Perché l’UE non divorzierà da Israele

David Cronin

7 novembre 2024The Electronic Intifada

Ora che il suo mandato come responsabile della politica estera dell’Unione Europea sta per concludersi Joseph Borrell si sta trasformando in Mister Rabbia. In un commento recente ha sostenuto che è “giunto il momento” di porre fine all'”occupazione illegale” della Cisgiordania e di Gaza.

Borrell non ha nulla da perdere nell’essere schietto e preciso.

<<La situazione a Gaza e nei Territori Occupati peggiora di ora in ora, con sofferenze insopportabili per i civili. Nessuno sembra essere in grado o disposto a fermarla.

I coloni violenti seminano distruzione, gli ospedali sono assediati, le attività dell’UNRWA sono sempre più a rischio.>>

Josep Borrell Fontelles (@JosepBorrellF) 4 novembre 2024

Non c’è alcuna prospettiva di una rapida riconciliazione tra lui e il governo israeliano, che ha infondatamente diffamato Borrell come antisemita. E se qualcuno si lamenta di come lui definisca l’occupazione “illegale”, Borrell può fare riferimento a una sentenza emessa dalla Corte Internazionale di Giustizia a luglio.

Tuttavia occorrerà più di qualche aspro commento per compensare il modo in cui Borrell ha favorito relazioni più strette con Israele durante gran parte del suo mandato quinquennale.

Ha ottenuto un certo successo in tal senso. Nel 2022 è stato risuscitato il Consiglio di Associazione UE-Israele, un forum di dialogo di alto livello, dopo essere stato messo in naftalina per un decennio.

Né la rabbia di Borrell dovrebbe nascondere il modo in cui la burocrazia di Bruxelles ha continuato a fare affari con Israele mentre massacra persone a Gaza e in Libano.

Il mese scorso l’UE ha annunciato che avrebbe dato un marchio di missione” a Eilat, una città in Israele. Il marchio – che dovrebbe aiutare le autorità locali ad avere un maggiore accesso ai finanziamenti – premia i piani volti a raggiungere la “neutralità climatica”.

Elogiare un’istituzione israeliana per la “neutralità climatica” è uno scherzo di cattivo gusto considerando che la guerra contro Gaza è stata un disastro ambientale. Secondo una stima la quantità di carbonio rilasciata durante i primi 120 giorni ha superato quella che 26 paesi poco inquinanti emetterebbero in un anno intero.

Grossolana incoerenza

Un altro esempio di grossolana incoerenza può essere il modo in cui l’UE ha recentemente approvato una sovvenzione per la ricerca scientifica per un progetto sulla pancreatite gestito dall’Università Ebraica di Gerusalemme.

La sovvenzione è stata firmata il 21 ottobre, solo pochi giorni dopo che Israele ha attaccato due dei tre ospedali ancora funzionanti (anche se a malapena) nel nord di Gaza.

Perché l’UE è pronta a sostenere progetti medici israeliani nello stesso momento in cui Israele sta annientando il sistema sanitario palestinese?

Un indizio può essere trovato in un documento informativo interno all’UE che ho ottenuto tramite una richiesta di accesso alle informazioni. Risale al dicembre 2021 e sostiene che la partecipazione di Israele a Horizon Europe, il programma scientifico dell’UE, è preziosa.

“Come UE noi beneficiamo dell’eccellenza, della capacità di innovazione di prim’ordine di Israele nelle nostre aree prioritarie chiave (verde, digitale, salute pubblica), nonché di un sostanziale contributo finanziario”, afferma.

Il contributo finanziario era “molto importante” all’epoca “vista l’incertezza” sul coinvolgimento della Gran Bretagna in Horizon Europe, aggiunge il documento (vedi sotto).

Queste poche frasi sono rivelatrici. I paesi che prendono parte a Horizon Europe da fuori UE pagano per farlo.

Dopo che la Gran Bretagna ha lasciato l’Unione Europea nel 2020 non è più stata coinvolta nelle attività di ricerca dell’UE per alcuni anni.

La Gran Bretagna alla fine è entrata a far parte di Horizon Europe nel gennaio 2024. Durante la sua assenza, alcuni addetti ai lavori di Bruxelles hanno evidentemente visto Israele come sostituto della Gran Bretagna, almeno per quanto riguarda il programma di ricerca, un cardine della spesa dell’UE.

Josep Borrell è il secondo spagnolo a ricoprire la carica di capo della politica estera dell’UE.

Quando il suo connazionale Javier Solana stava per concludere il suo mandato in quel ruolo ha definito Israele “un membro dell’Unione Europea senza esserne membro istituzionale”.

Nell’ottobre 2009 Solana ha definito la cooperazione nella ricerca scientifica con Israele come “molto importante”.

Da allora gli addetti ai lavori dell’UE hanno continuato a sostenere lo stesso argomento.

Per parecchie persone a Bruxelles la relazione con Israele è considerata una specie di matrimonio. Non importa a quale barbarie si riduca Israele, la gerarchia dell’UE non osa pensare a un divorzio.

(traduzione dall’ inglese di Giuseppe Ponsetti)




La raccolta delle olive in Cisgiordania è “più pericolosa” perché sono raddoppiati gli attacchi dei coloni

Tamara Nassar

5 novembre 2024 – Electronic Intifada

L’esercito israeliano e i coloni ebrei stanno rendendo questa “la stagione della raccolta delle olive più pericolosa in senso assoluto” per i contadini palestinesi nella Cisgiordania occupata.

Questa segnalazione proviene da decine di esperti ONU dei diritti umani, tra cui Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU per la Cisgiordania e la Striscia di Gaza.

In ottobre sono stati documentati dall’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHAalmeno 270 attacchi connessi ai coloni contro i palestinesi e le loro proprietà in 110 comunità nella Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme Est.

Coloni armati e soldati israeliani attaccano, vessano e impediscono ai contadini l’accesso alla propria terra, talvolta ferendoli o uccidendoli.

In ottobre gli israeliani hanno bruciato, tagliato e vandalizzato oltre 1000 alberi, principalmente ulivi. Hanno anche rubato i raccolti e gli attrezzi per la raccolta.

I coloni hanno persino arato terre di proprietà palestinese per poi piantarci alberi nel villaggio di Ein al-Baida, nella valle del Giordano.

Israele blocca l’accesso alle terre ai palestinesi con barriere fisiche, limitando il tempo a loro concesso per stare sui propri terreni e persino imponendo restrizioni arbitrarie sull’età e il numero di contadini che vi possono accedere.

Per esempio le autorità di occupazione israeliana stanno limitando l’accesso ai terreni vicino alla colonia israeliana di Mevo Dotan “a circa 50 contadini dai quarant’anni in su,” secondo l’OCHA.

Ciò intralcia seriamente l’accesso a circa 2.000 ettari di terra appartenenti a varie famiglie del governatorato di Jenin.

I contadini palestinesi possono accedere alle proprie terre solo con permessi di “coordinamento preventivo” concessi dalle autorità israeliane.

Secondo gli esperti ONU gli attacchi contro i contadini “potrebbero peggiorare dato che le autorità israeliane li hanno progressivamente revocati o hanno omesso” di rilasciarli.

Le autorità israeliane hanno parzialmente revocato le restrizioni all’accesso agli uliveti entro 200 metri dai confini delle colonie israeliane.

Ma ciò non è mai una garanzia di sicurezza per i raccoglitori palestinesi mentre sono al lavoro.

Il 17 ottobre una donna palestinese 59enne è stata colpita a morte dal fuoco israeliano mentre raccoglieva olive a circa 200 metri dal muro dell’apartheid nel villaggio di Fuqaa, vicino a Jenin, nella Cisgiordania settentrionale occupata.

Ma in quella zona non sono richiesti permessi da parte dell’esercito israeliano.

Un uomo in uniforme militare è arrivato e ha sparato circa 10 colpi nella sua direzione,” riferisce Haaretz, quotidiano di Tel Aviv.

È stata identificata dal ministero della Salute palestinese come Hanan Abd al-Rahman Abu Salama.

Una fonte della sicurezza ha affermato che, secondo un’indagine preliminare, ad Abu Salama è stato sparato in una zona dove non è richiesto ai palestinesi di coordinare il raccolto con le autorità israeliane, anche se si consiglia di informarli prima di avvicinarsi alla barriera,” scrive Haaretz.

Un membro del consiglio del villaggio ha detto al giornale che l’ufficio di collegamento dell’Autorità Palestinese aveva informato il consiglio che la raccolta era autorizzata, in coordinazione con le autorità di occupazione israeliane. L’assessore Munir Barakat ha detto che gli abitanti erano poi stati informati che avrebbero potuto accedere ai loro uliveti vicino al muro dell’apartheid, esattamente ciò che stava facendo Abu Salama.

Attacchi raddoppiati

Anno dopo anno gli attacchi dei coloni sono una parte normale della stagione della raccolta delle olive e una seria minaccia alle vite e ai mezzi di sostentamento dei palestinesi.

Ma dal genocidio israeliano dei palestinesi a Gaza gli estremisti ebrei sono stati incoraggiati a un’escalation dei loro attacchi, talvolta letali, contro i palestinesi, nella più totale impunità e con l’abituale protezione dell’esercito israeliano.

Dal 7 ottobre 2023 sono stati sradicati, distrutti o danneggiati oltre 14.000 alberi, quasi tutti ulivi, come ha riferito la pubblicazione Arab 48 citando dati documentati dai palestinesi.

Gli attacchi documentati dei coloni contro i palestinesi relativi al raccolto delle olive quest’anno sono fino ad ora almeno il doppio dei 60 riportati durante il raccolto dello scorso anno. L’Ufficio delle Nazioni Unite OCHA che li monitora ha detto che ci sono stati 59 incidenti nel 2022 e 36 nel 2021.

Durante la stagione dell’anno scorso le forze di occupazione israeliane hanno annullato quasi tutte le autorizzazioni dei palestinesi per accedere alle loro terre.

I palestinesi non hanno potuto andare sulle proprie terre situate entro i confini delle colonie esclusivamente ebraiche o lungo le strade usate dai coloni.

Secondo l’OCHA anche quest’anno esse restano “completamente off limits” per i contadini palestinesi che quindi non hanno potuto raccogliere oltre 9.600 ettari di uliveti perdendo 1.200 tonnellate di olio d’oliva per un valore stimato di 10 milioni di dollari.

Da quando è iniziato il genocidio israeliano a Gaza nell’ottobre 2023 i palestinesi della Cisgiordania occupata hanno subito il maggiore livello di violenza e di restrizioni dei movimenti da parte dell’esercito israeliano e dei coloni ebrei in molti anni.

Significato

Il raccolto autunnale delle olive è vitale per l’economia palestinese e l’olio d’oliva è un elemento profondamente radicato nella dieta e cultura palestinese.

Dieci anni fa i dati dell’ONU indicavano che l’industria dell’olio d’oliva costituiva il 25% del reddito agricolo nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza.

La raccolta di solito inizia dopo le prime piogge all’inizio dell’autunno per continuare in ottobre fino a novembre. I palestinesi di tutte le età si riuniscono nei loro uliveti, cantando insieme canzoni popolari e facendo la cernita dei loro raccolti.

Gli esperti ONU hanno aggiunto che l’attacco israeliano contro una celebrazione plurisecolare del loro patrimonio è un ulteriore attacco all’autodeterminazione palestinese.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




La vita che ho costruito per la mia famiglia – distrutta

Amjad Hamdouna

21 Ottobre 2024 ,The Electronic Intifada

Sono del nord di Gaza City, di una zona chiamata Sheikh Radwan.

Da ragazzo, la mia famiglia era molto povera. Ho dovuto lasciare la scuola in giovane età, circa 15 anni, ed entrare nel mercato del lavoro per aiutare la mia famiglia.

Ho lavorato in una fabbrica tessile e data la mia giovane età il mio salario era misero, appena sufficiente per mangiare e bere. Però speravo che avrei potuto acquisire qualche competenza da usare successivamente e magari guadagnare di più per avere una vita migliore.

Ho lavorato in questa fabbrica fino ai 20 anni. Era un lavoro fisicamente estenuante e spesso noioso. La mia speranza era di risparmiare abbastanza denaro per avviare una fabbrica per conto mio, ma non ero ancora pronto.

Nel frattempo, lavorando con il padrone della fabbrica, vendevo merci nei mercati locali. Ho guadagnato di più in questo modo che come operaio. Ho lavorato così per due anni finché non ho potuto permettermi di avviare una fabbrica per conto mio.

Il padrone mi ha detto che mi avrebbe aiutato per qualunque cosa avessi bisogno per riuscire. Questo mi ha reso felice, soprattutto perché avevo fatto tanti sforzi per questo ed ero spesso preoccupato e stressato.

Ho preso in affitto un edificio a Sheikh Radwan in via al-Nasr per confezionare abiti femminili e venderli in zona.

