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Cinque vittorie del BDS del 2022 che potreste esservi perse

Michael Arria  

22 dicembre 2022 – Mondoweiss

Il 2022 è stato un altro anno memorabile per la crescita del movimento BDS guidato dai palestinesi. Ecco alcune vittorie dell’anno appena trascorso che potreste esservi perse.

A ottobre l’inviato dell’ONU per il Medio Oriente ha annunciato che il 2022 è destinato a diventare l’anno più luttuoso per i palestinesi della Cisgiordania occupata da quando, nel 2005, l’organizzazione ha iniziato a registrare le vittime.

Non c’è da sorprendersi che questo tipo di violenza abbia suscitato un ulteriore appoggio per il BDS, il movimento non violento guidato dai palestinesi che intende fare pressione su Israele perché rispetti i suoi obblighi internazionali. Ecco alcuni eventi BDS del 2022 negli Stati Uniti che potreste esservi persi.

Oakland Roots lascia la Puma

Durante la Coppa del Mondo [di calcio] la Palestina è diventata una questione importante, in quanto tifosi e giocatori hanno manifestato la propria solidarietà con il Paese. Poco prima che il campionato iniziasse, in California gli attivisti hanno ottenuto una grande vittoria legata al calcio.

Gli Oakland Roots (che giocano nella USL Championship league [uno dei principali tornei calcistici degli USA, ndt.]) sono diventati la prima squadra sportiva degli USA a lasciare la Puma come sponsor. La squadra ha subito pressioni da parte dell’Arab Resource & Organizing Center [organizzazione che promuove i diritti degli arabi in California, ndt.] (AROC) insieme alle associazioni di sostegno La Brigada del Pueblo e Oakland Roots Radicals [gruppo di tifosi della squadra, ndt.].

La Puma è stata presa di mira dai sostenitori del BDS fin dal 2018, quando l’industria produttrice di abbigliamento sportivo ha firmato un accordo per sponsorizzare l’Israel Football Association [Federazione Calcistica Israeliana, ndt.] (IFA). Varie squadre con sede nelle colonie illegali della Cisgiordania fanno parte dell’IFA.

Puma è il principale sponsor dell’Israele Football Association, che include squadre delle colonie israeliane illegali,” hanno detto gli Oakland Roots Radicals a SFGATE [sito web di notizie con sede a San Francisco, California, ndt.]. “L’ingiustizia che il popolo palestinese subisce in quanto viene espulso dalle colonie illegali è in conflitto diretto con i valori della comunità di Oakland e con quelli sposati dai Roots, che ci rendono così orgogliosi di sostenerli. Chiediamo ai Roots di prendere posizione e opporsi all’ingiustizia interrompendo i rapporti con Puma finché non porrà fine al suo sostegno al regime israeliano di apartheid e occupazione militare.”

Come avviene in genere, il club ha affermato che si è trattato di una decisione puramente casuale che non ha niente a che fare con la politica, e siti filo-israeliani hanno accolto questa versione. Tuttavia i sostenitori del BDS l’hanno ovviamente vista come una vittoria.

Questa è una vittoria per il popolo palestinese, la gente di Oakland e della Bay Area [zona della baia di San Francisco, ndt.] e per tutte le persone che lottano per un mondo senza oppressione,” ha sostenuto in un comunicato Lara Kiswani di AROC. “AROC festeggia l’iniziativa senza precedenti presa dagli Oakland Roots. Questo è un esempio di ciò che si può ottenere quando istituzioni della comunità (attività economiche, squadre sportive, università) lavorano con, e prestano ascolto a, le voci della loro comunità chiedendo giustizia razziale e prendono iniziative concrete e tangibili per accoglierne le richieste.”

I Big Thief annullano i concerti a Tel Aviv

A giugno il complesso di rock indipendente Big Thief ha annullato due concerti che avrebbero dovuto tenersi in Israele. Dopo aver subito le reazioni negative riguardo alle date, all’inizio la band ha emesso un comunicato in cui difendeva la sua decisione di suonare a Tel Aviv.

Siamo ben consapevoli degli aspetti culturali del movimento BDS e della disperata situazione del popolo palestinese,” vi si legge. “Per quanto riguarda la nostra adesione al boicottaggio, non sosteniamo di sapere dove si collocano gli alti valori morali e vogliamo rimanere aperti alle prospettive di altre persone e all’amore al di là del dissenso. Comprendiamo la natura intrinsecamente politica di suonare là e le sue implicazioni. La nostra intenzione non è screditare i valori di quanti sostengono il boicottaggio o ignorare quanti soffrono. Cerchiamo di essere disponibili ad apprendere.”

Meno di una settimana dopo il gruppo ha cambiato totalmente la sua decisione. “Da quando abbiamo annunciato questi concerti in Israele abbiamo dialogato costantemente con amici, familiari, sostenitori del BDS, alleati, palestinesi e israeliani impegnati nella lotta per la giustizia per i palestinesi,” hanno spiegato nel loro nuovo comunicato. “È stata l’unica cosa che abbiamo avuto in mente e nei nostri cuori.”

