Nella giornata internazionale della donna 43 donne palestinesi languono nelle carceri israeliane

8 marzo 2020 Palestine Chronicle

Secondo una dichiarazione rilasciata dall’Associazione per i Prigionieri Palestinesi (PPC) per rimarcare la Giornata Internazionale della Donna, attualmente 43 donne palestinesi languono nelle carceri israeliane.

Shorouq Dwayyat, di Gerusalemme est, e Shatila Abu Ayyad, del villaggio arabo di Kafr Qassim, che si trova all’interno di Israele, sono state condannate alla pena più lunga tra le donne prigioniere: entrambe scontano 16 anni di carcere.

Tra le prigioniere ci sono 16 madri. Una di loro è Israa Jaabis, di 34 anni, arrestata ad ottobre 2015 dopo che una bombola di gas difettosa all’interno della sua macchina è scoppiata a 500 metri da un checkpoint israeliano nella Cisgiordania occupata.

Jaabis è rimasta gravemente ferita nello scoppio, con il 65% del corpo ustionato. Le forze di occupazione israeliane accusano la donna, che ha un figlio di dieci anni, di attentato ai danni di soldati israeliani ad un checkpoint vicino al luogo dell’esplosione.

Quattro donne prigioniere sono in detenzione amministrativa [detenzione senza capi d’accusa e senza processo, di sei mesi rinnovabili indefinitamente, illegale per il diritto internazionale, ndtr.], compresa la femminista, avvocata e deputata palestinese Khalida Jarrar, che è stata riarrestata lo scorso ottobre, solo pochi mesi dopo il suo rilascio.

La donna prigioniera da più tempo in carcere è Amal Taqatqa di Betlemme. È stata arrestata il 1 dicembre 2014 e sta scontando una pena di 7 anni.

Nella sua dichiarazione, il PCC ha affermato che dal 1967 Israele ha arrestato 16.000 donne palestinesi, aggiungendo che spesso esse sono sottoposte a torture.

“La lotta dei prigionieri palestinesi simbolizza la lotta di tutti i palestinesi”, ha scritto il giornalista e redattore di ‘Palestine Chronicle’ Ramzy Baroud.

“La loro carcerazione è una cruda rappresentazione della reclusione collettiva del popolo palestinese – di coloro che vivono sotto occupazione e apartheid in Cisgiordania e di coloro che si trovano sotto occupazione e assedio a Gaza”, ha aggiunto Baroud.

 

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 




Decenni dopo l’uccisione in California di un attivista palestinese americano, due sospettati del suo omicidio vivono tranquillamente in Israele

David Sheen

6 febbraio 2020 –The Intercept

Alex Odeh nacque nel 1944 nella Palestina del Mandato britannico da una famiglia del villaggio cisgiordano di Jifna, nei pressi di Ramallah, solo quattro anni prima della fondazione di Israele. Nel 1972 emigrò negli Stati Uniti, dove divenne portavoce della comunità araba americana, contestando l’immagine negativa di mediorientali e musulmani, che all’epoca era un luogo comune almeno quanto lo è oggi.

Odeh, direttore per la California meridionale dell’Arab-American Anti-Discrimination Committee [Comitato contro la Discriminazione degli Arabi Americani], o ADC, era noto per i suoi tentativi di creare ponti tra ebrei e arabi, ma il suo slancio era duramente osteggiato dai nazionalisti della comunità ebraica, che lo vedevano come una nascente minaccia.

Quando iniziò a sfidare il consenso a favore di Israele negli USA, organizzando manifestazioni contro l’invasione del Libano da parte di Israele nel 1982, l’ADC divenne un bersaglio per la destra ebraica. Nel 1984 membri dell’ADC ricevettero in continuazione telefonate minatorie da parte di una o più persone che si presentavano come leader della Jewish Defense League [Lega per la Difesa Ebraica], un movimento antiarabo guidato dal rabbino Meir Kahane. L’anno successivo, dopo che l’ADC pubblicò sul Washington Post annunci con cui tentava di convincere elettori e politici americani che Israele non avrebbe più dovuto ricevere le assegnazioni annuali di milioni di dollari in aiuti statunitensi all’estero, iniziarono aggressioni fisiche.

L’11 ottobre 1985 Odeh avrebbe dovuto parlare alla congregazione B’nai Tzedek, una sinagoga riformata [corrente progressista dell’ebraismo, nata in Germania nel XIX secolo, ndtr.]. Tuttavia quella mattina, quando entrò nell’ufficio dell’ADC a Santa Ana, in California, scoppiò una bomba. Morì in sala operatoria due ore dopo. Fu il secondo attacco dinamitardo contro l’ADC in soli due mesi.

Ore dopo l’uccisione di Odeh, l’omicidio venne giustificato dalla Jewish Defense League: “Non piango per il signor Odeh,” disse Irv Rubin, allora presidente nazionale della JDL. “Ha semplicemente avuto quello che meritava.”

Non venne effettuato alcun arresto. Nell’aprile 1994, quando Odeh avrebbe festeggiato il suo cinquantesimo compleanno, la città di Santa Ana gli eresse una statua per commemorare la sua vita e il suo lavoro. Due anni dopo la statua venne sfigurata e pochi mesi dopo fu di nuovo profanata da vandali che la cosparsero di secchiate di pittura rosso sangue.

Lo stesso anno l’FBI offrì una ricompensa di 1 milione di dollari per informazioni che portassero all’arresto e alla condanna degli assassini di Odeh. Finora non è stato rivendicato.

Sottrarsi alla giustizia

Baruch Ben-Yosef, che ha 60 anni, vive in una colonia per soli ebrei a sud di Betlemme. Ha fatto l’avvocato come membro dell’ordine degli avvocati israeliano per un quarto di secolo, sommando in quarant’anni comparizioni a due cifre di fronte alla Corte Suprema israeliana – come cliente, avvocato, querelante e difensore. In quel tempo ha anche presentato una denuncia contro molti primi ministri israeliani, compreso quello in carica, Benjamin Netanyahu.

Dopo aver terminato la scuola superiore nel Bronx ed essere emigrato subito in Israele, Ben-Yosef fu tra i primi ebrei a colonizzare i territori palestinesi che Israele occupò nel giugno 1967. Mesi dopo il suo arrivo, Ben-Yosef si arruolò nelle forze armate israeliane, prestando servizio nell’ormai disciolta unità commando Sayeret Shaked [unità delle forze speciali che dipendeva dal comando Sud dell’esercito israeliano, ndtr.], e continuò a far parte nella riserva fin oltre i trent’anni. Tuttavia, dopo che nel 1993 Israele firmò gli accordi di Oslo con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Ben-Yosef rifiutò di presentarsi per il servizio militare nella riserva.

Ben-Yosef è anche uno dei padri fondatori dell’attuale movimento israeliano ‘dominionista’ per il Tempio, che intende sostituire la Cupola della Roccia di Gerusalemme – uno storico santuario venerato dai musulmani e tra gli edifici più belli del Paese – con un tempio ebraico.

Negli Stati Uniti, dove Ben-Yosef è cresciuto ed è tornato a vivere all’inizio degli anni ’80, ha fatto parte della Jewish Defense League, il gruppo razzista e violento fondato da Kahane. Ben-Yosef è stato attivo nel movimento di Kahane anche in Israele, per cui è stato uno dei pochissimi cittadini ebrei sottoposti dallo Stato israeliano a detenzione amministrativa, una misura draconiana che praticamente viene applicata quasi unicamente ai palestinesi. Per aver progettato di far saltare in aria la Cupola della Roccia nel 1980 è stato in prigione per sei mesi con lo stesso Kahane. Ben-Yosef è stato incarcerato per altri sei mesi nel 1994, insieme agli altri dirigenti del movimento ultranazionalista Kach, un partito politico fondato da Kahane, dopo che il governo israeliano ha messo fuorilegge l’adesione a gruppi kahanisti.

Un altro membro della Jewish Defense League è stato Keith Israel Fuchs, cresciuto a Brooklyn, New York, prima di spostarsi a Santa Monica, California. Dopo le scuole superiori Fuchs è emigrato nella colonia di Kiryat Arba in Cisgiordania, dove il rabbino Kahane e i suoi seguaci avevano creato una comunità all’interno di un’altra comunità.

Nel febbraio 1983, durante la festa ebraica di Purim, Fuchs sparò con un Kalashnikov contro un’auto palestinese in transito sulla strada fuori da Kiryat Arba. Il New York Times scrisse che Fuchs venne arrestato per “aver sparato contro un’automobile araba che lo aveva bagnato passando in una pozzanghera.”

Un rapporto della vice procuratrice generale israeliana Yehudit Karp pubblicato l’anno precedente evidenziò che i coloni ebrei avevano pepetrato a lungo e senza conseguenze violenze contro i palestinesi del posto, ma gli attacchi compiuti da Fuchs e da altri coloni quella stessa settimana preoccuparono importanti dirigenti israeliani perché avevano comportato l’uso di armi da fuoco.

In seguito a ciò il nuovo ministro della Difesa Moshe Arens ordinò la demolizione del nuovo quartiere kahanista, e Fuchs venne condannato a 39 mesi di carcere, che secondo una notizia giornalistica era fino a quel momento “la più lunga condanna di sempre per un vigilante ebreo.” La sua carcerazione venne alla fine ridotta a 22 mesi, a condizione che passasse fuori da Israele il tempo rimanente della sua pena originaria.

Come previsto dalla sua libertà vigilata, nel dicembre 1984 Fuchs tornò negli Stati Uniti. Vi rimase fino al settembre 1986, più o meno un anno dopo l’assassinio di Odeh.

Circa 35 anni dopo né lui né Ben-Yosef sono stati imputati per il delitto che almeno tre ufficiali di polizia sospettano essi abbiano commesso negli Stati Uniti: l’assassinio di Alex Odeh.

Doppia identità

Ben-Yosef era nato negli Stati Uniti come Andy Green, e venne a lungo ricercato dall’FBI per essere interrogato riguardo all’uccisione di Odeh.

Secondo tre ufficiali di polizia in pensione che si occuparono del caso e sono stati intervistati da The Intercept, e da allora anche da molti altri servizi giornalistici, Ben-Yosef e Fuchs (che in Israele è noto con il suo nome ebraico, Israel) furono identificati come sospetti subito dopo l’assassinio di Odeh. Gli ufficiali di polizia – della polizia locale, due dei quali hanno prestato servizio nell’unità operativa speciale congiunta contro il terrorismo dell’FBI – hanno parlato a The Intercept in forma anonima perché l’inchiesta rimane aperta.

È un caso aperto. Abbiamo parecchi casi di omicidio aperti e cose del genere. Ma questo era frustrante perché avevamo nomi di sospetti,” ha detto a The Intercept un ufficiale di polizia in pensione che lavorò al caso di Odeh per più di un decennio, citando Ben-Yosef come sospetto, insieme ad altri due seguaci di Kahane: Keith Israel Fuchs e Robert Manning. “Sappiamo chi lo ha fatto. Sappiamo dove vivono. Sappiamo perché l’hanno fatto e come.”

Nei decenni seguiti all’uccisione di Odeh, sono emerse molte prove di dominio pubblico che Andy Green, nato negli Stati Uniti, è la stessa persona del cittadino israeliano Baruch Ben-Yosef. Quattro giornali israeliani che hanno informato sulla sua incarcerazione nel 1980 hanno fatto riferimento a lui come a Baruch Green Ben-Yosef. Viene citato con entrambi i nomi nei documenti del 1994 della Knesset e del Senato USA. Un articolo del “Wall Street Journal” pubblicato il 18 maggio 1994 e inserito nella documentazione del Volume 140, numero 62 del Congresso, include un rapporto sulle attività del movimento del Tempio di Keith Fuchs e di “Baruch Ben-Yosef, nato Andy Green.” Il Wall Street Journal racconta anche che Fuchs era stato “indagato ma mai imputato dal Federal Bureau of Investigation [FBI] in rapporto con una serie di attentati dinamitardi negli USA, compresa la morte di un attivista arabo statunitense e di un sospetto criminale di guerra nazista.” Negli articoli americani e israeliani sugli stessi avvenimenti, come il suo arresto del 1983 in Israele e l’assassinio di Odeh, Fuchs è stato identificato come Keith Fuchs, Israel “Keith” Fuchs, Yisrael Fuchs e Israel Fox.

Nel gennaio 1993 il Jerusalem Post [giornale israeliano di destra, ndtr.] scrisse che venticinque anni fa, durante un incontro di sostenitori delle colonie, lo stesso Ben-Yosef ammise si essere ricercato dall’FBI in relazione con l’assassinio di Alex Odeh. Secondo il Post, Ben-Yosef disse che l’FBI aveva scorrettamente dato la caccia a Manning per l’uccisione nel 1985 di Odeh e di un presunto criminale di guerra nazista, e Ben-Yosef sostenne l’innocenza di Manning. L’articolo prosegue: “Ben-Yosef affermò di essere anche lui ricercato dall’FBI” riguardo a quegli omicidi e di essere stato “maltrattato” negli USA da un agente dell’FBI. Il Post notò anche che Ben Yosef era “noto negli USA come Andy Green.”

Secondo un articolo della “Jewish Telegraphic Agency” [agenzia di stampa USA che si rivolge ai mezzi di comunicazione ebraici nel mondo, ndtr.] pubblicato lo stesso anno, Ben-Yosef riconobbe pubblicamente di essere ricercato dalla polizia USA, benché le sue affermazioni non facessero esplicito riferimento all’uccisione di Odeh.

