Le donne in prima linea rischiano la morte per i loro diritti

Isra Saleh el-Namey

9 giugno 2018, Electronic Intifada

Islam Khreis ha recentemente lanciato qualche pietra contro le truppe israeliane.

“Queste sono giornate storiche”, ha detto la ventottenne abitante di Gaza. “Stiamo dicendo al mondo intero che non abbiamo mai dimenticato il nostro legittimo diritto al ritorno nei nostri villeggi e città che ci hanno rubato.”

Lanciare pietre è un semplice atto di resistenza per i palestinesi. È un modo simbolico di affrontare uno dei Paesi più militarizzati del mondo.

È una tattica che è stata usata da alcuni partecipanti alle proteste della ‘Grande Marcia del Ritorno’, che chiedeva che i palestinesi potessero tornare ai villaggi e alle città da cui le forze sioniste li espulsero nel 1948.

Anche se le fotografie di palestinesi che lanciano pietre con le fionde in genere mostrano giovani uomini, Khreis era tra le molte donne che lo hanno fatto. In effetti ha svolto ogni tipo di attività. Ha aiutato a prestare i primi soccorsi ai manifestanti feriti dai cecchini israeliani e, come studentessa di giornalismo all’università Al-Aqsa di Gaza, ha fatto anche interviste ai manifestanti, benché, in quanto non accreditata, lo ha fatto senza avere la protezione derivante da scritte specifiche sui suoi indumenti.

Khreis prova un sentimento di solidarietà con le persone che si sono avventurate vicino alla barriera di separazione tra Gaza e l’attuale Israele. Più di 100 manifestanti disarmati sono stati uccisi da Israele da quando è iniziata la ‘Grande Marcia del Ritorno’ il 30 marzo.

“Il mio cuore si spezza quando vedo un giovane cadere a terra dopo essere stato colpito dai proiettili dei cecchini israeliani”, ha detto Khreis. “Questo è il risultato dell’ingiusto assedio imposto a Gaza. Se quei giovani avessero un lavoro decente, una buona educazione, servizi essenziali e libertà di movimento, non dovrebbero marciare verso la morte.”

Ovviamente anche molte donne e ragazze sono state ferite durante le proteste.

Una ragazzina, Wesal al-Sheikh Khalil, è stata uccisa mentre partecipava alla manifestazione il 14 maggio. E all’inizio di giugno l’infermiera ventunenne Razan al-Najjar è stata colpita a morte mentre aiutava a evacuare e curare i feriti.

“Un chiaro messaggio”

Mariam Mattar, di 16 anni, è stata colpita ad una gamba durante le recenti proteste. Stava sventolando una bandiera palestinese.

“Ho perso conoscenza”, ha raccontato a The Electronic Intifada. “Quando mi sono svegliata, ero in un letto d’ospedale.”

Nonostante la ferita, Mariam approva in pieno le proteste. “Vogliamo mandare un chiaro messaggio al mondo intero”, ha detto. “Il popolo palestinese sogna il giorno in cui potrà tornare alle proprie case. Speriamo che giunga presto.”

L’ampio uso dei gas lacrimogeni da parte di Israele – un’arma chimica che è stata lanciata sui manifestanti dai droni – ha colpito anche molte donne.

Amani Abu Jidian è andata alle recenti manifestazioni – che si tenevano normalmente di venerdì – con i suoi figli.

“I miei due figli hanno insistito per andare ogni venerdì”, ha detto. “So che è pericoloso, quindi per essere sicura che loro restassero al sicuro e non si avvicinassero troppo [alla barriera], li ho accompagnati mentre si avvicinavano al confine. Non ho smesso di sorvegliarli.”

L’11 maggio Abu Jidian era all’interno di una delle tende costruite a supporto delle proteste, quando l’hanno attaccata coi gas lacrimogeni.

“Mi sono sentita soffocare”, ha detto.

Insegnare le tradizioni

Anche se le tende non forniscono una reale protezione, si sono dimostrate importanti luoghi di aggregazione.

Maryam Abu Zubaida, di 63 anni, preparava i pasti per i manifestanti distribuiti nelle tende. Questi comprendevano piatti tradizionali come il maftoul – couscous palestinese – e la sumaghiya, uno stufato di carne di bue e ceci.

Quando si recava nelle tende, cantava canzoni nazionali e ricamava, per aiutare i manifestanti.

“È un bel modo per me di passare il tempo coi miei amici”, ha detto a ‘The Electronic Intifada’. “E nello stesso tempo facciamo un buon lavoro di insegnamento delle nostre tradizioni alle generazioni più giovani per conservarle nel futuro.”

Un giorno Maryam ha portato la sua nipotina Farah di 7 anni in una tenda. Recandosi là, Farah ha imparato canzoni come “Zareef al-Tool”, un lamento per le città e i villaggi che i palestinesi furono costretti a lasciare nel 1948.

“Mi piace quando finisco le lezioni e mia nonna accetta di portarmi con lei alla tenda”, ha detto Farah. “Là mi sono divertita molto.”

Quando Israele ha attaccato le manifestazioni, le donne hanno curato i feriti. Le uccisioni di Razan al-Najjar e, prima di lei, di Mousa Abu Hassanein, hanno messo in evidenza i rischi che corrono i medici.

Anwar Mohammed, un’infermiera di 26 anni, ha prestato i primi soccorsi ai manifestanti colpiti.

“Il nostro lavoro è stato molto impegnativo nelle scorse settimane”, ha detto. “Ci siamo occupati di un gran numero di vittime.”

Mohammed ha lavorato in un ospedale da campo, ma a volte le è stato chiesto di avvicinarsi alla barriera di confine per fornire assistenza di emergenza.

“La pressione e lo stress cui eravamo sottoposti è stato enorme, soprattutto durante le proteste del venerdì”, ha aggiunto.

Il coraggio che ha dimostrato le è valso un notevole rispetto.

“Era una novità per i manifestanti vedere infermiere donne in prima linea”, ha detto a ‘The Electronic Intifada’. Ci esponevamo al pericolo e aiutavamo a salvare vite umane. Ma non c’ è voluto molto perché i manifestanti si abituassero a noi. Ascoltavano le nostre istruzioni e vi si sono attenuti.”

Isra Saleh el-Namey è giornalista a Gaza.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Registi LGBTQ rifiutano di consentire a Israele di utilizzarli per nascondere dietro al rosa i suoi crimini

Ali Abunimah

8 giugno 2018, Electronic Intifada

Arriva a 11 il numero di artisti che hanno lasciato il festival, parte di una crescente ondata di appoggio internazionale al Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) [contro Israele] in seguito ai massacri da parte di Israele di palestinesi disarmati durante le manifestazioni della “Grande Marcia del Ritorno” a Gaza.

Il canadese Marc-Antoine Lemire ha ritirato il suo corto “Pre-Drink”, che ha vinto il premio per il miglior corto canadese al festival internazionale del cinema di Toronto.

Recentemente siamo venuti a sapere della strategia israeliana di “pinkwashing” [lett. “lavaggio rosa” in riferimento all’uso propagandistico delle tematiche LGBTQ, ndt.], e desideriamo esprimere il nostro rifiuto a contribuirvi, oltre al nostro appoggio alla comunità LGBTQ+,” ha scritto Lemire.

In seguito al movimento di protesta di parecchi registi e artisti in disaccordo con le politiche di Israele contro la Palestina, abbiamo deciso di prendere posizione a favore di questo movimento. Soprattutto con i recenti avvenimenti, rifiutiamo la strumentalizzazione del nostro film.”

Il regista francese Antoine Héraly ha annullato una sua prevista apparizione al festival per la proiezione del suo film “Furniture Porn Project”.

Dopo un’intensa settimana di riflessione e di letture e di discussioni con organizzazioni e un ampio spettro di intellettuali, sono arrivato alla conclusione che, se io dovessi partecipare fisicamente alla proiezione per presentare “Furniture Porn Project”, la mia coscienza sarebbe assente dalla sala cinematografica,” ha scritto Héraly agli organizzatori del festival.

Se avessi avuto un periodo di tempo più lungo in cui mettere insieme le mie idee, vi avrei chiesto di togliere il mio film dal festival, con cui non mi posso identificare, in quanto è finanziato dallo Stato e quindi parte delle politiche israeliane di ‘pinkwashing’”, ha aggiunto Héraly.

Egli ha sottolineato che il festival in ogni caso ha proiettato film di altri registi che avevano chiesto che venissero cancellati, una cosa che Héraly ha definito “inaccettabile”.

TLVFest è una pietra miliare della campagna di “pinkwashing” di Israele. Il “pinkwashing” è una strategia di pubbliche relazioni che utilizza la presunta apertura di Israele verso le questioni LGBTQ per sviare critiche contro le sue violazioni dei diritti umani e fare appello in particolare al pubblico progressista dell’Occidente.

Ciò spesso implica grossolane esagerazioni delle politiche progressiste israeliane, insieme ad assolute menzogne sui palestinesi.

Governi filo-israeliani che hanno puntualmente evitato di condannare o agire per porre fine alla deliberata uccisione a Gaza di palestinesi disarmati, compresi minori, medici e giornalisti, da parte di Israele, sono diventati sostenitori particolarmente entusiasti del “pinkwashing”.

Venerdì molte ambasciate dell’Unione Europea hanno di nuovo partecipato alla sfilata dell’orgoglio gay a Tel Aviv, come parte dei loro tentativi di etichettare la città come una destinazione turistica aperta e progressista, nonostante il modo in cui ha rappresentato un contesto violento, razzista e ostile per i palestinesi e gli africani [si riferisce soprattutto alle vicende dei richiedenti asilo africani, ndt.].

TLVFest è finanziato dal ministero della Cultura di Israele, che è guidato dall’esponente politica di estrema destra Miri Regev.

Regev è nota per la sua esternazione razzista, in cui ha paragonato rifugiati da Stati africani a un “cancro”, e per aver postato su Facebook un video in cui lei e un gruppo di tifosi di calcio israeliani incitavano alla violenza contro i palestinesi.

Tra gli sponsor di TLVFest c’è la “Saison France-Israël”, un’iniziativa di pubbliche relazioni sostenuta da entrambi i governi e intesa a promuovere l’immagine di Israele.

Boicottaggio di “Pop-Kultur”

Il musicista americano John Maus è diventato il quarto artista a ritirarsi dall’imminente festival “Pop-Kultur” di Berlino, in seguito alla sponsorizzazione da parte dell’ambasciata israeliana.

Il festival ha emesso un comunicato in base al quale Maus e il suo gruppo “preferiscono non suonare all’interno di uno scenario politicizzato.”

Tre artisti britannici – Gwenno Saunders, Richard Dawson e Shopping – hanno già annunciato il proprio ritiro.

Saunders ha scritto: “Non posso mettere in discussione il fatto evidente che il governo e l’esercito israeliani stanno uccidendo palestinesi innocenti, violando i loro diritti umani, e che questa situazione disperata deve cambiare.”

Richieste di annullare la partita di Israele in Irlanda

Queste ultime azioni in solidarietà con i palestinesi sono arrivate dopo che i grandi nomi Shakira e Gilberto Gil hanno abbandonato il progetto di esibirsi a Tel Aviv, e dopo l’annuncio congiunto dello scorso mese di decine di gruppi musicali che avrebbero rispettato l’appello palestinese al boicottaggio.

Ci sono state anche crescenti richieste di boicottare la gara canora “Eurovisione” del prossimo anno se, come è stato anticipato, Israele la ospiterà in seguito alla vittoria di quest’anno di Netta Barzilai.

Ma il maggior risultato per i palestinesi è stato la cancellazione da parte dell’Argentina di una partita “amichevole” contro Israele che era prevista a Gerusalemme questo fine settimana.

L’incontro, parte della preparazione per la Coppa del Mondo di quest’estate, sarebbe stata il fiore all’occhiello delle iniziative propagandistiche israeliane.

Sulla base dell’impulso che viene da quella vittoria della campagna BDS, il partito irlandese [della sinistra nazionalista, ndt.] Sinn Féin sta ora chiedendo la cancellazione di un’ “amichevole” tra Israele e l’Irlanda del Nord prevista a settembre.

Faccio questa richiesta in seguito al recente massacro di oltre 100 manifestanti e alle mutilazioni di migliaia di altri da parte dell’esercito israeliano,” ha detto Sinéad Ennis, parlamentare del Sinn Féin dell’Irlanda del Nord. “La comunità internazionale dovrebbe opporsi allo Stato israeliano per il massacro indiscriminato e le continue discriminazioni contro i palestinesi.”

Il Sinn Féin appoggia la campagna per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) contro Israele che riguarda i rapporti culturali, accademici e sportivi,” ha affermato Ennis.

La IFA, l’ente che gestisce il calcio nell’Irlanda del Nord, si sta già opponendo a questa richiesta.

Il Sinn Féin rappresenta tradizionalmente i nazionalisti irlandesi che pensano che l’Irlanda del Nord dovrebbe diventare parte di uno Stato irlandese unitario.

In genere i nazionalisti non si identificano con la squadra dell’Irlanda del Nord nelle competizioni internazionali e tifano per la Repubblica d’Irlanda.

Il Sinn Féin è uno dei due maggiori partiti dell’Irlanda del Nord, mentre l’altro è il Partito Democratico Unionista (DUP), che appoggia decisamente il mantenimento della divisione dell’Irlanda e il Nord come parte del Regno Unito.

