Palestinesi israeliani respingono le scuse di Ehud Barak

Maureen Clare Murphy

24 July 2019 – Electronic Intifada

Questa settimana l’associazione per i diritti umani Adalah ha affermato che le scuse di Ehud Barak per il suo ruolo nel massacro di manifestanti palestinesi nell’ottobre 2000 “non valgono niente.”

Barak era primo ministro di Israele quando 13 dimostranti palestinesi disarmati, tutti cittadini di Israele tranne un uomo di Gaza, vennero uccisi dalla polizia nella prima settimana di quel mese.

L’ex-primo ministro “ordinò alla polizia israeliana di utilizzare mezzi letali –compresi cecchini” contro i manifestanti, afferma Adalah.

Le sue scuse “non hanno alcun valore finché non verrà presentato un rinvio a giudizio contro i poliziotti israeliani responsabili della strage dell’ottobre 2000.”

Il gesto, aggiunge Adalah, è vuoto in quanto “la violenza della polizia contro i cittadini palestinesi di Israele continua fino ai nostri giorni.”

Provocazione e proteste

Le proteste dell’ottobre 2000 vennero provocate dalla visita nel complesso della moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme dell’allora leader dell’opposizione Ariel Sharon, accompagnato da un ingente contingente di poliziotti.

La provocazione di Sharon e la letale repressione delle proteste fu il catalizzatore della seconda Intifada.

“Mi prendo ogni responsabilità per quanto successe durante il mio incarico come primo ministro, compresi gli avvenimenti del 2000, quando vennero uccisi cittadini arabi di Israele e un palestinese di Gaza,” ha detto martedì Barak alla radio pubblica israeliana.

“Non c’è ragion d’essere per l’uccisione di manifestanti da parte della sicurezza e delle forze di polizia dello Stato di Israele, il loro Stato. Esprimo il mio rincrescimento alle famiglie (delle persone uccise) e alla comunità araba,” ha aggiunto.

Attualmente Barak guida il partito “Israele Democratico” e sta facendo di tutto per garantirsi un altro mandato come primo ministro.

In settembre si terranno nuove elezioni dopo che l’attuale primo ministro Benjamin Netanyahu non è riuscito a formare un nuovo governo dopo il voto di aprile.

Barak è stato incalzato da notizie riguardanti la sua collaborazione in affari e il suo rapporto personale con Jeffrey Epstein, il finanziere americano condannato per reati sessuali che deve affrontare imputazioni per traffico sessuale di minori dai 14 anni in su.

Non vogliamo essere una foglia di fico”

Le scuse di Barak sono state viste come un tentativo di corteggiare il voto dei palestinesi cittadini di Israele. Il suo ruolo nelle uccisioni dell’ottobre 2000 si è dimostrato un ostacolo per la formazione di una coalizione con il partito della sinistra sionista Meretz. Esawi Frej, un deputato del Meretz nel parlamento israeliano e palestinese cittadino dello Stato, ha detto che “gli arabi non vogliono essere una foglia di fico e un salvagente. Vogliamo essere partner.” Frej ha anche citato l’incarico di Barak come ministro della Difesa durante la presidenza di Netanyahu. Era titolare di quella carica durante l’inizio dell’offensiva israeliana contro Gaza nel dicembre 2008 [l’operazione “Piombo Fuso”, ndtr.].

Più di 1.400 palestinesi, compresi circa 1.200 civili, vennero uccisi durante l’offensiva di tre settimane.

“Se ci alleassimo con lui, mi dovrei difendere dagli sputi nelle strade arabe,” ha aggiunto Frej.

I padri di due palestinesi uccisi nell’ottobre 2000 dalla polizia in seguito agli ordini di Barak hanno rifiutato le scuse.

“Per noi è stato lui che ha ucciso i nostri figli e ha dato gli ordini, e lui, come altri ufficiali e comandanti, deve andare in prigione,” ha detto al quotidiano di Tel Aviv Haaretz Ibrahim Siyam, il cui figlio Ahmad era tra le vittime.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Adolescenti obbligati a seguire un corso propagandistico di Israele prima di viaggiare all’estero

Tamara Nassar

19 luglio 2019 – Electronic Intifada

Il ministero dell’Educazione di Israele sta pretendendo che tutti gli studenti di scuole superiori, compresi cittadini palestinesi di Israele, seguano un corso propagandistico e facciano una prova di verifica come condizione per andare a fare un viaggio scolastico all’estero.

Lo scorso mese “Adalah”, un gruppo di assistenza legale per i palestinesi di Israele, ha inviato una lettera al ministero dell’Educazione chiedendo che elimini questa imposizione e ponga fine al corso di hasbara [propaganda israeliana, ndtr.].

Il ministero dell’Educazione israeliano sta cercando di trasformare gli studenti della secondaria in propagandisti incaricati di diffondere un’ideologia estremamente razzista,” ha affermato l’avvocatessa di “Adalah” Nareman Shehadeh-Zoabi. “È vergognoso e illegale.”

Adalah” agisce per conto dell’istituto educativo “Masar”, che gestisce alcune scuole a Nazareth.

Una delle sue scuole aveva un programma di scambi con una scuola superiore in Svezia destinato a favorire il dialogo internazionale e lo scambio culturale.

Ma la scuola ha dovuto bloccare il programma come unico modo per evitare di sottoporre i propri studenti alla propaganda razzista, e specificamente antiaraba, del governo israeliano.

Gli studenti sono obbligati a guardare una serie di video prima di essere sottoposti a una verifica.

Le domande sono volte ad inculcare “una visione politica radicale e razzista che vede i palestinesi, gli arabi e i musulmani come terroristi e come una minaccia,” afferma “Adalah”.

Ogni domanda ha una sola risposta “corretta” che è una “presa di posizione politica che lo studente deve assimilare.”

I video sono una sorta di brutale lavaggio del cervello che tenta di modellare la visione del mondo di adolescenti che gli ideatori del corso ritengono opportuna,” aggiunge la lettera.

Il corso è particolarmente offensivo per gli studenti palestinesi, che per essere promossi sono “obbligati a interiorizzare affermazioni umilianti su se stessi e sulle loro famiglie,” cosa che “Adalah” definisce un “palese insulto” e una violazione della legge.

Falsa informazione

Il corso insegna agli studenti che fonti contemporanee di antisemitismo includono il BDS – il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni per i diritti dei palestinesi – così come quelle che definisce “organizzazioni musulmane”.

In realtà secondo “Adalah” il BDS è radicato nei principi universali di giustizia, libertà e uguaglianza e “si oppone per principio a ogni forma di razzismo, compresi islamofobia e antisemitismo.”

Una domanda chiede agli studenti come le organizzazioni palestinesi usino le reti sociali online. Secondo Adalah delle quattro possibili risposte quella “corretta” è “per incoraggiare la violenza”.

Adalah” sostiene che il corso impone agli studenti anche affermazioni politiche relative al ritiro di coloni da Gaza da parte di Israele nel 2005 e altri argomenti riguardanti il conflitto tra palestinesi e israeliani.

Il solo fatto di presentare in questo modo così unilaterale questioni che per loro natura richiedono dialogo trasmette agli studenti un messaggio sbagliato e vanifica ogni tentativo di educarli al dialogo e a esaminare problemi complessi da ogni punto di vista prima di formulare un’opinione,” afferma la lettera.

Parco solo per gli ebrei

All’inizio di questo mese a Shehadeh-Zoabi e al suo bambino è stato negato l’ingresso in un parco pubblico nella città settentrionale di Afula.

