A questa famiglia palestinese vivere vicino alla moschea di Al-Aqsa costa molto caro

Aseel Jundi da Gerusalemme est occupata

20 febbraio 2021 – Middle East Eye

Da anni la famiglia Bashiti vive un ciclo senza fine di soprusi israeliani perché rifiuta di abbandonare la propria casa in posizione strategica

Mohammed Bashiti guida con estrema cautela la sua auto in via al-Wad, nella Città Vecchia di Gerusalemme. Al cartello di Bab al-Majlis [quartiere del centro storico di Gerusalemme, ndtr.] gira a destra verso la sua casa e parcheggia la macchina.

Bashiti si avvia con moglie e figlia verso un commissariato della polizia israeliana situato a destra dell’entrata della porta di Al-Aqsa ed entra in casa, solo a un metro dalla moschea di Al-Aqsa [principale edificio religioso della Spianata delle Moschee, ndtr.].

Mohammed, Binar e Baylasan sono gli unici membri della famiglia a cui è consentita questa parziale libertà di movimento. Gli altri tre figli, Hisham, Hatim e Abdul-Rahman, passano la maggior parte del loro tempo nelle prigioni israeliane, in centri di interrogatorio o agli arresti domiciliari.

Per capire le ragioni che stanno dietro queste continue vessazioni israeliane contro la famiglia è sufficiente entrare in casa, con le finestre e il cortile che si affacciano su Al-Aqsa.

Ma, poiché la famiglia conserva la proprietà rifiutandosi di venderla, le autorità israeliane hanno cercato di fare pressione su di loro provocando una difficoltà dopo l’altra, al punto che essi affermano di passare tutti i loro giorni a cercare di spegnere incendi.

I ragazzi Bashiti

Il figlio maggiore di Mohammed, il ventenne Hisham, è in prigione dall’ottobre scorso accusato di aver lanciato molotov contro forze di occupazione nella cittadina di Isawiya, nei pressi di Gerusalemme.

Si sono tenute udienze nei tribunali israeliani, ma non si è ancora raggiunto un verdetto.

Nel contempo il diciassettenne Hatim è stato il più fortunato tra i fratelli, in quanto quest’anno è riuscito a tornare a scuola e a prepararsi per la maturità.

Tuttavia continue angherie, compresi arresti, pongono ancora una minaccia alla sua istruzione e potrebbero spegnere i sogni di sua madre di vedere i figli con le uniformi di diplomati.

Il terzo figlio, Abdul-Rahman, un ragazzo di 16 anni affetto da diabete da quando ne aveva 4, recentemente è stato obbligato a lasciare la sua casa a Gerusalemme in seguito ad accuse poco chiare e attualmente è agli arresti domiciliari nella cittadina di Shuafat, a nord di Gerusalemme.

I servizi segreti israeliani hanno chiesto che i genitori rimangano con lui giorno e notte. Se devono andare nella Città Vecchia, la nonna rimane con lui finché non tornano. Mohammed, 46 anni, parla con Middle East Eye nella piccola casa di Gerusalemme per la quale la sua famiglia sta pagando un prezzo così alto per rimanervi.

Egli afferma che la causa principale che sta dietro tutto questo calvario è la posizione strategica della casa, con vista sulla moschea, oltre al rifiuto della famiglia di prendere in considerazione offerte allettanti perché lascino la proprietà.

Mohammed afferma che la sua famiglia ha delle proprietà nel quartiere di al-Sharaf, che è stato sotto il controllo di Israele dall’occupazione di Gerusalemme est nel 1967.

Nel 2004 denunciò il ministero israeliano degli Affari Religiosi chiedendo la restituzione delle sue proprietà confiscate, una delle quali era stata trasformata in una sinagoga.

Mohammed sostiene che i lavori di ristrutturazione della sinagoga vennero bloccati da un ordine del tribunale perché, riguardo a questa specifica proprietà, essa è effettivamente registrata a nome della famiglia Bashiti, come dimostra il catasto israeliano.

Tuttavia, date le spese elevate della causa e l’enorme pressione che la famiglia ha dovuto affrontare in mancanza di un qualunque appoggio ufficiale da parte palestinese, i Bashiti non ebbero altra scelta che rinunciare a proseguirla.

In seguito alla causa in tribunale le autorità dell’occupazione israeliana accentuarono la pressione su Mohammed ed iniziarono a fare irruzione più spesso nella sua casa di Gerusalemme.

Quando Hisham compì i 13 anni l’esercito israeliano iniziò a vessarlo, come è in seguito avvenuto ad Hatim e Abdul-Rahman.

“I miei tre figli e la loro sorella Baylasan non hanno mai goduto di un’infanzia pacifica,” afferma Mohammed. “Al contrario, la loro infanzia è stata segnata da irruzioni, incursioni, arresti, botte, tortura, separazione e arresti domiciliari. Le autorità dell’occupazione israeliana intendono piegarli perché vanno regolarmente a pregare nella moschea di Al-Aqsa e hanno un buon rapporto con la popolazione della Città Vecchia, una cosa che all’occupazione non piace.”

Un sacco di debiti

Fra le altre ragioni dei maltrattamenti c’è il ruolo della famiglia nella rivolta di Gerusalemme est nell’estate 2017, quando le autorità israeliane installarono metal detector e porte elettriche agli ingressi di Al-Aqsa.

I ragazzi della famiglia Bashiti appoggiarono i manifestanti che tenevano sit-in alla porta di Al-Nather, fornendo loro coperte, cibo ed acqua. Sorvegliarono e ripulirono anche la zona prima del sit-in del giorno successivo.

Mohammed lavora come badante di un anziano, ma qualche mese fa ha anche preso il lavoro di Hisham come guardia giurata per garantirgli uno stipendio mentre è in prigione. I debiti del padre aumentano di giorno in giorno.

A ogni nuovo arresto o separazione, deve pagare multe, soldi per la cauzione e costi legali, oltre a un sacco di altre spese che lo hanno oberato.

Mohammed è preoccupato di come riuscirà a far fronte ai debiti che deve rispettare e sta continuamente cercando nuovi garanti ogni volta che ha bisogno di soldi.

Ormai da anni passa la maggior parte del suo tempo in tribunali e in centri di interrogatorio, in carcere e in banca per cercare prestiti che lo aiutino ad affrontare le spese per gli arresti dei suoi figli. “Ho un armadio pieno di documenti riguardanti gli arresti dei miei tre figli, in cui ci sono decisioni del tribunale, ordini di arresto, ispezioni domiciliari, ammende e onorari,” afferma. “Ma semmai ciò non fa che aggiungere ancora più determinazione e risolutezza a rimanere in questa casa attigua a uno dei luoghi più sacri al mondo.”

L’undicenne Baylasan è seduta vicino a suo padre Mohammed. Mentre gioca con uno dei suoi giocattoli prima che tornino a Shuafat per rispettare l’ordine di risiedere con Abdul-Rahman, ascolta con attenzione quello che lui dice.

Fin dalla prima infanzia Baylasan ha assistito alle persecuzioni israeliane contro la sua famiglia, compresa la detenzione di suo padre e i continui arresti dei suoi fratelli, che sembrano non finire mai.

“Solo da poco ho iniziato ad accettare l’invito alla preghiera del muezzin della moschea di Al-Aqsa, perché per anni ho collegato la sua voce al momento in cui l’esercito attacca la nostra casa e arresta uno dei miei fratelli,” dice Baylasan a MEE.

“Ogni volta che compro vestiti nuovi da mettermi per un picnic con la famiglia o per andare da qualche parte ciò non avviene. Ora mi compro vestiti nuovi per andare a visitare mio fratello Hisham in prigione, dato che è diventata l’unico posto in cui vado.”

Baylasan parla della sua esperienza con l’esercito e i servizi segreti l’hanno perquisita mentre lei ripeteva loro che era lì da sola e non c’era nessun altro da arrestare.

“I colpi alla porta erano terrificanti e ho dovuto aprire. All’inizio ho cercato di controllarmi, ma quando è entrata mia madre ho perso il controllo ed ho iniziato a piangere in modo isterico,” dice.

“Spero che potrò vivere una vita pacifica come una qualunque bambina ovunque nel mondo, perché gli attacchi e le perquisizioni alla nostra casa e gli arresti dei miei fratelli mi terrorizzano e turbano il mio percorso educativo.” 

Mentre suo marito parla, Binar, sua moglie, ascolta in modo composto, ma la sua voce si rompe mentre parla degli anni di vessazioni contro i suoi ragazzi, soprattutto quando menziona il figlio malato, Abdul-Rahman, che è stato arrestato 20 volte in un anno. La scena della sua ultima detenzione è ancora vivida nella sua mente.

Abdul-Rahmam è stato arrestato all’alba del 4 gennaio mentre lui, suo fratello Hatim e due loro amici stavano mangiando sul tetto della casa. Il reparto Yamam della polizia, un’unità antiterrorismo, ha fatto irruzione nella casa e Binar ha sentito le parole “state fermi lì”.

Allora è corsa fuori e ha trovato i quattro giovani a terra e ammanettati, e Abdul Rahman le ha chiesto di dargli dell’acqua e il kit per il diabete. Dopo l’arresto Abdul-Rahman è stato trasferito in ospedale.

In seguito i suoi genitori hanno saputo dal medico di turno che era arrivato dal centro di interrogatorio a Gerusalemme est in uno stato molto grave, che avrebbe potuto portarlo a perdere la vista, in coma o persino alla morte.

Il figlio è rimasto in isolamento per 20 giorni prima di essere rilasciato e messo agli arresti domiciliari, dove in qualunque momento potrebbe essere convocato per essere interrogato. Durante l’ultima detenzione Abdul-Rahman ha perso 10 kg.

Benché Binar sia estremamente preoccupata per il peggioramento delle condizioni di Abdul-Rahman, è ancora più preoccupata per il maggiore, Hisham, negli ultimi quattro mesi detenuto nel carcere di Majedo.

Hisham è stato arrestato a Isawiya dal Mustaribeen, un’unità d’élite israeliana in borghese che si finge palestinese. È stato duramente picchiato e di conseguenza è stato ricoverato in ospedale per tre giorni prima di essere spostato in una cella per gli interrogatori, dove è rimasto 45 giorni.

