Guerra Israele-Palestina: agenti israeliani torturano e umiliano i lavoratori palestinesi

Maha Hussaini – Gaza, Palestina occupata

6 novembre 2023 – Middle East Eye

Un lavoratore palestinese racconta a Middle East Eye la sua testimonianza diretta delle torture che avrebbe subito da parte dei soldati israeliani durante gli interrogatori e la detenzione prima del ritorno a Gaza

Dopo il suo rilascio dalla prigione di Ofer, in Israele, Khaled Ahmed è entrato nel rifugio della sua famiglia nel centro della Striscia di Gaza sorreggendosi sulla spalla del figlio e con una fascetta di plastica ancora avvolta attorno alla caviglia sinistra.

Il 7 ottobre, quando Israele ha dichiarato la guerra contro Gaza, Ahmed stava lavorando a Giaffa, prima di essere arrestato pochi giorni dopo insieme ad oltre 7.000 lavoratori palestinesi.

Venerdì è stato rilasciato insieme a circa 4.000 lavoratori e ha raggiunto la moglie e i quattro figli in una piccola casa dove hanno trovato rifugio in seguito al bombardamento israeliano del loro quartiere.

Ahmed ha riferito a Middle East Eye che durante il periodo di detenzione gli agenti israeliani “si vendicavano contro Gaza” torturando i suoi lavoratori in Israele.

“Lavoro in Israele da anni. Quando è successo tutto questo ero in possesso un permesso di lavoro valido,” riferisce a MEE Ahmed, 63 anni.

Quando Hamas e altri gruppi armati palestinesi hanno scatenato lattacco contro Israele molti lavoratori hanno lasciato Israele per recarsi in Cisgiordania, ma Ahmed non riteneva che ci fossero ragioni per andare via.

Spiega di aver deciso di restare in Israele dopo l’attacco del 7 ottobre perché, a differenza di questa volta, in occasione dei precedenti attacchi israeliani a Gaza vi si era trovato relativamente al sicuro.

“Nel periodo tra il 7 e il 10 ottobre i lavoratori potevano ancora spostarsi tra Israele e la Cisgiordania. Il 10 siamo rimasti intrappolati, senza possibilità di tornare a Gaza o andare in Cisgiordania”.

Per verificare lo stato di validità del loro permesso di lavoro i lavoratori palestinesi in Israele sono iscritti a unapplicazione israeliana per smartphone chiamata al-Monasseq (coordinatore in lingua araba).

Se il permesso di lavoro viene revocato vengono avvisati con un sms.

Ma pochi giorni dopo il lancio dell’attacco di Israele contro Gaza le autorità israeliane hanno revocato tutti i permessi di lavoro senza informare i lavoratori, per poi condurre contro di loro una campagna di detenzione su larga scala.

“Hanno fatto irruzione nei nostri dormitori, ci hanno ammanettati e bendati, poi ci hanno arrestati senza permettere a nessuno di noi di prendere qualcosa“, dice Ahmed. “Era circa mezzanotte quando siamo arrivati nel luogo dove siamo stati interrogati. Sono stato lasciato solo in una cella per otto ore prima di essere portato in una stanza dove un ufficiale israeliano mi ha interrogato per ore.”

“Mi ha chiesto dove abitassi a Gaza, gli ho risposto, poi mi ha mostrato la mia casa su un grande schermo per farmi vedere che sapeva già con precisione dove abitavo. Poi mi ha chiesto di Hamas e di altre fazioni palestinesi, gli ho risposto che non sapevo nulla.

“Ha provato a farmi pressione ma sinceramente non ho niente a che fare con loro quindi non ho potuto rispondere.”

Ahmed riferisce che durante le due ore di interrogatorio ha visto picchiare, torturare e umiliare molti colleghi di lavoro.

“Un ufficiale ha detto ad un mio collega: ‘Sembri un brav’uomo, vorrei offrirti qualcosa da bere. Preferisci tè o caffè?’. Lui ha risposto che voleva del tè. L’ufficiale ha fatto bollire l’acqua nel bollitore elettrico che aveva in ufficio, lo ha versato in un bicchiere di carta, poi glielo ha gettato sul viso,” racconta. “Prima di essere portato fuori aveva il volto ustionato e urlava di dolore.”

“Un altro collega durante l’interrogatorio ha detto all’ufficiale che non eravamo stati informati della revoca dei permessi e gli ha chiesto perché non avevano inoltrato gli SMS come di consueto. Lui ha ascoltato finché [il lavoratore] non ha finito di parlare, poi lo ha colpito duramente in faccia dicendogli: ‘Vuoi insegnarci cosa fare?'”

Ahmed racconta che un altro lavoratore è stato gettato a terra e preso a calci più volte all’addome da molti agenti. Quando è stato riportato in cella ha continuato a urlare di dolore per giorni.

“Ci hanno picchiato e umiliato come se si stessero vendicando per i fatti di Gaza”, dice Ahmed, accusando gli agenti di aver esercitato degli abusi nei loro confronti come rappresaglia per l’incursione del 7 ottobre da parte di gruppi armati palestinesi. Per quanto, afferma, lui e gli altri lavoratori “non avessimo nulla a che fare” con gli attacchi.

“Gli israeliani sanno benissimo che non abbiamo nulla a che fare con quello che sta succedendo. Siamo lavoratori che prima di ottenere il permesso di lavoro sono stati interrogati più volte e abbiamo subito diversi controlli di sicurezza “.

Middle East Eye ha precedentemente contattato l’esercito israeliano per un commento sulle accuse di tortura dei lavoratori palestinesi di Gaza, ma al momento della pubblicazione non ha ricevuto risposta.

Negazione di cure mediche

Ahmed è stato detenuto nella prigione di Ofer per 10 giorni. Durante questo periodo lui e i suoi colleghi sono stati tenuti in tende allestite appositamente per i lavoratori di Gaza.

Ahmed dice che, senza tetto né letti, la notte lui e i suoi colleghi “eravamo congelati”.

“Quando siamo stati condotti nelle celle ci hanno portato via tutto, compresi i nostri telefoni, i soldi e le giacche,” riferisce a MEE.

“Hanno dato a ciascuno di noi un materasso molto sottile insieme ad una piccola coperta e una giacca. Quando dormivo dovevo tenere le braccia sul corpo perché il materasso era molto piccolo e non conteneva tutto il mio corpo, e la cella era sovraffollata”, aggiunge.

“Di notte letteralmente tremavamo. Una notte ha cominciato a piovere e la situazione è peggiorata. Ci hanno portato un’altra coperta a testa perché altrimenti saremmo morti assiderati“.

Ad Ahmed, padre di quattro figli, affetto da diabete e ipertensione, per giorni non è stata permessa l’assunzione di pastiglie o insulina.

“Ho detto loro che dovevo prendere le mie pastiglie soprattutto perché durante tutto il periodo di detenzione non avevo mangiato bene. Mi hanno ammanettato, bendato e portato nella clinica della prigione. Ho dovuto essere perquisito più volte lungo il percorso. Mi hanno dato l’insulina solo una volta e dopo non mi è stato più permesso di assumerla,” continua.

“Quasi tutti avevamo la febbre a causa del freddo intenso, e alcuni dopo essere stati torturati urlavano di dolore. Chiunque chiedesse medicine veniva ignorato o gli venivano dati solo antidolorifici”.

Durante l’intero periodo di detenzione, i lavoratori non sapevano se la guerra contro Gaza fosse ancora in corso o se fosse finita.

“Non sapevamo nemmeno che ora fosse perché ci avevano portato via gli orologi. Ogni volta che chiedevamo a un ufficiale o a un soldato cosa stesse succedendo a Gaza, ci sgridavano o ignoravano la domanda”, dice Ahmed.

La corsa a casa

Venerdì mattina all’alba gli agenti israeliani hanno svegliato i lavoratori e hanno detto loro di togliersi le giacche ricevute. Poi li hanno bendati e ammanettati e gli hanno ordinato di mettersi in fila.

Ahmed ha chiesto in ebraico a una donna ufficiale dove li stessero portando. Lei ha risposto che stavano andando in un “posto molto caldo”, una risposta che Ahmed in seguito ha capito alludesse alla guerra a Gaza.

“Siamo stati portati su degli autobus e gli agenti hanno legato con fascette di plastica la caviglia di ogni lavoratore a quella del suo compagno seduto accanto. Eravamo bendati e le tende coprivano i finestrini dell’autobus, quindi non potevamo vedere nulla”, aggiunge.

“Ma sentivo il sole sul viso provenire da sud, quindi ho immaginato che stessimo andando verso il confine di Kerem Shalom [valico tra la Striscia di Gaza, Israele e Egitto, ndt.].”

Circa 90 minuti dopo lautobus si è fermato e gli agenti hanno tagliato le fascette di plastica alle mani e alle caviglie dei lavoratori, poi hanno ordinato loro di togliersi le bende dagli occhi.

“Siamo scesi dall’autobus e ci siamo messi in fila. I soldati ci hanno detto: ‘Ora vi lasceremo andare. Dovete correre più veloce che potete. Non guardate a destra o a sinistra. Verrà sparato a chiunque cerchi di guardare dietro di sé o si fermi per pochi secondi'”, ricorda Ahmed.

“Abbiamo corso per circa due chilometri senza sosta fino a raggiungere il confine di Kerem Shalom. Abbiamo oltrepassato il cancello e finalmente abbiamo trovato del personale palestinese che ci ha accolti.”

Senza documenti ufficiali, soldi o cellulare, Ahmed è tornato presso la sua famiglia nel rifugio dopo aver appreso che la sua casa era stata gravemente danneggiata dai bombardamenti in corso.

“Hanno preso tutti i nostri soldi. Alcuni agenti li hanno rubati per tenerseli. Avevamo risparmiato i nostri stipendi lavorando per mesi senza far rientro a Gaza.

Un mio collega aveva circa 100.000 shekel (23.600 euro). Aveva lavorato ogni giorno per diversi mesi e aveva messo da parte i soldi per la sua famiglia a Gaza. Volevano comprare una casa. Ora è tornato senza niente. Al contrario: è stato picchiato, è malato e non in grado di camminare”.

*I nomi degli intervistati sono stati modificati

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Guerra Israele-Palestina: come Gaza ha ribaltato la situazione a discapito dei suoi carcerieri

David Hearst

9 ottobre 2023 – Middle East Eye

La responsabilità dell’assalto di questo fine settimana ricade su tutti coloro che da tempo hanno smesso di considerare i palestinesi come persone

Nelle ultime 48 ore uno Stato abituato a esercitare un controllo totale su sette milioni di palestinesi ha subito una drammatica inversione di ruoli.

I combattenti palestinesi hanno preso il posto dei coloni armati che terrorizzano gli abitanti dei villaggi palestinesi riuscendo a prendere il controllo di alcuni insediamenti coloniali adiacenti a Gaza.

