iran e, cosa fondamentale, dai palestinesi in Cisgiordania. Se l’attacco è stato un disperato tentativo di rilanciare il sostegno regionale alla Palestina, allora, con la notevole eccezione dello Yemen, è fallito. Milton-Edwards e Farrell sostengono che il 7 ottobre ha rivelato la vacuità dell'”asse della resistenza”. Le risposte di Hezbollah e dell’Iran sono state deboli. Israele ha finito per attaccare il Libano e devastare Hezbollah, non il contrario. “Sostegno alla Palestina, contenimento di Israele: questo è stato il vero limite dell’asse”, concludono. “Tutte le parole spese sul fervore rivoluzionario in Medio Oriente non sono state altro che parole”.

Se il 7 ottobre ha segnato una svolta strategica per Hamas la domanda ovvia è: non ha reso la possibilità di un miglioramento della condizione dei palestinesi ancora più incredibilmente remota? Gaza è stata distrutta. Israele sostiene di aver eliminato 23 dei 24 battaglioni delle Brigate Qassam, anche se è un errore concepire la potenza di Hamas come si trattasse di un esercito permanente (una valutazione dell’Institute for the Study of War e del Critical Threats Project suggerisce che solo tre dei battaglioni sono ora di fatto “non in grado di combattere”). Sinwar ha descritto le morti a Gaza come “sacrifici necessari” per la causa della liberazione. Lo storico palestinese Yezid Sayigh ritiene che il 7 ottobre abbia fatto arretrare di trent’anni la causa della liberazione palestinese. Chi ha ragione? È il classico dilemma del rivoluzionario: rompendo violentemente la stasi si possono scatenare forze che ritardano o annientano i propri progetti.

È nella natura della violenza rivoluzionaria creare problemi insolubili. Bisogna schierarsi con le persone che fuggono da un campo di concentramento. Ma bisogna anche schierarsi con i non combattenti contro l’uomo che punta loro un fucile. È comprensibile la determinazione nell’asserire che l’orrenda violenza israeliana debba essere affrontata solo con la non violenza, ma quand‘è che questo diventa ciò che il grande scrittore pacifista A.J. Muste chiamava “predicare la non violenza agli oppressi”? La strategia di Israele è stata coerente per decenni: sottomettere con la sopraffazione per mantenere il controllo della terra e impedire qualsiasi tipo di autodeterminazione palestinese. È difficile per un estraneo entrare veramente nella prospettiva di Gaza, dove la non violenza può significare solo essere sottomessa a una forza superiore.

La possibilità che Israele non provocasse una resistenza armata a Gaza è sempre stata pari a zero. I gazawi erano di fatto sotto assedio e un’azione militare per rompere l’assedio non può essere liquidata come terrorismo o classificata come un pogrom. Per Israele e i suoi sostenitori il crimine del 7 ottobre è stato in ultima analisi quello di aver violato la legge fondamentale della situazione palestinese, dirigendo contro Israele una piccolissima parte della violenza dell’occupazione. Tuttavia, non bisogna cadere nella trappola di dire che i movimenti di resistenza armata non commettono crimini. L’uccisione di non combattenti è indifendibile, sia quando si manifesta come crudeltà inutile (uccisione di lavoratori nepalesi con granate), sia quando si presenta sotto le mentite spoglie della resistenza militare (uccidere a colpi di arma da fuoco un uomo perché è in “età militare” ed è costretto entro i confini di Gaza).

Negli Stati Uniti e in Europa la tendenza prevalente è quella di accettare il modo in cui Israele inquadra la situazione. Qualsiasi azione israeliana, per quanto aberrante, è automaticamente supportata come parte del “diritto di Israele a difendersi”. Il sostegno degli Stati Uniti in particolare non ha vacillato. A gennaio il consigliere per la sicurezza nazionale di Biden, Jake Sullivan, ha parlato del “dovere” di Israele di andare contro un “nemico terrorista ben radicato”. Marco Rubio, il nuovo segretario di Stato di Trump, ha detto che Hamas è un gruppo di “selvaggi” che devono essere sradicati. Il numero noto di morti a Gaza ammonta a cinquantamila. La falsa narrazione dei sostenitori di Hamas come demoni irrazionali è una parte fondamentale della giustificazione ideologica dietro ogni morte, ogni mutilazione, ogni scena di distruzione.

Il 15 gennaio i mediatori del Qatar hanno annunciato che Hamas e Israele avevano concordato un cessate il fuoco. L’accordo prevedeva una tregua di sei settimane durante la quale 33 ostaggi israeliani sarebbero stati rilasciati insieme a centinaia di palestinesi tenuti in detenzione amministrativa in Israele. La seconda fase, che includerebbe il rilascio di tutti gli ostaggi rimanenti e il completo ritiro delle forze israeliane, è stata tenuta in sospeso in vista di una successiva decisione. Così come la fase finale, che in teoria comporterebbe la ricostruzione di Gaza. Dopo l’annuncio dell’accordo le operazioni militari israeliane a Gaza sono continuate. L’aeronautica militare israeliana ha festeggiato la notizia con una serie di bombardamenti e un imponente attacco aereo su Jenin in Cisgiordania.

