Il New York Times lascia che sia Israele a fare il suo “controllo dei fatti”

Michael F. Brown

7 marzo 2019, Electronic Intifada

Il New York Times mi ha detto che è assolutamente disposto ad accettare la parola del governo israeliano sui fatti.

Avevo avvertito il giornale dell’informazione secondo cui l’editorialista Bret Stephens ha travisato i fatti nella sua implicita replica all’incisivo articolo di opinione di Michelle Alexander che chiedeva di rompere il silenzio sulla Palestina.

Stephens aveva scritto: “In questo secolo circa 1.300 civili israeliani sono stati uccisi durante attacchi terroristici palestinesi: questo in proporzione corrisponde a circa 16 volte l’11 settembre negli Stati Uniti.”

Ciò è falso.

Secondo il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem, che raccoglie statistiche scrupolose, dal 29 settembre 2000 alla fine di gennaio di quest’anno sono stati uccisi 823 civili israeliani, insieme a 433 “persone delle forze di sicurezza israeliane”.

Nello stesso periodo circa 10.000 palestinesi sono stati uccisi da Israele – il corrispettivo di decine di 11 settembre, per utilizzare il metro di valutazione di Stephens – anche se per lui a quanto pare le vittime palestinesi non hanno nessuna importanza.

Invece di correggere o verificare con decisione l’informazione errata presentata dal suo editorialista antipalestinese, il caporedattore degli articoli di opinione James Dao mi ha scritto che Stephens aveva avuto la sua “informazione dal governo israeliano, e a me va bene così.”

A me invece non va per niente bene. Trasmettere all’opinione pubblica un’informazione falsa del governo israeliano come se fosse vera è propaganda, non giornalismo o un commento legittimo.

Stephens è autorizzato ad avere le proprie opinioni, ma non i propri dati di fatto. Né lo è il governo israeliano. La parola del governo israeliano – e di Bret Stephens – dovrebbe essere messa a confronto con i dati reali.

In questo caso, non solo ci ha mentito, ma ha affermato che tutti i combattenti palestinesi sono terroristi e tutti gli israeliani – anche i soldati armati dell’occupazione – sono civili.

Il giornale, che giustamente è pronto a contraddire le menzogne del presidente Donald Trump, in questo caso sta prendendo un atteggiamento molto diverso verso le menzogne del primo ministro Benjamin Netanyahu.

Notevole peggioramento

Ciò è pericoloso. E riduce la credibilità di un giornale che ho a lungo sollecitato perché facesse di meglio.

Non aver fatto una rettifica rappresenta un notevole peggioramento da quando, quasi 14 anni fa, parlai al public editor [giornalista incaricato di verificare la correttezza degli articoli pubblicati dal suo quotidiano, ndt.] del New York Times, Daniel Okrent.

Ci sono meno opportunità ora di quante ce ne fossero allora, in quanto il quotidiano non ha più un garante a cui i lettori possano rivolgersi.

Non lo posso sapere con certezza, ma penso che Okrent sarebbe sconcertato dal fatto che il “controllo dei fatti” sia stato appaltato al governo israeliano.

Stephens è di parte. E gioca a favore del razzismo contro i palestinesi. La sua credibilità è stata intaccata – o lo avrebbe dovuto essere – quando ha scritto di un “feticismo del sangue dei palestinesi.” Questo è un estremismo vile e lampante contro il popolo palestinese.

Sorprendentemente ha fatto un’affermazione altrettanto generale nel suo recente articolo domenicale quando ha reagito contro i progressisti che sono sempre più preoccupati per le politiche discriminatorie di Israele: “Tutto ciò è profondamente inquietante per una comunità ebraica che ha in genere visto il partito Democratico come il proprio referente politico.”

Questa è una generalizzazione antisemita da parte di Stephens, né tutti nella comunità ebraica la pensano come sostiene Stephens. Gli ebrei americani non sono monolitici quando si tratta dei tentativi di garantire i diritti e la libertà dei palestinesi.

Molti ebrei si oppongono all’occupazione israeliana e ad altri crimini, e sono profondamente sconvolti dai continui attacchi da parte di membri della lobby israeliana contro donne di colore che parlano a favore dei diritti dei palestinesi.

Oltretutto molti ebrei rifiutano l’ideologia ufficiale di Israele, il sionismo, in quanto colonialismo di insediamento e apartheid. Oltre ai dubbi sollevati da “Jewish Voice for Peace” [“Voce Ebraica per la Pace”, organizzazione di ebrei USA contraria all’occupazione dei territori palestinesi, ndt.] riguardo al sionismo, gruppi ebraici antisionisti includono Neturei Karta [gruppo di ebrei religiosi contrari al sionismo e all’esistenza di Israele, ndt.] e Satmar Hasidim, la principale setta hassidica [corrente religiosa ebraica con tendenze mistiche e messianiche, ndt.] negli Stati Uniti.

Lettere invece di un fatto accertato

Invece di pubblicare una rettifica, Dao mi ha suggerito di mandare piuttosto una lettera. Ma quella era stata la mia reazione prima ancora di rivolgermi a lui.

La lettera non era stata pubblicata. Né avrebbe sortito un risultato del tutto accettabile. Una rettifica da parte del giornale ha un peso molto maggiore rispetto all’opinione di chi avesse scritto una lettera.

Più di un decennio fa il New York Times Magazine [supplemento domenicale del NYT, ndt.] ebbe un approccio simile e insistette che scrivessi una lettera su un errore riguardante la posizione della barriera israeliana e il fatto che in molti punti non separa Israele dalla Cisgiordania occupata ma la Cisgiordania dalla Cisgiordania [perché non segue il percorso del confine tra Israele e Giordania precedente alla guerra del ’67, ma passa per lo più nei territori palestinesi occupati, ndt.].

Invece il supplemento pubblicò una rettifica piuttosto insignificante riguardo all’articolo, rilevando che una didascalia “aveva sbagliato ad identificare un mezzo meccanico su una strada nei pressi della struttura. Si trattava di un veicolo militare israeliano e non di un carrarmato.”

Questa “rettifica” affermava persino che l’articolo a cui faceva riferimento riguardava la “discussa barriera costruita per separare Israele dalla Cisgiordania.” In altre parole, la “rettifica” conteneva un errore peggiore di quello che avrebbe dovuto correggere.

Come segnalato, il giornale da allora ha fatto lo stesso errore e non lo ha corretto nonostante numerose sollecitazioni.

Nel marzo 2017 il giornalista Russell Goldman ha scritto: “L’inafferrabile artista di strada Banksy ha decorato gli interni dell’hotel “Walled Off” [Recintato], un albergo di nove stanze nella città cisgiordana di Betlemme le cui finestre danno sulla barriera che separa il territorio da Israele.”

Ancora una volta il New York Times avrebbe dovuto descrivere una barriera che in larga misura separa i palestinesi tra loro e dalle loro terre all’interno della Cisgiordania occupata.

La posizione della barriera e il fatto che molti israeliani uccisi non erano civili ma forze militari di occupazione sono dati informativi che possono essere facilmente verificabili.

Il fatto che il New York Times rifiuti di correggere Stephens, confidando in modo incondizionato nelle affermazioni di fonti ufficiali israeliane, indica che a Stephens è stato dato troppo spazio per proporre la propaganda legata ad Israele.

Non credo che Dao nutra lo stesso animo antipalestinese di Stephens – e venerdì persino Stephens ha criticato gli “attacchi demagogici contro gli arabi israeliani” da parte di Netanyahu, benché non si sia potuto spingere fino a chiamarli cittadini palestinesi di Israele o manifestare un minimo di preoccupazione per l’occupazione e per i crimini di guerra di Netanyahu a Gaza e in Cisgiordania.

Ma critiche relativamente moderate nei confronti di Netanyahu non possono mitigare grossolani errori riguardo ai fatti, insinuazioni razziste e indulgenza nei confronti delle violazioni dei diritti umani da parte di Israele, come Stephens ha fatto nella sua carriera. Con questi precedenti, Dao non dovrebbe privilegiare la parola di Stephens – e del governo israeliano – rispetto a quella di una credibile organizzazione per i diritti umani.

Il New York Times dovrebbe pubblicare una rettifica alla fine del prossimo articolo di Stephens, chiarendo che il governo israeliano ha fornito un’informazione errata e che chi controlla i fatti non ha cercato altre fonti di informazione più attendibili.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Gruppi LGBTQ invitano al boicottaggio di ‘Eurovision’

Riri Hylton

1 febbraio 2019 The Electronic Intifada

Attivisti per i diritti di gay, lesbiche e transessuali hanno chiesto il boicottaggio del concorso musicale ‘Eurovision’ di quest’anno a Tel Aviv.

Più di 60 gruppi LGBTQ da tutto il mondo si sono uniti ad un nuovo appello per dimostrare solidarietà ai palestinesi.

In una dichiarazione, i gruppi accusano Israele di “usare spudoratamente la competizione ‘Eurovision’ ” per sviare l’attenzione da crimini di guerra.

L’organizzazione “alQaws per la Differenza Sessuale e di Genere nella Società Palestinese” sostiene che Israele sia impegnato in un ‘pinkwashing’ – il cinico uso dei diritti LGBTQ da parte di Stati e imprese per minimizzare le loro attività negative.

Haneen Maikey, direttrice di alQaws, ha detto che “Israele sta usando ‘Eurovision’ come diplomazia della cultura pop” e sta cercando di “sfruttare” i sostenitori LGBTQ della competizione.

Maikey ha affermato che Israele “ostenta sostegno ai diritti dei gay mentre rinchiude migliaia di nativi palestinesi in bantustan.”