Ben Yosef, direttore esecutivo della yeshiva [scuola religiosa, ndtr.] Monte del Tempio e figura centrale nell’organizzazione “Kach”, ha ammesso di essere ricercato dall’FBI negli Stati Uniti per il suo coinvolgimento nella milizia “Jewish Defense League” negli anni ’70 e ’80,” informò la JTA nel 1993, dopo che Ben-Yosef e Fuchs vennero arrestati in Israele con il sospetto di aver progettato attacchi contro palestinesi.

Ben-Yosef/Green, Fuchs e Manning nel 1988 vennero identificati come sospettati per l’omicidio di Odeh dal giornalista Robert Friedman, che scriveva per il “Village Voice” [storico settimanale newyorkese di tendenza progressista, ndtr.] e per il “Los Angeles Times” nel 1990. Un ritratto approfondito di Ben-Yosef pubblicato dal “Jerusalem Post” [quarto quotidiano più venduto negli USA, ndtr.] nel 1994 ribadì le accuse contro di lui.

Secondo l’articolo di Friedman sul Los Angeles Times, L’FBI identificò Fuchs, Ben-Yosef/Green e Manning come i principali sospettati nell’uccisione di Odeh prima ancora che le rovine contorte degli uffici dell’ADC venissero portate via. “I nomi di Fuchs, Green e Manning vennero citati come gli attentatori mentre eravamo ancora davanti dall’edificio fatto esplodere con la dinamite,” disse un ufficiale della polizia californiana al L.A. Times nel 1990.

Manning venne estradato negli Stati Uniti nel 1994 per un altro omicidio, non in rapporto diretto con attività di estrema destra o con le politiche di potere ebraiche e attualmente sta scontando un ergastolo per quel crimine in un penitenziario federale dell’Arizona. Fuchs invece ha mantenuto un profilo basso negli ultimi 25 anni, ma The Intercept ha accertato che vive in una piccola colonia a sud di Betlemme, continuando a partecipare a incontri politici privati dell’estrema destra israeliana. La strada in cui vive è l’unica del Paese che prende il nome dal villaggio di Jifna, in cui nacque e visse Alex Odeh.

Si ritiene che i responsabili siano scappati in Israele”

Nel 1986 Ben-Yosef e Fuchs lasciarono gli Stati Uniti per andare in Israele e l’anno seguente il ministero della Giustizia [USA] chiese al governo israeliano di aiutarlo nell’inchiesta sull’uccisione di Odeh. Venti anni dopo la morte di Odeh, il ministero della Giustizia continua a cercare indizi. Nel 2006 l’allora procuratore generale USA Alberto Gonzales si recò a Tel Aviv e chiese alla sua controparte israeliana, l’allora ministro della Giustizia Haim Ramon, di aiutarlo in questo caso.

Si ritiene che i responsabili siano scappati in Israele. Una richiesta di assistenza legale reciproca” – una procedura che consente uno scambio di informazioni nel corso di un’inchiesta penale – “è stata presentata al GOI (governo di Israele), e la mancanza di risposta rimane una questione che preoccupa l’FBI,” sottolineò un telegramma diplomatico due giorni dopo l’incontro del 28 giugno.

Il telegramma, pubblicato da WikiLeaks nel 2011, nota che Ramon si impegnò “ad occuparsi del caso di Alex Odeh.” Ramon diede le dimissioni dal suo incarico circa due mesi dopo il suo incontro con Gonzales e non è chiaro cosa sia successo poi con l’inchiesta in Israele. In una recente intervista, Ramon ha detto a The Interceptor di non ricordare niente riguardo al caso di Odeh. “È una delle questioni in cui non fui molto coinvolto,” ha affermato, “e non posso rispondere, non so cosa sia successo con questo caso.” Gonzales si è rifiutato di fare dichiarazioni.

Anche le stesse affermazioni di Ben-Yosef in video caricati su YouTube da un attivista kahanista negli ultimi anni indicano che egli è Andy Green. Il racconto di Ben-Yosef del suo arresto corrispondono al racconto di Robert Friedman dello stesso incidente, attribuita ad Andy Green nella biografia su Kahane “The False Prophet” [Il falso profeta] scritta da Friedman.

Un portavoce del dipartimento di polizia di Santa Ana ha detto a The Intercept che la documentazione del dipartimento sul caso ancora aperto è stata trasferita all’FBI, che è l’ente che se ne occupa. L’FBI non risponde alle richieste di commentare la situazione dell’indagine sull’uccisione di Odeh. Alla richiesta di commentare i risultati dell’inchiesta di The Intercept, Ben-Yosef ha dichiarato: “Nego categoricamente ogni rapporto con gli argomenti citati nella sua lettera,” e non ha risposto ad altre domande. Interpellato per telefono per commentare, Fuchs ha detto a The Intercept che non rilascia interviste. In seguito ha confermato di aver ricevuto una richiesta dettagliata inviata con WhatsApp, ma non ha risposto alle domande.

Nonostante la consistente documentazione apparsa nella stampa israeliana, uno degli apparati di intelligence più avanzati del mondo ha consentito a Ben-Yosef e a Fuchs di rimanere a piede libero, sfuggendo alle autorità USA.

La nostra politica è di collaborare totalmente con gli assassini”

Negli anni immediatamente successivi alla morte di Odeh, i continui appelli del governo USA alle forze dell’ordine israeliane perché contribuissero a risolvere il caso sono stati vani. Secondo un articolo pubblicato quell’anno dal Washington Post, nel 1987 l’allora vicedirettore dell’FBI Floyd Clarke inviò una memoria interna all’allora vicedirettore esecutivo dell’ufficio Oliver Revell, lamentando il fatto che i suoi ripetuti tentativi di conoscere cosa Israele sapesse dei sospetti attentatori non fossero approdati a nulla.

Attraverso l’FBIHQ [quartier generale dell’FBI, ndtr.] sono stati trasmessi al Servizio Segreto israeliano (ISIS) a Washington DC numerosi indizi,” scrisse Clark a Revell nella sua memoria, stralci della quale vennero pubblicati sul Village Voice. “La sezione terrorismo ha avuto numerosi incontri con rappresentanti (israeliani) a Washington, durante i quali sono state sollevate le nostre preoccupazioni relative alla loro gestione delle nostre richieste. Benché queste discussioni a volte abbiano sortito un provvisorio “fervore” di attività da parte loro, non si è concretizzato nessun miglioramento sostanziale nel flusso di informazioni.”

Durante una visita di stato ufficiale a Washington D.C., dieci anni dopo, a Netanyahu venne fatta una domanda diretta riguardo al caso di Odeh. Durante un incontro del 21 gennaio 1998 al National Press Club [sede dell’associazione dei giornalisti USA, ndtr.] Netanyahu – allora al suo primo mandato come capo del governo israeliano – affermò che Israele non aveva ricevuto nessuna richiesta ufficiale da parte delle autorità USA per indagare sull’argomento.

Non sono al corrente di richieste di estradizione riguardanti l’uccisione di Alex Odeh. Sono sicuro che, se mi fossero state presentate, le avrei prese in considerazione,” disse Netanyahu. Inquadrando la sua risposta nei termini di una richiesta di estradizione, Netanyahu equiparò scorrettamente la partecipazione a un’indagine condividendo informazioni alla consegna di sospetti agli Stati Uniti per un processo, una cosa che i poliziotti probabilmente non avevano abbastanza prove per fare.

A quanto pare Keith Fuchs e Andy Green sono ancora a Kiryat Arba,” replicò Sam Husseini di ADC, in riferimento alla colonia cisgiordana, covo delle attività dei kahanisti, della zona di Hebron. “E ci è stato detto– dato che siamo l’organizzazione coinvolta –che il ministero della Giustizia non ha affatto ricevuto una piena collaborazione da parte del governo israeliano a questo proposito.”

Con quello che potrebbe essere una sorta di lapsus freudiano, Netanyahu stranamente disse ad Husseini: “Le assicuro che la nostra politica è di collaborare totalmente con gli assassini.”

Il primo ministro israeliano si corresse subito facendo assicurazioni di prammatica che i funzionari di polizia israeliani avrebbero preso in carico il caso senza alcun pregiudizio antipalestinese.

Nelle settimane immediatamente precedenti l’apparizione di Netanyahu al National Press Club, Baruch Ben-Yosef era comparso parecchie volte di fronte alla Corte Suprema di Israele. Ancora una volta nel novembre 1998, dieci mesi dopo la conferenza stampa di Netanyahu a Washington, Ben-Yosef rappresentò la spia [israeliana] Jonathan Pollard incarcerata negli USA in un’azione legale davanti alla Corte Suprema contro lo stesso Netanyahu, allora ancora primo ministro.

Essendo uno dei più reazionari militanti ebrei di Israele, le attività di Ben-Yosef su entrambe le coste dell’Atlantico erano probabilmente ben note ai capi dello Shin Bet e del Mossad, i servizi di sicurezza israeliani interno ed estero, che informavano entrambi direttamente Netanyahu.

Anche due dei parlamentari compagni di partito di Netanyahu nel Likud dell’epoca, Limor Livnat e Uzi Landau – allora rispettivamente ministro delle Comunicazioni e capo della commissione Affari Esteri e Difesa – avrebbero dovuto essere al corrente della doppia identità di Ben-Yosef e di dove egli si trovasse. Durante un dibattito alla Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] il 26 aprile 1994 sulla detenzione amministrativa applicata contro Ben-Yosef, così come contro il resto della dirigenza kahanista, l’allora ministro degli Interni di Israele Moshe Shahal disse a Livnat e a Landau che la misura era di fatto già stata presa nei confronti di Ben-Yosef più di un decennio prima. Disse che era stato fatto da un governo guidato dal loro stesso partito, il Likud: “Nel 1980, contro il rabbino Kahane, contro il rabbino Baruch Ben Yosef Green.”

L’ufficio di Netanyahu non ha risposto ad una richiesta di commento.

Colono all’avanguardia, militante antiarabo e avvocato di estrema destra

Negli ultimi anni Fuchs, che lavora come guardia di sicurezza nelle colonie, è stato coinvolto in tentativi di creare leggi di destra. Nel 2013, insieme a parecchi affiliati a Komemiut, un gruppo di estrema destra legato agli insegnamenti di Meir Kahane, ha co-fondato l’influente Ong Meshilut, il Movimento per il Governo e la Democrazia. Meshilut ha stilato varie leggi che sono state presentate da deputati del governo israeliano. Nel 2015 Fuchs, insieme al direttore e al consulente giuridico di Meshilut, ha partecipato a un incontro della Commissione Interni del parlamento israeliano.

Meshilut sostiene di voler riformare la burocrazia del Paese e renderla più sensibile ai desideri dei cittadini israeliani. Tuttavia i critici chiedono se Meshilut, come lo stesso Kahane e il gruppo Komemiut a cui è stata affiliata metà dei fondatori di Meshilut, stia cercando di indebolire il potere giudiziario israeliano, in modo che il suo regime prevalentemente laico possa essere trasformato in rigidamente religioso.

Nel frattempo Ben-Yosef lavora ancora per rimpiazzare il santuario religioso musulmano al centro della Città Vecchia con uno ebraico, ma ora lo fa come avvocato-attivista.

Fin da quando si è laureato in legge all’università Bar Ilan all’inizio degli anni ’90, Ben-Yosef ha rappresentato se stesso e altri seguaci di Kahane nei tribunali israeliani, difendendoli da varie accuse penali e portando in giudizio lo Stato per rivendicare i diritti degli ebrei sulla Spianata delle Moschee, compreso il diritto di sacrificarvi animali.

Noto agli ebrei come il Monte del Tempio, il sito nel lontano passato era sede di templi ebrei, l’ultimo dei quali venne distrutto dall’esercito romano circa 2.000 anni fa. Seicento anno dopo nello stesso posto venne costruito il Qubbat al-Sakhrah con la cupola d’oro, o Cupola della Roccia, e pochi anni dopo venne aggiunta la vicina moschea di Al-Aqsa, il terzo luogo più sacro per i musulmani. I due edifici e il complesso di Al-Aqsa, circa 14 ettari, che li contiene sono un potente simbolo del nazionalismo palestinese.

Ben-Yosef ha lavorato nel gruppo di difesa legale di altri seguaci di Meir Kahane nati negli Stati Uniti, che pianificarono attacchi armati sulla Spianata delle Moschee: Yoel Lerner e Alan Goodman. Nel 1975, nel 1978 e nel 1982 i piani di Yoel Lerner per far esplodere la Cupola della Roccia vennero bloccati in tempo dalla polizia israeliana. Ma in seguito, nel 1982, Alan Goodman cercò di farsi largo nel luogo sacro e di farvi irruzione con la sua mitragliatrice dell’esercito israeliano. La sua furia lasciò due palestinesi uccisi e 11 feriti. (Ben-Yosef difese Goodman nel tentativo riuscito di ridurre la sua condanna riguardo a queste uccisioni. Difese Lerner in un caso non correlato).

Lerner venne condannato a due anni e mezzo di carcere per il suo tentato attacco del 1982, e Goodman venne condannato all’ergastolo, ma la sua condanna venne in seguito commutata in 15 anni di prigione.

In conferenze caricate negli ultimi anni su un canale kahanista di Youtube prima che venisse chiuso a dicembre, Ben-Yosef ha continuato a chiedere che una manifestazione di massa di ebrei prenda il controllo del Monte del Tempio, cacci i musulmani e demolisca le loro moschee.

