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Israele deve smettere di utilizzare città arabe come terreno di addestramento delle IDF

Israele deve smettere di utilizzare città arabe come terreno di addestramento delle IDF

Zehava Galon

15 novembre 2021 – Haaretz

 

La scorsa settimana il comando Nord delle Forze di Difesa Israeliane [IDF, l’esercito israeliano, ndtr.] ha condotto un’esercitazione utilizzando mezzi blindati nel Wadi Ara [regione di Israele abitata in prevalenza da arabo-israeliani, ndtr.] e nella città di Umm al-Fahm. La giustificazione ufficiale – perché non è esattamente di questo che si è trattato – dell’esercito è stata che lì i vicoli “ricordano il sud del Libano”.

L’esercitazione è avvenuta sei mesi dopo le ostilità contro Gaza e gli sporadici incidenti all’interno di Israele, e persino gli ufficiali delle IDF dovrebbero comprendere ciò che queste manovre rappresentano per gli abitanti di Umm al-Fahm: “Vi possiamo occupare in qualunque momento.” Il presidente della commissione di controllo di Umm al-Fahm, Ali Adnan, in seguito ha affermato alla radio pubblica Kan Bet che Israele sta trasformando i suoi abitanti arabi in nemici, come in Libano.

Se l’esercito voleva fare un’esercitazione in una città che assomigli al sud del Libano ha spazio e anche finanziamenti sufficienti per costruire un quartiere che sembri Marjayoun [cittadina del sud del Libano, ndtr.]. Le IDF non avrebbero progettato e realizzato manovre militari del genere a Safed [città quasi esclusivamente ebraica, ndtr.]. Non avrebbero terrorizzato gli abitanti ebrei in questo modo. Dopo gli avvenimenti di maggio, l’esercito israeliano ha sostenuto che gli autisti di autobus arabi non si sono fatti vedere per le sue esercitazioni. Circa una settimana dopo è risultato che lo stesso esercito aveva rifiutato di coinvolgerli.

Ed è proprio questo il punto. L’esercito si stava addestrando a Umm al-Fahm esattamente come fa regolarmente nelle comunità della Cisgiordania. Gli abitanti sono al massimo comparse. E, se viene sparato un proiettile o un colpo di mortaio vagante, ovviamente si tratterebbe di sfortuna, ma non sarebbe molto importante e in Israele non provocherebbe nessun commento negativo.

Il principale risultato, mai raggiunto in precedenza nella storia di Israele, di questo governo è la collaborazione con la Lista Araba Unita [gruppo politico islamista che fa parte dell’attuale coalizione di governo israeliana, ndtr.]. Ma com’è che anche questo governo continua a trattare come nemici i cittadini arabi di Israele, con la loro pluridecennale esperienza di discriminazione istituzionalizzata e l’altrettanto istituzionale incitamento all’odio?

È per questo che la delinquenza nella società araba viene definita “terrorismo” ed è così che la scorsa settimana è emersa un’altra notizia scioccante: il servizio di sicurezza interna [israeliano] Shin Bet ha estorto delle confessioni a tre abitanti di Giaffa riguardo alla loro presunta aggressione contro un soldato. Se l’avvocato dei sospettati non avesse trovato un video del luogo del delitto e non lo avesse usato per dimostrare che i tre sono arrivati dopo l’incidente, è praticamente certo che sarebbero stati condannati.

Questa è la situazione quando sei un cittadino arabo nello Stato ebraico: sei sempre colpevole. Gli arabi possono essere sottoposti a detenzione amministrativa [cioè senza prove né accuse, ndtr.] e le loro case possono essere perquisite senza un mandato, due procedure che lo Shin Bet e le IDF utilizzano quotidianamente in Cisgiordania.

E qui è il caso di menzionare una cosa che gli ebrei preferiscono dimenticare, ma che è per sempre impressa nella memoria degli arabi di Israele: questi metodi non sono stati inventati in Cisgiordania. Vennero utilizzati per la prima volta contro i cittadini arabi di Israele durante il periodo dello stato d’assedio, finché esso non finì nel 1966.

In pratica ci viene chiesto di scegliere tra due sistemi di governo. Uno, un regime basato sull’etnia, un regime di superiorità ebraica, l’altro, la cittadinanza: “Ci sarà una stessa legge e uno stesso rito per voi e per lo straniero che soggiorna presso di voi” (Numeri, 15:16). Quelli che protestano contro la definizione di Israele come Stato di apartheid dovrebbero opporsi fermamente contro l’idea perversa di due sistemi giuridici separati, all’interno dell’Israele propriamente detto: uno per gli ebrei e uno per gli altri israeliani. Ma sorprendentemente quelli che protestano sono esattamente gli stessi che stanno insistendo perché vengano ripristinati i metodi del governo militare.

I diritti umani non possono essere separati: se non ci sono diritti per gli arabi di Israele, i diritti degli ebrei verranno minacciati. I nuovi strumenti saranno troppo allettanti per la polizia e le altre forze di sicurezza. Meglio fermarsi qui prima che sia troppo tardi.

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

 




Secondo B’Tselem Israele si serve della violenza dei coloni come “strumento” per accaparrarsi le terre palestinesi

Secondo B’Tselem Israele si serve della violenza dei coloni come “strumento” per accaparrarsi le terre palestinesi

Secondo l’Ong israeliana Israele “sostiene e asseconda in toto” i coloni e le loro tattiche di intimidazione che spesso comportano la perdita delle terre agricole e dei pascoli palestinesi.

Redazione di MEE

15 novembre 2021 – Middle East Eye

 

Il governo israeliano si serve della violenza dei coloni come “importante strumento informale” per impadronirsi di terre palestinesi nella Cisgiordania occupata, afferma un’importante organizzazione israeliana di difesa dei diritti umani.

In un rapporto pubblicato domenica B’Tselem spiega che Israele si avvale di due metodi privilegiati per confiscare terre palestinesi in Cisgiordania: l’annessione ufficiale attraverso il proprio sistema giudiziario e le azioni ufficiose di intimidazione e violenza perpetrate dai coloni.

“Lo Stato sostiene ed asseconda in toto questi atti di violenza e i suoi soldati a volte vi partecipano direttamente”, denuncia la Ong israeliana nel suo rapporto.

“Così, la violenza dei coloni è una forma di politica governativa, con l’appoggio e l’incoraggiamento delle autorità statali ufficiali e la loro partecipazione attiva.”

Secondo questo documento i coloni israeliani negli ultimi cinque anni si sono appropriati di quasi 3.000 ettari di terreni agricoli e di pascoli nella Cisgiordania occupata.

“Mi hanno spezzato una gamba”

Attraverso cinque studi di caso per illustrare il modo in cui le sistematiche e costanti violenze perpetrate dai coloni fanno parte della politica ufficiale di Israele, B’Tselem dimostra che le autorità del Paese si servono della violenza dei coloni per procedere ad una “massiccia acquisizione” delle terre palestinesi.

Uno dei casi studiati riguarda la colonia di Ma’on Farm, che è stata costruita illegalmente nel sud della Cisgiordania e si estende su circa 260 ettari. I coloni hanno vessato, colpito e intimidito i palestinesi che utilizzano tradizionalmente questa terra per pascolare il loro bestiame e per le loro coltivazioni, cosa che ha provocato la sua confisca.

Jummah Ribii, di 48 anni, pastore del villaggio di al-Tuwani, ha raccontato a B’Tselem che i coloni hanno cercato per anni di allontanare la sua famiglia dall’agricoltura che le permetteva di nutrirsi. Nel 2018 i coloni l’hanno preso di mira e l’hanno picchiato, ferendolo in modo grave.

“Mi hanno spezzato una gamba e ho dovuto passare due settimane in ospedale e proseguire le terapie a casa”, ha raccontato Ribii alla Ong. “Ho dovuto vendere la maggior parte delle nostre pecore per pagare le cure.”

Secondo B’Tselem Israele legittima la violenza dei coloni sia legalizzando le loro acquisizioni di terre, non impedendo le violenze e non perseguendo i loro autori.

“L’esercito generalmente evita di scontrarsi con i coloni violenti, anche se i soldati hanno l’autorità e il dovere di arrestarli. Come norma generale, piuttosto che affrontare i coloni, l’esercito preferisce cacciare i palestinesi dalle terre agricole e dai pascoli che loro appartengono con tattiche diverse, come decretare delle zone militari chiuse che valgono solamente per i palestinesi o lanciare gas lacrimogeni, granate assordanti e proiettili di gomma, a volte proiettili veri”, elenca B’Tselem.

Moayyad Besharat, responsabile dei programmi e della progettazione dell’Unione dei Comitati di Lavoro Agricolo, riferisce a MEE che gli attacchi dei coloni contro i palestinesi quest’anno si sono moltiplicati, in particolare nel periodo della raccolta delle olive, in ottobre e novembre.

La raccolta delle olive è un’ancora di salvezza per circa 80.000-100.000 famiglie palestinesi nella Cisgiordania occupata. Quest’anno la stagione è stata la più difficile degli ultimi tempi, secondo Besharat che accompagna gli agricoltori come osservatore nei periodi di raccolta.

In linea con il rapporto di B’Tselem, sottolinea le difficoltà cui vanno incontro i palestinesi che vogliono cercare di resistere agli attacchi dei coloni e agli accaparramenti di terre a causa della frequenza con cui i coloni vengono scortati dall’esercito.