Come partito di tutta l’Irlanda, il Sinn Féin si candida alle elezioni anche nella Repubblica d’Irlanda, e il sindaco di Dublino del Sinn Féin è stato un sostenitore accanito dei diritti dei palestinesi, come riflesso dell’ampia solidarietà per la Palestina nella società irlandese.

In aprile il consiglio comunale di Dublino ne ha fatto la prima capitale europea a sostenere il BDS.

E in maggio il consiglio di Derry, una città della parte dell’Irlanda controllata dalla Gran Bretagna, ha approvato una mozione presentata dal Sinn Féin per l’illuminazione di edifici comunali con i colori della bandiera palestinese in segno di solidarietà.

Al contrario il DUP, cristiano sionista e fortemente filo-israeliano, attualmente tiene in piedi il governo londinese della prima ministra Theresa May, il che gli dà un enorme potere nel Regno Unito.

I politici del DUP appoggiano decisamente la partita Israele-Irlanda del Nord.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




La paramedica di Gaza uccisa da Israele è stata colpita alla schiena

Ali Abunimah

2 giugno 2018, Electronic Intifada

Una fotografia scattata il 1^ aprile mostra la paramedica palestinese Razan al-Njjar mentre sta curando dei feriti in una tenda del pronto soccorso durante le proteste a Gaza vicino al confine con Israele. Il 1^ giugno Al-Najjar è stata colpita a morte da un cecchino israeliano mentre prestava soccorso a dimostranti feriti vicino a Khan Younis.

Nel corso dei loro continui attacchi indiscriminati contro i palestinesi che partecipavano alle proteste della ‘Grande Marcia del Ritorno’ a Gaza, svoltesi per 10 venerdì consecutivi, le forze di occupazione israeliane hanno colpito a morte un medico volontario e ferito decine di persone.

Venerdì sera, quando è stata colpita a morte, Razan Ashraf Abdul Qadir al-Najjar, di 21 anni, stava aiutando a curare ed evacuare dimostranti feriti ad est di Khan Younis.

L’associazione per i diritti umani “Al Mezan” ha affermato, citando testimoni oculari e proprie indagini, che, nel momento in cui è stata colpita, lei si trovava a circa 100 metri di distanza dalla barriera di confine con Israele ed indossava un giubbotto che la identificava chiaramente come paramedico. “Al Mezan” ha affermato che Al-Najjar è stata colpita alla schiena.

Al-Najjar era diventata famosa per il suo coraggio e perseveranza nel condurre la sua opera di soccorso nonostante l’evidente pericolo.

In precedenza era stata colpita dagli effetti dell’inalazione di gas lacrimogeni e il 13 aprile si è rotta un polso mentre correva per soccorrere un ferito. Ma Al-Najjar quel giorno si è rifiutata di andare in ospedale ed ha continuato a lavorare sul campo.

È mio dovere e mia responsabilità essere là ed aiutare i feriti”, ha detto ad Al Jazeera.

Ha anche reso testimonianza sugli ultimi momenti di vita di coloro che erano stati feriti a morte prima di lei.

Mi spezza il cuore il fatto che alcuni dei giovani feriti o uccisi abbiano espresso le loro ultime volontà di fronte a me”, ha detto ad Al Jazeera. “Alcuni mi hanno addirittura consegnato i loro effetti personali (come dono) prima di morire.”

Al-Najjar ha parlato del suo lavoro in una recente intervista televisiva che è stata ampiamente diffusa sui social media dopo la notizia della sua morte.

Molti utenti di Twitter, soprattutto di Gaza, hanno reso omaggio a al-Najjar.

I media palestinesi hanno diffuso immagini dei suoi familiari e colleghi che piangevano la sua morte.

Il dottor Ashraf al-Qedra, portavoce del ministero della sanità di Gaza, ha reso omaggio ad al-Najjar definendola una volontaria umanitaria impegnata, che non ha abbandonato il suo posto fino al punto di “offrirsi come martire”.

Mani alzate

[La foto qui sotto riprende Razan pochi istanti prima di essere uccisa da:http://www.globalist.it/world/articolo/2018/06/03/l-infermiera-palestinese-uccisa-dagli-israeliani-aveva-le-braccia-alzate-2025472.html ndt]


Il camice bianco che al-Najjar indossava, mostrato da sua madre in questo video, presenta un foro nella parte posteriore.

In una dichiarazione rilasciata sabato, il ministero della Sanità di Gaza ha affermato che al-Najjar faceva parte di un’equipe medica che “andava ad evacuare i feriti con entrambe le mani alzate, a dimostrazione del fatto di non costituire alcun pericolo per le forze di occupazione pesantemente armate.”

Le forze di occupazione israeliane hanno sparato proiettili veri direttamente al petto di Razan ed hanno ferito parecchi altri paramedici”, ha aggiunto il ministero della Sanità.

Dalla dichiarazione del ministero della Sanità non risulta chiaro quante volte al-Najjar sia stata colpita o in quale esatto punto della parte superiore del corpo. Il ministero ha anche pubblicato un video che mostra al-Najjar e i suoi colleghi che camminavano verso la barriera di confine con le mani alzate poco prima che al-Najjar venisse colpita.

Sabato il rappresentante speciale ONU per il processo di pace in Medio Oriente, Nickolay Mladenov, ha twittato che “gli operatori sanitari non sono un bersaglio. I miei pensieri e le mie preghiere vanno alla famiglia di Razan al-Najjar.”

Tuttavia Mladenov ha omesso di condannare le azioni di Israele, invitandolo invece a “calibrare il suo uso della forza.”

Sabato in migliaia hanno seguito il funerale di al-Najjar, mentre i colleghi portavano il suo corpo coperto dalla bandiera palestinese e dal camice macchiato di sangue che indossava quando è stata uccisa.

Attacchi ai medici

Al-Najjar è il secondo soccorritore ucciso dalle forze israeliane dall’inizio delle proteste della ‘Grande Marcia per il Ritorno’, il 30 marzo. Secondo il ministero della Sanità di Gaza, più di altri 200 sono stati feriti e 37 ambulanze sono state danneggiate.

Due settimane fa i cecchini israeliani hanno ucciso il paramedico Mousa Jaber Abu Hassanein.

Circa un’ora prima che venisse ucciso, Abu Hassanein aveva aiutato a soccorrere uno dei suoi colleghi, il medico canadese Tarek Loubani, che era stato ferito da un proiettile israeliano.

In seguito Loubani ha raccontato al podcast di The Electronic Intifada di essere stato colpito a una gamba mentre intorno a lui tutto era tranquillo: “Nessun pneumatico in fiamme, niente fumo, niente gas lacrimogeni, nessuno che si aggirasse davanti alla zona cuscinetto. C’era solo una squadra medica chiaramente identificabile, ben lontana da chiunque altro.”

Chirurghi di guerra

Secondo “Al Mezan” questo venerdì, come tutti i venerdì, le forze israeliane hanno sparato proiettili veri, proiettili ricoperti di gomma e candelotti lacrimogeni contro i palestinesi lungo il confine est di Gaza, ferendo circa 100 persone, 30 delle quali con proiettili veri.

I dimostranti non costituivano pericolo o minaccia alla sicurezza dei soldati, il che conferma che le violazioni commesse da queste forze sono gravi e sistematiche e si configurano come crimini di guerra”, ha affermato l’associazione per i diritti umani.

Secondo “Al Mezan”, dalla fine di marzo le forze israeliane hanno ucciso 129 persone a Gaza, compresi 15 minori, 98 delle quali durante le proteste.

Mentre Israele venerdì continuava ad aumentare il tragico bilancio, il sistema sanitario di Gaza si trovava già senza la possibilità di far fronte all’affluenza di persone ferite dall’uso evidente di proiettili a frammentazione, che provocano ferite terribili che richiedono trattamenti intensivi e complessi e lasciano spesso le vittime con disabilità permanenti.

Più di 13.000 persone sono state ferite da quando sono cominciate le proteste, comprese quelle che hanno inalato gas lacrimogeni. Delle oltre 7.000 persone che hanno subito danni diversi dai gas lacrimogeni, più della metà sono state colpite da proiettili veri.

Giovedì il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) ha comunicato che avrebbe fornito a Gaza due squadre di chirurghi di guerra e attrezzature mediche, per sostenere un sistema sanitario che ha affermato essere “sull’orlo del collasso”.

L’ICRC ha detto che la priorità per la sua missione di sei mesi sarebbe stata la cura delle vittime di ferite da arma da fuoco, tra cui circa 1.350 pazienti che avrebbero avuto bisogno da tre a cinque operazioni ciascuno.

Un simile carico di lavoro potrebbe travolgere qualunque sistema sanitario”, ha affermato l’ICRC. “A Gaza la situazione viene peggiorata dalla cronica carenza di medicinali, attrezzature ed elettricità.”

Baraccopoli infetta”

Le continue proteste a Gaza hanno lo scopo di rivendicare il diritto dei rifugiati palestinesi a ritornare nelle loro case e terre che sono ora in Israele e di chiedere la fine dell’assedio israeliano del territorio, che dura da oltre un decennio.

I due milioni di abitanti di Gaza sono “imprigionati dalla culla alla tomba in una baraccopoli infetta”, ha detto venerdì il responsabile dei diritti umani dell’ONU Zeid Ra’ad al-Hussein in una sessione speciale del Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani.

Zeid ha anche detto al Consiglio che ci sono “ poche tracce” del fatto che Israele stia facendo qualcosa per ridurre il numero delle vittime.

Ha confermato che “le azioni dei dimostranti di per sé stesse non sembrano costituire una minaccia immediata di morte o di ferite mortali tale che possa giustificare l’uso di forza letale.”

Zeid ha parlato al Consiglio quando esso stava prendendo in considerazione una bozza di risoluzione per avviare un’inchiesta internazionale per crimini di guerra a Gaza.

La settimana scorsa il Consiglio per i Diritti Umani ha deciso con 29 voti contro 2 di avviare un’inchiesta indipendente sulle violenze a Gaza.

Solo gli Stati Uniti e l’Australia hanno votato contro l’inchiesta, ma diversi governi dell’Unione Europea, inclusi Regno Unito e Germania, erano tra i 14 astenuti.

Medical Aid for Palestinians’, un’organizzazione benefica che ha fornito assistenza di emergenza in mezzo al crescente disastro, e una dozzina di altre organizzazioni, hanno criticato il rifiuto del governo britannico di appoggiare un’inchiesta “per accertare violazioni del diritto internazionale nel contesto delle proteste civili di massa a Gaza.”

Ma i tentativi di rendere Israele responsabile continuano, tra l’opposizione intransigente dei suoi sostenitori.

Venerdì sera il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha votato su una bozza di risoluzione proposta dal Kuwait, che deplora “l’uso eccessivo, sproporzionato e indiscriminato della forza da parte delle forze israeliane” e chiede “misure per garantire la sicurezza e la protezione” dei civili palestinesi.

Ha anche chiesto la fine del blocco di Gaza e deplorato “il lancio di razzi dalla Striscia di Gaza contro zone civili israeliane.”

Dieci Paesi, inclusi i membri permanenti Russia e Francia, hanno votato a favore. Quattro, compresa la Gran Bretagna, contro.

Nonostante avesse i voti sufficienti per essere approvata, la risoluzione è stata resa vana dall’ambasciatrice USA Nikki Haley, che – come aveva promesso di fare – ha posto il veto del suo Paese.

Poi Haley ha proposto la sua bozza di risoluzione, che assolve Israele da ogni responsabilità per la violenza a Gaza e attribuisce tutta la responsabilità della situazione ad Hamas.

L’unico Paese che ha votato a favore sono stati gli Stati Uniti.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Storie della Catastrofe: Esilio

Amena ElAshkar, Ali Ibrahim e Nadine Osama

17 Maggio 2018, The Electronic Intifada

Settant’anni fa i palestinesi hanno subito la Nakba, o Catastrofe, quando la maggioranza di loro lasciò o fu obbligata dalle milizie sioniste a lasciare la Palestina per far posto alla creazione dello Stato di Israele e garantire una maggioranza ebraica.

Circa 750.000 persone finirono per diventare profughi registrati dalle Nazioni Unite. Molti altri se la cavarono da soli. Non gli venne mai consentito di tornare alle loro terre o case, che vennero confiscate dal nascente Stato, e molti dei loro villaggi vennero successivamente distrutti. Qui alcuni sopravvissuti raccontano le loro storie.

Fatima Feisal, 78, Ein al-Hilweh campo profughi, Sidone, Libano. Originaria di Tarshiha, in Galilea.

Posso chiudere gli occhi e ricordare ogni singolo dettaglio del villaggio. Le strade, il quartiere. Gli alberi di fico e quelli con le bacche. Ogni piccolo particolare. Posso vederlo proprio davanti ai miei occhi. La mia famiglia viveva di agricoltura. Avevamo più di 100 capre. La più grande era la mia preferita. La cavalcavo come se andassi in bicicletta. La chiamavo “la mia bicicletta”.

Una volta stavo portando da mangiare al pastore che lavorava per noi. I coloni mi hanno incontrata e mi hanno chiesto il motivo della mia presenza. Ho risposto che stavo portando del cibo al pastore che stava con le nostre capre vicino a una delle colonie. Gli ho fatto vedere il cibo, ma non mi hanno creduta. Pensavano che portassi dei messaggi e che il pastore fosse un combattente per la libertà. Lo hanno fatto prigioniero, lo hanno torturato e gli hanno bruciato tutto il corpo.