La dichiarazione appoggiata dai gruppi LGBTQ sostiene che possono essere riscontrate “assonanze” tra la violenza della polizia e dell’esercito subita dai palestinesi e quella inflitta agli attivisti gay e lesbiche. L’incursione della polizia nel 1969 allo Stonewall Inn di New York e i disordini che ne sono seguiti sono universalmente considerati eventi chiave nella storia del movimento di liberazione LGBTQ.

Progressista?

Nonostante diffonda un’immagine progressista, Israele ha negato uguaglianza di diritti tra coppie eterosessuali ed omosessuali. È anche noto che Israele ha posto sotto sorveglianza i palestinesi LGBTQ ed ha cercato di ricattarli con la minaccia di informare gli amici palestinesi.

L’israeliana Netta Barzilai ha vinto la competizione ‘Eurovision’ 2018 a Lisbona con la canzone pop “Toy” ritenuta a favore dell’emancipazione femminile. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu quella sera ha risposto con una telefonata in diretta alla vincitrice, nel corso della quale ha detto a Barzilai che lei era “la miglior ambasciatrice” del Paese.

Il mattino seguente Netanyahu ha definito la vittoria un “regalo”.

Due giorni dopo la sua vittoria, Barzilai si è esibita in Piazza Rabin, a Tel Aviv.

Qualche ora prima, i soldati israeliani hanno compiuto un massacro durante la Grande Marcia del Ritorno a Gaza. E’ stato il giorno più sanguinoso  dall’attacco a Gaza del 2014 durato 50 giorni.

Barzilai nel 2014 ha fatto parte della marina israeliana e si dice che abbia cantato una canzone per i colleghi che hanno preso parte all’attacco a Gaza [si riferisce all’operazione “Margine protettivo”, ndtr.].

Da allora, è apparsa in molti eventi sponsorizzati da Israele, compreso il Pride di Tel Aviv.

“Tolleranza fittizia”

Gli attivisti LGBTQ stanno cercando di boicottare il Pride di Tel Aviv del 2019, come anche ‘Eurovision’.

“Il Pride di Tel Aviv non è come gli altri cortei pride”, ha dichiarato Maikey. “È un esercizio di ‘pinkwashing’, strettamente connesso al governo israeliano e parte della sua ben collaudata strategia di propaganda del “marchio Israele” per trasformare i turisti gay in comparse per il fittizio spettacolo di tolleranza che ha messo in scena.”

La scorsa estate Barzilai ha rilasciato un’intervista alla Associated Press [agenzia di stampa USA, ndtr.] in cui ha detto: “Israele è fantastico”, ma “abbiamo pessime pubbliche relazioni nel mondo.”

Nel tentativo di promuovere il sostegno a ‘Eurovision’, a novembre Barzilai ha intrapreso un tour. Si è trovata di fronte a proteste e scarsa affluenza.

La sua prima tappa è stata Vienna, dove si è esibita davanti a un pubblico di sole 100 persone, mentre lo spettacolo programmato a Zurigo è stato cancellato a causa della mancanza di interesse riscontrata.

Analogamente, a Berlino si è recato a vederla solo uno scarso numero di persone, in un locale che può ospitare 500 persone.

A Londra si è svolta una manifestazione di protesta particolarmente numerosa, quando Barzilai ha cantato nel gay club Heaven.

All’avvicinarsi di ‘Eurovision’, che si svolgerà a maggio, i sostenitori dei diritti umani hanno intensificato la loro attività. Il mese scorso a Parigi manifestanti hanno invaso il palcoscenico durante un evento indetto per stilare una lista ridotta di candidati a rappresentare la Francia a ‘Eurovision’.

Barzilai stava per presentarsi al pubblico quando è iniziata la protesta.

La campagna di boicottaggio di ‘Eurovision’ di quest’anno ha avuto molto seguito in Irlanda – che ha vinto la competizione ben sette volte.

La sezione radiofonica di Dublino dell’Unione Nazionale Giornalisti ha recentemente messo in discussione ‘Eurovision’. Ha offerto appoggio ai giornalisti che hanno dichiarato obiezione di coscienza per non seguire la competizione.

Questa decisione fa seguito all’impegno preso dalla direzione di RTE, l’emittente irlandese, che nessun membro dello staff subirà punizioni se si rifiuta di andare a Tel Aviv.

E questa settimana 50 artisti britannici hanno chiesto alla BBC di non trasmettere ‘Eurovision’ 2019.

Una lettera pubblicata su The Guardian afferma che “ ‘Eurovision’ può anche essere uno spettacolo leggero, ma non è esente da considerazioni sui diritti umani – e noi non possiamo ignorare la sistematica violazione da parte di Israele dei diritti umani dei palestinesi.”

Tra coloro che hanno firmato la lettera compaiono i musicisti Peter Gabriel e Roger Waters, il regista Ken Loach e la stilista Vivienne Westwood.

“La rapida diffusione spontanea e vivace dell’appoggio all’appello palestinese di boicottare ‘Eurovision’ in Israele ci dà speranza”, ha detto Haneen Maikey di alQaws. “Il ‘marchio’ di Israele è appannato e il suo vero volto di regime coloniale di apartheid si sta sempre più rivelando al mondo.”

Riri Hylton è giornalista e editor freelance che lavora sia nella carta stampata che nel giornalismo radiofonico. Vive tra Londra e Berlino.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Falsi account del partito laburista alimentano la “crisi dell’antisemitismo”

Asa Winstanley

17 gennaio 2019, The Electronic Intifada

Fin dall’inizio le notizie sulla “crisi dell’antisemitismo” nel partito laburista britannico sono state caratterizzate da disonestà, esagerazioni e invenzioni totali.

Il vero bersaglio di questa crisi artificiosa non sono i veri antisemiti, ma Jeremy Corbyn e in generale il movimento di solidarietà con i palestinesi.

Ma ora è emersa una nuova prova della preoccupante tendenza che ha alimentato la polemica fin dalla prima vittoria di Corbyn per la leadership nel settembre 2015.

Un’inchiesta di The Electronic Intifada ha documentato 10 profili twitter falsi che, spacciandosi come sostenitori di Corbyn, hanno postato messaggi violentemente antisemiti.

Gli account presentano somiglianze sufficienti a indicare che li stia gestendo la stessa persona lo stesso gruppo di persone.

Senza il coinvolgimento della polizia o un procedimento giudiziario è impossibile sapere con sicurezza chi ci sia dietro questa rete di finti profili.

Ma comunque sia, stanno chiaramente cercando di calunniare il partito laburista come antisemita.

Responsabili?

Si è ormai appurato che Israele ha condotto tentativi sia segreti che alla luce del sole contro Jeremy Corbyn da quando è diventato capo del partito.

Gruppi anti palestinesi che lavorano in coordinamento con Israele stanno conducendo campagne sotto copertura nei social media.

Un recente esempio è stato rivelato nell’inchiesta di Al Jazeera “The Lobby – Usa” che no è stata mandata in onda.

Come ha mostrato il documentario, “The Israel Project” [Progetto Israele, ndtr.] sta portando avanti una campagna per inserire narrazioni a favore di Israele in pagine facebook popolari e per altri versi innocue.

Ci sono anche cose che facciamo totalmente lontano dai riflettori,” ha detto il direttore esecutivo del gruppo al reporter di Al Jazeera in incognito.

Lo scorso mese un’altra operazione segreta – questa volta condotta dallo Stato britannico – è venuta alla luce dopo che alcuni documenti sono stati rivelati .

La cosiddetta “Integrity Initiative” [Iniziativa Integrità, ndtr.] è stata lanciata nel 2015 ed è diretta da ufficiali dell’intelligence militare britannica.

I suoi documenti suggeriscono che sia coinvolta in quelle che vengono chiamate “tecniche di guerra di informazioni.”

Dopo che le notizie sono filtrate, il governo britannico ha riconosciuto che l’iniziativa è stata finanziata – al momento con 3 milioni di dollari – sia dal ministero degli Esteri che da quello della Difesa.

Tra i bersagli del gruppo segreto c’era il capo del partito laburista Jeremy Corbyn.

Inganno

La rete di account twitter indagata da The Electronic Intifada usa una serie di falsi nomi e foto del profilo.

Anche la lista dei loro follower include molti account che sembrano dubbi, fortemente sospetti di essere falsi follower comprati.

Tutti e dieci gli account sono impegnati in un progetto di inganno, presentandosi come attivisti del partito laburista mentre sono coinvolti nell’antisemitismo.

Molti hanno anche postato violente istigazioni e minacce di morte, spesso contro ebrei.

Tutti e dieci hanno postato i loro contenuti più violenti e antisemiti come risposta ad altri tweet. Ciò significa che è per lo più improbabile che un rapido sguardo alle pagine dei profili riveli qualcosa di evidentemente dubbio.

La maggior parte dei tweet in evidenza é effettivamente del partito laburista o altro materiale politico. Due degli account hanno anche postato vero materiale sulla Palestina.

Una parte del materiale di solidarietà con la Palestina autentico è stato postato o ritwittato da due degli account. Poiché sono stati postati come risposte, i tweet antisemiti potrebbero normalmente essere visti solo da quanti sono in essi citati – o da avversari che stanno attivamente cercando queste risposte per trovare prove dell’“antisemitismo del partito laburista”.

I destinatari della rete di troll [utente di una comunità virtuale, solitamente anonimo, che invia di proposito messaggi provocatori, irritanti o fuori tema, ndtr.] sono stati spesso account di israeliani, filo-israeliani o laburisti importanti. Hanno incluso il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, la deputata della destra laburista Yvette Cooper e lo stesso Jeremy Corbyn.

Finti laburisti

Tutti e dieci gli account si presentano come di sostenitori, attivisti o persino membri dello staff del partito laburista.

Ricerche fatte con il programma di ricerca per immagini di Google confermano che sette delle dieci immagini dei profili sono foto rubate – le altre tre sono probabilmente schermate sottratte da video.