Invece degli abitanti di Huwwara o Nablus o Jenin, traumatizzati ogni notte dagli attacchi dei coloni e dalle incursioni dellesercito israeliano, sono stati quelli di Sderot a doversi nascondere rannicchiandosi nei loro scantinati e chiedersi quando il loro esercito sarebbe giunto per proteggerli.

I combattenti palestinesi hanno sequestrato decine di soldati e civili israeliani, che ora si trovano negli scantinati di tutta Gaza.

Nessuno dovrebbe vantarsi di questo. Sono stati uccisi civili innocenti; sono state terrorizzate madri incinte e sono morti bambini. Lattacco ha travolto chiunque si trovasse sul suo cammino, indipendentemente dalle appartenenze politiche, dal sesso o dalletà.

Conosco una donna aspramente contraria al trionfalismo nazionalista religioso di destra e convinta sostenitrice dei diritti umani dei palestinesi che è stata trascinata in uno scantinato a Gaza.

Ma le scene sulle quali il mondo ha perso l’uso della parola non sono queste. Sono quelle di soldati israeliani che portano via palestinesi per farli scomparire in galera per periodi indefiniti di detenzione amministrativa.

Secondo gli ultimi rapporti a Gaza potrebbero esserci quasi 100 prigionieri. Lesercito e le forze di polizia meglio equipaggiati del Medio Oriente hanno subito perdite inaudite (lultimo bilancio, compresi i civili, è di 600 morti e più di 1.500 feriti)[al 12ott i morti israeliani sono 1200 e i feriti oltre 2700, ndt] mentre sono rimasti bloccati in violenti scontri a fuoco strada per strada nei villaggi e nelle città attorno a Gaza.

Colossale fallimento dellintelligence

Questa è la prima volta che si assiste a scene del genere dalla guerra del 1948 che diede origine alla prima Nakba e allo Stato di Israele. Per gli israeliani queste scene sono molto peggiori della guerra arabo-israeliana del 1973, scatenata quasi 50 anni fa.

Nel 1973 abbiamo combattuto con un esercito addestrato, ha detto l’esperto analista israeliano Meron Rapoport a Middle East Eye. E qui parliamo di persone che non hanno altro che un Kalashnikov. È inimmaginabile. È un fallimento militare e di intelligence dal quale Israele impiegherà molto tempo per riprendersi in termini di fiducia in sé stesso”.

Lo sfondamento della recinzione meglio difesa e sorvegliata lungo l’intero confine di Israele e unincursione di queste dimensioni insieme alla cattura del quartier generale militare della divisione dellesercito che controlla Gaza rappresentano il peggior fallimento che i servizi di intelligence israeliani hanno subito nella loro storia.

Hamas ha raggiunto l’obiettivo della totale sorpresa. La famosa unità di intelligence militare israeliana, la 8200, in grado di ascoltare ogni conversazione telefonica a Gaza è stata colta di sorpresa, così come lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interna.

Gli israeliani si chiedono come il loro esercito abbia potuto commettere un errore talmente grande da schierare 33 battaglioni nella Cisgiordania occupata per proteggere i coloni lasciando il confine meridionale vulnerabile agli attacchi.

Tutto ciò ha innescato unonda durto delle dimensioni di uno tsunami che ha investito una nazione così abituata a impersonare i Signori della Terra. In realtà sono loro che dovrebbero far scattare le sorprese, non i loro sudditi.

Rinascere più forti

Solo due settimane fa il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha sventolato davanti allAssemblea generale delle Nazioni Unite una mappa in cui tutti i territori palestinesi erano stati cancellati.

Sono convinto che ci troviamo sulla soglia di una svolta ancora più epica: una pace storica tra Israele e Arabia Saudita. Una pace di questo tipo contribuirà notevolmente a porre fine al conflitto arabo-israeliano, ha affermato Netanyahu.

I funzionari statunitensi non la pensavano diversamente, dal momento che una figura di alto livello dellamministrazione ha affermato che da molti anni a questa parte la regione è pressoché stabile”.

Come in un unico coro Washington, Tel Aviv e Riad hanno parlato della prospettiva che lArabia Saudita firmasse un accordo di normalizzazione con Israele, quasi che questo fosse di per sé la via verso la pace.

Erano tutti diventati così convinti di escludere i palestinesi da questa equazione, come se lintera popolazione palestinese un giorno avrebbe potuto cancellare la propria bandiera e identità nazionale e avrebbe accettato il ruolo di Gastarbeiter [lavoratore ospite in tedesco, ndt.] nella terra di qualcun altro.

Ora è stato inviato un messaggio molto chiaro: i palestinesi esistono e non sono affatto in procinto di venire sottomessi.

Ogni volta che sono stati annientati come forza combattente, nel 1948, 1967, 1973 e in ogni operazione successiva, rinasceva più forte una nuova generazione di combattenti. E nessuna versione passata di Hamas o Hezbollah è più forte di quelle che Israele si trova ad affrontare oggi.

Hamas ha definito il suo attacco al sud di Israele il diluvio di Al-Aqsa per unottima ragione. Questo attacco non è venuto dal nulla.

Lo status quo di Al-Aqsa

L’8 ottobre 1990, esattamente 33 anni fa, un gruppo di coloni e i Fedeli del Monte del Tempio, un gruppo di estrema destra che pretendeva di svolgere un sacrificio rituale sul Monte del Tempio, un atto proibito dal rabbino capo di Israele, tentarono di porre una prima pietra per la costruzione del Terzo Tempio presso la Moschea di Al-Aqsa.

La popolazione palestinese della Città Vecchia oppose resistenza, lesercito israeliano aprì il fuoco e in pochi minuti vennero uccisi più di 20 palestinesi, con altre centinaia di feriti e arrestati.

Da allora i leader israeliani sono stati continuamente avvertiti di mantenere lo status quo in un luogo sacro rivendicato da entrambe le religioni, e ogni anno hanno ignorato quegli ammonimenti forzando il divieto.

E così anche oggi, quando Al-Aqsa è stata presa dassalto ripetutamente per consentire ai fedeli ebrei laccesso al sito islamico dove visite, preghiere e rituali non graditi da parte dei non musulmani sono vietati sulla base di accordi internazionali pluridecennali.

Un tempo queste violente incursioni erano opera di quelli che tra gli ebrei erano considerati gruppi marginali di estremisti. Ora non più. Adesso sono guidati da Itamar Ben Gvir, che sfila con il titolo di ministro della sicurezza nazionale israeliana.

Giorno dopo giorno, con il sostegno dei parlamentari del Likud, come Amit Halevi, viene elaborata una politica volta a dividere la moschea di Al-Aqsa tra ebrei e musulmani, proprio come fu divisa la moschea Ibrahimi a Hebron negli anni 90.

Ben Gvir, il ministro con il potere di nominare il capo della polizia israeliana, non ha risparmiato i cristiani dalle sue politiche fasciste. Quando cinque ebrei ortodossi sono stati arrestati dalla polizia con laccusa di aver sputato contro i fedeli cristiani nella Città Vecchia di Gerusalemme, il ministro ha risposto: Continuo a pensare che sputare contro i cristiani non sia un reato penale. Penso che dobbiamo intervenire attraverso listruzione e leducazione. Non tutto giustifica un arresto”.

Silenzio internazionale

La pressione continua ad aumentare, sia ad Al-Aqsa che nello spaventoso bilancio quotidiano delle vittime palestinesi, la maggior parte dei quali giovani. Human Rights Watch ha rilevato che nell’arco di più di 15 anni questultimo, fino alla fine di agosto, è stato il più sanguinoso per i minorenni palestinesi nella Cisgiordania occupata, con almeno 34 minori uccisi.

E ciò viene accolto con il silenzio della comunità internazionale, la cui attenzione resta concentrata solo sugli scambi commerciali tra il Mar Rosso e Haifa.

Se c’è qualcuno responsabile dello spargimento di sangue di questo fine settimana e dei massacri di civili che, come è vero che la notte segue il giorno, sono destinati a verificarsi a Gaza mentre lesercito israeliano lancia unoffensiva di terra, sono tutti i leader stranieri che dicono che Israele condivide i loro valori. Tutti questi leader permettono a Israele di dettare la politica, anche se questa danneggi palesemente la loro.

Qualunque cosa accada nei prossimi giorni e settimane a Gaza, e Israele ha già scatenato una vendetta selvaggia a prescindere dallassenza di un obiettivo militare, Hamas ha senza dubbio segnato una vittoria significativa.

Ha portato con sé giornalisti e operatori televisivi che hanno registrato tutto ciò che è accaduto. Queste riprese parleranno a ogni giovane palestinese e arabo che le vedrà.

Le riprese mostrano i palestinesi che ritornano nelle terre da cui i loro padri erano stati cacciati. I rifugiati costituiscono il 67% della popolazione di Gaza, provenienti principalmente dalle terre intorno a Gaza che Hamas ha temporaneamente liberato.

Questo fine settimana hanno esercitato con la forza delle armi il diritto al ritorno che era stato tolto dal tavolo delle trattative 23 anni fa.

Le immagini diranno a tutti i palestinesi che la resistenza non è una causa persa contro un nemico estremamente potente. Diranno che la loro volontà di resistere è più potente di quella del loro oppressore.

Lo scenario è cambiato per sempre

Non ho dubbi che ora i civili palestinesi pagheranno un prezzo enorme mentre Israele persegue la sua vendetta biblica. Ai più di due milioni di persone nella Striscia è stata già tagliata lelettricità.

Ma non ho neanche dubbi che dopo questi eventi le cose non torneranno più come prima.

Dopo aver negato per generazioni lesistenza della Nakba, i parlamentari israeliani ne stanno ora programmando apertamente unaltra. Ariel Kallner ha twittato: Cancellate il nemico adesso! Questo giorno è la nostra Pearl Harbor. Impareremo ancora dalle lezioni. Ora un obiettivo: la Nakba!

Netanyahu non è da meno con il suo appello a tutti i palestinesi di Gaza affinché lascino le loro case, come se ci fosse un posto dove andare.

Se Israele volesse davvero scatenare una guerra regionale un tentativo di ripetere quanto accaduto nel 1948 sarebbe il modo più rapido per farlo. Né lEgitto né la Giordania lo tollererebbero, e i loro accordi di pace con Israele diventerebbero nulli.

Una guerra regionale coinvolgerebbe il movimento di resistenza meglio equipaggiato della regione: Hezbollah, che domenica ha iniziato uno scontro a fuoco con Israele al confine libanese, potrebbe essere riluttante a farsi coinvolgere ma potrebbe anche esservi trascinato dentro. Hezbollah segnala da tempo che unincursione di terra a Gaza costituirebbe per loro una linea rossa.

Nel corso dell’anno i leader politici di Hamas hanno visitato Beirut e hanno avuto incontri con il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah. Secondo alcune fonti sarebbe già stata presa una decisione riguardo ad una mobilitazione generale. Da tutto ciò si può supporre che il dito di Hezbollah sia sul grilletto.

