Un documentario censurato rivela la campagna segreta su Facebook di “The Israel Project ”

Ali Abunimah e Asa Winstanley

13 settembre 2018, The Electronic Intifada

The Israel Project [Progetto Israele], un importante gruppo di sostegno con base a Washington, sta portando avanti una campagna segreta per influenzare [gli utenti di] Facebook.

Ciò viene svelato in “The Lobby – USA”, un documentario in incognito di “Al Jazeera” [televisione araba anche in inglese con sede in Qatar, ndtr.] che non è mai stato mandato in onda a causa della censura da parte del Qatar in seguito a pressioni di organizzazioni filo-israeliane. Il video di cui sopra, esclusivo per “The Electronic Intifada”, mostra i brani più recenti estratti dal documentario.

Le prime immagini filtrate pubblicate da “The Electronic Intifada” e da “Grayzone Project” [sito statunitense di notizie in rete, ndtr.] hanno già rivelato subdole tattiche di gruppi anti-palestinesi pianificate e messe in pratica con la complicità del governo israeliano.

Nei nuovi video si sente David Hazony, il direttore esecutivo di “The Israel Project”, dire al giornalista infiltrato di Al Jazeera: “Ci sono anche cose che facciamo e che sono assolutamente lontano dai riflettori. Lavoriamo insieme a un sacco di altre organizzazioni.”

Produciamo contenuti che poi loro pubblicano a loro nome, “aggiunge Hazony.

Gran parte dell’operazione consiste nella creazione di una rete di “comunità” di Facebook centrate sulla storia, sull’ambiente, su questioni internazionali e femminismo che sembrano non avere alcun collegamento con il sostegno a Israele, ma sono utilizzate da “The Israel Project” per diffondere messaggi a favore di Israele.

Una cosa riservata”

In una conversazione, anch’essa rivelata dagli estratti trapelati del video, Jordan Schachtel, che all’epoca lavorava per “The Israel Project”, racconta al giornalista di Al Jazeera in incognito la logica e l’estensione dell’operazione segreta su Facebook.

Il reporter in incognito, noto come “Tony”, si presentava come tirocinante presso “The Israel Project”. “Stiamo mettendo insieme un sacco di media filo-israeliani attraverso vari canali sociali che non sono di ‘The Israel Project’, afferma Schachtel. “Così abbiamo molti progetti paralleli con cui stiamo cercando di influenzare il dibattito pubblico.”

Per questo è una cosa riservata,” aggiunge Schachtel. “Perché non vogliamo che la gente sappia che questi progetti paralleli sono associati a ‘The Israel Project’”.

Tony chiede se l’idea di “tutto quanto il materiale non [relativo a] Israele ha lo scopo di consentire che il materiale su Israele passi meglio.”

Vogliamo proprio mimetizzarlo in ogni cosa,” spiega Schachtel.

Una di queste pagine Facebook, “Cup of Jane”, [Un po’ di Jane] ha quasi mezzo milione di persone che la seguono.

La pagina di “Chi siamo” di “Cup of Jane” la descrive come relativa a “zucchero, spezie e tutto quello che è buono.” Ma non c’è nessuna informazione sul fatto che sia una pagina gestita con il proposito di promuovere Israele.

La pagina di “Chi siamo” identifica “Cup of Jane” come “una comunità creata dal progetto per i media del futuro di TIP a Washington.”

Non c’è peraltro nessuna menzione diretta ed esplicita di Israele o indicazione che “TIP” sta per “The Israel Project”.

The Electronic Intifada” è al corrente del fatto che persino questa vaga ammissione di chi ci sia dietro la pagina è stata aggiunta solo dopo che “The Israel Project” ha saputo dell’esistenza del documentario segreto di Al Jazeera e presumibilmente ha previsto di essere stato scoperto.

The Israel Project” ha anche aggiunto un’ammissione sul suo sito in rete che gestisce le pagine di Facebook. Tuttavia il suo sito web non è collegato alle sue pagine di Facebook.

Non ci sono prove nell’Archivio Internet che la pagina esistesse prima del maggio 2017 – mesi dopo che la copertura di “Tony” era stata scoperta.

Secondo Schachtel “The Israel Project” sta investendo notevoli risorse nella produzione di “Cup of Jane” e in una rete di pagine simili.

Abbiamo una squadra di circa 13 persone. Stiamo lavorando su molti video,” dice a Tony nel documentario di Al Jazeera. “Molti sono solo su argomenti casuali e poi circa il 25% di questi saranno di provenienza israeliana o ebraica centrati su Israele o sugli ebrei.”

Nel documentario Al Jazeera afferma di “aver contattato tutti quelli coinvolti in questo programma. Nessuna delle organizzazioni o degli individui a favore di Israele che lavorano per loro ha risposto alle nostre accuse.”

Falsi progressisti

Cup of Jane” cerca di dimostrarsi progressista postando foto e citazioni di icone femminili nere come Maya Angelou [poetessa, attrice e ballerina afro-americana, ndtr.] e Ida B. Wells [intellettuale afroamericana morta nel 1931, ndtr.], che la pagina celebra in occasione del suo compleanno come una “pensatrice, scrittrice e attivista rivoluzionaria.”

Ci sono anche post sull’ambientalista all’avanguardia Rachel Carson e su Emma Gonzalez, che insieme ai suoi compagni di classe ha lanciato una campagna nazionale per il controllo delle armi dopo essere sopravvissuta al massacro nella scuola superiore di Parkland, in Florida, nel febbraio 2018.

Intrecciati a un flusso di fesserie in odore di progressismo ci sono attacchi contro veri movimenti progressisti, come la “Chicago’s Dyke March” [annuale sfilata del movimento LGBT, ndtr.], i cui organizzatori hanno affrontato una campagna di calunnie della lobby israeliana dopo aver chiesto a provocatori filo-israeliani di lasciare la loro marcia nel 2017.

E un post dell’ottobre 2016, subito dopo che era stata lanciata la pagina di “Cup of Jane”, ha cercato di dipingere il militarismo di Israele come attraente e a favore dell’emancipazione delle donne.

L’aviazione israeliana ha dipinto di rosa aerei da guerra a sostegno del “Breast Cancer Awareness Month” [Mese per la Sensibilizzazione sul Cancro al Seno]. Non è fantastico?” afferma il post, accompagnato da una foto di un jet da guerra israeliano. “Questo è forte. Le donne, in ogni caso, hanno bisogno di un’aviazione tutta per loro,” aggiunge “Cup of Jane, insieme a una faccina sorridente.

Altre pagine identificate dal documentario censurato di Al Jazeera come gestite da “The Israel Project” includono Soul Mama, History Bites [Bocconi di Storia], We Have Only One Earth [Abbiamo solo una Terra] e This Explains That [Ciò spiega che]. Alcune hanno centinaia di migliaia di follower.

History Bites” non rivela la propria affiliazione a “The Israel Project”, neppure con la vaga formula utilizzata da “Cup of Jane” e dalle altre pagine.

History Bites” si definisce semplicemente come [una pagina] che diffonde “ la bellezza della storia in bocconcini masticabili!”

Questa pagina ha ri-postato i post di “Cup of Jane” che presentano come un’eroina femminista Golda Meir, la donna primo ministro israeliano che ha messo in atto politiche razziste e violente contro i nativi palestinesi e vedeva una minaccia esiziale nelle donne palestinesi che partorivano.

Un video del 2016 su “This Explains That” diffonde false affermazioni israeliane secondo cui l’agenzia dell’ONU per la cultura, l’UNESCO, “ha cancellato” la devozione di ebrei e cristiani per i luoghi sacri di Gerusalemme.

Lo scorso dicembre “History Bites” ha ri-postato il video in cui si afferma che “sembra appoggiare l’odierna dichiarazione del presidente Trump secondo cui Gerusalemme è la capitale dello Stato ebraico di Israele.” Il video ha avuto quasi cinque milioni di visualizzazioni.

Un altro video postato da “History Bites” cerca di giustificare l’attacco a sorpresa israeliano del giugno 1967 contro l’Egitto, che ha dato inizio alla guerra in cui Israele ha occupato la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, la penisola del Sinai egiziana e le Alture del Golan siriane.

Il video descrive l’occupazione militare israeliana di Gerusalemme est come se la città fosse stata “riunificata” e “liberata”.

Il marchio tossico di Israele

Il ricorso di “The Israel Project” a una proverbiale cucchiaiata di zucchero per cercare di far passare più facilmente i messaggi filo-israeliani è un riconoscimento di quanto possa essere difficile far accettare uno Stato di apartheid. Come Alì Abunimah, uno degli autori di questo articolo, afferma nel documentario di Al Jazeera, “Il marchio Israele è sempre più tossico, per cui non puoi vendere direttamente Israele. Devi avere qualcosa di contemporaneo che sia solo molto innocuo, divertente e allora ogni tanto ci puoi infilare qualcosa su Israele.”

I tentativi di “The Israel Project” di cooptare persone con una sensibilità progressista al servizio di Israele, benché le sue politiche siano di estrema destra, rientra in una più complessiva strategia di Israele, che intende dividere la sinistra e indebolire la solidarietà con la Palestina.

Diretto da Josh Block, un ex-funzionario dell’amministrazione Clinton ed ex- principale stratega presso il centro di potere della lobby israeliana “AIPAC” [American Israel Public Affairs Committee, Comitato per le Questioni Pubbliche Americano-Israeliane, ndtr.], uno dei principali obiettivi di “The Israel Project” era sabotare l’accordo internazionale sul nucleare con l’Iran.

La campagna segreta di “The Israel Project” su Facebook è evidentemente manipolatoria, ma è ancora più cinica dato che il suo ideatore è Gary Rosen.

Per anni Rosen ha diretto un account twitter violentemente omofobico e islamofobo chiamato “@ArikSharon” – il nickname dell’ex-primo ministro israeliano Ariel Sharon, che è stato responsabile dell’invasione israeliana del Libano nel 1982 e dei massacri nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila quello stesso anno.

Nelle trascrizioni di una registrazione fatta dal giornalista in incognito di Al Jazeera visionate da “The Electronic Intifada”, Rosen ammette di utilizzare @ArikSharon come un “account segreto”.

Rosen è stato impiegato presso l’agenzia pubblicitaria internazionale “Saatchi & Saatchi, ma nel novembre 2013 si è unito a “The Israel Project”, dove è responsabile della strategia digitale.

Dopo essere stato denunciato nel 2013 da uno degli autori di questo articolo come la persona che gestiva l’account, Rosen ha cancellato dal collegamento twitter @ArikSharon molti dei tweet più aggressivi.

Ma mentre utilizza pagine Facebook sotto copertura nel tentativo di normalizzare l’appoggio a Israele tra il pubblico progressista, Rosen continua ad utilizzare l’account twitter @ArikSharon per diffondere messaggi di destra filoisraeliani.

Annunci pubblicitari anonimi smascherati

Questo non è l’unico tentativo segreto della lobby israeliana per utilizzare Facebook per raggiungere i suoi obiettivi.

Un reportage di “The Forward” [uno dei principali giornali della comunità ebraica USA, ndtr.] e “ProPublica” [rivista d’inchiesta USA, ndtr.] rivela che “Israel on Campus Coalition” [Coalizione per Israele nei campus] ha condotto campagne pubblicitarie anonime su Facebook per calunniare Remi Kanazi, un poeta palestinese- americano, prima delle sue esibizioni in campus USA.

The Electronic Intifada” è stato il primo a informare sulle rivelazioni del documentario di Al Jazeera in merito a come i tentativi della “Israel on Campus Coalition” di calunniare e perseguitare gli attivisti solidali con la Palestina siano in coordinamento segreto con il governo israeliano.

Un portavoce di Facebook ha detto a “The Forward e “ProPublica” che gli annunci di “Israel on Campus Coalition” che prendono di mira Kanazi “violano la nostra politica contro le false dichiarazioni e sono stati rimossi.”

Nel 2012 “The Electronic Intifada” ha denunciato un piano dell’unione nazionale degli studenti di Israele, sostenuto dal governo, per pagare studenti che diffondano propaganda filo-israeliana su Facebook. Tuttavia gli attuali tentativi segreti guidati da “The Israel Project” sembrano essere molto più sofisticati.

Dalle elezioni presidenziali USA del 2016 Facebook è stato accusato di consentire che la sua piattaforma venga utilizzata per la propaganda di manipolazione sponsorizzata dalla Russia intesa ad influenzare la politica e l’opinione pubblica.

Nonostante il calmore propagandistico, queste accuse sono state grossolanamente esagerate o non dimostrate.

Ciononostante, Facebook si è associato con l’”Atlantic Council” [Consiglio Atlantico, ndtr.] in apparenza nel tentativo di reprimere “i falsi account” e la “disinformazione”.

L’”Atlantic Council” è un centro di ricerca di Washington che è stato fondato dalla NATO, dall’esercito USA, dai governi brutalmente repressivi di Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrein, da governi dell’Unione Europea e dal gotha delle società di investimento, delle compagnie petrolifere, dei produttori di armi e di altri che speculano sulle guerre.

Come apparente risultato di questa collaborazione, un certo numero di account dei media sociali totalmente innocui con pochi o nessun follower sono stati recentemente rimossi.