Barby, il locale israeliano in cui il gruppo avrebbe dovuto suonare, ha denunciato i Big Thief come “un branco di miserabili musicisti smidollati” e ha definito il movimento BDS come un “boicottaggio da terrore nazista.” Tuttavia i musicisti non hanno fatto marcia indietro. “Salutiamo il coraggio dei Big Thief e la loro volontà di dare ascolto agli oppressi,” ha affermato la Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele (PACBI). “Riconosciamo anche la chiara posizione della maggioranza dei fan del gruppo in appoggio con saldi principi al BDS.”

L’Harvard Crimson sostiene il BDS

In aprile il comitato di redazione dell’Harvard Crimson (giornale studentesco dell’università di Harvard dal 1873) ha pubblicato un editoriale di adesione al movimento BDS e chiede libertà per la Palestina.

Come comitato di redazione siamo profondamente consapevoli del privilegio di cui godiamo per il fatto di disporre di una firma istituzionale e in pratica anonima,” vi si legge. “Persino in questo campus molti dei nostri coraggiosi coetanei che sostengono la liberazione della Palestina si possono trovare in liste nere che implicitamente e vergognosamente li mettono in relazione con il terrorismo.”

Questi due fattori — gli incredibili soprusi e la nostra possibilità privilegiata di parlare per loro e di affrontare un’ingiustificata ritorsione comparativamente minore — ci impone di prendere una posizione. In base all’opinione del nostro comitato, i palestinesi meritano dignità e libertà,” continua. “Appoggiamo il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni come mezzo per raggiungere questo obiettivo.”

In passato il nostro comitato è stato scettico riguardo al movimento (quando non, più in generale, dei suoi obiettivi) sostenendo che il BDS nel suo complesso ‘non comprende le sfumature e le particolarità del conflitto Israele-Palestina.’ Deploriamo e rigettiamo questa opinione. È un nostro imperativo categorico schierarci e aiutare i vulnerabili e gli oppressi. Non possiamo sminuire la violenta situazione dei palestinesi, né lasciare che il nostro desiderio di uno strumento perfetto e immaginario danneggi un movimento così promettente, vitale e ispirato.”

Come prevedibile l’editoriale ha scatenato una tempesta di critiche, e il corpo accademico ed ex-studenti hanno pubblicato comunicati in cui hanno manifestato la propria indignazione. Tuttavia molte persone legate all’università hanno accolto positivamente questa posizione.

L’ Harvard College Palestine Solidarity Committee [Comitato del College di Harvard in Solidarietà con la Palestina] (PSC) ha affermato che questo editoriale (e le reazioni che ha suscitato) dimostrano che l’attivismo del BDS sta avendo un impatto concreto.

L’opposizione istituzionale è estenuante e frustrante, ma come studenti attivisti siamo giunti alla conclusione che il nostro potere sta nel suscitare attenzione per la nostra causa tra i nostri coetanei,” afferma un articolo dell’associazione. “Piuttosto che pensare a come rispondere agli ex-studenti sionisti con nomi importanti e posizioni di potere, cerchiamo la nostra forza nel suscitare l’appoggio studentesco per la liberazione dei palestinesi. Cerchiamo di costruire solidarietà con altre cause di difesa sociale, spingendo gli studenti che si nascondono dietro alla ‘neutralità’ a impegnarsi su questioni delicate di oppressione e diseguaglianza e a portare il dibattito sulla giustizia nella nostra rete di amici, negli spazi culturali e nelle aule.

Il recente editoriale del Crimson dimostra che il nostro approccio sta funzionando. Studenti in genere non impegnati nel lavoro del PSC stanno cominciando ad ascoltare, e sono loro il pubblico che conta. Membri del corpo docente stanno intervenendo per esprimere il proprio appoggio. Rimaniamo saldi nel nostro appello per la liberazione dei palestinesi, ispirato per decenni da studenti che ci hanno preceduti, da membri del PSC e da attivisti che chiedevano il disinvestimento contro il regime dell’apartheid sudafricano. Questo è solo l’inizio e il nostro movimento non farà che crescere.”

Alcuni sondaggi mostrano che l’appoggio al BDS sta crescendo tra gli elettori democratici e i giovani

Negli ultimi anni un sondaggio dopo l’altro indica che l’appoggio nei confronti di Israele sta scemando tra gli elettori democratici e i giovani degli USA, mentre quello per i palestinesi continua ad aumentare.

Il 2022 non è stato diverso. In agosto una ricerca sugli elettori democratici condotta da Brookings e dall’università del Maryland ha mostrato che la stragrande maggioranza degli elettori democratici che hanno sentito parlare del movimento BDS lo appoggia, con una differenza di 33 a 10.

