Rapporto OCHA del periodo 6 -19 novembre 2018 ( due settimane)

Due giorni di intense ostilità, a Gaza e nel sud di Israele, hanno provocato l’uccisione di 15 palestinesi ed un israeliano, e la distruzione o il danneggiamento di decine di abitazioni.

Il crescendo di violenza, avvenuto tra l’11 ed il 13 novembre, è stato provocato dagli scontri tra un’unità israeliana sotto copertura, in azione a Khan Yunis, e un’unità militare di Hamas. Gli scontri hanno provocato l’uccisione di sette membri dell’unità palestinese e di un ufficiale israeliano. L’episodio è stato seguito da un intenso lancio di razzi su Israele e attacchi aerei su tutta Gaza. Il 13 novembre, con il sostegno dell’Egitto e delle Nazioni Unite, è stato raggiunto un cessate il fuoco informale, ancora in vigore alla fine del periodo di riferimento.

Gruppi armati palestinesi hanno lanciato più di 400 razzi verso varie località del sud di Israele, uccidendo un palestinese della Cisgiordania e ferendo gravemente almeno una donna israeliana. La maggior parte dei razzi è caduta in aree aperte o è stata intercettata in volo; tuttavia alcuni di essi, caduti in varie località israeliane, hanno danneggiato diverse abitazioni, un asilo infantile, un edificio industriale e un deposito di gas. Secondo fonti israeliane, oltre 20 civili israeliani, che hanno subito lesioni da lievi a moderate (tra cui l’inalazione di fumo), sono stati ricoverati negli ospedali ed almeno 15 famiglie sono state sfollate a seguito di danni alle loro case. Inoltre, vicino alla recinzione perimetrale che circonda Gaza, un soldato israeliano è stato gravemente ferito quando palestinesi hanno lanciato un missile anticarro contro un autobus utilizzato dai militari.

Gli attacchi aerei israeliani, estesi su tutta la Striscia di Gaza, hanno ucciso sette palestinesi, tra cui almeno due civili, e ferito altri 27, tra cui cinque minori; 33 unità abitative sono state distrutte o gravemente danneggiate e gli abitanti sono stati sfollati. Una delle vittime civili era un contadino al lavoro sulla propria terra. Tre membri della stessa famiglia sono rimasti feriti a causa delle schegge di missili israeliani caduti sulla loro casa. Operatori di Shelter Cluster [Organismo di Protezione internazionale, cui partecipa anche l’ONU] hanno distribuito materassi, coperte, set da cucina e altri articoli a 39 famiglie sfollate o colpite. Secondo fonti israeliane, sono stati presi di mira e distrutti circa 150 siti e strutture utilizzate da fazioni militari, ma anche un certo numero di edifici situati in zone residenziali, tra cui un hotel ed una stazione televisiva affiliata ad Hamas.

Nella prosecuzione delle manifestazioni della “Grande Marcia di Ritorno”, svolte vicino alla recinzione perimetrale israeliana attorno a Gaza, un palestinese è stato ucciso e 265 sono stati feriti e ricoverati in ospedale. L’uomo è stato ucciso dalle forze israeliane il 9 novembre, durante una protesta ad est di Rafah. Un altro palestinese è morto il 7 novembre per le ferite riportate durante le proteste di fine ottobre. Del totale dei ferimenti, oltre 50 si sono verificati sulla spiaggia, nell’area settentrionale di Beit Lahiya, durante le proteste contro il blocco navale; la gran parte dei restanti ferimenti si sono avuti durante le manifestazioni settimanali del venerdì. Secondo il Ministero della Sanità palestinese, quasi la metà dei feriti ospedalizzati sono stati colpiti da armi da fuoco. Dall’inizio di novembre, c’è stata una diminuzione della violenza durante le proteste, inclusa una diminuzione del lancio di ordigni incendiari e tentativi di aprire brecce nella recinzione. Il Comitato organizzatore ha chiesto ai manifestanti di evitare di raggiungere la recinzione o di scontrarsi con le forze israeliane. L’8 novembre, ad est del Campo Profughi di Maghazi, un altro palestinese, non coinvolto in manifestazioni, è stato colpito ed ucciso dalle forze israeliane mentre si avvicinava alla recinzione perimetrale.

Il 7 e il 14 novembre, in due diversi episodi, due pescatori palestinesi sono stati uccisi da forze navali egiziane e israeliane. Gli episodi si sono verificati in mare, al largo di Rafah e Beit Lahia [rispettivamente a Sud e Nord della Striscia].

In Cisgiordania, durante quattro diverse incursioni nelle scuole, 63 minori palestinesi e nove adulti sono stati feriti da forze israeliane; ad una di queste incursioni hanno partecipato anche coloni israeliani. Due delle scuole interessate si trovano nella zona H2 della città di Hebron, le altre nei villaggi di Tuqu’ (Betlemme) e ‘Urif (Nablus). L’incursione effettuata in quest’ultima scuola ha coinvolto circa 50 coloni israeliani -provenienti, a quanto riferito, dall’insediamento colonico di Yitzhar – che hanno preso d’assalto la scuola accompagnati da forze israeliane. Secondo un rapporto dei media israeliani, questa incursione era in risposta a precedenti attacchi da parte di palestinesi. Dei feriti, due (adulti) sono stati colpiti con armi da fuoco, nove con proiettili di gomma ed i rimanenti sono stati curati per inalazione di gas lacrimogeno. Dall’inizio del 2018 c’è stato un aumento significativo di incursioni nelle scuole palestinesi da parte di forze israeliane e coloni.

In Cisgiordania, in numerosi scontri e operazioni di ricerca-arresto, sono stati feriti dalle forze israeliane altri 73 palestinesi. Del totale, 27 feriti sono stati registrati durante dimostrazioni tenute nel villaggio di Ras Karkar (Ramallah) per protesta contro la costruzione di una nuova strada riservata a coloni israeliani, ma costruita su terreni di proprietà palestinese. Scontri e ulteriori 15 feriti si sono avuti dopo l’ingresso di coloni israeliani nella città di Nablus in visita ad un sito religioso (la Tomba di Giuseppe). Altri 17 feriti sono stati provocati da operazioni [israeliane] di ricerca-arresto nella città di Al Bireh e nel villaggio di Abu Qash (Ramallah) e nei Campi Profughi di Jenin e Balata (Nablus).

Il 14 novembre, a Gerusalemme Est, un ragazzo palestinese di 17 anni ha pugnalato e ferito un poliziotto israeliano; successivamente è stato colpito con arma da fuoco ed è morto sei giorni dopo per le ferite riportate. In un episodio separato, il 6 novembre, una donna palestinese è stata colpita e ferita dalle forze israeliane; secondo quanto riferito, aveva tentato di pugnalare soldati israeliani all’ingresso dell’insediamento Kfar Adumim (Gerusalemme).

Vicino al villaggio di Abud (Ramallah) quattro palestinesi sono stati colpiti con armi da fuoco e feriti da soldati israeliani posizionati su una torre di osservazione. L’episodio è avvenuto il 18 novembre: secondo quanto riferito, gli uomini avevano ignorato l’ordine, impartito dalle forze israeliane, di fermare il loro veicolo.

Un palestinese è morto per le ferite riportate in precedenti scontri con le forze israeliane seguiti ad un assalto di coloni israeliani in un villaggio palestinese. Gli scontri si erano verificati il 26 ottobre nel villaggio di Al Mazra’a al Qibliya (Ramallah), dopo che coloni israeliani erano entrati in un parco pubblico [palestinese] di nuova costruzione, situato nella parte di villaggio in Area B. Qui i palestinesi si erano radunati per proteggere il parco da attacchi di coloni; fatto già verificatosi precedentemente. Questo è il secondo palestinese ucciso in episodi simili.

Almeno 11 attacchi di coloni israeliani hanno provocato feriti tra i palestinesi e/o danni alle loro proprietà. In un caso, nella città vecchia di Hebron, coloni hanno bloccato e colpito con pietre un’ambulanza palestinese che stava trasportando un paziente. Il trasporto era stato concordato con le autorità israeliane. Questo è il terzo episodio di questo tipo verificatosi negli ultimi tre mesi. Gli attacchi includono l’aggressione fisica di tre contadini che stavano lavorando sulla loro terra nel villaggio di Susiya (Hebron); la vandalizzazione di 21 veicoli in Kafr ad Dik (Salfit), Burin, Za’tara e Huwwara (Nablus) e Beit Eskaria (Betlemme); il lancio di pietre contro diverse abitazioni a ‘Urif (Nablus). Nelle settimane precedenti, in diversi episodi simili, coloni israeliani avevano vandalizzato e, secondo quanto riferito, tentato di incendiare un parco nel villaggio di Al Mazra’a al Qibliya (vedi paragrafo precedente). In un ulteriore episodio verificatosi a Gerusalemme Ovest (non incluso nel conteggio), sconosciuti hanno aggredito fisicamente e ferito una donna palestinese e i suoi due figli.

A Gerusalemme Est e nella zona C della Cisgiordania, per mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, venti strutture di proprietà palestinese sono state demolite o sequestrate e 20 persone sono state sfollate. Quattro delle strutture prese di mira erano situate in tre Comunità in Area C ed erano state fornite come assistenza umanitaria in risposta a precedenti demolizioni.

Il 18 novembre, le autorità di Hamas di Gaza hanno revocato le restrizioni all’uscita di titolari di permesso e di cittadini stranieri attraverso il valico di Erez [al confine con Israele]. Le restrizioni erano state imposte il 12 novembre, in seguito ad una operazione israeliana sotto copertura, ed hanno gravemente compromesso l’accesso, tra gli altri, di operatori umanitari, uomini d’affari e giornalisti. I preesistenti requisiti per la registrazione [finalizzata al transito] rimangono comunque in vigore.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah, tra Gaza e l’Egitto, sotto controllo egiziano, è stato aperto in entrambe le direzioni, ad eccezione di quattro giorni. 1.356 persone sono entrate a Gaza e 2.545 ne sono uscite. Dal 12 maggio 2018, il valico è stato aperto, quasi continuamente, cinque giorni a settimana.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Parola d’ordine: Gaza non si inginocchia

Patrizia Cecconi

da Bethelehem 27 ottobre 2018, L’Antidiplomatico

“Gaza è salda e non si inginocchia”, questa la parola d’ordine del 31° venerdì di protesta lungo la linea terrestre dell’assedio di Gaza.

Per fermare la protesta si è parlato di mediazioni egiziane, poi di mediatori che hanno desistito, quindi di ulteriori dissidi interni tra le due principali fazioni (Hamas e Fatah) che sembrano sempre più irresolubili e che faciliterebbero la minacciata aggressione massiccia israeliana. Poi timidamente – perché di fronte a Israele le istituzioni internazionali sono sempre timide – l’Onu ed alcuni governi hanno invitato lo Stato ebraico a limitare la forza, alias la brutale violenza omicida, ma è più elegante chiamarla forza. Quindi è sceso in campo il re di Giordania per rivendicare il diritto ai “suoi” territori in West Bank prima che Israele riesca a realizzare il suo obiettivo di annetterli completamente come sa già fin troppo bene ogni osservatore onesto.