Avevo 9 anni quando gli aerei hanno bombardato Tarshiha. È stata la notte peggiore della mia vita. La gente si nascondeva nella casa del capo del villaggio. Faceva parte della famiglia Huwari e aveva una grande casa. Ho visto come la casa è stata bombardata. Ho visto anche come gli abitanti cercavano di trarre in salvo le persone seppellite sotto le macerie.

Sono stata separata dalla mia famiglia e da mio fratello Ali e non avevo altra scelta che cercarlo. Era più giovane di me. Sembrava il giorno del giudizio universale. La gente correva e urlava. Sono andata alle grotte al confine del villaggio. Erano strapiene di persone che si proteggevano dai bombardamenti. Lo chiamavo per nome. Alla fine ha risposto. L’ho preso per mano e ci siamo allontanati dal villaggio. Abbiamo camminato per due ore verso un altro villaggio di nome Sabalan dove ci siamo riuniti con la nostra famiglia. Poi abbiamo proseguito verso il Libano.

Ho un ultimo desiderio. Ho 78 anni. Sarà il mio ultimo desiderio. C’era un albero di bacche proprio di fronte alla nostra casa a Tarshiha. Voglio ritornare lì e mangiare una bacca. Un’ ultima bacca.

Resoconto e foto di Amena ElAshkar

Naaseh Khaled Hamoudeh, 70 anni, Campo profughi di Wihdat, Amman. Proveniente da Deir Tarif, vicino a Ramla.

Sono nata in un villaggio il cui nome era Deir Tarif. Mio padre possedeva cammelli che usava per trasportare merci da un posto all’altro.

Quando è avvenuta la Nakba avevo uno o due mesi. I villaggi della nostra zona erano sotto attacco, uno dopo l’altro e tutta l’area era sotto assedio con poche riserve di cibo. I miei genitori andarono al paese più vicino per cercare cibo lasciando a mio fratello e alla mia sorella il compito di occuparsi di me. Allora mio fratello, di 15 anni, era il più grande. Ma i miei genitori non poterono ritornare perché la strada era bloccata e i sionisti si stavano avvicinando al villaggio.

Allora il capo del villaggio ha riunito tutti i bambini su un grande camion e ci ha portati a un villaggio di nome Shuqba. Siamo stati lì per un po’. Alcuni adulti si occupavano dei bambini senza i genitori. Sono stata allattata da differenti donne che avevano dei bambini piccoli. Ne abbiamo persi molti lungo il cammino. Hanno sparato senza alcun motivo a mio zio e a sua figlia da poco fidanzata. C’erano corpi nelle strade ed era difficile dare loro una degna sepoltura. Solamente le donne e le ragazze venivano sepolte. Il corpo di mio cugino ha potuto essere recuperato di notte con grande pericolo.

I nostri genitori ci hanno trovati dopo giorni di ricerche. Andavamo di villaggio in villaggio alla ricerca di cibo e di ricovero. Siamo andati a Qibya , poi a Kafr Thulth, infine a Deir Ammar.

In seguito la mia famiglia si è trasferita in Giordania e si è stabilita in una tendopoli vicino a Wadi al-Seer. Poi, circa nel 1955, siamo andati al campo di Wihdat. Eravamo in sette e dovevamo dormire tutti in una stanza. Non potevamo permetterci un tetto di metallo così coprimmo l’abitazione con una grande stoffa.

Tutti i miei ricordi si riferiscono al campo. Lo ritengo la mia casa, ma non rinuncerò mai al diritto al ritorno. La gente del campo fa una vita dura e soffre molto, ma ciò produce anche una profonda solidarietà nella nostra società. Mi occupo delle attività politiche e culturali del campo. Ho aderito nel 1962 al movimento nazionalista arabo e più tardi al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Ero solita ospitare a casa riunioni politiche clandestine.

Mi mancano quei giorni, la gente si dedicava di più era impegnata nella propria causa.

Mio figlio Ali è andato a studiare a Beirut. Quando c’è stata l’invasione israeliana l’ho chiamato e gli ho detto che non aveva altra scelta che combattere e difendere Beirut. Ero sempre preoccupata, per lui ma anche altrettanto preoccupata per tutti i combattenti che difendevano Beirut.

Un giorno torneremo. Il povero e il ricco, il senzatetto e quelli che vivono in grandi case e le persone più diverse potranno ritornare. Il diritto al ritorno è sacro. E se non sarò viva per ritornare, ritornerai tu, mio figlio. E se tu non ritornerai prima o poi saranno i tuoi figli a ritornare.

Reportage di Ali Ibrahim, foto di Nadine Osama

Widad Kawar, 87anni, Amman. Proveniente da Betlemme.

Sono nata a Betlemme e sono andata al collegio “Friends” [“Amici”] a Ramallah. Mi sono diplomata poche settimane prima della Nakba e sono tornata di corsa a casa a causa del peggioramento della situazione politica. Alcuni studenti giordani sono stati scortati in Giordania dall’esercito giordano. Io sono dovuta andare a Gerusalemme per prendere un tassì per Betlemme.

Dopo la Nakba sono andata a studiare al collegio femminile dell’Università Americana di Beirut. Quando sono tornata, Betlemme era un paese completamente diverso.

Betlemme era unica in quanto era sia una città che un villaggio, un luogo di tradizione e di modernità. Era il punto di riferimento per molti villaggi attorno, la sorella minore di Gerusalemme. Donne dei villaggi venivano a Betlemme nelle nostre case a vendere diversi prodotti. Ho sempre ammirato lo spirito e la vivacità con cui raccontavano le storie della vita in campagna. Il sabato le donne vendevano anche nei mercati delle principali città. È lì che allora ho cominciato a collezionare piccoli pezzi di tessuto ricamato e più tardi interi vestiti.

Dopo la Nakba, Betlemme era tagliata fuori da Gerusalemme e da molti villaggi intorno. Molti abitanti di questi villaggi sono diventati profughi a Betlemme, vivendo in spazi angusti o nei campi profughi. Queste persone erano abituate a lavorare nei campi che avevano curato per secoli. Avevano tradizioni, costumi e comportamenti diversi tra loro, che definivano la loro identità. Io ho cominciato a collezionare i vestiti insieme alle storie delle donne che li hanno portati.

Per me, il ricamo palestinese riflette l’identità, la società e la terra. Riflette l’identità perché ogni villaggio in Palestina aveva la propria cultura per mezzo della quale faceva orgogliosamente riferimento alla tradizione. È una rappresentazione della società, un caleidoscopio di storie diverse, di vestiti, culture e colori preparati insieme. Il vestito palestinese testimonia del tempo passato, che fu quando le donne costituivano una parte attiva della società, e nel loro tempo a disposizione si riunivano nei pomeriggi estivi ventilati e lavoravano insieme sui vestiti mentre si scambiavano le proprie conoscenze.

Rappresenta anche la terra perché i simboli e i colori sono stati ispirati dalla terra. L’albero di cipresso è un simbolo famoso che troviamo spesso nei disegni dei vestiti. Tante persone erano solite piantare cipressi intorno alle loro proprietà per segnare i confini e proteggere i raccolti dai forti venti. I colori di solito derivavano dalle piante del luogo, come il sommacco [arbusto utilizzato per uso cucina, salutistico e per tingere, ndt.] per colorare di rosso.

Resoconto di Ali Ibrahim, foto di Nadine Osama


Khazna al-Sahli, 88 anni, campo profughi di Burj al-Barajneh, Beirut. Proveniente da Balad al-Sheikh, vicino ad Haifa.

Il mio villaggio era bellissimo. Posso ancora vedere i campi come vedo te. Coltivavamo ogni sorta di ortaggi, melanzane, pomodori, grano. Mio padre era un contadino, ma mia madre veniva dalla città. Era di Haifa. Amavo andare con mio padre ad Haifa a vendere i nostri prodotti. Una volta non ho trovato le mie ciabatte per andare con lui e così sono andato a piedi nudi.

Tutto è cominciato quando il capo del villaggio ha bussato alla nostra porta. Ci ha detto che gli inglesi avevano consegnato tutto agli ebrei e ora questi stavano arrivando per cacciarci. “Dovete nascondervi”. Fino ad allora non c’erano stati problemi con gli ebrei di Neshar (una colonia sionista). Le case della colonia erano molto diverse dalle nostre. Gli ebrei vivevano in piccole case colorate. Vendevano i loro prodotti nel nostro villaggio e noi vendevamo i nostri a Neshar.

Il giorno che fuggimmo il capo del villaggio arrivò con tre automobili. Ci ha portato a Nazareth e da lì siamo andati in Siria, a Tel-Mnin. Siamo rimasti per tutto un mese in una stalla. Dopo siamo andati a quello che in seguito prese il nome di Yarmouk, il campo profughi a Damasco.

Resoconto e foto di Amena ElAshkar

Wael Abdo al-Sajdi, 88 anni, Amman. Proveniente da Gerusalemme.

Mio padre era un ingegnere civile che lavorava per le autorità del Mandato britannico e avrebbe lavorato in diversi luoghi della Palestina. La famiglia è originaria di Nablus, ma io sono nato nel 1930 a Gerusalemme, dove in quel periodo mio padre lavorava. Considero Gerusalemme come la mia casa. Ho studiato e passato l’infanzia lì. Ancora ricordo ogni strada e posso guidarti in qualunque percorso o scorciatoia.

La Nakba è cominciata prima del 1948. Ricordo che una volta mio padre venne mandato per un anno a Nablus. Ci fu un attacco dei combattenti per la libertà contro le truppe inglesi e questi decretarono il coprifuoco in città. Mi annoiavo, così uscii sul balcone. Tutte le strade erano vuote, tranne che per la presenza di un veicolo blindato dell’esercito con un grande fucile sopra che pattugliava la zona.

Un anziano, che tutti in città sapevano essere sordo, doveva non aver sentito l’annuncio del coprifuoco. Il soldato gli puntò l’arma contro, ma lui continuò a camminare. Lo ricordo ancora mentre cadeva a terra. Chiaramente non costituiva nessuna minaccia, ma il soldato non esitò a sparargli. Nessuno poté rimuovere il suo cadavere fino al giorno dopo.

Nel 2000, quando ho compiuto 70 anni, volevo veramente visitare Gerusalemme. Era impossibile in quel momento avere un permesso per entrare in città, ma ero determinato ad andarci in un modo o in un altro. Indossai un tipico abbigliamento occidentale, calzoncini, un cappello, una camicia vistosa e mi misi al collo la mia videocamera. Mi impegnai a pagare da solo il prezzo di un taxi collettivo perché l’autista mi portasse per vie secondarie a Gerusalemme. Gli dissi che avrei potuto entrare in città senza problemi.

Sfortunatamente c’era davvero un checkpoint. I soldati parlarono all’autista e quando mi chiesero la carta d’identità risposi solamente in italiano gesticolando. Mi credettero e ci lasciarono andare. In città avrei parlato solamente in italiano con i soldati. Andai alla mia vecchia casa che ora è un centro culturale turco. Chiesi se potevo fare un giro e accettarono quando gli dissi che avevo abitato lì con la mia famiglia. Visitai anche la mia scuola e i ristoranti dove con la famiglia eravamo soliti mangiare. Camminai per le strade e per i mercati che mi erano ancora familiari.

Ho pianto in ognuno di quei posti.

Resoconto di Ali Ibrahim, foto di Nadine Osama

Amena ElAshkar è un giornalista e fotografo del campo profughi di Burj al-Barajneh, Beirut.

Ali Ibrahim è un giornalista di Amman.

Nadine Osama è una ricercatrice e fotografa di Amman.

(traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Storie della catastrofe: Palestina

Rami Almeghari, Mohammed Asad e Anne Paq

16 maggio 2018,  Electronic Intifada

Settant’anni fa i palestinesi hanno subito la Nakba, o catastrofe, quanto la maggioranza di loro lasciò o fu obbligata dalle milizie sioniste a lasciare la Palestina per far posto alla creazione dello Stato di Israele e garantire una maggioranza ebraica. Circa 750.000 persone finirono per diventare profughi registrati dalle Nazioni Unite. Molti altri se la cavarono da soli. Non gli venne mai consentito di tornare alle loro terre o case, che vennero confiscate dal nascente Stato, e molti dei loro villaggi vennero successivamente distrutti. Qui alcuni sopravvissuti raccontano le loro storie.

Khoury Bolous, 84 anni, di Haifa. Originariamente di Iqrit, nei pressi del confine con il Libano.

Iqrit era un piccolo villaggio cristiano di circa 500 abitanti molto vicino alla frontiera della Palestina con il Libano. Il villaggio subì la pulizia etnica nel 1948 e venne distrutto nel 1951, tranne la chiesa. I suoi abitanti divennero sfollati interni – quello che Israele definì “presenti assenti”

Eravamo contenti. Avevamo fichi, hummus e ulivi. Seminavamo di tutto, tranne zucchero e riso. Mio padre aveva molta terra, circa 100 dunum [10 ettari, ndt.]. Facevamo la farina, coltivavamo lenticchie e fagioli, ogni tipo di verdure e olive. L’unica cosa che mio padre comprava era il tabacco. Morì quando ero molto giovane, e mio fratello maggiore prese il suo posto. La nostra casa era fatta di grandi pietre ed era stata costruita da mio nonno.