In maggio un sondaggio degli stessi istituti di ricerca ha mostrato che una larga maggioranza di elettori democratici pensa che Biden e il Congresso non li rappresentino nei rapporti con Israele. Tra i democratici informati riguardo alla posizione della Casa Bianca sulla questione, il 26% afferma che la Casa Bianca si è collocata più vicino a Israele di loro, mentre solo il 3% ha sostenuto che si è schierata più a favore della Palestina di quanto avrebbero voluto loro. I numeri sono ancora più clamorosi riguardo al Congresso. Tra i democratici che hanno un’opinione in merito il 33% dice che i propri rappresentanti sono schierati più a favore di Israele di quanto lo siano loro, mentre solo il 3% pensa il contrario.

Questi studi sono in linea con un sondaggio del Pew [noto centro studi statunitense, ndt.] a maggio, che ha scoperto che i democratici hanno opinioni più favorevoli sui palestinesi che sugli israeliani con un margine del 64% contro il 60%. La differenza è maggiore tra le persone con meno di 30 anni: 61% contro 56%.

Il sondaggio del Pew indica che la grande maggioranza degli elettori democratici non conosce il movimento BDS (l’85% ha affermato di non averne mai sentito parlare), ma un numero sorprendente ha affermato di appoggiare una soluzione con uno Stato unico nella regione. Il 36% dei democratici ha sostenuto di volere una soluzione a due Stati e il 19% di volere uno Stato democratico.

Pillsbury disinveste da Israele

In maggio General Mills [multinazionale statunitense del settore alimentare, ndt.] ha annunciato di aver disinvestito la sua quota del 60% in una consociata israeliana. Il comunicato dell’impresa non fa menzione del movimento BDS e sostiene che l’iniziativa ha riguardato solo “scelte strategiche su dove indirizzare prioritariamente le nostre risorse per ottenere maggiori profitti.” Tuttavia negli ultimi due anni General Mills è stata presa di mira dall’American Friends Service Committee [organizzazione legata alla chiesa quacchera, ndt.] (AFSC) in quanto alcuni dei prodotti della Pillsbury [industria dolciaria di proprietà della General Mills, ndt.] venivano confezionati in una colonia illegale israeliana.

Il disinvestimento da parte di General Mills dimostra che la pressione dell’opinione pubblica funziona anche con le multinazionali più importanti,” ha affermato in un comunicato Noam Perry dell’AFSC. “Con questa mossa, General Mills si aggiunge a molte altre imprese americane ed europee che hanno disinvestito dall’illegale occupazione israeliana, comprese, solo negli ultimi due anni, Microsoft e Unilever. Chiediamo a tutte le industrie di disinvestire dall’illegale e brutale occupazione israeliana in Palestina e dal sistema di apartheid di cui è parte. Ci congratuliamo con General Mills per la sua decisione e speriamo che sia il primo passo per interrompere tutti i suoi rapporti con l’apartheid israeliano nel rispetto dei diritti umani universali.”

Dal 2002 General Mills ha gestito una fabbrica di prodotti della Pillsbury nella zona industriale di Atarot, una colonia illegalmente annessa da Israele durante la guerra del 1967 [la guerra dei Sei Giorni, ndt.]. Nel 2020 le Nazioni Unite hanno identificato la General Mills come una delle 112 imprese che violano le leggi internazionali gestendo un’attività economica all’interno dei territori occupati.

La campagna No Dough For the Occupation [Niente soldi all’occupazione] dell’AFSC è stata appoggiata da organizzazioni come l’American Muslims for Palestine [Musulmani Americani per la Palestina] e Jewish Voice for Peace [Voce Ebraica per la Pace, principale organizzazione ebraica americana contro l’occupazione e l’apartheid israeliani, ndt.], così come dalla  Ainsworth United Church of Christ [Chiesa Unita di Cristo Ainsworth] di Portland, in Oregon. È stata sostenuta anche da cinque membri della famiglia Pillsbury, che lo scorso anno hanno pubblicato un editoriale sulla Star Tribune [il più diffuso quotidiano del Minnesota] in cui hanno chiesto alla gente di boicottare la General Mills.

Siamo fieri che il nostro cognome venga associato a prodotti venduti in tutto il mondo,” vi si legge. “Ma in questo momento non possiamo avere la coscienza pulita comprando prodotti che portano il nostro cognome.

Finché la General Mills continuerà a trarre profitto dalla spoliazione e dalla sofferenza del popolo palestinese, non compreremo alcun prodotto di Pillsbury. Chiediamo alla General Mills di smettere di fare affari su terra occupata e chiediamo a tutte le persone di coscienza e a tutte le organizzazioni socialmente responsabili in tutto il mondo di unirsi al boicottaggio dei prodotti della Pillsbury finché la General Mills smetterà questo comportamento illegale e immorale.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Gli attivisti britannici filopalestinesi dimostrano che l’azione diretta e il BDS sono efficaci

Yvonne Ridley

11 giugno 2021 – Middle East Monitor

Questa notte i sostenitori della Palestina hanno festeggiato una vittoria, dopo che la Scozia ha onorato la sua reputazione di “territorio ostile” per i sionisti con l’annuncio che l’ultimo fondo pensioni delle amministrazioni locali del Paese ha disinvestito dalla controversa banca israeliana Hapoalim. Anni di campagne e pressioni, guidate dalla Campagna Scozzese di Solidarietà con la Palestina e altri scozzesi sensibili, hanno dato i loro frutti.

