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UE e Israele il caso della complicità

 

I fondi per la ricerca UE sono stati una importantissima fonte di finanziamento per accademici, aziende, e Istituzioni statali, e tra loro una quantità di aziende del militare e di quelle coinvolte negli illegali insediamenti di Israele. Sebbene Israele non sia un paese UE, dal 1995 richiedenti israeliani hanno potuto avere accesso a fondi UE per la ricerca sulle stesse basi degli Stati membri attraverso l’accordo di associazione UE-Israele. Per molti anni la società civile europea e palestinese insieme ad organizzazioni per i diritti umani hanno sollevato la preoccupazione sul fatto che i soldi dei contribuenti UE andassero ad aziende e istituzioni israeliane accusate di crimini di guerra1 e coinvolte in violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani. L’Unione Europea per anni ha espresso “profonda preoccupazione” e “condanne” relativamente alle “esecuzioni mirate” e alle colonie illegali – e dunque dovrebbero essere finanziate aziende che appoggiano queste attività illegali?

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Scienza, guerra, società. Secondo incontro. 5 febbraio, incontro con Jeff Halper

13 febbraio 2020 – Scienceground

Genova, 5 febbraio 2020. Incontro con Jeff Halper, antropologo e attivista pacifista [americano che vive] in Israele, autore di “War against the people” Pluto press, 2015 [“La guerra contro il popolo”, trad. it. Ester Garau, Ed. Epoké, 2017, ndt]

La guerra come questione internazionale

Questo libro deriva dal mio lavoro su Palestina e Israele. Sono un attivista da molti anni. Sono il presidente di un’organizzazione chiamata Israeli Committee Against House Demolitions [Comitato israeliano contro la demolizione delle case, ndt]. Cerchiamo di combattere la politica israeliana di demolizione delle case palestinesi. E la domanda che sorge spontanea ogni volta è: come fa Israele a passarla liscia? Perché il mondo permette a Israele di mantenere l’occupazione da oltre cinquant’anni, di violare il diritto internazionale, di reprimere un intero popolo? Non solo [il mondo] glielo permette, ma Israele ottiene sempre più sostegno internazionale, il suo status è in costante miglioramento all’interno della comunità internazionale.

La gente si dà ogni tipo di spiegazione, per esempio la potente lobby ebraica negli Stati Uniti. Ma questo non spiega il sostegno italiano a Israele. E non spiega il sostegno a Israele da parte di Paesi in cui non ci sono ebrei: oggi India e Cina sono due tra i più forti sostenitori di Israele nella comunità internazionale.

C’è poi l’idea del senso di colpa per l’Olocausto. Questo può avere forse un peso, fino a un certo punto, in Germania, o in Polonia e negli Stati Uniti, ma non in America Latina, dove Israele oggi ha un sostegno enorme: è il primo Paese non latinoamericano a far parte del mercato latinoamericano. Un’altra spiegazione potrebbe essere costituita dai fondamentalisti cristiani: gli evangelici, i cristiani di destra: di nuovo, è un elemento importante negli Stati Uniti, ma non ha molta importanza in altri Paesi che continuano a sostenere Israele. Quindi era un aspetto difficile da spiegare. Secondo me, per trovare il bandolo della matassa bisogna focalizzarsi sulla domanda: qual è il ruolo di Israele nel mondo? In altre parole, noi consideriamo sempre Israele per ciò che sta facendo ai palestinesi: le demolizioni, il muro, le colonie, ecc. Non capita spesso di analizzare il suo ruolo internazionale.

Appena ho iniziato a farlo, è apparso molto chiaro che Israele ha un ruolo chiave nelle funzioni di polizia militare di sicurezza del sistema mondiale.

È interessante notare che non esistono molti studi sul ruolo della guerra e della sicurezza nelle questioni internazionali, mentre ce ne sono molti sulle ragioni della guerra e sulla storia della guerra. Ci sono studi sulle tecnologie militari. Ma quale ruolo giochi la guerra – e non solo la guerra, ma anche la sicurezza – nella politica internazionale non è sufficientemente approfondito. Per esempio, Marx quasi non nomina neppure la guerra. Immanuel Wallerstein, nella sua teoria del moderno sistema-mondo, non sfiora nemmeno il tema della guerra. La guerra è vista come disgregante, come una brutta cosa, ma mai come parte integrante del modo in cui gira il mondo.

Quindi ho voluto vedere qual è il ruolo della guerra e della sicurezza nel mondo moderno. Ho provato a inserire il mio lavoro nella cornice del capitalismo transnazionale perché per la prima volta, forse dagli anni ‘70 del 1800, si inizia ad avere un sistema mondiale. In particolare con la fine della Guerra Fredda e con la nascita del neoliberismo e del capitalismo mondiale. E di sicuro, come ben sappiamo, il capitalismo globale è un bene per pochi, ma non per tutti.


Umanità eccedente e risorse

C’è questo concetto dell’eccesso, o eccedenza, di umanità. Risulta che l’80% della popolazione mondiale è umanità in eccesso. Il sistema capitalista non ha bisogno di questa gente. Non saranno mai consumatori in modo significativo. Non saranno mai davvero istruiti o produttivi nel senso capitalista di produttività. Sono superflui, sono in eccesso. L’80% della popolazione mondiale vive con meno di 10 dollari al giorno. Il 50% della popolazione mondiale vive con meno di 2 dollari al giorno. La stragrande maggioranza della popolazione non è in grado di provvedere al proprio sostentamento.

Il sistema [capitalista] non va molto d’accordo con questa gente, ma si tratta pur sempre dell’80% della popolazione, bisogna controllarla in qualche modo. Per esempio, sappiamo che l’economia mondiale è per lo più concentrata nelle mani di specifiche imprese e società e gente ricca, circa 147 aziende – ce n’è anche qualcuna italiana, da qualche parte – che controllano il 40% dell’economia mondiale.

Oggi abbiamo quelle che vengono definite “guerre per le risorse”. Le guerre oggi sono meno guerre per l‘ideologia e più guerre per le risorse, perché le risorse sono sempre più scarse – e ovviamente la maggior parte delle risorse mondiali confluiscono nel Nord del mondo – ed ecco il motivo di lotte tremende: acqua, minerali, legno e, ovviamente, petrolio. Secondo Michael Klare [professore di studi universitari sulla pace e sulla sicurezza del Five College, corrispondente della difesa della rivista The Nation, ndt] c’è una fascia lungo l’Equatore in cui si trovano alcune delle più importanti risorse del mondo. In altre parole, i più poveri del mondo vivono dove sono concentrate le risorse più preziose. Il sistema mondiale è in gran parte basato sulla sottrazione di tali risorse a quei popoli, e conosciamo i conflitti che ne derivano in quell’area.

Il sistema capitalista quindi ha un problema, e il problema è che solo una piccola percentuale dell’umanità ne trae beneficio, mentre la maggioranza è esclusa. Il che comprende anche la classe media, come in Italia e in Europa. I giovani della classe media del Nord del mondo stanno diventando sempre più marginali per il mercato del lavoro: i sindacati si stanno indebolendo, c’è il modello economico di McDonald, in cui la gente viene assunta solo temporaneamente, i giovani non guadagnano abbastanza per vivere, non riescono a trovare una casa, ecc. Quindi non è solo una questione di “Terzo mondo” o di Sud del mondo, ma è qualcosa che sta succedendo in realtà anche nel Nord del mondo.


Guerre securocratiche esterne


E qui il problema diventa: in che modo il sistema capitalista si garantisce l’egemonia?

Perché c’è un’egemonia sul sistema mondiale. Non è che possiamo controllare tutto, non è che andiamo lì e conquistiamo. Non come Hitler, che voleva conquistare qualsiasi cosa per controllarla. Qui non c’è da conquistare: bisogna aumentare la propria egemonia sul mondo in un modo più politico, economico e culturale, per avere il controllo. Ma il problema è che la gente che viene esclusa dal sistema resiste sempre di più.

Quindi quel che abbiamo è ciò che io chiamo una guerra contro il popolo. Da altri è stata chiamata “guerra quotidiana” o “guerra permanente”. Di sicuro è una guerra securocratica, questo è il termine che uso io. È una guerra per la sicurezza.

Non mi riferisco, in realtà, alla guerra come siamo abituati a immaginarla. Le guerre tra potenze, di solito condotte con eserciti che combattono battaglie e una parte vince. Le guerre convenzionali tra Stati appartengono al passato. L’ultima grande guerra tra Stati nella quale due o più grandi potenze si sono combattute è stata la Seconda Guerra Mondiale. Forse la [guerra di] Corea, in un certo senso. Ma tutte le altre guerre tra Stati, anche se hanno avuto un numero di morti non certo esiguo, sono state “piccole” in quanto a episodi. Erano circoscritte: la guerra Iran-Iraq, le Falklands, le guerre arabo-israeliane, quelle tra la Georgia e la Russia, o con l’Ucraina.

È successo qualcosa tra gli Stati? Per prima cosa, le guerre di questo tipo non coinvolgono solo due superpotenze. A volte c’è una superpotenza e un Paese più piccolo, come ad esempio gli Stati Uniti e l’Iraq o gli Stati Uniti in Afghanistan. E, secondo, sono molto circoscritte.

Quindi non sto parlando esattamente delle guerre convenzionali. Ma la guerra cronica per la sicurezza si realizza principalmente in due modi.

Primo: le guerre si combattono altrove, fuori dal proprio Paese. Ci sono molte definizioni: “guerre asimmetriche”, “guerre limitate”, “operazioni”. La prima guerra in Iraq è stata chiamata “operazione Desert Storm [Tempesta nel Deserto, ndt]”. Spesso non vengono nemmeno dichiarate. Le guerre vere, o tra Stati, di solito vengono dichiarate. Ci sono delle regole d’ingaggio. Ma oggi le guerre non vengono quasi mai dichiarate. Le “guerre di guerriglia’, “guerre sporche”, “piccole guerre”. A volte sono definite “guerre coloniali”, “conflitto”. O “conflitti a bassa intensità”: ciò significa che ci può essere una guerra senza le regole della guerra, relativamente ai prigionieri, per esempio. Non si è limitati dalle regole del diritto internazionale. “Operazioni militari”, “contro-insurrezione”, “guerra a bassa intensità”, “antiterrorismo”.

Tutte queste sono tipologie di guerra che si combattono fuori dal Primo Mondo, di solito tra grandi potenze in Paesi o aree in cui ci sono le risorse di cui si ha bisogno. E si domano le popolazioni, si creano le condizioni per estrarre le risorse, avendo a disposizione una popolazione schiava per il lavoro a basso costo. Queste sono le guerre securocratiche che rafforzano l’egemonia del capitalismo delle multinazionali in tutto il mondo.

Oggi abbiamo a disposizione tipologie di armi che sono immediate, siano esse droni o altri tipi di robot, hanno la capacità di risposta immediata ovunque nel mondo. Le definisco securocratiche perché l’idea non è di vincere, né di colpire l’altra parte. Non c’è nessuna ideologia qui. L’idea è di creare le condizioni di controllo ed egemonia, per sempre. A tempo indefinito.


Guerre securocratiche interne

Il secondo tipo di guerra si svolge all’interno, come qui in Italia. Una volta, nel Nord del mondo, esisteva una separazione tra le istituzioni militari e quelle di sicurezza interna, per esempio le forze di polizia. L’esercito all’esterno e le forze nazionali all’interno, e non si parlavano molto tra loro. Questo deriva dall’idea di Stato in Occidente: bisogna stare alla larga dagli affari interni di altri Paesi. Per esempio, negli Stati Uniti, la CIA non è autorizzata a parlare con l’FBI, se non attraverso determinati canali. Non ci si aspetta che le forze militari interagiscano con le forze di polizia, ma di sicuro, dopo l’11 settembre, queste differenze hanno iniziato ad essere meno nitide, e l’esercito, la sicurezza interna e la polizia sono diventate una cosa sola.

Quindi quello che succede oggi nelle guerre securocratiche è che i militari stanno diventando come le forze di polizia. I militari americani in Iraq o Afghanistan non stanno più, in realtà, combattendo battaglie. Sono forze di polizia. Si tratta, in parte, di addestramento, in parte mantengono l’ordine e in parte portano avanti operazioni di peacekeeping, che è un’altra forma securitaria dell’ONU. Quindi l’esercito si sta “poliziottizzando”: agisce come una forza di polizia.

Ma nello stesso tempo le forze di polizia del vostro Paese si stanno militarizzando. Stanno iniziando ad indossare divise e a portare armi e a fare cose che, solo una generazione fa, non erano considerate di competenza della polizia.

Quindi sta avvenendo la militarizzazione della polizia e la poliziottizzazione dell’esercito. Ecco che tutto inizia a quadrare. La guerra securocratica interna ha a che fare con la sicurezza interna: antiterrorismo, di nuovo. Pensate alla “guerra alla droga”. Alla “lotta al crimine”. Al “contrasto all’immigrazione”. Queste metafore vengono utilizzate perché queste cose minacciano il controllo interno delle multinazionali su un Paese. E quindi si arriva a cose come la disciplina, le prigioni, a quello che viene definito complesso dell’industria carceraria.

Cosa si fa in un Paese come l’Italia, in cui molti giovani – non solo immigrati – non hanno un futuro assicurato? O in Europa in generale?

Questa è la guerra securocratica per rafforzare l’egemonia nel sistema capitalistico in cui la maggior parte delle persone sono escluse. Questo è il ruolo della guerra oggi. La chiamo guerra contro il popolo. Diversa da una guerra come la Seconda Guerra mondiale. È così che l’ho concettualizzata.

Tecnologia bellica

In tutto ciò, Israele ha un ruolo chiave. Non affronterò l’argomento Israele. Ma Israele ha un ruolo chiave in tutto questo. Perché Israele è un Paese che ricopre una posizione fondamentale. Israele sta combattendo una guerra contro il popolo palestinese da cent’anni. Quindi ha più esperienza.