Israele dovrà anche fare i conti col fatto che Hamas detiene decine di ostaggi. La Direttiva Annibale, un ordine militare top-secret secondo il quale Israele dovrebbe colpire i propri soldati per evitare che cadano nelle mani del nemico, non è più in vigore.

Né lo è lidea che a Gaza 2,3 milioni di persone possano essere rinchiuse in una gabbia costrette a seguire una dieta a basso contenuto proteico e che il loro carceriere butti via le chiavi.

Questa è l’esplosione che io e altri avevamo da tempo avvertito sarebbe arrivata. Ho detto che se Israele non avesse invertito la rotta avviando negoziati seri su una soluzione giusta a questa crisi con la concessione ai palestinesi degli stessi diritti degli ebrei ci sarebbe stata una risposta. Ora è successo. Quando tutto sarà finito lo scenario non sarà più lo stesso.

Mentre tre famiglie allargate di Gaza venivano spazzate via dal colpo diretto sulle loro case da parte delle bombe di precisione israeliane, Rishi Sunak, il primo ministro del Paese che ha più responsabilità di ogni altro per questo conflitto, ha detto che la Gran Bretagna è inequivocabilmente dalla parte di Israele, e ha illuminato Downing Street con una stella di David. Nel frattempo il suo ministro degli Interni ha detto che chiunque venga sorpreso a manifestare per le strade in solidarietà con la Palestina sarà arrestato. Di conseguenza il Regno Unito ha abbandonato qualsiasi suo possibile ruolo futuro nel porre fine a questo terribile conflitto.

La responsabilità di quanto accaduto lo scorso fine settimana ricade su tutti coloro che si sono illusi di pensare che le successive generazioni di leader israeliani avrebbero potuto cavarsela impunemente nel fare quello che volevano. La responsabilità ricade su tutti coloro, compresa la maggior parte dei dittatori arabi, che hanno smesso di considerare i palestinesi come un popolo. Nelle settimane e mesi a venire ognuno imparerà una lezione dolorosa.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Rapporto OCHA del periodo 5 – 24 luglio 2023

1). Un palestinese ha ucciso un soldato israeliano ed ha ferito una guardia di sicurezza di un insediamento colonico israeliano; successivamente è stato ucciso in uno scontro a fuoco (seguono dettagli).

Il 6 luglio, un palestinese ha sparato, uccidendo un soldato israeliano; è quindi fuggito, ma è stato ucciso in un successivo scontro a fuoco con le forze israeliane. L’episodio è avvenuto vicino all’incrocio di Jit, prossimo all’insediamento israeliano di Kedumim (Qalqilya), quando forze israeliane hanno fermato e perquisito un veicolo palestinese. Nello stesso episodio è rimasta ferita una guardia di sicurezza israeliana. Più tardi, lo stesso giorno, forze israeliane hanno fatto irruzione a Qibya (Ramallah), da dove proveniva l’autore dell’aggressione, ed hanno fatto un sopralluogo nella sua casa di famiglia; secondo quanto riferito, in preparazione della sua demolizione punitiva. Durante il sopralluogo, le forze israeliane hanno sparato proiettili veri e lacrimogeni contro palestinesi residenti che lanciavano pietre. Tre palestinesi, tra cui due minori, sono stati feriti con proiettili veri e altri 20 hanno ricevuto cure mediche per aver inalato gas lacrimogeni. Altri tre palestinesi sono stati arrestati. Secondo fonti israeliane un soldato israeliano è stato ferito da pietre.

2). Nella città di Nablus, nel corso di un’operazione che ha comportato scontri a fuoco, le forze israeliane hanno ucciso due palestinesi (seguono dettagli).

Il 7 luglio, forze israeliane hanno fatto irruzione nella Città Vecchia di Nablus, hanno circondato una casa ed hanno avuto uno scontro a fuoco con palestinesi all’interno della stessa. Due palestinesi sono stati uccisi. Secondo fonti israeliane, gli uomini erano sospettati di aver sparato a forze israeliane.

Altri 23 palestinesi sono rimasti feriti mentre lanciavano pietre contro forze israeliane; queste hanno sparato proiettili veri, proiettili di metallo rivestiti di gomma e lacrimogeni. Tre uomini sono stati arrestati. Secondo fonti mediche, durante l’operazione, le forze israeliane avrebbero ostacolato l’accesso delle squadre mediche.

3). Il 7 luglio, nel Campo profughi di Nur Shams (Tulkarm), un palestinese è morto per le ferite riportate dall’esplosione di un ordigno che stava preparando.

4). Durante due episodi registrati a Nablus e Ramallah, forze israeliane hanno ucciso due palestinesi e ne hanno ferito un altro (seguono dettagli).

Il 10 luglio, ad un checkpoint situato sulla strada 450 vicino al villaggio di Deir Nidham (Ramallah), forze israeliane hanno sparato, uccidendo un palestinese che, secondo la loro versione, aveva lanciato una granata e aveva sparato contro di loro. Non sono stati segnalati ferimenti di israeliani. Secondo fonti mediche, per circa quattro ore, le forze israeliane hanno impedito alle squadre mediche di raggiungere l’uomo ferito. Il corpo dell’uomo è stato trattenuto dalle autorità israeliane.

Il 21 luglio, nel villaggio di Sabastiya a nord-ovest di Nablus, un palestinese è stato ucciso e un altro è stato ferito e arrestato dalle forze israeliane. L’esercito israeliano ha riferito di un tentativo di speronamento con veicolo. Secondo testimoni oculari, le forze israeliane che pattugliavano la zona hanno aperto il fuoco contro il veicolo senza preavviso. Le Organizzazioni per i diritti umani hanno riferito di aver trovato nel veicolo più di 40 fori di proiettile. In seguito all’accaduto, residenti palestinesi hanno lanciato pietre contro le forze israeliane che hanno sparato lacrimogeni, costringendo 15 palestinesi a richiedere cure mediche per inalazione di gas lacrimogeno.

5). Nell’area di Ramallah, in due distinte manifestazioni contro l’espansione degli insediamenti colonici, forze israeliane hanno ucciso due palestinesi, tra cui un giovane di 16 anni, e ne hanno ferito altri due (seguono dettagli).

Il 7 luglio, nel villaggio di Umm Safa, durante una manifestazione contro la creazione di un nuovo insediamento israeliano, forze israeliane hanno sparato, uccidendo un palestinese e ferendone un altro. Secondo quanto riferito, i palestinesi hanno lanciato pietre contro le forze israeliane, che hanno sparato proiettili veri, proiettili di gomma e lacrimogeni. Secondo testimoni oculari, l’uomo ferito a morte, nel momento in cui è stato colpito, non partecipava alla manifestazione e non era coinvolto in scontri.

Il 21 luglio, durante una manifestazione tenuta a Umm Safa, palestinesi hanno lanciato pietre contro forze israeliane che hanno sparato proiettili veri, proiettili di gomma e lacrimogeni, uccidendo un palestinese di 16 anni e ferendone un altro con proiettili veri. La manifestazione si è tenuta per protestare contro la continua espansione degli insediamenti colonici israeliani e i continui attacchi di coloni contro il villaggio. Ciò ha portato a 29 il totale di minori palestinesi uccisi finora in Cisgiordania nel 2023, rispetto ai 15 nello stesso periodo del 2022.

6). Nella città di Nablus, durante un episodio legato a coloni, forze israeliane hanno ucciso un palestinese (seguono dettagli).

Il 20 luglio, nella città di Nablus, sono scoppiati scontri tra forze israeliane che accompagnavano coloni alla tomba di Giuseppe e palestinesi. I palestinesi hanno sparato proiettili veri e ordigni esplosivi; le forze israeliane hanno sparato proiettili veri, proiettili di gomma e lacrimogeni. Un palestinese è stato ucciso e altri 73 sono rimasti feriti: tre colpiti da proiettili veri e 65 curati per inalazione di gas lacrimogeno. Secondo fonti mediche, le forze israeliane hanno impedito alle équipe mediche di intervenire e trasferire in ospedale un ragazzo di 12 giorni che aveva inalato gas lacrimogeno. Inoltre il parabrezza di un’ambulanza è stato frantumato da proiettili di gomma.

7). In Cisgiordania, durante il periodo in esame, sono stati feriti da forze israeliane 352 palestinesi, tra cui almeno 56 minori, comprese 26 persone colpite da proiettili veri. La maggior parte dei feriti (120) è stata segnalata durante manifestazioni contro l’espansione degli insediamenti a Umm Safa (Ramallah) e le restrizioni di accesso legate agli insediamenti a Kafr Qaddum (Qalqilya).

Altri 121 feriti si sono avuti durante 19 operazioni di ricerca-arresto e altre operazioni condotte da forze israeliane in Cisgiordania. Ciò include un’operazione durante la quale le forze israeliane hanno fatto irruzione nel Campo profughi di Nur Shams (Tulkarem) nell’area A della Cisgiordania, causando, con i bulldozer, danni alle infrastrutture stradali, comprese le reti fognarie ed interrompendo servizi idrici, elettrici e fognari. Sei palestinesi sono rimasti feriti, di cui quattro colpiti da proiettili veri e due da schegge. Dopo questa operazione, sette minori sono rimasti feriti mentre, secondo quanto riferito, maneggiavano un ordigno esplosivo artigianale. Secondo fonti ufficiali israeliane, l’operazione è stata effettuata per “neutralizzare ordigni esplosivi e arrestare sospetti ricercati”.

In altri sette episodi, registrati principalmente intorno a Nablus e Ramallah, 87 palestinesi sono stati feriti da forze israeliane. Ciò ha fatto seguito allo sconfinamento di coloni israeliani, accompagnati da forze israeliane, in sette Comunità palestinesi: Urif e Nablus, Kafr Qaddum e Arab Al Khouli/Wadi Kana (entrambe a Qalqiliya), Kobar e Al Mazra’a al Qibliya (entrambe a Ramallah) e At Tuwani (Hebron); in tali circostanze sono stati segnalati episodi di lancio di pietre da parte di residenti palestinesi contro forze israeliane. In altri due casi, forze israeliane hanno sparato, ferendo due palestinesi, tra cui un minore, mentre cercavano di entrare in Israele attraverso varchi abusivi nella Barriera vicino a Tulkarm e Qalqilya.

I restanti 22 feriti palestinesi, di cui quattro con proiettili veri, si sono verificati durante scontri con lancio di pietre contro forze israeliane posizionate all’ingresso di Beita (Nablus). Complessivamente, 288 palestinesi sono stati curati per inalazione di gas lacrimogeno, 26 sono stati colpiti da proiettili veri, 29 sono stati feriti da proiettili di gomma, sei da schegge e tre sono stati aggrediti fisicamente.

8). In Cisgiordania sedici (16) palestinesi, compresi due minori, sono stati feriti da coloni israeliani, e persone conosciute come coloni, o ritenute tali, hanno danneggiato proprietà palestinesi in altri 44 casi. Ciò si aggiunge alle vittime palestinesi da parte di coloni e forze israeliane nei suddetti episodi relativi a coloni (seguono dettagli).