Più preoccupante è il fatto che pagine gestite da agenzie di informazione di sinistra che si occupavano di Paesi presi di mira dal governo USA, come “Venezuela Analysis” e “teleSUR”, sono state sospese, anche se in seguito sono state ripristinate. Ora, con solide prove della campagna ben finanziata e con vasta influenza di “The Israel Project” su Facebook, rimane da vedere se il gigante delle reti sociali agirà per garantire che utenti inconsapevoli siano informati che quello a cui sono stati esposti è propaganda intenzionata a promuovere e dare un’immagine positiva dello Stato di Israele.

In risposta alla richiesta di fare un commento, un portavoce di Facebook ha detto a “The Electronic Intifada” che l’impresa avrebbe esaminato la questione.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Un ballerino palestinese proveniente dal Belgio incarcerato da Israele

Ali Abunimah

22 agosto 2018, The Electronic Intifada

C’è crescente preoccupazione in Belgio per un ballerino rifugiato palestinese che è stato arrestato dalle autorità israeliane quando un mese fa ha cercato di entrare nella Cisgiordania occupata dalla Giordania.

Mustapha Awad, nato nel campo profughi di Ein al-Hilweh in Libano, ha ottenuto lo status di rifugiato e la cittadinanza in Belgio.

Secondo il gruppo di solidarietà con i prigionieri “Samidoun”, per due settimane dopo il suo arresto ad Awad non è stato consentito di vedere un avvocato. Ha potuto solamente incontrare qualcuno del consolato belga l’8 agosto, dopo 20 giorni di interrogatorio.

Secondo “Samidoun”, Awad è comparso in tribunale il 16 agosto ed è stato poi riportato in un centro israeliano di interrogatori.

“Il mio cliente è stato arrestato ad un posto di frontiera con l’accusa di appartenere ad una organizzazione terroristica, cosa che lui nega assolutamente”, ha detto ai media l’avvocato belga di Awad venerdì scorso.

Awad, di 36 anni, è il cofondatore di “Raj’een”, un gruppo di danza popolare palestinese.

“Era la prima volta che andava in Palestina per visitare la terra dei suoi genitori. Non ha mai vissuto là”, ha aggiunto l’avvocato.

L’emittente pubblica belga RTBF ha citato rapporti dei media israeliani che sostengono che Awad è affiliato al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) [storico gruppo armato palestinese di tendenza marxista, ndtr.].

Israele considera quella fazione politica, insieme a quasi tutti gli altri partiti politici palestinesi, come organizzazione “terroristica”.

Secondo la RTBF, Awad deve comparire nuovamente davanti ad un giudice israeliano il 3 settembre.

Il ministero degli Esteri belga ha confermato l’arresto di Awad e ha detto che sta “seguendo la situazione”, ma non ha fornito altri dettagli.

Il caso di Awad ricorda quello di Salah Hamouri, un difensore dei diritti umani franco-palestinese, che è stato detenuto in Israele per un anno senza accuse né processo.

Il governo francese ha fatto poco per ottenere la libertà per Hamouri.

Gli attivisti in Belgio stanno promuovendo una campagna per la liberazione di Awad.

Una delegazione del Comitato per la liberazione di Mustapha Awad mercoledì è stata ricevuta dal ministero degli Esteri a Bruxelles.

Hanno anche lanciato una pagina Facebook e una petizione che chiede al governo belga di “assumersi le proprie responsabilità per tutelare i suoi cittadini contro arresti arbitrari ed ogni forma di tortura o trattamento inumano.”

Waed Tamimi condannato

Un tribunale militare israeliano ha condannato Waed Tamimi a 14 mesi di reclusione per aver tirato pietre contro un poliziotto di frontiera israeliano lo scorso anno, e per un fatto simile un anno prima.

Waed, di 21 anni, è il fratello di Ahed Tamimi, la ragazza recentemente rilasciata dopo otto mesi di prigione per aver spinto e schiaffeggiato un soldato israeliano all’interno della proprietà della famiglia nel villaggio di Nabi Saleh, nella Cisgiordania occupata.

Anche la madre dei due fratelli, Nariman, ha passato otto mesi in prigione per aver filmato l’incidente che ha coinvolto Ahed.

Come nel caso di Ahed, la condanna di Waed è stata l’esito di un patteggiamento in cui lui ha ammesso le accuse rivoltegli dalle forze di occupazione israeliane.

Il tribunale militare israeliano nega ai palestinesi le fondamentali garanzie di un giusto processo e di certezza del diritto e presenta un tasso di condanne quasi del 100%.

Il quotidiano israeliano “Haaretz” [giornale israeliano di centro sinistra, ndtr.] ha riferito che “il tribunale ha rilevato che le pietre scagliate da Waed Tamimi ed altri hanno colpito un poliziotto di frontiera, che indossava un elmetto, alla testa e a un braccio, ferendolo”.

Mentre i palestinesi vengono sistematicamente accusati dalle autorità militari israeliane di rispondere agli attacchi delle forze di occupazione lanciando pietre, i soldati israeliani che feriscono, rendono disabili ed uccidono i palestinesi godono di una quasi totale impunità.

Waed vedrà riconosciuto il periodo passato in prigione da quando è stato prelevato in maggio al mattino presto durante un’incursione delle forze di occupazione.

Suo padre Bassem all’epoca ha scritto in un post su Facebook che, dopo che i soldati israeliani lo hanno picchiato e ferito durante l’arresto, Waed è stato portato in ospedale.

Giornalisti arrestati

Il 15 agosto anche nella Cisgiordania occupata le forze israeliane hanno arrestato Ali Dar Ali, un giornalista di “Palestine TV”, [la televisione] dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Le forze israeliane hanno arrestato Dar Ali durante un’incursione all’alba nella sua casa nel villaggio di Burham in Cisgiordania ed hanno confiscato il suo cellulare e il suo computer.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha detto a ‘The Times of Israel’ che Dar Ali è stato arrestato per “istigazione”, in quanto ha filmato e trasmesso in streaming le forze israeliane mentre si accingevano a demolire una casa nel campo profughi di Amari, vicino a Ramallah.

Sherif Mansour, del Comitato di Protezione dei Giornalisti, ha affermato: “Israele utilizza ogni mezzo legale a sua disposizione, comprese accuse di istigazione, per eliminare le informazioni critiche sulle sue politiche ed attività in Cisgiordania e incarcera giornalisti come Ali Dar Ali.

Facciamo appello alle autorità israeliane perché rilascino immediatamente Ali Dar Ali e lo lascino lavorare liberamente.”

Il tribunale militare della prigione di Ofer, dove è incarcerato Dar Ali, ha prorogato varie volte la sua detenzione. Adesso è prevista fino al 4 settembre.

A giugno il parlamento israeliano ha iniziato a prendere in esame una legge che punirebbe con fino a 10 anni di prigione chi filma o registra soldati israeliani e ne pubblica il contenuto.

“Reporters senza Frontiere ha chiesto di respingere la legge, definendola parte dell’inasprimento della repressione su giornalisti e difensori dei diritti umani che documentano gli abusi contro i palestinesi.

L’incarcerazione di Dar Ali è l’ultimo di una serie di arresti israeliani di giornalisti palestinesi.

Le forze di occupazione israeliane il 30 giugno hanno arrestato quattro giornalisti in Cisgiordania, tre dei quali sono stati rilasciati su cauzione.

Ma domenica un tribunale militare israeliano ha bloccato il rilascio del quarto, Ala al-Rimawi, su richiesta del procuratore militare.

In una dichiarazione rilasciata attraverso il suo avvocato, al-Rimawi ha detto che la campagna israeliana di arresti ha lo scopo di spaventare ed intimidire i giornalisti palestinesi perché non facciano il loro lavoro e non raccontino la realtà.

Al-Rimawi ha detto che dal suo interrogatorio era evidente che le autorità israeliane ritengono che termini usati dai giornalisti, come “martire”, “occupazione”, “scontro” e “tenacia”, costituiscano istigazione [alla violenza].

Secondo l’Associazione dei Prigionieri Palestinesi, attualmente sono detenuti da Israele 18 giornalisti palestinesi.

Solidarietà con lo sciopero delle prigioni

I prigionieri e gli ex prigionieri palestinesi affiliati al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina hanno inviato un messaggio di solidarietà ai lavoratori incarcerati negli Stati Uniti, che hanno indetto uno sciopero nazionale il 21 agosto.

Lo sciopero delle prigioni del 2018 è la risposta ad un incidente avvenuto in aprile in cui numerosi prigionieri sono morti nella Carolina del sud.

“Sette compagni hanno perso la vita quando gli agenti penitenziari li hanno respinti durante una rivolta che avevano provocato”, hanno affermato gli organizzatori dello sciopero. “Chiediamo condizioni di vita umane, l’accesso alla riabilitazione, la riforma del sistema di condanne e la fine della schiavitù dei nostri giorni.”

Ci sono più di due milioni di persone nelle carceri americane, un aumento del 500% negli ultimi 40 anni, che non è collegato all’andamento della criminalità.

Le politiche di incarcerazione di massa che arricchiscono le imprese carcerarie private prendono di mira in modo sproporzionato i poveri e le persone di colore, in particolare i neri.

“Oggi i lavoratori delle carceri sono tra i lavoratori più sfruttati negli Stati Uniti e la stessa classe dominante che trae profitti dalla confisca della terra e dalle risorse palestinesi e dai bombardamenti sui bambini in Yemen, trae profitti anche dal lavoro forzato dei prigionieri”, affermano i prigionieri palestinesi.

“La vostra lotta è una lotta di lavoratori che fa parte del nostro conflitto mondiale contro il brutale sfruttamento che i nostri popoli oggi subiscono.”

Alì Abunimah

Cofondatore di The Electronic Intifada ed autore di ‘The battle for justice in Palestine’ [La lotta per la giustizia in Palestina], in uscita da Haymarket Books.

Ha scritto anche ‘One country: A bold-proposal to end the Israeli-Palestinian impasse’ [Un Paese: un’audace proposta per porre fine all’empasse tra israeliani e palestinesi] .

Le opinioni sono esclusivamente mie.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Ira contro i tagli di Trump agli aiuti a Gaza

Hamza Abu Eltarabesh

21 agosto 2018,The Electronic Intifada

Ho riconosciuto l’uomo steso a terra durante la recente protesta a Gaza City. Il suo nome è Nidal al-Shanti. Un tempo è stato mio insegnante ed è stato gentile con me.

Quando mi sono ferito ad una mano in classe 14 anni fa, al-Shanti mi ha portato all’ospedale. Mi ha comprato un succo d’arancia e – dopo che mi hanno curato – mi ha riportato a casa.

Con mio sollievo, al-Shanti ha presto ripreso conoscenza dopo essere svenuto durante la protesta. Ha bevuto un po’ d’acqua e immediatamente si è lanciato in un’invettiva contro il suo datore di lavoro, l’UNRWA, l’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi.

Era appena venuto a sapere di aver perso il lavoro.

L’UNRWA ha ucciso noi e le nostre famiglie,” ha detto al-Shanti, insegnante di educazione tecnica.

Al-Shanti, di 42 anni, ha recentemente preso in prestito dalla banca 70.000 dollari per poter comprare una nuova casa. Aveva previsto di traslocarvi alla fine dell’anno.

Ora ciò sembra improbabile perché è stato privato del suo stipendio.

Anche l’incertezza su come rispetterà altri impegni finanziari gli provoca tensione. Suo figlio Walid di 9 anni ha la leucemia e necessita di cure che costano 300 dollari al mese.

L’UNRWA, fornitore indispensabile di istruzione e cure mediche per i rifugiati palestinesi, sta attraversando una crisi. Il taglio di 300 milioni di dollari dell’aiuto USA all’agenzia quest’anno ha messo a repentaglio molte delle sue attività.

Lo scorso mese l’agenzia ha annunciato misure che potrebbero colpire 1.000 posti di lavoro, ed anche determinare riduzioni di stipendio per quanti rimarranno sul suo libro paga.

Più di cento dei suoi dipendenti di Gaza sono stati informati in luglio che non avranno il rinnovo del contratto. Circa 580 addetti sono stati messi al lavoro a tempo ridotto.

Benché i tagli ai finanziamenti siano stati imposti dal presidente Donald Trump e dalla sua amministrazione a Washington, molte persone a Gaza dirigono la propria rabbia contro la stessa agenzia.

Collera

Invece di aiutarci in quanto rifugiati, l’UNRWA sta giocando con le nostre condizioni di vita,” dice Fathi Shehada. Come lavoratore sociale, è stato impiegato nei programmi di buoni acquisto alimentari prima dei recenti tagli.

Dalla morte di suo padre nel 2008, la famiglia di Shehada ha contato moltissimo sul suo lavoro per sbarcare il lunario.

Non sono ancora sposato,” dice il trentaduenne. “Ho rimandato il matrimonio per poter aiutare la mia famiglia. Ora pare che dovrò prolungare questo ritardo per altri anni – finché non troverò un altro lavoro.”

Nedaa Ismail, di 31 anni e madre di 4 figli, ha lavorato come psicologa per una scuola dell’UNRWA. Perdere il suo lavoro avrà pesanti conseguenze sulla sua famiglia.

Il salario di suo marito come ufficiale di polizia dell’amministrazione locale di Gaza non è sufficiente per la sopravvivenza della famiglia. Oltretutto negli ultimi tempi egli ha ricevuto solo parte del suo stipendio.