Intanto in tutta la Palestina Israele uccide (l’ultimo ragazzo ucciso in Cisgiordania, al momento, aveva 23 anni, si chiamava Mahmud Bisharat e fino a ieri viveva a Tammun, vicino Nablus), arresta arbitrariamente, ritira i permessi di lavoro ai familiari di Aisha Al Rabi, la donna palestinese uccisa dalle pietrate dei coloni fuorilegge invertendo i ruoli tra vittima e carnefici, demolisce le abitazioni palestinesi e interi villaggi, non ultimo un villaggetto poco lontano dal sempre illegalmente minacciato Khan Al Ahmar che, a differenza di quest’ultimo, non essendo salito agli onori della cronaca è rimasto invisibile e non ha creato “fastidiose” proteste all’occupante.

Israele avanza senza freni col suo bagaglio di morte e di ingiustizia, distribuite con la naturalezza di un seminatore che sparge i semi nel suo campo, e i media democratici sussurrano con discrezione, o tacciono a meno che qualcosa non sia proprio degno di attenzione per non essere scavalcati totalmente dai social e perdere audience.

Quindi, dello stillicidio quotidiano di vite e di diritti prodotto dall’occupazione israeliana difficilmente i media danno conto, solo la Grande marcia del ritorno riesce ad attirare poco poco la loro attenzione sia perché la creatività dei manifestanti, sia perché l’altissimo numero dei morti e dei feriti – regolarmente inermi – un minimo di attenzione la sollecitano. Ricordiamo che solo ieri i martiri, solo al confine, sono stati 4 e i feriti 232 di cui 180 direttamente fucilati in campo. Tra i feriti, solo ieri, si contano 35 bambini e 4 infermieri che prestavano soccorso ad altri feriti.

Ad uso di chi leggerà quest’articolo e magari non ricorda o non sa i motivi della Grande marcia, precisiamo che i gazawi chiedono semplicemente che Israele rispetti la Risoluzione Onu 194 circa il diritto al ritorno e tolga l’assedio illegale che strangola la Striscia, cioè i gazawi chiedono quello che per legge internazionale dovrebbe già essere loro.

In 31 venerdì di protesta sono stati fucilati a morte circa 210 palestinesi tra i quali si contano bambini, invalidi sulla sedia a rotelle, paramedici e giornalisti, in violazione – come sempre IMPUNITA – del Diritto internazionale, e sono stati fucilati alle gambe migliaia e migliaia di palestinesi con l’uso di proiettili ad espansione (vietati ma regolarmente usati da Israele) i quali, se a contatto con l’osso, lo frantumano portando all’invalidità permanente. Gaza ha un numero altissimo di ragazzi e uomini con una o due gambe amputate per volere di Israele.

Ma nonostante tutto questo la Grande marcia continua. La parola d’ordine di quest’ultimo venerdì non poteva essere più esplicativa, “Gaza non si inchina”, che è qualcosa di più che dire “Gaza non si arrende” perché la resa a un potere tanto forte da stritolarti potrebbe essere necessaria, ma l’inginocchiarsi davanti a quel potere non è nella natura del gazawo medio e tanto meno delle donne gazawe.

La foto di Aed Abu Amro, il ragazzo palestinese che pochi giorni fa, a petto nudo, con la bandiera in una mano e la fionda nell’altra sfidava la morte per amore della vita è la più evocativa di questa incredibile, vitale e al tempo stesso disperata volontà di vincere. La posta in gioco è la Libertà, quella per cui generazioni di uomini e di donne hanno dato la vita, non per vocazione al suicidio ma per conquistare il diritto di vivere liberi. Lo sappiamo guardando la storia antica e quella contemporanea. E Gaza non fa eccezione. I gazawi, uomini e donne che rischiano la vita per ottenere la libertà rientrano in quella categoria di resistenti che merita tutta l’attenzione e il rispetto della Storia. Ignorarlo è codardia. Confondere o invertire il ruolo tra oppresso e oppressore è codardia e disonestà.

 

Molti media mainstream stanno dando prova di codardia e disonestà. E’ un fatto.

La foto di Aed, scattata dal fotografo Mustafa Hassouna ha una carica vitale troppo forte per essere ignorata dai media e troppo pericolosa per la credibilità di Israele: rischia di attirare simpatie verso la resistenza gazawa e di ridurre il consenso alla propria narrazione mistificante e allora, veloce come la luce arriva la mano della Hasbara, il raffinato sistema di propaganda israeliano, che entra nel campo filo-palestinese per smontare, con argomentazioni apparentemente protettive verso i palestinesi, la forza evocativa di quella foto che orma è diventata virale.

Non potendo più essere fermata, va demolita. Quindi la forte somiglianza col dipinto di Delacroix titolato “La libertà che guida il popolo” viene definita impropria e l’accostamento addirittura osceno (v. articolo di Luis Staples su L’Indipendent). No, l’accostamento è assolutamente pertinente e lo è ancor di più se lo si richiama anche alla parola d’ordine dell’ultimo venerdì della Grande marcia, cioè “Gaza non si inginocchia”.

Intanto alla fine della marcia, mentre negli ospedali della Striscia si accalcavano i feriti, una mano ufficialmente sconosciuta faceva partire 14 razzi verso Sderot richiamando la rappresaglia israeliana sebbene 12 di questi razzi fossero stati distrutti dall’iron dome e altri 2 non avessero procurato danni.

Forse Israele non aspettava altro, forse quei razzi potrebbero essere frutto di una ben concertata manipolazione o forse di qualche gruppo esasperato e fuori controllo, o forse una precisa strategia ancora non ufficializzata, ancora non ci è dato di saperlo anche se la prestigiosa agenzia di stampa mediorientale Al Mayadeen, questa notte riportava parole della Jihad islamica la quale, pur non rivendicando il lancio dei razzi, dichiarava che “la resistenza non può accettare inerte la continua uccisione di innocenti da parte dell’occupazione israeliana“. Cosa significa? Che si è scelto consapevolmente di lasciare mano libera a Israele senza neanche fargli rischiare il timido rimprovero delle Nazioni Unite potendosi giocare il jolly della legittima difesa?

O significa che si sta spingendo Hamas all’angolo costringendolo a riprendere la strategia perdente delle brigate Al Qassam? C’entra forse lo scontro interno tra le diverse fazioni? Gli analisti più accreditati non si sbilanciano. Comunque Israele ha serenamente risposto come suo solito, ovvero con pesanti bombardamenti per l’intera nottata. L’ultimo è stato registrato nei pressi di Rafah questa mattina.

Al momento in cui scriviamo non si denunciano altre vittime ma solo pesanti distruzioni, rivendicate con fierezza da Israele come fosse una sfida anodina di tiro al piattello.

Le immagini trasmesse in diretta durante la notte sono impressionanti, ma più impressionante è il comportamento della maggior parte dei palestinesi di Gaza: al primo momento di terrore ha fatto seguito “l’abitudine”. L’abitudine ai bombardamenti israeliani che – i media non lo dicono – con maggiore o minore intensità, sono “compagni di vita quotidiana” di questa martoriata striscia di terra. E l’abitudine, coniugata con l’impotenza a reagire, ha fatto sì che la grande maggioranza dei gazawi, provando a tranquillizzare i bambini terrorizzati, abbia scelto di dormire confidando nella buona sorte, forse in Allah.
Del resto quale difesa per un popolo che, a parte i discutibili razzi, non ha altre armi che le pietre e gli aquiloni con la coda fiammante? E la foto che ritrae Aed come un moderno quadro di Delacroix cos’è se non fionda e bandiera contro assedio e assedianti ? Cos’è se non la sintesi fotografica della resistenza gazawa e, per estensione, della resistenza palestinese tout court a tutto ciò che Israele commette da oltre settant’anni senza mai subire sanzioni?

Non basteranno articoli come quello di Luis Staples su “L’Indipendent” e la coazione a ripetere del codazzo che si porteranno dietro a fermare la fame di Libertà e di Giustizia del popolo palestinese. La foto di Aed non farà solo la meritata fortuna professionale del fotografo Moustafa Hassuna, quella foto è diventata e resterà l’icona della Grande marcia, insieme alla parola d’ordine di ieri “Gaza non si inginocchia”.




Guai ai vinti

Ahron Bregman, La vittoria maledetta. Storia di Israele e dei Territori occupati. Einaudi, Torino 2017, pp. XXXVII – 340, 33 €.

Recensione di Francesco Ciafaloni

Ahron Bregman, nato nel ‘58 in Israele, ha partecipato come ufficiale di artiglieria dell’esercito israeliano – é facile scoprirlo in rete – alla campagna del Litani nel 1978 e alla Guerra del Libano del 1982. In un’intervista ad Haaretz nel 1988 dichiarò che avrebbe rifiutato di presentarsi se fosse stato richiamato come riservista nei territori occupati, emigrò in Inghilterra e condusse al King’s College il suo lavoro di storico, soprattutto sulle guerre di Israele e sulle politiche dell’occupazione, che aveva direttamente conosciuto e rifiutato.

La vittoria maledetta, quella di Israele del ‘67, è la storia delle politiche di occupazione e repressione, area per area, periodo per periodo, nei territori occupati, da Gerusalemme Est alla Cisgiordania, al Golan. A differenza di Cinquant’anni dopo di Chiara Cruciati e Michele Giorgio, non ha due soggetti in conflitto, gli israeliani, occupanti, e i palestinesi, occupati, ma un solo soggetto: Israele. La vittoria maledetta, secondo l’autore, e come sembra evidente a tutti col senno di poi, non è mai messa in forse da rivolte o scelte degli occupati. Il libro sostiene che Israele, in 50 anni di occupazione, di rivolte, conflitti, trattative, Camp David 1 e 2, Oslo, governi di destra e di sinistra, Rabin, Begin e Dayan, non ha mai veramente pensato di rinunciare a parte della sua sovranità sui territori tra il Giordano ed il mare. Carter pensò che la rinuncia su alcuni territori fosse possibile; lo pensò il ministro degli Esteri marocchino. Ceausescu, dopo un incontro, sostenne che “Begin vuole la pace ed è sufficientemente forte per concederla.” Sadat, alla Knesset, offrì pace e accoglienza in cambio della restituzione dei territori occupati. Ma il Governo di Israele non ha mai pensato a una cessione di sovranità. “Al cuore – scrive Bregman – vi era l’idea che, mentre Israele avrebbe garantito l’autonomia personale delle popolazioni palestinesi che vivevano in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, grazie alla quale esse avrebbero potuto condurre la propria vita senza alcuna ingerenza israeliana, i palestinesi da parte loro non avrebbero detenuto alcun controllo del territorio perché questo sarebbe rimasto proprietà di Israele e sottoposto esclusivamente alla sua sovranità.” Il programma di Begin per l’autonomia palestinese prevedeva un consiglio amministrativo di 11 membri eletti a suffragio universale diretto, paritario e segreto: “la sicurezza e gli affari esteri, gli attributi della sovranità più importanti, avrebbero continuato ad essere materia di Israele.”