In due distinti episodi, accaduti il 7 e il 10 luglio, vicino agli ingressi di Beit Ummar (Hebron) e Huwwara (Nablus), due minori palestinesi sono stati investiti e feriti da coloni.

Il 12 luglio, quattro palestinesi sono stati aggrediti fisicamente da coloni nei pressi della Comunità di Ein al Beida, a est di Tubas.

Il 13 luglio, coloni accompagnati da forze israeliane hanno aggredito fisicamente pastori palestinesi nella Comunità araba di Al Kholi (Qalqiliya), provocando danni alla proprietà e feriti. Secondo la Comunità locale, le forze israeliane presenti sul posto, sono intervenute per proteggere i coloni. Quattro anziani palestinesi hanno richiesto cure mediche in ospedale, due dei quali in gravi condizioni. Le forze israeliane hanno sparato lacrimogeni ed hanno arrestato sei palestinesi.

Lo stesso giorno, nel sito di un nuovo avamposto di insediamento vicino al villaggio di Kobar (Ramallah), coloni hanno lanciato pietre, ferendo un palestinese. Successivamente, palestinesi hanno lanciato pietre contro coloni e contro forze israeliane che li scortavano sparando lacrimogeni. Secondo i media israeliani, durante l’episodio un colono è stato ferito da una pietra.

Il 15 luglio, ad At Tuwani (Hebron), coloni hanno lanciato pietre, ferendo un palestinese che pascolava il proprio bestiame. Secondo i media israeliani, i palestinesi avevano lanciato pietre contro i coloni, ferendone uno. Successivamente, forze israeliane hanno fatto irruzione nel villaggio effettuando un’operazione di ricerca e provocando il ferimento di un palestinese e l’arresto di tre attivisti per i diritti umani.

Il 17 luglio, vicino al villaggio di Husan (Betlemme), coloni, secondo quanto riferito provenienti dall’insediamento di Beitar Illit, hanno aggredito fisicamente una donna palestinese che lavorava la propria terra.

Il 22 luglio, nel villaggio di Al Mazra’a al Qibliya (Ramallah), secondo quanto riferito, coloni provenienti dall’avamposto dell’insediamento di Haresha hanno ferito due palestinesi. Un palestinese è stato ferito con proiettili di gomma sparati dalle forze israeliane intervenute. Secondo fonti della Comunità, durante il periodo di riferimento, più di 400 alberi e alberelli sono stati vandalizzati su terra palestinese prossima agli insediamenti israeliani, in otto casi registrati vicino ad Al Bowereh, Adh Dhahiriya, Khirbet Sarura e Umm ad Daraj (tutti a Hebron), Al Lubban Sharqiya e Sabastiya (entrambe a Nablus) e Al Mazra’a al Qibliya (Ramallah).

Altre proprietà palestinesi sono state danneggiate e il bestiame è stato ferito in 18 casi registrati a Ramallah, Nablus, Salfit, Hebron e Gerusalemme, o nelle vicinanze. I beni danneggiati comprendevano strutture residenziali e agricole, trattori, coltivazioni, tratti di reti idriche e pannelli solari. Nei restanti 18 casi segnalati in Cisgiordania, coloni israeliani hanno lanciato pietre, danneggiando 38 veicoli palestinesi.

9). In Cisgiordania, otto coloni israeliani, tra cui tre minori, sono stati feriti da palestinesi in sei diversi episodi (seguono dettagli).

Il 16 luglio, sulla strada 356 vicino all’insediamento di Tekoa (Betlemme), palestinesi armati hanno aperto il fuoco su veicoli israeliani. Tre israeliani sono rimasti feriti, compresi due minori. Successivamente, forze israeliane hanno condotto un’operazione di ricerca nella città di Betlemme, dove hanno ferito cinque palestinesi, di cui tre con proiettili veri, e hanno fatto irruzione in una moschea dove hanno arrestato due palestinesi, tra cui uno sospettato di aver compiuto l’attacco.

Oltre ai due israeliani feriti vicino a Kobar e At Tuwani (vedi sopra), il 12 luglio, durante una manifestazione contro gli insediamenti a Kobar (Ramallah), un ragazzo di 14 anni è stato ferito da pietre lanciate da palestinesi.

Il 10 e 20 luglio, nel villaggio di Deir Qaddis (Ramallah) e all’interno dell’insediamento di Ghilo (Gerusalemme est), due israeliani sono rimasti feriti in una aggressione con coltello da parte di palestinesi. In altri tre casi registrati il 7, 9 e 16 luglio, vicino a Ramallah e Nablus, secondo fonti israeliane, palestinesi hanno lanciato pietre contro veicoli israeliani provocando il ferimento di un israeliano e danni a tre veicoli.

10). Nella Città Vecchia di Gerusalemme, forze israeliane hanno sfollato dalla loro casa, con la forza, un’anziana coppia palestinese (seguono dettagli).

L’11 luglio, la famiglia Ghaith-Sub Laban è stata sfrattata dalla propria casa dopo che il loro contratto di locazione protetto era stato invalidato dai tribunali israeliani, consentendo il sequestro della loro proprietà da parte di un’organizzazione di coloni israeliani. A seguito del loro sfollamento, la loro casa è stata immediatamente consegnata a coloni israeliani. L’Ufficio delle Nazioni Unite dell’Alto Commissario per i Diritti Umani nei TPO ha affermato che le leggi israeliane utilizzate per sfrattare la famiglia sono intrinsecamente discriminatorie e violano gli obblighi di Israele in materia di diritti umani. Secondo le valutazioni dell’OCHA, circa 1.000 palestinesi sono a rischio di sgombero forzato a Gerusalemme est, principalmente a causa di procedimenti giudiziari avviati da gruppi di coloni.

11) Le autorità israeliane, adducendo la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, che sono quasi impossibili da ottenere, hanno demolito, confiscato o costretto a demolire 54 strutture a Gerusalemme Est e nell’Area C della Cisgiordania, comprese 20 abitazioni. Di conseguenza, 66 palestinesi, tra cui 34 minori, sono stati sfollati e sono stati colpiti i mezzi di sussistenza di oltre 795 altri. Sedici (16) delle strutture interessate erano state fornite da donatori in risposta a precedenti demolizioni. Quindici (15) di queste 16 strutture sono state demolite in un’unica circostanza ad Al Muntar (Gerusalemme) e un’altra struttura è stata demolita a Beit Jala (Betlemme). L’ottanta per cento delle strutture colpite (43) si trovava in Area C. Le restanti undici strutture sono state demolite a Gerusalemme Est, comprese nove strutture residenziali, provocando lo sfollamento di cinque famiglie, comprendenti 24 persone, tra cui 12 minori. Otto delle undici strutture demolite a Gerusalemme est sono state demolite dai proprietari per evitare il pagamento di multe alle autorità israeliane. Inoltre, non conteggiate sopra, le autorità israeliane hanno demolito due strutture agricole nell’area C di Birin vicino a Bani Na’im (Hebron) presumibilmente per “violazione di un terreno demaniale”.

12). Otto famiglie sono state sfollate dal governatorato di Gerusalemme e dalle colline a Hebron Sud, in conseguenza della violenza dei coloni e della perdita dell’accesso ai pascoli (seguono dettagli).

Il 10 e 19 luglio 2023, sette famiglie composte da 36 persone, inclusi 20 minori e otto donne (tutti registrati come rifugiati) della Comunità beduina di Al Baqa’a nel Governatorato di Gerusalemme, e una famiglia palestinese composta da 13 persone, inclusi nove minori, della Comunità di pastori di Wedadie, nelle colline di Hebron Sud (a sud del villaggio di As Samu’a) hanno smantellato le proprie strutture residenziali e di sostentamento, hanno lasciato le proprie Comunità e si sono trasferiti in luoghi più sicuri. Secondo le famiglie, il trasferimento è conseguenza dell’aumento delle attività insediative, seguite alla creazione di nuovi avamposti di insediamento di pastori e agricoltori israeliani. Tra il 2022 e il 2023 circa 300 persone sono state sfollate da Ras al Tin, Wadi as Seeq, Ein Samiya, Lifjim e Al Baqa’a, in ragione della violenza dei coloni e della perdita dell’accesso ai pascoli.

13). Nella Striscia di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale israeliana o al largo della costa, in almeno 20 casi, le forze israeliane hanno aperto il “fuoco di avvertimento”. Questi episodi hanno interrotto il lavoro di agricoltori e pescatori. Un pescatore è rimasto ferito, altri quattro sono stati arrestati e una barca è stata sequestrata.

14). Il 5 luglio 2023, per la prima volta dall’escalation dello scorso maggio, gruppi armati palestinesi di Gaza hanno lanciato contro Israele cinque razzi che sarebbero stati tutti intercettati. Le forze aeree israeliane hanno effettuato quattro attacchi aerei ed hanno lanciato otto missili; secondo quanto riferito, prendendo di mira postazioni appartenenti a gruppi armati a Gaza City e nel nord di Gaza. Non ci sono state segnalazioni di feriti da nessuna delle due parti, ma sono state danneggiate una casa a Sderot e due strutture civili a Gaza.

Ultimi sviluppi (dopo il periodo di riferimento)

Questa sezione si basa su informazioni iniziali provenienti da diverse fonti. Ulteriori dettagli confermati saranno forniti nel prossimo rapporto.

Il 25, 26 e 27 luglio, in tre diverse operazioni condotte a Nablus e Qalqiliya, forze israeliane hanno sparato, uccidendo cinque palestinesi, tra cui un minore. Durante una delle operazioni, sono stati segnalati scontri a fuoco tra palestinesi e forze israeliane.

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Note a piè di pagina

1 – Vengono conteggiati separatamente i palestinesi uccisi o feriti da persone che non fanno parte delle forze israeliane; ad esempio da civili israeliani o da razzi palestinesi malfunzionanti, così come quelli la cui causa immediata di morte o l’identità dell’autore rimangono controverse, poco chiare o sconosciute.

2 – Le vittime israeliane in questi rapporti includono persone che sono state ferite mentre correvano ai rifugi durante gli attacchi missilistici palestinesi. I cittadini stranieri uccisi in attacchi palestinesi e le persone la cui causa immediata di morte o l’identità dell’autore rimangono controverse, poco chiare o sconosciute, vengono conteggiate separatamente.

La protezione dei dati dei civili da parte di OCHA include episodi avvenuti al di fuori dei Territori Palestinesi Occupati (TPO) solo se hanno coinvolto residenti dei Territori Palestinesi Occupati come vittime o responsabili.

Questo rapporto riflette le informazioni disponibili al momento della pubblicazione. I dati più aggiornati e ulteriori analisi sono disponibili su ochaopt.org/data.

