La polvere di amianto minaccia gran parte di Gaza

Shaimaa Eid

24 marzo 2025 – The Electronic Intifada

Mentre prosegue la rimozione delle macerie a Gaza, i funzionari sanitari segnalano crescenti preoccupazioni per le fibre di amianto contenute nelle polveri sospese nell’aria, con gravi rischi per la salute tra cui asbestosi, cancro e malattie respiratorie croniche.

L’amianto, un materiale fibroso un tempo utilizzato in edilizia per la sua resistenza al calore e al fuoco, è oggi classificato a livello globale come cancerogeno. A causa dei massicci bombardamenti israeliani su Gaza, che hanno distrutto circa il 92% delle unità abitative, l’amianto si è polverizzato e diffuso nell’aria.

Il dottor Shadi Awad, specialista in pneumologia e broncoscopia all’ospedale Al-Shifa, avverte che gli abitanti di Gaza inalano ogni giorno aria inquinata da fumi e residui della distruzione, con un impatto diretto sulla loro salute.

«L’aria contaminata penetra nelle vie respiratorie e danneggia direttamente i tessuti polmonari, provocando infiammazioni croniche e gravi disturbi respiratori. Nei prossimi anni potremmo assistere a un aumento dei casi di malattie polmonari a causa dell’esposizione continua a queste particelle nocive», ha dichiarato a The Electronic Intifada in un’intervista telefonica.

Secondo le Nazioni Unite, enormi quantità di macerie a Gaza contengono amianto, una sostanza vietata in almeno 55 paesi per il suo elevato rischio sanitario.

Le stime dell’ONU indicano che i detriti ammontano a circa 39 milioni di tonnellate, contenenti materiali pericolosi come amianto e ordigni inesplosi, complicando le operazioni di bonifica e mettendo a rischio i civili.

Aria pericolosa
A Shujaiya, quartiere di Gaza City pesantemente danneggiato, Widad al-Soutari, 63 anni, vive tra le rovine della sua casa di tre piani. Mentre cerca di riparare i muri crollati, esprime le sue paure per il dopo-guerra.

«Abbiamo perso la casa e i nostri cari, e ora temiamo di perdere anche la salute», dice. «Vogliamo solo vivere in pace, ma qui non è più sicuro nemmeno respirare l’aria ».

Widad, nonna di cinque nipoti, aggiunge: «Temo che un giorno i miei nipoti saranno condannati a una morte lenta a causa di questa polvere tossica».

Dall’altra parte della città, a Sheikh Radwan, Hala Salama, 55 anni, e la sua famiglia vivono costantemente nell’ansia. Dopo essere sopravvissuti ai bombardamenti israeliani, ora affrontano l’inquinamento causato dalle macerie.

«Soffro di asma e ultimamente sento bruciore al petto e ho difficoltà a respirare senza l’inalatore», racconta.

«Da quando ho saputo dei pericoli dell’amianto, non apriamo più le finestre. Ma la polvere degli edifici distrutti entra comunque. La guerra non ci ha uccisi, ma questa polvere potrebbe farlo».

Hala sottolinea che molti suoi vicini lamentano sintomi simili, senza alcuna campagna di sensibilizzazione o misura per ridurre i rischi.

Il dottor Awad avverte che le cure per le patologie legate all’amianto sono costose e complesse, spesso richiedono broncodilatatori, antibiotici, corticosteroidi e farmaci per la tosse. Nei casi avanzati, quando si sviluppa il cancro, le opzioni terapeutiche sono estremamente limitate.

Case potenzialmente letali

La situazione è ancora più critica nel campo profughi di Beach. Molti abitanti vivono in baracche costruite decenni fa con lastre di amianto.

Muhammad al-Hassani, 30 anni, residente nel campo, esprime le sue preoccupazioni dopo gli ultimi avvertimenti dell’ONU sull’esposizione all’amianto.

«A Beach viviamo in case fatte di amianto. Quello che ho sentito in questi giorni mi ha fatto temere per la mia salute e quella della mia famiglia», dice.

«La gente qui non ha alternative. Fa fatica a permettersi persino i pasti quotidiani».

Ahmad al-Farra, primario di pediatria presso l’ospedale del Complesso Medico Nasser, ha segnalato un aumento di casi legati all’amianto a causa delle ripercussioni ambientali e sanitarie del genocidio israeliano.

In una telefonata con The Electronic Intifada, al-Farra ha dichiarato che Gaza è sull’orlo di una catastrofe sanitaria, con un picco di malattie tra cui tumori e patologie correlate all’amianto.

Ha spiegato che in molte case a Gaza per proteggersi da vento e pioggia gli abitanti hanno utilizzato lastre di amianto per i tetti. Ha anche riferito del pericolo rappresentato dalla presenza di ordigni inesplosi tra le macerie.

Al-Farra ha evidenziato che il sistema sanitario di Gaza è al collasso, con numerose strutture mediche, tra cui ospedali e centri di assistenza primaria, distrutte o danneggiate dagli attacchi israeliani.

Un futuro aumento di patologie legate all’amianto costituirebbe una sfida al di sopra delle capacità del Ministero della Salute locale.

Il dottor Awad insiste sul fatto che ridurre l’esposizione alla polvere è il modo migliore per limitare questi rischi, per esempio indossando mascherine ed evitando le aree più inquinate.

Avverte tuttavia che si tratta di soluzioni temporanee: Gaza ha bisogno di un intervento ambientale e sanitario urgente per scongiurare conseguenze catastrofiche a lungo termine.

Shaimaa Eid è una giornalista di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Come gli attivisti stanno interrompendo la catena di fornitura di armi a Israele

Nora Barrows-Friedman
11 marzo 2025-The Electronic Intifada

Il 24 febbraio a Copenaghen, Danimarca, gli attivisti per i diritti della Palestina hanno protestato presso la sede centrale della compagnia di navigazione transnazionale Maersk per chiedere di fermare la consegna di armi a Israele.

Oggi a Copenaghen 800 persone provenienti da tutta Europa hanno bloccato la sede centrale principale della Maersk per un giorno con lo slogan C come parte del Campo CRAC [Collective Resistance and Care].

La polizia era in inferiorità numerica ma piuttosto brutale con coloro che partecipavano all’azione.

La polizia di Copenaghen ha arrestato 20 attivisti e ha represso violentemente i manifestanti usando gas lacrimogeni e manganelli.

La nota attivista ambientalista e pacifista Greta Thunberg era tra i manifestanti a Copenaghen.

La Maersk, da parte sua, ha affermato che il carico nel suo attracco di Copenaghen non conteneva “armi o munizioni”, ma piuttosto “equipaggiamento militare”, aggiungendo che “proviene dalla politica statunitense nell’ambito del programma di cooperazione per la sicurezza USA-Israele. Il carico è stato esaminato ed è conforme alle leggi in vigore”.

Ma, come spiega Jeanine Hourani del Palestinian Youth Movement [movimento giovanile palestinese] e della campagna Mask Off Maersk al podcast di The Electronic Intifada, la società “trasporta calci per fucili, pallottole [senza bossolo, n.d.t.], veicoli militari, compresi i veicoli da cui vengono lanciati i razzi, quindi trasporta tutto questo carico militare, ma non le munizioni vere e proprie. Ed è per questo che continua a negare il fatto di essere complice di favoreggiamento dei crimini di guerra”.

Gli attivisti si stanno preparando per una giornata internazionale di azione il 18 marzo in concomitanza con l’assemblea generale annuale della Maersk Corporation, durante la quale dirigenti e azionisti voteranno due risoluzioni per porre fine al trasporto di carichi militari verso Israele.

“Questo è un momento critico per noi per far sapere a Maersk che la loro complicità nei crimini di guerra non passerà inosservata”, afferma la campagna. “Ora riteniamo sia il momento di indicarli come responsabili. Ora è il momento di agire”.

A fine dicembre abbiamo avuto membri della campagna Mask Off Maersk in diretta su internet per parlare di come Israele non potrebbe perpetrare le sue continue guerre di sterminio in Palestina senza una catena di fornitura globale che importa armi e altro materiale.

Jeanine Hourani e Aisha Nizar sono membri del comitato direttivo della campagna Mask Off Maersk e le abbiamo invitate a darci un aggiornamento sulla campagna e sulla più recente ricerca sui voli cargo militari regolari dalla Spagna a Israele.

Questi voli violano la politica dichiarata della Spagna contro il traffico di armi verso Israele.

Il rapporto è stato co-redatto dal Palestinian Youth Movement insieme a Progressive International e all’American Friends Service Committee.

Dal loro punto di vista di attivisti del Palestinian Youth Movement, Hourani aggiunge: “quando diciamo embargo sulle armi, intendiamo un embargo completo e totale di tutti i beni militari destinati a Israele. E lo consideriamo il minimo indispensabile”.

Ci sono “alcune distinte strategie per incolpare le aziende e i governi di aver aiutato questo genocidio”, dice Nizar al podcast di The Electronic Intifada.

“E in realtà quello che abbiamo fatto è stato iniziare a guardare agli Stati Uniti perché sapevamo che la maggior parte delle armi che andavano all’entità sionista provenivano dagli Stati Uniti, o erano montate negli Stati Uniti”.

La campagna è stata in grado di identificare questi produttori di armi, dice Nizar, “e poi esaminare linee di trasporto specifiche che erano state segretate dal Dipartimento della Difesa”.

La campagna Mask Off Maersk ha anche recentemente presentato un rapporto alle Nazioni Unite in risposta a un appello di Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina, per produrre prove di complicità da parte di aziende private nel genocidio israeliano a Gaza.

Hourani spiega che, in quanto palestinesi, era fondamentale “mettere in luce il fatto che la cosiddetta comunità internazionale ha abbandonato il nostro popolo, e il fallimento del mondo nell’intervenire mentre decine se non centinaia di migliaia di persone sono state massacrate, affamate, rapite, dovrebbe suonare come una condanna dell’ordine mondiale liberale”.

Era importante presentare il rapporto, aggiunge, “non perché pensiamo che l’ONU sarà il liberatore della Palestina, ma perché ci consente di denunciare ulteriormente questa ipocrisia e anche di rendere note le prove che la nostra gente a Gaza ha prodotto per mettere le cose in chiaro e per mostrare al mondo cosa è successo negli ultimi 15 mesi e diffonderlo efficacemente su scala globale”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il criminale di guerra Gadi Eisenkot si aggiudica 1 milione di dollari di finanziamenti dell’UE

David Cronin 

12 febbraio 2025 – Electronic Intifada

L’Unione Europea ha approvato un finanziamento di circa 1 milione di dollari a un’impresa guidata da Gadi Eisenkot, uno dei politici israeliani responsabili del genocidio a Gaza.

Storage Drop, come si chiama l’azienda di Eisenkot, fa parte di Hydrocool, un progetto finanziato dall’UE ufficialmente concepito per ridurre l’impatto ambientale dei sistemi di climatizzazione dell’aria.

Eisenkot è poco convincente come campione della sostenibilità ecologica.

Dall’ottobre 2023 al giugno dell’anno scorso ha fatto parte del gabinetto di guerra che ha gestito il genocidio a Gaza e autorizzato tattiche che hanno riguardato massacri sistematici e la distruzione di strutture civili.

Concedere all’impresa di Eisenkot un ruolo in un progetto presumibilmente amico del clima come Hydrocool non controbilancia le responsabilità che lui e i suoi colleghi del gabinetto di guerra hanno per aver distrutto la rete idrica e di trattamento delle acque reflue di Gaza.

Benché da alcuni media sia dipinto come un “moderato”, Eisenkot ha in precedenza sostenuto l’uso estremo della violenza.