Sei dei dieci profili si presentano come apparentemente musulmani – sono questi profili che hanno postato le frasi antisemite più inquietanti, compresi appelli diretti alla violenza contro gli ebrei.

Questi account hanno nomi arabi, come “Abu Hussein” e “Abu Omar”, e utilizzano foto rubate, alcune di veri o presunti islamisti o estremisti islamici.

Una di queste foto è di Muhammad Qutb, il defunto fratello dell’influente ideologo della Fratellanza Musulmana Sayyid Qutb.

Una prova ancora esistente su twitter mostra che la rete di troll risale almeno al novembre 2015.

La rete

I dieci finti account laburisti che postano discorsi antisemiti analizzati da “the Electronic Intifada” sono:

Tre su dieci sono stati smascherati nel 2017 e nel 2018 dal sito di notizie laburista The Skwawkbox. I tweet della rete di troll sembra intendesse provocare una reazione indignata nei confronti dell’”antisemitismo laburista”, alimentando quindi la crisi.

C’è stata una serie di casi di tali reazioni indignate da parte di parlamentari della destra laburista e in un caso persino di un portavoce del governo israeliano.

Un esempio di come la rete di troll abbia contribuito a guidare la crisi si è avuto l’ultimo giorno della conferenza annuale del partito laburista nel 2016. All’epoca c’era stato un clamore mediatico riguardo al presunto antisemitismo del partito laburista.

Ciò diede come risultato la sospensione dal partito laburista dell’attivista ebrea di colore antisionista Jackie Walker, dopo che si era detta in disaccordo con la definizione di antisemitismo riguardante Israele durante una sessione di formazione che doveva rimanere riservata.

In questa atmosfera febbrile, l’account @dgrintz1ha twittato a Tal Ofer – membro anglo-israeliano del Movimento degli Ebrei Laburisti, filoisraeliano, un gruppo che fin da subito ha sostenuto la narrazione dell’“antisemitismo laburista” – “l’unico sionista buono è quello morto.”

Questo tweet di risposta è stato in seguito ritwittato da Jeremy Newmark – allora presidente del JLM, benché in seguito sia stato obbligato a dare le dimissioni con disonore.

Il JLM ha rapporti strettissimi con l’ambasciata israeliana.

Violento antisemitismo

Un altro esempio tipico ha avuto luogo nel marzo 2018, durante un ulteriore delirio mediatico sulla presunta crisi.

Un nuovo profilo, “Abu Hussein,” ha iniziato a ritwittare Corbyn, il suo importante alleato nel partito laburista John McDonnell ed altri noti account laburisti.

Ma uno sguardo più attento sul profilo @AbuHusseinLab ha rivelato un quadro inquietante.

In una risposta che prendeva di mira gli account ufficiali di Corbyn e McDonnell “Abu Hussein” ha minacciato la “Jihad” contro gli “ebrei”, insieme al disegno di un coltello insanguinato.

Ma l’account aveva rubato la foto del suo profilo da un sito di incontri.

Abu Hussein” è stato segnalato a twitter da chi scrive e da altri utenti per il suo violento razzismo. Ma la rete di troll ha semplicemente aperto altri account – almeno quattro dei suoi presunti account musulmani hanno iniziato a twittare nell’aprile 2018.

Lo stesso mese la crisi sul presunto antisemitismo ha continuato a imperversare nel partito. E l’evidente opposizione di Israele al partito laburista è stata condotta in modo palese, provocando notizie in prima pagina con la sospensione dei rapporti con l’ufficio di Corbyn a causa del suo “odio per le politiche del governo dello Stato di Israele” e del suo presunto antisemitismo.

Nell’ottobre 2018 un nuovo falso account laburista ha iniziato a twittare: @DeanBrownLab.

Dean Brown” ha affermato di essere “un ex membro dello staff del partito laburista” e di far parte di “Momentum” – un gruppo scaturito dalla campagna per l’elezione di Corbyn a leader del partito laburista.

Il 27 ottobre, il giorno del massacro di Pittsburgh negli USA, l’account ha twittato al primo ministro israeliano: “VE LA SIETE CERCATA.”

Da allora il neonazista Robert Bowers è stato imputato della morte quel giorno di 11 fedeli ebrei alla sinagoga “Albero della Vita”. Egli avrebbe detto alla polizia di volere “la morte di tutti gli ebrei.”

L’account è immediatamente scomparso. L’obiettivo di calunniare gli attivisti del partito laburista era stato raggiunto.

Ma, come ha rivelato subito The Skwawkbox, fonti del partito laburista hanno sottolineato che nessun Dean Brown ha mai lavorato per Jeremy Corbyn. Anche “Momentum” ha confermato di non sapere niente dell’iscrizione di un tale Dean Brown.

La foto usata dall’account era di una persona totalmente innocente ed era stata rubata da un articolo sulla stampa locale.

Una montatura

Questa rete di troll dimostra come sia facile per un individuo o un piccolo gruppo di persone trasmettere una falsa immagine sui social media.

Benché non ci siano prove che “Wesley Brown,” “Abu Hussein” o uno qualunque degli altri sia mai esistito – per non parlare del fatto che siano membri del partito laburista – la rete di troll ha ingannato politici di alto profilo.

È stato facile farlo, dato che i falsi profili corrispondono alla narrazione preconcetta secondo cui l’antisemitismo è molto diffuso nel partito laburista, soprattutto nella sinistra favorevole a Corbyn.

Quelli che hanno creato i falsi account hanno anche sfruttato i pregiudizi anti-islamici secondo cui l’antisemitismo è endemico tra i musulmani, compresi gli attivisti all’interno del partito laburista.

Dato che la narrazione predominante nei media è così spesso basata su prove falsificate, si auspicano da tempo un serio riesame e un’estrema prudenza riguardo a future affermazioni.

Asa Winstanley è un giornalista investigativo e un redattore associato di “The Electronic Intifada”.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Ragazza palestinese colpita a morte ad un checkpoint israeliano

Ali Abunimah

30 gennaio 2019, Electronic Intifada

Mercoledì forze israeliane hanno ucciso una ragazza palestinese al checkpoint di al-Zaayim nella Cisgiordania occupata a est di Gerusalemme.

La polizia israeliana ha sostenuto che Samah Zuhair Mubarak ha tentato di accoltellare una guardia di sicurezza del posto di controllo prima di essere colpita mortalmente.

Il ministero della Sanità dell’Autorità Nazionale Palestinese ha attribuito a Mubarak l’età di 16 anni, e i mezzi di comunicazione hanno informato che era in terza superiore.

Come in molti casi precedenti in cui un presunto aggressore palestinese è stato ucciso, nessun soldato israeliano è rimasto ferito durante l’incidente.

Un portavoce della polizia israeliana ha twittato una foto del coltello che secondo lui portava Mubarak: la polizia israeliana ha anche rilasciato un montaggio video che mostrerebbe parte dell’incidente.

Il filmato mostra una persona tutta vestita di nero e con uno zainetto che si avvicina al checkpoint. Poi mostra da lontano una lite in cui una persona appare inciampare o fare un balzo in avanti, e poi cadere all’indietro a terra come se le avessero sparato.

Il video è tagliato, per cui non mostra quello che è successo nei secondi precedenti alla discussione e agli spari.

Mostra anche un soldato che mette le manette a Mubarak chiaramente inerme stesa a terra, mentre un altro soldato le punta contro un fucile.

Cure mediche negate

In molti casi di attacchi presunti o reali da parte di palestinesi contro soldati israeliani, le forze di occupazione hanno abitualmente utilizzato forza letale – esecuzioni extragiudiziarie – contro persone che non rappresentavano un pericolo imminente o avevano smesso di rappresentare un pericolo.

Dopo gli spari di mercoledì il “Times of Israel” [giornale on line israeliano che si autodefinisce indipendente, ndtr.] ha affermato: “In alcuni casi fonti ufficiali israeliane hanno detto che palestinesi sembravano aver attuato aggressioni o tentato di farlo per essere uccisi dalle forze di sicurezza israeliane, come forma di ‘suicidio per mano di un poliziotto’”.

I media locali hanno informato che le forze israeliane hanno impedito ai primi soccorritori di prestare aiuto a Mubarak dopo che era stata colpita.

Nessuna delle immagini rilasciate dalla polizia israeliana o che hanno circolato nelle reti sociali e visionate da “Electronic Intifada” mostra assistenza a Mubarak da parte di personale medico o che siano stati messi in atto tentativi di salvarle la vita.

Generalmente cure mediche a palestinesi colpiti dalle forze di occupazione israeliane vengono negate o attivamente impedite.

Riguardo a simili incidenti del passato, Amnesty International ha affermato che “in base alle leggi internazionali è un dovere fondamentale fornire soccorso sanitario a un ferito, e non farlo – soprattutto se in modo intenzionale – viola il divieto di tortura e di altre punizioni crudeli, inumane e degradanti.”

Famiglia scioccata

Un membro della famiglia ha detto ai media palestinesi che, in seguito all’uccisione di Mubarak, Israele ha arrestato suo padre Zuhair Mubarak dopo averlo convocato per un interrogatorio alla prigione militare di Ofer.

“Noi sapevamo che Samah stava andando a scuola e siamo rimasti sorpresi dalla notizia della sua morte. Non sappiamo nessun altro dettaglio su quello che è avvenuto al posto di controllo,” ha aggiunto il membro della famiglia.

La famiglia di Mubarak è originaria della Striscia di Gaza, ma vive nella città di al-Ram, nella Cisgiordania occupata a nord di Gerusalemme, dove suo padre si è trasferito all’età di 18 anni.