Versione originale

 

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Il palestinese Khader Adnan muore in una prigione israeliana durante uno sciopero della fame

Fayha Shalash – Ramallah, Palestina occupata

2 maggio 2023 – Middle East Eye

Indetti scioperi e proteste dopo la morte del membro anziano della Jihad islamica, che ha rifiutato il cibo per 87 giorni

Il famoso attivista palestinese Khader Adnan è morto martedì in una prigione israeliana dopo quasi tre mesi di sciopero della fame.

Adnan, un membro del gruppo della resistenza palestinese Jihad islamica, si trovava in sciopero della fame per protestare contro la sua detenzione dal 5 febbraio, quando è stato arrestato nella sua casa di Arraba, una città nella Cisgiordania occupata a sud di Jenin.

La notizia della sua morte ha provocato il lancio di razzi dalla Striscia di Gaza, una sparatoria nella Cisgiordania occupata in cui è rimasto ferito un colono e appelli per uno sciopero generale e manifestazioni di protesta in tutte le città palestinesi.

Il 45enne è il primo prigioniero palestinese dal 1992 a morire in un carcere israeliano in seguito ad uno sciopero della fame. Altri sei detenuti palestinesi sono morti in circostanze simili nel corso di diversi scioperi della fame di massa nel 1970, all’inizio degli anni ’80 e nel 1992.

La salute di Adnan era peggiorata nelle ultime settimane, mentre la sua famiglia continuava a far presente che egli era moribondo e accusava Israele di negligenza medica per aver rifiutato di trasferirlo in un ospedale civile.

Le autorità israeliane hanno detto che Adnan “ha rifiutato di sottoporsi a esami clinici e di ricevere cure mediche” ed “è stato trovato privo di sensi nella sua cella” nella prigione di Nitzan vicino a Ramleh nelle prime ore del mattino.

L’organizzazione israeliana per i diritti Physicians for Human Rights Israel [Medici per i diritti umani Israele, ndt.] (PHRI) ha affermato di aver tentato di convincere le autorità israeliane, tra cui il ministero della salute e il servizio carcerario, a ricoverare Adnan in ospedale per poter essere monitorato mentre la sua salute peggiorava, ma la richiesta è stata respinta.

Pochi giorni prima della sua morte la presidente del PHRI Lina Qasem-Hasan ha visitato Adnan e ha concluso in un referto medico che aveva bisogno immediato di essere trasferito in osservazione in ospedale.

“Questi tentativi, tra cui appelli personali e richieste di intervento giudiziario alle parti responsabili non hanno avuto successo”, ha affermato PHRI in una nota.

Aggiunge che i servizi di sicurezza israeliani hanno anche rifiutato le richieste di fargli visita da parte della famiglia di Adnan “quando era chiaro che questo avrebbe potuto essere il loro ultimo incontro”.

L’ex prigioniero palestinese Mohamed al-Qeeq, che nel 2016 ha intrapreso uno sciopero della fame per 94 giorni, ha affermato che l’arresto di Adnan dalla sua casa nei territori occupati costituisce una violazione del diritto internazionale.

Qeeq ha descritto le accuse contro Adnan come “costruite ad arte“. Ha detto che mettere ripetutamente Adnan in detenzione amministrativa e tentare di condannarlo sono stati dei “crimini” volti a tenerlo in prigione.

“Tutte queste mosse sono culminate in un suo silenzioso assassinio senza la presenza di una commissione che indagasse e offrisse chiarezza riguardo il suo destino”, ha detto a Middle East Eye.

“Non aveva armi, ha soltanto intrapreso la resistenza più pacifica del mondo, il suo sciopero della fame, per opporsi alle ingiustizie del carcere”.

Storia degli scioperi della fame

Amin Shoman, capo della Commissione Superiore dell’Autorità Palestinese per gli Affari dei Prigionieri ed Ex-Detenuti, ha affermato che la morte di Adnan è la conseguenza di una deliberata politica contro i detenuti palestinesi da parte delle autorità carcerarie israeliane.

“Questo è un nuovo crimine commesso all’interno delle sue prigioni da Israele, che continua deliberatamente la sua politica di negligenza medica contro migliaia di prigionieri non rispondendo alle loro richieste giuste e umane e voltando le spalle a tutte le norme e leggi internazionali”, ha detto a MEE.

Shoman ha incolpato per la morte di Adnan il governo di estrema destra israeliano, che ha introdotto una serie di dure misure contro i prigionieri palestinesi.

“Se le politiche dell’attuale governo israeliano contro migliaia di detenuti continueranno assisteremo nei prossimi giorni e mesi al martirio di altri prigionieri “, afferma.

Le forze armate israeliane hanno riferito che dopo l’annuncio della morte di Adnan tre razzi sono stati lanciati dalla Striscia di Gaza nel sud di Israele cadendo in zone disabitate.

I palestinesi hanno chiesto uno sciopero generale in Cisgiordania e a Gaza, e nel corso della giornata erano previste proteste.

Secondo l’Associazione per i prigionieri palestinesi, una ONG che sostiene i detenuti, Adnan è stato detenuto da Israele 12 volte, trascorrendo circa otto anni in prigione, per lo più in detenzione amministrativa, una pratica che consente a Israele di trattenere una persona a tempo indeterminato senza processo o accusa.

Durante i suoi periodi di detenzione Adnan è stato portavoce dei prigionieri palestinesi e ha condotto per cinque volte uno sciopero della fame.

Il suo primo sciopero della fame ha avuto luogo dopo il suo arresto nel 2004 per protesta contro la detenzione amministrativa.

Uno sciopero della fame del 2012, durato 67 giorni, ha indotto un’ondata di prigionieri palestinesi in detenzione amministrativa a unirsi a lui e imitare il suo metodo.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Nelle prigioni israeliane il numero di palestinesi sottoposti a detenzione senza processo è duplicato

Hagar Shezaf

27 marzo 2023 – Haaretz

In base a nuovi dati, le prigioni israeliane contano 971 detenuti amministrativi, il numero più alto di prigionieri senza processo in 20 anni

Alla data del primo marzo le carceri israeliane contano 971 detenuti amministrativi, il numero più alto di prigionieri senza processo in 20 anni: dati del Servizio Penitenziario Israeliano forniti al Centro per la Difesa dell’Individuo (Hamoked).

Le cifre mostrano che a parte quattro tutti i detenuti sono palestinesi della Cisgiordania, residenti di Gerusalemme est o arabi israeliani. Gli altri quattro sono ebrei israeliani.

Secondo Honenu, un’organizzazione no profit israeliana che fornisce appoggio legale a sospettati di terrorismo ebrei, i quattro ebrei israeliani sottoposti a detenzione amministrativa rappresentano il numero più alto dal 1994.

I dati forniti a Haaretz dall’esercito israeliano mostrano che nel corso del 2022 i tribunali militari hanno approvato il 90% di tutti i mandati di arresto; solo l’1% è stato completamente respinto.

In passato il Servizio Penitenziario Israeliano forniva informazione sul numero totale dei detenuti amministrativi, ma questa volta ha rifiutato di comunicare i suoi dati relativi a minori, donne e cittadini e residenti israeliani.

La prigione di Ofer. Foto Olivier Fitoussi

I detenuti amministrativi sono trattenuti nelle carceri israeliane senza un’accusa, essendo gli arresti considerati una misura preventiva. In tribunale non si svolge nessun procedimento probatorio. Agli avvocati degli imputati non viene fornito nulla tranne un compendio di diverse sentenze da tempo noto come “parafrasi” che cita le imputazioni contro di loro.

I mandati di arresto sono approvati da giudici ai quali viene consegnato un ordine firmato dal capo del Comando Centrale dell’esercito israeliano e classificato informazione segreta sul detenuto. Le udienze sulle detenzioni amministrative non sono aperte al pubblico.

Gli Stati occidentali applicano raramente la detenzione amministrativa e in alcuni Paesi questa pratica non esiste affatto. Israele la utilizza soprattutto in Cisgiordania contro i palestinesi, mentre viene raramente utilizzata nei confronti di cittadini israeliani, in particolare ebrei.

Eli Bahar, un ex consulente legale del servizio di sicurezza Shin Bet, ha detto di ritenere che l’aumento del numero di detenuti amministrativi sia legato alla crescente impotenza dell’Autorità Nazionale Palestinese. “Se ci fosse un’efficace forza di polizia,  si dovrebbe occupare dei crimini che vengono considerati terroristici, ma in fondo rientrano nell’applicazione del diritto penale”, dice.

Perciò non sorprende che a fronte di una debole ANP, che dovrebbe come proprio ruolo garantire questo genere di applicazione della legge e impedire l’escalation, lo Stato di Israele deve agire con sempre maggiore aggressività, sicuramente se si vuole mantenere un livello ragionevole di deterrenza antiterrorismo”, aggiunge Bahar.

L’esercito israeliano dice di aver emesso nello scorso anno 2.076 ordini di detenzione amministrativa contro palestinesi. 2.016 di essi sono stati portati davanti al tribunale militare, che ne ha approvato il 90%. Nel 7% dei casi il tribunale ha ordinato una detenzione più breve di quella richiesta.

L’anno scorso il deputato Ahmad Tibi del partito Hadash-Ta’al (partito arabo) ha impugnato i dati sui detenuti amministrativi trattenuti negli anni precedenti per contestare l’allora Ministro della Difesa Benny Gantz.

I dati non registravano un’analisi dettagliata tra i mandati di arresto emessi e quelli portati effettivamente in giudizio. Tuttavia includevano il numero di mandati revocati o abbreviati, mostrando che la proporzione dei mandati che la corte aveva rigettato nell’anno precedente era bassa in rapporto agli anni precedenti.

L’arresto di un palestinese nel 2022. Foto : Uff. Stampa IDF

Nel 2021 il 13% dei mandati è stato respinto o abbreviato – il dato più basso nel periodo 2017-2021. Nel 2022 solo l’8% dei mandati è stato respinto dal tribunale, con un evidente calo.

Jessica Montell, direttrice esecutiva di Hamoked che monitora i diritti dei detenuti amministrativi, attribuisce il basso grado di interventi, tra le altre cose, al boicottaggio dei tribunali da parte dei detenuti da gennaio a luglio 2022. I loro avvocati non si sono presentati in tribunale, riducendo la possibilità dei detenuti di influenzare l’esito delle udienze.

Montell sottolinea che, mentre il numero dei detenuti amministrativi è duplicato dal 2020, il numero totale di prigionieri è rimasto più o meno lo stesso. “E’ semplicemente un abuso di ciò che dovrebbe essere l’eccezione all’eccezione”, dice.

I dati forniti a Hamoked dal Servizio Penitenziario Israeliano mostrano che all’inizio di marzo di quest’anno nelle carceri israeliane c’erano 4.765 prigionieri, di cui 971 erano detenuti amministrativi. In paragone, nel marzo 2020 c’erano 4.634 prigionieri, di cui 434 erano detenuti amministrativi.