Parlando a seguaci di Meir Kahane nel 2015, nel venticinquesimo anniversario dell’uccisione di Kahane, Ben-Yosef tenne una conferenza presso la yeshiva dell’Idea Ebraica, il seminario fondato da Kahane a Gerusalemme: “Tutta la questione si riduce a una sola cosa, che si chiama Monte del Tempio, HAR HABAYIT. L’AM HA’HAMOR, la Nazione di asini che vi si trova, capisce che è entrata in ebollizione,” ha detto Ben-Yosef del popolo palestinese. “Quindi tutto quello che il governo, la polizia e chiunque altro stanno cercando di fare è di calmare la cosa, non è quello che vogliamo. Qui non vogliamo niente che calmi la situazione! Proprio il contrario!”

In un’altra conferenza di Ben-Yosef postata su YouTube, approfondisce lo stesso tema: “Come dimostriamo la nostra fede in Hashem (dio)? Come santifichiamo il suo nome e dimostriamo la nostra fede? B’GERUSH HA’ARAVIM – espellendo gli arabi – e TIHUR HAR HABAYIT – purificando il Monte del Tempio! Eliminando le moschee dal Monte del Tempio! Se credete veramente in Hashem, questo è quello che dovete fare!”

Oggi Ben-Yosef continua ad esercitare come avvocato, lavorando in un ufficio nel centro di Gerusalemme e fa regolarmente pellegrinaggio all’Haram al-Sharif, o Monte del Tempio, il centro dei suoi obiettivi politici e religiosi.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“Arrestati in qualsiasi momento”: studenti palestinesi nel mirino di Israele

Qassam Muaddi a Ramallah, Cisgiordania occupata

9 gennaio 2020 – Middle East Eye

La recente impennata nelle detenzioni di studenti universitari palestinesi ha riportato alla ribalta un problema di vecchia data

Per la maggior parte degli studenti, voti, esami e coinvolgimento sociale sono le maggiori preoccupazioni della vita universitaria.

Non così per Hadi Tarshah. A 24 anni, il giovane palestinese ha trascorso il semestre scorso in una prigione israeliana, e la sua preoccupazione principale è l’udienza in tribunale a marzo.

Analogamente, Mays Abu Ghosh, a un solo semestre dalla laurea, si sta riprendendo dalle brutali torture subite durante la detenzione israeliana. E un suo compagno di studi, Azmi Nafaa, ha lottato tre anni per ottenere il diploma da dietro le sbarre.

Negli ultimi mesi del 2019, l’occupazione israeliana ha lanciato una delle più aggressive campagne di arresto degli ultimi anni contro gli studenti palestinesi.

Le statistiche dell’organizzazione per i diritti dei prigionieri palestinesi Addameer dicono che circa 250 studenti universitari palestinesi sono attualmente incarcerati in Israele. Secondo la Campagna per il Diritto all’Educazione della Birzeit University, le forze israeliane hanno detenuto per quattro mesi 30 studenti solamente di quella importante istituzione palestinese.

Dal 2015, quando è nata una violenta ondata di proteste nei territori palestinesi occupati, Israele ha aumentato le politiche repressive contro i palestinesi.

Tuttavia i giovani palestinesi hanno riferito a Middle East Eye che il recente aumento è solo la continuazione di una più vasta politica di repressione israeliana, che criminalizza gli studenti palestinesi che si sono organizzati sin dall’inizio dell’occupazione.

Spezzare il morale

Abdel Munim Masoud, studente di economia di 23 anni, ricorda l’ultima volta che ha visto il suo amico Tarshah in ottobre.

” La sera prima stavamo parlando e ridendo insieme”, ha detto a MEE. “La mattina dopo, ho ricevuto un messaggio sul mio cellulare che diceva che gli occupanti avevano arrestato Hadi all’alba.”

Tarshah ha preso parte al movimento studentesco della Birzeit University da quando vi ha iniziato gli studi. Ad aprile, ha partecipato al dibattito annuale per le elezioni del consiglio studentesco, diventando un protagonista nel movimento studentesco.

“Ci aspettavamo che prima o poi sarebbe stato arrestato”, ha detto Layan Kayed, 25 anni, studente di sociologia e amico di Tarshah. “Ma siamo rimasti sorpresi perché il suo arresto è arrivato in un momento in cui gli arresti erano cessati.”

Il padre di Tarshah ha detto a MEE che le forze israeliane hanno fatto irruzione nella casa di famiglia alle 5 del mattino.

“Sono entrati nel palazzo in cui viviamo, sfondando cinque porte prima di entrare brutalmente nel nostro appartamento, con i fucili puntati”, ha detto l’uomo. “Hanno preso Hadi dal suo letto e non gli hanno dato il tempo di vestirsi e nemmeno di mettersi le scarpe. Lo hanno messo su una jeep militare e se ne sono andati.

Ci sono voluti due giorni per la famiglia di Tarshah per scoprire dove si trovasse e sapere che era stato interrogato in un centro di detenzione israeliano noto come il quartiere russo, a Gerusalemme.

“L’occupazione cerca di spezzare il morale dei giovani palestinesi, in particolare di quelli che stanno studiando all’università, al fine di spingerli a lasciare il loro Paese – specialmente quelli che sono politicamente consapevoli e attivi”, ha aggiunto il padre di Tarshah. “Ma Hadi è molto più forte e molto più consapevole”.

Tarshah ha già perso un intero semestre di lezioni, che dovrà recuperare – ma deve anche affrontare la reale possibilità di altre detenzioni, che potrebbero bloccare ulteriormente la sua istruzione.

“Socialmente, è difficile vedere tutti i tuoi amici laurearsi mentre tu resti indietro”, ha spiegato Masoud.

“Alcuni studenti potrebbero avere dei problemi a tornare allo stesso livello di attivismo dopo il rilascio, perché non vogliono perdere un altro semestre” aggiunge Kayed. “Ma ciò non significa che non verranno nuovamente arrestati. Una volta che sei stato arrestato, ti può succedere ancora in qualsiasi momento.”

Non c’è un posto sicuro”

L’arresto più drammatico è avvenuto nel marzo del 2018, quando le forze israeliane in incognito – note anche come mustarabin perché mascherate da palestinesi – sono entrate nel campus di Birzeit per rapire il presidente del consiglio studentesco Omar Kiswani.

“All’inizio ho pensato che fosse una rissa”, ha detto Masoud, che ha assistito al fatto. “Poi hanno estratto le armi e ho capito che erano soldati israeliani, non studenti.”

“La nostra prima reazione è stata quella di precipitarci verso tutti gli ingressi del campus e bloccarli per impedire l’ingresso di altri soldati”, ha detto un compagno testimone oculare, Hazem Aweidat. “Alla fine hanno raggiunto l’ingresso principale, minacciando gli studenti con le armi, sono saliti su un’auto e se ne sono andati con Omar.”

L’arresto di Kiswani in pieno giorno ha attirato molta attenzione sul caso da parte dei media, e Aweidat ha sottolineato che i campus universitari sono da tempo esposti ai raid delle forze di sicurezza israeliane.

“Il campus non è diverso dalle nostre case”, ha detto. “Quando fanno irruzione, proviamo rabbia, ma considerarla un’aberrazione vorrebbe dire dimenticare che ci troviamo in un Paese occupato, dove nessun posto è sicuro.”

La minaccia per gli studenti va oltre le incursioni di soldati in incognito. L’Università Al-Quds nella città di Abu Dis, in Cisgiordania vicino a Gerusalemme, ha subito numerose incursioni delle forze armate israeliane nel campus apertamente in pieno giorno.

Secondo il centro legale dell’università, solo nell’ultimo semestre 25 studenti sono stati arrestati da Israele.

La posizione del campus vicino al muro di separazione israeliano lo rende più esposto alle incursioni, ha detto a MEE un ex membro del consiglio studentesco dell’Università Al Quds, Mohammad Abu Shbak.

“Quando gli studenti manifestano per l’arresto di un compagno, in genere marciano verso il muro”, ha spiegato. “I soldati israeliani allora reprimono la manifestazione, fanno irruzione nel campus sfondando porte e sparando gas lacrimogeni e proiettili rivestiti di gomma”.

Secondo Abu Shbak, entra in gioco un altro fattore: “L’occupazione prende di mira questa università perché è l’unica palestinese nella regione di Gerusalemme. Non vogliono attività studentesche palestinesi in giro per Gerusalemme “.

Abu Shbak ricorda la prima incursione a cui ha assistito:

“Ero nell’ufficio del consiglio studentesco quando ho sentito l’odore di gas lacrimogeni e gente correre presa dal panico. Ci siamo divisi in gruppi; alcuni sono andati a bloccare gli ingressi, altri a evacuare studenti e insegnanti, altri hanno cercato di proteggere auto e autobus per aiutare le persone a tornare a casa,” ha detto. “È durato quasi un’ora prima che i soldati se ne andassero, lasciandosi dietro il caos.”

Ma solo dopo che i soldati israeliani se ne sono andati Abu Shbak ha scoperto che uno dei suoi amici, lo studente del secondo anno Bahjat Radaidah, era stato arrestato.

Di conseguenza, “molte famiglie esitano a mandare i propri figli all’Università Al Quds a causa della sua vicinanza al muro e delle incursioni nel campus da parte degli occupanti”, ha detto Abu Shbak.

Futuro distrutto

Fortunatamente l’amico di Abu Shbak, Radaidah, ha trascorso solo una settimana in prigione. Ma non tutti gli studenti palestinesi che vengono arrestati sono così fortunati.

Azmi Nafaa era uno studente di giurisprudenza di 25 anni presso l’Università Al-Najah, nella città di Nablus, nella Cisgiordania settentrionale, e gli restava un semestre prima della laurea quando nel novembre del 2015 fu colpito, ferito e arrestato dalle forze israeliane a un posto di blocco nelle vicinanze.

Il tribunale militare israeliano ha prolungato cinque volte senza accusa la sua detenzione – usando la pratica largamente denunciata detta detenzione amministrativa – prima di accusarlo di un presunto attacco ai soldati e condannarlo a 28 anni di prigione.

Azmi ha deciso che avrebbe finito i suoi studi in prigione. Sua madre ha esitato, ma io ho insistito sul fatto che l’occupazione non può fermare la nostra vita “, ha detto a MEE suo padre, Sahel Nafaa.

Per mesi, Sahel ha lottato con le autorità israeliane per mettere suo figlio in condizione di studiare.

“Ho cercato su Facebook notizie di un qualche prigioniero che avesse una laurea in giurisprudenza e che potesse aiutare Azmi a studiare”, ha spiegato.

Quando finalmente ne ho trovato uno nella stessa prigione in cui era trattenuto mio figlio, è iniziata la lotta per inviargli i libri di cui aveva bisogno. L’amministrazione penitenziaria non permetteva l’ingresso di libri e poi si sono rifiutati di farmi visitare Azmi in prigione. Volevano costringermi a smettere di provarci, ma io non l’ho fatto.”

Alla fine dopo tre anni Azmi si è laureato durante la detenzione in Israele.

“Noi, i giovani politicamente impegnati delle università, siamo più avanti e guidiamo la piazza “, ha detto. “Ecco perché l’occupazione ci prende di mira.”

Per Sahel, Israele “mira a distruggere il futuro del popolo palestinese, per questo prende di mira i giovani istruiti, intimidisce le loro famiglie, ci allontana dallo studio.”

Anche Kayed ritiene che la repressione israeliana degli studenti abbia un motivo politico:

“L’occupazione sa che gli studenti sono il settore più attivo e dinamico della società, soprattutto in un momento in cui i partiti politici sono sempre meno efficaci”.

Dal momento che l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) – guidata dal partito Fatah del Presidente Mahmoud Abbas – non ha indetto elezioni presidenziali dal 2005, le elezioni del Consiglio studentesco sono state a lungo un barometro complessivo della politica palestinese, specialmente tra la popolazione più giovane.

Sebbene le fazioni politiche studentesche in Palestina siano state storicamente estensioni dei partiti politici, Aweidat pensa che i tempi siano cambiati:

Oggi, in realtà sono i partiti politici ad essere un’estensione del movimento studentesco. Noi giovani universitari politicamente impegnati siamo più avanti e guidiamo la piazza”, ha detto. “Ecco perché l’occupazione ci prende di mira.”

Gli altri studenti che ascoltano Aweidat sono d’accordo e annuiscono, come Kayed, che infine conclude: “Fa tutto parte dell’essere uno studente in Palestina”.

(traduzione di Luciana Galliano)




Kahane il profeta

Yakov Rabkin

7 Gennaio 2020 – Mondoweiss

Nel corso della mia recente visita a Tel Aviv ho pernottato su viale Ben-Gurion, a pochi passi dalla casa in cui visse Ben-Gurion, fondatore dello Stato sionista. Oggi il quartiere brulica di giovani che si riversano nei bar e nei ristoranti gironzolando a piedi, o più spesso a bordo di monopattini elettrici; molti di loro portano a tracolla un materassino da yoga. Buona parte di questi giovani ignora gli insegnamenti contenuti nella Torah [i primi cinque libri della bibbia ebraica, ndtr], e la manciata di sinagoghe che qui resiste è semivuota. Nel giorno in cui mi sono recato alla Grande Sinagoga, costruita per accogliere migliaia di fedeli, questa era popolata da appena venti persone accorse per la celebrazione mattutina dello Shabbat [il giorno di festa settimanale ebraica, che cade di sabato, ndtr.], di solito la più frequentata delle tre preghiere giornaliere.

Politicamente, il centro di Tel Aviv è considerato di sinistra o neutrale. Alcuni disprezzano i suoi valori edonistici, altri ne disapprovano la carenza di fervore nazionalista. Di conseguenza, mi ha sorpreso scoprire, dipinto sul muro di unabitazione, lo slogan del movimento ultra-nazionalista Kach: un pugno accompagnato dalla frase Soltanto così!(Rak Kach). Potrebbe sembrare improbabile trovare seguaci del rabbino Meir Kahane, fondatore del Kach, in questo quartiere altolocato e oggetto di gentrificazione [trasformazione di un quartiere povero in uno destinato a persone ricche, ndtr.].