 “E’ violenza di Stato”

Anche se i palestinesi documentano e riferiscono regolarmente gli attacchi dei coloni (a volte per vie legali e attraverso libri, rapporti di ricerche e documentari), il governo israeliano non persegue quasi mai i coloni, lamenta il rapporto di B’Tselem.

“L’inazione di Israele persiste dopo gli attacchi dei coloni contro i palestinesi, le autorità fanno tutto il possibile per evitare di reagire a questi incidenti”, scrive l’organizzazione.

“È difficile sporgere denuncia e nei rari casi in cui viene avviata davvero un’indagine, il sistema la insabbia velocemente. Le incriminazioni contro i coloni che feriscono palestinesi sono estremamente rare e quando ciò accade si tratta di reati minori, con sanzioni simboliche per le rarissime condanne.”

Insomma, la mancanza di azione da parte del governo si traduce in un’approvazione de facto, riassume l’Ong.

“La violenza statale – ufficiale o di altro tipo – è parte integrante del regime di apartheid di Israele, che mira a creare uno spazio esclusivamente ebraico tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo”, ritiene B’Tselem.

“La combinazione tra la violenza statale e la violenza ‘non ufficiale’ consente a Israele due cose: garantirsi una smentita plausibile e addebitare la violenza ai coloni piuttosto che all’esercito, ai tribunali o all’amministrazione civile, procedendo intanto allo spossessamento dei palestinesi. Tuttavia i fatti escludono ogni negazione plausibile: quando la violenza avviene con il permesso e l’appoggio delle autorità israeliane e sotto la loro egida, si tratta di violenza di Stato. I coloni non sfidano lo Stato, sono ai suoi ordini.”

 

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)

 




Israele inasprisce la sorveglianza sui palestinesi in Cisgiordania con un sistema di riconoscimento facciale

Israele inasprisce la sorveglianza sui palestinesi in Cisgiordania con un sistema di riconoscimento facciale

Elizabeth Dwoskin

Lunedì 8 novembre 2021 – Washington Post

 

Hebron, Cisgiordania – Secondo la descrizione del progetto data da soldati israeliani da poco congedati, l’esercito israeliano sta conducendo nella Cisgiordania occupata un vasto tentativo di sorveglianza per monitorare i palestinesi implementando il riconoscimento facciale con una sempre più diffusa rete di telecamere e telefonini.

Il progetto di sorveglianza, sviluppato negli ultimi due anni, sfrutta in parte una tecnologia per smartphone chiamata “Blue Wolf”, che raccoglie le foto dei volti di palestinesi e li abbina a una banca dati di immagini così estesa che un ex-soldato l’ha descritta come un segreto “Facebook dei palestinesi” dell’esercito. L’applicazione lampeggia con colori diversi per avvertire i soldati se una persona deve essere fermata, arrestata o lasciata andare.

Per costruire la banca dati utilizzata da “Blue Wolf”, lo scorso anno i soldati hanno fatto a gara nel fotografare palestinesi, compresi bambini e anziani, con premi per il maggior numero di foto raccolte da ogni unità. Non si sa quale sia il numero di persone fotografate ma, come minimo, sono nell’ordine delle migliaia.

Il programma di sorveglianza è stato descritto in interviste del Washington Post a due ex-soldati israeliani e in resoconti separati che loro e altri quattro soldati da poco congedati hanno fornito al gruppo israeliano di solidarietà Breaking the Silence e in seguito condiviso con The Post. Buona parte del programma non era stato reso noto in precedenza. L’esercito israeliano ha ammesso l’esistenza del progetto in un opuscolo in rete, ma le interviste con gli ex-soldati offrono la prima descrizione pubblica della portata e del funzionamento del programma.

Oltre a “Blue Wolf” l’esercito israeliano ha installato telecamere per la scansione dei volti nella città divisa di Hebron per aiutare i soldati ai checkpoint a identificare i palestinesi prima ancora che esibiscano le loro carte d’identità. Una vasta rete di telecamere a circuito chiuso, denominata “Hebron Smart City” [Hebron Città Intelligente], fornisce in tempo reale il monitoraggio della popolazione della città e, come ha affermato un ex-soldato, può a volte spiare all’interno delle case private.

Gli ex-soldati che sono stati intervistati per questo articolo e che hanno parlato con Breaking the Silence, un’associazione di solidarietà composta da veterani dell’esercito israeliano che si oppongono all’occupazione, hanno descritto il programma di sorveglianza a condizione di mantenere l’anonimato per timore di ripercussioni sociali e professionali. L’associazione afferma di avere in progetto di rendere pubblica la sua ricerca.

I testimoni affermano che l’esercito ha detto loro che l’attività è un notevole miglioramento delle possibilità di difendere Israele contro i terroristi. Ma il progetto dimostra anche come le tecnologie della sorveglianza, tanto dibattute nelle democrazie occidentali, sono già utilizzate dietro le quinte in luoghi in cui le persone hanno meno libertà.

“Mettiamola così: non mi sentirei tranquilla se lo usassero nel supermercato (della mia città natale),” ha affermato una soldatessa israeliana appena congedata che ha prestato servizio in un’unità dell’intelligence. “La gente si preoccupa delle impronte digitali, ma questo è molto più grave.” Ha detto a The Post di sentirsi motivata a parlare perché il sistema di sorveglianza di Hebron è una “totale violazione della privacy di un intero popolo”.

Secondo gli esperti dell’associazione per i diritti civili digitali AccessNow, l’uso della sorveglianza e del riconoscimento facciale da parte di Israele sembra essere una delle applicazioni più estese ed elaborate di tale tecnologia da parte di un Paese che intende controllare una popolazione sottomessa.

In risposta alle domande sul programma di sorveglianza, l’esercito israeliano (IDF) ha affermato che “abituali operazioni per la sicurezza” sono “parte della lotta contro il terrorismo e degli sforzi per migliorare la qualità della vita della popolazione palestinese in Giudea e Samaria” (Giudea e Samaria è nome ufficiale israeliano per la Cisgiordania).

“Naturalmente non possiamo fare dichiarazioni sulle capacità operative dell’esercito israeliano in questo contesto,” aggiunge il comunicato.

Secondo l’organizzazione di sostegno “Surveillance Technology Oversight Project” [Progetto per il Controllo della Tecnologia di Sorveglianza] l’uso ufficiale di tecnologie per il riconoscimento facciale è stato vietato da almeno una decina di città USA, tra cui Boston e San Francisco. E questo mese il parlamento europeo ha sollecitato il divieto dell’uso da parte della polizia del riconoscimento facciale in luoghi pubblici.

Ma quest’estate uno studio del Government Accountability Office [Ufficio per la Responsabilità del Governo] degli USA ha scoperto che 20 agenzie federali hanno affermato di utilizzare sistemi di riconoscimento facciale e che sei agenzie delle forze dell’ordine affermano che la tecnologia ha contribuito a identificare persone sospettate di aver violato la legge durante rivolte civili. E l’Information Technology and Innovation Foundation, un gruppo commerciale che rappresenta le imprese tecnologiche, ha manifestato disaccordo riguardo alla proposta europea di divieto, affermando che danneggerebbe i tentativi delle forze dell’ordine di “rispondere efficacemente alla delinquenza e al terrorismo.”

In Israele una proposta da parte di funzionari di polizia di introdurre telecamere di riconoscimento facciale in luoghi pubblici ha incontrato una ferma opposizione e l’agenzia governativa incaricata di proteggere la privacy si è espressa contro la proposta. Ma nei territori occupati Israele applica criteri diversi.

“Mentre i Paesi sviluppati in tutto il mondo impongono restrizioni alla fotografia, al riconoscimento facciale e alla sorveglianza, la situazione descritta [a Hebron] costituisce una gravissima violazione dei diritti fondamentali come il diritto alla privacy, in quanto i soldati sono incentivati a raccogliere quante più foto possibile di uomini, donne e bambini palestinesi in una sorta di competizione,” afferma Roni Pelli, avvocatessa dell’Associazione per i Diritti Civili di Israele dopo aver saputo del progetto di sorveglianza. “L’esercito deve immediatamente smettere,” dice.

Ultime tracce di privacy

Yaser Abu Markhyah, un palestinese di 49 anni padre di quattro figli, afferma che la sua famiglia ha vissuto a Hebron per cinque generazioni e che ha imparato a fare i conti con i checkpoint, le restrizioni ai movimenti e i frequenti interrogatori dei soldati da quando Israele ha conquistato la città durante la guerra dei Sei giorni nel 1967. Ma sostiene che recentemente la sorveglianza ha tolto alla gente le ultime tracce di privacy. “Non ci sentiamo più a nostro agio a socializzare, perché le telecamere ci stanno sempre filmando,” afferma Abu Markhyah. Dice che non lascia più giocare i figli fuori, davanti a casa, e che parenti che vivono in quartieri meno controllati evitano di andarlo a trovare.

Hebron è stata a lungo un punto critico per la violenza, con un’enclave di coloni israeliani estremisti pesantemente protetti nei pressi della Città Vecchia circondati da centinaia di migliaia di palestinesi, e la gestione della sicurezza è divisa tra l’esercito israeliano e l’amministrazione palestinese.

Nel suo quartiere di Hebron, nei pressi della Tomba dei Patriarchi, luogo sacro per musulmani ed ebrei, sono state montate telecamere di sorveglianza ogni 100 metri, anche sui tetti delle case. Afferma che il monitoraggio in tempo reale sembra essere in aumento. Qualche mese fa, racconta, sua figlia di 6 anni ha fatto cadere un cucchiaino dal terrazzo sul tetto di casa e, benché la strada sembrasse vuota, poco dopo sono arrivati a casa sua dei soldati e hanno detto che sarebbe stato denunciato per aver lanciato pietre.