Ho lavorato duramente. Ho comprato tutta l’attrezzatura necessaria per il mio lavoro di cucitura e creazione di abiti palestinesi. Sono andato dai commercianti di tessuti ed ho predisposto ogni cosa affinché la mia fabbrica avesse successo.

Finalmente abbiamo aperto e tutto andava bene.

Quando ho aperto questa fabbrica i miei obbiettivi sono cresciuti ancor di più. Volevo risparmiare più denaro per sposarmi ed avere figli, per comprare una casa ai miei genitori e case per i miei fratelli.

Il primo mese ho potuto provvedere al salario dei lavoratori, all’affitto della fabbrica, al costo dei prodotti dei commercianti e alle spese della mia famiglia. E’ vero che la mia attività non era poi così grande, ma ero felice di fare questo lavoro e di ricevere tanto sostegno.

La mia fabbrica è andata avanti per quattro anni. Con grandi sforzi abbiamo venduto in tutta Gaza ed accresciuto le nostre capacità.

Ho risparmiato il denaro per sposarmi e per arredare il mio appartamento nell’edificio dei miei genitori. Mi sono sposato e nel febbraio 2023 mia moglie ha dato alla luce una bella bambina, Alma.

Ma la guerra genocida di Israele scatenata nell’ottobre 2023 aveva idee diverse su come dovesse essere la mia vita.

Dopo quattro giorni di guerra Israele ha bombardato la mia fabbrica, le scorte di materiali e le attrezzature a Sheikh Radwan. L’edificio è stato completamente distrutto. Un operaio è rimasto ucciso.

La mia famiglia ed io siamo stati sfollati forzatamente dalla nostra casa verso il sud di Gaza, dove siamo rimasti fino ad oggi. Pensavo che saremmo tornati a casa dopo breve tempo, perciò ho preso solamente poco denaro con me e ho lasciato indietro il resto.

I nostri soldi si sono esauriti in due mesi. La mia famiglia condivideva una tenda e abbiamo dovuto chiedere aiuto ad altri per superare l’inverno e poi l’estate.

Non riesco a dare un senso all’anno passato. Tutti noi che lavoriamo duramente nel mondo, è questa la nostra ricompensa?

Chi ricostruirà la mia fabbrica? Chi la nostra casa?

La situazione a Gaza è disperata e non so quando torneranno nella nostra vita la gioia e il sorriso. Non so dove andremo poi e che cosa succederà. Alma ha quasi due anni. Le nostre vite sono piene di ingiustizia e oscurità e il mondo sta dormendo.

Amjad Hamdouna vive a Gaza.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele progetta una colonia su un sito patrimonio UNESCO, mentre aumentano i furti di terra

Tamara Nassar

23 Agosto 2024 – Electronic Intifada

Quando la scorsa settimana un gruppo di più di 100 ebrei facinorosi, a volto coperto e armati di pistole e fucili automatici, ha ucciso un palestinese, ne ha feriti altri e ha appiccato il fuoco a diverse abitazioni nella cittadina palestinese di Jit, nel nord della Cisgiordania occupata, il governo israeliano li ha prontamente condannati.

“É una minoranza di estremisti che danneggia la comunità dell’insediamento rispettosa della legge e l’intero insediamento, nonché il nome e lo status di Israele nel mondo”, ha scritto, su X – già Twitter – Isaac Herzog, il presidente di Israele.

Secondo quanto riferito, l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha chiesto che “i responsabili di ogni illecito” siano arrestati e processati.

Infatti, sono stati arrestati in tutto ben quattro coloni.

Il Palestinian Center for Human Rights [Centro Palestinese per i Diritti Umani] riferisce che i coloni hanno sparato agli abitanti palestinesi del villaggio, lanciato pietre contro le loro case e dato alle fiamme i loro automezzi.

I coloni hanno sparato al ventitreenne Rashid Mahmoud al-Sadeh che, colpito al petto, è morto sul colpo.

Dopo un’ora dall’inizio dell’assalto dei coloni l’esercito israeliano ha preso parte all’aggressione, disperdendo con la forza i palestinesi e “impedendo loro di spegnere le fiamme che avvolgevano le case e i veicoli”.

L’esercito israeliano “ha sparato in aria sia proiettili che candelotti di gas lacrimogeno e non ha intrapreso nessuna azione per fermare la furia dei coloni”. Al contrario, si sono assicurati che i coloni potessero ritirarsi dal villaggio in sicurezza.

Le forze di occupazione israeliane hanno chiuso le vie d’accesso al villaggio, bloccando ambulanze e paramedici.

“Questo crimine fa parte di una più ampia ondata di violenze istigate dalla campagna di continuo incitamento [all’odio] che alcuni ministri israeliani stanno mettendo in atto”, ha dichiarato il PCHR.

“Questi attacchi sono incoraggiati dall’impunità istituzionalizzata e dal sostegno incessante da parte dei vertici politici e militari di Israele nei confronti delle violenze dei coloni”.

I coloni sono lo Stato

Le dichiarazioni del governo israeliano secondo le quali una manciata di coloni sono le mele marce di un cesto altrimenti “rispettoso della legge” sono un tentativo di distogliere l’attenzione da coloro ai quali i coloni obbediscono, e di nascondere il il progetto di colonizzazione nel suo insieme.

I coloni sono la fanteria dello Stato colonizzatore di Israele e, come dimostra il recente attacco a Jit, agiscono d’intesa con l’esercito.

L’impennata di violenze da parte dei coloni dopo il 7 ottobre non è riconducibile ad una minoranza di fuorilegge, come vorrebbero invece far credere le sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea.

Negli ultimi mesi Stati Uniti, Francia, Regno Unito e altri alleati di Israele che hanno sempre sostenuto le sue azioni a Gaza hanno annunciato sanzioni contro un piccolo numero di coloni israeliani.

Questo è un evidente tentativo di distogliere l’attenzione dalla loro complicità nel genocidio dei palestinesi a Gaza, mentre promuove l’idea, falsa, che le violenze dei coloni siano dovute a poche mele marce. Le sanzioni, se fossero minimamente serie, dovrebbero essere contro Israele e i suoi dirigenti, non contro alcuni individui isolati.

I coloni sono indispensabili per la politica israeliana di colonizzazione di insediamento, la quale è intrinsecamente violenta e si sta intensificando mentre l’attenzione di tutti è catturata dal genocidio dei palestinesi a Gaza.

“La violenza dei coloni è inseparabile dal disegno politico israeliano nel suo insieme, finalizzato a stabilire la propria sovranità sulla Cisgiordania e proseguire il piano di pulizia etnica dei palestinesi,” ha affermato il CPDU.

Quando Herzog, il presidente israeliano, parla di “comunità dell’insediamento rispettosa della legge”, fa riferimento unicamente alla legge israeliana – il rispetto della quale peraltro è raramente imposto ai coloni.

In realtà le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme Est, e nelle alture del Golan, che appartengono alla Siria, costituiscono una violazione della legge internazionale e sono considerate un crimine di guerra.

Costruendo colonie Israele commette violazioni dei diritti umani contro la popolazione palestinese sotto occupazione, inclusi demolizioni di case, espulsioni forzate e furto di terre.

Un insediamento in un sito UNESCO

Nel frattempo il governo israeliano premedita di costruire insediamenti per soli ebrei nel territorio del villaggio palestinese di Battir, dichiarato nel 2014 sito UNESCO Patrimonio dell’umanità.

La designazione dell’UNESCO intendeva proteggere lo straordinario e antico paesaggio agricolo di Battir e la sua cultura dal piano israeliano di costruirvi il muro di separazione.

“Il paesaggio culturale di Battir comprende antichi terrazzamenti, siti archeologici, tombe scavate nella roccia, torri agricole e soprattutto un sistema idrico intatto, costituito da un insieme di vasche e canali”, scrive l’UNESCO. “L’integrità di questo sistema idrico tradizionale è garantita dalle famiglie di Battir, che da esso dipendono”.

L’ente culturale mondiale aggiunge che “il sistema di distribuzione dell’acqua usato dalle famiglie di Battir è la testimonianza di un antico sistema egalitario di distribuzione”.

L’Amministrazione Civile – il braccio burocratico dell’occupazione militare israeliana – ha rivelato questo mese la mappa della “linea blu” intorno al territorio di Battir, destinandolo a sito di costruzione per la colonia denominata Nahal Heletz.

La “linea blu” delimita un terreno che il governo israeliano dichiara “territorio dello Stato”, destinandolo così al furto e alla colonizzazione. Per la maggior parte questo territorio è composto da terre private, abitate e lavorate dalle famiglie di Battir da generazioni – come del resto ovunque in Cisgiordania, che Israele sta colonizzando.

I trucchi pseudo-legali israeliani sono una farsa finalizzata a giustificare quello che a tutti gli effetti è un furto di terra palestinese a mano armata.

Serve “a legittimare l’impresa di colonizzazione”, commenta l’osservatorio [israeliano] sugli insediamenti Peace Now.

Ma i palestinesi non hanno mezzi adeguati per difendere i loro diritti nel sistema legale israeliano, nel quale molti giudici sono essi stessi coloni.

L’occupazione aveva inizialmente previsto poco più di 12 ettari per la costruzione dell’insediamento. Secondo Peace Now la nuova “linea blu” annette altri 60 ettari per il potenziale sviluppo futuro – tutti all’interno del sito UNESCO patrimonio dell’umanità.

“La nuova colonia a Nahal Heletz creerà un’enclave isolata in profondità nel territorio palestinese”, ha aggiunto l’associazione. Ma si tratta indubbiamente soltanto del punto di partenza per future espansioni.

Nahal Heletz è uno dei cinque insediamenti approvati dal governo israeliano a giugno, quattro dei quali erano in precedenza avamposti – un termine che Israele usa per i nuovi piccoli insediamenti creati dai coloni in aperta violazione delle stesse normative israeliane.

“Il ritmo delle dichiarazioni di linee blu e territori dello Stato è senza precedenti”, dice Peace Now.

Netanyahu e Bezalel Smotrich, il Ministro delle Finanze di estrema destra, “stanno portando avanti senza tregua annessioni di fatto, ignorando palesemente la convenzione UNESCO di cui Israele è firmatario”, afferma Peace Now.

Fatti sul terreno

Quando la scorsa settimana gli è stato chiesto della colonia prevista a Battir, il portavoce [aggiunto n.d.t.] del Dipartimento di Stato statunitense Vedant Patel ha detto che “ognuno di questi nuovi insediamenti ostacolerebbe lo sviluppo economico e la libertà di movimento dei palestinesi”.

Cosa non priva di interesse, Patel non ha menzionato in alcun modo il fatto che le colonie israeliane violano le leggi internazionali.

Quando gli è stato chiesto se l’opposizione statunitense agli insediamenti potrebbe impedirne la costruzione, Patel ha liquidato l’espansione delle colonie come “un’iniziativa unilaterale israeliana” e non ha proposto nessuna azione statunitense per fermarla.

“Vi siete opposti a centinaia di annunci di nuove colonie, e sono state tutte costruite. Allora che senso ha continuare a dire che vi opponete?” ha chiesto il corrispondente della BBC Tom Bateman.

“Ci preme chiarire quali siano la nostra prospettiva e il nostro punto di vista”, ha replicato Patel.

Ciò schematizza bene il processo, che ha inizio con il furto di terra palestinese da parte di coloni cosiddetti “estremisti” e culmina in fatti sul terreno che gli Stati Uniti sono più che disposti a tollerare.

Il governo israeliano permette ai coloni di creare avamposti, li aiuta a farlo e infine li riconosce ufficialmente.

Una volta che gli insediamenti hanno ottenuto il riconoscimento ufficiale dal governo israeliano, gli Stati Uniti reagiscono con vuote formule retoriche sull’espansione delle colonie come ostacolo alla moribonda “soluzione a due Stati”.

Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite OCHA dal 7 ottobre i coloni hanno condotto almeno 1.270 attacchi contro i palestinesi.

Questo numero comprende gli attacchi che hanno provocato ferite ai palestinesi e danni alla proprietà.

I coloni israeliani minacciano i palestinesi con armi da fuoco, vandalizzano le loro proprietà, ostacolano il loro accesso all’acqua, distruggono i loro alberi, danneggiano i loro veicoli, rubano le loro beni, li intimidiscono e aggrediscono fisicamente.

Questa violenza è pianificata e calcolata con l’intento di terrorizzare i palestinesi al punto da farli desistere dal coltivare o accedere alle loro terre, in modo che i coloni possano impossessarsene, lo Stato israeliano possa riconoscere ufficialmente il furto e gli Stati Uniti infine fare pressione sui palestinesi affinché accettino dei “compromessi”, rinunciando alla terra rubata in futuri accordi “di pace”.

Dal 7 ottobre 2023 a metà agosto di quest’anno nella Cisgiordania occupata Israele ha demolito, confiscato o costretto a demolire più di 1.400 strutture di proprietà palestinese, più di un terzo dei quali edifici residenziali.

Si tratta del doppio delle demolizioni in rapporto allo stesso periodo prima del 7 ottobre.