Quando è andata a visitarlo la prima volta, Hisham ha detto a sua madre: “Durante l’arresto non ho visto niente. Ho solo sentito aprirsi le portiere dell’auto dei Mustaribeen e armare le pistole, pronte a fare fuoco.

“Sono stato gravemente ferito e mi sono svegliato in ospedale.”

Binar dice che tutto quello che spera è avere una vita stabile con tutti i membri della sua famiglia sotto lo stesso tetto e che le autorità israeliane smettano di perseguitare i suoi figli ad ogni minimo segno di disordini, persino quando si dà il caso che in quei momenti siano lontani dalla Città Vecchia.”

Detenuti palestinesi

Anche Muhammad Mahmoud, l’avvocato che rappresenta i ragazzi Bashiti, pensa che la ragione che sta dietro al fatto che questa famiglia sia presa di mira sia la collocazione strategica della loro casa. Le autorità israeliane stanno cercando di spingere il padre alla disperazione con l’intento di obbligarlo ad accettare di abbandonare la sua casa, afferma.

“A un’udienza per il caso di Abdul-Rahman erano presenti un rappresentante del servizio segreto di Gerusalemme, il consigliere giuridico dello Shabak (Il servizio di sicurezza interna di Israele) e il rappresentante incaricato della stanza quattro del centro di interrogatori,” dice Mahmoud.

“Per me era una situazione stridente e ridicola: tutti quegli ufficiali di alto rango erano venuti di persona per un ragazzino a chiedere la prosecuzione della sua detenzione.” Durante la sua carriera l’avvocato ha notato che gli investigatori israeliani evitano di tenere giovani detenuti in isolamento, salvo nei casi che considerano estremi, come presunti tentativi di accoltellamento.

Secondo Mahmoud questo fatto rende la detenzione di Abdul-Rahman in isolamento per un periodo così lungo un mistero e una violazione sia delle leggi israeliane che del diritto internazionale.

Alcune organizzazioni palestinesi, tra cui il Palestinian Prisoners Club [Centro per i Detenuti Palestinesi], la Commission of Detainees’ Affairs [Commissione per le Questioni dei Detenuti], il Prisoner Support [Appoggio ai Detenuti], la Human Rights Association [Associazione per i Diritti Umani] e il Wadi Hilweh Information Center [Centro di Informazione di Wadi Hilweh], hanno pubblicato insieme un rapporto in cui affermano che nel 2020 le autorità dell’occupazione hanno arrestato 4.634 palestinesi, tra cui 543 minorenni e 128 donne.

Gli ordini di detenzione amministrativa [cioè senza capi di imputazione né sentenze di condanna, ndtr.] emessi nello stesso periodo hanno raggiunto il numero di 1.114.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La studentessa palestinese Mays Abu Ghosh finalmente libera dopo 15 mesi di detenzione e trattamenti crudeli

Lina Alsaafin

4 dicembre 2020 – Chronique de Palestine

Mays Abu Ghosh, una studentessa di giornalismo, parla delle torture psicologiche e fisiche che ha subito durante il suo interrogatorio da parte delle forze israeliane di occupazione.

Abu Ghosh, studentessa di giornalismo all’università di Birzeit, è stata sequestrata nell’agosto 2019 ed accusata di far parte del Polo studentesco progressista democratico, un’organizzazione studentesca vietata dalle forze israeliane di occupazione, e di partecipare ad attività studentesche contro l’occupante.

È stata anche accusata di “comunicazione con il nemico” – ha partecipato ad una conferenza sul diritto al ritorno dei palestinesi – e di lavorare per un’agenzia di stampa che si ritiene affiliata al movimento Hezbollah (organizzazione della resistenza libanese).

Abu Ghosh è stata condannata ad una multa di 2.000 shekel (circa 500 euro) e rilasciata dal carcere di Damon al posto di controllo di Jalameh, a nord della città di Jenin in Cisgiordania illegalmente occupata, dove è stata accolta dalla famiglia e dagli amici.

Diverse associazioni di difesa dei diritti umani hanno dichiarato che Abu Ghosh ha rivelato loro le torture fisiche e psicologiche subite durante più di un mese nel tristemente celebre centro di interrogatori Maskobiyeh a Gerusalemme.

Queste associazioni hanno aggiunto che Mays è stata costretta a restare in diverse posizioni costrittive per lunghe ore ed è stata minacciata di tornare a casa paralizzata o disturbata mentalmente. È stata inoltre costretta ad ascoltare le grida e le urla di altri prigionieri sottoposti a interrogatorio ed è stata ripetutamente presa a schiaffi mentre i soldati israeliani le gridavano delle oscenità.

Voglio dire a tutti ciò che mi è successo durante la fase di interrogatorio e di tortura.”, ha dichiarato Abu Ghosh a Al Jazeera il giorno dopo la sua liberazione. “Non perché è qualcosa che è capitata personalmente a me, ma perché ogni palestinese sappia che cosa aspettarsi quando Israele lo arresterà.”

I tribunali militari israeliani, davanti ai quali vengono giudicati i palestinesi dei territori occupati, hanno un tasso di condanne del 99,74%.

La procura militare ha incriminato Ghosh per azioni legate alle sue attività sindacali studentesche all’università, oltre alla sua attività sui media”, ha dichiarato Addameer, un’associazione di difesa dei diritti dei prigionieri.

Tale prassi dimostra la criminalizzazione dei diritti umani più fondamentali da parte delle autorità di occupazione, attraverso ordini militari.”

Abu Ghosh ha aggiunto che il messaggio che vuole trasmettere da parte delle altre donne detenute è quello dell’“unità nazionale”.

Hanno anche richieste relative alle condizioni di vita, in particolare quelle che scontano lunghe pene”, ha dichiarato. “Le videocamere nel cortile del carcere funzionano in permanenza e violano la loro privatezza personale.”

La famiglia presa di mira

Nel gennaio 2016 il fratello maggiore di Abu Ghosh, Hussein, era stato ucciso dalle forze israeliane perché avrebbe compiuto un attacco all’arma bianca.

In seguito le forze israeliane avevano demolito la casa della famiglia.

Nell’agosto 2019 la casa di Abu Ghosh è stata oggetto di un’incursione all’alba da parte delle forze israeliane con cani dell’esercito.

Quella volta Mays era stata condotta in un luogo separato e le è stato ordinato di accendere il suo computer portatile e il suo telefono. In seguito al suo rifiuto le sono stati bendati gli occhi, è stata ammanettata e letteralmente presa in ostaggio.

Un mese dopo suo fratello Suleiman, di 17 anni, è stato arrestato per fare pressione su Abu Ghosh perché confessasse. Ha trascorso quattro mesi in detenzione amministrativa, incarcerato da Israele senza capi d’accusa né processo.

Anche i suoi genitori sono stati convocati per un interrogatorio.

Secondo Addameer sono detenute da Israele 40 donne palestinesi. La popolazione carceraria totale arriva attualmente a 4.500 persone, di cui 170 minori e 370 in detenzione amministrativa.

Nel carcere di Damon sette prigionieri hanno seguito corsi universitari, ma la scorsa settimana un’incursione nelle loro celle da parte del servizio penitenziario israeliano ha portato al sequestro dei loro libri.

Dopo la sua liberazione Abu Ghosh ha dichiarato di voler terminare i propri studi e proseguire la formazione professionale nell’ambito della comunicazione.

Le autorità penitenziarie hanno minacciato di mettere in isolamento i prigionieri che proseguono gli studi”, ha affermato Mays.

Insieme ad altri prigionieri abbiamo creato un piccolo programma per studiare filosofia, letteratura araba e poesia. Avevamo anche certi rituali che svolgevamo insieme, come prepararsi prima di una visita dei familiari”

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




La politica degli scioperi della fame

  Richard Falk

28 ottobre  2020 | Global Justice in the 21st Century  

Prima parte della mia Prefazione a A Shared Struggle: Stories of Palestinian and Irish Hunger Strikesdi Norma Hashim & Yousef M. Aljami, e pubblicata come articolo d’opinione da PoliticsToday il 27.10.20. Durante i miei 6 anni come Special Rapporteur ONU per la Palestina Occupata, trovavo fastidioso il silenzio dei media occidentali sugli scioperi della fame palestinesi, specialmente quando queste espressioni estreme di resistenza nonviolenta erano in reazione a restrizioni carcerarie attuate con decreto amministrativo, cioè senza accuse né prove per l’incriminazione.

Cogliere il senso degli scioperi della fame e della politica simbolica

Circostanze disperate danno luogo a comportamenti disperati. Se da parte di stati, i comportamenti di violenza estrema tendono ad essere razionalizzati come ‘autodifesa’, ‘necessità militare’, o ‘controterrorismo’, e le istanze di autorizzazione legale vengono trattate in modo appropriato. Qualora si tratti di atti di resistenza, addirittura nonviolenti, di persone che hanno a che fare con movimenti dissidenti, allora l’ordine stabilito e i suoi media di sostegno descrivono per routine tali atti come ‘terrorismo’, ‘criminalità’, ‘fanatismo’ criminalizzandone il comportamento, o se va bene esponendolo al disprezzo dell’ordine stabilito degli stati sovrani.


(Foto by Majdi Fathi/NurPhoto via Getty Images)

[Foto di murales ritraenti il palestinese 49enne Maher Al-Akhras carcerato da Israele, in sciopero della fame da 84 giorni (a Gaza City al 18 ott. 2020) per protesta alla sua detenzione senza processo]

Le forme statuali di lotta si basano sempre sulla violenza per sgominare il nemico, mentre la disperazione della resistenza talvolta assume la forma di infliggersi del male per indurre vergogna nell’oppressore affinché si moderi o alla fine magari smetta, non per empatia o cambiamento d’animo ma per timore di alienarsi l’opinione pubblica, intensificando la resistenza, perdendo legittimità internazionale, affrontando sanzioni.