L’Europa ha combattuto le guerre coloniali. Cosa che è finita molto tempo fa, forse 60-70 anni fa, o più. L’Italia è stata in Etiopia e in Libia per un po’. Ma l’Europa non ha tutta quell’esperienza. E neanche gli Stati Uniti ce l’hanno. L’ultima volta che gli Stati Uniti hanno avuto a che fare con quel genere di guerra è stato in Vietnam, e non è andata molto bene. E nemmeno oggi sta andando molto bene in Afghanistan.

Israele ha l’esperienza di una guerra interna, contro un altro popolo, ma contemporaneamente ha un’altissima capacità tecnologica. È in grado di sviluppare sistemi d’armi e di sicurezza, nonché tattiche e strategie, che altri Paesi trovano utili.

Ed è qui che trovo la risposta: come fa Israele a farla franca? Perché altri Paesi usano queste tecnologie!

Inclusa la Cina, dove la tecnologia israeliana viene impiegata contro gli uiguri [minoranza di religione musulmana che vive nella regione dello Kinjiang, nel nord ovest della Cina, ndt]. Israele ha uno strettissimo legame con la Cina in tema di sicurezza. Dopo la Russia, Israele è il secondo fornitore di armi alla Cina. O l’India, che è oggi il più grande compratore di armi da Israele. È sorprendente, perché Israele non vende armi costose, carri armati e navi, e aerei da guerra. Non produce quel genere di armamenti, sono troppo costosi per Israele. Produce radar, sistemi di sicurezza e sorveglianza. E componenti per tali sistemi (se prendete i sistemi più piccoli, in quello Israele è il numero due dopo la Cina). Potete immaginare quanto è profonda l’infiltrazione della tecnologia israeliana nell’esercito cinese, nella sicurezza cinese, nella polizia cinese. Dopo la Russia, Israele è il secondo fornitore di armamenti all’India.

Così, la “piccola Israele” è il secondo fornitore di due delle più grandi Nazioni militarizzate del mondo. Specialmente per quanto riguarda i sistemi di sorveglianza con riconoscimento fisico e facciale. In Israele, c’è un’azienda che si chiama Nice Systems [Bei sistemi, ndt] – che nome! – che produce una tecnologia digitale in grado di captare chiunque attraverso le sole telecamere. Tutti hanno qualcosa di speciale. Altezza, peso, fisionomia, tutto. Alcuni sbattono le palpebre, o camminano zoppicando, o hanno un tic. Qualunque cosa sia (e il sistema si accorge di tutto!), con questo tipo di tecnologia digitale non è necessario riavvolgere e rivedere i filmati di milioni di individui. Si rilevano le caratteristiche e si identificano immediatamente le persone. Sono sistemi davvero sofisticati.

Israele esporta praticamente in ogni parte del mondo. Anche in Paesi con cui non intercorrono relazioni diplomatiche. Per esempio, Israele e Arabia Saudita. Di fatto, era nei notiziari proprio la settimana scorsa, il telefono usato da bin Salman per scovare Kashoggi a Istambul era dotato di sistemi di sorveglianza israeliani e di NSO [compagnia israeliana di cyber-sicurezza, i cui prodotti consentono – tra le altre cose – la sorveglianza remota degli smartphone, ndt]. Ha semplicemente usato quello stesso sistema per entrare nel telefono di Jeff Bezos [CEO di Amazon] e trovare i dati sulla sua vita sentimentale. Jeff Bezos ha divorziato, e le informazioni sulla relazione che stava portando avanti con quella donna sono uscite dal suo telefono, collegato a quello di bin Salman in Arabia Saudita attraverso una società israeliana.

Ci sono davvero di mezzo società israeliane. Non parlerò adesso di tutto questo, però commerciano con quasi tutti i Paesi del mondo. Ma in cosa è specializzato Israele, in particolare?

Una cosa sono i droni. Il 60% dei droni nel mondo sono israeliani. Infatti, la tecnologia per i droni prodotta in Europa e negli Stati Uniti è israeliana. Il drone Watchkeeper, che si sta sviluppando in Europa, è per il 51% di una società israeliana, la Elbit Systems. Una parte di esso viene dal Technion, il politecnico considerato il laboratorio dell’esercito israeliano e dell’industria della difesa.

È interessante capire come il concetto di guerra influisca sugli armamenti. La tecnologia dei droni è conosciuta da anni. C’erano perfino droni rudimentali nella Seconda Guerra Mondiale. Ma l’Europa e specialmente gli Stati Uniti avevano deciso che non avrebbero continuato a sviluppare i droni, perché questi sono molto vulnerabili. Cos’è un drone? È un aereo che sta fermo in un posto. Per giorni e settimane sorveglia semplicemente cosa succede. Questa è la sua funzione principale. In inglese, lo chiamiamo “facile preda”. È molto semplice per l’aviazione, o anche per l’artiglieria, abbattere un drone. Gli Stati Uniti direbbero “Perché dovremmo avere uno stupido aereo che costa un miliardo di dollari se lo si può abbattere?”

Quindi non hanno mai approfondito questo tipo di tecnologia. Ma Israele sta combattendo una guerra diversa. Israele combatte una guerra contro i palestinesi, che non hanno un’aviazione e quindi non possono abbattere un drone israeliano. Per Israele i droni sono stati molto utili per quel tipo di guerriglia in cui si cerca di mantenere il controllo su tutti i movimenti e su tutto quel che succede. Ecco perché Israele ha conquistato quel mercato: perché per le guerre contro il popolo queste sono armi eccezionali. Per le guerre convenzionali sono pessime, perché basta abbatterli. Il Pentagono si prepara ancora a combattere guerre convenzionali contro la Cina, contro l’Unione Sovietica. Stanno ancora sviluppando armamenti che sono inutili in un sistema di guerra asimmetrica. L’F-35, ultimo modello di stealth americano [velivolo invisibile ai radar, ndt], è inutile.

Un altro tipo di prodotto israeliano sono i muri e le barriere: stupidi muri ciechi di confine, ma anche muri intelligenti con sensori. Potete trovare muri israeliani in tutta Europa, per lo più contro gli immigrati. La maggior parte dei muri in Europa viene realizzata con tecnologia israeliana. C’è anche il muro sul confine tra Messico e Stati Uniti, che stanno costruendo insieme la Boeing e la Elbit Systems. Questa è un’intera tecnologia che Israele sta vendendo all’Europa e in altri luoghi, basata su sensori più che su muri fisici. Fuoco automatizzato, ma non ne parlerò.


La responsabilità dello scienziato

Sistemi di sorveglianza. La sorveglianza urbana è un’altra grande industria in Israele. Il concetto è che il più grande pericolo che minaccia lo Stato di polizia è il cosiddetto spazio di anonimato. Quando lo Stato non sa dove sei, non sa con chi stai parlando, con chi sei.

Sono cose molto pericolose. L’idea del sistema di sicurezza israeliano è di sapere tutto. Quindi Israele non solo esporta tecnologie per la guerra contro il popolo, ma anche sistemi di sorveglianza. Ce ne sono di tutti i tipi. Non parlerò adesso di tutti, ma ci sono i mini droni, che sembrano insetti o uccelli. Si trasformano in armi insetti veri. O si costruisce un insetto – che te ne pare come drone?!

Non solo, ma Israele è anche uno dei leader mondiali, con l’Italia, nel campo delle nanotecnologie. L’Italia è uno dei leader mondiali nelle nanotecnologie a scopo medico. Anche Grenoble e altri centri europei. Israele è uno dei leader mondiali in campo militare. Così ora hanno aperto un centro italo-israeliano di ricerca in nanotecnologie a Firenze. Non sono sicuro di tutto perché è tutto molto segreto. Questo è un drone [mostra l’immagine], una piccola zanzara. Queste sono le telecamere. La Elbit Systems produce obiettivi che vengono utilizzati nei satelliti, in grado di mostrarvi, dallo spazio, cosa c’è su questo tavolo.

Sono molto bravi in questo. Ma ecco quel che chiamiamo un becher con un ago. Con le nanotecnologie possiamo prendere una malattia come l’antrace, che non ha antidoto, che non può essere curata, e in questo piccolo contenitore possiamo metterne abbastanza da ammazzare oltre centinaia di migliaia di persone. Si potrebbe metterla nella rete idrica, o nelle persone, in modo da creare un virus contagioso come quello che c’è oggi in Cina. “Nano” è un miliardesimo di metro, la dimensione di una molecola. Oggi potete immaginare armi della dimensione di una molecola. Ecco il punto d’incontro con la prospettiva biomedica. Perché nano è così importante in medicina?

Non ho intenzione di tenere una lezione di medicina, ma il punto è che le nanotecnologie sono così piccole da poter essere introdotte nel sistema circolatorio e monitorare l’afflusso di sangue senza interferire con esso. Bene, oggi è possibile armarle, con malattie o spray. Abbiamo il sospetto, ma non possiamo provarlo, che Israele abbia usato queste armi a Gaza. Si può caricare il DNA di qualcuno. Mettiamo che tu stia cercando qualcuno a Gaza. È come inserire questa informazione nel pulviscolo o nel vapore, e poi spruzzarla con l’aereo su Gaza. Quando [il pulviscolo o il vapore, ndt] tocca terra, la persona che ha quel DNA apparirà a chi sta facendo il monitoraggio. Quindi, in altre parole, si può adottare quel sistema e trovare chiunque. Oppure si può modificare il DNA. Si può utilizzare una nano-sostanza che potrebbe provocare amnesia generale, o portare le persone a ridere in modo incontrollato, o avere cose che influenzano la mente o il cervello attraverso una specie di nano-distanza.

È qualcosa contro cui non si può combattere.

Oggi, quella “nano” è la parte più finanziata della ricerca sugli armamenti. In Italia, Israele, Stati Uniti, Cina, Germania, riceve la maggior parte dei fondi rispetto ad ogni altra branca della ricerca per lo sviluppo di armamenti.

In un convegno di ricercatori sponsorizzato dal “Future of Humanity Institute” [Istituto per il Futuro dell’Umanità, centro di ricerca interdisciplinare sull’umanità e sulle sue prospettive, Università di Oxford, ndt] nel 2008, è stato chiesto agli scienziati cosa ne pensassero della probabilità che gli umani si estinguano entro il 2100 e quale sarà la causa di estinzione. Qual è il più grande pericolo per la sopravvivenza umana? Gli scienziati hanno risposto che c’è il 19% di probabilità di estinzione. Non so se è alta o bassa, ma siccome stavano discutendo di come succederà, è interessante scoprire che la ragione principale per cui potremmo estinguerci sono le armi molecolari nanotecnologiche. Questa era la causa più pericolosa. Perché pensiamo sempre alle armi nucleari come a quelle più pericolose. Poi scorri la lista e scopri che c’è anche un’intelligenza artificiale super-intelligente, ma che prima vengono le pandemie studiate a tavolino, il che ci riporta a ciò che stavo dicendo su come si potrebbe utilizzare il DNA per diffondere pandemie. In fondo alla lista, non molto più in là, ci sono gli incidenti nanotecnologici.

In altre parole, le nanotecnologie sono in cima alla lista in termini di rischio piuttosto grande, e noi non ne parliamo. Uno dei motivi per cui ho scritto questo libro, comunque, è che sono di sinistra. La sinistra non sa nulla di queste cose. Io non ne sapevo niente finché non ho scritto il libro. Non conosciamo i sistemi d’arma, non conosciamo queste tecnologie, e sicuramente non conosciamo le nanotecnologie. La maggior parte di noi di sinistra proviene dalle scienze sociali, da discipline umanistiche, e non conosciamo davvero la “vera scienza”. Non sappiamo che cosa bolle in pentola da 25 anni a questa parte nei laboratori scientifici, e nello stesso tempo spesso gli scienziati non vengono posti di fronte alle più grandi questioni di etica, storia e politica. Loro se ne stanno nei loro laboratori, a fare le loro cose, e non capiscono veramente le implicazioni di tutto questo. Penso che sia un aspetto veramente importante.


Esportazione dello Stato di polizia

E veniamo alla militarizzazione della polizia, a cui ho accennato prima. Israele, per esempio – ma non solo Israele – sta sviluppando armi che una volta erano armi militari e che oggi sono fatte per la polizia. Così per esempio il più famoso mitra israeliano è l’Uzi – la mafia lo ama, tutti amano l’Uzi. È una piccola mitragliatrice. Adesso la stanno facendo a forma di pistola, una pistola a mano. Così un poliziotto potrà portarla nella fondina e tirarla fuori così. Ma è un mitra, non spara solo un colpo alla volta. Stiamo iniziando ad avere sempre più armi da guerra nelle forze di polizia.

Torniamo indietro un secondo. Israele non esporta solo tecnologia per la guerra securocratica, nella quale è particolarmente bravo perché ha a disposizione un laboratorio: la Cisgiordania e Gaza. Milioni di persone su cui poter fare esperimenti. Nel mio libro, mostro tutte le armi che sono state usate per la prima volta a Gaza, nelle diverse operazioni. C’è un’intera popolazione e nessun controllo, ci puoi fare quello che vuoi, con loro.

Ma non è solo questo: Israele ha una concezione di Stato di sicurezza che sta esportando. Non solo la tecnologia di sicurezza, ma il concetto di Stato di sicurezza, nel quale fondamentalmente la sicurezza diventa l’elemento centrale. Si può anche avere una democrazia, ma la democrazia viene dopo la sicurezza. Tutto viene dopo la sicurezza. Ne risente l’equità dei processi, ne risentono le leggi, e ne risentono i diritti umani. Il punto è che la sicurezza diventa la cosa principale. Vedete come Israele si sta comportando in Europa, per esempio.