Ciò dimostra ancora una volta la forza del movimento non violento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), un’iniziativa diretta dai palestinesi che lavora per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza. Il BDS è calunniato dai gruppi di pressione filoisraeliani solo perché insiste sul fatto che i palestinesi hanno gli stessi diritti del resto dell’umanità.

Ora la Scozia è una zona libera dalla banca Hapoalim”, ha dichiarato il cofondatore di SPSC, Mick Napier, dopo aver annunciato che il Fondo Pensioni del Lothian [regione della Scozia sud-orientale, ndtr.], che rappresenta i quattro consigli comunali orientale, centrale e occidentale e della città di Edimburgo ha disinvestito dalla banca israeliana. Hapoalim compare nel database dell’ONU delle imprese che partecipano ad attività che danneggiano i diritti civili, politici, economici, sociali e culturali del popolo palestinese in tutto il territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme est.

Un’indagine dell’ONU ha scoperto che le attività della banca Hapoalim riguardano la fornitura di servizi e programmi che appoggiano la conservazione e l’esistenza di colonie illegali nella Cisgiordania occupata, compresa la rete di trasporti. Anche le operazioni bancarie e finanziarie contribuiscono a sviluppare, ampliare o conservare le illegali colonie israeliane e le loro attività, compresi i prestiti immobiliari e lo sviluppo di imprese.

Il fondo pensioni del Lothian è il secondo più grande delle autorità locali scozzesi, con 84.000 affiliati e 8.000 milioni di sterline di attivo. È il terzo fondo di questo tipo, e l’ultimo, che ha preso le distanze dalla banca Hapoalim. Il fondo pensioni di Falkirk [nella Scozia centro-meridionale, ndtr.] è stato il primo a disinvestire nel 2018 in risposta alle campagne dell’SPSC appoggiate dalla pressione dei sindacati. L’anno successivo il fondo pensioni del Tayside [regione a nord di Edimburgo, ndtr.] ha disinvestito, lasciando il fondo pensioni del Lothian come unico fondo municipale scozzese che continuava a fare investimenti nella banca.

Ora è giunta la notizia che anche questo ha disinvestito, il che significa che gli 11 fondi pensione delle autorità locali scozzesi si sono liberati dagli investimenti nell’impresa israeliana che contribuisce a sostenere la rete di colonie illegali di Tel Aviv nei territori palestinesi occupati.

Secondo Napier il fondo del Lothian ha resistito ad anni di pressioni perché disinvestisse, finché in marzo ha ceduto. Benché sia poco probabile che ciò venga attribuito alle campagne del SPSC, i suoi membri e i sindacati hanno fatto costantemente pressione nelle riunioni del consiglio di amministrazione del fondo pensioni e i consiglieri eletti hanno ricevuto migliaia di mail degli elettori locali.

Napier ha spiegato che una delegazione della campagna “Time to Divest” [Tempo di Disinvestire] si è riunita con il direttore generale del fondo pensioni del Lothian e i suoi collaboratori nel dicembre 2019. “Nonostante la riunione, non abbiamo trovato un accordo perché il fondo fosse coerente con il suo impegno riguardo ai Principi di Investimento Responsabile dell’ONU e si assicurasse di non investire in imprese che vengono considerate complici di violazioni dei diritti umani.”

Imperterriti, per ottenere questa vittoria storica SPSC, Unison Scotland [sindacato scozzese degli impiegati pubblici, ndtr.] e altri membri della campagna Time To Divest hanno inviato letteralmente migliaia di mail ai consiglieri locali. “Questo sarà un boccone amaro da masticare per i sionisti,” ha aggiunto Napier, anche se ha avvertito che gli attivisti del BDS scozzese non si accontenteranno. “C’è ancora molto da fare per esercitare pressioni affinché i fondi pensione delle autorità locali scozzesi continuino a disinvestire da imprese belliche e altre operazioni commerciali che sono complici di quelli che Human Rights Watch [famosa Ong internazionale per i diritti umani, ndtr.] definisce “crimini contro l’umanità di apartheid e persecuzione” da parte di Israele.

Egli ha sottolineato che il fondo pensioni del Lothian, per esempio, continua a investire in Booking Holdings (anch’esso presente nella lista dell’ONU), in Caterpillar, BAE Systems, Lockheed Martin, General Dynamics e Northrop Grumman, il che significa che continua a investire nell’apartheid israeliano. “La nostra campagna continua. Stiamo mostrando in tutta la Scozia che forti pressioni possono produrre risultati.” L’esperto attivista ha invitato più persone a essere coinvolte come volontari inviando una mail a info@timetodivest.net.

