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Una sofferenza lunga un secolo

Cecilia Dalla Negra

Si chiamava Palestina

Storia di un popolo dalla Nakba a oggi

Edizioni Aut Aut, Palermo 2018, pagg.301

Recensione di Cristiana Cavagna

La giornalista esperta di Palestina Cecilia Dalla Negra ( che tra i suoi tanti lavori ha contribuito alla cura del numero dedicato alle donne palestinesi della storica rivista femminista DWF) torna sulla storia di questo popolo che ancora resiste su una terra “così piccola, e insieme così carica di simboli e significati”.

Prima di parlare del libro, mi permetto una nota personale: pur conoscendo da anni le vicende della Palestina, ho letto questo libro tutto d’un fiato, come si legge un romanzo avvincente, quando vuoi sapere “come va a finire”…. una bellissima sorpresa, anche per l’ottimo stile in cui è scritta. Anche il titolo è avvincente: “si chiamava Palestina” è un verso di una poesia (“Su questa terra”) del poeta palestinese Mahmoud Darwish….

Però questo non è un romanzo, e la tragedia del popolo palestinese – la Nakba (catastrofe) – non “va a finire”, perché continua ancora adesso, con gli oltre 200 morti della “Grande Marcia del Ritorno” a Gaza nel 2018, 70 anni dopo quel 1948.

L’autrice mette proprio la Nakba al centro e al cuore del suo lavoro, dedicato a un pubblico di “non addetti ai lavori”, come ci dice nella premessa metodologica, ma dotato di rigore storico, di un robusto apparato di note e di una bibliografia molto vasta, e si conclude con 6 toccanti testimonianze di storie personali.

La Nakba come “dolore….quello individuale e quello collettivo…divenuto elemento fondante dell’identità individuale e collettiva palestinese..” : passaggio dell’introduzione dell’autrice, messo opportunamente in evidenza nella prefazione di Wasim Dahmash, palestinese nato in Siria, saggista e docente di letteratura araba. Dahmash ci ricorda anche un’altra cosa importante, che la Palestina non è l’unico caso di colonialismo di insediamento nella storia, ma è l’unico a non essersi concluso nel XXI secolo…

Nei 6 capitoli del libro si snoda la storia della “Nakba mustamirra”, la “catastrofe ancora in corso”, nei 70 anni dal 1948 alla Grande Marcia del Ritorno a Gaza iniziata nel 2018: l’occupazione del 1967 con la guerra dei 6 giorni, la prima Intifada, gli accordi di Oslo, la seconda Intifada, la questione di Gaza e la nascita e il ruolo di Hamas.

Tutti “fatti storici”, dai quali si è spesso allontanata tanta stampa internazionale, che ha favorito la narrazione dominante e contribuito alla “disumanizzazione” di un popolo… “ogni volta che l’occupazione è stata descritta come conflitto; ogni volta che un’offensiva contro Gaza è diventata una guerra, che una vittima civile è diventata un effetto collaterale, che la resistenza è stata sovrapposta al terrorismo”.

E ogni “fatto storico” viene inquadrato entro un’ampia disamina delle sue premesse, e ne viene messa in luce la specifica caratterizzazione.

Così, alla Nakba si arriva partendo dagli accordi segreti di Sykes-Picot del 1916, dalla dichiarazione Balfour del 1917, dalla nascita del sionismo politico col programma di colonizzare la Palestina e conquistare la sua terra, passando per la “grande rivolta” del 1936-39. Viene citata una lettera del 1937 di Ben Gurion al figlio:”…dopo la formazione di un esercito forte nel quadro della fondazione dello Stato, aboliremo la spartizione e ci estenderemo su tutta la Palestina…Dobbiamo cacciare gli arabi e prendere il loro posto”.

Il 1967 (la “Naksa”, la “ricaduta”) viene considerato uno “spartiacque fondamentale”: viene avviata la costruzione dei primi insediamenti illegali in Cisgiordania, “che non si arresterà mai, a prescindere dall’indirizzo politico dei governi israeliani”. Ed è l’inizio della politicizzazione di massa della popolazione palestinese: “per i palestinesi diventerà evidente che gli Stati arabi non sarebbero mai stati in grado di fronteggiare l’avanzata israeliana e che quindi avrebbero dovuto essere loro, da soli, a cercare la propria liberazione.”

Gli accordi di Oslo, “l’inizio della fine”, trovano le loro premesse nella dichiarazione unilaterale di indipendenza dello Stato di Palestina del 1988, con il reciproco riconoscimento con Israele, e contengono la “pretesa di poter costruire la pace senza il presupposto della giustizia”. Dopo Oslo, “i diritti per i quali i palestinesi si sono battuti per anni…saranno ridotti a singole ‘questioni’: Gerusalemme, il diritto al ritorno dei profughi, i confini, le colonie diventeranno capitoli separati di una storia che non ha più un passato.”

Se la prima Intifada, con i Comitati Popolari della Resistenza e la disobbedienza civile, attraverso il boicottaggio di massa dei prodotti israeliani, parla di riappropriarsi della dignità negata, di autorganizzazione e di solidarietà, la seconda “ non può essere considerata esclusivamente una rivolta contro il potere occupante, ma anche come una sollevazione del popolo palestinese contro la propria leadership”.

La situazione attuale infine, da un lato vede l’assenza di un coordinamento politico del dissenso e la mancanza di strutture forti di riferimento, oltre al rischio di una “depoliticizzazione della vicenda palestinese, ridotta a mera questione economica o umanitaria” (anche con il contributo delle organizzazioni internazionali che hanno reso la popolazione dipendente dai loro finanziamenti); dall’altro riscontra ancora la presenza, nelle mobilitazioni a Gaza, della volontà di “porre fine ad un’ingiustizia troppo a lungo ignorata” e la capacità delle nuove generazioni di trovare forme alternative di espressione, riappropriandosi del “diritto di narrare”, di cui parlava Edward Said.

Citando nella prefazione la bella frase di Vittorio Arrigoni, “la Palestina può essere anche fuori dall’uscio di casa”, Dalla Negra ci dice che “ciò che accade lì è il paradigma di ogni ingiustizia e di ogni violazione…difendere la Palestina è il più scontato tentativo di restare umani.”




LA QUESTIONE PALESTINESE

Lelio Basso

Poche, fra le questioni oggi aperte sul piano internazionale, sono così semplici dal punto di vista giuridico, storico, morale, come quella palestinese, e poche appaiono invece così difficili a risolvere sul piano pratico.

Dal primo punto di vista non mi pare seriamente contestabile il buon diritto dei palestinesi che rivendicano il principio dell’autodeterminazione né seriamente difendibile la posizione di Israele, giustamente condannata ormai da decine di risoluzioni dell’ONU e dell’UNESCO; eppure ancor oggi la maggioranza della pubblica opinione occidentale – sia pure una maggioranza che tende lentamente a diminuire – sembra convinta del buon diritto d’Israele e ne accetta acriticamente la politica di forza. Quali ne sono le ragioni?In primo luogo l’affinità culturale. I primi ebrei immigrati in Palestina provenivano dall’Europa, cacciati dalle persecuzioni che vi subivano, ed europea è stata anche la prevalente colonizzazione successiva fino alla creazione dello stato di Israele. Europea comunque è la classe dirigente, proveniente in gran parte da territori dell’ex-impero zarista, ed europea la cultura, ciò che crea una profonda affinità di idee, di modo di pensare, di mentalità, di linguaggio. Viceversa gli arabi rimangono ancora per molti europei, ammalati di eurocentrismo, un popolo inferiore, coloniale, di cui si dimentica volentieri il contributo straordinario fornito nel corso dei secoli al progresso soprattutto scientifico dell’umanità. Perciò nel subcosciente di milioni di occidentali Israele, testa di ponte europea nel mondo arabo, soddisfa il complesso di superiorità e le ambizioni egemoniche che una volta trovavano piena soddisfazione negli imperi coloniali.

A ciò si deve aggiungere anche la presenza di molti ebrei sparsi ovunque in Occidente – e spesso in posizioni di autorità e di prestigio – che, nella quasi totalità, sono dei sostenitori di Israele, sovente anche dei propagandisti, mentre non c’è nulla di simile da parte araba. In alcuni casi, come particolarmente negli Stati Uniti, la presenza ebraica è così massiccia e così potente da poter influire decisamente sulle scelte politiche e sugli indirizzi della stampa, orientando tutta l’opinione del paese. E d’altra parte poiché l’opinione pubblica americana è abituata a una politica internazionale basata sul diritto del più forte, non trova nulla di scandaloso nel fatto che lo stesso criterio guidi la politica israeliana. E questi orientamenti americani, data la posizione egemonica degli USA nel mondo occidentale, sono poi facilmente ricevuti e accettati anche dall’opinione europea. Non ultimo motivo, infine, di questa propensione proisraeliana è il desiderio di liberarsi da complessi di colpa per le persecuzioni di cui per secoli la minoranza ebraica è stata fatta oggetto in Europa, ad opera della Chiesa cattolica e di varie monarchie cristianissime, nonché ad opera dei governi zaristi e, da ultimo, dei nazisti che hanno fatto della popolazione ebraica d’Europa un popolo martire per eccellenza. Ma è un curioso modo di liberarsi dai rimorsi per i torti fatti a un popolo quello di sacrificarne un altro. È di questo curioso modo, e del suo fondamento, che vorrei discorrere in termini obiettivi, convinto che la verità anche in questo caso serva la causa della pace e, quindi, la causa della stessa popolazione ebraica trapiantata in Palestina.

I titoli rivendicati dagli Ebrei sul territorio palestinese

 

Esisteva un diritto degli ebrei sul territorio palestinese? Evidentemente non può avere nessun senso sul piano internazionale l’argomento religioso della Terra Promessa, e non mette neppur conto di indagare sull’obiezione, che spesso viene mossa a questo argomento, e cioè che non esiste alcuna prova che gli ebrei che oggi vivono in Israele siano realmente i discendenti degli ebrei cui la promessa sarebbe stata fatta. Diciamo che non mette conto di indagare perché, se anche lo fossero, essi non possono certamente pretendere che la loro credenza religiosa, che la maggioranza dell’umanità non accetta, costituisca un titolo valido per occupare terre altrui.

Neppure può essere seriamente invocato l’argomento storico del fatto che la Palestina è stata per secoli la terra abitata dagli ebrei. A parte l’obiezione già avanzata più sopra sulla impossibilità di dimostrare che gli attuali israeliani siano i discendenti di quei lontani abitatori della Palestina e a parte la considerazione che la Palestina era abitata da altre popolazioni, prima che dagli Ebrei, che vi entrarono con la forza secondo quanto racconta la stessa Bibbia; a parte la considerazione che nessuno è in grado di stabilire se fra le popolazioni che hanno abitato la Palestina prima o contemporaneamente agli Ebrei non vi fossero anche antenati delle attuali popolazioni arabe, rimane l’obiezione fondamentale che gli Ebrei furono cacciati dalla Palestina 19 secoli fa e che 19 secoli di storia sono fonte di nuovi diritti che non possono essere annullati. In proposito un grande pensatore ebreo, Erich Fromm, ha pronunciato un giudizio al quale non possiamo non associarci: “La pretesa degli Ebrei sulla terra di Israele, quindi, non può essere pretesa politica realistica. Se, improvvisamente, tutti i paesi rivendicassero i territori dove i loro antenati sono vissuti duemila anni or sono, il mondo diventerebbe un manicomio”.

Vediamo allora se vi sono titoli validi più recenti, e in particolare esaminiamo la Dichiarazione Balfour e la risoluzione del 29 novembre 1947 dell’Assemblea dell’ONU sulla spartizione della Palestina. Per quanto riguarda la prima, è ovvio che essa non è che una dichiarazione unilaterale di intenzioni che non poteva creare situazioni giuridiche nuove, tanto più che, nel momento in cui fu fatta, l’Inghilterra non aveva alcun diritto di sovranità sulla Palestina, facente allora parte integrante dell’impero ottomanno e solo militarmente occupata da truppe britanniche. Ma è noto che l’occupazione militare di territori in tempo di guerra non attribuisce alcun diritto di sovranità e tanto meno la libertà di disporne. Ora fu solo con il Trattato di pace di Losanna del 1923 che la Turchia rinunciò ai suoi diritti sovrani su quel territorio. La stessa commissione reale inglese che esaminò il problema nel 1939 concluse che “secondo il parere della Commissione, è tuttavia evidente (…) che il governo di Sua Maestà non era libero di disporre della Palestina senza tener conto della volontà e degli interessi dei suoi abitanti”.

È bensì vero che la Dichiarazione Balfour fu fatta propria dalla Società delle Nazioni e inclusa nel Preambolo del mandato conferito all’Inghilterra sulla Palestina (peraltro in contraddizione con l’art. 22 dello stesso Patto della Società delle Nazioni), ma è chiaro in ogni caso – come ebbe ad affermare allora lo stesso Winston Churchill, che era ministro all’epoca della Dichiarazione – che questa non attribuiva la Palestina agli Ebrei, ma semplicemente stabiliva che una sede nazionale ebraica avrebbe potuto essere creata in Palestina, senza pregiudizio dei diritti dei suoi abitanti. Nulla più di questo può essere pertanto dedotto da quella dichiarazione.

Quanto alla risoluzione dell’ONU, che ha istituito lo Stato di Israele accanto a uno Stato arabo di Palestina, vale innanzi tutto lo stesso argomento che neppure l’ONU aveva la sovranità su quel territorio e che in nessun caso avrebbe potuto disporne violando il principio fondamentale dell’autodeterminazione del popolo. Di questa carenza di potestà l’ONU ebbe certamente coscienza perché respinse la proposta di interpellare in proposito la Corte di giustizia dell’Aia, che pure è un suo organo, con soli 25 voti su 54 (18 favorevoli e 11 astenuti), e respinse la contestazione della propria competenza con appena 21 voti su 54 (20 favorevoli e 13 astenuti).Del resto questa carenza assoluta di potere da parte dell’ONU di disporre delle sorti di un popolo risulta chiara non solo dal fatto che lo statuto non lo prevede, ma anche dalla considerazione che tutto lo spirito che ha presieduto alla creazione dell’ONU era proprio quello di por fine alla diplomazia della prepotenza – di cui Hitler era stato l’incarnazione – che trattava i popoli come oggetti.

Fin dalla prima guerra mondiale il presidente Wilson aveva proclamato alcuni principi fondamentali la cui realizzazione, a base dell’ordine internazionale, doveva costituire lo scopo di guerra degli Stati Uniti, e il dovere degli alleati vittoriosi. Fra questi principi, indicati nei quattordici punti e nelle quattro proposte complementari, uno suonava: “I popoli e le provincie non devono costituire oggetto di mercato e passare di sovranità in sovranità, come se fossero semplici oggetti o semplici pedine di un giuoco, sia pure del grande giuoco, ora screditato per sempre, dell’equilibrio delle forze”.

Esso veniva poi ribadito in maniera ancor più precisa dallo stesso presidente Wilson il 4 luglio 1918 con queste parole: “La sistemazione di ogni questione di territorio, di sovranità economica o politica, deve essere basata sulla libera accettazione da parte dei popoli interessati e non sugli interessi materiali o sul tornaconto di qualsiasi altra nazione o popolo che desideri una sistemazione diversa per imporre la propria influenza o il proprio dominio”.

Se comunque si volesse prendere come base giuridica valida la delibera dell’ONU, si dovrebbe considerare che essa prevedeva la creazione di due stati palestinesi, uno ebraico e uno arabo, e in più la garanzia dei diritti della popolazione araba, il divieto di discriminazioni, ecc., e che le varie parti della risoluzione costituiscono un tutt’uno.

Non credo pertanto che si possa parlare di una legittimità giuridica nascente dalla risoluzione di spartizione: del resto gli stessi israeliani lo hanno riconosciuto parlando del loro Stato come fondato sul diritto della forza. È questa anche la nostra opinione: anche il fatto compiuto crea situazioni nuove da cui nascono nuovi rapporti giuridici. Quando uno Stato esiste da circa trent’anni, riconosciuto dalla quasi universalità degli Stati e membro dell’ONU, non è più possibile contestarne la legittimità, anche se questa legittimità si basa sull’uso della forza. È questa la legittimità di Israele, ma poiché siamo in presenza di un uso della forza continuato, diretto ad allargare il territorio occupato, è forse opportuno vedere se possa attribuirsi eguale legittimità a tutte le diverse tappe dell’occupazione, o, in altre parole, quali debbano considerarsi territori su cui potrebbero esercitarsi i diritti di autodeterminazione del popolo palestinese.

È evidente che all’occupazione di territori effettuata con la forza nella guerra del 1967 non può essere attribuita validità alcuna perché gli altri paesi non l’hanno riconosciuta e il Consiglio di sicurezza dell’ONU l’ha condannata con la famosa risoluzione 242 del 22 novembre 1967. Questa risoluzione è stata approvata anche dagli Stati Uniti, che tuttavia si sono sforzati di introdurvi elementi di ambiguità per favorirne il non-rispetto da parte di Israele. Ben diverso era stato l’atteggiamento del presidente Eisenhower dieci anni prima, quando, dopo l’aggressione israeliana del ’56, aveva obbligato Israele ad evacuare i territori arbitrariamente occupati. “Forse che – aveva detto Eisenhower in quell’occasione – una nazione che attacca e s’impadronisce di territori stranieri, nonostante la disapprovazione delle Nazioni Unite, può pretendere d’imporre essa stessa le condizioni della sua evacuazione? Se dicessimo di sì, temo che avremmo fatto un passo indietro nell’ordine internazionale”. Fu appunto la fermezza di Eisenhower che obbligò Israele a sgombrare il Sinai e la striscia di Gaza. Purtroppo la stessa fermezza non si ripeté dopo la guerra del ’67, ché anzi gli Stati Uniti, pur votando la risoluzione 242, si adoperarono perché non fosse applicata. Il lobby israeliano, cui non mancano mezzi di agire, aveva nel frattempo lavorato molto bene.

L’espansionismo israeliano e i Palestinesi

 

Sono così passati trent’anni dalla risoluzione dell’ONU sulla spartizione della Palestina, e il popolo palestinese, dopo l’ingiustizia di quella prima risoluzione che lo spogliava senza consultarlo di metà del suo territorio, ha subìto quella ancor più pesante di vedersi privato anche del diritto di costituire questo Stato di dimensioni ridotte.

