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Le forze israeliane uccidono un minore durante un’incursione nel campo profughi di Jenin

Yumna Patel

Mercoledì 3 agosto 2022 – Mondoweiss

Secondo Defense for Children International – Palestine, un cecchino israeliano dal tetto di un edificio residenziale nel campo profughi ha sparato nella schiena a Dirar al-Kafrayni da una distanza di circa 90 metri. È il diciottesimo minore palestinese ad essere ucciso dall’inizio del 2022.

Lunedì notte le forze israeliane hanno colpito e ucciso un ragazzo palestinese di 17 anni durante una incursione nel campo profughi di Jenin, portando a 18 dall’inizio dell’anno il bilancio dei minori uccisi dal fuoco israeliano.

Secondo Defense for Children International – Palestine (DCIP) Dirar al-Kafrayni di 17 anni è stato colpito alla schiena ed ucciso da un cecchino israeliano alle 22:35 circa di lunedì 1 agosto. Il ministero della sanità palestinese ha informato che Kafrayni aveva 17 anni, mentre secondo il Defense for Children International – Palestine DCIP era un sedicenne.

Secondo il DCIP, un cecchino israeliano dal tetto di un edificio residenziale nel campo profughi ha sparato a al-Kafrayni da una distanza di circa 90 metri. Il proiettile è entrato nella schiena dalla spalla destra e si è dilatato nel suo corpo, causando una “grave emorragia interna” ha affermato il DCIP.

È stato dichiarato morto poco prima delle 23. Il ministero della Sanità ha riferito che un secondo palestinese è stato ferito con proiettili veri e che è in condizioni di gravità moderata.

Al-Kafrayni è stato colpito durante un’incursione militare israeliana su larga scala nel campo profughi di Jenin, durante la quale le forze israeliane hanno arrestato Bassam al-Saadi, un importante dirigente del gruppo palestinese Jihad Islamica. Durante l’operazione è stato arrestato anche il genero di Al-Saadi, Ashraf al-Jada.

I mezzi d’informazione palestinesi hanno riferito che le forze israeliane hanno violentemente arrestato al-Saadi dopo aver circondato la sua casa nel campo profughi. A quanto si dice la moglie di al-Saadi, Nawal, è stata ferita durante l’arresto e trasportata in ospedale per le cure. Video e foto effettuate dopo l’incursione mostrano pozze di sangue sul pavimento della casa della famiglia al-Saadi.

L’incursione israeliana nel campo ha provocato uno scontro a fuoco tra i combattenti della Jihad Islamica e l’esercito israeliano. In una dichiarazione la Jihad Islamica ha affermato che al-Kafrayni faceva parte del gruppo e che in seguito all’arresto di al-Saadi i combattenti del gruppo hanno dichiarato lo stato di allerta.

Al-Saadi è un ex-prigioniero politico ed è il più importante membro del movimento della Jihad Islamica nella Cisgiordania occupata. È stato recentemente rilasciato nel 2020 dopo una sentenza che lo ha costretto a due anni di prigione. Secondo Al Jazeera il suo ultimo arresto nel 2018 è avvenuto dopo una ricerca per localizzarlo di cinque anni da parte dell’esercito israeliano.

Due dei figli di al-Saadi sono stati uccisi dall’esercito israeliano durante l’invasione del campo su larga scala e letale durante la seconda Intifada nel 2002.

Il campo profughi di Jenin è stato l’obiettivo di decine di incursioni su larga scala da parte dell’esercito israeliano dall’inizio dell’anno, nel tentativo di sopprimere il crescente movimento di resistenza armata nel campo, di cui le ali militari dei movimenti Jihad Islamica e Fatah sono le più attive.

L’11 maggio le forze israeliane hanno colpito e ucciso la giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh, una giornalista esperta di Al Jazeera, mentre stava coprendo una incursione nel campo.

Dall’inizio dell’anno 80 palestinesi sono stati uccisi da o sono morti come risultato della violenza dell’esercito israeliano e dei coloni, secondo la documentazione di Mondoweiss. La grande maggioranza degli uccisi sono stati colpiti durante raid notturni, come quello di lunedì scorso nel campo profughi di Jenin.