L’avvocatessa ha trovato un cartello che stabilisce che il parco è aperto solo agli abitanti di Afula.

Quando la guardia di sicurezza ha appreso che venivano dalla città prevalentemente palestinese di Nazareth, alla madre e al bambino è stato vietato l’ingresso.

Mi sono sentita profondamente umiliata dalla situazione,” ha detto Shehadeh-Zoabi.

Mentre mi veniva impedito di entrare ed ero obbligata ad andarmene – solo perché vengo dalla città araba di Nazareth – gli abitanti ebrei entravano liberamente nel parco di cui avevo così spesso usufruito con mio figlio.”

Secondo “Adalah” il divieto è stato emanato in seguito all’esplicita promessa elettorale del sindaco di Afula Avi Elkabetz di agire contro quella che ha definito la “conquista del parco” da parte degli abitanti delle vicine città arabe.”

Adalah” ha affermato che il divieto “intende in primo luogo impedire agli abitanti delle vicine comunità arabe di far uso della vasta struttura.”

In seguito a una petizione da parte di “Adalah”, il 14 luglio un tribunale di Nazaret ha ordinato ad Afula di annullare il divieto di ingresso nel parco per i non residenti.

Lo scorso mese, mentre organizzava una manifestazione per protestare contro la vendita di una casa a una famiglia araba in città, il consigliere comunale Itai Cohen ha detto alla radio militare israeliana che il Comune è intenzionato a garantire che “Afula conservi il suo carattere ebraico.”

Per chiunque cerchi una città mista Afula non è il posto giusto,” ha detto Cohen. “Siamo un luogo di destra con caratteristiche ebraiche.”

Il ministro dell’educazione sostiene l’apartheid

Il ministro dell’Educazione israeliano Rafi Peretz, nominato il mese scorso, ha evidenziato il suo sostegno alla formalizzazione dell’apartheid.

Lo scorso sabato, durante un’apparizione sul Canale 12 israeliano, Peretz ha affermato di volere che Israele “estenda la propria sovranità” su tutta la Cisgiordania occupata, ma senza dare ai palestinesi il diritto di voto.

Alla domanda se ciò non costituisse apartheid, Peretz non ha escluso la possibilità che lo sia,” ha informato il giornale Haaretz.

Nella società e nello Stato di Israele viviamo in una situazione molto complicata, e dovremo trovare le soluzioni,” ha detto Peretz.

Durante la stessa intervista il ministro ha appoggiato la “terapia di conversione” – una screditata pratica pseudoscientifica che tenta di cambiare l’orientamento sessuale e che può danneggiare gravemente chi vi viene sottoposto – ed ha affermato di averla fatta lui stesso.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha condannato come “inaccettabili” i giudizi di Peretz sulla terapia di conversione, ma non ha detto niente sul suo evidente sostegno all’apartheid.

In seguito Peretz ha ritirato i suoi commenti riguardo alla terapia di conversione, definendo la pratica “illegittima e grave” e affermando che vi si oppone.

Migliaia di insegnanti, attivisti e associazioni scolastiche avevano firmato una petizione chiedendo che Peretz venisse cacciato per le sue affermazioni se non le avesse ritirate e minacciato uno sciopero.

Mentre i commenti di Peretz sulla terapia di conversione in Israele hanno provocato una condanna unanime, quelli che sostengono l’apartheid sono stati accolti dal silenzio quasi totale.

Di recente Peretz ha anche paragonato la percentuale di matrimoni misti tra gli ebrei statunitensi a un “secondo Olocausto.”

Secondo la rivista Axios, egli ha fatto queste osservazioni durante un consiglio dei ministri all’inizio di questo mese.

Hamas condanna affermazioni antiebraiche

Le dichiarazioni di Peretz sull’apartheid giungono la stessa settimana in cui l’importante dirigente di Hamas Fathi Hammad ha invocato l’uccisione di ebrei “ovunque nel mondo”.

L’organizzazione della resistenza palestinese ha preso le distanze dalle affermazioni di Hammad, sostenendo che “non riflettono le posizioni ufficiali di Hamas né la sua politica, secondo cui la nostra lotta è solo contro l’occupazione israeliana della nostra terra che dissacra i nostri luoghi santi.”

Di nuovo, la nostra lotta non è contro gli ebrei altrove o contro l’ebraismo come religione,” ha aggiunto l’organizzazione. “Hamas ha condannato e continua a condannare ogni attacco contro gli ebrei e i loro luoghi di culto in tutto il mondo.”

Ciò è coerente con i principi guida di Hamas aggiornati nel 2017, che rifiutano esplicitamente l’antisemitismo.

Il documento politico dell’organizzazione afferma che “il conflitto è con il progetto sionista e non contro gli ebrei a causa della loro religione.”

Aggiunge: “Hamas non conduce una lotta contro gli ebrei in quanto tali ma contro i sionisti che occupano la Palestina. Ma sono i sionisti che identificano costantemente l’ebraismo e gli ebrei con il loro progetto coloniale e la loro entità illegale.”

Hamas ha anche commentato le dichiarazioni di Hammad riguardo alla Grande Marcia del Ritorno, ripetendo che le manifestazioni che continuano dal marzo dello scorso anno sono “pacifiche e popolari.”

Omar Shakir, il direttore dell’ufficio di “Human Right Watch” [Ong USA per la difesa dei diritti umani, ndtr.], ha condannato le affermazioni di Hammad.

Nickolay Mladenov, inviato dell’ONU per il Medio Oriente, ha definito il comunicato di Hammad “pericoloso, ripugnante e provocatorio.”

Ma Mlademov – che non ha detto niente riguardo alle affermazioni di Peretz –in precedenza si è presentato insieme all’ex-ministro dell’Educazione Naftali Bennett [dirigente di un partito di estrema destra dei coloni, ndtr.], che elogia apertamente l’uccisione di arabi.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Israele isola università palestinesi

Maureen Clare Murphy

11 luglio 2019 – Electronic Intifada

Israele sta isolando le università palestinesi per obbligare studiosi internazionali a lasciare i propri incarichi accademici nella Cisgiordania occupata.

Due gruppi palestinesi per i diritti umani, così come l’università di Birzeit, stanno chiedendo a Israele di togliere le restrizioni che impediscono ad accademici internazionali di lavorare in Cisgiordania e di rendere nota “una procedura chiara e legale per il rilascio di visti di ingresso e di lavoro.”

La politica di Israele di negare a stranieri l’ingresso in Cisgiordania, così come di negare e non trattare per tempo le richieste per l’estensione dei visti, ha colpito decine di studiosi che lavorano nelle università palestinesi.

Ranking a rischio

L’istituzione educativa e i gruppi per i diritti affermano che le restrizioni israeliane minacciano il ranking di Birzeit, inclusa nel 3% delle migliori università del mondo. La percentuale di docenti e studenti internazionali è un indicatore fondamentale per determinare il livello dell’università.

Impedendo a Birzeit di assumere corpo docente straniero, Israele sta ostacolando la sua possibilità di funzionare come un’università che risponda agli standard internazionali,” hanno affermato l’università e i gruppi per i diritti “Al-Haq” e “Adalah”.

Negli ultimi due anni quattro docenti a tempo pieno e tre a tempo parziale di Birzeit, la più antica università palestinese aperta in Cisgiordania, sono stati obbligati a lasciare il Paese e non hanno potuto continuare ad insegnare dopo che Israele ha rifiutato di rinnovare i loro visti.