Issa Amro, abitante della città e attivista che guida il gruppo “Friends of Hebron” [Amici di Hebron], indica una serie di case vuote nel suo isolato. Afferma che le famiglie palestinesi se ne sono andate a causa delle restrizioni e della sorveglianza.

“Vogliono rendere la nostra vita così difficile che ce ne andremo per conto nostro, così potranno arrivare più coloni,” sostiene Amro.

“Le telecamere,” dice, “hanno solo un occhio, per vedere i palestinesi. Sei filmato dal momento in cui esci di casa al momento in cui rientri.”

Incentivi per le foto

Secondo i sei ex-militari che sono stati intervistati da The Post e da Breaking the Silence il progetto Blue Wolf combina un’applicazione per il cellulare con una banca dati di informazioni personali accessibile attraverso dispositivi mobili.

Uno di loro ha detto a The Post che questa banca dati è una versione ridotta di un’altra grande banca dati, chiamata “Wolf Pack” [Branco di Lupi], che contiene il profilo praticamente di ogni palestinese in Cisgiordania, comprese foto degli individui, le loro storie familiari, l’istruzione e il livello di pericolosità di ognuno. Questo soldato da poco congedato ha avuto esperienza diretta di “Wolf Pack”, che è accessibile solo su computer fissi in contesti più protetti (benché questo ex-soldato descriva la banca dati come “Facebook dei palestinesi”, non è collegata a Facebook).

Un altro ex-soldato dice a The Post che alla sua unità, che nel 2020 pattugliava le strade di Hebron, è stato chiesto di raccogliere quante più foto di palestinesi possibile durante una certa settimana utilizzando un vecchio cellulare fornito dall’esercito, facendo le foto durante missioni quotidiane che spesso duravano otto ore. I soldati caricavano le foto attraverso la app Blue Wolf installata sui telefonini.

Questo ex-soldato afferma che i bambini palestinesi tendevano a mettersi in posa per le foto, mentre le persone anziane, soprattutto le donne, spesso facevano resistenza. Descrive l’esperienza di obbligare le persone ad essere fotografate contro la loro volontà come traumatica per lui.

Le foto prese da ogni unità arrivavano alle centinaia per ogni settimana, e un ex-soldato afferma che era previsto che l’unità ne facesse almeno 1.500. Le unità dell’esercito in tutta la Cisgiordania competevano per i premi, ad esempio una serata libera concessa a chi faceva più foto, dice l’ex-soldato.

Spesso, quando un soldato scatta la foto di qualcuno, l’applicazione registra la corrispondenza con un profilo già esistente nel sistema Blue Wolf. Allora, secondo i cinque soldati e una schermata del sistema ottenuta da The Post, l’applicazione lampeggia in giallo, rosso o verde per indicare se la persona deve essere fermata, immediatamente arrestata o lasciata passare.

Il grande sforzo di costruire la banca dati Blue Wolf con le immagini è diminuito negli ultimi mesi, ma le truppe continuano ad usarla per identificare i palestinesi, afferma un ex-soldato.

Un altro ex-soldato ha detto a Breaking the Silence che una diversa applicazione per cellulare, chiamata “White Wolf”, è stata sviluppata per essere utilizzata da coloni ebrei in Cisgiordania. Benché ai coloni non sia consentito arrestare la gente, i volontari della sicurezza possono utilizzare White Wolf per scansionare il documento di riconoscimento di un palestinese prima che entri in una colonia, per esempio per lavorare nell’edilizia. Nel 2019 l’esercito ha ammesso l’esistenza di White Wolf in una pubblicazione israeliana di destra.

“I diritti sono semplicemente irrilevanti”

Nell’unico caso noto, l’esercito israeliano ha fatto riferimento alla tecnologia Blue Wolf in giugno in un opuscolo in rete con cui invitava i soldati a partecipare a “una nuova squadra” che “vi trasformerà in un ‘Blue Wolf’”. L’opuscolo afferma che la “tecnologia avanzata” comprenderebbe “telecamere intelligenti con sofisticati sistemi di analisi” e “sensori che possono individuare e segnalare in tempo reale le attività sospette e gli spostamenti di persone ricercate.”

In un articolo del 2020 sul suo sito l’esercito citava anche “Hebron Smart City”.  L’articolo, che mostra un gruppo di soldatesse chiamate “sentinelle” davanti a schermi di computer con visori per la realtà virtuale, descrive il progetto come una “pietra miliare” e una tecnologia “rivoluzionaria” per la sicurezza in Cisgiordania. L’articolo afferma che “in tutta la città è stato installato un nuovo sistema di telecamere e radar” che può documentare “qualunque cosa avvenga nei dintorni” e che “riconosce qualunque movimento o rumore insolito.”

Nel 2019 Microsoft ha investito in una nuova impresa israeliana per il riconoscimento facciale chiamata AnyVision, che secondo NBC e la rivista economica israeliana The Market [Il Mercato] stava lavorando con l’esercito per costituire una rete di telecamere di sicurezza intelligenti che utilizzano la tecnologia della scansione facciale in tutta la Cisgiordania (Microsoft ha affermato di essere uscita dall’investimento in AnyVision durante gli scontri di maggio tra Israele e l’organizzazione di miliziani Hamas a Gaza).

Sempre nel 2019 l’esercito israeliano ha annunciato l’introduzione di un progetto pubblico di riconoscimento facciale, con tecnologia fornita da AnyVision, nei principali posti di controllo in cui i palestinesi entrano in Israele dalla Cisgiordania. Il progetto utilizza postazioni per scansionare documenti di identità e volti simili a quelle aeroportuali utilizzate per controllare i viaggiatori che entrano negli Stati Uniti. Secondo informazioni di stampa il sistema israeliano è utilizzato per verificare se un palestinese ha il permesso per entrare in Israele, ad esempio per lavorare o per andare a trovare parenti, e per tenere sotto controllo chi sta entrando nel Paese. Questo controllo è obbligatorio per i palestinesi, come lo è quello negli aeroporti americani per gli stranieri.

Secondo un ex-soldato che ha partecipato al progetto e quattro abitanti palestinesi, a differenza dei controlli al confine il monitoraggio a Hebron avviene in una città palestinese senza informare la popolazione locale. L’ex-soldato ha detto a The Post che le telecamere ai checkpoint possono riconoscere anche i veicoli, anche senza registrare le targhe, e li abbina ai rispettivi proprietari.

Oltre a preoccupazioni riguardanti la privacy, una delle principali ragioni per cui la sorveglianza con il riconoscimento facciale è stata limitata in altri Paesi è che molti di questi sistemi hanno dimostrato livelli di precisione molto variabili, e alcune persone sono state messe a repentaglio perché identificate in modo errato.

L’esercito israeliano non ha fatto commenti riguardo alle preoccupazioni sollevate sul’uso di tecnologie per il riconoscimento facciale.

La Information Technology and Innovation Foundation [gruppo di analisi sulle politiche pubbliche USA relative all’industria e alla tecnologia, ndtr.] ha affermato che gli studi che dimostrano che questa tecnologia è inadeguata sono stati sopravvalutati. Contestando la proposta europea di divieto, l’associazione afferma che sarebbe meglio dedicarsi a sviluppare garanzie di un uso corretto della tecnologia da parte delle forze dell’ordine e standard di qualità dei sistemi di riconoscimento facciale utilizzati dal governo.

Tuttavia in Cisgiordania questa tecnologia è solo “un altro strumento di oppressione e sottomissione del popolo palestinese,” afferma Avner Gvaryahu, direttore esecutivo di Breaking the Silence. “Mentre la sorveglianza e la privacy sono una priorità nella discussione pubblica a livello mondiale, qui vediamo un altro vergognoso assunto del governo e dell’esercito israeliani secondo cui quando si tratta di palestinesi i diritti umani fondamentali sono semplicemente irrilevanti.”

Elizabeth Dwoskin

Lisa è entrata al Washington Post come corrispondente dalla Silicon Valley nel 2016, inviata del giornale nella zona. Si è concentrata sulle reti sociali e il potere dell’industria tecnologica in una società democratica. In precedenza è stata la prima cronista a tempo pieno del Wall Street Journal [prestigioso quotidiano economico statunitense, ndtr.] ad essersi occupata di intelligenza artificiale e dell’impatto degli algoritmi sulla vita delle persone.

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Minori palestinesi uccisi da Israele a Gaza

Due adolescenti palestinesi colpiti a morte dall’esercito israeliano

Fonti ufficiali affermano che durante le proteste a cui hanno partecipato più di 5.000 persone sono anche state ferite dall’esercito israeliano 76 persone.

di Ali Younes

6 settembre 2019 – Al Jazeera

 

Nel corso di una protesta lungo la barriera di confine tra Israele e Gaza due palestinesi sono stati uccisi dal fuoco israeliano.

Le autorità sanitarie di Gaza hanno detto che venerdì Ali al-Ashqar, di 17 anni, e Khaled al-Ribie, di 14, sono stati colpiti al petto dalla polizia israeliana, mentre migliaia di palestinesi manifestavano in diversi punti della barriera.

Ashraf al-Qidra, un portavoce del Ministero palestinese della Sanità a Gaza, ha detto ad Al Jazeera che sono state ferite dal fuoco israeliano anche 76 persone, 45 delle quali sono state colpite deliberatamente.

“La maggior parte delle vittime ha riportato ferite alla parte superiore del corpo, il che indica l’intenzione di uccidere”, ha detto.