È la terza minorenne palestinese ad essere uccisa dalle forze israeliane dall’inizio del 2019. “Samah aveva una personalità infantile, non aveva opinioni o ideologie estremiste, era di una famiglia religiosa, siamo tutti religiosi, e non avrebbe mai fatto quello che sostiene Israele,” ha detto alla rivista Donia al-Watan [sito palestinese di notizie in rete, ndtr.] lo zio di Samah, Fathi al-Khalidi.

Candelotto lacrimogeno letale

Nel contempo martedì a Gaza il quarantasettenne Samir Ghazi al-Nabbahin è morto in seguito alle ferite ricevute durante le proteste della Grande Marcia del Ritorno dello scorso venerdì.

Il ministero della Sanità di Gaza ha affermato che al-Nabbahin era stato colpito al volto da un candelotto lacrimogeno sparato dalle forze di occupazione israeliane.

Il 14 gennaio un altro palestinese di Gaza, il tredicenne Abd al-Raouf Ismail Salha, era morto in seguito alle lesioni riportate quando giorni prima era stato colpito alla testa da un candelotto lacrimogeno israeliano. Al-Nabbahin è stato sepolto mercoledì in mezzo a scene di dolore.

Martedì almeno altri cinque palestinesi sono rimasti feriti dal fuoco israeliano mentre partecipavano a una marcia settimanale nel nord di Gaza contro il blocco marittimo israeliano del territorio.

Tamara Nassar ha contribuito alla ricerca.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Israele uccide un ragazzino in Cisgiordania e un manifestante a Gaza

Maureen Clare Murphy

26 gennaio 2019, Electronic Intifada

Venerdì le forze di occupazione israeliane hanno ucciso un ragazzino palestinese in Cisgiordania e un uomo durante le proteste della Grande Marcia del Ritorno a Gaza.

Questi morti portano a quattro il numero dei palestinesi che sono stati uccisi dal fuoco dell’esercito israeliano durante la settimana, dopo che lunedì soldati hanno sparato e ucciso un uomo in Cisgiordania e martedì hanno lanciato un proiettile d’artiglieria contro un posto di osservazione di Hamas a Gaza, uccidendo un combattente.

Ayman Ahmad Hamid, 16 anni, è morto venerdì dopo essere stato colpito da soldati israeliani lungo la Route 60, un’autostrada utilizzata dai coloni, nei pressi del villaggio di Silwad, nella zona centrale della Cisgiordania.

L’esercito israeliano ha affermato di aver sparato a tre persone sospettate di lanciare pietre contro i veicoli in transito lungo l’autostrada. Un secondo palestinese è rimasto ferito ad una mano durante l’incidente ed è stato portato in ospedale per essere curato.

Minori uccisi e feriti

Hamid è il secondo ragazzino palestinese ucciso quest’anno dalle forze israeliane. Abd al-Raouf Ismail Salha, 13 anni, è morto il 14 gennaio dopo essere stato colpito alla testa da un candelotto lacrimogeno durante le proteste a Gaza qualche giorno prima.

Durante la settimana almeno altri tre giovani sono stati seriamente feriti in Cisgiordania dalle forze israeliane.

Venerdì è stato riferito che un giovane sarebbe stato colpito alla testa da un proiettile di acciaio rivestito di gomma durante la settimanale manifestazione contro l’occupazione a Ras Karkar, nella zona centrale della Cisgiordania. Il ministero della Sanità dei territori ha detto ai media che il ragazzo non identificato “ha subito una frattura del cranio, che ha provocato un’emorragia interna.”

Venerdì a Yatta, a sud de Hebron, un bambino di 6 anni sarebbe stato seriamente ferito dopo essere stato investito da una jeep dell’esercito israeliano.

Mezzi di informazione palestinesi hanno riferito che le forze di occupazione hanno trasportato il bambino, Sabri Assaf al-Jabarin, in un ospedale in Israele.

Giovedì l’adolescente palestinese Muhammad Issam al-Qawasmi è stato colpito e gravemente ferito da forze israeliane in borghese nel campo profughi di Shuafat, a Gerusalemme est.

Una fonte ufficiale del campo profughi ha detto ai media che al-Qawasmi è stato colpito da un proiettile entrato dalla schiena ed uscito dallo stomaco.

Al suo arrivo all’ospedale “Hadassah” di Gerusalemme per cure d’emergenza, è stato riferito che le forze israeliane hanno arrestato l’adolescente.

Sempre in Cisgiordania le forze israeliane hanno trasferito le spoglie di Hamdan al-Arda, un uomo d’affari ucciso dalle forze di occupazione ad al-Bireh lo scorso mese.

Riguardo alla morte di al-Arda, sul momento Israele aveva sostenuto che l’uomo aveva cercato di investire i soldati con la sua macchina, ma questa versione è stata presto smascherata.

Israele ha sottratto il corpo di al-Arda alla sua famiglia per più di 40 giorni.

Manifestante ucciso a Gaza

Durante la quarantaquattresima protesta settimanale di seguito, tenuta all’insegna della Grande Marcia del Ritorno, nella Striscia di Gaza è stato ucciso Ihab Atallah Hussein Abed, 24 anni.

Adel è stato ferito da un proiettile vero al petto durante una manifestazione a est di Rafah, nella parte più meridionale di Gaza.

Secondo “Al Mezan”, un gruppo per i diritti umani con sede a Gaza, oltre 150 dimostranti sono rimasti feriti durante le proteste.

Tra i feriti durante le proteste di venerdì ci sono cinque paramedici e un giornalista.

Più di 180 palestinesi sono stati uccisi durante le proteste della Grande Marcia del Ritorno dal loro inizio il 30 marzo 2018.

Il ministero della Sanità ha ripetuto il suo disperato allarme per l’“imminente paralisi” dei servizi sanitari nel territorio, in quanto gli ospedali hanno esaurito il combustibile d’emergenza.

Gli ospedali di Gaza fanno affidamento su generatori di riserva durante le frequenti interruzioni di corrente, ma le scorte di carburante per questo scopo si sono esaurite.

Venerdì l’inviato del Qatar a Gaza ha annunciato che 15 milioni di dollari promessi dal Paese per pagare i salari dei dipendenti pubblici a Gaza verranno invece utilizzati per potenziare i servizi medici e l’elettricità nel territorio.

Hamas avrebbe rifiutato l’ultima rata del finanziamento del Qatar affermando che i palestinesi di Gaza vengono utilizzati come pedine in vista delle imminenti elezioni israeliane.

Israele ha ritardato la consegna [dei fondi del Qatar, ndtr.] ed ha condizionato l’attuale rata alle modalità delle proteste della Grande Marcia del Ritorno del venerdì.

Secondo i media israeliani Benjamin Netanyahu avrebbe calcolato che la consegna del denaro a Gaza sarebbe politicamente troppo onerosa in vista delle elezioni previste per il 9 aprile.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Cento prigionieri palestinesi feriti durante attacchi israeliani

Tamara Nassar

22 gennaio 2019, Electronic Intifada

Da domenica durante una serie di incursioni forze israeliane hanno ferito più di 100 prigionieri palestinesi nella prigione israeliana di Ofer, nei pressi della città di Ramallah, nella Cisgiordania occupata.

Il quotidiano israeliano Haaretz ha informato che da allora alcune unità dell’esercito israeliano hanno fatto irruzione in altre due prigioni, in quella di Nafha nella regione del Naqab [Negev in arabo, ndtr.], nella parte meridionale di Israele, e nella prigione di Gilboa, nel nord, dopo che avrebbero ricevuto una segnalazione dall’intelligence secondo cui membri della Jihad Islamica, un’organizzazione politica della resistenza palestinese, avevano dei telefonini.

Secondo la rete di notizie “Qud News” i soldati hanno utilizzato pallottole di acciaio rivestite di gomma, candelotti lacrimogeni, cani dell’esercito e bombe assordanti contro i prigionieri palestinesi. Anche tre celle sono state totalmente bruciate.

Secondo l’Associazione dei prigionieri palestinesi la maggior parte delle ferite sono state provocate dai proiettili di acciaio rivestiti di gomma e molti prigionieri sono stati trasferiti in ospedale. Circa 20 sono ancora ricoverati.

Si è trattato dell’attacco più grave contro i prigionieri palestinesi da più di un decennio, secondo l’associazione, che aggiunge che ciò rappresenta “un grave pericolo per la vita e la sorte dei prigionieri.”

Punizione collettiva

Secondo il “Times of Israel” [giornale in rete che si definisce “indipendente”, ndtr.] il ministro della Sicurezza pubblica Gilad Erdan ha affermato che il Servizio Penitenziario Israeliano “continuerà ad agire con tutta la forza” e “userà ogni mezzo a sua disposizione” per controllare quelle che ha definito “rivolte”.

Erdan ha confermato le sue intenzioni, annunciate all’inizio del mese, di peggiorare le condizioni dei palestinesi nelle prigioni israeliane e di ridurre il loro livello di vita “al minimo indispensabile”.

Erdan ha annunciato il blocco dei fondi sociali per i detenuti dell’Autorità Nazionale Palestinese, riducendo l’autonomia dei prigionieri e l’erogazione di acqua.

Secondo Haaretz, ha sostenuto che il “consumo di acqua” dei prigionieri è “folle” e un modo per loro di “sovvertire lo Stato”,

Il giornale non ha specificato quanta acqua avrebbero utilizzato i prigionieri palestinesi.

L’associazione dei prigionieri ha chiesto alle organizzazioni per i diritti umani, soprattutto al Comitato Internazionale della Croce Rossa, di intervenire per porre fine alla brutale aggressione contro i prigionieri di Ofer, che ospita circa 1.200 detenuti.

Dopo aver parlato con Louai al-Mansi, un rappresentante dei minori imprigionati a Ofer, l’associazione dei prigionieri ha inoltre sostenuto che le forze di occupazione israeliane hanno anche fatto un’incursione nella sezione che ospita i minori palestinesi detenuti a Ofer, obbligandoli a stare contro un muro e minacciandoli con fucili e con cani della polizia militare.