Quando, un paio di anni fa, c’è stato l’attentato a Bruxelles, all’aeroporto e poi in città, Israele ha detto ai belgi: “Smettetela di mangiare cioccolato e unitevi al mondo”. E ha aggiunto: “Avete un problema con il terrorismo. Tutti voi europei avete un problema con il terrorismo. E non lo state affrontando molto bene. Criticate Israele per l’occupazione. Non dovreste criticare Israele.

Dovreste prendere esempio da Israele. Dovreste fare quello che fa Israele, perché, sapete, avete un quartiere di musulmani a Bruxelles che fa del terrorismo. Noi abbiamo una Nazione tra il Mediterraneo e il fiume Giordano, abbiamo una democrazia – l’unica democrazia in Medio Oriente, giusto? -, abbiamo una fiorente economia, la nostra gente prova davvero una sensazione di sicurezza e incolumità. In un Paese in cui metà della popolazione è terrorista! Se stabilisci che i palestinesi siano terroristi per definizione… Possiamo creare sicurezza in un Paese in cui metà della popolazione è terrorista, immaginate cosa potrebbe fare il nostro modello per voi a Bruxelles, o in Francia, o in qualsiasi altro posto.”

Israele sta davvero lavorando con le destre in tutto il mondo. Israele collabora con la destra italiana, ovviamente. Con Orban, e tutto l’est Europa, la Polonia e anche con la destra austriaca, gli ungheresi, e così via. Israele lavora a strettissimo contatto con la destra britannica, negli Stati Uniti con Trump naturalmente, e Bolsonaro è uno dei suoi migliori amici, lui ama Netanyahu! Quindi le cose stanno così: esiste il reale pericolo di una sorta di aggregazione delle ideologie nazionaliste di destra, che iniziano ad avere un concetto [univoco] di Stato di sicurezza che li guida. Non è solo un manipolo di gente di destra che non vuole l’immigrazione – e di questo c’è una versione francese, una polacca, una italiana – ma di persone che iniziano ad adottare la stessa ideologia, lo stesso progetto di Stato di sicurezza e le tecnologie che Israele sta sviluppando. Non è solo Israele che sta sviluppando un complesso globale securocratico: e capite che questo diventa un pericolo reale per tutti noi.

La guerra contro il popolo non è solo un piccolo ramo della politica internazionale. È il modo in cui il capitalismo delle multinazionali rafforza la sua egemonia. Ne è parte integrante. Non è solo un elemento collaterale: e su questo non ci si sofferma molto nella ricerca, né nell’agenda politica di sinistra. Non stiamo capendo il significato di tutto questo a livello internazionale.

(Traduzione dall’inglese di Elena Bellini)




Il Cile, terreno di sperimentazione per le armi israeliane

Ramona Wadi

2 dicembre 2019 – Orient XXI

I mapuche come i palestinesi. I governi cileni, di destra come di sinistra, non hanno rinunciato al retaggio militare e giudiziario della dittatura di Augusto Pinochet (1973-1990). Israele contribuisce alla loro lotta contro le popolazioni autoctone mapuche e fornisce loro armi e formazione. La criminalizzazione della resistenza mapuche da parte del Cile può essere paragonata alla repressione della resistenza palestinese da parte di Israele.

Il Cile si è riunito per protestare in tutto il Paese contro il presidente di destra Sebastian Piñera e il suo programma neoliberista messo in atto dal vecchio dittatore Augusto Pinochet. I manifestanti chiedono le sue dimissioni ed esigono la redazione di una nuova costituzione per sbarazzarsi del retaggio della dittatura.

L’instaurazione da parte di Piñera dello stato d’assedio e del coprifuoco in tutto il Cile ricorda il periodo della dittatura di Augusto Pinochet. Come allora, le forze armate sono impegnate nell’escalation di violenze contro i cittadini con assassinii, pestaggi e torture a carattere sessuale. La repressione indiscriminata ha attirato l’attenzione, in quanto ricorda il passato. La militarizzazione e la criminalizzazione della resistenza cilena affondano le radici nelle leggi antiterrorismo adottate da Pinochet e dai governi che si sono succeduti dopo la transizione verso la democrazia per zittire le comunità di indios mapuche [popolazione nativa del sud del Cile, ndtr.].

Israele appoggia le violazioni dei diritti umani dell’attuale governo cileno con la vendita di tecnologie militari e di sorveglianza. Dall’epoca della dittatura di Pinochet, la CIA aveva previsto che il Cile avrebbe continuato ad acquistare armi da Israele “senza timore di irritare gli Stati arabi, a condizione che il Paese mantenga relazioni discrete con Tel-Aviv ed eviti di approvare pubblicamente le politiche israeliane.”

Alla ricerca di nuovi partner

Pinochet poté mantenere legami con Israele e con gli Stati arabi perché evitava di adottare “una posizione chiara sulle questioni controverse del Medio Oriente”. I governi successivi alla dittatura non hanno agito in modo diverso, oscillando con la stessa doppiezza, protetti dall’impegno per [la soluzione dei] due Stati da parte della comunità internazionale.

A partire dal 1973, all’indomani della guerra arabo-israeliana, gli Stati africani hanno iniziato a rompere le relazioni diplomatiche con Israele. Lo hanno così obbligato a cercare altri Paesi per stringere rapporti diplomatici e militari con lo scopo di compensare la perdita della collaborazione con l’Africa. Dato che gli Stati Uniti erano saldamente insediati in America latina grazie al loro sostegno alle dittature militari e alle operazioni nell’insieme della regione per eliminare qualunque influenza socialista o comunista, il Cile – che aveva riconosciuto Israele nel 1949 – era un obiettivo prioritario per il governo israeliano. Come reazione alle crescenti preoccupazioni della comunità internazionale riguardo alle violazioni dei diritti umani in Cile, nel 1976 gli Stati Uniti furono obbligati a imporre un embargo sulle armi, nonostante il fatto che avevano finanziato Pinochet per atrocità analoghe. Anche se è possibile che la CIA sia andata oltre le decisioni del Congresso, Israele era in prima fila per intrufolarsi nello spazio lasciato libero e fare del Cile uno dei suoi principali acquirenti di armi della regione.

Un documento declassificato della CIA fornisce importanti informazioni sugli acquisti di armamenti dal Cile a Israele. Dal 1975 al 1988 Israele ha venduto sistemi radar, missili aria-aria, materiale navale e sistemi aeronautici e antimissilistici. Una delle ragioni per le quali Pinochet aveva scelto Israele – oltre al fatto che si trattava di armamenti sofisticati e che ammirava l’esercito israeliano – dipendeva dal fatto che “Tel-Aviv non subordinava le sue vendite ad alcuna precondizione politica.” Ciò era tanto più importante per Pinochet in quanto Israele faceva dichiarazioni pubbliche di sostegno al ritorno della democrazia in Cile, fornendo al contempo alla dittatura delle armi utilizzate nel momento in cui l’Operazione Condor – un piano su scala regionale messo in atto nel 1975 dalle dittature di estrema destra latinoamericane per sterminare gli oppositori di sinistra – era in pieno svolgimento. Oltre alla vendita di armi al Cile, Israele ha dato la possibilità all’esercito di Pinochet di familiarizzarsi con la sua industria bellica e di far partecipare i piloti cileni e i loro ufficiali a esercitazioni di addestramento.

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Nel periodo che ha seguito la caduta delle dittature, i governi cileni hanno conservato la Costituzione di Pinochet. Le leggi antiterrorismo del 1984 che egli utilizzava per prolungare la detenzione senza processo sono state quasi sempre riutilizzate contro le comunità mapuche, sia dai governi di centro sinistra che da quelli di destra. Queste leggi sono simili alla detenzione amministrativa utilizzata da Israele contro i palestinesi, incarcerati senza accuse né processo e la cui detenzione viene periodicamente rinnovata. La criminalizzazione della resistenza mapuche contro lo sfruttamento neoliberista ricorda la repressione della resistenza palestinese da parte di Israele. Le due comunità autoctone devono affrontare le stesse lotte e la stessa repressione. La sorveglianza è una misura costantemente utilizzata contro i mapuche, una tattica altrettanto fondamentale nella colonizzazione israeliana della Palestina. Nella regione dell’Araucania i governi cileni hanno utilizzato le tecnologie di sorveglianza israeliane. La militarizzazione della regione è una conseguenza diretta dell’utilizzazione delle leggi antiterroristiche contro i mapuche.

Elbit [industria tecnologica che produce anche sistemi di sicurezza e bellici, ndtr.], IAI [compagnia israeliana del settore aereo e militare, ndtr.] e Rafael [impresa specializzata nei sistemi di difesa e antimissilistici, ndtr.] sono le principali fornitrici del governo cileno. Elbit e IAI sono ampiamente utilizzate contro la popolazione palestinese. Dopo i sistemi di sorveglianza, l’assistenza informatica, le bombe al fosforo bianco, la distruzione di tecnologie fino alla tecnologia aerea utilizzata da Israele per bombardare Gaza, l’industria militare israeliana è richiestissima in America latina, con il pretesto della lotta contro il traffico di droga e l’attraversamento delle frontiere. Ma è piuttosto alle popolazioni autoctone che i governi della regione riservano controllo e repressione.

Nel 2018 gli eserciti israeliano e cileno hanno firmato in Cile con il generale di divisione Yaacov Barak e il generale cileno Ricardo Martinez nuovi accordi di cooperazione in materia di formazione militare e di addestramento, di comando e di metodi di addestramento. Durante il suo soggiorno, Ehud Barak [ex generale e politico laburista israeliano, ndtr.] ha ispezionato la brigata Lautaro per le operazioni speciali. L’ex-comandante di questa brigata, Javier Iturriaga, è stato nominato da Piñera capo della difesa nazionale quando il governo ha imposto lo stato d’assedio per combattere le proteste in tutto il Cile.

Armi “testate sul campo”

Israele commercia le sue armi e tecnologie con il marchio “testate sul campo”. I palestinesi di Gaza rappresentano un terreno di sperimentazione umana per collaudare questa tecnologia bellica. Ogni governo che acquista armi da Israele si rende così complice dell’aggressione colonialista contro i palestinesi. In Cile questa aggressione si trasforma in qualcosa di ancora più sinistro. L’acquisto di equipaggiamento militare in Israele da parte del governo per perseguitare i mapuche riproduce la repressione della lotta anticolonialista dei palestinesi da parte di Israele.

Se i rapporti attuali tra Israele e il Cile non sono più nascosti all’attenzione dell’opinione pubblica, Israele mantiene il “segreto difesa” sui rapporti che vigevano tra i due Paesi durante il periodo della dittatura. Mentre gli Stati Uniti hanno declassificato numerosi documenti che evidenziano il loro ruolo nel sostegno alla dittatura di Pinochet, Israele al contrario conserva per sé più di 19.000 pagine di documenti secretati, anche se contengono informazioni su familiari ebrei di cittadini israeliani scomparsi nell’epoca di Pinochet.

Rifiuto di aprire gli archivi

L’esercito cileno mantiene un patto del silenzio che spiega quanto sia difficile ottenere informazioni, per non parlare dell’impossibilità di rendere giustizia alle migliaia di torturati, uccisi e desaparecidos durante la dittatura. In certi casi documenti declassificati contribuiscono a compensare la mancanza di informazioni. Il rifiuto di Israele di aprire i suoi archivi sul periodo della dittatura di Pinochet impedisce di rendere giustizia a suoi stessi cittadini, due dei quali nel 2016 hanno avviato un’azione giudiziaria perché vengano pubblicati documenti che svelino la collaborazione di Israele con Pinochet. Questi documenti fornirebbero probabilmente delle informazioni su due vittime sparite e giustiziate, Ernesto Traubman e David Silberman.

Il Cile ha mantenuto stretti rapporti con l’aviazione militare israeliana durante il periodo della dittatura, fatto che non manca di sollevare domande sul coinvolgimento israeliano nelle pratiche di Pinochet, che consistevano nel far sparire nell’oceano da un aereo detenuti giustiziati. Inoltre un gruppo d’élite della Direzione Nazionale di Informazione Cilena (DINA) è stato addestrato in Israele dal Mossad.

Oltre alla ricerca di informazioni sugli assassinii e le sparizioni dei loro genitori, Lily Traubman e Daniel Silberman hanno anche precisato che il loro obiettivo finale è di mostrare l’ampiezza del coinvolgimento di Israele con la dittatura di Pinochet: “La vendita di armi dovrebbe essere regolamentata dalla legge e dovrebbero esistere dei criteri chiari che stabiliscano il divieto di vendita di armi a Paesi o a regimi dittatoriali che violano costantemente i diritti umani.”

L’esistenza e la violenza del colonialismo israeliano hanno fatto di Gaza un terreno di sperimentazione militare permanente, dando ad Israele un vantaggio sicuro al momento di vendere la sua tecnologia a governi altrettanto determinati a reprimere i propri cittadini. “Testato sul campo” è un eufemismo utilizzato dal ministero della Difesa israeliano, ultima manifestazione della disumanizzazione dei cittadini palestinesi. In Cile, la situazione senza uscita in cui si trovano i mapuche è identica, tra la spoliazione e la violenza. Di fatto si può paragonare la lotta di liberazione dal colonialismo a quella contro lo sfruttamento liberista. Mapuche e palestinesi sono stati vittime di una pulizia etnica dal loro territorio da parte dei colonizzatori e i rapporti militari tra il Cile e Israele servono al miglioramento della militarizzazione. La normalizzazione del colonialismo e del neoliberismo su scala internazionale alimenta le violazioni dei diritti umani perpetrate contro le popolazioni autoctone senza che queste violazioni siano mai sanzionate.

È molto probabile che sia la determinazione dei governi cileni, di centro sinistra come di destra, a rafforzare la loro presenza militare nella regione dell’Araucania per perseguitare i mapuche che fa di Israele un partner sempre utile per il Cile. Durante la campagna elettorale Piñera ha promesso di cambiare le leggi antiterrorismo per combattere meglio i mapuche. Nella misura in cui le proteste non si arresteranno finché non verrà abrogata la Costituzione di Pinochet, Israele vedrà aprirsi davanti a sé ulteriori prospettive redditizie in Cile a danno di tutta la popolazione.