Queste demolizioni hanno spinto fuori dalle loro case circa 3.200 palestinesi, 1.400 dei quali bambini.

[traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola]




Un’inchiesta dell’esercito israeliano ha insabbiato le uccisioni dovute a fuoco amico il 7 ottobre

David Sheen e Ali Abunimah 

29 luglio 2024 – The Electronic Intifada 

Il primo rapporto dell’esercito israeliano reso pubblico sugli eventi del 7 ottobre 2023 elogia il generale che quel giorno ha guidato le forze israeliane in battaglia nel kibbutz Be’eri per aver ordinato a un tank di sparare contro una casa uccidendo oltre 10 civili presi in ostaggio.

Il bombardamento ha ucciso praticamente tutti quelli che si trovavano all’interno e nei pressi della casa, tra cui decine di combattenti della resistenza palestinese.

Il rapporto rappresenta un grossolano insabbiamento, non compatibile con fatti noti e un’intenzionale riscrittura di quanto avvenuto per discolpare le forze israeliane dall’uccisione di loro concittadini quel giorno.

Benché il rapporto avrebbe dovuto essere scritto da ufficiali senza alcun legame con quanti parteciparono alla battaglia, uno dei suoi autori è il tenente colonnello Elihai Bin Nun, che il 7 ottobre ha combattuto a Be’eri sotto il comando del generale Barak Hiram, il responsabile delle forze israeliane presenti quel giorno nel kibbutz, come rivelato dal New York Times.

Il sito di informazione israeliano Ynet ha evidenziato che, quando è stata svelata la partecipazione di Bin Nun alla battaglia, l’esercito ha eliminato dal rapporto ogni menzione del suo ruolo come autore.

In conseguenza di questa inchiesta l’esercito ha elogiato Hiram per aver agito in “modo professionale ed etico” avendo ordinato il fuoco letale del tank. Ha occultato la morte di civili provocata dal bombardamento, accettando la responsabilità solo per uno dei 13 ostaggi uccisi nella casa di Pessi Cohen, abitante del kibbutz.

L’esercito ammette l’uccisione di un solo civile, Adi Dagan, in quanto la sua morte è stata testimoniata direttamene dall’unico ostaggio sopravvissuto al bombardamento da parte del carrarmato, Hadas Dagan, moglie di Adi. Durante la battaglia la coppia e altri quattro civili israeliani, tra cui la stessa Pessi, si trovavano sul prato erboso fuori dalla casa, nascosti per evitare le raffiche di proiettili che per ore hanno fischiato sulle loro teste.

Mentre il resoconto completo della battaglia non è stato reso pubblico, una sintesi dettagliata di sei pagine del rapporto pubblicata dall’inviato militare della radio dell’esercito Doron Kadosh fa ulteriore luce sugli eventi. Essa riconosce che il numero di civili all’interno della casa era di sette.

Nella sua prima descrizione pubblica dell’incidente una settimana dopo l’attacco del 7 ottobre l’esercito ha affermato che nella casa erano morti non 7 ma 15 civili, e che otto di loro erano neonati.

In quella casa c’erano altre 15 persone bruciate. Tra esse 8 neonati,” ha detto a un folto gruppo di giornalisti stranieri il 14 ottobre di fronte alla casa di Pessi Cohen il capo del soccorso militare israeliano Vach. “Erano concentrati lì, li hanno uccisi e bruciati.” Erano menzogne vergognose, e, anche se il nuovo rapporto non le ripete, esso crea nuove fandonie su questo incidente divenuto celebre.

La sintesi ufficiale in inglese nota indirettamente che “due civili sono stati colpiti da schegge” e sostiene senza fondamento che la maggior parte degli altri ostaggi probabilmente è stato ucciso dai rapitori palestinesi, nonostante ogni prova suggerisca il contrario.

Nessun civile all’interno dell’edificio è stato colpito dal fuoco del carrarmato,” sostiene. “La maggior parte degli ostaggi è stata probabilmente uccisa dai terroristi.”

Queste affermazioni non sono supportate da riferimenti ad alcuna autopsia. Infatti, a causa degli effetti catastrofici del bombardamento del tank, tale esame post-mortem in molti casi sarebbe stato impossibile anche se le autorità israeliane avessero voluto farlo.

È difficile capire da cosa sia stato ucciso ognuno di loro perché non sono state effettuate autopsie, ma per me è importante che non dicano mai che tutti sono stati uccisi dai terroristi,” ha detto alla radio militare israeliana Yasmin Porat dopo aver appreso il contenuto del rapporto. “Sicuramente questo non è vero.”

Porat è una degli unici due civili sopravvissuti agli avvenimenti nella casa di Pessi Cohen. Fin dall’incidente ha continuato ad affermare che il fuoco israeliano ha probabilmente ucciso molti degli israeliani che si trovavano lì.

Il racconto israeliano contraddice ogni logica

Nel tentativo di dimostrare le proprie affermazioni secondo cui i combattenti della resistenza palestinese hanno giustiziato tutti i civili meno uno, l’esercito delinea uno scenario dettagliato che non solo contraddice le testimonianze delle sopravvissute, Hadas Dagan e Yasmin Porat, ma contrasta con il senso comune.

Il rapporto afferma che alle 18 il capo di tutte le forze che combattevano a Be’eri e che circondavano la zona, il comandante della 99esima divisione di fanteria Barak Hiram, ha ordinato che i soldati si trincerassero presso la casa di Pessi Cohen per lanciare immediatamente un attacco di terra contro la casa. “Il generale di brigata Hiram ha ordinato: iniziate la conquista prima del buio,” afferma la sintesi del giornalista Doron Kadosh. “Ha sottolineato di temere che i terroristi avrebbero approfittato dell’imbrunire per scappare a Gaza con gli ostaggi.”

Poi nota che le forze israeliane hanno aspettato fino alle 17,57 prima di iniziare l’operazione di irruzione nella casa, un’ora dopo il tramonto e due ore dopo che l’ordine era stato dato.

Alle 18, mentre secondo il rapporto Hiram ha dato l’ordine di fare irruzione prima del tramonto, il sole era già calato su Be’eri. Aver aspettato due ore per mettere in pratica quell’ordine, dopo che già da un’ora le stelle erano visibili nel cielo notturno, non è coerente con le conclusioni del rapporto secondo cui “il commando sul campo dello Shin Bet, il comandante della YAMAM e le forze presenti hanno dimostrato un grande eroismo e con la massima determinazione hanno fatto tutto il possibile fino agli ultimi istanti.”

Lo Shin Bet è il servizio segreto interno israeliano e la YAMAM è un’unità speciale paramilitare simile ai gruppi SWAT [unità speciali della polizia, ndt.] degli USA.

Un’altra affermazione fatta nel rapporto che contraddice la logica più elementare è che sono stati i combattenti palestinesi a bruciare la casa di Pessi Cohen, incendiando tutto quello che c’era dentro, compresi se stessi.

Alle 20,30, mezz’ora dopo che le forze israeliane avrebbero iniziato a fare irruzione nella casa, secondo la sintesi di Kadosh gli israeliani avrebbero ricominciato “un violento tentativo di occupare la casa”.

Per un’altra ora ha avuto luogo una dura battaglia tra le nostre forze e i terroristi, che nel frattempo hanno dato fuoco alla casa e l’hanno bruciata,” afferma l’esercito, secondo quanto raccontato nella sintesi.

Inoltre il riassunto afferma che, quando hanno iniziato a incendiarla “per impedire alle forze israeliane di farvi irruzione”, i combattenti palestinesi avevano già giustiziato i civili tenuti nella casa.

In altre parole gli autori del rapporto vorrebbero farci credere che dopo ore di intensa sparatoria i combattenti palestinesi barricati in casa si sarebbero auto-immolati. Si stenta a credere all’idea che i combattenti palestinesi avrebbero scelto di morire patendo pene terribili avvolti dalle fiamme quando avrebbero potuto rapidamente e facilmente porre fine alle proprie vite con un colpo di pistola o morendo in combattimento contro gli israeliani.

Ma questo serve come comoda scusa della ragione per cui la casa e tutti quelli che erano dentro siano stati totalmente bruciati.

Un botto terribile”

Oltre ad essere pieno di incongruenze e affermazioni improbabili, lo scenario descritto nel rapporto dell’esercito è completamente contraddetto dalle testimonianze dei civili sopravvissuti, Hadas Dagan e Yasmin Porat.

Le affermazioni dell’esercito secondo cui i proiettili sparati dal carrarmato contro la casa non hanno colpito nessuno dei civili vicino ad Hadas e a suo marito Adi non quadra con i racconti fatti dalle due donne.

La sintesi nota che, dopo aver sparato alle 17,33 e alle 18,27 due proiettili di tank contro il sentiero fuori dalla casa, alle 18,34 e alle 18,57 sono stati sparati contro la casa altri due colpi. Nel riassunto il terzo proiettile “ha rimbalzato per terra e ha colpito il tetto all’ingresso dell’edificio. Il tetto è crollato in seguito all’impatto e pezzi di cemento sono caduti su Adi e Hadas Dagan, che erano all’esterno della casa. Adi è morto, Hadas è stata ferita ma è rimasta in vita,” afferma l’esercito.

Ci sono prove che la granata non è esplosa e che quelli che hanno colpito Adi e Hadas erano pezzi di cemento del tetto colpito,” aggiunge la sintesi. Secondo l’esercito questa conclusione è stata raggiunta dalla “perizia tecnica” dell’esercito, non da un esame forense o da un’autopsia indipendenti.

La ricostruzione di Hadas Dagan suggerisce qualcosa di diverso. “Improvvisamente un botto terribile … Per me era chiaro che si trattava di un carrarmato… E poi una seconda esplosione,” ha raccontato Dagan al Channel 12 israeliano a dicembre. “Per me è assolutamente evidente che io e Adi siamo stati feriti da schegge del proiettile del carrarmato, perché è avvenuto proprio in quel momento.”

Dagan ha descritto nei minimi particolari di essere rimasta distesa vicino a suo marito Adi e di aver messo il pollice sul buco nella sua “arteria principale” nel tentativo di bloccare il copioso fiotto di sangue, per poi togliere la mano solo quando si è resa conto che era morto.

Mentre stava parlando Dagan ha indicato con il pollice e un dito le dimensioni della ferita di suo marito: circa quelle di una grossa moneta.

È da notare che, nonostante abbia descritto chiaramente il letale bombardamento del carrarmato, Dagan abbia manifestato comprensione per il “dilemma” in cui secondo lei si è trovato l’esercito.

In base alla sintesi, il secondo bombardamento del carrarmato contro la casa mirava “al tetto, alle tegole. La granata è caduta. Non si sa ancora se qualcuno degli ostaggi è stato colpito, ma in base alle prove si stima che lì nessuno lo sia stato.”

Riguardo a Yasmin Porat, settimane dopo, in un’intervista con l’emittente radiofonica statale Kan, ha ricordato come Dagan le abbia raccontato che almeno altri due civili, tra cui il compagno di Porat, Tal Katz, erano stati sicuramente uccisi dalle stesse granate che hanno ferito Hadas e ucciso suo marito Adi.

Yasmin, quando le due fortissime esplosioni hanno colpito ho sentito come se volassi in aria,” Porat ha ricordato che le ha raccontato Dagan. “Mi ci sono voluti due o tre minuti per aprire gli occhi… Quando l’ho fatto o ho visto che il mio Adi stava morendo… A quel punto anche il tuo Tal ha smesso di muoversi.”

Porat ha spiegato che Dagan l’ha poi informata di come lo stesso carrarmato abbia ucciso anche il civile più giovane prigioniero nella casa, la dodicenne Liel Hatsroni.

Ricordo che, quand’ero lì la prima ora (della battaglia), lei (Liel Hatsroni) non ha mai smesso di gridare,” ha detto Porat a Kan, notando che i suoi ricordi coincidevano con quelli di Dagan. “La ragazzina non ha smesso di gridare in tutte quelle ore. Non smetteva di gridare,” Porat ricorda che Dagan le ha detto: “Yasmin, quando le due granate sono esplose lei ha smesso di gridare. Allora si è fatto silenzio.”

Quindi cosa ne deduci?” riflette Porat. “Che dopo quel gravissimo incidente, la sparatoria, che è terminata con due granate, è stato praticamente allora che tutti sono morti.”

Hatsroni e la sua prozia e tutrice Ayala sono state dichiarate ufficialmente morte solo un mese e mezzo dopo la battaglia perché di loro era rimasto ben poco per identificarle. Un parente delle Hatsroni ha detto a The Electronic Intifada che, dopo la battaglia, di Ayala, Liel e del suo fratello gemello Yanai sono rimaste solo ceneri.

Testimoni oculari uccisi a Gaza

Il confronto tra la cronologia degli avvenimenti e le testimonianze delle sopravvissute stabilisce che Liel Hatsroni è stata ferita a morte dalla quarta granata del carrarmato che si dice sia stata sparata alle 18,57, ed è probabile che contemporaneamente Yanai e Ayala siano stati feriti mortalmente.

