Meta agevola le intimidazioni contro gli attivisti palestinesi

Omar Zahzah

28 luglio 2022 – The Electronic Intifada

Il gigante tecnologico Meta, proprietario di Facebook, viene sempre più spesso caratterizzato da censura e rimozione di contenuti filo-palestinesi.

L’impresa ha sistematicamente preso di mira account che promuovono la lotta di liberazione palestinese a vario titolo, sottoponendoli a ogni forma di ostruzione, dall’oscuramento alla cancellazione totale.

Ma finora il fanatismo politico di Meta ha trovato espressione soprattutto nel nascondere, bloccare e togliere contenuti centrati sulla Palestina.

Ora pare che la piattaforma stia anche tacitamente appoggiando soprusi espliciti e chiaramente rivolti contro contenuti filopalestinesi da parte di account anti-palestinesi orchestrati da JewBelong, un’associazione no profit creata di recente.

JewBelong è un sito in rete che afferma di promuovere e spiegare l’ebraismo per lo più a ebrei, così come di agire come uno spazio comunitario per ebrei che si sentano distanti o insicuri riguardo alla religione, alla tradizione e alla cultura ebraica.

Tuttavia esso sta apertamente prendendo di mira account palestinesi, dando ogni tanto premi in denaro, in chiara violazione delle norme di comunità stabilite da Meta di “includere opinioni e convinzioni diverse, soprattutto di persone e comunità che altrimenti potrebbero essere ignorate o marginalizzate.”

Se effettivamente ci sono valori a cui Meta si attiene, a quanto pare la Palestina è un’eccezione alla regola.

Denaro per intimidire

La promozione della persecuzione in rete di account filo-palestinesi è stata a lungo una strategia sionista. Per anni Israele ha offerto “borse di studio di hasbara”, che sono essenzialmente lezioni a studenti perché si impegnino nella propaganda digitale a favore del sionismo e del regime colonialista israeliano.

L’ormai scomparsa app Act.IL, che era schierata con il governo israeliano, offriva ai propri utenti vari “premi” e lezioni per portare a termine “missioni” digitali, tra cui segnalare come spam la posta in arrivo di imprese o università che ospitano materiale filo-palestinese allo scopo di insistere per la loro cancellazione.

E, benché non risultasse che offrivano compensi in denaro, siti che stilano una lista nera come Canary Mission e il più recente Stopantisemitism.org utilizzano come arma il cliché della “lotta all’antisemitismo” per incoraggiare i sionisti a segnalare negativamente in massa i palestinesi e i loro sostenitori.

JewBelong è un’organizzazione no profit fondata nel 2017 da Archie Gottesman e Stacy Stuart che, secondo la sua pagina su Propublica [sito giornalistico indipendente USA, ndt.], dipende interamente come risorse da “contributi”, cioè donazioni. Il suo proposito iniziale era apparentemente di “fornire semplici spiegazioni, chiare definizioni, utili letture e facili rituali in modo che chiunque sia interessato a iniziare o riprendere una pratica ebraica possa trovare un suo personale percorso.”

Ora pare che JewBelong si sia votato al sostegno a favore di Israele e del sionismo, il che include intimidazioni nei confronti di account filo-palestinesi.

Un’onesta rivelazione

Questo potrebbe non essere tanto un cambio di attività quanto un’onesta rivelazione. Parecchi membri di JewBelong hanno rapporti diretti con organizzazioni e istituzioni sioniste.

La co-fondatrice Archie Gottesman ha fatto parte del direttivo di organizzazioni come Israel Campus

Il membro del consiglio consultivo Yuval David è un “ideale conduttore e narratore per organizzazioni e iniziative ebraiche, israeliane, LGBTQ, artistiche, culturali e umanitarie” che includono la sezione statunitense del colonialista Jewish National Fund [ente no profit dell’Organizzazione sionista mondiale e proprietario del 13% della superficie fondiaria in Israele, ndt.] e dell’organizzazione di estrema destra della lobby israeliana StandWithUs.

Noa Tishby, collega nel consiglio consultivo, è un’attrice e scrittrice israeliana il cui primo libro è intitolato Israel: A Simple Guide to the Most Misunderstood Country on Earth [Israele: una guida semplice al Paese più incompreso della terra]. È anche la “prima inviata speciale da sempre del ministero degli Affari Esteri israeliano per combattere l’antisemitismo e la delegittimazione” di Israele.

E non è tutto: i Premi Partizan, lanciati di recente dall’organizzazione, hanno fornito compensi di 360 dollari a “valorosi influencer sulle reti sociali che lavorano giorno e notte per denunciare l’antisemitismo e proteggere il diritto di Israele a difendersi.”

JewBelong sostiene di aver insignito 23 giovani con premi in denaro per il sostegno digitale a Israele. Account premiati comprendono quelli della giornalista sionista Eve Barlow e di Zioness.

Uno dei premiati, che si fa chiamare @partisanprincess su Instagram (attribuendo l’origine di questo nome utente alla creazione del Partisan Prize da parte di JewBelong) ha ripetutamente e sistematicamente messo in atto segnalazioni di massa di account filo-palestinesi nel tentativo esplicitamente riconosciuto di farli cancellare.

Schermate ottenute da The Electronic Intifada rivelano storie e post di @partisanprincess che incoraggiano i follower a segnalare negativamente in massa account come Palestine Pod, un podcast sulla Palestina ospitato da Lara Elborno [avvocatessa palestinese-statunitense di diritto internazionale, ndt.] e Michael Schirtzer [attore e attivista filo-palestinese statunitense di origine ebraica, ndt.].

“@thepalestinepod è stato tolto di mezzo una volta, possiamo farlo di nuovo,” afferma un testo che definisce “vile propaganda” un episodio di Palestine Pod con un relatore ospite palestinese.

L’account Palestine Pod è stato temporaneamente cancellato da Instagram, tuttavia è stato riattivato in seguito a una massiccia campagna giudiziaria e sulle reti sociali.

In seguito dipendenti di Meta hanno affermato che l’account era stato erroneamente segnalato per estrazione di dati, per accesso automatico agli stessi o per furto di informazioni da prodotti Meta. Di solito tali faccende si risolvono prima della cancellazione, ma questo non è avvenuto con Palestine Pod.

Brutale reazione

Questa incentivazione delle segnalazioni di massa sta avendo una serie di conseguenze. La pagina Instagram di @crackheadbarneyandfriends – un artista performer che si definisce un eroe popolare e antifascista di New York – è stata cancellata dopo che il programma ha dedicato una puntata all’assassinio della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh da parte di Israele (la pagina è stata in seguito ripristinata).

Ma persino quando la campagna di segnalazione di massa di JewBelong non dà come risultato la cancellazione di un account essa incoraggia un’aggressione mirata che può a sua volta avere un effetto dissuasivo.

L’ospite di Palestine Pod Michael Schirtzer ha detto a The Electronic Intifada che “i sionisti minacciano regolarmente di morte gli attivisti che sostengono i diritti dei palestinesi. Ciò include attivisti palestinesi ed ebrei attivamente anti-sionisti.”

Il fatto che anche ebrei anti-sionisti siano stati duramente presi di mira in quest’ultima campagna di intimidazioni dimostra che la questione non è l’antisemitismo, come i sionisti sono soliti sostenere, ma piuttosto la minaccia incarnata da una coalizione tra palestinesi ed ebrei che rifiuti esplicitamente la colonizzazione sionista.

Schirtzer dice che, facendo una ricerca sulla campagna contro Palestine Pod, ha scoperto un gruppo WhatsApp di “hasbara digitale” che “incoraggia i suoi membri a segnalare negativamente account palestinesi ed ebrei anti-sionisti, compreso il rabbino Brant Rosen.”

Rosen è il fondatore di Tzedek Chicago, una sinagoga di Chicago formata nel tentativo di creare uno spazio comunitario ebraico al di fuori dei principi sionisti. Nel marzo 2022 Tzedek Chicago è passata da una posizione “non-sionista” a una “anti-sionista”, diventando probabilmente la prima sinagoga antisionista negli USA.

Rosen ha detto a The Electronic Intifada che la reazione all’annuncio è stata forte, soprattutto in rete.

“Ci aspettavamo una qualche reazione, ma quasi subito Twitter e Instagram sono semplicemente esplosi,” afferma Rosen. “Le risposte sono state brutali e crescenti. La maggioranza di esse sono arrivate da luoghi che non ho riconosciuto. Stavo conquistando follower da account Twitter con nomi israeliani, e zero follower…chiaramente si trattava di un tipo di nuova campagna in rete che non avevo mai visto prima. Sono stato particolarmente sorpreso da quanto è durata. Si è protratta per settimane.”

Rosen ha aggiunto che a suo parere “Israele e il movimento sionista hanno tra le più sofisticate infrastrutture BOT [rete composta da software (bot) in grado di agire in maniera autonoma o coordinata, ndt.] su Twitter. È capillare e orrendo, e molto ben organizzato. Non avevo mai visto niente di simile.”

Zone grigie

Si potrebbe pensare che un contesto di aggressioni di massa sia qualcosa che le imprese tecnologiche dovrebbero cercare di contrastare. Ma, nonostante la frequente, dettagliata e sostanziosa corrispondenza con i dipendenti di Meta, a Michael Schirtzer di Palestine Pod è stato detto che queste campagne di intimidazione non violano le “regole della comunità” spesso pubblicizzate dall’impresa.

“Incoraggiare la gente a segnalare non viola la nostra politica e di conseguenza non possiamo prendere alcuna iniziativa,” afferma una mail condivisa con The Electronic Intifada. Il dipendente ha aggiunto che l’impresa “interverrebbe” se la vittima ricevesse commenti o minacce inappropriati.”

Meta si è rifiutata di fare commenti per questo articolo.

Ma, a parte il fatto che Schirtzer e altri creatori di contenuti esplicitamente filo-palestinesi sono stati molestati, la risposta rigida e prudente di Meta trascura il carattere coordinato della campagna in sé – per incentivare con il denaro i tentativi di molestare e silenziare contenuti palestinesi.

Oltretutto, qualunque cosa Meta sostenga, è difficile non vedere come intimidazioni di ogni genere siano una violazione delle cosiddette “regole della comunità”. In questo caso le convenzioni di queste piattaforme digitali sono state utilizzate come arma contro creatori di contenuti per la loro identità e le loro convinzioni politiche per farli tacere e cancellarli – un chiaro esempio di prevaricazione.

Le intimidazioni e le campagne di minacce dei sionisti spesso sfruttano la lettera della legge e politiche ufficiali per massimizzare l’impatto delle loro intimidazioni minimizzando nel contempo il fatto di doverne rispondere.