L’associazione dei prigionieri ha detto che i minori di Ofer sono in uno stato di panico e terrore, aggiungendo che un ragazzino di 15 anni è rimasto traumatizzato e non ha potuto parlare fino a martedì mattina.

Resistenza

I prigionieri di Ofer hanno annunciato una campagna di resistenza contro l’aggressione israeliana, definendola la “Battaglia per l’Unità e la Dignità”.

“Stiamo affrontando una nuova fase della repressione che minaccia le nostre vite di prigionieri,” hanno detto i detenuti in un comunicato.

Hanno ammonito i partiti politici e i dirigenti israeliani di non cercare di utilizzarli per fini politici nel contesto delle imminenti elezioni israeliane, imponendo loro misure più pesanti.

I prigionieri della Jihad Islamica hanno condannato l’aggressione israeliana ed hanno promesso una risposta.

“Non consentiremo che le prigioni siano una piattaforma di propaganda elettorale e affermiamo di aver preso la decisione di opporci e difendere noi e la nostra dignità,” ha detto l’organizzazione dei prigionieri del gruppo politico e della resistenza in una dichiarazione.

I prigionieri della Jihad islamica hanno riaffermato che bruceranno ogni cella attaccata dall’”Unità terrorista Metzada”, un riferimento alle forze speciali israeliane.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Cecchino israeliano uccide donna di Gaza, prima vittima del 2019

Maureen Clare Murphy

11 gennaio 2019 Electronic Intifada

Una donna colpita venerdì durante le proteste nella Striscia di Gaza occupata è la prima vittima palestinese per mano delle forze di occupazione israeliane nel 2019. Lo stesso giorno un uomo palestinese è stato colpito e gravemente ferito dalle forze israeliane in Cisgiordania.

Amal al-Taramsi, 44 anni, è morta a est di Gaza City dopo che le hanno sparato con proiettili veri alla testa durante le manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno. Secondo il gruppo per i diritti umani con sede a Gaza “Al Mezan”, quando è stata colpita si trovava a 200 metri dalla barriera di confine.

Al-Taramsi è la terza donna ad essere uccisa durante la serie di proteste iniziate il 30 marzo dello scorso anno. Le altre due vittime sono state la dottoressa Razan al-Najjar e la quattordicenne Wesal al-Sheikh Khalil.

Più di 180 palestinesi sono stati uccisi durante le dimostrazioni della Grande Marcia del Ritorno che si sono tenute lungo i confini orientali e settentrionali di Gaza.

Secondo Al Mezan, le forze israeliane hanno anche lanciato di proposito candelotti lacrimogeni contro i corpi di palestinesi durante le proteste di venerdì, ferendo 68 persone.

Paramedici e giornalisti presi di mira

Il paramedico volontario Mustafa al-Sinwar, 22 anni, è rimasto gravemente ferito quando è stato colpito alla gola da un lacrimogeno mentre svolgeva il suo lavoro durante le manifestazioni a est di Khan Younis, a sud di Gaza.

Husni Salah, 25 anni, fotogiornalista che lavora per l’agenzia di notizie AFP [Agenzia France Presse, ndtr.], è stato colpito al volto con un candelotto lacrimogeno mentre stava informando sulle proteste lungo il confine centro-orientale di Gaza.

Anche un altro giornalista, Hussein Karsou, 44 anni, è stato colpito al volto da un lacrimogeno a est di Gaza City.

Circa 150 palestinesi sono rimasti feriti durante le proteste di venerdì. Un filmato mostra una persona che sarebbe stata gravemente ferita dopo essere stata colpita alla testa.

Il ministero della Salute di Gaza ha affermato che, da quando sono iniziate, circa 14.000 persone sono state ricoverate in ospedale per le ferite riportate durante le manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno.

I dimostranti chiedono la fine dell’assedio israeliano contro il territorio e che i rifugiati palestinesi possano esercitare il loro diritto al ritorno alle terre da cui le loro famiglie sono state espulse nel periodo della fondazione di Israele nel 1948.

Due terzi dei più di due milioni di abitanti di Gaza sono rifugiati, molti dei quali originari delle terre che si trovano appena al di là della barriera di confine di Israele.

Nel contempo nella Cisgiordania occupata un uomo palestinese è stato colpito da un civile israeliano e da soldati.

L’esercito israeliano sostiene che Ghazi Skafi, 35 anni, ha cercato di accoltellare dei soldati a un posto di controllo militare nella colonia di Kiryat Arba [colonia di stremisti nazional-religiosi, ndtr.], nei pressi di Hebron.

Un video mostra che l’uomo è stato colpito due volte, prima da un uomo con abiti civili e poi da un soldato in uniforme. “Uccidilo” dice nel filmato in inglese un uomo non ripreso dalla telecamera.

Si sentono anche persone che assistono alla scena affermare “Dio è buono, dio è buono” e “Brucia all’inferno, stronzetto” in inglese con accento nordamericano.

Il video mostra Skafi steso sulla strada con sopra una coperta. La cinepresa si sposta verso destra e mostra a terra quello che sembra un piccolo coltello.

Secondo quanto riferito dai media, Skafi è stato curato all’ospedale per ferite all’addome e alle gambe.

Lo scorso anno le forze israeliane e civili armati hanno ucciso 15 palestinesi responsabili, o presunti tali, di attacchi contro israeliani in Cisgiordania.

Incursioni a Ramallah

Questa settimana per cinque giorni consecutivi le forze israeliane hanno fatto incursioni a Ramallah, la sede dell’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania, e nella vicina città di al-Bireh.

Gli attacchi hanno avuto luogo nel contesto di una caccia all’uomo alla ricerca di un palestinese che la scorsa settimana ha aperto il fuoco contro un autobus che trasportava coloni israeliani, ferendone uno.

Le forze di occupazione hanno fatto irruzione in negozi ed hanno sequestrato riprese di telecamere di sicurezza.

Un’abitante di Ramallah si è servita di Twitter per descrivere come le incursioni hanno colpito la sua vita familiare.

Durante gli attacchi giovani palestinesi si sono scontrati con le forze di occupazione israeliane.

All’inizio della settimana le forze israeliane hanno arrestato Assem Barghouti, che Israele accusa di aver perpetrato l’aggressione armata in cui il mese scorso sono rimasti feriti a morte due soldati in Cisgiordania.

È anche accusato da Israele di essere coinvolto in un’altra sparatoria in Cisgiordania a dicembre, in cui una donna israeliana incinta è stata gravemente ferita. Il suo bambino, nato prematuro, è morto pochi giorni dopo il parto indotto.

Israele ha incolpato Saleh Barghouti, fratello di Assem, di essere l’uomo armato che ha perpetrato l’attacco.

Lo scorso mese il gruppo palestinese per i diritti umani Al-Haq ha fatto un pressante appello riguardo al caso di Saleh Barghouti al Gruppo di Lavoro dell’ONU per le Persone Forzatamente o Involontariamente Scomparse.

Secondo la documentazione di Al-Haq, compresi testimoni oculari, Barghouti è stato catturato vivo il 12 dicembre. Qualche ora dopo la sua scomparsa, i media israeliani hanno informato che Barghouti era stato ucciso da Yamam, un’unità speciale della polizia di frontiera di Israele.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Com’è cresciuta la campagna per il boicottaggio di Israele nel 2018?

Nora Barrows-Friedman

31 dicembre 2018, Electronic Intifada

Il 2018 è stato un anno di vittorie degli attivisti per i diritti umani nonostante pesanti pressioni, attacchi e tentativi propagandistici da parte di Israele e dei suoi gruppi lobbistici di ripulire la sua immagine.

All’inizio dell’anno si è appreso che l’alleanza del presidente USA Donald Trump con gruppi suprematisti bianchi e personaggi antisemiti ha spinto verso il basso l’appoggio nei confronti di Israele, soprattutto tra i giovani ebrei americani.

In ottobre un altro sondaggio ha confermato che il sostegno a favore di Israele viene soprattutto dalla base di Trump, un ricettacolo di opinioni di estrema destra, di nazionalisti bianchi e di cristiani sionisti, mentre quello da parte di altri americani continua a ridursi.

All’inizio dell’anno l’AIPAC, il più potente gruppo della lobby israeliana al Congresso [USA], ha dovuto ammettere di dover affrontare crescenti difficoltà nei suoi tentativi di consolidare l’appoggio a Israele tra i dirigenti progressisti americani.

Tuttavia l’AIPAC, insieme all’“Anti-Defamation League” [Lega contro la Diffamazione, ndtr.] e gruppi di pressione simili, hanno continuato a insistere a favore di una legge federale – l’“Israel Anti-Boycott Act” [Legge contro il Boicottaggio di Israele, ndtr.] – che intende criminalizzare i sostenitori del movimento per il boicottaggio, anche se a porte chiuse l’ADL è giunto alla conclusione che tali leggi sono inefficaci e incostituzionali.

Ma ci sono segnali che persino i sostenitori più accaniti di Israele al Congresso hanno iniziato a tirarsi indietro.

Proprio nelle scorse settimane i senatori Bernie Sanders del Vermont e Dianne Feinstein della California hanno esortato i principali leader del Congresso a togliere l’Israel Anti-Boycott Act da un pacchetto di norme di bilancio, facendo riferimento a palesi violazioni del Primo Emendamento [primo articolo della Costituzione USA, ndtr.].

Ali Abunimah, di “The Electronic Intifada”, ha sottolineato che , dopo il premeditato massacro di palestinesi a Gaza del 30 marzo da parte di Israele, nessun democratico di entrambe le Camere del Congresso USA ha parlato in difesa delle azioni di Israele, una notevole differenza nella politica di parlamentari che nel passato lo hanno immediatamente fatto.