Nel suo rapporto tuttavia l’esercito sostiene che la battaglia è continuata per altre due ore e mezza, fino alle 21,30, e durante questo tempo gli Hatsroni e gli altri quattro civili tenuti nella casa sono stati giustiziati dai combattenti palestinesi.

Questa versione dei fatti libera le forze israeliane dalla responsabilità per la loro morte, ma ciò è inequivocabilmente smentito dalla testimonianza di Hadas Dagan. Dopo aver descritto nei dettagli come il bombardamento del carrarmato abbia ucciso suo marito Adi, Hadas ha detto a Channel 12 come esso abbia posto fine alla battaglia nel suo complesso, ore prima rispetto a quello che sostiene l’esercito.

Ho sentito un altro sparo da dentro la casa e poi non ho più sentito niente. E ho aspettato che mi uccidessero. Non so quanto tempo sono rimasta distesa lì. Ho visto che non è spuntata nessuna testa. Ho visto le ombre, tutte. Nessuno si muoveva,” ha affermato.

Dagan ha detto a Channel 12 di essere stata effettivamente portata via dal campo di battaglia da forze israeliane verso le 20,15. “Improvvisamente ho sentito delle voci: ‘C’è un ostaggio che ha sollevato la testa!’ E ho visto puntini luminosi, lampadine frontali, e quelle figure armate nel buio. Mi hanno circondata,” ha ricordato Hadas a Channel 12.

Mi hanno messa seduta lì in un veicolo. Ho sentito che dicevano: ‘Ne abbiamo una qui gravemente ferita.’”

L’esercito conferma l’affermazione di Hadas Dagan secondo cui è stata portata via dal campo di battaglia a quell’ora, stimando che sia avvenuto alle 20,10. “I combattenti che cercavano di fare irruzione nella casa hanno notato Hadas Dagan ferita dal tetto della casa, ancora viva, e l’hanno evacuata lontano dalla casa”, afferma la sintesi.

Tuttavia nella narrazione dell’esercito l’allontanamento di Dagan dal campo di battaglia non avrebbe segnato la fine delle ostilità, ma piuttosto l’inizio di scontri più violenti.

Nel frattempo un combattente (israeliano) che parla arabo ha cercato di stabilire un dialogo con i terroristi, ma questi hanno sparato contro di loro in continuazione e non si sono arresi,” aggiunge la sintesi. “Nei primi minuti due combattenti di YAMAM sono stati gravemente feriti nella battaglia per fare irruzione nella casa.”

Poi, secondo il riassunto, alle 20,30 un soldato israeliano si è avvicinato alla casa dei Cohen ed ha preso contatto all’interno della casa con Ayala Hatsroni, che in quel momento sarebbe stata ancora viva. “Gli ha detto che avevano assassinato i suoi figli,” afferma la sintesi. Allora il soldato ha sentito “una lunga raffica di spari, e poi silenzio. Da quel momento i combattenti YAMAM non hanno più sentito grida o voci di ostaggi.”

La fonte dell’esercito per questa affermazione sospettosamente conveniente è il capo ispettore Arnon Zmora, ma la sua dichiarazione non può essere verificata in modo indipendente in quanto è stato ucciso in combattimento nella Striscia di Gaza all’inizio di giugno, un mese prima della pubblicazione del rapporto.

E ovviamente anche l’altra parte di questa presunta conversazione, Ayala Hatsroni, è morta. Allo stesso modo non si può ottenere una nuova testimonianza dal tenente colonello Salman Habaka, che ha sparato le ultime granate del carrarmato contro la casa dei Cohen, in quanto anche lui è stato ucciso nella Striscia di Gaza a novembre, e il comandante che l’ha chiamato perché partecipasse a quella battaglia è anche lui morto in combattimento una settimana dopo.

Giorni dopo la battaglia di Be’eri, quando gli è stato chiesto di deliziare gli israeliani con il racconto di “aver salvato una famiglia” il 7 ottobre, Habaka ha esitato, affermando solo che “abbiamo distrutto i terroristi prima di far entrare la fanteria per portar fuori la gente.”

Le prove suggeriscono in modo schiacciante che Habaka ha accuratamente descritto il combattimento alla casa di Pessi Cohen: prima le forze israeliane hanno sparato granate del carrarmato che hanno ucciso tutti quelli che si trovavano dentro e attorno alla casa, e solo dopo hanno evacuato l’unico civile sopravvissuto che era ancora lì, Hadas Dagan.

Nessuna prova di esecuzioni

La sintesi del rapporto completo dell’esercito israeliano fatta da Doron Kadosh nota che i corpi di tutti e sette i civili tenuti nella casa di Pessi Cohen – i tre Hatsroni, altre tre nonne abitanti a Be’eri e un palestinese di Gerusalemme est occupata che i combattenti della Qassam [la milizia armata di Hamas, ndt.] hanno obbligato a fungere da traduttore – erano carbonizzati. Le identità degli Hatsroni e del palestinese, Suhaib al-Razim, hanno potuto essere confermate solo grazie a test del DNA.

Eppure il rapporto dell’esercito sostiene che questi sette sono morti non a causa delle granate del carrarmato che potrebbero facilmente averli dilaniati, o del fuoco che ha totalmente bruciato i loro corpi, ma da colpi di arma da fuoco, da pallottole che sarebbero state sparate dai loro rapitori palestinesi prima che bruciassero.

Tuttavia l’esercito ammette che non ci sono prove di questa asserzione. “L’inchiesta afferma che la maggior parte degli ostaggi nella casa dei Cohen è stata uccisa dai terroristi e non colpita dalle granate (del carrarmato), ma ciò non può essere confermato, afferma l’IDF, perché i corpi sono stati bruciati,” ha informato Haaretz.

Oltretutto l’affermazione dell’esercito secondo cui i sette civili presi in ostaggio nella casa sono stati giustiziati dai loro rapitori palestinesi non può essere verificata “perché sia le forze di sicurezza che l’unità ZAKA che si è occupata dei cadaveri non hanno conservato in modo corretto le prove forensi dei corpi per consentire di verificare se sono stati uccisi da armi da fuoco o accoltellati,” ha notato il Jerusalem Post.

ZAKA, un’organizzazione ebraica ultra-ortodossa che raccoglie corpi e li prepara per l’inumazione rituale, è stata fondamentale nel diffondere numerose falsità riguardo agli eventi del 7 ottobre, inventando di sana pianta crimini di barbara atrocità mai avvenuti, ma che continuano ad essere utilizzati come pretesto e giustificazione del genocidio israeliano in corso a Gaza.

Familiari ancora all’oscuro

Mentre il rapporto dell’esercito sostiene di avere “presentato alle famiglie in lutto i propri accertamenti su come è morto ogni cittadino tenuto nell’edificio,” un rappresentante di una di queste famiglie ha negato alla rete nazionale israeliana di aver ricevuto questi esami.

Non abbiamo sentito niente di nuovo, non comprendiamo ancora come la maggioranza delle persone sia stata uccisa nella casa di Pessi, non hanno fatto le autopsie,” ha detto un parente a Kan Channel 11.

Il disappunto è stato condiviso da altri abitanti di Be’eri, ha detto la portavoce del kibbutz Miri Gat Mesika. “Sappiamo da quale angolo e dove il carrarmato è entrato, che tipo di granata ha usato, com’è fatta, ecc.,” ha detto alla testata israeliana Ynet. “Fino ad oggi non abbiamo ricevuto una risposta su come i nostri amici nella casa di Pessi siano stati uccisi quel giorno. Quello che era più importante e rilevante per noi è stato omesso nei dettagli e nelle conclusioni del rapporto.”

Comunque le cause della loro morte possono di fatto essere facilmente accertate incrociando il rapporto dell’esercito con la testimonianza resa dall’unica sopravvissuta all’ultimo bombardamento del tank, Hadas Dagan.

Se contiamo solo Liel Hatsroni, Adi Dagan e Tal Katz, che sono tutti morti sicuramente in seguito all’ultimo bombardamento da parte del carrarmato, raggiungiamo un bilancio minimo di tre civili uccisi dal fuoco del carrarmato. Se includiamo tutti e sette i civili tenuti nella casa che sono stati trovati carbonizzati (compresi i tre Hatsroni, Suhaib al-Razim, Zehava Hacker, Hannah Siton and Hava Ben-Ami) raggiungiamo il numero di nove civili probabilmente uccisi nella casa di Pessi Cohen dalle granate del carrarmato.

Un altro civile che era sdraiato sul prato, Tal Siton, è morto a causa del bombardamento da parte del carrarmato o nel fuoco incrociato che lo ha preceduto. Due civili, Ze’ev Hacker e Pessi Cohen, secondo la testimonianza di Hadas Dagan sono sicuramente morti durante le ore della sparatoria. Solo un civile, il fratellastro di Pessi Yitzhak Siton, sicuramente è morto per mano dei combattenti palestinesi, che gli hanno sparato a morte attraverso una porta all’inizio dell’occupazione del kibbutz.

Secondo il riassunto “la quarta e ultima granata è stata sparata” alle 18,57. E aggiunge: “Dopo il lancio di quattro granate e quando le forze hanno visto che i terroristi non si arrendevano, si è deciso di effettuare un’occupazione pianificata della casa ed è stata pianificata l’operazione per la presa della casa.”

Tuttavia questa “operazione di occupazione” non sarebbe iniziata fino alle 19,57, un’ora più tardi: “Comando ‘VAI’, l’operazione di conquista della casa è iniziata.”

Se Hiram ha davvero ordinato il bombardamento di una casa piena di ostaggi da parte del carrarmato “per mettere pressione sui terroristi”, come sostiene il capo di stato maggiore Herzi Halevi nella sintesi ufficiale, allora perché le forze sotto il comando di Hiram non hanno approfittato di quella pressione e non sono corse nella casa per eliminare i combattenti della resistenza che vi si trovavano, mentre erano colti di sorpresa dal bombardamento del carrarmato?

Perché le forze israeliane hanno aspettato, in base al loro stesso racconto, due ore dopo l’ordine di Hiram e un’ora dopo l’ultimo lancio di granate del carrarmato, quando il cielo era già buio?

L’ovvia risposta è che le forze israeliane non avevano più fretta di irrompere nella casa perché le decine di combattenti palestinesi e i sette civili che erano ancora all’interno erano già morti, inceneriti dal bombardamento da parte del carrarmato. A quanto pare la combustione della granata ha creato un tale inferno che è passata un’ora intera prima che i soldati israeliani mettessero piede all’interno. Ogni prova disponibile suggerisce che, ordinando il fuoco del carrarmato sulla casa di Pessi Cohen, probabilmente Hiram ha posto fine alle vite di almeno nove civili, sette dei quali bruciati vivi.

Un’accusa totalmente nuova

Così come sostiene senza prove che i civili all’interno della casa sono stati uccisi dai loro rapitori, il rapporto dell’esercito israeliano introduce un inedito pretesto per il bombardamento ordinato da Hiram: sarebbe stato giustificato dall’incombente minaccia da parte dei combattenti palestinesi di uccidere se stessi e i loro prigionieri.

Le affermazioni che supportano questo pretesto sono incongruenti sia all’interno del rapporto che alla luce delle precedenti asserzioni di quanti erano presenti sul posto.

Il resoconto ufficiale afferma: “Dopo che si è sentito sparare da dentro la casa e che i terroristi hanno comunicato l’intenzione di commettere suicidio e uccidere gli ostaggi, le forze di sicurezza hanno deciso di fare irruzione nella casa per cercare di salvare gli ostaggi e hanno condotto operazioni di combattimento in condizioni difficili.”

Pare sia la prima volta che Israele ha sostenuto che una esplicita minaccia rappresentata dai combattenti palestinesi abbia spinto Hiram a ordinare al carrarmato di fare fuoco.

Il resoconto ufficiale non specifica come questa minaccia sia stata comunicata, ma lascia l’impressione che sia avvenuto nel contesto dei negoziati con i rapitori.

La sintesi di Doron Kadosh, della radio dell’esercito israeliano, fornisce una versione in parte diversa. Sostiene che un gruppo dello Shin Bet avrebbe cercato di intercettare le comunicazioni tra i combattenti palestinesi nella casa di Pessi Cohen e i loro superiori nella Striscia di Gaza e che, dopo che le forze israeliane hanno fatto esplodere due granate del carrarmato fuori dalla casa, avrebbero sentito che i palestinesi annunciavano la loro intenzione di suicidarsi. Alle 16,32, nota il rapporto, “i terroristi hanno informato i loro comandanti che erano circondati e intendevano uccidersi.”

Al contrario la sintesi ufficiale non cita comunicazioni intercettate. Anche così, a differenza del resoconto ufficiale, la versione più dettagliata degli eventi fornita dalla sintesi di Kadosh non sostiene che i combattenti palestinesi abbiano affermato esplicitamente che pensavano di uccidere i prigionieri israeliani, ma solo che si volessero suicidare.