“Le istituzioni sioniste hanno costantemente costruito le loro pratiche di lawfare [uso della legge come arma in un conflitto, ndt.], che eludono le politiche antidiscriminatorie di imprese come Meta,” dice a The Electronic Intifada l’attivista antisionista e docente dell’università di New York Emmaia Gelman.

“Tecnicamente non stanno violando le norme. Ma l’effetto è che le regole di Meta diventano uno strumento nelle mani di istituzioni razziste per intimidire, punire e mettere a tacere interiormente persone già sottoposte alla violenza razzista di Stato.”

Rifiutandosi di intervenire direttamente in quest’ultima ondata di aggressioni anti-palestinesi e antisemite, Meta sta consentendo che la sua piattaforma venga utilizzata per un’aggressione e una censura mirate su base razziale. Pare che ci possa benissimo essere un’eccezione palestinese alle cosiddette “regole della comunità”.

Omar Zahzah è coordinatore educativo e per il sostegno legale di Eyewitness Palestine [progetto educativo a favore dei palestinesi, ndt.] e membro del Palestinian Youth Movement [Movimento della Gioventù Palestinese] e della US Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel [Campagna USA per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’UE si schiera a favore di Israele contro i suoi stessi Stati membri

Ali Abunimah

19 luglio 2022 – The Electronic Intifada

L’Unione Europea è più fedele a Israele che ai propri Stati membri? Sembra proprio di sì.

All’inizio di questo mese nove governi dell’UE hanno finalmente definito una cavolata la designazione di “organizzazioni terroristiche” da parte di Israele di sei organizzazioni palestinesi per i diritti umani molto stimate.

La designazione di ottobre faceva parte della lunga campagna di Israele volta a criminalizzare, definanziare e sabotare chiunque tenti di chiamarlo a rispondere dei suoi crimini contro i palestinesi.

Da Israele non sono pervenute informazioni sostanziali che giustifichino la revisione della nostra politica” nei confronti delle sei organizzazioni, afferma la dichiarazione congiunta del 12 luglio di Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Paesi Bassi, Spagna e Svezia.

“In assenza di tali prove – aggiungono – continueremo la nostra cooperazione e forte sostegno alla società civile nei territori palestinesi occupati”.

Molte delle associazioni prese di mira da Israele ricevono finanziamenti direttamente da questi governi e dall’apparato burocratico dell’UE a Bruxelles.

Tre di loro – Addameer, Al-Haq e Defence for Children International-Palestine – hanno collaborato strettamente con le indagini della Corte Penale Internazionale sui crimini di guerra in Cisgiordania e a Gaza.

Quindi, appena è stata resa nota la dichiarazione dei nove governi, ho scritto a Peter Stano, portavoce dell’UE per gli affari esteri, per chiedere se Bruxelles l’avesse adottata.

Dopo oltre una settimana – e nonostante due solleciti – il solitamente tempestivo Stano non ha inviato alcuna risposta.

Posso solo interpretare questo silenzio come un segnale che l’irresponsabile apparato burocratico dell’UE non sia d’accordo con i propri Stati membri e stia adottando in modo ancora più deciso il proprio approccio filo-israeliano.

In effetti Bruxelles è schierata a favore di Tel Aviv contro i governi dell’UE che sono arrivati ad essere talmente esasperati dalle diffamazioni e dalle bugie di Israele da dichiararlo pubblicamente.

Anche senza una risposta di Stano le prove di ciò sono abbastanza chiare.

The Electronic Intifada ha rivelato in ottobre che Israele ha comunicato in anticipo all’UE la sua intenzione di designare le organizzazioni palestinesi come “terroriste”, ma Bruxelles non ha respinto [la designazione] e non ha nemmeno inviato tale comunicazione ai propri Stati membri.

In quell’occasione Stano ha ammesso che l’UE aveva bisogno di “maggiori informazioni a proposito di queste designazioni” – un’ammissione del fatto che Israele non aveva fornito alcuna prova effettiva.

Sospensione illegittima”.

Il mese scorso Al-Haq è riuscita a presentare una petizione alla Commissione europea perché revocasse la sospensione dei finanziamenti per uno dei progetti dell’ organizzazione per i diritti umani sponsorizzati dall’UE.

Al-Haq ha affermato che la “sospensione vergognosa” era stata “illegale fin dall’inizio e basata sulla propaganda e sulla disinformazione israeliane”.

Una lettera dell’UE ha confermato che l’unità antifrode del blocco OLAF [Ufficio europeo per la lotta antifrode, istituito per contrastare le frodi, la corruzione e qualsiasi attività illecita lesiva degli interessi finanziari della Comunità europea, ndt.] aveva “concluso che non vi sono sospetti di irregolarità e/o frode ai danni dei fondi dell’UE” forniti ad Al-Haq.

Al-Haq ha accusato della sospensione Olivér Várhelyi, un alto funzionario non eletto dell’UE, affermando che [la sospensione, ndt.] fosse “mirata a dare al governo israeliano un aiuto nei suoi tentativi di danneggiare e diffamare la società civile palestinese e di opprimere le voci delle organizzazioni e difensori palestinesi dei diritti umani”.

Várhelyi è stato anche responsabile della sospensione degli aiuti dell’UE ai palestinesi, compresi i finanziamenti per pagare le cure salvavita per i malati di cancro palestinesi.

Tali aiuti sono stati sbloccati il mese scorso, poco prima che la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si recasse in Israele e nella Cisgiordania occupata, dove ha trascorso la maggior parte del suo tempo a compiacere Tel Aviv.

L’UE rilancia il forum ad alto livello con Israele

Ma qualunque disaccordo possa esserci tra l’UE e i suoi Stati membri sulle sei organizzazioni, ciò non ha intaccato la loro unanimità quando si tratta di offrire a Israele riconoscimenti incondizionati per i suoi crimini contro il popolo palestinese.

Lunedì i 27 ministri degli esteri del blocco hanno deciso di riprendere le riunioni del Consiglio di associazione UE-Israele.

Questo forum di alto livello non si riuniva da un decennio, con grande disappunto di Israele e della sua lobby.

Secondo un comunicato di Bruxelles i ministri “hanno convenuto di riconvocare gli incontri e di iniziare a lavorare per determinare la posizione dell’Ue”.

“La posizione dell’UE sul processo in Medio Oriente non è cambiata rispetto alle conclusioni del Consiglio del 2016 a sostegno della soluzione dei due Stati”, si legge nella dichiarazione.

Sebbene l’UE abbia mantenuto il sostegno verbale alla moribonda “soluzione dei due Stati”, continua a premiare e incentivare la colonizzazione violenta da parte di Israele dei territori palestinesi occupati, vanificando l’idea di uno Stato palestinese indipendente.

La reazione di Várhelyi alla decisione di lunedì sottolinea che non c’è motivo di aspettarsi alcun cambiamento.

Egli ha salutato la ripresa del forum ad alto livello come un ulteriore segno che l’UE è “fermamente impegnata” nelle sue relazioni con Israele e ha esortato il blocco “a cogliere l’opportunità di normalizzare le relazioni tra Israele e un certo numero di Paesi arabi .”

Dimiter Tzantchev, l’ambasciatore dell’UE a Tel Aviv, ha affermato che il Consiglio di associazione UE-Israele “dovrebbe permettere di impegnarci con i nostri partner israeliani e di riflettere sul processo di pace in Medio Oriente e sul ruolo dell’UE in esso”.

La generica formulazione di Tzantchev è stata senza dubbio elaborata con cura per dare l’impressione che questo sfacciato riconoscimento ad Israele farebbe in qualche modo progredire il “processo di pace” morto da tempo, pur non offrendo assolutamente alcun sostegno concreto da parte di Bruxelles per promuovere i diritti dei palestinesi.

Secondo il giornalista israeliano Barak Ravid la decisione dell’UE di ripristinare il dialogo ad alto livello è un “risultato importante” per il primo ministro israeliano Yair Lapid.

Ravid osserva che questo era uno degli obiettivi chiave di Lapid quando ha assunto la carica di ministro degli Esteri israeliano poco più di un anno fa.

Rinvio compiacente

Citando un anonimo “alto funzionario europeo”, il Times of Israel [giornale israeliano online in lingua inglese, ndt.] ha riferito lunedì che Josep Borrell, capo della politica estera dell’UE, ha rinviato la ripresa delle riunioni del consiglio UE-Israele “a causa dell’uccisione della giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh” a maggio.

Lo stesso mese Israele ha anche annunciato una massiccia espansione delle sue colonie in Cisgiordania, provocando un’insolita condanna da parte di Borrell.

Secondo The Times of Israel l’anonimo funzionario europeo ha detto: ”Ci sono state due cose inaccettabili sul piano diplomatico: l’uccisione della giornalista e l’annuncio di 4.000 nuovi insediamenti coloniali“.

“Borrell ci ha detto:Come potete immaginare che metta all’ordine del giorno un incontro di cooperazione con le immagini in TV… suvvia!’“, ha aggiunto il funzionario.

Ma questa non è stata una posizione di principio.

Il codardo Borrell era semplicemente preoccupato di salvare le apparenze e pensava che fosse prudente aspettare che l’omicidio della corrispondente di Al Jazeera non fosse più sulle prime pagine dei giornali prima di offrire ulteriori ricompense a Israele.

The Times of Israel riferisce che Borrell ha annunciato che avrebbe portato avanti la questione solo durante i sei mesi di presidenza ceca, iniziata il 1° luglio.

Ed è esattamente quello che è successo – nonostante l’ininterrotta espulsione da parte di Israele degli abitanti dei villaggi palestinesi da Masafer Yatta nella Cisgiordania occupata – tra gli altri crimini di guerra che l’UE pretende di contrastare.

“Il fatto che 27 ministri degli Esteri dell’UE abbiano votato all’unanimità a favore del rafforzamento dei legami economici e diplomatici con Israele è una prova della forza diplomatica di Israele e della capacità di questo governo di creare nuove opportunità con la comunità internazionale”, si è vantato il primo ministro israeliano Lapid dopo la decisione dell’UE di lunedì.

È anche la prova dell’assoluta codardia e della volontaria complicità dell’Unione Europea e di ogni suo membro.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La Corte israeliana sentenzia a favore di un’ampia impunità

Maureen Clare Murphy

11 luglio 2022 – The Electrèonic Intifada

La settimana scorsa l’Alta Corte di Israele ha emesso una sentenza in favore di un’ampia immunità per lo Stato per i crimini di guerra perpetrati a Gaza.