Si obietta spesso, da parte israeliana, che la risoluzione dell’ONU sulla spartizione fu accettata da Israele ma non dagli Stati arabi né dai palestinesi, e che pertanto essa non avrebbe più valore. Ma le cose non stanno veramente così. Quanto ai palestinesi, essi non avevano ancora una propria autonomia giuridica come Stato e non avrebbero potuto esprimere immediatamente una loro volontà, ma avevano il diritto di essere tempestivamente consultati per esprimere questa volontà. Invece non lo furono né prima che la spartizione fosse decisa, né subito dopo. Il territorio che l’ONU aveva assegnato al costituendo Stato arabo di Palestina fu immediatamente invaso da Israele e dagli Stati arabi confinanti che su quel territorio combatterono la prima delle loro guerre, quella del 1948.L’occupazione da parte di Israele di territori che il piano di spartizione assegnava allo Stato arabo aveva avuto già inizio ancor prima della cessazione del mandato e dello sgombero britannico, prima dunque della proclamazione dello Stato di Israele, prima che scoppiasse la guerra del 1948. In quel periodo gli ebrei si impadronirono con la forza di città importanti come Jaffa e Acri lungo la costa e avanzarono verso Gerusalemme, occupando nella zona che il piano riservava all’internazionalizzazione il villaggio di Deir Yassin (9 aprile 1948) dove fu interamente massacrata la popolazione civile: un atto probabilmente premeditato che ebbe influenza determinante nel provocare la fuga della popolazione araba terrorizzata. Poco dopo scoppiò la prima guerra con i paesi arabi, e Israele ne approfittò per impadronirsi con la forza di altri territori compresi nella zona riservata allo Stato arabo, che fu ulteriormente ridotta, ma il possesso definitivo di queste terre non fu mai riconosciuto a Israele dai successivi accordi armistiziali, che definirono la linea di “cessate il fuoco” come una linea puramente militare, senza alcun carattere di frontiera politica fra Stati. Ma anche dopo la firma dell’armistizio (il 24 febbraio 1949 con l’Egitto, il 23 marzo con il Libano, il 3 aprile con la Giordania e il 20 luglio con la Siria), Israele continuò ad avanzare con la forza, in spregio agli impegni assunti con gli accordi stessi ed avallati dall’ONU: il 10 marzo 1949, due settimane dopo la firma dell’armistizio con l’Egitto, truppe israeliane attaccarono la parte meridionale del Negev – territorio egiziano -, si spinsero fino al golfo di Akaba, da cui furono espulsi gli abitanti arabi. Sull’antico villaggio arabo gli israeliani costruirono il porto di Eilath, sebbene l’accordo generale di armistizio stipulasse, al suo articolo IV: “È riconosciuto il principio che nessun vantaggio militare o politico deve essere conseguito durante la tregua ordinata dal Consiglio di Sicurezza”. È particolarmente importante mettere in rilievo l’assoluta illegittimità di questa occupazione, perché l’aggressione israeliana del 1967 fu giustificata soprattutto con la necessità di mantenere aperto lo stretto di Tirian, che dà accesso precisamente al golfo di Akaba e quindi al porto di Eilath: in altre parole l’aggressione, che aveva permesso agli israeliani di insediarsi illegittimamente sul golfo e di costruirvi un porto, diventava motivo di legittimazione per una nuova aggressione e per la conseguente occupazione di Sharm al Sheikh. E come tutti sanno, la guerra del 1967 ha permesso agli israeliani di estendere ulteriormente l’occupazione abusiva di altri territori, che dovrebbero costituire lo Stato palestinese, dove, nonostante le ripetute risoluzioni dell’ONU gli israeliani non solo continuano a rimanere, ma continuano a stabilire nuovi illegittimi insediamenti.

Questa politica di Israele indica chiaramente una volontà espansionistica permanente, in assoluto contrasto sia con la risoluzione del 1947 sia con le successive decisioni dell’ONU: anche se Israele non lo riconosce apertamente, è evidente che non ha rinunciato a costruire a poco a poco uno Stato ebraico dall’Eufrate al Nilo, secondo un progetto sionista di antica data. D’altra parte, finché Israele mantiene il suo proposito di far affluire nel suo territorio l’intera popolazione ebraica del globo, che è parecchie volte più numerosa di quella che attualmente vi abita, è chiaro che questa affluenza presupporrebbe una moltiplicazione del territorio corrispondente alla moltiplicazione della popolazione. Perciò se Israele ha titolo a reclamare frontiere sicure contro le minacce – che sono risultate essere dei semplici bluff propagandistici – di veder ricacciata in mare la popolazione ebraica, tanto maggior diritto a una garanzia delle frontiere hanno i paesi arabi, che hanno subìto tutta una serie di aggressioni e hanno assistito a un’espansione continua di Israele ben al di là delle frontiere originarie stabilite dall’ONU e che vedono tuttora pendere su di loro la minaccia di un’ulteriore espansione.

L’attuale posizione giuridica di Israele

 

Sulla base di queste premesse di fatto, come si presenta ora la questione palestinese? Dal punto di vista del diritto internazionale non possono esistere dubbi: Israele deve sgombrare i territori arbitrariamente occupati nel 1967 e su una parte di essi, cioè sul territorio cisgiordano e sulla striscia di Gaza, deve nascere lo Stato arabo palestinese.

Il primo punto non sembra poter dar luogo a contestazioni serie, essendo esso la conseguenza del principio generale, che è fondamento sia del diritto internazionale sia, in particolare, dello statuto dell’ONU, che non possono essere occupati territori di altri Stati con la forza. In particolare questo principio è stato riaffermato con la risoluzione 242 già richiamata e con una serie numerosa di altre risoluzioni successive.

È noto che Israele ha sempre potuto contare all’ONU sulla protezione degli Stati Uniti, che sono arrivati a mettere il veto su una serie di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che avevano il generale consenso. Ricordiamo la risoluzione del 10 settembre 1972 che condannava Israele per i suoi raids sui campi di rifugiati palestinesi in Libano e Siria; quella dell’8 dicembre 1975 che condannava severamente Israele per i suoi raids sui campi di rifugiati in Libano che avevano fatto numerose vittime innocenti; quella del 26 gennaio 1976 che affermava il diritto inalienabile dei Palestinesi all’autodeterminazione, il diritto dei rifugiati palestinesi al rimpatrio o alle riparazioni, e la necessità di garantire la sovranità di tutti gli stati della regione; quella del 25 marzo 1976 che condannava Israele per le sue attività a Gerusalemme e nei territori occupati, ecc. Quest’atteggiamento degli Stati Uniti, che è in palese contrasto con le dichiarazioni di Ford alla conferenza di Helsinki dove ha proclamato “la devozione profonda del popolo americano e del suo governo ai diritti dell’uomo e alle libertà fondamentali”, è stata spesso criticata da autorevoli personalità americane: il senatore William Fullbright, che fu per molti anni il presidente della Commissione degli affari esteri del Senato, ha detto: “Non siamo obbligati ad appoggiare Israele nella sua ostinazione a occupare terre arabe, compresa la vecchia Gerusalemme e la riva sinistra palestinese … Forse il diritto dei Palestinesi di rientrare nella loro patria, da cui sono stati cacciati, è meno fondamentale del diritto degli ebrei sovietici di stabilirsi in un paese nuovo?”.

Tuttavia, se gli Stati Uniti hanno potuto bloccare con il veto alcune risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, non hanno osato opporre un veto alla risoluzione 242 e ad altre che ordinavano a Israele di sgombrare i territori arbitrariamente occupati, e non hanno potuto bloccare – perché lo statuto non lo consente – le risoluzioni dell’Assemblea che ogni anno hanno rinnovato la condanna di Israele per l’occupazione arbitraria, per gli abusi commessi nei territori occupati, per le violazioni dei diritti dell’uomo a danno degli arabi, ecc. Si obietta talvolta che le risoluzioni dell’Assemblea non hanno valore vincolante, ma si dimentica che questa regola non è applicabile a Israele, perché Israele – unico fra tutti gli Stati – è stato ammesso all’ONU con l’esplicita condizione, da esso accettata, di attenersi alle risoluzioni dell’ONU. Si è trattato di una procedura speciale, usata solo in questo caso, e cioè un’ammissione condizionale e dopo lungo interrogatorio nella Commissione ad hoc sull’atteggiamento di Israele di fronte alle decisioni dell’ONU. In quella sede, il rappresentante di Israele, Abba Eban, dichiarò che se Israele fosse stata ammessa all’ONU, essa avrebbe contribuito ad accrescere la forza morale vincolante delle sue risoluzioni; a differenza degli arabi, aggiunse, Israele “non accetta la teoria (…) che le risoluzioni dell’Assemblea siano opzionali e che si possa sbarazzarsene a volontà”. È opportuno richiamare quest’impegno, la cui assunzione fu condizione di ammissione, proprio nel momento in cui Israele è lo stato che più di ogni altro ha sistematicamente disatteso le risoluzioni dell’ONU.

La situazione giuridica dei Palestinesi

 

Qual è oggi la situazione giuridica dei palestinesi?Dopo la risoluzione del 1947, e dopo la dispersione di larga parte del popolo palestinese a seguito della guerra del ’48, dopo l’occupazione del territorio dell’istituendo Stato da parte di Israele, Giordania ed Egitto, ci vollero molti anni prima che il popolo palestinese potesse darsi una struttura organizzata che gli consentisse di far sentire la sua voce nei consessi internazionali. Ciò è avvenuto solo nel 1964 con la costituzione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), la quale è ormai ufficialmente riconosciuta come legittima rappresentante del popolo palestinese. I momenti più significativi di questo riconoscimento sono stati la conferenza di Rabat e l’invito dell’ONU ad Arafat: nella prima tutti gli Stati arabi, compresi quelli che avevano occupato i territori palestinesi, cioè Giordania ed Egitto, hanno riconosciuto il diritto del popolo palestinese a creare uno Stato indipendente sul territorio palestinese occupato da Israele nel 1967 e hanno riconosciuto all’OLP la legittima rappresentanza del popolo palestinese.

Quanto all’ONU, essa ha proclamato sempre il diritto all’autodeterminazione dei popoli, e lo ha precisato in un testo fondamentale: la risoluzione 1614 (XVI) dell’Assemblea generale del 14 dicembre 1960 sulla concessione dell’indipendenza ai paesi e ai popoli coloniali ha affermato testualmente che “tutti i popoli hanno un diritto inalienabile alla piena libertà, all’esercizio della loro sovranità”, e ha ribadito nelle conclusioni il diritto dei popoli a non sottostare a dominazione alcuna (“Tutti i popoli hanno il diritto di libera determinazione; in virtù di questo diritto essi determinano liberamente il loro statuto politico e perseguono liberamente il loro sviluppo economico, sociale e culturale”). Nessuno oggi contesta che questo principio sia diventato una norma vincolante di diritto: lo prova del resto il fatto che, attraverso la decolonizzazione, esso ha ormai ricevuto applicazione pressoché universale.

È vero che la delibera 242 del Consiglio di sicurezza non parve tenerne conto perché la formula di compromesso, che si dovette accettare per evitare il veto statunitense, parlava dei palestinesi come di “rifugiati”, ma a questa carenza l’ONU ha posto rimedio con una serie successiva di deliberazioni, fra cui quella dell’Assemblea dell’8 dicembre 1970, che riconoscevano il diritto del popolo palestinese a costituire uno stato indipendente sui territori che Israele deve sgombrare. In questo senso si è pronunciata anche la Comunità Economica Europea, e specificatamente, a più riprese, anche il governo italiano. Il fatto che Israele abbia continuato a rifiutarsi di adempiere ai suoi obblighi e abbia mantenuto l’occupazione arbitraria non modifica la situazione di diritto, anche se mantiene una situazione di fatto totalmente antigiuridica.

L’ONU poi, invitando Arafat a parlare alla tribuna dell’assemblea, e ammettendo un osservatore dell’OLP al Consiglio stesso di sicurezza, ha attribuito all’OLP lo status di rappresentante legittima del popolo palestinese.

La pretesa israeliana di non riconoscere l’OLP, accusandola addirittura di essere soltanto un’organizzazione terroristica, è chiaramente destituita di qualsiasi fondamento giuridico e anche di qualsiasi elemento di fatto. Certo ci fu un tempo in cui le organizzazioni ufficiali palestinesi sostenevano doversi ricacciare in mare gli ebrei e difendevano tutti gli atti di terrorismo ovunque compiuti. Questo tempo è passato. Da anni ormai l’OLP condanna gli atti terroristici compiuti da arabi fuori del territorio di Israele e ha punito essa stessa dei terroristi. Diverso naturalmente è l’atteggiamento per quanto riguarda atti compiuti sul territorio di Israele, cioè sul territorio dello Stato oppressore. Qui si tratta di guerriglia e la guerriglia è l’arma universalmente applicata in questi casi: non solo in Vietnam, in Algeria o nelle colonie portoghesi, per non parlare che dei casi più famosi, ma anche in Italia e negli altri paesi occupati dai nazisti, i popoli si sono difesi ricorrendo alla guerriglia. Comunque gli israeliani sarebbero gli ultimi a poter protestare contro il terrorismo, perché è noto che gli ebrei sono penetrati in Palestina con il terrorismo: la storia della colonizzazione ebraica in Medio Oriente è la storia del terrorismo ebraico contro arabi e inglesi. Le organizzazioni che l’hanno praticato (Hagana, Irgun, e Stern) sono celebrate come eroiche e diversi fra i dirigenti di queste organizzazioni, che avevano compiuto alcune fra le più gravi azioni terroristiche, sono diventati ministri o hanno occupato altre importanti cariche nello Stato. E d’altra parte non sono azioni terroristiche le ingiustificate rappresaglie massicciamente e spietatamente condotte dall’aviazione israeliana contro i campi di rifugiati?

I diritti dei palestinesi non si esauriscono però nel diritto alla creazione di uno Stato che costituisca la patria di questo popolo travagliato. Ci sono altri diritti che riguardano sia i palestinesi che vivono in Israele o in territori occupati da Israele che quelli che vivono in campi di rifugiati o, comunque, fuori dalla Palestina.

Per quanto riguarda i palestinesi che vivono entro i confini internazionalmente riconosciuti di Israele, il diritto principale è quello di essere trattati come cittadini di pieno diritto, senza discriminazioni, di avere scuole arabe con gli stessi diritti delle scuole ebraiche, di veder riconosciuto il diritto all’uso della lingua araba anche in sede ufficiale. In altre parole, come ogni altra minoranza etnica, linguistica o religiosa, gli arabi hanno diritto a vedere rispettata la loro identità nazionale, le loro pratiche religiose nonché l’insegnamento e l’uso della lingua. In uno Stato binazionale non possono sussistere né discriminazioni né privilegi, perché discriminazioni a carico di una parte e privilegi a favore dell’altra significherebbero una manifestazione di razzismo, condannato da tutta la gente civile.

Per quanto riguarda i territori occupati arbitrariamente, vale il principio generale che l’occupante non ha e non può esercitare diritti sovrani, non può alterare le forme di vita locale, insediando altre popolazioni o cacciando i legittimi abitanti, alterando il paesaggio, distruggendo abitazioni, luoghi di culto, ecc. Purtroppo tutto ciò è avvenuto largamente nei territori occupati, donde le ripetute condanne pronunciate dall’UNESCO.

Infine, per quanto riguarda i palestinesi che vivono fuori della Palestina, dev’essere riconosciuto il diritto di ritornare e di riottenere le proprietà confiscate, oppure di avere un adeguato indennizzo: diritto questo che spetta anche ai palestinesi che vivono in Israele e che sono stati espropriati. Ultimo, ma più importante diritto, è il diritto alla vita, che Israele nega con i bombardamenti sistematici sui campi dei profughi, sotto pretesto di esercitare un diritto di rappresaglia che non è ammesso dalle norme internazionali. La pretesa di Israele che i profughi palestinesi siano condannati a rimanere eternamente dei profughi, senza poter recuperare una patria, nasconde forse il proposito di massacrarli lentamente nei campi di rifugiati.

La situazione di fatto

 

Fin qui abbiamo esaminato i principali aspetti giuridici della questione palestinese; ma quale è la situazione di fatto?

Teoricamente dovrebbe tenersi a Ginevra una conferenza della pace cui dovrebbero partecipare tutte le parti interessate, sotto la copresidenza degli Stati Uniti e dell’URSS. In realtà Israele ha sollevato finora una serie di difficoltà pregiudiziali per rimandare la conferenza, nell’attesa della quale non solo continua a occupare i territori che dovrebbe rendere ma vi sviluppa una politica d’insediamento di colonie ebraiche in aperto contrasto con le norme di diritto internazionale e con le decisioni dell’ONU.

Il ritardo nell’avviare serie trattative di pace è stato favorito apertamente da Kissinger, che ha potuto così giocare sulla sua diplomazia dei piccoli passi, svolgendo un ruolo molto ambiguo nel Medio Oriente. In sostanza mi pare fuori di dubbio che la guerra civile in Libano e il successivo intervento siriano in appoggio alle forze cristiane di destra, contro i palestinesi e contro i progressisti libanesi, siano stati concordati con Washington e con Israele. Kissinger ha giocato la carta dell’arabizzazione del conflitto, come in Vietnam aveva giocato quella della vietnamizzazione: ottenere cioè che arabi combattano contro arabi come vietnamiti avevano combattuto contro vietnamiti e come pure in Angola tentò di mobilitare angolani (sia pure rafforzati da mercenari) contro il movimento di liberazione dell’Angola. È probabile che l’evoluzione della situazione abbia agevolato una pace diplomatica fra Israele e gli Stati arabi: se questa tuttavia dovesse realizzarsi ai danni del popolo palestinese, che fosse privato del suo diritto di avere un proprio Stato indipendente, potrebbe risultare una pace precaria e pericolosa.

Mi auguro che i dirigenti arabi, soprattutto egiziani e siriani, e i dirigenti israeliani abbiano sufficiente senso storico per rendersi conto che tutte le soluzioni tentate per fermare il movimento reale della storia (in questo caso il movimento di un popolo verso l’indipendenza) servono solo a protrarre l’inquietudine e, in ultima analisi, a provocare nuove guerre. Mi auguro soprattutto che i governanti di Israele si rendano conto che difficilmente potranno trovare un momento storico più favorevole per una soluzione definitiva che allontani minacce e pericoli. È chiaro che ormai non solo gli Stati arabi, ma lo stesso movimento palestinese sono pronti a riconoscere lo State di Israele, anche se non si può pretendere di farne una pregiudiziale alle trattative: il riconoscimento dovrà essere il risultato della trattativa, insieme però con la rinuncia definitiva di Israele ad ulteriori tentativi di aggressione e di espansione e quindi con la garanzia delle frontiere. E fra queste frontiere devono essere comprese anche quelle dello Stato arabo palestinese, che sarà necessariamente più piccolo di quello previsto dall’ONU nel 1947.

Credo che una soluzione di questa natura è la sola che possa dare finalmente pace e tranquillità al Medio Oriente, e, in particolare, allo Stato di Israele che commetterebbe una follia se scegliesse la strada di una ulteriore tensione, necessariamente destinata ad aggravarsi, che rischierebbe di portarlo alla perdizione. Nessun uomo di buon senso, soprattutto se si è trovato ad aiutare gli ebrei nei momenti delle feroci persecuzioni, può desiderare che Israele rischi di essere distrutto da una guerra futura, ma nessun uomo di buon senso può pensare che i milioni di ebrei assassinati dai nazisti siano morti perché i loro correligionari si facessero a loro volta promotori dell’oppressione e della persecuzione di un altro popolo. Il modo migliore di onorare le vittime del nazismo è di lottare perché non ci siano più popoli eletti e popoli inferiori.