L’accordo è arrivato dopo un anno intero di farsa diplomatica, durante il quale Israele e gli Stati Uniti hanno condotto una messinscena di colloqui senza alcuna intenzione di fermare l’assalto. Hamas è sempre stata disposta a rilasciare gli ostaggi rimasti in cambio del ritiro delle forze israeliane da Gaza e del rilascio di alcuni prigionieri palestinesi. Israele ha sempre rifiutato questa proposta. Se gli Stati Uniti o Israele lo avessero voluto, un accordo molto simile avrebbe potuto essere raggiunto un anno prima, quando il numero stimato delle vittime era inferiore alla metà dell’attuale. Trump potrebbe aver contribuito a far passare un accordo, ma qual è l’alternativa del governo degli Stati Uniti al ripristino di Gaza allo status di campo di concentramento? In risposta alla notizia dell’accordo il consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Mike Waltz, ha affermato: “Gaza deve essere smilitarizzata, Hamas deve essere distrutta… Israele ha tutto il diritto di proteggersi in ogni modo”. Non c’è nulla che impedisca a Israele di riprendere gli attacchi su Gaza ogni volta che lo desidera.

L’obiettivo dichiarato di Israele era quello di eliminare Hamas. Milton-Edwards e Farrell non pensano che “distruggere” Hamas sia mai stata un’idea praticabile. Sicuramente anche i leader israeliani lo sapevano. Ma poi Gaza stessa, non Hamas, è sempre stata il vero bersaglio di una campagna che l’ex ministro della difesa israeliano Moshe Ya’alon ha descritto come “pulizia etnica”. Hamas è stata indebolita (attualmente non è in grado di impedire il saccheggio dei camion degli aiuti a Gaza), ma non è stata distrutta. Mohammed Sinwar ha sostituito suo fratello come leader de facto a Gaza. Hamas è ancora parte integrante della società di Gaza. Il suo sistema amministrativo è malconcio, ma è sopravvissuto. Il 14 gennaio Blinken ha affermato che, secondo le valutazioni degli Stati Uniti, “Hamas ha reclutato quasi tanti nuovi militanti quanti ne ha persi”. Il movimento è nato dall’occupazione, ma l’attacco genocida a Gaza supera la crudeltà delle circostanze che hanno portato alla sua costituzione. Hamas si è trasformata molte volte in passato e lo farà di nuovo. I campi di tortura, gli stupri documentati di detenuti palestinesi, le file di uomini spogliati e bendati, inginocchiati nella polvere tra le macerie di quella che un tempo era la loro casa: cosa ne verrà fuori? Israele potrebbe finire col desiderare il ritorno della versione di Hamas che un tempo malediva.

24 gennaio

[Prima Parte]

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il sistema britannico per il controllo dell’esportazione di armi è inefficace, sostiene un ex-diplomatico

Patrick Wintour, Redattore diplomatico

9 Febbraio 2025 – The Guardian

L’ex-funzionario del Ministero degli Esteri afferma di avere osservato pratiche che ‘travalicano il limite della complicità in crimini di guerra’

  • Mark Smith: Ho assistito a illegalità e complicità in crimini di guerra. Ecco perché ho dato le dimissioni dal Ministero degli Esteri britannico

Il sistema britannico per il controllo dell’esportazione delle armi è inefficace, soggetto a manipolazioni politiche e ha permesso che si travalicasse il limite della complicità in crimini di guerra, ha dichiarato un ex-diplomatico del Regno Unito.

Mark Smith, che ha dato le dimissioni dal Ministero degli Esteri ad agosto, ha scritto in un articolo per The Guardian che ai funzionari veniva ordinato di manipolare le risultanze sull’uso improprio delle armi inglesi da parte degli alleati e, quando non vi si attenevano, i loro rapporti venivano modificati dai loro superiori in modo da lasciare intendere che il Regno Unito rispettasse la legge.

Nel fare appello ai funzionari in servizio presso il Ministero degli Esteri affinché mettano fine alla loro collaborazione con un sistema corrotto, Mark Smith ha scritto: “Ciò cui ho assistito non è soltanto immorale, ma travalica il limite della complicità in crimini di guerra”.

“L’opinione pubblica ha il diritto di sapere come queste decisioni vengano prese a porte chiuse e come le disfunzioni del sistema permettano al governo di perseverare nell’illecito e al contempo sottrarsi al pubblico scrutinio”.

Ha anche scritto che i suoi tentativi di sollevare questi problemi sono stati bloccati e che gli è stato ordinato di non metterli per iscritto, nel caso essi diventassero oggetto di una richiesta di accesso alle informazioni [Il Freedom of Information Act (FOIA), diffuso in oltre 100 paesi al mondo, è la normativa che garantisce a chiunque il diritto di accesso alle informazioni detenute dalle pubbliche amministrazioni, ndt.].