È stato tra i comandanti militari che elaborarono la cosiddetta “Dottrina Dahiyeh”, in riferimento a un quartiere di Beirut in cui Israele provocò massicce devastazioni durante l’attacco contro il Libano nel 2006.

Nell’ottobre 2008 Eisenkot lanciò un avvertimento a ogni area in cui Israele incontrava resistenza: “Quello che è successo al quartiere di Dahiyeh a Beirut nel 2006 avverrà in ogni villaggio da cui si spari contro Israele,” affermò.

Metteremo in atto una forza sproporzionata contro di esso e vi provocheremo gravissimi danni e distruzioni. Dal nostro punto di vista non sono villaggi di civili, sono basi militari.”

Il piano che aveva riassunto venne messo in pratica poco dopo, quando Israele lanciò una grande offensiva contro Gaza nel dicembre 2008. In linea con la dottrina Dahiyeh, in svariate occasioni Israele in seguito ha inflitto “grandi danni e distruzioni” contro villaggi e città palestinesi e libanesi.

La Storage Drop di Eisenkot è la principale beneficiaria di finanziamenti UE sulla base del progetto Hydrocool, che durerà fino al 2027.

Ovviamente è imperdonabile che i funzionari di Bruxelles approvino un finanziamento a un’impresa guidata da un uomo direttamente responsabile della devastazione di Gaza. Così facendo l’UE sta negando l’appoggio dichiarato alla Corte Internazionale di Giustizia, che nel gennaio 2024 ha giudicato plausibile la causa che il Sudafrica ha intentato contro Israele.

Il Sudafrica sostiene che Israele sta violando la Convenzione contro il Genocidio, una pietra miliare del diritto internazionale che venne stilata dopo l’Olocausto, in base alla quale la convenzione impone come dovere ai governi e alle istituzioni statali di tutto il mondo di non favorire crimini contro l’umanità.

Ho contattato la Commissione Europea, l’esecutivo dell’UE, chiedendo perché abbia approvato finanziamenti a un’azienda che include un importante complice di una guerra genocida.

La Commissione Europea non ha risposto alla domanda. Un portavoce ha semplicemente replicato che Horizon Europe, il programma di ricerca scientifica dell’UE, “non finanzia progetti di carattere militare.”

Sono in vigore vari meccanismi per impedire che i fondi dell’UE vengano utilizzati in modo improprio per attività che violino le leggi internazionali,” ha aggiunto il portavoce.

Indipendentemente da quali meccanismi possa mettere in atto, la burocrazia di Bruxelles ha chiaramente aiutato un’impresa guidata da Badi Eisenkot, uno degli strateghi di un genocidio.

L’Unione Europea continua a valutare la possibilità di avere relazioni più intense con Israele mentre quello Stato ha commesso un genocidio. Dalla lettura delle discussioni che si sono tenute lo scorso anno risultano lodi per le “eccellenti prestazioni” delle imprese e istituzioni israeliane in Horizon Europe, il programma di ricerca scientifica dell’UE.

Promesse non mantenute

Quelle discussioni sono avvenute durante un periodo in cui gli studenti di molti Paesi stavano ricorrendo ad azioni dirette contro il genocidio di Gaza.

L’università di Galway, in Irlanda, ha risposto alle proteste con la promessa di rivedere i suoi rapporti con controparti israeliane, ma nonostante l’impegno preso sta coordinando un nuovo progetto finanziato dall’UE su “integrazione della desalinizzazione dell’acqua di mare e la produzione di idrogeno verde.” Sarà guidato da un consorzio che include anche il Technion, il politecnico israeliano, che lavora con l’industria bellica israeliana sullo sviluppo di nuovi macchinari per attaccare i palestinesi. Come nota Maya Wind nel suo libro Torri d’avorio e d’acciaio [Ed. Alegre, 2024], il Technion è arrivato “fino al punto di offrire esplicitamente corsi sul commercio e l’esportazione di armi e sicurezza.”

I suoi stretti rapporti con la principale industria bellica israeliana, Elbit System, sono stati riconosciuti nel recente passato quando a Bezalel Machlis, amministratore delegato dell’impresa, è stato assegnato il titolo di “custode del Technion”.

Durante il genocidio a Gaza Israele ha utilizzato l’intelligenza artificiale (IA) per selezionare gli obiettivi degli attacchi in cui è stato ucciso un gran numero di civili.

Le informazioni su un’applicazione così sinistra della robotica non sembrano aver indotto grandi patemi d’animo a Bruxelles. L’UE ha destinato 1,5 milioni di dollari a un nuovo progetto di ricerca sull’IA guidato dal Technion.

Oltre a beneficiare dalla cooperazione per le ricerche Israele è stato a lungo attivo nella Enterprise Europe Network [Rete Europea d’Imprese], un piano di sostegno delle piccole e medie imprese.

La rete è essenzialmente un’agenzia matrimoniale per imprese: svolgendo il ruolo di Cupido, l’Unione Europea aiuta le imprese nella loro ricerca di partner commerciali.

Una ricerca nella banca dati della rete mostra che sta assistendo un’anonima impresa israeliana che offre “tecnologia di tipo militare per la sorveglianza.”

Secondo la rete l’azienda israeliana spera che i suoi prodotti possano essere istallati all’estero in progetti nel settore dell’energia e nelle prigioni.

Come documentato da Antony Loewenstein nel suo libro e film Laboratorio Palestina [Fazi editore, 2024], Israele è abile nel trovare opportunità di esportazione di armi e apparecchiature di spionaggio testate nel contesto di un’occupazione, che è illegale. Ma ciò non impedisce a Israele, con un aiuto tutt’altro che trascurabile dell’Unione Europea, di cercare di trasformarla in un’opportunità commerciale.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La Svizzera espelle Ali Abunimah di The Electronic Intifada

La redazione di The Electronic Intifada 

27 gennaio 2025 – Electronic Intifada

Ali Abunimah, direttore esecutivo di The Electronic Intifada, è stato espulso dalla Svizzera lunedì dopo aver passato due notti in carcere.

Abunimah ha descritto la sua esperienza in una dichiarazione subito dopo il suo atterraggio all’aeroporto di Istanbul lunedì sera tardi. Ha detto di essere stato “privato della possibilità di comunicare con il mondo esterno” e “senza nemmeno il permesso di contattare la mia famiglia.”

Ha riferito di essere stato accusato dalla polizia di “violazione della legge svizzera”, ma senza aver ricevuto alcuna accusa specifica. Abunimah ha aggiunto di essere stato interrogato “da agenti dei servizi segreti del Ministero della Difesa svizzero senza la presenza della mia avvocata e si sono nuovamente rifiutati di permettermi di contattare lei o la mia famiglia.”

Durante la sua prigionia Abunimah ha rifiutato il cibo e accettato solo acqua fino a quando è stato informato che sarebbe andato a casa.

Ha paragonato i maltrattamenti subiti da parte delle autorità svizzere al trattamento del presidente israeliano Isaac Herzog che “a Davos è stato ricevuto con un tappeto rosso, un tappeto intriso del sangue” dei palestinesi uccisi durante il genocidio israeliano a Gaza.

Questa disavventura è durata tre giorni, ma l’esperienza della prigione è stata più che sufficiente per farmi ammirare ancora di più gli eroi palestinesi che sopportano mesi e anni nelle carceri dell’oppressore genocida,” ha affermato.

Ora so ancora di più che non potremo mai ripagare il debito che abbiamo nei loro confronti, che tutti devono essere liberati e che questo deve restare al centro della nostra attenzione.”

Abunimah ha detto di non essere stato al corrente mentre era in detenzione dell’ondata di indignazione e della solidarietà in tutto il mondo in seguito al suo arresto.

Sono profondamente grato a tutte le persone che hanno preso le mie difese,” ha aggiunto.

Arrestato con violenza da parte di poliziotti in borghese

L’arresto di Abunimah è avvenuto sabato mentre si stava recando a un incontro a Zurigo.

Era in Svizzera dal giorno prima per una serie di eventi su invito di organizzatori locali. Venerdì al suo arrivo all’aeroporto di Zurigo Abunimah era stato interrogato dalla polizia per un’ora prima di essere autorizzato a entrare nel Paese.

Testimoni oculari hanno detto che sabato tre ufficiali di polizia in borghese hanno prelevato in modo violento Abunimah e l’hanno costretto con la forza a entrare in un’auto civetta senza dire dove lo stavano portando.

L’arresto di Abunimah sembra far parte di una crescente reazione dei governi occidentali contro le espressioni di solidarietà con il popolo palestinese.

L’anno scorso nel Regno Unito parecchi attivisti e giornalisti sono stati arrestati, perquisiti o accusati usando disposizioni “antiterrorismo”.

Fra questi Asa Winstanley, redattore associato di The Electronic Intifada, la cui casa è stata perquisita e i cui computer e cellulari sequestrati. Winstanley non è stato accusato di alcun crimine e la perquisizione è stata condannata dalla Commissione per la Protezione dei Giornalisti e dal Sindacato Nazionale dei Giornalisti del Regno Unito.

L’arresto di Abunimah in Svizzera ha incontrato la condanna in tutto il mondo. Sabato è stata lanciata una petizione per chiedere la sua liberazione che è stata firmata da oltre 15.000 persone.

Sviluppo pericoloso”

Due esperti di diritti umani delle Nazioni Unite hanno condannato l’incarcerazione di Abunimah da parte delle autorità svizzere.

Irene Khan, la relatrice speciale dell’ONU sulla libertà di opinione ed espressione, l’ha definita una “notizia scioccante” e ha chiesto alla Svizzera di “interrogare e rilasciare urgentemente” Abunimah.

Francesca Albanese, la relatrice speciale dell’ONU per la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, ha chiesto “un’indagine immediata su questo caso.” Ha detto che “il clima che circonda la libertà di parola in Europa sta diventando sempre più tossico e noi dovremmo essere tutti preoccupati.”

L’ufficio europeo di Amnesty International ha detto che sta seguendo il caso di Abunimah.

Il giro di vite globale contro coloro che criticano le violazioni dei diritti umani dei palestinesi da parte di Israele è allarmante e deve cessare immediatamente,” ha aggiunto Amnesty.

Euro-Med Monitor, un’organizzazione per i diritti umani basata a Ginevra, ha condannato l’arresto di Abunimah. Ha affermato che si tratta di “uno sviluppo pericoloso che riflette una tendenza in crescita fra i governi occidentali di censurare la libertà di parola e prendere di mira giornalisti e attivisti che documentano le sofferenze delle vittime e difendono i diritti dei palestinesi.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Una procuratrice ammette che Israele non riesce a trovare vittime di stupri avvenuti il 7 ottobre

Ali Abunimah

6 gennaio 2025 – The Electronic Intifada

Una procuratrice israeliana ha ammesso che nessuno ha ancora sporto denuncia per i presunti stupri commessi da palestinesi il 7 ottobre2023.

Ma Moran Gez, che si è occupata delle azioni legali contro i palestinesi arrestati dopo l’operazione Al-Aqsa Flood [l’attacco del 7 ottobre, ndt.], nonostante l’assenza di prove concrete contro di loro, continua a chiedere esecuzioni di massa.

“Per quanto mi riguarda, chiunque sia entrato in Israele da Gaza il 7 ottobre, non importa se per uccidere o saccheggiare, dovrebbe essere incluso nell’atto di accusa e condannato alla pena di morte”, ha dichiarato Gez.

Ha anche detto di aver sostenuto questa causa con i colleghi che si occupano della pianificazione dei procedimenti giudiziari relativi agli eventi del 7 ottobre.