È contro questo quadro di fondo che dobbiamo capire il ruolo dello sciopero della fame nel più ampio contest della resistenza a tutte le forme di governance oppressiva, sfruttatrice, crudele. Le lunghe lotte in Nord-Irlanda e Palestina sono fra gli esempi più amari di tali strette politiche che hanno catturato l’immaginazione morale di molte persone di coscienza fin dalla metà del secolo scorso.

Gli attivisti incarcerati che ricorrono allo sciopero della fame, individualmente o in collaborazione, sono ben consci di star imboccando un’opzione d’ultima istanza, che mostra nettamente la disponibilità a sacrificare la salute, l’integrità fisica e addirittura la vita per obiettivi ritenuti più importanti. Tali obiettivi di solito riguardano la salvaguardia della dignità o dell’onore di gente soggiogata o la mobilitazione di sostegno a una causa/lotta collettiva per la libertà, i diritti, l’uguaglianza. Uno sciopero della fame è una forma estrema di nonviolenza, comparabile solo con atti politicamente motivati di auto-immolazione, fisicamente nocivi solo a sé stessi, eppure capaci in determinate circostanze d’illimitato potenziale simbolico per mutare comportamento e dar luogo a imponenti manifestazioni di scontento di una popolazione che si crede riuscitamente repressa. Teli tattiche disperate sono integrali alle lotte per i diritti essenziali e alla resistenza a condizioni oppressive sia in Palestina sia in Nord-Irlanda.

(Si legga: Israeli Occupation and the Palestinian Identity)

Una verità non riconosciuta eppur vitale della storia recente è che politiche simboliche hanno spesso determinato gli esiti di lotte protratte contro attori statuali oppressivi che detengono un controllo dominante sulle zone di combattimento e una superiorità incontestata in quanto ad armi e capacità militari. E tuttavia pur con tali vantaggi in potere materiale ritenuti decisive in quel tipo di conflitto, continuano a subire alla fine una sconfitta politica. Può essere utile ricordare che l’auto-immolazione di monaci buddhisti a Saigon durante gli anni 1960 fu considerata uno spasmo della cultura in reazione all’intervento militare a guida americana. Che condusse gli studiosi vietnamiti a interpretare questi atti estremi di individui solitari, dotati della massima autorevolezza in termini di civiltà, come elementi di effettivo spostamento nell’equilibrio di forze in Vietnam in modi che allora e lì condannarono l’apparentemente irresistibile determinazione americana di controllare il futuro politico del Vietnam. Tali atti non posero fine alla guerra, ma segnalarono a coloro con antenne nella cultura vietnamita un esito contrario alle aspettative dei programmatori di guerra di Washington. Tragicamente, prima di riconoscere la sconfitta, la Guerra [USA] del Vietnam persistette per un decennio, devastando il paese e arrecando gran sofferenze al popolo del Vietnam. L’auto-immolazione, darsi fuoco come esempio irreversibile di proprio sacrificio, porta a conclusione la logica dello sciopero della fame. Secondo il suo autore e il contesto, l’auto-immolazione si può interpretare o come espressione di assoluta disperazione o come uno straziante appello a una pace giusta.

Fu l’auto-immolazione di un semplice verduriere ambulante, Mohamed Bouazizi nella città tunisina di Sidi Bouzid il 17 dicembre 2010 che richiamò l’attenzione alle deplorevoli condizioni del popolo tunisiano, innescando un’insurrezione nazionale che scacciò dal potere un dittatore corrotto, Ben Ali. Bouazizi, senza motivazione politica né l’autorevolezza spiritual dei monaci buddhisti, accese le mobilitazioni populiste che infuriarono nel mondo arabo nel 2011. In qualche modo l’auto-sacrificio del tutto personale di Bouazizi mise a fuoco l’intera regione. Una tale reazione non poteva essere predetta né fu programmata, eppure fu in seguito interpretata come generatrice di risposte rivoluzionarie a condizioni sottostanti intollerabili.

Senza dubbio, l’esempio supremo di politica simbolica trionfante in tempi moderni è stato lo straordinario movimento di resistenza e liberazione guidato da Gandhi che fuse i suoi scioperi della fame a oltranza con spettacolari forme nonviolente di azione collettiva (per esempio, la ‘marcia del sale’ del 1930), compiendo ciò che pareva impossibile al tempo, ridurre in ginocchio l’Impero Britannico, e così facendo restituire statualità indipendente e sovranità all’India.

(Si legga: Expanding Definitions of Anti-Semitism Shield Israel from Its Crimes)

Sia gli oppressi che gli oppressori imparano dai successi e dai fallimenti passati di politica simbolica. Gli oppressi ci vedono un estremo e nobilitante approccio alla resistenza e liberazione. Gli oppressori imparano che le guerre sovente non vengono decise da chi vince sui campi di battaglia bensì dal versante che si procura un vantaggio decisive simbolicamente in quelle che ho prima definito ‘guerre di legittimazione’. Con tale nozione della propria vulnerabilità, gli oppressori reagiscono, diffamano e usano violenza per distruggere con ogni mezzo la volontà di resistenza degli oppressi, specialmente ove le poste in gioco comportino cedere il livello morale e legale superiore. La dirigenza israeliana ha imparato, specialmente, dal crollo dell’apartheid sudafricana a non pendere alla leggera la politica simbolica.

Israele è stato particolarmente privo di scrupoli nelle proprie reazioni alle sfide simboliche al proprio abusivo regime di controllo apartheid. Israele, col sostegno USA, ha montato una ripulsa diffamatoria a livello mondiale contro le critiche all’ONU o da parte di difensori dei diritti umani per il mondo, giocando spudoratamente la ‘carta antisemita’ nel tentativo di distruggere gli sforzi solidali nonviolenti come la campagna pro-palestinese BDS modellata su un’iniziativa che aveva mobilitato un’opposizione mondiale all’apartheid sudafricana.

In modo evidente, nel caso sudafricano la tattica BDS fu messa in questione per l’efficacia e l’ appropriatezza, ma i suoi organizzatori e quasi tutti i sostenitori più militanti non furono mai diffamati e tanto meno criminalizzati. Questo riconoscimento d’Israele della potenzialità della politica simbolica ha ostruito le lotte di liberazione palestinesi nonostante quelle che sembrerebbero realtà vantaggiose dell’assetto post-coloniale. La versione israeliana del regime di apartheid si è evoluta come necessario effetto laterale dell’istituzione di uno stato ebraico esclusivista in uno stato non-ebraico. Tale progetto Sionista richiedeva che il popolo palestinese divenisse vittima dello spostamento colonialista operato nella sua stessa patria.  Israele ha imparato dall’esperienza sudafricana le tecniche di gerarchizzazione e repressione razziale, essendo anche conscio delle vulnerabilità degli oppressori a forme intense di nonviolenza che validavano la resistenza perseverante di quegli oppressi. Israele è ben deciso a non ripetere il crollo dell’apartheid sudafricano, e perciò gli è necessaria la sola repressione dei resistenti ma la demoralizzazione dei sostenitori.

Una realtà simile esisteva in Nord-Irlanda dove i ricordi delle colonie perse verso avversari più deboli pian piano insegnò al Regno Unito lezioni di accommodamento e compromesso, che indussero i leader di Londra a spostare il proprio punto focale dal controterrorismo alla diplomazia, con l’acme drammatico dell’Accordo del Venerdì Santo nel 1998. Israele non è il Regno Unito, e gli irlandesi non sono i palestinesi. Israele mostra nessuna disponibilità a concedere al popolo palestinese i diritti più elementari, tuttavia perfino Israele non vuole essere umiliato in modi che possono stimolare l’opinione pubblica a passare oltre la retorica della censura verso effettive sanzioni. Il Servizio Carcerario israeliano non vuole che scioperanti della fame muoiano in prigionia, non per empatia, ma per evitare cattiva pubblicità.  A tale scopo le autorità carcerarie israeliane faranno concessioni, arrivando perfino al rilascio, allorché uno scioperante della fame pare temibilmente vicino alla morte, e precedenti tentativi di alimentazione forzata sono falliti. Le prospettive palestinesi dipendono più che mai dal tentare e conseguire vittorie nell’ambito della politica simbolica, e Israele, con l’aiuto degli Stati Uniti, farà di tutto per nascondere questa sconfitta in questa che è la più lunga fra le guerre di legittimazione.

E’ su tale sfondo che sono emersi i contributi palestinese e irlandese nel sottolineare l’essenziale somiglianza di queste due epiche lotte anti-coloniali. Ciò che dà autorità e potere persuasive alle storie degli scioperanti della fame palestinesi e irlandesi è l’autenticità derivante dalle parole di questi uomini e donne coraggiosi che hanno scelto d’intraprendere scioperi della fame in situazioni di disperazione e hanno provato non solo il tormento che aguzza lo spirito ma la perdita di compagni caduti, martirizzati, delle famiglie affrante dal dolore, e il loro comune sforzo di impegnarsi nelle vaste lotte per i diritti e la libertà in corso fuori dalle mura delle loro prigioni.

Pur con le ampie differenze fra le loro rispettive lotte contro l’oppressione, le analogie della risposta hanno creato il più profondo dei legami, specialmente degli irlandesi verso i palestinesi con una realtà oppressiva più grave, legame che si è mostrato più durevole benché i sogni degli irlandesi restino ampiamente irrealizzati. Al tempo stesso, l’esempio d’ispirazione degli scioperanti della fame irlandesi che non abbandonarono la propria ricerca di giustizia elementare alle soglie della morte non è andato perduto dai palestinesi.

Richard Falk

Richard Falk è membro del TRANSCEND Network, studioso di relazioni internazionali, professore emerito di diritto internazionale all’Università di Princeton, Distinguished Research FellowOrfalea Center of Global Studies, UCSB, autore, coautore o editore di 60 libri e relatore e attivista per gli affari mondiali. Nel 2008, il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC) ha nominato Falk per due periodi di tre anni come relatore speciale delle Nazioni Unite sulla «situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967». Dal 2002 vive a Santa Barbara, in California, e si è associato con il campus locale dell’Università della California, e per diversi anni ha presieduto il Board of the Nuclear Age Peace Foundation. Il suo libro più recente è On Nuclear Weapons, Denuclearization, Demilitarization and Disarmament (2019)

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis




Palestinese detenuto da Israele interrompe lo sciopero della fame dopo 103 giorni

6 novembre 2020 – Al Jazeera

Maher ha iniziato lo sciopero della fame per protestare contro la sua detenzione di quattro mesi, che termina il 26 novembre ma potrebbe essere prolungata.