Smith ha prestato servizio come consulente alla vendita di armi specializzato in Medio Oriente e in seguito ha ricoperto la carica di secondo segretario presso l’ambasciata del Regno Unito a Dublino.

“Il modo in cui il Ministero degli Esteri ha gestito tali questioni è un vero e proprio scandalo. I funzionari sono costretti al silenzio. Le procedure sono manipolate in modo da ottenere esiti politicamente convenienti. Chi denuncia è ostacolato, isolato e ignorato”, ha scritto.

Nonostante la maggior parte delle sue critiche siano rivolte al precedente governo conservatore per le vendite di armi all’Arabia Saudita, che le ha impiegate in Yemen, e a Israele, Smith non assolve neanche il Labour. Ha accolto favorevolmente il bando all’esportazione di armi verso Israele a settembre, ma ritiene che da allora il governo sia rimasto a guardare mentre Israele continuava a commettere crimini di guerra.

Lo scorso settembre il Regno Unito ha proibito la vendita di armi da usare a Gaza, ma ha esentato tutte le componenti per il programma relativo ai jet F-35, un’eccezione che ora è oggetto di scrutinio da parte dell’autorità giudiziaria. Le leggi del Regno Unito affermano che il governo non rilascerà licenze di esportazione “se c’è un chiaro rischio che i prodotti possano essere utilizzati per commettere o facilitare una grave violazione del diritto umanitario internazionale”. Il Ministero degli Esteri continua a sostenere che non ha potuto accertare se il bombardamento di Gaza da parte di Israele abbia violato il diritto internazionale.

La più grave tra le accuse di Smith è probabilmente quella secondo la quale i funzionari avrebbero chiesto di attenuare le prove che le armi provenienti dal Regno Unito sono state usate per commettere crimini di guerra, cosa che costituirebbe una chiara manipolazione di quello che dovrebbe essere un processo oggettivo di raccolta di prove.

Scrive Smith: “L’esempio più scandaloso di questa manipolazione si è verificato mentre mi occupavo di vendite di armi all’Arabia Saudita durante la sua campagna militare in Yemen. Il governo britannico era pienamente consapevole che gli attacchi aerei sauditi stavano provocando enormi perdite tra i civili.

“Durante una riunione di alto livello con importanti funzionari, inclusi consulenti legali e Avvocati della Regina, è stato riconosciuto che il Regno Unito ha oltrepassato la soglia legale oltre la quale le vendite di armi devono essere interrotte. Eppure invece di consigliare ai ministri di sospendere le esportazioni, l’attenzione si è spostata su come ‘tornare dalla parte giusta’ della legge.

“Piuttosto che combattere l’illecito, i funzionari hanno fatto ricorso a tattiche di differimento, come posticipare le scadenze per la presentazione di relazioni e richiedere informazioni aggiuntive e inutili. Questo approccio ‘in attesa di prove ulteriori’ ha fornito una scappatoia, permettendo che le vendite di armi continuassero mentre il governo fingeva di rispettare la legge.

“Ho espresso ripetutamente le mie preoccupazioni ma sono state respinte. Uno dei miei colleghi, altrettanto turbato da ciò cui avevamo assistito, ha dato le dimissioni per questo motivo. Ho presto seguito il suo esempio”.

Smith scrive che l’approvazione delle vendite di armi dal Regno Unito a Israele tra ottobre 2023 e settembre 2024 è stata ancora più scioccante: “I ripetuti bombardamenti di Gaza da parte di Israele hanno ucciso migliaia di civili e distrutto infrastrutture vitali, azioni platealmente incompatibili con il diritto internazionale. Eppure il governo del Regno Unito ha continuato a giustificare le vendite di armi a Israele grazie agli stessi vizi procedurali e alle stesse tattiche elusive”.

Ha detto che dall’ambasciata britannica in Irlanda, un paese che sostiene con forza uno Stato palestinese, ha chiesto chiarimenti alla sede centrale del Ministero degli Esteri in merito ai presupposti giuridici per la vendita di armi a Israele, ma le sue richieste sono state “accolte con ostilità e ostruzionismo”.

“Le mie email non hanno avuto risposta. Mi è stato intimato di non mettere per iscritto le mie preoccupazioni. Avvocati e funzionari più alti in grado mi hanno bombardato di stizzite raccomandazioni di ‘stare al mio posto’ e cancellare la corrispondenza. Chiaramente nessuno voleva affrontare la questione fondamentale: come può essere ancora legale continuare a vendere armi a Israele?

“Ho seguito ogni possibile procedura interna per sollevare il problema. Mi sono rivolto all’ufficio per la segnalazione delle violazioni, ho scritto ai miei superiori, ho persino tentato di contattare direttamente il Ministro degli Esteri. A ogni passo mi sono scontrato con ritardi, ostruzionismi ed espliciti rifiuti. È chiaro che il sistema non è progettato per assumersi le sue responsabilità, al contrario, è progettato per difendersi a ogni costo”.