Ramona Wadi

Giornalista

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




I costruttori dei muri dell’apartheid israeliana speculano sulla militarizzazione dei confini statunitensi

Nora Barrows-Friedman

8 ottobre 2019 – Electronic Intifada

Una grande azienda di armamenti israeliana è stata scelta come uno delle principali beneficiari della speculazione sulla militarizzazione dei confini statunitensi.

Secondo la ricerca del giornalista Todd Miller, Elbit Systems ha ottenuto dal governo degli Stati Uniti contratti per la protezione della frontiera per un valore di 187 milioni di dollari.

Il più importante, assegnato durante l’amministrazione Obama, è quello relativo alla costruzione di più di 50 torri di sorveglianza a ridosso del confine tra Stati Uniti e Messico per la Customs and Border Protection [Agenzia delle Dogane e della Frontiera] (CBP) del governo degli Stati Uniti.

Dieci di quelle torri si troveranno su terreni appartenenti alla Nazione Indigena dei Tohono O’odham in Arizona.

Un’ analisi di Bloomberg del 2014 ha previsto che i profitti iniziali di Elbit potrebbero moltiplicarsi se il Congresso autorizzasse maggiori stanziamenti per la militarizzazione del confine.

Il rapporto di Miller – “Più di un muro: speculazione aziendale e militarizzazione dei confini statunitensi” – è stato recentemente pubblicato dal Transnational Institute [Istituto Transnazionale], un gruppo di ricerca sui diritti umani, in collaborazione con No More Deaths [Non Più Morti], un’organizzazione umanitaria che protegge i migranti lungo il confine meridionale degli Stati Uniti.

Il rapporto traccia un profilo delle 14 principali società che traggono profitto dalla militarizzazione delle frontiere statunitensi, inclusa Elbit.

Nel 2004, Elbit ha vinto un contratto con il governo degli Stati Uniti per la fornitura di droni Hermes da utilizzare lungo il confine.

L’organizzazione benefica britannica War on Want [Lotta contro la Povertà n.d.tr.] nel 2013 ha dichiarato che Israele “ha ‘testato sul campo’, nel corso degli attacchi a Gaza, quei droni che hanno causato la morte di molti palestinesi, compresi bambini”.

In particolare, afferma il nuovo rapporto, Elbit “vende un’esperienza maturata attraverso la costruzione dei muri in Cisgiordania e a Gaza”.

Da quando nel 2002 Israele ha iniziato a costruire il suo muro intorno a Gerusalemme e altrove, all’interno della Cisgiordania occupata, Elbit e le sue filiali hanno incassato contratti per l’installazione di tecnologie di sorveglianza elettronica “progettate per mantenere operativi i centri di comando e controllo [dell’esercito israeliano]”.

Il muro della Cisgiordania è illegale ai sensi del diritto internazionale e, sulla base di una sentenza del 2004 della Corte di giustizia internazionale, deve essere smantellato.

Nel 2013 Elbit ha installato sistemi simili nelle alture del Golan siriane occupate, grazie ad un contratto del valore di 55 milioni di euro.

Il rapporto afferma che due anni dopo Elbit ha iniziato a sviluppare una “tecnologia di rilevazione dei tunnel” da utilizzare attorno alla Striscia di Gaza assediata. Tale tecnologia sarebbe diventata parte di un muro sotterraneo profondo circa 40 metri che Israele ha iniziato a costruire nel 2017.

In occasione della gara per il contratto sulla frontiera tra Stati Uniti e Messico, Elbit ha presentato come caratteristica auto-promozionale l’impegno ultra-decennale nel “proteggere i confini più difficili del mondo” e il possesso di una “comprovata esperienza”.

Una manna

Insieme a Elbit, società del settore bellico tra cui Raytheon, Lockheed Martin, Boeing, General Dynamics, G4S, IBM e Northrop Grumman hanno incassato quello che il rapporto descrive come una “manna [proveniente dalla politica] di protezione delle frontiere”.

Tra il 2006 e il 2018, i contratti per la militarizzazione delle frontiere statunitensi con tali società hanno totalizzato almeno 80,5 miliardi di dollari.

Ma, secondo le stime del rapporto, questa somma è “certamente inferiore a quella reale” poiché le agenzie che emettono i contratti non sono state sempre trasparenti.

Secondo il rapporto, gli stanziamenti annuali per la militarizzazione delle frontiere statunitensi sono più che raddoppiati negli ultimi 15 anni e sono aumentati di oltre il 6.000% dal 1980.

Alcune società incaricate dalla CBP hanno commesso significative violazioni etiche.

Ma, afferma il rapporto, i ripetuti scandali che coinvolgono alcune delle più grandi società [impegnate nel campo] della sicurezza delle frontiere “hanno fatto poco per ridurre il flusso dei guadagni”.

G4S, la più grande compagnia al mondo nell’ambito della sicurezza e importante appaltatore statunitense, ha dovuto affrontare procedimenti legali per abuso e morte di detenuti negli Stati Uniti e nel Regno Unito.

Gli attivisti hanno esercitato con successo pressioni su istituzioni e governi perché interrompessero i contratti con G4S a causa delle violazioni dei diritti umani.

Questi abusi includono il ruolo nelle prigioni israeliane in cui i palestinesi vengono regolarmente torturati.

Lobbismo verso i parlamentari

Le aziende hanno fatto pressioni su esponenti politici statunitensi e hanno contribuito alle [loro] campagne elettorali nel tentativo di espandere i contratti con la CBP.

Elbit, ad esempio, ha finanziato le deputate repubblicane del Congresso Martha McSally dell’Arizona e Kay Granger del Texas.

McSally ha usato la retorica per demonizzare gli immigrati o i richiedenti asilo.

È una convinta sostenitrice delle brutali politiche sulle frontiere dell’amministrazione Trump.

E Granger è un membro di rango del Comitato per gli stanziamenti della Camera che assegna i finanziamenti per la militarizzazione delle frontiere.

Il rapporto afferma che è tempo di rivelare come le aziende che traggono profitto dalla crudeltà e dalla militarizzazione alle frontiere influenzino i parlamentari.

“La costante spinta verso [la costruzione] di ulteriori barriere di confine, verso maggiori tecnologie, più incarcerazioni, maggiore criminalizzazione, fa parte – sostiene – di un modello aziendale che aderisce alle dinamiche imprenditoriali legate alla dottrina della crescita”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Se Bolsonaro e Netanyahu sono “fratelli”: perché il Brasile dovrebbe evitare il modello israeliano

Ramzy Baroud

9 gennaio 2019, Palestine Chronicle

Il presidente brasiliano che si è appena insediato, Jair Bolsonaro, è pronto ad essere acerrimo nemico dell’ambiente e delle comunità indigene ed emarginate del suo Paese. Ha anche promesso di essere amico dei leader di estrema destra con le sue stesse idee in tutto il mondo.

Non c’è quindi da sorprendersi nel veder sbocciare una particolare amicizia tra Bolsonaro e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

“Abbiamo bisogno di buoni fratelli come Netanyahu,” ha detto Bolsonaro il 1 gennaio, giorno del suo insediamento a Brasilia.

Bolsonaro è un “grande alleato (e) un fratello,” ha replicato Netanyahu.

Ma, mentre Bolsonaro vede in Netanyahu un esempio da seguire – per ragioni che dovrebbero preoccupare ogni brasiliano – il Paese sicuramente non ha bisogno di “fratelli” come il leader israeliano.

L’attivismo di Netanyahu, oppressione del popolo nativo palestinese, il suo prendere di mira per ragioni razziali gli immigrati africani di colore e la sua continua violazione delle leggi internazionali non sono affatto quello di cui un Paese come il Brasile ha bisogno per salvarsi dalla corruzione, realizzare l’armonia sociale e inaugurare un’era di integrazione a livello regionale e di prosperità economica.

Naturalmente Netanyahu era ansioso di partecipare all’insediamento di Bolsonaro, che probabilmente passerà alla storia del Brasile come un giorno infausto, in cui democrazia e diritti umani hanno affrontato il peggior pericolo da quando, all’inizio degli anni ’80, il Brasile ha iniziato la transizione alla democrazia.

Negli scorsi anni il Brasile si è rivelato una potenza regionale sensibile che ha difeso i diritti umani dei palestinesi e ha perorato l’integrazione dello “Stato di Palestina” nella più ampia comunità internazionale.

Frustrato da quanto sinora fatto dal Brasile su Palestina e Israele, Netanyahu, politico scaltro, ha visto un’opportunità nel discorso populista ripetuto compulsivamente da Bolsonaro durante la sua campagna elettorale.

Il nuovo presidente brasiliano vuole stravolgere la politica estera brasiliana su Palestina e Israele, nello stesso modo in cui vuole invertire tutte le politiche dei suoi predecessori riguardo, tra le altre questioni urgenti, ai diritti degli indigeni, alla protezione della foresta pluviale.

Ciò che è veramente preoccupante è che Bolsonaro, che è stato paragonato a Donald Trump – quanto meno per il suo impegno a “fare di nuovo grande il Brasile” – probabilmente manterrà le sue promesse. Infatti, solo poche ore dopo il suo insediamento, ha emanato un decreto che prende di mira i diritti alla terra dei popoli indigeni del Brasile, per il diletto delle lobby agricole, che sono impazienti di tagliare buona parte delle foreste del Paese.

Confiscare i territori delle popolazioni indigene, come Bolsonaro progetta di fare, è qualcosa che Netanyahu, il suo governo e i suoi predecessori hanno fatto senza alcun rimorso per molti anni. Sì, è chiaro che la dichiarazione di “fratellanza” è fondata su solide basi.

Ma ci sono altre dimensioni nella storia d’amore tra i due leader. Molto lavoro è stato fatto per portare il Brasile da un governo presumibilmente filo-palestinese a una politica estera simile a quella di Trump.

Nella sua campagna Bolsonaro ha contattato gruppi politici conservatori, il mai veramente domato esercito e le chiese evangeliche, tutti dotati di potenti lobby, progetti sinistri e una evidente influenza. Storicamente questi gruppi, non solo in America latina ma negli Stati Uniti e anche in altri Paesi, hanno condizionato il proprio appoggio politico a un qualsiasi candidato al sostegno incondizionato e cieco a Israele.

È in questo modo che gli Stati Uniti sono diventati il principale protettore di Israele ed è proprio così che Tel Aviv intende conquistare nuovo spazio politico.

Il mondo occidentale, in particolare, si sta orientando verso demagoghi di estrema destra per avere risposte semplici a problemi complessi e intricati. Grazie a Bolsonaro e ai suoi sostenitori, il Brasile ora si sta unendo a questa preoccupante tendenza.

Israele sta sfruttando senza farsi alcun problema la vera e propria ascesa globale del neo-fascismo e del populismo. Peggio ancora, quelle che una volta erano percepite come tendenze antisemite sono ora totalmente accolte dallo “Stato ebraico”, che sta cercando di ampliare la propria influenza politica, ma anche il proprio mercato delle armi.

Politicamente i partiti di estrema destra comprendono che, per fare in modo che Israele li aiuti a insabbiare i loro peccati passati e presenti, devono sottoscrivere del tutto i progetti israeliani in Medio Oriente. E ciò è esattamente quello che sta avvenendo, da Washington a Roma, a Budapest, a Vienna…E, da ultimo, a Brasilia.

Ma un’altra ragione, forse più stringente, è il denaro. Israele ha molto da offrire sotto forma della sua distruttiva tecnologia bellica e per la “sicurezza”, una massiccia produzione già utilizzata con conseguenze letali contro i palestinesi.

L’industria dei controlli di frontiera è fiorente negli USA e in Europa. In entrambi i casi, Israele sta svolgendo un ruolo di guida e di fornitore di tecnologie. E la tecnologia israeliana per la “sicurezza”, grazie alla rinnovata simpatia per i presunti problemi di sicurezza di Israele, sta ora invadendo anche i confini europei.

Secondo il sito israeliano di notizie Ynetnews, Israele è il settimo principale esportatore di armi al mondo e sta diventando un leader globale nell’esportazione di droni.

L’entusiasmo dell’Europa per la tecnologia dei droni israeliana è dovuta a timori per lo più infondati nei confronti di migranti e rifugiati. Nel caso del Brasile, la tecnologia dei droni verrà utilizzata per lottare contro bande criminali e per altre ragioni interne.

Per la cronaca, i droni israeliani prodotti da “Elbit Systems” [importante industria bellica israeliana, ndtr.] sono stati comprati e utilizzati dal precedente governo brasiliano poco prima della coppa del mondo di calcio del 2014.

Quello che rende più allarmanti i futuri accordi tra i due Paesi è l’improvvisa affinità dei politici di estrema destra di entrambi i Paesi. Come prevedibile, Bolsonaro e Netanyahu hanno discusso lungamente di droni durante la visita di quest’ultimo in Brasile.

Israele ha fatto uso di un’estrema violenza per contrastare le richieste di diritti umani da parte dei palestinesi, compresa l’eliminazione fisica contro le ininterrotte proteste pacifiche lungo la barriera che separa l’assediata Gaza da Israele. Se Bolsonaro pensa di contrastare con successo il crimine locale con una violenza senza freni – invece di affrontare le diseguaglianze sociali ed economiche e l’ingiusta distribuzione della ricchezza nel suo Paese – allora può solo aspettarsi di incrementare un già terrificante numero di vittime.

L’ossessione israeliana per la sicurezza non dovrebbe essere copiata, né in Brasile né altrove, e i brasiliani, molti dei quali temono giustamente per lo stato della democrazia nel loro Paese, non dovrebbero arrendersi all’atteggiamento mentale aggressivo di Israele, che non ha mai portato pace ma più violenza.