La mia famiglia ha bisogno che io lavori, “dice. “Non ho idea di cosa fare ora. L’UNRWA sta punendo i nostri figli rifugiati.”

La collera del personale dell’UNRWA è stata palpabile durante le recenti proteste. L’agenzia si è lamentata di alcune delle forme di lotta adottate dai manifestanti, come impedire ai dirigenti di raggiungere i propri uffici.

Durante una manifestazione un uomo si è cosparso di gasolio. Altri sono intervenuti per impedire che si desse fuoco.

L’uomo in questione era Jihad Wishah, un trentacinquenne che aveva anche lui lavorato come psicologo in una scuola dell’UNRWA.

Wishah è sposato da 10 anni, ma lui e sua moglie non sono riusciti ad avere bambini. La coppia aveva previsto di andare in Egitto per un trattamento di fertilità alla fine dell’anno. Wishah teme che non potrà pagarsi il viaggio.

Quando ha sentito parlare dei tagli dell’UNRWA, “il mio sogno di avere figli è svanito,” dice Wishah.

Decisione politica”

Gli organizzatori delle proteste hanno giurato di continuarle.

Amir El-Mishal, che rappresenta un sindacato dei dipendenti dell’UNRWA, ha chiesto che la decisione dell’agenzia di tagliare i posti di lavoro sia ritirata.

Un portavoce dei manifestanti, Ismael al-Talaa, ha osservato che la gente che perde il proprio lavoro fornisce servizi indispensabili. Porre fine ai contratti dei lavoratori dell’UNRWA avrà effetti negativi su molte delle persone più vulnerabili di Gaza.

Questa è una decisione politica,” dice al-Talaa, che ha perso il suo lavoro nel programma di buoni alimentari dell’agenzia.

Da quando sono stati annunciati i tagli ai posti di lavoro, sono emerse nuove prove su come importanti figure di Washington intendano danneggiare l’UNRWA.

All’inizio di quest’anno Jared Kushner, consigliere di alto livello e genero di Trump, ha espresso il desiderio di “distruggere” l’UNRWA. In uno scambio di mail Kushner ha sostenuto che l’agenzia è “corrotta” ed “inefficiente”.

L’accusa di Kushner è in contrasto con considerazioni dell’UNRWA secondo cui il governo USA aveva espresso soddisfazione per quanto l’agenzia fosse trasparente ed affidabile.

Datato a gennaio, il messaggio mail di Kushner è stato pubblicato questo mese dalla rivista Foreign Policy [bimestrale USA di politica internazionale e di tendenza conservatrice, ndtr.].

La distruzione favorita da Kushner incrementerà le sofferenze dei palestinesi.

Circa metà dei due milioni di abitanti di Gaza riceve aiuti alimentari dall’UNRWA, che a Gaza gestisce anche più di 250 scuole e 22 strutture sanitarie.

Alla fine della scorsa settimana l’UNRWA ha annunciato che le lezioni per 526.000 bambini rifugiati palestinesi che frequentano le sue 711 scuole in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza, in Giordania, in Libano e in Siria inizieranno regolarmente in settembre.

Ma il commissario generale dell’UNRWA ha avvertito che “attualmente abbiamo fondi per gestire i servizi dell’agenzia fino alla fine di settembre,” e che sono necessari altri 217 milioni di dollari per garantire che le scuole rimangano aperte per il resto dell’anno.

Molti palestinesi temono che gli attacchi contro l’UNRWA siano parte di una più pesante aggressione ai diritti dei rifugiati.

Akram Atallah, un analista politico che scrive una rubrica sul giornale al-Ayyam [pubblicato a Ramallah, ndtr.], sospetta che l’amministrazione Trump intenda impedire ai palestinesi di tornare alle case che hanno perso durante la Nakba, la pulizia etnica della Palestina durante il 1948.

Benché questo diritto sia stato confermato da risoluzioni ONU, Israele ed i suoi alleati a Washington hanno lavorato a lungo per sabotarlo. Atallah crede che gli USA vogliano escludere i diritti dei rifugiati da ogni negoziato tra Israele e i dirigenti politici palestinesi.

Dopo che Trump ha annunciato che avrebbe riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele, gli USA ed Israele ora stanno lavorando per porre fine alla discussione sui rifugiati,” ha affermato Atallah. “Mi aspetto che la leadership americana presto chiederà che il diritto al ritorno sia eliminato dai negoziati.”

Hamza Abu Eltarabesh è un giornalista di Gaza.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




I Democratici stanno abbandonando Israele?

Rod Such

7 agosto 2018, The Electronic Intifada

Cracks in the Wall: Beyond Apartheid in Palestine/Israel di Ben White, Pluto Press (2018)

Recentemente la deputata del Minnesota Betty McCollum ha preso la parola alla Camera dei Rappresentanti degli USA invitando i suoi colleghi a firmare una legge senza precedenti che vieterebbe ad Israele l’uso degli aiuti militari USA per incarcerare minori palestinesi.

Questo sviluppo evidenzia quello che il giornalista e scrittore Ben White descrive nel suo ultimo libro, Cracks in the Wall [“Crepe nel Muro, ndtr.] come l’inizio della fine dell’appoggio bipartisan allo Stato di Israele [negli USA].

White identifica tre fratture che hanno importanti conseguenze per il futuro della Palestina: Democratici USA che parlano a favore dei diritti dei palestinesi, ebrei americani che si oppongono all’occupazione e in qualche caso appoggiano il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni [contro Israele] e il crescente numero di autorità locali che in Europa stanno aderendo al BDS.

White esamina in modo sintetico e senza esagerazioni la strada percorsa finora dal partito Democratico. Peraltro dimostra in modo convincente che le crepe esistono davvero, notando solo come esempio l’inequivocabile opposizione dei Democratici alla nomina di David Friedman come ambasciatore USA in Israele da parte del presidente Donald Trump.

Laddove in precedenza una tale nomina è passata senza alcuna complicazione nel congresso USA, questa volta 46 senatori democratici hanno votato contro la nomina di Friedman, un esplicito sostenitore della colonizzazione illegale da parte di Israele.

La cosa ancora più importante, forse, sono i passi avanti evidenti nella base progressista del partito Democratico. White cita un sondaggio del 2015 che ha rilevato che il 47% della “élite d’opinione” democratica – una categoria descritta come molto colta e politicamente attiva – vede Israele come un “Paese razzista”. Ora che una percentuale molto maggiore di repubblicani rispetto ai democratici appoggia Israele, White nota che l’impopolarità di Trump tra i democratici e gli indipendenti non farà che accelerare la tendenza. Gli elettori repubblicani, per esempio, hanno approvato l’iniziativa di Trump di spostare l’ambasciata USA a Gerusalemme con il 76% contro l’11%, rispetto al solo 12% di approvazione tra i democratici – con il 65% di contrari.

Allo stesso modo le crescenti divisioni all’interno della comunità ebraica USA promettono di stravolgere il concetto secondo cui le critiche alle politiche del governo israeliano sono indice di antisemitismo. L’autore cita in particolare la crescente solidarietà con i palestinesi ed il loro diritto all’autodeterminazione tra gli ebrei USA, come esemplificato dalla rapida crescita di “Jewish Voice for Peace” [gruppo di ebrei USA contrari all’occupazione, ndtr.] con le sue oltre 70 sezioni, più di 250.000 sostenitori on line e 15.000 iscritti paganti.

Potere in diminuzione” della lobby

Ma non esclude da questa tendenza il gruppo progressista sionista “J Street” [ebrei USA moderatamente critici nei confronti del governo israeliano, ndtr.], notando che, nonostante il suo programma conservatore, “ha giocato un ruolo fondamentale nella crescente divisione tra gli ebrei americani riguardo ad Israele.”

Inoltre, sia “J Street” che “Jewish Voice for Peace” si sono uniti a sostegno dell’accordo sul nucleare iraniano, che ha rappresentato una sfida significativa per la tradizionale lobby israeliana e per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Netanyahu si è inimicato molti nella la comunità ebraica e nel partito Democratico quando si è sfrontatamente allineato ai repubblicani scavalcando la Casa Bianca di Barak Obama, cosa mai avvenuta prima, per rivolgersi ad una sessione congiunta del Congresso nel 2015.

Questo discorso non è riuscito ad evitare la successiva approvazione dell’accordo [con l’Iran] da parte del Senato USA, con solo quattro senatori democratici che hanno votato contro insieme ai Repubblicani. Al Congresso, 25 Democratici hanno votato con i Repubblicani, ma quel voto è servito solo come rifiuto dell’accordo del presidente Obama e non è riuscito a far fallire il patto, nonostante gli intensi tentativi da parte del gigante della lobby israeliana, l’AIPAC [American Israel Public Affairs Committee, principale gruppo di pressione filoisraeliano negli USA, ndtr.].

Il “New York Times” ha affermato che il voto “ha messo in rilievo il ridotto potere della forza lobbystica israeliana,” un’affermazione che rimane vera nonostante la decisione di Trump di revocare l’accordo.

La terza crepa nel muro che White mette in evidenza è la crescente adesione al BDS in Europa, un mercato fondamentale delle esportazioni di Israele. L’adesione al BDS da parte di consigli comunali in Spagna e in parte di Italia, Francia, Irlanda e Gran Bretagna minaccia di ridurre le esportazioni di Israele e lo isola ulteriormente sul piano internazionale.

Ristabilire l’umanità

Nonostante le crescenti divisioni, White comprende che nessuna crepa sembra essersi aperta tra gli ebrei israeliani. Analizzando i risultati delle elezioni israeliane nel corso dei decenni, conclude che gli ebrei israeliani continuano ad essere uniti attorno alle politiche governative.

Non c’è un blocco di sinistra visibile in Israele, scrive, e l’unica divisione è tra quelli che vogliono mantenere lo status quo e quelli che vogliono annettere esplicitamente la Cisgiordania. Attribuisce questa situazione all’ideologia sionista, che gli ebrei israeliani continuano ad accettare come il loro sguardo sul mondo.

Ciò rende il superamento dell’apartheid più difficile, ma non impossibile.

Indagando sul suo sottotitolo – “Oltre l’apartheid in Palestina/Israele” – White suggerisce che garantire agli ebrei israeliani la loro sicurezza e la loro possibilità di vivere in una società democratica basata su uguali diritti rimane un compito importante. Citando figure quali Edward Said, Virginia Tilley e Omar Barghouti, White enfatizza l’importanza di catturare l’immaginazione degli oppressori dei palestinesi e di convincerli che decolonizzare Israele significa porre fine alla dominazione, non ai diritti o alla sicurezza.

La creazione di un unico Stato democratico prospetta il ritorno dell’umanità per gli stessi colonizzatori, che altrimenti, egli suppone, continueranno a disumanizzare tutto.

Cracks in the Wall” apre una discussione attesa da tempo all’interno del movimento di solidarietà con la Palestina sul significato di queste crescenti fratture e su come approfondirle. Anche altre crepe nella società civile, tuttavia, meritano attenzione, ma purtroppo White le ignora – soprattutto quelle tra le denominazioni cristiane progressiste e gli evangelici di destra, e tra gli stessi movimenti della sinistra progressista, che sempre più appoggiano i diritti dei palestinesi come cogenti nelle alleanze tra vari settori.

Solo questo tipo di sostegno di base sempre più ampio a favore dei palestinesi può mettere alla prova l’establishment del partito Democratico, che continua a vedere Israele come un alleato egemone in Medio Oriente, piuttosto che come il peso che esso rappresenta.

Il lettore che intraprende con White questa esplorazione di fratture e possibili risultati illuminati riceverà in cambio la sua lucida e sintetica prosa che di tanto in tanto raggiunge vette di eloquenza.

White lo è in particolare quando fornisce il più convincente risultato che vede per la regione, citando anche il libro “I saw Ramallah” [“Ho visto Ramallah”] di Mourid Barghouti:

Quindi un unico Stato democratico offre qualcosa di straordinariamente ordinario: la prospettiva di ebrei israeliani e palestinesi che sfuggono al ‘cerchio infernale della disumanità’ creato dalla ‘radicale distinzione sionista tra ebrei privilegiati in Palestina e non ebrei senza privilegi,’ andando oltre l’apartheid, e quindi, cooperando e discutendo, amando e odiando, pregando e protestando, lavorando e riposando – in altre parole, vivendo– come cittadini uguali di una patria comune.”

Rod Such è un ex curatore delle enciclopedie “World Book” ed “Encarta” [una cartacea e l’altra digitale, entrambe pubblicate negli USA, ndt.]. Vive a Portland, Oregon, ed è attivo nella campagna di Portland “liberi dall’occupazione”.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




La lobby israeliana attacca un sopravvissuto di Auschwitz per diffamare Corbyn

Adri Nieuwhof

7 agosto 2018, Electronic Intfada

 

Nella loro campagna per diffamare in quanto antisemita il leader del partito Laburista Jeremy Corbyn, i media britannici hanno utilizzato in modo scorretto il mio defunto amico Hajo Meyer, sopravvissuto ad Auschwitz,.

Nel 2010 Corbyn ha ospitato a Londra un incontro del “Holocaust Memorial Day” [“Giorno di Commemorazione dell’Olocausto”], in cui Meyer era il principale oratore.

Negli scorsi giorni The Times ha suscitato scalpore con un articolo in cui si dichiarava che Meyer “aveva paragonato la politica israeliana al regime nazista.”

Deputati della destra laburista avversari di Corbyn sono partiti all’attacco.