Bahar dice che i tribunali militari e civili tendenzialmente non contestano le informative su un detenuto presentate. “E’ difficile per loro occuparsi di questo. L’intero processo di detenzione amministrativa differisce dal sistema giudiziario in cui entrambe le parti perorano la propria causa. Qui solo una parte espone la sua causa e l’altra riceve la ‘parafrasi’, per cui qui c’è quasi un pregiudizio strutturale che rende difficile al giudice analizzare ciò che sta avvenendo come farebbe in una procedura legale ordinaria”, spiega.

Nel suo libro “Shin Bet sotto esame: sicurezza, giustizia e valori democratici”, Bahar scrive che è difficile determinare il momento in cui la minaccia attribuita ad un detenuto viene meno. “I casi in cui disponiamo di informazioni attendibili che suggeriscono che il detenuto si è allontanato dalla sua strada pericolosa sono rari”, scrive nel libro.

Bahar aggiunge che i tribunali preferiscono non emettere sentenze contrarie all’apparato della sicurezza perché si assumerebbero il rischio di rilasciare un detenuto che in seguito potrebbe compiere un attacco terroristico. Comunque resta convinto che questo sistema debba continuare ad essere applicato nei territori (occupati).

E’ uno strumento molto importante”, dice Bahar, riassumendo la propria posizione. “Il sistema di intelligence e di giustizia che è stato creato dovrebbe fornire una risposta alla natura intrinsecamente problematica della detenzione amministrativa garantendo che gli arresti non siano arbitrari.”

La detenzione amministrativa di regola dura dai tre ai sei mesi. Tuttavia non c’è limite al numero di volte in cui può essere estesa, il che significa che la detenzione in alcuni casi può durare anni.

In linea di principio i mandati di arresto sono firmati dal capo del Comando Centrale, anche se in pratica per la maggior parte sono firmati da ufficiali col grado di colonnello. In Israele il Ministro della Difesa è responsabile della firma degli ordini di detenzione amministrativa e le autorità hanno solo 48 ore di tempo per presentarli all’esame del presidente del tribunale distrettuale. In Cisgiordania un giudice militare, normalmente di grado relativamente inferiore, ha otto giorni di tempo per esaminare l’ordine.

Ci sono anche altre differenze relativamente al riesame giurisdizionale. In Israele la legge stabilisce che l’ordine debba essere consegnato per ulteriore esame entro tre mesi dall’arresto. Invece in Cisgiordania la legge richiede che una revisione possa avvenire solo due volte all’anno per ogni ordine, il che significa che in pratica normalmente non vi è alcun procedimento di riesame.

Un’altra differenza sta nel fatto che in Israele presenziano all’udienza dei rappresentanti dello Shin Bet, per cui il giudice può porre domande riguardo al materiale informativo relativo all’arresto. In Cisgiordania si è stabilita la prassi per cui il materiale informativo è presentato in forma scritta dal procuratore senza la presenza in tribunale dello Shin Bet. Inoltre i giudici possono esaminare informazioni presentate come prova, comprese quelle per sentito dire, che non sarebbero ammissibili in un processo penale.

In linea di principio un’udienza amministrativa dovrebbe essere completamente diversa da una penale – non dovrebbe essere un mezzo per punire una persona per ciò che ha fatto, ma per impedire un danno che non si possa impedire in altro modo”, dice Montell.

E’ ovvio che non è così che Israele fa uso della detenzione amministrativa perché questa funziona come una catena di montaggio. Viene emesso un mandato di tre o sei mesi per volta– non è commisurato allo specifico pericolo rappresentato da una particolare persona”, dice.

Montell aggiunge che nel corso degli anni si è imbattuta in cause penali in cui le autorità non hanno ottenuto un prolungamento dell’incarcerazione ed hanno risolto il problema ordinando una detenzione amministrativa.

Questa prassi non è stata utilizzata solo contro palestinesi: il mese scorso è stata applicata al caso di due ebrei arrestati per i disordini a Hawara. Dopo che il tribunale ha disposto il loro rilascio sono stati sottoposti a detenzione amministrativa.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il sistema carcerario israeliano sta ritardando le cure mediche salvavita di Abdul-Razeq Farraj

KHALED FARAJ

14 MARZO 2023 – Mondoweiss

Il trattamento di Abdul-Razeq Farraj per un tumore maligno è stato ritardato dai servizi penitenziari israeliani, parte di una più ampia politica israeliana di sistematica negligenza delle cure dei prigionieri palestinesi.

Mio fratello, Abdul-Razeq Farraj, che è detenuto nelle carceri israeliane, ha notato per la prima volta delle piaghe nere sul lato sinistro del naso tre mesi fa. Ha informato il medico del carcere e, a seguito di una procedura di screening, l’autorità penitenziaria ha ordinato che fosse trasferito in un ospedale civile per sottoporsi a ulteriori esami. Si è scoperto che questa piaga è un tumore maligno e che è necessario eseguire un’operazione per rimuoverla.

Non sono un medico, ma un semplice confronto tra una foto del tumore che ho visto tre mesi fa e un’altra foto che l’avvocato ha avuto il permesso di scattare questo mese indica cambiamenti visibili per quanto riguarda le sue dimensioni. In effetti, il tumore è cresciuto rapidamente sul lato sinistro del naso di mio fratello.

Un amico chirurgo mi ha in un primo momento informato che il caso non è pericoloso e che una semplice procedura avrebbe rimosso efficacemente il tumore. Questo quando ha visto la prima foto tre mesi fa. Questo mese, tuttavia, dopo aver visto la foto recente e dopo aver consultato altri medici, il mio amico ha notato che è necessaria un’operazione urgente e che l’espansione del tumore è verticale e non solo orizzontale. Qualsiasi ritardo nell’esecuzione dell’operazione porterebbe all’espansione del tumore, ha avvertito. In effetti, quello di cui stiamo parlando qui è un tumore maligno che non deve essere ignorato. L’autorità penitenziaria di Ofer, dove è detenuto mio fratello, ha ritardato la consegna del referto medico al suo avvocato e a un rappresentante di Medici per i Diritti Umani. La relazione è stata finalmente inviata all’avvocato, ma non è altro che un verbale procedurale privo di qualsiasi sostanza.

Il mio amico chirurgo e i suoi colleghi nel Regno Unito sono rimasti sorpresi quando hanno saputo di questo ritardo deliberato nel sottoporre mio fratello all’operazione così necessaria. Infatti era urgente eseguire l’operazione e rimuovere il tumore sin dal dicembre 2022, cioè da quando ha ricevuto per la prima volta la diagnosi. Questo tipo di ritardo da parte delle autorità del servizio penitenziario israeliano nel fornire cure mediche urgenti ai prigionieri palestinesi è chiaramente intenzionale.

Mio fratello Abdul-Razeq è imprigionato da più di tre anni e mezzo. È stato sottoposto a brutali torture nei centri di interrogatorio israeliani durante il suo ultimo arresto nel 2019 ed è attualmente in attesa di processo nei tribunali militari israeliani.

Ma questa non è la prima incarcerazione di mio fratello. Ha trascorso oltre dieci anni della sua vita in prigione secondo la politica arbitraria della detenzione amministrativa, tra il 1995 e il 2018. Ha anche scontato una pena di sei anni tra il 1985 e il 1991. Questi arresti, insieme al suo recente arresto nel 2019, portano a un totale di vent’anni che ha già trascorso nelle carceri israeliane. In particolare, i tribunali militari israeliani hanno sempre ripetuto la stessa accusa di “mettere in pericolo la sicurezza regionale e la sicurezza del pubblico” nella loro lista di imputazioni contro mio fratello, così come nei suoi ordini di detenzione amministrativa che si basano su “fascicoli segreti” a cui né gli avvocati né i loro clienti hanno accesso.

Abdul-Razeq, che ha da poco compiuto sessant’anni, ha passato un terzo della sua vita lontano dalla sua famiglia. Suo figlio, Basil, ha terminato gli studi di dottorato a Ginevra, in Svizzera, e ha iniziato a insegnare alla Birzeit University pochi mesi fa. Suo figlio minore, Wadea, ha terminato gli studi in ingegneria e ha iniziato a lavorare, il tutto mentre il padre era via. La sua compagna di vita, Lamis, ha trascorso metà della sua vita coniugale viaggiando tra prigioni e tribunali militari israeliani cercando di trovare una sorta di temporanea stabilità familiare.

 Sì, Abdul-Razeq è stato punito, in senso letterale, più di una volta, davanti allo stesso tribunale e sotto la stessa accusa. Mentre era fuori di prigione, Abdul-Razeq ha lavorato per molti anni nel giornalismo e nello sviluppo agricolo come parte del suo lavoro nell’ Union of Agricultural Work Committees. Ha impegnato il suo tempo durante il suo primo lavoro a denunciare i crimini israeliani contro i palestinesi, e ha dedicato il secondo a rafforzare la resilienza e la resistenza dei contadini palestinesi sulla loro terra contro le politiche dei coloni israeliani. Abdul-Razeq ha dedicato parte del suo tempo e delle sue energie per porre termine all’occupazione; per la libertà del suo popolo; per la giustizia e i diritti umani.

La preoccupazione che ho per mio fratello questa volta non è simile agli anni precedenti quando era in detenzione amministrativa. Allora l’intera famiglia avrebbe atteso la sua “presunta” data di rilascio; mia madre – che la sua anima riposi in pace – i suoi fratelli e sorelle, moglie e figli sarebbero al solito delusi da un altro rinnovo della detenzione per la seconda, terza, quarta e anche decima volta.

Questa volta è diverso. Mio fratello Abdul-Razeq non è più giovane, né ha la forza che aveva una volta. In secondo luogo, il suo caso riguarda una malattia che si sta rapidamente diffondendo. In terzo luogo, la nostra preoccupazione è aumentata con l’ascesa dell’estrema destra israeliana dato il suo ruolo importante nell’amministrare lo stato colonizzatore, in particolare dato che il colono criminale, condannato ed estremista Itamar Ben-Gvir ha ricevuto l’autorità sul servizio penitenziario israeliano come parte delle competenza del suo ministero di recente costituzione come ministro della sicurezza nazionale. In quarto luogo, la politica israeliana di trascurare le necessità mediche dei nostri prigionieri è diffusa e i nostri prigionieri sono lasciati soli ad affrontare il loro destino.

Fornire cure mediche ai detenuti è uno dei diritti più inalienabili a cui dovrebbero avere accesso. In effetti è noto come l’occupazione israeliana abbia una lunga storia, comprovata dai nomi e dalle testimonianze dei prigionieri, di trascuratezza nelle cure mediche dei prigionieri arabi e palestinesi.

Le organizzazioni mediche e per i diritti umani devono coordinare collettivamente gli sforzi per fare pressione sull’occupazione israeliana affinché fornisca le cure mediche necessarie a tutti i prigionieri malati. Questa è la sua responsabilità legale e “morale”. Infine la nostra richiesta è la libertà e il diritto alle cure mediche per Abdul-Razeq e i suoi compagni nelle prigioni coloniali israeliane.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)

 




“Gli ho chiesto se avesse fatto irruzione a casa mia perché smettessi di fare il giornalista”

Basil Adra

5 febbraio 2023 – +972 Magazine

Prima di interrogarlo riguardo alla sua attività di giornalista, forze israeliane hanno arrestato Abdul Mohsen Shalaldeh di notte a casa sua, terrorizzando la sua famiglia.