Nel 1948 non ci fu resistenza nel villaggio. Le forze sioniste entrarono nel villaggio e alzammo bandiera bianca. Non avevamo armi. Ci dissero di andarcene ad al-Rama, che sarebbe stato solo per due settimane e che era solo per la nostra sicurezza. Venimmo trasportati da camion militari. Ma io non andai insieme agli altri. Mio fratello mi disse di andare in Libano a Qouzah, da nostra zia, per salvare gli animali. Camminai verso il Libano con 5 mucche, un cammello, un asino e un cavallo. Attesi il messaggio che mio fratello avrebbe dovuto mandarmi quando fossero tornati a Iqrit, ma il messaggio non arrivò mai.

Dopo un mese sentii dire che alcune persone stavano andando a Iqrit per raccogliere frutta e così decisi di andare. Avevo paura di attraversare la frontiera ma lo feci. Non era rimasto niente nella nostra casa, tutto era stato rubato. Persone che incontrai mi dissero che non sarei riuscito ad arrivare ad al-Rama, così tornai in Libano e vi rimasi per due anni. Poi incontrai un passeur, Alì, e con un gruppo partimmo di notte per la Palestina. Avevamo paura, era pericoloso. Alla fine all’alba, vicino ad al-Rama, continuai da solo attraverso i campi. Quando raggiunsi il villaggio, vidi qualcuno di Iqrit che mi portò dalla mia famiglia. Non potevano credere che fossi riuscito a fare una cosa simile. Non ci potevo credere neppure io.

Un Natale sentimmo che Iqrit era stato totalmente distrutto. Il mukhtar [capo villaggio, ndt.] ed altri erano andati su una collina di fronte al villaggio e confermarono la notizia. Era un disastro sentire questa notizia. Volevano uccidere ogni nostra speranza di tornare. Ma non ci riuscirono.

Alla fine ebbi un permesso ed iniziai a lavorare come macellaio ad Haifa. Mi sposai nel 1960 ed andai ad Haifa. Tornavamo spesso a Iqrit, dormendo nella chiesa. Fui arrestato alcune volte per essere stato lì. Ci portavamo i bambini per le vacanze.

Siamo come i rifugiati. Quello che abbiamo in comune è la speranza del ritorno. Vogliamo solo andare a casa, questo è un nostro diritto fondamentale. Voglio tornare e costruire una piccola casa.

Reportage di Anne Paq

Saed Hussein Ahmad al-Haj, 85 anni, campo di rifugiati di Balata, nella città di Nablus della Cisgiordania occupata. Originario di al-Tira, nei pressi di Ramla.

Sono stato fortunato rispetto ad altri profughi. Ho avuto successo nel lavoro ed ho tre macellerie. Ho dei figli. Ma è sempre mancato qualcosa. Mi sono sempre dato da fare, ma non c’è una vera allegria perché non vivo nella casa in cui sono nato.

Il mio villaggio era noto soprattutto per le sue greggi e per i suoi prodotti. Era un piccolo villaggio, circa 2.000 abitanti. All’epoca la nostra vita era semplice. La scuola era così precaria che ci sedevamo sul pavimento. Ho passato la mia vita giocando all’aperto con i vicini.

Mio padre commerciava pecore e mucche. Vendeva anche il latte. Avevamo una piccola casa fatta di pietre e 2 dunum [0,2 ettari] di terra coltivata a grano, sesamo, fichi e ulivi. All’epoca tutto aveva un sapore migliore. Ci nutrivamo direttamente con i prodotti della terra. Potevamo anche andare facilmente al mare e grazie al commercio ci incontravamo con ogni genere di persone.

Nel 1948 avevo circa 15 anni. Una notte vedemmo arrivare verso di noi dei soldati. In un primo momento pensammo che fossero arabi. Ma poi iniziarono a sparare. Le pallottole volavano sopra la mia testa e pensai che sarei morto. Corsi da mio padre, che mi disse di andare verso est con le pecore. Allora ne avevamo sei. Me ne andai da solo, ma sentii sparare, così lasciai le pecore e corsi a casa.

Ce ne andammo con gli altri abitanti del villaggio. Prima arrivammo ad al-Abbassiyya, dove c’erano alcuni gruppi della resistenza palestinese. Poi ci incamminammo verso Deir Ammar, vicino a Ramallah.

Non ci portammo niente. Tutti parlavano di Deir Yassin (dove le forze sioniste avevano commesso un massacro). Eravamo spaventati già prima che arrivassero i sionisti. Avremmo dovuto rimanere e morire là. Avremmo dovuto lottare. Per lo meno non abbiamo mai venduto le nostre case. Siamo stati buttati fuori contro la nostra volontà.

Pochi giorni dopo che ce ne eravamo andati, entrai di soppiatto nel villaggio di notte. Ma quando entrai nella nostra casa, tutto – la farina, l’olio d’oliva, i mobili – era distrutto e sparso per la casa.

Tornammo al nostro villaggio, una volta, con mio padre. Fu dopo il 1967 [anno della guerra dei Sei giorni e della conquista israeliana della Cisgiordania, ndt.]. Bussò alla porta, e rispose uno [ebreo, ndt.] yemenita. Mio padre gli disse: “Questa è la mia casa.” Ma lo yemenita rispose solo: “Era casa tua, Ora è la mia.”

Reportage di Anne Paq

Wafta Hussein Khleif, 82 anni, campo di rifugiati di Dheisheh nella città di Betlemme della Cisgiordania occupata. Originaria di Deir Aban, nei pressi di Gerusalemme.

Tutti i figli maschi di Wafta sono stati arrestati da Israele in un momento o nell’altro, e uno sta scontando più di 20 anni di prigione. Uno dei suoi nipoti è stato ucciso durante un’incursione dell’esercito israeliano a Betlemme nel 2008. Aveva 17 anni.

Mangiavamo quello che coltivavamo. Tutto veniva dalla terra. Non compravamo niente. Vivevamo in una fattoria che aveva un cortile interno. Avevamo più di 1 dunum di terra con 200 ulivi, galline e pecore. C’erano ebrei che vivevano vicino a noi. Erano amici e venivano al villaggio a comprare latte. Non avevano neanche un mulino, per cui usavano quello del villaggio.

Nel 1948 ci furono molti scontri. Ci furono spari e bombardamenti aerei. Non avevamo armi, solo coltelli e falci. Scavammo una trincea attorno al villaggio. Durante quei giorni ci furono tre morti. Quando venimmo a sapere del massacro di Deir Yassin, come misero in fila gli uomini e gli spararono, fu troppo. Prendevano anche le ragazze. Fu allora che scappammo. Se fossi stata al nostro posto, che cosa avresti fatto?

Non c’era tempo. Prendemmo quello che potevamo portarci dietro. Mio nonno Hussein dovette essere trasportato su un cammello. Ci fermammo sotto un carrubo appena fuori dal villaggio. Pensavamo che saremmo tornati presto. Gli uomini tornarono per raccogliere le olive ma vennero attaccati dai sionisti.

Andammo a Jabba e rimanemmo con i loro amici, e da lì a Betlemme. Affittammo una spelonca da una famiglia cristiana che mio padre trasformò in una stanza con un tetto di zinco. Poi mi sposai con mio marito Muhammad al-Afandi e andai al campo di Dheisheh. Vivemmo in una tenda per tre o quattro anni. Lì nacquero i nostri primi tre figli.

Se Dio vuole, torneremo. Se non io, i miei figli, o i loro figli, o i figli dei figli, o i figli dei figli dei figli. Lasceremo tutto in un attimo e andremo, anche se questo significasse vivere di nuovo in una tenda.

Reportage di Anne Paq

Muhammad Khalil Leghrouz, 93 anni, campo di rifugiati di Aida nella città di Betlemme della Cisgiordania occupata. Originario di Beit Natif, a ovest di Betlemme.

Muhammad piange ancora quando parla di suo fratello Thaer, che venne ucciso dai miliziani sionisti nel 1948 all’età di 15 anni.

Beit Natif era tutto frutti e verdure. Coltivavamo di tutto. C’erano molti contadini. E c’erano molte mucche e pecore. Sono cresciuto con le pecore. Giocavo con loro dalla mattina alla sera. Non sono andato a scuola. La mia famiglia aveva una grande fattoria, costruita con vecchie pietre.

Nel 1948 venimmo attaccati. Ci furono sparatorie. Dovemmo scappare, passando su corpi lungo il tragitto per uscire dal villaggio. Mio fratello Thaer venne colpito a morte e lo seppellimmo subito. Lasciammo ogni cosa – le pecore e i gioielli di mia madre. Mio padre dovette essere trasportato su un cammello, perché non poteva camminare. Non voleva andarsene, ma lo presi sulle mie spalle, lo obbligai a salire sul cammello. Voleva morire là.

Prima andammo a Beit Ommar, poi a Hebron, a Betlemme e a Husan, dove incontrai mia moglie Fatima. Insieme venimmo a vivere nel campo profughi di “Aida” e ci fermammo lì. Non sono mai tornato al mio villaggio.

Mio padre non ha mai potuto dimenticare. “Torneremo”, continuava a dire.

Reportage di Anne Paq

Hakma Attallah Mousa, 108 anni, campo profughi “Spiaggia”, Gaza City. Originaria di al-Sawafir al-Shamaliya, a circa 30 km oltre il confine di Gaza.

Hakma ha più di 80 nipoti e pronipoti, ma persino i suoi familiari sono incerti sul numero esatto.

Mio padre Attallah Mousa era il mukhtar della nostra famiglia. Ricordo ancora il diwan (sala di ricevimento) di mio padre, dove accoglieva gli ospiti e aiutava a risolvere i problemi del villaggio.

Andavo a mungere le nostre mucche per fare il formaggio e lo yogurt. Avevamo pecore e galline. La mia famiglia possedeva più di 100 dunam [10 ettari] di terra su cui i miei fratelli seminavano grano, lenticchie e orzo. La nostra vita si basava sull’agricoltura. Grazie a Dio, abbiamo avuto dei momenti bellissimi.

Mia madre venne ferita quando stavamo scappando. Venne colpita dopo che avevamo preso alcune delle nostre cose e stavamo uscendo dal villaggio. L’abbiamo trasportata fino ad un ospedale a Gaza City. Morì poche settimane dopo.

Figlio mio, vogliamo tornare al nostro villaggio, e lo faremo. Vogliamo tornare alla nostra patria.

Reportage di Rami Almeghari

Hassan Quffa, 88 anni, campo profughi di Nuseirat, nella zona centrale della Striscia di Gaza occupata. Originario di Isdud, nei pressi di Ashdod.

Eravamo contadini, coltivavamo la nostra terra generazione dopo generazione. All’epoca l’agricoltura era molto diffusa e i cedri erano rigogliosi. La mia famiglia da sola possedeva circa 90 dunum [9 ettari]. Ero solito accompagnare mio zio Abdelfattah al nostro diwan dove incontrava la gente del posto e a volte gli inglesi. All’epoca le autorità britanniche andavano da mio zio, facendo affidamento su di lui come intermediario tra le autorità e gli abitanti del posto.

Giocavo a baseball. Eravamo sette per una partita. Dopo aver giocato, andavamo al bar “Ghabaeen” a bere caffé e a chiacchierare.

Le feste di matrimonio duravano da tre a sette giorni. Alla fine dei festeggiamenti gli zii di una sposa l’accompagnavano a casa del marito, di solito su un cavallo.

Quando i miliziani dell’ Haganah [il principale gruppo armato sionista, ndt.] iniziarono a sistemare posti di blocco nella zona di Ashdod, bloccando il passaggio, cominciammo ad prendere le armi. Un giovane su quattro aveva un fucile, nel tentativo di difenderci contro gli attacchi dell’Haganah. Eravamo solo contadini. Le bande sioniste erano ben addestrate ed equipaggiate, con l’aiuto degli inglesi. In effetti quando gli eserciti arabi arrivarono a combattere, ci sentimmo sollevati.

Ma l’unità dell’esercito arabo vicino a noi venne sconfitta. Le loro armi erano vecchie. Ovunque c’erano soldati arabi morti. Comprendemmo che non potevamo far altro che scappare.

Voglio tornare. Voglio che tutti noi torniamo. Quella è la mia casa. Ho il diritto di tornare. Spero di farlo prima di morire.

Reportage di Rami Almeghari

Amna Shaheen, 87 anni, attualmente vive a Gaza City, originaria del villaggio di Ni’ilya, nei pressi di Ashkelon.

Mio nonno Ibrahim era l’imam del villaggio e insegnava ai bambini il Corano e qualche argomento islamico. Ovviamente alle ragazze, compresa me, non era consentito imparare.

Mio padre aveva un gregge e io solevo aiutarlo. Avevo solo un fratello, che era malato.

Cacciavo via le volpi che cercavano sempre di prendere le nostre anatre. Per nutrire il gregge portavo qualche foglia verde, alcune dal nostro sicomoro. Mio padre commerciava in angurie e noi conservavamo quelle angurie sotto l’albero.

Fu quando venimmo a sapere di Deir Yassin che gli abitanti del villaggio iniziarono a fuggire. Durante il giorno i miliziani [sionisti] arrivarono per mandarci via, ricordo che mio cugino ed io stavamo pelando patate.