1918,1948, 2018: la Prima Guerra Mondiale, la Nakba e la nascita del nazionalismo etnico

Shmuel Sermoneta-Gertel

15 maggio 2018,Mondoweiss

Quest’anno segna non solo il 70esimo anniversario della Nakba [espulsione dei palestinesi dai territori su cui è stato dichiarato lo Stato di Israele, ndtr.], ma anche il centenario della fine della Prima Guerra Mondiale. I due eventi sono strettamente correlati in molti modi, che intenderei esplorare attraverso lo sguardo di un eminente ebreo antisionista dell’inizio del XX secolo, Aharon Shmuel Tamares (1869-1931), rabbino della città di Milejczyce (Russia, e in seguito Polonia).

Nel suo ultimo lavoro, “Sheloshah Zivugim Bilti Hagunim” (“Tre unioni inopportune”), scritto in risposta alla rivolta in Palestina del 1929 [rivolta palestinese contro la dominazione inglese e la presenza sionista, ndtr.] e pubblicato circa un anno prima della sua morte, Tamares spiegò la propria contrarietà al movimento sionista, soprattutto riguardo all’atteggiamento sionista verso la Grande Guerra ed il suo esito.

Tamares inizia la sezione del suo testo a questo riguardo (“Parte 3: L’unione tra ‘la rinascita della lingua e della cultura ebraica’ e il sionismo”) con un’inequivocabile denuncia della guerra e della divisione del bottino tra le potenze vittoriose:

Le grandi potenze mondiali hanno deciso di discutere su chi fosse più potente – una discussione infuocata. Nel frattempo, hanno dato alle fiamme migliaia di città e villaggi e ricoperto la terra intera di vittime. Dopo aver concluso il loro “elegante” dibattito, i membri della parte i cui fucili avevano avuto l’ultima parola e di cui il mondo è caduto preda, hanno convenuto di spartirsi il pianeta tra loro, per smembrarlo in piccoli Stati che obbedissero al loro volere.

Definisce la Prima Guerra Mondiale “il più grande scandalo della storia del mondo” e paragona la conferenza di Parigi (Versailles) ad un gruppo di macellai che stanno intorno a un tavolo per sezionare la vittima. Creando numerosi nuovi Stati nazionali, argomenta Tamares, le potenze hanno dato supporto all’idea di nazionalismo etnico – che inevitabilmente sfocia, secondo Eric Hobsbawm, nell’“espulsione di massa o nello sterminio delle minoranze.”

È questo nazionalismo etnico che Tamares identifica come la causa prima della violenza anti-semita e della discriminazione contro gli ebrei in Europa nel periodo post bellico, soprattutto nei nuovi Stati etnico-nazionali creati nel centro e nell’est dell’Europa. Tamares inoltre cita la normalizzazione della brutalità come fattore esacerbante, prevedendo che d’ora in avanti chi ha il potere farà il ragionamento che “se è stato accettabile, durante la guerra, trattare milioni di persone come carne da macello, viene di conseguenza che si possano anche imprigionare in gran numero, che possano semplicemente morire di fame.”

Queste ragioni stanno alla base dell’accusa di Tamares al sionismo ed alla leadership sionista: la loro glorificazione ideologica del concetto stesso di guerra e la loro attiva partecipazione a quell’abominio che fu la Prima Guerra Mondiale (nella “Legione ebraica” ed in azioni di spionaggio contro l’impero ottomano in Palestina); la loro adozione del principio di nazionalismo etnico, incoraggiando in tal modo altri e gettando sé stessi nell’abisso morale dell’espropriazione colonialista degli abitanti nativi della Palestina.

Tamares non afferma che il movimento sionista non avesse queste aspirazioni prima della guerra, ma che la guerra ed il “Balfourismo” [riferimento al ministro inglese Balfour, che diede il nome alla famosa dichiarazione che impegnò la Gran Bretagna a favorire un focolare ebraico in Palestina, ndtr.], al quale ha dato impulso, le hanno rese possibili.

Incoraggiati dalla Dichiarazione Balfour e dalle decisioni della Conferenza di Parigi e della Società delle Nazioni, i leader sionisti non fecero segreto del fatto che la loro intenzione era di portare gli ebrei in Palestina non come normali immigrati, ma come “occupanti…per imporre il proprio comando sui suoi originari abitanti….per essere padroni della terra…per diventare maggioranza…e trasformare i suoi precedenti abitanti, gli arabi, in una minoranza.” Con il potere di Balfour dietro di loro (non solo come ideatore della Dichiarazione Balfour, ma anche come uno degli architetti di Versailles), pensarono di poter ignorare il fatto che “la terra in questione non era una sorta di nuova isola disabitata che avevano trovato alla fine del mondo e nei mari lontani, ma la patria di un popolo che senza dubbio avrebbe vissuto le loro aspirazioni alla “sovranità” e allo “Stato” come una spina nel fianco”. Prosegue citando un racconto del Talmud che parla di un gruppo di marinai che si era fermato a riposare in quella che credevano un’isola. Dopo un po’ cominciarono a sentirsi i suoi padroni e quando accesero un fuoco il gigantesco pesce sul cui dorso avevano deciso di stabilirsi si girò, gettandoli tutti in acqua. “L’analogia, scrive, è ovvia.”

L’affermazione sionista che gli arabi fossero, nella versione sarcastica di Tamares, “un popolo incolto che aveva rubato la terra, installandovisi per soli quindici secoli, che non sono che un giorno e mezzo secondo gli standard delle antiche tribù “storiche”, ai cui occhi mille anni sono come ieri”, coincideva perfettamente con il profondo razzismo che ha portato gli inglesi e la Società delle Nazioni ad appoggiare la creazione di un “focolare nazionale” ebraico in Palestina.

Alla base del nazionalismo etnico, secondo Tamares, vi è l’idea che gli abitanti del mondo si dividano tra coloro che sono “padroni” nei propri Paesi e coloro che sono “stranieri”, a volte tollerati in vario grado, ma sempre alla mercé dei primi.

Egli identifica questa divisione delle persone tra ‘chi è dentro e chi è fuori’, promossa e perpetuata dalle potenze alla Conferenza di Parigi e dalla Società delle Nazioni, con il peccato del popolo di Sodoma, per cui la città venne distrutta da Dio (Genesi 19; vedere anche il Talmud babilonese: Sanhedrin 109b). È proprio questo approccio che egli attribuisce al movimento sionista, che accusa sia di fornire aiuto e sostegno ai nazionalisti europei, responsabili della brutale persecuzione degli ebrei in Europa, che di cercare di creare un regime in Palestina in cui anche gli originari abitanti della terra sarebbero trattati come “stranieri”, costretti a dipendere da un qualunque tipo di “tolleranza” potesse essere manifestata dai loro “padroni” ebrei.

Questa giustapposizione tra antisemitismo e sionismo, attraverso la lente del nazionalismo etnico, è particolarmente interessante, non solo come una sorta di regola fondamentale (Non fare agli altri…), ma anche in quanto analisi del sionismo come reazione all’antisemitismo e soluzione della “questione ebraica”. Tamares sostiene infatti che il sionismo non solo non ha combattuto l’antisemitismo in Europa, ma lo ha attivamente incoraggiato accettandone la causa profonda e, a volte, sostenendo i suoi effettivi esponenti (come “fratelli” ideologici ed anche come strumenti per i propri fini).

Questo potrebbe sembrare uno scritto storico e commemorativo, ma non è questa la mia intenzione. Un secolo dopo l’armistizio del 1918 e 70 anni dopo la Nakba, il nazionalismo etnico è vivo e vegeto. È per questo che i dimostranti palestinesi, a Gaza o a Gerusalemme o a Umm al-Fahm, possono essere colpiti impunemente; che i gazawi possono essere imprigionati in massa per 11 anni, senza che se ne veda la fine; che i palestinesi in Cisgiordania possono essere privati dei fondamentali diritti umani; che ai cittadini palestinesi di Israele si può negare l’eguaglianza; che i diritti dei rifugiati palestinesi possono ancora essere ignorati.

Come ai tempi di Tamares, questa ideologia non è feudo esclusivo dei sionisti, né esiste nel vuoto. E come ai tempi di Tamares, è il ‘balfourismo’ stesso che deve essere contrastato, dovunque cerchi di dividere il popolo tra “padroni” e “stranieri”.

Shmuel Sermoneta-Gertel è un insegnante, traduttore e ricercatore indipendente che vive a Roma. È membro della Rete ECO – Ebrei contro l’occupazione.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Corbyn e Israele: la disputa sull’antisemitismo ha zittito il leader del partito Laburista sul massacro di Gaza

Ilan Pappè

venerdì 6 aprile 2018, Middle East Eye

È terribile accusare il capo del Labour per coprire l’appoggio della Gran Bretagna alla spoliazione dei palestinesi

Recenti pubblicazioni sull’antisemitismo – come l’eccellente libro di Jewish Voices for Peace [Voce Ebraiche per la Pace, gruppo di ebrei contrari all’occupazione dei territori palestinesi, ndt.] “On Anti-Semitism” [Sull’antisemitismo] – affermano che, benché ogni persona per bene si opponga al fenomeno, non c’è una definizione unitaria.

Questa discussione filosofica, oserei dire ontologica, non è molto utile per occuparsi della recente disputa sul presunto antisemitismo nel partito Laburista. Nel contesto di questo specifico dibattito, c’è un’utile definizione che tutti noi possiamo utilizzare. È chiara, diffusa, sensata ed efficace.

Antisemitismo è odiare gli ebrei per quello che sono. Non è diverso dalla definizione del razzismo contemporaneo. Ogni odio basato sulla razza, sulla religione, sul colore della pelle o sul genere che porta ad atteggiamenti intolleranti dal basso, e a politiche discriminatorie, a volte genocidarie, dall’alto, è razzismo.

Ci sono sei milioni di ebrei che vivono oggi nella Palestina storica accanto a sei milioni di palestinesi. Ogni generalizzazione su ognuna delle due comunità è razzismo, e, poiché entrambe le popolazioni sono semitiche, questo razzismo è antisemitismo.

Il ruolo della lobby filo-israeliana

Tuttavia condannare le persone per le loro azioni, sia che si tratti di ebrei o di palestinesi, in quanto contrapposte alla loro identità, non è antisemitismo. È vero anche per le ideologie razziste.

Condannare il sionismo in quanto ideologia colonialista di insediamento che ha portato all’espropriazione di metà della popolazione palestinese dalla propria terra e per l’attuale politica discriminatoria e brutale di Israele contro quelli che sono rimasti non è antisemitismo. Di fatto è antirazzismo.

L’ultima disputa sull’antisemitismo, che è il culmine di una serie di accuse e controaccuse scatenate dall’elezione – per la prima volta dalla dichiarazione Balfour del 1917 [che impegnò l’impero britannico a favorire la nascita di un “focolare ebraico” in Palestina, ndt.]– di un leader del partito Laburista che simpatizza con la lotta palestinese per la giustizia e l’indipendenza, illustra bene la differenza tra condannare un’azione e condannare un’identità.

Come è stato messo in luce anche dall’eccellente documentario di Al Jazeera “The Lobby”, dall’elezione di Jeremy Corbyn il gruppo della lobby filoisraeliana ha instancabilmente esaminato ogni tweet, ogni post su Facebook e ogni discorso che ha fatto da quando ha iniziato la sua vita politica, per distruggerlo in quanto antisemita.

Non era facile trovare prove di ciò, in quanto Corbyn è assolutamente contrario ad ogni forma di razzismo, compreso l’antisemitismo. Tuttavia alla fine hanno scoperto che aveva appoggiato, in nome della libertà di espressione, un murale che avrebbe potuto essere interpretato come antisemita (e, secondo alcune informazioni, venne definito come tale dall’artista).

Come ammise all’epoca lo stesso Corbyn, avrebbe dovuto analizzare il murale con maggiore attenzione. Non lo fece. Chiese scusa. Caso chiuso.

È stato eletto dai giovani in tutta la Gran Bretagna grazie alla sua fallibilitàin quanto essere umano e non perché fosse un altro politico superman frivolo e smidollato che non ha mai ammesso di aver commesso un errore.

Un altro politico del partito Laburista, Christine Shawcroft, ha dato le dimissioni dopo aver appoggiato Alan Bull, un candidato a un consiglio comunale a causa di una presa di posizione a Peterborough [città a nord est di Londra, ndt.], che lei ha ritenuto fosse stato scorrettamente accusato di essere un negazionista. Il candidato ha sostenuto che l’accusa era basata su contenuti falsificati e decontestualizzati.

Come mettere a tacere una critica

L’insignificante passo falso e l’appoggio male informato di Corbyn, se di questo si è trattato, sono stati sufficienti per un’esibizione di forza e di unità da parte della comunità ebraica organizzata, i cui attivisti hanno manifestato davanti al parlamento. Insieme a striscioni che collegavano il partito Laburista ai nazisti, i manifestanti sventolavano bandiere israeliane.

Le bandiere sono il principale problema, non l’appoggio di Corbyn a un murale né il sostegno di Shawcroft a Martin Bull. È stata una manifestazione contro la posizione filopalestinese di Corbyn, non contro l’antisemitismo.

Corbyn non è un antisemita e il partito Laburista, fino alla sua elezione, è stato un bastione filoisraeliano. Quindi la tempistica e la risposta sproporzionata alla questione del murale sono, a dir poco, bizzarre – oppure no.

In realtà non è così strano, se si capiscono le macchinazioni della lobby sionista in GB. La manifestazione è stata inscenata all’inizio di una settimana in cui Israele ha utilizzato una forza letale contro una marcia pacifica dei palestinesi nella Striscia di Gaza, uccidendo 17 palestinesi e ferendone altre centinaia.

Le bandiere israeliane mostrano chiaramente il rapporto tra gli attacchi contro Corbyn e le sue posizioni oneste e umane sulla Palestina. Il dividendo per la lobby sionista in Gran Bretagna è stato che Corbyn sarebbe rimasto in silenzio di fronte al nuovo massacro a Gaza – e senza di lui, abbiamo ben pochi politici coraggiosi che osino dire una parola nella nuova atmosfera di intimidazione.

I politici che attualmente governano in Israele hanno ben pochi scrupoli, come abbiamo visto, riguardo ad uccidere ed arrestare sistematicamente minori palestinesi. I loro alleati nella comunità anglo-ebraica, da parte loro, sono in difficoltà a causa di ciò. Il loro lavoro in difesa di Israele è molto più difficile ora che i palestinesi hanno chiaramente optato per una resistenza popolare nonviolenta.

È solo una questione di tempo prima che la brutalità inumana che l’esercito israeliano ha usato venga sottolineata dall’opinione pubblica, persino in Gran Bretagna, dove la BBC e Sky News lavorano alacremente per escludere la questione della Palestina dai loro reportage e dalla discussione: entrambi i canali hanno dedicato più tempo al murale che al nuovo massacro di Gaza.

Terribili accuse

La lobby israeliana vorrebbe che tutti noi in Gran Bretagna discutessimo di murales e antisemitismo latente in una società in cui gli ebrei non sono mai stati più sicuri e prosperi. Sì, c’è antisemitismo in tutti i partiti britannici – e molto di più a destra che a sinistra, tra l’altro. Dovrebbe essere sradicato e condannato, come ogni altra forma di razzismo, che sia diretto contro musulmani o ebrei in una società prevalentemente cristiana e bianca.

Quello che è terribile è l’utilizzo dell’accusa di antisemitismo per nascondere la continua, tacita e al contempo diretta, assistenza britannica alla spoliazione dei palestinesi, che iniziò con la dichiarazione Balfour 100 anni fa e da allora non si è mai interrotta.

È deplorevole utilizzare tali accuse per soffocare il dibattito sulla Palestina o per demolire politici che non sono disponibili ad allinearsi con Israele.

Non è il partito Laburista ad essere infestato dall’antisemitismo; sono i media ed il sistema politico britannici che sono afflitti dall’ipocrisia, paralizzati dalle intimidazioni e percorsi da strati nascosti di islamofobia e di un nuovo sciovinismo sulla scia della Brexit.

Nel centenario della dichiarazione Balfour tutti i partiti inglesi dovrebbero mettere insieme una commissione pubblica d’inchiesta sulla sua eredità, piuttosto che dare un peso sproporzionato a qualche passo falso, sia attraverso l’ignoranza che una manipolazione riuscita.

– Ilan Pappe è professore di storia, direttore del “Centro europeo per gli Studi Palestinesi” e co-direttore del “Centro Exeter di Studi Etno- Politici” dell’università di Exeter.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




L’intervento di ILAN PAPPÉ

al panel “Memorie e Identità”del CONVEGNO L’eredità di Edward Said in Palestina,

TORINO 1-2 MARZO 2018

Aula Magna Campus Luigi Einaudi*

Sono un professore di storia e vedendo qui studenti, non studenti e professori nei banchi, credo che farò una lezione molto storica… è nel mio DNA! Metto da parte le questioni più concettuali e teoriche, e avrò un approccio più storico.

Ho appena firmato un contratto per un libro, che non ho ancora scritto (un errore!), l’unica cosa che so è il titolo che avrà: “Qual è il senso della storia?”. Ho scelto questo titolo perché negli ultimi 30-40 anni c’è stato un grande dibattito tra gli storici e gli accademici, non su cosa sia il senso della storia, ma su cosa sia la storia. Abbiamo distrutto cinque belle foreste in Brasile per farne dei libri su cui scrivere centinaia di pagine, per dire che cosa è la storia, e oggi non ne sappiamo molto di più. Abbiamo avuto delle scuole di pensiero nel 1900, e sono ancora le stesse. Ancora non sappiamo esattamente che cosa è la storia. I relativisti e gli empiristi stanno ancora dibattendo se si può o non si può conoscere esattamente ciò che è accaduto nel passato. Vico soleva dire “Ciò che sapete del passato è in realtà ciò che sapete del presente, non di più.” La maggior parte di noi si colloca nel mezzo tra un punto di vista relativista ed il suo opposto. È tempo di affrontare un altro problema: quale è il significato della storia.

Il motivo è che la questione palestinese è diventata un nodo che riporta ad un problema molto più ampio: che cosa è stata la Palestina negli ultimi 30-40 anni; è diventata un simbolo, o un oggetto di ricerca, di questioni che vanno molto al di là della Palestina stessa, come la giustizia sociale, o la decolonizzazione. Inoltre la Palestina è diventata importante per la discussione di che cosa sia il senso della storia. Noi viviamo in una società e in un ambiente neoliberale e anche l’università è vittima di questo tipo di percezione ideologica ed economica: da un punto di vista neoliberale l’insegnamento della storia è inutile e non molto importante. L’insegnamento della letteratura, la cultura, in generale l’umanesimo non sono considerati molto importanti. In Gran Bretagna, dove insegno, c’è una nuova idea di rendere la laurea in materie umanistiche e in scienze sociali molto più economica di quella in materie scientifiche, perché sono considerate meno importanti, per cui si paga meno per una laurea in sociologia o storia e molto di più per laurearsi in legge o in medicina. Non me lo sto inventando, è ciò che avverrà in Gran Bretagna nei prossimi anni.