Quest’anno Israele ha negato l’ingresso a due [docenti] stranieri con contratti a tempo pieno alla Birzeit. Sei membri del corpo docente sono attualmente senza visto valido e altri cinque, compreso un direttore di dipartimento, “sono all’estero senza chiare indicazioni se potranno tornare.”

Decine di membri del personale e docenti stranieri sono stati “colpiti durante gli ultimi due anni dalle restrizioni israeliane riguardo alle richieste di nuovi visti o di prolungamento del visto o dal rifiuto di consentire loro di entrare in Cisgiordania.”

Molti sono palestinesi con passaporto internazionale e la maggioranza proviene dagli USA e da Stati membri dell’Unione Europea.

La politica di Israele nei confronti degli accademici stranieri “viola la libertà delle università di espandere le aree di ricerca e di studio che offrono agli studenti sia palestinesi che stranieri. Di conseguenza Israele sta impedendo alla popolazione palestinese occupata di decidere da sé che tipo di educazione voglia avere.”

Un regolamento emanato dal COGAT, il braccio burocratico dell’occupazione militare israeliana, consente a “docenti ed esperti” stranieri di presentare domanda per un visto di soli tre mesi. Nel contempo le università israeliane “possono reclutare professori stranieri con una procedura separata che consente l’ingresso e il lavoro di stranieri per periodi fino a cinque anni.”

Regime dei permessi

Il regime dei permessi israeliani impedisce ai palestinesi di Gaza di studiare nelle università della Cisgiordania e viceversa.

Una volta gli studenti di Gaza rappresentavano il 35% degli iscritti nelle università della Cisgiordania. A causa del blocco israeliano che dura da più di 10 anni, lo scorso anno la disoccupazione tra i neolaureati ha raggiunto a Gaza circa l’80%.

Le associazioni internazionali di docenti, comprese l’“Associazione per gli Studi sul Medio Oriente”, con sede negli USA, “Docenti della California per la Libertà Accademica” e la “Società Britannica per gli Studi sul Medio Oriente”, hanno condannato le restrizioni israeliane sui docenti stranieri nelle università palestinesi. Nel contempo accademici e ricercatori europei hanno chiesto la fine dei finanziamenti dell’UE alle istituzioni accademiche israeliane con “stretti legami con l’industria militare israeliana.”

L’Unione Europea ha destinato più di 800 milioni di dollari ai ricercatori israeliani, soprattutto attraverso il suo programma di finanziamenti “Horizon 2020”.

Dal 2004 gruppi della società civile palestinese hanno chiesto un boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane.

L’appello al boicottaggio afferma che tali istituzioni “hanno contribuito direttamente a mantenere, difendere o comunque giustificare” l’oppressione dello Stato di Israele o “con il loro silenzio” sono state complici.

In quella che si dice sia la prima volta, un’associazione di studiosi della salute mentale ha appena annullato il progetto di tenere la sua conferenza del 2021 a Gerusalemme.

ENMESH” avrebbe preso la decisione dopo la reazione fortemente negativa di alcuni membri della direzione che non vogliono che l’organizzazione passi i prossimi due anni sotto pressione da parte di attivisti solidali con i palestinesi.

Secondo il giornale israeliano Haaretz, “è la prima volta che un’organizzazione di questo genere fa marcia indietro su sulla decisione già approvata di tenere un convegno in Israele, dimostrando il fatto che la campagna di boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane forse sta prendendo piede.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Il capo di un gruppo lobbistico israeliano scoperto da un documentario realizzato da un infiltrato si dimette

Asa Winstanley

3 luglio 2019 – Electronic Intifada

L’amministratore delegato di uno dei più influenti gruppi lobbistici israeliani in America si è dimesso nel mezzo di quella che viene definita una crisi di finanziamenti.

Benché non venga citato nelle notizie in merito, le dimissioni di Josh Block da capo di ‘The Israeli Project’ giungono a meno di un anno di distanza da quando un documentario realizzato da un infiltrato ha rivelato molte delle attività segrete del gruppo.

I donatori e gli amministratori fiduciari probabilmente hanno visto il fatto che l’organizzazione si sia fatta infiltrare da un giornalista come un grave passo falso.

Comunque, in un messaggio ai sostenitori, Block ha accusato “il clima politico polarizzato negli Stati Uniti” di rendere più difficile per il gruppo reclutare persone.

Il messaggio è stato visto dalla JTA, un’agenzia di informazioni ebraico-americana. Block ha rifiutato di rilasciare dichiarazioni alla JTA.

La JTA ha riferito che, in base ai più recenti dati disponibili sulle entrate fiscali, anteriori al documentario riservato, i finanziamenti a “The Israel Project” sono calati di circa la metà dal 2015 al 2016.

L’anno scorso l’indagine riservata ha rivelato che uno dei finanziatori di ‘The Israel Project’ è Adam Milstein, condannato per evasione fiscale.

Nell’ambito dell’indagine, l’allora direttore della raccolta fondi del gruppo ammette in privato che Milstein “finanzia ‘The Israel Project’, come anche ‘Canary Mission’, un anonimo sito web antipalestinese che compila liste di proscrizione.

Il film, ‘The lobby – USA’, è stato prodotto dall’unità investigativa di Al Jazeera, ma non è mai stato trasmesso dal canale qatariota, in seguito a una pesante pressione censoria da parte della lobby israeliana. Il giornalista in incognito ha osservato dall’interno ‘The Israel Project’, entrandovi nel 2016 e ricevendo in seguito persino un’offerta di lavoro.

The Electronic Intifada’ l’anno scorso ha diffuso tutte le quattro parti del documentario.

Campagna segreta di condizionamento

Il film rivela che ‘The Israel Project’ sta conducendo una massiccia campagna online di condizionamento. Il gruppo gestisce una serie di pagine Facebook che sembrano riguardare argomenti non collegati a Israele, come storia, diritti delle donne e ambientalismo.

Ma in realtà le pagine sono gestite da ‘The Israel Project’ ed hanno diffuso contenuti che hanno raggiunto milioni di visualizzazioni.

Si tratta in gran parte di argomenti a caso e forse circa il 25% di essi sarà su Israele o relativo agli ebrei”, ha spiegato un membro del gruppo che ha lavorato sulle pagine [in rete] per ‘The Israel Project’.

Abbiamo molti progetti collaterali con cui stiamo cercando di influenzare il dibattito pubblico”, ha detto Jordan Schachtel al giornalista in incognito di Al Jazeera.

 

Ecco perché è una cosa riservata”, ha ammesso Schachtel. “Perché non vogliamo che la gente sappia che questi progetti paralleli sono collegati a ‘The Israel Project’”.

Si può vedere la sezione relativa a questo nel quarto episodio del suddetto film.

A febbraio ‘The Electronic Intifada’ ha rivelato che Facebook aveva dato l’assenso a questa campagna segreta di condizionamento per conto di uno Stato estero.

Un portavoce di Facebook ha sostenuto con ‘The Electronic Intifada’ che le pagine della campagna di condizionamento “non violano alcuna politica delle pagine di Facebook.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Sparare ai manifestanti mentre si riposano: le nuove regole d’ingaggio di Israele

Maureen Clare Murphy

28 giugno 2019 – Electronic Intifada

Sparare ai “principali istigatori” durante le proteste disarmate a Gaza quando si stanno riposando. Aprire il fuoco contro adolescenti che cercano di andare a pregare a Gerusalemme benché non rappresentino un pericolo.

Questo è il normale, ingiustificato e criminale uso letale di armi da fuoco contro palestinesi da parte delle forze di occupazione israeliane.