Le associazioni palestinesi per i diritti umani affermano che la sentenza sottolinea l’urgente necessità di un’immediata inchiesta della Corte Penale Internazionale.

Adalah, un’associazione palestinese per i diritti umani, ha dichiarato che “la sentenza significa che tutti gli abitanti di Gaza sono esclusi da qualunque risarcimento e ricorso in Israele, a prescindere dalle circostanze, nel corso di ‘azioni di guerra’ o di altro genere”.

La sentenza dell’Alta Corte è una risposta ad una richiesta di risarcimento da parte di Israele per le gravi ferite riportate da Attiya Nabaheen, che aveva appena compiuto 15 anni quando fu colpito dal fuoco delle forze israeliane nel cortile davanti a casa sua mentre rientrava da scuola a Gaza nel novembre 2014.

Nabaheen è rimasto paralizzato in seguito alle ferite.

Adalah e Al Mezan, un’altra associazione per i diritti umani, avevano fatto ricorso presso la Corte per contestare una legge entrata in vigore nel 2012, che prevede che gli abitanti della Striscia di Gaza non possano ricevere risarcimenti da parte di Israele in quanto nel 2007 essa è stata dichiarata ‘territorio nemico.’

Un tribunale di prima istanza ha utilizzato quella legge per respingere il tentativo di Nabaheen di ricevere un risarcimento da Israele per le sue ferite.

L’Alta Corte ha affermato che la legge è conforme al diritto internazionale e che in ogni caso il parlamento israeliano “ha il potere di scavalcare le norme del diritto internazionale.”

Adalah e Al Mezan hanno replicato che la sentenza dell’Alta Corte “giustifica l’avvio immediato di un’inchiesta [della Corte Penale Internazionale], in quanto essa nega alle vittime civili palestinesi di crimini di guerra compiuti da Israele la possibilità di ogni ricorso giuridico.”

Le associazioni aggiungono che “non c’è prova più evidente del fatto che il sistema giuridico israeliano è determinato a legittimare i crimini di guerra e a cooperare con l’esercito nei suoi sforzi di negare alle vittime ogni rimedio legale.”

Un’inchiesta indipendente dell’ONU sull’utilizzo da parte di Israele di forza letale contro i manifestanti della Grande Marcia del Ritorno nel 2018 ha preso in esame il caso di Nabaheen e le sue implicazioni per altri abitanti di Gaza.

La sentenza preclude “la via principale per far valere il loro diritto ad ‘un efficace risarcimento legale’ da parte di Israele, che è loro garantito dalla legislazione internazionale”, hanno dichiarato gli inquirenti dell’ONU.  “E’ quindi difficile sopravvalutare il peso di questa sentenza.”

Nel tentativo di giustificare l’uso della forza letale contro manifestanti disarmati, Israele ha inventato un nuovo infondato paradigma del diritto internazionale, che etichettava la Grande Marcia del Ritorno come parte del suo conflitto armato con Hamas, l’organizzazione politica e di resistenza palestinese che controlla gli affari interni di Gaza.

Le direttive dell’esercito israeliano stabiliscono che deve essere avviata un’inchiesta penale immediatamente dopo la morte di un palestinese al di fuori di attività di combattimento.

Classificando la Grande Marcia del Ritorno come parte del conflitto armato con Hamas, anche se i manifestanti erano disarmati, Israele ha creato un quadro giuridico separato per gestire le denunce relative alle proteste.

Una scappatoia legale

Questa importante scappatoia legale viene anche impiegata riguardo ai palestinesi uccisi dalle forze di occupazione israeliana in Cisgiordania.

Il procuratore generale dell’esercito israeliano ha dichiarato che l’uccisione della corrispondente di Al Jazeera Shireen Abu Akleh mentre documentava un’incursione dell’esercito a Jenin in maggio era “un evento bellico” e pertanto nessun soldato dovrebbe subire denunce penali.

Israele ha praticamente ammesso che uno dei suoi soldati ha ucciso Abu Akleh e la scorsa settimana il Dipartimento di Stato USA ha comunicato che la giornalista è stata “probabilmente” uccisa da un’arma da fuoco delle truppe israeliane.

Sia Israele che gli USA sembrano trattare l’uccisione di Abu Akleh come un errore operativo piuttosto che come una sospetta esecuzione extragiudiziale.

Diverse indagini indipendenti condotte da associazioni per i diritti umani e da organi di informazione internazionali hanno altresì concluso che Abu Akleh molto probabilmente è stata uccisa da fuoco israeliano.

L’indagine forense della CNN, citando l’esperto di armi esplosive Chris Cobb-Smith, nota che “Abu Akleh è stata uccisa da diversi spari”.

Cobb-Smith ha affermato che “il numero di tracce dei colpi sull’albero dove si trovava Abu Akleh prova che non si è trattato di uno sparo casuale, lei è stata presa di mira.”

Venerdì scorso la famiglia di Abu Akleh ha inviato una lettera al Presidente USA Joe Biden, di cui è prevista una visita in Israele e Cisgiordania la prossima settimana, ed ha accusato la sua amministrazione di “muoversi verso la cancellazione di qualunque misfatto delle forze israeliane.”

Gli USA non sembrano far pressione su Israele per un’inchiesta penale: il portavoce del Dipartimento di Stato Ned Price ha detto durante una conferenza stampa martedì scorso che “non stiamo cercando di essere prescrittivi riguardo a ciò.”

Sembra che per l’amministrazione Biden responsabilizzazione significhi incoraggiare “passi verso la protezione dei civili e dei non combattenti in una zona di conflitto.”

Price ha aggiunto che l’esercito israeliano “è nella condizione di prendere in considerazione dei passi perché non possa più accadere niente di simile.”

Venerdì la famiglia di Abu Akleh ha detto che “non possiamo credere che una tale aspettativa sia il massimo della risposta della vostra amministrazione.”

La famiglia ha sottolineato l’aiuto militare incondizionato degli USA a Israele e “il quasi assoluto appoggio diplomatico per evitare ai dirigenti israeliani di assumersi le responsabilità.”

I famigliari di Abu Akleh hanno fatto richiesta a Biden di incontrarli durante la sua imminente visita e di fornire loro le informazioni raccolte dalla sua amministrazione riguardo all’uccisione della giornalista.

La famiglia ha parlato al presidente del proprio “dolore, sdegno e sensazione di tradimento” di fronte ai suoi determinati tentativi di assicurare “la cancellazione di ogni misfatto compiuto dalle forze israeliane.”

“Ci aspettiamo che l’amministrazione Biden sostenga i nostri sforzi per ottenere responsabilizzazione e giustizia…dovunque ciò possa condurci”, ha affermato la famiglia.

Corte Penale Internazionale

Una di tali sedi processuali è la Corte Penale Internazionale, che è stata adita relativamente all’uccisione di Abu Akleh sia dall’Autorità Nazionale Palestinese che da Al Jazeera. Gli USA si sono affiancati a Israele nel cercare di boicottare l’inchiesta dell’Aja in Palestina.

La CPI privilegia le indagini interne ad un Paese, dove esse sussistano.

La recente sentenza della corte israeliana che ha rifiutato il risarcimento per Attiya Nabaheen e la copertura della responsabilità per l’uccisione di Shireen Abu Akleh dovrebbero dissolvere ogni restante dubbio su ciò a cui si prevede che serva il sistema giuridico di Israele.

Ma resta in dubbio se la CPI funzionerà come un tribunale di ultima istanza per i palestinesi con qualche carattere di urgenza.

Mentre raccoglie risorse per una tempestiva inchiesta in Ukraina, con il rischio per la presunta indipendenza della Corte proveniente dalle contribuzioni volontarie all’indagine, l’inchiesta sulla Palestina sembra essere lasciata morire sul nascere.

Il silenzio sulla Palestina e su altre inchieste che non hanno l’appoggio di potenti Stati “può aver indebolito l’effetto di deterrenza della Corte ed ha lasciato un vuoto che è stato riempito da attacchi politici all’operato della Corte, e anche da attacchi nei confronti di difensori dei diritti umani”, ha recentemente dichiarato Amnesty International.

Senza una risposta ugualmente forte alle crisi in Palestina e in Afghanistan, come in altri luoghi, l’ufficio del procuratore della CPI potrebbe essere considerato “semplicemente il braccio legale della NATO”, come ha detto recentemente l’avvocato per i diritti umani Reed Brody.

Mureen Clare Murphy è caporedattrice di The Electronic Intifada

(traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Un tribunale tedesco sentenzia che la Deutsche Welle ha licenziato illegalmente una giornalista palestinese

Ali Abunimah

8 luglio 2022 – Electronic Intifada

In Germania un tribunale ha dichiarato che la Deutsche Welle [emittente informativa pubblica tedesca, ndtr.] ha illegalmente licenziato una giornalista palestinese in base a false accuse di antisemitismo.

Maram Salem ha fatto parte di un gruppo di giornalisti arabi licenziati dalla rete pubblica in seguito a una campagna ufficiale di calunnie che li accusava di fanatismo antiebraico per le loro affermazioni o critiche riguardo ad Israele.

Mercoledì il tribunale del lavoro di Bonn ha sentenziato che il licenziamento di Salem non è valido.

Secondo una dichiarazione del suo avvocato, Ahmed Abed, “durante l’udienza il tribunale ha stabilito che i post su Facebook di cui era accusata non erano antisemiti e la rescissione del contratto è stata illegittima.”

La dichiarazione aggiunge che Salem “ha spiegato di essere da molto tempo una sostenitrice dei diritti delle donne, dei diritti dell’uomo, degli animali e LGBTQ e che le accuse l’hanno profondamente ferita. Ha chiesto alla DW di assumersi le proprie responsabilità, scusarsi pubblicamente e ritirare le accuse.”

Il comunicato afferma che il tribunale ha rigettato le accuse di antisemitismo degli investigatori Ahmad Mansour, Sabine Leutheusser-Schnarrenberger e Beatrice Mansour.

Ahmad Mansour, uno psicologo tedesco palestinese in stretto rapporto con la lobby israeliana, e Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, ex-ministra della giustizia tedesca, erano stati incaricati da Deutsche Welle di indagare in merito al presunto antisemitismo all’interno dell’emittente.

Le opinioni anti-musulmane, anti-arabe e filoisraeliane di Mansour ne hanno fatto uno dei beniamini dei media tedeschi e di istituzioni finanziate dallo Stato.

A febbraio Deutsche Welle ha licenziato Salem insieme a vari altri giornalisti sulla base del loro rapporto. Secondo la dichiarazione del suo avvocato, la Deutsche Welle, che si maschera da campione della libertà di parola e di stampa, ha cercato di dipingere come antisemita la citazione di Salem riguardo all’“illegale occupazione israeliana”.