Credo sia importante lottare per l’importanza della storia, non solo per il passato, ma per tutti noi. Sappiamo tutti che se c’è un vuoto nella storia, se l’università e gli storici non vengono considerati come una parte essenziale della nostra società, sappiamo da chi verrà colmato questo grande gap nella società: lo si è visto in Italia, dove stanno tornando i nuovi fascisti, quando la storia non viene raccontata correttamente e quando non viene considerata come questione morale: allora ci sono persone che propongono una loro narrazione e creano la base per politiche razziste ed immorali, in questo paese come anche altrove. Perciò credo che dobbiamo lottare per il diritto di parlare dell’importanza della storia e non vi è un altro caso che richieda un così serio approccio quanto il caso della Palestina. Voglio perciò fornirvi un approccio storico alla lotta contro la cancellazione della memoria della Palestina.

Il punto di partenza, che è già stato citato dai due amici che mi hanno preceduto, è che cerchiamo di guardare al sionismo di Israele oggi come ad un progetto di colonialismo di insediamento. Sono sicuro che tutti voi avete già sentito questo termine, colonialismo di insediamento, ma per essere certo che siamo sulla stessa lunghezza d’onda, chiariamo la differenza tra colonialismo e colonialismo di insediamento. Quest’ultimo non è il classico colonialismo. Il colonialismo di insediamento è stato creato dai rifugiati, da quelli che hanno dovuto fuggire dall’Europa con l’aiuto di un altro potere colonialista ed in realtà non volevano tornare in Europa, non cercavano solo una nuova casa, ma una nuova patria. E tra le sfide in cui potevano imbattersi dovunque andassero, in America, Australia, Africa o Palestina, la maggiore era che vi fossero persone che già vivevano là, in un territorio che gli apparteneva, che per loro era invece il territorio dove costruire una propria nuova identità. In molti casi questi incontri con popoli indigeni andarono a finire con il genocidio dei nativi. Nel caso del Sudafrica e della Palestina vi furono la pulizia etnica, l’apartheid, ed altre atrocità che dopo la seconda guerra mondiale sono state considerate crimini di guerra contro l’umanità.

Fin dall’inizio la storia è molto importante per il colonialismo di insediamento. Questo intende dire ai popoli indigeni “inferiori, voi non avete una storia”. Gli indigeni sono stati rimossi dai libri di storia dei coloni, prima ancora di essere espulsi fisicamente dalla loro terra. Per esempio, se considerate i pittori sionisti nelle prime fasi del progetto sionista, alla fine del diciannovesimo secolo – inizio del ventesimo, se leggete le loro poesie o i loro racconti, ma penso che soprattutto la pittura sia significativa, potete vedere che i pittori sionisti guardavano la collina dove noi sappiamo che c’era un villaggio palestinese, ma nel dipinto o nel disegno il villaggio non c’è. Il villaggio è stato fisicamente distrutto nel 1948, ma non c’era già più nel 1910. Si tratta dello stesso approccio, attraverso il disegno, di rimuovere i nativi prima di eliminarli fisicamente che si trova… per chi di voi ha visto il muro israeliano intorno a Gerusalemme, là ci sono dei graffiti israeliani (no, non di Bansky…) di ciò che si può vedere al di là del muro, perché gli israeliani di Gerusalemme si lamentavano di dover passare da una parte all’altra della città attraverso un muro molto brutto, quindi qualcuno ha detto “bene, dipingiamolo e ci disegneremo un paesaggio che sta oltre il muro”, per cui si possono vedere le colline, ma non ci sono villaggi né città palestinesi. In realtà ci sono ancora e noi che abbiamo coscienza sappiamo che è un brutto segno che nei graffiti israeliani sul muro i villaggi che ancora esistono, nel disegno non ci sono, il che significa che loro hanno un piano diverso.

Prendiamo in considerazione il colonialismo di insediamento, non solo quello sionista, ma dovunque. Prima che abbiano il potere di espellere la popolazione indigena, la rimuovono dalla narrazione; ma fanno anche altro, lo sappiamo riguardo agli Stati Uniti. Si appropriano della storia degli indigeni come fosse la propria. Prendono la storia dei palestinesi, dei nativi d’America, degli aborigeni e sostengono che in realtà quella è la loro storia. Questo è parte di un progetto che costringe i nativi, la popolazione locale, a lottare per qualcosa che ai loro occhi è evidente, quindi ci vuole molto tempo prima che i palestinesi si rendano conto che devono difendere qualcosa che a loro appare un concetto naturale. Perché dovevano spiegare alle Nazioni Unite nel 1947 che appartenevano alla Palestina? Perché la popolazione di Torino dovrebbe spiegare all’Unione Europea che fa parte di Torino? È un esercizio inutile. Eppure ai palestinesi venne chiesto dalle Nazioni Unite nel 1947: ‘Diteci, siete voi il popolo della Palestina?’ Risposero ‘Sì, noi siamo palestinesi, siamo il popolo della Palestina.’

Sì, ma voi non lo avete articolato bene, perché ci sono i sionisti che hanno detto di essere loro il popolo della Palestina.’ Con un’assenza di 2000 anni, è vero, ma …

Questa sorta di de-indigenizzazione, o di negazione dell’identità indigena dei nativi, la pretesa che la loro storia sia la vostra, è una potente azione di cancellazione e ridefinizione della memoria e dobbiamo capire che la difesa della memoria inizia dal primo momento in cui un colono ebreo venne in Palestina alla fine dell’800.

I coloni ebrei, soprattutto quelli arrivati con la seconda ondata, tra il 1905 e il 1920, divennero il gruppo dal quale più tardi nacque la leadership israeliana fino al 1990, forse fino ad oggi. Molti di loro sono morti, ma la maggioranza di coloro che hanno impostato il sistema politico ed economico israeliano erano arrivati in quell’ondata, ciò che chiamiamo in ebraico la seconda Aliyah, la seconda ondata. Non era un grande gruppo, ma era molto qualificato. Quelle persone hanno scritto riguardo a qualunque cosa, ci hanno lasciato montagne di diari e di giornali ed hanno continuato a scrivere dal momento in cui sono arrivati, non è sfuggito nulla alla loro attenzione, ogni puntura di zanzara, ogni goccia d’acqua, se gli piacesse o no, ci hanno riferito tutto di quel periodo. Ciò che è stupefacente riguardo a questi coloni è che non erano mai stati prima in Palestina e solitamente hanno passato la prima notte nella città di Jaffa, dove tra l’altro i palestinesi li hanno ospitati, perché erano molto poveri; non sapevano dove stare a Jaffa per cui i palestinesi gli hanno permesso di rimanere gratis almeno per i primi due giorni prima di tentare di raggiungere le più vecchie colonie nel nord o nel centro della Palestina. Di notte, probabilmente usando lampade a petrolio (non c’era elettricità) scrivevano del loro primo arrivo nei diari o nelle lettere a casa. Erano davvero stupefatti perché in Polonia o in Russia, da dove provenivano, gli avevano detto che quando fossero arrivati avrebbero trovato una terra vuota, ma poi hanno scoperto che non era vuota, quindi vi è già una narrazione della storia che gli israeliani avrebbero poi portato avanti fino ad oggi, nel 2018. E la narrazione è: noi siamo ospitati da alieni, siamo ospitati da stranieri della nostra patria, che hanno preso la terra dei nostri antenati, e noi siamo venuti a riscattarla, quindi la generosità dei palestinesi, la loro umanità, vengono totalmente ignorate. Ciò che importa è che qui c’è una sfida, c’è una contraddizione tra l’idea che la terra che era deserta da 2000 anni doveva essere vuota, ma se ci sono esseri umani non possono far parte della patria, perciò sono stranieri. Questa idea che i palestinesi siano stranieri non è mai cambiata nella concezione degli israeliani, nemmeno di quelli di sinistra oggi: quando ragionano di compromesso coi palestinesi o quando parlano della cosiddetta pace con loro, li pensano sostanzialmente come stranieri in Palestina; anche se da un punto di vista liberale o socialista intendono arrivare ad un compromesso o a tollerarli in una piccola parte della Palestina, non li riconosceranno mai come indigeni. E questo fa parte del sistema educativo israeliano ancora oggi: noi siamo gli indigeni e chiunque altro è un immigrato, magari ebreo, che si accoglie, oppure è uno straniero. Anche l’ebraismo ha un ben noto modo di dire, che bisogna trattare bene lo straniero, quindi c’è un’idea religiosa che dice che si possono integrare gli stranieri, ma il profondo concetto dei palestinesi come stranieri esiste fin dall’inizio e i palestinesi hanno dovuto combatterlo fin dal primo momento.

Negli anni Trenta per la prima volta la comunità internazionale si è resa conto che la storia ha svolto un ruolo nel destino palestinese. Come saprete, negli anni Trenta gli inglesi che occupavano la Palestina dal 1918 cominciarono a pensare che c’era un problema in Palestina fra le promesse fatte agli ebrei con la Dichiarazione Balfour, che si sarebbe creata una casa per loro in Palestina, e il fatto che sul terreno c’era quella che si può definire una popolazione locale, un popolo che costituiva la schiacciante maggioranza della popolazione [96%], che aveva aspirazioni diverse rispetto alla terra, all’identità collettiva e che esistevano già movimenti di liberazione, gruppi di resistenza all’occupazione. Insomma gli inglesi capirono di dover trovare un modo per conciliare questi contrasti e non sapevano bene come rapportarsi alla Storia in merito. Se avessero utilizzato criteri universali nel 1936, e cioè quante persone, democraticamente, vogliono che la Palestina sia la Palestina, quante vogliono che la Palestina sia uno stato arabo, insomma usando i criteri che le nazioni legalmente usano per stabilire i diritti delle persone all’autodeterminazione, era molto chiaro che al massimo i coloni ebrei avrebbero potuto avere una qualche autonomia culturale nelle loro colonie e che l’aspirazione ebrea di avere una patria a spese dei palestinesi già nel 1936 non andava d’accordo con il diritto internazionale all’indipendenza e all’autodeterminazione. È molto chiaro, come ha detto anche Jamil Khader, che a causa del sionismo cristiano e di altri elementi in gioco, chi perseguiva quel disegno ha visto l’occasione di mettere in dubbio il diritto dei palestinesi alla Palestina attraverso la narrazione di un ritorno in patria dopo 2000 anni di esilio, che di base quella è la patria degli ebrei e i palestinesi sono stranieri. Ma non funzionò tanto bene, ci furono delle pressioni sul movimento sionista affinché provasse non solo che la Palestina fosse disabitata ma anche una continua presenza degli ebrei dall’epoca Romana. Gli inglesi dissero loro che se avessero potuto dimostrare una continuità questo avrebbe rafforzato la loro richiesta della Palestina. Ci fu un famoso incontro, fra David Ben Gurion, capo della comunità ebrea durante il periodo del mandato inglese, e lo storico più importante della comunità ebraica Ben-Zion Dinaburg, più tardi Ben-Zion Dinur, il secondo Ministro all’Istruzione dello Stato israeliano. Ben Gurion chiamò questo eminente storico sionista e gli disse “Voglio che tu faccia un grande progetto di ricerca: dimostra, indaga se c’è stata una presenza continua degli ebrei in Palestina dall’epoca Romana ai nostri giorni.” – cioè gli anni Trenta. Ben-Zion era un serio storico professionista e disse “È un grande progetto e mi piace! Mi darai i fondi?” – ciò che qualsiasi accademico avrebbe chiesto – e Ben Gurion disse “Certo! Tutto ciò di cui hai bisogno!” e poi gli chiese “Quanto tempo pensi di metterci per darci i risultati?” e Ben Zion disse “È un grande progetto, penso una decina d’anni… epoche differenti, lingue diverse, devo raccogliere un gruppo di ricerca ecc.” e Ben Gurion disse: “Non capisci. Una commissione d’inchiesta inglese, la Commissione Peel, arriverà tra un paio di settimane e dunque hai due settimane per trovare le prove che gli ebrei hanno sempre vissuto in Palestina; poi avrai altri dieci anni per sostanziare il tuo lavoro.” E in effetti se leggete il documento ebreo, sionista, consegnato alla Commissione Peel, c’è questa incredibile falsificazione di una continua presenza degli ebrei in Palestina, poiché questo avrebbe fornito la giustificazione morale al diritto degli ebrei di costruire una loro nazione in Palestina. I palestinesi all’epoca non capirono affatto la spaventosa sfida che dovevano affrontare: lo vediamo quando gli inglesi ne ebbero abbastanza della Palestina e demandarono il problema all’ONU e l’ONU creò una speciale commissione di inchiesta, l’UNSCOP, e anche UNSCOP era interessato alla Storia. Voleva capire i racconti, le narrazioni storiche di entrambe le parti. I palestinesi dissero – ed è probabilmente comprensibile – “Non vogliamo fornirvi la narrazione storica, non abbiamo intenzione di fornire le giustificazioni morali” – come penso sappiate, i palestinesi boicottarono la commissione speciale d’inchiesta dell’ONU, pensando “Noi siamo palestinesi in Palestina, perché dovremmo aver bisogno di andare all’ONU a dimostrare che è così!?” Ma quando sei un colonizzatore con il progetto di insediarti, sei bravissimo in storia, e la ricostruzione storica che il movimento sionista consegnò all’UNSCOP è un documento impressionante, di invenzione e falsificazione, ma comunque un documento impressionante: più note a pié pagina di quanto in Italia un dottorando metterebbe nella sua tesi, un mucchio di note, incredibile, è così sostenuto e comprovato e con tanti e tali riferimenti incrociati che prenderebbe 100 su 100 come lavoro storico se sottoposto ad una giuria accademica – quanto alla validità delle affermazioni… lasciamo stare. Era chiaro già nel 1946 allo stesso movimento sionista come alla comunità internazionale che fosse essenziale una narrazione storica, quand’anche falsa e inventata, per giustificare l’immorale idea di dare la Palestina al popolo ebreo come ricompensa in generale per l’antisemitismo e in particolare per l’Olocausto. Non si può procedere direttamente dall’argomento morale: non basta che gli ebrei meritino una patria a causa dell’antisemitismo, bisogna motivare perché in Palestina e a spese dei palestinesi e ottimi storici erano presenti sia nel movimento sionista che alle Nazioni Unite nel 1946… e dunque qual è il senso della storia? di fornire giustificazione morale ad azioni di disumanizzazione [riduzione demografica], pulizia etnica, colonizzazione, che hanno fatto davvero tante vittime umane. Allora “Storia” non è soltanto il nome di una pratica accademica, è anche la narrazione che giustifica l’umanità [nel suo agire]. Dopo il 1948, per la prima volta vediamo i palestinesi rivolgersi di nuovo alla storia, specialmente alla storia recente. I palestinesi, malgrado il trauma dei fatti del 1948, cercarono di spiegare al mondo, con libri storici, cosa era accaduto in quel 1948 – fra questi uno famoso è quello di Walid Khalid [All That Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948]. Ma nel 1949 e nemmeno negli anni cinquanta il mondo era minimamente interessato a sentire la versione storica di un palestinese, che fosse di uno storico professionista o di livello amatoriale. È molto interessante: Walid l’ha studiata per tutta la vita, è considerato oggi uno storico palestinese dei più importanti e voleva fare un PhD a Oxford, nel 1949-’50, usando la sua memoria ancora molto fresca dei fatti accaduti in Palestina e anche ricostruendo una narrazione e spiegando chiaramente quali fossero i risultati della risoluzione dell’ONU e dell’atteggiamento internazionale rispetto alla Palestina. Fu però convinto dal suo professore della prestigiosa università inglese a non trattare di quei fatti perché erano troppo politici, troppo emotivi, troppo vicini nel tempo, e lui fece un PhD su un altro argomento. Anni dopo avrebbe contribuito alla nostra conoscenza storica della Palestina, ma nei tardi anni quaranta e cinquanta, nella memoria degli studi universitari la versione degli israeliani era considerata professionale, valida, accademica, mentre gli storici palestinesi… chi erano? erano considerati degli emotivi, orientali, che lavoravano su visioni di fantasia piuttosto che sui fatti. Ma è incredibile che gli israeliani scrissero un numero incredibile di libri, specialmente i generali che avevano partecipato alle pulizie etniche del 1948 scrissero le proprie memorie, erano chiamati “i libri della Brigata” in Israele, una letteratura enormemente vasta che uscì in ebraico nel 1950 e ’51, in base a cui infatti qualcuno di noi – ma nessuno di noi lo fece – insomma se qualcuno fra gli ebrei vivo e abbastanza cosciente nel 1951 avesse voluto, avrebbe potuto scrivere quella che fu in seguito chiamata la “nuova storia” del 1948, avrebbe potuto farlo nel 1950 senza un solo documento degli Archivi israeliani. Sapete, il mito che dovessimo aspettare la desecretazione degli archivi nel 1978 per sapere cosa fosse accaduto in Palestina nel 1948, è un’assurdità: nel 1950 i generali, i militari, le truppe che avevano preso parte alla pulizia etnica della Palestina scrissero molto onestamente di ciò che avevano fatto, ma quando non hai le giuste lenti ideologiche, morali, non leggi correttamente quella produzione di conoscenza, non capisci che la parola “nemico” vuol dire “donne e bambini”, non capisci che la parola “base nemica” vuol dire “un villaggio o un quartiere”, non capisci che l’espressione “eliminare il nemico” vuol dire “distruggere un’intera comunità”; è solo dopo, quando il dizionario ideologico cambia e si inizia a rileggere queste fonti – disponibili, non desecretate – capisci che non era necessario aspettare il 1978, che già nel 1950 era possibile scrivere la vera storia del 1948. Ma di certo Israele allora era protetto da quella nuova idea degli storici che un documento in un archivio scritto da un politico, un militare – il genere di persone più inattendibili che ci sia al mondo – insomma che questo scritto, già coperto dalla polvere di 30 anni, non debba essere altro che la verità e nient’altro che la verità e questa era una cosa su cui anche i palestinesi sfortunatamente cominciarono a riflettere più tardi, quando la nuova storia di Israele cominciò ad apparire. Cominciarono a tenere in considerazione i documenti dell’esercito israeliano sui fatti del 1948, pensando che contenessero la sola versione possibile degli eventi rispetto alle testimonianze orali o ad altri mezzi che si usano per ricostruire cosa accadde nel passato. Per questo la nostra battaglia contro il memoriale è anche la nostra battaglia contro la gerarchia, che considera dei documenti politici e militari desecretati possedere una sorta di validità che ogni altra fonte che usiamo per ricordare e rammentare non possiede. Penso a questo proposito al lavoro di Jacques Derrida e di Michel Foucault sugli archivi, che aiutano molto a invalidare gli Archivi Nazionali in quanto deposito di fatti manipolati e aggiustati dallo Stato, e non una via diretta alla verità del passato.