La testimonianza di Smith potrebbe risultare determinante nell’azione legale che diverse organizzazioni per i diritti umani stanno organizzando in merito alla continua vendita di componenti per gli F35 venduti a Israele e che possono essere usati a Gaza.

Secondo un portavoce del Ministero degli Esteri: “Queste accuse dipingono un ritratto distorto di questo governo. I nostri controlli sulle licenze di esportazione sono tra i più severi al mondo e sono rigorosamente guidati da pareri legali. Appena insediato, il Ministro degli Esteri ha ordinato un riesame dell’ottemperanza di Israele al diritto umanitario internazionale e il 2 settembre abbiamo sospeso le licenze di esportazione verso Israele per l’uso in operazioni militari nel conflitto di Gaza”.

Il Ministero degli Esteri ha dichiarato di non poter commentare i singoli casi, ma di avere una procedura consolidata per la gestione dei problemi interni.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Dopo l’incontro con Netanyahu alla Casa Bianca Trump ribadisce il suo sostegno al piano per rimuovere da Gaza i palestinesi

Michael Arria  

4 febbraio 2025 – Mondoweiss

Martedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è stato il primo leader straniero a incontrare alla Casa Bianca Donald Trump nel suo secondo mandato. Durante l’incontro Trump ha ribadito le precedenti proposte di rimuovere i palestinesi da Gaza. 

Martedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è stato il primo leader straniero a incontrare Donald Trump alla Casa Bianca durante il suo secondo mandato. L’incontro si è svolto mentre sono ancora in corso i negoziati per il cessate il fuoco fra il governo israeliano e Hamas.

Parlando con i giornalisti dopo la riunione Trump ha fatto lo scioccante annuncio che gli Stati Uniti avrebbero cercato di impadronirsi di Gaza. 

Gli Stati Uniti prenderanno il controllo della Striscia di Gaza e faranno qualcosa anche lì,” ha detto. “Ne saremo proprietari e responsabili della bonifica di tutte le pericolose bombe inesplose e di altre armi presenti sul territorio. Livelleremo il sito e ci sbarazzeremo di tutti gli edifici distrutti. Spianeremo tutto.”

Daremo vita a uno sviluppo economico che creerà un numero illimitato di posti di lavoro e di alloggi per la gente dell’area,” ha continuato. “Faremo un lavoro serio, qualcosa di diverso.”

 Netanyahu è arrivato a Washington lunedì quando scadeva la data per iniziare i colloqui per la fase successiva del cessate il fuoco. L’ufficio del primo ministro non ha chiarito quando la sua squadra si metterà in contatto con Hamas, ma ha detto che “la seconda fase dell’accordo sugli ostaggi sarebbe iniziata” con l’incontro con Trump.

Appena un giorno prima della riunione, riferendosi al cessate il fuoco, Trump ha detto ai reporter: “Non ho garanzie che la pace duri.” Steve Witkoff, il suo inviato speciale in Medio Oriente, ha aggiunto che l’amministrazione è “certamente fiduciosa” riguardo all’accordo.

A una conferenza stampa dopo l’incontro Trump ha detto ai giornalisti che “tutti chiedono una sola cosa, e voi sapete cosa: la pace.”

Abbiamo a che fare con un gruppo di persone, situazioni e persone, molto complesso, ma abbiamo l’uomo giusto,” ha aggiunto. “Abbiamo il leader di Israele giusto. Ha fatto un ottimo lavoro e noi siamo amici da lungo tempo.”

Prima della sua visita alla Casa Bianca Netanyahu aveva annunciato che avrebbe discusso con Trump della “vittoria su Hamas” da parte di Israele, nonostante il fatto che al momento Hamas controlli ancora Gaza e ha detto che non rilascerà altri ostaggi fino a quando le forze di Israele non si ritireranno dalla regione.

Un funzionario dell’entourage di Trump ha detto alla CNN che il presidente era “estremamente concentrato” sulla cacciata di Hamas dal potere.

Il presidente Trump guarda la Striscia di Gaza e ci vede un cantiere,” ha detto il funzionario. “Pensa che sia impraticabile ricostruire la regione entro 3-5 anni e crede ce ne vorranno almeno 10-15 per riportarla a condizioni vivibili. È inumano costringere la gente a vivere su un territorio pieno di ordigni inesplosi e macerie.”

Dopo l’incontro, interrogato sul suo impegno a portare a casa altri ostaggi israeliani, Netanyahu ha risposto: “Sono a favore del ritorno di tutti gli ostaggi e al raggiungimento di tutti i nostri obiettivi di guerra. E ciò include distruggere le capacità militari e amministrative di Hamas e garantire che Gaza non costituisca mai più una minaccia per Israele.”