Il parlamentare John Mann ha dichiarato che l’evento ha violato “qualunque forma di normale decenza”, mentre la sua collega Louise Ellman ha affermato che l’incontro l’ha portata a “chiedersi se questa è la ragione per cui il partito Laburista ha voluto attenuare tanto la definizione di antisemitismo.”

Ellman – da molto tempo apologeta delle violazioni israeliane dei diritti umani – è una funzionaria di “Labour Friends of Israel” [“Amici laburisti di Israele”], un gruppo lobbystico in stretti rapporti con l’ambasciata israeliana.

Ellman si riferiva alla definizione profondamente fallace di antisemitismo della “International Holocaust Remembrance Alliance [“Alleanza Internazionale per il Ricordo dell’Olocausto”] (IHRA), che cita come esempio di fanatismo antiebraico “paragoni tra l’attuale politica israeliana e quella dei nazisti”.

Sotto pressione da parte di gruppi della lobby filoisraeliana, il Comitato Esecutivo Nazionale del partito Laburista [NEC] ha adottato la definizione dell’IHRA come parte del regolamento del partito.

Ma il NEC non ha accolto uno degli esempi inclusi nella definizione dell’IHRA, secondo cui “sostenere che lo Stato di Israele è un’iniziativa razzista” è una forma di antisemitismo.

Alcuni attivisti hanno sottolineato che, se adottata dal partito, questa clausola avrebbe potuto essere usata per vietare un gran numero di critiche contro le politiche razziste di Israele e contro le violazioni dei diritti fondamentali dei palestinesi.

In un post su Twitter, Henry Zeffman, l’autore dell’articolo del Times, ha ringraziato “quanti hanno passato gli ultimi tre anni a impegnarsi per verificare cosa il possibile prossimo primo ministro ha fatto quando era un oscuro parlamentare di secondo piano” – una conferma che si tratta di una campagna di lungo corso contro Corbyn.

Zeffman segnala in particolare James Vaughan, che si autodefinisce “storico della propaganda e dei rapporti tra il Regno Unito e Israele.”

Corbyn cede

Gli ultimi attacchi contro Corbyn sottintendono che lo stesso Meyer fosse un antisemita – un’affermazione scandalosa ed assurda.

La calunnia di antisemitismo contro Meyer è disgustosa e dovrebbe essere trattata col massimo disprezzo.

Invece Corbyn ha fatto quello che continua a fare sistematicamente da quando è diventato capo del partito, cioè essere accomodante e battere in ritirata di fronte alle pressioni della lobby israeliana.

Il leader del partito Laburista ha chiesto scusa per il suo ruolo nell’evento e ha preso le distanze dalle opinioni esposte da Meyer nell’incontro, lasciando l’onere della difesa sulle spalle di Meyer.

Ma Hajo Meyer non può più difendersi perché è morto nel 2014.

Zittire un sopravvissuto

L’evento dell’” Holocaust Memorial Day” del 2010 ha avuto luogo un anno dopo l’attacco israeliano contro Gaza, che ha ucciso più di 1.400 palestinesi e ne ha ferite altre migliaia.

Meyer era molto turbato dall’attacco perché i palestinesi erano intrappolati a Gaza a causa del blocco imposto da Israele sul territorio dal 2007.

Non poteva fare a meno di fare un confronto tra gli ebrei rinchiusi dai nazisti in ghetti come quello di Varsavia e la situazione dei palestinesi intrappolati sotto l’occupazione e i bombardamenti israeliani.

L’incontro del 2010 era co-organizzato dalla IJAN, l’“International Jewish Anti-Zionist Network” [“Rete Internazionale degli Ebrei Antisionisti”].

In una dichiarazione della scorsa settimana, la IJAN ha evidenziato che un certo numero di dirigenti della lobby britannico-israeliana era presente all’incontro, ma che “la maggior parte di loro evidentemente non era andata per ascoltare.”

La maggior parte dei sionisti era chiaramente venuta per far tacere il dottor Meyer, sopravvissuto all’Olocausto,” ha scritto dopo l’evento una dei partecipanti, Yael Khan. “Appena ha iniziato a parlare si sono messi a gridare contro di lui.”

Il fanatico filoisraeliano Jonathan Hoffmanex-vicepresidente della Federazione Sionista, noto per la sua violenza, è stato uno dei molti disturbatori accompagnati fuori dalla polizia.

Secondo l’IJAN, un altro disturbatore, Martin Sugarman, è stato fatto uscire per aver gridato contro Meyer.

Mentre usciva [Sugarman] ha sbalordito tutti facendo il saluto nazista e gridando: ‘Sieg Heil’ [“Saluto alla vittoria”, slogan nazista, ndtr.],” ha affermato l’IJAN.

Non avevo mai visto un simile disprezzo e mancanza di rispetto nei confronti di un sopravvissuto all’Olocausto,” ha osservato Kahn. “Gli aggressori avrebbero etichettato un simile comportamento come antisemita, se Hajo non fosse stato un antisionista.”

Amanda Sebestyen, che aveva partecipato all’incontro del 2010, ha confermato a The Electronic Intifada che la deputata Louise Ellman era stata lì “per tutto il tempo.”

Infatti nel 2010 Sebestyen ha scritto una lettera al giornale del partito Laburista Tribune, mettendo in evidenza come Ellman e gli altri “siano rimasti seduti impassibili senza fare in minimo tentativo di calmare i loro colleghi sostenitori di Israele e per creare uno spazio di dibattito.”

Le annotazioni, registrate nel 2010, sulla presenza di Ellman sono significative, dato che otto anni dopo la deputata sostiene di aver appreso solo ora dell’evento.

Sono estremamente turbata nel sentire ora che ci sono le prove che Jeremy (Corbyn) era effettivamente presente all’incontro in cui sono state espresse simili opinioni,” ha detto Ellman a The Times la scorsa settimana.

Dato che anche Ellman era presente, perché ha aspettato fino ad ora per esprimere la propria indignazione? Potrebbe essere che tutta la vicenda sia un’altra crisi costruita ad arte per fare pressione su Corbyn per il suo tradizionale appoggio ai diritti dei palestinesi?

Ellman non ha risposto ad una richiesta di commenti inviatale via mail da The Electronic Intifada.

Lezioni dall’Olocausto

Le esperienze di Hajo Meyer con il nazismo tedesco lo hanno formato e reso sensibile alle sofferenze degli altri, soprattutto dei palestinesi.

Incontrai per la prima volta Meyer ad una riunione di “Una voce ebraica differente”, un gruppo di attivisti olandesi.

Mi presentai come figlia di genitori che avevano subito l’occupazione tedesca. Mio padre era stato obbligato a lavorare per i tedeschi e mia madre non poté terminare i suoi studi perché la sua scuola venne chiusa.

Durante la carestia olandese alla fine della Seconda Guerra Mondiale, doveva rimanere ore in coda ad una mensa per i poveri.

La lezione che ho imparato è di protestare quando viene commessa un’ingiustizia, dissi alla riunione.

Questa è la ragione per cui ho partecipato al sostegno della lotta contro l’apartheid sudafricano e di quella dei palestinesi per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza.

Meyer ed io facemmo subito amicizia. Rimanemmo in contatto e l’intervistai varie volte per The Electronic Intifada.

Auschwitz

Dopo il pogrom della Notte dei Cristalli contro gli ebrei nel novembre 1938, Meyer dovette lasciare la scuola a Beilefeld, la sua città natale nella Germania occidentale.

Fu un’esperienza terribile per un ragazzo desideroso d’imparare e per i suoi genitori,” mi ha raccontato.

All’età di 14 anni dovette scappare da solo in Olanda.

Dopo che i tedeschi occuparono l’Olanda, Meyer si nascose con una carta d’identità falsa malfatta.

Venne catturato dalla Gestapo nel marzo 1944 e deportato nel campo di concentramento di Auschwitz. Lì i nazisti gli tatuarono sul braccio il numero “179679”.

L’istruzione era molto importante per la famiglia Meyer ed il suo desiderio di imparare si tradusse in un dottorato in fisica teorica dopo che venne liberato da Auschwitz.

Sua madre e suo padre tentarono di lasciare la Germania, ma non ci riuscirono.

Morirono dopo essere stati spediti al campo di concentramento nazista di Terezin.

L’identificazione con la gioventù palestinese

Riflettendo sulla sua vita, Meyer mi ha detto nel 2011: “Ho molto in comune con i giovani palestinesi.”

La mia sorte è molto simile a quella che stanno vivendo i giovani palestinesi in Palestina. Non hanno libero accesso all’istruzione. Impedire l’accesso all’istruzione è un omicidio al rallentatore,” ha detto Meyer.

Sono stato un rifugiato; loro sono rifugiati,” ha aggiunto. “Ho provato ogni sorta di campi che hanno limitato la mia possibilità di muovermi, proprio come i palestinesi.”

Ma riconoscere l’ingiustizia non era abbastanza.

Meyer non temeva di protestare per le responsabilità di Israele: “Non posso assolutamente identificarmi con i criminali che rendono impossibile ai giovani palestinesi ricevere un’istruzione.”

Era anche sgomento dal fatto che l’Unione Europea non imputasse a Israele i suoi crimini, soprattutto contro i palestinesi di Gaza.

Nel suo libro del 2005 “Das Ende de Judentums, Der Verfall der israelischen Gesellschaft” – “La fine dell’Ebraismo, la decadenza della società israeliana” – Meyer avvertì il pubblico tedesco che le politiche di Israele verso i palestinesi avrebbero potuto essere paragonate alle prime fasi della persecuzione nazista contro gli ebrei.

Questa osservazione venne fatta nel 2007 anche da Tommy Lapid, il defunto ex-capo del comitato consultivo del memoriale dell’Olocausto di Israele, lo “Yad Vashem”.

Meyer ha messo in chiaro che non intendeva tracciare un parallelo con l’Olocausto nazista.

Ma lui e il suo editore hanno comunque dovuto affrontare accuse di antisemitismo.

Simili accuse – soprattutto in Germania – possono far sì che le persone siano riluttanti a criticare il comportamento di Israele.

Tuttavia ciò non gli ha impedito di criticare le violazioni israeliane dei diritti dei palestinesi.

In risposta, Meyer ha pubblicato un opuscolo per controbattere all’abuso deliberato dei termini antisionismo e antisemitismo da parte dello Stato di Israele e dei suoi gruppi di pressione.

Ha chiesto la massima cautela nel sollevare accuse di antisemitismo – un termine che avrebbe dovuto essere riservato all’ostilità contro gli ebrei in quanto tali.

Eppure quelli che attaccano Corbyn oggi non hanno né ritegno né vergogna.

Chiamano antisemita persino un uomo sopravvissuto ad Auschwitz e che ha perso i propri genitori nell’Olocausto, se pensano che sia ciò che serve per difendere Israele dalle conseguenze dei suoi crimini.

Adri Nieuwhof è una sostenitrice olandese dei diritti umani ed ex-attivista contro l’apartheid del “Comitato Olandese sul Sud Africa”.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Trovare la verità in mezzo alle menzogne di Israele

Ilan Pappe

30 maggio 2018, The Electronic Intifada,

Una tristezza e una sofferenza immense hanno riempito le strade – un convoglio dopo l’altro di profughi che si fanno strada [verso il confine libanese]. Lasciano i villaggi della loro terra e la terra dei loro antenati e si spostano in una terra straniera, sconosciuta, piena di problemi. Donne, bambini, neonati, asini – tutti in cammino, in silenzio e tristemente, verso nord, senza guardare né a destra né a sinistra.

Una donna non riesce a trovare suo marito, un bambino non riesce a trovare suo padre… Tutto ciò che può camminare si muove, fuggendo via senza sapere che fare, senza sapere dove sta andando. Molti dei loro effetti personali sono sparpagliati lungo i lati della strada; più camminano e più sono esausti, quasi non riescono più a camminare – sbarazzandosi di tutto quello che avevano provato a salvare mentre sono sulla via dell’esilio…

Ho incontrato un bambino di 8 anni che si dirigeva a Nord e conduceva davanti a sé due asini. Suo padre e suo fratello sono morti nella battaglia, e ha perso la madre… Sono passato sulla via tra Sasa e Tarbiha, e ho visto un alto uomo, piegato, che strofinava qualcosa con le mani sul terreno roccioso e duro. Mi sono fermato. Mi sono accorto di una piccola incavatura nel terreno che era stata scavata a mani nude, con le unghie, sotto un ulivo. L’uomo vi ha riposto il corpo di un bambino che era morto nelle braccia di sua madre, e lo ha seppellito con della terra e [coprendolo] con piccole pietre. Poi è tornato indietro sulla strada e ha continuato a dirigersi verso nord, sua moglie camminava curva pochi passi dietro di lui, senza guardare indietro. Mi sono imbattuto in un uomo anziano, che era svenuto su una roccia sul lato della strada, e nessuno dei profughi osava aiutarlo… Quando siamo entrati a Birim, tutti sono corsi, spaventati, nella direzione della valle che guardava a nord, portando i loro bambini piccoli e quanti più abiti potevano. Il giorno dopo sono tornati indietro, perché i libanesi non avevano permesso loro di entrare. Sette bambini sono morti di ipotermia.