Un palestinese incarcerato a luglio da Israele perché presunto membro di un gruppo armato ha interrotto lo sciopero della fame dopo 103 giorni, ha affermato la moglie.

Maher al-Akhras, 49 anni, è stato arrestato nei pressi della città di Nablus, nella Cisgiordania occupata, e posto in detenzione amministrativa, una politica che Israele utilizza per incarcerare sospetti senza accuse.

Venerdì [6 novembre] sua moglie Taghrid ha detto all’agenzia di notizie AFP che Maher “dopo 103 giorni ha interrotto lo sciopero della fame.”

In una telefonata dall’ospedale di Rehovot, una città israeliana a sud di Tel Aviv in cui suo marito è in cura, ha detto di essere “contenta” per la decisione, ma ancora “preoccupata” date le sue gravissime condizioni di salute.

Non ci sono stati commenti immediati da parte delle autorità israeliane in merito a se hanno offerto qualche garanzia particolare a Maher, ricoverato in un ospedale israeliano per problemi di cuore e convulsioni, secondo sua moglie.

In precedenza, sempre venerdì, Taghrid ha detto che Maher stava per morire, con gravi spasmi ed emicrania.

L’agenzia israeliana per la sicurezza interna Shin Bet afferma che Maher è stato arrestato in seguito a informazioni secondo cui egli sarebbe un militante dell’organizzazione armata Jihad Islamica, un’accusa che la moglie smentisce.

Padre di sei figli, ha iniziato lo sciopero della fame per protestare contro il suo ordine di detenzione di quattro mesi, che finisce il 26 novembre, ma potrebbe essere prolungato.

Maher aveva giurato che avrebbe continuato a rifiutare cibo solido nonostante la decisione della Corte Suprema israeliana ad ottobre di non prolungare la sua detenzione oltre quella data.Ma, dopo aver ricevuto quella che essa ha definito “un forte impegno (da parte di Israele) di non rinnovare la sua detenzione amministrativa… Maher Al-Akhras ha deciso di porre fine allo sciopero della fame,” ha detto venerdì in un comunicato il Palestinian Prisoners Club [associazione indipendente di ex-detenuti palestinesi, ndtr.], che opera a favore dei prigionieri.

Passerà in cura nell’ospedale il periodo [di detenzione] fino al suo rilascio,” aggiunge il comunicato.

Cinque membri della Lista Araba Unita [coalizione di partiti arabo-israeliani, ndtr.] nel parlamento israeliano, che hanno visitato Maher in ospedale, hanno diffuso su Facebook l’annuncio della fine dello sciopero della fame.

Il primo ministro palestinese Mohammad Shtayyeh ha chiesto il suo immediato rilascio, mentre palestinesi e cittadini palestinesi di Israele hanno manifestato in suo favore.

Secondo l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, nell’agosto di quest’anno erano circa 355 i palestinesi, compresi due minorenni, detenuti per ordini di detenzione amministrativa.

Molti prigionieri palestinesi affermano di essere stati sottoposti a torture e violenze mentre erano in prigione. Negli ultimi anni ci sono state molte proteste, tra cui parecchi scioperi della fame, contro le pessime condizioni carcerarie.

Molti detenuti soffrono anche per la scarsa assistenza sanitaria nelle prigioni. I carcerati devono pagare per l’assistenza medica e non gli vengono fornite cure adeguate.

Al Jazeera ha in precedenza informato che molti hanno ricevuto antidolorifici come cure e come trattamento per malattie croniche.

Secondo Addameer, organizzazione che aiuta i prigionieri, da settembre 4.400 prigionieri politici palestinesi, tra cui 39 donne e 155 minorenni, sono stati incarcerati nelle prigioni israeliane.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Intervento urgente per liberare immediatamente il detenuto amministrativo in sciopero della fame Maher Al-Akhras in imminente pericolo di morte

7 ottobre 2020,  Addameer

 

Il signor Maher Al-Akhras, un detenuto amministrativo palestinese di 49 anni nelle carceri israeliane, è attualmente in imminente pericolo di morte all’ospedale di Kaplan in  seguito al crescente deterioramento ed alla gravità delle sue condizioni di salute dopo 73 giorni di sciopero della fame. Il signor Maher annunciò che avrebbe iniziato uno sciopero della fame il giorno del suo arresto, il 27 luglio 2020, nel tentativo di chiedere giustizia contro l’infame ordine di detenzione amministrativa di quattro mesi. Da allora, ha ingerito esclusivamente acqua, rifiutando integratori come vitamine o sali e qualsiasi altro liquido.

Il 23 settembre 2020, Ahlam Hadad, l’avvocato del signor Maher, ha presentato una petizione per revocare l’ordine di detenzione amministrativa e, in risposta, l’Alta corte israeliana ha deciso di “congelare” l’ordine contro il signor Maher. La corte ha spiegato che, al momento, tenendo presente lo stato di salute critico del signor Maher, non esiste una “minaccia alla sicurezza” o la possibilità di una minaccia futura.

La decisione di “congelare” il provvedimento di fermo amministrativo non lo annulla in alcun modo né elimina il rischio che venga rinnovato e neppure quello che venga completato successivamente con i mesi che mancano.

Indica semplicemente che il signor Maher non è attualmente detenuto e gli sono concessi i diritti di visita. Questo è un tentativo di interrompere lo sciopero della fame in corso del signor Maher e una tattica intimidatoria che mira a continuare a opprimere il detenuto negandogli ogni diritto di difendersi legittimamente e di cercare giustizia.

Successivamente, il 1 ° ottobre 2020, è stata presentata una seconda petizione contro l’ordine di detenzione amministrativa, tuttavia il tribunale ha respinto la petizione sulla base del fatto che al momento l’ordine è inattivo e quindi non può essere revocato. È evidente che l’intenzione del procuratore militare israeliano, insieme alle forze di intelligence israeliane (“Shabak”), è quella di mantenere il signor Maher sotto detenzione amministrativa. Nonostante la mancanza di prove chiare o lo svolgimento di indagini serie sulla credibilità delle accuse contro di lui. Data la tenacia della corte a non revocare l’ingiusto ordine di detenzione amministrativa del signor Maher e le intenzioni delle autorità di occupazione israeliane, il signor Maher si sta ancora sottoponendo allo sciopero della fame.

Dopo il suo arresto, il signor Maher è stato portato al centro di detenzione di Hawara e, quando ha annunciato il suo sciopero della fame, è stato trasferito nelle celle della prigione di Ofer fino a quando non è stato portato  nella prigione della clinica Ramla. Il 23 settembre 2020, poiché il signor Maher ha iniziato a perdere saltuariamente conoscenza e ha avuto altri problemi di salute, è stato trasferito all’ospedale di Kaplan. Va detto che questa non è la prima volta che Maher Al-Akhras è stato soggetto ad arresti da parte di Israele e a detenzione amministrativa. È stato arrestato per la prima volta nel 1989 per sette mesi e successivamente nel 2004 per altri due anni. Successivamente, è stato detenuto nel 2009 per 16 mesi in detenzione amministrativa e di nuovo nel 2018 per 11 mesi in detenzione amministrativa.

L’uso e la pratica sistematici e arbitrari della detenzione amministrativa da parte delle autorità di occupazione israeliane hanno richiamato  una diffusa condanna da parte di organizzazioni locali e internazionali che è stata considerata una  violazione dei diritti umani fondamentali. In particolare, il 13 maggio 2016 il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura (“UNCAT”) ha invitato il governo israeliano a “prendere le misure necessarie per porre fine alla pratica della detenzione amministrativa e garantire che a tutte le persone attualmente carcerate  in detenzione amministrativa abbiano garanzie legali di base. ”

Di conseguenza, il Consiglio delle organizzazioni palestinesi per i diritti umani conferma quanto detto sopra e chiede inoltre:

i. Ad Israele, in quanto potenza occupante, di rilasciare immediatamente il signor Maher Al-Akhras, che è attualmente in imminente pericolo di morte , di interrompere tutte le procedure e le intenzioni di mantenere il signor Maher in detenzione amministrativa e porre fine all’uso sistematico e arbitrario della detenzione amministrativa contro i palestinesi

ii. Alla comunità internazionale e a tutte le Alte Parti aderenti alla Quarta Convenzione di Ginevra ad adempiere ai loro obblighi nei confronti della protezione dei diritti umani e dell’applicazione del diritto internazionale umanitario, soprattutto quando vengono perpetrate gravi violazioni in tempi di conflitto e occupazione;

iii. L’ immediata intervento delle relative procedure speciali delle Nazioni Unite (“ONU”) che prevedono un Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nel territorio palestinese occupato dal 1967, il signor S. Michael Lynk; e il gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria.

 

Traduzione a cura di Associazione di Amicizia Italo-Palestinese.




Israele e il “trasferimento silenzioso” dei palestinesi fuori dalla Palestina

Ibrahim Husseini

27 settembre 2020 – Al Jazeera

Conferendo un precario status di residenza a Gerusalemme Est, Israele è riuscito a revocare e successivamente sradicare più di 14.200 palestinesi.

Gerusalemme Est occupata – Mentre un numero sempre maggiore di Paesi arabi normalizza le relazioni con Israele, si procede con una politica di “trasferimento silenzioso” – un intricato sistema che prende di mira i palestinesi nella Gerusalemme est occupata con revoca della residenza, espulsione attraverso la demolizione di case, ostacoli per ottenere licenze edilizie e tasse elevate.

Il ricercatore palestinese Manosur Manasra segnala che Israele ha iniziato questa politica ostile di trasferimento dei palestinesi da Gerusalemme est quasi immediatamente dopo la guerra del 1967 e la successiva occupazione della parte orientale della città.

Questa politica continua ancora oggi, con l’obiettivo di prendere il controllo di Gerusalemme Est.