Due mesi dopo che eravamo scappati, mio padre è stato ucciso. All’epoca stavamo vivendo nel campo profughi di Jabaliya, a Gaza. Aveva comprato due mucche e stava andando a comprare paglia e fieno per le mucche. Ma in quel momento le jeep dell’esercito israeliano erano di pattuglia e i soldati iniziarono a sparare. Venne colpito quattro volte.

Anche se mi offrissero centinaia di milioni di dollari, non rinuncerei al mio diritto di tornare alla mia casa in Palestina. Cosa me ne farei di quei soldi?

Reportage di Rami Almeghari

Ismail Hussein Abu Shehadeh, 92 anni, originario ed attualmente abitante di Jaffa, nei pressi di Tel Aviv.

Adesso Jaffa non vale niente. Prima la città era stupenda. Era chiamata la “sposa del Medio Oriente.” Esportavamo arance in tutto il mondo. Arrivava gente da tutte le parti per lavorare qui.

Mio padre era un soldato dell’impero ottomano. Se ne andò nel 1914 per combattere nella Prima Guerra Mondiale. Tornò indietro a piedi. Questa probabilmente è la ragione per cui decise di rimanere quando i sionisti attaccarono Jaffa. Non voleva scappare di nuovo, e ci impedì di farlo. “O morite qui oppure scappate e vi sentirete umiliati per tutta la vostra vita,” ci disse. Pregava la gente di non andarsene. Solo 35 famiglie rimasero dopo la resa, appena 2.000 abitanti sui 120.000 che stavano qui.

Nel 1948 gli attacchi furono molto violenti. Il capo della città, il dottor Youssef Aked, ci riunì per dire che Jaffa stava per essere assediata e che la gente doveva scegliere tra andarsene e rimanere. Qualcuno chiese al dottore cosa egli avrebbe fatto, ed egli rispose che sarebbe fuggito con la sua famiglia. In seguito a ciò, molti lo fecero, anche perché si parlava molto di quello che era successo a Deir Yassin.

Solo poche persone con una certa autorità rimasero. Ci fu un altro incontro in cui si decise di arrenderci a condizione che non ci fossero distruzioni o saccheggi. Dei rappresentanti andarono a Tel Aviv con una bandiera bianca. I sionisti arrivarono con un megafono e dichiararono che ora Jaffa era sottoposta all’autorità sionista. Poi entrarono e si comportarono in modo avido. Rubarono proprietà. Ci nascondemmo nei frutteti per un mese. Poi la gente venne spinta nel quartiere di Ajami, dietro una recinzione elettrificata. Alcuni morirono di stenti. Ma noi riuscimmo a stare fuori dalla recinzione.

Nonostante le promesse sioniste metà di Jaffa venne demolita. Abu Laban, che aveva negoziato la resa, andò a lamentarsi me venne picchiato. Gli ruppero le costole e venne messo a sedere su un asino. Poi iniziarono a prendere di mira la gente. Una persona che si rifiutò di lasciare i frutteti venne uccisa.

Dopo il 1948 mi sposai e iniziai a lavorare nella regione di Tiberiade per circa sei anni. Venni assunto da israeliani per aggiustare motori o per portare l’acqua a nuove comunità ebraiche. Ero l’unico palestinese lì. Abbiamo mantenuto rapporti professionali. Mia moglie e i figli neonati stavano lottando per avere da mangiare e per un certo periodo tornai a Jaffa solo una volta al mese.

Il mio lavoro terminò quando arrivò l’elettricità. Lavorai in una fabbrica di Jaffa, aggiustando motori, ma nel 1956 alcuni operai ebrei mi aggredirono a causa della sconfitta israeliana a Suez [si riferisce alla guerra per il controllo del canale di Suez tra Egitto e Francia e Gran Bretagna, a cui Israele si alleò, ndt.], per cui me ne andai. Poi ebbi un’officina meccanica nel porto, e cercai di fare il pescatore, ma senza successo. Nel 1982 lo Stato di Israele iniziò a chiedere tasse e più documenti. Dovetti vendere tutto. Alla fine aprii una drogheria ma poi dovetti smettere per ragioni di salute.

Rami Almeghari è giornalista e docente universitario a Gaza.

Anne Paq è una fotografa freelance francese e fa parte del collettivo di fotografi ActiveStills [collettivo di fotografi israeliani, palestinesi e internazionali che lotta contro le ingiustizie e le discriminazioni, in particolare in Israele/Palestina, ndt.].

Mohammed Asad è un fotogiornalista che vive a Gaza.

(traduzione di Amedeo Rossi)

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Un generale israeliano conferma che i cecchini hanno l’ordine di sparare ai bambini

Ali Abunimah

22 aprile 2018, electronicintifada

Un generale israeliano ha confermato che quando i cecchini stazionati lungo il confine di Israele con Gaza sparano ai bambini, lo fanno deliberatamente, con ordini chiari e specifici.

In un’intervista radiofonica, il generale di brigata (di riserva) Zvika Fogel descrive come un cecchino identifichi il “piccolo corpo” di un bambino e riceva l’autorizzazione a sparare.

Le dichiarazioni di Fogel potrebbero essere utilizzate come prova della premeditazione se i leader israeliani saranno mai processati per crimini di guerra alla Corte Penale Internazionale.

Venerdì un cecchino israeliano ha ucciso il quattordicenne Muhammad Ibrahim Ayyoub.

Il ragazzo, colpito alla testa a est di Jabaliya, è il quarto minore tra gli oltre 30 palestinesi uccisi durante le manifestazioni della Grande Marcia di Ritorno iniziate a Gaza il 30 marzo.

Più di 1.600 altri palestinesi sono stati colpiti con veri proiettili che hanno causato ciò che i dottori definiscono “orribili ferite”, che probabilmente lasceranno molti di loro con disabilità permanenti.

Come hanno confermato testimoni oculari e video, quando è stato ucciso il piccolo Muhammad Ayyoub non rappresentava alcun possibile pericolo per le forze di occupazione israeliane. pesantemente armate, collocate a decine di metri dietro le recinzioni e le fortificazioni di terra dall’altra parte del confine di Gaza.

Persino il solitamente timido inviato ONU del processo di pace, Nickolay Mladenov, ha dichiarato pubblicamente che l’uccisione è stata “vergognosa”.

Mirare ai bambini

Sabato, il generale di brigata Fogel è stato intervistato da Ron Nesiel sulla rete radio nazionale israeliana Kan.

Fogel è l’ex capo di stato maggiore del “comando meridionale” dell’esercito israeliano, che comprende la Striscia di Gaza occupata.

Ahmad Tibi, un parlamentare palestinese nel parlamento israeliano, ha in un tweet attirato l’attenzione sull’intervista.

Una registrazione dell’intervista è online. L’intervista è stata tradotta per The Electronic Intifada da Dena Shunra e la trascrizione completa segue questo articolo.

Il conduttore Ron Nesiel chiede a Fogel se l’esercito israeliano non debba “ripensare all’uso dei cecchini” e suggerisce che chi impartisce gli ordini “abbia abbassato l’asticella nell’utilizzo delle pallottole vere”.

Fogel difende a spada tratta tali metodi, affermando: “A livello tattico, qualsiasi persona si avvicini alla barriera, chiunque possa rappresentare una futura minaccia al confine dello Stato di Israele e dei suoi residenti, deve pagare il prezzo della sua trasgressione. ”

E aggiunge: “Se un bambino o chiunque altro si avvicina alla recinzione per nascondervi un ordigno esplosivo o per controllare se ci siano zone senza copertura o per tagliare la recinzione in modo che qualcuno possa infiltrarsi nel territorio dello Stato di Israele per ucciderci …”

Quindi viene punito con la morte?” interviene Nesiel.

“Viene punito con la morte”, risponde il generale. “Per quanto mi riguarda, sì, se puoi sparargli alle gambe o a un braccio solo per fermarlo – benissimo. Ma se è qualcosa di più allora sì, andiamo a vedere quale sangue è più importante, il nostro o il loro.

Fogel descrive quindi l’accurato processo con cui gli obiettivi – compresi i bambini – vengono identificati e uccisi:

“So come vengono dati questi ordini. So come fa un cecchino a sparare. So di quante autorizzazioni ha bisogno prima di ricevere l’ordine di aprire il fuoco. Non è il capriccio di un cecchino qualsiasi che identifica il piccolo corpo di un bambino e decide che sparerà. Qualcuno gli indica molto bene l’obiettivo e gli dice esattamente perché deve sparare e perché quell’individuo rappresenti una minaccia. E purtroppo, a volte quando spari a un corpicino con l’intenzione di colpire un braccio o la spalla, finisci col colpire più in alto.

Per dire “finisce più in alto”, Fogel usa un’espressione idiomatica ebraica che significa anche “costa anche di più”.

Con questa agghiacciante affermazione, in cui un generale parla di cecchini che prendono di mira il “piccolo corpo di un bambino”, Fogel dice inequivocabilmente che questa politica è deliberata e premeditata.

Presentando dei bambini palestinesi disarmati come pericolosi terroristi che meritano la morte, Fogel descrive i cecchini che li uccidono a sangue freddo come la parte innocente e vulnerabile che merita protezione.

“Ci sono i soldati lì, i nostri ragazzi, che sono stati mandati lì e ricevono istruzioni molto accurate su chi uccidere per proteggerci. Dobbiamo sostenerli”, dice.

Politica letale

Le dichiarazioni di Fogel non sono un’aberrazione ma rappresentano la politica israeliana.

“I funzionari israeliani hanno detto chiaramente che le norme sull’aprire il fuoco permettono di sparare per uccidere chiunque tenti di danneggiare la recinzione, e persino chi si avvicini a 300 metri”, ha affermato il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem in una recente analisi dell’illegale metodo israeliano di prendere di mira civili disarmati che non rappresentano alcuna minaccia.

“Ciononostante, tutti i funzionari statali e militari si sono fermamente rifiutati di cancellare quegli ordini illegali e continuano a promulgarli – e a giustificarli”, aggiunge B’Tselem.

B’Tselem ha invitato i singoli soldati a opporsi a questi ordini illegali.

In seguito all’inchiesta sulle uccisioni “pianificate” di manifestanti disarmati il 30 marzo, primo giorno delle manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno a Gaza, Human Rights Watch ha concluso che la repressione letale era stata “programmata ai più alti livelli del governo israeliano “.

Due settimane fa, il procuratore capo della Corte Penale Internazionale ha rilasciato un avvertimento senza precedenti ai leader israeliani, che potrebbero essere processati per le uccisioni di manifestanti palestinesi disarmati nella Striscia di Gaza.

I potenziali imputati starebbero facendo un gran regalo a qualsiasi pubblico ministero con l’aperta ammissione che uccidere in un territorio occupato persone disarmate che non rappresentano una minaccia oggettiva costituisca la loro politica e le loro intenzioni.

Resta da chiedersi se qualcosa possa finalmente infrangere lo scudo di impunità di cui Israele ha goduto per 70 anni.

(Ali Abunimah è co-fondatore di The Electronic Intifada e autore di The Battle for Justice in Palestina, recentemente pubblicato da Haymarket Books. Ha anche scritto One Country: A Bold-Proposal to End the Israeli-Palestinian Impasse)

Trascrizione integrale dell’intervista

Il Generale di Brigata (di riserva) Zvika Fogel intervistato sul programma Yoman Hashevua della radio israeliana Kan, il 21 aprile 2018.

Ron Nesiel: Buongiorno al Generale di Brigata (di riserva) Zvika Fogel. L’esercito israeliano non dovrebbe riconsiderare l’uso dei cecchini? C’è l’impressione che qualcuno abbia abbassato l’asticella per l’uso di pallottole vere e questo potrebbe essere il risultato?

Zvika Fogel: Ron, proviamo a considerare questo problema su tre livelli. A livello tattico, che piace a tutti, il livello locale, e anche a livello dei valori, e se credi, arriveremo anche al livello strategico. A livello tattico, qualsiasi persona si avvicini alla barriera, chiunque possa rappresentare una futura minaccia al confine dello Stato di Israele e dei suoi residenti, deve pagare il prezzo della sua trasgressione. Se un bambino o chiunque altro si avvicina alla recinzione per nascondervi un ordigno esplosivo o per controllare se ci siano zone senza copertura o per tagliare la recinzione in modo che qualcuno possa infiltrarsi nel territorio dello Stato di Israele per ucciderci …

Nesiel: Quindi viene punito con la morte?.

Fogel: Viene punito con la morte. Per quanto mi riguarda, sì, se puoi sparargli alle gambe o a un braccio solo per fermarlo – benissimo. Ma se è qualcosa di più allora sì, andiamo a vedere quale sangue è più importante, il nostro o il loro. È chiaro che se una persona del genere riuscisse ad attraversare la recinzione o a nascondervi un ordigno esplosivo …

Nesiel: Ma ci è stato detto che il fuoco è usato solo quando i soldati si confrontano con un pericolo immediato.