Il libro racconta le trattative, gli accordi di Oslo, i mutamenti di maggioranze, ma come schermaglie all’interno di una posizione inamovibile della potenza vincitrice, Israele, sulla sovranità. La documentazione, in parte di colloqui e posizioni riservate, è abbondante. È il contrario di molte cronache giornalistiche secondo cui il rifiuto a impegnarsi in una firma definitiva è stato sempre dei palestinesi, per diffidenza, per timore di perdere consensi. L’autore sostiene che non di un ingiustificato rifiuto si è trattato, ma dell’impossibilità di accettare la pura e semplice rinuncia all’indipendenza, anche solo di una parte, dei territori occupati.

In questo quadro complessivo, le storie delle singole aree sono storie di scelte arbitrarie di Israele subite dagli abitanti dei territori occupati; o, peggio, di trattamenti inumani e degradanti di prigionieri. Il controllo della forza ha sempre permesso ai vincitori di consentire o proibire, secondo la propria convenienza del momento, senza possibilità per i palestinesi di ricorrere ad una autorità imparziale, come avviene oggi con la dichiarazione di importanza militare di una certa area. Come è avvenuto anche nel Golan, che è territorio siriano, in cui spostamenti ritenuti temporanei si sono rivelati deportazioni permanenti.

Il libro ha un solo protagonista vero, ma dà voce a innumerevoli testimoni della parte sconfitta; testimoni della umiliazione, dell’impossibilità di prevedere, di conoscere i criteri del giusto e dell’ingiusto in base a cui dovevano comportarsi; dell’impossibilità di considerare sicuro neanche lo spazio della propria casa, il percorso dei propri figli.

È difficile per gente civile credere a quello che succede laggiù. L’umiliazione, la paura, le difficoltà materiali, l’angoscia del sapere che, senza alcuna ragione, puoi venir trattenuto, rimandato indietro, indurre la tua famiglia a pensare che, forse, come migliaia di altre persone, sei stato arrestato.” (citato da Izzeldin Abuelaish, Non odierò).

La distruzione delle case, su cui molto si è battuto e molto ha scritto Jeff Halper, è uno dei temi ricorrenti.

Sono particolarmente dettagliate le descrizioni di maltrattamenti e torture di detenuti: “Si picchiava il detenuto appeso a un sacco chiuso, con la testa coperta e le ginocchia legate; lo si legava tutto contorto a una conduttura esterna, con le mani dietro la schiena per ore.” (da un rapporto dell’asociazione israeliana per i diritti umani “B’Tselem”).

Non è un libro che si proponga di raccontare una storia equilibrata di un lungo conflitto in cui non si è direttamente coinvolti. È il libro di un cittadino dello Stato vincitore, che ha combattuto per il proprio Stato, ha partecipato all’ oppressione, si rifiuta di continuare a farlo e sceglie l’esilio per non farlo più. È un libro di denuncia non solo del proprio governo ma anche del proprio Stato, perché se ne denunciano gli atti costitutivi. Bregman non accetta l’apartheid costitutivo dello Stato di Israele, non crede alla possibilità di una via di uscita e perciò se n’è andato.

Il libro si legge con angoscia perché è il racconto di una serie di trappole a cui i palestinesi (o i siriani che abitavano le alture del Golan), una volta sconfitti e occupati, non hanno avuto la possibilità di sottrarsi. Le situazioni sono presentate dal punto di vista di chi le subisce, come mi sembra giusto.

L’autore, come è immaginabile data la sua storia, deve aver avuto accesso a fonti interne riservate, a testimonianze di chi ha condotto le trattative e preso le decisioni. Ha sostenuto che Ashraf Marwan, egiziano, genero di Nasser, nel ‘70 si arruolò nel Mossad, il servizio segreto israeliano, ma poi lo ingannò nel ‘73, durante la guerra dello Yom Kippur. Marwan fu trovato morto sotto la finestra della sua casa a Londra, il giorno in cui doveva incontrare Bregman, che ne ha raccontato la storia in un suo libro, The spy that fell to earth.

Vorrei aggiungere che La vittoria maledetta non è una storia di complotti ma la storia di una tragedia sociale, una delle molte di questo nostro secolo. È una storia di fatti evidenti interpretati secondo una tesi molto netta. Che l’oppressione ci sia e i fatti siano veri non è in dubbio. Che le trattative siano fallite è storia nota. Che siano fallite per la inflessibile volontà di Israele di non rinunciare alla sovranità su tutti i territori tra il Giordano e il mare, e quindi sulle popolazioni che li abitano, è la tesi che l’autore ritiene dimostrata dalle sue fonti.




Rapporto OCHA del periodo 9- 22 ottobre 2018

Nella Striscia di Gaza, venerdì 12 ottobre, durante le manifestazioni della “Grande Marcia del Ritorno” e gli scontri presso la recinzione israeliana attorno a Gaza, sette palestinesi, tra cui un giovane di 17 anni, sono stati uccisi dalle forze israeliane.

Secondo fonti israeliane, durante le dimostrazioni c’è stato un significativo incremento sia nel lancio di bottiglie incendiarie, granate rudimentali e palloncini incendiari contro le forze israeliane, sia nel danneggiamento della recinzione. Quattro delle vittime sono state colpite mortalmente dopo aver aperto una breccia nella recinzione ed essersi avvicinate ad una postazione militare israeliana. Durante le manifestazioni tenutesi il venerdì successivo, 19 ottobre, l’ampiezza degli scontri è diminuita, concludendosi senza morti. Secondo il Ministero della Sanità palestinese, in entrambi i venerdì, sono rimaste ferite complessivamente 831 persone; 590 hanno dovuto essere assistite in ospedale, tra queste 271 erano state colpite con armi da fuoco.

Nel contesto di altre iniziative riconducibili alla “Grande Marcia del Ritorno”, un palestinese è stato ucciso e 181 sono rimasti feriti in scontri con forze israeliane. Il 15 ottobre, durante un raduno in mare per protestare contro il blocco navale, un palestinese è stato ferito con arma da fuoco: è morto il giorno seguente per le ferite riportate. Sono continuati i raduni notturni [di palestinesi] con uso di fuochi d’artificio, bombe assordanti e combustione di pneumatici.

Nella Striscia di Gaza, in conseguenza degli avvenimenti del 12 ottobre (di cui sopra), le autorità israeliane hanno vietato l’ingresso di carburante e gas da cucina. Il divieto è stato esteso anche al combustibile distribuito dall’ONU per i generatori elettrici di emergenza e per i veicoli necessari al funzionamento di servizi sanitari, acqua potabile e trattamento reflui. La restrizione è stata revocata il 21 ottobre.

Il 17 ottobre un razzo lanciato dalla Striscia di Gaza ha colpito una casa nella città israeliana di Beer Sheva. Successivamente, l’esercito israeliano ha effettuato diversi attacchi aerei su Gaza; ha chiuso quasi completamente i valichi controllati da Israele (Erez e Kerem Shalom) ed ha ridotto, da sei a tre miglia nautiche, la zona di pesca consentita [ai palestinesi]. La casa israeliana colpita è stata gravemente danneggiata, ma non sono stati segnalati feriti; nessun gruppo armato ne ha rivendicato la responsabilità. Nel corso dei raid aerei israeliani su Gaza, un componente di un gruppo armato è stato ucciso e altri tre sono rimasti feriti. La restrizione alla zona di pesca è stata revocata il 23 ottobre e i valichi di Erez e Kerem Shalom sono stati riaperti il 21 ottobre.

A Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato di terra e di mare, in almeno dieci occasioni al di fuori degli eventi della “Grande Marcia del Ritorno”, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento causando un ferito. In un caso quattro pescatori sono stati arrestati. In tre occasioni, nelle vicinanze della recinzione perimetrale, ad est della città di Gaza e in aree settentrionali, le forze israeliane sono entrate nella Striscia ed hanno effettuato operazioni di livellamento del terreno e di scavo.

In Cisgiordania, due sospetti attentatori palestinesi sono stati uccisi e due soldati israeliani sono rimasti feriti durante tre attacchi con il coltello diretti contro soldati israeliani. I morti sono un 22enne, ucciso il 15 ottobre vicino all’insediamento colonico di Barqan, in Salfit, ed un 42enne, padre di sette figli, ucciso, il 22 ottobre dopo aver ferito un soldato israeliano ad un posto di blocco nella Città Vecchia di Hebron. Fonti palestinesi hanno segnalato che, nel secondo caso, ai paramedici è stato impedito di avvicinarsi all’uomo ferito e sanguinante a terra; il suo corpo è stato trattenuto dalle autorità israeliane. L’11 ottobre, vicino al posto di blocco di Huwwara (Nablus), un palestinese ha ferito con coltello un soldato israeliano; l’aggressore è stato arrestato.

Sempre in Cisgiordania, in numerosi scontri, sono stati feriti dalle forze israeliane 162 palestinesi, tra cui sei minori. Quasi la metà delle lesioni (causate in grande maggioranza da inalazione di gas lacrimogeno) si sono avute in scontri verificatisi nel villaggio di Al Lubban Asharqiya (Nablus) in seguito alla chiusura della scuola secondaria del villaggio da parte dell’esercito israeliano; chiusura avvenuta il 15 ottobre, a quanto riferito in seguito al ripetuto lancio di pietre da parte di studenti contro veicoli israeliani. La scuola è stata riaperta il giorno seguente. Altri 24 palestinesi sono rimasti feriti negli scontri scoppiati a Khan al Ahmar-Abu al-Helu (Gerusalemme), una Comunità a rischio di demolizione e trasferimento forzato. Altri 20 feriti si sono avuti nei villaggi di Kafr Qaddum (Qalqiliya) e Bil’in (Ramallah), nel corso di dimostrazioni settimanali contro le restrizioni all’accesso e l’espansione degli insediamenti colonici. Nel complesso, le forze israeliane hanno condotto 206 operazioni di ricerca-arresto; la maggior parte nei governatorati di Gerusalemme e Tulkarm, circa 60 di tali operazioni hanno provocato scontri con i residenti.

In Area C e a Gerusalemme Est, per mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, sono state demolite o sequestrate 38 strutture di proprietà palestinese, sfollando 35 palestinesi e colpendo i mezzi di sostentamento di altri 120. Si tratta di due abitazioni a Gerusalemme Est e 36 strutture (tra cui 14 case) in zona C, presso nove Comunità beduine e pastorali. In tre di queste Comunità, sei tra le strutture prese di mira erano state precedentemente fornite come aiuti umanitari.

Il 13 ottobre, una donna palestinese, madre di sette figli, è morta dopo essere stata colpita alla testa da una pietra, a quanto riferito lanciata da coloni israeliani contro il suo veicolo. L’episodio si è verificato vicino al checkpoint di Za’atra / Tappuah (Salfit). Il marito della donna e uno dei figli sono rimasti leggermente feriti. Sul caso la polizia israeliana ha avviato un’indagine.