“Perché? Perché a causa di quelli che non hanno ucciso ma saccheggiato, bruciato, rubato, raccolto avocado, come alcuni sostengono, a causa di questa confusione, l’esercito israeliano non ha potuto arrivare in tempo”, ha aggiunto Gez. “Sei andato alla porta con un trapano e l’hai aperta per rubare? Poi è arrivato un terrorista e ha ucciso dei civili”.

Gez, che fino a poco tempo fa è stata il pubblico ministero incaricato dei cosiddetti casi di sicurezza nel distretto meridionale di Israele, ha svolto un ruolo di spicco nello sforzo per mandare a processo i palestinesi responsabili di atti avvenuti il 7 ottobre che Israele considera criminali. Nessun processo ha ancora avuto luogo.

Mancanza di prove

Gez ha rilasciato queste dichiarazioni in un’intervista concessa a Yedioth Ahronoth, quotidiano israeliano a tiratura nazionale, e pubblicata sul suo sito Ynet il 1 gennaio 2025.

Gez riconosce che Israele ha scarse prove contro qualsiasi specifico individuo.

Gez ammette anche che è improbabile che la pena di morte venga applicata, ma il suo desiderio di esecuzioni, anche per coloro che lei accusa di aver raccolto frutti (coltivati su una terra rubata ai palestinesi dai coloni israeliani), è un buon indicatore del tipo di “giustizia” che i palestinesi possono aspettarsi in Israele.

Con le parole di Ynet: “La difficoltà più grande è probatoria, spiega Gez. È quasi impossibile usare le prove per legare uno specifico crimine a uno specifico imputato mentre ci si occupa di decine di scene del crimine, nelle quali sono stati catturati centinaia di sospetti e migliaia di reati sono stati commessi”.

Ma la sua dichiarazione secondo la quale ci sarebbero troppe prove da esaminare sembra essere una manipolazione finalizzata a nascondere il fatto che in molti casi le prove potrebbero non esserci affatto.

“La legislazione ordinaria in materia probatoria non è adatta in questo caso. Non ci sono concatenazioni organizzate di prove, non c’è nessuno che abbia realizzato i filmati che vorresti presentare in aula”, ha ammesso Gez.

Strumentalizzazione propagandistica di atrocità e incitamento al genocidio

Quasi dalle prime ore del 7 ottobre Israele e i suoi sostenitori hanno diffuso dichiarazioni su stupri di massa di israeliani e altre atrocità commesse dai combattenti palestinesi.

Ma le indagini condotte da The Electronic Intifada e altre testate indipendenti hanno efficacemente dimostrato che le accuse di stupro non sono documentate o sono falsità a tutti gli effetti – una strumentalizzazione propagandistica per giustificare e incitare al genocidio in corso a Gaza per opera di Israele.

I politici a capo dei paesi che armano attivamente il genocidio, come l’amministrazione Biden-Harris negli Stati Uniti, nel loro sostegno alla campagna di sterminio israeliana hanno diffuso la propaganda relativa a stupri e atrocità.

Il Cancelliere tedesco Olaf Scholz ha falsamente affermato che membri di Hamas avessero realizzato dei video che li ritraggono nell’atto di commettere stupri contro persone israeliane.

Il Ministro degli Esteri del governo Scholz Annalena Baerbock si è spinta anche oltre, affermando di aver visto tali video inesistenti con i propri occhi.

Quando ai funzionari del governo tedesco vengono contestate queste menzogne, essi diffamano i giornalisti che pongono le domande e li mettono a tacere.

Nessuna vittima di stupro

Nella sua intervista a Ynet Gez conferma che 15 mesi dopo gli eventi Israele non ha ancora identificato una singola vittima per la quale sia possibile intentare un’azione penale contro un presunto autore di un’aggressione sessuale.

“Sfortunatamente sarà molto difficile provare questi crimini”, ha dichiarato Gez.

“Alla fine, nessuno ha sporto denuncia”, ha ammesso Gez, sottolineando il considerevole divario tra percezione pubblica e realtà dei fatti.

“Ciò che emergerà alla fine sarà del tutto diverso dalla rappresentazione che ne hanno dato i media”, ha detto Gez, per poi offrire la solita versione secondo la quale “le vittime degli stupri sono state uccise oppure non sono ancora pronte a rivelarlo”.

Ma se questa frequente giustificazione può spiegare perché non sia stata identificata neanche una vittima, essa non può invece spiegare la totale assenza di prove, sia scientifiche che visive, e di testimonianze oculari credibili, a maggior ragione se si considera la presunta ampiezza delle aggressioni sessuali il 7 ottobre.

Non che sia mancato l’impegno nella ricerca di vittime.

“Ci siamo rivolti alle organizzazioni per i diritti delle donne e abbiamo chiesto cooperazione”, ha dichiarato Gez. “Ci hanno detto che semplicemente nessuno si era rivolto a loro”, in altre parole nessuno si era fatto avanti.

Ciò conferma l’esperienza del New York Times, che ha passato al setaccio gli ospedali israeliani, i centri di crisi per gli stupri, le linee telefoniche per le aggressioni sessuali e altre strutture specializzate, senza riuscire a trovare una sola vittima di un’aggressione sessuale del 7 ottobre.

“Nessuno aveva incontrato una vittima di aggressione sessuale”, ha spiegato lo scorso anno all’israeliana Canale 12 Anat Schwarz, la giornalista che aveva condotto le ricerche per il Times.

Ciononostante, in quanto membro della squadra di giornalisti del New York Times capitanata dal premio Pulitzer Jeffrey Gettleman, Schwartz ha pubblicato nel dicembre 2023 il tristemente noto articolo “Urla senza parole”, confermando i presunti stupri di massa.

Quella frode giornalistica è stata poi rapidamente smentita, infangando la presunta autorevolezza del quotidiano.

E in particolare, quando lo scorso maggio il Procuratore capo della Corte Penale Internazionale Karim Khan ha richiesto l’emissione di mandati di arresto contro i dirigenti di alto livello di Hamas, non ha incluso nessuna accusa relativa a stupri avvenuti il 7 ottobre.

Questo è un forte indizio del fatto che neanche gli investigatori della Corte abbiano trovato riscontri (anche se Khan ha incluso deboli accuse secondo le quali i prigionieri di guerra e civili trattenuti a Gaza dal 7 ottobre abbiano subito violenze sessuali).

Due distinti rapporti delle Nazioni Unite non hanno confermato nessuna delle dichiarazioni israeliane circa gli stupri del 7 ottobre, al contrario riscontrando nella vasta mole dei materiali presi in esame, incluse migliaia di fotografie e video, non solo che non c’era “nessun concreto segno di stupro”, ma una “assenza di prove forensi di crimini sessuali”.

Essi hanno affermato che ci sono prove di violenze sessuali avvenute il 7 ottobre, ancorché facendo ricorso a definizioni ampie, vaghe e mutevoli di “violenze basate sul sesso e il genere”.

Entrambi i rapporti dell’ONU hanno anche apertamente smentito una quantità di dichiarazioni israeliane rilasciate da esponenti di alto livello sulle aggressioni sessuali del 7 ottobre.

Uno dei due rapporti delle Nazioni Unite afferma che molte delle dichiarazioni israeliane in merito a violenze sessuali o di genere avvenute il 7 ottobre, inclusa la storia ampiamente riportata del feto asportato dal grembo materno, si sono rivelate “infondate”.

Anche il secondo rapporto ha riconosciuto che certe accuse di violenza sessuale sono risultate essere “false, inesatte o contraddittorie”.

Abbassare le aspettative”

Si paragoni la dichiarazione di Gez, secondo la quale non si sono trovate vittime israeliane di stupro perché se non sono morte non sono “ancora pronte a rivelarlo”, con la situazione dei palestinesi imprigionati da Israele dal 7 di ottobre.

Presumibilmente i palestinesi non dovrebbero essere meno riluttanti o imbarazzati degli israeliani nel dichiararsi vittime di stupro o aggressione sessuale.

Eppure dal 7 ottobre i palestinesi hanno dato molteplici testimonianze in prima persona, come vittime o testimoni, di violenze sessuali e stupri da parte del personale israeliano.

Le ben documentate e sistematiche violenze sessuali e torture israeliane contro i palestinesi, compreso almeno un caso di un detenuto vittima di tortura e di un orribile stupro di gruppo che è stato parzialmente filmato nel campo di concentramento segreto di Sde Teiman, non hanno tuttavia suscitato nemmeno una frazione dello sdegno e dell’attenzione ottenute invece dalle denunce di stupro israeliane, per quanto non verificate e prive di prove.

Per quanto riguarda quei casi di stupro, Gez racconta a Ynet di aver passato nottate a esaminare materiali come “testimonianze di ZAKA, del rabbinato e delle ragazze che hanno lavato i corpi”.

Non dice però di aver letto alcuna prova forense o referto anatomopatologico che attesti segni di violenza sessuale.

Come è ormai risaputo, ZAKA è il gruppo estremista ebraico fondato e gestito da decenni da uno stupratore seriale di bambini, un gruppo che si occupa di raccogliere i corpi delle vittime di catastrofi per dar loro sepoltura. I suoi volontari non hanno preparazione medica e non si tratta di un’organizzazione dotata di competenze nell’indagine di scene del crimine o in medicina legale.

I dirigenti e i membri di ZAKA hanno svolto un ruolo fondamentale nella fabbricazione e nella diffusione di false atrocità a fini di propaganda, comprese quelle, in seguito smentite, relative agli stupri e ai bambini decapitati.

Ammettendo la mancanza di solide prove per le incendiarie accuse di stupro, Gez consiglia: “A questo riguardo, abbasserei le aspettative”.

“So che il pubblico ha delle aspettative e capisco il bisogno di reagire ai reati a sfondo sessuale e alle orribili aggressioni sessuali che hanno avuto luogo, ma la stragrande maggioranza dei casi non può essere provata in tribunale”, ha dichiarato la procuratrice.

Eppure Gez non è disposta a subordinare il proprio desiderio di vendetta alla mancanza di prove e ritiene che la legislazione in materia dovrà essere cambiata, probabilmente per liberarsi del bisogno di prove. Ma questo riguarda il futuro.

Vuole anche tornare all’uso del tribunale militare per giudicare i palestinesi di Gaza, come ancora si fa per i palestinesi in Cisgiordania, dove i palestinesi sono presunti colpevoli e il tasso di condanna è di fatto del 100%.

Nessuna confessione

Per i casi relativi agli eventi del 7 ottobre, Gez afferma che “Alla fine, serve una confessione”.

Ma secondo lei anche in questo caso Israele ha fatto un buco nell’acqua.

“Sorprendentemente, durante gli interrogatori, questi terroristi cercano di minimizzare l’aspetto nazionalistico”, ha detto Gez. “Sulla base della mia esperienza nell’ambito della sicurezza, la maggior parte dei terroristi sono molto orgogliosi di quello che hanno fatto e non lo nascondono”.

Al massimo, secondo Gez, i detenuti hanno ammesso soltanto azioni come esplodere colpi di arma da fuoco, ma senza colpire nessuno.

“Non è il modo in cui vedo comportarsi di solito i terroristi”, ha affermato, chiamando “vigliacchi” i palestinesi arrestati il 7 ottobre per non aver confessato i crimini raccapriccianti per i quali lei cerca vendetta.

Ovviamente non prende in considerazione che molti dei palestinesi rastrellati e detenuti nella rete segreta di prigioni e campi di tortura israeliani non abbiano commesso gli atti di cui sono accusati, o che essi rilascino false confessioni di reati minori nella speranza di evitare o mettere fine alle torture sistematiche di Israele.

Al momento della stesura di questo articolo, le dichiarazioni compromettenti di Gez sono state pubblicate soltanto in ebraico, come contenuto riservato agli abbonati, e probabilmente vogliono assecondare la sete di sangue di un pubblico israeliano.