Procedo verso il prossimo punto, con cui concluderò. Una cosa importante da ricordare riguardo ad Edward Said è che scrisse un libro, The Question of Palestine, pubblicato negli anni Settanta e dunque prima che si avesse accesso agli archivi israeliani, o agli archivi britannici o americani. E questo perché lui aveva idea che ciò che è importante dei fatti sia il loro significato piuttosto che la loro autenticità; lui fu in grado per la prima volta di articolare in modo molto chiaro una narrativa palestinese, che naturalmente compare più tardi nell’atto costitutivo dell’OLP e nella Dichiarazione di Indipendenza nel 1988; per la prima volta i lettori inglesi ebbero a disposizione una narrazione concisa, che conteneva ciò che è importante in una narrazione e cioé non i dettagli, ma lo scheletro della storia, una storia di colonizzazione, spossessamento – non una storia complicata, infatti è il primo a dire che ciò che fa Israele erige anche uno schermo di complessità. Penso che ognuno di voi che abbia discusso in veste ufficiale o con un portavoce informale di Israele sa che il maggiore genere di rivendicazione di Israele è che la cosa è troppo complessa, voi non riuscirete mai a capire, solo Israele la capirebbe. E questa complessità della storia è costruita, perché purtroppo la storia non è affatto complessa, di gente che arriva e caccia via altra gente, è già accaduto e purtroppo accadrà ancora, e la domanda è se si possa fermare piuttosto che se si possa comprendere. Come sapete negli anni ottanta capitarono due cose, e con questo concludo. Apparve il grande articolo di Edward Said che hanno menzionato i miei colleghi, Permission to Narrate, un articolo molto importante che vi raccomando di leggere se non l’avete già fatto, che Said scrisse immediatamente dopo l’invasione israeliana del Libano, nel 1982. Dopo l’invasione del Libano del 1982, che in Israele è chiamata la Prima Guerra del Libano, l’ONU nominò una commissione d’inchiesta con a capo una persona di nome Sean McCright, un irlandese che era famoso nel mondo come l’avvocato più autorevole per i Diritti Umani, e fu nominato dall’ONU anche perché aveva effettivamente a livello internazionale la reputazione di persona integra e questo avvocato produsse un report molto incriminatorio della guerra in Libano, specialmente [delle azioni] contro i campi profughi palestinesi, report che fu completamente ignorato dalle Nazioni Unite, dai media internazionali e questo irritò molto Said. E fu così che iniziò a scrivere il suo articolo.

E la seconda cosa che successe, che lo irritò, fu che il buon amico Noam Chomsky scrisse un libro intitolato Il triangolo palestinese e concludeva il libro dicendo che, riguardo alla questione palestinese, se si guardavano realmente le cose in faccia, i palestinesi non avrebbero avuto proprio alcuna possibilità di cambiare la realtà. Non so che cosa l’abbia irritato di più, se il report di McCright o le conclusioni di Chomsky, ma scrisse l’articolo con molta rabbia, questo è evidente. E nell’articolo dice, e questo è molto importante, che non solo i palestinesi hanno il permesso di avere la loro narrazione, e che anche se l’equilibrio di potere è contro di te, non hai il potere militare, non hai il potere economico, non hai il potere diplomatico, nessuno può toglierti il potere di raccontare la tua storia.

Ma questo non è il punto principale, il punto principale è che Said ha detto a Chomsky: se i fatti sono così deprimenti devi raccontarli in modo che si possa scegliere di venirne fuori. Il ruolo della Storia non è quello di dire le cose così come sono state, la Storia racconta le storie del passato con una visione di cambiamento della realtà nel futuro. Certo, così dicendo Said entrava in conflitto con la percezione professionale accademica del lavoro della Storia in quanto imparziale, oggettiva, priva di agenda politica, e diceva: la gente non ha un’agenda politica, una posizione morale e se si ricostruisce la storia della Palestina senza alcun impegno, si finisce certo con il rappresentare dei fatti che perpetuano la realtà. Mentre le persone che scrivono assumendosi un impegno, possono anche contribuire scrivendo a produrre un cambiamento nella realtà.

Lui credeva che la penna possa a volte essere più potente dei pensieri; la maggior parte di voi è molto giovane e magari non sa che cos’è una penna, allora diciamo che una tastiera può essere più potente dei pensieri…..Ma Said da più punti di vista non era certo naïf su questo, semplicemente pensava che questa fosse una parte importante della lotta. Permettetemi di finire dicendo che oggi in Palestina, in Israele, nei Territori Occupati e all’interno della comunità palestinese Said lancia un appello al permesso di narrare, e cioè “io ho il diritto di raccontare la mia storia anche se sono occupato, anche se sono colonizzato e anche se sono rifugiato”, e ho il diritto come storico professionista di essere un attivista. Queste sono le due raccomandazioni di Said per il futuro per noi storici professionisti. Lui viene preso molto sul serio dalla società civile, ma ancora non abbastanza sul serio dalla comunità accademica, purtroppo. Quindi molte delle cose che Said avrebbe voluto veder accadere in ambito accademico – cioè che avremmo fatto lezioni sul 1948 come pulizia etnica, che avremmo fatto lezioni sulla Palestina nei nostri corsi sul colonialismo, che avremmo fatto lezioni su Gaza nei nostri corsi sul genocidio, negli studi sul genocidio – non è successo. Questo non è successo, né in Italia, né in Inghilterra, in nessun posto, quindi non sentitevi esclusi. In nessuna parte del mondo è facile cambiare il piano di studi in modo che rappresenti il tema Palestina come una conquista nella produzione accademica di conoscenza.

Ma nella società civile, che è meno inibita dalla nuova scuola di pensiero liberale, lo stanno facendo, e in Palestina potete vedere progetti di storia orale, progetti di ricostruzione di modelli dei villaggi distrutti, il racconto di storie attraverso interviste individuali o spettacoli o folclore. Il permesso di narrare è ciò che Gramsci probabilmente chiamava resistenza culturale, come prova concessa alla resistenza politica. Come sapete Gramsci diceva che se non si può fare resistenza politica, si fa una resistenza culturale nel senso che questa è il banco di prova concesso alla resistenza politica. E da più punti di vista gli Israeliani stanno iniziando a capire il progetto culturale di memoria che i giovani palestinesi hanno intrapreso non solo in Israele, ma anche in altri paesi, in Palestina e fuori dalla Palestina, e improvvisamente stanno capendo, senza comprendere appieno il perché, che si sentono spaventati da questo molto più che dai missili che Hamas lancia contro di loro da Gaza o dai missili di Hezbollah ed è per questo che hanno approvato delle leggi, di cui la più famosa è la legge sulla Nakba, hanno approvato una legge che dice che i palestinesi non hanno il permesso di fare riferimento agli eventi del 1948 come Nakba. Credo che persino George Orwell non avrebbe potuto inventare una legge di questo tipo, voglio dire che è incredibile il modo in cui lo fanno, ma lo fanno perchè percepiscono che in qualche modo la società civile palestinese, non quella accademica, ricorda il 1948 come un evento contemporaneo. Come ha detto Jamil Khader a questo proposito, è la “Al-Nabka al-Mustamirra” [“La Nakba ininterrotta”, ndt], voglio dire che non sono riusciti nonostante i fatti, nonostante abbiamo cancellato i villaggi e le foreste ora coltivate con alberi europei, nonostante il fatto che abbiano costruito le colonie, eliminando quartieri e villaggi, nonostante tutto lo smantellamento che hanno fatto e continuano a fare, non possono controllare un progetto di questo tipo, che riporta e ripete la storia di Israele in modo da dimostrargli che il loro progetto di spopolare la Palestina dei palestinesi non è riuscito.

E questo richiede un grosso sforzo ed ottimismo, lo so, ed i tempi non ci offrono una buona ragione per essere ottimisti, ma ritengo che Said, il permesso di narrare di Said, ci dimostri che qualsiasi sia l’equilibrio di potere – e nessuno può pensare uno squilibrio di potere peggiore tra i palestinesi e gli Israeliani, non me ne viene in mente uno, almeno non nella storia contemporanea –, qualunque sia lo squilibrio, un fatto resta innegabile: gli Israeliani vogliono avere una vita normale, essere accettati come una normale parte organica della Palestina – cosa che potrebbe anche diminuire la possibilità di una prevedibile terza ondata di coloni – ed essere parte del Medio Oriente, gli Israeliani vogliono questo tipo di normalità. L’unico popolo che può garantirgli questo, sfortunatamente per loro, sono i palestinesi, non gli americani, non i cinesi, non gli indiani, non gli europei. È in qualche modo assurdo, perchè i palestinesi sono le vittime principali, sono stati oppressi, colonizzati, è stata fatta una pulizia etnica nei loro confronti, ma sono l’unico popolo che può dar loro legittimità; ora certo gli Israeliani hanno sufficiente potere per fare a meno della legittimità, ma lo potete vedere nella reazione alla campagna del BDS: la delegittimazione è qualcosa con cui gran parte degli Israeliani non sarebbe in grado di coesistere per lungo tempo. E questo è qualcosa che noi dovremmo comprendere, è qualcosa che noi dovremmo utilizzare e non perdere la speranza, nonostante la discordia, lo squilibrio di potere, una comunità internazionale indifferente, nonostante tutto questo, perché ciò che è successo in quell’area del mondo non si dovrebbe mai permettere che accada, pensando positivamente alla Palestina, nonostante tutto questo o il colonialismo dei coloni è trionfante, come in caso di genocidio, o alla fine è destinato a perdere, come è successo in Algeria o in Sud Africa.

Quella è la speranza, che la Palestina nel 2055 sia insegnata in questa università come caso della possibilità di sconfitta del progetto colonialista.

Grazie!

(traduzione di Cristiana Cavagna, Luciana Galliano e Paola Merlo)

vers. orig. https://www.youtube.com/watch?v=e2Y7ZH27Tt4,video a cura di Invicta Palestina

*Il seminario “L’eredità di Edward Said in Palestina” è stato organizzato dagli studenti del Progetto Palestina e si è svolto nei giorni del 1 e 2 marzo con quattro panel con tre relatori ciascuno.




Come i sionisti cristiani hanno ottenuto il loro uomo nella Casa Bianca

Morgan Strong

2 gennaio 2018, Middle East Eye

I sionisti cristiani sono riusciti ad avere, grazie alla posizione di Mike Pence e dei suoi compagni di fede alla Casa Bianca, un’incredibile influenza su quella che è la più potente Nazione sulla terra.

Il 18 luglio il vice presidente USA Mike Pence ha pronunciato il discorso d’apertura all’annuale riunione dei “Christians United for Israel” [“Cristiani Uniti per Israele”] (CUFI). Fondato nel 2006 dal pastore John Hagee, un evangelico di San Antonio, il CUFI sostiene di essere il più numeroso gruppo filo-israeliano degli Stati Uniti, con tre milioni di membri. Nel maggio 2016 Hagee ha appoggiato la candidatura di Trump a presidente.

Pence ha di nuovo sostenuto che l’amministrazione Trump avrebbe spostato l’ambasciata USA a Gerusalemme, questa volta di fronte ai sostenitori cristiani di Israele che sono diventati sempre più insoddisfatti per il fatto che Trump non abbia ancora tenuto fede alla sua promessa elettorale nei confronti di Israele – segnando quello che alcuni analisti hanno visto come un nuovo cambiamento ideologico della Casa Bianca.

Il cambiamento ideologico della Casa Bianca

Il discorso di Pence segna un cambiamento fondamentale nel linguaggio che la Casa Bianca ha storicamente utilizzato per esporre i rapporti degli Stati Uniti con Israele,” ha scritto sul “Washington Post” Dan Hummel, uno studioso dell’Harvard Kennedy School.

Questo cambiamento fondamentale è verso il sionismo cristiano, un’ideologia che basa il proprio appoggio ad Israele sulla convinzione che il moderno Stato di Israele sia una manifestazione delle profezie della Bibbia – e che il destino degli Stati Uniti sia profeticamente legato ad Israele.

Hummel descrive Pence come un “ardente sionista cristiano” che esprime il proprio appoggio ad Israele in termini esplicitamente profetici. La sua comparsa alla riunione “indica una nuova era dell’influenza del sionismo cristiano sulla Casa Bianca.”

Pence non è da solo nel tentativo di convincere Trump a realizzare quello che i cristiani sionisti vedono come una profezia biblica. Mike Huckabee, l’ex governatore dell’Arkansas, sua figlia Sara Huckabee Sanders, ora addetto stampa della Casa Bianca, e Sara Palin esercitano una grande influenza nell’amministrazione Trump e sono ardenti sionisti cristiani.

Roy Moore dell’Alabama, che Trump ha appoggiato in Alabama per l’elezione al Senato, è annoverato in questo gruppo.

L’apocalisse dei cristiani sionisti

I sionisti cristiani, che sono circa 20 milioni negli Stati Uniti, negli ultimi decenni hanno investito milioni di dollari a favore di un’espansione di Israele. Hanno sponsorizzato la migrazione di migliaia di ebrei dalla Russia, dall’Etiopia e da altri Paesi.

Hanno contribuito con milioni [di dollari] alla costruzione di nuove colonie nelle zone palestinesi occupate per sistemarvi i migranti. “Lo spostamento [dell’ambasciata Usa a Gerusalemme] dimostra che il nostro presidente mantiene fede alla sua parola,” ha detto Hagee.

Ha anche detto alcune altre cose meno lucide: “Restituire Gerusalemme ai palestinesi equivarrebbe a restituirla ai talebani.” Ha anche detto che il popolo ebraico sta per bruciare all’inferno per l’eternità, a meno che non abbandoni l’ebraismo e si converta al cristianesimo dopo la battaglia di Armageddon [probabilmente Tel Megiddo, nell’attuale Israele nei pressi di Nazareth, ndt.].

Ciò è qualcosa in cui John Hagee crede, e in cui credono tre milioni di fedeli del CUFI e inoltre i complessivi 40 milioni di membri del movimento evangelico, o almeno vi credono in parte.

Rimane la più terrificante supposizione che una parte, o quanto meno qualcuna, delle cose che Hagee crede possa essere creduta anche dallo stesso presidente. L’ossessione di Trump per l’Islam potrebbe essere parzialmente influenzata dalle opinioni contro l’Islam dell’ex capo del CUFI, il defunto pastore Jerry Falwell.

Non più un onesto mediatore

Il 6 dicembre Trump ha esplicitamente negato la persistente speranza per una soluzione dei Due Stati. “Dopo più di due decenni di deroghe, non siamo più vicini ad un accordo di pace definitivo tra Israele ed i palestinesi. Pertanto ho deciso che è tempo di riconoscere ufficialmente Gerusalemme come la capitale di Israele. Sarebbe una follia ritenere che ripetere esattamente la stessa formula produrrebbe ora un risultato diverso o migliore,” ha detto.

Il riconoscimento di Gerusalemme come unica capitale di Israele è molto più che simbolico. In effetti nega uno dei più fondamentali impegni del processo di pace, una soluzione dei Due Stati.

Il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas lo ha pienamente compreso. I palestinesi sono ora convinti che gli Stati Uniti non possano essere degli intermediari imparziali, o neutrali – benché gli Stati Uniti non siano mai stati dei mediatori veramente obiettivi.

L’enorme influenza politica di Israele negli Stati Uniti ha reso impossibili rapporti onesti, e questa duplicità è palesemente evidente ora. Il mese scorso in un summit internazionale Abbas ha detto che gli Stati Uniti non sono adeguati a mediare nel conflitto in Medio Oriente, segnando un importante cambiamento di politica dopo decenni passati a corteggiare la benevolenza americana.

Abbas ha annunciato il cambiamento, che arriva in risposta alla dichiarazione di Trump su Gerusalemme, durante un incontro dei dirigenti musulmani che ha condannato la mossa degli USA e ha chiesto il riconoscimento mondiale di uno Stato palestinese con capitale a Gerusalemme est.

Il 21 dicembre l’assemblea generale dell’ONU ha votato per condannare la decisione di Trump su Gerusalemme. Quasi tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite l’hanno condannata, nonostante le sue minacce di negare ulteriori finanziamenti agli Stati che avessero votato contro.

Ciò porta ad una drastica fine del processo di pace attraverso il fruttuoso tentativo di Jared Kushner, il genero di Trump e principale consigliere, di chiedere ai palestinesi di accettare una totale capitolazione alle richieste di Israele. La famiglia Kushner e lui stesso hanno contribuito con milioni [di dollari] agli sforzi di colonizzazioni israeliane in Cisgiordania.

Il risultato del suo obiettivo di negare qualunque soluzione ai palestinesi per le loro rivendicazioni non avrebbe mai dovuto essere stato in dubbio, dal momento in cui gli è stata concessa da Trump autorità assoluta.

Il ritorno del messia

Una questione essenziale per i sionisti integralisti e per i loro alleati cristiani è la collocazione delle rovine del primo e del secondo tempio ebraico sotto il complesso della moschea di Al-Aqsa, il terzo luogo più venerato dell’Islam. Un principio fondamentale della teoria dei sionisti cristiani è che un nuovo tempio venga costruito su queste antiche rovine.

I palestinesi credono che gli scavi archeologici israeliani sotto il complesso della moschea di Al-Aqsa per costruire il nuovo tempio costituisca una minaccia per la moschea. I sionisti cristiani sono assolutamente convinti che questo debba essere fatto per rispettare la profezia. Credono che una volta completata la costruzione del nuovo tempio il ritorno del messia sarà inevitabile.

L’unica speranza per i palestinesi è una graduale inclusione della popolazione palestinese della Cisgiordania e di Gaza in quella che diventerà un’entità unica, Israele. Un esito estremamente improbabile. Gli israeliani non acconsentiranno mai a concedere la cittadinanza ai palestinesi musulmani o cristiani, e il diritto di voto in quello che è ora dichiarato da Netanyahu come lo Stato ebraico.

Netanyahu ha l’incrollabile, forse delirante, convinzione di essere stato scelto da dio per guidare il popolo ebraico. Eyal Arad, un importante ex- consigliere politico, ha detto: “Il primo ministro ha una visione messianica di se stesso, come di una persona chiamata a salvare il popolo ebraico dal nuovo olocausto.”

Farebbe meglio a sbrigarsi. Ora è sottoposto alla quarta inchiesta per corruzione e malversazione da quando è al governo.

Anche Pence è convinto di essere chiamato da dio. Il suo passaggio biblico favorito, che spesso cita, è: “Poiché conosco i progetti che ho per te, dichiara il signore, progetti di farti prosperare e non di danneggiarti, progetti di darti speranza e un futuro.”

Pence è ambizioso, nonostante l’apparente mancanza di credenziali e i suoi errori politici come governatore dell’Indiana. Pence “ha chiarito” al comitato nazionale repubblicano di voler prendere il posto di Trump come candidato del GOP [il partito repubblicano, ndt.] per la presidenza all’indomani della registrazione di “Access Hollywood” [uno spettacolo televisivo. Nella registrazione Trump fa pesanti apprezzamenti sulle donne, ndt.] nell’ottobre 2016.

Un presidente veramente evangelico?