Un documento dell’esercito israeliano afferma che i cecchini hanno il permesso di sparare a palestinesi che essi ritengano essere “i principali istigatori” o “principali facinorosi” durante le proteste della “Grande Marcia del Ritorno” a Gaza.

L’esercito definisce “principali istigatori” le persone che “dirigono o guidano attività” durante le proteste, come “posizionamento tattico” e bruciare copertoni.

Principali facinorosi” sono definiti quelli il cui comportamento “determina le condizioni grazie alle quali irruzioni di massa o infiltrazioni” in Israele da Gaza possono avvenire.

Il documento dell’esercito israeliano afferma che ai cecchini è consentito “sparare a un istigatore importante” mentre “si allontana temporaneamente dalla folla e si riposa prima di continuare la sua attività.” Il documento presenta simili azioni come un esempio di “moderazione” e suggerisce che tali precauzioni riducono il rischio di “colpire qualcun altro”.

Israele giustifica l’uso di forza letale contro manifestanti definendo le mobilitazioni della “Grande Marcia del Ritorno” – manifestazioni nelle zone orientale e settentrionale di Gaza tenute periodicamente dall’inizio dello scorso anno – una “sommossa” o “violenti disordini” che pongono una minaccia all’esercito e alle sue infrastrutture o in qualche caso a quelle civili.

Afferma anche che il confine di Gaza “separa due parti di un conflitto armato”, una tesi rifiutata da una commissione d’inchiesta ONU che ha stabilito che le manifestazioni sono di carattere civile. Associazioni per i diritti umani affermano che le proteste di massa lungo i confini sono una questione civile di applicazione della legge regolata dal quadro delle leggi internazionali sui diritti umani.

Una di queste organizzazioni, “Adalah”, chiede che Israele proibisca l’uso di proiettili veri contro i manifestanti.

Secondo Adalah il concetto di “principali istigatori non è né fissato dalle leggi internazionali,” né è stato definito dalle autorità durante audizioni dello scorso anno presso l’alta corte israeliana in seguito alle richieste di gruppi per i diritti che contestavano gli ordini dell’esercito di aprire il fuoco.

Secondo Adalah allora la corte “ha accolto in toto la posizione dell’esercito israeliano”, sentenziando che l’uso di proiettili veri potrebbe essere consentito solo quando ci sia “un immediato e imminente pericolo per le forze o per i civili israeliani.”

Più di 200 palestinesi, tra cui 44 minori, sono stati uccisi e circa 8.500 feriti da proiettili veri durante le proteste della Grande Marcia del Ritorno.

Gli esperti indipendenti sui diritti umani nominati dall’ONU per indagare sull’uso della forza da parte di Israele contro la Grande Marcia del Ritorno hanno preso in considerazione tutte le vittime delle proteste avvenute dall’inizio delle manifestazioni, il 30 marzo 2018, fino alla fine di quell’anno.

La commissione di inchiesta ha notato solo un incidente, il 14 maggio 2018, “che può aver rappresentato una ‘partecipazione diretta alle ostilità’” e un altro il 12 ottobre di quell’anno “che potrebbe aver costituito una ‘imminente minaccia di vita o di gravi conseguenze’ per le forze di sicurezza israeliane.”

In tutti gli altri casi la commissione ha scoperto che “l’uso di proiettili letali da parte delle forze di sicurezza israeliane contro manifestanti è stato illegale.”

Giustificazione retroattiva

Suhad Bishara, avvocatessa di Adalah, ha affermato che l’idea di “principale istigatore” è stata “creata retroattivamente per giustificare il fatto di aver sparato contro persone che non rappresentavano un pericolo reale e immediato per soldati o civili israeliani.”

Ha aggiunto che il tentativo dell’esercito di giustificare l’uso di proiettili veri contro dimostranti disarmati “deriva da un totale disprezzo per la vita umana.”

Il disprezzo israeliano riguardo alla vita dei palestinesi non si limita a Gaza ed è stato esemplificato dalla recente uccisione di un adolescente mentre l’ultimo venerdì di Ramadan tentava di raggiungere Gerusalemme per pregare nella moschea di al-Aqsa con la sua famiglia.

Durante il Ramadan Israele riduce le restrizioni che impediscono ai palestinesi della Cisgiordania il libero accesso ai luoghi sacri a Gerusalemme. Anche con le limitazioni parzialmente revocate, i palestinesi devono attraversare posti di controllo militari e quest’anno ai maschi tra i 16 e i 30 anni è stato vietato di entrare a Gerusalemme durante il Ramadan.

Il 31 maggio questo divieto ha portato Luai Ghaith a accompagnare suo nipote e suo figlio di 15 anni Abdallah nei pressi del muro di Israele in modo che potessero arrampicarvisi e incontrarsi dall’altra parte con i membri della loro famiglia che avevano il permesso di attraversare il posto di controllo.

Dopo che Abdallah e suo cugino si sono arrampicati sul filo spinato e hanno raggiunto un percorso tra il filo spinato e il muro, il cugino ha visto un ufficiale della polizia di frontiera.

Secondo B’Tselem, un’associazione israeliana per i diritti umani,“è tornato indietro sul filo spinato e ha gridato ad Abdallah di scappare. A quel punto poliziotti di frontiera hanno sparato due pallottole calibro 0,22 contro Abdallah, una delle quali lo ha colpito al petto.”

Abdallah è riuscito a saltare indietro sul filo spinato e correre via per alcuni metri prima di crollare al suolo.”

Luai Ghaith ha detto a B’Tselem che suo figlio “era così eccitato all’idea di andare a pregare ad al-Aqsa l’ultimo venerdì di Ramadan. L’ufficiale della polizia israeliana che gli ha sparato non ne sapeva niente di tutto ciò.”

Nessuna giustificazione”

Circa un’ora prima che Abdallah venisse ferito a morte, nello stesso luogo poliziotti di frontiera hanno sparato e ferito un ventenne palestinese che cercava di raggiungere Gerusalemme per pregare.

Non ci possono essere scusanti per questo uso delle armi da fuoco, con queste conseguenze prevedibilmente letali,” ha affermato B’Tselem. “Ciò dimostra quanto poco contino le vite dei palestinesi agli occhi sia dei poliziotti sul campo che di tutta la catena di comando che consente che tali azioni avvengano.”

Secondo B’Tselem né Abdallah né l’uomo colpito poco prima rappresentavano alcun pericolo per i poliziotti di frontiera che hanno sparato contro di loro: “Non si tratta di un caso di pericolo mortale, o di un qualunque pericolo in assoluto.”

Nessuno sarà chiamato a rendere conto della morte di Abdallah, né la famiglia riceverà un risarcimento in quanto Israele ha “approvato una legge che ha strategicamente escluso per i palestinesi ogni opzione praticabile per denunciare lo Stato per danni.”

Finora quest’anno più di 70 palestinesi sono morti a causa del fuoco israeliano.

Secondo B’Tselem, “il fatto che il prevedibile e mortale risultato di questa vergognosa condotta sia accolto dall’indifferenza dell’opinione pubblica e che questo comportamento riceva il totale sostegno di tutte le istituzioni ufficiali dimostra solo quanto poco valore sia attribuito alle vite dei palestinesi.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Confermato il ruolo del Mossad nella guerra di Israele contro il BDS

Asa Winstanley

14 giugno 2019 – Electronic Intifada

Questa settimana il giornale israeliano “Haaretz” ha confermano una cosa su cui “The Electronic Intifada” ha informato da anni.