L’espropriazione di terra per permettere l’insediamento di ebrei è avvenuta sin dal 1968 intorno a Gerusalemme est e nel cuore dei quartieri palestinesi quali i quartieri musulmani e cristiani della città vecchia e oltre, a Sheikh Jarrah, Silwan, Ras al-Amoud e Abu Tur.

Dopo la guerra del giugno 1967, Israele ha applicato la legge israeliana a Gerusalemme Est e ha concesso ai palestinesi uno status di “residente permanente”, che però è in realtà precario. B’tselem, il centro israeliano di informazione sui diritti umani nei territori palestinesi occupati, descrive questo status come “accordato a cittadini stranieri che desiderano risiedere in Israele” – senonché i palestinesi sono nativi del territorio.

I palestinesi di Gerusalemme est non hanno automaticamente diritto alla cittadinanza israeliana né l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) rilascia passaporti palestinesi. Di solito possono ottenere documenti di viaggio temporanei giordani e israeliani.

Assegnando ai palestinesi di Gerusalemme est un precario status di residenza, Israele è riuscito dal 1967 a revocare e successivamente sradicare da Gerusalemme est più di 14.200 palestinesi.

Queste misure sono unite ad una aggressiva pratica di demolizione di case. Le demolizioni di case in Cisgiordania non si sono fermate nonostante la pandemia di coronavirus.

Secondo le Nazioni Unite, il numero degli sfrattati è quasi quadruplicato da gennaio ad agosto 2020 e c’è stato un aumento del 55% delle strutture oggetto di demolizione o confisca rispetto all’anno precedente.

Il mese scorso a Gerusalemme Est sono stati demoliti 24 edifici, metà dei quali dagli stessi proprietari a seguito dell’emissione di un ordine di demolizione da parte del comune di Gerusalemme.

Lo status di “residenza permanente” si mantiene fino a che i palestinesi rimangono fisicamente in città. Tuttavia, in alcuni casi, le autorità israeliane decidono di ritirare lo status di residenza ai palestinesi di Gerusalemme est come provvedimento punitivo perché sono dissidenti politici. La persecuzione da parte di Israele degli attivisti palestinesi è tentacolare e non esclude alcuna fazione.

Il caso più recente è quello del 35enne Salah Hammouri, avvocato e attivista. Arye Deri, ministro degli Interni israeliano, afferma che Salah è membro del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP). Israele ha messo fuori legge il gruppo e vuole cacciarlo dal Paese.

In alcuni casi, le autorità israeliane annullano per rappresaglia i permessi di soggiorno dei coniugi di attivisti politici. Shadi Mtoor, un membro di Fatah a Gerusalemme Est, sta attualmente combattendo una causa nei tribunali israeliani per mantenere a Gerusalemme Est la residenza di sua moglie, originaria della Cisgiordania.

Nel 2010, Israele ha revocato la residenza a Gerusalemme di quattro alti membri di Hamas – tre dei quali sono stati eletti al parlamento palestinese nel 2006 e uno è stato ministro di gabinetto – perché rappresentano un pericolo per lo Stato. Tre ora vivono a Ramallah e uno è in detenzione amministrativa [cioè senza imputazione, ndtr.]. Il 26 ottobre è prevista un’udienza presso l’Alta Corte israeliana.

In alcuni casi, Israele non rilascia il documento di residenza a bambini il cui padre sia di Gerusalemme e la madre cisgiordana.

Il diritto internazionale condanna esplicitamente il trasferimento forzato di civili.

“In definitiva, la nostra decisione è di rimanere in questa città”, dice Hammouri.

All’inizio di settembre è stato convocato dalla polizia israeliana e informato dell’intenzione del Ministero degli Interni israeliano di revocare la sua residenza a Gerusalemme.

“Mi è stato detto che costituisco un pericolo per lo Stato e che appartengo al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina”, ha detto Hammouri.

Cittadino francese, Hammouri è nato a Gerusalemme da padre palestinese e madre francese. Nel 2017, la famiglia si è divisa quando Israele ha vietato a sua moglie, Elsa, anche lei di nazionalità francese e all’epoca incinta, di entrare nel Paese. Si disse che fosse a causa di un file segreto in possesso di Israele.

Hammouri si aspetta che, dopo la revoca formale della sua residenza, Israele lo espellerà verso la Francia. Il governo francese, in risposta, ha rilasciato una dichiarazione chiedendo a Israele di consentire ad Hammouri di continuare a risiedere a Gerusalemme.

E afferma: “Il signor Salah Hammouri deve poter condurre una vita normale a Gerusalemme, dove è nato e dove risiede”.

Il Ministero degli Esteri israeliano sostiene che Hammouri è “un agente operativo di alto livello” di un’organizzazione terroristica e continua a impegnarsi in “attività ostili” contro lo Stato di Israele.

È ora in corso in Francia una campagna di solidarietà che invoca il diritto di Hammouri di mantenere la sua residenza a Gerusalemme, e i diplomatici francesi a Gerusalemme stanno attualmente negoziando con i funzionari israeliani per convincerli a revocare la decisione. Hammouri intende ricorrere in tribunale contro la revoca della sua residenza.

Hammouri ha trascorso in tempi diversi più di otto anni nelle carceri israeliane. Nel 2011, dopo una condanna a sette anni di reclusione, è stato liberato grazie ad un accordo per lo scambio di prigionieri tra Hamas e Israele (noto come accordo Shalit [dal nome di un soldato israeliano rimasto per 5 anni prigioniero a Gaza e scambiato con più di 1.000 detenuti palestinesi, ndtr.]).

Sahar Francis, direttore della Prisoner Support and Human Rights Association [Associazione per il Sostegno e i Diritti Umani dei Prigionieri, ndtr.] nota come Addameer, ha detto ad Al Jazeera: “Secondo il diritto internazionale la revoca della residenza è illegale “.

Lo Stato di occupazione non ha il diritto di togliere la residenza alle persone, protette ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra. Si chiama trasferimento forzato, e il trasferimento forzato è proibito”, ha detto Francis.

Il FPLP si è inizialmente opposto agli accordi di Oslo del 1993, ma poi è arrivato ad accettare la soluzione dei due Stati. Tuttavia nel 2010 ha invitato l’OLP a porre fine ai negoziati con Israele e ha affermato che è possibile solo la soluzione di uno Stato unico per palestinesi ed ebrei.

“Vedo un orizzonte molto buio”, dice Khaled Abu Arafeh, 59 anni, ex Ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese.

“Israele farà fruttare i recenti sviluppi locali e regionali della normalizzazione e il risultato sarà l’espulsione degli abitanti della Cisgiordania e la riformulazione dello status dei palestinesi del 1948”, aggiunge.

Abu Arafeh è stato Ministro per le Questioni di Gerusalemme tra marzo 2006 e marzo 2007 nel governo di Ismail Haniyeh, formato dopo che Hamas ha ottenuto la maggioranza dei seggi alle elezioni parlamentari del 2006.

Due mesi dopo la formazione del governo palestinese, la polizia israeliana ha notificato a tre membri del Consiglio Legislativo Palestinese (PLC) e al ministro del governo Abu Arafeh, tutti di Gerusalemme, che avevano 30 giorni per lasciare il loro incarico o il loro status di residenti sarebbe stato revocato.

La minaccia della polizia israeliana è stata respinta e i quattro sono ricorsi in tribunale per contestare l’ultimatum del ministero dell’Interno.

Il 29 giugno 2006, la polizia israeliana ha condotto un’ampia campagna di arresti che ha preso di mira 45 membri neoeletti del PLC e 10 ministri del governo. I membri del PLC di Gerusalemme Muhammad Abu Teir, Muhammad Totah, Ahmad Atoun e Abu Arafeh erano tra gli arrestati. Israele li ha accusati di appartenere alla lista “Riforma e Cambiamento”, affiliata al movimento islamico Hamas.

Abu Arafeh è stato condannato a 27 mesi di prigione ed è stato rilasciato nel settembre 2008. Abu Teir e Totah sono stati condannati a pene più lunghe e sono stati rilasciati solo a maggio 2010.

Il 1 giugno 2010, la polizia israeliana ha di nuovo convocato i quattro. Questa volta è stato ordinato loro di consegnare i loro documenti di identità di Gerusalemme e gli è stato concesso un mese per lasciare Israele.

Proprio quando il termine stava per scadere, la polizia israeliana ha arrestato Abu Teir.

Abu Arafeh, Atoun e Totah, presentendo un imminente arresto, si sono rifugiati nell’edificio del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) a Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est. La loro permanenza è durata 19 mesi, e vivevano in una tenda all’interno dei locali. La polizia israeliana ha infine preso d’assalto l’edificio e arrestato i tre uomini.

Sono stati accusati di appartenere a un “gruppo terroristico” e di ricoprire ruoli importanti nel movimento di Hamas, nonché di istigazione contro lo Stato di Israele. Sono stati condannati a due anni di carcere. Dopo il loro rilascio, si sono stabiliti a Ramallah.

“Lontano da al-Quds [Gerusalemme per i musulmani, ndtr.], mi sento tagliato fuori, assolutamente un estraneo”, ha lamentato Abu Arafeh.

La famiglia di Abu Arafeh continua a risiedere a Gerusalemme est. “Vivo a Ramallah e loro vivono ad al-Quds”, ha detto Abu Arafeh ad Al Jazeera. “Mi vengono a trovare ogni fine settimana e poi tornano a casa.”

Atoun è attualmente in detenzione amministrativa, la sua quarta dal 2014.

Nel 2018, l’Alta Corte israeliana ha stabilito che la decisione del Ministero degli Interni di revocare lo status di residente era illegale in quanto non c’erano leggi a sostegno. Tuttavia, ha dato al ministro degli Interni sei mesi per presentare una legge alla Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.]. La Knesset ha approvato una legge che consente la revoca della residenza a individui ritenuti non fedeli allo Stato di Israele.

Fino ad oggi i quattro palestinesi non hanno documenti d’identità che permettano loro di attraversare i posti di blocco israeliani all’interno della Cisgiordania. L’unico documento che hanno potuto ottenere è stata la patente di guida dall’Autorità Nazionale Palestinese, ma solo dopo l’approvazione da parte dell’esercito israeliano.