Almeno sette dei palestinesi uccisi nel 2022 sono stati colpiti durante incursioni nel campo profughi di Jenin.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La vergognosa “Lista nera” delle Nazioni Unite: equivalenza tra colpevole israeliano e vittima palestinese

Ramzy Baroud

18 luglio 2022 – Middle East Monitor

“Ci dispiace di non essere riusciti a proteggerti.”Questa frase fa parte di una dichiarazione rilasciata dagli esperti dei diritti umani delle Nazioni Unite il 14 luglio, in cui si esorta il governo israeliano a rilasciare il prigioniero palestinese Ahmad Manasra. Arrestato e torturato dalle forze israeliane a soli 14 anni, Manasra ora ha 20 anni. Il suo caso è una raffigurazione del trattamento complessivamente disumano che Israele riserva ai minori palestinesi.

La dichiarazione degli esperti è forte e sincera. Accusa Israele di aver privato il giovane Manasra “della sua infanzia, dell’ambiente familiare, della protezione e di tutti i diritti che avrebbero dovuto garantirgli da piccolo”. Definisce il caso come “inquietante”, considerando le “condizioni mentali in via di deterioramento” di Manasra. La dichiarazione va oltre, affermando che questo caso … è una macchia su tutti noi come parte della comunità internazionale per i diritti umani”.

La condanna di Israele per il maltrattamento dei minorenni palestinesi, che siano quelli sotto assedio nella Gaza colpita dalla guerra o sotto occupazione militare e apartheid nel resto dei territori occupati in Cisgiordania e Gerusalemme est, è usuale.

Eppure, in qualche modo, a Israele è stato comunque risparmiato un posto nell’elenco poco lusinghiero, pubblicato ogni anno dal Segretario generale delle Nazioni Unite, che cita e denuncia pubblicamente governi e gruppi che commettono gravi violazioni contro bambini e minori in qualsiasi parte del mondo.

Stranamente il rapporto riconosce il raccapricciante primato di Israele nella violazione dei diritti dei minorenni in Palestina. Descrive in dettaglio alcune di queste violazioni, che i collaboratori delle Nazioni Unite hanno verificato direttamente. Ciò include “2.934 gravi violazioni contro 1.208 minorenni palestinesi” solo nel 2021. Tuttavia, il rapporto equipara il primato di Israele, uno dei più tristi al mondo, a quello dei palestinesi, cioè al fatto che in tutto il 2021 9 minorenni israeliani sono stati vittime della violenza palestinese.

Sebbene provocare volutamente dei danni nei confronti di anche solo un minore sia deplorevole indipendentemente dalle circostanze o dall’autore, è sbalorditivo che il Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres abbia ritenuto appropriato equiparare l’evento abituale delle violazioni sistematiche perpetrate dall’esercito israeliano ai danni recati, intenzionalmente o meno, ai 9 minori israeliani da gruppi armati palestinesi.

Occupandosi dell’evidente discrepanza tra le vittime minorenni palestinesi e quelle israeliane, il rapporto delle Nazioni Unite ha raggruppato tutte le categorie per distrarre dall’identità dell’autore, riducendo così l’attenzione sui crimini israeliani. Ad esempio, il rapporto afferma che un totale di 88 bambini sono stati uccisi in tutta la Palestina, di cui 69 a Gaza e 17 in Cisgiordania e Gerusalemme est. Tuttavia, il rapporto analizza questi omicidi in modo tale da mettere assieme i minori palestinesi e israeliani come se si cercasse intenzionalmente di confondere il lettore. Con una lettura attenta si scopre che tutti questi omicidi, tranne due, sono stati perpetrati dalle forze israeliane.

Inoltre il rapporto utilizza la stessa logica per analizzare il numero di minori mutilati nel conflitto, sebbene dei 1.128 mutilati solo 7 fossero israeliani. Dei restanti, 661 sono stati mutilati a Gaza e 464 in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est.

Il rapporto prosegue incolpando “gruppi armati palestinesi” per alcune delle vittime palestinesi, che sarebbero rimaste ferite a seguito di “incidenti che hanno coinvolto minorenni che si trovavano nei pressi di esercitazioni militari”. Supponendo che sia così, incidenti di questa natura non possono essere considerati “gravi violazioni” in quanto, secondo la stessa definizione dell’ONU, sono accidentali.