Durante lultima sera trascorsa a Tel Aviv mi sono recato al cinema per la proiezione de Il Profeta, un documentario su Meir Kahane. Il film ripercorre le sue origini nella New York degli anni 70, le sue violente campagne portate avanti in nome della comunità ebraica sovietica, il suo arrivo in Israele e la sua elezione nella Knesset. Kahane fu un fiero nazionalista, ed era solito giustificare luso della violenza, per citare le sue parole, con il fetore di Auschwitz. In Israele, la sua pretesa esclusiva sulla terra aveva fondamenta nella promessa divina fatta ai discendenti del personaggio biblico di Giacobbe. Promosse il trasferimento dei non-ebrei fuori da Israele, incoraggiando tali migrazioni tramite mezzi pacifici, senza però escludere la possibilità di ricorrere alla violenza. In unoccasione fu persino sottoposto alla detenzione amministrativa, una misura regolarmente imposta a migliaia di palestinesi ma assai di rado ad ebrei. Il suo messaggio faceva infuriare gli altri deputati, i quali spesso abbandonavano laula quando prendeva la parola durante le sedute della Knesset. Lestablishment politico israeliano lo ostracizzava. Nel corso di una visita negli Stati Uniti nel 1990, Kahane fu assassinato nella natia New York.

Il film termina con una serie di filmati in cui appare lodierna classe politica israeliana. Si vedono alcune personalità dare voce alla concezione kahanista che insisteva sullo status inferiore dei palestinesi nello Stato sionista. Il passaggio che tratta la legge sullo Stato-Nazione del 2018, con il quale il film si conclude, rende tale principio ufficiale. Kahane sosteneva di esprimere ciò che molti israeliani pensavano ma non osavano dire.

Lattuale stallo politico in Israele è causato dallindisponibilità dei principali partiti a coinvolgere la terza forza politica in ordine di grandezza nella formazione di una coalizione di governo. Il motivo? Essa consta principalmente di cittadini palestinesi di Israele. Kahane derideva frequentemente coloro che difendevano luguaglianza: Vorreste un arabo come futuro ministro della Difesa?. I suoi messaggi erano grossolani ed inaccettabili in un contesto civile. Oggi non è più così.

Faut-il pleurer, faut-il en rire?, Dovremmo ridere o piangere?, domanda, in un ambito totalmente diverso, Jean Ferrat (nato Tenebaum), figlio di una vittima dellOlocausto, in una popolare canzone degli anni 60. I registi [del documentario] si astengono volontariamente dal rispondere a questa domanda. Agli ex discepoli e sostenitori di Kahane, molti dei quali sono stati intervistati per la realizzazione del film, il documentario potrebbe piacere. Lo stesso dicasi di coloro che condannano quella che viene percepita come la svolta a destra di Israele.

Forse allodierna classe politica israeliana il film può risultare più difficile da digerire. Lopera la pone dinnanzi a uno specchio, facendola apparire come erede politica del rabbino assassinato. Una fetta consistente della politica israeliana, presumibilmente, si opporrebbe ad una simile rappresentazione e rifiuterebbe tale associazione.

Visitando la casa-museo di Ben-Gurion, è possibile notare il vivo interesse del fondatore di Israele per le questioni militari. Unintera stanza è dedicata ai suoi rapporti con lesercito; dopotutto, egli non fu soltanto primo ministro, ma anche ministro della Difesa per molti anni. Nonostante la sua pubblica denuncia degli atti di violenza anti-araba commessi dai suoi avversari politici, unità paramilitari sotto il suo comando, come il gruppo di assalto Palmach, terrorizzarono a loro volta le popolazioni arabe e le costrinsero ad abbandonare il Paese tra il 1947 ed il 1949. Fu Ben-Gurion a disobbedire alle Nazioni Unite proibendo il ritorno dei rifugiati. Inoltre, questultimo si assicurò che essi non avessero alcun luogo in cui tornare ed ordinò che più di cinquecento villaggi arabi fossero rasi al suolo. Benché solitamente cauto nei suoi discorsi in pubblico, una volta dichiarò: Non siamo studiosi di una yeshiva [scuola religiosa ebraica, ndtr.] che analizzano le sottigliezze riguardanti il miglioramento di se stessi. Siamo conquistatori di una terra di fronte ad un muro di ferro, e dobbiamo aprirvi una breccia.

Dopo aver visto il film, lo slogan di Kach dipinto sul muro mi è parso meno incongruente, nei paraggi della casa che fu di Ben-Gurion, tra gli sviluppatori di start-up, molti dei quali lavorano per lesercito israeliano, intenti a trangugiare frullati. Linsediamento dei colonizzatori ha la propria logica implicita, che va al di là delle tinte e delle sfumature assunte dal discorso politico. Kahane fece sua questa logica e dimostrò un coraggio zelante nellesplicitarla. Il tempo gli ha dato ragione. Per di più, lo Stato di Israele si è oggi trasformato in fonte dispirazione per i nazionalismi su base etnica esclusivista e per i suprematisti bianchi di tutto il mondo, dalla Polonia alla Bolivia.

(Traduzione dallinglese di Jacopo Liuni)




Due donne palestinesi sottoposte da Israele alla detenzione amministrativa

17 dicembre 2019 – Al Jazeera

Due donne palestinesi arrestate la scorsa settimana dall’esercito israeliano sono state sottoposte a detenzione amministrativa, una forma di internamento in cui un prigioniero è detenuto indefinitamente senza accusa né processo.

Bushra al-Tawil, 26 anni, è stata arrestata nel corso di un’incursione israeliana nella sua casa di al-Bireh, città della Cisgiordania sotto occupazione, giorni dopo la scarcerazione di suo padre da una prigione israeliana.

La Palestinian Prisoner Society (PPS) [organizzazione umanitaria palestinese che si occupa del rispetto dei diritti umani dei detenuti palestinesi] ha affermato che al-Tawil è attualmente detenuta nella prigione di Hasharon, nel nord di Israele.

Impegnata nella difesa dei diritti dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, al-Tawil è stata arrestata più volte dalle forze israeliane. Secondo i media locali, ha iniziato uno sciopero della fame per protestare contro la sua detenzione.

Al-Tawil è stata arrestata per la prima volta a 18 anni. Ha scontato cinque mesi della sua condanna a 18 mesi prima di essere rilasciata nel 2011 nel quadro di un accordo di scambio di prigionieri.

Tuttavia, è stata nuovamente arrestata nel 2014 e ha trascorso in stato di detenzione i restanti 11 mesi della sua pena. Nel 2017, è stata ancora arrestata e ha trascorso otto mesi in prigione.

Suo padre, Jamal al-Tawil, è un ex leader della municipalità di al-Bireh. È stato rilasciato il 5 dicembre dopo due anni di detenzione amministrativa.

Gli studenti sono un bersaglio dell’esercito israeliano

Anche Shatha Hassan, una studentessa di 20 anni e coordinatrice del consiglio studentesco della Università di Birzeit, è stata arrestata la scorsa settimana a Ramallah nella sua casa di famiglia.

Il PPS ha riferito che martedì è stata sottoposta ad una detenzione amministrativa di tre mesi.

Il 12 dicembre, con un raid prima dell’alba, un grosso contingente di veicoli militari israeliani ha circondato la sua casa nel quartiere di Ain Misbah.

I video diffusi sui social media mostrano sua madre che grida: “Dio sia con te” a cui Shatha risponde: “Prega per me!” prima di essere spinta dai soldati su di una jeep israeliana.

I media locali hanno riferito che l’esercito israeliano ha improvvisato un checkpoint sulla strada che porta all’Università Birzeit nella Cisgiordania centrale per verificare l’identità degli studenti che transitavano in vista di una conferenza organizzata dal braccio studentesco del movimento di Hamas.

Prima dell’arresto della Hassan è stato diffuso dall’esercito israeliano un video in cui si afferma che l’Università Birzeit sia un “centro di reclutamento per terrorismo e di incitamento alla violenza”.

Ghassan Khatib, un docente universitario, ha dichiarato ad Al Jazeera: “Dalla nostra lunga esperienza sull’occupazione israeliana, ogni volta che loro lanciano una campagna di disinformazione sull’università significa che si stanno preparando ad una campagna di oppressione e ad un’accentuazione della repressione sull’ organizzazione educativa nei territori palestinesi.”

L’ Università Birzeit è stata a lungo un bersaglio da parte dell’esercito israeliano. Nel marzo 2018 l’allora presidente del consiglio studentesco Omar Kiswani è stato arrestato durante un raid nell’università da parte di militari israeliani sotto copertura.

Secondo la campagna sul diritto all’istruzione, più di 80 studenti sono attualmente detenuti nelle carceri israeliane, dei quali 20 ancora senza processo.

La campagna spiega sul suo sito web: “Queste detenzioni e misure non sono altro che una spaventosa violazione della libertà di parola e di espressione”.

Il PPS ha riferito che il numero di donne detenute nelle carceri israeliane è arrivato a 42, di cui 38 nella prigione di Damoon, mentre le restanti quattro, inclusa Tawil, sono imprigionate nel centro di detenzione di Hasharon.

Secondo i dati ufficiali palestinesi, più di 5.500 palestinesi stanno attualmente languendo nelle carceri israeliane, con 450 [di loro] in [stato di] detenzione amministrativa.

52 anni di privazione delle libertà fondamentali

Indipendentemente da questo, martedì scorso Human Rights Watch (HRW), con sede a New York, ha pubblicato un rapporto in cui si chiede a Israele di concedere ai palestinesi che vivono nella Cisgiordania occupata, come minimo, le stesse garanzie di legge dei cittadini israeliani.

Il rapporto di 92 pagine – intitolato Nato senza diritti civili: l’utilizzo israeliano delle draconiane direttive militari per la repressione dei palestinesi in Cisgiordania – evidenzia l’uso da parte di Israele di norme militari che criminalizzano l’attività politica non violenta.

“La legge militare israeliana in vigore da 52 anni – ha detto Sarah Leah Whitson, direttrice esecutiva degli uffici del HRW attivi nel Medio Oriente e nel Nord Africa – esclude i palestinesi in Cisgiordania da libertà fondamentali come [poter] sventolare bandiere, protestare pacificamente contro l’occupazione, aderire a tutti i principali movimenti politici e pubblicare materiale politico”.

“Questi direttive danno carta bianca all’esercito per perseguire chiunque organizzi politicamente, parli pubblicamente o addirittura riferisca le notizie con modalità non gradite all’esercito”.

Citando esempi di ordinanze militari israeliane definite in modo generico, secondo il rapporto tra il 1 luglio 2014 e il 30 giugno 2019 l’esercito israeliano ha perseguito 358 palestinesi per “istigazione”, 1.704 per “appartenenza e attività in un’associazione illegale” e 4.590 palestinesi per essere entrati in una “zona militare vietata” – un termine che l’esercito usa frequentemente per i luoghi in cui si svolgono le proteste.

Il rapporto fa anche cenno ad una condanna a 10 anni che può essere inflitta ai palestinesi che partecipino ad un raduno di oltre 10 persone senza un permesso militare per qualsiasi problema “che potrebbe essere interpretata come politico”, o nel caso in cui espongano “bandiere o simboli politici” senza l’approvazione dell’esercito.

Whitson ha affermato che, dato il controllo di lunga data di Israele sui palestinesi, il governo “dovrebbe almeno consentire loro di esercitare gli stessi diritti che garantisce ai propri cittadini, indipendentemente dagli accordi politici in vigore”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta




Il Cile, terreno di sperimentazione per le armi israeliane

Ramona Wadi

2 dicembre 2019 – Orient XXI

I mapuche come i palestinesi. I governi cileni, di destra come di sinistra, non hanno rinunciato al retaggio militare e giudiziario della dittatura di Augusto Pinochet (1973-1990). Israele contribuisce alla loro lotta contro le popolazioni autoctone mapuche e fornisce loro armi e formazione. La criminalizzazione della resistenza mapuche da parte del Cile può essere paragonata alla repressione della resistenza palestinese da parte di Israele.

Il Cile si è riunito per protestare in tutto il Paese contro il presidente di destra Sebastian Piñera e il suo programma neoliberista messo in atto dal vecchio dittatore Augusto Pinochet. I manifestanti chiedono le sue dimissioni ed esigono la redazione di una nuova costituzione per sbarazzarsi del retaggio della dittatura.

L’instaurazione da parte di Piñera dello stato d’assedio e del coprifuoco in tutto il Cile ricorda il periodo della dittatura di Augusto Pinochet. Come allora, le forze armate sono impegnate nell’escalation di violenze contro i cittadini con assassinii, pestaggi e torture a carattere sessuale. La repressione indiscriminata ha attirato l’attenzione, in quanto ricorda il passato. La militarizzazione e la criminalizzazione della resistenza cilena affondano le radici nelle leggi antiterrorismo adottate da Pinochet e dai governi che si sono succeduti dopo la transizione verso la democrazia per zittire le comunità di indios mapuche [popolazione nativa del sud del Cile, ndtr.].

Israele appoggia le violazioni dei diritti umani dell’attuale governo cileno con la vendita di tecnologie militari e di sorveglianza. Dall’epoca della dittatura di Pinochet, la CIA aveva previsto che il Cile avrebbe continuato ad acquistare armi da Israele “senza timore di irritare gli Stati arabi, a condizione che il Paese mantenga relazioni discrete con Tel-Aviv ed eviti di approvare pubblicamente le politiche israeliane.”