Il Mossad, secondo l’opinione generale la più spietata e violenta agenzia di spionaggio israeliana, è coinvolto nella guerra contro il BDS, il movimento non violento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni per i diritti dei palestinesi.

Il rapporto ufficiale per il 2018 di Erdan [ministro israeliano per la Sicurezza Pubblica del governo uscente, ndtr.], ottenuto attraverso una richiesta per la libertà di informazione, secondo quanto rivelato dal giornale mostra che si è incontrato con il capo del Mossad Yossi Cohen per discutere della “lotta contro il boicottaggio”.

Come ha informato lo scorso anno “The Electronic Intifada”, un incontro tra Erdan e il capo del Mossad era già stato confermato in almeno un’altra occasione – nel 2016 – insieme ad incontri con i capi di altre agenzie di spionaggio.

Dal 2015 il ministero degli Affari Strategici è stato in realtà il ministero israeliano contro il BDS. È in gran parte formato da veterani delle agenzie di spionaggio, soprattutto dell’intelligence militare.

Sima Vaknin-Gil, la funzionaria responsabile di condurre le attività quotidiane del ministero, ha lavorato per 20 anni nell’intelligence dell’aviazioni militare israeliana e conserva ancora il suo grado come riservista.

Questo ministero è coinvolto in una campagna globale di quelle che un giornalista israeliano ha chiamato “operazioni segrete” contro militanti palestinesi, difensori dei diritti umani e attivisti solidali [con i palestinesi].

Pur avendo investito decine di milioni di dollari in questa guerra contro gli attivisti della società civile che lavorano per la giustizia e l’uguaglianza, in privato le forze israeliane contro il BDS ammettono che la loro campagna non sta funzionando.

Un rapporto segreto del 2017 di una commissione legata al ministero ammette candidamente l’incapacità da parte di Israele di arginare l’“impressionante crescita” e i “significativi successi” del BDS. Ottenuto da “The Electronic Intifada”, il rapporto afferma che, nonostante la crescente spesa contro il BDS, incrementata di 20 volte, “i risultati rimangono fantomatici.”

La lotta contro il boicottaggio”

L’articolo di Haaretz conferma in modo autonomo le precedenti informazioni di “The Electronic Intifada” e aggiorna il quadro generale.

Il giornale ha ottenuto il rapporto ufficiale grazie ad una richiesta sulla libertà di informazione da parte di “Hatzlaha”, la stessa organizzazione israeliana per la trasparenza che ha ottenuto il rapporto di Erdan del 2016.

Il nuovo articolo di “Haaretz” conferma anche che l’incontro di Erdan con il Mossad riguardava esplicitamente la lotta contro il BDS.

Il rapporto del 2016 non elencava l’argomento di discussione tra Erdan e il capo del Mossad – benchè, data la sintesi di Erdan, difficilmente si è trattato di qualcosa di diverso dal BDS.

Il ministero di Erdan mette in atto quella che chiama la “battaglia” contro il BDS attraverso gruppi d’assalto e di sostegno in tutto il mondo, soprattutto negli USA, in Gran Bretagna e altri Paesi occidentali.

Il ministro, stretto alleato del primo ministro Benjamin Netanyahu, ha ammesso di lavorare attraverso “enti in tutto il mondo che non vogliono evidenziare il proprio rapporto con lo Stato.”

Menzogne e assassinii

Nel 2017 “The Electronic Intifada” ha rivelato che il rapporto di Erdan del 2016 ha anche enumerato una serie di incontri con parlamentari britannici e importanti personalità della lobby filo-israeliana, compresi Eric Pickles e Stuart Polak – entrambi membri non eletti della camera alta britannica, la Camera dei Lord, e leader di “Amici Conservatori di Israele”.

A causa del coinvolgimento del Mossad in molti brutali assassinii e rapimenti nel corso degli anni, gli attivisti del BDS devono essere molto preoccupati di questi sviluppi.

I bersagli del Mossad hanno incluso combattenti della resistenza palestinese, poeti, scrittori e attivisti disarmati.

Il leggendario scrittore comunista palestinese Ghassan Kanafani è stato ucciso insieme alla sua nipote Lamis da un’auto bomba del Mossad in Libano nel 1972.

Pare anche che un agente infiltrato del Mossad fosse dietro la morte non chiarita del famoso vignettista palestinese Naji al-Ali a Londra nel 1987.

Questo specifico assassinio e il rifiuto da parte di Israele di collaborare con l’inchiesta della polizia portò il governo conservatore di Margaret Thatcher ad espellere tre diplomatici israeliani e a chiudere per breve tempo la sede del Mossad a Londra.

La lista dei crimini del Mossad è lunga, ma in ultima analisi non sono riusciti a spegnere la fiamma della resistenza palestinese.Le sue prospettive di estirpare il movimento BDS non sono molto più promettenti.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Il rapper Talib Kweli respinge la richiesta della Germania di denunciare il boicottaggio di Israele

Tamara Nassar

7 giugno 2019 – Electronic Intifada

Il rapper americano Talib Kweli [noto cantante hip hop statunitense di origine ghanese, ndtr.] ha rifiutato di cedere alle richieste da parte di un festival tedesco di condannare il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) per i diritti dei palestinesi.

Di conseguenza è stato tolto dal programma del festival che si tiene a luglio. Kweli afferma di rifiutare di “autocensurarsi e mentire sul BDS in cambio di un assegno.”

Recentemente la camera bassa del Parlamento tedesco, il Bundestag, ha approvato una risoluzione che equipara il BDS all’antisemitismo.

Le calunnie nei confronti di un movimento nonviolento che respinge ogni forma di razzismo hanno provocato proteste da parte dei palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza occupate e accuse da parte dell’intera società palestinese.

Impostato sul modello della campagna mondiale di solidarietà che ha favorito la fine dell’apartheid in Sudafrica, il movimento BDS si oppone ad ogni forma di intolleranza, compresi l’antisemitismo e l’islamofobia.

Richiesta

Questa settimana Kweli ha rivelato di aver ricevuto una email da Philipp Maiburg, direttore artistico dell’‘Open Source Festival’ della città occidentale di Dusseldorf, in cui si metteva in rilievo la decisione del Bundestag e si chiedeva quale fosse la posizione dell’artista riguardo al BDS.

Come lei sa, in Germania vi sono molte discussioni riguardo al BDS e agli artisti che vi hanno aderito. Vi è stata anche molta confusione persino per festival molto più importanti del nostro”, ha scritto Maiburg.

Adesso la nuova situazione è che dal 17 maggio 2019 esiste una posizione ufficiale del governo tedesco sottoscritta da tutti i partiti che in sostanza dichiara ufficialmente che le affermazioni ed i metodi del BDS sono antisemiti.”

Benché la risoluzione del Bundestag non sia vincolante, Maiburg ha affermato che “tutte le amministrazioni delle regioni o delle città, come anche i rappresentanti delle istituzioni pubbliche, sono sollecitati a non concedere al BDS alcuno spazio o tribuna.”

Poiché noi stiamo lavorando anche con finanziamenti pubblici, non abbiamo altra scelta che chiederle una dichiarazione ufficiale riguardo alla sua posizione verso il BDS”, ha aggiunto.

Clima da maccartismo

Anche se non possono essere accusati della violazione di alcuna legge, gli organizzatori del festival probabilmente temono le pressioni e la denigrazione che potrebbero subire per il fatto di ospitare Kweli nell’atmosfera maccartista antipalestinese assecondata dai media e dalle elite della Germania e ulteriormente alimentata dal voto del Bundestag.