Nel contesto della stagione della raccolta delle olive, è proseguita la violenza ed il vandalismo di coloni israeliani, insieme ad altri attacchi e incursioni [dei medesimi]. Gli episodi correlati alla raccolta delle olive comprendono l’aggressione fisica ed il ferimento di due contadini palestinesi a Deir al-Hatab (Nablus), danni a circa 700 ulivi e cinque casi di furto di raccolto verificatisi nei villaggi di Al Mughayyer (Ramallah), Burqa e Tell ( Nablus), Al Khader (Betlemme) e Far’ata (Qalqiliya). Finora, quest’anno, oltre 7.000 alberi sono stati danneggiati da coloni israeliani. In altri tre episodi, coloni hanno aggredito e ferito tre palestinesi nella Città Vecchia di Hebron e uno studente presso una scuola del villaggio di ‘Urif (Nablus). Nei villaggi di Al Mazra’a al Qibliye (Ramallah), Marda (Salfit) e Qaryut (Nablus), coloni hanno bucato le gomme di 40 veicoli ed hanno spruzzato scritte offensive su alcuni veicoli e, nel villaggio di Qaryut, sui muri di una moschea. Ancora in Al Mazra’a al Qibliye, palestinesi si sono scontrati con soldati israeliani che erano intervenuti dopo un tentativo, da parte di coloni israeliani, di entrare in un parco di nuova costruzione vicino al villaggio; cinque palestinesi sono rimasti feriti (inclusi nel totale sopraccitato).

Secondo fonti israeliane, in Cisgiordania, nelle vicinanze di Hebron, Betlemme, Ramallah e Gerusalemme, in almeno 17 occasioni, palestinesi hanno lanciato pietre o bottiglie incendiarie contro veicoli israeliani, causando danni a tre veicoli privati. Non sono stati segnalati feriti.

Per tutto il periodo di riferimento, il valico di Rafah, tra Gaza e l’Egitto, sotto controllo egiziano, è stato aperto in entrambe le direzioni, ad eccezione di quattro giorni. Un totale di 1.524 persone sono entrate a Gaza e 3.064 ne sono uscite. Dal 12 maggio 2018, il valico è rimasto aperto quasi continuativamente per cinque giorni a settimana.

Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 24 ottobre, nel villaggio di Tammun (Tubas), durante un’operazione di ricerca-arresto, forze israeliane hanno sparato, uccidendo un palestinese di 22 anni. Il giorno prima, nei pressi della Comunità pastorale di Ibziq, forze israeliane avevano confiscato due strutture di una scuola.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Nonostante il rinvio, Israele ha deciso di distruggere Khan al-Ahmar

Tamara Nassar

23 ottobre 2018,Electronic Intifada

Sabato Israele ha rimandato la demolizione e deportazione del villaggio palestinese di Khan al-Ahmar.

Secondo il quotidiano israeliano “Haaretz” il ritardo intende “finalizzare una proposta per l’evacuazione volontaria”.

Gli abitanti del villaggio si sono sistematicamente ed energicamente opposti al trasferimento forzato dalla loro terra, che non può essere in nessun caso “volontario” se avviene sotto minaccia.

Khan al-Ahmar sarà evacuato, è un verdetto della corte, è la nostra politica e sarà fatto,” ha detto domenica il primo ministro Benjamin Netanyahu in una conferenza stampa con il ministro del Tesoro USA Steven Mnuchin.

Netanyahu ha aggiunto che il ritardo sarà breve, finché gli abitanti daranno il loro “assenso” a sgomberare e distruggere il loro villaggio.

Alcuni ministri israeliani di Destra, tra cui il ministro dell’Educazione Naftali Bennett, la ministra della Giustizia Ayelet Shaked e il deputato Bezalel Smotrich, si sono opposti alla decisione di Netanyahu.

Tutti e tre sono membri del partito nazionalista di estrema destra “Casa Ebraica”.

Khan al-Ahmar deve essere distrutto. Dobbiamo opporci al mondo,” ha detto Smotrich lunedì da una collina che sovrasta il villaggio, secondo il giornale israeliano “The Jerusalem Post” [giornale israeliano di destra in lingua inglese, ndtr.].

Dobbiamo togliere di mezzo questa comunità dopo aver dato loro un’alternativa,” ha detto la vice-ministra Tzipi Hotovely sulla collina di mattina presto.

Il governo israeliano ha investito milioni per creare questa alternativa e penso che la comunità internazionale sarebbe molto più d’aiuto se non utilizzasse i beduini come strumento politico,” ha detto Hotovely.

Yehuda Glick, parlamentare dello stesso partito di Netanyahu, il Likud, e uno dei dirigenti del movimento estremista ebreo che intende distruggere la moschea di al-Aqsa a Gerusalemme, si è unito a Hotovely nella sua visita a Khan al-Ahmar.

La scelta tra spazzatura e liquami

Le alternative che Israele ha proposto non sono adeguate alla vita nomade dei beduini che vivono a Khan al-Ahmar.

Le alternative che Israele sta proponendo sono nei pressi di una discarica o dello scarico di una fogna,” ha detto all’israeliano “i24 News” [canale televisivo di informazioni in arabo, francese e inglese, ndtr.] Tawfique Jabareen, un avvocato che rappresenta gli abitanti di Khan al Ahmar.

Israele vuole obbligarli a spostarsi in una zona chiamata “al-Jabal ovest”, situata nei pressi della discarica del villaggio palestinese di Abu Dis. Israele ha anche proposto di spostare gli abitanti del villaggio in una zona vicina a un impianto di trattamento dei rifiuti nei pressi della colonia di Mitzpe, vicino alla città di Gerico, nella Cisgiordania occupata.

Jabareen ha aggiunto che gli abitanti hanno proposto all’Alta Corte israeliana di spostarsi di qualche centinaio di metri dalla loro attuale sistemazione, ma rimanendo ancora all’interno [della zona] di Khan al-Ahmar, un’idea che Israele ha rifiutato.

La Corte Penale Internazionale mette in guardia contro crimini di guerra

Il rinvio annunciato da Israele avviene dopo che la procuratrice generale della Corte Penale Internazionale Fatou Bensouda ha manifestato preoccupazione per la situazione a Khan al-Ahmar.

Una vasta distruzione di proprietà senza necessità di carattere militare e il trasferimento di popolazione in un territorio occupato costituiscono crimini di guerra,” ha affermato Bensouda il 17 ottobre.

Di conseguenza mi vedo obbligata a ricordare a tutte le parti che la situazione resta sotto esame preliminare da parte del mio ufficio.”

Secondo Haaretz alla polizia israeliana e all’amministrazione civile – la burocrazia militare che gestisce l’occupazione della Cisgiordania – non sia stato detto di lasciare la zona.

Nelle scorse settimane le autorità israeliane sono arrivate nel villaggio per preparare la demolizione, e talvolta hanno arrestato e ferito i manifestanti. Anche i coloni israeliani maltrattano regolarmente gli abitanti.

Durante la notte attivisti e giornalisti sono rimasti con loro nel villaggio per resistere all’invasione e all’imminente demolizione.

Khan al Ahmar si trova tra le colonie israeliane di Maaleh Adumim e Kfar Adumim.

Questa terra a est di Gerusalemme, la cosiddetta zona E1, si trova dove Israele pianifica di espandere la sua grande colonia di Maaleh Adumim, completando l’isolamento tra loro della parte nord da quella sud della Cisgiordania e circondando Gerusalemme di colonie.

In base alle leggi internazionali tutte le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata sono illegali.

Lunedì la Francia – uno dei numerosi Stati europei che si sono opposti al progetto di Israele di distruggere Khan al-Ahmar sulla base del fatto che in questo modo verrebbe compromessa la soluzione dei due Stati – ha detto di “prendere nota” del rinvio.

Chiediamo alle autorità israeliane di abbandonare definitivamente i progetti di demolire Khan al-Ahmar e di far cessare l’incertezza che circonda il destino di questo villaggio.”

Tuttavia, a parte l’opposizione verbale, gli Stati dell’UE non hanno espresso chiaramente le conseguenze per Israele se dovesse sfidare questi appelli.

Prendere il controllo di Hebron

Nel contempo, all’inizio di questo mese Israele ha approvato un progetto per espandere la colonia esclusivamente ebraica nel cuore della città di Hebron, nella Cisgiordania occupata.

Secondo Haaretz questa sarà la prima costruzione di una colonia nel cuore di Hebron in oltre un decennio.

L’edificazione del progetto da 6 milioni, che è destinato a includere 31 unità abitative, potrebbe iniziare in qualunque momento.

Parte del progetto riguarda una ex-base militare israeliana che, secondo Haaretz, “è stata costruita su terreni che erano di proprietà di ebrei.”

Quando Israele costruisce colonie in Cisgiordania spesso vengono presentate fittizie rivendicazioni di proprietà sul terreno [da edificare].

Incendiare la regione”

Il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman ha festeggiato il nuovo insediamento.

Un nuovo quartiere ebraico a Hebron per la prima volta in 20 anni,” ha twittato.

Lieberman ha elogiato il governo per aver approvato il suo progetto per il quartiere, il cosiddetto quartiere “Hezekiah”, che ha definito “un’altra importante pietra miliare nell’estesa attività che stiamo conducendo per rafforzare l’insediamento in Giudea e Samaria.”

Ayman Odeh, capo della “Lista Araba Unita” [coalizione di tutti i partiti arabo-israeliani, ndtr.] nel parlamento israeliano, ha condannato l’iniziativa, accusando il governo di “infiammare continuamente la regione e poi gridare che non ci sono partner” per fare la pace, tutto a vantaggio di un “pugno di coloni estremisti.”

Più di 800 coloni vivono in un’area nel cuore di Hebron sotto totale controllo militare israeliano.

I coloni israeliani hanno preso il controllo della maggior parte della moschea di Abramo [o Tomba dei patriarchi, per gli ebrei, ndtr.] nella città, in seguito al massacro nel 1994 da parte di Baroch Goldstein, un colono americano, di 29 fedeli palestinesi nel sito.

A lungo i palestinesi hanno temuto che la divisione della moschea di Abramo potesse servire come modello per una presa di possesso totale o parziale da parte di Israele del complesso di al-Aqsa a Gerusalemme.

Coloni si aggirano liberamente nella zona di Hebron, sotto totale controllo militare israeliano, mentre i palestinesi sono sottoposti a severe restrizioni negli spostamenti, comprese strade segregate, e alle violenze e ai maltrattamenti dei soldati come dei coloni.

Demolizioni a Hebron

Nel frattempo le forze di occupazione israeliane hanno messo in atto demolizioni di case palestinesi nelle zone nei dintorni di Hebron e in altre parti della Cisgiordania occupata.

All’inizio di questo mese le forze israeliane hanno confiscato nel villaggio di Khirbet al-Halawa, sulle colline meridionali di Hebron, nella Cisgiordania occupata, una tenda di una famiglia composta da sei persone.