Cosa i combattenti palestinesi abbiano detto o pensato – sempre che qualcosa del racconto israeliano sia vero – senza audio o una trascrizione rimane una questione di supposizioni. Ma, data la nota dottrina della resistenza palestinese, più probabilmente i combattenti avrebbero detto di aver intenzione di morire come martiri – intendendo che, in una situazione in cui non avevano altre vie d’uscita, avrebbero combattuto fino alla morte certa piuttosto che arrendersi.

Non sarebbe stato lo stesso che uccidere intenzionalmente se stessi e gli ostaggi.

È anche da notare che le affermazioni dell’esercito israeliano secondo cui il suo attacco contro la casa era motivato dalla minaccia di uccidere i prigionieri guarda caso compaiono per la prima volta nel contesto di un rapporto che giustifica il bombardamento con i carrarmati e assolve l’ufficiale di alto grado che lo ha ordinato. Data l’incoerenza e la tardiva comparsa di questa affermazione, esse dovrebbero anche essere valutate alla luce di precedenti racconti forniti da quanti erano lì.

La sopravvissuta alla battaglia Yasmin Porat è stata coerente nei suoi resoconti: con parole sue, durante tutto il dramma i palestinesi hanno trattato i prigionieri “umanamente” e hanno garantito loro che non avevano intenzione di ucciderli.

Secondo Porat i combattenti non hanno maltrattato o fatto del male gratuitamente ai loro ostaggi. Il loro scopo dichiarato era portare gli israeliani a Gaza e rilasciarli rapidamente in cambio di palestinesi detenuti da Israele.

Quanto a Hiram, sembra non aver mai sostenuto in precedenza che i palestinesi abbiano comunicato l’intenzione di uccidere a breve se stessi e gli ostaggi, neppure nella sua intervista auto-giustificatoria e piena di invenzioni con Ilana Dayan, la conduttrice del prestigioso programma investigativo Uvda di Channel 12 del 26 ottobre 2023.

Hiram ha raccontato a Dayan che un gruppo di negoziatori portato sul posto “ha cercato di comunicare con loro e ha chiamato i rapitori palestinesi.

Hanno risposto?” chiede Dayan.

Ci hanno risposto con un razzo di RPG [lanciarazzi di fabbricazione sovietica, ndt.]” ha affermato Hiran. A quel punto, racconta Hiram a Dayan, ha ordinato alle forze speciali “di fare irruzione all’interno e cercare di salvare i cittadini intrappolati in quegli edifici.”

In quella “battaglia veramente eroica” – come l’ha definita l’adulatrice Dayan – Hiram ha sostenuto che sono stati salvati quattro ostaggi. Tuttavia in nessun momento le forze israeliane hanno salvato alcuna persona viva dalla casa e, come notato, non ci sono prove credibili che siano mai entrati nella casa se non molto dopo il bombardamento del carrarmato, quando tutti quelli che si trovavano all’interno erano già morti.

Neppure nel contesto di questo racconto largamente falso, fornito meno di tre settimane dopo i fatti, Hiram ha pensato di sostenere che la sua azione sia stata provocata da una minaccia di uccidere gli ostaggi e se stessi da parte dei rapitori.

Hiram ha parlato anche al New York Times per un articolo del 22 dicembre, che è stato uno dei pochissimi sui media occidentali ad occuparsi dell’incidente.

Secondo il Times, quando il 7 ottobre è scesa la notte nel kibbutz Be’eri il comandante della forza paramilitare specializzata, o gruppo SWAT, che si trovava sul posto e Hiram “hanno iniziato a discutere”. “Il comandante dello SWAT pensava che, in seguito alla comparsa di Porat e di uno dei combattenti palestinesi, altri rapitori si sarebbero arresi”. Ma Hiram “voleva che la situazione si risolvesse al tramonto,” ha riportato il Times.

Secondo il generale e altri testimoni pochi minuti dopo i miliziani hanno lanciato una granata anticarro a razzo,” secondo il Times.

I negoziati sono finiti,” ha ricordato di aver detto al comandante del carrarmato il generale Hiram. “Fate irruzione, anche a costo di vittime civili,” ha aggiunto il giornale.

È allora che un carrarmato ha sparato quello che il Times descrive come “due granate leggere” contro la casa. Come citato sul Times, Hiram non ha menzionato il fatto che i combattenti palestinesi avrebbero detto di aver intenzione di uccidere se stessi e gli ostaggi, da cui la necessità di un’azione immediata per salvarli.

Un altro veterano dell’incidente, un certo colonnello Ashi, ha rilasciato il proprio resoconto in un’intervista con la rete ufficiale israeliana Kan, mandata in onda il 1 marzo.

Secondo Ashi tutti i civili uccisi nella casa di Pessi Cohen erano già morti quando Hiram ha dato l’ordine di sparare le granate.

Non credo che ci fossero ancora persone vive lì,” ha affermato Ashi. “Per quanto ne so le bombe del carrarmato hanno colpito in alto, sopra le travi della casa, quindi non penso affatto che qualcuno ne sia rimasto ferito.”

Ashi ha aggiunto: “In seguito sono entrato nella casa e di nuovo non penso che qualcuno sia stato ferito dalla granata sparata all’interno.”

Il racconto di Ashi è totalmente smentito dalle sopravvissute Hadas Dagan e Yasmin Porat, e contraddice il suo stesso comandante Barak Hiram, che ha sostenuto che il bombardamento era motivato dal desiderio di liberare gli ostaggi vivi.

Nonostante le palesi contraddizioni con le mutevoli versioni degli eventi date da Hiram, neppure Ashi sostiene che un’imminente minaccia da parte dei rapitori palestinesi abbia provocato il bombardamento del carrarmato.

Pentola a pressione”?

Benché il rapporto non usi esplicitamente questo termine, il resoconto ufficiale dell’esercito israeliano sembra dipingere retrospettivamente l’incidente alla casa di Pessi Cohen come un’ordinaria applicazione della cosiddetta procedura militare della “pentola a pressione”, una forma di esecuzione extragiudiziaria abitualmente utilizzata contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata.

Tuttavia c’è scritto che il bombardamento del carrarmato è stato effettuato “in modo professionale, una decisione congiunta presa congiuntamente dai comandanti di tutte le organizzazioni di sicurezza dopo un’attenta riflessione e una valutazione della situazione” con l’“intento di mettere pressione sui terroristi e salvare i civili presi in ostaggio all’interno.”

Nella procedura della pentola a pressione l’esercito circonda un edificio e vi spara contro proiettili progressivamente più potenti, iniziando con quelli piccoli, passando poi a mitragliatrici dei carrarmati, alle granate dei carrarmati o ai missili anticarro, nel tentativo di obbligare ad arrendersi una persona ricercata che si trova all’interno. Se si rifiuta di uscire alla fine le forze israeliane demoliscono la casa su di lei.

In tali casi la demolizione finale della casa intende uccidere gli occupanti. Persino in base agli standard dell’esercito israeliano questa forma di attacco ovviamente non sarebbe servita a salvare gli ostaggi.

Ma concepire l’incidente come l’applicazione di una procedura ben definita potrebbe, nella mente degli autori del rapporto, giustificare le uccisioni in un modo più presentabile per l’opinione pubblica israeliana.

Forse corrisponderebbe più adeguatamente alla direttiva Hannibal, la regola d’ingaggio dell’esercito israeliano, ampiamente applicata il 7 ottobre, che consente l’uccisione di prigionieri insieme ai loro rapitori per impedire che israeliani vengano presi in ostaggio come moneta di scambio.

Imputando ai combattenti della resistenza palestinese le orrende morti che ha provocato, l’esercito assolve il generale di brigata Barak Hiram e lo applaude per aver agito “in coordinamento e con professionalità di fronte a una situazione difficile e complessa.”

La conduzione della battaglia da parte di Hiram è stata guidata dall’obiettivo “di salvare quanti più cittadini possibile,” afferma il capo di stato maggiore Halevi nella sintesi ufficiale del rapporto in ebraico. L’11 luglio, presentando il rapporto ai media israeliani, il portavoce dell’esercito, contrammiraglio Daniel Hagari, ha lodato Hiram per il suo comportamento alla casa di Pessi Cohen il 7 ottobre: “Barak ha agito nel modo migliore possibile. Ha creato l’ordine dove c’era il caos,” ha affermato Hagari.

I complimenti dell’esercito per la conduzione delle operazioni da parte di Hiram quel giorno sarebbero stati eliminati dalla versione presentata, ore prima che il rapporto venisse reso pubblico, agli abitanti di Be’eri e ai loro parenti.

Se l’esercito avesse osato condividere con loro il suo grande elogio di Hiram “ogni uovo rimasto dopo la colazione gli sarebbe stato lanciato addosso,” ha detto a Ynet uno dei presenti.

Significative omissioni

Non sorprende che il rapporto non citi il modo in cui il colonello Golan Vach, comandante dell’unità di soccorso del fronte interno dell’esercito israeliano, ha raccolto i corpi dei morti dopo la battaglia e ha mentito su di essi alla stampa: ha detto a decine di giornalisti di aver raccolto personalmente nel soggiorno di Pessi Cohen i corpi carbonizzati di 15 israeliani, tra cui “otto neonati” che non sono mai esistiti.

Non fa menzione neppure del fatto che Hiram si è impossessato della storia inventata da Vach riguardo agli otto neonati giustiziati dai combattenti palestinesi e ha ripetuto questa sanguinosa calunnia senza fondamento nella sua intervista di ottobre a Ilana Dayan dell’israeliano Channel 12.

In quell’intervista Hiram ha mentito anche quando ha sostenuto che i combattenti palestinesi hanno legato gli otto inesistenti bambini insieme a due adulti e poi li hanno giustiziati tutti e dieci.

Come Dayan, la maggioranza dei media israeliani sta ripetendo acriticamente le menzogne dell’esercito riguardo alla battaglia presso la casa di Pessi Cohen e ignorando la notevole mole di prove che le smentiscono totalmente.

Akiva Novick, inviato dell’emittente pubblica israeliana Kan, ha rimproverato le critiche a Hiram su X, noto in precedenza come Twitter,: “Ora dovrebbero dimostrare umiltà e chiedergli scusa,” ha postato Novick dopo la pubblicazione del rapporto.

Un altro giornalista, Nati Kalish della stazione radiofonica religiosa Kol Chai, ha chiesto un’azione legale contro i detrattori di Hiram: “Chiunque dica anche solo la minima cosa sull’eroe israeliano Barak Hiram deve essere processato per calunnia,” ha twittato Kalish.

Hiram è stato osannato da un suo collega ufficiale che ha anche lui inventato storie di atrocità il 7 ottobre, il maggiore Davidi Ben Zion. “Barak Hiram, tu sei un eroe israeliano! Il popolo ebraico ti saluta,” ha twittato Ben Zion.

Ben Zion, che ha falsamente affermato di aver visto 40 neonati israeliani giustiziati da Hamas, ha aggiunto: “Grazie per quello che hai fatto a Be’eri e scusa per il coro di calunniatori che si è affrettato a giudicarti ingiustamente.”

Il portale d’informazione israeliano Walla ha dato notizia che, pronto ad essere promosso in anticipo a comandante della divisione Gaza o a un’altra posizione importante, il 15 luglio Hiram ha iniziato ad addestrare il successore che lo sostituirà come comandante della Brigata 99.

Benché abbia nascosto come il fuoco del carrarmato ha ucciso almeno tre civili e probabilmente tre volte tanto, se non di più, il rapporto critica anche duramente la condotta di soldati e ufficiali israeliani che il 7 ottobre hanno combattuto a Be’eri.

L’indagine ha rilevato che centinaia di soldati di varie unità si trovavano nei pressi dell’ingresso del kibbutz, ma non vi sono entrati; che le truppe hanno portato via soldati feriti anche mentre civili venivano uccisi nelle proprie case e rapiti verso la Striscia di Gaza; che non hanno aiutato i civili che cercavano di salvarsi; che a volte hanno lasciato il kibbutz senza aver informato i propri comandanti. Ha anche scoperto che i soldati hanno combattuto in modo non professionale in una zona piena di civili,” ha informato Haaretz.

L’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] ha fallito nella sua missione di proteggere gli abitanti del kibbutz Be’eri,” ha concluso il portavoce militare Hagari. È penoso e difficile per me dirlo.”

Se questo è il disprezzo che Israele dimostra per le vite dei suoi stessi civili e per la verità riguardo a come sono morti, allora il suo spregio per le vite dei palestinesi, le vittime del genocidio da parte di Israele, non può che essere superiore come ordine di grandezza.

David Sheen è l’autore di Kahanism and American Politics: The Democratic Party’s Decades-Long Courtship of Racist Fanatics [Il Kahanismo e la politica americana: il fidanzamento durato decenni tra il partito Democratico e i razzisti fanatici] e Ali Abunimah è direttore esecutivo di The Electronic Intifada.