La risoluzione del Bundestag invita a rifiutare finanziamenti pubblici alle organizzazioni che sostengono il movimento per il boicottaggio o mettono in discussione il preteso “diritto all’esistenza” di Israele.

Diverse amministrazioni pubbliche tedesche sono sponsor del festival.

Questo è fascismo”

Kweli ha detto che gli è stato chiesto di “condannare il BDS oppure di non esibirsi” ed ha postato sulla sua pagina Facebook una risposta pubblica alla lettera di Maiburg.

Mentendo e sostenendo che il BDS è un movimento antisemita, il governo tedesco si sta dimostrando fascista e non rende un buon servizio al popolo tedesco”, ha scritto Kweli.

Il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni sono soluzioni pacifiste alla crisi che distrugge le case e le vite dei palestinesi. È l’opposto del terrorismo.”

Ha funzionato nel fare del Sudafrica una Nazione più giusta ed equa e potrebbe funzionare in Israele se i suoi oppositori non fossero così ostili ai neri e ai musulmani.”

Kweli si rifiuta categoricamente di piegarsi alle richieste del festival.

Mi piacerebbe esibirmi in Germania, ma non ne ho bisogno. Preferisco comportarmi come un degno essere umano e sostenere ciò che è giusto piuttosto che autocensurarmi e mentire riguardo al BDS in cambio di un assegno.”

Ha anche utilizzato Twitter per affermare la sua posizione dopo che i sostenitori di Israele hanno iniziato ad attaccarlo.

Il governo tedesco sta chiedendo agli artisti che si esibiscono all’ ‘Open Source Festival’, un evento finanziato dallo Stato, di condannare il BDS come antisemita. Il BDS non è antisemita. Questo è fascismo. Io non accetterò censure”, ha twittato Kweli.

Sostenere la Palestina

Questa non è la prima volta che il rapper ha fatto dichiarazioni di principio a favore dei diritti dei palestinesi.

Nel 2014 Kweli ha cancellato i progetti per esibirsi in Israele in seguito agli appelli degli attivisti per i diritti dei palestinesi.

Ha anche espresso il suo appoggio ai diritti palestinesi attraverso la sua musica.

L’anno scorso il gruppo musicale scozzese ‘Young Fathers’si è visto annullare lo spettacolo da un altro festival tedesco perché aveva rifiutato di ritirare il sostegno ai diritti dei palestinesi.

Il gruppo ha definito “una decisione sbagliata e molto scorretta” la richiesta agli artisti di “ripudiare i nostri principi sui diritti umani perché l’esibizione potesse avere luogo.”

Di conseguenza i palestinesi hanno invitato al boicottaggio del festival triennale della Ruhr.

Diversi artisti hanno accettato l’invito e annullato le proprie esibizioni.

Di fronte alla grande manifestazione di solidarietà per i ‘Young Fathers’ il festival ha cambiato idea e ha nuovamente invitato la band.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




L’OMS occulta la responsabilità di Israele per le uccisioni a Gaza

Maureen Clare Murphy

5 giugno 2019 – Electronic Intifada

Nell’arco di un anno tra la popolazione di Gaza, che ammonta a due milioni di persone, ci sono stati circa 7000 feriti da arma da fuoco.

Molti dei feriti hanno subito danni estesi ed in alcuni casi irreversibili alle ossa, alle strutture vascolari e ai tessuti molli.

Centinaia di loro dovranno subire amputazioni se non potranno accedere a cure specialistiche complesse per le loro disastrose ferite.

Tre operatori sanitari sono stati uccisi e oltre 700 feriti.

Sono state rinviate migliaia di operazioni non urgenti in quanto il sistema sanitario, già in crisi, ha affrontato successive ondate di vittime che necessitavano di interventi d’emergenza.

I casi di violenza di genere esaminati dagli operatori del servizio sono raddoppiati in quanto le famiglie hanno avuto difficoltà a fronteggiare ulteriori pressioni economiche e traumi.

Questi allarmanti fatti emergono dall’esame dei dati sui traumi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) relativamente alle proteste della Grande Marcia del Ritorno a Gaza, iniziata nel marzo 2018.

Occultati

I dati forniti dall’OMS sono una lettura sconvolgente. Ma il rapporto nasconde il fatto che questa violenza che spezza e traumatizza i corpi è frutto di una deliberata politica israeliana.

Qualunque cura efficace deve fare una diagnosi corretta delle cause e non solo dei sintomi.

Nell’anno che è seguito all’inizio della Grande Marcia del Ritorno, a Gaza sono stati feriti più di 28.000 palestinesi e uccisi 277, compresi 52 minori, la maggior parte dei quali assassinati durante le manifestazioni di massa disarmate lungo il confine est e nord di Gaza.

Nonostante il carattere civile delle proteste, come affermato da un’equipe di ricercatori delle Nazioni Unite, l’OMS afferma che le uccisioni e i ferimenti sono avvenuti “a causa di scontri con le forze di sicurezza israeliane.”

Si tratta di una grossolana mistificazione dell’uso israeliano della forza contro manifestanti pacifici e disarmati, ufficialmente sancito da ordini di sparare per uccidere o menomare civili, persino se sono minorenni, che non costituiscono alcuna plausibile minaccia.

L’uccisione di circa 60 palestinesi durante le manifestazioni del 14 maggio 2018 è stata un massacro.

Secondo la commissione di inchiesta dell’ONU, quel giorno durante le proteste di Gaza City le forze israeliane di occupazione hanno sparato quasi a una persona al minuto tra le 9,30 e le 17,30.

Alcuni manifestanti hanno cercato di superare la barriera di confine, o hanno tirato pietre o rimandato indietro in direzione dei soldati candelotti di gas lanciati da Israele. Ma questi non erano scontri tra due gruppi armati, come suggerirebbe l’uso del termine “scontri” da parte dell’OMS.

I medici che quel giorno hanno curato i feriti hanno detto, come sintetizzato nel rapporto della commissione ONU, che “le ferite assomigliano a quelle che di solito si possono riscontrare durante una guerra.”

I medici dell’ospedale hanno detto ai ricercatori che alle loro strutture arrivavano “ferite terribili una dopo l’altra”, i pazienti presentavano grandi ferite esposte agli arti inferiori, “la loro pelle ed i tessuti sottostanti….spappolati dalla potenza del proiettile.”

Nel loro rapporto i ricercatori dell’ONU dichiarano che nei mesi delle proteste circa 1.600 persone “sono state ferite da proiettili o frammenti di metallo di rimbalzo, colpi e proiettili frammentati e colpi passati da un corpo all’altro – il che dimostra chiaramente il pericolo di sparare proiettili veri ad alta velocità in mezzo ad una folla di manifestanti.”

L’incredibile numero di vittime non è “il risultato di scontri con le forze di sicurezza israeliane”, è l’uso illegale di forza letale contro persone indifese da parte di un potere occupante che mira alla completa capitolazione della popolazione sotto il suo controllo.

“Sono state commesse gravi violazioni dei diritti umani, che potrebbero configurare crimini contro l’umanità”, affermano i ricercatori dell’ONU.

12 anni di assedio

Il rapporto dell’OMS specifica che le proteste hanno luogo nel contesto di un assedio di 12 anni contro Gaza, però non afferma esplicitamente che l’assedio è imposto da Israele.

L’OMS afferma che il sistema sanitario di Gaza “disponeva già di risorse insufficienti e versava cronicamente in difficoltà”. Durante il primo mese delle proteste della Grande Marcia del Ritorno la metà del totale di farmaci a Gaza aveva raggiunto il livello zero di scorte – meno di un mese di rifornimento.