È importante che esse siano portate all’attenzione globale, perché sottolineano ancora una volta che quando Israele sostiene di avere un sistema giudiziario funzionante ed equo, almeno per quanto riguarda i palestinesi, non si tratta che di sfacciate menzogne.

[traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola]




Medico palestinese ferito continua a resistere

Fedaa al-Qedra

23 dicembre 2024 – The Electronic Intifada

All’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza il dott. Hussam Abu Safiya è diventato un simbolo di resilienza di fronte a un orrore inimmaginabile. Quell’orrore è in corso poiché lo scorso fine settimana l’ospedale e l’area circostante sono rimasti sotto attacco israeliano. Le persone ferite, traumatizzate e impaurite ivi rifugiate stanno affrontando la minaccia di un’evacuazione forzata.

Il pediatra e direttore dell’ospedale ha sopportato settimane di incessanti bombardamenti israeliani, la morte del figlio quindicenne Ibrahim e persino il suo stesso ferimento, il tutto rifiutandosi di abbandonare i suoi pazienti. Nel mezzo dell’assedio del suo ospedale, con continui bombardamenti israeliani durante la scorsa settimana, la storia di Abu Safiya sottolinea il costo umano della guerra e lo straordinario coraggio necessario per preservare la vita di fronte alla morte.

Dall’inizio di ottobre la campagna militare di Israele nel nord di Gaza ha devastato città come Jabaliya, Beit Lahiya e Beit Hanoun, sfollando circa 100.000-130.000 palestinesi e uccidendone centinaia. I tre ospedali della regione, tra cui l’ospedale Kamal Adwan a Beit Lahiya, hanno subito l’impatto più devastante di questi attacchi, spinti sull’orlo del collasso dall’assedio e dai bombardamenti. Israele ha giustificato le sue operazioni con affermazioni infondate su attività di militanti all’interno di queste strutture, accuse negate con veemenza dal personale medico locale e dalle organizzazioni umanitarie.

Il calvario dell’ospedale Kamal Adwan è iniziato seriamente il 25 ottobre. Alle 2 di notte l’artiglieria israeliana ha bombardato l’ospedale, distruggendo forniture mediche vitali e la sua unità di dialisi, e mettendo fuori uso il generatore di ossigeno.

La conseguente interruzione dell’ossigeno ha causato la morte di due bambini nell’unità di terapia intensiva. Dopo qualche ora le truppe israeliane hanno preso d’assalto la struttura arrestando centinaia di pazienti, personale e civili sfollati rifugiatisi tra le sue mura.

Abu Safiya era tra coloro che sono stati brevemente trattenuti durante il raid.

“L’esercito israeliano mi ha trattenuto e mi ha chiesto di evacuare l’ospedale”, ha detto Abu Safiya in un’intervista telefonica a The Electronic Intifada e ad altri giornalisti. “Mi sono rifiutato e ho assicurato loro che all’interno c’erano solo pazienti. Ma hanno arrestato 57 dipendenti, lasciandoci con una grave carenza di medici, in particolare chirurghi. Ora rimaniamo solo io e un altro pediatra”, ha detto dopo l’attacco.

Il costo del rifiuto di Abu Safiya è stato personale e devastante: durante il raid un drone israeliano ha preso di mira il figlio quindicenne, Ibrahim, uccidendolo all’ingresso dell’ospedale.

“Mi sono rifiutato di lasciare l’ospedale e sacrificare i miei pazienti, quindi l’esercito mi ha punito uccidendo mio figlio”, ha raccontato Hussam Abu Safiya ai giornalisti che lo hanno contattato in merito alla situazione nel suo ospedale. In seguito ha seppellito Ibrahim vicino al muro dell’ospedale in modo che suo figlio potesse stargli vicino.

I giorni successivi al 28 ottobre, col ritiro delle forze israeliane, non hanno portato ad una tregua. Gli attacchi all’ospedale sono ripresi, con un picco improvviso il 31 ottobre quando i bombardamenti hanno distrutto un altro carico di materiale medico fornito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Secondo un comunicato stampa inviato su WhatsApp da Abu Safiya, come spesso accade, il 3 novembre è arrivata una delegazione dell’OMS per evacuare i pazienti. In tale frangente il reparto pediatrico è stato preso di mira dal fuoco israeliano, con il ferimento di diverse persone, tra cui una ragazzina di 13 anni. Il 4 e il 5 novembre ripetuti attacchi hanno danneggiato le cisterne dell’acqua aggravando ulteriormente le terribili condizioni dell’ospedale.

Àncora di salvezza

Nonostante queste difficoltà, l’ospedale Kamal Adwan rimane un’àncora di salvezza fondamentale per la popolazione della Striscia di Gaza settentrionale. All’inizio di novembre l’ospedale ospitava più di 120 pazienti, con civili feriti che continuavano ad arrivare ogni giorno, spesso trasportati su barelle improvvisate o su carretti trainati da animali.

“Dopo i ripetuti attacchi le ambulanze sono fuori uso”, ha spiegato Abu Safiya. “Siamo costretti a scegliere tra i pazienti a causa dell’enorme numero di feriti. Non avrei mai immaginato di vivere momenti così tragici”.

La notte del 23 novembre l’ospedale ha dovuto affrontare un’altra aggressione diretta. Un attacco con droni ha preso di mira l’ufficio di Abu Safiya pochi istanti dopo che era uscito dalla sala operatoria, lasciandolo gravemente ferito con ferite da schegge ad una gamba.

Il personale medico ha fatto fatica a fornire cure adeguate a causa della mancanza di specialisti e attrezzature. “Il nostro sistema sanitario è sull’orlo del collasso”, ha detto un’infermiera, descrivendo l’incapacità dell’ospedale di eseguire anche diagnosi di base o interventi chirurgici.

Il 24 novembre con una dichiarazione stampa dal suo letto d’ospedale attraverso WhatsApp Abu Safiya ha affermato: “Questo non ci fermerà. Sono rimasto ferito sul posto di lavoro, e questo è un onore. Il mio sangue non è più prezioso di quello dei miei colleghi o delle persone che serviamo. Non appena guarito tornerò dai miei pazienti”.

Gli attacchi all’ospedale Kamal Adwan fanno parte di una strategia più ampia che ha visto Israele intensificare dal 7 ottobre 2023 la sua aggressione su Gaza. Sostenuta dagli aiuti americani la campagna ha ucciso oltre 45.000 palestinesi (circa il due percento della popolazione di Gaza), ha sfollato centinaia di migliaia di persone e lasciato gran parte dell’enclave in rovina.

Sotto pressione i servizi sanitari stanno crollando, con il blocco dei corridoi umanitari e gli attacchi mirati al personale medico.

L’esercito israeliano ha affermato che le sue azioni sarebbero basate su “un’intelligence precisa” e ha denunciato la presenza di militanti che si spacciano per membri del personale ospedaliero. Tuttavia le uniche prove presentate sono state la testimonianza di un detenuto ottenuta con l’estorsione e le fotografie di armi che sarebbero state trovate vicino all’ospedale.

Abu Safiya ha respinto queste accuse dichiarando a The Electronic Intifada: “Questo è un ospedale. Non chiediamo ai pazienti le loro appartenenze politiche. La nostra missione è fornire assistenza a tutti coloro che ne hanno bisogno”.

Il 4 dicembre Abu Safiya ha rilasciato una dichiarazione audio WhatsApp ai media descrivendo le condizioni del suo ospedale in quel momento: “I droni stanno sganciando bombe a frammentazione ferendo chiunque si trovi sul loro cammino. La situazione è diventata estremamente pericolosa. L’ospedale Kamal Adwan è stato sottoposto a un barbaro assalto da parte dei droni e ancora una volta l’occupazione concentra la sua aggressività sui team medici”.

Ha aggiunto: “Pochi istanti fa tre membri del nostro personale medico sono rimasti feriti. Uno di loro è in condizioni critiche e attualmente è sottoposto a un complesso intervento chirurgico in sala operatoria”.

Tuttavia il pediatra rimane fermo nel suo impegno verso i pazienti, anche se l’ospedale affronta la minaccia della completa distruzione.

“Siamo un istituzione sanitaria al servizio dei malati e dei feriti, non un campo di battaglia”, ha detto telefonicamente a The Electronic Intifada. “Il continuo attacco a questo ospedale è un deliberato tentativo di zittirci. Ma non mi tirerò indietro. La mia professione è il mio dovere e continuerò a trasmettere il mio messaggio umanitario fino al mio ultimo respiro”.

Il coraggio e la perseveranza del dottor Hussam Abu Safiya brillano attraverso l’oscurità dell’assedio in corso a Gaza. Mentre l’ospedale Kamal Adwan vacilla sull’orlo del collasso la sua storia è una testimonianza della resilienza di coloro che combattono non con le armi, ma con compassione e umanità.

Ultimi orrori

Mercoledì scorso Electronic Intifada ha parlato ancora una volta al telefono con Abu Safiya per discutere degli sviluppi del giorno precedente, che ha descritto come “uno dei giorni più bui, difficili e sanguinosi all’ospedale Kamal Adwan”. Il medico ha condiviso più o meno lo stesso messaggio con altri giornalisti.

L’ospedale, ha detto, è stato “preso di mira da aerei da guerra, che hanno colpito più di otto edifici nelle vicinanze. Uno di questi edifici era abitato”. Alcune delle persone in fuga sono state “avvolte dalle fiamme”. Descrivendo l’incidente come un “attacco orribile”, Abu Safiya ha detto che otto persone sono state uccise e che “i bambini rimangono intrappolati sotto le macerie carbonizzate“.

La situazione è ulteriormente peggiorata quando “bulldozer e carri armati sono entrati nell’area, sparando direttamente contro l’ospedale da tutte le direzioni”.

I danni sono stati gravi. “L’unità di terapia intensiva, situata sul lato occidentale, è stata colpita direttamente. I proiettili dei carri armati hanno colpito l’unità innescando un incendio che ci ha costretti a evacuare urgentemente i pazienti. Miracolosamente, siamo riusciti a salvare le bombole di ossigeno nel pronto soccorso. Purtroppo il reparto di isolamento è andato completamente a fuoco”.

Per la scarsità delle risorse l’incendio è stato difficile da controllare. “Per grazia di Dio, siamo riusciti a spegnere l’incendio a mani nude, poiché non erano disponibili estintori e l’erogazione idrica era stata interrotta. Abbiamo usato coperte e le nostre mani nude per controllare le fiamme”.

Nonostante la scena devastante Abu Safiya e i suoi colleghi continuano a perseverare malgrado un’unità di terapia intensiva che descrive come simile a “una zona di guerra, con proiettili che perforano attrezzature, muri e finestre”.

Rimane sbalordito dall’intensa violenza israeliana che ha preso di mira il suo ospedale e dal silenzio di così tante persone a cospetto di settimane di bombardamenti.

“È incomprensibile il motivo per cui siamo presi di mira in modo così brutale. Da oltre 75 giorni stiamo lanciando un appello al mondo, ma non è stato fatto nulla. Questa apatia consente agli occupanti di intensificare la loro violenza e temo che continueranno a colpire altri reparti, forse distruggendo l’ospedale davanti agli occhi del mondo. Tragicamente, questa è la nostra realtà”.

La realtà ha continuato a peggiorare nel corso del fine settimana con circa 400 persone, tra cui pazienti, che hanno affrontato la minaccia di evacuazione dall’ospedale in circostanze pericolose.

Domenica il giornalista Islam Ahmed dall’interno dell’ospedale ha detto a che nel fine settimana il numero dei pazienti era aumentato da 66 a 85 e che circa 10 corpi giacevano sulla strada a nord dell’ospedale. Lunedì Abu Safiya ha stimato il numero di pazienti a 91, affermando che “i bombardamenti non sono cessati per tutta la notte, distruggendo case ed edifici circostanti”. Ha descritto una “situazione estremamente terrificante” e ha chiesto “un intervento internazionale urgente prima che sia troppo tardi”.