Nel contempo a sud del Confine [scozzese, ndtr.] altri attivisti filopalestinesi hanno scelto una forma meno sottile di azione diretta come metodo che prediligono per affrontare le imprese belliche le cui armi sono state usate soprattutto contro le popolazioni civili a Gaza e nella Cisgiordania occupata. Palestine Action [Azione Palestina] ha preso di mira la sede centrale della LaSalle Investment Management, insozzando il luogo con pittura rosso sangue, impedendovi l’ingresso e rivestendo il posto con video sulla “scena del delitto di guerra. ” LaSalle Investment Management, una succursale della Jones Lang LaSalle, è proprietaria della sede centrale di Elbit Systems, che consente quelle che l’associazione descrive come “operazioni letali e agevolazione dei crimini di guerra israeliani.”

Finora LaSalle ha rifiutato di rispondere alle ripetute richieste di sfrattare Elbit o di riconoscere il ruolo che l’impresa gioca nella repressione dei palestinesi e di altri civili in tutto il mondo. L’azione diretta di mercoledì segna un’escalation contro i proprietari di tutti i siti di Elbit in Gran Bretagna. Il gruppo afferma che non smetterà “finché Elbit sarà sfrattata dal Regno Unito e completamente chiusa.”

Un comunicato stampa reso pubblico mercoledì afferma: “Palestine Action è impegnata in una campagna di forti azioni dirette contro Elbit System, danneggiando il più possibile i profitti dell’impresa per chiuderla del tutto e impedire che venga agevolata l’uccisione di palestinesi.”

Cosa importante, il gruppo ha evidenziato che né i crimini di guerra israeliani né Elbit System operano in modo isolato. “Per funzionare efficacemente si basano su una catena logistica globale di produzione, spedizione, vendita e, ovviamente, locatori. Palestine Action intende rompere questa catena mortale di approvvigionamento per salvare la vita dei palestinesi.”

Si stima che le audaci iniziative di Palestine Action abbiano obbligato l’impresa a chiudere le proprie attività e siano costate milioni di sterline di perdite nella produzione.

Elbit Systems è la principale industria israeliana di armamenti e produce l’85% degli aerei da guerra e da ricognizione senza pilota dell’esercito di terra israeliano. Molti prodotti di Elbit, in particolare i droni da guerra Hermes, vengono utilizzati direttamente nel massacro indiscriminato di civili palestinesi a Gaza e nella repressione e controllo dei palestinesi nel resto dei territori occupati.

L’impresa pubblicizza apertamente e cinicamente i suoi prodotti come “testati in combattimento”, quello che per molti attivisti è un riferimento all’uso di queste armi contro civili palestinesi. Dicono che Elbit esporta i suoi prodotti letali a regimi oppressivi di tutto il mondo. Anche i civili del Myanmar, dell’Armenia e dello Sri Lanka e i rifugiati e richiedenti asilo che attraversano il Mediterraneo e il Canale della Manica hanno denunciato il loro uso.

Uno dei maggiori sostenitori di questo tipo di azioni dirette è stato il leader dei diritti civili, il defunto Martin Luther King, che ha persino ammiratori in Israele, dove il governo ha dato il suo nome a un parco nazionale. Vale la pena ricordare agli israeliani e ai loro sostenitori che fu King ad affermare: “Lo scopo dell’azione diretta è creare una situazione talmente critica da portare inevitabilmente a un negoziato.”

I successivi governi israeliani di Benjamin Netanyahu hanno dimostrato che lo Stato di occupazione è impegnato ad ampliare il proprio territorio invece di tornare alle frontiere formali del 1967 (la Linea Verde dell’”armistizio” del 1949) e consentire la fondazione di uno Stato palestinese sostenibile. I negoziati del cosiddetto “processo di pace” hanno strappato una concessione dopo l’altra ai palestinesi senza niente in cambio. È poco probabile che il nuovo “governo per il cambiamento” proposto sia diverso.

Per questo sono così importanti le vittorie del BDS come quella vista in Scozia, e l’azione diretta contro quanti traggono benefici dall’apartheid israeliano. Lo Stato sionista deve sapere che, finché continua ad esistere l’occupazione israeliana, ci sarà un prezzo da pagare. I negoziati vanno benissimo, ma la libertà e la giustizia per i palestinesi, basate sui diritti umani e sulle leggi internazionali, devono avere la priorità.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Monitor de Oriente.

Yvonne Ridley

La giornalista e scrittrice britannica Yvonne Ridley propone analisi politiche su questioni riguardanti il Medio Oriente, l’Asia e la guerra mondiale contro il terrorismo. Il suo lavoro è stato pubblicato su molte pubblicazioni di tutto il mondo, da oriente a occidente, da testate tanto diverse come The Washington Post, il Teheran Times e il Tripoli Post, ottenendo riconoscimenti e premi negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Dieci anni di lavoro per le grandi testate di Fleet Street [via di Londra in cui si trovano i principali quotidiani britannici, ndtr.] hanno ampliato il suo ambito di attività ai media elettronici e alla radiofonia, con la produzione di una serie di documentari su argomenti palestinesi e internazionali, da Guantanamo alla Libia alle Primavere Arabe.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’università di Manchester disinveste dalle aziende complici dell’occupazione israeliana

Asa Winstanley

3 Agosto 2020 – The Electronic Intifada

L’università di Manchester ha disinvestito oltre 5 milioni di dollari dalla Caterpillar e dalla società madre del sito di viaggi Booking.com.