Trump conferma l’ipotesi di pulizia etnica dei palestinesi a Gaza

Mentre i colloqui per un cessate rimangono delicati, negli ultimi giorni Trump ha adottato alcune politiche a favore di Israele. Il Wall Street Journal ha rivelato che la sua amministrazione chiederà al Congresso armi per Israele per un miliardo di dollari. Il presidente ha anche firmato ordini esecutivi per ritirare gli USA dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC) e dall’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione (UNRWA).

Trump ha anche ripetutamente fatto riferimento all’idea di pulizia etnica a Gaza che ha rispolverato martedì nel corso dei suoi commenti con i media. “In questo momento Gaza è un cantiere in demolizione… adesso non si può vivere a Gaza. Penso che abbiamo bisogno di un’altra sistemazione,” ha detto Trump. “Confido che possiamo fare qualcosa di veramente carino, veramente buono, dove loro non vorranno ritornare. Perché vorrebbero ritornarci? Il posto è stato un inferno.”

Si è sentito un giornalista urlare, “Perché è la loro casa!”

Prem Thakker, giornalista di Zeteo News, ha condiviso su Twitter il video della scena. 

Una di quelle sequenze durante le quali ti chiedi se non stai avendo le allucinazioni,” ha scritto Thakker. “Donald Trump dice che ai palestinesi non dovrebbe essere permesso di ritornare a Gaza: ‘Perché vorrebbero ritornarci? Quel posto è stato l’inferno’, accanto all’uomo tutto sorrisi che l’ha reso un inferno.”

In primo piano lo scontro con l’Iran

Prima dell’incontro Netanyahu ha anche annunciato che avrebbe parlato con Trump su come affrontare l’Iran, che è stato da lungo tempo al centro [delle preoccupazioni] del governo israeliano. 

Negli ultimi giorni i parlamentari da ambo le parti hanno spinto apertamente per una tale azione.

La scorsa settimana i membri del Congresso hanno presentato una risoluzione chiedendo che gli Stati Uniti e i suoi alleati tengano “tutte le opzioni” sul tavolo per contenere “la credibile minaccia” del programma nucleare iraniano. La proposta è stata guidata al Senato dai senatori Lindsey Graham (Repubblicano-Carolina del Sud), John Fetterman (Democratico-Pennsylvania) e Katie Britt (Repubblicana-Alabama) e alla Camera dei Rappresentanti da Jared Moskowitz (Democratico-Florida) e Mike Lawler (Repubblicano-New York). 

Gli israeliani dovranno prendere una decisione relativamente presto su cosa fare riguardo al programma nucleare iraniano,” ha detto Graham a Fox News Sunday.

Sono qui a dire a voi e al pubblico in tutto il mondo che penso che l’America dovrebbe sostenere lo sforzo di Israele se decidesse di distruggere il programma nucleare iraniano perché penso sia una minaccia per l’umanità,” ha continuato. “Israele è forte. L’Iran è debole. Hezbollah, Hamas sono stati decimati. Non sono finiti ma sono stati indeboliti. Esiste l’opportunità di colpire in un modo che non ho visto da decenni il programma nucleare iraniano.”

Il mese scorso In un’intervista a Mondoweiss Sina Toossi, ricercatore esperto del Center for International Policy, ha espresso scetticismo a proposito di un Iran indebolito.

Penso che sia un grosso fraintendimento della situazione attuale. L’Iran ha colpito Israele due volte nel corso di quest’ultimo anno con attacchi missilistici,” ha detto Toossi. “C’è il caos della guerra e un notevole dibattito su quanto sia efficace. Israele conosce la situazione ma non condivide con nessuno le sue informazioni. Sappiamo che quegli attacchi missilistici ad aprile e ottobre hanno aggirato la difesa aerea multistrato e molto sofisticata di Israele. Hanno colpito bersagli nonostante Iron Dome. Anche se diciamo che non hanno colpito esattamente quello che stavano cercando di colpire, hanno raggiunto il Paese.”

L’arrivo di Netanyahu a Washington ha incontrato proteste e richieste che venisse arrestato poiché esiste un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale (CPI) contro di lui per crimini di guerra. Il Centro per i Diritti Costituzionali (CCR) ha mandato una richiesta alla Sezione della Procura speciale e dei Diritti Umani del Dipartimento di Giustizia (DOJ) a nome dei palestinesi con cittadinanza statunitense chiedendo al DOJ di procedere con un’indagine e un’azione penale contro il primo ministro.

Invece di adempiere ai suoi obblighi di indagare e processare Benjamin Netanyahu per genocidio, tortura e crimini di guerra, gli Stati Uniti accolgono a braccia aperte l’uomo responsabile della campagna genocida di 15 mesi contro i palestinesi di Gaza e promettono persino altri armamenti,” ha dichiarato Katherine Gallagher, procuratrice senior della CRR e Rappresentante Legale delle vittime nella situazione dello Stato di Palestina della CPI. 

La Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato di arresto per Netanyahu per il suo ruolo nel massacro di massa, per la carestia, la negazione dell’accesso a cibo, acqua e medicinali e persecuzione dei palestinesi di Gaza,” ha continuato. “Gli USA dovrebbero muoversi nella direzione di incriminare Netanyahu adesso o consegnarlo alla CPI e non sostenerlo ulteriormente rafforzando il suo senso di impunità.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Può la presidente del più importante tribunale del mondo essere una giudice con tendenze sioniste?

Muhammad Jamil

23 gennaio 2025 – Middle East Monitor

Mentre la polvere della guerra si sta posando sulla Striscia di Gaza e da domenica 19 gennaio 2025 è entrato in vigore il cessate il fuoco, si fanno sempre maggiori le speranze che commissioni d’inchiesta internazionali entrino a Gaza e documentino le catastrofiche conseguenze della guerra di sterminio durata 15 mesi. I resoconti dei mezzi di comunicazione e delle organizzazioni internazionali non riescono a cogliere le reali dimensioni della tragedia, rendendo imperativo che équipe investigative si rechino sul terreno per raccogliere prove. Queste prove giocheranno un ruolo fondamentale nella denuncia per genocidio presentata alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) e aiuteranno la Corte Penale Internazionale (CPI) nell’incriminazione di altri dirigenti militari e politici coinvolti nei crimini.

Il tempo è cruciale, in quanto il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu minaccia di riprendere i combattimenti dopo la fine della fase iniziale del cessate il fuoco. Questa urgenza necessita di un’azione rapida da parte dei tribunali internazionali per perseguire la giustizia e chiamare i responsabili a rendere conto delle proprie azioni. Tuttavia la CPI è stata lenta nella risposta, interrompendo il suo cammino, senza prendere ulteriori iniziative dopo l’approvazione mesi fa di mandati di arresto contro Netanyahu e l’ex- ministro della Difesa Yoav Gallant. Questo ritardo continua nonostante la lunga lista di persone accusate di aver commesso crimini di guerra a Gaza e in Cisgiordania.

Le lungaggini processuali e l’esitazione nel chiamare a rispondere i responsabili derivano da varie ragioni, in primo luogo dalle pressioni e minacce politiche che la corte deve affrontare. Ciò richiede che gli attori internazionali appoggino la creazione di uno specifico tribunale internazionale, simile a quelli per la Jugoslavia e il Ruanda, perché agisca concretamente libero da pressioni esterne e con più estese facoltà di affrontare l’ingente numero di crimini commessi.

La causa intentata davanti alla CIG dal Sudafrica, che accusa Israele di genocidio, è altrettanto significativa. E’ trascorso più di un anno da quando il caso è stato presentato, eppure l’iter processuale procede lentamente. Ad aggravare questo problema sono le dimissioni del giudice Nawaf Salam dalla presidenza della CIG a causa della sua nomina per la formazione del governo libanese. Ciò apre la possibilità che la sua vice, simpatizzante di Israele, assuma potenzialmente quella posizione, ritardando ulteriormente le udienze.

Le dimissioni di Salam hanno lasciato vacante la presidenza della CIG, e la giudice ugandese Julia Sebutinde ha assunto temporaneamente il suo ruolo. Sebutinde, nota per l’ incondizionato sostegno a Israele, è diventata la prima giudice africana a raggiungere questa prestigiosa posizione. Mentre l’elezione dei giudici dovrebbe basarsi su competenza e requisiti, spesso fattori politici e geografici giocano un ruolo nella loro selezione.

Durante la sua permanenza in carica Sebutinde, oltre al fatto di essere la prima donna africana in questo ruolo, non si è fatta notare per la sua imparzialità o correttezza. Proveniente da un continente scosso da colonialismo, massacri e saccheggio delle risorse, ci si aspettava che attraverso la corte garantisse giustizia per promuovere pace e sicurezza in un mondo segnato da conflitti.

Queste aspettative sono state deluse quando Sebutinde, insieme ad altri giudici, ha intralciato la causa per genocidio presentata dal Sudafrica contro Israele. Ha fatto parlare di sé per le opinioni contrarie alle sentenze della corte, compresa l’opinione consultiva approvata dalla corte sull’illegalità dell’occupazione. Il suo dissenso era basato su argomenti peculiari e senza fondamento, derivanti da convinzioni religiose e false narrazioni storiche.

Un’attenta analisi delle dettagliate opinioni di Sebutinde rivela la manipolazione dei principi delle leggi internazionali per adeguarle alla sua tendenziosità e alle sue convinzioni. Le sue conclusioni sembrano influenzate da miti simili a quelli degli estremisti sionisti religiosi, che non sono né riconosciuti dall’ordinamento della corte né sorretti dalle leggi internazionali. Ciò è particolarmente preoccupante data la gravità del caso, che riguarda la minaccia esistenziale per un gruppo nazionale sulla sua terra.

Il confronto tra la posizione di Sebutinde sulla causa per genocidio del Sud Africa contro Israele e quella sulla causa per genocidio dell’Ucraina contro la Russia rivela evidenti contraddizioni. In quest’ultima Sebutinde e gli altri giudici hanno esaminato le prove presentate e hanno applicato la legge senza prendere in considerazione le dimensioni religiose o politiche, dichiarando le azioni della Russia una mera aggressione contro uno Stato sovrano.