Lunedì nel corso di un aggiornamento Ahmed ha detto che tre corpi rimasti all’interno dell’ospedale durante il weekend, tra cui quello di Ameena al-Mufti, una ragazza colpita da un attacco di droni israeliani, erano stati seppelliti nel corso della giornata in circostanze estremamente difficili.

Uscendo dall’ospedale, dice Ahmed, è pericoloso per si rischia la vita. Domenica sera, nel corso di un’intervista con The Electronic Intifada, si poteva sentire il rumore di spari.

Abu Safiya in una dichiarazione del fine settimana ha insistito sul fatto che l’evacuazione richiesta tramite un megafono israeliano avrebbe eventualmente richiesto giorni, non ore. Avrebbe dovuto essere reso disponibile l’ospedale indonesiano di Beit Lahiya, ha detto, mentre mancano le ambulanze per il trasporto i pazienti.

Ancora una volta, come in tante altre occasioni nelle ultime settimane, ha fatto appello a un mondo che non ascolta.

Fedaa al-Qedra è una giornalista di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Perché Israele pensa di aver vinto in Siria

Asa Winstanley e Ali Abunimah 

9 dicembre 2024 The Electronic Intifada 

All’alba di martedì mattina i carri armati israeliani erano alla periferia di Damasco, e Israele lanciava attacchi aerei in tutto il Paese definiti come “i più pesanti nella storia siriana”.

L’escalation degli attacchi israeliani sul Paese arriva dopo che il presidente Bashar al-Assad è fuggito in Russia nelle prime ore di domenica mentre gli insorti sostenuti dagli Stati Uniti e dalla Turchia hanno preso la capitale Damasco.

Benjamin Netanyahu ha immediatamente rivendicato il merito della caduta di Assad, la cui famiglia aveva governato la Siria per cinquant’anni.

I commenti del primo ministro israeliano risalgono a​ domenica mattina, quando ha visitato il territorio occupato da Israele sulle alture del Golan in Siria.

“Questo è un giorno storico”, ha detto Netanyahu, “un risultato diretto dei colpi che abbiamo inflitto all’Iran e a Hezbollah, principali sostenitori del regime di Assad”.

Le forze di occupazione israeliane hanno approfittato della caduta del governo per bombardare la Siria, occupare ulteriori territori siriani e distruggere infrastrutture pubbliche vitali, impianti di difesa e basi aeree.

Nuovi attacchi aerei israeliani hanno colpito Damasco e la Siria meridionale, distruggendo “sistemi d’arma avanzati e strutture di produzione di armi” e lasciando la Siria più vulnerabile che mai.

Gli attacchi aerei sulla capitale sembrano aver preso di mira l’ufficio immigrazione e passaporti. È stato segnalato un enorme incendio che stava distruggendo l’edificio.

Lunedì la Reuters, citando funzionari della sicurezza siriana, ha riferito che i massicci raid aerei israeliani “hanno bombardato almeno tre importanti basi aeree dell’esercito siriano che ospitavano decine di elicotteri e jet”.

I territori siriani recentemente occupati da Israele includono Jabal al-Sheikh, noto anche come Monte Hermon, che si trova al confine siriano con il Libano. L’ufficio stampa del governo israeliano ha sottolineato che era “la prima volta dal 1973” che occupavano l’area. Il primo ministro israeliano ha anche annunciato che avrebbe posto fine unilateralmente all’accordo del 1974 sul disimpegno tra Siria e Israele, sostenendo che quell’accordo sostenuto dall’ONU era “finito”.

Guerra lampo dei ribelli

La caduta del governo siriano è avvenuta dopo una guerra lampo di 11 giorni, partita dall’enclave settentrionale di Idlib dove gli insorti armati avevano mantenuto una roccaforte al confine con la Turchia dopo la tregua del 2016 mediata da Russia e Turchia.

A fine novembre gli insorti sono partiti armati da Idlib verso sud, occupando una dopo l’altra le città siriane di Aleppo, Hama, Homs e infine Damasco.

Sebbene fosse sostenuto da alleati regionali e internazionali, l’esercito siriano ha ceduto la maggior parte delle sue posizioni senza combattere, indicazione dell’esistenza di un accordo a garanzia dell’uscita di Assad.

Il presidente uscente degli Stati Uniti Joe Biden ha affermato domenica che il fallimento di Russia, Iran ed Hezbollah nel difendere il governo siriano è stato “il risultato diretto dei colpi sferrati da Ucraina [e] Israele” con il “continuo sostegno degli Stati Uniti”. Alcune analisi suggeriscono che l’Iran e la Russia, principali sostenitori del governo siriano, abbiano concluso che il governo di Assad fosse ormai un guscio vuoto e non potesse essere salvato.

Dopo anni di guerra che hanno causato orribili morti, sfollamenti e distruzione, la partenza di Assad senza combattere ha risparmiato un ulteriore massiccio spargimento di sangue, almeno per ora. La sua partenza è stata seguita da scene di giubilo quando i siriani si sono riuniti con i propri cari provenienti da parti del paese precedentemente tagliate fuori o appena rilasciati dalle prigioni.

Ma in una società profondamente divisa, molti continueranno a temere ciò che i nuovi governanti, con il loro noto passato di atrocità, potrebbero fare.

In episodi che ricordano l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003, ci sono stati saccheggi e uccisioni per vendetta di soldati siriani in fuga.

La Libia, il cui leader è stato rovesciato e ucciso nell’insurrezione del 2011 sostenuta dagli Stati Uniti, è un avvertimento: la speranza e il giubilo iniziali sono stati rapidamente infranti. Tredici anni dopo il paese versa in condizioni disperate e molte persone temono una guerra civile.

Gli Stati Uniti preferirebbero di gran lunga una Siria nel caos ampiamente sotto il loro controllo a un paese unito che si oppone a Israele.

Mantenere la Siria in macerie

Dal 2014 gli Stati Uniti hanno mantenuto un’esplicita occupazione militare su ampie zone della Siria, principalmente nella regione nord-orientale ricca di petrolio, dove sono aiutati da milizie locali.

Quando Donald Trump è stato eletto presidente la prima volta ha ritirato alcune delle truppe statunitensi, ma sarebbero rimasti circa 900 soldati.

Dana Stroul, allora ricercatrice presso il Washington Institute for Near East Policy affiliato all’AIPAC [gruppo di pressione statunitense noto per l’incondizionato sostegno a Israele, ndt.], ha co-presieduto il bipartisan “Syria Study Group” che ha definito gli obiettivi della politica statunitense. Nel 2019 ha illustrato le sue raccomandazioni su come gli Stati Uniti dovrebbero mirare a indebolire lo Stato siriano e impoverire il suo popolo.

Il primo obiettivo, ha affermato Stroul, è quello di mantenere l’occupazione militare statunitense sul terzo del territorio siriano più “ricco di risorse”, comprendente i giacimenti petroliferi e la “produzione agricola”.

Oltre all’ “isolamento diplomatico e politico del regime di Assad”, Stroul ha sottolineato l’importanza delle sanzioni economiche statunitensi e dell’impedire al paese dilaniato dalla guerra di ricostruirsi.

La maggior parte della Siria, ha detto Stroul, “è un cumulo di macerie”.

La commissione da lei co-presieduta ha raccomandato, nelle sue parole, che gli Stati Uniti usino la loro enorme influenza internazionale per “mantenere la politica di impedire gli aiuti alla ricostruzione e che le competenze tecniche tornino in Siria”.

Dal 2021 al 2023 Stroul ha avuto un ruolo diretto nell’implementazione di queste politiche come vice assistente segretario alla difesa per il Medio Oriente, la massima carica civile del Pentagono nella regione. Stroul è ora tornata come direttrice della ricerca al Washington Institute, il think tank più influente della lobby israeliana.

Gli Stati Uniti sono impegnati da anni ad aggiudicarsi il controllo della ricchezza materiale della Siria.

Nuovo brand per al-Qaida

L’offensiva lampo da Idlib è stata guidata dal gruppo Hayat Tahrir al-Sham, emerso da al-Qaida.

Leader del gruppo è Abu Muhammad al-Julani, ex leader di Jabhat al-Nusra, affiliato di al-Qaida in Siria e un tempo agente dello Stato islamico dell’Iraq (che in seguito è diventato ISIS).

Secondo i gruppi per i diritti umani, sotto al-Julani Jabhat al-Nusra ha compiuto numerose atrocità contro i civili siriani.

Human Rights Watch ha indagato sulle atrocità dei ribelli nella regione costiera attorno alla città di Latakia e in un rapporto del 2013 ha affermato che al-Nusra e i gruppi ad esso alleati hanno compiuto crimini di guerra “premeditati e organizzati”, tra cui “l’uccisione sistematica di intere famiglie”.

E con il rebranding in Hayat Tahrir al-Sham tali abusi non si sono fermati. Human Rights Watch afferma di aver documentato gravi abusi da parte di Hayat Tahrir al-Sham nell’enclave di Idlib da esso controllata negli ultimi anni.

“La repressione di Hayat Tahrir al-Sham nei confronti di coloro che si percepiscono come oppositori al loro governo rispecchia proprio alcune delle tattiche oppressive utilizzate dal governo siriano”, diceva nel 2019 Lama Fakih, vicedirettore per il Medio Oriente del gruppo per i diritti umani. “Non esiste una ragione legittima per rastrellare gli oppositori, detenerli e torturarli arbitrariamente”. A marzo, Voice of America ha riferito che le proteste sono scoppiate per diversi giorni in circa 20 località nell’enclave di Idlib. “I manifestanti intonano slogan contro il leader di HTS Abu Muhammad al-Julani, chiedendo il rilascio dei prigionieri detenuti dal gruppo estremista e la fine del suo stretto controllo sull’enclave”, ha affermato la rete radiotelevisiva finanziata dal governo degli Stati Uniti. Un’altra rivolta è scoppiata a maggio contro il governo “sempre più dittatoriale” di Hayat Tahrir al-Sham, che prevedeva anche la tortura a morte dei prigionieri. In una dichiarazione rilasciata domenica dopo la caduta del governo di Damasco, Human Rights Watch ha accusato Assad di “innumerevoli atrocità, crimini contro l’umanità e altri abusi durante i suoi 24 anni di presidenza”. Ha anche affermato che Hayat Tahrir al-Sham e altri “gruppi armati non statali” che “hanno lanciato l’offensiva” da Idlib il 27 novembre sono responsabili “di violazioni dei diritti umani e crimini di guerra”.

Al-Julani non è mai stato chiamato a risponderne.

Al contrario, funzionari statunitensi e britannici stanno discutendo la possibilità di cancellare lui e il suo gruppo dalle loro liste dei terroristi.

Sembra persino probabile che al-Julani sia stato addestrato per guidare la Siria, poiché i media occidentali stanno lavorando sodo a ripulire la sua immagine con interviste e reportage favorevoli.

Questi sforzi di rebranding si basano sull’affermazione secondo cui al-Julani e Hayat Tahrir al-Sham si sarebbero lasciati il ​​passato alle spalle.

Ma non è sempre stato così. Lo stesso governo degli Stati Uniti ha affermato nel 2017 che “HTS è un accorpamento e qualsiasi gruppo che vi si unisca diventa parte della rete siriana di al-Qaida”.

È in base a queste ragioni che gli Stati Uniti hanno messo una taglia di 10 milioni di dollari su al-Julani, il cui vero nome è Ahmed al-Shara, una ricompensa che rimane ufficialmente disponibile per chiunque possa aiutare l’FBI a localizzarlo.