Secondo i partecipanti, oltre 5.000 palestinesi hanno preso parte alla marcia di venerdì.

L’esercito israeliano ha stimato un numero maggiore di partecipanti, affermando che 6.200 persone si sono radunate in diversi punti lungo il confine con Israele.

Le proteste settimanali sono state organizzate a partire dal marzo 2018 dalla ‘Commissione per la Marcia per il Diritto al Ritorno’, una coalizione di organizzazioni della società civile.

Ghazi Hamad, un importante dirigente di Hamas a Gaza, ha detto ad Al Jazeera che Israele ha adottato la prassi di prendere di mira i manifestanti palestinesi, ma il livello della sua azione contro di loro spesso è dipeso dalla situazione politica tra Israele e Hamas.

Hamad ha sottolineato che le uccisioni e l’alto numero di feriti di venerdì sono indicative della mancanza di “un’intesa politica” tra Israele e Hamas.

“Quando non ci sono accordi o un’intesa politica tra Hamas e Israele, come accade adesso, la tensione alle frontiere sale e spesso Israele inasprisce la sua reazione letale”, ha detto.

Assenza di speranza

Un palestinese che partecipa regolarmente alle marce ha detto da Gaza ad Al Jazeera che la maggior parte della gente partecipa perché loro e le loro famiglie stanno pagando un alto costo a causa del blocco economico e anche della chiusura del valico di confine tra Gaza ed Egitto.

“La gente ha perso la speranza. Intorno a loro ci sono solo disperazione e miseria”, ha detto il palestinese, che ha chiesto di restare anonimo.

Negli ultimi mesi le marce sono diventate meno partecipate, dopo che a inizio anno dei mediatori hanno ottenuto un cessate il fuoco non ufficiale. Secondo l’Associated Press [agenzia di stampa USA, ndtr.], dal 2018 durante queste marce sono stati uccisi più di 200 palestinesi e un soldato israeliano

Circa il 70% dei due milioni di palestinesi di Gaza sono rifugiati ufficialmente riconosciuti, che sono stati originariamente espulsi dalle loro case da quelle che all’epoca erano milizie armate sioniste, prima della fondazione di Israele nel 1948.

 

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 

 




La morte di una neonata beduina

Caccia mortale: famiglia palestinese piange una bambina uccisa mentre scappava da un’incursione dell’esercito israeliano

Come a molti beduini che vivono nella valle del Giordano, i soldati israeliani hanno dato la caccia per anni ai Kaabnahs. Questa volta l’inseguimento è finito in tragedia

Di Shatha Hammad

a Gerico, Cisgiordania occupata

2 settembre 2019 – Middle East Eye

 

Nelle prime ore del mattino del 5 agosto la ventiquattrenne Sara Kaabnah si è svegliata per allattare al seno sua figlia di tre mesi, Hanaa. Ma non si trattava solo di occuparsi di lei.

Sara e tutta la sua famiglia di 16 membri hanno dovuto prendere in gran fretta le proprie cose, compresa la tenda collettiva in cui vivono, e poi mettersi in cammino.

La famiglia beduina, che vive nel villaggio di al-Hadidiya, nel nord della valle del Giordano di Gerico, aveva progettato di spostarsi temporaneamente verso una comunità vicina nota come Jiftlik,  a 40 minuti di distanza.

Trasferendosi, la famiglia sperava di prevenire l’arrivo dell’esercito israeliano per confiscare il loro unico serbatoio d’acqua. I soldati erano andati da loro il giorno prima, avevano fatto fotografie della cisterna per l’acqua e minacciato che sarebbero tornati a sequestrarlo.

Come per altre famiglie beduine che dipendono dall’allevamento come principale fonte di sostentamento, l’acqua per le pecore è indispensabile. Trovare il modo per sfuggire all’esercito israeliano è parte della sopravvivenza della famiglia.

Sara ha preso la piccola Hanaa  tra le braccia ed è partita con la sua famiglia su un trattore, il loro unico mezzo di trasporto. Una parte del gruppo ha guidato le pecore a piedi e un altro ha aspettato fino a quando il trattore fosse tornato a prenderlo.

Ma le cose non sono andate come previsto. Sara ed Hanaa non sono mai arrivate a Jiftlik.

Dato che la famiglia viaggiava nel buio quasi assoluto, due veicoli israeliani hanno urtato il trattore nei pressi di un posto di controllo militare. Il trattore si è rovesciato, Hanaa è caduta dalle braccia di sua madre ed è morta. Sara è rimasta sotto il pesante veicolo.

L’equipe dell’ambulanza israeliana ha subito informato la famiglia che Hanaa era rimasta uccisa nell’incidente. Sua madre è rimasta in coma, inconsapevole che non rivedrà né avrà mai più tra le braccia la sua unica figlia.

“Siamo scappati per paura che ci venisse confiscato il nostro serbatoio, per paura della sete,” ha detto a Middle East Eye  Odeh Kaabnah. “Nostra figlia è morta a causa del fatto che l’esercito israeliano ci insegue in continuazione, ed ora potrei perdere anche mia moglie.”

Con voce tremante e lacrime agli occhi, Odeh spiega che la coppia aveva chiamato la neonata Hanaa, che significa ‘felicità’ in arabo, dal nome di sua madre. È un’ironia della sorte, dice il ventiquatrenne, che Hanaa non abbia avuto l’opportunità di provare e comprendere il sentimento espresso dal suo nome.

Quando Hanaa aveva 10 giorni l’esercito israeliano ha demolito la casa della famiglia. Prima che arrivasse ai due mesi, l’esercito ha di nuovo demolito la loro casa ed ha espulso la famiglia. E quando aveva tre mesi è morta mentre la sua famiglia cercava di scappare dall’ultima operazione dell’esercito contro la loro casa.

“L’esercito israeliano ha demolito le nostre cinque tende e baracche, in cui viviamo o che utilizziamo per ricoverare le pecore,” dice Odeh. L’hanno fatto due volte in un mese, spiega, la prima il 30 giugno e poi il 20 luglio.

 

Beduini nella valle del Giordano

I Kaabnahs riempiono quotidianamente la loro cisterna con l’acqua di una sorgente di una zona vicina. Poi devono riportarla ad al-Hadidiya per uso personale e per far bere le pecore. Questa attività fondamentale richiede almeno un’ora al giorno.

“Se loro (l’esercito israeliano) ci confiscano il serbatoio per l’acqua perderemo le nostre pecore e non potremo più vivere qui. La nostra cisterna per l’acqua e il trattore sono le uniche due cose di cui siamo proprietari e che ci consentono di vivere una vita molto semplice,” dice Odeh.

Al-Hadidiya e molte altre comunità beduine tradizionalmente nomadi nella valle del Giordano sono state bersaglio di politiche israeliane intese a creare condizioni coercitive per spingere le comunità ad andarsene. Queste politiche si sono presentate sotto forma di demolizioni quasi quotidiane, de-sviluppo intenzionale e ostacoli ad ogni tentativo di costruire infrastrutture come servizi idrici o elettrici.

L’espulsione forzata, diretta o indiretta, di una popolazione civile occupata è considerata dalle leggi internazionali un crimine di guerra.

La maggioranza delle comunità beduine della Cisgiordania si trova a vivere in quella che è stata denominata Area C, che copre il 60% della Cisgiordania occupata, come parte degli accordi di Oslo del 1993 firmati tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Da quando gli accordi sono stati firmati l’area è stata sotto totale controllo dell’amministrazione civile e del sistema di sicurezza israeliani. È stata delimitata così per includere le colonie israeliane che ospitano più di 600.000 coloni in Cisgiordania, che per il diritto internazionale sono tutte illegali.

Mentre le colonie israeliane continuano a prosperare, l’esercito israeliano impedisce alla comunità palestinesi dell’Area C di espandersi o persino di rimanere sulla terra in cui vivono attualmente. L’esercito richiede permessi di costruzione per qualunque cosa, dai recinti per gli animali alle case, e nel contempo si rifiuta di concederli. Poi procede a demolizioni punitive delle strutture per la sopravvivenza delle comunità.

 

Politiche dell’acqua

Muayyad Bisharat, il coordinatore della zona nord della valle del Giordano per l’Unione delle Commissioni per il Lavoro Agricolo (UAWC), un’associazione no profit che aiuta contadini e pastori palestinesi, afferma che l’esperienza della famiglia Kaabnah è comune nella valle del Giordano.

In base agli accordi di Oslo circa l’87% delle risorse idriche in Cisgiordania ricade sotto il controllo israeliano. Con le politiche discriminatorie israeliane i palestinesi hanno gravissimi problemi di accesso all’acqua.

Bisharat spiega che la maggioranza dei pozzi sotterranei è stata scavata tra il 1948 e il 1967 durante il governo giordano in Cisgiordania e raggiungono solo la profondità di circa 70 metri. Con il passar del tempo in alcuni dei pozzi l’acqua è diventata salata ed altri si sono asciugati a causa delle politiche israeliane che hanno impedito ai palestinesi di risistemarli ed ampliarli.

Nel contempo le autorità israeliane consentono ai coloni di scavare i loro pozzi a una profondità di 500 metri, pompando grandi quantità di acqua per le colonie agricole e le basi militari.

“Le tubature idriche passano sotto comunità beduine e villaggi palestinesi, ma ai palestinesi è vietato utilizzare quest’acqua. La grande maggioranza è obbligata a comprarla e a trasportarla da lunga distanza, al costo di circa 50 dollari per un serbatoio d’acqua,” dice Bisharat.