Alla ricerca di nuovi partner

Pinochet poté mantenere legami con Israele e con gli Stati arabi perché evitava di adottare “una posizione chiara sulle questioni controverse del Medio Oriente”. I governi successivi alla dittatura non hanno agito in modo diverso, oscillando con la stessa doppiezza, protetti dall’impegno per [la soluzione dei] due Stati da parte della comunità internazionale.

A partire dal 1973, all’indomani della guerra arabo-israeliana, gli Stati africani hanno iniziato a rompere le relazioni diplomatiche con Israele. Lo hanno così obbligato a cercare altri Paesi per stringere rapporti diplomatici e militari con lo scopo di compensare la perdita della collaborazione con l’Africa. Dato che gli Stati Uniti erano saldamente insediati in America latina grazie al loro sostegno alle dittature militari e alle operazioni nell’insieme della regione per eliminare qualunque influenza socialista o comunista, il Cile – che aveva riconosciuto Israele nel 1949 – era un obiettivo prioritario per il governo israeliano. Come reazione alle crescenti preoccupazioni della comunità internazionale riguardo alle violazioni dei diritti umani in Cile, nel 1976 gli Stati Uniti furono obbligati a imporre un embargo sulle armi, nonostante il fatto che avevano finanziato Pinochet per atrocità analoghe. Anche se è possibile che la CIA sia andata oltre le decisioni del Congresso, Israele era in prima fila per intrufolarsi nello spazio lasciato libero e fare del Cile uno dei suoi principali acquirenti di armi della regione.

Un documento declassificato della CIA fornisce importanti informazioni sugli acquisti di armamenti dal Cile a Israele. Dal 1975 al 1988 Israele ha venduto sistemi radar, missili aria-aria, materiale navale e sistemi aeronautici e antimissilistici. Una delle ragioni per le quali Pinochet aveva scelto Israele – oltre al fatto che si trattava di armamenti sofisticati e che ammirava l’esercito israeliano – dipendeva dal fatto che “Tel-Aviv non subordinava le sue vendite ad alcuna precondizione politica.” Ciò era tanto più importante per Pinochet in quanto Israele faceva dichiarazioni pubbliche di sostegno al ritorno della democrazia in Cile, fornendo al contempo alla dittatura delle armi utilizzate nel momento in cui l’Operazione Condor – un piano su scala regionale messo in atto nel 1975 dalle dittature di estrema destra latinoamericane per sterminare gli oppositori di sinistra – era in pieno svolgimento. Oltre alla vendita di armi al Cile, Israele ha dato la possibilità all’esercito di Pinochet di familiarizzarsi con la sua industria bellica e di far partecipare i piloti cileni e i loro ufficiali a esercitazioni di addestramento.

Leggi analoghe

Nel periodo che ha seguito la caduta delle dittature, i governi cileni hanno conservato la Costituzione di Pinochet. Le leggi antiterrorismo del 1984 che egli utilizzava per prolungare la detenzione senza processo sono state quasi sempre riutilizzate contro le comunità mapuche, sia dai governi di centro sinistra che da quelli di destra. Queste leggi sono simili alla detenzione amministrativa utilizzata da Israele contro i palestinesi, incarcerati senza accuse né processo e la cui detenzione viene periodicamente rinnovata. La criminalizzazione della resistenza mapuche contro lo sfruttamento neoliberista ricorda la repressione della resistenza palestinese da parte di Israele. Le due comunità autoctone devono affrontare le stesse lotte e la stessa repressione. La sorveglianza è una misura costantemente utilizzata contro i mapuche, una tattica altrettanto fondamentale nella colonizzazione israeliana della Palestina. Nella regione dell’Araucania i governi cileni hanno utilizzato le tecnologie di sorveglianza israeliane. La militarizzazione della regione è una conseguenza diretta dell’utilizzazione delle leggi antiterroristiche contro i mapuche.

Elbit [industria tecnologica che produce anche sistemi di sicurezza e bellici, ndtr.], IAI [compagnia israeliana del settore aereo e militare, ndtr.] e Rafael [impresa specializzata nei sistemi di difesa e antimissilistici, ndtr.] sono le principali fornitrici del governo cileno. Elbit e IAI sono ampiamente utilizzate contro la popolazione palestinese. Dopo i sistemi di sorveglianza, l’assistenza informatica, le bombe al fosforo bianco, la distruzione di tecnologie fino alla tecnologia aerea utilizzata da Israele per bombardare Gaza, l’industria militare israeliana è richiestissima in America latina, con il pretesto della lotta contro il traffico di droga e l’attraversamento delle frontiere. Ma è piuttosto alle popolazioni autoctone che i governi della regione riservano controllo e repressione.

Nel 2018 gli eserciti israeliano e cileno hanno firmato in Cile con il generale di divisione Yaacov Barak e il generale cileno Ricardo Martinez nuovi accordi di cooperazione in materia di formazione militare e di addestramento, di comando e di metodi di addestramento. Durante il suo soggiorno, Ehud Barak [ex generale e politico laburista israeliano, ndtr.] ha ispezionato la brigata Lautaro per le operazioni speciali. L’ex-comandante di questa brigata, Javier Iturriaga, è stato nominato da Piñera capo della difesa nazionale quando il governo ha imposto lo stato d’assedio per combattere le proteste in tutto il Cile.

Armi “testate sul campo”

Israele commercia le sue armi e tecnologie con il marchio “testate sul campo”. I palestinesi di Gaza rappresentano un terreno di sperimentazione umana per collaudare questa tecnologia bellica. Ogni governo che acquista armi da Israele si rende così complice dell’aggressione colonialista contro i palestinesi. In Cile questa aggressione si trasforma in qualcosa di ancora più sinistro. L’acquisto di equipaggiamento militare in Israele da parte del governo per perseguitare i mapuche riproduce la repressione della lotta anticolonialista dei palestinesi da parte di Israele.

Se i rapporti attuali tra Israele e il Cile non sono più nascosti all’attenzione dell’opinione pubblica, Israele mantiene il “segreto difesa” sui rapporti che vigevano tra i due Paesi durante il periodo della dittatura. Mentre gli Stati Uniti hanno declassificato numerosi documenti che evidenziano il loro ruolo nel sostegno alla dittatura di Pinochet, Israele al contrario conserva per sé più di 19.000 pagine di documenti secretati, anche se contengono informazioni su familiari ebrei di cittadini israeliani scomparsi nell’epoca di Pinochet.

Rifiuto di aprire gli archivi

L’esercito cileno mantiene un patto del silenzio che spiega quanto sia difficile ottenere informazioni, per non parlare dell’impossibilità di rendere giustizia alle migliaia di torturati, uccisi e desaparecidos durante la dittatura. In certi casi documenti declassificati contribuiscono a compensare la mancanza di informazioni. Il rifiuto di Israele di aprire i suoi archivi sul periodo della dittatura di Pinochet impedisce di rendere giustizia a suoi stessi cittadini, due dei quali nel 2016 hanno avviato un’azione giudiziaria perché vengano pubblicati documenti che svelino la collaborazione di Israele con Pinochet. Questi documenti fornirebbero probabilmente delle informazioni su due vittime sparite e giustiziate, Ernesto Traubman e David Silberman.

Il Cile ha mantenuto stretti rapporti con l’aviazione militare israeliana durante il periodo della dittatura, fatto che non manca di sollevare domande sul coinvolgimento israeliano nelle pratiche di Pinochet, che consistevano nel far sparire nell’oceano da un aereo detenuti giustiziati. Inoltre un gruppo d’élite della Direzione Nazionale di Informazione Cilena (DINA) è stato addestrato in Israele dal Mossad.

Oltre alla ricerca di informazioni sugli assassinii e le sparizioni dei loro genitori, Lily Traubman e Daniel Silberman hanno anche precisato che il loro obiettivo finale è di mostrare l’ampiezza del coinvolgimento di Israele con la dittatura di Pinochet: “La vendita di armi dovrebbe essere regolamentata dalla legge e dovrebbero esistere dei criteri chiari che stabiliscano il divieto di vendita di armi a Paesi o a regimi dittatoriali che violano costantemente i diritti umani.”

L’esistenza e la violenza del colonialismo israeliano hanno fatto di Gaza un terreno di sperimentazione militare permanente, dando ad Israele un vantaggio sicuro al momento di vendere la sua tecnologia a governi altrettanto determinati a reprimere i propri cittadini. “Testato sul campo” è un eufemismo utilizzato dal ministero della Difesa israeliano, ultima manifestazione della disumanizzazione dei cittadini palestinesi. In Cile, la situazione senza uscita in cui si trovano i mapuche è identica, tra la spoliazione e la violenza. Di fatto si può paragonare la lotta di liberazione dal colonialismo a quella contro lo sfruttamento liberista. Mapuche e palestinesi sono stati vittime di una pulizia etnica dal loro territorio da parte dei colonizzatori e i rapporti militari tra il Cile e Israele servono al miglioramento della militarizzazione. La normalizzazione del colonialismo e del neoliberismo su scala internazionale alimenta le violazioni dei diritti umani perpetrate contro le popolazioni autoctone senza che queste violazioni siano mai sanzionate.

È molto probabile che sia la determinazione dei governi cileni, di centro sinistra come di destra, a rafforzare la loro presenza militare nella regione dell’Araucania per perseguitare i mapuche che fa di Israele un partner sempre utile per il Cile. Durante la campagna elettorale Piñera ha promesso di cambiare le leggi antiterrorismo per combattere meglio i mapuche. Nella misura in cui le proteste non si arresteranno finché non verrà abrogata la Costituzione di Pinochet, Israele vedrà aprirsi davanti a sé ulteriori prospettive redditizie in Cile a danno di tutta la popolazione.

Ramona Wadi

Giornalista

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




La tortura sistematica dei palestinesi nelle carceri israeliane

Yara Hawari

28 novembre 2019 – al Shabaka

Sintesi

Il recente caso di Samer Arbeed ha evidenziato ancora una volta l’uso sistematico della tortura nei confronti dei palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. I soldati israeliani hanno arrestato Arbeed nella sua casa di Ramallah il 25 settembre 2019. Lo hanno picchiato duramente prima di portarlo per un interrogatorio al centro di detenzione di Al Moscobiyye a Gerusalemme. Due giorni dopo, secondo il suo avvocato, è stato ricoverato in ospedale a causa delle pesanti torture ed è rimasto in condizioni critiche per diverse settimane. L’autorità giudiziaria aveva autorizzato in questo caso il servizio segreto israeliano, lo Shin Bet, a utilizzare “metodi fuori dall’ordinario” per ottenere informazioni senza passare per un procedimento giudiziario. Ciò ha indotto Amnesty International a condannare ciò che è accaduto ad Arbeed in quanto “tortura autorizzata con strumenti legali”. (1)

Nell’agosto del 2019, poco prima dell’arresto di Arbeed, le forze di occupazione israeliane hanno iniziato una campagna mirata contro i giovani palestinesi e hanno arrestato oltre 40 studenti dell’Università di Birzeit. Gli arresti sono aumentati dopo la carcerazione di Arbeed e, poiché a molti studenti è stato negato il diritto di incontrare i loro avvocati, si suppone anche che molti siano stati sottoposti a tortura.

I fatti sopra riportati non rappresentano una novità. Dall’istituzione dello Stato di Israele nel 1948, la Israeli Security Agency (ISA) ha sistematicamente torturato i palestinesi usando una varietà di tecniche. E sebbene molti Paesi abbiano inserito il divieto di tortura nella loro legislazione nazionale (nonostante rimanga una pratica diffusa con il pretesto della sicurezza dello Stato), Israele ha intrapreso una strada diversa: non ha adottato una normativa nazionale che vieti l’uso della tortura e i suoi tribunali hanno permesso di utilizzare la tortura nei casi di “necessità”. Ciò ha dato all’ISA via libera nel fare ampio uso della tortura contro i prigionieri politici palestinesi.

Questo breve resoconto si concentra sull’uso della tortura nel processo detentivo israeliano (sia al momento dell’arresto che nelle carceri), tracciandone i momenti storici e i più recenti sviluppi. Basandosi sul lavoro di varie organizzazioni palestinesi, il documento sostiene che la pratica della tortura, incorporata nel sistema carcerario israeliano, è sistematica e legittimata attraverso l’ordinamento giuridico interno. [Il documento] indica chiaramente alla comunità internazionale la strada per inchiodare Israele alle sue responsabilità e porre fine a queste violazioni.

La tortura e la legge

La questione della tortura occupa un posto importante nelle discussioni su etica e moralità. Molti hanno sostenuto che la pratica della tortura riflette una società malata e corrotta. In effetti, la tortura prevede la totale disumanizzazione di una persona e, una volta che ciò si verifica, i confini dell’abbruttimento sono senza limite. Inoltre, mentre il pretesto comune degli apparati di sicurezza per l’utilizzo della tortura è che possa fornire informazioni vitali, ciò si è dimostrato del tutto infondato. Molti esperti prestigiosi, e persino funzionari della CIA, sostengono che le informazioni ottenute sotto tortura sono generalmente false. I prigionieri possono essere costretti a confessare qualsiasi cosa per fermare la sofferenza a cui vengono sottoposti.

Il sistema giuridico internazionale proibisce la tortura sulla base del diritto internazionale consuetudinario nonché di una serie di trattati internazionali e regionali. L’articolo 5 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo afferma: “Nessuno può essere sottoposto a tortura o a trattamenti o punizioni crudeli, disumani o degradanti”. Il diritto internazionale umanitario, che regola il comportamento delle parti durante il conflitto, include anche il divieto di tortura. Ad esempio, la terza Convenzione di Ginevra vieta la “violenza sulla vita e sulla persona, in particolare omicidi di ogni tipo, mutilazioni, trattamenti crudeli e torture”, nonché “oltraggi alla dignità personale, in particolare trattamenti umilianti e degradanti”. Inoltre, la Quarta Convenzione afferma: “Nessuna coercizione fisica o morale deve essere esercitata contro le persone sotto tutela, in particolare per ottenere informazioni da loro o da terzi”.