Biden ammette di aver finanziato gruppi legati ad al-Qaeda

Negli ultimi 13 anni i vari gruppi armati che hanno collaborato per rovesciare il governo siriano sono stati sostenuti dagli Stati Uniti, dagli Stati del Golfo, dalla Turchia e dallo stesso Israele.

In un raro momento di onestà, per il quale in seguito ha dovuto scusarsi, l’allora vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden ha ammesso nel 2014 che un’ondata di finanziamenti aveva aiutato gruppi che gli Stati Uniti considerano estremisti.

Biden ha affermato che Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e altri “erano così determinati ad abbattere Assad e a promuovere essenzialmente una guerra per procura fra sunniti e sciiti… [che] hanno riversato centinaia di milioni di dollari, decine, migliaia di tonnellate di armi a chiunque volesse combattere contro Assad”.

“Se non fosse che le persone che venivano rifornite erano al-Nusra e al-Qaida e gli elementi estremisti dei jihadisti provenienti da altre parti del mondo”, ha aggiunto Biden.

Ciò che Biden non ha menzionato è l’Operazione Timber Sycamore, l’enorme quantità di finanziamenti e addestramento con cui anche la CIA, sotto il presidente Barack Obama, ha partecipato dagli Stati Uniti alla multimiliardaria guerra per procura in Siria.

Nel 2017 il New York Times l’ha definita “uno dei programmi di azione segreta più costoso nella storia della CIA”.

La logica è stata ben riassunta da Jake Sullivan, attualmente consigliere per la sicurezza nazionale di Biden, in un’e-mail del 2012 all’allora Segretario di Stato Hillary Clinton.

“AQ [Al-Qaida] è dalla nostra parte in Siria”, ha scritto Sullivan.

Battuta d’arresto per l’asse di resistenza

L’ultima volta che al-Qaeda e altri gruppi di insorti sono arrivati alle alture del Golan, Israele ha stabilito relazioni cordiali con loro, curando i loro combattenti in un ospedale da campo appositamente costruito e persino armandoli.

Domenica Netanyahu ha segnalato la ripresa di quella politica. Ha detto che Israele avrebbe perseguito “lo stesso approccio che abbiamo mantenuto quando abbiamo allestito qui un ospedale da campo che ha curato migliaia di siriani feriti durante la guerra civile. Centinaia di bambini siriani sono nati qui in Israele”.

Poiché la Siria è stata per decenni la spina dorsale dell’asse di resistenza all’egemonia statunitense e al colonialismo di insediamento israeliano, molti nella regione vedono la caduta di Assad come una grande vittoria strategica di Israele e Stati Uniti.

La Siria è stata un anello vitale nella catena di fornitura militare, un ponte di terra tra l’Iran e il suo alleato regionale Hezbollah. Questa fazione libanese di resistenza ha cacciato le forze di occupazione israeliane dal Libano meridionale nel 2000 e ha respinto il tentativo di invasione terrestre israeliana partito all’inizio di ottobre di quest’anno. L’offensiva terrestre israeliana si è conclusa alla fine di novembre con una tregua impari che secondo l’ONU Israele ha già violato più di 100 volte. Israele aveva disperatamente bisogno di un cessate il fuoco con Hezbollah poiché non era riuscito a procedere più di qualche chilometro dal confine e il suo esercito non era in grado di mantenere il territorio.

Le sue truppe sono state semplicemente sconfitte dalle forze superiori dei combattenti libanesi.

Solo poche ore dopo che Damasco è caduta nelle mani degli insorti, Israele ha lanciato una nuova incursione in Siria, come hanno riferito i media israeliani domenica. Carri armati e soldati israeliani hanno occupato nuova terra siriana sulle alture del Golan, definendola “zona cuscinetto”.

Dall’invasione del 1967 Israele ha occupato gran parte della regione sud-occidentale del Golan in Siria, espellendo la maggior parte della popolazione siriana. Israele ha annesso unilateralmente il territorio siriano occupato nel 1981 e ha colonizzato la terra con circa 20.000 coloni.

Insorti filo-israeliani?

Gli oppositori di Assad stanno celebrando quella che sperano sarà una nuova alba per la Siria. Ma molte persone nella regione vedono l’offensiva degli insorti come deliberatamente programmata per aiutare Israele.

La rivendicazione di Netanyahu domenica mattina della responsabilità per la caduta di Damasco nelle mani degli insorti non fa che rafforzare questa visione.

L’ex leader di al-Qaida al-Julani, da parte sua, sembra quasi un lobbista filo-israeliano. In un video recente ha fatto riferimento a ciò che ha definito “le guerre dell’Iran contro la regione”, riecheggiando il linguaggio spesso usato da Netanyahu dall’ottobre 2023.

Al-Qaida e altri gruppi simili tendono a vedere la regione attraverso una settaria lente estremista musulmana sunnita, considerando l’Iran a maggioranza musulmana sciita e il gruppo musulmano sciita Hezbollah come nemici mortali. Sia tacitamente che apertamente ciò consente a tali gruppi di fare causa comune con Israele e gli Stati Uniti, come ha riconosciuto il funzionario statunitense Jake Sullivan nella sua famigerata e-mail del 2012.

“Eravamo molto contenti quando avete attaccato Hezbollah”, ha detto di recente un “attivista dell’opposizione” a un giornalista israeliano che ha riferito i suoi commenti in TV. “Siamo felici di aiutarvi”, ha aggiunto l’attivista. “Amiamo lo Stato di Israele e non siamo mai stati suoi nemici, perché non nuoce a nessuno se nessuno nuoce a lui”. In un’altra intervista con The Times of Israel, un “comandante dei ribelli” ha detto che il suo Esercito Siriano Libero sostenuto dagli Stati Uniti era pronto a normalizzare le relazioni con Israele, nonostante il genocidio israeliano in corso contro i palestinesi e la decennale occupazione illegale israeliana del territorio siriano. “Sottoscriveremo una pace completa con Israele”, ha detto il comandante. “Dallo scoppio della guerra civile siriana non abbiamo mai fatto commenti critici contro Israele, a differenza di Hezbollah, che ha dichiarato di voler liberare Gerusalemme e le alture del Golan.”

Il comandante degli insorti, parlando al sito di notizie israeliano, ha anche lasciato intendere che potrebbe essere già in contatto con funzionari israeliani.

Anche se questi personaggi anonimi non parlano ufficialmente, tale riabilitazione del regime genocida israeliano non dà speranza ai palestinesi, specialmente quelli di Gaza.

Parlando a un canale televisivo israeliano, l’ufficiale dell’intelligence militare israeliana Mordechai Kedar ha detto di essere “in costante contatto con i leader delle fazioni dell’opposizione siriana… Sono pronti per un accordo di pace con Israele, se solo riescono a controllare Siria e Libano”.

Tali dichiarazioni mettono in allarme le persone in Libano, un avvertimento che il loro paese potrebbe essere il prossimo obiettivo e parte di un tentativo di trascinare Hezbollah in una guerra civile.

“I leader delle fazioni di opposizione siriane hanno comunicato a Tel Aviv che stanno pianificando di aprire un’ambasciata israeliana a Damasco e Beirut”, ha affermato Kedar.

Riferendo i commenti di un altro “comandante dei ribelli” all’emittente governativa israeliana Channel 12, la scorsa settimana The Times of Israel ha sottolineato che “l’offensiva è stata lanciata proprio mentre entrava in vigore un cessate il fuoco” tra Israele e Hezbollah.

Secondo questo comandante, la tempistica non è stata una coincidenza.

“Abbiamo esaminato l’accordo [di cessate il fuoco] con Hezbollah e abbiamo capito che era il momento giusto… Non lasceremo che Hezbollah combatta nelle nostre aree e non lasceremo che gli iraniani vi mettano radici”, ha detto.

Secondo la testata il comandante ha affermato che il suo obiettivo era sostituire il governo siriano con uno che avesse buoni rapporti con Israele

Parte di ciò potrebbe essere propaganda, pio desiderio o pura e semplice montatura. Ma dato che gli Stati Uniti sostengono questi gruppi da più di un decennio, i loro sostenitori li considerano chiaramente molto preferibili ai gruppi il cui obiettivo dichiarato è la resistenza a Israele.

Trame settarie

I nuovi insorti ora emergenti hanno rancori di vecchia data contro la resistenza.

Hezbollah è intervenuto in Siria nel 2013 dopo che la guerra per procura degli Stati Uniti contro il Paese, iniziata due anni prima, era quasi riuscita a rovesciare il governo di Damasco.

Il gruppo e il suo alleato dell’asse della resistenza, l’Iran, insieme alla Russia che ha basi militari nel paese, hanno impedito che il governo venisse rovesciato.

Con le milizie che hanno preso il controllo della Siria ora in grado di dominare il paese, il futuro dell’asse della resistenza è incerto.

Alcuni pianificatori israeliani stanno progettando di dividere la Siria in cantoni etnici e settari tra loro in guerra, una classica strategia coloniale di dividi et impera.

In un’intervista pubblicata lunedì da The Times of Israel, il colonnello dell’intelligence militare israeliana Wahabi Anan Wahabi ha esposto il suo piano per quella che la testata ha descritto come “una libera confederazione di quattro sottostati etnici”.

Wahabi ha affermato che “il paese è già diviso in quattro cantoni. Il passo successivo è rendere ufficiale questa divisione”. “Lo Stato nazionale moderno ha fallito in Medio Oriente”, ha affermato.

Piano di emergenza americano-israeliano”

Gli Stati Uniti hanno coordinato l’offensiva di Idlib in stretto accordo con Israele.

Una fonte informata ha detto a Said Arikat, stimato corrispondente a Washington del quotidiano palestinese Al-Quds, che l’offensiva di Hayat Tahrir al-Sham è stata pianificata in coordinamento fra Stati Uniti, Israele e Turchia.

È “giunta come risultato di un ‘piano di emergenza’ americano-israeliano coordinato dall’amministrazione del presidente Joe Biden con la Turchia” ed “è stata implementata secondo una visione americana per il giorno dopo l’accordo di cessate il fuoco tra Libano e Israele”.

Arikat ha scritto che la sua fonte precedentemente aveva addestrato gli insorti, tra cui l’affiliata di al-Qaida Jabhat al-Nusra e il succedaneo Hayat Tahrir al-Sham in basi in Giordania e Turchia, fino al 2021.

L’invasione israeliana di domenica sembra essere stata in preparazione da un po’ di tempo. Solo una settimana prima che venisse lanciata l’offensiva di Hayat Tahrir al-Sham, i media israeliani hanno riferito che il capo dello Shin Bet, la polizia segreta israeliana, era stato in Turchia per un incontro con il capo di un’agenzia di intelligence turca. Sempre una settimana prima dell’offensiva, Israele ha iniziato nuove costruzioni illegali nella zona demilitarizzata tra le aree delle alture del Golan controllate dalla Siria e quelle occupate da Israele, in violazione dell’accordo di disimpegno del 1974.

Secondo l’UNDOF, la forza di pace delle Nazioni Unite che monitora il cessate il fuoco, si è trattato di “gravi violazioni”.

I siriani, indipendentemente dalle loro posizioni politiche, vorrebbero vedere il loro paese rimettersi in piedi, unito e indipendente il prima possibile. Nessun sostenitore della liberazione palestinese ha nulla da temere da una Siria veramente sovrana.

Questo è esattamente il motivo per cui ci sono molte potenti forze esterne, principalmente Israele e Stati Uniti, che vogliono che la Siria rimanga debole e subordinata alla loro agenda. Se divisione, dipendenza e caos sono gli unici modi per raggiungere questo obiettivo, allora è ciò che favoriranno e fomenteranno.