In varie occasioni la dirigenza israeliana ha manifestato l’intenzione di conservare il totale controllo della valle del Giordano, che contiene la maggior parte delle ricche risorse naturali della Cisgiordania ed è ritenuta da Israele indispensabile.

“L’esercito ci dà la caccia, le guardie dei coloni ci danno la caccia, l’amministrazione civile israeliana ci dà la caccia e tutti i giorni fa irruzione nelle nostre case. Ci aggrediscono davanti alle nostre famiglie senza ragione,” dice Odeh, aggiungendo di credere che gli attacchi non siano solo fisici ma anche psicologici, intesi a instillare paura nelle famiglie.

In base alle tradizioni beduine Odeh e Sara si sono sposati molto giovani nel 2016. Lui immaginava che la sua vita sarebbe stata molto più stabile, dice.

“Ho costruito una stanza in cemento con un tetto di zinco perché ci andassimo a vivere. Pochi mesi dopo il nostro matrimonio l’esercito israeliano ha demolito la stanza,” dice.

“Da quando ci siamo sposati ed abbiamo formato una famiglia abbiamo sofferto a causa dell’ esercito israeliano e delle sue persecuzioni. La mia vita si è trasformata in paura ed ansia, e in spostamenti da un posto all’altro.”

 

Continue sofferenze

Odeh è riuscito ad andare a trovare sua moglie Sara in ospedale solo una volta, e solo per pochi minuti. Sta aspettando un altro permesso israeliano, di cui ha bisogno per entrare a Gerusalemme, dove lei è in cura nell’unità di terapia intensiva dell’ospedale Hadassah.

“Dall’incidente Sara è in coma. È stata colpita alla testa, ha fratture al cranio e al volto ed emorragie interne nei polmoni,” dice Odeh.

Da una parte teme di perderla. Dall’altra ha paura del momento in cui dovrà dirle della morte della loro figlioletta. Come farà a dirglielo nel momento in cui lei chiederà di Hanaa? Cosa le dirà? si chiede.

Esita prima di riuscire a descrivere com’era ridotta Sara quando è andato a trovarla.

“Era come un cadavere. Niente si muoveva, tranne il suo petto quando respirava. Ho molta paura che muoia.

“Tutto quello che spero in questo momento è che Sara viva, che torni con noi. Abbiamo sofferto troppo, vogliamo solo vivere.”

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

 

 




Uccisione di un paramedico a Betlemme

Da Gaza a Betlemme… la scia di sangue non si ferma

Pressenza

27.03.2019 Patrizia Cecconi

 

Fuori gli internazionali dalla Striscia di Gaza! I testimoni obiettivi sono sgraditi. Israele seguita a bombardare, non riconosce la tregua e i media mainstream dichiarano che Israele risponde ai missili inviati dalla resistenza gazawa e non dicono che invece non accetta il cessate il fuoco.  Anzi, per la verità i media che rispettano le veline israeliane non parlano mai di “resistenza”, sarebbe come legittimarla mediaticamente, la resistenza, effettivamente legittima per il Diritto internazionale. Loro parlano di terrorismo o, al più, di azioni armate, come se i missili israeliani fossero caramelle alle quali Hamas o Jihad rispondono con i loro razzi.

Israele ha invitato i vari consolati a ritirale i loro cooperanti e volontari. Qualcuno non voleva uscire, compreso chi scrive, ma la situazione si fa difficile, anche burocraticamente, dobbiamo assolutamente uscire. Ora siamo a Betlemme. Betlemme, per i cristiani il luogo di nascita di Gesù. Betlemme, per cristiani, musulmani e laici palestinesi luogo, al pari degli altri, di continua repressione e di continui crimini israeliani. ULTIMO QUELLO DI IERI SERA. Sajid Mezhir, un giovane infermiere che stava prestando soccorso ad alcuni ragazzi feriti dall’esercito occupante entrato nel campo profughi di Dheisheh, periferia di Betlemme.

A circa 70 chilometri da Betlemme, Gaza, tutta la notte sotto bombardamento. Ogni tanto sul cielo di Betlemme sfrecciava un F16. Gli esperti lo riconoscono dal rombo. Qui, guardare un areo che sfreccia in cielo non dà quasi mai l’idea della libertà di chi può viaggiare in luoghi esotici. Qui, quando sfreccia un aereo si guarda la direzione e poi si fa un cenno con la testa come a dire “è diretto laggiù”. E quando un aereo è diretto “laggiù” non porta turisti, non potrebbe neanche atterrare visto che nel 2001 Israele ha distrutto completamente l’aeroporto internazionale di Rafah-Striscia di Gaza, come prima azione di assedio, quella dal cielo, alla quale negli anni successivi, dopo aver evacuato la Striscia dai coloni ebrei, si sarebbe aggiunto l’assedio completo: da terra e dal mare. Quello contro il quale dimostrano i gazawi, ogni venerdì, da un anno esatto. Manifestazioni alle quali Israele ha risposto con 256 assassinati a freddo, ragazzi, donne, uomini e bambini, infermieri che prestavano soccorso, fotografi e giornalisti. Ne ha uccisi “solo” 256 perché i gazawi hanno organizzato una fitta cortina di fumo nero bruciando vecchi copertoni d’auto, ma ne hanno feriti circa 28 mila e di questi alcune centinaia resteranno invalidi a vita.

Ma in questi giorni a Gaza succede anche altro. Non una novità per la Striscia, ma certo non una cosa qualunque, vale a dire che Israele ha ripreso a bombardare pesantemente, e che la resistenza gazawa ha ripreso a lanciare missili. Una spirale senza fine che sembra vedere nelle prossime elezioni israeliane una delle sue cause perché, come ogni analista politico sa, la vittoria elettorale in Israele si gioca sulla capacità di dimostrare durezza contro il popolo palestinese occupato e, in particolare, contro quello assediato nella Striscia di Gaza. In base a quanto sopra il Consolato italiano, per la sicurezza dei suoi cittadini e dietro indicazioni israeliane circa la durezza dei bombardamenti, ha deciso l’evacuazione e quindi ci troviamo a Betlemme. Come diceva un giornalista molto importante, non può farsi buon giornalismo se non si ha empatia. Ebbene, senza la pretesa di fare buon giornalismo, posso dire che l’empatia con una comunità con la quale si sono vissuti mesi scanditi da bombardamenti, funerali, stato d’assedio, ma anche strana gioia, feste, allegria, sogni e lavoro, non può mancare. E’ proprio per quell’empatia che ci si sente quasi dei traditori dovendoli lasciare sotto le bombe perché noi, occidentali, possiamo contare su una protezione che non possiamo condividere con loro.

Bene, prendiamo le notizie telefonicamente. Questi circa 70 chilometri che ci separano li ripercorreremo presto a ritroso. Così almeno speriamo. Uscendo da Eretz abbiamo visto una lunga colonna di mezzi corazzati entrare. Non è certo un buon segno, ma speriamo che Netanyahu completi il suo messaggio elettorale senza ulteriori stragi e intanto speriamo di ritrovare tutti vivi i nostri interlocutori, amici più o meno stretti e conoscenti con cui abbiamo scambiato un sorriso, un caffè, uno shukran o un salam ailekum in tutto questo tempo.

Dunque, siamo a Betlemme. Non ci sono bombardamenti, noi siamo al sicuro. Betlemme è sotto intera giurisdizione dell’Autorità palestinese ma i soldati israeliani fanno continue incursioni nei due più grandi campi profughi alla sua periferia: Aida e Dheisheh. Entrano per arrestare, entrano per spaventare, entrano per controllare, entrano per capriccio. ENTRANO. E con estrema frequenza, quando entrano, corre il sangue. Quello dei feriti e, a volte, quello dei morti assassinati.

Ieri sera hanno ucciso deliberatamente il giovane Sajid Mezhir, solo 17 anni, mentre stava aiutando dei cittadini feriti dai soldati occupanti entrati nel campo. Soldati del più coccolato e più criminale Stato tra quelli considerati, in questo caso a torto, democratici: Israele.

Anche questa morte non farà notizia nei media mainstream, a meno che qualche giovane esasperato da tanta continua violenza impunita non decida di vendicarsi, in suo nome, contro qualche soldato israeliano. In quel caso i media alzeranno al massimo i loro megafoni per invocare all’unisono il coro che suona “SICUREZZA PER ISRAELE”.

Ho lasciato obtorto collo Gaza, dove il sangue palestinese scorre a fiumi, e sono tornata in Cisgiordania, dove il sangue palestinese seguita a scorrere senza interruzione. A Betlemme, a Nablus, a Gerusalemme, a Hebron….. Un unico popolo, diverse fazioni politiche, diverse leadership, ma un unico popolo che paga per l’arroganza criminale dell’unico vero nemico comune: l’occupazione israeliana della Palestina. Oggi i funerali di Sajid, ultimo giovane martire. Per ora.

 

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Primo anniversario Grande Marcia del Ritorno a Gaza

Mentre la Grande Marcia del Ritorno di Gaza si avvicina al primo anniversario, l’iniziatore delle proteste, Ahmed Abu Artema, discute della costruzione di un movimento non violento

 

MondoWeiss

Allison Deger – 22 marzo 2019

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Tutto è iniziato a causa di un uccello. Ahmed Abu Artema, l’improbabile leader del più ampio movimento palestinese da decenni, un pomeriggio di febbraio dello scorso anno camminava a grandi passi lungo la barriera di separazione che divide la sua casa nella Striscia di Gaza da Israele. Al crepuscolo ha visto uccelli volare nel cielo, attraversare la barriera “e nessuno li fermava”.