Fogel: Dai, passiamo al livello dei valori. Supponiamo di aver compreso il livello tattico, poiché non possiamo tollerare un attraversamento del nostro confine o una violazione del nostro confine, saliamo al livello dei valori. Io non sono Ahmad Tibi [politico israeliano arabo-musulmano leader del Movimento Arabo per il Cambiamento, un partito arabo nel parlamento israeliano, ndtr.] sono Zvika Fogel. So come vengono dati questi ordini. So come fa un cecchino a sparare. So di quante autorizzazioni ha bisogno prima di ricevere l’ordine di aprire il fuoco. Non è il capriccio di un cecchino qualsiasi che identifica il piccolo corpo di un bambino e decide che sparerà. Qualcuno gli indica molto bene l’obiettivo e gli dice esattamente perché deve sparare e perché quell’individuo rappresenti una minaccia. E purtroppo, a volte quando spari a un corpicino con l’intenzione di colpire un braccio o la spalla, finisci col colpire più in alto. Non è una bella immagine. Ma se questo è il prezzo che dobbiamo pagare per preservare la sicurezza e la qualità della vita dei residenti nello Stato di Israele, allora questo è il prezzo. Ma ora, se permetti, saliamo di livello e consideriamo il quadro generale. Ti è chiaro che al momento Hamas sta combattendo con consapevolezza. È chiaro a te e a me…

Nesiel: Non è dura per loro? Non gli stiamo fornendo abbastanza argomenti per questa battaglia?

Fogel: Glieli stiamo fornendo ma…

Nesiel: Perché non ci fanno molto bene, quelle immagini diffuse in tutto il mondo.

Fogel: Senti, Ron, siamo persino peggio di così. Non c’è niente da fare, David appare sempre migliore contro Golia. E in questo caso, noi siamo Golia. Non David. Questo mi è del tutto chiaro. Ma consideriamo la cosa al livello strategico: tu ed io e buona parte degli ascoltatori sappiamo perfettamente che questo non finirà con le dimostrazioni. È chiaro a tutti noi che Hamas non può continuare a tollerare il fatto che i suoi missili non riescano a ferirci, i suoi tunnel stanno intaccando …

Nesiel: Sì.

Fogel: E non ha un mucchio di suicidi con l’esplosivo che continuano a credere alla favola delle vergini che li aspettano lassù? Ci trascinerà in una guerra. Non voglio essere dalla parte che viene trascinata. Voglio essere dalla parte che prende l’iniziativa. Non voglio aspettare il momento in cui troverà un punto debole e mi attaccherà. Se domani mattina entrerà in una base militare o in un kibbutz e ucciderà delle persone e prenderà prigionieri di guerra o ostaggi, chiamali come vuoi, ci troveremmo in una sceneggiatura completamente nuova. Voglio che i leader di Hamas si sveglino domattina e vedano per l’ultima volta nella loro vita i volti sorridenti dell’IDF. Questo è quello che voglio far succedere. Ma siamo trascinati [in un’altra scena]. Quindi stiamo usando i cecchini perché vogliamo preservare i valori a cui siamo stati educati. Non possiamo sempre scattare una sola foto e metterla davanti al mondo intero. Ci sono i soldati lì, i nostri ragazzi, che sono stati mandati lì e ricevono istruzioni molto accurate su chi uccidere per proteggerci. Dobbiamo sostenerli.

Nesiel: Generale di Brigata (di riserva) Zvika Fogel, ex capo del comando militare meridionale, grazie per le tue parole.

Fogel: Che tu possa sentire solo buone notizie. Grazie.

(traduzione di Luciana Galliano)

 




Nuove prove di crimini di guerra a Gaza inviate alla CPI

Ali Abunimah

30 aprile 2018, Electronic Intifada

Secondo Tareq Zaqoot, un ricercatore del gruppo per i diritti umani “Al-Haq”, almeno 28 palestinesi hanno perso un arto inferiore in conseguenza del fatto che cecchini israeliani hanno sparato contro i partecipanti alle manifestazioni della “Grande Marcia del Ritorno” nei pressi della frontiera di Gaza con Israele.

Zaqoot, che si trova a Gaza, e la sua collega Rania Muhareb nella città di Ramallah, nella Cisgiordania occupata, hanno raccontato a “the Real News” [sito nordamericano indipendente di notizie, ndt.] come stiano documentando i crimini israeliani per ottenere giustizia a favore delle vittime.

Muhareb ha rivelato che “Al-Haq”, insieme al “Centro Palestinese per i Diritti Umani” e ad “Al Mezan”, ha già “presentato una denuncia alla Corte Penale Internazionale in cui indica i nomi delle vittime e delle uccisioni perpetrate dalle forze di occupazione israeliane dal 30 marzo.”

Non solo abbiamo specificato i nomi degli uccisi, abbiamo anche evidenziato l’intenzione di uccidere e di sparare per uccidere manifestanti palestinesi, il che rappresenta un crimine di guerra di omicidio premeditato,” ha aggiunto Muhareb.

Muhareb cita come esempio di tali prove la recente intervista tradotta da “Electronic Intifada” in cui il generale israeliano Zvika Fogel spiega l’accurato processo attraverso il quale i cecchini ricevono l’autorizzazione di sparare al “piccolo corpo” di un bambino.

Questi gruppi per i diritti umani avevano consegnato in precedenza dei dossier di prove alla CPI in cui documentavano crimini contro palestinesi nella Cisgiordania occupata e durante i precedenti attacchi israeliani contro Gaza.

All’inizio di questo mese il procuratore generale della CPI ha emanato un avvertimento pubblico senza precedenti, secondo cui i dirigenti israeliani potrebbero dover affrontare un processo per la violenza contro civili palestinesi disarmati a Gaza. Nelle ultime due settimane durante le proteste lungo il confine le forze di occupazione israeliane hanno ucciso almeno 39 palestinesi, compresi cinque minori e due giornalisti.

I manifestanti chiedono la fine dell’assedio israeliano contro Gaza e il diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi espulsi ed esclusi dalle loro terre in Israele perché non sono ebrei.

Si ha notizia che domenica altri tre palestinesi sono stati uccisi dalle forze di occupazione in seguito ad incidenti in cui secondo l’esercito israeliano i palestinesi avrebbero cercato di aprire una breccia nella barriera di confine con Gaza.

Parvenza di legalità

Lunedì l’Alta Corte israeliana ha tenuto un’udienza sulle richieste di vari gruppi per i diritti umani che chiedono la revoca delle regole dell’esercito per aprire il fuoco, che hanno portato all’impressionante bilancio di morti e feriti a Gaza.

La politica dell’esercito israeliano che consente di aprire il fuoco contro manifestanti a Gaza è palesemente illegale,” ha affermato Suhad Bishara, avvocatessa di uno di questi gruppi, “Adalah”. “Questa politica concepisce i corpi umani (palestinesi) come un oggetto sacrificabile, senza valore.”

Il gruppo [israeliano] per i diritti umani “B’Tselem” ha invitato i soldati a sfidare questi ordini illegali di sparare per uccidere e mutilare.

Prima dell’udienza, i militari israeliani si sono rifiutati di rendere pubblici gli ordini di aprire il fuoco, sostenendo che sono riservati.

Israele ha cercato di presentare le proteste di massa a Gaza come un complotto orchestrato da Hamas per coprire attività “terroristiche”.

Israele non è stato in grado di mostrare alcuna prova di attività armate durante le proteste e i suoi portavoce hanno fatto ricorso a montature – come false accuse secondo cui un video diffuso in rete mostra una ragazza di Gaza che dice degli israeliani “li vogliamo uccidere.”

Lunedì, durante l’udienza, pubblici ministeri dello Stato di Israele hanno continuato a insistere con questo discorso, sostenendo che “informazioni di intelligence riservate” mostrano che le proteste fanno “parte delle ostilità di Hamas contro Israele.”

La Corte israeliana ha aggiornato la seduta senza prendere una decisione, tuttavia storicamente il suo ruolo è stato quello di fornire una parvenza di legalità alle sistematiche violazioni israeliane dei diritti umani palestinesi e di contribuire a far passare Israele a livello internazionale come uno Stato che rispetta il principio di legalità, nonostante decenni di impunità senza controlli e di comportamenti illegali.

Contro le prove

Durante il fine settimana il quotidiano [israeliano] Haaretz ha citato la dichiarazione di un anonimo ufficiale dell’esercito israeliano secondo cui “la maggior parte delle uccisioni di palestinesi da parte dell’esercito israeliano durante le proteste sul confine di Gaza sono state causate da cecchini che miravano alle gambe dei manifestanti, mentre la morte è stato un risultato non intenzionale perché il manifestante si è chinato, un cecchino ha sbagliato il colpo, un proiettile è rimbalzato o circostanze simili.” Secondo l’ufficiale, ha affermato Haaretz, “gli ordini di aprire il fuoco sul confine consentono ai cecchini di sparare solo alle gambe di persone che si avvicinano alla frontiera, e che il petto di una persona può essere preso di mira solo in presenza di un’evidente volontà dell’altra parte di utilizzare armi e di minacciare la vita di israeliani.”

Ma ciò è in netto contrasto con le prove raccolte da ricercatori per i diritti umani e l’affermazione potrebbe indicare che alcuni ufficiali israeliani sono preoccupati delle conseguenze internazionali della politica di uccisioni e mutilazioni premeditate e calcolate. La scorsa settimana Amnesty International ha dichiarato che nella maggior parte dei casi mortali che ha preso in considerazione “le vittime sono state colpite alla parte superiore del corpo, compresi testa e petto, alcune alle spalle.”

Testimoni oculari, prove video e fotografiche suggeriscono che molti sono stati uccisi o feriti deliberatamente mentre non rappresentavano alcun pericolo immediato per i soldati israeliani,” ha aggiunto Amnesty.

Allo stesso modo “Adalah” ha sostenuto che “il 94% dei feriti a morte sono stati colpiti nella parte superiore del corpo (testa, collo, volto, petto, stomaco e schiena).”

Sono stati feriti più di 5.500 palestinesi, di cui 2.000 da proiettili veri.

Nessun israeliano risulta essere stato ferito in seguito alle proteste a Gaza.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Il processo di Dareen Tatour e l’insensatezza di essere Israele

Kim Jensen e Yoav Haifawi

18 aprile 2018, The Electronic Intifada

Nel 1985, Mahmoud Darwish scrisse un saggio dal titolo “La follia di essere palestinese”.

Dopo aver riflettuto sugli attacchi contro i campi profughi dei palestinesi in Libano, concluse che un palestinese poteva fare una sola cosa: “diventare più palestinese, un palestinese fino alla madre terra o alla libertà, un palestinese fino alla morte.”

Trent’anni dopo, quando la poetessa e fotografa Dareen Tatour fu sequestrata da casa sua, interrogata, imprigionata e messa a processo per “incitamento alla violenza” e “supporto ad un’organizzazione terroristica”, il suo unico crimine era proprio questo: diventare più palestinese nelle parole e nei versi.

Il 3 maggio è previsto che venga emesso il verdetto * in questa vuota farsa di processo da parte di Adi Bambiliya-Einstein, un giudice del tribunale di Nazareth.

Osservatori dei diritti umani e attivisti per la libertà di parola in giro per il mondo controlleranno per vedere se lo Stato di Israele metterà in prigione un’innocente poetessa palestinese contro ogni evidenza e in aperta violazione del diritto internazionale.

Jennifer Clement, presidente di PEN International, che ha fatto visita a Tatour e famiglia in Reineh – vicino a Nazareth – lo scorso ottobre, ha ribadito la posizione irremovibile del gruppo a sostegno della libertà di espressione.

Dareen Tatour è stata presa di mira per la sua poesia e per il suo attivismo pacifista”, ha detto Clement. “Facciamo appello affinché vengano fatte cadere tutte le accuse contro di lei, e venga rilasciata immediatamente.”

Nonostante tali illustri manifestazioni di solidarietà globale e locale, che hanno incoraggiato l’animo di Tatour, le sue previsioni sul verdetto rimangono cupe. Parlando dal confino della sua casa, dove rimane agli arresti domiciliari, ha rilasciato un messaggio pessimista: “Non c’è speranza né giustizia nelle corti israeliane.”

Il procedimento degli ultimi mesi non ispira fiducia. Le affermazioni conclusive del pubblico ministero Alina Hardak il 18 febbraio, così come il testo di 43 pagine consegnato alla corte, dimostrano un’allarmante impazienza di ottenere una condanna basata su manipolazione emotiva, distorsione e calunnia.

Il fatto che il giudice abbia consentito questa costante recita di falsità e mezze verità per due anni e mezzo non fa presagire bene.

    1. Un caso costruito sulla distorsione

La pecca più evidente nel caso è la mancanza di qualsiasi prova che Tatour abbia provocato un atto di violenza o che il suo lavoro contenga “un appello diretto alla violenza.”

Invece di presentare delle prove, Hardak si è piuttosto impegnato a denigrare Tatour demonizzando sistematicamente tre parole chiave che lei utilizza nei suoi lavori: qawim, intifada, e shahid.

Nonostante la parola qawim – “resistere” – implichi molte forme di lotta, inclusa la lotta non violenta, Hardak ha incorrettamente sostenuto che la parola costituisca un appello diretto alla resistenza violenza. L’accusa ha anche erroneamente sostenuto che la parola intifada, che significa “scuotere via” o “rivolta” possa implicare solamente violenza e terrorismo.

Nonostante queste due interpretazioni sbagliate facciano già abbastanza infuriare, è l’interpretazione errata della parola shahid, o “martire”, ad aver trasformato il lungo procedimento in una bizzarra dimostrazione di vendicativa incompetenza.

Nel contesto della letteratura, della cultura e della politica palestinesi, la parola shahid indica tutti coloro che sono morti nella lotta o in conseguenza dell’occupazione, sopratutto le vittime innocenti.

Ignorando questo fatto incontestabile – come se Google non esistesse – il pubblico ministero ha implacabilmente affermato il pregiudizio razzista israeliano secondo cui la parola shahid sarebbe un nome in codice per terrorista o attentatore suicida.