(tradotto dall’inglese da Amedeo Rossi)




La campagna diffamatoria contro la sinistra francese sa di disperazione

David Cronin

25 giugno 2024 – The Electronic Intifada

In Francia il razzismo contro i palestinesi è accettato.

Yonathan Arfi del CRIF [Conseil Représentatif des Institutions juives de France] la più importante organizzazione filo-israeliana a Parigi ha dichiarato allinizio di questanno che non esiste alcuna equivalenza morale tra le vittime collaterali, civili, che non sono state deliberatamente prese di mira, e le vittime del terrorismo”.

Il messaggio è chiaro: per Arfi le vite dei palestinesi non contano.

Lungi dallessere messo da parte per il palese fanatismo e l’atteggiamento sprezzante nei confronti del genocidio che Israele sta perpetrando a Gaza, Arfi e la sua organizzazione intrattengono ancora rapporti cordiali con l’élite al potere francese. A maggio pochi mesi dopo lo spregevole commento di Arfi Gabriel Attal, il primo ministro francese, ha partecipato alla cena annuale del CRIF.

Attal in quell’occasione ha cercato di compiacere i suoi ospiti inveendo contro il partito di sinistra La France Insoumise (LFI).

Diffamare quel partito costituisce un pensiero fisso della lobby filo-israeliana. E nellattuale stagione elettorale le calunnie sono state implacabili.

Arfi è andato fuori di sé quando qualche settimana fa Rima Hassan ha vinto un seggio per LFI al Parlamento Europeo.

Hassan ha trascorso la sua prima infanzia in un campo profughi palestinese vicino alla città siriana di Aleppo prima di trasferirsi in Francia all’età di 10 anni. È stata soprannominata Lady Gazaper la sua energica protesta contro lattuale genocidio.

Quando recentemente ad Arfi è stato chiesto alla radio se considerava la sua elezione al Parlamento europeo un pericolo per gli ebrei, ha risposto sì”.

Arfi non ha prodotto alcuna prova che Hassan rappresenti un pericolo del genere. Invece, ha potenzialmente messo a rischio Hassan sostenendo (ancora una volta senza prove) che lei sarebbe una portavoce di Hamas e che seguirebbe una cultura di violenza politica”.

Domenica prossima [domenica 30 giugno, ndt.] gli elettori francesi si recheranno alle urne per il primo turno delle elezioni dell’Assemblea Nazionale.

Arfi ha affermato che i frequenti riferimenti alla Palestina fatti da La France Insoumise nella sua campagna creano un clima estremamente dannosoper gli ebrei.

La France Insoumise ha stretto un patto elettorale con altri partiti per presentare un fronte comune contro il Raggruppamento Nazionale di estrema destra di Marine Le Pen.

La sola idea che LFI potesse far parte di quel fronte al fianco di partiti considerati più moderati ha rappresentato un anatema per Arfi, che ha anche sostenuto che LFI starebbe promuovendo lodio verso gli ebrei per fini elettorali.

La settimana scorsa Arfi ha affermato che il principale carburante dellantisemitismo dal 7 ottobre è lodio per Israele, che viene strumentalizzato. In precedenza aveva puntualizzato che le generazioni più giovani sarebbero più ricettive allodio per Israele.

Attraverso tali accuse Arfi rivela le sue vere paure.

Israele potrebbe essere percepito come un alleato dalla Francia e da altri governi dellUnione Europea. Tuttavia, il diffuso disgusto nellopinione pubblica nei confronti del genocidio di Gaza rivela come le fondamenta su cui è costruita lalleanza siano sempre più traballanti.

I sostenitori di Israele non oserebbero ammettere che il disgusto sia una risposta diretta alla barbarie di Israele. Quindi devono denigrare chiunque dimostri solidarietà verso i palestinesi descrivendoli come antisemiti.

Tali tattiche saranno familiari a coloro che hanno seguito il modo in cui la lobby filo-israeliana ha creato una crisi di antisemitismoin Gran Bretagna quando Jeremy Corbyn era a capo del partito laburista di quel Paese. Le calunnie contro LFI e il suo più noto rappresentante Jean-Luc Mélenchon sono praticamente identiche a quelle affrontate da Corbyn.

Tuttavia, mentre Corbyn ha cercato una conciliazione con i bulli filo-israeliani, finora LFI li ha contrastati. Si spera che continui a farlo.

David Cronin è un co-redattore di The Electronic Intifada. Tra i suoi libri Balfours Shadow: A Century of British Support for Zionism [L’ombra di Balfour: un secolo di appoggio britannico al Sionismo, ndt.] e Israel and Europes Alliance with Israel: Aiding the Occupation [Israele e l’alleanza europea: un aiuto all’occupazione, ndt.]

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele chiude Al Jazeera e continua a uccidere giornalisti

Tamara Nassar

11 maggio 2024 The Electronic Intifada

Il genocidio di Israele a Gaza ha distrutto la facciata della libertà di stampa.

Mentre il New York Times riceve un Premio Pulitzer per i suoi reportage internazionali (nonostante le rivelazioni che hanno smentito gli articoli pubblicati che accusavano Hamas di usare lo stupro di massa come arma di guerra), e mentre lélite dei principali media occidentali si riuniva alla cena incontro stampa della Casa Bianca con il Presidente Joe Biden (nonostante il suo incessante sostegno al genocidio israeliano a Gaza), continuano gli attacchi senza freni di Israele contro i giornalisti.

La settimana scorsa il gabinetto del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha votato la chiusura dell’attività della rete Al Jazeera in Israele.

La mossa fa seguito a una recente legge approvata dalla Knesset, il parlamento israeliano, che consente la chiusura temporanea delle emittenti straniere se il governo israeliano ritiene che rappresentino una minaccia per la sicurezza nazionale nel contesto dei bombardamenti in corso sui palestinesi a Gaza.

Domenica scorsa la polizia israeliana ha fatto irruzione negli uffici di Al Jazeera a Gerusalemme, revocando gli accrediti stampa e vietando alla rete di mandare in onda le sue trasmissioni.

Al Jazeera ha condannato la chiusura delle sue operazioni da parte di Israele come “atto criminale”, affermando che costituisce una violazione del diritto internazionale e umanitario.

“Al Jazeera afferma il suo diritto di continuare a fornire notizie e informazioni al suo pubblico nel mondo“, ha affermato la rete.

Le aggressioni dirette e l’uccisione di giornalisti, gli arresti, le intimidazioni e le minacce da parte di Israele non scoraggeranno Al Jazeera nel suo impegno a coprire gli avvenimenti, mentre più di 140 giornalisti palestinesi sono stati uccisi dall’inizio della guerra a Gaza”.

Al Jazeera è il principale organo di informazione internazionale a trasmettere quelle che sono diventate le immagini distintive del genocidio di Israele a Gaza, con i suoi giornalisti che coraggiosamente riferiscono sul terreno nell’enclave costiera, anche dalle aree settentrionali.

È anche la principale piattaforma che trasmette video delle operazioni di resistenza, spesso in esclusiva, delle Brigate Qassam, il braccio armato di Hamas.

Riprese effettuate con droni

Nelle ultime settimane Al Jazeera ha anche trasmesso numerosi video che afferma essere stati ripresi da droni israeliani a Gaza.

La rete con sede in Qatar non rivela esplicitamente la fonte di tali filmati. Gli analisti ipotizzano che i droni vengano probabilmente acquisiti dai gruppi di resistenza a Gaza o, come hanno dimostrato, catturando i quadricotteri in volo, oppure abbattendoli e conservandone i dati.

I video servono come documentazione dei potenziali crimini di guerra perpetrati dall’esercito israeliano.

Un video in particolare, girato da un drone in volo, mostrava l’uccisione spietata di quattro palestinesi che attraversavano un quartiere nella zona meridionale di Khan Younis per osservare le conseguenze dell’invasione di terra israeliana nell’area.

Il drone filma l’incalzante inseguimento dei quattro uomini mentre continua a sparare missili contro di loro finché non vengono tutti uccisi.

Un altro video trasmesso da Al Jazeera mostra soldati israeliani che giustiziano due uomini che tentano di camminare verso nord e che chiaramente non rappresentano alcuna minaccia. Un bulldozer israeliano poi ne interra i corpi.

Filmati più recenti trasmessi da Al Jazeera mostrano soldati israeliani che usano un palestinese come scudo umano. L’uomo è costretto ad entrare in una scuola abbandonata per perlustrarne i locali sotto la sorveglianza di due droni israeliani.

Lo stesso segmento di video presenta anche ulteriori filmati ripresi da un drone israeliano che rivelano veicoli corazzati israeliani di stanza in quella che sembra essere una base militare improvvisata all’interno di una scuola abbandonata nel quartiere Shujaiya di Gaza City.

Nel corso del genocidio a Gaza l’esercito israeliano ha ucciso e ferito numerosi giornalisti e personale di Al Jazeera, nonché le loro famiglie.

A dicembre un attacco di droni israeliani ha ucciso un cameraman di Al Jazeera e ferito Wael al-Dahdouh, capo dell’ufficio della rete. Il 25 ottobre Israele aveva ucciso la moglie, il figlio, la figlia e il nipote di al-Dahdouh nel campo profughi di Nuseirat, nel centro della Striscia di Gaza.

Giornalisti massacrati

Un attacco aereo israeliano nel campo profughi di Jabaliya, nel nord di Gaza, ha ucciso sabato il fotografo Baha Okasha insieme ad alcuni membri della sua famiglia, portando a 143 il numero dei giornalisti palestinesi uccisi nella Striscia nel corso del genocidio di Israele, secondo l’ufficio stampa di Hamas a Gaza.

Il Comitato per la Protezione dei Giornalisti afferma di poter confermare la morte di almeno 92 giornalisti palestinesi e tre giornalisti libanesi.

A partire dal 7 ottobre gli attacchi israeliani hanno ucciso anche quattro collaboratori di The Electronic Intifada, nonché membri delle loro famiglie.

Tra questi figura Mohammed Hamo, giornalista e traduttore di stanza a Gaza, ucciso a novembre insieme ai suoi familiari.

Hamo aveva scritto un articolo per The Electronic Intifada nell’agosto 2023 su un fotografo di Gaza che era stato catturato dai soldati israeliani mentre stava seguendo la Grande Marcia del Ritorno nel maggio 2018.

Le forze israeliane avevano sparato contro Hatim Abu Sharia e il suo collega per poi catturarli, accusando Abu Sharia di essere entrato illegalmente in Israele e di aver fotografato strutture militari senza autorizzazione. Era stato condannato a cinque anni di reclusione ed è stato rilasciato nel 2023.

La settimana scorsa Abu Sharia è stato ucciso in un attacco aereo israeliano insieme a molti membri della sua famiglia. Adesso il giornalista Hamo e l’oggetto del suo articolo sono stati entrambi uccisi nel genocidio in corso.

Questo è il “conflitto più pericoloso per i giornalisti nella storia recente”, hanno affermato a febbraio gli esperti delle Nazioni Unite.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’UE firma un gran numero di borse di studio scientifiche per Israele nel bel mezzo del genocidio di Gaza

David Cronin

9 aprile 2024-The Electronic Intifada

L’Unione Europea ha dato il via libera a un gran numero di nuove borse di studio scientifiche per Israele nel contesto della guerra genocida contro Gaza.

Compulsando un database dei finanziamenti dell’UE, ho contato quasi 90 progetti che la burocrazia di Bruxelles ha approvato dal 7 ottobre che coinvolgono aziende o istituzioni israeliane.

La Israel Aerospace Industries, un produttore di armi che si è vantato di svolgere un “ruolo fondamentale” nell’attuale guerra contro Gaza, sta prendendo parte ad almeno due di questi progetti.

Molti altri progetti includono l’Università di Tel Aviv, il Technion e l’Università Ebraica di Gerusalemme. Tutti e tre questi college offrono finanziamenti speciali agli studenti che – come soldati di riserva dell’esercito israeliano – hanno perpetrato un genocidio negli ultimi sei mesi.

La scorsa settimana ho discusso degli stretti legami tra le università israeliane e le forze armate durante l’incontro dal vivo in streaming di The Electronic Intifada.

I legami con il Mossad

L’UE sta implicitamente permettendo a Israele di dipingere la sua oppressione nei confronti dei palestinesi come difensiva.

L’8 novembre – poco più di un mese dopo l’inizio del genocidio di Gaza – la burocrazia di Bruxelles ha autorizzato un nuovo progetto di ricerca sul terrorismo.

Tra i suoi partecipanti figura l’Università Reichman. Quel college israeliano ha un “istituto antiterrorismo” co-fondato dal defunto Shabtai Shavit, che in precedenza era stato direttore del Mossad, la famigerata agenzia di spionaggio e assassinio.

Alcuni progetti dell’UE che coinvolgono le università israeliane hanno ottenuto il via libera formale dopo che la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito a gennaio che esiste un caso plausibile che Israele stia commettendo un genocidio.