Poiché non hanno documenti d’identità, raramente si avventurano fuori Ramallah per paura di essere fermati e arrestati a un posto di blocco israeliano.

I quattro si sono appellati alle leggi dell’Alta Corte e hanno chiesto a Israele di fornire loro una residenza alternativa che consenta loro di vivere legalmente in Cisgiordania. Per il 26 ottobre è prevista un’udienza in tribunale, ma Abu Arafeh non si aspetta una sentenza.

Non ci aspettiamo una decisione; l’autorità di occupazione sta usando il tempo contro di noi”, ha detto.

Una donna palestinese ventiquattrenne, che ha chiesto di essere identificata come JA, è nata nella città di Betlemme in Cisgiordania. Suo padre è di Gerusalemme Est e possiede un documento di identità di Gerusalemme. Ma sua madre è di Betlemme e possiede una carta d’identità rilasciata dall’Autorità Nazionale Palestinese.

Il Ministero degli Interni israeliano ha respinto tutte le domande di rilascio di una carta d’identità a JA perché è nata in Cisgiordania. Peraltro, l’ANP non le ha rilasciato una carta d’identità perché suo padre ha un documento d’identità di Gerusalemme.

Quindi attualmente JA non ha alcun documento. Questa situazione le ha causato infiniti problemi nell’iscrizione a scuola, nella ricerca di un impiego, nell’apertura di un conto in banca e in altre necessità ordinarie. Non ha mai viaggiato.

JA sta ora intentando una causa contro il Ministero degli Interni israeliano nel tentativo di ottenere una residenza legale.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’eminente astrofisico palestinese Imad Barghouthi condannato alla detenzione amministrativa da Israele

Scientists for Palestine  

8 settembre 2020 – Mondoweiss

” Ai sensi della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani il ripetuto arresto di uno degli scienziati più attivi e importanti della Palestina è un attacco diretto ai diritti dei palestinesi “, afferma George Smith, premio Nobel per la chimica. “La violazione del diritto alla scienza in qualunque luogo è un attacco agli scienziati ovunque”.

Nota redazionale: la seguente dichiarazione è stata rilasciata il 4 settembre 2020 da Scientists for Palestine [organizzazione internazionale che promuove la scienza e l’integrazione dei palestinesi nella comunità scientifica internazionale, ndtr.]. Mondoweiss pubblica occasionalmente comunicati stampa e dichiarazioni di organizzazioni nel tentativo di attirare l’attenzione su questioni trascurate

Il 2 settembre il dottor Imad Barghouthi, professore di fisica presso l’Università Al-Quds in Palestina, è stato condannato a detenzione amministrativa fino al 15 novembre per ordine di un comandante militare israeliano in Cisgiordania, ordine che è arrivato appena poche ore prima del suo rilascio su cauzione.

Il prof. Barghouthi è stato arrestato una prima volta il 16 luglio a un check-point israeliano, poi trattenuto senza accuse per oltre due settimane e infine accusato per la sua attività su Facebook. Dopo che migliaia di studiosi in tutto il mondo hanno chiesto che il prof. Barghouthi venisse liberato dalla prigione, il suo avvocato ha richiesto con successo il rilascio su cauzione, che è stato concesso il 2 settembre dal giudice incaricato della sua causa. Dopo di che, contraddicendo la decisione del giudice, è stato emesso un ordine militare israeliano che conferma a tempo indeterminato la detenzione illegale del prof. Barghouthi.

La famiglia e i figli sentono la sua mancanza e sono in ansia per il suo rilascio. Il prolungamento della sua prigionia, col ricorso illegale alla detenzione amministrativa per impedire il rilascio su cauzione, “ […] viola i diritti dei miei studenti, la mia ricerca e le mie attività scientifiche”, scrive lo stesso prof. Barghouthi in una lettera dal carcere diffusa dall’organizzazione internazionale Scientists for Palestine.

“Il ripetuto arresto di uno degli scienziati più attivi e importanti della Palestina è un attacco diretto al diritto dei palestinesi alla scienza, tutelato dall’articolo 27 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, di cui Israele è firmatario, così come dall’articolo 15 della Convenzione internazionale ONU sui diritti economicisociali e culturali“, afferma George Smith, Premio Nobel per la Chimica nel 2018. “La violazione del diritto alla scienza in qualsiasi luogo è un attacco agli scienziati ovunque”.

Non è la prima volta che le forze militari israeliane arrestano il professor Barghouti, uno dei più eminenti scienziati palestinesi. Nel 2014 era stato sottoposto a detenzione amministrativa per due mesi e nel 2016 è stato nuovamente detenuto per sei mesi. In entrambi i casi il suo arresto ha scatenato una forte condanna da parte della comunità scientifica internazionale. E l’arresto del Prof. Barghouthi non è un evento isolato, ma fa parte di un modello più ampio di disturbo e repressione della cultura e della società civile palestinesi.

“In qualità di membro interessato della comunità scientifica internazionale, condanno con la massima fermezza la detenzione arbitraria e illegale del professor Imad Barghouthi”, ha dichiarato Franz Ulm, professore di ingegneria civile e ambientale al MIT. “Si tratta di un attacco insensato al prof. Barghouthi e alla sua famiglia, così come ai suoi studenti e alla comunità scientifica di tutto il mondo”.

La detenzione amministrativa, una procedura impiegata dalle autorità israeliane per incarcerare a tempo indeterminato senza processo e senza accuse e usata regolarmente contro i palestinesi, è stata condannata dalle Nazioni Unite ed è in aperta violazione dell’articolo 14 della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici. “È davvero spaventoso che le autorità israeliane possano perseguitare in modo così arbitrario un illustre collega palestinese, utilizzando pratiche riconosciute come illegali a livello internazionale. È necessaria una forte risposta da parte della comunità scientifica internazionale!” ha detto Mario Martone, fisico teorico e portavoce di Scientists for Palestine.

Per reagire alla detenzione del prof. Imad Barghouthi, Scientists for Palestine ha lanciato una petizione sostenuta da studiosi tra cui il linguista Noam Chomsky, il premio Nobel George Smith, il Field Medalist [Medaglia Field, premio assegnato ogni 4 anni al miglior matematico con meno di 40 anni, ndtr.] David Mumford e molti altri, invitando le persone a chiedere un trattamento giusto per il prof. Barghouthi firmando la petizione a questo link: https://actionnetwork.org/petitions/demand-an-end-to-the-harassment-of-palestinian-scientists-and-academics-and-an-immediate-release-of-prof -imad-barghouthi /

(traduzione dallinglese di Luciana Galliano)




Israele deve scarcerare i minori palestinesi, afferma l’ONU

Tamara Nassar

12 maggio 2020 – Electronic Intifada

Dirigenti delle Nazioni Unite chiedono a Israele di scarcerare immediatamente tutti i minori palestinesi.

Persino in piena pandemia da nuovo coronavirus Israele ha imprigionato altri minori palestinesi.

A fine marzo erano rinchiusi nelle carceri israeliane circa 194 minori palestinesi. Attualmente sono più di 180.

Questo numero è superiore alla media mensile di minori detenuti nel 2019,” hanno affermato funzionari dell’ONU.

La gran maggioranza di questi minori non è stata incriminata per alcun reato, ma viene trattenuta in carcerazione preventiva.”

A causa della pandemia i processi a cui Israele assoggetta i palestinesi, compresi i minori, negli illegittimi tribunali militari sono stati sospesi.

La dichiarazione è firmata dal coordinatore umanitario dell’ONU Jamie McGoldrick, dalla rappresentante speciale dell’UNICEF in Palestina Geneviève Boutin e da James Heenan, capo dell’Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza.

A rendere ancor più critica la situazione, Israele ha vietato quasi tutte le visite ai detenuti. Ciò significa che i minori non possono vedere i propri familiari o i propri avvocati, aggravando la loro sofferenza psicologica e negando loro consulenza legale.

I minori detenuti sono soggetti ad un rischio maggiore di contrarre il COVID-19, in quanto il distanziamento fisico e le altre misure di prevenzione sono spesso assenti o difficili da attuare”, hanno detto i funzionari dell’ONU.

Il modo migliore per garantire i diritti dei minori detenuti in presenza di una pericolosa pandemia, in qualunque Paese, è scarcerarli e stabilire una moratoria su nuovi ingressi in strutture detentive.”

Sostegno da una deputata

Israele detiene il discutibile primato di essere l’unico Paese al mondo che sottopone sistematicamente i minori – e solo quelli palestinesi – a tribunali militari.

Negli ultimi anni parlamentari USA hanno presentato una proposta di legge allo scopo di limitare tali abusi.

La deputata Betty McCollum ha proposto il disegno di legge HR 2407, che impedirebbe agli USA di finanziare enti militari israeliani che risultino coinvolti in soprusi verso minori palestinesi.

Sostengo la richiesta dell’UNICEF ad Israele di scarcerare tutti i minori palestinesi presenti nelle sue prigioni militari”, ha dichiarato McCollum lunedì.

La pandemia COVID-19 e i soprusi inflitti a questi minori giustificano il loro immediato rilascio.”

Attualmente la proposta di legge McCollum ha 23 firmatari.

Ignorare le richieste

La richiesta dell’ONU fa eco a quelle avanzate dalle associazioni per i diritti umani fin dall’inizio della pandemia.

Sia ‘Defense for Children International Palestine’ che l’associazione per i diritti dei prigionieri Addameer hanno chiesto ad Israele di scarcerare i minori palestinesi.

Israele ha ignorato queste richieste.

In aprile ha arrestato altri 18 minori.

In base alle statistiche stilate da Addameer, attualmente nelle carceri israeliane si trovano circa 4.700 palestinesi, 400 dei quali sono sottoposti alla cosiddetta detenzione amministrativa – senza imputazione né processo.

Molti dopo l’arresto sono posti da Israele in quarantena obbligatoria.

Alla fine di marzo Israele ha rilasciato un prigioniero palestinese dal carcere militare di Ofer e il giorno seguente è risultato positivo al test del nuovo coronavirus.