La famiglia include quattro bambini, che secondo B’Tselem [associazione israeliana per i diritti umani, ndtr.] sono rimasti senza casa.

Khirbet al-Halawa è una frazione dei villaggi chiamati Masafer Yatta.

Il 3 ottobre le forze israeliane sono arrivate a Khirbet al-Mufaqara, sempre a Masafer Yatta, ed hanno confiscato materiale edile per una casa prefabbricata.

Gli abitanti dei villaggi di Masafer Yatta hanno vissuto per vent’anni sotto minaccia di espulsione forzata.

B’Tselem ha affermato: “Dagli anni ’90 Israele ha sistematicamente tentato di cacciare gli abitanti palestinesi di Masafer Yatta dalle loro case.”

Sia Masafer Yatta che Khan al.-Ahmar si trovano nell’area C, che rappresenta il 60% della Cisgiordania occupata.

In base ai termini degli accordi di Oslo, firmati tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina negli anni ’90, l’area C resta sotto il totale controllo militare israeliano.

Israele ha negato praticamente a ogni palestinese il permesso edilizio nell’area C, obbligando i palestinesi a costruire senza permessi e a vivere con la continua paura che le loro case o comunità vengano demolite.

Martedì mattina le forze di occupazione israeliane hanno smantellato e confiscato roulotte utilizzate come aule scolastiche a Ibziq, un villaggio nel nord della valle del Giordano, nella Cisgiordania occupata.

Un video postato da attivisti mostra le forze israeliane che portano via le strutture su camion.

Pare che le roulotte siano state finanziate dall’Unione Europea e dalla Finlandia, che non hanno fatto niente per chiedere conto ad Israele della distruzione delle decine di milioni di dollari dei progetti per i palestinesi pagate dai contribuenti europei.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Dopo 122 giorni di minacce di demolizione, Israele blocca Khan al-Ahmar

19 ottobre 2018, Ma’an News

Gerusalemme (Ma’an) – Venerdì le forze israeliane hanno attaccato manifestanti nel villaggio beduino di Khan al-Ahmar, a est di Gerusalemme nella parte centrale della Cisgiordania occupata.

I soldati israeliani hanno sparato lacrimogeni e spruzzato liquido urticante contro dimostranti e attivisti palestinesi e internazionali mentre cercavano di protestare sulla strada principale che porta al villaggio, impedendogli di farlo.

Il ministro [dell’ANP, ndtr.] Walid Assaf, capo del Comitato Nazionale contro il Muro e le Colonie, è stato tra quanti sono rimasti intossicati dall’inalazione di gas lacrimogeni.

Le forze israeliane hanno arrestato una delle guardie del corpo di Assaf.

Un gran numero di forze israeliane ha circondato Khan al-Ahmar ed ha bloccato ermeticamente la via d’ingresso principale, dichiarandola zona militare chiusa.

Alcune fonti hanno aggiunto che le forze israeliane sono state schierate attorno al villaggio e lungo una serie di strade che lo raggiungono, impedendo agli abitanti ed agli attivisti di entrare ed uscire dalla zona.

Il blocco è stato realizzato per cercare di impedire a centinaia di manifestanti e giornalisti di raggiungere Khan al-Ahmar per dimostrare solidarietà agli abitanti del villaggio dopo 122 giorni di minacce di demolizione.

La distruzione lascerebbe senza casa più di 35 famiglie palestinesi, come parte di un piano israeliano di espansione della vicina colonia illegale israeliana di Kfar Adumim.

Amnesty International (AI), insieme a Jewish Voice for Peace [gruppo di ebrei statunitensi contrari all’occupazione dei territori palestinesi, ndtr.], ha lanciato una campagna sulle reti sociali, in cui si afferma che “le politiche israeliane di insediare civili israeliani nei Territori Palestinesi Occupati, distruggendo arbitrariamente proprietà e deportando palestinesi che vivono sotto occupazione, violano la Quarta Convenzione di Ginevra e rappresentano un crimine di guerra che figura nello statuto della Corte Penale Internazionale.”

Aggiunge che dal 1967 Israele ha espulso con la forza e spostato intere comunità ed ha demolito più di 50.000 case e costruzioni palestinesi.

AI afferma che “dopo circa un decennio di tentativi di combattere l’ingiustizia di queste demolizioni, gli abitanti di Khan al-Ahmar ora affrontano il giorno devastante in cui vedranno le loro case da generazioni distrutte sotto i propri occhi.”

AI sottolinea che “il trasferimento forzato di Khan al-Ahmar rappresenta un crimine di guerra,” notando che “Israele deve porre termine alla sua politica di distruzione delle case e dei mezzi di sostentamento dei palestinesi per fare posto alle colonie.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Khan al-Ahmar: le forze israeliane arrestano attivisti mentre cresce il timore per la demolizione

Akram Al-Waara

15 ottobre 2018, Middle East Eye

Tre attivisti israeliani e stranieri sono stati arrestati per breve tempo, mentre un palestinese resta in custodia e gli abitanti del villaggio temono che la demolizione sia imminente.

KHAN AL-AHMAR, Cisgiordania occupata – Lunedì mattina sono scoppiati scontri tra forze israeliane, palestinesi ed attivisti nel villaggio beduino di Khan al-Ahmar, poiché gli abitanti temono l’imminente demolizione del villaggio. Almeno quattro persone sono state arrestate dalla polizia israeliana.

Si prevede che le forze israeliane radano al suolo Khan al-Ahmar e deportino circa 200 residenti palestinesi, dopo che l’approvazione del piano è ufficialmente entrata in vigore all’inizio di questo mese.

La Corte Suprema israeliana ha emesso due sentenze a favore della demolizione del villaggio, la prima il 24 maggio e la seconda il 5 settembre, dopo un disperato ricorso degli abitanti.

Lunedì gli abitanti di Khan al-Ahmar e gli attivisti, che si sono radunati nel villaggio da quando le autorità israeliane hanno ordinato la sua demolizione, si sono svegliati di fronte ad una grande pozza d’acqua formatasi nella valle nei pressi del villaggio– e nello stesso posto in cui la scorsa settimana è comparso un lago di liquame.

Mentre i rapporti segnalavano che una tubatura dell’acqua di proprietà della compagnia nazionale israeliana dell’acqua Mekorot si era rotta, alcune persone del luogo hanno insinuato che alcuni attivisti avessero rotto di proposito la tubatura per bloccare un sentiero verso il villaggio e fermare la demolizione, notando che pareva che fossero stati sistemati pezzi di legno, fogli di lamiera ed altri detriti per impedire che l’acqua scorresse verso il villaggio.

Questo sentiero si snoda tutto intorno al villaggio, per cui loro (gli israeliani) devono usarlo per circondare l’intera zona”, ha detto a Middle East Eye Yousuf Abu Dahouq, un abitante di Khan al-Ahmar. “La polizia israeliana è rimasta sorpresa nel vedere dell’acqua qui, che gli ha rovinato il programma della giornata.

Dato che questa è una delle strade principali che loro pensavano di utilizzare per portare le jeep e i bulldozer per distruggere il villaggio, hanno bisogno di ripulirla per procedere alla demolizione.”

Tra le 7 e le 8 del mattino sono arrivati a Khan al-Ahmar circa 50 ufficiali di polizia e di frontiera con almeno tre bulldozer ed hanno cercato di spazzare via l’acqua, inducendo gli abitanti del villaggio e gli attivisti a scendere nella zona.

Attivisti palestinesi ed israeliani sono saltati nella pozza per fermare uno dei bulldozer e a quel punto le forze israeliane hanno arrestato un attivista.

Intanto sono scoppiati scontri tra forze israeliane ed attivisti in altre zone del villaggio, quando gli attivisti hanno cercato di impedire ai poliziotti di entrare nel villaggio.

Secondo il ministero della Sanità palestinese, sono stati visti poliziotti israeliani buttare a terra diverse donne ed anziani palestinesi e stranieri ed almeno cinque persone sono state curate per le ferite riportate.

Le forze israeliane non hanno consentito alle ambulanze palestinesi di entrare a Khan al-Ahmar, costringendo i medici ad entrare a piedi nel villaggio per curare le persone.

Lunedì mattina le forze israeliane hanno arrestato almeno quattro persone, identificate come l’attivista palestinese Reyad Salahat, gli attivisti israeliani Jonathan Pollak e Kobi Snitz e l’attivista olandese Robin Licker. Lunedì pomeriggio Licker ha postato su Facebook la conferma che lui, Pollak e Snitz erano stati tutti rilasciati, ma che Salahat è rimasto sotto custodia israeliana.

Risulta che sia Pollak che Sajahat siano stati feriti dalle forze israeliane quando sono stati arrestati.

Abu Dahouq, un abitante di Khan al-Ahmar, ha detto a MEE di temere che la demolizione sia imminente.

Pensiamo che verranno a distruggere il villaggio da un momento all’altro, soprattutto perché il termine per andarcene è scaduto 10 giorni fa”, ha detto l’uomo di 43 anni.

Le forze israeliane il 23 settembre avevano consegnato ai residenti degli avvisi che intimavano di vuotare e demolire le loro case entro il primo ottobre, altrimenti sarebbero stati sgomberati con la forza.

Le 35 famiglie che vivono a Khan al-Ahmar fanno parte della tribù dei Jahalin, una comunità beduina espulsa dal deserto del Naqab – noto anche come Negev – dopo la guerra arabo-israeliana del 1948.

Khan al-Ahmar è situato sul pendio desertico a oriente di Gerusalemme, accanto ad un’autostrada israeliana che porta al Mar Morto, nella parte della Cisgiordania che Israele ha occupato illegalmente, secondo il diritto internazionale, per 50 anni.

Eliminando Khan al-Ahmar, le autorità potranno costruire unità (abitative) che colleghino le colonie illegali di Kfar Adumim e Maale Adumim con Gerusalemme est nell’area C sotto controllo israeliano, spezzando in due la Cisgiordania.

Amnesty International ha definito il piano israeliano un “trasferimento forzato” e un “crimine di guerra”.

Noi, abitanti di Khan al-Ahmar, subiamo molte pressioni e la popolazione del villaggio patisce molte sofferenze e privazioni”, ha aggiunto Abu Dahouq. “Gli israeliani impiegano ogni genere di attacchi militari e psicologici contro di noi per mandarci via. Viviamo in tempi di guerra e questo è diventato parte della nostra vita.

L’occupazione sta cercando di testare il popolo palestinese, per vedere se reagirà alla demolizione di Khan al-Ahmar…Se il popolo palestinese non insorgerà in difesa del villaggio, allora darà ad Israele il semaforo verde per sbarazzarsi di noi.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Rapporto OCHA del periodo 25 settembre- 8 ottobre 2018 (due settimane)

Durante le manifestazioni e gli scontri del venerdì che hanno avuto luogo vicino alla recinzione israeliana [che circonda Gaza] nel contesto della “Grande Marcia di Ritorno”, dieci palestinesi, tra cui tre minori, sono stati uccisi dalle forze israeliane e altri 882 sono stati feriti.