Il divieto di tortura è così assoluto che è considerato jus cogens [norme di carattere imperativo, ndtr.] nel diritto internazionale, il che significa che non è derogabile e che nessun’altra legge può soppiantarlo. Eppure la tortura continua ad essere utilizzata da molti Paesi in tutto il mondo. Amnesty International la definisce una crisi globale, affermando di aver denunciato negli ultimi cinque anni violazioni del divieto di tortura da parte della grande maggioranza degli Stati membri delle Nazioni Unite.

La “guerra al terrore”, guidata dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre, ha portato in particolare a terribili casi di torture sistematiche, inflitte soprattutto a prigionieri arabi e musulmani. Il campo di detenzione di Guantanamo Bay, istituito dagli Stati Uniti nel 2002 per detenere “terroristi”, è stato e continua ad essere un luogo di tortura. Immagini di prigionieri bendati, incatenati e inginocchiati a terra con tute arancione sono state diffuse in tutto il mondo. 

Tuttavia forse le immagini più esplicite di questa condizione storica sono giunte dal carcere militare americano di Abu Ghraib in Iraq. Foto trapelate e testimonianze di militari hanno rivelato che la prigione era un luogo di torture su larga scala, incluso lo stupro di uomini, donne e bambini. All’epoca, l’amministrazione americana condannò questi atti e cercò di far credere che si trattasse di incidenti isolati. Le organizzazioni per i diritti umani, inclusa Human Rights Watch [ong statunitense per i diritti umani, ndtr.], hanno riferito il contrario.

Inoltre, recenti testimonianze da Abu Ghraib rivelano legami sinistri tra gli interrogatori statunitensi e quelli israeliani. In un libro di memorie, un ex addetto americano agli interrogatori in Iraq ha affermato che l’esercito israeliano ha addestrato il personale americano in varie tecniche di interrogatori e torture, inclusa quella che è diventata nota come “seggiola palestinese”, in cui il prigioniero è costretto a sporgersi su una sedia in posizione accovacciata e con le mani legate ai piedi. La pratica, che provoca un dolore lancinante, è stata perfezionata sui palestinesi – da qui il suo nome – e adottata dagli americani in Iraq.

Nonostante questi scandali, sono state intraprese pochissime azioni per proteggere i prigionieri di guerra e la tortura continua ad essere giustificata in nome della sicurezza. Nella prima intervista di Donald Trump dopo che aveva prestato giuramento come presidente degli Stati Uniti, egli ha dichiarato che, nel contesto della “guerra al terrore”, “la tortura funziona”. Anche prodotti di cultura di massa, quali programmi televisivi come “24” e “Homeland” [Patria, in italiano “Caccia alla spia”, serie televisiva statunitense, ndtr.] ” normalizzano l’utilizzo della tortura, in particolare contro arabi e musulmani, e promuovono l’idea che essa sia giustificata in funzione del bene superiore. Vi è stato anche un recente incremento di serie televisive e film che mettono in scena le attività del Mossad e dello Shin Bet, come “Fauda”, “The Spy” [La Spia, ndtr.] e “Dead Sea Diving Resort” [Paradiso delle immersioni nel Mar Morto, ndtr.], ognuno dei quali rende eroiche le attività dell’ISA mentre demonizza i palestinesi come terroristi. Queste serie e film presentano al mondo un’immagine di Israele che gli consente di giustificare le sue violazioni del diritto internazionale, compresa la tortura.

Mentre Israele ha ratificato la Convenzione contro la tortura (CAT) nel 1991, non l’ha integrata nella sua legislazione nazionale. Inoltre, nonostante la commissione delle Nazioni Unite sostenga il contrario, Israele sostiene che la CAT non si applica al territorio palestinese occupato. (2) Ciò consente a Israele di affermare che non esiste alcun crimine di tortura in Israele, tortura che è effettivamente consentita in caso di “necessità”, come è stato affermato a proposito del caso Arbeed. Questa “necessità” è anche conosciuta come la “bomba pronta ad esplodere”, una dottrina sulla sicurezza utilizzata da molti governi per giustificare la tortura e la violenza in situazioni considerate come strettamente dipendenti da contingenze temporali.

Israele ha anche approvato diverse sentenze sulla questione della tortura che hanno rafforzato e giustificato le attività dei suoi servizi di sicurezza. Ad esempio, nel 1987 due palestinesi dirottarono un autobus israeliano e vennero in seguito catturati, picchiati e giustiziati dallo Shin Bet. Sebbene ci fosse un divieto di pubblicazione sui media israeliani, i dettagli della tortura e dell’esecuzione trapelarono e portarono all’istituzione di una commissione governativa. Mentre la commissione concluse che “la pressione [sui detenuti] non deve mai raggiungere il livello di tortura fisica … un grado moderato di pressione fisica non può essere evitato”. Le raccomandazioni della commissione erano incompatibili con il diritto internazionale a causa della loro vaga definizione di “un grado moderato di pressione fisica “, e in sostanza diedero allo Shin Bet carta bianca al fine di torturare i palestinesi.

Oltre un decennio più tardi, e in seguito alla richiesta da parte delle organizzazioni per i diritti umani, nel 1999 la Corte di Giustizia israeliana ha emesso una sentenza secondo cui durante gli interrogatori dell’ISA non sarebbe stato più permesso usare mezzi fisici nel corso degli interrogatori, mettendo così al bando l’uso della tortura. La corte ha stabilito che quattro metodi comuni di “pressione fisica” (scuotimento violento, incatenamento a una sedia in una posizione di tensione, essere costretto a lungo in una posizione accovacciata e la privazione del sonno) erano illegali. Eppure la corte ha aggiunto una clausola che ha fornito una scappatoia per chi conduce gli interrogatori, vale a dire che coloro che utilizzino la pressione fisica non dovranno affrontare una responsabilità penale se si evince che lo abbiano fatto in una situazione di pericolo imminente o per la necessità di difendere lo Stato – in altre parole, se il detenuto risulti essere una minaccia immediata per la sicurezza pubblica.

La necessità della tortura in nome della sicurezza è stata riaffermata nel 2017, quando l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha emanato una sentenza a favore dello Shin Bet, con cui ha ammesso quelle che ha denominato “forme estreme di pressione” sul detenuto palestinese Assad Abu Ghosh. La giustificazione è stata che Abu Ghosh fosse in possesso di informazioni su un imminente attacco terroristico. La corte lo ha ritenuto “un interrogatorio con tecniche avanzate” piuttosto che una tortura e ha dichiarato che fosse giustificato dalla dottrina della “bomba pronta ad esplodere”. Analoghe sentenze sono state costantemente ripetute.

Sebbene le organizzazioni palestinesi per i diritti umani presentino regolarmente denunce alle autorità israeliane, raramente ricevono una risposta e, quando succede, è spesso per informare che il caso è stato chiuso a causa della mancanza di prove. In effetti, dal 2001 sono stati presentati 1.200 reclami contro i servizi di sicurezza per tortura, ma nessun agente è mai stato perseguito.

Il sistema carcerario israeliano: luoghi di tortura sistematica

Ogni anno il sistema carcerario militare israeliano detiene e incarcera migliaia di prigionieri politici palestinesi, principalmente dai territori del 1967 [territori occupati da Israele dopo la “Guerra dei Sei Giorni” del 1967, conquiste mai riconosciute dall’ONU, ndtr.]. Dall’inizio dell’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza e dell’istituzione della legge marziale in quelle aree Israele ha arrestato oltre 800.000 palestinesi, pari al 40% della popolazione maschile e un quinto della popolazione totale.

La legge israeliana consente inoltre ai militari di trattenere un prigioniero per un massimo di sei mesi senza accusa, secondo una procedura nota come detenzione amministrativa. Questo periodo può essere prolungato indefinitamente, mediante “imputazioni” tenute segrete. I prigionieri e i loro avvocati, quindi, non sanno di cosa sono accusati o quali prove vengono usate contro di loro. L’ultimo giorno del periodo di sei mesi chi è detenuto con tale modalità viene informato se sarà rilasciato o se la sua detenzione sarà ulteriormente prolungata. Addameer-the Prisoner Support and Human Rights Association [Sostegno ai prigionieri e associazione per i diritti umani, Ong palestinese costituita nel 1992, ndtr.] ha definito questa pratica come una forma di tortura psicologica.

È durante il periodo iniziale della detenzione, sia amministrativa che di altro tipo, quando i detenuti sono spesso privati del contatto con avvocati o familiari, che sono sottoposti alle forme più severe di interrogatori e torture. Se vengono sottoposti a processo, affrontano un giudizio da parte del personale militare israeliano e spesso si vedono negata un’ adeguata assistenza legale. Questo sistema è illegale ai sensi delle leggi internazionali e organizzazioni palestinesi e internazionali per i diritti umani hanno documentato una vasta gamma di violazioni dei diritti umani.

Ai bambini non viene risparmiata l’esperienza della prigionia e della tortura all’interno del sistema militare israeliano e quasi sempre viene loro negata la presenza della tutela dei genitori durante gli interrogatori. Uno di questi esempi è del 2010, quando la polizia di frontiera israeliana ha arrestato il sedicenne Mohammed Halabiyeh nella sua città natale di Abu Dis. Al momento dell’arresto la polizia gli ha rotto una gamba e lo ha picchiato, prendendo intenzionalmente a calci la gamba ferita. È stato interrogato per cinque giorni consecutivi e ha dovuto affrontare minacce di morte e violenza sessuale. È stato quindi ricoverato in ospedale, dove gli agenti israeliani hanno continuato ad abusare di lui facendo penetrare siringhe all’interno del suo corpo e dandogli pugni in faccia. Halabiyeh è stato denunciato e sottoposto a processo come un adulto, come nel caso di tutti i minori palestinesi detenuti di età superiore ai 16 anni, in diretta violazione della Convenzione sui diritti dell’infanzia. (3) Israele arresta, detiene e processa ogni anno da 500 a 700 minori palestinesi.

Attualmente ci sono 5.000 prigionieri politici palestinesi; tra questi 190 minorenni, 43 donne e 425 prigioniere in stato di detenzione amministrativa, di cui la maggior parte è stata sottoposta a qualche forma di tortura. Secondo Addameer, i metodi più comuni utilizzati dallo Shin Bet e dagli agenti addetti all’interrogatorio includono:

  • Tortura di posizione: i detenuti vengono obbligati a stare in posizioni forzate, spesso con le mani legate dietro la schiena e i piedi incatenati mentre sono costretti a sporgersi in avanti. Vengono lasciati in tali posizioni per periodi di tempo prolungati durante l’interrogatorio.
  • Pestaggi: i detenuti spesso subiscono pestaggi, sia a mani nude che con oggetti, e talvolta vengono tramortiti.
  • Isolamento: i detenuti vengono posti in isolamento o in confino solitario per lunghi periodi.
  • Privazione del sonno: ai detenuti viene impedito di riposare o dormire e sono sottoposti a lunghe sessioni di interrogatorio.
  • Tortura sessuale: uomini, donne e bambini palestinesi sono soggetti a stupri, molestie fisiche e minacce di violenza sessuale. Le molestie sessuali verbali sono una pratica particolarmente comune in cui i detenuti sono esposti a commenti su loro stessi o sui loro familiari. Questo tipo di tortura è spesso considerato efficace perché la vergogna per l’oltraggio sessuale impedisce ai detenuti di rivelarla.
  • Minacce per i familiari: i detenuti [devono] ascoltare minacce di violenza contro i familiari per essere spinti a fornire delle informazioni. Ci sono stati casi in cui membri della famiglia sono stati arrestati e interrogati in una stanza vicina in modo che il detenuto potesse sentire mentre erano sottoposti a tortura.  

I suddetti metodi di tortura lasciano danni permanenti. Mentre la tortura fisica può lasciare gravi danni fisici, tra cui ossa rotte e dolori muscolari e articolari cronici, soprattutto a causa di posizioni forzate o dell’essere costretti in un piccolo spazio, il danno psicologico può essere ancora peggiore, con condizioni come depressione profonda e duratura , allucinazioni, ansia, insonnia e pensieri suicidi.

Molti meccanismi di tortura richiedono la complicità degli attori all’interno del sistema giudiziario militare israeliano, incluso il personale medico. Ciò si verifica nonostante il codice deontologico, come definito dalla Dichiarazione di Tokyo e dal Protocollo di Istanbul, includa la clausola secondo cui i medici non devono collaborare con gli agenti che conducano interrogatori che comportino torture, non devono condividere informazioni mediche con i torturatori e devono opporsi attivamente alla tortura. In realtà i medici israeliani sono stati a lungo complici della tortura di detenuti e prigionieri palestinesi. Nel corso degli anni i giornalisti hanno scoperto documenti che rivelano che i medici approvano la tortura e riportano il falso per giustificare le lesioni inflitte durante gli interrogatori.

I medici sono anche complici dell’alimentazione forzata, un altro meccanismo di tortura, sebbene meno comune, usato dal regime israeliano. L’alimentazione forzata richiede che un detenuto sia legato mentre un tubo sottile viene inserito attraverso una narice e spinto fino allo stomaco. Il liquido viene quindi iniettato attraverso il tubo nel tentativo di alimentare il corpo. Il personale medico deve posizionare il tubo, che può finire per passare attraverso la bocca o la trachea invece che per l’esofago, nel qual caso deve essere retratto e sostituito. Questo non solo provoca grande dolore, ma può anche portare a gravi complicazioni mediche e persino alla morte.