È stato un momento di assoluta chiarezza. Ahmed era fisicamente intrappolato dentro un territorio non statale assediato, e nello stesso luogo c’era uno stormo di uccelli più libero di lui.

“Perché complichiamo questioni semplici? Una persona non ha il diritto di muoversi liberamente come un uccello?” si è chiesto. Guardando di nuovo la barriera, frustrato ha pensato: “Mi tarpa le ali,” “Uccide i miei sogni” e “interrompe le mie camminate serali.”

“E se uno di noi- palestinesi di Gaza – vedesse se stesso come un uccello e decidesse di arrivare fino a un albero dall’altra parte della barriera?” Ahmed ha supposto: “Se quell’uccello fosse palestinese, gli sparerebbero.”

Più tardi quella notte Ahmed ha postato su Facebook un messaggio che è diventato virale in cui chiedeva ai palestinesi di marciare verso la barriera con l’obiettivo di accamparsi a pochi chilometri dall’altra parte della barriera, un vero diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi che non possono più aspettare una soluzione dal moribondo processo di pace. Pochi mesi dopo, il 30 marzo 2018, la festa palestinese del Giorno della Terra, generalmente celebrata con manifestazioni, ha segnato l’inizio della prospettiva di Ahmed.

Denominate la Grande Marcia del Ritorno, le proteste da allora sono continuate ogni venerdì, a volte con decine di migliaia di partecipanti. Negli ultimi mesi ad intermittenza un piccolo gruppo di israeliani si è unito a loro dall’altra parte della zona cuscinetto.

“L’idea si è talmente diffusa da essere diventata nella Striscia di Gaza un movimento sociale,” mi ha detto questa settimana Ahmen durante una camminata in giro per monumenti a Washington in un tranquillo pomeriggio di primavera. Aveva una spilla con la bandiera palestinese appuntata sulla sua elegante camicia. Al mattino aveva parlato al “Carnegie Endowement for International Peace” [fondazione Carnagie per la Pace Internazionale, centro di ricerca per la pace mondiale, ndt.] nel contesto di un giro di tre settimane organizzato dall’ “American Friends Service Committee” [Comitato del Servizio degli Amici Americani, associazione religiosa quacchera che si impegna per la pace e la convivenza, ndt.]. Le sue osservazioni in questo articolo sono tratte sia dal suo discorso ufficiale che dalla conversazione con me che ne è seguita.

A 34 anni è un padre occhialuto, affabile eppure metodico, di quattro bambini con meno di 8 anni, con qualche capello grigio. È stato negli USA per circa due mesi ed è ancora stupito di alcuni degli aspetti della vita fuori dall’assedio che Gaza sta subendo nell’ultimo decennio. Il suono degli aeroplani, in particolare. “Quando senti un aereo, è un segno di vita, ma a Gaza è un segno di morte,” dice.

Ahmed aveva viaggiato all’estero solo una volta prima d’ora, un breve soggiorno in Egitto. Questo è il suo primo viaggio da adulto da qualche parte e la prima occasione in cui è stato lontano dalle proteste del venerdì. “L’ho scritto come un sogno, poi sono andato a dormire,” dice. “Non è stato il mio potere come individuo che ha fatto diffondere l’idea.”

Non c’è un confine internazionale che delimita Gaza. È stretta dalla linea armistiziale della guerra arabo-israeliana del 1948, rafforzata dopo la guerra del giugno 1967. Una zona cuscinetto si estende lungo la frontiera orientale, ed è profonda circa un chilometro. Dentro Gaza il filo spinato e la rete metallica sono visibili dalla principale autostrada che in un altro contesto sarebbe chiamata una strada di campagna. Via Saladino, che prende il nome dal fondatore del califfato degli Ayyubidi, che inaugurarono un periodo di prosperità economica in buona parte del Medio Oriente, può essere percorsa in auto in soli 30 minuti, senza andare in fretta.

In questa strada, “se tu guardi alla tua destra puoi vedere la barriera di filo spinato,” dice Ahmed, e alla tua sinistra una flotta navale israeliana nel mar Mediterraneo.

“Immagina di essere confinato in un simile spazio,” e nello stesso momento circondato dai 2,2 milioni di abitanti di Gaza, dei quali due terzi sono rifugiati originari di terre all’interno di Israele, aggiunge Ahmed.

Dal punto di vista funzionale Gaza continua ad essere un non Stato, quasi un’aberrazione storica in cui un’enclave dell’impero ottomano e in seguito del mandato britannico non ha mai conquistato l’indipendenza come Stato palestinese durante la colonizzazione di tutto il Medio Oriente che fece seguito alla Seconda Guerra Mondiale. Durante gli accordi di pace di Oslo venne promesso uno Stato, ma deve ancora essere realizzato. In base alle leggi internazionali sarebbe la parte occidentale del frammentato territorio palestinese occupato. Eppure per i suoi abitanti più vecchi la Striscia è stata soggetta a un turbinio di poteri stranieri senza che se ne veda la fine. Un ottantenne palestinese ha vissuto sotto il controllo britannico, giordano ed ora israeliano. Benché i coloni e i soldati israeliani se ne siano andati da Gaza durante il disimpegno del 2005, originato da un precedente accordo di pace, Israele controlla ancora tutti i posti di blocco dentro e fuori Gaza tranne uno, e ha giurisdizione su cielo e mare.

Durante l’ultimo decennio e mezzo Gaza è stata governata dal movimento islamico Hamas. In questo periodo Gaza non solo è stata fisicamente separata dalla Cisgiordania, ma sempre più isolata politicamente da Ramallah dopo che il governo si è diviso nel 2006, pochi mesi prima che iniziasse l’assedio israeliano e un anno dopo le elezioni palestinesi, le ultime a parte le elezioni comunali. Da allora l’Autorità Nazionale Palestinese con sede in Cisgiordania ha intavolato negoziati di pace con Israele con la mediazione degli USA, promossi direttamente da John Kerry e ora dal presidente Donald Trump, con il destino di Gaza spesso messo in secondo piano.

Da quando lo scorso anno Trump ha dichiarato Israele come capitale di Gerusalemme, secondo Ahmed c’è stato un punto di svolta per i suoi amici e per lui. Da quel momento egli non conosce più nessuno che veda gli USA come un mediatore imparziale del processo di pace. “Sappiamo ovviamente che storicamente le amministrazioni americane sono state vicine ad Israele,” dice Ahmed. “La nostra esperienza non ci lasciava alcuno spazio per fidarci dell’amministrazione USA, ma Trump è l’esempio più estremo.”

Trump, dice Ahmed, è stato la ragione per cui i palestinesi si sono sentiti spinti ai margini. Protestare vicino alla barriera con Israele è sempre stato considerato da tutti come pericoloso. “Con le sue politiche che influenzano Israele ha provocato l’incendio. Le persone hanno sentito che i propri diritti fondamentali erano in pericolo.”

L’ONU dice che nelle manifestazioni iniziate lo scorso marzo le forze israeliane hanno ucciso 260 palestinesi, e ne hanno feriti più di 26.000, circa 7.000 dei quali sono stati colpiti da proiettili veri. Durante le proteste nei pressi della barriera i palestinesi hanno ucciso due soldati israeliani e ne hanno feriti quattro.

In passato Ahmed ha cercato di organizzare a Gaza un movimento nonviolento che facesse breccia negli sbarramenti con Israele. Il momento in cui ci è arrivato più vicino è stato quando aiutò a organizzare una manifestazione nel maggio 2011 in cui rifugiati palestinesi in Libano e in Siria si riunirono a migliaia sui confini con Israele e a decine entrarono in Israele. “The Guardian” [giornale inglese di centro sinistra, ndt.] all’epoca informò che le forze israeliane ne avevano uccisi 13 sul fronte settentrionale e feriti 60 a Gaza con proiettili veri. Contemporaneamente nella regione hanno avuto luogo cambiamenti drammatici.

“Quando sono iniziate le primavera arabe, soprattutto dopo la caduta di Hosni Mubarak (in Egitto), ci siamo sentiti ispirati,” dice Ahmed.

Infatti, mentre si stava svolgendo un’insurrezione in piazza Tahrir, giovani chiusi nei caffè a Gaza e Ramallah e scoraggiati come Ahmed hanno tentato una rivoluzione palestinese di quel genere. La “Coalizione della marcia del 15”, a volte chiamata Hirak Shababi [“Il movimento dei giovani”, che ha partecipato alle proteste contro la politica economica del governo giordano, ndt.], ha galvanizzato i giovani palestinesi in Cisgiordania e a Gaza per chiedere la riconciliazione tra Fatah, con base in Cisgiordania, e Gaza, governata da Hamas. È stato il primo movimento sociale dell’epoca di twitter, e il primo episodio di intenso attivismo che prendeva di mira la loro stessa dirigenza. Ma la dissidenza ha avuto vita breve, contrassegnata da divisioni interne e repressione brutale. Dopo due anni il nuovo movimento dei giovani è finito in niente.

“Avevano dei limiti politici,” dice delle proteste precedenti, “non c’era una posizione chiara riguardo alle divisioni politiche e a quale fosse la causa scatenante.”

“Hamas diceva di essere contro la divisione, Fatah diceva di essere contro la divisione. Che senso ha quando tutti dicono la stessa cosa?” Per Ahmed, il suo obiettivo aveva bisogno di un linguaggio semplice: “Vogliamo tornare alle nostre case e siamo rifugiati.”