La scorsa estate il “New York Times” ha informato che sembrava che Pence si stesse preparando per la candidatura presidenziale. Pence ha risolutamente smentito la storia. Pence ha immaginato la reale possibilità che il GOP volti le spalle a Trump dopo un altro grave scandalo, garantendo la sua conseguente ascesa.

Gli Stati Uniti potrebbero finire per avere un presidente veramente evangelico. Ciò che è preoccupante non è che Pence creda in dio, ma che sembri sicuro che dio creda in lui.

I principali studiosi cristiani della Bibbia la vedono come un testo allegorico. I sionisti cristiani credono a un’interpretazione letterale del noioso e deprimente testo del libro dell’Apocalisse.

Il movimento sionista cristiano tuttavia non è un fenomeno recente. C’è stato più di un secolo di tentativi di restituire Israele ad una gloria biblica largamente illusoria. Nel 1600 re Giacomo I suggerì che “la fine del mondo” avrebbe avuto luogo in Palestina.

Come i sionisti cristiani ora, egli credeva che le tribù ebraiche dovessero essere riunite e tornare dalla diaspora in modo che la battaglia finale tra le forze del male e il messia potesse aver luogo ad Armageddon.

Un’altra dichiarazione Balfour

Lord Balfour, ministro degli Esteri britannico, e il suo primo ministro, David Lloyd George, erano entrambi simpatizzanti del sionismo cristiano. Nel 1917, tre anni prima che la Società delle Nazioni concedesse alla Gran Bretagna il mandato sulla Palestina, Balfour scrisse a lord Rothschild, appartenente alla ricchissima famiglia di banchieri ebrei e precoce sostenitore del sionismo, che “il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione di un focolare nazionale ebraico in Palestina e farà uso del suo massimo impegno per agevolare il raggiungimento di questo obiettivo.”

Lo Stato di Israele non avrebbe potuto nascere senza la dichiarazione Balfour. Quando gli Stati Uniti hanno riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele, lo hanno fatto, almeno in parte, per invocare il messia e iniziare la preparazione della battaglia di Armageddon.

Questo è quello che credono i sionisti cristiani ed hanno senza sosta chiesto dall’amministrazione. La Bibbia ci dice che Gesù tornerà per mettere tutto quanto a posto.

I musulmani, gli ebrei, i buddisti, gli induisti, gli scintoisti, gli animisti, i seguaci del voodoo, i cattolici, gli agnostici e gli atei, ecc., verranno convertiti alle legioni del signore dei sionisti cristiani. Il messia, Gesù Cristo, prevarrà e porrà fine a tutto il male che ora ci colpisce. Annichilerà l’anticristo e la sua orda barbarica, che include i russi, ed egli, Gesù, regnerà come re sulla terra per mille anni di felicità ed abbondanza.

Ma in primo luogo credono che l’antico Israele debba essere reso totalmente immune da eretici di ogni convinzione religiosa, diversa dalla loro, in modo da rispettare la profezia biblica del ritorno di Cristo sulla terra.

Israele biblico

Secondo la liturgia sionista cristiana questo ritorno tuttavia non promette bene per gli israeliani. Purtroppo Israele non ci sarà più. Israele verrà distrutto durante questa apocalisse.

Secondo quello che credono, Gesù, addolorato che gli ebrei non lo vedano come il messia, ucciderà tutti gli ebrei che rifiutino di convertirsi al cristianesimo, o più precisamente al sionismo cristiano. Gesù non sembra essere uno che volge l’altra guancia quando viene offeso.

Se credi altrimenti, se credi che le profezie bibliche come le interpretano i sionisti cristiani siano una follia, fai parte della maggioranza senza speranza. Perché i sionisti cristiani sono riusciti ad avere alla Casa Bianca, grazie alla posizione di Mike Pence e dei suoi adepti, un’incredibile influenza su quella che forse è la più potente Nazione sulla terra.

Essi credono che solo l’apocalisse purificherà il mondo e che gli Stati Uniti debbano essere lo strumento che porterà a termine l’ira di dio. Le grandi risorse ed il potere militare degli Stati Uniti sono parte del piano divino per portare su di noi l’apocalisse.

Trump farà di tutto per incoraggiare la cieca lealtà di questo gregge che ha in eredità. Il partito Repubblicano dipende in modo massiccio dai sionisti cristiani sia per quanto riguarda i finanziamenti che i voti. Hanno un profondo effetto sull’orientamento del partito, anche se ora il partito sembra essere più teocratico che politico.

È molto probabile che i sionisti cristiani vadano a votare; sono più di venti milioni e sono finanziatori generosi. Sono la base di questa nuova teocrazia repubblicana.

Non vogliono la pace con i palestinesi. I palestinesi non hanno posto nell’Israele biblico. I sionisti cristiani vogliono che se ne vadano per purificare il nascente regno di Israele e consentire la loro eterna beatitudine in paradiso.

– Morgan Strong, un ex-professore di Storia del Medio Oriente, è stato consulente di “60 minuti” [programma televisivo statunitense di attualità della CBS, ndt.] sul Medio Oriente.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Il doloroso percorso di un conflitto secolare.

Alessandra Mecozzi (a cura di), Il lungo cammino della Palestina. 1917-2017, Edizioni Q, Roma, 2017, pp. 200, 10 €.

Cristiana Cavagna

Noi sappiamo che la nostra libertà non può dirsi compiuta senza la libertà dei palestinesi”

Nelson Mandela

Questa frase è significativamente riportata nella quarta di copertina di questo prezioso libro: a chiunque stia a cuore quella libertà, è indispensabile conoscere il cammino della Palestina, ed è a questo obbiettivo che il libro curato da Alessandra Mecozzi dà un semplice, chiaro e ben documentato contributo.

Il volume è frutto di un lavoro collettivo, nato dalla collaborazione tra l’associazione ‘Cultura è libertà’ di Roma e l’Association Belgo-palestinienne, di cui sono stati tradotti ed aggiornati fino al 2017 i testi di “La Palestine dans tous ses états”, stampato a Bruxelles.

Scrive nella sua prefazione Wasim Dahmash, saggista palestinese, docente di lingua e letteratura araba all’Università di Cagliari: “Evidenzierò la ragione per cui del ‘problema israelo-palestinese’ non si parla, avvolto com’è da un ostracismo tacito che coinvolge diversi livelli di responsabilità, delle istituzioni in generale, la politica, le università, i media. Una ragione che da sola basterebbe a motivare la pubblicazione del volume…”

Da questa fine d’anno, del ‘problema’ si parla in realtà parecchio, dopo la “bomba atomica” fatta scoppiare dal presidente Trump con il suo riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele: ma con quanta conoscenza di causa, e soprattutto con quanta onestà storica ed intellettuale, se ne parla nei media?

A maggior ragione quindi, questa disamina storica, questa documentazione che comprende dati, schede e mappe geografiche, è uno strumento davvero utile: ad orientarsi, per chi poco conosca del ‘problema’; a puntualizzare alcune tappe fondamentali del ‘cammino della Palestina’ (dalla fine dell’800 fino ad oggi), per chi già conosce e si impegna nelle battaglie per i diritti dei palestinesi; ad avere a disposizione un’ agile ‘cassetta degli attrezzi’, per chi voglia fare informazione, sensibilizzazione, formazione riguardo al ‘problema’, dalle scuole alle università, ai quartieri, alle associazioni….agli amici.

100, 70, 20 anni fa….

Ci è sembrato un buon modo per ricordare che il 2017 segna 100 anni dall’occupazione della Palestina e dalla Dichiarazione Balfour, 70 anni dalla partizione della Palestina votata dall’ONU, 50 dalla guerra dei 6 giorni e dall’occupazione dei territori palestinesi, che dura ancora oggi.” Così la nota introduttiva della curatrice, che precede una ricca e circostanziata cronologia , che va dagli ultimi decenni dell’800 (che vedono la nascita del movimento sionista) alla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU del 2016 che ribadisce l’illegalità delle colonie israeliane.

A questa cronologia complessiva si aggiungono nel corso del volume i percorsi temporali che segnano le singole trattazioni ( il diritto internazionale e i ‘piani di pace’; Gerusalemme, la colonizzazione e l’annessione dei territori palestinesi, il muro di separazione; l’economia palestinese e la crisi di Gaza; vittime, prigionieri e rifugiati palestinesi; i partiti politici e la resistenza palestinese; antisemitismo e antisionismo) e consentono di contestualizzare gli avvenimenti.

Ricco è anche l’apparato di rimandi a testi di approfondimento per ogni argomento trattato (particolarmente interessante e stimolante il capitolo che riguarda la discussione sui termini di antisemitismo e antisionismo, spesso confusi e sovrapposti, con riferimenti bibliografici a testi di Halper, Chomsky, Pappe).

Il cammino della Palestina

Il lungo cammino della Palestina si snoda a partire dall’occupazione dell’ottobre del 1917 da parte delle truppe britanniche e dalla dichiarazione Balfour di alcuni giorni dopo (2 novembre), che esplicita l’obbiettivo di “creare una sede nazionale per il popolo ebraico”: viene raccontato attraverso schede tematiche che illuminano i principali nodi dell’occupazione israeliana.

Sono elencate le più importanti tra le tantissime Risoluzioni dell’ONU, tutte inapplicate (Israele agisce totalmente al di fuori del diritto internazionale), fino alla condanna, nel 2004, della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja che dichiara illegale il muro di separazione costruito da Israele.

Si dà poi conto dei vari ‘piani di pace’, dagli Accordi di Oslo del 1993 al ‘Patto di Ginevra’ del 2003, tutti senza esito.

Viene affrontata la questione cruciale, oggi particolarmente attuale, di Gerusalemme est e delle colonie israeliane in continua espansione: il trasferimento forzato di popolazione palestinese, la confisca di proprietà private palestinesi, il diniego di permessi di costruzione e le conseguenti demolizioni di case, i 130 chilometri di muro già costruiti intorno e dentro a Gerusalemme, perseguono l’obbiettivo di portare a termine la ‘giudaizzazione’ di Gerusalemme, “rimettendo in causa il suo statuto di città aperta per le 3 religioni monoteiste”.

Due schede tematiche esaminano la situazione dello ‘strangolamento’ dell’economia palestinese e la questione dell’acqua: appropriazione delle terre e dell’acqua con il controllo delle falde acquifere; una terza è dedicata ad un approfondimento sulla ‘crisi umanitaria, economica e politica’ di Gaza, una prigione a cielo aperto di 360 km2 per circa 2 milioni di abitanti.

Un’accurata serie di dati accompagna le schede relative alle vittime del ‘conflitto’, ai prigionieri politici ed ai rifugiati.

Colonizzazione e resistenza.

Un filo ‘nero’ caratterizza il cammino tratteggiato, un filo che ha contraddistinto le politiche sulla Palestina, da quella della potenza britannica a quelle di tutti i governi israeliani: la colonizzazione, o meglio la colonizzazione da insediamento, e la discriminazione verso i palestinesi che presenta ormai caratteristiche di apartheid. Scrive con estrema chiarezza Dahmash nella prefazione: “…Le costanti della politica coloniale britannica, fino ad arrivare alla pulizia etnica della Palestina e la conseguente creazione dello Stato di Israele, sono gli stessi assi portanti che hanno guidato la politica di tutti i governi israeliani fino ad oggi……eminenti sudafricani, tra cui l’arcivescovo Desmond Tutu, nel visitare la Palestina sono stati colpiti dal modello dell’apartheid israeliano, secondo loro ancora più scientifico e feroce di quello sudafricano.”

Ma i palestinesi sono “un popolo che resiste”: “esistere, è resistere”, si legge sul muro di Qalqiliya, che viene riportato nel capitolo, tra gli ultimi, che parla della lotta dei palestinesi, definendola, come riconosciuto dal diritto internazionale, ‘resistenza legittima contro un’occupazione illegittima’, pur condannando senza ambiguità gli attentati suicidi contro i civili.

Non manca un riferimento finale al movimento BDS (Boicottaggio, disinvestimento, sanzioni), lanciato nel 2005 da un’ampia coalizione di associazioni e sindacati palestinesi, a cui sempre più personalità ed organizzazioni aderiscono in tutto il mondo, e che il regime israeliano cerca in tutti i modi di reprimere.

Cristiana Cavagna è traduttrice e collaboratrice del sito Zeitun.info, Notizie sulla Palestina.

Già insegnante di diritto nelle scuole superiori, da anni è socia ed attivista di Amnesty International e Un Ponte per… Ha viaggiato in Palestina e Libano.




Le molte questioni della Dichiarazione Balfour

Joseph Massad

8 Novembre 2017,The Electronic Intifada

Alla fine del XVIII° secolo gli illuministi europei, nel loro tentativo di ripulire l’Europa da poco inventata da qualunque cosa che non fosse cristiana e di conseguenza non occidentale, inventarono quella che chiamarono “la questione orientale” e “questione ebraica”, complementare alla prima.

Entrambe le questioni dovevano diventare fondamentali per gli obiettivi imperialisti europei di disgregare l’impero ottomano ed occupare i suoi territori. All’inizio del XX° secolo, quando la Prima Guerra Mondiale stava per terminare, questi europei illuminati decisero di risolvere le due questioni trasformandole, attraverso il colonialismo di insediamento, in quella che chiamarono la “questione palestinese”.

La “questione orientale”

La “questione orientale” fu quella relativa all’Oriente che invadeva l’Occidente, cioè era il problema dell’impero ottomano che doveva essere sconfitto. Questa sconfitta fu finalmente raggiunta alla fine della Prima Guerra Mondiale e, con essa, l’Occidente risolse la “questione orientale”.

Riguardo alla “questione ebraica”, era legata alla permanenza dell’Oriente in Occidente, che i cristiani europei, illuminati o meno, trovavano intollerabile. È vero che sia l’Ebraismo che il Cristianesimo sono religioni palestinesi. È anche un fatto storico indiscutibile che gli abitanti di quella che più tardi sarebbe stata chiamata “Europa”, sia cristiani che ebrei, si convertirono a quelle religioni palestinesi secoli dopo che l’avevano già fatto i palestinesi.

È vero anche che questi nuovi cristiani di quella che sarebbe diventata Europa non pensarono mai a se stessi come diretti discendenti degli antichi cristiani palestinesi che parlavano aramaico, ma si vedevano giustamente come convertiti più recenti a questa religione palestinese. Eppure questi stessi convertiti al Cristianesimo ribadivano spesso che i convertiti all’Ebraismo in quella che sarebbe diventata l’Europa erano in qualche modo discendenti degli antichi ebrei palestinesi che parlavano anche loro aramaico al tempo della cosiddetta espulsione da parte dei romani nel I° secolo [D.C.].

Ciò era importante perché questi convertiti al Cristianesimo accusarono i convertiti all’Ebraismo dell’uccisione del Cristo palestinese. Più tardi né i cristiani ortodossi né i cattolici pensarono mai di espellere questi ebrei verso la Palestina. Né questi convertiti all’Ebraismo avevano mai desiderato di emigrare in massa dai propri Paesi in Palestina.

Dato che i convertiti al Cristianesimo riflettevano sul luogo geografico da cui la fede a cui si erano convertiti era stata originata, decisero che doveva passare in loro potere. Questa fu l’origine del primo Sionismo cristiano europeo, che venne chiamato “Crociate”. I protestanti, i fondamentalisti cristiani del Rinascimento, iniziarono ad essere ossessionati dagli ebrei europei, vedendoli di nuovo non come convertiti locali all’Ebraismo, ma come in qualche modo ancora legati all’antica Palestina, e iniziarono a invocare il loro cosiddetto “ritorno” alla Terra Santa come parte del progetto millenaristico per accelerare il secondo avvento di Cristo. Gli ebrei europei resistettero e, insieme ai correligionari americani, resistono ancora adesso a questi appelli per l’auto-espulsione dall’Europa e dagli Stati Uniti verso una lontana terra asiatica.

La “questione ebraica”

È in questo contesto che gli europei illuminati posero quella che alla fine del XVIII° secolo chiamarono “la questione ebraica” come un problema di stranieri asiatici orientali che vivevano nell’Europa occidentale. Napoleone chiese agli ebrei francesi di garantire che non stessero più praticando l’Ebraismo orientale, che consentiva agli uomini di sposare più di una donna, prima di accettarli come cittadini con gli stessi diritti nella Francia post-rivoluzionaria. Una delegazione di ebrei francesi gli garantì che gli ashkenaziti [letteralmente “germanici”, ebrei dell’Europa centro-orientale, ndt.] europei avevano bandito queste eresie non cristiane nel XII° secolo e che quindi erano praticamente dei cristiani.

Nel XIX° secolo masse di ebrei dell’Europa occidentale si affrettarono a convertirsi formalmente al Cristianesimo o a creare una nuova forma di Ebraismo che chiamarono “Ebraismo riformato”, un Ebraismo così simile al Cristianesimo che si potrebbero quasi confondere uno con l’altro – quasi!

Ma ciò non era sufficiente; verso la metà del XIX° secolo, con il sorgere delle scienze biologiche e razziali, la “questione ebraica” non riguardò più una popolazione le cui origini erano state de-europeizzate e trasformate in asiatiche, ma l’estraneità e l’inferiorità razziale.

Ciò si sviluppò nell’era dei nazionalismi europei che spesso si basarono su lingua e territorio comuni, ma sempre più sull’invenzione di una razza comune. Articolata per la prima volta dai linguisti europei alla fine del XVIII° secolo, la differenza tra quelle che chiamarono lingue indo-europee o ariane e le lingue semitiche alla metà del XIX° secolo venne trasformata in una questione biologica razziale.

Non importa che gli ebrei europei non parlassero affatto una lingua semitica; l’affermazione falsa che fossero discendenti degli antichi ebrei era sufficiente. Che gli antichi palestinesi cristiani, come gli antichi ebrei palestinesi, parlassero aramaico, che ora veniva definita una lingua semitica, non rendeva tuttavia i cristiani europei dei “semiti”. Erano decisamente indo-europei, e i fortunati tra loro, ariani puri.

La risposta ebraica

La risposta degli ebrei europei a questi sviluppi fu diversificata e prese la forma di quattro risposte organizzate che rivaleggiarono tra loro per ottenere l’appoggio degli ebrei come dei cristiani.

Il gruppo meno importante, che si mise contro la maggioranza degli ebrei, fu il Sionismo. Fondato con un congresso dell’agosto 1897, questo gruppo decise di allearsi consapevolmente con gli antisemiti, i protestanti millenaristi e gli imperialisti e adottò un nazionalismo ebraico basato sulla razza che si unì ai nazionalismi europei razzisti nella loro missione colonialista.

Il suo fondatore, Theodor Herzl, parlò senza peli sulla lingua quando dichiarò che “gli antisemiti diventeranno i nostri più fidati amici, i Paesi antisemiti i nostri alleati.” I sionisti credevano che gli ebrei fossero una razza e una nazione a parte e che tutti gli ebrei dovessero unirsi al progetto nazionalista coloniale di insediamento sionista.