Questa interpretazione errata e calunniosa ha portato il pubblico ministero fraintendere del tutto “Resisti, mio popolo, resisti loro” (Resist, My People, Resist Them), l’infiammata poesia anti-occupazione scritta da Tatour, in reazione all’esecuzione senza un processo della studentessa palestinese Hadil Hashlamoun e al rogo di due bambini palestinesi, Muhammad Abu Khudeir e Ali Dawabsha.

Il verso al centro dell’accusa – “seguite la carovana dei martiri” – vale come un invito figurato ai lettori a tenere memoria delle vittime, non come esplicito invito al martirio.

La distorsione del concetto del martire è centrale anche nell’accusa relativa a un meme che Dareen ha postato su Facebook, “Io sono la prossima martire”, dopo che soldati e guardie israeliani avevano sparato alla giovane palestinese Israa Abed, ad Afula – una città nell’odierno Israele – nell’ottobre 2015.

Il meme ampiamente diffuso è simile ai popolari “Je suis Charlie” o “I can’t breathe” che esprimono solidarietà alle vittime di violenza. Eppure il pubblico ministero sostiene, ridicolmente, che Tatour lo abbia condiviso per incoraggiare attacchi suicidi.

Propaganda e delusione

Nonostante le autorità israeliane abbiano rapidamente scagionato Israa Abed da qualsiasi imputazione di attentato, i testimoni di polizia nelle udienze di Tatour hanno ripetutamente chiamato Abed “la terrorista di Afula” in modo da associare falsamente Tatour con il terrorismo.

Nel testo scritto e nelle arringhe orali, Hardak, il pubblico ministero, ha caluniosamente sostenuto che nel momento della condivisione del post Tatour sapeva che “lei (Abed) era venuta a Afula per assalire gli ebrei”, anche se Tatour, negli interrogatori, aveva chiarito di non credere alle false accuse contro Abed.

Alla fine delle udienze, non un singolo fatto era rimasto in piedi. Quando la difesa e la campagna internazionale di solidarietà hanno cominciato a concentrarsi sul diritto di Tatour alla libertà di espressione, Hardak ha cambiato tattica e ha addirittura preso a negare che la poesia “Resist, My People, Resist Them” sia una poesia, e che Tatour fosse una poetessa.

In tutto il dispositivo, Hardak evita con cura di riferirsi a Tatour come poetessa, o di chiamare la poesia citata per intero nell’accusa “poesia”, facendo riferimento ad essa solo come “testo” o “parole selezionate”.

Continuando a sostenere che Tatour era influente, e che le sue parole avevano “una vera possibilità di legittimare e incoraggiare atti di violenza e di terrorismo”, Hardak scrive che Tatour veniva invitata “a presenziare” a eventi pubblici, evitando diligentemente di dire che veniva invitata a recitare le sue poesie.

Mentre riportiamo questi fatti di propaganda e delusione, è chiaro che il processo di Dareen Tatour è dimostrazione non della follia di essere palestinese, ma piuttosto della follia di essere Israele. Che è la follia di uno Stato sistematicamente tollerante nei confronti di terroristi israeliani giudicati colpevoli, e intenzionato, invece, a perseguire espressioni non violente di protesta palestinesi.

Questa è la follia di uno Stato che impiega cecchini per prendere di mira manifestanti disarmati e sostiene che i cecchini stanno semplicemente difendendo il “confine”.

Questa è la follia di uno Stato basato sulla negazione fondamentale del popolo indigeno che ha fatto punto centrale della propria identità il resistere alla propria stessa cancellazione.

A prescindere da cosa dirà il verdetto del 3 maggio, possiamo essere certi che lo spettacolo dell’ingestibile follia finirà solo quando il popolo palestinese, che rifiuta di essere cancellato o messo a tacere, otterà pieni e uguali diritti.

Per parte sua, Dareen Tatour è occupata a scrivere un libro sulla sua disavventura, intitolato My Dangerous Poem [La mia pericolosa poesia] . Se gli attivisti in giro per il mondo eserciteranno abbastanza pressione, si può sperare che riuscirà a finirlo, pubblicarlo e pubblicizzarlo da donna libera.

*Nota redazionale: Dareen Tatour è stata condannata il 3 maggio per incitamento alla violenza e per sostegno al terrorismo. Il 31 maggio si saprà l’entità della condanna che può arrivare fino a 8 anni di galera.

Kim Jensen è una scrittrice, poetessa e attivista che abita a Baltimore. I suoi libri includono il romanzo, The Woman I Left Behind, e due collezioni di poesie, Bread Alone e The Only Thing that Matters. È professoressa di Inglese e studi sulle donne alla Community College di Baltimore County. Yoav Haifawi è un attivista anti-sionista e tiene i blog Free Haifa e Free Haifa Extra.

(Traduzione di Tamara Taher)




Israele minaccia chi protesta contro il Giro d’Italia

Ali Abunimah

4 maggio 2018, Electronic Intifada

La polizia israeliana sta chiamando gli attivisti palestinesi in Israele e li sta minacciando se dovessero protestare contro la prima fase della corsa ciclistica “Giro d’Italia” iniziata venerdì a Gerusalemme.

Le minacce sono state rivelate dal “PACBI” – la campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele – che ha twittato: “Gli attivisti riterranno il “Giro d’Italia” responsabile nel caso in cui dovesse loro succedere qualcosa.”

Le autorità israeliane si sono vantate del loro apparato difensivo, creato in decenni di occupazione militare e altre restrizioni sui palestinesi, schierato per preservare la corsa dalle proteste.

Da quando la corsa è iniziata, il PACBI sta sollecitando ad usare gli hashtags “#ShameOnGiro” e “#Giro10” per esprimere la propria opposizione al modo in cui il Giro d’Italia sta “nascondendo o coprendo, grazie allo sport, i continui crimini di guerra di Israele, compresa l’uccisione deliberata di pacifici manifestanti palestinesi a Gaza, a pochi chilometri di distanza dalla corsa.”

Attivisti palestinesi in Israele hanno reso pubblico un video in cui si mette in luce come il tracciato della corsa passi vicino a luoghi in cui Israele ha commesso delle atrocità.

La corsa si svolgerà in diverse parti dell’attuale Israele, fino a domenica, prima di spostarsi in Italia la prossima settimana.

Il glamour” non distragga dai crimini

Gli organizzatori del Giro d’Italia hanno ignorato per mesi gli appelli degli attivisti che sostengono che tenere l’inaugurazione a Gerusalemme sarebbe servito a premiare Israele e a mascherare i suoi crimini contro il popolo palestinese.

Ma giovedì Amnesty International ha affermato che Israele si sbaglierebbe se pensasse che ospitare la prestigiosa competizione sposterebbe l’attenzione dalle sue violazioni.

A Gerusalemme le autorità devono aver pensato che il glamour del Giro d’Italia possa avere l’effetto di “ripulire con lo sport”, rimuovendo alcune delle macchie nella situazione dei diritti umani in Israele,” ha affermato Kate Allen, la direttrice del gruppo dei diritti umani in Gran Bretagna. “Invece è probabile che le riporti di nuovo all’attenzione.”

I corridori del Giro d’Italia inizieranno la corsa solo poche settimane dopo che le forze di sicurezza israeliane hanno scatenato un eccessivo, letale uso della forza contro i manifestanti palestinesi a Gaza, compresi minori,” ha aggiunto Allen. “La corsa partirà proprio nei pressi di Gerusalemme est, dove i palestinesi devono affrontare la demolizione di case, la costruzione di colonie illegali e una serie infinita di restrizioni ai loro movimenti.”

Dirigenti israeliani, diplomatici italiani e funzionari dell’Unione Europea vedono l’allestimento della corsa a Gerusalemme come un’ abile mossa della propaganda di Israele.

Questa è la prima volta che l’inizio della corsa si tiene fuori dall’Europa.

Pare che Israele abbia pagato milioni di dollari per attirare la RCS, che organizza il Giro d’Italia, e il vincitore del Tour de France Chris Froome.

Cecchini e biciclette

L’inizio della corsa coincide con il sesto venerdì delle proteste per la “Grande Marcia del Ritorno” a Gaza.

Nelle ultime cinque settimane Israele ha ucciso 50 palestinesi a Gaza, dato che le forze di occupazione hanno messo in atto una politica di “sparare per uccidere e mutilare” contro civili disarmati che contestano l’assedio del territorio e rivendicano il proprio diritto al ritorno nelle terre da cui Israele li ha espulsi ed esclusi perché non sono ebrei.

Gli “attacchi omicidi” di Israele a Gaza, come li ha definiti Amnesty International, hanno provocato ammonizioni e denunce da parte della procura della Corte Penale Internazionale.

Ma, nel contesto di un clima internazionale di impunità, Israele continua a sostenere che le leggi internazionali per i diritti umani non si applicano ai palestinesi di Gaza.

Nel contempo gli organizzatori del Giro si sono messi a disposizione dell’obiettivo propagandistico di tenere le prime fasi della corsa sotto l’egida di Israele.

Stiamo ospitando eventi sportivi in Israele, questo è il Paese più democratico e sicuro che possa ospitare un tale evento in piena sicurezza,” ha detto ai media il responsabile della sicurezza della corsa Daniel Benaim.

Normalizzazione degli Stati arabi

I palestinesi hanno espresso sconcerto per il fatto che, mentre decine di persone sono state uccise e altre migliaia ferite – centinaia delle quali probabilmente rimarranno invalide per tutta la vita – durante gli attacchi israeliani contro civili di Gaza, le squadre degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrain stiano apertamente partecipando al “Giro d’Italia”.

Gli attivisti sottolineano che, mentre queste squadre esibiscono la propria partecipazione a Gerusalemme, milioni di palestinesi nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza, così come altri milioni di rifugiati palestinesi in esilio, non hanno neppure il permesso di entrare in città a causa delle dure restrizioni imposte da Israele al movimento dei non ebrei.

La partecipazione sembra essere parte della crescente normalizzazione, sostenuta dagli USA, dei rapporti tra Israele ed il blocco degli Stati del Golfo guidati dall’Arabia Saudita.

Il direttore generale del ministero degli Esteri israeliano Yuval Rotem ha dato il benvenuto ai corridori degli Emirati a Gerusalemme.

Utenti di reti sociali in lingua araba hanno twittato la propria indignazione per la partecipazione delle squadre arabe utilizzando l’hashtag in arabo #اسحبوا_دراجاتكمche significa “ritirate le vostre biciclette”.

Oltre che a rinsaldare i rapporti con Israele, il Bahrain ha un ulteriore interesse nel partecipare ad una sfida al boicottaggio sportivo di Stati paria che violano i diritti umani.

Per anni il Bahrein ha fronteggiato gli appelli al boicottaggio dell’importante corsa automobilistica di Formula Uno che ospita per via della violenta repressione contro le proteste antigovernative.

Far deragliare la propaganda israeliana

La propaganda israeliana intende presentare il Paese come “normale” – una società aperta e vivace con attività culturali e sportive e “innovazioni” tecnologiche.

Quindi, benché gli attivisti non siano riusciti a bloccare la corsa, hanno provocato talmente tante discussioni su di essa che Israele non ha potuto utilizzare il Giro d’Italia per sfuggire alla propria reputazione di Stato occupante, colonizzatore e che pratica l’apartheid.

Venerdì, in un articolo su “Cycling Tips” [“Suggerimenti ciclistici”, rivista specializzata in inglese, ndt.] il giornalista sportivo Shane Stokes ha spiegato perché boicotta e rifiuta di informare sull’avvio del Giro d’Italia nel corso di una massiccia e violenta repressione dei palestinesi.

Fin da quando il Giro è stato confermato in Israele, sono arrivate le inevitabili critiche. In risposta, ci sono stati alcuni che hanno insistito che lo sport e la politica non dovrebbero mescolarsi,” scrive Stoke. “La stessa difesa venne utilizzata decenni fa quando sportivi ed altri ruppero il boicottaggio per partecipare alle gare in Sud Africa.”

Secondo Stokes tenersi alla larga dimostra anche solidarietà per Yaser Murtaja, uno dei due giornalisti palestinesi uccisi dai cecchini israeliani nelle scorse settimane.

Stokes evidenzia anche come lo slogan del Giro d’Italia sia “Amore infinito” [in italiano nel testo, ndt.].

Senza dubbio è un tema lodevole,” scrive. “Eppure la frase sembra vuota quando, a cento chilometri dall’inizio della corsa, i cecchini prendono di mira manifestanti e giornalisti, e poi premono il grilletto.”

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




A Gaza Israele uccide un minorenne e spezza ossa

Maureen Clare Murphy

20 aprile 2018, Electronic Intifada

Le forze israeliane hanno ucciso quattro palestinesi, compreso un ragazzino, mentre per il quarto venerdì consecutivo si svolgevano manifestazioni di massa lungo il lato orientale di Gaza come parte di una protesta di sei settimane per la “Grande Marcia del Ritorno”.

Muhammad Ibrahim Ayyoub, 14 anni, colpito venerdì alla testa a est di Jabaliya nel nord di Gaza, è il quarto minorenne tra i più di 30 palestinesi uccisi durante le proteste da quando, il 30 marzo, le manifestazioni sono iniziate.