Israele, da parte sua, non sta perdendo tempo a capitalizzare i tumultuosi eventi storici per impadronirsi di più terra e consolidare la sua presa genocida sulla regione.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Docente ebrea licenziata per post antisionisti

Nora Barrows-Friedman 

17 Novembre 2024 Electronic Intifada

Negli Stati Uniti gli studenti e i docenti continuano a resistere alle misure repressive delle amministrazioni universitarie volte a soffocare o addirittura criminalizzare ogni discorso a sostegno dei diritti dei palestinesi – mentre il genocidio a Gaza continua.

Accanto alle università statunitensi d’élite che chiamano la polizia antisommossa contro i propri studenti che fanno sit-in di protesta, o che tentano di impedire del tutto agli studenti di condurre proteste, alcune università hanno cercato di classificare l’ideologia politica del sionismo come un genere di identità protetta per definire il discorso antisionista come incitamento all’odio razzista.

“Da quando sono insegnante ho tenuto corsi sulla Palestina: è sempre stata centrale o costitutiva nel lavoro che svolgo”, ha detto Maura Finkelstein a The Electronic Intifada Podcast.

Finkelstein, studiosa di antropologia e scrittrice, ha insegnato al Muhlenberg College di Allentown, Pennsylvania, per nove anni.

Teneva un corso di Antropologia della Palestina, un corso che, dice, era stato approvato dal college. Ma nonostante fosse di ruolo è stata licenziata a maggio 2024 per i suoi post sui social media a sostegno dei diritti dei palestinesi e contro l’ideologia politica del sionismo, un provvedimento che è stato interpretato come avvertimento per gli altri professori anti-genocidio.

Il licenziamento è seguito a mesi di mirate persecuzioni da parte di gruppi di lobbisti e di singoli individui israeliani che hanno fatto pressione sull’università affinché licenziasse Finkelstein accusandola di “odio verso gli ebrei” per i suoi principi antisionisti. Finkelstein è ebrea.

The Intercept [organizzazione giornalistica americana di sinistra senza scopo di lucro, ndt.] ha riferito che Finkelstein “è stata oggetto di una campagna di migliaia di email anonime generate da bot, inviate ogni minuto per oltre 24 ore agli amministratori della scuola nonché a organi di informazione e politici locali per chiederne la rimozione”. L’amministrazione del college ha detto a Finkelstein che “numerose famiglie di studenti avevano chiamato per esprimere preoccupazione per le sue opinioni”, nota The Intercept. “Una petizione Change.org avviata a fine ottobre da anonimi ‘ex studenti e sostenitori del Muhlenberg College’ che chiedeva il licenziamento di Finkelstein per presunta retorica ‘pro-Hamas’ ha ottenuto oltre 8.000 firme”.

Finkelstein ha detto a The Electronic Intifada che uno dei suoi post sui social media, la ripubblicazione sul suo account personale della dichiarazione del poeta palestinese americano Remi Kanazi di rifiuto di normalizzare il sionismo, ha provocato la condanna di uno studente di Muhlenberg che non aveva mai frequentato le sue lezioni. “Poiché lo studente si identificava come sionista e poiché credeva che sionismo ed ebraismo fossero la stessa cosa, [lo studente ha affermato che] stavo violando la politica di non discriminazione sulle pari opportunità, il che sostanzialmente avrebbe negato allo studente l’accesso all’istruzione”, ha detto Finkelstein.

E ha spiegato che, nonostante lo studente non la conoscesse, “ha dato per scontato dai post sui social media che non sarebbe stato al sicuro nella mia classe. La cosa è passata attraverso un’indagine lunga tre mesi e mezzo, è passata attraverso vari comitati di docenti, personale e amministrativi, e mi è stato detto che ero stata licenziata per giusta causa, il che significa che non ho ricevuto il TFR”.

“Coincidenza perfetta”

Finkelstein afferma che secondo l’ Associazione Americana dei Professori Universitari (AAUP) è la prima professoressa di ruolo a essere licenziata dall’ottobre 2023 per il suo sostegno ai diritti dei palestinesi. “Certo, ci sono stati casi in passato”, nota, citando il licenziamento del professor Steven Salaita da parte dell’Università dell’Illinois nel 2014 [per tweet giudicati antisemiti di protesta contro il bombardamento di Gaza, ndt.] così come “innumerevoli professori associati, professori assistenti in visita, docenti, altri docenti a contratto che hanno perso i loro contratti, che hanno perso il lavoro senza lo stesso tipo di causa che avrebbe causato indignazione”.

La paura, dice, per gli accademici che adesso vengono sanzionati,è che se viene divulgata la vicenda non lavoreranno mai più nell’istruzione superiore. E penso che questa sia una minaccia reale”. Nel suo caso, spiega Finkelstein, si cristallizzano almeno due delle grandi criticità dell’istruzione superiore in questo momento. Una è la “costante erosione dei finanziamenti federali, del sostegno federale [che] ha fatto sì che queste istituzioni siano completamente, o quasi completamente, dipendenti dalle tasse universitarie e dal sostegno dei donatori”, il che crea un modello finanziario che “in realtà non riguarda l’istruzione ma la raccolta di fondi”, dice.

La seconda criticità è che gli amministratori sono nella condizione per cui “non sanno cosa sia l’ebraismo. Non sanno cosa sia il sionismo. Probabilmente non sanno molto delle decisioni che prendono. Ciò che sanno è [che] se si alienano la base finanziaria tracolleranno”. Finkelstein dice di capire perché alcuni professori abbiano paura di parlare in difesa della Palestina e potenzialmente perdere il lavoro. Ma, aggiunge, i suoi colleghi non dovrebbero autocensurarsi. “Dobbiamo tutti parlare della Palestina. Dobbiamo tutti fare lezioni sulla Palestina perché, teoricamente, non possono licenziarci tutti.”

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Una e-mail interna rivela che il New York Times ha bloccato un’inchiesta sugli ultras israeliani

Asa Winstanley

18 novembre 2024 – The Electronic Intifada

Il New York Times ha bloccato un’inchiesta di uno dei suoi stessi reporter sulle violenze dei facinorosi israeliani ad Amsterdam all’inizio del mese.

In una e-mail interna del Times, inavvertitamente condivisa con The Electronic Intifada, il reporter olandese Christiaan Triebert ha spiegato a un manager di aver proposto “un’indagine visiva che stavo conducendo sugli eventi del [6-8 novembre] ad Amsterdam”.

“Purtroppo il servizio è stato bloccato”, ha scritto. “Mi dispiace che la prevista indagine visiva momento per momento non sia stata portata avanti”.

“È stato molto frustrante, a dir poco”, ha scritto Triebert.

L’e-mail era indirizzata al senior manager del Times Charlie Stadtlander, ex addetto stampa dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti e dell’esercito americano.

Triebert sembrava interessato a realizzare un reportage che facesse chiarezza, rimediando alla falsa narrazione insistentemente avanzata dal suo stesso giornale secondo la quale i tifosi israeliani sarebbero stati vittime di violenze di gruppo dettate dall’odio per gli ebrei.
La corrispondenza intercorsa venerdì tra Triebert e Stadtlander è scaturita dalle richieste di commento di
The Electronic Intifada al Times in merito al resoconto altamente fuorviante che il giornale aveva fatto della violenza dei facinorosi israeliani ad Amsterdam.

Come il reporter ha spiegato mercoledì sul livestream di The Electronic Intifada, il giornale ha di fatto capovolto la realtà.

Le prove che anche un solo attacco antisemita abbia avuto luogo ad Amsterdam sono ancora esattamente zero, per non parlare del “pogrom” che i funzionari del governo israeliano hanno immediatamente evocato.

Il Times è finito sotto tiro per aver utilizzato un video di violenze di ultras israeliani ad Amsterdam la scorsa settimana per affermare l’esatto contrario di ciò che il video mostrava in realtà.

Il Times ha affermato che il filmato girato da un fotoreporter olandese mostrava “attacchi antisemiti” contro gli israeliani, anche se in realtà mostrava la violenza dei facinorosi israeliani contro un cittadino olandese.

Per diversi giorni il filmato è stato messo in cima al servizio dell’8 novembre sugli eventi di Amsterdam della sera precedente.

Ma martedì il giornale è stato costretto a rettificare dopo che la creatrice del video – la fotoreporter olandese Annet de Graaf – ha condannato pubblicamente i media internazionali per aver etichettato erroneamente il suo video come prova di “attacchi antisemiti” contro i tifosi di calcio israeliani.

In realtà, il video mostra un’orda di decine di ultras israeliani che attaccano una persona dopo che la loro squadra, il Maccabi Tel Aviv, ha perso una partita in trasferta per 5-0 contro la squadra olandese dell’Ajax il 7 novembre.

Il manager del NY Times Stadtlander ha dichiarato venerdì a The Electronic Intifada che, dopo la correzione, il giornale aveva “rimosso il video su richiesta dell’autrice”.

Ma de Graaf ribadisce che questo non è vero. “Non ho assolutamente detto questo”, ha dichiarato venerdì per telefono a The Electronic Intifada. “Non è vero quello che il capo redattore [Stadtlander] vi sta dicendo nell’e-mail. Non è vero”.

Alla richiesta di un commento Stadtlander ha rifiutato di rispondere, scrivendo solo che “la dichiarazione che vi ho rilasciato ieri sera costituisce il nostro commento sulla questione”.

Minimizzare la violenza genocida israeliana

Nessuno dei quattro autori dell’articolo – John Yoon, Christopher F. Schuetze, Jin Yu Young e Claire Moses – ha risposto alle richieste di commento di Electronic Intifada.

Stadtlander nega di aver avuto alcun ruolo nel commissionare o rivedere l’articolo.

Dopo che The Electronic Intifada ha ricevuto l’e-mail di Triebert, “inavvertitamente copiata”, Stadtlander ha inviato un’altra e-mail in quello che sembra essere un tentativo di limitare i danni.

Vi afferma che “il prezioso lavoro che Christiaan [Triebert] e altri del suo team stavano facendo non è diventato un pezzo a sé stante” perché “molto del materiale è stato incorporato” in un altro articolo che il Times aveva pubblicato.

Ma il pezzo che Stadtlander ha linkato è l’ennesimo insabbiamento della violenza israeliana ad Amsterdam – uno dei tanti pubblicati dal Times.

Offusca o inverte completamente causa ed effetto e minimizza gli attacchi israeliani contro i cittadini olandesi, basandosi quasi interamente sulle dichiarazioni degli ultras israeliani.

Inoltre sminuisce un video dei tifosi del Maccabi che tornano da Amsterdam all’aeroporto di Tel Aviv cantando uno slogan apertamente genocida, in cui esultano per il fatto che a Gaza “non ci sono più bambini”, minimizzandolo come semplici “canti provocatori contro arabi e gazawi”.

Agenda anti-palestinese

Che la redazione del Times avesse un’agenda pro-Israele fin dall’inizio della sua copertura dell’incidente è evidente dalla lettura della prima versione del pezzo, ancora disponibile negli archivi online.

Quella versione non includeva il video di Annet de Graaf e non conteneva alcuna prova – o anche solo un’accusa – di antisemitismo, a parte le affermazioni infondate di funzionari del governo israeliano.

Una delle fonti principali citate in quella versione era Itamar Ben-Gvir, ministro israeliano della Sicurezza Nazionale di estrema destra, che vuole espellere tutti i palestinesi. “I tifosi che sono andati a vedere una partita di calcio sono vittime di antisemitismo e sono stati attaccati con una crudeltà inimmaginabile solo perché ebrei”, ha dichiarato Ben-Gvir.

Tuttavia, tutti i riferimenti a Ben-Gvir sono stati rimossi dall’articolo in meno di due ore.