L’analisi confusa di questi dati, tuttavia, non è di per sé casuale, in quanto ha concesso a Guterres la possibilità di dichiarare che “se la situazione si ripetesse nel 2022 senza miglioramenti significativi, Israele dovrebbe essere inserito nell’elenco”.

Peggio ancora, il rapporto di Guterres è andato oltre nel rassicurare gli israeliani che sono sulla strada giusta affermando che “finora quest’anno non abbiamo assistito a un numero simile di violazioni”, come a suggerire che il governo israeliano di destra di Naftali Bennett e Yair Lapid ha volutamente cambiato la politica riguardo a individuare come bersaglio minori palestinesi. Naturalmente non esiste nessuna prova di questo tipo.

Il 27 giugno, Defense for Children International-Palestine (DCIP) [ONG internazionale impegnata nella promozione e difesa dei diritti del fanciullo, ndt.] ha riferito che dall’inizio del 2022 Israele “ha intensificato le sue aggressioni” contro i minori in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Il DCIP ha confermato che ben 15 minorenni palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane nei primi sei mesi del 2022, quasi lo stesso numero di morti nelle stesse zone nel corso dell’intero anno precedente. Questa cifra include 5 minori nella sola città occupata di Jenin. Israele ha anche preso di mira i giornalisti che hanno tentato di riferire su queste violazioni, tra cui la giornalista palestinese Shireen Abu Akleh, che è stata uccisa l’11 maggio, e Ali Samoudi, che è stato colpito alla schiena lo stesso giorno.

Si può dire molto di più, ovviamente, sull’assedio di centinaia di migliaia di minorenni nella Striscia di Gaza, nota come la “prigione a cielo aperto più grande del mondo”, e molti altri nella Cisgiordania occupata. La mancanza di diritti umani fondamentali, comprese le medicine salvavita e, nel caso di Gaza, l’acqua potabile, non suggerisce alcun tangibile miglioramento nel bilancio di Israele per quanto riguarda i diritti dei minori palestinesi.

Se pensate che il rapporto delle Nazioni Unite sia un passo nella giusta direzione, ricredetevi. Il 2014 è stato uno degli anni più tragici per i minori palestinesi in cui, secondo un precedente rapporto delle Nazioni Unite, 557 minorenni sono stati uccisi e 4.249 feriti, la stragrande maggioranza dei quali è stata presa di mira durante la guerra israeliana a Gaza. Human Rights Watch [ONG internazionale che si occupa dei diritti umani, ndt.] ha affermato che il numero di palestinesi uccisi “è stato in quell’anno il terzo più alto al mondo”. Tuttavia Israele non è stato inserito nella “Lista della vergogna” delle Nazioni Unite. Il messaggio chiaro qui è che Israele può prendere di mira i bambini palestinesi a suo piacimento, poiché non dovrà scontare alcuna conseguenza legale, politica o morale per le sue azioni.

Questo non è ciò che i palestinesi si aspettano dalle Nazioni Unite, un’organizzazione che presumibilmente esiste per porre fine ai conflitti armati e portare pace e sicurezza per tutti. Per ora, il messaggio inviato dalla più grande istituzione internazionale del mondo a Manasra e al resto dei minori palestinesi rimane invariato: “Siamo spiacenti di non essere riusciti a proteggervi”.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’Inglese di Aldo Lotta)




Israele sta di nuovo usando i palestinesi come scudi umani

Robert Inlakesh

31 maggio 2022 – MiddleEastEye

Comune strategia militare israeliana in passato, nel 2005 la pratica è stata resa illegale alla luce del diritto internazionale. Eppure sempre più testimonianze dimostrano come Israele stia di nuovo facendo impunemente uso di scudi umani

Il 13 maggio una ragazza palestinese di 16 anni di nome Ahed Mohammad Rida Mereb è rimasta traumatizzata per essere stata usata dai soldati israeliani come scudo umano, secondo il rapporto di Defense for Children International Palestine (DCIP).