“Il verdetto dimostra che le campagne di diffamazione contro donne palestinesi come me o Nemi El-Hassan non hanno più successo,” afferma Salem. “Fin dall’inizio era chiaro che sono innocente.” El-Hassan è una giornalista tedesca di origini palestinesi a cui è stato annullato un programma scientifico da un’altra emittente, la Westdeutscher Rundfunk.

La presunta infrazione di El-Hassan è stata “linkare” post Instagram sull’account di Jewish Voice for Peace, ben nota associazione con sede negli USA che si impegna per i diritti dei palestinesi e si oppone al sionismo, l’ideologia dello Stato di Israele.

“Il tribunale del lavoro di Bonn ha messo in chiaro che le gravi accuse di antisemitismo contro Maram sono assolutamente prive di fondamento,” afferma l’avvocato Abed. “Ora la Deutsche Welle dovrebbe proteggere Maram invece di piegarsi alle provocazioni.”

L’ European Legal Support Center [Centro Europeo per il Sostegno Legale], un’associazione che lotta contro la repressione nei confronti dei palestinesi attraverso il ricorso ai tribunali, ha salutato la vittoria di Salem come il “primo successo nella causa della Deutsche Welle.”

Anche Farah Maraqa, giornalista palestinese giordana licenziata nel corso della caccia alle streghe contro gli arabi, ha denunciato la Deutsche Welle. La sua causa è ancora in corso.

L’appoggio incondizionato nei confronti di Israele è visto dalla dirigenza tedesca come una forma di riparazione per l’uccisione di milioni di ebrei europei da parte del governo tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale.

Di conseguenza le istituzioni tedesche reprimono i palestinesi e i sostenitori dei loro diritti facendo ricorso a intimidazioni giudiziarie, calunnie, censura e violenze.

L’impegno tedesco nel sostegno ai crimini di Israele contro i palestinesi è talmente inflessibile da consentire a Israele di uccidere nella totale impunità cittadini tedeschi, compresi minorenni.

Ma, in un segnale di speranza che democrazia e diritti umani possano essere possibili in Germania, i tribunali hanno reagito contro la repressione anti-palestinese.

Con un’altra recente sconfitta della censura ufficiale, la città di Stoccarda ha riconosciuto di aver illegittimamente cancellato dal proprio sito web un’informazione relativa a un’associazione locale di sostegno ai palestinesi.

L’amministrazione cittadina ha ottemperato a una sentenza del tribunale e ripubblicato l’ informazione.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Gli Stati Uniti elimineranno il diritto alla libertà di parola per servire Israele?

Nora Barrows-Friedman

27 giugno 2022-The Electronic Intifada

La scorsa settimana la Corte Suprema degli Stati Uniti ha annullato il diritto delle donne di prendere la decisione autonoma sull’interruzione di gravidanza.

Quello che era stato un diritto costituzionalmente stabilito per 50 anni è stato abrogato con un tratto di penna. Ciò ha fatto seguito a decenni di lavoro incessante da parte di gruppi di destra contro l’aborto, inclusi eminenti legislatori, per erodere i diritti all’assistenza sanitaria e al controllo sul proprio corpo, sulla propria famiglia e sul proprio futuro.

La maggioranza degli americani vede il ribaltamento di Roe vs. Wade come un serio passo indietro per i diritti delle donne e teme che altri diritti possano ora essere in pericolo. In effetti, la stessa corte potrebbe decidere di impedire a consumatori, aziende, pubblicazioni e appaltatori statali di esercitare il loro diritto di impegnarsi in boicottaggi politici, un diritto riconosciuto da decenni da quella istituzione.

Annullando la propria decisione del 2021, il 22 giugno la Corte d’Appello dell’ottavo circuito federale ha stabilito che il boicottaggio di Israele non è protetto dal Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti.

L’American Civil Liberties Union (ACLU) ha confermato che farà appello alla Corte Suprema. Se la Corte Suprema accetterà di esaminare il caso, potrebbe creare un precedente importante per proteggere i boicottaggi come azione politica o, se la corte fosse d’accordo con l’8° circuito, accelerare lo smantellamento del diritto alla libertà di parola. Se la Corte Suprema deciderà di non esaminare il ricorso, la decisione dell’8° Circuito rimarrà valida [e definitiva, ndt].

La sentenza si concentrava su un caso sollevato in Arkansas dall’editore di The Arkansas Times che si era visto porre come condizione per ricevere contratti statali una dichiarazione che il giornale non avrebbe boicottato Israele.

Secondo Palestine Legal, un gruppo che difende gli attivisti per i diritti dei palestinesi dagli attacchi legali, più di 30 Stati degli Stati Uniti hanno approvato misure che condannano o tentano di limitare la campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) per i diritti dei palestinesi.

Incoraggiati dai gruppi di pressione israeliani e dallo stesso governo israeliano, diversi politici affermano che rifiutarsi di acquistare prodotti israeliani e criticare le violazioni dei diritti umani da parte di Israele – o la sua ideologia di stato sionista – equivale a fanatismo antiebraico.

La legge dell’Arkansas del 2017, che è stata annullata nel 2021, richiedeva allo Stato di creare una lista nera di società che boicottavano Israele e costringeva gli enti pubblici a disinvestire dalle società segnalate nella lista nera.

La parte della legge in questione in questo caso è il requisito che gli appaltatori statali forniscano una certificazione scritta che non boicottano e non boicotteranno Israele.

La Corte d’appello dell’ottavo circuito ha stabilito nel febbraio 2021 che la legge dell’Arkansas era incostituzionale perché si trattava di un tentativo da parte di un ente governativo di impedire un discorso politico.

Ma la scorsa settimana un gruppo più numeroso di giudici della stessa Corte ha annullato la decisione. Tale voltafaccia “ignora la storia dei precedenti e considera la legge statale come una restrizione a una condotta esclusivamente commerciale che non comporta alcun messaggio politico”, ha affermato Palestine Legal.

“Nel sostenere la legge anti-BDS dell’Arkansas la Corte ha rifiutato di affrontare la realtà che queste leggi fanno parte di uno sforzo per proteggere Israele dalle sue responsabilità”, ha aggiunto l’organizzazione. La decisione “è un attacco al nostro diritto di dissentire dallo status quo”.

Pubbliche relazioni” per Israele

Rappresentato dall’ACLU, l’editore Alan Leveritt ha intentato la causa iniziale nel 2019 dopo che l’Università dell’Arkansas-Pulaski Technical College “ha informato l’Arkansas Times che doveva firmare una certificazione che non si sarebbe impegnata in un boicottaggio di Israele se avesse voluto continuare a ricevere contratti pubblicitari” dall’Università, come riportato all’epoca dal quotidiano.

Leveritt ha rifiutato e il giornale ha perso il contratto con l’Università.

Ha detto alla NBC che il giornale non stava “cercando una rissa”.

Ma quando le agenzie statali chiedono ai giornalisti di firmare un impegno politico, Leveritt ha aggiunto: “Non sei più un giornalista. Sei nelle pubbliche relazioni”.

Un giudice federale ha respinto il caso iniziale di Leveritt nel gennaio 2019, stabilendo che i boicottaggi politici non sono protetti dal Primo Emendamento.

Ma l’ACLU ha presentato ricorso, affermando che la legge viola chiaramente le tutele costituzionali “punendo i boicottaggi politici non graditi”.

Lo scorso anno le principali lobby pro Israele hanno criticato la sentenza iniziale della Corte d’appello e successivamente hanno elogiato la recente inversione di tendenza.

Brian Hauss dell’ACLU ha dichiarato: “speriamo e ci aspettiamo che la Corte Suprema metta le cose a posto e riaffermi l’impegno storico della nazione a fornire una solida protezione ai boicottaggi politici”.

Tali boicottaggi hanno svolto un ruolo chiave nel movimento per i diritti civili per porre fine alla supremazia bianca legalmente formalizzata negli Stati Uniti e, più recentemente, sono stati utilizzati con successo per sfidare le leggi discriminatorie in alcuni Stati (degli USA).

Julia Bacha, una regista il cui nuovo documentario, “Boycott”, si concentra sulla lotta contro le misure anti-BDS, ha avvertito che la sentenza dell’8th Circuit Court ha implicazioni di vasta portata per altre azioni politiche.

Ha notato che misure simili che mirano a proibire i boicottaggi delle industrie dei combustibili fossili e delle armi da fuoco sono già state presenti nelle legislature statali.

E ha implorato gli attivisti di ritenere i legislatori democratici ugualmente responsabili per la loro complicità “nell’aprire il vaso di Pandora quando hanno sostenuto in modo schiacciante i progetti di legge anti-BDS”.

Palestine Legal ha affermato che “le cattive decisioni dei tribunali non possono fermare un movimento che si batte per principi di giustizia”.

In mezzo alla proliferazione di leggi anti-boicottaggio “mirate ad altri movimenti per la giustizia sociale, questa decisione costituisce un pericoloso precedente per chiunque sia interessato a cercare un cambiamento sociale, politico o economico”, ha aggiunto l’organizzazione.

Ma, ha spiegato Palestine Legal, “anche mentre queste battaglie si svolgono nelle aule di tribunale e nei parlamenti degli Stati, il fondamentale lavoro organizzativo continua verso il nostro obiettivo finale: libertà e giustizia in Palestina, negli Stati Uniti e altrove.”

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




I pericoli non dissuadono i bambini dal lavorare nelle discariche di Gaza 

Ola Mousa 

16 giugno 2022The Electronic Intifada

Ogni giorno i bambini rovistano nella discarica di Deir al-Balah.

Fra loro c’è Fadi, undici anni. Va alla discarica nel centro di Gaza ogni giorno, dopo la scuola.

Non abbiamo scelta,” dice Mustafa, suo padre, che lo accompagna per cercare materiali che si possano recuperare e vendere agli impianti di riciclaggio. “Se non lo facessimo, moriremmo di fame.”

Mustafa è un meccanico, ma è disoccupato da sette anni. Entrambi si sono feriti mentre lavoravano alla discarica.

I pericoli di questo lavoro sono risultati evidenti all’inizio di quest’anno.

A gennaio, Osama al-Sirsik, 14 anni, è morto in una discarica a Johr al-Deek, a sud di Gaza City.

Osama ci era andato a lavorare con suo padre, Arafat. Insieme avrebbero raccolto plastica e metalli, particolarmente rame e alluminio, qualsiasi cosa che potessero vendere.

Dobbiamo guadagnarci da vivere”

Era una giornata fredda e piovosa,” dice Arafat. “Ma il brutto tempo non ci ha fermati. Dovevamo guadagnarci da vivere.”