Ad oggi, il New York Times ha pubblicato più di una dozzina di articoli sostanzialmente incentrati sulla violenza ad Amsterdam.

Si tratta di un numero sorprendentemente alto se confrontato, ad esempio, con il modo in cui il giornale ha ignorato o costantemente minimizzato i gravi crimini perpetrati dagli israeliani in Palestina, tra cui le sistematiche e ben documentate aggressioni sessuali e gli stupri di prigionieri palestinesi da parte delle forze israeliane.

La copertura del Times non comprende solo numerosi articoli di cronaca che senza fondamento presentano le violenze di Amsterdam come “antisemite”, ma anche articoli di opinione con titoli incendiari come “Amsterdam odia gli ebrei – come Gaza”, “Una ‘caccia agli ebrei’ mondiale” e “L’era del pogrom ritorna”.

La volontà del Times di dipingere falsamente Israele e gli israeliani come vittime in questo caso ricorda il modo in cui il Times ha insistentemente avanzato la narrazione, ormai smentita, di “stupri di massa” da parte di combattenti palestinesi il 7 ottobre 2023, compreso il falso reportage del suo corrispondente di punta Jeffrey Gettleman.

Questa propaganda di atrocità mascherata da giornalismo è stata usata per giustificare il genocidio di Israele a Gaza.

Un nuovo fronte nella guerra genocida di Israele?

Nella mail interna del Times a Stadtlander, il giornalista Christiaan Triebert spiega che, dopo una conversazione con de Graaf, ha “contattato gli autori dell’articolo per affrontare le inesattezze fattuali che conteneva”.

Triebert ha scritto di non essere sicuro su “quale sia la motivazione che ha portato a cancellare il video piuttosto che includere i dettagli nell’articolo. Penso che sarebbe stato utile avere il video con il contesto che mostrava i tifosi israeliani che attaccavano un uomo”.

La stessa De Graaf ha più volte chiarito la questione, come ammette anche la rettifica del Times.

“Quello che ho spiegato a diversi canali mediatici è che i tifosi del Maccabi hanno deliberatamente scatenato la rivolta davanti alla stazione centrale al ritorno dalla partita”, ha scritto la de Graaf su X, noto anche come Twitter.

Un filmato degli stessi fatti, condiviso su un canale Telegram israeliano, mostra l’attacco degli ultras del Maccabi da un’angolazione diversa, apparentemente girato da uno di loro. Il canale ha falsamente affermato in ebraico che il video mostrava i tifosi del Maccabi Tel Aviv “violentemente attaccati nell’ultima ora da decine di rivoltosi palestinesi”.

C’è anche un video completo della furia degli ultras israeliani, realizzato dal popolare YouTuber olandese Bender, che riprende lo stesso episodio.

Il teppismo calcistico israeliano in Europa sembra essere diventato l’ultimo fronte globale di Israele nella sua guerra genocida a Gaza.

Giovedì sera, gli ultras israeliani hanno attaccato i tifosi della Francia durante una partita della Lega Europea delle Nazioni a Parigi tra le due squadre.

Il giornalista britannico Peter Allen ha riferito di essere stato testimone di “orrende violenze” da parte degli israeliani. Ha detto di aver “parlato con tre soldati fuori servizio provenienti da Tel Aviv, mentre uno indossava apertamente” una maglietta dell’esercito israeliano.

Residente a Parigi da molti anni, Allen collabora con molti media internazionali, e occasionalmente con The Electronic Intifada.

Nonostante la presenza del presidente francese Emmanuel Macron, la partita è stata pesantemente boicottata: la Reuters ha riferito che lo Stade de France era pieno per appena un quinto e che a Parigi si sono svolte proteste contro l’evento.

Si è trattato della più bassa affluenza di pubblico per una partita casalinga nella storia della nazionale francese.

Asa Winstanley è un giornalista investigativo che vive a Londra. È redattore associato di The Electronic Intifada e co-conduttore del nostro podcast.
È autore del bestseller Weaponising Anti-Semitism: How the Israel Lobby Brought Down Jeremy Corbyn [Strumentalizzare l’antisemitismo. Come la lobby israeliana ha fatto cadere Jeremy Corbin, ndt.] (OR Books, 2023).

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Un chirurgo palestinese sopravvive alle prigioni di Sde Teiman e Ofer

Fedaa al-Qedra

10 novembre 2024 The Electronic Intifada

Il dott. Khaled Al Serr, chirurgo del Nasser Medical Complex di Khan Younis, ha recentemente trascorso sei mesi come prigioniero nel sistema giudiziario militare israeliano. Prima del suo arresto si stava prodigando quanto possibile nell’impegno assistenziale durante una delle peggiori crisi umanitarie che Gaza abbia mai visto.

“Dal momento in cui è iniziata la guerra ho fatto tutto il possibile per aiutare la mia gente”, ha ricordato Al Serr durante un’intervista all’inizio di ottobre. “Non potevo pensare alla mia sicurezza quando così tanti miei connazionali avevano bisogno di aiuto”.

Ma alla fine di marzo le forze israeliane hanno preso d’assalto il Nasser Medical Complex per la seconda volta durante il genocidio in corso. I soldati hanno costretto il personale medico, tra cui Al Serr, a evacuare.

Ronzando sopra le loro teste i droni impartivano l’ordine di lasciare l’edificio. Nonostante indossasse il camice bianco da medico e uno stetoscopio al collo, che lo identificavano chiaramente come un medico, Al Serr è stato arrestato.

“Ci hanno fatto spogliare, ci hanno legato le mani e ci hanno bendato gli occhi”, racconta a The Electronic Intifada. “È stato umiliante, ma peggio ancora, ci hanno trattato come criminali. Eravamo solo medici che cercavano di salvare vite”.

Sopportare condizioni disumane

I soldati hanno poi portato Al Serr e gli altri in una casa vicina che era stata trasformata in un centro di comando militare. Lì, afferma, lui e i suoi colleghi hanno sopportato cinque giorni di detenzione in condizioni disumane.

“Per i primi quattro giorni non ci hanno dato cibo”, dice Al Serr, “e il quarto giorno (la sera), ci hanno portato un pezzettino di pane e del formaggio, appena sufficienti per sopravvivere”.

Durante tutto il calvario i medici sono rimasti con le mani legate e gli occhi bendati, mentre venivano sottoposti a interrogatori aggressivi e trattamenti violenti, ricorda.

Dopo cinque giorni di tormento, sono stati gettati dentro jeep militari, stipati insieme come sacchi di verdura.

“Ci hanno ammucchiati uno sopra l’altro”, dice Al Serr. “Siamo stati trattati peggio degli animali e i soldati, seduti su di noi, ci hanno deriso e picchiato durante tutto il tragitto fino al centro di detenzione di Sde Teiman” nel deserto del Negev.

Il centro di detenzione di Sde Teiman, noto per il trattamento disumano riservato ai detenuti, è diventato la nuova prigione di Al Serr. Racconta come i prigionieri non solo fossero disumanizzati, ma anche sottoposti a continui abusi fisici e psicologici.

“Ci hanno legato le mani e bendato gli occhi. Non ci era permesso muoverci, parlare o anche solo guardare di lato. Ogni piccolo movimento dava seguito a brutali percosse”, afferma Al Serr.

Uno degli aspetti più strazianti della prigionia è stato l’abuso sessuale e l’uso eccessivo della forza contro i prigionieri, dice.

“Ci picchiavano senza pietà, prendendo di mira le zone sensibili del nostro corpo con i manganelli”, racconta Al Serr. “Ci hanno persino aggrediti sessualmente, usando qualsiasi mezzo possibile per degradarci e umiliarci. Ci hanno spruzzato spray al peperoncino sulle parti intime. Era orribile.”

Il trattamento era un tentativo calcolato di distruggere i prigionieri, fisicamente e mentalmente.

Li ho visti torturare un uomo anziano solo perché muoveva le labbra nel recitare il Corano,dice Al Serr

La crudeltà andava oltre il dolore fisico, precisa.

Ai prigionieri era consentito lavarsi solo una volta alla settimana e, anche in quel caso, i vestiti che venivano dati loro erano stati cosparsi di sputi da parte dei soldati. “Avevamo due minuti per fare la doccia e, una volta finito, dovevamo indossare vestiti sporchi su cui [i soldati] si erano asciugati i piedi”, aggiunge Al Serr.

Le condizioni di vita a Sde Teiman erano squallide, con la struttura infestata da insetti e topi.

I detenuti erano costretti a dormire sopra sottili stuoie su pavimenti di cemento grezzo.

“Il freddo era insopportabile e non avevamo coperte per proteggerci”, dice Al Serr. “In quei pochi mesi ho perso 40 chili, sopravvivendo a malapena con un pezzo di pane tostato e una piccola porzione di marmellata o formaggio ogni giorno. Non era abbastanza per sostenere una persona”.

I prigionieri venivano spesso picchiati, soprattutto quelli che sfidavano le regole arbitrarie e oppressive delle guardie.

“Quando gli andava le guardie facevano irruzione nella cella e ci intimavano di sdraiarci a faccia in giù con la testa a terra. Chi disobbediva veniva picchiato con i manganelli”, dice Al Serr. “Alcuni prigionieri mi hanno detto che venivano picchiati sulle parti intime con i manganelli e colpiti con scariche elettriche. Usavano qualsiasi metodo possibile per tormentarci”.

Trasferiti nella prigione di Ofer

Nel corso delle proteste internazionali per gli abusi a Sde Teiman alcuni prigionieri, tra cui Al Serr, sono stati trasferiti nella prigione di Ofer nella Cisgiordania occupata. Al Serr è stato portato nella prigione di Ofer a giugno.

Sebbene le condizioni fossero leggermente migliori, gli abusi psicologici e fisici sono continuati. Amnesty International ha riferito che era trattenuto lì “senza accuse o processo ai sensi della legge abusiva sui combattenti illegali“.

“A Ofer i pestaggi erano meno frequenti, ma l’umiliazione non è mai cessata”, afferma Al Serr. “Non ci fornivano cure mediche adeguate. Ho avuto un’emorragia interna e non sono stato visitato da un medico per oltre un mese”.

Al Serr ha detto che quando finalmente gli è stato prescritto un farmaco è arrivato 10 giorni dopo la sua visita in ospedale. La mancanza di cibo e cure mediche nella prigione di Ofer rispecchiavano le terribili condizioni di Sde Teiman.

Dopo essere arrivati ​​alla prigione di Ofer Al Serr e i suoi colleghi sono stati condannati da un tribunale militare.

È stato un processo farsa condotto al telefono”, ha ricordato. “Non conoscevamo nemmeno le accuse contro di noi. Ci hanno etichettati come ‘combattenti illegali’ catturati durante la guerra e ci hanno imposto condanne arbitrarie fino alla fine del conflitto”.

Preoccupazioni per la famiglia e il rilascio

Ciò che ha pesato di più su Al Serr durante la sua prigionia è stata l’incertezza riguardo alla sua famiglia. “Ero costantemente preoccupato per loro, soprattutto perché durante la guerra erano stati sfollati. Ho sentito voci di operazioni militari vicino a Rafah, dove si trovavano, e ho temuto il peggio”, dice.

Dopo il suo inaspettato rilascio il 30 settembre, probabilmente perché non era considerato una minaccia, Al Serr è tornato al lavoro determinato a continuare a servire il suo popolo nonostante il trauma che aveva sopportato. Ma quando si è riunito alla sua famiglia loro vivevano tra le rovine della loro casa a Khan Younis.

“Siamo persone forti e resilienti”, dice, riflettendo sulla sua esperienza. “Questa non è la fine; è una testimonianza”.

Fedaa al-Qedra è una giornalista a Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)