Ahmed è ben conscio del fatto che grandi zone in cui una volta si trovavano i villaggi palestinesi in Israele distrutti nella guerra del 1948 non sono mai state economicamente sfruttate. Attivisti del gruppo israeliano “Zochrot” e urbanisti dell’organizzazione palestinese “Badil” hanno suggerito la possibilità di utilizzare le riserve naturali di Israele come luoghi per il reinsediamento dei palestinesi. Però in Israele c’è uno scarso appoggio a questa idea, tranne che da parte di qualche centinaio di persone di estrema sinistra, e questa causa non è mai stata abbracciata da alcun partito politico, compresi i partiti arabi in Israele.

Un precedente negoziato di pace tra l’ex primo ministro israeliano Ehud Olmert e il presidente palestinese Mahmoud Abbas sarebbe fallito in parte sul numero di palestinesi a cui consentire eventualmente di tornare in Israele. Olmert ne aveva accettati 5.000 e il presidente George W. Bush, che sovrintendeva ai colloqui, offrì di concedere 100.000 cittadinanze USA nel contesto di una soluzione dei due Stati. Per i palestinesi questi numeri erano bassi in modo offensivo. I rifugiati palestinesi sono più di 7 milioni.

“Se il mondo ne avesse la volontà sarebbe in grado di mettere fine alla tragedia di questi rifugiati,” dice Ahmed. “Vogliamo una soluzione basata sulle fondamenta della giustizia, dell’uguaglianza e dell’umanità,” per “coesistere con i nostri vicini ebrei in base ai valori della cittadinanza.”

“Mentre il popolo ebraico ha il diritto di vivere in pace e sicurezza, non è giusto risolvere una tragedia creandone un’altra,” dice.

Per come la vede Ahmed, parte di questa ingiustizia è dovuta al fatto che la vita a Gaza è cambiata, rapidamente. Molte case hanno l’elettricità solo per sei ore al giorno, con interruzioni che durano fino a 16 ore. Il sistema sanitario sta crollando. I tagli dell’amministrazione Trump ai servizi per i rifugiati hanno provocato la chiusura di ambulatori. Gravi malattie non possono essere trattate sul posto e i permessi per uscire per essere curati in un ospedale israeliano, egiziano o in altri luoghi sono sempre più difficili da ottenere.

Ahmed ha smesso tre anni fa di portare i suoi figli a nuotare al mare perché l’inquinamento è molto grave ed è stato messo in rapporto con alcuni decessi. Ora, durante i giorni caldi d’estate vanno ancora sulla spiaggia, ma la famiglia rimane sulla sabbia. Quando i jet israeliani passano sullo spazio aereo di Gaza, un rumore che descrive come frequente, terrorizzano suo figlio, “Abdelrahman ha molta paura ogni volta che sente un aereo.”

“So di molti bambini che sono morti alla sua età, ma io non gli ho mai parlato di questo,” dice Ahmed.

“Questa è una delle ragioni per cui sono un attivista. Cerco, non da solo, anzi, noi cerchiamo di creare un mondo migliore per i nostri bambini,” dice. “Non posso immaginare per loro la stessa vita che ha vissuto mio padre, che vivo io.”

La decadenza delle infrastrutture iniziò sul serio circa dieci anni fa, quando l’ONU avvertì che Gaza sarebbe diventata “inabitabile” entro il 2020. Il rapporto venne pubblicato in risposta al peggioramento delle condizioni dovute al blocco, ma Ahmed sostiene che “un completo collasso economico è già avvenuto” un anno prima della scadenza prevista, “rendendo Gaza una terra totalmente desolata.”

“Accetteresti una vita come questa o chiederesti qualcosa di meglio?” chiede.

“Se tu fossi un giovane di Gaza potresti arrivare a 35 anni senza avere mai avuto un lavoro,” spiega. “Essere padre a Gaza significa che ti vergogni perché non puoi provvedere alla tua famiglia.”

Con Gaza che sta diventando inabitabile, peggiorata dal fattore Trump, Ahmed si è trovato con un pubblico impaziente di cercare alternative. A Gaza i tempi erano maturi per tentare la nonviolenza su vasta scala.

Nel suo primo post su Facebook nel gennaio 2018 ha auspicato tattiche pacifiste.

“E se 200.000 manifestanti accompagnati dai media internazionali marciassero pacificamente e oltrepassassero la barriera di filo spinato a est di Gaza per entrare per qualche chilometro nella nostra terra occupata, portando la bandiera palestinese e le chiavi del ritorno [molti profughi palestinesi hanno conservato le chiavi delle case da cui sono stati cacciati da Israele, ndt.]?” Ha scritto Ahmed. “E se decine di migliaia di palestinesi erigessero un villaggio di tende all’interno di Israele e continuassero ad utilizzare metodi pacifisti rimanendo là senza fare ricorso ad alcuna forma di violenza?”

La maggioranza dei dimostranti ha rispettato l’insistenza sulle proteste pacifiche, anche se molti hanno lanciato pietre, gomme incendiate o fatto volare aquiloni incendiari che hanno bruciato ettari di terreno agricolo israeliano. Le forze israeliane hanno sparato sui dimostranti proiettili veri e lacrimogeni, gli aquiloni ora sono intercettati dai droni. Le scene sono a volte caotiche e Ahmed viene a sapere delle vittime solo quando la manifestazione del venerdì si disperde e lui ha il tempo di controllare le notizie.

Israele sostiene di avere il diritto di utilizzare una forza letale per difendere i propri confini. Rispondendo a un recente rapporto sui diritti umani pubblicato all’ONU un portavoce del ministero degli Esteri israeliano, Emmanuel Nahshon, ha affermato che le proteste sono inscenate da Hamas. Ha detto al “Christian Broadcasting Network” [Rete Televisiva Cristiana, gestita da gruppi evangelici filo-israeliani, ndt.] che “Hamas utilizza i civili a Gaza come scudi umani per i terroristi.”

Ahmed sa che il suo impegno di lunga data per la nonviolenza non è condiviso da tutti. Ma vede il sostegno da gruppi come Hamas subordinato alla spinta di quelli che praticano la nonviolenza, non viceversa. La resistenza pacifica è di nuovo diffusa.

“Le nostre richieste sono semplici e oneste, vogliamo tornare, vogliamo una vita dignitosa. Persino quelli impegnati nella resistenza armata hanno iniziato a capire come può essere efficace la non violenza pacifica,” dice.

“Ci sono persone nella Striscia di Gaza che si oppongono ad Hamas, e c’è un contesto che circonda le attuali proteste nella Striscia di Gaza e ciò include la dura situazione che molte persone vivono,” dice “e molti errori che Hamas ha commesso nell’amministrare la Striscia di Gaza.”

“Ma io vorrei affermare che tutto questo dissenso con Hamas riguarda l’amministrazione e il modo di governare. Questi dissensi non riguardano l’occupazione” dice.

 

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Protesta di donne a Gaza per i diritti

‘La resistenza è donna’: la protesta delle donne di Gaza per il diritto al ritorno.

Centinaia di donne si sono riunite vicino alla barriera orientale di Gaza per chiedere la fine dell’assedio ed il diritto al ritorno.

Middle East Eye

Maha Hussaini

Martedì 3 luglio 2018

 

GAZA – Martedì centinaia di donne e ragazze palestinesi si sono riunite vicino alla barriera est che separa l’enclave costiera da Israele, in quella che le organizzatrici hanno definito la protesta “delle donne palestinesi per il ritorno e per rompere l’assedio”.

In una conferenza stampa tenuta a Gaza lunedì, l’”Alta Commissione Nazionale della Grande Marcia per il Ritorno e per Rompere l’Assedio” ha invitato le donne palestinesi a “partecipare in gran numero alla protesta” e a chiedere il loro diritto al ritorno.

“Questo evento è in appoggio alle donne palestinesi che rimangono determinate nonostante l’assedio. Trasmette un chiaro messaggio: che nessuno può negarci i nostri diritti, soprattutto il diritto al ritorno, e le nostre richieste di togliere l’assedio”, ha detto Iktimal Hamad, la presidentessa del comitato delle donne della Commissione.

Madri, mogli, figlie e sorelle dei morti e dei feriti durante le proteste della ‘Grande Marcia del Ritorno’, come anche donne giornaliste e studentesse universitarie, hanno portato le bandiere palestinesi e cartelli che chiedono il diritto al ritorno ed hanno affermato la propria volontà di mantenere vive le proteste.

“Chi ha detto che le donne non possono lottare con la stessa efficacia degli uomini?” ha esclamato Suheir Khader, di 39 anni, che è venuta alla manifestazione con la sua famiglia e gli amici.

“Siamo cresciute con l’idea che la resistenza è donna. Le nostre nonne hanno sempre appoggiato i nostri nonni e lottato insieme a loro durante la Nakba (la catastrofe) e la prima Intifada.

“Sono qui oggi perché noi (donne) non possiamo stare semplicemente sedute a guardare i nostri padri e mariti che vengono uccisi e feriti. È nostro dovere condividere almeno questa lotta con loro”, ha aggiunto Khader.

Anche donne rimaste ferite durante le proteste della ‘Grande Marcia del Ritorno’ hanno preso parte alla protesta di martedì, chiedendo il diritto a cure mediche e il diritto al ritorno.

Amani al-Najjar, di 25 anni, ha detto che niente le potrebbe impedire di partecipare alle proteste, “nemmeno la mia ferita”.

“Sono stata ferita al petto da un candelotto lacrimogeno la terza settimana delle proteste”, ha spiegato. “Tre giorni dopo, quando ho incominciato a guarire, sono tornata qui per riprendere la protesta.”