Venerdì 28 settembre ha registrato, dal 14 maggio 2018, il più alto numero di morti in un solo giorno (sette). Tali fatti hanno indotto Jamie McGoldrick, Coordinatore Umanitario per i Territori palestinesi occupati (oPt), ad intervenire sollecitando “Israele, Hamas e tutti gli altri attori capaci di incidere sulla situazione ad agire ora per prevenire ulteriori deterioramenti e perdite di vite umane”. Due dei minori uccisi, di 11 e 15 anni, sono stati colpiti alla testa e al petto con armi da fuoco; sale così a 39 il numero di minori uccisi a Gaza dal 30 marzo, data di inizio delle proteste. Tra le persone ferite il 28 settembre e il 5 ottobre, 402 sono state ricoverate: tra essi 216 (53%) sono state colpite con armi da fuoco, mentre, secondo il Ministero della Sanità di Gaza, i rimanenti [480] sono stati curati sul campo. Secondo fonti israeliane, durante le proteste sono stati lanciati numerosi ordigni esplosivi contro le forze israeliane, nessuno dei quali ha provocato feriti tra gli israeliani.

In aggiunta a quanto sopra, durante il periodo di riferimento, in altre azioni che si svolgono quasi quotidianamente nel contesto della “Grande Marcia di Ritorno”, un minore palestinese è stato ucciso e 189 sono rimasti feriti in scontri con le forze israeliane. Queste azioni contemplano l’uso di fuochi d’artificio, di altoparlanti, di bombe sonore e l’incendio di pneumatici durante i raduni notturni presso la recinzione; proteste vicino al valico di Erez; tentativi di rompere il blocco navale e, nel nord della Striscia, manifestazioni sulla spiaggia vicino al confine con Israele. Fonti israeliane hanno anche riportato un significativo aumento del lancio di aquiloni e palloncini incendiari verso Israele, che avrebbero provocato decine di incendi con limitati danni materiali e nessuna vittima israeliana. Le forze israeliane hanno condotto diversi attacchi aerei, alcuni dei quali avevano come obiettivo persone che, vicino alla recinzione perimetrale, lanciavano ordigni esplosivi o incendiari.

Il 2 ottobre, a Gaza, nel Campo Profughi di Al Maghazi, un palestinese di 74 anni è stato colpito e ferito dalle forze israeliane; poco dopo è morto. Le circostanze dell’episodio non sono chiare: secondo Organizzazioni palestinesi per i Diritti Umani, l’uomo è stato colpito mentre era in piedi vicino a casa sua, a circa 2.000 metri dalla recinzione perimetrale, in un momento in cui non erano in corso manifestazioni o scontri.

Il 7 ottobre le autorità israeliane hanno ridotto da 9 a 6 miglia nautiche [1 miglio nautico internazionale = 1.852 metri], la zona di pesca consentita lungo la costa meridionale di Gaza. Secondo fonti israeliane, le restrizioni sono state imposte in risposta a quanto avviene lungo la recinzione perimetrale. La misura ha un impatto diretto su circa 50.000 palestinesi che dalla pesca ricavano i loro mezzi di sostentamento.

Nelle Aree ad Accesso Riservato (ARA) sia di terra che di mare al largo della costa di Gaza, in almeno altre otto occasioni al di fuori del contesto della “Grande Marcia di Ritorno”, le forze israeliane hanno aperto il fuoco, ferendo un pescatore e arrestandone altri due. In sette occasioni, le forze israeliane sono entrate nella Striscia di Gaza e hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo in prossimità della recinzione perimetrale.

Il 7 ottobre nella zona industriale dell’insediamento di Barkan (Salfit) nella Cisgiordania settentrionale, in una aggressione con arma da fuoco, un palestinese ha ucciso un uomo e una donna israeliani e ferito un’altra donna israeliana. L’uomo – che, a quanto riferito, proveniva dalla città di Tulkarm e lavorava nell’insediamento – è riuscito a fuggire incolume dal luogo dell’aggressione. Dall’inizio del 2018, in Cisgiordania, nove israeliani sono stati uccisi da palestinesi. In seguito all’aggressione, le forze israeliane hanno perquisito la casa di famiglia dell’attentatore ed eseguito rilevamenti, secondo quanto riferito, in previsione della sua demolizione punitiva; la madre e due sorelle dell’aggressore sono state arrestate. Le forze israeliane sono state dispiegate presso tutti gli ingressi della città di Tulkarm, interrompendo l’accesso e l’uscita dalla città.

Sempre in Cisgiordania, in numerosi scontri, 122 palestinesi, tra cui 36 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane. Trentasei dei ferimenti si sono verificati durante le numerose manifestazioni tenutesi il 1° ottobre in tutta la Cisgiordania nel contesto di uno sciopero di un giorno in segno di protesta contro l’approvazione, da parte del Parlamento israeliano, lo scorso luglio, della “Legge fondamentale” che elegge Israele quale “Nazione-Stato del Popolo Ebraico”. Lo sciopero intendeva anche manifestare la solidarietà con la Comunità palestinese beduina di Khan al Ahmar, che è a rischio imminente di demolizione di massa. Altre undici persone sono rimaste ferite durante le seguenti manifestazioni settimanali: a Ras Karkar (Ramallah), contro la costruzione, su terra privata palestinese, di una nuova strada per i coloni; in Kafr Qaddum (Qalqiliya) contro l’espansione degli insediamenti e le restrizioni all’accesso; in Bil’in e Ni’lin (entrambi a Ramallah) contro la Barriera e l’espansione degli insediamenti. Altri 26 feriti si sono avuti in scontri scoppiati in sei operazioni di ricerca-arresto. Nel complesso, le forze israeliane hanno condotto 131 di queste operazioni, arrestando oltre 132 palestinesi, tra cui 16 minori. Altri 15 palestinesi sono rimasti feriti negli scontri con forze israeliane, seguiti all’ingresso di israeliani in un sito religioso nella città di Nablus.

In Area C e Gerusalemme Est, a causa della mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito o ordinato di autodemolire quattro strutture di proprietà palestinese colpendo i mezzi di sostentamento di 26 persone. Due delle strutture, inclusa una fornita da associazioni umanitarie in risposta a una precedente demolizione, erano situate nell’area di Massafer Yatta del Governatorato di Hebron, in un’area designata [da Israele] come “zona per esercitazioni militari a fuoco”; in quest’area 1.300 residenti rischiano il trasferimento forzato. Un’altra struttura era in un’area della città di Hizma, situata all’interno del confine municipale di Gerusalemme, ma separata dalla Barriera dal resto della città. Inoltre, nel quartiere di Beit Hanina a Gerusalemme Est, una famiglia palestinese è stata costretta ad autodistruggere un ampliamento della loro casa, colpendo il sostentamento di otto persone.

L’8 ottobre, a Khan al Ahmar – Abu al Helu, le autorità israeliane hanno rinnovato gli ordini di requisizione dei terreni che saranno utilizzati dalle forze israeliane durante la demolizione della Comunità. Lo stesso giorno, le autorità israeliane hanno completato il drenaggio di una pericolosa pozza di liquami che, dalla fine di settembre, si era accumulata nell’area della Comunità: era stata originata dalla fuoriuscita di liquami da una condotta fognaria dell’insediamento colonico di Kfar Adumim. Il 5 settembre l’Alta Corte di Giustizia Israeliana ha respinto tutte le petizioni relative alla sua sentenza del 24 maggio e, il 23 settembre, le autorità israeliane hanno consegnato alla Comunità una lettera in cui informavano i residenti che dovranno demolire tutti gli edifici entro il 1 ottobre; in caso contrario saranno le autorità ad effettuare le demolizioni, in linea con la decisione del tribunale. Nella lettera, Israele ha anche promesso di fornire assistenza, compreso il trasporto nel sito di trasferimento, a coloro che avranno rispettato l’ordine.

La stagione della raccolta delle olive, ufficialmente iniziata all’inizio di ottobre, in varie aree è stata resa problematica dalla violenza dei coloni; in particolare vi è stata l’aggressione fisica e il ferimento di due contadini, danni a 190 alberi, il furto di raccolti. Cinque casi sono stati registrati a Turmus’ayya (Ramallah), Burin, Haris e Al Lubban ash Sharqiya (tutti a Nablus); tutte aree vicine agli insediamenti colonici, per le quali l’accesso palestinese è soggetto all’approvazione dell’esercito israeliano. In un altro episodio, coloni israeliani hanno aggredito e ferito un palestinese nella città vecchia di Gerusalemme. Durante il periodo di riferimento, almeno due episodi di lancio di pietre da parte di coloni israeliani hanno causato danni a veicoli di proprietà palestinese. La violenza dei coloni è in aumento dall’inizio del 2018, con una media settimanale di cinque attacchi recanti lesioni fisiche o danni alle proprietà, rispetto a una media di tre nel 2017 e due nel 2016.

Secondo i media israeliani, a Ramallah, Betlemme, Hebron, Gerusalemme e Salfit, quattordici veicoli israeliani sono stati danneggiati dal lancio di pietre da parte di palestinesi.

Il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto, sotto controllo egiziano, ha aperto in entrambe le direzioni per nove giorni, e in una direzione (verso Gaza) per due giorni. Un totale di 1.178 persone sono state autorizzate ad entrare in Gaza ed altre 3.166 persone ne sono uscite.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




La stretta mortale di Israele sull’area C: lo sviluppo come resistenza

Ahmad El-Atrash

27 Settembre 2018, al-shabaka

Gli sforzi di Israele di stringere la sua presa sulla Cisgiordania sono senza precedenti da quando il governo israeliano attuale è stato formato nel 2015. L’anno scorso, per esempio, si è visto il numero più alto di bandi per la costruzione di colonie israeliane, con più di 3100 proposte governative rilasciate per la costruzione di unità abitative. Eppure tale situazione non è per niente nuova. Cinque decenni di occupazione israeliana – in particolare a partire dagli Accordi di Oslo firmati nel 1993 – hanno permesso a Israele di continuare la sua colonizzazione della terra palestinese stroncando, al contempo, lo sviluppo palestinese, distorcendolo, e rendendolo, addirittura, mitologico.

Tutto questo è particolarmente evidente nell’area C. Quest’area controllata da Israele, secondo l’impianto degli Accordi di Oslo, costituisce più del 60% della Cisgiordania. Israele l’ha sviluppata, in particolare, in funzione dei suoi interessi, cioè costruendoci colonie e infrastrutture militari.

Di fronte alle politiche israeliane in Cisgiordania i palestinesi considerano il loro proprio sviluppo come un mezzo di resistenza. Tuttavia, essi non sono stati in grado finora di realizzare un programma di sviluppo efficace che riesca ad opporsi a Israele. E questo non è una sorpresa: lo sviluppo sotto occupazione è tutto fuorché possibile. Tuttavia, i palestinesi possono lavorare collettivamente per realizzare le loro necessità attuali senza pregiudicare i loro diritti, incluso il diritto allo sviluppo di un futuro stato palestinese.