Il 18 gennaio col favore delle tenebre un gruppo di soldati israeliani ha fatto irruzione in casa di un giornalista palestinese nel villaggio di Sa’ir, nella Cisgiordania occupata, tenendolo in arresto per 4 giorni sotto interrogatorio dello Shin Bet [servizio di sicurezza interna israeliano, ndt.] prima di rilasciarlo senza imputazioni. Il giornalista, Abdul Mohsen Shalaldeh, dice che durante l’irruzione sua sorella, che soffre di un disturbo nervoso, è svenuta per la paura, un incidente che gli investigatori dello Shin Bet gli hanno riferito durante l’interrogatorio, secondo lui nel tentativo di intimidirlo.

Alle due di notte alcuni soldati sono entrati in casa mia e hanno detto di essere venuti ad arrestarmi,” racconta Shalaldeh, giornalista dell’organo di stampa palestinese di notizie J-Media. “Un uomo dello Shin Bet, che si è presentato come ‘Captain Kerem” [Capitano Kerem], è entrato in camera da letto e mi ha detto che vestirmi e seguirlo.”

L’irruzione in casa ha scioccato la sorella più giovane di Shalaldeh, la ventiduenne Rula, con cui egli vive insieme ad altri famigliari e che è svenuta in quanto l’irruzione ha scatenato il suo problema neurologico. “Quando si è svegliata e ha visto i soldati entrare in casa, Rula ha perso i sensi,” ricorda Shalaldeh. I soldati allora l’hanno bendato e l’hanno portato in una cella a Gush Etzion [colonia israeliana nei territori occupati, ndt.].

Prima dell’inizio dell’interrogatorio gli agenti hanno consentito a Shalaldeh di chiamare la sorella. “Ho cercato di calmarla, ma era in preda a un’estrema agitazione ed è stata ancora peggio quando ha sentito la mia voce,” afferma. Poi, durante l’interrogatorio, “Captain Kerem” ha menzionato la questione della salute di sua sorella, forse nel tentativo di spaventarlo riguardo alla condizione di lei.

Mi ha chiesto: ‘Ti sta bene quello che è successo in casa tua? Che tua sorella sia stata così male?’” Shalaldeh ricorda: “Gli ho detto: ‘Cosa intendi dire con bene? Non ti ho chiesto io di fare irruzione in casa mia nel cuore della notte. Perché non mi hai telefonato? Sarei venuto la mattina dopo.’”

Poi quello che l’ha interrogato ha passato la maggior parte del tempo a chiedere a Shalaldeh del suo lavoro come giornalista. “Ha chiesto perché vado a fotografare i prigionieri e le loro famiglie. Gli ho detto che è il mio lavoro. Gli ho chiesto se voleva che io smettessi di fare il giornalista e se era per questo che aveva fatto irruzione a casa mia. Ha detto di no, ovviamente no. Ma tutto l’interrogatorio ha riguardato quello che faccio come giornalista, e uno dei poliziotti mi ha persino chiamato ‘istigatore.’”

Lo scorso anno, durante un’inchiesta congiunta di +972, Local Call [edizione in ebraico di +972, ndt.] e The Intercept [sito internazionale di controinformazione, ndt.], abbiamo intervistato giornalisti palestinesi in Cisgiordania che hanno descritto il modo in cui lo Shin Bet conduce gli interrogatori: gli investigatori regolarmente etichettano i reportage giornalistici e la documentazione riguardante prigionieri, funerali e manifestazioni come “incitamento” e un pretesto per compiere arresti, per lo più senza alcuna base giuridica. In qualche caso i funzionari dello Shin Bet hanno cercato di reclutare i giornalisti come collaboratori.

L’inchiesta ha anche riscontrato che dall’inizio del 2020 fino all’aprile 2022 Israele ha incarcerato almeno 26 giornalisti palestinesi per periodi che vanno da qualche settimana a un anno e mezzo, nella maggior parte dei casi senza basi legali e senza accuse, tenendoli nel limbo giudiziario della detenzione amministrativa.

L’obiettivo è dissuadermi dal fare il mio lavoro”

Shalaldeh afferma che nel 2019 lo stesso funzionario dello Shin Bet lo aveva interrogato sul suo lavoro come giornalista e poi lo aveva messo in detenzione amministrativa. Allora è successo qualcosa di insolito: un tribunale ha accettato di accogliere il ricorso contro la sua detenzione, stabilendo che le affermazioni dello Shin Bet per tenerlo in arresto erano infondate. È stato rilasciato e rimandato a casa.

Non c’è niente di nuovo,” sostiene Shalaldeh. “L’interrogatorio riguardava esclusivamente il mio lavoro di giornalista. Non hanno niente di cui accusarmi. L’obiettivo è dissuadermi dal continuare il mio lavoro, così fanno irruzione in casa mia di notte e terrorizzano la mia famiglia e mia sorella. È anche per questo che mi hanno arrestato un giovedì mattina presto, in modo che potessero tenermi in carcere per tutto il fine-settimana con la scusa che i tribunali sono chiusi.”

Secondo Shalaldeh le condizioni nella prigione di Gush Etzion sono pessime. “Non ci sono materassi. Ti danno una coperta da mettere su una rete metallica. Venerdì le guardie ci hanno portato pezzi di pollo crudo che avevano bollito velocemente per darceli da mangiare. I prigionieri hanno rimandato indietro il cibo chiedendo di cuocerli con più cura, ma le guardie li hanno appena immersi nell’acqua e li hanno riportati ancora crudi. I prigionieri sono rimasti digiuni per un giorno e mezzo, chiedendo del cibo decente. L’ufficiale ci ha detto che avrebbero affrontato il problema della cucina, ma non so se l’hanno fatto dopo che sono stato rilasciato.”

Gli attacchi fisici contro giornalisti palestinesi hanno suscitato una sempre maggiore attenzione internazionale dopo che nel maggio del 2022 l’esercito israeliano ha ucciso Shireen Abu Akleh, la famosa giornalista di Al-Jazeera. Come a molti suoi colleghi, negli ultimi anni i soldati israeliani hanno sparato anche a Shalaldeh, ed è stato persino ferito.

Nel 2020, durante una manifestazione all’università di Hebron, è stato colpito alla testa da un proiettile ricoperto di gomma, che gli ha fratturato il cranio “nonostante indossassi un giubbotto con la scritta ‘stampa’ e i soldati potessero vedere che ero un giornalista.” Lo scorso anno è stato ferito di nuovo a Hebron, questa volta mentre fotografava scontri tra giovani palestinesi e soldati israeliani, “Tutti i giornalisti erano nei pressi di un muro. I soldati ci hanno visti ed era evidente che eravamo giornalisti, non eravamo neppure vicini ai giovani che lanciavano pietre. Ma (i soldati) hanno sparato deliberatamente contro di noi e mi hanno ferito a una mano con un proiettile ricoperto di gomma.”

Rispondendo alle domande di +972 riguardo all’arresto di Shalaldeh, il portavoce delle IDF [Forze di Difesa Israeliane, l’esercito israeliano, ndt.] ha affermato: “Le strutture detentive in Giudea e Samaria (la Cisgiordania) operano in conformità con gli ordini e le procedure e si fanno carico del benessere e delle condizioni di vita dei detenuti. Da quando è arrivato, il detenuto ha ricevuto un materasso e una coperta, come ogni carcerato della struttura, e non risulta alcuna negligenza nella sua sistemazione. I pasti che i prigionieri ricevono regolarmente sono forniti dalla cucina della struttura. È stata ricevuta una lamentela del detenuto riguardo al cibo e gli è stato sostituito con altra carne.” Lo Shin Bet si è rifiutato di rispondere.

Basil Adraa è un attivista, giornalista e fotografo del villaggio di a-Tuwani, sulle colline meridionali di Hebron.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Domenica Israele ha espulso Salah Hammouri dalla sua patria, ignorando le proteste della Francia

Ali Abunimah

18 dicembre 2022 – Electronic Intifada

Padre palestinese e madre francese, è arrivato a Parigi accolto da un benvenuto entusiasta della moglie Elsa Lefort e dei suoi sostenitori e ha promesso di continuare a lottare in nome dei palestinesi.

All’aeroporto di Parigi Hammouri, nato a Gerusalemme, ha detto ai giornalisti che l’obiettivo di Israele è “svuotare la Palestina dei suoi cittadini.”

Oggi sento di avere un’enorme responsabilità per la causa mia e del mio popolo,” ha aggiunto Hammouri.

Non rinunceremo alla Palestina, soprattutto perché non permetteremo che le future generazioni debbano patire quello che abbiamo sofferto noi. È nostro diritto resistere.”

Alla domanda se cercherà di ritornare in Palestina, Hammouri, visibilmente emozionato, ha risposto: “Ho lasciato l’anima nella mia patria. E continuerò a lottare per questo, perché secondo me è mio diritto vivere a Gerusalemme, vivere nella mia patria, ed è diritto della mia famiglia stare là.”

Il fatto che Hammouri abbia la cittadinanza di un altro Paese, la Francia, non mitiga in alcun modo la gravità di espellerlo dalla sua città e patria contro la sua volontà” ha dichiarato l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, avvertendo che la sua espulsione stabilisce “un pericoloso precedente per altre deportazioni di palestinesi dai territori occupati.”

Il pretesto israeliano per espellere Hammouri è la “violazione dell’obbligo di fedeltà” dell’avvocato per i diritti umani a una potenza occupante che l’ha sottoposto a varie forme di persecuzione, inclusi parecchi periodi di detenzione da quando aveva 15 anni e a cui non deve alcuna fedeltà.

Da marzo fino alla sua espulsione, Israele l’ha tenuto in “detenzione amministrativa”, reclusione senza accuse o processo basato su supposte “prove segrete.”

Prima della sua forzata espulsione Hammouri ha anche rilasciato un messaggio vocale ai suoi sostenitori in Palestina.

Condanna e silenzio francese

Resta molta rabbia sull’inazione del governo del presidente Emmanuel Macron per impedire a Israele di perpetrare un crimine di guerra.

Patrice Leclerc, sindaco del quartiere parigino di Gennevilliers e uno dei molti politici eletti che hanno accolto Hammouri all’aeroporto, ha espresso la sua “vergogna per l’incapacità”, presumibilmente del governo francese.

Oggi condanniamo la decisione, contraria alla legge, delle autorità israeliane di espellere Salah Hammouri in Francia,” ha detto domenica il ministero degli Esteri a Parigi.

Il ministero degli Esteri si è vantato di aver detto ripetutamente alle autorità israeliane “nel modo più chiaro che si oppone a questa espulsione di un abitante palestinese di Gerusalemme Est, un territorio occupato ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra.”