Il secondo gruppo era impegnato per il socialismo, e includeva ebrei che si unirono ai partiti socialisti e all’”Unione Generale dei Lavoratori Ebrei” in Lituania, Polonia e Russia, noto come il Bund. Il Bund venne fondato poche settimane dopo il primo congresso sionista, nell’ottobre 1897. A differenza del Sionismo, i militanti del Bund, e tutti gli altri ebrei socialisti, si allearono con i nemici dell’antisemitismo, dell’imperialismo e del nazionalismo su base razziale. Videro i sionisti come nemici di destra degli ebrei e del comunismo.

Il terzo gruppo era per lo più composto da ebrei assimilati dell’Europa occidentale e degli Stati uniti, che credevano che la loro assimilazione e il loro Ebraismo riformato li rendesse inseparabili dalle Nazioni degli specifici Paesi in cui risiedevano e dai loro nazionalismi. Quindi gli ebrei tedeschi, inglesi, francesi e americani vedevano se stessi come tedeschi, inglesi, francesi e americani, come fa ancor oggi la maggioranza di loro. Anche loro lottarono contro i sionisti in quanto minacciavano la loro condizione nei rispettivi Paesi.

Il quarto gruppo era composto dagli ebrei ortodossi che, nella loro maggioranza, erano contrari al sionismo su basi religiose e lo vedevano come una pericolosa eresia anti-ebraica. Gli ebrei riformati assimilati e gli ebrei ortodossi tedeschi si unirono, impedirono a Herzl di convocare il primo congresso sionista a Monaco e lo obbligarono a spostarlo nella vicina città svizzera di Basilea.

Durante la Prima Guerra Mondiale i sionisti tentarono di trovare alleati tra gli ebrei assimilati (con maggior successo negli Stati Uniti che in Europa) e con gli ortodossi (nel caso di questi ultimi, riuscirono solo ad ottenere che un gruppo di ebrei ortodossi ashkenaziti, che si chiamarono movimento “Mizrachi”, si unisse a loro).

Tuttavia è indossando i panni dell’anticomunismo e sposando le idee antisemite sull’estraneità degli ebrei e sulla loro trasformazione in razza, così come appoggiando l’imperialismo, che furono in grado di avere alleati molto più forti tra le potenze coloniali cristiane europee.

Herzl fece in modo di entrare in contatto con tutti i governi europei che avevano colonie e territori in Asia o in Africa, o che probabilmente le avrebbero avute presto (comprese Italia, Germania, Belgio, Portogallo, Gran Bretagna e Russia) così come con gli ottomani, per guadagnarseli come alleati e sostenitori del suo progetto di mandare ebrei europei in Palestina. La sua strategia richiese un po’ di tempo, ma sarebbero stati i suoi compagni dell’Organizzazione Sionista Mondiale che avrebbero raccolto i frutti di questi rapporti. I successori di Herzl sarebbero stati in grado di garantirsi un sostenitore coloniale in occasione della prima catastrofe internazionale del XX° secolo, cioè durante la Prima Guerra Mondiale.

La preistoria della Dichiarazione Balfour

Ma la storia inizia tra i due secoli [XIX° e XX°, ndt.]. Sarebbe stato l’alleato imperialista britannico di Herzl dell’epoca, cioè il segretario per le colonie Joseph Chamberlain, che avrebbe preparato il terreno per la Dichiarazione Balfour.

Come spiega Regina Sharif nel suo importante libro del 1983 “Non-Jewish Zionism” [“Sionismo non-ebraico”], Chamberlain era un imperialista, un protestante sionista e uno dei primi sostenitori del sionismo ebraico. Noto antisemita, non era motivato solo dal suo essere protestante, ma anche dalle finanze e dal denaro che potevano aiutare l’imperialismo britannico che, in linea con diffuse opinioni antisemite, pensava che “gli ebrei” possedessero.

Durante il Quarto Congresso Sionista, tenutosi a Londra nel 1900, Herzl aveva già sostenuto che la Gran Bretagna sarebbe stata fondamentale per il movimento sionista. Dichiarò che “da qui il movimento sionista spiccherà il volo sempre più in alto…. l’Inghilterra la Grande…con i suoi occhi sui sette mari ci capirà.”

Poiché gli ebrei dell’Europa orientale stavano fuggendo dai pogrom antisemiti verso l’Europa occidentale, compresa la Gran Bretagna, e verso gli Stati uniti, politici britannici che si opponevano ad accoglierli lì costituirono una commissione che si occupasse del problema. Herzl venne invitato nel 1902 per testimoniare davanti alla Commissione Reale sull’Immigrazione Straniera.

Tra i 175 testimoni della commissione, egli offrì una soluzione al problema, cioè “una deviazione del flusso migratorio…proveniente dall’Europa orientale. Gli ebrei dell’Europa orientale non possono rimanere dove sono adesso – dove dovrebbero andare? Se ritenete che qui non siano i benvenuti, allora dev’essere trovato un luogo in cui possano migrare senza che questa migrazione sollevi i problemi che affrontano qui. Questi problemi non sorgeranno se gli si troverà una patria che sia riconosciuta legalmente come ebraica.”

Fu questa testimonianza che colpì Nathaniel Rothschild, il primo lord Rothschild, che era membro della Commissione Reale come rappresentante degli ebrei e che fino ad allora aveva avversato Herzl e il Sionismo. (Sarebbe stato suo figlio Lionel, il secondo lord Rothschild, a cui sarebbe stata diretta la Dichiarazione Balfour).

La colonizzazione sionista della Palestina avrebbe scongiurato la necessità di dover fare i conti con gli immigrati ebrei in Gran Bretagna. L’antisemita e cristiano sionista Chamberlain si sarebbe presto incontrato con Herzl per organizzare il modo in cui l’imperialismo britannico e il protestantesimo sionista avrebbero potuto aiutare il Sionismo ebraico a eliminare il problema ebraico della Gran Bretagna.

Il sionismo antisemita di Balfour

Fu alla luce di questo obiettivo comune che Chamberlain offrì a Herzl la penisola egiziana del Sinai e El-Arish [sulla costa mediterranea del Sinai, ndt.], che i britannici controllavano, come patria per gli ebrei già nel 1902, e poco dopo offrì anche l’Africa orientale britannica, o l’Uganda, alla colonizzazione ebraica e alla fondazione di una patria ebraica.

Chamberlain come previsto si oppose all’immigrazione degli ebrei in Gran Bretagna, e insieme ai sionisti propose altre possibili destinazioni per gli ebrei dell’Europa orientale che scappavano dai pogrom russi. Ciò non si fondava solo sul suo protestantesimo sionista, ma anche sui progetti imperialisti inglesi nel Sinai e sulla protezione del canale di Suez.

Quando nel 1905 il primo ministro britannico Arthur Balfour, un ardente protestante sionista, presentò la legge sugli stranieri alla Camera dei Comuni per vietare l’immigrazione degli ebrei dell’Europa orientale, la sua preoccupazione era di salvare il Paese da quelli che chiamò “gli indiscutibili mali” di “un’immigrazione che era in grande misura ebraica.” Come Chamberlain, l’antisemita e cristiano sionista Balfour aveva in mente un’altra destinazione coloniale per gli immigrati ebrei.

Mentre il Sesto Congresso Sionista aveva rifiutato l’offerta dell’Uganda, sarebbe stato il Settimo Congresso Sionista che si riunì a Basilea nel 1905, a metterla definitivamente da parte. A causa della legge sugli stranieri il Settimo Congresso condannò Balfour come “antisemita”, e dichiarò che le sue opinioni corrispondevano a “esplicito antisemitismo contro tutto il popolo ebraico.” Ma al contempo il congresso ringraziò il governo britannico guidato da Balfour per la sua offerta filo-sionista dell’Uganda. Il congresso notò “con soddisfazione il riconoscimento accordato dal governo britannico all’organizzazione sionista nel suo desiderio di giungere a una soluzione del problema ebraico ed esprime la sincera speranza che possano essere concessi i futuri buoni uffici del governo britannico, ove possibile, in ogni questione che esso possa adottare in accordo con il programma di Basilea” della colonizzazione della Palestina.

Sia Chamberlain che Balfour credevano nella superiorità e nelle virtù uniche della razza anglosassone. Anche Balfour, come gli ebrei sionisti, credeva che gli ebrei fossero “un popolo a parte e non avessero semplicemente una religione diversa dalla grande maggioranza dei loro concittadini.”

Nel 1914 disse al suo amico Chaim Weizmann di condividere molte delle opinioni antisemite sugli ebrei tedeschi sostenute da Cosima Wagner, moglie del compositore Richard Wagner, notoriamente antisemita. All’epoca Weizmann era impegnato a trasmettere l’idea sionista ebraica al primo ministro, protestante sionista, Llyod George.

Dal 1914 in poi i sionisti, nella persona del politico ebreo inglese Herbert Samuel, sostennero che una volta che la “questione orientale” fosse stata risolta con la caduta dell’impero ottomano, coloni ebrei avrebbero colmato il vuoto in Palestina nell’interesse degli obiettivi dell’impero britannico, proteggendo il Paese dal fatto che venisse occupato dai rivali dell’imperialismo britannico, i francesi, o, peggio, i tedeschi.

Samuel, i cui tentativi furono centrali per garantire il sostegno britannico al sionismo ebraico, sarebbe diventato il primo alto commissario britannico della Palestina nel luglio 1920.

La “questione comunista”

Quando si stava risolvendo la “questione orientale”, tuttavia, un nuovo problema stava rapidamente prendendo il suo posto come minaccia agli interessi imperialisti europei, cioè quello del comunismo.

Lo spettro del comunismo, come Marx aveva previsto, aveva ossessionato l’Europa per mezzo secolo, e l’attacco contro la Comune di Parigi nel 1871, pur avendo avuto successo, non aveva eliminato la crescente minaccia.

Ma il termine “antisemitismo”, che era stato inventato nel 1879 per distinguere dal punto di vista razziale, e non religioso, gli ebrei dagli ariani, venne presto accompagnato dall’anticomunismo. Mentre i sionisti erano in combutta con gli antisemiti, per i quali gli ebrei europei avrebbero dovuto essere spostati in Asia, Africa o America latina, i socialisti dell’Europa dell’est – sia ebrei che cristiani – stavano lavorando per porre fine ai regimi tirannici ed antisemiti e per liberare il popolo dal loro giogo.

L’associare gli ebrei con il comunismo da parte degli antisemiti era prevedibile. A cominciare dalle origini ebraiche di Marx, la teoria della cospirazione sosteneva che il comunismo in Europa, e soprattutto il bolscevismo, fosse parte di una cospirazione ebraica per porre fine alla “civiltà occidentale”. Poiché i comunisti russi (compreso il Bund ebraico) stavano conquistando sempre più terreno dopo la rivoluzione di febbraio che portò al potere Alexander Kerensky, e poiché le truppe britanniche si stavano avvicinando alla Palestina, Balfour fece la sua infame dichiarazione.

Che il protestantesimo sionista di Lloyd George e di Balfour, che ritornò come ministro degli Esteri dal 1916 al 1919, fosse pienamente compatibile con l’imperialismo britannico non era affatto casuale. Il tempismo della dichiarazione Balfour, che conteneva l’impegno britannico nei confronti di lord Rothschild e dei sionisti, emanata solo cinque giorni prima del trionfo della Rivoluzione d’Ottobre in Russia, non fu una pura coincidenza.

Il trionfo dei comunisti russi, sia ebrei che cristiani, che erano il nemico dell’antisemitismo e del sionismo, significava che gli ebrei dell’Europa orientale non avevano più ragioni di emigrare, mettendo a repentaglio i progetti dell’imperialismo britannico e del sionismo riguardo alla Palestina. Impegnandosi a contribuire a garantire un “focolare ebraico” per il popolo ebraico in Palestina, i britannici stavano offrendo un nuovo luogo per gli ebrei dell’Europa dell’est e chiedendo loro di non sostenere i comunisti.

L’antisemitismo sionista di Churchill

Benché l’affermazione antisemita secondo cui il comunismo e il bolscevismo erano “cospirazioni ebraiche” sia spesso attribuita ai nazisti che l’avrebbero importata dalla propaganda dei russi bianchi [le forze controrivoluzionarie russe che parteciparono alla guerra civile dopo la presa del potere da parte dei bolscevichi, ndt.], nell’Europa occidentale fu nientemeno che Winston Churchill a formulare per primo chiaramente il discorso del comunismo come una “cospirazione ebraica” per dominare il mondo, contro il sionismo come collaboratore dell’imperialismo e che offriva una soluzione imperialista al “problema ebraico”.

In un articolo che pubblicò nel “Sunday Herald” nel febbraio 1920, Churchill espresse il suo appoggio agli ebrei assimilati che si identificavano con il Paese di cui erano cittadini, ma pensava a loro come estranei all’equazione di potere che voleva formulare, cioè quella tra il sionismo ed il comunismo.

Iniziò manifestando disprezzo contro quelli che denominò “ebrei internazionalisti” ed identificò il comunismo come una “cospirazione ebraica a livello mondiale per la distruzione della civiltà”:

Il fatto che in molti casi gli interessi ebraici ed i luoghi di culto ebraici siano stati risparmiati dalla totale ostilità dei bolscevichi ha mostrato sempre più la tendenza ad associare la razza ebraica in Russia con le infamie che ora vi si stanno perpetrando… Di conseguenza diventa particolarmente importante favorire e sviluppare qualunque movimento ebraico fortemente caratterizzato che li allontani direttamente da questa fatale collaborazione. Ed è qui che il sionismo attualmente ha un così profondo significato per tutto il mondo…Il sionismo offre il terzo campo per le concezioni politiche della razza ebraica. In violento contrasto con il comunismo internazionale, presenta agli ebrei un’idea nazionalista di carattere imperativo. Ricade sul governo britannico, in conseguenza della conquista della Palestina, avere l’opportunità e la responsabilità di garantire una patria e un centro di vita nazionale alla razza ebraica di tutto il mondo. La saggezza politica e la sensibilità storica del signor Balfour sono state pronte a cogliere questa opportunità. Sono state rilasciate dichiarazioni che hanno irrevocabilmente deciso la politica della Gran Bretagna.”

All fine Churchill conclude:

Il sionismo è già diventato un elemento nelle convulsioni politiche della Russia, come una potente influenza in competizione nei circoli bolscevichi con il sistema comunista internazionalista. Niente può essere più significativo della furia con cui Trotsky [che era di origine ebraica, ndt.] ha attaccato i sionisti in generale e il dottor (Weismann) in particolare. Il crudele acume della sua mente non gli lascia nessun dubbio sul fatto che i suoi schemi di uno Stato comunista mondiale sotto dominio ebraico sono direttamente contrastati e ostacolati da questo nuovo ideale, che dirige le energie e le speranze degli ebrei di ogni terra verso un più semplice, vero e molto più raggiungibile obiettivo. La lotta che ora sta iniziando tra gli ebrei sionisti e bolscevichi è poco meno che una lotta per l’anima del popolo ebraico.”

L’inimicizia del sionismo nei confronti degli ebrei comunisti sarebbe diventata una tradizione di lunga durata. Quando l’antisemitismo ufficiale americano prese di mira comunisti ebrei come spie sovietiche, processò e giustiziò Julius ed Ethel Rosenberg nel 1953 in base a prove inconsistenti, Israele non disse una parola per protestare. (I rabbini israeliani, tranne il capo rabbino ashkenazita di Israele, inviarono una petizione al presidente Truman chiedendo clemenza per i Rosemberg, anche se alcuni di essi in seguito espressero pubblicamente il proprio pentimento per averla firmata).

Quando nel 1956 i fascisti ungheresi e i neonazisti vennero fatti entrare dalla CIA illegalmente a Budapest dal confine austriaco durante il regime di Imre Nagy [presidente comunista riformista ungherese ucciso durante la repressione sovietica, ndt.] e iniziarono a massacrare i comunisti ebrei e gli ebrei ungheresi in quanto “comunisti”, Israele e altri ebrei sionisti rimasero in silenzio e lo rimangono fino ad oggi. Persino quando ebrei di sinistra vennero presi di mira dai generali argentini antisemiti alla fine degli anni ’70, gli ebrei argentini sionisti e Israele li ripudiarono e Israele mantenne una stretta alleanza con il regime militare.

L’argomentazione di Churchill chiarisce i rapporti tra i sionisti protestanti ed ebrei, tra il nazionalismo su base razziale e il comunismo antirazzista, e tra il colonialismo di insediamento sionista e l’anti-imperialismo comunista. Il razzismo imperialista, condiviso dai britannici e dal movimento sionista, nei confronti dei palestinesi e altri asiatici e africani rese di nessuna importanza la loro presenza sulle proprie terre, per non parlare della loro opposizione e resistenza al colonialismo di insediamento.

Lo stesso Balfour sostenne che “il sionismo, sia esso giusto o sbagliato, buono o cattivo, è radicato in una tradizione secolare, in necessità attuali, in speranze future molto più profonde dei desideri e dei pregiudizi dei 700.000 arabi che ora abitano in quella antica terra.”

Fu lord Sydenham, un conservatore britannico membro del parlamento, ad identificarsi con i palestinesi contro il sionismo: “”Gli ebrei”, disse, “non hanno più diritti sulla Palestina di quelli che hanno i discendenti degli antichi romani su questa terra.”

La storia dell’ultimo secolo del colonialismo sionista e della colonizzazione della Palestina che i britannici appoggiarono e continuano ad appoggiare e della resistenza palestinese che ciò ha fomentato è viva tutt’oggi. Le prime proteste palestinesi e l’opposizione al furto del loro Paese e della loro terra da parte degli europei convertiti all’ebraismo, agevolati da europei convertiti al cristianesimo, vennero liquidate come immotivate.

Nei suoi incontri con il governo inglese del 1923 Herbert Samuel sostenne che l’opposizione araba al sionismo era fondata su un’incomprensione dei suoi obiettivi e che i dirigenti sionisti responsabili non avevano intenzione di confiscare terre arabe o invadere il Paese con immigrati ebrei. Tutto quello che i palestinesi temevano e si aspettavano divenne realtà, ma tutto quello che sionisti cristiani ed ebrei si aspettavano non lo fu. I palestinesi non si arresero e oggi continuano a lottare contro il colonialismo e il razzismo sionisti.

Israele ha ucciso più di 100.000 palestinesi ed arabi dal 1948 [anno di fondazione dello Stato di Israele, ndt.], migliaia di altri vennero uccisi dai britannici e dai sionisti tra il 1917 e il 1948. Israele ha espulso metà della popolazione della Palestina storica, che continua a vivere in esilio, mentre l’altra metà vive soggetta a diverse leggi e regolamenti razzisti e colonialisti in Israele, in Cisgiordania e a Gaza.

La maggioranza degli ebrei del mondo oggi vive nei propri Paesi di origine e rifiuta di andare in Israele. Essa include la maggioranza degli ebrei degli USA, dell’America Latina, della Francia, della Russia e della Gran Bretagna, tra gli altri.