Mereb ha detto che durante l’incidente – avvenuto durante un raid israeliano nel quartiere al-Hadaf di Jenin – “Uno di loro [i soldati israeliani] mi ha ordinato in arabo attraverso un finestrino del mezzo militare: ‘Resta dove sei e non muoverti. Sei una terrorista. Stai ferma finché non dirai addio a tuo fratello'”.

Ha aggiunto: “Tremavo e piangevo e gridavo ai soldati di spostarrmi perché i proiettili mi passavano sopra la testa”.

Una settimana dopo le forze israeliane sono state nuovamente accusate di applicare la stessa tattica quando è comparsa una fotografia di soldati che usano un palestinese come scudo umano.

Per quanto scioccanti siano questi rapporti, non costituiscono una gran sorpresa per la maggior parte dei palestinesi i quali sanno, insieme a coloro che vi prestano attenzione da tempo, che usare scudi umani palestinesi è sempre stata normale pratica dell’esercito israeliano.

Secondo B’Tselem, la principale organizzazione israeliana per i diritti umani, l’esercito israeliano ha usato la tattica degli scudi umani sin da quando nel 1967 ha occupato la Cisgiordania, Gerusalemme est e la Striscia di Gaza.

“Procedura del vicino”

Nonostante frequenti affermazioni israeliane su combattenti palestinesi che userebbero i propri civili come scudi umani – segnatamente durante i conflitti tra Gaza e Israele – non ci sono prove che questo accada davvero.

Invece, sono i soldati israeliani ad aver impiegato tale strategia sui campi di battaglia in quella che è nota in Israele come la famigerata “procedura del vicino”, un modo gentile per definire la prassi dell’esercito israeliano di usare scudi umani.

Fino al 2005, l’uso di palestinesi come scudi umani da parte dei soldati israeliani era una pratica militare normale per l’esercito israeliano, legittima secondo la legge israeliana.

L’Alta Corte israeliana ha vietato la pratica solo dopo una battaglia legale durata tre anni promossa da sette gruppi israeliani e palestinesi per i diritti umani, che l’hanno contestata come violazione alle Convenzioni di Ginevra.

Pochi mesi dopo l’avvio del contenzioso legale, nel maggio 2002 il diciannovenne palestinese Nidal Abu Mukhsan è stato ucciso mentre veniva usato come scudo umano. La morte di Mukhsan, responsabilità di Israele secondo i gruppi per i diritti umani, ha dato alla causa contro la politica israeliana degli scudi umani la spinta che mancava.

Quando Israele alla fine ha messo fuori legge la pratica, l’esercito israeliano ha protestato, e l’allora ministro della Difesa israeliano, Shaul Mofaz, è comparso in tribunale portando argomenti per abrogare il divieto.

Il Ministero della Difesa israeliano ha specificamente sostenuto l’eventualità di esercitare questo metodo all’interno della Cisgiordania occupata, nonostante sia stata giudicata una violazione del diritto internazionale.

Da quando l’uso di scudi umani è stato bandito, l’esercito israeliano ha tentato più volte di appellarsi alla sentenza, sostenendo che esso fornisce una protezione essenziale ai soldati.

L’esercito israeliano accusa sistematicamente Hamas di usare scudi umani a Gaza, ma allo stesso tempo usa la stessa tattica e sostiene persino che dovrebbe tornare ad essere legale. Ex soldati israeliani, parlando all’associazione israeliana Breaking the Silence [ONG israeliana che dal 2004 permette ai militari israeliani di raccontare le loro esperienze nei Territori Occupati, ndtr.], hanno testimoniato di aver usato scudi umani anche dopo che la pratica era stata bandita.

Innumerevoli testimonianze

Nonostante le abbondanti prove che le forze israeliane abbiano continuato a usare i palestinesi come scudi umani anche dopo che la pratica è stata bandita, pochissimi soldati israeliani sono finiti in tribunale per le loro azioni.

L’ultima volta che dei soldati israeliani sono stati puniti per aver usato un palestinese come scudo umano è stato nel 2010, per un atto commesso durante l’incursione israeliana a Gaza del 2008-2009.