È da notare che Nour al-Deen Sarsour era stato nella sezione 14 del carcere, dove era detenuto insieme a decine di altri prigionieri, il che rende probabile che molti siano stati esposti al contagio.

Le forze di occupazione israeliane tengono rinchiusi i minori palestinesi nella vicina sezione 13.

Israele ha inoltre continuato a punire i detenuti palestinesi ponendone alcuni in isolamento e vietando ad altri di parlare con i propri familiari.

Ha ignorato i reiterati avvertimenti da parte di organizzazioni internazionali per i diritti umani secondo cui le autorità devono ridurre in modo significativo l’intera popolazione carceraria per contrastare la pandemia.

Ora più che mai i governi dovrebbero rilasciare tutte le persone detenute senza una sufficiente motivazione giuridica, inclusi i prigionieri politici ed altre persone incarcerate solo per aver espresso opinioni critiche o di dissenso,” ha dichiarato in marzo Michelle Bachelet, attuale alta commissaria dell’ONU per i diritti umani.

In aprile un prigioniero palestinese è morto in un carcere israeliano.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’apartheid al tempo del coronavirus

Yoav Haifawi

13 aprile 2020 – Mondoweiss

Devo dissentire dal dottor Azmi Bishara. Cercando di difendere l’ultima disastrosa risposta degli Stati capitalisti dell’Occidente alla pandemia, egli sostiene su “Arab 48” [app di notizie in arabo, ndtr.] che i governi non dovrebbero essere giudicati in base alla loro condotta durante le emergenze. Trovo che sia proprio il contrario. In molti casi abbiamo visto che in tempi normali un Paese se la può benissimo cavare senza un governo in carica. Ma una gravissima crisi mette brutalmente in evidenza molte cose sulla natura di ogni regime proprio nel momento in cui abbiamo disperatamente bisogno di un buon governo che ci protegga, e tutti ne stiamo prendendo atto.

L’“Economist” [noto settimanale di economia pubblicato a Londra, ndtr.] informa che negli Stati Uniti l’EPP (Equipaggiamento Protettivo Personale), salvavita importato dal governo (attraverso la FEMA [ente federale per la gestione delle emergenze]) è affidato a distributori privati perché ci guadagnino a spese della vita delle équipe mediche in prima linea. Abbiamo visto tutti i Paesi ricchi interrompere l’esportazione di prodotti sanitari essenziali e offrire più degli altri per accaparrarsi qualunque cosa sul mercato. Quando l’Italia era nel momento peggiore della crisi, la Germania ha vietato l’esportazione di forniture mediche, ma quando la Cina ha mandato l’equipaggiamento salvavita necessario i dirigenti dell’UE hanno messo in guardia che la Cina lo stava facendo “per fini propagandistici”.

Leggere le notizie locali sul coronavirus in Israele è una storia ancora diversa. Il regime israeliano di apartheid sta dimostrando di essere assurdamente anormale persino nel più abnorme dei momenti. Qui ci sono alcuni esempi strazianti su com’è l’apartheid ai tempi del coronavirus.

Pronti a morire come Sansone

Ci sono molte notizie su come ogni Stato e ogni istituzione sanitaria oggi stia cercando ogni opportunità per comprare EPP. La Turchia è uno dei principali produttori mondiali e uno dei pochi ancora disposti a venderli, nonostante l’epidemia sia in peggioramento sul fronte interno. Bloomberg [rete televisiva di notizie economiche, ndtr.] ha riferito che la Turchia stava fornendo equipaggiamento di protezione personale a Israele, compresi maschere chirurgiche, camici e guanti sterilizzati.

Giovedì 9 aprile tre aerei israeliani dovevano prelevare le forniture mediche da un aeroporto militare turco. Ma poi pare che la Turchia abbia chiesto che in cambio Israele consentisse il passaggio di pari quantità di aiuti turchi contro il coronavirus ai palestinesi.

Sia secondo “Times of Israel” [quotidiano israeliano in rete, ndtr.] che “Arab 48” pare che venerdì 10 aprile Israele abbia rifiutato di arrendersi al “terrorismo” turco e l’equipaggiamento non è stato fornito. Come disse l’eroico “Sansone”: “Che muoia io con i tutti i palestinesi…”

Poi ieri, 12 aprile, “Haaretz” [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndtr.] ha informato in merito a nuovi negoziati tra Israele ed Hamas relativi a uno scambio di prigionieri. Hamas ha affermato di essere pronto ad arrivare a un compromesso rispetto alle sue precedenti condizioni per proteggere prigionieri palestinesi anziani e malati dal pericolo di soccombere al coronavirus in prigione. Ciò che è significativo per il nostro discorso è che, secondo “Haaretz”, i palestinesi intendono che parte dell’accordo sia che Israele fornisca alla Striscia di Gaza, tuttora assediata, un numero non specificato di ventilatori per curare i pazienti di coronavirus. Ciò che è ancora più significativo è che, secondo lo stesso articolo, fonti israeliane hanno negato (a parte ogni dettaglio riportato riguardo al previsto accordo) che potessero essere consegnati ventilatori a Gaza!

Il Mossad ruba EPP?

Molto tempo fa Yeshayahu Leibowitz [eminente intellettuale e religioso israeliano, ndtr.] ammonì che Israele sarebbe diventato uno “Stato dello Shabak” – in riferimento all’onnipotente “servizio della sicurezza generale” (GSS, Shabak [noto anche come Shin Bet, ndtr.]). Un articolo su Maariv [giornale israeliano di centro destra, ndtr.] del 27 luglio 2019 stimava che lo Shabak e il Mossad (il suo gemello, responsabile delle operazioni fuori dai confini nazionali) impieghino ognuno circa 7.000 persone e abbiano un bilancio che supera il miliardo di dollari. Mentre gli investimenti di Israele per la salute sono bassi rispetto ad altri Paesi dell’OCSE, esistono questi due mostri e si è deciso di utilizzarli per lottare contro la pandemia.

Iniziamo con il Mossad. Gli è stato affidato il compito di acquistare equipaggiamento sanitario. Secondo “the Marker” [quotidiano economico in lingua ebraica legato ad Haaretz, ndtr.] avrebbe chiesto una somma di 7 miliardi di shekel [1,8 miliardi di euro], ma per iniziare gliene sono stati dati 2,5 [640 milioni di euro]. Tuttavia non ha competenze professionali in campo medico, né esperienza particolare o infrastrutture tali da operare acquisti su larga scala e gestire procedure di importazione.

Il Mossas si è subito vantato di aver importato 100.000 test virologici da una fonte non specificata, solo per essere redarguito da un funzionario del ministero della Sanità che ha affermato che quelli non erano i test di cui c’era bisogno. Dopo che la critica è stata resa pubblica il funzionario si è affrettato a chiedere scusa, e il Mossad ha promesso di ricontrollare ciò che serve e di continuare la ricerca.

Il 6 aprile “Haaretz” ha riferito che il ministro della “Difesa” di Israele, Naftali Bennett, non ha negato, e di fatto ha implicitamente riconosciuto, che il Mossad ha rubato equipaggiamento medico da altri Paesi. Quando durante un’intervista alla radio militare gli è stato chiesto se il Mossad avesse rubato equipaggiamento sanitario relativo alla pandemia di coronavirus, Bennett ha risposto: “Non risponderò a questa domanda. Stiamo tutti operando in modo aggressivo e astuto.” (È stato riportato in inglese su Middle East Eye).

Non sorprende che il Mossad, specializzato in assassinii, spionaggio e ogni sorta di attività clandestine, faccia ricorso a metodi illegali nel suo nuovo ruolo. Ma ci si potrebbe aspettare che Bennett, che dovrebbe essere un uomo d’affari rispettabile, sia almeno sufficientemente astuto da negarlo. Tuttavia potrebbe avere una buona ragione per far credere all’opinione pubblica israeliana che il Mossad stia rubando per lei. Sulla stampa israeliana alcuni commentatori hanno affermato che dare miliardi di shekel a organismi segreti come il Mossad significa che non c’è alcun controllo su come i soldi vengano spesi. Ora, quando ci fossero delle domande in merito, Bennett potrebbe sussurrare “Shh…” e ammiccare: “Non vuoi mica svelare segreti di Stato.”

Inoltre Israele è abituato ad essere al di sopra delle leggi internazionali per tutti i suoi crimini di guerra, quindi perché dovrebbe temere di rubare equipaggiamento sanitario in giro per il mondo?

Sul ricevitore dello Shabak

Sul fronte interno, allo Shabak è stato assegnato il compito di identificare i percorsi delle persone infettate dal coronavirus e di informare quelli che sono stati in contatto perché si mettano in auto-isolamento. Per la prima volta è diventato di dominio pubblico che lo Shabak può tracciare (ora lo sta facendo in modo ufficiale) l’ubicazione di ogni persona, almeno finché la gente va in giro con il proprio cellulare.

Per i palestinesi, sia in Cisgiordania che all’interno della Linea Verde [cioè in Israele, ndtr.], i continui controlli da parte dello Shabak non sono una novità. Persino ad Haifa, il luogo più pacifico sotto l’apartheid israeliana, qualunque giovane palestinese può essere invitato senza alcuna ragione a “colloqui” indiscreti da parte di ufficiali dello Shabak. Per gli attivisti politici il governatore militare (sì, ci sono governatori militari da entrambi i lati della Linea Verde) può emanare un ordine di detenzione amministrativa in base a “prove” segrete dello Shabak, in modo che al detenuto o al suo avvocato non sia consentito neppure sapere di cosa sia accusato. Funzionari dello Shabak compaiono nei tribunali sotto falso nome e alla difesa non è permesso neppure vederne il volto. Le loro parole in tribunale sono considerate indiscutibili.

Appena lo Shabak ha iniziato a prendere di mira israeliani ebrei, certo senza mandarli in prigione ma solo in auto-isolamento, improvvisamente la stampa si è riempita di articoli sui suoi errori.