Negli anni ’70 e ’80 diversi prigionieri palestinesi morirono per essere stati nutriti con la forza, provocando un ordine di cessazione da parte della Corte Suprema israeliana. Tuttavia, una legge della Knesset del 2012 ha ripristinato la legalità dell’alimentazione forzata nel tentativo di interrompere gli scioperi della fame dei palestinesi. In un documento inviato al primo ministro israeliano nel giugno 2015, l’Associazione Medica Mondiale [organizzazione internazionale che rappresenta i medici di tutto il mondo, ndtr.] ha affermato che “l’alimentazione forzata è violenta, spesso dolorosa e contraria al principio di autonomia individuale. È un trattamento degradante, disumano e può equivalere a tortura.”

Fermare la tortura israeliana

Per i palestinesi, la tortura è solo uno degli aspetti della violenza strutturale che affrontano nelle mani del regime israeliano, che li rinchiude in una prigione a cielo aperto e li priva dei loro diritti fondamentali. Ed è anche un aspetto che riceve scarsa attenzione dalla comunità internazionale, di solito perché le autorità israeliane usano argomenti relativi alla sicurezza dello Stato, rafforzati dalla narrativa della “guerra al terrore”. Questo è stato il caso di Samer Arbeed, che i media israeliani hanno definito un terrorista, facendo sì che la maggior parte degli Stati mantenga il silenzio sul suo trattamento nonostante sia stato presentata una petizione e siano state fatte pressioni da molte organizzazioni palestinesi e internazionali per i diritti umani. Come per tutte le violazioni contro il popolo palestinese, la tortura israeliana sollecita una messa in discussione sull’utilità dell’ordinamento giuridico internazionale.

Il 13 maggio 2016, il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ha raccomandato a Israele più di 50 misure a seguito di una revisione della sua conformità alla Convenzione contro la tortura, tra cui il fatto che tutti gli interrogatori dovrebbero avere una documentazione audio e visiva, che ai detenuti dovrebbero essere concessi esami medici indipendenti e che la detenzione amministrativa dovrebbe essere eliminata. Queste sono, naturalmente, raccomandazioni importanti e si dovrebbe fare in modo che Israele le rispetti. Tuttavia, in un momento in cui gli attori di Paesi terzi non sono generalmente disposti a ritenere Israele responsabile della violazione del diritto internazionale e dei diritti dei palestinesi, non sono sufficienti.

Di seguito vengono riportati alcuni passaggi che coloro che si impegnano per i diritti dei palestinesi nei contesti internazionali e nazionali possono adottare allo scopo di interrompere il carattere sistematico della tortura israeliana:

  • Le organizzazioni e i gruppi dovrebbero raccogliere prove sulla responsabilità penale individuale, al di fuori di Israele e Palestina, di coloro che sono coinvolti nella tortura dei palestinesi. La responsabilità può essere estesa non solo a coloro che commettono la tortura, ma anche a coloro che aiutano, favoriscono e omettono informazioni al riguardo. Ciò include il personale che interroga, i giudici militari, le guardie carcerarie e i medici. Poiché la tortura è un crimine di guerra dello jus cogens, è soggetta alla giurisdizione universale, il che significa che terze parti possono presentare denunce penali contro singoli individui. 4) Sebbene la responsabilità penale individuale non affronti necessariamente la struttura sistematica della tortura contro i palestinesi, essa mette sotto pressione le persone israeliane coinvolte limitando i loro movimenti e i viaggi all’estero.
  • In quanto unico organo giudiziario indipendente a cui è possibile accedere in grado di porre fine all’impunità per le violazioni dei diritti dei palestinesi, la Corte Penale Internazionale ha il compito di ritenere Israele responsabile. L’ufficio del procuratore, con tutte le informazioni e le relazioni dettagliate che gli sono state presentate, dovrebbe avviare un’indagine formale sulle violazioni all’interno del sistema carcerario israeliano.
  • Gli Stati firmatari delle Convenzioni di Ginevra e le organizzazioni internazionali per i diritti umani devono fare pressione sul Comitato Internazionale della Croce Rossa affinché ottemperi al proprio mandato al fine di proteggere i detenuti palestinesi e aprire un’indagine su tutte le accuse di tortura. (5)
  • La società civile e le istituzioni palestinesi dovrebbero continuare a sostenere coloro che lavorano per aiutare le vittime della tortura. Tale sostegno può essere potenziato da uno sforzo mirato e specifico per espandere tali risorse e renderle accessibili in tutte le aree della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Ciò dovrebbe includere anche l’impegno rivolto a rompere il tabù della ricerca di interventi terapeutici e l’eliminazione dello stigma riguardante la violenza sessuale. Le aggressioni sessuali di solito non vengono trattate interamente perché le vittime si vergognano troppo di raccontare il loro calvario e il fatto di non parlarne rende la guarigione più difficile. Creare spazi più sicuri per le testimonianze individuali e collettive è la chiave per aiutare i sopravvissuti a riprendersi.

Con tali azioni concertate, i palestinesi e i loro alleati possono lavorare per limitare la pratica della tortura così profondamente radicata nel sistema carcerario israeliano e coperta dalla legge israeliana, impegnandosi anche per aiutare a guarire coloro che ne hanno subito le conseguenze dolorose.

L’autrice desidera ringraziare Basil Farraj, Suhail Taha e Randa Wahbe per il loro supporto e competenza nella stesura di questo articolo.

Note:

  1. Questo documento è stato prodotto con il supporto di Heinrich-Böll-Stiftung [fondazione politica, con sede a Berlino, nata nel 1997 col nome del noto scrittore, e facente parte del partito dei Verdi tedeschi, ndtr.]. Le opinioni espresse nel presente documento sono quelle dell’autrice e pertanto non riflettono necessariamente l’opinione dell’Heinrich-Böll-Stiftung.
  2. Secondo B’tselem [associazione israeliana per i diritti umani, ndtr-], “Israele sostiene di non essere vincolato dalle leggi internazionali sui diritti umani nei territori occupati, poiché essi non costituiscono un territorio israeliano ufficialmente sovrano. Mentre è vero che Israele non ha sovranità sui territori occupati, questo fatto non basta a sminuire il suo dovere di ottemperare alle disposizioni internazionali in materia di diritti umani. I giuristi internazionali non sono d’accordo con la posizione di Israele sulla questione, e questa è stata ripetutamente respinta dalla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) e da tutte le commissioni delle Nazioni Unite che sovrintendono all’attuazione delle varie convenzioni sui diritti umani. Questi organismi internazionali hanno ripetutamente affermato che gli Stati devono rispettare le disposizioni sui diritti umani ovunque esercitino un controllo effettivo.”
  3. Nel 2009 Israele ha istituito un tribunale militare minorile per perseguire i minori di 16 anni – l’unico Paese al mondo a farlo. Secondo l’UNICEF, esso utilizza le stesse strutture e lo stesso personale giudiziario del tribunale militare per adulti.
  4. Lo dimostra il caso di Tzipi Livni; Livni è stata il ministro degli Esteri israeliano durante l’attacco a Gaza del 2009 che ha visto l’uccisione di oltre 1.400 palestinesi. Nello stesso anno, un gruppo di avvocati con sede nel Regno Unito è riuscito a ottenere che un tribunale britannico emettesse un mandato di arresto nei suoi confronti. Di conseguenza [Livni] ha dovuto annullare il suo viaggio nel Regno Unito ed è stata costretta ugualmente ad annullare il viaggio in Belgio nel 2017, quando la procura belga ha annunciato l’intenzione di arrestarla e di interrogarla sul suo ruolo nell’attacco.
  5. Di recente, in seguito all’arresto e alla tortura di Samer Arbeed, il Comitato internazionale della Croce Rossa ha rilasciato una dichiarazione, ma invece di condannare le violazioni israeliane ha condannato gli attivisti che hanno manifestato e occupato l’ufficio della CICR a Ramallah per protestare contro il silenzio dell’organizzazione su Arbeed.

Yara Hawari

Yara Hawari è il Membro Anziano per la politica palestinese di Al-Shabaka: The Palestinian Policy Network [Al Shabaka significa “La Rete”, è un’agenzia indipendente palestinese di informazioni politiche, ndtr.]. Ha completato il suo dottorato di ricerca in politica mediorientale presso l’Università di Exeter. La sua ricerca si è concentrata su progetti di storia orale e politiche della memoria, inquadrati più ampiamente all’interno degli studi autoctoni. Yara ha tenuto vari corsi universitari presso l’Università di Exeter e continua a lavorare come giornalista indipendente, pubblicando per vari media, tra cui Al Jazeera in inglese, Middle East Eye e The Indipendent.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Volete sapere di che cosa mi accusano ? Anche io”.

Oren Ziv

27 Ottobre 2019 +972

Hiba al-Labadi è in sciopero della fame da 35 giorni, dopo essere stata imprigionata senza processo da Israele in agosto. Gli attivisti palestinesi e israeliani stanno ora cercando di sensibilizzare il pubblico a riguardo.

La scorsa domenica, attivisti israeliani e palestinesi hanno lanciato una campagna virale per chiedere il rilascio della cittadina giordana che sostiene uno sciopero della fame dal mese scorso, dopo essere stata imprigionata da Israele senza processo in agosto.

Hiba al-Labadi, una cittadina giordano-palestinese di ventiquattro anni, è stata arrestata dalle forze israeliane il 20 agosto al valico di frontiera del ponte Alleby; in compagnia della madre, si stava dirigendo dalla Giordania alla città di Jenin, in Cisgiordania, per un matrimonio.il suo arresto è stato giustificato con un presunto incontro tra al-Labadi ed alcuni affiliati di Hezbollah (partito islamista e gruppo militante libanese sciita,ndtr) nel corso di una precedente permanenza a Beirut, dove la giovane visitava la sorella.

Al-Labadi è in sciopero della fame da 35 giorni.

La scorsa domenica, gli attivisti israeliani hanno lanciato unazione di protesta di 30 ore in piazza Habima a Tel Aviv, durante la quale diverse donne si sono ammanettate ad una sedia posta allinterno duno stanzino trasparente, che richiamava la cella in cui al-Labadi è stata interrogata. Molti passanti si sono fermati per fotografare la rappresentazione, alcuni dei quali hanno contattato le autorità per denunciare una anziana donna legata ad una sedia. Due agenti sono accorsi sul posto per fare degli accertamenti.

La detenzione amministrativa è una pratica che Israele sfrutta per incarcerare i palestinesi (e talvolta anche alcuni ebrei) senza accuse né processo- per un periodo indefinito. Gli ordini di detenzione amministrativa vengono rivalutati ogni sei mesi, ma ai detenuti non è comunicato di che cosa li si accusi, nè vengono mostrate loro le prove a sostegno dellincarcerazione. Ne consegue che sia virtualmente impossibile difendersi contro un ordine di detenzione amministrativa.

Parliamo di una giovane donna che è in prigione da agosto senza accuse ufficiali, e nessuno in Israele ne discute, ha dichiarato Sigal Avivi, unattivista politica di rilievo nonché uno degli organizzatori delliniziativa. Secondo Avivi, gli attivisti hanno deciso di passare allazione dopo aver letto delle torture subite da al-Labadi e delle severe condizioni nelle quali è detenuta. Avivi ha inoltre aggiunto che larresto di al-Labadi è unopportunità per rinvigorire le proteste contro la pratica della detenzione amministrativa. Non possiamo più tacere, vediamo Israele utilizzare questo strumento continuamente, e ciò in violazione delle norme internazionali.

Nel corso del fine settimana, degli attivisti in Israele hanno lanciato una campagna online che riportava una fotografia di al-Labadi e la didascalia in arabo ed ebraicoHai sentito parlare di me?, mirata a portare lattenzione sulla detenzione amministrativa. I contenuti della pagina Facebook in lingua ebraica che fornisce informazioni riguardo alla detenzione della ragazza ed alla lotta per ottenerne il rilascio sono stati condivisi centinaia di volte dalla sua apertura.

Lunedì al-Labadi sarà portata davanti alla corte militare di Ofer per unudienza sul suo arresto amministrativo. Gli attivisti pianificano un presidio di protesta allesterno del tribunale.

Lo scorso sabato decine di palestinesi hanno manifestato in via Salah a-Din a Gerusalemme Est, chiedendo allesercito israeliano il rilascio di al-Labadi. La polizia ha disperso la folla con la forza arrestando due persone, e degli agenti sono stati filmati mentre buttavano a terra i manifestanti e vi si sedevano sopra nel corso dellarresto. Il fotografo e attivista Faiz Abu Rmeleh è stato spintonato da un agente mentre riprendeva gli scontri.

Attivisti israeliani protestano contro la detenzione amministrativa di Hiba al Labadi dinanzi alla prigione di Ofer il 28 ottobre. (foto: AHMAD GHARABLI / AFP)

Lavvocato Juwad Bolous, che ha fatto visita ad al-Labadi durante la detenzione, ha dichiarato che dal suo arresto la giovane è stata interrogata per sedici giorni consecutivi senza che le fosse permesso di vedere il suo legale. La maggior parte degli interrogatori è durata diverse ore, durante le quali la ragazza rimaneva legata ad una sedia ed ammanettata. Secondo Bolous, al-Labadi è stata insultata ed ha ricevuto degli sputi dagli agenti che la interrogavano, i quali hanno minacciato di arrestarne la madre e la sorella. Sistemi di oppressione e tortura sono stati sfruttati per costringerla a firmare unammissione di colpevolezza. Però, nonostante questi interrogatori crudeli, lei non ha confessato, ha scritto Bolous nel fine settimana.