B’Tselem ha riassunto così l’accusa: “I due soldati in questione avevano ordinato a un bambino di nove anni, sotto la minaccia di una pistola, di aprire una borsa che sospettavano nascondesse dell’esplosivo. Nonostante la gravità della loro condotta – mettere a rischio un bambino – i due sono stati condannati a tre mesi con la condizionale e retrocessi da sergente maggiore a soldato semplice circa due anni dopo l’incidente. Nessuno dei loro ufficiali in comando è stato processato”.

Il numero di casi di uso israeliano di scudi umani registrato dai gruppi per i diritti umani, sia internazionali che nazionali, è in continua crescita.

Che questa pratica riemerga, soprattutto dopo l’uccisione della giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh, dovrebbe rappresentare un punto di svolta e far capire al mondo intero chi sta veramente usando gli scudi umani.

Nessun organismo o organizzazione internazionale attendibile ha mai segnalato una consuetudine secondo cui i palestinesi usino la propria gente come scudi umani.

Invece l’esercito israeliano per decenni ha letteralmente inserito la tattica nei propri manuali – e i soldati israeliani continuano tutt’ora a impiegare tali metodi anche dopo che sono stati ufficialmente messi fuori legge.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Robert Inlakesh è un analista politico, giornalista e documentarista. Ha lavorato e vissuto nei territori palestinesi occupati e pubblicato su The New Arab, RT, Mint Press, MEMO, Quds News, TRT e l’edizione inglese di Al-Mayadeen.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Adolescente palestinese ucciso durante un’incursione in un villaggio della Cisgiordania

Al Jazeera e agenzie di notizie

6 maggio 2021- Al Jazeera

Il sedicenne Said Odeh è morto dopo essere stato colpito due volte alla schiena da forze israeliane nella Cisgiordania occupata.

Fonti palestinesi affermano che durante un’incursione in un villaggio a sud della città di Nablus, nella Cisgiordania occupata, truppe israeliane hanno sparato a un sedicenne palestinese uccidendolo.

Secondo Defense for Children International Palestine [Difesa Internazionale dei Minori-Palestina, Ong internazionale, ndtr.] (DCIP) forze israeliane che si trovavano in un uliveto all’ingresso del villaggio di Odala hanno sparato per due volte alla schiena a Said Odeh. Afferma che per 15 minuti è stato impedito a un’ambulanza di raggiungere Odeh , che al suo arrivo è stato dichiarato morto dopo essere stato trasferito all’ospedale Rafidia di Nablus.

Le forze israeliane uccidono sistematicamente minori palestinesi in modo illegale nella più totale impunità, utilizzando intenzionalmente una forza letale contro minori palestinesi che non stanno rappresentando alcun pericolo,” afferma Ayed Abu Eqtaish, direttore del programma per la responsabilizzazione di DCIP. “L’impunità sistematica ha favorito un contesto in cui le forze israeliane non conoscono limiti.”

In un comunicato il ministero della Salute palestinese afferma che mercoledì un secondo palestinese è stato colpito alla schiena durante scontri ed è stato curato in ospedale, e annuncia la morte del sedicenne.

L’esercito israeliano afferma che nella notte di mercoledì le truppe hanno sparato a palestinesi che lanciavano molotov nei pressi del villaggio palestinese di Beita, a sud di Nablus.

Le truppe hanno agito per bloccare sospetti sparando verso di loro,” ha detto una portavoce dell’esercito israeliano, aggiungendo che sull’incidente ci sarà un’indagine.

Alcuni abitanti di Beita e Odala affermano che ci sono state proteste contro le incursioni delle forze israeliane, che hanno sparato lacrimogeni e proiettili veri, vicino agli ingressi dei villaggi nelle ultime notti.

Le incursioni sono state condotte come parte delle ricerche da parte dell’esercito israeliano in alcuni villaggi nella zona di un presunto palestinese armato che domenica ha aperto il fuoco al posto di controllo di Za’tara nella Cisgiordania occupata, ferendo gravemente due israeliani e leggermente un altro.

Uno degli israeliani, un diciannovenne, è morto mercoledì notte per le ferite, ha detto su Twitter il ministro della Difesa israeliano Benny Gantz.

L’Agenzia Israeliana per la Sicurezza, nota anche come Shin Bet, ha detto di aver arrestato un palestinese sospettato di aver sparato, identificandolo come Muntaser Shalabi, un quarantaquattrenne abitante del villaggio palestinese di Turmus Ayya.