Le misure precauzionali emanate nel caso dell’Ucraina sostenute dalla maggioranza dei giudici, inclusa Sebutinde, hanno ordinato un cessate il fuoco. Ciò ha privato la Russia del suo presunto diritto all’autodifesa contro la diffusione di “neonazisti”, accusati di commettere massacri contro i cittadini ucraini di origine russa.

In palese contrasto, la posizione di Sebutinde sulla causa per genocidio del Sud Africa contro Israele è stata profondamente viziata. Nonostante la gravità della situazione, le misure precauzionali della corte non hanno incluso un cessate il fuoco, un grave errore che riflette l’influenza delle politiche nazionali a favore di Israele su alcuni giudici. Sebutinde ha addirittura rifiutato queste misure, ignorando le prove e le leggi umanitarie internazionali. La sua opinione dissenziente, segnata dal fatto di basarsi sulle sue convinzioni religiose e da tendenziosità politica, ha ignorato i fatti presentati nel processo.

Nella sentenza della corte del 26 gennaio 2024, che ha incluso sei misure precauzionali approvate da 15 giudici contro 2 voti contrari, Sebuninde si è opposta a tutte le disposizioni. Ciò ha incluso misure che invitavano Israele a consentire un afflusso illimitato di aiuti internazionali. Sorprendentemente persino il magistrato nominato da Israele tra i giurati, Aharon Barak, ha approvato due misure: una che obbligava Israele a impedire istigazioni al genocidio e un’altra che garantiva l’afflusso di aiuti umanitari.

La mancanza di imparzialità e la ferma convinzione di Sebuninde riguardo all’assoluto diritto di Israele ad agire a suo piacere sono risultati evidenti nel suo parere. Ha lanciato accuse non verificate contro le fazioni palestinesi relative a crimini efferati come lo stupro e l’uccisione di bambini. Al contrario le sue affermazioni sulle sofferenze di Gaza difettavano di dettagli o riferimenti specifici, smentendo come false le prove del Sudafrica e sostenendo il difetto di giurisdizione della corte in quella fase. Contrariamente all’opinione della maggioranza, ha negato che le prove dimostrassero un genocidio potenziale.

Le sue opinioni hanno danneggiato la credibilità della corte e sollevato preoccupazioni riguardo alla sua adeguatezza per un ruolo che richiede obiettività e aderenza alla giustizia.

Sebutinde si è anche opposta ad altre tre disposizioni aggiuntive (approvate con 13 voti contro 2) incluse nella sentenza della corte del 24 maggio 2024 in seguito all’attacco israeliano contro Rafah. Pare che il giudice Barak abbia imparato dalla sua posizione, in quanto era inconcepibile che lei potesse sembrare più allineata con il sionismo di lui. Barak si è unito a Sebutinde nel rifiuto di queste misure, smentendo persino le sue precedenti posizioni e opponendosi alla prima misura che ribadiva le disposizioni precauzionali indicate nella sentenza della corte a gennaio.

Nonostante fossero passati quattro mesi dalla decisione iniziale della corte, Sebutinde non ha modificato la sua posizione, benché il numero di morti fosse salito e le dimensioni delle distruzioni e della fame si fossero accentuate. Al contrario ha ignorato questa situazione, descrivendola semplicemente come una “complessa crisi umanitaria”. Invece ha ampiamente approfondito le sofferenze degli israeliani, citando dati e incidenti specifici che avevano avuto come conseguenza pochi morti e feriti. Sebutinde ha persino sottolineato il coinvolgimento di nuovi attori nel conflitto, come il movimento Houti e l’incremento delle operazioni di Hezbollah nel sud [del Libano], utilizzando quegli sviluppi per giustificare il rifiuto di misure precauzionali per porre fine all’attacco contro Rafah.

I commenti di Sebutinde su queste e sulle precedenti disposizioni rappresentano un sostegno ai massacri. Ha appoggiato la continuazione delle operazioni militari, sostenendo che la loro interruzione avrebbe danneggiato la sicurezza di “100 ostaggi nelle mani dell’organizzazione terroristica Hamas.” Tuttavia le prove, comprese le ammissioni ufficiali dell’esercito israeliano, hanno confermato che molti ostaggi sono stati uccisi durante queste operazioni.

Nel suo parere consultivo del 19 luglio 2024 ha dissentito dall’opinione maggioritaria riguardo alle “conseguenze legali delle politiche e pratiche israeliane nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme est.” Mentre la maggioranza dei giudici ha definito illegale l’occupazione ed ha chiesto che venga smantellata, Sebutinde ha sostenuto che in primo luogo la corte non avrebbe dovuto emettere l’opinione consultiva. Ha affermato che ciò avrebbe complicato il problema eludendo il contesto negoziale pattuito tra l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e Israele. Così facendo Sebutinde ha apertamente criticato i suoi colleghi giudici e rivelato le sue profonde convinzioni religiose, radicate nell’Antico Testamento, insieme a interpretazioni di testi religiosi e scoperte archeologiche di 3.000 anni fa che dimostrerebbero la presenza di una “nazione ebraica”, negando l’esistenza della Palestina.