Come ha detto domenica Amnesty International Francia, l’espulsione di palestinesi dai territori occupati da parte di Israele “costituisce una grave violazione del diritto internazionale e della Quarta Convenzione di Ginevra e un potenziale crimine di guerra.”

L’espulsione potrebbe costituire un crimine contro l’umanità, ha aggiunto Amnesty, notando che tutti questi crimini ricadono sotto la giurisdizione della Corte Penale Internazionale.

Ma piuttosto che affermare quanto sia stata diligente e attiva la Francia a favore di Hammouri, la dichiarazione del ministero degli Esteri va letta come una dichiarazione di un fallimento.

Questo non sorprende poiché, in nessun momento l’amministrazione Macron, strenuamente filoisraeliana, ha neppure accennato al fatto che Israele avrebbe dovuto affrontare delle conseguenza per l’espulsione di Hammouri.

Appelli alle linee aeree

Recentemente, Addameer, l’associazione palestinese per i diritti dei prigionieri per la quale Hammouri lavora, si è unita alla campagna per invitare Easy Jet, Air France e Transavia a non collaborare all’espulsione di Hammouri.

Chiediamo alle linee aeree commerciali di fare tutto il possibile per non collaborare a quello che potrebbe equivalere a un crimine di guerra rifiutando di trasportare individui sottoposti a deportazione forzata illegale e di rilasciare una dichiarazione pubblica a riguardo,” ha detto Addameer.

C’è un precedente recente, quando varie linee aeree hanno rifiutato di aiutare il governo britannico a trasportare richiedenti asilo in Ruanda, una politica che è stata messa in discussione perché crudele e illegale.

Alla fine l’espulsione di Hammouri è avvenuta grazie a una linea nazionale israeliana.

Electronic Intifada ha saputo che Hammouri è rimasto ammanettato dal momento in cui le autorità israeliane l’hanno prelevato dalla prigione di Hadarim e spinto a bordo di un volo della El Al, fino all’apertura del portellone a Parigi.

Porgere scuse

Nel frattempo i sostenitori di Israele in Francia hanno portato a livelli assurdi i loro sforzi per difendere le azioni di Tel Aviv.

Jacques Attali, noto personaggio pubblico ed ex consigliere del presidente François Mitterand, ha rimproverato a una deputata del blocco parlamentare di sinistra La France Insoumise (LFI) di descrivere l’espulsione di Hammouri da Israele come una deportazione.

Qualsiasi cosa si pensi della situazione in Palestina e delle politiche del governo israeliano, usare qui la parola ‘deportazione’ è spregevole e ancora una volta rivela i numerosi slittamenti nell’antisemitismo dei parlamentari di LFI,” ha affermato Attali in risposta a un tweet della parlamentare Ersilia Soudais.

Attali stava presumibilmente alludendo a come la parola francese “deportazione” sia usata per descrivere le azioni dei collaborazionisti francesi che mandarono migliaia di ebrei francesi a morire nei campi di concentramento del governo tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale.

Ma il testo ufficiale in francese della Quarta Convenzione di Ginevra, che persino l’amministrazione Macron ammette si applichi ai territori occupati da Israele inclusa Gerusalemme Est, usa la parola “déportation” per descrivere il trasferimento forzato proibito di civili dai territori occupati da parte di una potenza occupante, esattamente quello che è successo ad Hammouri.

Spregevole sarebbe quindi una definizione più accurata dell’uso da parte di Attali degli orribili crimini commessi dai collaborazionisti francesi con i nazisti per spostare l’attenzione dai crimini israeliani di oggi contro i palestinesi.

I propagandisti di Israele definiscono Hammouri anche un “terrorista” perché Israele l’ha accusato nel 2005 sostenendo che abbia fatto parte di un complotto del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina”, [gruppo storico della resistenza armata marxista con numerosi appartenenti di origine cristiana, N.d.T.] per uccidere Ovadia Yosef, un famoso rabbino israeliano che ha abitualmente incitato a livelli di violenza genocida per “annientare” i palestinesi.

Hamouri ha sempre proclamato la propria innocenza. È stato tenuto per tre anni in detenzione amministrativa prima di accettare un patteggiamento del tribunale militare israeliano per ottenere una sentenza più breve dei 14 anni che gli accusatori militari avrebbero voluto.

Il tribunale militare israeliano ha un tasso di condanne per i palestinesi quasi del 100%.

Ora che è ritornato in Francia Hammouri probabilmente dovrà fronteggiare continue campagne di calunnie e diffamazione da parte dei lobbisti israeliani.

Ma prendendo ispirazione da altre lotte anticoloniali resta convinto che alla fine i palestinesi otterranno la libertà.

Gli israeliani non sono più forti degli americani e noi non siamo più deboli dei vietnamiti. Continueremo la lotta fino alla fine” ha detto Hammouri all’aeroporto di Paris. “Finché resistiamo significa che esistiamo.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Lo Stato di Israele rinvia la deportazione dell’avvocato franco-palestinese Salah Hamouri

The New Arab, PC, SOCIAL

3 dicembre 2022 – The Palestine Chronicle

Sabato The New Arab ha riferito che la deportazione forzata dell’avvocato palestinese Salah Hamouri, che si occupa dei diritti umani, molto probabilmente non avrà luogo domenica come precedentemente annunciato.

Giovedì alla famiglia di Hamouri è stato detto che il cittadino franco-palestinese, sotto detenzione amministrativa [cioè senza accuse né processo, ndt.] israeliana, questo fine settimana sarebbe stato deportato in Francia contro la sua volontà. Ciò accade dopo che il suo permesso di residenza è stato revocato per “violazione della lealtà”

Tuttavia venerdì il legale e la famiglia di Hamouri hanno tenuto una conferenza stampa a Gerusalemme spiegando che l’avvocato non sarà deportato questo fine settimana e che gli è stata concessa un’ udienza che si terrà martedì prossimo.

Ma i suoi sostenitori hanno affermato che la minaccia di deportare l’avvocato resta molto grave e Hamouri potrebbe essere costretto a salire su un aereo per la Francia in qualunque momento.

Hanno anche detto che, nonostante la sua duplice nazionalità franco-palestinese, Hamouri è nato e cresciuto a Gerusalemme che considera la sua casa.

Il permesso di residenza di Hamouri è stato revocato dalla ministra dell’Interno israeliana Ayelet Shaked nell’ottobre 2021. Egli non ha solo perso il diritto di risiedere a Gerusalemme, la sua città natale, ma anche la libertà di movimento e la possibilità di lavorare.

Lo Stato di Israele, che ha illegalmente occupato e annesso Gerusalemme Est, revoca regolarmente i permessi permanenti di residenza dei palestinesi in quella parte della città.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Palestinese colpito a morte in Cisgiordania dopo aver ucciso degli israeliani

Redazione di AL Jazeera 

15 novembre 2022 Al Jazeera e Agenzie di stampa

Mohammad Souf, di 18 anni, ha accoltellato diversi israeliani all’ingresso industriale della colonia di Ariel nella Cisgiordania occupata.

Un palestinese ha ucciso tre israeliani e ne ha feriti altri tre in un attacco in una colonia nella Cisgiordania occupata, prima di essere colpito e ucciso da agenti della sicurezza israeliani: questo è quanto hanno riferito paramedici israeliani e funzionari palestinesi.

Il servizio paramedico Zaka ha detto che i tre feriti nell’attacco nella colonia illegale di Ariel sono stati curati in ospedale e sono in gravi condizioni.

E’ stato l’ultimo attacco di un’ondata di violenza tra israeliani e palestinesi in questo anno, che ha visto incursioni israeliane quasi quotidiane nella Cisgiordania occupata, con arresti e uccisioni di palestinesi, così come attacchi di palestinesi contro israeliani.

L’esercito israeliano ha affermato che il palestinese, identificato dal Ministero della Salute palestinese come il 18enne Mohammad Souf, prima ha attaccato gli israeliani all’entrata della zona industriale della colonia, poi ha proseguito fino ad un vicino distributore di benzina e lì ha accoltellato altre persone. L’esercito ha detto che poi l’uomo ha rubato un’auto, si è intenzionalmente scontrato con un’automobile sulla vicina strada principale ed ha colpito ed ucciso un’altra persona prima di fuggire a piedi.

Ha riferito che l’aggressore è stato colpito da un soldato e che le truppe stavano perlustrando l’area per cercare altri sospetti.

Un video amatoriale diffuso dalla televisione israeliana sembra mostrare il sospetto aggressore percorrere di corsa una strada e crollare a terra dopo essere stato colpito. Più tardi il Ministero della Salute ha dichiarato che Souf proveniva dal vicino villaggio di Hares.

Le forze israeliane hanno fatto irruzione nella casa di famiglia di Souf e, secondo organi di stampa palestinesi, hanno aggredito fisicamente membri della famiglia.

Nessuna fazione palestinese ha rivendicato la responsabilità dell’attacco, ma esso è stato acclamato da portavoce di Hamas, Jihad islamica e Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.

In una dichiarazione il portavoce di Hamas Abdel Latif al-Qanou ha affermato che l’operazione ha dimostrato “la capacità del nostro popolo di proseguire la sua rivoluzione e difendere la Moschea di Al-Aqsa da quotidiane incursioni”.

Il FPLP, di sinistra, ha affermato che l’attacco è stato una risposta “alla politica di esecuzioni sul campo perseguita dall’occupazione israeliana e dai suoi servizi di sicurezza contro il nostro popolo, delle quali l’uccisione della ragazza palestinese Fulla Masalmeh ieri a Beitunia non sarà l’ultima.”

L’anno più sanguinoso

Il Primo Ministro israeliano uscente Yair Lapid ha inviato le condoglianze alle famiglie degli israeliani uccisi nell’attacco e ha detto che Israele “sta combattendo il terrorismo senza sosta e col massimo delle forze.”

Le nostre forze di sicurezza lavorano 24 ore al giorno per proteggere i cittadini israeliani e danneggiano senza sosta le infrastrutture del terrorismo”, ha detto.

Quest’anno l’ondata di violenza tra israeliani e palestinesi in Cisgiordania e Gerusalemme est ha fatto almeno 25 morti dalla parte israeliana e più di 130 da quella palestinese, rendendo il 2022 l’anno con più vittime dal 2006.

Israele afferma che le sue incursioni ed arresti che avvengono quasi ogni notte in Cisgiordania sono necessari per smantellare le reti armate in un momento in cui le forze di sicurezza palestinesi non sono capaci o non vogliono farlo.

L’Autorità Nazionale Palestinese afferma che le incursioni indeboliscono le sue forze di sicurezza ed hanno lo scopo di consolidare l’occupazione illegale di Israele che continua da 55 anni nei territori che i palestinesi vogliono per il loro auspicato Stato.

In queste incursioni sono state fermate centinaia di palestinesi, molti dei quali sottoposti alla cosiddetta detenzione amministrativa, che consente ad Israele di detenerli a tempo indefinito senza processo né imputazione.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)