Lunedì gli attivisti hanno detto che si è trattato di “un’enorme vittoria del movimento di solidarietà con la Palestina in Gran Bretagna” e di “una svolta decisiva”.

L’università è stata un bersaglio della campagna fin dal 2016, a causa dei suoi investimenti in aziende complici dell’occupazione israeliana della terra palestinese.

L’anno scorso gli studenti hanno interrotto una riunione del consiglio chiedendo di disinvestire da Caterpillar.

Caterpillar fornisce all’esercito israeliano bulldozer che vengono usati come armi per distruggere le case palestinesi e per condurre uccisioni extragiudiziarie.

Booking Holdings Inc. compare nel database delle Nazioni Unite, pubblicato all’inizio di quest’anno, delle aziende coinvolte nelle colonie israeliane nella Cisgiordania occupata.

La società madre e Booking.com sono entrambe inserite nella lista nera a causa delle loro inserzioni di immobili in affitto in colonie israeliane costruite su terra palestinese rubata in violazione del diritto internazionale.

La campagna prosegue

Dati visionati da The Electronic Intifada, pubblicati dall’università in risposta a richieste sulla libertà di informazione, confermano che il disinvestimento è avvenuto tra aprile 2019 e il 31 marzo 2020.

In una e-mail del 23 luglio 2020 in risposta alla richiesta degli attivisti, la responsabile dell’informazione dell’università ha pubblicato il suo ultimo elenco di investimenti.

Ha detto che le linee guida di investimento etico dell’università adesso escludono le aziende sulla base di una serie di fattori, compresa la fornitura di “armamenti discutibili”.

In una dichiarazione rilasciata immediatamente dopo la pubblicazione di questo articolo, un portavoce dell’università di Manchester ha smentito che il disinvestimento avesse alcuna relazione con la campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, ndtr.). “Le decisioni relative alle nostre specifiche quote di partecipazione vengono prese dai nostri gestori degli investimenti con lo scopo di raggiungere tutti i nostri obbiettivi di investimento”, hanno detto.

Ma gli attivisti hanno dei dubbi. “Gli investimenti in aziende che sostengono il regime di apartheid israeliano non avrebbero dovuto esistere fin dall’inizio”, ha dichiarato l’attivista Huda Ammori. “Il disinvestimento dell’università di Manchester dalle aziende complici dimostra la capacità del movimento di base degli studenti nel rendere responsabili le nostre istituzioni.”

Ammori ha lanciato la campagna BDS all’università di Manchester quando vi studiava nel 2016.

In una dichiarazione di lunedì gli attivisti di ‘Apartheid off Campus’ [Apatheid fuori dall’ università], una nuova rete studentesca, hanno detto che “la vittoria del disinvestimento a Manchester, la più grande università d’Europa, si prevede sia un momento di svolta per il movimento BDS nei campus del Regno Unito.”

Ma hanno detto che continueranno a mantenere l’università di Manchester come obbiettivo delle campagne BDS.

Secondo la rete ‘Apartheid off Campus’ l’università “ha ancora molti legami con il regime di apartheid israeliano, compreso il programma di scambi con l’università ebraica di Gerusalemme, che manda studenti a studiare nella terra palestinese occupata e rubata.”

Leeds è stata la prima università inglese a disinvestire dall’apartheid israeliano nel 2018, quando ha ritirato più di 1.200.000 dollari da diverse aziende coinvolte nel commercio di armi con Israele.

Asa Winstanley è un giornalista d’inchiesta e condirettore di The Electronic Intifada. Vive a Londra.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Gli attivisti palestinesi hanno 2 miliardi di opportunità per insistere sul disinvestimento

Asa Winstansley

30 maggio 2020 – Middle East Monitor

La campagna di solidarietà con la Palestina (PSC) ha pubblicato venerdì una nuova banca dati che documenta i molti modi in cui i contributi pensionistici degli impiegati delle amministrazioni locali sono impropriamente utilizzati in investimenti a favore dell’occupazione israeliana.

Il nuovo studio elenca una lunga lista di società israeliane e internazionali coinvolte nell’occupazione israeliana in cui sistemi pensionistici investono i propri capitali.

Sono incluse HSBC, la banca Barclays, General Electric, Microsoft e Serco [azienda di trasporti, controllo traffico aereo, prigioni, armi ecc. ndtr].

Il coinvolgimento di queste aziende nell’occupazione della Cisgiordania è ben documentato. Si può controllare il proprio fondo per vedere quali di queste ditte complici abbiano degli investimenti.