Erano alla discarica da circa due ore quando Arafat si è reso conto che Osama non c’era più. Arafat all’inizio ha pensato che il figlio fosse stato attaccato dai cani.

Il corpo di Osama è stato trovato dopo una lunga ricerca ed è stato accertato che era morto per asfissia traumatica.

Arafat conta sui suoi miseri guadagni derivanti dalla raccolta di materiali riciclabili per sfamare la famiglia. Negli ultimi quattro anni non ha avuto altra fonte di guadagno.

Osama era il più grande dei suoi cinque figli.

La morte del ragazzino ha spinto il comune di Gaza a vietare l’accesso alla discarica ai non addetti ai lavori. Il divieto è stato contestato da varie persone la cui vita dipende dalla raccolta di rifiuti riutilizzabili o riciclabili.

Secondo Marwan al-Ghoul, un impiegato del comune, quasi tutti quelli che raccolgono materiali nella discarica non sono a conoscenza di quanto il loro lavoro possa essere pericoloso.

Stanno solo cercando di sbarcare il lunario,” dice. “Stiamo cercando di trovare urgentemente una soluzione, specialmente perché il lavoro minorile è in aumento.”

Lavorare o morire di fame

Omar, padre di sette figli, si è rifiutato di smettere di raccogliere rifiuti nella discarica. Due dei suoi figli, di 18 e 10 anni, lavorano con lui.

Qualche volta non riesco a dare abbastanza da mangiare alla mia famiglia,” dice.

Omar, un fabbro, è disoccupato da lungo tempo. Con la raccolta di scarti guadagna solo una piccola somma, fino a 9 dollari al giorno.

Quando ho cominciato a fare questo lavoro mi vergognavo,” dice. “Adesso non più. Nessuno può impedirmelo. Le autorità vogliono farci smettere, ma io e molti altri continueremo. Non vorrei farlo, ma non voglio neanche che i miei bambini muoiano di fame.”

Secondo gli ultimi dati disponibili il Palestinian Central Bureau of Statistics [Ufficio centrale palestinese di statistica] ipotizza che meno dell’uno per cento dei minori di Gaza tra i 10 e i 17 anni faccia un lavoro, retribuito o non retribuito.

Ciononostante il Ministero dello Sviluppo Sociale di Gaza crede che il lavoro minorile sia in aumento.

All’inizio dell’anno il ministero ha svolto un’indagine in varie parti di Gaza tra 10.000 famiglie con un reddito inferiore ai 250 dollari.

Secondo l’indagine, fino ad ora inedita, il 60% dei genitori che hanno risposto accetterebbe che i propri figli lavorino, ma solo come ultima risorsa.

Il lavoro minorile a Gaza è conseguenza della povertà, del blocco israeliano e della disoccupazione,” dice Iman Omar, un assistente sociale del ministero. “La maggioranza dei minori che lavorano va comunque a scuola. Lavorano nelle discariche con i padri o i fratelli o vendono materiali.”

Ogni giorno Sharif, 9 anni, raccoglie plastica, lattine vuote e altri metalli per le strade di Gaza. Lavora lui per mantenere la famiglia dato che suo padre è morto,

E voglio risparmiare abbastanza per comprarmi un telefonino,” dice. “Tutti i miei compagni di scuola ne hanno uno e guardano soap e cartoni animati. A casa noi non abbiamo né computer né telefono.”

Un altro che fa un lavoro simile è l’undicenne Husam. Il padre disabile è disoccupato da lungo tempo.

Netturbini e altre persone hanno cercato di impedirgli di raccogliere materiali, ma lui continua.

Carica tutta la plastica e i metalli raccolti nelle discariche e per strada su un carretto che poi il fratello maggiore porta all’impianto di riciclaggio. L’unica precauzione significativa che prende è evitare le discariche vicino agli ospedali per paura delle siringhe.

Husam e il fratello riescono a guadagnare circa 6 dollari al giorno. Lui va a una discarica ogni mattina presto nella speranza di arrivare per primo.

A volte non riesco a raccogliere niente,” dice Husam. “È perché ci sono molti altri bambini e persino adulti che fanno questo tipo di lavoro.”

Ola Mousa è un’artista e scrittrice di Gaza.

(tradotto dall’inglese da Mirella Alessio)




Come Israele riesce a vincere nonostante l’UE non creda alle sue menzogne

Maureen Clare Murphy

10 giugno 2022 – Electronic Intifada

Questa settimana fonti diplomatiche hanno detto a un giornale israeliano che i Paesi europei non credono alla definizione di “terroriste” che lo scorso anno Israele ha imposto ad alcune organizzazioni palestinesi per i diritti umani e i servizi sociali.

Si tratta di Addameer, Al-Haq, the Bisan Center for Research and Development [Centro Bisan per la Ricerca e lo Sviluppo], Defense for Children International-Palestine [Difesa Internazionale dei Minori – Palestina], the Union of Palestinian Women’s Committees [Unione dei Comitati delle Donne Palestinesi] e Union of Agricultural Work Committees [Unione dei Comitati del Lavoro Agricolo].

Israele accusa queste associazioni di dirottare fondi verso il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, un partito politico di sinistra della resistenza.

Questo gruppo è stato messo al bando da Israele, così come dagli USA e dall’UE, in quanto si è rifiutato di riconoscere Israele e di rinunciare alla resistenza armata contro l’occupazione e la colonizzazione.

Tutte e sei le organizzazioni prese di mira lavorano in Palestina da molti anni e hanno solidi rapporti a livello internazionale.

Tre di queste organizzazioni stanno rappresentando vittime palestinesi nell’inchiesta per crimini di guerra in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza della Corte Penale Internazionale.

Il fatto che Israele abbia inserito nella lista nera questi gruppi è stato denunciato da una nuova commissione d’inchiesta permanente dell’ONU che nel suo primo rapporto, reso pubblico martedì, prende in esame il sistema di oppressione israeliano nel suo complesso.

La commissione “nota con preoccupazione i crescenti attacchi e i tentativi di mettere a tacere difensori dei diritti umani e organizzazioni della società civile che sostengono la difesa dei diritti umani e la responsabilizzazione.”

Il responsabile ONU per i diritti umani ha affermato che le “decisioni riguardo alla definizione [di organizzazioni terroristiche, ndt.] sono basate su ragioni vaghe e inconsistenti” e che alcune delle giustificazioni di Israele “si riferiscono ad attività per i diritti umani totalmente pacifiche e legittime.”

In aprile decine di esperti indipendenti per i diritti umani dell’ONU hanno invitato i governi a riprendere i finanziamenti alle associazioni inserite nella lista nera.

Non convincenti

Secondo quanto riportato mercoledì dal giornale, rappresentanti diplomatici di sei Paesi hanno detto al quotidiano di Tel Aviv Haaretz [di centro sinistra, ndt.] che “Israele ha consegnato loro attraverso canali diplomatici e di intelligence materiale per dimostrare le sue affermazioni contro le associazioni.”

“È semplice: ci sono state fornite prove e noi non le abbiamo trovate abbastanza convincenti,” ha detto un diplomatico ad Haaretz.

Il giornale ha aggiunto: “Un altro [diplomatico, ndt.] ha affermato che funzionari di molti di questi Stati credono che le prove presentate da Israele ‘non rispondano al livello di prova richiesto per dimostrare il trasferimento di fondi.”

Benché nessuno Stato europeo abbia ritirato il proprio appoggio in seguito alla definizione israeliana, solo il Belgio ha pubblicamente affermato che non ci sono basi per le affermazioni di Tel Aviv.

Con una dimostrazione di estrema deferenza nei confronti di Israele, l’Unione Europea ha tuttavia sospeso i finanziamenti a due delle organizzazioni – Al-Haq e l’Union of Agricultural Work Committees – e altri finanziatori hanno rinviato i propri contribuiti mentre stanno indagando sulle affermazioni di Tel Aviv.

Fonti diplomatiche hanno detto ad Haaretz che è insolito che la Commissione Europea, l’organo esecutivo dell’UE, abbia congelato il proprio sostegno ad Al-Haq, prendendo quindi una posizione che si allontana da quella degli Stati membri dell’UE.

Ciò in effetti significa che funzionari non eletti di Bruxelles hanno imposto la propria politica estera a governi eletti di Stati membri dell’UE.

Alcuni diplomatici hanno detto al giornale che dietro a questa iniziativa c’è Olivér Várhelyi, un importante funzionario della Commissione Europea.

Várhelyi è il promotore del ritiro da parte dell’UE di circa 230 milioni di dollari di finanziamento per malati di tumore palestinesi e per altri servizi fondamentali.

Il pagamento è stato rimandato fin dallo scorso anno “in quanto l’Unione Europea continua a condizionare il rilascio dei fondi in base a specifiche accuse nei confronti dei libri di testo palestinesi,” ha affermato lo scorso mese il Norwegian Refugee Council [Consiglio Norvegese per i Rifugiati].

Várhelyi è stato nominato a questo incarico da Viktor Orbán, il primo ministro di estrema destra dell’Ungheria, suo Paese d’origine, che ha fatto circolare luoghi comuni antisemiti nelle campagne elettorali ed ha conferito lo status di eroe a un collaboratore dei nazisti, vere e proprie manifestazioni di fanatismo antiebraico che Várhelyi non ha ancora condannato.

Gli olandesi hanno posto fine al loro appoggio a favore dell’Union of Agricultural Work Committees benché un’indagine governativa non abbia trovato “alcuna prova” di “flussi di finanziamento” tra questi e il FPLP.

L’Aia ha interrotto i suoi finanziamenti sulla base dell’affiliazione a titolo personale di collaboratori e membri della direzione dell’UAWC, punendo concretamente tutta l’organizzazione e tutti i suoi beneficiari in base alle presunte simpatie politiche di alcuni di essi.

Impatto incalcolabile”

Quindi, mentre non si prevede che l’ufficio antifrode della Commissione Europea indaghi le associazioni, in ogni caso Israele “ha ottenuto quello che voleva”, come ha ammesso una fonte diplomatica ad Haaretz.

“Ciò ha danneggiato il lavoro di queste organizzazioni palestinesi ed ha avuto un impatto incalcolabile sulle comunità che esse aiutano,” hanno detto in aprile gli esperti dell’ONU.

Israele sta cercando di espellere Salah Hammouri, un legale di Addameer che attualmente è detenuto senza accuse o processo.

Dall’inizio di marzo Israele tiene in arresto Hammouri, nato a Gerusalemme e con cittadinanza francese, e all’inizio di questa settimana ha prolungato di altri tre mesi l’ordine di detenzione amministrativa contro di lui la stessa mattina in cui avrebbe dovuto essere rilasciato.