Questo articolo esamina come i palestinesi possono investire su, e promuovere ulteriore resistenza alla geopolitica attuale dello sviluppo, attraverso un focus sull’area C. Esso delinea la storia dell’area, analizza i modi in cui lo sviluppo palestinese è negato a beneficio dei coloni israeliani, e offre modi ai palestinesi per rivendicare progetti di sviluppo che servano loro per le future generazioni.

La Storia dell’area C

Come è ben noto, gli Accordi di Oslo, che cominciarono ad essere firmati nel 1993, crearono le aree A, B e C nel 1995, con l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) che controllava l’area A, mentre Israele e l’ANP condividevano il controllo dell’area B. Nonostante l’ANP sia responsabile, nella teoria, della vita civile nell’area C, inclusa l’educazione e la sanità, le autorità israeliane hanno totale controllo sulla sicurezza e sull’amministrazione [del territorio, ndt], inclusa la pianificazione e lo sviluppo.

La situazione doveva essere temporanea. In base a Oslo, tutte le aree dovevano essere assegnate ai palestinesi entro il 1998, ma l’accordo non si realizzò mai e l’intera Cisgiordania rimase sotto occupazione israeliana.

Il diritto umanitario internazionale definisce i palestinesi come “popolazione protetta” e Israele come “potenza occupante”, alla quale è proibito apportare cambiamenti permanenti [al territorio, ndt] e che è obbligata a proteggere lo status quo ante. Eppure, oggi i blocchi di colonie in costante crescita sono tutt’altro che temporanei. L’area C è attualmente abitata da solo il 6% dei palestinesi della Cisgiordania, cioè da circa 300.000 palestinesi e più di 340.000 coloni israeliani. Più di 20.000 dei palestinesi che vivono in area C sono beduini e comunità di pastori che vivono prevalentemente in tende, baracche di stoffa e metallo e caverne.

Le autorità israeliane hanno ostacolato lo sviluppo palestinese dell’area C e in molte altre parti della Cisgiordania attraverso ordini militari. Questi ordini impediscono ai palestinesi di registrare terre e di costruire, e vietano ai comitati locali e distrettuali la pianificazione. Come risultato, i palestinesi sono esclusi dalla partecipazione ai processi che guidano lo sviluppo territoriale, mentre Israele confisca terreni per presunti servizi pubblici quali le strade costruite per l’utilizzo esclusivo degli israeliani ebrei.
Il progetto israeliano non è temporaneo o casuale, ma è un sistema etno-nazionale e coloniale di insediamento.

Come tale, solo il 30% dei territori dell’area C sono designati per lo sviluppo a guida palestinese. Il restante 70% è classificato come zone militari chiuse che sono interdetti ai palestinesi, a meno che essi ottengano dei permessi dalle autorità israeliane. Queste gravi restrizioni sullo sviluppo territoriale dei palestinesi continuano ad intensificarsi nonostante il fatto che lo stato palestinese sarebbe impensabile senza l’area C. Infatti, l’area C contiene risorse naturali di grande valore e una ricca eredità culturale, e rappresenta la gran parte dell’area disponibile per lo sviluppo territoriale del futuro stato palestinese.

Coloro che si aggrappano al “processo di pace”, che ha prodotto la designazione dell’area C, continuano a nascondere ciò che sta avvenendo di fatto: politiche e pratiche israeliane che creano condizioni equivalenti ad un sistema di apartheid. Uno sguardo critico sull’area C conferma che il progetto israeliano non è semplicemente temporaneo e casuale – cioè un’occupazione militare – ma un sistema etno-nazionale e coloniale d’insediamento permanente. È il risultato dell’ideologia sionista e una pratica che aspira a stabilire uno Stato esclusivamente ebraico dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo.

Questo è evidente nello schema di controllo israeliano, che include il sistema di identificazione, le strade di circonvallazione israeliane, i checkpoint militari, l’implementazione di un sistema giuridico separato per palestinesi e coloni israeliani nei Territori Palestinesi Occupati (TPO), il monopolio israeliano sulle risorse naturali palestinesi, e il muro di separazione – tutti elementi che continuano a violare il diritto internazionale.

Chiaramente, come risultato, lo sviluppo palestinese è soffocato dalle demolizioni israeliane, dal divieto delle costruzioni palestinesi e dalla “cooperazione” idrica tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese. Inoltre, per alcuni, anche i progetti di sviluppo e gli aiuti internazionali minano, invece di portare avanti, gli interessi palestinesi.

Sviluppo Represso

Distruzioni e restrizioni israeliane
Al momento sono imminenti più di 12.500 ordini di demolizione israeliani contro approssimativamente 13.000 strutture palestinesi nell’area C. Come risposta a queste demolizioni i palestinesi hanno preparato 116 piani generali che dovrebbero accomodare 132.000 palestinesi in 128 comunità. Questi piani delineano la costruzione di case e dei servizi sociali necessari, incluse le scuole e le cliniche. Nonostante il fatto che questi piani rispettino gli standard internazionali, l’Amministrazione Civile Israeliana (ICA), che amministra la pianificazione e l’urbanistica nell’area C in base all’impianto di Oslo, ha approvato solo 5 dei 102 [progetti] presentati, e 99 altri sono stati trattenuti per più di 18 mesi a causa di discussioni tecniche. Dal 2009 al 2013, sono stati approvati solo 34 permessi di costruzione su 2000 richieste per i palestinesi nell’area C.

Questo impedisce, chiaramente, lo sviluppo di infrastrutture essenziali per la comunità palestinese. Per esempio, l’area C ha una grave carenza di aule e di scuole primarie situate nelle comunità per i palestinesi, e questo influisce sull’accesso dei bambini all’educazione, in particolare quello delle bambine. Le restrizioni nell’area C impediscono anche la naturale espansione delle città urbane, dei centri e dei villaggi rurali. La comunità internazionale ha supportato l’agenda dello sviluppo compresa nei piani generali, e nonostante alcune infrastrutture sociali di vitale importanza siano state realizzate, il gap nello sviluppo rimane enorme.

In relazione a ciò, la densità della popolazione palestinese nelle zone costruite dell’area C è di 250 volte più alta di quella dei coloni israeliani. Questo contrasto, che rivela l’ampia differenza nell’accesso allo spazio vitale e alle risorse, è ancora più grande quando si comparano le densità di popolazione all’interno delle aree destinate allo sviluppo – cioè, come delineate nei piani generali presentati dai palestinesi alla luce delle attuali restrizioni israeliane. La densità della popolazione palestinese all’interno di questi piani proposti è quasi del 600% più alta della densità per i coloni israeliani nei piani per le colonie.

Inoltre, questa densità di popolazione palestinese è molto più alta della densità approvata nei piani generali delle aree A e B. Quest’alta densità pianificata per l’area C significa che c’è poco spazio per la crescita della popolazione, la fornitura dei servizi basilari, e l’agricoltura o qualsiasi altro mezzo di sviluppo economico. Limitare lo sviluppo delle comunità palestinesi nell’area C costringe i palestinesi a migrare verso i centri urbani e le comunità dell’area A e B, come parte dell’obiettivo israeliano di ridurre la popolazione palestinese nell’area C.

La “cooperazione” israelo-palestinese
La cooperazione israelo-palestinese nell’area C è tutto fuorché innocua. Nel gennaio del 2017, per esempio, l’Autorità Nazionale Palestinese e Israele hanno dichiarato che il conflitto che durava da 6 anni sulla cooperazione idrica tra di loro era finito. Il comitato congiunto israelo-palestinese per l’acqua di Oslo non si era incontrato dal 2010 quando l’Autorità Idrica Palestinese rifiutò di continuare a rilasciare permessi per progetti di infrastrutture idriche nelle colonie israeliane sparse nell’area C.

Il nuovo accordo approvato da entrambe le parti dà ai palestinesi il diritto di collegare le comunità palestinesi in area C alla rete idrica senza chiedere il permesso a Israele, ma non affronta i piani palestinesi per l’estrazione di ulteriore acqua dai pozzi, per l’aggiornamento dei pozzi o lo scavo di nuovi. Inoltre, permette anche agli israeliani di costruire infrastrutture idriche e tubature senza il permesso della parte palestinese – una pratica che essi avevano portato avanti nonostante lo scontro sulla questione della cooperazione idrica.

Fondamentalmente, l’accordo non riuscì ad affrontare le profonde diseguaglianze idriche evidenti sin dagli Accordi di Oslo. I coloni israeliani, per esempio, consumano più di 4 volte tanto quanto consumano i palestinesi in Cisgiordania, inclusa l’area C, e le famiglie palestinesi in difficoltà spendono un quinto del loro salario per l’acqua. Inoltre, le autorità israeliane non negano solo ai palestinesi l’accesso alle terre e alle risorse idriche, ma distruggono anche le strutture palestinesi, tra cui le infrastrutture idriche.

Lo sviluppo idrico nell’area C perciò si dimostra quasi impossibile per i palestinesi. Se vogliono costruire piccole tubature per l’acqua per una comunità palestinese remota e vulnerabile, devono farlo in mezzo alle grandi tubature delle colonie israeliane in costante crescita.

La complicità internazionale

Anche i piani ideati dalla comunità internazionale per e con le comunità palestinesi nell’area C e in partenariato con l’Autorità Nazionale Palestinese dimostrano come lo sviluppo territoriale sia limitato. Israele ha usato queste iniziative come strumento per controllare ulteriormente la Cisgiordania e Gerusalemme e i suoi dintorni.

Le autorità israeliane, per esempio, hanno approvato una rete di strade regionali che sono state riabilitate o costruite per i palestinesi con il supporto della comunità internazionale, dato che erano di beneficio anche per i coloni israeliani in Cisgiordania. Queste strade palestinesi sono di complemento per le strade designate per gli israeliani e che collegano le colonie israeliane in Cisgiordania con Israele stesso, aggirando le comunità palestinesi. Ciò comporta gravi ripercussioni sul diritto dei palestinesi alla libertà di movimento; questo tipo di infrastruttura pregiudica anche altri diritti palestinesi connessi, come il diritto al culto e all’educazione, in quanto li costringe a fare i pendolari utilizzando strade più lunghe e più costose.

I palestinesi devono affrontare la questione dello sviluppo nell’area C con strategie che vanno oltre il soccorso e i piccoli tentativi di sviluppo.

Inoltre, i programmi di emergenza, di soccorso e quelli umanitari hanno oscurato gli interventi in direzione dello sviluppo in Cisgiordania, in particolare nell’area C. Le necessità di sicurezza rivendicate da Israele hanno reso i palestinesi dipendenti dai donatori internazionali, e le decisioni chiave sono state spostate in modo crescente fuori dal controllo dei locali.