Questa commovente descrizione non è stata scritta da un attivista dei diritti umani, un osservatore ONU o un giornalista interessato. E’ stata scritta da Moshe Carmel (militare e politico israeliano, membro del parlamento, ndtr.) e compare nel suo libro Northern Campaigns – pubblicato per la prima volta nel 1949.

[Carmel, ndt] viaggiò per la Galilea a fine ottobre del 1948, dopo aver comandato l’operazione Hiram, in cui le forze israeliane commisero alcune delle atrocità peggiori nella Nakba, la pulizia etnica della Palestina. I crimini furono così gravi che alcuni dirigenti sionisti le descrissero come azioni naziste.

Il libro di Carmel, e decine come esso – libri di brigata, diari, e storie militari – si potevano trovare sugli scaffali delle librerie nelle case di ebrei israeliani dal 1948 in poi. Riesaminarli, a 70 anni di distanza, rivela una verità elementare: sarebbe stato possibile scrivere la “nuova storia” del 1948 senza un solo nuovo documento declassificato, ma semplicemente se si fossero lette queste fonti aperte, come le chiamo io, con una lente non sionista.

L’espressione famosa – e ormai abusata – secondo cui la storia è scritta dai vincitori può essere confutata in molti modi. Un modo è quello di smontare le pubblicazioni dei vincitori in modo da rivelare le menzogne, le falsificazioni e le interpretazioni errate, nonché le loro azioni meno consapevoli.

Una rilettura di queste fonti aperte sulla Nakba, scritte per lo più dagli israeliani stessi, sblocca delle nuove prospettive storiografiche sul quadro generale di quel periodo – mentre i documenti declassificati ci permettono di vedere tale quadro in una più alta risoluzione.

Questo recupero si sarebbe potuto svolgere in qualsiasi momento tra il 1948 e oggi – se gli storici avessero utilizzato la lente critica necessaria per una tale analisi.

Rileggere le fonti aperte, specialmente accostandole alle numerose storie orali della Nakba, rivela la barbarie e la disumanizzazione che hanno accompagnato la catastrofe. La barbarie è comune alle comunità di coloni negli anni della formazione del loro progetto di colonizzazione e può, talvolta, essere oscurata dal linguaggio secco ed evasivo dei documenti militari e politici.

Non intendo con questo sminuire l’importanza dei documenti di archivio. Sono importanti nel dirci cosa è successo. Tuttavia, le fonti aperte e le storie orali sono cruciali per capire il significato di ciò che è accaduto.

Una tale rilettura mette in luce il DNA di colonialismo d’insediamento del progetto sionista e il ruolo della pulizia etnica del 1948 insito in esso.

Disumanizzazione su scala di massa

Prendete ad esempio il passaggio citato da Carmel. Come poteva qualcuno che stava sovrintendendo a tali atrocità scrivere con tale compassione?

L’indizio sta in un’altra frase all’interno della stessa citazione che sembra quasi una digressione: “E poi, mi accorsi di un ragazzo di 16 anni, totalmente nudo, che ci sorrideva mentre gli passavamo accanto (strano, quando l’ho sorpassato non ho saputo dire, a causa della sua nudità, a che popolo appartenesse, e l’ho visto solamente come un essere umano).”

Per un momento totalmente eccezionale, quel ragazzo palestinese è stato umanizzato (all’interno delle parentesi del testo). Tuttavia la disumanizzazione avveniva su una scala che si osserva solo in crimini di massa come la pulizia etnica e il genocidio.

La regola era che i bambini venivano considerati come parte del nemico, che dovevano essere eliminati in nome dello Stato ebraico, o, come la metteva Carmel – un giorno dopo aver terminato il suo tour nella Galilea – in nome della liberazione.

Mandò questo messaggio alle sue truppe: “L’intera Galilea, l’antica Galilea israeliana, è stata liberata tramite la potente e devastante forza dell’IDF [l’esercito israeliano] … Abbiamo eliminato il nemico, lo abbiamo distrutto e lo abbiamo costretto alla fuga … Abbiamo [conquistato] Meiron [Mayrun], Gush Halav [Jish], Sasa e Malkiya … Abbiamo distrutto i nidi del nemico a Tarshiha, Eilabun, Mghar e Rami … I castelli del nemico sono crollati uno dopo l’altro.

Settant’anni dopo la Nakba, la lingua ebraica è uno strumento importante quanto lo è l’accesso agli archivi israeliani chiusi. Il testo ebraico ci dice chiaramente chi era il nemico – il nemico che era fuggito, era stato eliminato ed espulso dai suoi “castelli”.

Queste erano le persone che Carmel aveva incontrato. E per un momento, egli si era commosso per la loro sofferenza.

Redenzione?

Gli elementi discorsivi più importanti in questo tipo di relazioni sono i concetti di liberazione ed eliminazione (shihrur e hisul). Il significato di ciò, in realtà, era un tentativo di indigenizzare gli occupanti della Palestina tramite la de-indigenizzazione dei palestinesi.

Questa è l’essenza di un progetto di colonialismo di insediamento, e il libro di Carmel – e quelli di altri – lo rivelano in pieno. Carmel vedeva l’occupazione del 1948 come una redenzione della Galilea romana.

Questi atti violenti contro i palestinesi avevano molto poco a che fare con il trovare un rifugio dall’antisemitismo.

Il progetto sionista era, ed è ancora, un progetto di de-indigenizzazione della popolazione palestinese e di sua sostituzione con un’altra composta da coloni ebrei. Costituiva, in molti modi, l’implementazione di un’ideologia nazionalista romantica, simile a quella che aveva nutrito i nazionalismi fanatici di Italia e Germania alla fine del XIX secolo e oltre.

Questo collegamento è chiaro in libri che trattano le brigate nell’esercito israeliano. Uno di questi libri, The Alexandroni Brigade and The War of Independence, è un caso esemplare.

La brigata Alexandroni fu incaricata di occupare la maggior parte della costa palestinese, a Nord di Jaffa, per un totale di quasi 60 villaggi. Prima dell’occupazione dei villaggi, le truppe furono istruite sul contesto storico delle loro operazioni. La narrazione fornita dagli ufficiali è ripetuta nel libro in due capitoli. Il primo è intitolato “The Military Past of the Alexandroni Space” (Il passato militare del fronte Alexandroni, ndtr.), e comincia dicendo: “il fronte in cui la brigata Alexandroni combatté nella guerra di indipendenza è unico nella storia militare della regione e di Eretz Israel [il Grande Israele] in particolare.”

Si trattava del Sharon – la costa della Palestina nella narrazione sionista – che è un termine inventato senza radici nella storia. Lo Sharon, come ci dice il libro sulla brigata Alexandroni, era “una terra ricca e alquanto fertile” che “attraeva” gli eserciti durante i loro “viaggi di occupazione” all’interno della terra di Israele. Questo capitolo storico è pieno di racconti di eroismo, dove si sostiene, per esempio, [che, ndt] “quì è dove [il popolo di] Israele, sotto [la guida, ndt] [del profeta] Shmuel aveva affrontato i Filistei”.

Gli ebrei erano sempre svantaggiati nella battaglia contro i loro nemici, ma “allora come oggi, fu lo spirito superiore a far spostare l’equilibrio a favore di Israele.”

Sotto Baibars, il sultano mamelucco, sostiene il libro, lo Sharon fu distrutto come terra agricola e “da allora in poi [lo Sharon] non avrebbe recuperato la sua vitalità economica fino al suo riassestamento con l’immigrazione sionista [aliya]”. Baibars, tra l’altro, era stato là nel 1260. Quindi il libro sulla brigata Alexandroni dice ai suoi lettori che lo Sharon era rimasto senza popolazione per più di 600 anni, che è l’interpretazione sionista della storia al suo meglio.

Durante il periodo ottomano, lo Sharon “era in totale devastazione, pieno di discariche e di malaria”, aggiunge il libro. “Solo con la aliya e l’insediamento ebraico alla fine del XIX secolo, cominciò un nuovo periodo di prosperità [nella storia dello Sharon].”

I sionisti “restituirono” lo Sharon alla sua precedente gloria, e esso divenne una delle aree più ebraiche nell’ “Eretz Israele Mandatario” – come il libro chiama la Palestina quando era amministrata dal mandato britannico.

I villaggi devono essere distrutti”

La pulizia etnica della costa ebraica cominciò mentre la Palestina era sotto il controllo britannico. La Gran Bretagna era, sotto molto aspetti, un alleato cruciale del movimento sionista. Tuttavia non facilitò la colonizzazione della Palestina rapidamente quanto i sionisti avrebbero voluto. Il libro sulla brigata Alexandroni dipinge perciò la Gran Bretagna come un ostacolo a volte disumano per la “redenzione” ebraica.

Lo Sharon aveva ancora [abitanti, ndt] arabi al suo interno. Il libro rappresenta la regione come un’ancora di salvezza per la comunità ebraica, e tuttavia suggerisce allo stesso tempo che la vita ebraica era disturbata dai molti villaggi arabi circostanti.

Era soprattutto la parte orientale dello Sharon ad essere “puramente araba e a costituire il principale pericolo per gli insediamenti ebraici; un pericolo che doveva essere preso in considerazione in qualsiasi pianificazione militare.”

Il “pericolo” fu “preso in considerazione” prima tramite attacchi isolati ai villaggi. Il libro dice che fino al 29 novembre del 1947 il rapporto tra ebrei e palestinesi era buono e che continuò ad essere tale dopo quella data. Tuttavia, una frase successiva nel libro ci dice che “all’inizio del 1948, il processo di abbandono dei villaggi arabi cominciò. Si possono vedere i primi segni di questo nell’abbandono di Sidan Ali (al-Haram) da parte dei suoi 220 abitanti arabi e di Qaisriya da parte dei suoi 1100 abitanti arabi a metà febbraio del 1948.” Ci furono due espulsioni di massa che ebbero luogo mentre le forze britanniche, che avevano la responsabilità di mantenere l’ordine e la legalità, guardavano e non interferivano. Poi “a marzo, con l’inasprirsi dei combattimenti, il processo di abbandono si intensificò.”

L’“escalation” iniziò con l’ attuazione del piano Dalet – un progetto per la distruzione dei villaggi palestinesi. Il libro sulla brigata Alexandroni riporta un riassunto degli ordini emanati dal piano. Gli ordini includevano il compito di “individuare i villaggi arabi di cui ci si doveva impadronire o che dovevano essere distrutti”.

C’erano 55 villaggi, secondo il testo, nell’area occupata in base al Piano Dalet. Lo Sharon ebraico fu quasi completamente “liberato” nel marzo 1948 quando la costa “fu ripulita” dei villaggi arabi, tranne quattro. Nelle parole del libro: “La maggior parte delle zone vicino alla costa furono ripulite dai villaggi arabi, tranne… un ‘piccolo triangolo’ in cui c’erano i villaggi arabi di Jaba, Ein Ghazal e Ijzim – che spiccavano come un pollice dolente, sovrastando la strada Tel Aviv-Haifa; c’erano arabi anche a Tantura sulla costa.”

Un’analisi più profonda di questi testi e di altre fonti aperte getterebbe luce sulla natura strutturale del progetto di colonialismo d’insediamento in corso in Palestina, la Nakba in corso.

La storia della Nakba perciò non è solo una cronaca del passato, ma un’analisi di un momento storico che continua nel tempo dello studioso di storia. Gli scienziati sociali sono lontani dall’avere gli strumenti per occuparsi di “obbiettivi in movimento” – cioè per analizzare fenomeni contemporanei – ma gli storici, così ci viene detto, hanno bisogno di distanza per riflettere e per vedere il quadro completo.

Si potrebbe sostenere che 70 anni dovrebbero offrire una distanza sufficiente, ma d’altro canto, sarebbe simile al tentativo di comprendere l’Unione Sovietica, oppure le Crociate, da parte di contemporanei, e non di storici.

I luoghi della memoria, per usare il concetto di Pierre Nora, così come i passi avanti accademici degli anni recenti, sono stati suscitati non dalla declassificazione in sé, ma dalla loro rilevanza per le lotte contemporanee.

I progetti di storia orale, così come i libri di brigata, sono tutti risorse cruciali e accessibili che penetrano gli autentici e cinici scudi di inganno sionisti, e più tardi israeliani. Aiutano a capire perché il concetto di uno stato coloniale democratico o illuminato è un ossimoro.

La storia approvata di Israele

Una decostruzione della storia approvata di Israele è il miglior modo per sfidare un processo che trasforma le parole: da pulizia etnica a auto-difesa, da furto di terra a redenzione, e da pratiche di apartheid a preoccupazioni per la “sicurezza”.

C’è una percezione, da un lato, che dopo anni di negazione il quadro storiografico sia stato rivelato in giro per il mondo con chiari contorni e colori. La narrativa israeliana è stata messa in discussione con successo sia nel mondo accademico che nello spazio pubblico.

Tuttavia, rimane un sentimento di frustrazione, dovuto all’accesso limitato per gli studiosi, anche israeliani, ai documenti declassificati in Israele, mentre gli studiosi palestinesi non possono nemmeno sperare, nel clima politico contemporaneo, di avervi alcun accesso.

Andare oltre i documenti di archivio sulla Nakba è, perciò, necessario non solo per una migliore comprensione dell’evento. Potrebbe anche essere una soluzione per i ricercatori nel futuro, date le nuove politiche israeliane di declassificazione.

Israle ha chiuso la maggior parte della documentazione del 1948.