Tel Aviv intende revocare la residenza permanente di Hammouri e deportarlo da Gerusalemme sulla base di accuse di “slealtà” nei confronti di Israele.

Nel 2016 Israele ha espulso la moglie di Hammouri, Elsa Lefort, quando era incinta di sette mesi. Lefort, di nazionalità francese, e i figli della coppia hanno il divieto di ingresso nel Paese.

La persecuzione di Hammouri da parte di Israele è stata sottoposta alla Corte Penale Internazionale.

Il Center for Constitutional Rights [Centro per i Diritti Costituzionali], con sede a New York, e la federazione per i diritti umani FIDH di Parigi hanno detto al procuratore generale della Corte che il caso di Hammouri è “un esempio lampante e un indicatore di una nuova tattica” nei tentativi israeliani di lunga data per cacciare i palestinesi da Gerusalemme.

Israele ha anche imposto al personale il divieto di viaggiare e sembra che gli USA abbiano vietato a Sahar Francis, la direttrice di Addameer, di viaggiare nel Paese a causa della definizione da parte di Israele.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Pazienti vulnerabili a rischio per le divisioni palestinesi e il blocco israeliano

Israa Sulaiman e Khuloud Rabah Sulaiman

24 maggio 2022 – The Electronic Intifada

Ramadan Muhra, 39 anni, è morto dopo cinque mesi di malattia e deterioramento delle condizioni di salute.

Muhra aveva la talassemia. Se non trattata, può ucciderti. Ed è quello a cui è andato incontro Muhra dopo che gli ospedali di Gaza hanno esaurito i farmaci di cui aveva bisogno per mantenere sotto controllo la malattia.

E non è l’unico.

Secondo la Thalassemia Patients’ Friends Society di Gaza, un’organizzazione assistenziale, dall’inizio dell’anno sono morti in totale dieci pazienti affetti da talassemia.

Questa situazione è dovuta al fatto che a Gaza il trattamento di cui hanno bisogno è del tutto indisponibile, 15 anni dopo che Israele ha imposto un blocco punitivo sulla fascia costiera e le due principali fazioni palestinesi, Fatah e Hamas, si sono combattute a vicenda nell’ambito di una divisione politica ancora esistente tra Gaza e la Cisgiordania.

Muhra alla fine ha mostrato tutti i sintomi attesi dopo sei mesi di mancato trattamento. La sua pelle è diventata scura, il suo viso si è gonfiato e ha sviluppato un’osteoporosi. Sia il cuore che il fegato hanno subito gravi danni a causa di un eccesso di ferro nel suo organismo.

“Mio cugino era più forte di quanto immaginassimo”, ha detto Muhammed Muhra, 50 anni. “Ha combattuto la sua malattia fino al suo ultimo respiro e, anche se la sua salute stava costantemente peggiorando, non ha mai perso la speranza di ricevere la sua terapia e di riprendersi”.

La talassemia è una malattia congenita del sangue particolarmente diffusa nelle popolazioni dell’Asia meridionale, sudorientale, del mediterraneo e medio oriente. È causata da un’anomalia genetica che causa bassi livelli di emoglobina, con conseguente anemia e un eccesso di ferro nel sangue.

L’anemia viene trattata con trasfusioni di sangue, mentre viene utilizzata una medicina per controllare i livelli di ferro.

Uno dei farmaci più importanti per le persone con questa condizione è la deferoxamina, venduta a Gaza con il nome commerciale di Desferal.

Il Desferal aiuta a rimuovere l’eccesso di ferro causato dalle regolari trasfusioni di sangue di cui i pazienti talassemici hanno bisogno, proteggendo dai danni gli organi vitali.

Ma a Gaza le scorte di Desferal si sono esaurite all’inizio dell’anno, mettendo a rischio la vita dei malati di talassemia.

A quanto dice Muhammad, Ramadan Muhra è stato costretto a letto per mesi e non era in grado di camminare. Alla fine aveva perso molto peso e soffriva di spossatezza e costanti dolori addominali.

Muhammad, un tecnico satellitare, è arrabbiato perché la morte di suo cugino non doveva accadere. E’ stato, dice, “un omicidio deliberato”.

Non è morto come la maggior parte delle persone. È morto per mancanza di medicine causata da una lotta politica tra i due governi palestinesi”.

Occupazione e divisione

Ibrahim Abdallah, che è un coordinatore della Gaza Thalassemia Patients’ Friends Society, che organizza una serie di eventi sanitari e comunitari per i poco più di 300 pazienti di Gaza, ha anche accusato le autorità governative palestinesi divise.

Le restrizioni israeliane all’importazione di medicinali e al movimento dei pazienti hanno svolto un ruolo enorme. Al Mezan, un’organizzazione per i diritti umani, a febbraio ha scoperto che a Gaza le giacenze del 39 per cento dei farmaci vitali erano a zero, con meno di un mese di scorte rimanenti.

Ma oltre a queste restrizioni, la disponibilità di medicinali è notevolmente diminuita dal momento della separazione dei governi al potere nel 2007.

Secondo il ministero della Salute di Gaza l’Autorità Nazionale Palestinese nella Cisgiordania occupata, dominata da Fatah, fornisce ora a Gaza solo il 20% dei farmaci necessari. Il governo di Hamas nella Striscia di Gaza occupata fornisce un altro 20%, mentre gli enti di beneficenza cercano di colmare il deficit fornendo circa il 40%.

Non è abbastanza e Abdallah, pur affermando di capire la sua difficile posizione, sostiene comunque che Hamas deve affrontare questa situazione con urgenza poiché è responsabile di Gaza.

L’ANP di Fatah e il governo di Hamas nella Striscia di Gaza, prosegue, hanno contribuito tra loro a peggiorare la crisi sanitaria di Gaza e messo a rischio la vita delle persone, comprese quelle affette da talassemia.

Aggiunge che le scorte di Desferal si sono esaurite all’inizio dell’anno, mettendo a rischio decine di vite.

Nel frattempo l’associazione per la talassemia di Abdallah ha cercato di assicurarsi dei rifornimenti da altre parti.

Abbiamo ricevuto il primo lotto di 10.000 confezioni di Desferal da un’organizzazione di beneficenza in Kuwait. Il secondo lotto di 4.000 confezioni è previsto a breve”, afferma. “Questi dureranno per alcuni mesi, e poi torneremo alla stessa crisi”.

Abdallah, egli stesso affetto da talassemia, ha esortato entrambe le autorità palestinesi a mettere da parte le loro divergenze per affrontare la grave mancanza di medicine che sta “uccidendo i nostri pazienti”.

“Si incolpano l’un l’altro per questa crisi”.

Non è colpa nostra

Secondo i funzionari sia della Striscia di Gaza che della Cisgiordania, l’epidemia di COVID-19 ha esacerbato uno squilibrio finanziario paralizzante, impedendo loro di ottenere molte cure.

Secondo Alaa Helles, portavoce del ministero, la stretta finanziaria che il Ministero della salute di Gaza ha dovuto affrontare dopo il blocco gli ha impedito di ottenere e fornire tempestivamente la quantità necessaria di farmaci.

Con la diffusione della pandemia questa crisi non ha fatto altro che peggiorare.

Secondo Ossama al-Najjar, funzionario del Ministero della Salute a Ramallah, dall’anno scorso, quando l’azienda farmaceutica svizzera Novartis ha cessato le vendite all’Autorità Nazionale Palestinese a causa di debiti in sospeso, il Ministero non è stato in grado di distribuire un buon numero di medicinali.

“Siamo nel mezzo di un’orribile crisi finanziaria causata dai due anni della pandemia di COVID-19, che ci ha reso incapaci anche di acquisire le medicine più economiche”, aggiunge.

Ci sono aziende e fondazioni che acquistano regolarmente questi farmaci e ce li donano, spiega Al-Najjar, ma anche questo è bloccatoa causa della pandemia.

Ma respinge le accuse secondo cui Ramallah avrebbe in qualche modo sospeso deliberatamente la consegna delle medicine.

“Non appena il medicinale sarà presente nei magazzini”, ha detto, “sarà trasferito a Gaza”.

Lotta contro la malattia

Ashraf Humeid aveva 37 anni quando è morto lo scorso settembre per gravi complicazioni mediche dopo una lunga lotta contro la talassemia.

A causa della carenza di farmaci Humeid aveva ricevuto nei 14 anni prima della sua morte solo sei delle 12 somministrazioni al mese che avrebbe dovuto ricevere secondo il protocollo.

Poiché l’anno scorso l’economia palestinese si è ulteriormente deteriorata le somministrazioni sono state ridotte a due iniezioni al mese fino all’esaurimento completo delle scorte a Gaza.

Abdallah, che lo conosceva bene a causa della Friends Society, dice che le due somministrazioni erano del tutto insufficienti perché Humed potesse condurre una vita sana.

Ma lui non si è mai lamentato.

“Anche se la sua salute peggiorava e i farmaci erano finiti, ha lottato e ha tentato di nasconderci il suo dolore”, ha detto Abdallah. “Ma vedevamo quanto fosse sfinito.”

Alla fine a Humeid è stata diagnosticata un’insufficienza renale, con conseguente ingrossamento della milza e, infine, un’insufficienza cardiaca.

Nonostante la sua malattia e le significative complicazioni, si è impegnato fino alla fine per altri malati di talassemia come coordinatore per la Thalassemia Patients’ Friends Society.

“Ashraf sognava di proteggere le generazioni future da questa malattia, quindi ha deciso di lavorare con noi nell’associazione”, prosegue Abdallah.

“Era responsabile del programma di sensibilizzazione dell’associazione, che includeva lo svolgimento di eventi nelle università di Gaza e in altri luoghi pubblici per educare i giovani sull’importanza delle visite mediche prematrimoniali ai fini della riduzione dell’incidenza della talassemia”.

Secondo Abdallah tali eventi hanno contribuito a ridurre gradualmente negli ultimi dieci anni il numero di bambini nati con talassemia da 40 a quasi zero.

“Dopo la sua morte il progetto è stato intitolato a lui, in suo onore e per i suoi indimenticabili ed eroici sforzi a favore dei pazienti palestinesi”, afferma Abdallah.

Pazienti disperati

A Gaza molti malati di talassemia hanno perso le speranze di ricevere cure e temono di perdere la vita.

Sawsan al-Masri, 32 anni, è preoccupata di diventare la prossima vittima della carenza del farmaco Desferal.