Israele esporta guerra ai suoi vicini, e tecnologia bellica al resto del mondo. Poiché molti Paesi sono tormentati da conflitti, spesso risultato di enormi diseguaglianze di reddito, Israele non dovrebbe essere visto come un modello da seguire, ma piuttosto come un esempio da evitare.

Ramzy Baroud è giornalista, scrittore e redattore di Palestine Chronicle. Il suo prossimo libro è The Last Earth: A Palestinian Story (Pluto Press, Londra). Baroud ha un dottorato di ricerca in Studi Palestinesi presso l’Università di Exeter ed è ricercatore non residente presso il Centro Orfalea di Studi Globali e Internazionali, Università della California a Santa Barbara.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Università belga interrompe partenariato con torturatori israeliani

Ali Abunimah

7 Dicembre 2017, Electronic Intifada

L’università KU Leuven in Belgio ha intenzione di interrompere il suo ruolo nel progetto di “ricerca” finanziato dall’Unione Europea che si svolge in partenariato/collaborazione con i torturatori israeliani.

Luc Sels, rettore dell’università, ha annunciato mercoledì che i ricercatori avrebbero potuto completare la fase attualmente in corso del progetto LAW-TRAIN, che avrà termine in Aprile del 2018, ma che non prenderanno parte a fasi future.

LAW-TRAIN non può essere considerato separatamente dalla composizione del consorzio”, ha dichiarato Sels. “La partecipazione del Ministero della Pubblica Sicurezza israeliano pone per forza un problema etico, considerato il ruolo che il forte braccio del governo israeliano gioca nell’imporre un’occupazione illegale dei Territori Palestinesi e la collegata repressione della popolazione palestinese.” Sels ha aggiunto: “Per tale motivo non ritengo opportuno presentare progetti di prosecuzione con un simile consorzio.”

Plate-forme Charleroi-Palestina, un gruppo di solidarietà belga, ha definito la decisione “una bellissima vittoria per le organizzazioni e gli individui che si sono mobilitati contro questa collaborazione con la polizia israeliana.”

    1. Lavorare con i torturatori

LAW-TRAIN è cominciato nel maggio del 2015 con l’apparente scopo di “armonizzare e condividere tecniche di interrogatorio tra paesi coinvolti in modo da far fronte alle nuove sfide della criminalità transnazionale.”

Oltre a KU Leuven, LAW-TRAIN coinvolge anche l’università israeliana Bar-Ilan, il Ministero della Pubblica Sicurezza israeliano, il Ministero di Giustizia belga, la polizia Guardia Civile paramilitare spagnola, e la polizia rumena.

L’UE sostiene che LAW-TRAIN risponde a linee guida etiche. Tuttavia, esperti legali internazionali hanno affermato a giugno che LAW-TRAIN viola i regolamenti UE e il diritto internazionale, in quanto il Ministero della Sicurezza Pubblica israeliano “è responsabile di, o complice in, torture, altri crimini contro l’umanità e crimini di guerra.”

Accademici e attivisti belgi e palestinesi hanno chiesto che i partecipanti europei, inclusi la KU Leuven e l’istituto di ricerca portoghese INESC-ID, si ritirassero da LAW-TRAIN.

LAW-TRAIN è finanziato da Horizon 2020, un programma UE che fornisce milioni di dollari ai produttori di armi e ai trasgressori dei diritti umani israeliani sotto l’apparenza del supporto alla “ricerca”.

    1. Carta dei Diritti Umani

Sels, del KU Leuven ha scritto che uno dei futuri progetti di LAW-TRAIN era “una della questioni con cui mi sono dovuto confrontare subito” appena entrato in carica in agosto. Ha fatto notare che “gli attivisti hanno chiesto che interrompessimo subito il progetto, inclusi tutti i contratti (ad esso) relativi.”

Un altro risultato positivo è che Sels ha preso l’impegno a che la KU Leuven sviluppi “una carta dei diritti umani come strumento per valutare la partecipazione in progetti di ricerca.”

Questo potrebbe avere ampi benefici e spronare altri istituti e accademici a riesaminare la loro stessa complicità nelle violazioni dei diritti umani di Israele e di altri trasgressori.

Il governo portoghese si è già ritirato da LAW-TRAIN l’anno scorso, dopo che gli attivisti hanno sollevato preoccupazioni riguardo ai diritti umani.

Cornelia Geldermans, pubblico ministero olandese, indicata precedentemente nel comitato consultivo di LAW-TRAIN, sembra non essere più coinvolta, ma ci sono ancora tre accademici inglesi indicati come consulenti.

    1. Abusi finanziati dall’UE

Sels ha sottolineato che l’università avrebbe adottato un approccio imparziale alle questioni sui diritti umani, facendo notare che “i diritti umani vengono calpestati anche da alcune organizzazioni palestinesi.”

Ha ragione, e tali abusi sono facilitati anche dall’UE.

Per esempio, L’UE finanzia EUPOL-COPPS, una programma che forma le forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese che reprimono violentemente l’opposizione palestinese all’occupazione militare israeliana.

Alcuni dei dirigenti che hanno guidato il programma sono stati, in precedenza, membri del Royal Ulster Constabulary, una realtà settaria smantellata, nota per abusi dei diritti umani nel Nord dell’Irlanda sotto governo inglese.

LAW-TRAIN non è l’unico progetto problematico finanziato dal progetto di ricerca Horizon 2020. L’iniziativa elargisce anche milioni di dollari a Elbit Systems, una compagnia israeliana che sta aiutando l’esercito israeliano ad eludere il divieto internazionale sulle bombe a frammentazione.

L’anno scorso Carlos Moedas, il commissario scientifico dell’UE a guida di Horizon 2020, ha fatto visita in Israele. Nonostante l’UE sostenga spesso che mantiene un “dialogo” con Israele sui diritti umani, a Moedas è stato suggerito da dirigenti UE che organizzavano il suo viaggio, di evitare commenti riguardo alle attività di sviluppo delle colonie da parte di Israele quando avesse incontrato il Ministro israeliano della Scienza.

Emanuele Giaufret, l’ambasciatore UE a Tel Aviv, ha recentemente vantato che Israele ha ricevuto la sbalorditiva somma di 534 milioni di dollari da Horizon 2020 fino ad ora.

Questa settimana Giaufret è stato visto “mentre celebrava la Giornata dei Diritti Umani” con il Ministero della Giustizia israeliano, il cui capo, Ayelet Shaked, ha notoriamente pubblicato un appello al genocidio dei palestinesi.

Giaufret ha anche stretto la mano a Uri Ariel, un ministro israeliano dell’ala di estrema destra che ha appoggiato un piano per espellere i palestinesi fuori dalla loro terra.

Uno studioso ben noto sull’Olocausto ha definito il piano sostenuto da Ariel come potenzialmente genocida e ha equiparato i valori del suo principale proponente, un altro legislatore israeliano, a quelli delle SS naziste.

In contrasto, gli attivisti accolgono certamente la decisione di KU Leuven di mettere fine al suo ruolo in LAW-TRAIN come una genuina vittoria per i diritti umani, contro la crescente complicità dei politici UE e il loro supporto per le politiche più estreme di Israele.

    1. Centinaia di politici spagnoli sostengono il BDS

Questa vittoria arriva tra altre grandi indicazioni della crescente consapevolezza europea del bisogno di mettere fine alla complicità, istituzionale e governativa, con i crimini di Israele contro i diritti umani.

La settimana scorsa, il Comitato Nazionale palestinese del BDS (BNC) ha accolto una dichiarazione firmata da centinaia di politici eletti in Spagna che esprimono supporto al movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) come unico approccio per realizzare la giustizia e una pace duratura per il popolo palestinese.

Subito dopo la decisione del presidente USA Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele, i palestinesi fanno appello ad una crescita di tali campagne.

I palestinesi, supportati dall’assoluta maggioranza nel mondo arabo e da milioni di persone di coscienza in giro per il mondo, non accetteranno l’ultima delle concessioni USA all’agenda estremista israeliana” ha detto il BNC.

Continueremo ad insistere per ottenere i nostri diritti sanciti dall’ONU e per mettere fine al regime di occupazione, colonialismo di insediamento e apartheid di Israele attraverso la resistenza popolare e il movimento globale di boicottaggio, sanzioni e disinvestimento.”

Ari Nieuwhof ha contribuito alla traduzione [in inglese ndt].

(Traduzione.di Tamara Taher)




Perché l’Europa sta finanziando i torturatori israeliani?

Ali Abunimah – 27 giugno 2017, Electronic Intifada

Un gruppo di importanti esperti di diritto internazionale è arrivato alla conclusione che l’Unione Europea sta finanziando illegalmente i torturatori israeliani e deve smettere [di farlo].

Essi affermano che il programma “LAW-TRAIN” viola le norme UE e le leggi internazionali perché uno dei partecipanti, il ministero della Sicurezza di Israele, “è responsabile o complice di torture, di altri crimini di guerra e contro l’umanità.”

“LAW -TRAIN” è iniziato nel maggio 2015 con l’apparente intento di “armonizzare e condividere tecniche di interrogatorio tra i Paesi coinvolti per affrontare le nuove sfide della criminalità transnazionale.”

E’ finanziato attraverso un programma di ricerca dell’UE chiamato “Horizon 2020”, che ha anche destinato milioni di dollari all’industria bellica israeliana.

Uso massiccio della tortura

“LAW -TRAIN” coinvolge l’università israeliana di Bar-Ilan, il ministero della Sicurezza pubblica israeliano, l’università cattolica di Lovanio in Belgio, il ministero della Giustizia belga, la Guardia civile, polizia paramilitare, spagnola e la polizia rumena. Il suo comitato consultivo include Cornelia Geldermans, un pubblico ministero olandese.

Originariamente era stato coinvolto anche il Portogallo, ma lo scorso anno si è ritirato in seguito alla crescente opposizione dell’opinione pubblica nei confronti del ruolo di Israele nel programma UE.

E’ previsto che “LAW -TRAIN” prosegua fino all’aprile 2018 e che metà dei suoi quasi 6 milioni di fondi vadano ai partecipanti israeliani.

“L’uso della tortura da parte degli investigatori israeliani è stato ampiamente documentato dalla stampa internazionale ed israeliana e confermato da ricercatori internazionali e dagli stessi investigatori israeliani,” ha affermato Michel Waelbroeck, l’autore del parere giuridico e uno dei membri dell’Istituto di Diritto Internazionale [istituto con sede in Belgio che intende formulare principi giuridici generali atti a preservare la pace e l’armonia nel mondo, ndt.]. “Nel giugno 2016 la commissione dell’ONU contro la tortura ha denunciato l’uso della tortura da parte di Israele e le tecniche illegali e violente durante gli interrogatori da parte della sua polizia e del personale penitenziario.”

L’opinione è sostenuta da 25 esperti di diritto internazionale e giuristi, compresi gli ex- inquirenti per i diritti umani dell’ONU Richard Falk e John Dugard, e da Laurens Jan Brinkhorst, un ex vice-primo ministro olandese ed ex-direttore generale della Commissione Europea.

Israele presenta un elenco ampiamente documentato di torture, anche contro bambini, ed ha sistematicamente evitato di fare indagini su denunce di abusi.

Finanziamento illegale

A febbraio centinaia di docenti universitari ed artisti belgi hanno sollecitato il proprio governo a porre fine all’appoggio a favore di “LAW-TRAIN” e nel parlamento europeo sono state sollevate obiezioni sul progetto.

Organizzazioni dei diritti umani di Palestina Belgio e Spagna hanno anche scritto ai funzionari dell’UE esprimendo preoccupazione in merito all’appoggio ad organismi israeliani impegnati nella tortura. Dato che l’opposizione contro “LAW-TRAIN” è aumentata, la Commissione Europea, il potere esecutivo dell’UE, ha realizzato una valutazione da parte di “una commissione di esperti indipendenti” che ha concluso che il programma ha dimostrato “una rispondenza da buona ad eccellente” con le leggi dell’UE, compresa la “Carta dei Diritti Fondamentali” europea.

Ma gli esperti di diritto affermano che il parere ignora le regole fondamentali dell’UE che vietano di finanziare individui o organizzazioni impegnati in “gravi comportamenti professionali illeciti” come la tortura.

Gli esperti legali hanno concluso che, poiché il ministero della Sicurezza pubblica di Israele è “responsabile di gravi e continue violazioni” del divieto europeo ed internazionale riguardo alla tortura, il finanziamento dell’UE è illegale.

Ma, lungi dal prendere provvedimenti per chiedere conto ad Israele delle torture, Carlos Moedas, il direttore di ricerca dell’UE, recentemente ha visitato Israele per celebrare la sua partecipazione a”Horizon 2020″.

Proteste in Francia

Mentre importanti funzionari dell’UE si stringono in un abbraccio con il regime di occupazione, apartheid e colonialismo di insediamento israeliano contro i palestinesi, i cittadini europei stanno continuando a chiedere di porre fine a tale complicità.

Sabato attivisti del BDS Francia hanno portato la loro protesta di fronte al padiglione dell’industria bellica israeliana Elbit Systems al Paris Air Show [Salone internazionale dell’aeronautica e dello spazio di Parigi-Le Bourget, una delle manifestazioni internazionali più importanti di presentazione di materiali aeronautici e spaziali, ndt.].

In un video si possono vedere i contestatori che si stendono a terra e esibiscono un cartello che denuncia il fatto che Israele sperimenti le sue armi sui palestinesi.

I manifestanti hanno chiesto un embargo sulle armi, la fine della cooperazione militare con Israele e il sostegno alla campagna per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni.

Elbit è una delle principali fabbriche di droni che Israele ha utilizzato per uccidere civili palestinesi. E’ stata incaricata dall’amministrazione Obama di fornire tecnologie per la sorveglianza lungo il confine tra USA e Messico.