Una donna aveva fatto in modo che il marito, tornato dall’estero, stesse in auto-isolamento nella loro casa, mentre lei sarebbe rimasta con i genitori per poter continuare il suo lavoro. Ma dopo essere passata per strada nei pressi della sua casa per salutare il marito che era sul balcone a distanza di sicurezza, è stata messa anche lei in auto-isolamento. Un’altra donna ha preparato una torta per un vicino in isolamento e gliel’ha lasciata vicino alla porta chiusa. Anche lei è caduta nella rete dello Shabak. Altri si sono lamentati di non riuscire a capire perché gli sia stato detto di isolarsi, in quanto non gli è stato detto con chi e quando si sarebbero incontrati.

Persone la cui vita è stata improvvisamente sconvolta senza ragione hanno chiamato il ministero della Sanità e gli è stato risposto che non ne sapevano niente, è competenza dello Shabak. Gli hanno detto che “lo Shabak non sbaglia mai.”

Alcuni hanno tentato di chiamare direttamente lo Shabak ed hanno scoperto che non c’è modo di raggiungere il servizio segreto né di presentare ricorso contro le sue decisioni.

Un caso riportato in dettaglio è quello di un medico che aveva qualche sintomo e gli è stata fatta l’analisi del coronavirus. Il test è risultato negativo (nessun virus), ma a quanto pare è stato inserito un risultato sbagliato nel sistema. Subito tramite un messaggino sul telefono è stato ordinato ai suoi parenti, vicini e colleghi di auto-isolarsi. Persino lui, con rapporti con il sistema sanitario e con il certificato di test negativo in suo possesso, ha avuto molte difficoltà a convincere le autorità a riconsiderare la decisione. Solo dopo che i media hanno messo in evidenza l’assurdità della situazione il ministero della Sanità ha ammesso l’errore.

Ciò farà sì che ogni giudice israeliano ci pensi due volte prima di basarsi sulle “prove” segrete dello Shabak per mandare in galera un palestinese? C’è da dubitarne.

La polizia aggredisce abitanti palestinesi di Giaffa

Per le normali forze di polizia israeliane la dichiarazione del blocco totale del Paese è stata un’ulteriore opportunità per maltrattare i palestinesi. Non posso qui riportare le tante violenze in Cisgiordania, dove aggressioni generalizzate contro i palestinesi da parte di coloni e soldati sono già state riportate qui il 6 aprile. Quello che è meno noto è il grave attacco avvenuto l’1 e il 2 aprile contro i palestinesi di Giaffa, una città araba che è stata annessa a Tel Aviv ed ora è sottoposta a pesanti pressioni per “ebraicizzarla/ gentrizzarla”.

La popolazione araba di Giaffa è per lo più povera e marginalizzata, e i rapporti con la polizia erano tesi anche prima della pandemia. Quando è stato decretato il blocco totale, la polizia di Tel Aviv ha avuto l’opportunità di fare una dimostrazione di forza a Giaffa come non è mai stato fatto in nessun altro quartiere. Ha provocato due giorni di estesi scontri che sono continuati fino a notte inoltrata.

Non ho potuto andare a Giaffa, ma ho parlato per telefono con un attivista del posto ed ho sentito il racconto di prima mano su come tutto è accaduto. Il primo giorno, durante quella che avrebbe dovuto essere la messa in pratica del blocco, la polizia ha iniziato ad arrestare giovani del posto. Per quanto ho sentito, ciò che ha provocato di più gli abitanti è stato il fatto che la stessa polizia non abbia dimostrato alcuna intenzione di seguire le istruzioni contro l’infezione. Si spostavano in gruppi compatti, senza mascherine e colpivano la gente a mani nude. Una donna che ha cercato di proteggere suo figlio è stata gettata a terra, la sua testa ha battuto sull’asfalto ed ha iniziato a sanguinare. Le persone in tutto il quartiere scoppiavano di rabbia, non più disposte a sopportare.

Il secondo pomeriggio alcuni attivisti hanno iniziato una veglia silenziosa contro la violenza della polizia, cercando di mantenere il distanziamento sociale stabilito, rimanendo lontani. Benché l’ordine di chiusura totale consenta specificamente le manifestazioni, la polizia ha chiesto che i dimostranti si disperdessero e subito li ha attaccati. Poi la strada è stata chiusa e gli scontri sono ripresi.

Il terzo giorno è stata la stessa dirigenza locale palestinese che ha fatto di tutto per convincere gli attivisti e la popolazione in generale a rimanere in casa. Il pericolo di infezione era troppo grande, e la violenza della polizia e le proteste contro di essa contineranno probabilmente molto dopo la pandemia.

* * *

L’apartheid ha avvelenato le nostre vite per molti anni. È ancora più pericolosa in questi tempi difficili.

Yoav Haifawi è un attivista antisionista.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




In mezzo alla pandemia aumentano del 78% le aggressioni dei coloni

Tamara Nassar

11 aprile 2020 electronicintifada

In piena pandemia di COVID-19 nella Cisgiordania occupata si registra un forte aumento della violenza dei coloni israeliani contro i palestinesi.

Anche dopo che il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha chiesto un cessate il fuoco globale per ostacolare la diffusione della pandemia, Israele ha ucciso due palestinesi, incluso un bambino, e incrementato gli attacchi.

Israele ha continuato i suoi “raid militari in Cisgiordania, condotto arresti diffusi e detenzioni amministrative, ha permesso gravi accessi di violenza da parte dei coloni e ha continuato la sua draconiana chiusura della Striscia di Gaza”, ha affermato l’organizzazione per i diritti palestinesi Al Haq.

Nelle ultime due settimane di marzo, il numero di aggressioni dei coloni contro i palestinesi è stato del 78% superiore al solito, secondo il gruppo di monitoraggio dell’ONU OCHA.

Durante questo periodo, “almeno 16 assalti di coloni israeliani hanno ferito cinque palestinesi e causato gravi danni materiali”, ha riferito l’OCHA.

Anche se Mohammad Shtayyeh, primo ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese, ha ordinato un isolamento di due settimane a tutti i residenti palestinesi in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, la sua decisione non ha avuto alcun impatto sui circa 800.000 israeliani che vivono negli insediamenti illegali.

Quei coloni condividono strade, negozi di alimentari e distributori di benzina con i palestinesi, sottoponendoli spesso a molestie verbali, aggressioni fisiche e danni materiali.

Le forze israeliane “non sono intervenute per prevenire i comportamenti illeciti, fornendo invece sostegno e protezione ai coloni, garantendo che tali individui non venissero chiamati a rispondere dei loro atti e consolidando l’attuale regime di impunità”, ha affermato Al Haq.

I coloni godono di un’impunità pressoché totale per le violenze che commettono contro i palestinesi, il che li incoraggia ad aumentare le aggressioni.

Oggetto di continui assalti, i palestinesi si stanno sforzando di prendere tutte le precauzioni sanitarie contro la pandemia di coronavirus. In effetti, i coloni stanno sfruttando l’isolamento per aumentare le loro violenze con poche resistenze da parte dei residenti palestinesi.

Assalto a un cimitero

Giovedì i coloni israeliani hanno vandalizzato le lapidi del cimitero palestinese nel villaggio di Burqa in Cisgiordania.

Ghassan Daghlas, che controlla le attività dei coloni nella Cisgiordania settentrionale, ha riferito all’agenzia di stampa palestinese WAFA che i coloni sono entrati nel villaggio attraverso l’adiacente e già evacuato insediamento israeliano di Homesh.

Homesh è stata liberata dai suoi residenti israeliani nel 2005 come parte del presunto “disimpegno” israeliano a Gaza e in diversi villaggi della Cisgiordania. La terra, che apparteneva al villaggio di Burqa, fu dichiarata zona militare e chiusa negli anni ’70.

Il mese scorso i coloni hanno picchiato e lanciato pietre contro un contadino che lavorava la propria terra nella zona di Homesh.

“Uno di loro aveva in mano una pistola”, ha detto ad Al Haq Ali Mustafa Mohammad Zubi, 55 anni.

“Ogni volta che provavo ad alzarmi e correre via mi buttavano a terra, mi picchiavano e mi aggredivano verbalmente.”

Colpito con un’ascia

Inoltre, un palestinese è stato ricoverato in ospedale dopo che i coloni israeliani lo hanno assalito con un’ascia il 24 marzo nel villaggio cisgiordano di Umm Safa, a ovest di Ramallah.

Un colono stava entrando con una mandria di 50 mucche in un uliveto a ovest del villaggio.

Otto residenti del villaggio, accompagnati dal vice capo del consiglio locale, Naji Tanatrah, sono andati a chiedergli di lasciare il villaggio. Mentre stava per ritirarsi, cinque coloni armati sono arrivati su due veicoli con asce e almeno un fucile e hanno preso ad aggredire Tanatrah, riferisce B’Tselem.

Un colono ha colpito Tanatrah alla testa con l’ascia, facendolo cadere a terra sanguinante. I coloni hanno continuato a picchiare il 45enne che giaceva sanguinante a terra.

Alcuni abitanti sono riusciti a recuperare Tanatrah e spostarlo in un ospedale di Ramallah, dove è stato operato e gli è stata diagnosticata una frattura al cranio.

“Ho trascorso cinque giorni in ospedale e me ne sono andato appena ho potuto, temendo di contrarre il coronavirus” avrebbe detto Tanatrah, come riferisce il quotidiano israeliano Haaretz.

Il giorno successivo, decine di coloni hanno tentato di entrare nel villaggio di Einabus, sempre nella zona di Nablus.

Contemporaneamente i coloni attaccavano un pastore nel villaggio di al-Tuwani, nelle colline a sud di Hebron. Il 27 marzo sei coloni, alcuni armati, hanno attaccato il pastore mentre stava pascolando il suo gregge, riferisce B’Tselem. Uno dei cani dei coloni lo ha morso al braccio e all’addome; è stato portato in una clinica medica dove l’hanno vaccinato contro la rabbia.

Il giorno seguente i coloni hanno lanciato pietre contro tre abitanti che tornavano ad al-Tuwani.

Altri abitanti del villaggio sono arrivati per aiutarli finché sono giunti i militari israeliani e hanno lanciato candelotti di gas lacrimogeno contro gli abitanti del villaggio.

Le forze israeliane hanno arrestato tre abitanti del villaggio, rilasciandone due su cauzione.

(Traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)