Un duro stallo tra la dirigenza politica palestinese, con la conseguenza che il personale degli ospedali governativi riceveva solo una parte del salario dovuto, ha inoltre “ridotto la capacità delle istituzioni locali a Gaza di fornire servizi essenziali.”

“Nel solo 2018 hanno lasciato Gaza 84 medici”, afferma l’OMS.

E nonostante tutto questo, come riferito nel rapporto, migliaia di medici volontari a Gaza hanno mantenuto attivo il sistema sanitario ed hanno salvato vite.

Grazie alla presenza di volontari di comunità esperti, solo due pazienti su 6.000 che sono stati feriti agli arti da proiettili ad alta velocità durante le proteste sono morti dissanguati.

Secondo l’OMS, un protocollo di percorso per i traumi, dal primo soccorso nel luogo del ferimento all’ospedale e al trattamento postoperatorio e riabilitativo, ha salvato centinaia di vite.

Tre medici che salvavano vite, due dei quali volontari, sono stati uccisi durante le proteste.

Eppure la responsabilità di Israele per la loro morte è occultata nel rapporto dell’OMS.

L’OMS afferma che “vi è stata un’ondata di incidenti violenti che ha coinvolto il settore sanitario” durante l’anno di proteste, con 446 incidenti a Gaza nel 2018, rispetto ai 24 segnalati nell’anno precedente.

Oltre agli operatori sanitari uccisi, 730 sono stati feriti e più di 100 ambulanze ed altri veicoli sanitari sono stati danneggiati.

Ma il rapporto non identifica il responsabile: Israele.

Lo si confronti con le conclusioni inequivocabili dei ricercatori dell’ONU, che dichiarano:

“Sulla base di numerose interviste alle vittime e ai testimoni e della conferma di riprese video in molte situazioni, la Commissione ha riscontrato ragionevoli motivi per ritenere che i cecchini israeliani abbiano colpito deliberatamente operatori sanitari, nonostante vedessero che erano chiaramente contraddistinti come tali.”

Come le uccisioni e i ferimenti di manifestanti, l’uccisione e la menomazione di operatori sanitari sono la conseguenza diretta di ordini di aprire il fuoco da parte di Israele – non le “conseguenze di scontri.”

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Maureen Clare Murphy è capo redattrice di Electronic Intifada e vive a Chicago.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Israele stravolge la legge per evitare l’inchiesta della CPI

Maureen Clare Murphy

30 maggio 2019 – The Electronic Intifada

Israele conta sui muscoli degli USA per bloccare l’inchiesta della Corte Penale Internazionale sui presunti crimini di guerra perpetrati nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza occupate.

“La Corte Penale Internazionale dell’Aia non ha giurisdizione per discutere materie riguardanti il conflitto israelo-palestinese”, ha dichiarato questa settimana Sharon Afek, procuratore generale militare di Israele, alla conferenza annuale di Herzliya, una riunione ad alto livello delle élite politiche e militari israeliane.

“Israele è un Paese rispettoso delle leggi, con un sistema giudiziario indipendente e forte e non vi è motivo perché le sue azioni vengano prese in esame dalla CPI”, ha aggiunto Afek.

Il quotidiano di Tel Aviv Haaretz ha affermato che recentemente l’ufficio della procura generale militare ha anche pubblicato un rapporto che sostiene che l’esercito ha svolto “conferenze e seminari sulle implicazioni giuridiche” delle azioni delle forze di occupazione.

“L’iniziativa è stata sollecitata dagli scontri settimanali tra soldati e palestinesi nell’ultimo anno, come anche dall’esame della Corte Penale Internazionale sulle azioni (dell’esercito) nella guerra contro Gaza del 2014”, ha aggiunto Haaretz.

La situazione in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza è sottoposta ad indagine preliminare da parte della Corte Penale Internazionale dal 2015. Lo scorso anno il suo procuratore capo rivolto un monito senza precedenti ai leader israeliani, avvertendo che potrebbero subire un processo per le uccisioni di manifestanti disarmati a Gaza.

Durante le manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno a Gaza più di 200 palestinesi, compresi 44 minori, sono stati uccisi e altre migliaia sono state ferite. Nella sola giornata del 14 maggio 2018, il giorno più letale delle proteste da quando sono cominciate all’inizio di quell’anno, circa 1400 palestinesi sono stati colpiti da proiettili veri nel corso delle proteste.

I giudici dell’Aia hanno anche ordinato alla Corte Penale Internazionale di mettersi in comunicazione con le vittime dei crimini di guerra in Palestina.

Indagini di facciata

Afek ha ordinato un’inchiesta della polizia militare sull’uccisione di 11 palestinesi durante la Grande Marcia del Ritorno.

Israele mantiene l’apparenza di un solido apparato interno di indagine per evitare di essere chiamato a rispondere di fronte ai tribunali internazionali. Le associazioni per i diritti umani hanno definito le inchieste dell’esercito israeliano sulle sue violazioni contro i palestinesi un meccanismo di insabbiamento.

All’inizio di questo mese l’esercito ha chiuso la sua indagine sull’uccisione di Ibrahim Abu Thurayya, un uomo con le gambe amputate colpito alla testa durante una protesta nel dicembre 2017.

A settembre 2016 l’associazione palestinese per i diritti umani Al-Haq ha affermato che “dal 1987 nessun soldato o comandante israeliano è stato incriminato per aver deliberatamente causato la morte di un palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza occupate.”

Da allora vi sono state due incriminazioni – entrambe in episodi di notevole gravità in cui l’uccisione è stata ripresa in un video.

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Nel 2017 il medico militare israeliano Elor Azarya è stato condannato a 18 mesi (di carcere) per l’uccisione a bruciapelo di Abd al-Fattah al-Sharif nella città cisgiordana di Hebron nel 2016. Quella sentenza è stata in seguito ridotta di un terzo.

L’anno scorso Ben Dery è stato condannato a nove mesi di prigione per quella che ‘Defence for Children International Palestine’ ha definito l’“uccisione deliberata” del diciassettenne Nadim Nuwara durante le proteste fuori da una prigione militare della Cisgiordania nel maggio 2014.

Distorcere la legge

Durante il suo intervento alla conferenza di Herzliya, Afek ha accusato le autorità di Hamas a Gaza di mandare migliaia di persone “a varcare la barriera di confine.”

“Questo solleva sostanziali problemi giuridici, incluso quale sia l’adeguato quadro giuridico in base al quale l’esercito deve rispondere”, ha aggiunto.

Israele ha cercato di giustificare l’uso della forza letale contro i manifestanti di Gaza dicendo che le manifestazioni e la loro repressione mortale fanno parte di un conflitto armato con Hamas.

Una commissione d’inchiesta indipendente promossa dalle Nazioni Unite ed associazioni palestinesi per i diritti umani lo hanno confutato. Affermano che le manifestazioni di massa lungo il confine tra Gaza e Israele sono una questione di applicazione della legge riguardante i civili sottoposta al diritto umanitario internazionale. Le uccisioni e le menomazioni di manifestanti non possono quindi essere giustificate sostenendo che sono avvenute durante un conflitto armato.

La commissione d’inchiesta ha predisposto un fascicolo riservato contenente dei dossier su presunti responsabili di crimini internazionali in relazione alla Grande Marcia del Ritorno, da sottoporre alla Corte Penale Internazionale.

Israele fa affidamento sulle minacce e intimidazioni da parte degli USA per impedire una regolare inchiesta da parte della CPI.