Queste politiche, sviluppate sulla base dello schema dei due Stati, permettono ai palestinesi nell’area C al massimo di sopravvivere. Sopravvivere – cioè semplicemente esistere – è essenziale per salvaguardare la soluzione dei due Stati. Ma sebbene i palestinesi trovino modi per rimanere resilienti sotto le immense pressioni e incertezze che caratterizzano il contesto di sviluppo nell’area C, sono sempre più insicuri.

Un esempio è il villaggio di Susiya, a sud di Hebron. I 340 abitanti di Susiya, che si procurano da vivere principalmente tramite la pastorizia, resistono alle pratiche israeliane sul terreno sin da quando i coloni israeliani hanno dichiarato che Susiya era stata costituita sulla loro terra, nel 1983. Nel 1986, l’ICA ha informato i residenti palestinesi di Susiya che il loro villaggio era stato appropriato “per scopi pubblici”, e l’esercito israeliano li ha espulsi dalle loro case. Le famiglie hanno spostato le loro dimore lì vicino. L’ ICA li ha spostati di nuovo nel 2001.

Oggi Susiya continua a sopravvivere, principalmente tramite interventi umanitari e misure di sostegno da parte di attori internazionali. I residenti del villaggio hanno pure sviluppato dei piani per il futuro, come il piano generale del 2013. L’ICA ha rifiutato di approvare il piano, il quale darebbe ai residenti la sicurezza e l’accesso alle tubature per la fornitura di acqua. In contrasto, ha emesso decine di ordini di demolizione. I coloni israeliani hanno limitato l’accesso degli abitanti del villaggio ad alcune delle loro terre agricole, e la loro violenza è spesso documentata.


Che cosa possono fare i palestinesi?

Se i palestinesi vogliono ottenere le loro terre e i loro diritti, devono affrontare lo sviluppo nell’area C con interventi che rispondono alle pratiche di occupazione israeliane. Queste strategie devono andare oltre gli sforzi di soccorso e di sviluppo di piccole dimensioni.

Preservazione
Innanzitutto i palestinesi devono preservare qualsiasi loro presenza [sul territorio, ndt] attuale. La società civile palestinese, l’Autorità Nazionale Palestinese e i donatori possono trovare modi in cui le comunità palestinesi nell’area C, inclusi i beduini e le comunità di pastori, continuino a crescere e a lavorare sulle loro terre. Questi gruppi hanno diritti codificati secondo il diritto umanitario internazionale ad utilizzare le risorse naturali della terra senza subire minaccia per la loro sicurezza, nonché a mantenere la loro proprietà e i loro legami storici con la terra così come i loro valori culturali.

La capacità di sostenere queste comunità può essere rafforzata attraverso il mantenimento dei legami di parentela e dei nessi economici tra palestinesi nelle aree A, B e C. Le autorità palestinesi competenti, per esempio, possono assicurare che le grandi municipalità nelle aree A e B forniscano i servizi basilari alle zone rurali dell’area C.

La società civile palestinese può anche supportare la preservazione della presenza palestinese in Cisgiordania creando e sostenendo la creazione di mappe di fonti disponibili che includano tutte le comunità palestinesi.

Legislazione
L’Autorità Nazionale Palestinese deve sbarazzarsi delle leggi e dei sistemi di regole arcaici in modo da incentivare la crescita tra le comunità palestinesi. Le politiche datate devono essere sostituite da criteri che enfatizzino i diritti umani e la partecipazione inclusiva. Una nuova legge palestinese sulle costruzioni e sulla pianificazione, per esempio, potrebbe sostituire le leggi sulla costruzione e sulla pianificazione in atto sin dai tempi del mandato britannico (gli anni ’40) e sin dall’amministrazione giordana (anni ’60). Queste leggi non danno più risposte utili alle sfide affrontate dai palestinesi nella vita reale. Una nuova legge dovrebbe aspirare ad assicurare processi di partecipazione pubblica, e dunque la titolarità locale dei piani e dei progetti, specialmente nell’area C.

La società civile palestinese e i leader politici devono riappropriarsi dello sviluppo attraverso piani che rispondono alle necessità della popolazione.

L’Autorità Nazionale Palestinese deve anche incoraggiare il lavoro di cooperazione e sviluppo tra le comunità palestinesi nelle aree A, B e C in modo da incrementare la crescita economica territoriale. Potrebbe supportare e creare delle unità amministrative più ampie, che connettano diverse aree, per esempio, come dei consigli congiunti per i servizi e delle municipalità congiunte.

Decolonizzazione
I palestinesi devono anche ideare dei piani di decolonizzazione per l’area C. Il Piano Territoriale Nazionale per la Palestina, a supporto europeo, del 2009, include una visione di sviluppo per l’area C nota come “Previsioni per la Palestina, 2025, 2050”. Il documento rappresenta una cornice di ampia prospettiva per sette principali settori: economia, sviluppo urbano, infrastrutture, demografia, relazioni internazionali, servizi e risorse naturali. L’Autorità Nazionale Palestinese deve ultimare e adottare la prospettiva dello sviluppo territoriale come piano ufficiale che offra procedure specifiche in merito a come affrontare le colonie israeliane nell’area C. Un manuale su come comportarsi con le colonie israeliane, per esempio, potrebbe essere sviluppato in collaborazione tra tutte le parti interessate palestinesi, inclusi i profughi nella diaspora. Le linee guida detterebbero a quali settori verrebbero allocate le colonie quando si sviluppasse uno Stato palestinese, come l’agricoltura o l’industria. Questi settori determinerebbero il destino delle colonie – cioè la demolizione o la conversione.

I palestinesi e i loro alleati devono continuare a supportare il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) e lavorare con le organizzazioni internazionali per lottare per i diritti dei palestinesi allo sviluppo nell’area C. I partner di sviluppo e quelli multilateriali, incluse le Nazioni Unite, dovrebbero supportare tale sviluppo promuovendo costruzioni di grande scala nell’area C in accordo con i parametri della soluzione dei due Stati.

I passi proposti qui sopra non possono realizzare uno sviluppo palestinese sostenibile, ma possono aiutare a respingere l’occupazione militare israeliana nell’area C e oltre. Adottando queste e altre misure, la società civile palestinese e i leader politici devono prendere lo sviluppo nelle loro mani attraverso piani che rispondano alle necessità della popolazione e che la mantengano sulla sua terra, per contrapporsi ai piani coloniali di Israele.

Ahmad El-Atrash

Membro di Al-Shabaka, Ahmad El-Atrash è un pianificatore territoriale palestinese e uno specialista in sviluppo urbano. Ha avuto ampia esperienza nel lavoro con think-tank, istituzioni accademiche, ONG e agenzie ONU riguardo questioni relative alla pianificazione geopolitica e strategica, alla riforma della governance, la resilienza e lo sviluppo sostenibile nel contesto palestinese. Ahmad ha conseguito un dottorato in Pianificazione Territoriale all’Università TU-Dortmund in Germania.

Traduzione di Tamara Taher




Amnesty International: ‘La demolizione di Khan al-Ahmar è un crimine di guerra’

3 ottobre 2018, Ma’an News

BETLEMME (Ma’an) – Martedì Amnesty International ha dichiarato che la demolizione del villaggio beduino di Khan al-Ahmar, ad est di Gerusalemme occupata, ed il trasferimento dei suoi abitanti da parte delle forze israeliane come parte di un piano illegale israeliano di espansione delle colonie è un “crimine di guerra”. Saleh Higazi, vicedirettore di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nordafrica, ha denunciato la programmata demolizione israeliana di Khan al-Ahmar ed ha sottolineato che “questa azione non solo è spietata e discriminatoria, ma è illegale.”

La demolizione del villaggio porterebbe al trasferimento di 181 abitanti, il 53% dei quali sono minori e il 95% rifugiati registrati presso l’UNRWA, Agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi. A settembre l’Alta Corte israeliana ha respinto un appello contro la demolizione del villaggio ed ha sentenziato a favore della sua evacuazione e demolizione, concedendo ai residenti un periodo fino al 1 ottobre perché se ne vadano.

L’Alta Corte israeliana ha deciso la demolizione sulla base della mancanza dei permessi di costruzione israeliani, quasi impossibili da ottenere, cosa che le Nazioni Unite hanno detto essere la conseguenza del regime urbanistico e di pianificazione discriminatorio praticato nell’area C – l’oltre 60% della Cisgiordania occupata sotto completo controllo israeliano.

Gli accordi di Oslo del 1995 tra l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e le autorità israeliane hanno diviso la Cisgiordania in tre settori: le aree A, B e C. L’area A, comprensiva delle popolose città palestinesi e che rappresenta il 18% della Cisgiordania, sarebbe stata sotto il controllo dell’appena costituita Autorità Nazionale Palestinese (ANP), mentre l’area B sarebbe rimasta sotto il controllo dell’esercito israeliano, e all’ANP sarebbe spettato quello per l’amministrazione civile.

Invece l’area C, la maggior parte della Cisgiordania, è stata posta sotto il completo controllo militare israeliano e include la maggioranza delle risorse naturali e degli spazi liberi sul territorio palestinese. In base agli accordi di Oslo, era previsto che la terra sotto controllo israeliano sarebbe stata gradualmente trasferita all’ANP entro un periodo di 5 anni.

Tuttavia, circa due decenni dopo, la terra continua ad essere sotto il controllo israeliano.

L’area C, insieme a Gerusalemme est – considerata la capitale di un futuro Stato palestinese come parte di una soluzione a due Stati – è stata terreno della rapida espansione degli insediamenti, mentre il muro israeliano di separazione ha ulteriormente diviso le comunità palestinesi ed ha posto restrizioni ai palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza anche rispetto alla possibilità di andare a visitare quella che doveva essere la loro capitale.

Lunedì Amnesty International, insieme a Jewish Voice for Peace (Voci Ebraiche per la Pace, organizzazione ebraica statunitense contraria all’occupazione, ndtr.), ha lanciato una campagna sui social media nei confronti del Coordinamento delle Attività Governative nei Territori [occupati], un’unità del ministero della Difesa israeliano che è responsabile di attuare la politica del governo nell’area C.

La campagna afferma che “le politiche di Israele di insediamento di civili israeliani nei Territori Palestinesi Occupati, di arbitrarie distruzioni delle proprietà e di trasferimenti forzati di palestinesi che vivono sotto occupazione, costituiscono violazioni della Quarta Convenzione di Ginevra e sono crimini di guerra previsti dallo Statuto della Corte Penale Internazionale.”

Aggiunge che dal 1967 Israele ha espulso e trasferito con la forza intere comunità e demolito più di 50.000 case e strutture palestinesi.

Amnesty International ha dichiarato: “Dopo circa un decennio di tentativi di combattere l’ingiustizia di questa demolizione, i residenti di Khan al-Ahmar vedono ora avvicinarsi il giorno terribile in cui vedranno le loro case, possedute da generazioni, crollare davanti ai loro occhi.”

Ha sottolineato che “il trasferimento forzato di Khan al-Ahmar si configura come un crimine di guerra”, specificando che “Israele deve porre termine alla sua politica di distruzione delle case e delle esistenze palestinesi per fare spazio alle colonie.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

Fine modulo