Firmando i nuovi accordi di borse di studio i funzionari dell’UE si schierano con uno Stato a cui è stato ordinato di fermare il genocidio, ampiamente riconosciuto come il peggior crimine contro l’umanità.

Che Israele abbia sfruttato le opportunità offerte dalla sua occupazione della Cisgiordania e di Gaza per sviluppare una redditizia industria delle armi è un segreto di Pulcinella.

L’UE non ha remore a concedere borse di ricerca a uomini d’affari con profondi legami con il commercio di armi.

L’azienda israeliana RunEL partecipa a un nuovo progetto finanziato dall’UE sul futuro delle comunicazioni wireless. Zion Hadad, amministratore delegato dell’azienda, era uno scienziato di spicco presso Tadiran, ora – con il nome attuale Elbit Systems – il principale produttore di armi israeliano.

Nelle prime fasi del genocidio di Gaza Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, promise a Israele il suo sostegno pieno e incondizionato.

I funzionari che lavorano per l’UE hanno dimostrato tale sostegno sforzandosi di mantenere un approccio “business as usual” [“gli affari come di consueto”, ndt.]. Nel mezzo del genocidio l’ambasciata dell’UE a Tel Aviv ha organizzato un seminario per celebrare come Israele “eccella” nell’ottenere l’accesso ai finanziamenti per la ricerca.

Una sordida ironia

Israele è il secondo maggiore beneficiario del programma scientifico dell’UE, è stato detto al seminario. Conosciuto come Horizon Europe, al programma è stato assegnato un budget totale di quasi 104 miliardi di dollari tra il 2021 e il 2027.

L’innovazione medica è tra gli obiettivi dei nuovi progetti di ricerca Ue che coinvolgono Israele.

C’è una sordida ironia nel concedere a Israele sovvenzioni per progetti sanitari in un momento in cui le sue truppe stanno devastando gli ospedali di Gaza. Durante l’attuale genocidio non sono stati risparmiati neppure i bambini nelle incubatrici.

Né l’UE dovrebbe essere scusata per aver concesso, da quando è stata dichiarata la guerra a Gaza, un nuovo finanziamento di ricerca allo Yad Vashem, il memoriale israeliano dell’Olocausto.

Israele ha a lungo abusato dell’Olocausto per sfuggire alla responsabilità della violenza contro i palestinesi. Lo Yad Vashem ha avuto un ruolo centrale in questi sforzi.

Poche cose possono essere più oscene che aiutare Israele ad abusare dell’Olocausto mentre perpetra un olocausto a Gaza.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




La storia riconoscerà che Israele ha commesso un olocausto

Susan Abulhawa

6 marzo 2024 – The Electronic Intifada

In questo momento a Gaza e in Palestina sono le 20:00: è la fine del mio quarto giorno a Rafah e il primo momento in cui ho potuto sedermi in un posto tranquillo per riflettere.

Ho provato a prendere appunti, foto, immagini mentali, ma questo è un momento troppo grande per un taccuino o per la mia memoria in difficoltà. Niente mi aveva preparato a ciò a cui avrei assistito.

Prima di attraversare il confine tra Rafah e l’Egitto ho letto tutte le notizie provenienti da Gaza o su Gaza. Non ho distolto lo sguardo da nessun video o immagine inviata dal territorio, per quanto fosse raccapricciante, scioccante o traumatizzante.

Sono rimasta in contatto con amici che hanno riferito della loro situazione nel nord, nel centro e nel sud di Gaza – ciascuna area soffre in modi diversi. Sono rimasta aggiornata sulle ultime statistiche, sulle ultime mosse politiche, militari ed economiche di Israele, degli Stati Uniti e del resto del mondo.

Pensavo di aver capito la situazione sul campo. Ma non è così.

Niente può veramente prepararti a questa distopia. Ciò che raggiunge il resto del mondo è una frazione di ciò che ho visto finora, che è solo una frazione della totalità di questo orrore.

Gaza è un inferno. È un inferno brulicante di innocenti che boccheggiano in cerca di aria.

Ma qui anche l’aria è bruciata. Ogni respiro irrita la gola e i polmoni e vi si attacca.

Ciò che una volta era vibrante, colorato, pieno di bellezza, possibilità e speranza contro ogni aspettativa, è avvolto da un grigiore di sofferenza e sporcizia.

Quasi nessun albero

Giornalisti e politici la chiamano guerra. Gli informati e gli onesti lo chiamano genocidio.

Quello che io vedo è un olocausto, lincomprensibile culmine di 75 anni di impunità israeliana per i ripetuti crimini di guerra.

Rafah è la parte più meridionale di Gaza, dove Israele ha stipato 1,4 milioni di persone in uno spazio grande quanto laeroporto di Heathrow a Londra.

Scarseggiano acqua, cibo, elettricità, carburante e provviste. I bambini sono privati della scuola: le loro aule sono state trasformate in rifugi di fortuna per decine di migliaia di famiglie.

Quasi ogni centimetro dello spazio precedentemente vuoto è ora occupato da una fragile tenda che ospita una famiglia.

Non è rimasto quasi nessun albero poiché le persone sono state costrette ad abbatterli per produrre legna da ardere.

Non ho notato lassenza di verde finché non mi sono imbattuta in una bouganville rossa. I suoi fiori erano polverosi e soli in un mondo deflorato, ma ancora vivi.

La discrepanza mi ha colpito e ho fermato l’auto per fotografarla.

la bouganvillea sopravissuta a Gaza (Susan Abulhawa)

Ora cerco il verde e fiori ovunque vada, finora nelle zone meridionali e centrali (anche se nel centro è diventato sempre più difficile entrare). Ma ci sono solo piccole macchie derba qua e là e qualche albero occasionale che aspetta di essere bruciato per cuocere il pane per una famiglia che sopravvive con le razioni ONU di fagioli in scatola, carne in scatola e formaggio in scatola.

Un popolo orgoglioso con ricche tradizioni e consuetudini culinarie a base di alimenti freschi è stato ridotto e abituato a una manciata di impasti e poltiglie rimaste sugli scaffali per così tanto tempo che può essere avvertito solo il sapore metallico e rancido delle lattine.

Al nord è peggio.

Il mio amico Ahmad (non è il suo vero nome) è una delle poche persone che hanno Internet. Il segnale è sporadico e debole, ma possiamo ancora scambiarci messaggi.

Mi ha inviato una sua foto in cui sembrava l’ombra del giovane che conoscevo. Ha perso più di 25 kg.

Inizialmente le persone si sono ridotte a nutrirsi di mangime per cavalli e asini, ma è finito. Ora stanno mangiando gli asini e i cavalli.

Alcuni mangiano cani e gatti randagi che a loro volta stanno morendo di fame e talvolta si nutrono dei resti umani che ricoprono le strade, dove i cecchini israeliani hanno preso di mira le persone che hanno osato avventurarsi nel campo visivo dei loro mirini. I vecchi e i più deboli sono già morti di fame e di sete.

La farina è scarsa e più preziosa delloro.

Ho sentito la storia di un uomo nel nord che di recente è riuscito a mettere le mani su un sacco di farina (che normalmente costava 7 euro) e gli sono stati offerti gioielli, dispositivi elettronici e contanti per un valore di 2.300 euro. Ha rifiutato.

Sentirsi piccoli

A Rafah le persone si sentono privilegiate nel ricevere farina e riso. Te lo diranno e ti sentirai umiliato perché si offrono di condividere quel poco che hanno.

E ti vergognerai perché sai che puoi lasciare Gaza e mangiare quello che vuoi. Ti sentirai piccolo qui perché non sei in grado di fare davvero nulla per placare il bisogno e la perdita catastrofici e perché capirai che loro sono migliori di te, poiché in qualche modo sono rimasti generosi e ospitali in un mondo che è stato tanto e per così tanto tempo ingeneroso e inospitale nei loro confronti.

Ho portato tutto quello che potevo, pagando il bagaglio extra e il peso di sei bagagli e aggiungendone altri 12 in Egitto. Per me ho portato quello che stava nello zaino.

Ho avuto la lungimiranza di portare cinque grandi sacchi di caffè, che si è rivelato essere il regalo più apprezzato dai miei amici qui. Preparare e servire il caffè ai colleghi di lavoro del luogo in cui mi trovo è la cosa che preferisco fare, per la gioia assoluta che ogni sorso sembra portare.

Ma anche quello presto finirà.

Difficile respirare

Ho assunto un autista per trasferire sette pesanti valigie di rifornimenti a Nuseirat [campo profughi al centro della Striscia, ndt.], e lui le ha trasportate giù per alcune rampe di scale. Mi ha detto che portare quelle borse lo faceva sentire di nuovo umano perché era la prima volta in quattro mesi che andava su e giù per le scale.

Gli ha ricordato di quando viveva in una casa invece che nella tenda dove ora abita.

È difficile respirare qui, letteralmente e metaforicamente. Una foschia immobile di polvere, degrado e disperazione intride l’aria.

La distruzione è così massiccia e persistente che le particelle sottili della vita polverizzata non hanno il tempo di depositarsi. La mancanza di benzina ha portato le persone a riempire le loro auto di stearato, olio esausto che ha una combustione sporca.

Emette un odore particolarmente sgradevole e una pellicola che si attacca all’aria, ai capelli, ai vestiti, alla gola e ai polmoni. Mi ci è voluto un po’ per capire la fonte di quell’odore pervasivo, ma è facile riconoscere gli altri.

La scarsità di acqua corrente o pulita compromette l’igiene di chiunque di noi. Tutti fanno del loro meglio nella cura di sé stessi e dei propri figli, ma a un certo punto smetti di farci caso.

Ad un certo punto lumiliazione della sporcizia è inevitabile. Ad un certo punto aspetti semplicemente la morte, proprio come aspetti anche un cessate il fuoco.

Ma la gente non sa cosa farà dopo il cessate il fuoco.

Hanno visto le foto dei loro quartieri. Quando vengono pubblicate nuove immagini provenienti dall’area settentrionale le persone si ritrovano insieme per cercare di capire di quale quartiere si tratti, o da chi fosse la casa ridotta in quel cumulo di macerie. Spesso questi video provengono da soldati israeliani che occupano o fanno saltare in aria le loro case.

Cancellazione

Ho parlato con molti sopravvissuti estratti dalle macerie delle loro case. Raccontano quello che è successo con espressione impassibile, come se non fosse capitato a loro; come se sia stata sepolta viva la famiglia di qualcun altro; come se i loro corpi straziati appartenessero ad altri.

Gli psicologi dicono che si tratta di un meccanismo di difesa, una sorta di intorpidimento della mente finalizzato alla sopravvivenza. La resa dei conti arriverà più tardi, se sopravvivranno.

Ma come si può affrontare la perdita dell’intera famiglia, mentre si osservano i corpi disintegrarsi tra le macerie e si avverte l’odore, mentre si attende il salvataggio o la morte? Come si fa a considerare la cancellazione totale della propria esistenza nel mondo: la casa, la famiglia, gli amici, la salute, l’intero quartiere e il paese?

Nessuna foto della tua famiglia, del tuo matrimonio, dei tuoi figli, dei tuoi genitori; anche le tombe dei tuoi cari e dei tuoi antenati sono state rase al suolo. Tutto questo mentre le forze e le voci più potenti ti diffamano e ti incolpano per il tuo miserabile destino.

Il genocidio non è solo un omicidio di massa. È una cancellazione intenzionale.

Di storie. Di ricordi, libri e cultura.

Cancellazione delle risorse di una terra. Cancellazione della speranza in e per un luogo.

Cancellazione come impulso alla distruzione di case, scuole, luoghi di culto, ospedali, biblioteche, centri culturali, centri ricreativi e università.

Il genocidio è la demolizione intenzionale dellumanità di un altro. È la riduzione di unantica società orgogliosa, istruita e ben funzionante a oggetti di carità privi di mezzi, costretti a mangiare lindicibile per sopravvivere; vivere nella sporcizia e nella malattia senza nulla in cui sperare se non la fine delle bombe e dei proiettili che piovono sui loro corpi, sulle loro vite, sulle loro storie e sul loro futuro.

Nessuno può pensare o sperare in ciò che potrebbe accadere dopo un cessate il fuoco. Il massimo possibile delle loro speranze in questo momento è che i bombardamenti cessino.

È il minimo che si può chiedere. Un minimo riconoscimento dellumanità dei palestinesi.

Nonostante Israele abbia tagliato l’energia e Internet i palestinesi sono riusciti a trasmettere in streaming limmagine del loro stesso genocidio a un mondo che permette che questo vada avanti.

Ma la storia non mentirà. Ricorderà che nel 21° secolo Israele ha perpetrato un olocausto.

Susan Abulhawa è una scrittrice e attivista. Questo pezzo è stato scritto durante la sua visita a Gaza a febbraio e all’inizio di marzo.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il congelamento dei finanziamenti potrebbe fermare le operazioni dell’UNRWA entro la fine del mese

Maureen Clare Murphy

Diritti e responsabilità

3 febbraio 2024 – The Electronic Intifada

Secondo il direttore dell’Agenzia Philippe Lazzarini se i finanziamenti non verranno ripristinati l’UNRWA sarà costretta a sospendere le operazioni già entro la fine del mese.