Lo Shin Bet ha detto che Shalabi, trovato in un edificio abbandonato nel villaggio di Silwad, non è affiliato ad alcun gruppo armato.

Veglia a Sheikh Jarrah attaccata

Nella Gerusalemme est occupata la polizia di frontiera israeliana ha ancora una volta attaccato la veglia notturna di Sheikh Jarrah, organizzata da abitanti che devono affrontare l’espulsione dalle loro case e da attivisti solidali con loro.

Decine di persone sono rimaste ferrite e, secondo l’agenzia di notizie palestinese Maan, almeno 10 palestinesi, tra cui un medico, sono stati arrestati.

Le forze israeliane hanno anche sparato lacrimogeni e acque reflue chimicamente potenziate nella casa degli al-Kurds, una delle famiglie minacciate di espulsione dalle loro case a favore di coloni israeliani, come stabilito dal tribunale distrettuale israeliano di Gerusalemme.

Martedì la Corte Suprema di Israele deciderà se le famiglie palestinesi hanno il diritto di presentare appello contro l’ordine del tribunale distrettuale di cacciarli.

Attivisti per i diritti umani affermano che se i palestinesi perderanno la battaglia legale ciò potrebbe rappresentare un precedente per decine di altre case nella zona.

Dovranno ucciderci… è l’unico modo per farci andare via,” ha detto alla Reuter [agenzia di notizie britannica, ndtr.] Abdelfatteh Iskafi.

Nuha Attieh, 58 anni, ha affermato di temere che la sua famiglia sia la prossima [ad essere cacciata] se la sentenza verrà confermata. “Temo per la mia casa, per i miei ragazzi, ho paura di tutto.”

Mercoledì, parlando con Al Jazeera, il capo del partito [laico di sinistra, ndtr.] Iniziativa Nazionale Palestinese Mustafà Barghouti ha affermato che quanto sta avvenendo a Sheikh Jarrah è un “processo di pulizia etnica”.

Non è niente di nuovo, ma parte di un metodo sistematico che il governo israeliano ha seguito dall’annessione di Gerusalemme (est), cercando di eliminare la presenza palestinese dalla città,” ha affermato.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“Che Dio ci conceda la pazienza”: i palestinesi piangono il ragazzo ucciso

Anas Jnena, Mersiha Gadzo

6 dicembre 2020 – ALJAZEERA

Ali Abu Alia è il quinto minore palestinese della Cisgiordania occupata ucciso quest’anno dalle forze israeliane con munizioni vere, dichiara un’organizzazione per i diritti.

Venerdì Ali Abu Alia aveva appena compiuto 15 anni, quando le forze israeliane gli hanno sparato uccidendolo, con l’utilizzo di munizioni vere, durante una protesta nel villaggio di al-Mughayyir, nella Cisgiordania occupata.

Era elettrizzato per la festa di compleanno che ci sarebbe stata più tardi la sera, soprattutto perché la famiglia Abu Alia è religiosa e non è solita fare festeggiamenti.

Ma il padre di Ali, Ayman, aveva fatto sapere a sua moglie che questa volta gli avrebbero organizzato una festa.

Ali era molto eccitato e ha chiesto a sua madre di preparare la torta per la sera. Ma il suo destino è mangiare la torta in un altro luogo [in paradiso] “, afferma Ayman, 40 anni, ad Al Jazeera da al-Mughayyir, a nord-est di Ramallah.

Secondo le informazioni ottenute da Defense for Children International Palestine (DCIP)[ONG con sede a Ginevra impegnata nella salvaguardia dei diritti dei bambini, ndtr.] le forze di occupazione israeliane hanno sparato ad Ali all’addome mentre osservava gli scontri tra i giovani palestinesi e le forze israeliane all’ingresso del villaggio.

Proprio come in gran parte della Cisgiordania, ogni settimana ad al-Mughayyir si svolgono proteste contro gli insediamenti israeliani.

Un’ambulanza ha trasferito Ali Abu Alia in un ospedale di Ramallah dove un medico ne ha dichiarato la morte poco dopo il suo arrivo.