Il database è semplice da usare e offre dettagli chiari e concisi su quanto il fondo e le società siano complici.

Molti di questi fondi hanno “politiche di investimento etico” ma, come avviene spesso, si tratta semplicemente di un’operazione pubblicitaria e di facciata.

Ora gli attivisti hanno un’occasione d’oro per far pressione sui loro fondi affinché disinvestano.

Campagne di successo potrebbero facilmente condurre a lungo termine queste società al disinvestimento di queste società dall’occupazione israeliana.

Il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) ha avuto, nel corso degli anni, molte vittorie simili, un fenomeno così preoccupante che negli ultimi cinque anni il governo israeliano ha destinato un intero ministero (quello degli “Affari Strategici”) a una guerra globale semi-clandestina contro il movimento.

Il nuovo database della PSC fa seguito alla sua più recente vittoria. La Corte Suprema [della Gran Bretagna, ndtr.] ha deliberato in aprile contro il regolamento del governo conservatore del 2016 che vieta alle autorità locali di disinvestire da Israele (tecnicamente contro ogni governo estero, ma, in realtà, il provvedimento mirava a proteggere solo Israele).

Il movimento PSC aveva pubblicato a novembre un database simile relativo agli investimenti di università inglesi in società complici con l’occupazione israeliana.

Si ricordi che in base al diritto internazionale le colonie israeliane in Cisgiordania costituiscono un crimine di guerra.

Eppure i manager di università e fondi pensionistici inglesi sono felici di investire in istituzioni israeliane e internazionali fortemente coinvolte nell’edificare, attrezzare e finanziare questi insediamenti illegali costruiti su terra sottratta ai palestinesi.

Dopo questa recente vittoria, sostenitori e attivisti hanno ora una grande opportunità di far pressione su queste istituzioni.

Società senza etica (e spesso immorali) come HSBC, Microsoft e simili, molto raramente sostengono il sionismo, l’ideologia ufficiale dello Stato di Israele. Guidate da capitalisti senza scrupoli si preoccupano solo dei propri bilanci.

Con pressioni sufficienti e costanti da parte di attivisti si potrebbe arrivare a una vittoria, perché spesso non vogliono la scocciatura della pubblicità dannosa derivante dall’essere associati in regimi coinvolti in abusi dei diritti umani, specie quando sono una piccola parte del totale dei loro investimenti.

Sebbene le somme coinvolte siano notevoli, per le società miliardarie si tratta di briciole.

È così che si è giunti alla vittoria all’Università di Leeds nel 2018 quando un piccolo gruppo di attivisti, sostenuto da una rete più ampia, è riuscito a fare sufficientemente pressione da far sì che l’università cedesse e disinvestisse da tre su quattro delle aziende prese di mira.

Dopo, naturalmente, i dirigenti dell’università hanno negato di aver accolto le richieste del BDS, ma è quasi sempre così. Corporazioni e grandi istituzioni non amano creare il precedente di aver ceduto ad alcuna forma di potere del popolo.

Nonostante ciò, i fatti sono i fatti e gli obiettivi sono stati in gran parte raggiunti.

Queste vittorie concrete, strategiche e tattiche sono l’essenza dei successi del movimento BDS.

La portata degli investimenti dei fondi delle amministrazioni locali in aziende complici che sono coinvolte nell’occupazione israeliana potrebbe far paura, ma si dovrebbe invece vedere come un’opportunità, anzi due miliardi di opportunità, per ottenere risultati concreti per i palestinesi, proprio qui, nel ventre del mostro, del Paese le cui macchinazioni coloniali hanno portato alla spogliazione e, in ultimo, alla pulizia etnica dei palestinesi.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Da Motorola ad Ahava: La lista nera dell’ONU delle imprese che svolgono attività economiche nelle colonie israeliane.

Haaretz – 26 ottobre 2017

La lista nera di 25 imprese delle colonie pubblicata da un giornale israeliano comprende le Industrie Aerospaziali Israeliane (IAI), giganti delle telecomunicazioni, imprese tecnologiche internazionali, banche e persino [aziende] del caffè.

Un quotidiano israeliano ha rivelato i nomi di 25 imprese che potrebbero trovarsi su una lista nera delle Nazioni Unite per il fatto di svolgere attività economiche nelle colonie, in Cisgiordania e a Gerusalemme est.

La lista comprende le Israel Aerospace Industries [Industrie Aerospaziali Israeliane], le filiali israeliane di Motorola e di HP, l’impresa dei cosmetici del Mar Morto Ahahava, così come altre aziende, quali l’israeliana Banca Leumi o il fornitore di gas Paz.

In passato “Haaretz” ha scritto che circa 150 imprese in Israele e nel mondo avevano ricevuto dalla Comissione dei diritti umani delle Nazioni Unite una lettera che li metteva in guardia che stavano per essere aggiunte alla banca dati. All’espoca funzionari israeliani e diplomatici occidentali coinvolti nella questione [ne] hanno riferito a Barak Ravid di Haaretz [vedi zeitun.info].