I Paesi donatori, tra cui gli Stati Uniti, il suo principale finanziatore, hanno sospeso gli aiuti per un valore di 440 milioni di dollari dopo che Israele ha sollevato accuse non verificate secondo cui alcuni dipendenti dellUNRWA a Gaza avrebbero partecipato agli attacchi del 7 ottobre guidati da Hamas.

Mercoledì Martin Griffiths, responsabile per gli aiuti umanitari dell’ONU, ha dichiarato al Consiglio di Sicurezza che la risposta umanitaria dellorganismo mondiale in Cisgiordania e Gaza dipende dal presupposto che lUNRWA sia adeguatamente finanziata e operativa” e ha chiesto che le decisioni di trattenere i fondi” vengano revocate.

Questa settimana tre organizzazioni palestinesi per i diritti umani – Al-Haq, Al Mezan e il Centro Palestinese per i Diritti Umani – hanno condannato il congelamento dei finanziamenti allUNRWA, affermando che ciò “equivale a un atto di punizione collettiva contro 5,9 milioni di rifugiati palestinesi registrati” presso lagenzia.

Anche Josep Borrell, rappresentante dellUnione Europea per gli affari esteri, si è espresso contro quella che ha descritto come una punizione collettiva” del popolo palestinese. Ha detto che il collasso dellagenzia causerebbe la morte di centinaia di migliaia di persone”.

Questa settimana Petra De Sutter, vice prima ministra del Belgio, ha descritto lUNRWA come insostituibile nel compito di fornire aiuti umanitari urgenti e cruciali a Gaza”. Un giorno prima che lei facesse quel commento, Israele aveva bombardato gli uffici di Gaza dellagenzia umanitaria belga.

Le organizzazioni palestinesi per i diritti umani hanno avvertito che la sospensione dei fondi, con conseguente cessazione degli aiuti umanitari a Gaza, potrebbe costituire complicità nel genocidio”. Ciò varrebbe soprattutto per gli Stati Uniti e la Germania, due dei principali Paesi donatori.

L’Istituto Lemkin per la Prevenzione del Genocidio ha affermato che la decisione di sospendere i finanziamenti rappresenta un passaggio da parte di diversi paesi da una potenziale complicità nel genocidio a un coinvolgimento diretto in una carestia pianificata”.

Listituto ha aggiunto che si tratta di un attacco a ciò che resta della sicurezza personale, libertà, salute e dignità in Palestina”.

Giovedì l‘UNRWA ha affermato che lagenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi è il più grande fornitore di aiuti umanitari a Gaza, dove la stragrande maggioranza della popolazione dipende da essa per la propria sopravvivenza”.

Prima delle agenzie delle Nazioni Unite ad essere istituita, lUNRWA fornisce servizi pubblici a circa sei milioni di rifugiati palestinesi nella Striscia di Gaza occupata e in Cisgiordania, nonché in Libano, Siria e Giordania.

Due terzi dei 2,3 milioni di abitanti di Gaza sono rifugiati registrati presso lUNRWA. Delle circa 27.000 persone uccise a Gaza dal 7 ottobre più di 150 erano membri del personale dellUNRWA mentre più di 140 strutture dellagenzia sono state danneggiate o distrutte, compreso il quartier generale di Gaza City.

Centinaia di migliaia di sfollati si trovano nelle strutture dell’UNRWA in tutta Gaza. Più di 350 sfollati sono stati uccisi e 1.255 feriti negli attacchi contro le strutture delle Nazioni Unite.

Intento criminale”

Lagenzia, che fa affidamento sui finanziamenti volontari degli Stati membri delle Nazioni Unite, negli ultimi anni ha visto diminuire i contributi mentre le necessità dei suoi servizi non hanno fatto altro che aumentare. L’estate scorsa il segretario generale delle Nazioni Unite ha avvertito che lUNRWA si trovava sullorlo del collasso finanziario”.

Le tre organizzazioni palestinesi per i diritti umani affermano che la tempistica delle accuse di Israele contro lUNRWA suggerisce un intento criminale” a seguito della sentenza provvisoria della Corte Internazionale di Giustizia dellAia che ha stabilito che Israele sta plausibilmente commettendo un genocidio a Gaza.

Una delle numerose misure provvisorie emesse dalla corte impone a Israele di adottare misure immediate ed efficaci per consentire la fornitura dei servizi di base e di assistenza umanitaria urgentemente necessari”.

Le organizzazioni per i diritti umani hanno affermato che le accuse convenientemente tempestive costituiscono rappresaglie contro lUNRWA, le cui dichiarazioni sono citate come supporto nellautorevole sentenza della CIG contro Israele”.

Si tratta di un comportamento abituale nel recente passato: Israele impedisce regolarmente lingresso ai funzionari delle Nazioni Unite e ad altri investigatori sui diritti umani e ha rifiutato di rinnovare un il visto a Lynn Hastings, lex alto funzionario per gli aiuti umanitari delle Nazioni Unite a favore della Cisgiordania e Gaza.

A quanto pare all’inizio di novembre dello scorso anno lo Stato ha rifiutato l’ingresso a Volker Türk, il responsabile dei diritti umani delle Nazioni Unite, nel corso della sua visita di cinque giorni nella regione.

Questa settimana durante un incontro a Gerusalemme il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto agli ambasciatori delle Nazioni Unite che lUNRWA è “totalmente infiltrata” da Hamas e deve essere sostituita.

“Lo dico con grande rammarico perché speravamo che esistesse un organismo di soccorso obiettivo e costruttivo”, ha detto Netanyahu ai diplomatici. Oggi a Gaza abbiamo bisogno di un organismo di questo tipo, ma lUNRWA non è quellorganismo”.

Netanyahu si è anche lamentato del controllo delle Nazioni Unite sulle azioni di Israele, ha ripetuto affermazioni già confutate sulle atrocità e ha affermato che il suo Paese sta combattendo la guerra della civiltà contro la barbarie”.

Netanyahu ha criticato lUNRWA per aver presentato le informazioni citate dal Sudafrica nella sua denuncia di genocidio contro Israele allAia.

Altri funzionari israeliani sono meno desiderosi di Netanyahu di vedere il collasso immediato dellUNRWA.

Un alto funzionario anonimo ha detto al Times of Israel che se lUNRWA cessasse di operare sul terreno ciò potrebbe causare una catastrofe umanitaria che costringerebbe Israele a fermare la sua lotta contro Hamas”.

Una catastrofe umanitaria a Gaza è in corso da mesi dopo che allinizio della sua controffensiva Israele ha tagliato la fornitura di elettricità, carburante, acqua, cibo e scorte mediche.

Alcuni di questi elementi vitali indispensabili sono stati ripristinati a Gaza ma a un livello ben lungi dal soddisfare i bisogni primari della popolazione poiché le restrizioni e le operazioni militari israeliane impediscono lattività commerciale e la fornitura di aiuti su vasta scala.

I palestinesi di Gaza si trovano ad affrontare una malnutrizione di massa con un ritmo e una portata mai visti dalla seconda guerra mondiale, costretti a mangiare erba e bere acqua inquinata per sopravvivere alle condizioni di carestia imposte da Israele.

Christian Lindmeier, portavoce dellOrganizzazione Mondiale della Sanità, ha affermato che le accuse contro il personale dellUNRWA sono una distrazione da ciò che realmente accade ogni giorno, ogni ora, ogni minuto a Gaza”.

È un voler distogliere l’attenzione dall’aver interdetto a unintera popolazione laccesso allacqua pulita, al cibo e ad un riparo”, ha aggiunto. “È un voler distogliere l’attenzione dallaver impedito l’afflusso dell’elettricità a Gaza per oltre 100 giorni”.

Diritto al ritorno

La dichiarazione di rammarico di Netanyahyu è smentita dalla campagna multi-decennale di Israele rivolta a smantellare lUNRWA.

Le tre organizzazioni palestinesi per i diritti umani hanno affermato che il desiderio di Israele di distruggere lagenzia è “motivato dalla questione centrale insita nel mandato dellUNRWA: lattuazione della risoluzione 194 (III) dellAssemblea generale delle Nazioni Unite”.

Tale risoluzione fu approvata dallAssemblea Generale delle Nazioni Unite nel dicembre 1948 in seguito allespulsione forzata di centinaia di migliaia di palestinesi dalla loro patria da parte delle milizie sioniste prestatali e dellesercito israeliano.

I rifugiati che desiderano ritornare alle loro case e vivere in pace con i loro vicini dovranno essere autorizzati a farlo il prima possibile”, afferma la risoluzione delle Nazioni Unite, aggiungendo che i rifugiati che avessero scelto di non ritornare avrebbero dovuto essere risarciti per la perdita o il danno alle loro proprietà.

Israele ha negato ai palestinesi di esercitare il loro diritto al ritorno nelle terre che ora occupa perché ciò “altererebbe il carattere demografico di Israele al punto da eliminarlo come Stato ebraico”, come ha affermato la Commissione Economica e Sociale delle Nazioni Unite per lAsia occidentale in un rapporto del 2017.

Le nostre organizzazioni sottolineano che lUNRWA deve essere preservata come istituzione per proteggere i diritti dei palestinesi”, hanno affermato le tre organizzazioni per i diritti umani sopra menzionate, aggiungendo che ai rifugiati palestinesi viene ancora sistematicamente negato il loro inalienabile diritto al ritorno; essi vengono lasciati vivere per generazioni in campi profughi e viene negata loro la libertà di movimento e i diritti umani fondamentali”.

Le organizzazioni per i diritti dei palestinesi sottolineano che i Paesi che hanno sospeso il sostegno all’UNRWA – che oltre agli Stati Uniti includono Germania, Regno Unito, Canada, Australia, Italia, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia, Estonia, Islanda, Giappone, Austria, Lettonia, Lituania e Romania – hanno ignorato i loro appelli affinché smettessero di armare Israele.

La britannica Sky News ha riferito questa settimana di aver visto i documenti dellintelligence israeliana che supporterebbero le sue affermazioni secondo cui degli operatori dellUNRWA sarebbero collegati ad Hamas.

Sky News ha affermato che il dossier, condiviso con i governi stranieri ma non con le autorità delle Nazioni Unite, sostiene che il 7 ottobre sei dipendenti dellUNRWA si sono infiltrati” in Israele da Gaza. Secondo Sky News quattro di questi sei dipendenti sarebbero presumibilmente coinvolti nel rapimento di israeliani, mentre un altro lavoratore avrebbe fornito supporto logistico’”.

I primi rapporti della scorsa settimana affermavano che Israele avrebbe sostenuto che 12 dipendenti dell’UNRWA erano coinvolti negli attacchi del 7 ottobre.

Sky News ha aggiunto che il dossier di Israele afferma che il 10% dei 12.000 dipendenti dellUNRWA a Gaza sono agenti di Hamas e della Jihad islamica, unaltra fazione palestinese impegnata nella resistenza armata. Il dossier afferma inoltre che circa la metà del personale dellUNRWA a Gaza sarebbe costituita da parenti di primo grado di un militante di Hamas”.

Il dossier di Israele tenta evidentemente di dipingere il coordinamento dellUNRWA con le autorità locali come una forma di subordinazione a Hamas che di fatto governa gli affari interni di Gaza dal 2007.

L’emittente ha affermato: I documenti dellintelligence israeliana fanno diverse affermazioni di cui Sky News non ha visto prove e molte delle affermazioni, anche se vere, non implicano esplicitamente lUNRWA”.

Dossier sospetti

Il dossier dellUNRWA riportato da Sky News sembra essere simile ai documenti prodotti in passato da Israele e dai suoi delegati che cercavano di collegare le organizzazioni non governative palestinesi alle organizzazioni di resistenza nel tentativo di privarle dei loro finanziamenti europei.

Nel 2021 gli Stati europei hanno affermato di non essere rimasti convinti da un dossier segreto fornito da Israele per dimostrare le sue accuse contro diverse importanti organizzazioni della società civile palestinese dichiarate organizzazioni terroristiche”.

Il dossier si fondava su testimonianze di due uomini licenziati da un’organizzazione per sospetti reati finanziari.

L’avvocato di uno degli uomini ha sostenuto che [il suo assistito] durante l’interrogatorio potrebbe essere stato sottoposto a maltrattamenti o torture.

Nel dossier segreto, il cui contenuto è stato rivelato dalla rivista +972 Magazine, risultava evidente che i due uomini non avevano familiarità con le altre organizzazioni palestinesi contro le quali la loro testimonianza era stata usata.

Le dichiarazioni dei funzionari israeliani suggeriscono che le attuali accuse contro i dipendenti dell’UNRWA potrebbero essere basate su informazioni estorte ai detenuti, dando adito a preoccupazioni per torture e maltrattamenti.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)