Ciò riflette il riconoscimento della sempre più negativa immagine di Israele, soprattutto tra la base democratica.

Gli attacchi di Israele contro gli attivisti del BDS sono stati a volte assurdi – come quando alla fine del 2017 un gruppo israeliano sostenuto dal Mossad per la lotta giudiziaria ha denunciato due attivisti neozelandesi per aver spinto con successo la pop star Lorde ad annullare la sua esibizione a Tel Aviv.

Gli attivisti citati in quell’azione legale – che secondo esperti di diritto non potrebbe essere applicata – hanno sfruttato la pubblicità derivante dal caso per raccogliere fondi a sostegno di un centro per l’assistenza psichiatrica a Gaza e per suscitare maggiore attenzione sulla crisi umanitaria in tutta la Palestina.

La diffusione da parte di “The Electronic Intifada” di un documentario censurato prodotto da Al Jazeera sulle strategie della lobby israeliana negli USA ha contribuito a svelare i tentativi di Israele e dei suoi lobbisti di spiare, calunniare e intimidire i cittadini USA che appoggiano i diritti umani dei palestinesi, soprattutto del movimento BDS.

Nonostante attacchi, calunnie e minacce da parte di Israele, gli attivisti a favore del boicottaggio continuano a ottenere notevoli risultati – con sommo sgomento dei dirigenti israeliani.

Stiamo evidenziando i crimini e le politiche di apartheid di Israele e facendo pressione per porvi fine,” hanno rilevato importanti attivisti del movimento BDS nella loro riunione annuale sui risultati più importanti del boicottaggio.

Ecco alcune delle principali vittorie del BDS su cui “The Electronic Intifada” ha informato nel corso dell’anno.

Israele continua ad avere un’immagine negativa

Nel 2018 alcuni artisti hanno continuato a rinunciare ad esibirsi in Israele, in seguito a insistenti appelli da parte di attivisti per i diritti umani in Palestina e in tutto il mondo.

Shakira e Gilberto Gil hanno guidato una lista di importanti cancellazioni, mentre decine di DJ e produttori musicali si sono pubblicamente impegnati a non esibirsi nello Stato dell’apartheid.

Durante l’estate il festival israeliano “Meteor” si è chiuso senza la sua artista più importante, Lana del Rey, che ha rinunciato al suo spettacolo pochi giorni prima che il festival iniziasse, affermando di voler “trattare tutti i suoi fan allo stesso modo.”

Altre sedici esibizioni del festival “Meteor”, compreso quello di “Of Montreal” [gruppo musicale USA, ndtr.] sono state annullate dal festival in seguito a pressanti appelli da parte di attivisti palestinesi e internazionali a rispettare la richiesta di boicottaggio.

In aprile l’attrice israelo-americana Natalie Portman si è rifiutata di ricevere un premio a Gerusalemme, a quanto pare in seguito ai massacri di palestinesi da parte di Israele, con grande sdegno e sconcerto dei dirigenti israeliani.

In giugno 11 registi LGBTQ si sono rifiutati di consentire a Israele di utilizzarli per occultare i suoi crimini, unendosi al boicottaggio del TLVFest – il festival internazionale LGBT di Tel Aviv.

Alcuni artisti hanno boicottato anche il Film Festival di Istanbul, dopo che si è saputo che Israele lo stava sponsorizzando.

Il boicottaggio culturale ha ottenuto successi anche nel mondo dello sport, in quanto in giugno la nazionale di calcio argentina ha annullato una partita molto importante con Israele dopo un’intensa campagna internazionale iniziata in Argentina e che ha travolto l’America latina e la Spagna. Tifosi e attivisti hanno sollecitato l’Argentina e la stella della squadra, Lionel Messi, a non aiutare Israele a nascondere i massacri di civili disarmati a Gaza.

All’inizio dell’anno una corsa motociclistica sponsorizzata dalla Honda in Israele è stata annullata in seguito a pressioni di attivisti BDS.

In autunno altri tentativi propagandistici di Israele sono falliti e grandi cuochi a livello internazionale hanno rinunciato al festival “Tavole Rotonde”, mentre una fonte diplomatica israeliana ha ammesso che centinaia di eventi culturali inclusi nella “Saison France-Israël” [Stagione Francia-Israele], “non hanno avuto nessun successo riguardo all’immagine di Israele in Francia, o a quella della Francia qui [in Israele, ndtr.].”

Nel contempo in tutta Europa gli attivisti continuano a fare pressione sulle emittenti televisive per non consentire a Israele di ospitare la competizione canora “Eurovision” come parte della sua campagna di riverniciatura della sua immagine.

Manifestanti hanno tenuto regolarmente proteste fuori dalle esibizioni di Netta Barzilai, la vincitrice israeliana dell’Eurovisione 2018 che è stata utilizzata come parte dei tentativi di propaganda a livello internazionale sostenuti ufficialmente dal Paese.

Chiese, imprese e sindacati lasciano Israele

A dicembre il gigante bancario HSBC [primo istituto di credito europeo, con sede a Londra, ndtr.] ha confermato di aver disinvestito dall’impresa bellica israeliana Elbit Systems in seguito a una campagna dal basso.

L’impresa [israeliana, ndtr] è già stata esclusa da fondi pensione e di investimento in tutto il mondo per il suo coinvolgimento nella fornitura di sistemi di sorveglianza e altre tecnologie al muro di Israele e alle colonie nella Cisgiordania occupata.

Affermando di essere la prima chiesa britannica a prendere una simile iniziativa, in novembre la chiesa dei quaccheri ha annunciato che non avrebbe investito alcun fondo posseduto a livello centrale che tragga profitto dalle violazioni dei diritti umani da parte di Israele.

Unendosi ad altre congregazioni religiose cristiane degli USA, la chiesa episcopale ha votato per l’adozione di un controllo sugli investimenti per evitare di trarre profitto da violazioni dei diritti umani contro i palestinesi. Ha anche deciso di tutelare i diritti dei minori palestinesi e dei palestinesi di Gaza, di appoggiare l’autodeterminazione dei palestinesi e di chiedere la prosecuzione dell’aiuto USA ai rifugiati palestinesi.

Un’altra risoluzione chiede un giusto accesso a Gerusalemme e si oppone allo spostamento dell’ambasciata USA in città da parte dell’amministrazione Trump.

In agosto lavoratori del sindacato e attivisti del boicottaggio nel mondo arabo hanno obbligato la compagnia di navigazione israeliana “Zim” a interrompere a tempo indefinito i suoi viaggi verso la Tunisia.

La principale federazione sindacale tunisina, la UGTT, ha chiesto ai propri membri di impedire alla nave “Cornelius A”, legata ad Israele, di fare scalo in Tunisia ed ha appoggiato le richieste di un’inchiesta ufficiale sul commercio clandestino con Israele.

Lavoratori giordani hanno rifiutato di fornire materiale per il gasdotto Giordania-Israele, mentre l’impresa francese Systra si è impegnata a ritirarsi dai piani di espansione del progetto della metropolitana leggera di Israele [a Gerusalemme, ndtr.].

E a novembre il gigante dell’affitto per turisti Airbnb ha annunciato che avrebbe tolto dal suo elenco di offerte proprietà in colonie israeliane nella Cisgiordania occupata. In base alle leggi internazionali ogni colonia israeliana nei territori occupati è illegale.

Benché a questo proposito chi sia stata una certa confusione riguardo a se – e quando – questo cambiamento di politica aziendale verrà messo in pratica o se l’impresa, sotto pressione di Israele, farà marcia indietro rispetto al suo annuncio, ciò è servito a mettere in luce la complicità dell’impresa rispetto ai crimini di guerra israeliani.

Amministrazioni locali sostengono il boicottaggio

Nonostante i tentativi della lobby israeliana di interferire sulle politiche locali e nazionali, consigli comunali in Europa e in America Latina hanno approvato dure risoluzioni di appoggio alla campagna BDS, con una crescente ondata di resistenza ai crimini di guerra di Israele contro i palestinesi.

In giugno Monaghan è diventato il quinto consiglio provinciale o comunale irlandese a dichiarare il proprio sostegno al BDS. Ha fatto seguito al voto in aprile di Dublino, diventata la prima capitale europea a farlo, che ha aderito a un boicottaggio contro Israele e di conseguenza ha interrotto un contratto con HP, una ditta di computer da lungo tempo complice dell’occupazione militare di Israele.

Più o meno nello stesso periodo il consiglio comunale di Valdivia, in Cile, ha approvato una mozione che sostiene la campagna BDS e ha dichiarato la città “zona libera dall’apartheid”.

Una serie di iniziative di “zona libera dall’apartheid” simili è stata approvata da più di 30 città spagnole.

A maggio anche Bologna, la settima città d’Italia per numero di abitanti, ha chiesto un embargo militare contro Israele [sulla scia di Bologna anche i consigli comunali di Torino e Napoli hanno approvato la stessa richiesta. ndtr]

A giugno la Norvegia ha approvato una mozione che appoggia il diritto di singole città di boicottare colonie israeliane, assestando un duro colpo a politici di destra che avevano cercato di opporsi ai boicottaggi approvati nelle città di Trondheim and Tromsø.

Nel Regno Unito membri del partito Laburista hanno votato a larga maggioranza l’appoggio al congelamento della vendita di armi contro Israele.

Leggi contro il BDS sono state bloccate o contestate

Nel 2018 nelgi USA sono state bloccate leggi che cercavano di zittire il diritto al boicottaggio.

Tribunali federali hanno sentenziato contro leggi anti-BDS in Arizona e nel Kansas, mentre ricorsi legali sono stati presentati a tribunali del Texas e dell’Arkansas contro l’imposizione del giuramento di lealtà verso Israele.