Come Humeid, al-Masri ora riceve solo un’iniezione due volte alla settimana. Il suo viso è diventato pallido e i suoi muscoli si sono indeboliti, rendendola incapace di muoversi bene o di uscire di casa.

Inoltre soffre di epistassi occasionali e i suoi denti hanno iniziato a cadere. Il suo fegato è ora ingrossato e nel tempo ha sviluppato una cardiomiopatia, un indebolimento del muscolo cardiaco.

“Per me il Desferal è un miracolo perché mi fa sentire una persona normale che può fare tutto ciò che vuole“, ha detto a The Electronic Intifada. “Senza quel farmaco muoio lentamente.”

Da quando il Desferal è esaurito al-Masri assume un farmaco alternativo, ma finora non si è rivelato particolarmente utile. Nel giro di pochi mesi ha già perso a causa della malattia 10 dei suoi più cari amici.

“Prima di non essere più in grado di uscire di casa ho continuato ad andare in ospedale sperando di trovare le medicine e di tornare a una vita normale come tutti gli altri”, dice. Sono sempre rimasta delusa”.

E non ho idea di chi sarà il prossimo. Forse sarò io”.

Israa Sulaiman è una scrittrice di We Are Not Numbers [Non siamo dei numeri, progetto per giovani adulti della Striscia di Gaza, incoraggiati a scrivere e diffondere le loro storie personali, ndtr.]

Khuloud Rabah Sulaiman è una giornalista che vive a Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Jenin resiste tenacemente ai continui attacchi di Israele

Tamara Nassar

21 maggio 2022 – The Electronic Intifada

Un adolescente palestinese è stato ucciso dalle truppe israeliane a Jenin sabato nelle prime ore del giorno.

Le autorità sanitarie palestinesi lo hanno identificato come Amjad Walid al-Fayed, di 17 anni.

L’organizzazione di resistenza palestinese della Jihad islamica ha affermato che il loro membro è stato ucciso in uno scontro a fuoco tra i combattenti della resistenza palestinese e le forze di occupazione israeliane durante un’incursione israeliana nella città settentrionale della Cisgiordania.

Sabato centinaia di persone erano presenti al funerale di al-Fayed.

Un secondo adolescente è stato gravemente ferito allo stomaco dagli spari delle forze israeliane.

La Jihad islamica ha affermato che al-Fayed era imparentato con due militanti della resistenza palestinese che hanno combattuto contro le truppe di occupazione israeliane durante un’incursione a Jenin nell’aprile 2002.

Vent’anni fa i suoi zii Amjad e Muhammad al-Fayed sarebbero stati coinvolti in un’imboscata che portò all’uccisione di 13 soldati israeliani.

Secondo un rapporto dell’epoca del segretario generale delle Nazioni Unite, nell’aprile 2002 l’esercito israeliano massacrò nel campo profughi di Jenin almeno 52 palestinesi e ne ferì altre decine.

Inoltre le forze israeliane bombardarono 150 edifici, lasciando 450 famiglie senza casa. Secondo il rapporto alla fine dell’operazione rimasero uccisi 23 soldati israeliani.

Ragazzi come scudi umani

La scorsa settimana i soldati israeliani hanno usato un’adolescente palestinese come scudo umano durante uno scontro a fuoco con uomini armati palestinesi a Jenin.

Alle 6 del mattino del 13 maggio l’esercito israeliano ha assediato la casa di Ahed Mohammad Rida Mereb nel quartiere al-Hadaf di Jenin per arrestare suo fratello di 20 anni.

Dopo aver ordinato ai genitori e ai fratelli minori di Ahed di uscire di casa, l’esercito israeliano ha aperto il fuoco contro la casa in cui era rimasto il fratello. Secondo un’indagine sul campo di Defense for Children International-Palestine [ONG impegnata internazionalmente a difesa dei diritti del fanciullo, ndtr.] il fratello ha reagito sparando contro le truppe israeliane.

Due ore dopo, i combattenti della resistenza palestinese hanno iniziato a sparare pesantemente contro un veicolo militare israeliano.

I soldati hanno costretto Ahed a stare fuori dal veicolo militare per due ore mentre loro erano seduti all’interno in uno scambio di fuoco con uomini armati palestinesi.

Venivano sparati proiettili contro il veicolo militare da tutte le direzioni”, ha detto Ahed a DCIP.

“Tremavo, piangevo e gridavo ai soldati di spostarmi da lì perché i proiettili mi passavano sopra la testa”, ha aggiunto Ahed.

Ma uno di loro mi ha ordinato in arabo, attraverso un finestrino del veicolo militare, Rimani dove sei e non muoverti. Sei una terrorista. Resta al tuo posto finché non dirai addio a tuo fratello’”.

“Ahed ha provato a inclinare la testa di lato per schivare i proiettili, ma uno dei soldati israeliani le ha ordinato di stare dritta”, ha dichiarato DCIP.

È stata costretta a rimanere lì per due ore prima di correre vicino a un albero e crollare. È stata curata in ospedale per un grave stress mentale e bassi livelli di ossigeno.

Dopo aver evacuato la casa di Ahed, dove viveva con la sua grande famiglia, inclusi otto minori, le forze israeliane hanno bombardato la casa con granate a razzo causandone l’incendio, e poi l’hanno attaccata con proiettili veri.

Resistenza a Jenin

Nelle ultime settimane l’esercito israeliano ha intensificato gli attacchi su Jenin la resistenza nel campo profughi è diventata più dura.

Il 13 maggio, come accade quasi quotidianamente, le forze israeliane hanno invaso il campo profughi di Jenin e la vicina città di Burqin ferendo più di una dozzina di palestinesi ed effettuando arresti.

Quel giorno a Burqin un ufficiale israeliano è stato ucciso da combattenti della resistenza palestinese.

Le forze israeliane hanno cercato di arrestare il militante palestinese Mahmoud al-Dubai. Le truppe israeliane hanno circondato la sua casa e gli hanno ordinato di arrendersi.

Dopo uno scontro a fuoco di un’ora tra al-Dubai e le forze di occupazione israeliane, in cui, secondo quanto riferito, dei soldati israeliani sparavano contro la casa granate anticarro Energa [armi usate per il combattimento ravvicinato contro mezzi corazzati e postazioni fortificate, ndtr.], al-Dubai è stato arrestato.

“La quantità di spari contro di noi era incrediibile, migliaia di proiettili”, ha affermato un anonimo “alto ufficiale” su Arutz Sheva, una pubblicazione a sostegno delle attività di insediamento coloniale di Israele in Cisgiordania.

“Sono nell’esercito da più di 20 anni e non ho mai visto niente di simile”.

Nel tentativo di escogitare nuovi metodi per contrastare la resistenza, Israele sta valutando un ritorno all’uso dei raid aerei contro il campo un metodo di repressione che la Cisgiordania non vede dalla seconda Intifada di due decenni fa.

“Elicotteri e droni possono essere utilizzati per proteggere le truppe di terra attraverso l’uso del fuoco deterrente e possibilmente sparare contro combattenti armati”, ha riferito il quotidiano di Tel Aviv Haaretz.

Uccisi fratelli di prigionieri

Nel frattempo a Jenin il fratello di uno dei sei palestinesi evasi lo scorso settembre da una delle prigioni più fortificate di Israele è morto dopo essere stato colpito delle forze di occupazione israeliane.

Durante i combattimenti del 13 maggio a Jenin le forze israeliane hanno sparato a Daoud Zubaidi. Era un fratello di Zakaria Zubeidi, il prigioniero più noto evaso a settembre.

Zakaria Zubeidi era un comandante delle Brigate dei Martiri di al-Aqsa, una milizia affiliata a Fatah.

Daoud è stato trasferito all’ospedale Rambam di Haifa, dove è morto il 15 maggio.

Il politico israeliano di estrema destra Itamar Ben-Gvir ha visitato quell’ospedale poco prima che fosse annunciata la morte di Daoud Zubeidi.

Ben-Gvir ha invocato l’esecuzione per Daoud Zubeidi.

“Questo terrorista insieme ad altri terroristi dovrebbe essere mandato sulla sedia elettrica”, ha detto Ben-Gvir in un video.

Chiunque spari nella direzione dei nostri soldati, chiunque tenti di uccidere non dovrebbe ricevere cure o coccole in ospedale. Gli si deve infliggere la morte sulla sedia elettrica”.

L’uccisione di Daoud Zubaidi porta a 228 il numero dei palestinesi morti in Israele da detenuti. Israele sta ancora trattenendone il corpo e si rifiuta di consegnarlo alla famiglia.

Il Palestine Prisoners Club [ONG che sostiene i prigionieri politici nelle carceri di occupazione israeliana, ndtr.] ha detto che le forze israeliane hanno sparato contro di lui con l’obiettivo di “finirlo“.

Il fratello di un altro prigioniero evaso è morto il mese scorso mentre combatteva contro le forze israeliane.

Shas Kamamji, 29 anni, è stato ucciso nel villaggio di Kafr Dan il 14 aprile quando le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro una folla di persone che lanciavano pietre contro i veicoli militari.

Kamamji era il fratello di Ayham Kamamji, un altro dei fuggitivi dalla prigione di Gilboa. La fuga è stata considerata un colpo terribile per la reputazione dell’apparato di sicurezza israeliano.

I prigionieri rimasero in libertà per giorni e in alcuni casi settimane prima di essere nuovamente arrestati.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’iconica “Voce della Palestina” di Al Jazeera uccisa durante un raid israeliano

Ali Abunimah – 11 maggio 2022

ElectronicIntifada

Mercoledì mattina Shireen Abu Akleh , corrispondente di Al Jazeera, è stata colpita a morte da uno sparo durante un raid israeliano nella Cisgiordania occupata, provocando shock e rabbia in Palestina e in tutta la regione.

“Un crimine tragico e deliberato che viola tutte le leggi e le norme internazionali, le forze di occupazione israeliane hanno assassinato a sangue freddo la nostra corrispondente Shireen Abu Akleh”, ha affermato la rete con sede in Qatar.

Israele inizialmente ha incolpato i palestinesi della morte di Abu Akleh, ma in seguito ha ritrattato l’affermazione.

La sua morte è stata annunciata dal Ministero della Salute palestinese poco dopo la diffusione di video online che mostravano il suo corpo inerte mentre veniva caricato su un’auto e portato via.

Il sito web in lingua inglese della rete ha riferito che la corrispondente veterana “è stata colpita mercoledì da un proiettile mentre seguiva in diretta i raid israeliani nella città di Jenin ed è stata portata d’urgenza in ospedale in condizioni critiche, secondo il Ministero e i giornalisti di Al Jazeera”.