Le risorse alternative e gli approcci suggeriti in questo articolo sottolineano diversi punti. Una conoscenza dell’ebraico può essere di aiuto, e la necessità di continuare con i progetti di storia orale è essenziale.

Il paradigma del colonialismo di insediamento rimane anche rilevante per analizzare da capo sia il progetto sionista che la resistenza ad esso. Tuttavia ci sono ancora problemi con l’adattabilità del paradigma – come, per esempio, se possa essere applicato agli ebrei provenienti da paesi arabi che si sono spostati in Palestina – e questi dovrebbero essere ulteriormente esplorati.

Ma più di qualsiasi cosa dobbiamo insistere che l’impegno per la Palestina non sia un ostacolo per buoni studi, ma un elemento di potenziamento per essi. Come scrisse Edward Said: “Dove sono i fatti, tuttavia, se non radicati nella storia, e poi ricostituiti e recuperati da attori umani mossi da qualche narrativa storica percepita o desiderata o sperata, il cui scopo futuro è quello di ristabilire la giustizia per gli oppressi?”

La giustizia e i fatti, le posizioni morali, l’acume professionale e l’accuratezza accademica non dovrebbero essere messi l’uno davanti all’altra ma intesi, piuttosto, come tutti elementi che contribuiscono ad un’attività storiografica integra. Pochi progetti storiografici hanno bisogno di un tale approccio integrativo come la ricerca sulla Nakba in corso.

Autore di numerosi libri, Ilan Pappe è professore di Storia e direttore del ‘European Centre for Palestine Studies’ all’Università di Exeter.

(Trad. di Tamara Taher)

 




Le donne in prima linea rischiano la morte per i loro diritti

Isra Saleh el-Namey

9 giugno 2018, Electronic Intifada

Islam Khreis ha recentemente lanciato qualche pietra contro le truppe israeliane.

“Queste sono giornate storiche”, ha detto la ventottenne abitante di Gaza. “Stiamo dicendo al mondo intero che non abbiamo mai dimenticato il nostro legittimo diritto al ritorno nei nostri villeggi e città che ci hanno rubato.”

Lanciare pietre è un semplice atto di resistenza per i palestinesi. È un modo simbolico di affrontare uno dei Paesi più militarizzati del mondo.

È una tattica che è stata usata da alcuni partecipanti alle proteste della ‘Grande Marcia del Ritorno’, che chiedeva che i palestinesi potessero tornare ai villaggi e alle città da cui le forze sioniste li espulsero nel 1948.

Anche se le fotografie di palestinesi che lanciano pietre con le fionde in genere mostrano giovani uomini, Khreis era tra le molte donne che lo hanno fatto. In effetti ha svolto ogni tipo di attività. Ha aiutato a prestare i primi soccorsi ai manifestanti feriti dai cecchini israeliani e, come studentessa di giornalismo all’università Al-Aqsa di Gaza, ha fatto anche interviste ai manifestanti, benché, in quanto non accreditata, lo ha fatto senza avere la protezione derivante da scritte specifiche sui suoi indumenti.

Khreis prova un sentimento di solidarietà con le persone che si sono avventurate vicino alla barriera di separazione tra Gaza e l’attuale Israele. Più di 100 manifestanti disarmati sono stati uccisi da Israele da quando è iniziata la ‘Grande Marcia del Ritorno’ il 30 marzo.

“Il mio cuore si spezza quando vedo un giovane cadere a terra dopo essere stato colpito dai proiettili dei cecchini israeliani”, ha detto Khreis. “Questo è il risultato dell’ingiusto assedio imposto a Gaza. Se quei giovani avessero un lavoro decente, una buona educazione, servizi essenziali e libertà di movimento, non dovrebbero marciare verso la morte.”

Ovviamente anche molte donne e ragazze sono state ferite durante le proteste.

Una ragazzina, Wesal al-Sheikh Khalil, è stata uccisa mentre partecipava alla manifestazione il 14 maggio. E all’inizio di giugno l’infermiera ventunenne Razan al-Najjar è stata colpita a morte mentre aiutava a evacuare e curare i feriti.

“Un chiaro messaggio”

Mariam Mattar, di 16 anni, è stata colpita ad una gamba durante le recenti proteste. Stava sventolando una bandiera palestinese.

“Ho perso conoscenza”, ha raccontato a The Electronic Intifada. “Quando mi sono svegliata, ero in un letto d’ospedale.”

Nonostante la ferita, Mariam approva in pieno le proteste. “Vogliamo mandare un chiaro messaggio al mondo intero”, ha detto. “Il popolo palestinese sogna il giorno in cui potrà tornare alle proprie case. Speriamo che giunga presto.”

L’ampio uso dei gas lacrimogeni da parte di Israele – un’arma chimica che è stata lanciata sui manifestanti dai droni – ha colpito anche molte donne.

Amani Abu Jidian è andata alle recenti manifestazioni – che si tenevano normalmente di venerdì – con i suoi figli.

“I miei due figli hanno insistito per andare ogni venerdì”, ha detto. “So che è pericoloso, quindi per essere sicura che loro restassero al sicuro e non si avvicinassero troppo [alla barriera], li ho accompagnati mentre si avvicinavano al confine. Non ho smesso di sorvegliarli.”

L’11 maggio Abu Jidian era all’interno di una delle tende costruite a supporto delle proteste, quando l’hanno attaccata coi gas lacrimogeni.

“Mi sono sentita soffocare”, ha detto.

Insegnare le tradizioni

Anche se le tende non forniscono una reale protezione, si sono dimostrate importanti luoghi di aggregazione.

Maryam Abu Zubaida, di 63 anni, preparava i pasti per i manifestanti distribuiti nelle tende. Questi comprendevano piatti tradizionali come il maftoul – couscous palestinese – e la sumaghiya, uno stufato di carne di bue e ceci.

Quando si recava nelle tende, cantava canzoni nazionali e ricamava, per aiutare i manifestanti.

“È un bel modo per me di passare il tempo coi miei amici”, ha detto a ‘The Electronic Intifada’. “E nello stesso tempo facciamo un buon lavoro di insegnamento delle nostre tradizioni alle generazioni più giovani per conservarle nel futuro.”

Un giorno Maryam ha portato la sua nipotina Farah di 7 anni in una tenda. Recandosi là, Farah ha imparato canzoni come “Zareef al-Tool”, un lamento per le città e i villaggi che i palestinesi furono costretti a lasciare nel 1948.

“Mi piace quando finisco le lezioni e mia nonna accetta di portarmi con lei alla tenda”, ha detto Farah. “Là mi sono divertita molto.”

Quando Israele ha attaccato le manifestazioni, le donne hanno curato i feriti. Le uccisioni di Razan al-Najjar e, prima di lei, di Mousa Abu Hassanein, hanno messo in evidenza i rischi che corrono i medici.

Anwar Mohammed, un’infermiera di 26 anni, ha prestato i primi soccorsi ai manifestanti colpiti.

“Il nostro lavoro è stato molto impegnativo nelle scorse settimane”, ha detto. “Ci siamo occupati di un gran numero di vittime.”

Mohammed ha lavorato in un ospedale da campo, ma a volte le è stato chiesto di avvicinarsi alla barriera di confine per fornire assistenza di emergenza.

“La pressione e lo stress cui eravamo sottoposti è stato enorme, soprattutto durante le proteste del venerdì”, ha aggiunto.

Il coraggio che ha dimostrato le è valso un notevole rispetto.

“Era una novità per i manifestanti vedere infermiere donne in prima linea”, ha detto a ‘The Electronic Intifada’. Ci esponevamo al pericolo e aiutavamo a salvare vite umane. Ma non c’ è voluto molto perché i manifestanti si abituassero a noi. Ascoltavano le nostre istruzioni e vi si sono attenuti.”

Isra Saleh el-Namey è giornalista a Gaza.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Registi LGBTQ rifiutano di consentire a Israele di utilizzarli per nascondere dietro al rosa i suoi crimini

Ali Abunimah

8 giugno 2018, Electronic Intifada

Arriva a 11 il numero di artisti che hanno lasciato il festival, parte di una crescente ondata di appoggio internazionale al Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) [contro Israele] in seguito ai massacri da parte di Israele di palestinesi disarmati durante le manifestazioni della “Grande Marcia del Ritorno” a Gaza.

Il canadese Marc-Antoine Lemire ha ritirato il suo corto “Pre-Drink”, che ha vinto il premio per il miglior corto canadese al festival internazionale del cinema di Toronto.

Recentemente siamo venuti a sapere della strategia israeliana di “pinkwashing” [lett. “lavaggio rosa” in riferimento all’uso propagandistico delle tematiche LGBTQ, ndt.], e desideriamo esprimere il nostro rifiuto a contribuirvi, oltre al nostro appoggio alla comunità LGBTQ+,” ha scritto Lemire.

In seguito al movimento di protesta di parecchi registi e artisti in disaccordo con le politiche di Israele contro la Palestina, abbiamo deciso di prendere posizione a favore di questo movimento. Soprattutto con i recenti avvenimenti, rifiutiamo la strumentalizzazione del nostro film.”

Il regista francese Antoine Héraly ha annullato una sua prevista apparizione al festival per la proiezione del suo film “Furniture Porn Project”.

Dopo un’intensa settimana di riflessione e di letture e di discussioni con organizzazioni e un ampio spettro di intellettuali, sono arrivato alla conclusione che, se io dovessi partecipare fisicamente alla proiezione per presentare “Furniture Porn Project”, la mia coscienza sarebbe assente dalla sala cinematografica,” ha scritto Héraly agli organizzatori del festival.

Se avessi avuto un periodo di tempo più lungo in cui mettere insieme le mie idee, vi avrei chiesto di togliere il mio film dal festival, con cui non mi posso identificare, in quanto è finanziato dallo Stato e quindi parte delle politiche israeliane di ‘pinkwashing’”, ha aggiunto Héraly.

Egli ha sottolineato che il festival in ogni caso ha proiettato film di altri registi che avevano chiesto che venissero cancellati, una cosa che Héraly ha definito “inaccettabile”.

TLVFest è una pietra miliare della campagna di “pinkwashing” di Israele. Il “pinkwashing” è una strategia di pubbliche relazioni che utilizza la presunta apertura di Israele verso le questioni LGBTQ per sviare critiche contro le sue violazioni dei diritti umani e fare appello in particolare al pubblico progressista dell’Occidente.

Ciò spesso implica grossolane esagerazioni delle politiche progressiste israeliane, insieme ad assolute menzogne sui palestinesi.

Governi filo-israeliani che hanno puntualmente evitato di condannare o agire per porre fine alla deliberata uccisione a Gaza di palestinesi disarmati, compresi minori, medici e giornalisti, da parte di Israele, sono diventati sostenitori particolarmente entusiasti del “pinkwashing”.

Venerdì molte ambasciate dell’Unione Europea hanno di nuovo partecipato alla sfilata dell’orgoglio gay a Tel Aviv, come parte dei loro tentativi di etichettare la città come una destinazione turistica aperta e progressista, nonostante il modo in cui ha rappresentato un contesto violento, razzista e ostile per i palestinesi e gli africani [si riferisce soprattutto alle vicende dei richiedenti asilo africani, ndt.].

TLVFest è finanziato dal ministero della Cultura di Israele, che è guidato dall’esponente politica di estrema destra Miri Regev.

Regev è nota per la sua esternazione razzista, in cui ha paragonato rifugiati da Stati africani a un “cancro”, e per aver postato su Facebook un video in cui lei e un gruppo di tifosi di calcio israeliani incitavano alla violenza contro i palestinesi.

Tra gli sponsor di TLVFest c’è la “Saison France-Israël”, un’iniziativa di pubbliche relazioni sostenuta da entrambi i governi e intesa a promuovere l’immagine di Israele.

Boicottaggio di “Pop-Kultur”

Il musicista americano John Maus è diventato il quarto artista a ritirarsi dall’imminente festival “Pop-Kultur” di Berlino, in seguito alla sponsorizzazione da parte dell’ambasciata israeliana.

Il festival ha emesso un comunicato in base al quale Maus e il suo gruppo “preferiscono non suonare all’interno di uno scenario politicizzato.”

Tre artisti britannici – Gwenno Saunders, Richard Dawson e Shopping – hanno già annunciato il proprio ritiro.

Saunders ha scritto: “Non posso mettere in discussione il fatto evidente che il governo e l’esercito israeliani stanno uccidendo palestinesi innocenti, violando i loro diritti umani, e che questa situazione disperata deve cambiare.”

Richieste di annullare la partita di Israele in Irlanda

Queste ultime azioni in solidarietà con i palestinesi sono arrivate dopo che i grandi nomi Shakira e Gilberto Gil hanno abbandonato il progetto di esibirsi a Tel Aviv, e dopo l’annuncio congiunto dello scorso mese di decine di gruppi musicali che avrebbero rispettato l’appello palestinese al boicottaggio.

Ci sono state anche crescenti richieste di boicottare la gara canora “Eurovisione” del prossimo anno se, come è stato anticipato, Israele la ospiterà in seguito alla vittoria di quest’anno di Netta Barzilai.

Ma il maggior risultato per i palestinesi è stato la cancellazione da parte dell’Argentina di una partita “amichevole” contro Israele che era prevista a Gerusalemme questo fine settimana.

L’incontro, parte della preparazione per la Coppa del Mondo di quest’estate, sarebbe stata il fiore all’occhiello delle iniziative propagandistiche israeliane.