Elbit ha anche notevolmente beneficiato di finanziamenti dell’UE.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




La “S” di BDS: Lezioni da trarre dalla campagna contro la Elbit Systems (III parte)

Da: Al-Shabaka

09 Settembre 2016

In questo editoriale politico di Al-Shbaka Maren Mantovani e Jamal Juma analizzano alcuni sviluppi che il complesso militare industriale di Israele deve affrontare, con una particolare attenzione alla campagna contro Elbit Systems. L’editoriale analizza i momenti difficili che l’industria si trova di fronte, il mito della superiorità tecnologica di Israele, i cambiamenti locali e globali dell’industria e le alleanze emerse per opporsi alla militarizzazione ed alle tendenze sicuritarie nelle varie società. In base a questa analisi delineano indicazioni preziose ed identificano percorsi da seguire per il movimento globale di solidarietà con la Palestina.

Fare causa comune contro la militarizzazione

L’appello per un totale embargo militare verso Israele non si basa soltanto sulla richiesta palestinese di porre termine all’impunità di Israele e alla complicità di tutto il mondo con il suo regime di apartheid. Fa anche parte di una lotta globale contro le guerre e la repressione e contro la militarizzazione e gestione sicuritaria della società. C’è una crescente consapevolezza delle modalità attraverso cui le esportazioni israeliane militari e “per la sicurezza interna” contribuiscono a queste prassi con nuove tecnologie e metodologie sviluppate nel processo di occupazione militare, apartheid e pulizia etnica del popolo palestinese. A loro volta, la militarizzazione e la gestione sicuritaria contribuiscono a sostenere l’industria militare israeliana e le politiche contro i palestinesi.

Parallelamente al crescente ruolo di Israele in questa militarizzazione, i movimenti in tutto il mondo stanno facendo causa comune con il movimento BDS contro la repressione e la discriminazione da parte delle forze militari e di polizia. La campagna contro la compagnia israeliana “di sicurezza interna” International Security and Defense Systems (ISDS) ne è un importante esempio. La ISDS è stata fondata nel 1982 da ex-agenti del Mossad. Giornalisti di inchiesta e ex-membri di giunte militari riferiscono che ISDS ha addestrato gli squadroni della morte in Guatemala, El Salvador, Honduras e Nicaragua ed ha preso parte a golpe e a tentativi di colpo di stato in Honduras e Venezuela.

Attualmente ISDS addestra la famigerata forza di polizia militare BOPE a Rio de Janeiro, ammettendo con orgoglio che la polizia nelle favelas utilizza le stesse tecniche che Israele usa a Gaza. ISDS ha anche ottenuto un contratto che le ha fatto molta pubblicità con i Giochi Olimpici di Rio del 2016. Movimenti palestinesi come Stop the Wall (Fermare il Muro, ndt) e il Comitato Nazionale del BDS (BNC) hanno unito le loro forze a quelle dei movimenti popolari di Rio che lavorano per i diritti umani nelle favelas, in una campagna denominata “Giochi Olimpici senza apartheid”, per ottenere la cancellazione del contratto.

Analoghi rapporti sono stati instaurati tra il movimento di solidarietà palestinese e gli attivisti neri negli USA, che nel 2015 hanno emesso una dichiarazione di solidarietà sostenuta da oltre 1000 attivisti ed intellettuali neri, che afferma che “l’uso massiccio da parte di Israele della detenzione e dell’arresto dei palestinesi evoca l’incarcerazione di massa del popolo nero negli USA, inclusa la detenzione politica dei nostri rivoluzionari” e fa appello alla lotta comune contro la compagnia di sicurezza G4S. Inoltre nell’agosto 2016 il movimento “Black Lives Matter” (la vita dei neri è importante, ndt) ha appoggiato il movimento BDS.

Il muro al confine tra USA e Messico è un altro luogo che vede la lotta comune tra attivisti della solidarietà palestinesi e il popolo indigeno colpito dalla messa in pratica delle metodologie e tecnologie israeliane nella loro terra, in cui la Elbit Systems ricopre un ruolo centrale.

La campagna nell’UE per sospendere i finanziamenti alla Elbit Systems e ad altre compagnie militari israeliane riguarda un maggiore coinvolgimento per ogni cittadino europeo. Con un budget di 80 miliardi di euro (circa 88 miliardi di dollari al tasso di cambio di fine 2015), l’attuale programma di finanziamento dell’UE per la ricerca e lo sviluppo Horizon 2020 è tra i maggiori progetti di finanziamento al mondo. Ridistribuisce il denaro dei contribuenti soprattutto a istituzioni aziendali ed accademiche che sviluppano ricerche al servizio di grandi business, compresa la cooperazione con le imprese militari israeliane. I progetti di ricerca con le imprese militari israeliane spesso sviluppano tecnologie a doppio uso (sia militare che civile) in aperta violazione delle norme dell’UE e contribuiscono alla militarizzazione ed alla deriva sicuritaria delle società europee. La maggioranza degli europei, se sapesse come è stato usato il suo denaro, probabilmente concorderebbe sul fatto che l’UE nuoce non solo ai palestinesi, ma anche ai suoi stessi cittadini spendendo denaro in guerre che creano nuovi rifugiati ed in tecnologie che controllano, discriminano per razza ed opprimono gli europei invece di andare incontro alle loro necessità.

Prendere di mira i punti deboli delle forze armate israeliane

La nota informativa ha cercato di fornire una panoramica del complesso militare industriale di Israele e di identificare delle possibilità d’azione che permettano di ridurre i profitti industriali e poi portino ad un embargo delle armi finché non vengano ottenuti i diritti dei palestinesi. Si tratta indubbiamente di un impegno importante: il complesso industriale militare comprende imprese potenti, propaganda e sistemi di promozione e vendita spudorati, impianti di difesa globale che spesso sono lontani dal discorso e dalla portata degli attivisti della solidarietà. Eppure non è solo un’esigenza etica per i paesi quella di interrompere le relazioni militari con Israele finché esso non rispetti il diritto internazionale; è anche una campagna che può essere vinta. Sicuramente, sulla base dell’esperienza fino ad ora e alla luce della precedente analisi, ci sono diverse possibilità da prendere in considerazione per gli attivisti.

Al livello più basilare, sono indispensabili l’educazione dell’opinione pubblica e la mobilitazione. La maggior parte delle persone comprende intuitivamente che i rispettivi governi non dovrebbero mantenere relazioni militari con una potenza di occupazione che sferra sistematici attacchi militari contro la Striscia di Gaza sotto assedio ed altri paesi vicini, così come compie incursioni, raid, demolizioni di case ed altre violazioni di diritti umani contro la Cisgiordania e Gerusalemme est occupate – soprattutto poiché questi atti non soltanto infrangono il loro codice morale, ma anche le leggi dei loro paesi e le leggi internazionali. Il numero dei difensori dei diritti umani che si impegnano nel boicottaggio e disinvestimento è in aumento; è solo questione di tempo perché il numero di coloro che spingono per le sanzioni, e soprattutto per le sanzioni militari, cresca fino a raggiungere una massa critica.

La solidarietà con la Palestina da parte di comunità anch’esse colpite dalla militarizzazione e messa in sicurezza ha una lunga storia, soprattutto in America Latina, dove Israele ed i suoi agenti privati per decenni hanno appoggiato ed addestrato gli squadroni della morte e le dittature. La consolidata collaborazione tra i neri americani, i latini e i popoli indigeni negli USA, a fronte della militarizzazione esponenziale delle metropoli europee, significa che una vasta ed organizzata rete di attivisti ha il potenziale per svilupparsi anche in occidente. Nel caso della UE, una pressione dell’opinione pubblica potrebbe essere utilizzata per sostenere le argomentazioni tecniche per contestare il finanziamento di Horizon 2020 alle forze armate israeliane – e ad altri enti – complici dell’occupazione.

Nelle loro campagne gli attivisti dovrebbero anche evidenziare che la tecnologia militare israeliana non è né così efficace né così scevra da problemi come pretende la propaganda. I gravi problemi con la produzione di droni israeliani e le questioni relative a Iron Dome (sistema di difesa antimissile, ndt) sono solo due esempi. Ancor più convincente è il fatto che Israele sta minando la capacità dei paesi di gestire la propria difesa, sottraendo loro la capacità industriale a favore di Israele ed usando i suoi sistemi di sicurezza per fare spionaggio nei confronti dei paesi clienti, con l’effettivo risultato della perdita della loro sovranità ed indipendenza nazionale.

La Elbit Systems, grande com’è, è particolarmente vulnerabile alle azioni degli attivisti.

E’ l’unica impresa militare privata israeliana di queste dimensioni ed è perciò più vulnerabile alle crisi, ai rischi di speculazione finanziaria e alla ristrutturazione economica. La Elbit Systems è gravemente indebitata ed ha bisogno di garantirsi un continuo flusso di liquidità per onorare il debito. La sua presenza sempre più globale rende più facile agli attivisti in diversi paesi attaccare la Elbit o le sue filiali. Inoltre anche la crescente dipendenza dell’industria militare dagli aiuti del bilancio statale israeliano la rende vulnerabile, accrescendo anche la vulnerabilità dello stato.

Gli attivisti dovrebbero anche trarre lezione dall’esperienza: Israele si mette sempre in grado di trarre vantaggio quando arrivano al potere nuovi governi o si implementano nuove politiche nazionali. Anche gli attivisti dovrebbero mettersi in grado di sviluppare programmi adeguati alla situazione del momento per affrontare i cambiamenti di governo. E’ la chiave per garantirsi, dove possibile, impegni o leggi da parte di governi amici contro il commercio militare con Israele o per trarre vantaggio da circostanze in cui governi ostili applicano politiche contrarie agli interessi di Israele. Fare leva sulle dinamiche interne in tali circostanze è un fattore essenziale di successo.

Se si vogliono attuare sanzioni militari contro Israele, la società civile palestinese e gli attivisti dovranno lavorare sodo per fare pressione sull’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e sull’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) perché usino i loro contatti diplomatici e qualunque potere di persuasione di cui dispongano sia nei confronti di singoli stati che delle Nazioni Unite. In particolare, dovrebbero assicurarsi che OLP/ANP usino ogni mezzo possibile per impedire e contrastare il commercio di armi tra gli stati del Golfo ed Israele.

Non c’è modo di prevedere quando il vento cambierà. Ma le lotte popolari contro la repressione, la guerra e l’apartheid, rafforzate da una crescente percezione negativa del complesso industriale militare israeliano, potrebbero colpire al cuore un’industria che da un lato sostiene l’aggressione israeliana e dall’altro prospera grazie ad essa. Il mito della tecnologia militare israeliana si sta lentamente sgretolando e un’industria militare israeliana più privatizzata è altrettanto esposta ai rischi del mercato globale quanto lo sono altre imprese. L’appello per sanzioni militari può iniziare a far presa anche prima che i governi siano pronti ad attuare un embargo a pieno titolo.

Fonte: Ma’an News Agency

Al- Shabaka è un’organizzazione no profit indipendente la cui finalità è educare e rafforzare la discussione pubblica sui diritti umani e l’autodeterminazione dei palestinesi nel quadro delle leggi internazionali.

Traduzione di Cristiana Cavagna per BDS Italia




La “S” di BDS: lezioni da trarre dalla campagna contro la Elbit System (II parte)

Da: Al Shabaka

Al- Shabaka è un’organizzazione no profit indipendente la cui finalità è educare e rafforzare la discussione pubblica sui diritti umani e l’autodeterminazione dei palestinesi nel quadro delle leggi internazionali.

7 settembre, 2016

In questo editoriale politico di Al-Shabaka Maren Mantovani e Jamal Juma analizzano alcuni sviluppi che il complesso militare industriale di Israele deve affrontare, con una particolare attenzione alla campagna contro Elbit System. L’editoriale analizza i momenti difficili che l’industria si trova di fronte, il mito della superiorità tecnologica di Israele, i cambiamenti locali e globali dell’industria e le alleanze emerse per opporsi alla militarizzazione e alle tendenze sicuritarie nelle varie società. In base a questa analisi essi delineano indicazioni preziose ed identificano percorsi da seguire per il movimento globale di solidarietà con la Palestina.

Sfatare il mito della superiorità tecnologica israeliana

L’industria militare israeliana è un elemento fondamentale dell’economia del paese. Impiega circa 50.000 addetti, ne sostiene altrettanti nell’indotto e rappresenta il 13% di tutte le esportazioni industriali. Le 600 compagnie che costituiscono il settore dipendono fortemente dai mercati esteri: l’80% della produzione militare israeliana è destinata alle esportazioni. La capacità da parte di Israele di finanziare guerre, mantenere il suo complesso militare industriale e competere sul mercato globale dipende dalla sua reputazione come paese con armamenti all’avanguardia e “testati sul campo”.

Negli ultimi anni l’opinione pubblica ha acquisito una sempre maggiore consapevolezza del fatto che il marchio “testati sul campo” sta per armi sviluppate durante massacri e crimini di guerra contro i palestinesi ed il popolo arabo. Proteste in tutto il mondo, come l’occupazione di fabbriche di Elbit in Gran Bretagna ed Australia, flash mobs in molti luoghi, petizioni e reportage approfonditi e la copertura mediatica hanno contribuito a questa crescente consapevolezza.

Per contrastare le proteste della società civile, in continuo aumento, chi difende le relazioni militari con Israele sostiene che la cooperazione militare con e gli acquisti da Israele sono di interesse nazionale del paese. Tuttavia, l’idea che le armi israeliane siano inevitabilmente la scelta migliore da un punto di vista tecnologico e che adottare un embargo militare significherebbe compromettere la “sicurezza nazionale” è un altro mito da sfatare.

Dall’attacco israeliano contro il Libano nel 2006 il mito della superiorità bellica di Israele ha subito delle battute d’arresto. Come hanno dovuto riferire persino i media israeliani, gli Hezbollah [milizia sciita libanese che combatte contro l’esercito israeliano, ndt] hanno reso inutilizzabili almeno 20 “indistruttibili” carri armati Merkava. Dopo la guerra, Israele ha iniziato a comprare carri armati Abram costruiti negli Stati Uniti (USA).