Al-Labadi respinge le accuse, che non sono state rese pubbliche al di fuori di una dichiarazione dello Shin Bet ( i servizi sicurezza interni israeliani, ndtr), il quale imputava larresto a gravi questioni di sicurezza. La comunicazione dello Shin Bet lascia trasparire che la giovane è detenuta per alcuni post pubblicati sulla propria pagina Facebook in cui esprimeva sostegno per Hezbollah e per degli attacchi violenti in Cisgiordania.

Secondo i resoconti di giornalisti palestinesi, al-Labadi è stata trasferita dalla prigione di Jalma ad un ospedale di Haifa per ricevere delle cure, ma presto è stata rimessa in custodia.

Questo articolo è apparso originariamente su Local Call, in ebraico.

(Traduzione dallinglese a cura di Jacopo Liuni)




Proseguono gli scioperi della fame dei prigionieri

Alessandra Mincone

20 giugno 2019, Nena News

Dalla prigione di Ashqelon a quella di Damon i detenuti palestinesi, uomini e donne, portano avanti questa forma di protesta che riesce a frenare abusi e restrizioni attuate dalle autorità carcerarie israeliane

Dopo sabato 15 giugno, quando le celle della prigione centrale di Ashqelon, “Shikma”, sono state prese d’assalto dalle guardie carcerarie, più di quaranta detenuti hanno minacciato uno sciopero della fame ottenendo che numerose rivendicazioni venissero poste all’attenzione delle autorità israeliane. Tra queste, si chiede di mettere fine alle aggressioni da parte delle guardie; l’accesso all’acqua calda; il recupero di beni fondamentali per i prigionieri come cibo, indumenti, carta, penne e libri; il diritto a ricevere visite di legali e familiari; la possibilità di usufruire di cabine telefoniche, di poter godere di tempi e spazi d’aria adeguati alla luce del sole e di eliminare i ripetitori delle frequenze per i telefoni cellulari (usati dalle guardie) dannosi per la salute. Inoltre di mettere fine alla pratica dei trasferimenti eseguite in veicoli militari chiamati “bosta”, una sorta di “bara” in cui i prigionieri viaggiano piegati in strette gabbie di metallo e incatenati  braccia e gambe, persino quelli in precarie condizioni di salute, per tragitti che durano anche tre giorni.

La Società Palestinese dei Detenuti ha riscontrato un primo esito positivo dalla discussione con l’amministrazione carceraria, tanto da affermare che con lo sciopero ad Ashqelon è stato ottenuto un trattamento sanitario per quattro prigionieri gravemente malati e, inoltre, si consentirà il ritorno di un altro prigioniero a Shikma entro il 1 luglio.

Lo scorso aprile, circa 400 prigionieri avevano aderito ad uno sciopero della fame a tempo indeterminato al grido della parola “dignità”. Una protesta che nonostante abbia fallito nella trattativa con le istituzioni carcerarie, è comunque riuscita ad allargarsi ai centri di detenzione di massima sicurezza di Gilboa, Megiddo, Eshel, Ofer, Nafha e Ramon; questi ultimi due edifici formano un’unica prigione che si trova nell’area desertica a sud-est della Palestina. Nafha, denunciato come uno dei carceri più duri e severi attivo dagli anni ottanta, fu progettato per imprigionare i leader delle proteste palestinesi al fine di isolarli. I palestinesi affermano che vi vengono praticate “forme di tortura” con le quali i reclusi sono gradualmente “spinti verso la morte”. Mentre il complesso di Ramon, edificio più recente, proprio lo scorso 17 giugno è stato teatro di tensioni a causa di agguati e saccheggi da parte delle guardie penitenziarie.

Nelle prigioni israeliane la pratica dello sciopero della fame rappresenta storicamente un modello di lotta con cui i palestinesi hanno provato a contrastare l’abuso di potere esercitato quotidianamente dalle guardie. È l’esempio della prigione di Ramleh, dove nel 1953 furono imprigionati i primi palestinesi, e nel 1968 si assisté ai due primi scioperi della fame a causa degli abusi fisici, dell’esposizione costante alla pioggia e per ottenere quaderni, penne e libri nelle celle. Riguardo invece la prigione Shikma di Ashqelon, essa è conosciuta come una delle più dure sin dagli anni Settanta. Se inizialmente una parte dell’edificio di Ashqelon fu strutturato solo come centro per gli interrogatori ai detenuti (tutt’ora in vigore), in seguito fu furono costruite aree murate per imprigionare chi si opponeva all’occupazione israeliana delle terre palestinesi.

Proprio ad Ashqelon alcune indagini portate avanti da gruppi israeliani per i diritti umani – quali B’Tselem e HaMoked – dimostrano che le dinamiche di umiliazione così come i trattamenti degradanti hanno inizio proprio dalla fase dell’interrogatorio dei prigionieri: deprivazione del sonno e dei servizi igienici, isolamento ed esposizione a temperature estreme, minacce, violenze di vario genere, negazione a consultare degli assistenti legali. Tecniche che secondo Noga Kadman di B’Tslem sono orchestrate dall’intelligence israeliana, dagli uffici delle Procure e dall’intero apparato statale, con il beneplacito consenso addirittura dell’Autorità Nazionale Palestinese, al fine di estorcere delle dichiarazioni dall’interrogato completamente manovrate e distorte. Le due organizzazioni hanno congiuntamente scritto che: “hanno tutti contribuito a diversi aspetti di trattamenti abusivi, crudeli, disumani e degradanti subiti dai detenuti palestinesi a Shikma e in altri centri di detenzione”.

L’associazione per i diritti umani e il supporto ai prigionieri palestinesi, mostra sul proprio sito alcuni dati aggiornati fino a Maggio 2019. Sono 5350 i prigionieri politici nelle carceri israeliane, di cui 480 in “detenzione amministrativa” – ossia, reclusi senza processo e quindi formalmente senza aver commesso alcun reato e senza il diritto all’assistenza legale; mentre 210 sono i minori, di cui 26 al di sotto dei 16 anni.

Dal 1967 le forze israeliane hanno arrestato più di 50.000 bambini e giovanissimi. Dallo scoppio della Seconda Intifada, nell’anno 2000, sono stati imprigionati circa 16.500 bambini con un aumento vertiginoso degli arresti nel 2011. Le accuse di provocazione per il lancio di pietre contro i militari e i più recenti aquiloni incendiari (da Gaza verso il territorio meridionale israeliano), hanno prodotto pesanti abusi delle autorità israeliane contro i diritti di ragazzi e giovani a cui viene negata la libertà e possibilità a livello scolastico e sanitario.

Dal malcontento dei prigionieri e delle prigioniere, sottolinea la Rete di Solidarietà dei detenuti politici palestinesi Samidoun, si può sperare nel successo delle lotte avviate. In un comunicato dove si congratula per le proteste di Ashqelon, la Rete coglie l’occasione per lanciare un appello delle prigioniere palestinesi in vista del prossimo sciopero della fame collettivo, proclamato per il 1 luglio nel carcere di Damon. Nena News

“Canterò nella cella della mia prigione

nella stalla

sotto la sferza

tra i ceppi

nello spasimo delle catene.

Ho dentro di me milioni di usignoli

per cantare la mia canzone di lotta.”

Mahmoud Darwish




Come Israele è stato assolto per le violazioni dei diritti delle donne palestinesi

Yara Hawari

8 marzo 2019, Al Jazeera

Dagli accordi di Oslo sono stati fatti sistematici tentativi di de-politicizzare l’attivismo per i diritti delle donne in Palestina

Benché la Giornata Internazionale della Donna abbia le proprie radici nei movimenti di base rivoluzionari e anti-capitalisti delle donne, nel Sud del mondo la sua celebrazione è appannaggio di settori dell’ONU e delle Ong. L’occasione è spesso sfruttata per rafforzare certe narrazioni di sviluppo dei diritti delle donne e per raccogliere fondi per i progetti.

In Palestina quest’anno le agenzie ONU, varie organizzazioni internazionali e Ong locali hanno lanciato una campagna durata una settimana chiamata “I miei diritti, il nostro potere”, intesa a “sensibilizzare sui diritti umani fondamentali delle donne” e in particolare sulla violenza domestica. Si è concentrata su cinque aree di interesse: il diritto ad una vita senza violenza, il diritto ad avere giustizia, il diritto a chiedere aiuto, il diritto a pari opportunità e il diritto alla libertà di scelta.

Tuttavia nel messaggio della campagna gli organizzatori hanno fatto una palese omissione: non hanno menzionato l’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza come il principale fattore che contribuisce alle violazioni dei diritti commesse contro le donne palestinesi. Le parole “occupazione” o “Israele” non si trovano da nessuna parte nel comunicato stampa e nei materiali della campagna.

Quindi, dovremmo credere che le donne palestinesi siano in grado di ottenere giustizia e una vita libera dalla violenza nel contesto di un continuo progetto israeliano di pulizia etnica e di cancellazione di una cultura?

Chiaramente questa omissione non è un errore o una svista, ma riflette piuttosto una tendenza evidente nel discorso della comunità internazionale di aiuti e donatori che parla di “problemi” e “barriere” nel campo dei diritti delle donne come se tutto ciò avvenisse in un vuoto politico.

In Palestina questa tendenza si è acuita dopo gli accordi di pace di Oslo, che sono serviti da catalizzatore della de-politicizzazione della Palestina. Venticinque anni fa Oslo introdusse una nuova cornice per la “pace” e la “costruzione dello Stato”, che non solo ha danneggiato il progetto di liberazione dei palestinesi, ma ha anche innescato una fondamentale trasformazione della società civile palestinese.

In base a questa nuova cornice, l’aiuto internazionale è stato convogliato in Palestina e utilizzato per de-politicizzare sistematicamente la società civile, rendendola dipendente da finanziamenti esterni e obbligandola a seguire l’agenda dei donatori stranieri.

Mentre questo processo di “ong-izzazione” ha smobilitato molti gruppi all’interno della società palestinese, le donne sono risultate particolarmente colpite. Anche le tendenze patriarcali all’interno delle istituzioni palestinesi hanno contribuito al processo di esclusione delle donne dalla sfera pubblica, compresa quella politica.

La de-politicizzazione delle donne è particolarmente evidente nell’uso del lessico successivo a Oslo sui diritti delle donne in Palestina. Le agenzie ONU e altre organizzazioni internazionali hanno intenzionalmente attribuito una definizione limitata a molti dei concetti riguardanti i diritti umani e l’attivismo. Un esempio è il termine “empowerment” [emancipazione, autoaffermazione, ndt.], che in apparenza sembra rivoluzionario, ma nel contesto dei progetti guidati dalle Ong e nel dibattito pubblico è quasi sempre limitato alla sfera socio-economica.

In pratica, il settore delle Ong non parla mai di emancipazione politica delle donne palestinesi, che potrebbe rafforzare la loro capacità di resistere alla violenza di genere e colonialista israeliana.

Dalla sua fondazione nel 1948 il regime israeliano ha costantemente e sistematicamente utilizzato l’oppressione di genere contro le donne palestinesi, in particolare contro quelle attive in politica.

La sua strategia include maltrattamenti, minacce di violenza e incarcerazione – quest’ultima è il modo più efficace di punire la politicizzazione.

Le donne palestinesi che sfidano attivamente l’occupazione israeliana e rifiutano di essere cooptate dal sistema politico ufficiale palestinese creato agli accordi di Oslo, come la deputata Khalida Jarrar [membro del parlamento dell’ANP e del gruppo della resistenza marxista FPLP, ndt.], che è stata in carcere per 20 mesi senza processo, e la poetessa Dareen Tartour, condannata a cinque mesi di prigione per aver scritto una poesia, sono presto diventate bersagli delle forze di sicurezza israeliane.

Gli interrogatori da parte di soldati o forze di sicurezza israeliani spesso includono molestie sessuali o minacce di violenza sessuale per fare pressione sulle donne e ragazze affinché firmino confessioni o diano informazioni.

Lo scorso anno un video filtrato clandestinamente ha mostrato l’adolescente palestinese Ahed Tamimi, arrestata per aver preso a schiaffi un soldato israeliano, sottoposta a maltrattamenti durante un interrogatorio.

Sfortunatamente le violazioni dei diritti delle donne palestinesi sono state accettate come una cosa della vita e quelli che dovrebbero garantire che questi diritti vengano rispettati sono diventati complici proprio delle loro violazioni.

Mentre le donne palestinesi dovrebbero essere messe nelle condizioni di combattere il patriarcato interno, soprattutto nella sfera privata, è indubitabile che la violenza di genere è intrinsecamente legata al regime israeliano che controlla la maggior parte degli aspetti della vita palestinese.

La comprensione del ruolo distruttivo che il colonialismo di insediamento israeliano gioca nelle vite delle donne palestinesi non assolve comunque la società palestinese nel suo complesso per il suo ruolo nell’oppressione delle donne.

L’incapacità a riconoscere come le strutture del potere colonialista e patriarcale si sovrappongano e siano al contempo complici nella persecuzione di donne e uomini palestinesi ha notevolmente limitato il progresso dei diritti delle donne in Palestina. In questo contesto faremmo bene a ricordarci che il femminismo radicale è stato fondato da donne di colore che hanno imposto una comprensione articolata e ricca di sfumature dell’oppressione femminile che è insita nel colonialismo, nelle strutture della gerarchia razziale, nella classe e nel capitalismo. È solo con questa consapevolezza in mente che possiamo sperare di smantellare l’oppressione delle donne in Palestina e nel resto del mondo.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

Yara Hawari è l’esperta di politica palestinese di Al-Shabaka, la rete politica palestinese.

(traduzione di Amedeo Rossi)