Sulla base dell’impulso che viene da quella vittoria della campagna BDS, il partito irlandese [della sinistra nazionalista, ndt.] Sinn Féin sta ora chiedendo la cancellazione di un’ “amichevole” tra Israele e l’Irlanda del Nord prevista a settembre.

Faccio questa richiesta in seguito al recente massacro di oltre 100 manifestanti e alle mutilazioni di migliaia di altri da parte dell’esercito israeliano,” ha detto Sinéad Ennis, parlamentare del Sinn Féin dell’Irlanda del Nord. “La comunità internazionale dovrebbe opporsi allo Stato israeliano per il massacro indiscriminato e le continue discriminazioni contro i palestinesi.”

Il Sinn Féin appoggia la campagna per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) contro Israele che riguarda i rapporti culturali, accademici e sportivi,” ha affermato Ennis.

La IFA, l’ente che gestisce il calcio nell’Irlanda del Nord, si sta già opponendo a questa richiesta.

Il Sinn Féin rappresenta tradizionalmente i nazionalisti irlandesi che pensano che l’Irlanda del Nord dovrebbe diventare parte di uno Stato irlandese unitario.

In genere i nazionalisti non si identificano con la squadra dell’Irlanda del Nord nelle competizioni internazionali e tifano per la Repubblica d’Irlanda.

Il Sinn Féin è uno dei due maggiori partiti dell’Irlanda del Nord, mentre l’altro è il Partito Democratico Unionista (DUP), che appoggia decisamente il mantenimento della divisione dell’Irlanda e il Nord come parte del Regno Unito.

Come partito di tutta l’Irlanda, il Sinn Féin si candida alle elezioni anche nella Repubblica d’Irlanda, e il sindaco di Dublino del Sinn Féin è stato un sostenitore accanito dei diritti dei palestinesi, come riflesso dell’ampia solidarietà per la Palestina nella società irlandese.

In aprile il consiglio comunale di Dublino ne ha fatto la prima capitale europea a sostenere il BDS.

E in maggio il consiglio di Derry, una città della parte dell’Irlanda controllata dalla Gran Bretagna, ha approvato una mozione presentata dal Sinn Féin per l’illuminazione di edifici comunali con i colori della bandiera palestinese in segno di solidarietà.

Al contrario il DUP, cristiano sionista e fortemente filo-israeliano, attualmente tiene in piedi il governo londinese della prima ministra Theresa May, il che gli dà un enorme potere nel Regno Unito.

I politici del DUP appoggiano decisamente la partita Israele-Irlanda del Nord.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




La paramedica di Gaza uccisa da Israele è stata colpita alla schiena

Ali Abunimah

2 giugno 2018, Electronic Intifada

Una fotografia scattata il 1^ aprile mostra la paramedica palestinese Razan al-Njjar mentre sta curando dei feriti in una tenda del pronto soccorso durante le proteste a Gaza vicino al confine con Israele. Il 1^ giugno Al-Najjar è stata colpita a morte da un cecchino israeliano mentre prestava soccorso a dimostranti feriti vicino a Khan Younis.

Nel corso dei loro continui attacchi indiscriminati contro i palestinesi che partecipavano alle proteste della ‘Grande Marcia del Ritorno’ a Gaza, svoltesi per 10 venerdì consecutivi, le forze di occupazione israeliane hanno colpito a morte un medico volontario e ferito decine di persone.

Venerdì sera, quando è stata colpita a morte, Razan Ashraf Abdul Qadir al-Najjar, di 21 anni, stava aiutando a curare ed evacuare dimostranti feriti ad est di Khan Younis.

L’associazione per i diritti umani “Al Mezan” ha affermato, citando testimoni oculari e proprie indagini, che, nel momento in cui è stata colpita, lei si trovava a circa 100 metri di distanza dalla barriera di confine con Israele ed indossava un giubbotto che la identificava chiaramente come paramedico. “Al Mezan” ha affermato che Al-Najjar è stata colpita alla schiena.

Al-Najjar era diventata famosa per il suo coraggio e perseveranza nel condurre la sua opera di soccorso nonostante l’evidente pericolo.

In precedenza era stata colpita dagli effetti dell’inalazione di gas lacrimogeni e il 13 aprile si è rotta un polso mentre correva per soccorrere un ferito. Ma Al-Najjar quel giorno si è rifiutata di andare in ospedale ed ha continuato a lavorare sul campo.

È mio dovere e mia responsabilità essere là ed aiutare i feriti”, ha detto ad Al Jazeera.

Ha anche reso testimonianza sugli ultimi momenti di vita di coloro che erano stati feriti a morte prima di lei.

Mi spezza il cuore il fatto che alcuni dei giovani feriti o uccisi abbiano espresso le loro ultime volontà di fronte a me”, ha detto ad Al Jazeera. “Alcuni mi hanno addirittura consegnato i loro effetti personali (come dono) prima di morire.”

Al-Najjar ha parlato del suo lavoro in una recente intervista televisiva che è stata ampiamente diffusa sui social media dopo la notizia della sua morte.

Molti utenti di Twitter, soprattutto di Gaza, hanno reso omaggio a al-Najjar.

I media palestinesi hanno diffuso immagini dei suoi familiari e colleghi che piangevano la sua morte.

Il dottor Ashraf al-Qedra, portavoce del ministero della sanità di Gaza, ha reso omaggio ad al-Najjar definendola una volontaria umanitaria impegnata, che non ha abbandonato il suo posto fino al punto di “offrirsi come martire”.

Mani alzate

[La foto qui sotto riprende Razan pochi istanti prima di essere uccisa da:http://www.globalist.it/world/articolo/2018/06/03/l-infermiera-palestinese-uccisa-dagli-israeliani-aveva-le-braccia-alzate-2025472.html ndt]


Il camice bianco che al-Najjar indossava, mostrato da sua madre in questo video, presenta un foro nella parte posteriore.

In una dichiarazione rilasciata sabato, il ministero della Sanità di Gaza ha affermato che al-Najjar faceva parte di un’equipe medica che “andava ad evacuare i feriti con entrambe le mani alzate, a dimostrazione del fatto di non costituire alcun pericolo per le forze di occupazione pesantemente armate.”

Le forze di occupazione israeliane hanno sparato proiettili veri direttamente al petto di Razan ed hanno ferito parecchi altri paramedici”, ha aggiunto il ministero della Sanità.

Dalla dichiarazione del ministero della Sanità non risulta chiaro quante volte al-Najjar sia stata colpita o in quale esatto punto della parte superiore del corpo. Il ministero ha anche pubblicato un video che mostra al-Najjar e i suoi colleghi che camminavano verso la barriera di confine con le mani alzate poco prima che al-Najjar venisse colpita.

Sabato il rappresentante speciale ONU per il processo di pace in Medio Oriente, Nickolay Mladenov, ha twittato che “gli operatori sanitari non sono un bersaglio. I miei pensieri e le mie preghiere vanno alla famiglia di Razan al-Najjar.”

Tuttavia Mladenov ha omesso di condannare le azioni di Israele, invitandolo invece a “calibrare il suo uso della forza.”

Sabato in migliaia hanno seguito il funerale di al-Najjar, mentre i colleghi portavano il suo corpo coperto dalla bandiera palestinese e dal camice macchiato di sangue che indossava quando è stata uccisa.

Attacchi ai medici

Al-Najjar è il secondo soccorritore ucciso dalle forze israeliane dall’inizio delle proteste della ‘Grande Marcia per il Ritorno’, il 30 marzo. Secondo il ministero della Sanità di Gaza, più di altri 200 sono stati feriti e 37 ambulanze sono state danneggiate.

Due settimane fa i cecchini israeliani hanno ucciso il paramedico Mousa Jaber Abu Hassanein.

Circa un’ora prima che venisse ucciso, Abu Hassanein aveva aiutato a soccorrere uno dei suoi colleghi, il medico canadese Tarek Loubani, che era stato ferito da un proiettile israeliano.

In seguito Loubani ha raccontato al podcast di The Electronic Intifada di essere stato colpito a una gamba mentre intorno a lui tutto era tranquillo: “Nessun pneumatico in fiamme, niente fumo, niente gas lacrimogeni, nessuno che si aggirasse davanti alla zona cuscinetto. C’era solo una squadra medica chiaramente identificabile, ben lontana da chiunque altro.”

Chirurghi di guerra

Secondo “Al Mezan” questo venerdì, come tutti i venerdì, le forze israeliane hanno sparato proiettili veri, proiettili ricoperti di gomma e candelotti lacrimogeni contro i palestinesi lungo il confine est di Gaza, ferendo circa 100 persone, 30 delle quali con proiettili veri.

I dimostranti non costituivano pericolo o minaccia alla sicurezza dei soldati, il che conferma che le violazioni commesse da queste forze sono gravi e sistematiche e si configurano come crimini di guerra”, ha affermato l’associazione per i diritti umani.

Secondo “Al Mezan”, dalla fine di marzo le forze israeliane hanno ucciso 129 persone a Gaza, compresi 15 minori, 98 delle quali durante le proteste.

Mentre Israele venerdì continuava ad aumentare il tragico bilancio, il sistema sanitario di Gaza si trovava già senza la possibilità di far fronte all’affluenza di persone ferite dall’uso evidente di proiettili a frammentazione, che provocano ferite terribili che richiedono trattamenti intensivi e complessi e lasciano spesso le vittime con disabilità permanenti.

Più di 13.000 persone sono state ferite da quando sono cominciate le proteste, comprese quelle che hanno inalato gas lacrimogeni. Delle oltre 7.000 persone che hanno subito danni diversi dai gas lacrimogeni, più della metà sono state colpite da proiettili veri.

Giovedì il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) ha comunicato che avrebbe fornito a Gaza due squadre di chirurghi di guerra e attrezzature mediche, per sostenere un sistema sanitario che ha affermato essere “sull’orlo del collasso”.

L’ICRC ha detto che la priorità per la sua missione di sei mesi sarebbe stata la cura delle vittime di ferite da arma da fuoco, tra cui circa 1.350 pazienti che avrebbero avuto bisogno da tre a cinque operazioni ciascuno.

Un simile carico di lavoro potrebbe travolgere qualunque sistema sanitario”, ha affermato l’ICRC. “A Gaza la situazione viene peggiorata dalla cronica carenza di medicinali, attrezzature ed elettricità.”

Baraccopoli infetta”

Le continue proteste a Gaza hanno lo scopo di rivendicare il diritto dei rifugiati palestinesi a ritornare nelle loro case e terre che sono ora in Israele e di chiedere la fine dell’assedio israeliano del territorio, che dura da oltre un decennio.

I due milioni di abitanti di Gaza sono “imprigionati dalla culla alla tomba in una baraccopoli infetta”, ha detto venerdì il responsabile dei diritti umani dell’ONU Zeid Ra’ad al-Hussein in una sessione speciale del Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani.

Zeid ha anche detto al Consiglio che ci sono “ poche tracce” del fatto che Israele stia facendo qualcosa per ridurre il numero delle vittime.

Ha confermato che “le azioni dei dimostranti di per sé stesse non sembrano costituire una minaccia immediata di morte o di ferite mortali tale che possa giustificare l’uso di forza letale.”

Zeid ha parlato al Consiglio quando esso stava prendendo in considerazione una bozza di risoluzione per avviare un’inchiesta internazionale per crimini di guerra a Gaza.

La settimana scorsa il Consiglio per i Diritti Umani ha deciso con 29 voti contro 2 di avviare un’inchiesta indipendente sulle violenze a Gaza.

Solo gli Stati Uniti e l’Australia hanno votato contro l’inchiesta, ma diversi governi dell’Unione Europea, inclusi Regno Unito e Germania, erano tra i 14 astenuti.

Medical Aid for Palestinians’, un’organizzazione benefica che ha fornito assistenza di emergenza in mezzo al crescente disastro, e una dozzina di altre organizzazioni, hanno criticato il rifiuto del governo britannico di appoggiare un’inchiesta “per accertare violazioni del diritto internazionale nel contesto delle proteste civili di massa a Gaza.”

Ma i tentativi di rendere Israele responsabile continuano, tra l’opposizione intransigente dei suoi sostenitori.

Venerdì sera il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha votato su una bozza di risoluzione proposta dal Kuwait, che deplora “l’uso eccessivo, sproporzionato e indiscriminato della forza da parte delle forze israeliane” e chiede “misure per garantire la sicurezza e la protezione” dei civili palestinesi.

Ha anche chiesto la fine del blocco di Gaza e deplorato “il lancio di razzi dalla Striscia di Gaza contro zone civili israeliane.”

Dieci Paesi, inclusi i membri permanenti Russia e Francia, hanno votato a favore. Quattro, compresa la Gran Bretagna, contro.

Nonostante avesse i voti sufficienti per essere approvata, la risoluzione è stata resa vana dall’ambasciatrice USA Nikki Haley, che – come aveva promesso di fare – ha posto il veto del suo Paese.

Poi Haley ha proposto la sua bozza di risoluzione, che assolve Israele da ogni responsabilità per la violenza a Gaza e attribuisce tutta la responsabilità della situazione ad Hamas.