Anche Paul Ney, procuratore del Dipartimento della Difesa USA, è intervenuto alla conferenza di Herzliya durante quello che Haaretz ha descritto come “un attacco coordinato contro la giurisdizione della Corte Penale Internazionale”, da parte di USA e Israele.

Ney ha detto che gli USA “non hanno in nessun modo dato il consenso ad alcun esercizio della competenza giurisdizionale da parte della CPI” e che la sua presa in esame di accuse contro personale USA è ritenuta “una flagrante violazione della nostra sovranità nazionale e un attacco allo stato di diritto americano.”

La CPI si arrende alle intimidazioni

In aprile i giudici istruttori della CPI hanno deciso all’unanimità di rinunciare ad aprire un’inchiesta sui crimini di guerra in Afghanistan, adducendo le scarse probabilità di “ottenere una significativa collaborazione da parte delle autorità competenti”, riferendosi agli USA.

L’annuncio è arrivato alcuni giorni dopo che gli USA hanno revocato il visto al procuratore capo della Corte Penale Internazionale.

Il presidente USA Donald Trump ha avvertito che “qualunque tentativo di incriminare personale americano, israeliano o alleato troverà una pronta e dura risposta.”

Alla conferenza di Herzliya Ney ha detto che la CPI non ha giurisdizione per perseguire presunti crimini internazionali di Israele e degli USA, perché nessuno dei due Stati ha aderito allo Statuto di Roma, il trattato che ha istituito la Corte.

Gli USA hanno inoltre adottato misure punitive e coercitive contro l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina per i suoi tentativi di vedere Israele incriminato presso la CPI, compresa la chiusura della sua rappresentanza a Washington l’anno scorso.

L’Autorità Nazionale Palestinese ha aderito allo Statuto di Roma nel 2015, accettando la giurisdizione della CPI riguardo a presunti crimini commessi nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, dal 13 giugno 2014.

Maureen Clare Murphy è capo redattrice di ‘The Electronic Intifada’ e vive a Chicago.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Reporter Senza Frontiere accetta un premio da un regime che uccide giornalisti

Ali Abunimah

28 maggio 2019 – Electronic Intifada

Reporter Senza Frontiere sta affrontando dure critiche per aver accettato un premio da un regime che uccide giornalisti.

All’inizio del mese l’associazione, spesso nota con le sue iniziali in francese RSF, durante una cerimonia all’università di Tel Aviv a cui ha partecipato il presidente israeliano Reuven Rivlin, ha ricevuto il premio “Dan David” per “la difesa della democrazia”.

Il direttore di RSF Christophe Deloire ha ritirato il premio a nome del gruppo.

L’ambasciatrice francese a Tel Aviv Hélène Le Gal ha definito la cerimonia di premiazione “una bellissima serata”.

Elsa Lefort, militante francese per i diritti umani, ha detto di “essere rimasta senza parole davanti a un simile cinismo.”

Lefort, moglie di Salah Hamouri, avvocato franco-palestinese recentemente incarcerato per più di un anno da Israele senza imputazioni, ha aggiunto che i suoi pensieri sono andati ai “giornalisti palestinesi uccisi a Gaza e a quelli che languiscono nelle prigioni dell’occupante.”

Prendere di mira i giornalisti

In febbraio una commissione d’inchiesta indipendente dell’ONU ha rilevato che lo scorso anno i cecchini israeliani “hanno sparato intenzionalmente” a giornalisti palestinesi che stavano informando sulle proteste della Grande Marcia del Ritorno a Gaza.

Due sono stati uccisi – Yaser Murtaja and Ahmed Abu Hussein.

All’inizio di questo mese, la madre di Murtaja, Khairiya, ha chiesto alla pop star Madonna di non esibirsi alla competizione musicale Eurovision.

Yaser era un giovane modesto, pacifico, disarmato, che andava sul confine di Gaza con la sua videocamera per trasmettere al mondo la vera immagine di Israele, che assassina i sogni di bambini e giovani,” ha scritto.

Mio figlio non voleva morire, cercava la vita, amava il suo lavoro, voleva far crescere suo figlio con dignità e libertà. Yaser amava questo Paese, e non voleva lasciarmi.” La Commissione per la Protezione dei Giornalisti ha definito l’uccisione di Murtaja e di Abu Hussein “parte di uno schema”, notando che nessuno è mai stato chiamato a rispondere di queste e altre uccisioni di operatori dei media da parte di Israele.

L’organizzazione per i diritti umani con sede a Gaza “Al Mezan” ha documentato più di 230 attacchi contro giornalisti durante la Grande Marcia del Ritorno, 100 dei quali con proiettili veri e altrettanti provocati da candelotti lacrimogeni.

Hamza Abu Eltarabesh, che spesso collabora con questo giornale, recentemente ha detto al podcast di Electronic Intifada di aver smesso di indossare un giubbotto con la scritta STAMPA quando informa sulle proteste di Gaza e cerca solo di mischiarsi alla folla perché l’esercito israeliano ha deliberatamente preso di mira moltissimi giornalisti.

All’inizio di questo mese aerei da guerra israeliani hanno attaccato e distrutto a Gaza City gli uffici dell’agenzia di notizie turca Anadolu.

Persino Reporter Senza Frontiere ha riconosciuto che “le forze israeliane hanno continuato a sottoporre giornalisti palestinesi ad arresti, interrogatori e detenzioni amministrative, spesso senza basi concrete” e che negli ultimi anni le autorità dell’occupazione israeliana hanno ripetutamente chiuso mezzi di informazione palestinesi.

Il giorno dopo la cerimonia di premiazione lo stesso Deloire, il direttore di Reporter Senza Frontiere, ha accusato Israele di “crimini di guerra” contro giornalisti.

Credibilità danneggiata

Il fatto che Reporter Senza Frontiere abbia ricevuto questo premio danneggia gravemente la sua credibilità,” ha osservato la pubblicazione francese ‘Agence Média Palestine’.

In effetti, ricevendo un premio per la ‘democrazia’ in presenza di Reuven Rivlin, il presidente del regime israeliano che lo scorso luglio ha approvato la legge sullo Stato-Nazione che istituisce ufficialmente l’apartheid, non contribuisce alla democrazia, semmai il contrario.”

L’agenzia “Média Palestine” ha accusato Reporter Senza Frontiere di aver preso parte a una manifestazione propagandistica intesa a ripulire l’immagine di Israele.

Gli attivisti palestinesi hanno chiesto a precedenti destinatari di rifiutarsi di accettare il premio Dan David.

Per esempio, nel 2010 il PACBI, la Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele, ha detto alla celebre scrittrice canadese Margaret Atwood che la sua accettazione del premio avrebbe appoggiato una “campagna ben avviata per occultare le gravi violazioni delle leggi internazionali e dei diritti umani fondamentali da parte di Israele.”

L’autrice di “Il Racconto dell’Ancella” ha ignorato gli appelli dei palestinesi ed ha accettato il versamento di un milione di dollari del “Dan David”.

Il premio “Dan David” è assegnato dall’università di Tel Aviv, che è essa stessa totalmente complice del sistema di occupazione, colonialismo di insediamento e apartheid di Israele.

La commissione del “Dan David Price” include Henry Kissinger, l’uomo di stato americano noto per una spaventosa serie di crimini, compreso il fatto di aver architettato il colpo di stato militare in Cile nel 1973 e i bombardamenti genocidi in Cambogia che hanno ucciso 1,7 milioni di persone.

(traduzione di Amedeo Rossi)