In febbraio attivisti dei diritti umani nella città di Maplewood, in New Jersey, hanno contribuito a sconfiggere una decisione locale che avrebbe condannato il movimento BDS. La risoluzione era stata presentata al consiglio comunale da rappresentanti di gruppi di sostegno a Israele che hanno fatto pressione su altre città vicine perché adottassero risoluzioni simili.

E attivisti in Missouri e in Massachusetts hanno fatto con successo una campagna per bloccare misure contro il BDS a livello statale.

In Germania – che è stata ostile all’attivismo BDS e ha stabilito di equiparare il sostegno ai diritti della Palestina con l’antisemitismo – a settembre attivisti locali del boicottaggio hanno ottenuto una significativa vittoria che potrebbe costituire un precedente legale in tutto il Paese.

Il tribunale municipale di Oldenburg ha sentenziato che una precedente decisione del consiglio comunale di annullare un evento del BDS nel 2016 era illegale e violava la libertà di espressione e di riunione. È stata la prima volta che un tribunale amministrativo tedesco ha dichiarato illegale vietare un evento del BDS.

Studenti approvano risoluzioni radicali che proteggono i diritti dei palestinesi.

Resistendo a pressioni della lobby israeliana, di siti web che in modo oscuro stilano liste di proscrizione e di campagne di vessazioni mirate, attivisti studenteschi in tutti gli USA, in Canada e in Europa si sono mantenuti fermi nel sostenere i diritti dei palestinesi e hanno chiesto ad amministrazioni universitarie di disinvestire dai crimini israeliani di occupazione e apartheid.

In maggio studenti dell’università statale della California, East Bay, hanno votato all’unanimità a favore di una mozione che chiede il disinvestimento da imprese che siano state riconosciute complici delle violazioni israeliane dei diritti dei palestinesi, comprese Caterpillar, HP, la G4S e Motorola.

E rappresentanti degli studenti nel senato accademico dell’università dell’Oregon hanno approvato una mozione per accertarsi che i fondi degli studenti vengano disinvestiti da 10 imprese che traggono profitto dalle violazioni dei diritti dei palestinesi da parte di Israele.

Un referendum in favore del disinvestimento è stato approvato al Barnard College [storico college femminile, ndtr.] di New York. La misura è stata approvata nonostante tentativi recenti e passati da parte dell’amministrazione e dei gruppi della lobby israeliana di intimidire e calunniare studentesse e docenti che appoggiano i diritti dei palestinesi presso il Barnard e il suo partner, la Columbia University.

All’inizio di dicembre anche studenti dell’università di New York hanno votato in massa a favore del disinvestimento con più di 60 gruppi nei campus e 35 membri del corpo docente che hanno appoggiato l’iniziativa.

All’università del Minnesota gli studenti hanno approvato un referendum che invita l’amministrazione a prendere iniziative riguardo alla sua politica di investimenti socialmente responsabili e di disinvestire da imprese che traggano profitto dalle violazioni dei diritti umani da parte di Israele, come anche da prigioni, centri di detenzione per immigrati e imprese che violino la sovranità di comunità indigene.

La Federazione Canadese degli Studenti, la maggiore organizzazione studentesca del Canada, a novembre ha votato l’adesione al movimento BDS, la condanna della continua occupazione e delle atrocità israeliane a Gaza e l’elargizione di donazioni finanziarie a varie organizzazioni palestinesi di solidarietà.

La federazione, che rappresenta più di 500.000 studenti in tutto il Canada, ha affermato anche che avrebbe appoggiato le sezioni locali per iniziare campagne di disinvestimento dalle armi nelle singole amministrazioni universitarie.

In Irlanda l’Unione degli Studenti, che rappresenta 374.000 studenti dell’educazione superiore, ha votato l’adesione al movimento BDS ed ha condannato la “brutale” occupazione militare e la violazione dei diritti umani da parte di Israele.

L’Unione ha deciso di boicottare le istituzioni israeliane che sono “complici nel normalizzare, fornire copertura dal punto di vista intellettuale e sostenere il colonialismo di insediamento” e di fare pressione sulle università irlandesi perché disinvestano da imprese che traggono profitto dalla violazione dei diritti da parte di Israele. Hanno anche ribadito il diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi espulsi da Israele.

Il voto ha fatto seguito al provvedimento votato in marzo dagli studenti del Trinity College di Dublino in appoggio alla campagna BDS.

In primavera anche dirigenti studenteschi dell’università di Pisa, in Italia, hanno adottato una mozione con un voto quasi unanime che chiede l’attenzione da parte della comunità accademica verso le politiche di apartheid di Israele e il sostegno alla campagna di boicottaggio accademico.

A novembre quella di Leeds è diventata la prima università del Regno Unito a disinvestire da imprese coinvolte nella vendita di armi ad Israele, dopo una campagna per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni da parte di attivisti in solidarietà con la Palestina.

Nel 2018 anche alcuni professori hanno continuato a dimostrare il proprio appoggio ai diritti dei palestinesi.

In marzo un sindacato che rappresenta il corpo docente della “Los Rios College Federation” [Federazione dei college del distretto di Los Rios] in California ha votato quasi all’unanimità il sostegno al disinvestimento dei fondi pensione da imprese che traggono profitto dall’occupazione israeliana.

Due insegnanti dell’università del Michigan hanno resistito agli attacchi della lobby israeliana ed hanno difeso la loro decisione di non scrivere lettere di presentazione per studenti che desideravano frequentare programmi di studio discriminatori all’estero in Israele.

E in California i docenti dell’università Pitzer [un’università privata. ndtr] hanno chiesto la sospensione dei programmi di studio all’estero in Israele con l’università di Haifa, facendo riferimento alle politiche discriminatorie di Israele in base all’origine e alle opinioni politiche. Il corpo docente ha anche appoggiato il diritto degli studenti ad aderire alla campagna del BDS.

Brindiamo alle vittorie del 2018, mentre gli attivisti si organizzano per quelle che arriveranno nel 2019.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Israele reso furioso dal premio francese per i diritti umani

Adri Nieuwhof

14 dicembre 2018, Electronic Intifada

La Francia ha insignito Al-Haq e B’Tselem [due organizzazioni per i diritti umani, una palestinese e l’altra israeliana, ndtr.] con il prestigioso “Premio della Repubblica Francese per i Diritti Umani”.

Ciò è avvenuto nonostante le pesanti pressioni da parte di Israele sul governo francese perché togliesse il riconoscimento alle due associazioni che documentano i crimini di guerra e i soprusi israeliani contro i palestinesi.

Tuttavia la ministra della Giustizia francese Nicole Belloubet ha ceduto alle pressioni e si è rifiutata di partecipare alla cerimonia di premiazione a Parigi lo scorso lunedì [10 dicembre, ndtr.].

Il gruppo della lobby franco-israeliana CRIF ha scritto a Belloubet sostenendo che i due vincitori “chiedono il boicottaggio di Israele,” ed ha affermato che per il ministero della Giustizia francese dare loro il premio “anche in assenza della ministra è un insulto alla giustizia.”

Nel suo discorso di ringraziamento il direttore esecutivo di B’Tselem Hagai El-Ad ha definito “isterica” la risposta del governo israeliano.

El-Ad ha detto che il tentativo israeliano di esercitare pressioni su dirigenti francesi “dimostra la situazione in cui lavoriamo: propaganda, menzogne e minacce da parte di un governo che crede che far tacere e nascondere consentirà ulteriori violazioni dei diritti umani.”

Il direttore di Al-Haq, Shawan Jabarin, ha detto ad Electronic Intifada che il premio è un riconoscimento per il lavoro del suo gruppo in un periodo in cui l’organizzazione è presa di mira da una campagna di calunnie da parte di Israele.

La cerimonia di premiazione del 10 dicembre ha coinciso con il settantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e il ventesimo anniversario della Dichiarazione ONU sui Difensori dei Diritti umani.

Risposta furiosa

Israele ha risposto con ira all’annuncio che la Francia stava per assegnare il prestigioso premio alle due associazioni.

“La Francia consegna il suo riconoscimento più prestigioso a B’Tselem e Al-Haq, che accusano Israele di apartheid, ci delegittimano a livello internazionale, difendono il terrorismo e sostengono il BDS,” ha affermato Michael Oren, vice ministro israeliano per i rapporti diplomatici.

BDS sta per Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni – una campagna palestinese non-violenta per rendere Israele responsabile delle violazioni dei diritti dei palestinesi, sul modello del vincente movimento internazionale di solidarietà che contribuì a porre fine all’apartheid in Sud Africa.

L’ambasciata di Israele in Francia ha twittato di essere “scioccata” per il premio ed ha asserito che Al-Haq sarebbe legata al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, un partito politico e un’organizzazione di resistenza che Israele definisce gruppo “terroristico”.

La ministra della Cultura di Israele Miri Regev ha detto che B’Tselem e i suoi membri dovrebbero “vergognarsi”, descrivendo il premio come un “simbolo di disonore”.

La viceministra degli Esteri israeliana Tzipi Hotovely ha definito il premio “deplorevole” ed ha chiesto al governo francese di ripensarci.

Hotovely ha sostenuto che anche il primo ministro Benjamin Netanyahu ha manifestato la sua opposizione durante un incontro con il presidente francese Emmanuel Macron.

Chiudere spazi

Il direttore di Al-Haq Shawan Jabarin ha parlato con Electronic Intifada all’Aia, pochi giorni prima di recarsi a Parigi per la cerimonia di premiazione.

Ha detto che il premio arriva in un momento in cui Israele sta “cercando di chiudere gli spazi” per il lavoro a favore dei diritti umani.

Il riconoscimento francese, ha detto, significa per Al-Haq ancor di più perché “giunge nello stesso giorno del settantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.”

Jabarin ha affermato che il premio è stato assegnato “alle vittime in Palestina” ed è “un riconoscimento dei loro diritti.”