L’unico Paese che ha votato a favore sono stati gli Stati Uniti.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Storie della Catastrofe: Esilio

Amena ElAshkar, Ali Ibrahim e Nadine Osama

17 Maggio 2018, The Electronic Intifada

Settant’anni fa i palestinesi hanno subito la Nakba, o Catastrofe, quando la maggioranza di loro lasciò o fu obbligata dalle milizie sioniste a lasciare la Palestina per far posto alla creazione dello Stato di Israele e garantire una maggioranza ebraica.

Circa 750.000 persone finirono per diventare profughi registrati dalle Nazioni Unite. Molti altri se la cavarono da soli. Non gli venne mai consentito di tornare alle loro terre o case, che vennero confiscate dal nascente Stato, e molti dei loro villaggi vennero successivamente distrutti. Qui alcuni sopravvissuti raccontano le loro storie.

Fatima Feisal, 78, Ein al-Hilweh campo profughi, Sidone, Libano. Originaria di Tarshiha, in Galilea.

Posso chiudere gli occhi e ricordare ogni singolo dettaglio del villaggio. Le strade, il quartiere. Gli alberi di fico e quelli con le bacche. Ogni piccolo particolare. Posso vederlo proprio davanti ai miei occhi. La mia famiglia viveva di agricoltura. Avevamo più di 100 capre. La più grande era la mia preferita. La cavalcavo come se andassi in bicicletta. La chiamavo “la mia bicicletta”.

Una volta stavo portando da mangiare al pastore che lavorava per noi. I coloni mi hanno incontrata e mi hanno chiesto il motivo della mia presenza. Ho risposto che stavo portando del cibo al pastore che stava con le nostre capre vicino a una delle colonie. Gli ho fatto vedere il cibo, ma non mi hanno creduta. Pensavano che portassi dei messaggi e che il pastore fosse un combattente per la libertà. Lo hanno fatto prigioniero, lo hanno torturato e gli hanno bruciato tutto il corpo.

Avevo 9 anni quando gli aerei hanno bombardato Tarshiha. È stata la notte peggiore della mia vita. La gente si nascondeva nella casa del capo del villaggio. Faceva parte della famiglia Huwari e aveva una grande casa. Ho visto come la casa è stata bombardata. Ho visto anche come gli abitanti cercavano di trarre in salvo le persone seppellite sotto le macerie.

Sono stata separata dalla mia famiglia e da mio fratello Ali e non avevo altra scelta che cercarlo. Era più giovane di me. Sembrava il giorno del giudizio universale. La gente correva e urlava. Sono andata alle grotte al confine del villaggio. Erano strapiene di persone che si proteggevano dai bombardamenti. Lo chiamavo per nome. Alla fine ha risposto. L’ho preso per mano e ci siamo allontanati dal villaggio. Abbiamo camminato per due ore verso un altro villaggio di nome Sabalan dove ci siamo riuniti con la nostra famiglia. Poi abbiamo proseguito verso il Libano.

Ho un ultimo desiderio. Ho 78 anni. Sarà il mio ultimo desiderio. C’era un albero di bacche proprio di fronte alla nostra casa a Tarshiha. Voglio ritornare lì e mangiare una bacca. Un’ ultima bacca.

Resoconto e foto di Amena ElAshkar

Naaseh Khaled Hamoudeh, 70 anni, Campo profughi di Wihdat, Amman. Proveniente da Deir Tarif, vicino a Ramla.

Sono nata in un villaggio il cui nome era Deir Tarif. Mio padre possedeva cammelli che usava per trasportare merci da un posto all’altro.

Quando è avvenuta la Nakba avevo uno o due mesi. I villaggi della nostra zona erano sotto attacco, uno dopo l’altro e tutta l’area era sotto assedio con poche riserve di cibo. I miei genitori andarono al paese più vicino per cercare cibo lasciando a mio fratello e alla mia sorella il compito di occuparsi di me. Allora mio fratello, di 15 anni, era il più grande. Ma i miei genitori non poterono ritornare perché la strada era bloccata e i sionisti si stavano avvicinando al villaggio.

Allora il capo del villaggio ha riunito tutti i bambini su un grande camion e ci ha portati a un villaggio di nome Shuqba. Siamo stati lì per un po’. Alcuni adulti si occupavano dei bambini senza i genitori. Sono stata allattata da differenti donne che avevano dei bambini piccoli. Ne abbiamo persi molti lungo il cammino. Hanno sparato senza alcun motivo a mio zio e a sua figlia da poco fidanzata. C’erano corpi nelle strade ed era difficile dare loro una degna sepoltura. Solamente le donne e le ragazze venivano sepolte. Il corpo di mio cugino ha potuto essere recuperato di notte con grande pericolo.

I nostri genitori ci hanno trovati dopo giorni di ricerche. Andavamo di villaggio in villaggio alla ricerca di cibo e di ricovero. Siamo andati a Qibya , poi a Kafr Thulth, infine a Deir Ammar.

In seguito la mia famiglia si è trasferita in Giordania e si è stabilita in una tendopoli vicino a Wadi al-Seer. Poi, circa nel 1955, siamo andati al campo di Wihdat. Eravamo in sette e dovevamo dormire tutti in una stanza. Non potevamo permetterci un tetto di metallo così coprimmo l’abitazione con una grande stoffa.

Tutti i miei ricordi si riferiscono al campo. Lo ritengo la mia casa, ma non rinuncerò mai al diritto al ritorno. La gente del campo fa una vita dura e soffre molto, ma ciò produce anche una profonda solidarietà nella nostra società. Mi occupo delle attività politiche e culturali del campo. Ho aderito nel 1962 al movimento nazionalista arabo e più tardi al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Ero solita ospitare a casa riunioni politiche clandestine.

Mi mancano quei giorni, la gente si dedicava di più era impegnata nella propria causa.

Mio figlio Ali è andato a studiare a Beirut. Quando c’è stata l’invasione israeliana l’ho chiamato e gli ho detto che non aveva altra scelta che combattere e difendere Beirut. Ero sempre preoccupata, per lui ma anche altrettanto preoccupata per tutti i combattenti che difendevano Beirut.

Un giorno torneremo. Il povero e il ricco, il senzatetto e quelli che vivono in grandi case e le persone più diverse potranno ritornare. Il diritto al ritorno è sacro. E se non sarò viva per ritornare, ritornerai tu, mio figlio. E se tu non ritornerai prima o poi saranno i tuoi figli a ritornare.

Reportage di Ali Ibrahim, foto di Nadine Osama

Widad Kawar, 87anni, Amman. Proveniente da Betlemme.

Sono nata a Betlemme e sono andata al collegio “Friends” [“Amici”] a Ramallah. Mi sono diplomata poche settimane prima della Nakba e sono tornata di corsa a casa a causa del peggioramento della situazione politica. Alcuni studenti giordani sono stati scortati in Giordania dall’esercito giordano. Io sono dovuta andare a Gerusalemme per prendere un tassì per Betlemme.

Dopo la Nakba sono andata a studiare al collegio femminile dell’Università Americana di Beirut. Quando sono tornata, Betlemme era un paese completamente diverso.

Betlemme era unica in quanto era sia una città che un villaggio, un luogo di tradizione e di modernità. Era il punto di riferimento per molti villaggi attorno, la sorella minore di Gerusalemme. Donne dei villaggi venivano a Betlemme nelle nostre case a vendere diversi prodotti. Ho sempre ammirato lo spirito e la vivacità con cui raccontavano le storie della vita in campagna. Il sabato le donne vendevano anche nei mercati delle principali città. È lì che allora ho cominciato a collezionare piccoli pezzi di tessuto ricamato e più tardi interi vestiti.

Dopo la Nakba, Betlemme era tagliata fuori da Gerusalemme e da molti villaggi intorno. Molti abitanti di questi villaggi sono diventati profughi a Betlemme, vivendo in spazi angusti o nei campi profughi. Queste persone erano abituate a lavorare nei campi che avevano curato per secoli. Avevano tradizioni, costumi e comportamenti diversi tra loro, che definivano la loro identità. Io ho cominciato a collezionare i vestiti insieme alle storie delle donne che li hanno portati.

Per me, il ricamo palestinese riflette l’identità, la società e la terra. Riflette l’identità perché ogni villaggio in Palestina aveva la propria cultura per mezzo della quale faceva orgogliosamente riferimento alla tradizione. È una rappresentazione della società, un caleidoscopio di storie diverse, di vestiti, culture e colori preparati insieme. Il vestito palestinese testimonia del tempo passato, che fu quando le donne costituivano una parte attiva della società, e nel loro tempo a disposizione si riunivano nei pomeriggi estivi ventilati e lavoravano insieme sui vestiti mentre si scambiavano le proprie conoscenze.

Rappresenta anche la terra perché i simboli e i colori sono stati ispirati dalla terra. L’albero di cipresso è un simbolo famoso che troviamo spesso nei disegni dei vestiti. Tante persone erano solite piantare cipressi intorno alle loro proprietà per segnare i confini e proteggere i raccolti dai forti venti. I colori di solito derivavano dalle piante del luogo, come il sommacco [arbusto utilizzato per uso cucina, salutistico e per tingere, ndt.] per colorare di rosso.

Resoconto di Ali Ibrahim, foto di Nadine Osama


Khazna al-Sahli, 88 anni, campo profughi di Burj al-Barajneh, Beirut. Proveniente da Balad al-Sheikh, vicino ad Haifa.

Il mio villaggio era bellissimo. Posso ancora vedere i campi come vedo te. Coltivavamo ogni sorta di ortaggi, melanzane, pomodori, grano. Mio padre era un contadino, ma mia madre veniva dalla città. Era di Haifa. Amavo andare con mio padre ad Haifa a vendere i nostri prodotti. Una volta non ho trovato le mie ciabatte per andare con lui e così sono andato a piedi nudi.

Tutto è cominciato quando il capo del villaggio ha bussato alla nostra porta. Ci ha detto che gli inglesi avevano consegnato tutto agli ebrei e ora questi stavano arrivando per cacciarci. “Dovete nascondervi”. Fino ad allora non c’erano stati problemi con gli ebrei di Neshar (una colonia sionista). Le case della colonia erano molto diverse dalle nostre. Gli ebrei vivevano in piccole case colorate. Vendevano i loro prodotti nel nostro villaggio e noi vendevamo i nostri a Neshar.

Il giorno che fuggimmo il capo del villaggio arrivò con tre automobili. Ci ha portato a Nazareth e da lì siamo andati in Siria, a Tel-Mnin. Siamo rimasti per tutto un mese in una stalla. Dopo siamo andati a quello che in seguito prese il nome di Yarmouk, il campo profughi a Damasco.

Resoconto e foto di Amena ElAshkar

Wael Abdo al-Sajdi, 88 anni, Amman. Proveniente da Gerusalemme.

Mio padre era un ingegnere civile che lavorava per le autorità del Mandato britannico e avrebbe lavorato in diversi luoghi della Palestina. La famiglia è originaria di Nablus, ma io sono nato nel 1930 a Gerusalemme, dove in quel periodo mio padre lavorava. Considero Gerusalemme come la mia casa. Ho studiato e passato l’infanzia lì. Ancora ricordo ogni strada e posso guidarti in qualunque percorso o scorciatoia.

La Nakba è cominciata prima del 1948. Ricordo che una volta mio padre venne mandato per un anno a Nablus. Ci fu un attacco dei combattenti per la libertà contro le truppe inglesi e questi decretarono il coprifuoco in città. Mi annoiavo, così uscii sul balcone. Tutte le strade erano vuote, tranne che per la presenza di un veicolo blindato dell’esercito con un grande fucile sopra che pattugliava la zona.

Un anziano, che tutti in città sapevano essere sordo, doveva non aver sentito l’annuncio del coprifuoco. Il soldato gli puntò l’arma contro, ma lui continuò a camminare. Lo ricordo ancora mentre cadeva a terra. Chiaramente non costituiva nessuna minaccia, ma il soldato non esitò a sparargli. Nessuno poté rimuovere il suo cadavere fino al giorno dopo.

Nel 2000, quando ho compiuto 70 anni, volevo veramente visitare Gerusalemme. Era impossibile in quel momento avere un permesso per entrare in città, ma ero determinato ad andarci in un modo o in un altro. Indossai un tipico abbigliamento occidentale, calzoncini, un cappello, una camicia vistosa e mi misi al collo la mia videocamera. Mi impegnai a pagare da solo il prezzo di un taxi collettivo perché l’autista mi portasse per vie secondarie a Gerusalemme. Gli dissi che avrei potuto entrare in città senza problemi.

Sfortunatamente c’era davvero un checkpoint. I soldati parlarono all’autista e quando mi chiesero la carta d’identità risposi solamente in italiano gesticolando. Mi credettero e ci lasciarono andare. In città avrei parlato solamente in italiano con i soldati. Andai alla mia vecchia casa che ora è un centro culturale turco. Chiesi se potevo fare un giro e accettarono quando gli dissi che avevo abitato lì con la mia famiglia. Visitai anche la mia scuola e i ristoranti dove con la famiglia eravamo soliti mangiare. Camminai per le strade e per i mercati che mi erano ancora familiari.

Ho pianto in ognuno di quei posti.

Resoconto di Ali Ibrahim, foto di Nadine Osama

Amena ElAshkar è un giornalista e fotografo del campo profughi di Burj al-Barajneh, Beirut.

Ali Ibrahim è un giornalista di Amman.

Nadine Osama è una ricercatrice e fotografa di Amman.

(traduzione di Carlo Tagliacozzo)