Ittaf Abu Alia, un parente, ha detto ad Al Jazeera che dopo aver appreso la notizia la madre di Ali è svenuta e la famiglia ha cercato uno psicologo per tentare di calmarla.

Si è affermato che altri quattro palestinesi sono stati feriti da proiettili di metallo rivestiti di gomma.

Venerdì gli organi di informazione hanno riferito che un portavoce dell’esercito israeliano ha negato che durante la protesta siano state usate munizioni vere.

Ali non sarà l’ultimo ragazzo ad essere ucciso”

Ayman descrive Ali come “il ragazzo più tranquillo”, amichevole, pieno di gioia, con un sorriso che non lasciava mai il suo viso.

Trascorreva la maggior parte del tempo a giocare a calcio con i suoi amici o a pascolare le pecore con il nonno.

Mi manca tutto di lui – il suo sorriso, le sue risate e la gioia nei suoi occhi quando la sua squadra [di amici] vinceva una partita di calcio. Ha lasciato nel cuore della sua famiglia un vuoto che nessuno può colmare”, dice Ayman.

“La sua morte è caduta come un fulmine a ciel sereno sulla nostra casa, ma non è il primo ragazzo palestinese [ad essere ucciso] e non sarà l’ultimo”.

Secondo il DCIP Ali è il quinto minore palestinese della Cisgiordania ad essere ucciso quest’anno dalle forze israeliane con munizioni vere ed è il secondo omicidio documentato ad al-Mughayyir negli ultimi anni.

Nel febbraio 2018 ad al-Mughayyir le forze israeliane hanno sparato, uccidendolo, al sedicenne Laith Abu Naim, dopo che egli aveva lanciato una pietra contro un veicolo militare, ha dichiarato venerdì il DCIP. Il proiettile di metallo rivestito di gomma è penetrato nella parte sinistra della sua fronte e si è fermato nel cervello.

Secondo il diritto internazionale, [l’uso della] forza letale intenzionale è giustificata solo quando c’è una minaccia diretta per la vita o per lesioni gravi, ma le indagini del DCIP rivelano che le forze israeliane usano la forza letale contro i minori palestinesi in circostanze ingiustificate, il che può equivalere a uccisioni extragiudiziali.

Ayed Abu Eqtaish, direttore del DCIP, venerdì ha detto che le forze israeliane violano regolarmente il diritto internazionale usando la forza letale contro i minori palestinesi senza giustificazione.

“Come quasi ogni altro caso riguardante l’uccisione illegale di minori palestinesi da parte delle forze israeliane, l’impunità sistemica come norma garantisce che l’autore del reato non sia mai ritenuto responsabile da parte delle autorità israeliane”, ha sostenuto Abu Eqtaish.

“Siamo costantemente presi di mira”

Ciò che infastidisce di più Ayman è come alcune persone siano apparse scandalizzate quando hanno saputo dell’uccisione di un quindicenne.

“Questa non è una novità … Siamo continuamente presi di mira – le nostre pecore, le nostre case e i nostri figli – se non dall’esercito israeliano, dai coloni”, afferma Ayman.

Secondo il DCIP, gli abitanti di al-Mughayyir tengono regolari manifestazioni di protesta contro il vicino avamposto israeliano illegale Malachei HaShalom, insediato sulle terre del villaggio nel 2015.

Ayman riferisce che nel loro quartiere sono state finora incendiate dai coloni due moschee: la moschea Al Kabeer e la moschea Abu Bakir. Suo figlio di 17 anni, Bassam, è stato ferito due volte prima dai coloni israeliani e poi dall’esercito israeliano.

Ogni venerdì, i coloni israeliani compaiono nelle strade di al-Mughayyir e iniziano ad attaccare gli abitanti palestinesi, lanciando pietre contro di loro o contro le loro auto. È tutto fatto con l’intenzione di “privarci della nostra libertà e identità“, dice Ayman.

“Il mondo sa cosa sta succedendo, ma nessuno agisce … Ali non è il primo a morire senza motivo e non sarà l’ultimo. È una lotta continua e sarà sempre la stessa storia fino a quando l’occupazione non sarà finita”, afferma Ayman.

Ripeterò ciò che Ali diceva sempre: che Dio ci conceda la pazienza di sopportare [l’occupazione]”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)