Ma ha ammonito che le vittime hanno bisogno di molto più di un riconoscimento simbolico.

“La Francia deve agire in base ai propri impegni,” ha detto, in riferimento ai trattati internazionali sui diritti umani che ha firmato.

Momento di agire

A settant’anni dalla Nakba – l’espulsione dei palestinesi – e dopo 51 anni di occupazione militare della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, ha detto Jabarin, “niente è cambiato, la situazione si sta aggravando, l’occupazione si sta approfondendo, come le sofferenze.”

Il messaggio di Jabarin al governo francese è che “se vuole davvero la pace in Palestina e altrove, deve agire.”

Jabarin ha affermato che, per cambiare la situazione, ci devono essere sanzioni contro Israele, compreso il divieto di commercio dei prodotti delle colonie e un embargo sulle armi.

Gli europei non dovrebbero “lasciare che i criminali viaggino nei loro Paesi,” ha aggiunto Jabarin.

“Se i criminali non pagano il prezzo dei loro crimini, non c’è modo che ripensino o cambino le loro azioni e le loro politiche.”

La CPI propende per la narrazione israeliana?

Jabarin ha anche manifestato delusione nei confronti della Corte Penale Internazionale, che dal 2015 sta portando avanti un “esame preliminare” dei possibili crimini di guerra israeliani contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza.

“È passato molto tempo,” ha detto Jabarin.

Un esame preliminare è il primo passo nel procedimento della Corte per decidere se aprire un’inchiesta formale, che può poi portare a imputazioni e a un processo.

Ma mentre un esame preliminare è portato avanti ogni volta che viene presentata una richiesta di deferimento, esso è a tempo indefinito e può continuare per anni, a discrezione del procuratore generale.

Benché la procuratrice generale, Fatou Bensouda, lo scorso aprile abbia messo in guardia i dirigenti israeliani che potrebbero dover affrontare un processo per l’uccisione di palestinesi disarmati nella Striscia di Gaza durante la Grande Marcia del Ritorno, la Corte non ha iniziato un’inchiesta formale.

Le “vittime, il popolo che sta soffrendo, non possono più attendere,” ha detto Jabarin. “Questa istituzione deve agire in base al suo mandato e non occuparsi della questione da un punto di vista politico.”

Jabarin ha definito deludente l’ultimo rapporto annuale sullo stato di avanzamento.

Il rapporto afferma che “la procura intende completare l’esame preliminare il prima possibile,” ma non fornisce nessuna data limite.

Jabarin ha descritto il rapporto come “confuso” nell’uso di terminologia e concetti giuridici. Teme che la procuratrice si sia spostata “verso la narrazione israeliana.”

Ma vede “qui e là segnali positivi.”

Spera che la procuratrice si muova rapidamente per aprire un’inchiesta formale e “persegua i criminali e successivamente emetta mandati di arresto.”

“Confido nella professionalità e nell’indipendenza della procuratrice,” ha detto Jabarin. “Il mio messaggio a lei è che il tempo passa e le sofferenze continuano. È il momento di intervenire.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Forze israeliane uccidono un adolescente durante scontri in Cisigordania

Maureen Clare Murphy

14 dicembre 2018, Electronic Intifada

Forze israeliane hanno sparato uccidendo un adolescente nel campo di rifugiati di Jalazone mentre l’esercito ha usato il pugno di ferro nella zona di Ramallah nella Cisgiordania occupata dopo 24 ore di violenza in cui due soldati e quattro palestinesi sono rimasti uccisi.

L’adolescente ucciso è stato identificato come Mahmoud Yousif Nakhla. Il ministero della Sanità della Cisgiordania ha detto che aveva 16 anni, ma secondo alcuni mezzi di informazione ne aveva 18.

L’agenzia di notizie palestinese Ma’an News ha affermato che l’adolescente è stato colpito da una distanza inferiore ai 10 metri e che alcuni soldati hanno cercato di nascondere il suo corpo. Secondo Ma’an paramedici palestinesi sono riusciti a recuperare il corpo di Nakhla solo dopo aver discusso con i soldati per più di 30 minuti.

Alcuni filmati della scena montati insieme mostrano soldati che trascinano e poi trasportano Nakhla, dopo di che fanno la guardia intorno a lui. Il video non sembra mostrare soldati che prestino le prime cure all’adolescente.

Nell’ultimo filmato del montaggio delle immagini Nakhla appare ancora vivo quando i medici palestinesi lo mettono su una barella e lo caricano su un’ambulanza. I media informano che Nakhla era in condizioni critiche quando è arrivato all’ospedale, dove è stato infine dichiarato morto.

Il campo profughi di Jalazone

Il campo profughi di Jalazone, nella parte centrale della Cisgiordania, si trova a soli 200 metri dalla colonia di Beit El, costruita da Israele in violazione delle leggi internazionali, che vietano a una potenza occupante di trasferire la propria popolazione civile nei territori che occupa.

I soldati di guardia alla colonia, finanziata da David Friedman, l’ambasciatore USA in Israele, vessano costantemente i minori del campo.

Negli ultimi anni le forze israeliane che sorvegliano Beit El hanno ucciso e ferito gravemente parecchi ragazzini palestinesi del campo di Jalazone.

Lo scorso anno soldati di una torre di guardia nei pressi di Beit El hanno ferito a morte Jassim Nakhla, 15 anni, e Muhammad Khattab, 17 anni, sparando contro una macchina che trasportava quattro minori ed era ferma sulla strada. Al momento della pubblicazione di questo articolo non è chiaro se Jassim Nakhla fosse un parente diretto di Mahmoud Nakhla.

Venerdì ci sarebbero stati altri due feriti da proiettili veri durante scontri tra le forze israeliane e i palestinesi nei pressi di Ramallah.

Secondo alcune notizie, venerdì pomeriggio un ragazzo palestinese di 17 anni sarebbe stato ferito in modo non grave dopo essere stato colpito al volto da un proiettile d’acciaio ricoperto di gomma durante scontri nel nord della Cisgiordania.

Venerdì le forze israeliane hanno anche aperto il fuoco contro un’ambulanza palestinese ad al-Bireh, nei pressi di Ramallah, la sede dell’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania.

L’agenzia di notizie Ma’an ha informato che il soccorso medico stava portando un paziente all’ospedale quando i soldati israeliani del checkpoint di Beit El hanno aperto il fuoco contro l’ambulanza.

Sempre venerdì un soldato israeliano sarebbe stato gravemente ferito nell’avamposto militare nei pressi di Beit El dopo essere stato attaccato con una pietra e un coltello da un palestinese che poi è fuggito.

Secondo il “Palestine Prisoners Club” [Associazione dei Prigionieri della Palestina] anche gli uomini armati che hanno ucciso due soldati e ne hanno feriti altri due giovedì sono in fuga mentre l’esercito li ha cercati per il secondo giorno, e giovedì e nelle prime ore di venerdì ha arrestato più di 100 palestinesi in Cisgiordania.

La città di Ramallah è stata chiusa dall’esercito il giorno prima e lo è rimasta anche venerdì.

Secondo la Mezzaluna Rossa palestinese venerdì 25 palestinesi sono rimasti feriti durante scontri con le forze israeliane ad al-Bireh, vicino a Ramallah.

Violenza dell’Autorità Nazionale Palestinese

Nel contempo venerdì, che ha segnato il 31mo anniversario della fondazione del partito avversario, Hamas, le forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese hanno aggredito dimostranti che protestavano contro i crimini israeliani e ne avrebbero feriti 5 e arrestati 15.

Il “coordinamento per la sicurezza” tra Israele e le forze dell’ANP gioca un ruolo fondamentale nel reprimere la resistenza palestinese contro l’occupazione militare israeliana.

Le forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese si sono anche schierate per disperdere con la forza proteste seguite all’uccisione di Mahmoud Nakhla.

Le forze di sicurezza dell’ANP avrebbero anche arrestato il giornalista Abd al-Karim Museitaf mentre stava informando sulle proteste a Ramallah.

I coloni israeliani hanno continuato ad attaccare palestinesi sulle strade della Cisgiordania, compreso un padre che ha reagito con rabbia e frustrazione dopo che il veicolo su cui stava viaggiando con i suoi figli piccoli è stato colpito da una pietra.

L’uomo ha espresso il suo sdegno per il fatto che i suoi figli non hanno un futuro sotto l’occupazione e potrebbero essere uccisi in qualunque momento dagli israeliani.

Una madre palestinese è stata ferita a morte all’inizio di quest’anno in un attacco simile.

Giovedì notte un autista di autobus palestinese ha avuto il bulbo oculare rotto dopo essere stato picchiato da coloni che hanno usato tirapugni mentre stava lavorando nei pressi di Gerusalemme. Il fratello dell’uomo ha detto ai mezzi di comunicazione che l’autista, che lavora per una compagnia israeliana, “è stato aggredito in un incidente simile lo scorso anno, ma ha continuato a lavorare per mantenere la sua famiglia.”

Nel contempo venerdì almeno 60 manifestanti sono rimasti feriti da proiettili veri in quanto Israele ha continuato a utilizzare mezzi letali contro le dimostrazioni della Grande Marcia del Ritorno lungo il confine orientale di Gaza. Sette paramedici e un giornalista sarebbero rimasti feriti durante le proteste.

Finora quest’anno circa 300 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane.

Secondo il gruppo per i diritti umani “Al Mezan”, a Gaza, durante le manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno, 175 palestinesi sono stati uccisi dal loro inizio il 30 marzo, “compresi 34 minori, una donna, due giornalisti, tre paramedici e sei disabili, tra cui un minore.”

Circa altri 13.000 sono stati feriti durante le proteste, di cui più di 7.200 da proiettili veri.

Quest’anno sono stati uccisi dai palestinesi quindici israeliani.

(traduzione di Amedeo Rossi)