Quanto all’ “Iron Dome” [sistema antimissilistico utilizzato per distruggere i razzi lanciati da Gaza, ndt] israeliano, la sua efficacia è stata messa in dubbio in seguito all’attacco israeliano contro Gaza del 2014, ed alcuni esperti di tecnologie militari israeliani e statunitensi lo hanno condannato come “la più grande bufala del mondo”. Persino progetti riguardanti le esportazioni di tecnologie hanno sofferto costi e difficoltà crescenti. E’ il caso del drone ” Watchkeeper”, rifiutato dal governo francese all’inizio di quest’anno. Ha avuto ripetuti incidenti e si è persino rivelato inadatto al volo nelle condizioni meteorologiche del Regno Unito.

Oggi l’industria militare israeliana cerca di penetrare in nuovi mercati promuovendosi come leader nella sicurezza informatica. Tuttavia, la lunga serie di scandali spionistici che hanno coinvolto le imprese israeliane di software ed elaborazione dati ha messo in dubbio la capacità di Israele di “rendere sicura” qualsiasi cosa. Infatti ci sono molte indicazioni del fatto che le imprese israeliane utilizzano contratti all’estero per passare informazioni sensibili alle agenzie di intelligence israeliane. Per esempio Amdocs, la più grande impresa israeliana di software, è stata ripetutamente accusata di spionaggio, anche negli USA.

In più c’è un continuo passaggio di personale tra l’unità d’élite dello spionaggio israeliano – l’Unità 8200 di intelligence militare – e il settore di high-tech e informatico del paese. “E’ praticamente impossibile trovare una compagnia che produce tecnologia che non abbia personale dell’8200,” dice Yair Cohen, un ex generale di brigata che una volta comandava l’Unità 8200 e oggi guida il dipartimento di spionaggio informatico alla “Elbit System”. Il procedimento è molto semplice: Israele permette all’ex personale dell’Unità 8200 di utilizzarne la tecnologia per costituire la propria start-up (facendo a volte enormi profitti) e in cambio ottiene accesso a informazioni in tutto il mondo, installando concretamente un “cavallo di Troia” all’interno di istituzioni che cercano la sicurezza elettronica.

Alcuni circoli della difesa considerano utile trattare con Israele perché trasferirà una tecnologia che altri importanti esportatori di armi negli Usa o in Europa non cederebbero. Israele ha ripetutamente venduto a paesi nei confronti dei quali l’opinione pubblica ha imposto limiti alle relazioni militari o embarghi di armi. Molte risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (ONU) hanno condannato rapporti militari tra Israele e il Sudafrica dell’apartheid durante gli anni ’80. Israele ha anche stabilito relazioni militari con le giunte militari in Argentina e in Cile nel 1976 ed esteso i propri rapporti con le brutali dittature in America Latina dopo che l’amministrazione Carter ha ridotto l’assistenza militare USA.

Tuttavia il trasferimento di tecnologia israeliana comporta sempre dei compromessi per chi voglia fare scelte politiche che non corrispondono agli interessi di Israele e degli USA. Durante l’ultimo periodo dell’amministrazione del National Congress indiano [partito indiano che ha governato il paese per molti anni, ndt], dal 2004 al 2014, che ufficialmente ha mantenuto una posizione filo-palestinese, alcuni diplomatici in via confidenziale si sono lamentati del fatto che strette relazioni militari con Israele hanno reso difficile al governo prendere misure concrete di solidarietà con il popolo palestinese. Il recente dibattito in Brasile sulle misure che il settore della difesa avrebbe potuto prendere come ritorsione contro la ferma presa di posizione del paese contro gli insediamenti è un altro esempio. La Cina è stata uno dei principali partner militari di Israele fino al 2005, quando gli USA hanno chiesto ad Israele di interrompere qualunque relazione militare. In seguito a ciò, anche le forniture militari che la Cina aveva già comprato sono state bloccate e sono rimaste senza pezzi di ricambio.

Cambiamenti locali e globali nell’industria bellica di Israele

Nel periodo pre-statale e nei primi anni dalla nascita dello stato, le energie che hanno posto le basi dell’industria militare israeliana furono centrate sull’equipaggiamento di un esercito che avrebbe conquistato la Palestina ed espulso la popolazione autoctona.

Negli anni successivi, ex-membri dell’esercito crearono una moltitudine di piccole compagnie “per la sicurezza” per monetizzare le proprie competenze nella repressione. Israele ha esternalizzato le proprie relazioni internazionali più compromettenti in campo militare a queste imprese, che gli permettono di negare ogni coinvolgimento. Allo stesso tempo, le principali industrie militari, Israeli Aerospace Industries (IAI), Rafael Advanced Defense Systems e Israeli Military Industries (IMI), sono rimaste statali per garantire il controllo diretto. Solo Elbit Systems è stata in grado di prosperare, in quanto più importante industria militare privata israeliana allo stesso livello delle imprese statali.

Con il tempo, il settore delle industrie belliche è diventato relativamente indipendente. Rifornisce ancora il governo per mantenere il suo regime e per le sue necessità di politica estera, ma ha sviluppato propri interessi specifici. Il campanello d’allarme suonato dall’industria militare israeliana nell’ottobre 2015 è stato un tentativo di fare pressione sullo Stato israeliano e di assicurarsi che questo ed i contribuenti avrebbero garantito che la riduzione delle esportazioni e la caduta dei profitti venissero compensate da un intervento del governo. Il governo israeliano ha distribuito lucrosi contratti alla fine dell’anno. In più, sono stati generosamente distribuiti stanziamenti di bilancio per le industrie militari, compresi aiuti a favore della commercializzazione.

Tentativi di privatizzare IMI, che produce, tra le altre armi, munizioni a grappolo israeliane, verranno probabilmente conclusi presto. Ciò significa che il processo ventennale di privatizzazione delle imprese pubbliche ha raggiunto il cuore dell’industria militare. La vendita di IMI ha incontrato delle difficoltà per timore di un possibile monopolio da parte di Elbit System, che è l’unico partecipante alla gara per l’assegnazione, ed anche per le accuse di comportamento scorretto da parte del capo dell’Autorità delle imprese pubbliche.

Tuttavia le ultime notizie sono che l’affare è di nuovo in corso. Ciò è destinato ad approfondire la dinamica per cui i profitti delle imprese militari ora privatizzate spettano a loro, mentre il peso delle perdite è sostenuto dallo stato e dai cittadini.

Le tendenze globali nel settore bellico sono un altro elemento che produce cambiamenti all’interno dell’industria militare israeliana. La crescente richiesta, nel settore mondiale delle armi, di produrre all’interno del paese acquirente, compresi accordi di compensazione e di trasferimento ed addestramento tecnologico, ha portato le imprese militari israeliane come Elbit Systems a perseguire una strategia di acquisizioni a livello globale. Invece di potenziare le industrie della difesa nazionale dei paesi acquirenti, questa strategia ha creato un effetto di denazionalizzazione, esternalizzando l’industria in Israele. Elbit System oggi è presente con nomi diversi e in vari settori in tutto il mondo. Una delle ultime acquisizioni di Elbit è Nice Systems, un’impresa di software per elaborazione dati con una presenza in oltre 150 Paesi, che ha tra i suoi clienti società private così come istituzioni pubbliche locali. Mentre questa strategia intende espandere i profitti di Elbit Systems, ciò consente potenzialmente al movimento internazionale BDS di prendere di mira gli interessi di Elbit non solo a livello di ministeri federali della Difesa, ma più vicino a casa.

Inoltre la strategia di acquisizioni da parte di Elbit Systems significa che si indebita per acquistare altre compagnie e creare una multinazionale. Per sostenere questa politica deve garantirsi un continuo flusso di denaro. Questo è un rischio notevole, in quanto una caduta degli investimenti e dei contratti o una riduzione della fiducia e una percezione negativa sul mercato degli investimenti potrebbe portare ad una crisi di solvibilità. E se Elbit Systems vuole trasferire potenziali perdite globali sullo Stato, Israele se lo può permettere?

Guardando alle prospettive dell’industria bellica israeliana, è importante mettere in evidenza che le vendite complessive dell’industria sono cresciute a oltre 5 miliardi di dollari alla fine del 2015. Ciò è dovuto ad una serie di nuovi contratti negli ultimi mesi dell’anno, benché le vendite siano state ancora significativamente inferiori a quelle dell’anno precedente. Tuttavia, le industrie militari israeliane hanno in prospettiva parecchie importanti opportunità di esportazione, che solleciteranno l’attenzione del movimento di solidarietà palestinese.

Si prevede che gli attuali negoziati di Israele con gli USA per un nuovo aiuto militare di 10 anni porteranno a Israele molto più degli attuali 3,1 miliardi di dollari all’anno. Date le imminenti elezioni presidenziali USA e i candidati dei due principali partiti, il movimento dovrà sicuramente lavorare duramente su questo. Comunque l’accordo ha la possibilità di sfidare il complesso militare industriale israeliano. Nelle discussioni è compresa l’intenzione degli USA di ridurre la percentuale di fondi che Israele può spendere nella sua industria bellica.

Reuven Ben-Shalom, l’ex-capo del ramo nordamericano della divisione di pianificazione strategica dell’esercito israeliano, definisce una simile prospettiva come “devastante per le imprese belliche israeliane.” Anche il presidente dell’Associazione delle Imprese di Israele, Shraga Brosh, ha messo in guardia che se le intenzioni degli USA si realizzeranno, “dozzine di linee di produzione e persino tutte le fabbriche della Difesa chiuderanno, migliaia di lavoratori verranno licenziati e lo Stato di Israele perderà la propria indipendenza in materia di difesa.” Quindi un aumento degli aiuti militari

potrebbe in realtà trasformarsi in una batosta per l’industria bellica israeliana, con l’effetto a medio termine che le imprese israeliane delocalizzeranno la produzione o incrementeranno gli accordi industriali con gli USA per garantirsi il costante accesso agli aiuti militari statunitensi.

Nel caso dell’Europa, le vendite regionali sono più che duplicate lo scorso anno, arrivando a 1,63 miliardi di dollari, rispetto ai 724 milioni del 2014. La cooperazione europea con Israele è destinata a continuare ad aumentare, in quanto l’UE chiude ulteriormente le frontiere per contenere la crescente immigrazione, con bombe e sparatorie nelle città europee utilizzate per giustificare la crescente spesa per la militarizzazione ed il controllo della popolazione.

Autorità israeliane e dirigenti d’impresa sono consapevoli che questa tendenza è positiva per gli affari israeliani. Subito dopo gli attacchi del 2015 a Parigi, i leader israeliani hanno sottolineato che solo le tecnologie israeliane possono salvare l’Europa. Secondo Itamar Graff, un importante funzionario di SIBAT, l’agenzia per la cooperazione internazionale per la difesa del ministero della Difesa israeliano, si prevede che l’Europa spenderà 50 miliardi di dollari in appalti nel campo della “sicurezza interna” – sufficienti per le imprese israeliane di ogni dimensione per fare profitti significativi, vendendo prodotti sviluppati per reprimere i palestinesi.

Anche l’America latina, nonostante una contrazione delle vendite a 577 milioni di dollari nel 2015, può offrire nuovi mercati, a causa del riflusso dell’ondata di governi progressisti nella regione, soprattutto in Brasile, dove il governo golpista ha immediatamente spinto per rapporti più stretti con Israele. In Argentina il governo di destra recentemente eletto ha iniziato il proprio mandato offrendo ad Israele una più stretta cooperazione militare e per la sicurezza.

Le importazioni della regione Asia – Pacifico sono leggermente scese a 2,3 miliardi nel 2015 rispetto a circa 3 miliardi nel 2014. Tuttavia l’andamento complessivo nell’ultimo decennio mostra un deciso aumento delle esportazioni belliche a questa regione. L’Asia rappresenta il 29% delle entrate di Elbit Systems, e ci sono margini per aumentarle, dato che Israele recentemente ha approvato uno stanziamento speciale per Elbit Systems perché commercializzi i propri prodotti in Cina. Inoltre Elbit Systems ha da poco formato una joint venture con imprese indiane per vendere più droni al paese, e nel marzo di quest’anno Rafael Advanced Defense Systems ha firmato un accordo di cooperazione di 10 miliardi di dollari con il gigante indiano Reliance Defense. In base a quanto riferito, il governo indiano starebbe per firmare con Israele anche un accordo per la difesa di 3 miliardi di dollari e starebbe prendendo in considerazione la cooperazione con Israele per la costruzione di una barriera nel Kashmir. Ancora più inquietanti dell’espansione di Israele in questi mercati sono le informazioni secondo cui alcuni Stati del Golfo sono in lizza per comprare il sistema antimissile Iron Dome.

Fonte: Ma’an News Agency

Traduzione di Amedeo Rossi per BDS Italia

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La “S” in BDS: L’insegnamento della Campagna della Elbit Systems (Parte I)

Da: Al-Shabaka

Al-Shabaka è un’organizzazione indipendente senza scopo di lucro la cui missione è di educare e stimolare il dibattito pubblico sui diritti umani palestinesi e sull’autodeterminazione nel quadro del diritto internazionale.

In questo documento programmatico di Al-Shabaka, Maren Mantovani e Jamal Juma analizzano alcune delle congiunture che il complesso militare industriale di Israele si trova ad dover affrontare, con un focus particolare sulla campagna contro la Elbit Systems.

6 settembre 2016

Il rapporto esamina i momenti difficili che attendono il settore, il mito della superiorità tecnologica israeliana, i cambiamenti locali e globali del settore, e le alleanze emergenti al fine di ribaltare (il processo di, n.d.t.) militarizzazione e la cartolarizzazione delle aziende. Sulla base di questa analisi, essi traggono insegnamenti importanti e identificano, per il movimento globale per la solidarietà palestinese, gli indirizzi da perseguire.