L’opinione dissenziente di Sebutinde afferma:

“Le prove includono ritrovamenti archeologici nella Città di Davide. Scavi nella “Città di Davide” a Gerusalemme hanno scoperto strutture, fortificazioni e oggetti che datano al tempo tradizionalmente associato al regno di re Davide. Questi reperti forniscono prove dell’insediamento di una società colta impegnata in commerci, agricoltura e attività di governo. La Bibbia ebraica (il Vecchio Testamento) offre dettagliate testimonianze di storia, cultura e governo degli israeliti durante questo periodo. Mentre questi testi per loro natura sono religiosi, molti studiosi li considerano affidabili documenti storici. Queste prove archeologiche, testuali e storiche confermano l’esistenza e la continua presenza del popolo ebraico nell’antico Israele durante il periodo dal 1000 al 586 a.C.”

Immaginate un contenzioso sulla titolarità della proprietà portato davanti a un qualunque tribunale al mondo, tranne Israele. Una parte presenta un testo religioso preso da un libro sacro sostenendo che esso dimostra la proprietà risalendo a centinaia di anni fa, mentre l’altra sottopone al tribunale contratti ufficialmente documentati e un titolo di proprietà certificato rilasciato dalle competenti autorità. Quale sarebbe la reazione del giudice? Immagino che ordinerebbe che la prima venisse portata in un’istituzione psichiatrica oppure condannata per oltraggio alla corte per averle fatto perdere tempo.

Nel suo parere dissenziente Sebutinde si contraddice da sola, utilizzando simultaneamente la Dichiarazione Balfour e il piano di partizione per legittimare Israele, negando nel contempo in base agli stessi documenti i loro diritti ai palestinesi. Il suo travisamento si estende alla Cisgiordania e a Gerusalemme, che considera territori contesi invece che occupati. Ignora le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che affermano la loro condizione di territori occupati.

Le convinzioni religiose accecano Sebutinde, proprio come i coloni estremisti che manipolano la storia a favore della loro ideologia. Accusa gli arabi, dal periodo del Mandato [britannico] a oggi, per aver rifiutato qualunque soluzione proposta per condividere la terra e vivere in pace con i loro vicini ebrei. Secondo lei ogni atto di terrorismo da parte delle milizie sioniste e ogni guerra combattuta da Israele sono stati preventivi e difensivi.

Attraverso le sentenze della corte Sebutinde si aggrappa alla sua visione secondo cui il conflitto è ideologico e politico e non risolvibile all’interno del contesto giuridico. Questa posizione è rimasta tale nonostante le prove schiaccianti che sono state presentate, che dimostrano che la macchina da guerra ha sistematicamente preso di mira persone, alberi e pietre in meticolose campagne di sterminio pianificato. Decine di migliaia [di persone] sono state uccise o ferite, intere città distrutte e oltre due terzi della popolazione sfollata.

Un giudice divorato da miti e stravolgimenti religiosi non può occuparsi della giustizia tra le Nazioni. Il luogo adeguato per esprimere tali convinzioni è un tempio, un partito politico o persino un’organizzazione criminale come l’esercito israeliano, dove potrebbe partecipare attivamente a tali atrocità come soldatessa o ufficiale. Consentirle di presiedere alla più alta autorità giudiziaria incaricata di risolvere conflitti internazionali e salvaguardare la pace e la sicurezza è una caricatura della giustizia.

Fortunatamente le decisioni della corte sono prese dal voto a maggioranza, come evidenziato dall’approvazione a stragrande maggioranza delle sentenze che lasciano il suo dissenso senza un’influenza significativa. Tuttavia nei casi in cui la corte è divisa il voto decisivo del presidente diventa fondamentale. Benché questo scenario sia raro, la potenziale elezione di Sebutinde come presidentessa solleva preoccupazioni. L’aspetto allarmante di ciò, con l’autorità di Sebutinde come supervisora delle commissioni tecniche della corte, è che potrebbe giocare un ruolo nel rallentare le procedure, complicando i processi e rimandando le udienze. Dato il suo estremismo, la situazione potrebbe accentuarsi facendo trapelare discussioni o documenti riservati riguardanti il caso.

Perciò i giudici della corte non devono eleggere per una posizione così importante una collega che adotta un’ideologia estremista. C’è una chiara contraddizione tra la missione della Corte di risolvere le dispute internazionali e raggiungere pace e sicurezza e gli obiettivi dell’orientamento ideologico a cui lei appartiene, che semina caos, alimenta guerre e sparge sangue. Quindi si deve impedire che Sebutinde assuma la posizione di presidente della corte.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)