Infermieri che oggi hanno portato via il ragazzino hanno dichiarato che è stato colpito alla testa con un proiettile letale a circa 50 metri dalla barriera, a est di Jabaliya, senza nessun indizio che rappresentasse un pericolo per le forze israeliane,” ha affermato venerdì l’ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento delle Questioni Umanitarie.

L’inviato delle Nazioni Unite per la pace in Medio Oriente Nickolay Mladenov ha abbandonato le sue abitualmente caute dichiarazioni che esprimono “preoccupazione” e chiedono “la massima moderazione”.

Su Twitter Mladenov ha sostenuto che è “vergognoso sparare a un ragazzino!” ed ha aggiunto che “il tragico incidente deve essere indagato.”

Gli altri tre palestinesi uccisi venerdì sono stati identificati dal ministero della Salute di Gaza come Ahmad Nabil Abu Aqel, 20 anni, Ahmad Rashad al-Athamna, 24, e Saad Abd al-Majid Abd al-Al Abu Taha, 29.

Abu Aqel, di Beit Hanoun, nella parte settentrionale di Gaza, è stato colpito da un proiettile alla nuca durante proteste a est del campo di rifugiati di Jabaliya. Fotografie che circolano sulle reti sociali mostrano che parte del suo cranio è stata strappata via.

Immagini che mostrano Abu Aqel prima che venisse colpito sono circolate sulle reti sociali in seguito all’annuncio della sua morte.

Una di queste lo mostra mentre viene curato da un medico per una lieve ferita prima che venisse ucciso.

Secondo il gruppo per i diritti umani “Al Mezan”, con sede a Gaza, Abu Aqel era “seduto su una collina di sabbia a circa 150 metri a ovest della barriera di confine, e voltava la schiena alle forze di occupazione israeliane quando queste ultime gli hanno sparato” venerdì.

Abu Aqel usava le stampelle in seguito al fatto di essere rimasto ferito da un proiettile vero alla gamba sinistra durante la protesta dell’8 dicembre contro il riconoscimento USA di Gerusalemme come capitale di Israele.

Al Mezan afferma che l’uccisione di Abu Aqel, un disabile che non rappresentava nessuna ragionevole minaccia per le forze israeliane, a molta distanza e protette da fortificazioni di terra e da barriere, ricorda l’uccisione da parte di un cecchino, nel dicembre 2017, di Ibrahim Abu Thurrayya, un uomo in sedia a rotelle che aveva perso le sue gambe in un precedente attacco israeliano.

Ahmad Rashad al-Athamna è stato ferito mortalmente venerdì da una pallottola alla schiena a Beit Hanoun, nel nord della Striscia di Gaza.

Dopo l’annuncio della sua morte sulle reti sociali è circolata una sua foto.

Il ministero della Salute di Gaza ha affermato che Saad Abd al-Majid Abd al-Al Abu Taha è stato colpito al collo durante proteste a est di Khan Younis.

Il ministero ha informato che più di 700 persone sono rimaste ferite durante le proteste di venerdì, 156 delle quali da proiettili veri. Quattro sarebbero state gravemente ferite.

Al Mezan” ha chiesto “alla comunità internazionale di passare dalla semplice condanna a un’azione concreta per proteggere i civili e garantire il rispetto dei principi dei diritti umani e delle leggi umanitarie.”

Il gruppo ha aggiunto che la continua tolleranza nei confronti del comportamento di Israele costituisce “un incoraggiamento perché le forze israeliane mettano in atto sistematiche violazioni delle leggi internazionali.”

Secondo “Al Mezan” dal 30 marzo più di 1.600 palestinesi di Gaza sono rimasti feriti da proiettili veri durante le proteste.

Questa settimana il gruppo palestinese per i diritti umani “Al-Haq” ha affermato di aver documentato ferite da parte delle forze israeliane “che hanno preso di mira deliberatamente specifiche parti del corpo dei manifestanti palestinesi a Gaza, provocando la morte o ferite gravi e permanenti.”

Il direttore del pronto soccorso dell’ospedale al-Shifa, il più grande di Gaza, ha detto ad “Al-Haq” che la maggior parte delle ferite sono state provocate da “munizioni vere, per lo più dirette agli arti inferiori, con la rottura di vaste parti ossee, il taglio di vene, nervi e muscoli e la perdita di pelle nella zona ferita.”

Secondo Al-Haq l’ospedale ha osservato “una nuova caratteristica delle ferite” dall’inizio delle proteste della “Grande Marcia del Ritorno” il 30 marzo, “per cui il punto di entrata del proiettile è piccolo mentre il foro d’uscita è grande.” Questi casi “richiedono operazioni di molte ore e una equipe medica più numerosa.”

Al-Shifa ha anche avuto casi senza precedenti di danni provocati da gas lacrimogeni che comprendono “commozione cerebrale, forti crampi e perdita dei sensi a causa dell’inalazione dei gas, che necessitano di immediata sedazione, ausili respiratori e trattamenti di evaporazione.”

Il gruppo umanitario “Medici senza Frontiere” ha anche osservato nelle scorse tre settimane “ferite insolitamente gravi e devastanti da armi da fuoco.”

La grande maggioranza dei pazienti – per lo più giovani, ma anche qualche donna e bambino – presenta ferite insolitamente gravi agli arti inferiori,” ha affermato il gruppo, sottolineando che alcuni dei fori d’uscita erano “delle dimensioni di un pugno.”

Giovedì l’associazione umanitaria ha dichiarato che “il numero di pazienti curati nei nostri ambulatori nelle ultime tre settimane è maggiore del numero di quelli che abbiamo assistito durante tutto il 2014, quando è stata lanciata l’operazione militare israeliana “Margine protettivo” contro la Striscia di Gaza.

Marie-Elisabeth Ingres, capo della missione di “Medici senza Frontiere” in Palestina, ha affermato in un comunicato stampa che “metà dei più di 500 pazienti che abbiamo accolto nei nostri ambulatori presenta ferite in cui la pallottola ha letteralmente distrutto il tessuto dopo aver fatto a pezzi l’osso.”

Questi pazienti necessiteranno di operazioni chirurgiche estremamente complesse e molti di loro rimarranno disabili a vita,” ha aggiunto.

Alcuni pazienti dovranno subire l’amputazione delle gambe se non riceveranno da Israele il permesso di avere cure mediche specialistiche fuori da Gaza, come è già successo per molti manifestanti feriti.

Jamie McGoldrick, il vice-coordinatore speciale dell’ONU per il processo di pace in Medio Oriente, giovedì ha affermato che “l’attuale picco di necessità umanitarie è una crisi che è più grave di una catastrofe.”

McGoldrick ha aggiunto che “gli operatori dei servizi essenziali di Gaza non hanno al momento la possibilità di gestire l’attuale situazione.”

Venerdì l’ufficio ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari ha detto che il sistema sanitario di Gaza è “sull’orlo del collasso in seguito al blocco decennale, alla divisione politica sempre più profonda tra i palestinesi, alla crisi energetica in peggioramento, al pagamento irregolare del personale medico del settore pubblico e alla crescente mancanza di medicine e di prodotti monouso.”

L’OCHA ha aggiunto che “l’esposizione alla violenza durante le ultime tre settimane ha anche avuto conseguenze significative per la salute mentale e psicosociale, soprattutto tra i bambini.”

Propaganda israeliana

Israele continua a sostenere la versione secondo cui la sua repressione mortale contro manifestanti disarmati è necessaria per difendere i suoi confini e i civili da “disordini” utilizzati come copertura del “terrorismo” di Hamas.

Un video propagandistico dell’esercito afferma: “È per questo che l’IDF (l’esercito israeliano) deve proteggere la barriera di sicurezza.”

Non un solo soldato o civile israeliano risulta essere stato ferito in seguito alle proteste della “Grande Marcia del Ritorno”.

Due terzi dei due milioni di abitanti di Gaza sono rifugiati provenienti dalle terre su cui è stato dichiarato lo Stato di Israele nel 1948. Israele ha da molto tempo impedito ai rifugiati palestinesi di tornare nelle loro terre e case in quanto non sono ebrei.

Venerdì mattina l’esercito israeliano ha lanciato su Gaza volantini che mettono in guardia gli abitanti dall’avvicinarsi o danneggiare la barriera di confine tra Gaza e Israele.

L’IDF prenderà iniziative contro qualunque tentativo di danneggiare la barriera e le sue parti e di ogni altra struttura militare”, afferma il volantino.

L’avvertimento dell’esercito aggiunge: “Hamas vi sta utilizzando per promuovere gli interessi del suo movimento. Non seguite gli ordini di Hamas che mettono in pericolo le vostre vite.”

All’inizio della settimana il COGAT, il braccio amministrativo dell’occupazione militare israeliana, ha affermato che avrebbe sanzionato 14 compagnie di autobus che trasportano “terroristi di Hamas e rivoltosi violenti” al confine orientale di Gaza.

Il COGAT aveva in precedenza pubblicato quella che ha sostenuto essere una registrazione tra uno dei propri funzionari e un rappresentante della compagnia di autobus di Gaza, in cui il funzionario dice che “non consentiremo che tu e la tua famiglia manteniate un qualunque rapporto commerciale o imprenditoriale o personale con il lato israeliano” come punizione per aver trasportato manifestanti.

I messaggi di Israele non sembrano aver avuto effetto, in quanto Israele ha ricevuto un avvertimento dalla procura generale della Corte Penale Internazionale che i suoi dirigenti potrebbero dover affrontare un processo per l’uccisione di manifestanti disarmati.

Ha anche ricevuto la condanna di una serie di esperti dei diritti umani dell’ONU che hanno chiesto la fine immediata del blocco di Gaza.

La scorsa settimana Israele ha pubblicato una foto che mostrerebbe giornalisti utilizzati come scudi umani durante le proteste a Gaza.

L’agenzia France Press ha informato che, quando per la prima volta ha distribuito la foto, il 13 aprile, l’esercito ha sostenuto che mostrava “un terrorista che brandiva un oggetto sospettato di essere un ordigno esplosivo utilizzato per fini terroristici mentre giornalisti e una persona invalida gli stavano vicino.”

Un’inchiesta dell’APF ha scoperto, invece, che il “terrorista” mostrato nella foto stava “cercando senza riuscirci di accendere quello che sembrava un normale fuoco d’artificio mentre era a terra in mezzo al fumo nero di copertoni incendiati.”

Il giornalista dell’AFP che si vede nell’immagine ha detto che l’uomo “in seguito ha rinunciato e se n’è andato.”

Secondo la “Commissione per la Protezione dei Giornalisti”, dal 30 marzo almeno 13 giornalisti palestinesi sono stati colpiti da cecchini israeliani mentre informavano sulle proteste, compreso uno che è stato ucciso.

Venerdì quattro giornalisti sono stati feriti da proiettili veri, da inalazioni di gas lacrimogeni e da un candelotto lacrimogeno.

In una lettera al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu la “Commissione per la Protezione dei Giornalisti” (CPJ) ha osservato che la maggior parte dei giornalisti colpiti dal 30 marzo portava giubbotti con la scritta “STAMPA” al momento del ferimento.

I colpi sparati suggeriscono che le autorità israeliane potrebbero star cercando di reprimere la copertura mediatica delle proteste,” ha affermato il CPJ.

Persino se l’IDF (l’esercito israeliano) non stesse deliberatamente prendendo di mira giornalisti,” ha aggiunto il gruppo, “il suo uso di munizioni letali come primo strumento da utilizzare invece di mezzi non letali sottopone i giornalisti – soprattutto i fotografi e i video operatori che devono essere in prima linea per riprendere le immagini – a un rischio terribile, rendendo il loro lavoro quasi impossibile.”

Anche le affermazioni fatte dal ministro della Difesa di Israele Avigdor Lieberman secondo cui Yaser Murtaja, un cameraman ucciso il 6 aprile dalle sue forze armate mentre stava informando sulle proteste, era un membro stipendiato dell’ala militare di Hamas, sono state smentite da organi di controllo della libertà di stampa, compresa la CPJ.

Nel contempo il gruppo della resistenza palestinese Jihad Islamica ha diramato un proprio video propagandistico, avvertendo Israele che “state uccidendo la nostra gente a sangue freddo e pensate di essere al sicuro, ma i mirini dei nostri cecchini sono puntati sui vostri comandanti in capo.”

Il video mostra ufficiali dell’esercito, compreso il capo del COGAT Yoav Mordechai, visti attraverso un binocolo e il mirino di un fucile.

Il video della Jihad Islamica sembra essere una risposta alla propaganda presentata dal portavoce in arabo dell’esercito israeliano, che mostra manifestanti, compreso un bambino, inquadrati da un binocolo con l’avvertimento che “vi vediamo bene” o minacce del genere.

In risposta al video [della Jihad Islamica, ndt.], il ministro israeliano dell’Intelligence Yisrael Katz ha diramato una minaccia secondo cui qualunque aggressione a importanti personalità dell’esercito israeliano da parte dei gruppi della resistenza palestinese “porterà immediatamente alla ripresa degli omicidi mirati dei dirigenti di Hamas.”

Un rapporto di “Human Rights Watch” [organizzazione per i diritti umani con sede a New York, ndt.] afferma che la violenza letale di Israele contro i palestinesi che manifestavano durante l’inizio della “Grande Marcia del Ritorno” è stata premeditata, illegale in base alle leggi internazionali e ordinata dai più alti livelli del governo.

(traduzione di Amedeo Rossi)