Quando la dichiarazione Balfour venne emanata nel 1917, una maggioranza degli ebrei britannici importanti vi si oppose. Quando il governo USA la appoggiò, poco dopo la sua pubblicazione, 300 importanti personalità pubbliche ebree americane, compresi membri del Congresso, rabbini e uomini d’affari, firmarono petizioni contro di essa. Questa opposizione ebraica rimase forte fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Benché il movimento sionista e Israele siano stati in grado, dopo l’Olocausto nazista e il 1948, di sviare l’ebraismo mondiale dalla sua precedente opposizione al sionismo, non sono riusciti a convincere la maggioranza di essi a lasciare i propri Paesi e ad andare in Israele. La maggioranza degli ebrei che è andata in Israele non l’ha fatto per un impegno ideologico, ma per sfuggire all’oppressione e per la negazione di qualunque altra destinazione (nel caso degli ebrei arabi, Israele organizzò attacchi contro di loro, come fece il Mossad in Iraq, per spronarli ad emigrare). Eppure l’oppressione colonialista israeliana contro i palestinesi e il furto delle loro terre proseguono senza sosta.

I continui crimini della Gran Bretagna

Nel frattempo la “questione orientale”, quella “ebraica” e la minaccia comunista si sono tramutate nella “questione palestinese”, che continua ad esistere, nonostante tutte le difficoltà, nella forma del colonialismo di insediamento sionista. Durante il secolo scorso tutti i tentativi da parte degli inglesi, di Israele, della Francia, della Germania e degli Stati uniti (per non parlare dei Paesi arabi) di sconfiggere il popolo palestinese sono falliti.

I festeggiamenti del governo britannico per il centenario della dichiarazione Balfour sono di fatto una manifestazione dell’orgoglio per l’eredità antisemita, anticomunista e razzista colonialista della Gran Bretagna, che il governo britannico insiste a perpetrare sulla terra dei palestinesi e sul popolo palestinese.

Il primo ministro Theresa May ha recentemente dichiarato: “Siamo orgogliosi del ruolo che abbiamo giocato nella creazione dello Stato di Israele, e sicuramente celebreremo con orgoglio il centenario.” Come Balfour prima di lei, May ha rifiutato persino di nominare i palestinesi. Se la dichiarazione Balfour si riferisce ai palestinesi come “le comunità non ebraiche della Palestina”, May ha solo ammesso che “noi dobbiamo anche essere coscienti delle sensibilità che certa gente ha riguardo alla dichiarazione Balfour e riconosciamo che c’è ulteriore lavoro da fare” (corsivo aggiunto).

L’Autorità Nazionale Palestinese collaborazionista ha minacciato di denunciare la Gran Bretagna per i suoi festeggiamenti del centenario, a meno che prima quest’ultima non offra semplici “scuse” al popolo palestinese per aver emanato la dichiarazione Balfour. C’era da aspettarsi un simile servilismo da parte di un’autorità il cui unico ruolo è stato di eliminare la resistenza palestinese contro il colonialismo israeliano e che ha costantemente lavorato negli ultimi trent’anni per reprimere i diritti politici e nazionali del popolo palestinese.

Ma dopo un secolo, il colonialismo sionista non è più sicuro di quanto lo sia mai stato e oggi come nel 1917 gli manca una sensazione di stabilità. Che le autorità britanniche, come l’”orgoglio” di May dimostra, siano state e rimangano un nemico implacabile del popolo palestinese non è in discussione. Quanto all’”ulteriore lavoro da fare”, è una necessità urgente che la Gran Bretagna venga giudicata, non solo per l’emanazione della famigerata dichiarazione, ma anche per tutti i suoi crimini passati e presenti contro il popolo palestinese.

Questo saggio è basato su una lezione, organizzata dal parlamentare Fabien Roussel [giornalista e politico comunista, ndt.], tenutasi il 2 novembre 2017 all’Assemblea Nazionale Francese a Parigi e al Dar al-Janub [centro interculturale, ndt.] di Vienna il 4 novembre.

Joseph Massad è professore di Politica araba moderna e Storia del Pensiero alla Columbia University. E’ autore del recente Islam in Liberalism [“Islam nel Liberalismo”] (University of Chicago Press, 2015).

(Traduzione di Amedeo Rossi)

 




Trump, Gerusalemme e l’indifferenza araba verso la Palestina

Mariam Barghouti,

7 dicembre 2017, Al Jazeera

I palestinesi hanno provato un senso collettivo di ansia e rabbia quando il presidente Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti riconoscono formalmente Gerusalemme come capitale di Israele e inizieranno il processo di trasferimento della loro ambasciata da Tel Aviv alla città.

Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele è un altro doloroso colpo al morale palestinese poiché dimostra ancora una volta come le potenze internazionali agiscano senza accettare o riconoscere l’esistenza dei palestinesi, nonostante sia la popolazione che subisce il peso delle conseguenze.

Il problema della dichiarazione USA, tuttavia, non si basa sul riconoscimento e sull’affermazione in se’, ma sulla serie di eventi che hanno portato alla sua concretizzazione. È il culmine del fallimento internazionale nell’affrontare le violazioni di Israele dei diritti umani, il continuo sostegno degli Stati Uniti a Israele, l’incompetenza della leadership palestinese nel raggiungere soluzioni attraverso gli sforzi diplomatici e, più recentemente, la nuova amicizia che l’amministrazione statunitense sta costruendo con alcuni Stati arabi.

La storia si ripete.

Quest’anno – anno in cui Gerusalemme è riconosciuta dagli Stati Uniti come la capitale di Israele – segna anche 100 anni da quando Lord Balfour concesse al movimento politico sionista il diritto a una patria ebraica in Palestina. L’ultima decisione americana, quindi, riecheggia la stessa posizione secondo cui le potenze internazionali possono ignorare la popolazione indigena palestinese e il loro diritto all’autodeterminazione.

La dichiarazione di Balfour non solo dimostrò i pericoli di tali affermazioni unilaterali, ma provò anche che Israele le impiegherà per far avanzare il proprio programma coloniale. La dichiarazione del 1917 spianò la strada alla milizia sionista per radere al suolo i villaggi palestinesi e conquistare la terra palestinese, e oggi la dichiarazione di Trump legittima questa storia di violenza fornendo a Israele un costante sostegno.

Trump aveva ragione affermando che “Gerusalemme è la sede del moderno governo israeliano. È la sede del Parlamento israeliano, della Knesset e della Corte suprema israeliana. È la sede della residenza ufficiale del primo ministro e del presidente. È il quartier generale di molti ministri del governo”.

Gerusalemme è stata infatti considerata la capitale di Israele per decenni, anche se non ufficialmente. È per questo che il riconoscimento di Trump è stato reso possibile. Il lavoro preliminare era già in atto e così tutto ciò che ha portato fino a questo momento è la prova della bancarotta morale della comunità internazionale quando si tratta della situazione palestinese.

Il governo israeliano ha imposto un controllo assoluto e completo sulla popolazione palestinese a Gerusalemme, proprio come ha fatto in altre città e paesi palestinesi. I palestinesi gerosolimitani possiedono solo documenti di residenza, che possono essere revocati in qualsiasi momento; Israele demolisce continuamente case nei quartieri palestinesi con il pretesto che mancano di permessi, e i giovani palestinesi sono bersagliati in modo discriminatorio dalle forze israeliane.

Sono queste politiche israeliane, le stesse politiche contro cui i palestinesi hanno protestato per anni, che hanno messo a tacere le voci palestinesi così che Gerusalemme possa essere presentata di fatto come israeliana.

I leader arabi ignorano le grida dei palestinesi.

Ciò che è ancora più angosciante è che ciò non sarebbe stato possibile senza i compromessi raggiunti dalla leadership palestinese. La politica palestinese è stata segnata da rivalità tra fazioni, collaborazione sulla sicurezza con l’intelligence israeliana a spese dei palestinesi e una serie di concessioni sotto forma di accordi e trattati che non hanno mai incapsulato i fondamenti delle richieste palestinesi; giustizia, liberazione e dignità.

E mentre i palestinesi hanno ripetuto per decenni le loro richieste di autodeterminazione e diritti umani fondamentali, la comunità internazionale e la leadership palestinese li hanno ignorati intenzionalmente per perseguire un’altra agenda che ruota attorno ai negoziati. Ciò ha generato solo maggiore repressione e un netto aumento del numero di insediamenti colonici.

Oggi vediamo sia la comunità internazionale sia i leader arabi ignorare ancora una volta le grida palestinesi per la giustizia. Ciò è evidente nel discorso dominante dei leader globali e arabi. Esso ruota attorno alla paura di un’altra insurrezione, instabilità e protesta. Nella maggior parte dei discorsi e dei proclami non c’è una vera presa di posizione sulle radici dell’aberrazione imposta al popolo palestinese sotto forma di un’occupazione violenta.

La fissazione sulla possibile reazione dei palestinesi e della comunità araba come la ragione principale per opporsi a questa decisione oscura il fatto che il riconoscimento di Gerusalemme come capitale israeliana si basa su violazioni e abusi dei diritti umani.

È l’amplificazione della “paura della reazione dei palestinesi / degli arabi” che può tragicamente rappresentare la cornice entro cui spingere verso ulteriori negoziati mentre gli stati arabi si affrettano a controllare il tumulto della protesta e gli Stati Uniti spingono la loro visione di una pace che è solo una facciata per dare a Israele ciò che vuole; uno stato senza il fastidio dell’esistenza palestinese.

Così mentre i leader di tutto il mondo proclamano che questa mossa porterà alla fine dei colloqui di pace, della soluzione dei due Stati e di qualsiasi stabilità nella regione, la verità è che non c’è mai stata né pace né stabilità nei territori dall’inizio dell’occupazione israeliana.

Il discorso degli Stati arabi indica anche l’insincerità nel volere raggiungere una vera soluzione nella regione, soluzione che dovrebbe ritenere Israele responsabile dei suoi crimini e fornire ai palestinesi i loro pieni diritti. Ciò è particolarmente vero mentre si diffonde l’ondata di condanne contro la decisione.

I palestinesi hanno memorizzato questo scenario e la realtà che nessuna azione farà seguito. La verità è che gli Stati Uniti hanno un programma che è allineato con gli interessi israeliani e gli Stati arabi hanno fatto amicizia con l’amministrazione Trump, limitando ogni azione.

Proprio questa estate, abbiamo assistito ai palestinesi che protestavano contro le misure israeliane nella moschea al-Aqsa. Anche allora ci furono condanne e proteste da parte degli Stati arabi e dei paesi internazionali. Tuttavia, questo approccio sintomatico e simbolico continuerà solo a rafforzare l’occupazione e l’espropriazione di Israele della terra palestinese.

Tra le righe del discorso di Trump di mercoledì si intravvede il messaggio di Israele alla comunità globale. Esso predice che se commetti abbastanza crimini mentre reciti una storia al mondo, otterrai ciò che vuoi e te la caverai.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

(Traduzione di Angelo Stefanini)




70 anni di promesse mancate: la storia non raccontata del piano di partizione

Ramzy Baroud

22 novembre 2017, Palestine Chronicle

In un recente discorso prima del gruppo di ricerca di Chatham House [Ong britannica che si occupa di ricerche di politica internazionale, tra i più influenti al mondo, ndt.] di Londra, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affrontato la questione dello Stato palestinese da un punto di vista astratto.

Prima di pensare alla creazione di uno Stato palestinese, ha affermato, “è tempo che noi riconsideriamo se il nostro modello di sovranità, e di sovranità illimitata, sia applicabile ovunque nel mondo.”

Non è la prima volta che Netanyahu getta discredito sull’idea di uno Stato palestinese. Nonostante le chiare intenzioni di Israele di vanificare ogni possibilità di creare un tale Stato, l’amministrazione USA di Donald Trump, a quanto sembra, sta mettendo a punto piani per un “accordo di pace definitivo.” Il New York Times suggerisce che “il piano previsto dovrà essere costruito intorno alla cosiddetta soluzione dei due Stati”.

Ma perché sprecare sforzi, quando tutte le parti in causa, compresi gli americani, sanno che Israele non ha intenzione di consentire la creazione di uno Stato palestinese e gli USA non hanno né l’influenza politica, né il desiderio, per imporla?

La risposta forse non si trova nel presente, ma nel passato.

Inizialmente uno Stato arabo palestinese era stato proposto dagli inglesi come tattica politica, per fornire una copertura giuridica alla creazione di uno Stato ebraico. Questa tattica politica continua ad essere utilizzata, anche se mai con l’obbiettivo di trovare una “giusta soluzione” al conflitto, come spesso viene propagandato. Quando, nel novembre 1917, il ministro degli Esteri britannico Arthur James Balfour promise al movimento sionista di garantire uno Stato ebraico in Palestina, l’ipotesi, in precedenza remota e poco plausibile, iniziò a prendere forma. Si sarebbe realizzata senza sforzo, se i palestinesi non si fossero ribellati.

La rivolta palestinese del 1936-1939 dimostrò un impressionante livello di consapevolezza politica collettiva e di capacità di mobilitazione, nonostante la violenza britannica.

Allora il governo britannico inviò in Palestina la Commissione Peel per analizzare le radici della violenza, nella speranza di sedare la rivolta palestinese.

Nel luglio 1937 la Commissione pubblicò il suo rapporto, che scatenò immediatamente la rabbia della popolazione nativa, che era già consapevole della collusione tra inglesi e sionisti.

La Commissione Peel concluse che “le cause sottostanti ai disordini” erano il desiderio di indipendenza dei palestinesi e il loro “odio e timore per la creazione del focolare nazionale ebraico.” Sulla base di questa analisi, raccomandava la partizione della Palestina in uno Stato ebraico ed uno Stato palestinese, quest’ultimo destinato ad essere incorporato nella Transgiordania, che era sotto il controllo britannico.

La Palestina, come altri Paesi arabi, era teoricamente pronta per l’indipendenza, in base ai termini del mandato britannico, come garantito nel 1922 dalla Società delle Nazioni. Per di più, la Commissione Peel raccomandava un’indipendenza parziale per la Palestina, diversamente dalla piena sovranità assicurata allo Stato ebraico.

Ancora più allarmante era il carattere arbitrario di quella divisione. Allora il totale della terra posseduta dagli ebrei non superava il 5,6% dell’estensione dell’intero Paese. Lo Stato ebraico avrebbe incluso le regioni più strategiche e fertili della Palestina, compresa la Galilea Fertile [nota come Bassa Galilea, ndt.] e molta parte dell’accesso al mar Mediterraneo.

Durante la rivolta furono uccisi migliaia di palestinesi, che continuavano a rifiutare la svantaggiosa spartizione e lo stratagemma britannico teso ad onorare la Dichiarazione Balfour e privare i palestinesi di uno Stato.

Per rafforzare la propria posizione, la leadership sionista cambiò rotta. Nel maggio 1942 David Ben Gurion, allora rappresentante dell’Agenzia Ebraica, partecipò a New York ad una conferenza che riuniva i dirigenti sionisti americani. Nel suo intervento chiese che l’intera Palestina divenisse un “Commonwealth ebraico.”

Un nuovo potente alleato, il presidente [americano] Harry Truman, incominciò a colmare il vuoto lasciato aperto, in quanto gli inglesi erano propensi a terminare il loro mandato in Palestina. In “Prima della loro diaspora”, Walid Khalidi scrive:

(Il Presidente USA Harry Truman) fece un passo avanti nel suo appoggio al sionismo, sostenendo un piano dell’Agenzia Ebraica per la partizione della Palestina in uno Stato ebraico ed uno Stato palestinese. Il piano prevedeva l’annessione allo Stato ebraico di circa il 60%della Palestina, in un momento in cui la proprietà ebraica della terra del Paese non superava il 7%.”

Il 29 novembre 1947, l’Assemblea Generale dell’ONU, in seguito a forti pressioni dell’amministrazione USA di Truman, approvò, coi voti favorevoli di 33 Stati membri, la Risoluzione 181 (II), che auspicava la partizione della Palestina in tre entità: uno Stato ebraico, uno Stato palestinese ed un regime di governo internazionale per Gerusalemme.

Se la proposta britannica di partizione del 1937 era già abbastanza negativa, la risoluzione dell’ONU fu motivo di totale sgomento, in quanto assegnava 5.500 miglia quadrate [circa 14.000 Km2, ndt.] allo Stato ebraico e solo 4.500 [circa 11.000 Km2, ndr.] ai palestinesi – che possedevano il 94,2% della terra e rappresentavano oltre i due terzi della popolazione.

La pulizia etnica della Palestina iniziò immediatamente dopo l’adozione del Piano di Partizione. Nel dicembre 1947 attacchi sionisti organizzati contro le zone palestinesi provocarono l’esodo di 75.000 persone. Di fatto, la Nakba palestinese – la Catastrofe – non iniziò nel 1948, ma nel 1947.

Quell’esodo di palestinesi fu congegnato attraverso il Piano Dalet (Piano D), che fu attuato per fasi e modificato per adeguarsi alle esigenze politiche. La fase finale del piano, iniziata nell’aprile 1948, comprese sei importanti operazioni. Due di esse, operazioni “Nachshon” e “Harel” , avevano lo scopo di distruggere i villaggi palestinesi all’interno e nei dintorni del confine tra Jaffa e Gerusalemme. Separando i due principali conglomerati centrali che costituivano il proposto Stato arabo palestinese, la leadership sionista intese spezzare ogni possibilità di coesione geografica palestinese. Questo continua ad essere l’obiettivo fino ad oggi.

I risultati conseguiti da Israele dopo la guerra non si attennero molto al Piano di Partizione. I territori palestinesi separati di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est costituivano il 22% della dimensione storica della Palestina.

Il resto è una triste storia. La carota dello Stato palestinese viene esibita di tanto in tanto proprio dalle forze che spartirono la Palestina 70 anni fa e poi collaborarono diligentemente con Israele per garantire il fallimento delle aspirazioni politiche del popolo palestinese.

Infine il discorso della partizione è stato rimodellato in quello della “soluzione dei due Stati”, propugnato negli ultimi decenni da diverse amministrazioni USA, che hanno mostrato poca sincerità nel trasformare in realtà persino un simile Stato.

Ed ora, 70 anni dopo la partizione della Palestina, esiste un solo Stato, benché governato da due diversi sistemi giuridici, che privilegia gli ebrei e discrimina i palestinesi.

Esiste già da molto tempo un solo Stato”, ha scritto il giornalista israeliano Gideon Levy in un recente articolo su Haaretz. “È giunto il momento di lanciare una battaglia sulla natura del suo regime.”

Molti palestinesi lo hanno già fatto.

Ramzy Baroud è giornalista, scrittore e redattore di Palestine Chronicle. Il suo libro in uscita è “L’ultima terra: una storia palestinese” (Pluto Press, Londra). Baroud ha un dottorato in Studi sulla Palestina all’università di Exeter ed è ricercatore ospite presso il Centro Orfalea per gli Studi globali ed internazionali dell’università Santa Barbara della California. Il suo sito web è:

www.ramzybaroud.net

(Traduzione di Cristiana Cavagna)