Le più grandi aziende militari di Israele l’anno scorso hanno lanciato il segnale d’allarme per un calo dei contratti internazionali, citando tra i motivi i budget ridotti, una maggiore concorrenza e una minore richiesta dei prodotti israeliani. Si tratta di un indicatore del fatto che l’industria delle armi israeliana potrebbe non essere così imbattibile come sembra? Che cosa ha indotto il crollo del commercio di armi con le aziende israeliane? Qual è stato il ruolo del movimento a guida palestinese per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), che ha chiesto le sanzioni militari come parte della sua campagna per promuovere i diritti umani?

Un settore “imbattibile” si confronta con momenti difficili.

Per anni, i palestinesi e i loro sostenitori – personaggi mondiali come Desmond Tutu, Adolfo Peres Esquivel, Naomi Klein e Noam Chomsky – hanno chiesto un embargo militare immediato e globale contro Israele sostenendo la sua responsabilità nelle violazioni dei diritti umani dei palestinesi. Decine di migliaia di persone hanno firmato petizioni e gli attivisti hanno manifestato contro le aziende legate al settore militare israeliano. Negli ultimi dieci anni, gli attivisti hanno condotto una campagna contro la Elbit Systems, una delle più grandi compagnie militari di Israele. Lo sforzo va da pressioni a livello governativo ad attività di blocco delle filiali della Elbit in paesi come l’Australia, il Regno Unito (UK), e il Brasile.

Una dozzina di istituti finanziari, tra cui quasi tutti i principali fondi pensione scandinavi, non stanno più investendo nella Elbit Systems. Inoltre, e in particolare a seguito di importanti attacchi israeliani, alcuni governi europei hanno adottato misure restrittive, inclusi il congelamento temporaneo del commercio di armi e il rifiuto di licenze di esportazione di armi. Ad esempio, il Regno Unito ha revocato cinque licenze di esportazione di armi dopo il massacro di Gaza del 2009-10, la Spagna ha congelato la vendita di armi dopo il massacro di Gaza del 2014, e durante il periodo del suo governo di centro-sinistra (2005-13), la Norvegia ha rifiutato costantemente le licenze di esportazione di armi a Israele e ha anche impedito che un costruttore tedesco sperimentasse nelle sue acque sommergibili di appartenenza israeliana. Il Sud Africa ha di fatto cessato le sue relazioni militari con Israele.

Eppure, fino a poco tempo sembrava che queste azioni mantenessero un impatto simbolico: L’industria militare israeliana appariva imbattibile, come le armi che produceva. La situazione è cambiata nel mese di ottobre dello scorso anno, quando le più grandi aziende militari di Israele hanno chiesto un incontro con il governo per discutere su come affrontare la riduzione delle esportazioni militari, che si prospettavano, al momento, in calo dai 7,5 miliardi di dollari del 2012 ai circa 4,5 miliardi di dollari nel 2015. Le aziende sottolineavano che il margine di profitto dell’industria della difesa di Israele è di circa il 4,5 per cento – 5,5 per cento, contro l’8 per cento – 9 per cento del settore della difesa in ambito mondiale. Esse adducevano come motivi “budget ridotti, maggiore concorrenza, minore richiesta di prodotti israeliani, e la crescita delle richieste di trasferimento di know-how e di lavoro all’estero.

La spesa militare globale è rimasta pressoché invariata negli ultimi anni e in effetti è aumentata dell’1 per cento nel 2015. Ci si aspetta  che le entrate da uno dei prodotti di esportazione militari chiave di Israele – i droni – dovrebbe quasi raddoppiare da 6,4 miliardi a 11,5 miliardi di dollari tra il 2014 e il 2024. Mentre le ragioni citate dall’industria militare israeliana sembrano rappresentare una descrizione accurata delle tendenze nel settore del commercio militare mondiale, il calo delle esportazioni israeliane non può essere spiegato semplicemente a causa di una mancanza di domanda per gli armamenti.

È vero, l’industria militare israeliana è riuscita a garantire le esportazioni per oltre 5 miliardi di dollari nel 2015 – una lieve ripresa rispetto all’anno precedente – e gli sviluppi politici a livello mondiale possono essere di buon auspicio per il settore nel prossimo futuro. Ma il complesso militare industriale si trova ad affrontare cambiamenti nelle dinamiche del suo commercio e della propaganda. L’erosione del marchio “Made in Israel”, anche nei settori della difesa e della sicurezza, alla quale hanno contribuito gli sforzi del movimento BDS 2014, è un terreno fertile in cui i sostenitori dei diritti umani possono ottenere un cambiamento.

Interrogato di recente circa l’impatto del BDS sulle operazioni della Elbit Systems, l’amministratore delegato Bezhalel Machlis ha ammesso: “Non sto dicendo che non sia una minaccia, ma penso che complessivamente siamo in grado di gestire la cosa.” Gli attivisti per i diritti umani stanno ora affrontando la sfida di incrementare la capacità del movimento BDS in modo che incida sull’economia di guerra israeliana in misura tale che possa passare dall’essere una minaccia al diventare un cambiamento definitivo.

In che modo la Elbit Systems e la campagna Brand Israel stanno perdendo terreno.

(Dopo, n.d.t.) quasi un decennio di campagna per fermare  investimenti, contratti e altre forme di cooperazione con la Elbit Systems, alcuni insegnamenti possono essere tratti circa il mix di dinamiche di mercato, strutture di governo, e l’attivismo, che contribuisce al cambiamento. Questa sezione si concentra sulle più recenti perdite subite dalla Elbit in Francia e in Brasile: due governi che hanno avuto visioni quasi opposte sulla Palestina e la legittimità del movimento BDS.

La decisione contraria della Francia all’offerta della Elbit nella sua ultima gara sui droni, all’inizio del 2016, è stata una cattiva, inaspettata, notizia per l’azienda. Il drone Watchkeeper, ora scartato, deriva dal drone Elbit Hermes 450, che venne utilizzato nei massacri contro Gaza. Il Watchkeeper era in costruzione nel Regno Unito da una joint venture tra Elbit e una società del Regno Unito. Un intensa campagna della società civile in Francia ha chiesto l’esclusione del Watchkeeper dalla gara per motivi di coinvolgimento della Elbit in crimini di guerra israeliani, mentre nel Regno Unito gli attivisti hanno protestato nei confronti del sito di produzione del Watchkeeper.

La società francese Segem, che alla fine ha vinto l’appalto, ha minimizzato il fatto che i suoi droni includono anche la tecnologia Elbit. Invece, ha celebrato la sua tecnologia e produzione “nazionale”. Solo pochi anni fa, il tag “Made in Israel” sarebbe stato valutato come un plus per un drone. Oggi, la crescente tendenza a garantire la crescita delle industrie militari nazionali e un optimum di trasferimenti di tecnologie ha rappresentato un elemento centrale, erodendo il fascino della tecnologia militare israeliana in tutto il mondo. Questo inoltre, in ultima analisi, contribuisce ad uno degli obiettivi dei difensori dei diritti umani palestinesi – la riduzione dei profitti che Israele ricava dalla sua macchina da guerra – e rafforza il sostegno per l’acquisizione dei risultati.

Non è chiaro fino a che punto la pressione del movimento di solidarietà con la Palestina abbia influenzato la decisione del governo francese, che ha sviluppato leggi contro il BDS ancora più draconiane di quelle in Israele. Tuttavia, nel mese di aprile Israele ha riferito che nel 2015 il governo francese ha respinto un altro affare, in questo caso riguardo la tecnologia di sorveglianza. Fox News ha citato un “esperto israeliano dell’antiterrorismo molto titolato:” “Alle autorità francesi è piaciuto, ma il funzionario è tornato e ha riferito che esistevano istruzioni dall’alto di non comprare la tecnologia israeliana” Se il rapporto non è una propaganda rivolta a spingere avanti altri contratti, indica una riluttanza inaspettata all’interno degli ambienti governativi francesi a stipulare accordi con Israele.

In Brasile, la filiale locale della Elbit, AEL Sistemas, ha visto la fine di un decennio, durante il quale i suoi ricavi sono cresciuti in modo esponenziale, con una quota in ogni grande progetto di difesa brasiliana. Il paese è stato uno dei maggiori importatori di armi israeliane, quinto tra il 2009 e il 2014 e uno dei clienti più importanti per i droni  Elbit. Tuttavia, nel dicembre 2014, la società ha perso il suo primo progetto strategico: il governo di Rio Grande do Sul, nel sud del Brasile, ha annullato un memorandum d’intesa con AEL Sistemas per lo sviluppo di un parco tecnologico per la costruzione di satelliti militari. L’accordo è stato contrastato da una intensa campagna della società civile per un embargo militare. Questa campagna era fondata sulla solidarietà con il popolo palestinese e sulla necessità di porre fine all’impunità di Israele, ma è andata anche oltre. Ha ‘smascherato il tentativo di AEL Sistemas’ di passare come una società brasiliana e ha rivelato che era una filiale israeliana, sottolineando il fatto che le imposte brasiliane sarebbero state incanalate verso Israele. Inoltre, ha dimostrato che il trasferimento di tecnologia, in effetti, sarebbe passato dalle università brasiliane ad una società israeliana. In definitiva, il governo ha addotto vincoli di bilancio e il suo impegno alla cooperazione con la comunità e palestinese e ai movimenti come ragioni per porre fine al progetto. Questa è stata una chiara vittoria per il movimento BDS.

Nel mese di gennaio del 2016, la Elbit Systems ha dovuto abbandonare il suo progetto di ricerca e sviluppo del drone (R & S) in Brasile, che aveva lanciato nel 2011 in pompa magna. Il Ministero della Difesa, guidato da un membro del partito comunista filo-palestinese del Brasile, fino al colpo di stato contro il governo del maggio di quest’anno, ha rifiutato i fondi per la sua attuazione. La reticenza del ministero è stata senza dubbio influenzata dalla presa di posizione politica del governo brasiliano. Un alto funzionario della difesa brasiliano ha scatenato una discussione sui media, quando ha avvertito che la spaccatura diplomatica provocata dal rifiuto del Brasile di accettare un leader dei coloni come ambasciatore di Israele avrebbe potuto ritardare l’esecuzione dei contratti militari tra i due paesi. Questa preoccupazione è stata ripresa da altre figure come l’ex-ministro della Difesa, Celso Amorim, il quale sosteneva che ora è il “tempo di diversificare i nostri fornitori” e ridurre la dipendenza eccessiva dalla tecnologia israeliana.

Vale la pena notare che le organizzazioni palestinesi come Stop the Wall e il movimento di solidarietà con la Palestina avevano fornito la prova del fatto che il software, il monitoraggio e la tecnologia di sorveglianza israeliana erano a quel tempo parte integrante di quasi tutti i progetti di sviluppo industriale strategici del Ministero della Difesa brasiliana.

La tecnologia avionica nella maggior parte dei velivoli, l’arsenale dei droni in Brasile, la tecnologia di sorveglianza nei sistemi di controllo delle frontiere, la tecnologia dei carro armati del Brasile, e il sistema di comunicazione delle forze di mare brasiliane sono tutti forniti sia dalla Elbit Systems o da Israel Aerospace Industries  che dalle loro filiali. Ciò si traduce in modo efficace in una perdita di sovranità nazionale e indipendenza, i principi fondamentali sui quali sono impegnate le strutture della difesa. Un rapporto del 2015 da The Marker, il più importante quotidiano economico di Israele, ha giustamente sottolineato che “ragioni politiche” hanno portato a un congelamento de facto delle transazioni militari con il Brasile – uno sviluppo che è particolarmente doloroso per la Elbit Systems.

Senza dubbio, i tempi duri che la Elbit Systems ha dovuto affrontare in Brasile sono in gran parte causa dell’inasprirsi delle relazioni tra Brasile e Israele durante gli ultimi anni del governo guidato dal Partito dei Lavoratori, che ha governato il paese dal 2003 al maggio 2016. Questo a sua volta è in parte il risultato della crescente influenza del movimento BDS nel paese e l’accettazione delle sue argomentazioni nell’ambito di settori del Partito dei Lavoratori. Le campagne di sensibilizzazione che cercano di smantellare

il “Brand Israel” sottolineano che le armi israeliane sono “testate sul terreno” contro i palestinesi e avvertono il pubblico del fatto che i soldi delle tasse vengono spesi per sostenere le imprese militari israeliane. Queste strategie sono penetrate fin dentro l’organizzazione della difesa. Tuttavia, sarà ora necessario per i sostenitori per i diritti umani dei palestinesi identificare nuove strategie, dato il colpo di stato contro il Governo eletto.

Il fallimento del Watchkeeper nel vincere la gara coi droni francesi dimostra che anche in contesti del tutto ostili alle richieste di un embargo militare, l’incantesimo della tecnologia militare israeliana può sbiadire e altri interessi possono prevalere. E’ fondamentale capire che cosa, in un governo apparentemente antagonista ad atteggiamenti pro-Palestina, sta creando spaccature tra i settori militari israeliano e francese e come capitalizzare su questo nel migliore dei modi. Una nuova proposta per un ulteriore contratto su droni, in cui la Elbit Systems è di nuovo tra gli offerenti, rende questo sforzo urgente.

Ciò che queste occasioni di studio dimostrano è che investire tempo ed energia nella comprensione  delle dinamiche nei settori della sicurezza e della difesa della patria è fondamentale per lo sviluppo efficace dell’attivismo del BDS. In questa fase, dato che i vantaggi di una cooperazione militare con Israele diventano sempre più discutibili, gli attivisti  per la Palestina  possono usare questa conoscenza acquisita per fornire, o trovare, alleati che possono offrire argomenti che soddisfano gli interessi dei decisori nazionali. Il risultato netto potrebbe essere la riduzione del mercato dell’industria militare israeliana.

Fonte:  Ma’an News Agency

Traduzione di Aldo Lotta per BDS Italia