Quando è stata uccisa Abu Akleh, palestinese con cittadinanza statunitense, indossava il giubbotto della stampa e un casco. Aveva 51 anni.

Un altro giornalista, Ali Samoudi, è stato colpito alla schiena durante lo stesso scontro ed è stato riferito che si trova in condizioni stabili.

Nelle interviste rilasciate dal suo letto d’ospedale, Samoudi ha insistito sul fatto che i giornalisti fossero stati deliberatamente presi di mira dalle forze israeliane e che al momento non c’era nessuna azione di fuoco da parte dei palestinesi contro i soldati israeliani.

Samoudi ha detto che i giornalisti si trovavano in uno spazio aperto e dunque erano chiaramente visibili ai soldati. Ha detto che non c’era alcun palestinese combattente o civile nella zona, solo soldati israeliani.

“Stavamo per filmare l’operazione dell’esercito israeliano e all’improvviso ci hanno sparato senza chiederci di andarcene o interrompere le riprese”, ha detto Samoudi. “Il primo proiettile ha colpito me e il secondo proiettile ha colpito Shireen… non c’era alcuna resistenza militare palestinese sul posto”.

Anche Shatha Hanaysha, un’altra giornalista che si trovava proprio accanto ad Abu Akleh, ha affermato che non erano in corso scontri tra combattenti palestinesi ed esercito israeliano e ha affermato che i giornalisti sono stati intenzionalmente presi di mira.

“Eravamo quattro giornalisti, tutti indossavamo giubbotti, tutti indossavamo caschi”, ha detto Hanaysha ad Al Jazeera. “L’esercito di occupazione [israeliano] non ha smesso di sparare neanche quando si è accasciata. Non potevo nemmeno allungare il braccio per tirarla via a causa degli spari. Era evidente che l’esercito sparava per uccidere”.

Al Jazeera ha trasmesso il video di una persona con indosso un giubbotto antiproiettile con la scritta “Press” e un elmetto che giaceva immobile a terra, affermando che si tratta della scena finale dell’omicidio di Abu Akleh.

Si può vedere un’altra persona con indosso lo stesso abbigliamento accovacciata nelle vicinanze, mentre i palestinesi si avvicinano per prestare assistenza.

Israele si rimangia il tentativo di incolpare i palestinesi

Israele ha ammesso che i suoi soldati erano entrati nel campo profughi di Jenin alla ricerca di quelli che definisce “sospetti terroristi”.

I raid quasi quotidiani delle forze di occupazione israeliane in tutta la Cisgiordania provocano regolarmente feriti e morti tra i palestinesi.

Ma Tel Aviv è subito passata all’offensiva, negando la responsabilità per la morte di Abu Akleh.

Il primo ministro Naftali Bennett ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma: “Sembra probabile che dei palestinesi armati – che al momento stavano sparando indiscriminatamente – siano i responsabili della sfortunata morte della giornalista”.

Secondo il giornalista israeliano Barak Ravid, Bennett ha basato la sua affermazione su un video girato da palestinesi e condiviso sui social media.

Nel video si sente una voce che dice in arabo: “Hanno colpito un soldato, è sdraiato a terra”.

Il Ministero degli Esteri israeliano ha condiviso un’altra clip che mostra un uomo in uno stretto vicolo che spara con un’arma automatica. Il Ministero ha ribadito l’affermazione secondo cui i palestinesi “sparando indiscriminatamente avrebbero probabilmente colpito” Abu Akleh.

I sottotitoli nel video del Ministero degli Esteri non corrispondono al suo audio, e sembrano presi dal video condiviso da Ravid.

L’esercito israeliano ha condiviso lo stesso video.

Niente nei due video sembra collegato alla morte di Abu Akleh. L’obiettivo immediato di Israele sembra essere stato quello di sollevare abbastanza polvere da evitare titoli compromettenti e seminare dubbi su ciò che era realmente successo.

Il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem ha detto che il suo operatore sul campo a Jenin “ha documentato il luogo esatto in cui ha sparato il palestinese armato ripreso nel video diffuso dall’esercito israeliano, così come il luogo esatto in cui è stata uccisa la giornalista Shireen Abu Akleh. “

In base a questa indagine, il gruppo ha concluso che il video degli “spari palestinesi diffuso dall’esercito israeliano non può essere quello dello sparo che ha ucciso la giornalista Shireen Abu Akleh”.

Israele ha una lunga storia di utilizzo di video e immagini false o dati fuori contesto per eludere la responsabilità delle proprie azioni.

Israele in seguito ha ritirato le accuse contro i palestinesi, e il capo dell’esercito Aviv Kohavi ha affermato: “Al momento non è possibile determinare da quali proiettili sia stata uccisa Abu Akleh”.

Kohavi ha detto che l’esercito israeliano aprirà un’indagine interna per “chiarire i fatti e presentarli in toto il prima possibile”.

Nel frattempo Itamar Ben-Gvir, un deputato israeliano di estrema destra noto per aver elogiato la violenza contro i palestinesi, ha giustificato l’omicidio di Abu Akleh.

“Quando a Jenin i terroristi sparano sui nostri soldati, loro devono rispondere al fuoco con la massima forza, anche se nella zona ci sono ‘giornalisti’ di Al Jazeera che spesso stanno deliberatamente in mezzo alla battaglia e disturbano i soldati”, ha twittato Ben-Gvir.

“Secondo quanto riferito, è finita nel fuoco dei terroristi”, ha anche affermato Ben-Gvir, “E comunque pieno appoggio agli eroici soldati dell’esercito israeliano”.

Gli Stati Uniti chiedono un’indagine

L’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele Thomas Nides si è detto “molto triste nell’apprendere della morte della giornalista americana e palestinese” Abu Akleh.

“Incoraggio un’indagine approfondita sulle circostanze della sua morte e del ferimento di almeno un altro giornalista oggi a Jenin”, ha aggiunto Nides.

Il tono gentile contrasta con la reazione dei funzionari statunitensi quando a marzo in Ucraina è stato ucciso il regista americano Brent Renaud.

Sebbene le circostanze dell’omicidio di Renaud non fossero chiare, il portavoce del Dipartimento di Stato Ned Price aveva immediatamente denunciato quello che definiva un “raccapricciante esempio delle azioni indiscriminate del Cremlino”.

A febbraio, il Dipartimento di Stato aveva chiesto a Israele di condurre una “approfondita indagine penale” dopo che il mese precedente i soldati israeliani avevano attaccato Omar Assad, un anziano palestinese americano, lasciandolo senza vita.

Alla richiesta degli Stati Uniti di indagare sull’omicidio di Assad ha fatto seguito una rapida indagine interna israeliana che si era conclusa con un lieve rimprovero ai tre soldati coinvolti.

Washington, che fornisce a Israele miliardi di dollari di armi ogni anno, non ha mai dato seguito alle sue richieste con sanzioni che sanciscano la responsabilità di Israele.

Sistema di insabbiamento

“Non credo che l’abbiamo uccisa noi”, ha detto Ran Kochav, portavoce dell’esercito israeliano, all’emittente pubblica Kan.

Abbiamo proposto ai palestinesi di aprire una rapida indagine congiunta. Se l’abbiamo davvero uccisa, ci assumeremo la responsabilità, ma non sembra sia così”.

Va detto che le indagini interne di Israele nascondono sistematicamente i crimini dei soldati dell’occupazione contro i palestinesi.

Nel 2016, B’Tselem ha annunciato che avrebbe smesso di collaborare alle indagini militari israeliane, che ha definito un “sistema di insabbiamento”.

L’autorevole associazione israeliana per i diritti umani ha aggiunto che 25 anni di denunce infruttuose a nome dei palestinesi “ci hanno portato alla consapevolezza che non ha più senso perseguire la giustizia e difendere i diritti umani lavorando con un sistema la cui vera funzione consiste nella capacità di continuare a coprire con successo atti illegali e proteggere i colpevoli”.

Continui attacchi ai giornalisti

Alla notizia della sua morte molti utenti dei social media hanno pianto l’omicidio di Abu Akleh come il mettere a tacere la “Voce della Palestina”.

Abu Akleh lavorava ad Al Jazeera dal 1997. I suoi reportage sono noti a decine di milioni di persone in tutto il mondo arabo. Era molto rispettata tra i colleghi palestinesi e internazionali.

Nonostante ora neghi la propria responsabilità, Israele ha una lunga storia di ferimenti e uccisioni di giornalisti e operatori dei media.

Le forze israeliane hanno attaccato i giornalisti che seguivano la Grande Marcia del Ritorno, le proteste di massa disarmate a Gaza iniziate nel 2018.

Due giornalisti, Yaser Murtaja e Ahmad Abu Hussein, sono stati uccisi e altre decine sono stati feriti.

Durante la campagna di bombardamenti su Gaza l’anno scorso, Israele ha deliberatamente preso di mira gli edifici che ospitavano quasi tutti gli uffici dei media locali e internazionali.

Israele, che si vanta dell’abilità della sua intelligence, ha in seguito assurdamente affermato di non avere idea che nell’edificio fossero ospitate le principali organizzazioni dei media mondiali.

Quasi un anno fa, gli aerei da guerra israeliani hanno raso al suolo un edificio che ospitava gli uffici dell’Associated Press e di Al Jazeera.

Israele ha affermato che l’edificio era in uso all’intelligence militare di Hamas, ma non ha mai offerto alcuna prova.

Un raid aereo israeliano ha ucciso anche il giornalista Yousif Abu Hussein, 32 anni, nel suo appartamento a Gaza City. Era un popolare giornalista della radio Voice of Al-Aqsa.

Reporter senza frontiere lo scorso maggio ha dichiarato di “condannare l’uso sproporzionato della forza da parte di Israele contro i giornalisti, che in nessun caso dovrebbero essere trattati come parti del conflitto armato”.

E il mese scorso la Corte penale internazionale ha ricevuto una denuncia per presunti crimini di guerra contro giornalisti commessi dalle forze di occupazione israeliane.

Per la Federazione internazionale dei giornalisti la denuncia riguarda l’aver preso ” sistematicamente di mira” quattro operatori dei media palestinesi “uccisi o mutilati dai cecchini israeliani mentre seguivano le manifestazioni a Gaza”,.

Ali Abunimah è co-fondatore di The Electronic Intifada e autore di The Battle for Justice in Palestine [La battaglia per la giustizia in Palestina], appena uscito da Haymarket Books e di  One Country: A Bold-Proposal to End the Israeli-Palestinian Impasse [Un solo paese: una proposta coraggiosa per por fine all’impasse israelo-palestinese].

Tamara Nassar ha contribuito alla ricerca.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)