Il funzionario israeliano, che ha chiesto di rimanere anonimo per la delicatezza della questione, ha detto che nella lettera spedita da Zeid Ra’ad Al Hussein [alto commissario ONU per i diritti umani, ndt.] c’era scritto che queste imprese svolgevano attività economiche nei “Territori palestinesi occupati” e si sarebbero così trovate sulla lista nera dell’ONU delle imprese che agiscono in violazione del “diritto nazionale e delle delibere delle Nazioni Unite”.

Il Washington Post ha scritto in agosto che tra le imprese americane che hanno ricevuto la lettera c’erano Caterpillar, Priceline.com, Trip Advisor e Airbnb. Secondo lo stesso rapporto, l’amministrazione Trump sta provando a lavorare con la Commissione dei diritti umani dell’ONU per impedire la pubblicazione della lista.

Giovedì [26], Yedioth Aharonoth [il quotidiano di destra più letto in Israele, ndt] ha rivelato i nomi di 25 di queste imprese israeliane, che si dice facciano parte di una lista parziale ottenuta dal giornale. Le imprese elencate spaziano da industrie della panificazione a istituzioni finanziarie, a imprese che forniscono energia a livello locale a ditte di cosmetici.

1. Ahava
2. Dor Alon
3. Amisragas
4. Angel Bakeries
5. Arison Investments
6. Ashdar
7. Cafe Cafe
8. Clal Industries
9. Cellcom
10. Danya Cebus
11. Electra
12. HP
13. HOT
14. Israel Aerospace Industries
15. Matrix systems
16. Motorola
17. Nesher
18. Partner
19. Paz
20. Rami Levy
21. Remax
22. Shikun & Binui (Housing & Construction Holding Company)
23. Shufersal
24. Bank Leumi
25. Sonol

Il Canale [televisivo] 2 israeliano ha riferito in passato che la lista comprende alcune delle maggiori imprese in Israele quali Teva, Bank Hapoalim, Bezeq, Elbit, Coca-Cola Israel, Africa-Israel, IDB, Egged, Mekorot e Netafim.

Un dipomatico occidentale, che ha chiesto anche lui di rimanere anonimo, ha detto all’epoca a Haaretz che delle 150 imprese, circa 30 erano americane e un certo numero apparteneva a Paesi quali la Germania, la Corea del Sud e la Norvegia. La metà rimanente è composta da imprese israeliane.

Alti funzionari israeliani hanno detto che gli israeliani temono il disinvestimento o una riduzione delle attività economiche imputabile al fatto che la lista nera sta già diventando una realtà. Hanno detto che l’ufficio degli affari strategici del ministero dell’Economia ha già avuto informazioni che alcune imprese che hanno ricevuto la lettera hanno risposto al responsabile della Commissione dei diritti umani che non intendono rinnovare i contratti o siglarne di nuovi in Israele.

Queste imprese semplicemente non possono fare una distinzione tra Israele e le colonie e stanno ponendo fine a tutte le loro attività”, ha detto l’alto funzionario israeliano. “Le imprese straniere non investiranno in qualcosa che puzza di problemi politici, ciò potrebbe aumentare vorticosamente.”

Come parte di un tentativo di sminuire il suo potenziale danno, Israele sta tentando di contattare e avere colloqui con le imprese straniere citate sulla lista, sottolineando che quanto scritto non è vincolante ed è irrilevante. Sta anche prendendo contatto con i governi stranieri, affermando che la lista equivale a sostenere il boicottaggio di Israele.

Funzionari britannici hanno detto giovedì che il Regno Unito si oppone fermamente a questo provvedimento e lo ritiene al di fuori delle competenze della Comissione dei diritti umani. “Gli obblighi in materia di diritti umani riguardano gli Stati e non gli individui o le imprese, che devono intraprendere liberamente le loro relazioni di affari; per questo non abbiamo nessun piano per predisporre un database dello stesso tipo. In fin dei conti è la decisione del singolo o di un’impresa se operare nei territori occupati palestinesi. Il governo britannico non incoraggia e non offre aiuto a una simile attività” hanno detto.

A marzo del 2017, la Comissione dei diritti umani a Ginevra ha votato una risoluzione presentata dall’Autorità Palestinese e dai Paesi arabi, secondo la quale la Comissione avrebbe creato un database delle imprese israeliane e internazionali che svolgono direttamente o indirettamente attività economica in Cisgiordania, a Gerusalemme Est o sulle Alture del Golan. La decisione è stata approvata nonostante le forti pressioni degli Stati Uniti per ammorbidire il testo della risoluzione. Anche un tentativo del Regno Unito e dell’Europa di accordarsi con i palestinesi per far cadere la clausola della risoluzione che istituiva la lista nera in cambio dell’appoggio dei Paesi europei agli altri articoli, è fallito.

Barak Ravid ha contribuito agli antefatti di questo articolo.

(traduzione di Carlo Tagliacozzo)