Najjar, il cui fratello è stato ucciso da un cecchino israeliano l’anno scorso mentre partecipava alle proteste vicino alla barriera orientale, ha detto: “Sono qui per proseguire ciò che mio fratello ha iniziato. Se loro (i soldati israeliani) lo hanno ucciso per intimidirci e costringerci a smettere, si sbagliano. Al contrario ci hanno dato una ragione in più per continuare.”

Le proteste della ‘Grande Marcia del Ritorno’ sono iniziate il 30 marzo e sono proseguite consecutivamente per quattro mesi, per chiedere il diritto al ritorno per i palestinesi e la fine dell’assedio israeliano a Gaza.

Secondo Ashraf al-Qidra, portavoce del ministero della Sanità di Gaza, dall’inizio delle proteste 134 palestinesi, compresi 16 minori e una donna, sono stati uccisi e altri 15.200, compresi 2.536 minori e 1.160 donne, sono stati feriti.

Um Khaled Loulo, di 71 anni, ha detto di aver partecipato alle proteste almeno una volta alla settimana con i suoi figli e nipoti. “Porto sempre qui i miei nipoti per insegnargli nella pratica il diritto al ritorno”, ha detto a MEE.

“Non li lascio avvicinare alla barriera perché so che i soldati israeliani non lesineranno i tentativi di sparargli, ma almeno possono  capire che il ritorno alla loro patria d’origine è qualcosa per cui lottare quando diventeranno grandi.”

Loulo ha aggiunto che portare i suoi nipoti alle manifestazioni fa parte dell’insegnamento dei valori fondamentali della vita e di educarli alla difesa dei loro diritti.

“Li porto qui ogni settimana e cantiamo canti nazionali. È così che si cresce un figlio sotto l’occupazione.”

Loulo ha detto che quando era più giovane partecipava alle proteste e tirava pietre ai soldati israeliani.

“La donna è uguale all’uomo in casa e in prima linea. Se lui lotta per una causa, lo fa anche lei”, ha aggiunto.

Israa Areer, una giornalista di 26 anni, ritiene che la partecipazione delle donne alla lotta palestinese “non è nulla di nuovo”.

“Più di 60 anni fa mia nonna cacciò fuori da casa sua i soldati israeliani che cercavano di arrestare suo marito e i suoi figli. Anche questa è una forma di resistenza.”

Areer ha detto che, benché le autorità israeliane si siano ritirate dalla Striscia di Gaza nel 2005, “condizionano e controllano direttamente la vita delle donne palestinesi”.

“Anche se Gaza non è occupata, le autorità israeliane continuano a praticare ogni forma di oppressione contro le donne, imponendo un duro assedio che le priva dei loro fondamentali diritti”, ha aggiunto.

“Le donne palestinesi non solo allevano i combattenti per la libertà, ma hanno anche lottato insieme a loro e li hanno protetti contro l’occupazione per parecchi decenni”, ha detto.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Manifestazione di israeliane in solidarietà con donne gazawi

Donne israeliane manifestano dall’altra parte del confine in solidarietà con la Marcia delle donne di Gaza.

 “I nostri dirigenti e i loro non vogliono cambiare, per cui tocca a noi”, secondo una delle attiviste pacifiste israeliane che hanno marciato in solidarietà con la prima marcia organizzata delle donne delle continue proteste di Gaza.

Haaretz

 

Kyle Mackie, Jack Khoury – 4 luglio 2018

 

Martedì pomeriggio un gruppo di circa 50 attiviste si è riunito ed ha marciato in solidarietà sul lato israeliano del confine di Gaza durante la prima marcia delle continue proteste di Gaza organizzata dalle donne.

Dopo essersi incontrate nei pressi de kibbutz Nahal Oz, una delle comunità israeliane che si trovano vicino al confine, il gruppo formato soprattutto da donne ha parlato da un cellulare con una delle donne che hanno organizzato la protesta nella Striscia di Gaza.

“Ci ha ringraziate del nostro sostegno e ci ha detto che per loro è molto importante,” ha detto Ghadir Hani, che ha tradotto dall’arabo all’ebraico le parole dell’organizzatrice.

“Ha parlato del potere delle donne, di come il movimento delle “Quattro Madri” ha aiutato Israele ad uscire dal Libano e di come le donne hanno il potere di cambiare le cose,” ha detto, in riferimento a un gruppo di donne i cui figli hanno fatto il servizio militare in Libano e che hanno formato un gruppo di protesta che ha contribuito a indurre Israele a ritirarsi dal Paese.

Hani, che fa parte del movimento politico e sociale di base “Standing Together” [Resistere insieme], ha detto di preferire non rivelare il nome dell’organizzatrice di Gaza. “Standing Together” organizza ebrei e arabi in campagne per la pace, l’uguaglianza e la giustizia sociale, e il gruppo ha organizzato l’evento solidale di martedì insieme a un gruppo di abitanti delle comunità di confine di Gaza chiamato “Other Voice” [Altra voce].

La dottoressa Julia Chaitin, del kibbutz Urim, ha parlato all’organizzatrice di Gaza a nome di “Other Voice”. “Le ho detto che da questa parte del confine siamo circa 50 (persone),” ha affermato la dottoressa Chaitin. “Per 10 anni abbiamo continuato a dire che l’assedio deve finire. Che non le vediamo come nemiche, le consideriamo vicine, e che i nostri dirigenti e i loro non vogliono cambiare le cose, per cui spetta a noi farlo.”

Dopo la telefonata, circa metà del gruppo è andata a piedi o in macchina per circa un miglio attraverso le coltivazioni israeliane fino a un posto panoramico da cui le manifestanti di Gaza erano visibili dall’altra parte del confine. Donne mostravano cartelli con slogan come “Un futuro di dignità e speranza da entrambe le parti della frontiera” e ”No alla prossima guerra contro Gaza”, mentre suonavano sirene e l’esercito israeliano sparava contro le manifestanti gas lacrimogeni, molti dei quali sono stati spinti dal vento indietro verso il gruppo di israeliane.  A 17 anni, Dror Adam, di Sderot, era una delle donne più giovani del gruppo. Ha detto di sentire l’importanza di partecipare perché ha sperimentato di persona come la continua violenza della regione colpisca duramente le comunità da entrambi i lati del confine. Nel 2006, quando Dror aveva 7 anni, la casa della sua famiglia è stata distrutta da un razzo sparato in Israele dalla Striscia di Gaza.

“Siamo vicini,” ha detto Dror, parlando delle donne di Gaza. “Mi dispiace per loro e non devono perdere la speranza.”

Ma non tutte le donne che sono venute a solidarizzare vivono nelle comunità vicine. Hamutal Gouri ha viaggiato da Gerusalemme per andare sul confine.

“Volevo essere qui come presenza di donne e uomini che stanno dicendo: ‘Vi ascoltiamo, anche noi siamo qui come donne, come gente che crede nell’attivismo non violento e in una soluzione pacifica del conflitto,” ha detto Gouri.

“Credo che noi – le donne – siamo quelle che possono farlo e arriveranno a un accordo di pace,” ha continuato, “perché penso che abbiamo una prospettiva diversa. Noi diamo il nostro contributo.” A Gaza migliaia di donne palestinesi hanno partecipato a una dimostrazione lungo il confine con Israele. Ci sono notizie secondo cui l’esercito israeliano ha utilizzato misure per disperdere la folla, sparando lacrimogeni e granate fumogene contro la marcia. Fonti palestinesi hanno anche detto che alla manifestazione tre persone sono rimaste ferite da proiettili veri israeliani, nei pressi della barriera e a est di Gaza City.

 

(traduzione di Amedeo Rossi)




Proteste contro la demolizione di Khan al-Ahmar

Le proteste travolgono Khan al-Ahmar mentre le forze israeliane si preparano alla demolizione

Macchinari pesanti circondano il villaggio beduino in vista della sua distruzione, che secondo chi la critica rappresenterà un crimine di guerra

Middle East Eye

 

MEE and agencies

Mercoledì 4 luglio 2018

Mercoledì palestinesi hanno protestato all’interno e attorno a Khan al-Ahmar mentre le forze israeliane hanno iniziato i preparativi per distruggere il villaggio beduino nella Cisgiordania occupata, nonostante le richieste internazionali di non proseguire nel progetto.

Abitanti e attivisti sono saliti sui bulldozer e hanno sventolato bandiere palestinesi nel tentativo di impedire che la demolizione abbia luogo.

La delegata del comitato esecutivo dell’OLP Hanan Ashrawi ha condannato gli imminenti progetti da parte dell’esercito israeliano di radere al suolo Khan al-Ahmar e ha sollecitato la comunità internazionale ad agire.

“La protezione delle famiglie palestinesi e il trasferimento forzato della nostra popolazione autoctona nelle condizioni di persone senza casa e disperate è assolutamente inaccettabile,” ha detto Ashrawi.

“Chiediamo al governo israeliano di annullare immediatamente i suoi illegali progetti di demolizione della comunità palestinese di Khan al-Ahmar.”

“Il fatto che Israele voglia distruggere un intero villaggio in cui gli abitanti hanno vissuto per 50 anni con l’unico scopo di espandere la colonia illegale cisgiordana di Kfar Adumim è vergognoso e inumano.”

La Mezzaluna rossa palestinese ha informato di 35 persone ferite, di cui 4 ricoverate in ospedale.

Il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem ha affermato che 9 persone sono state arrestate – 5 del villaggio e altre 4, compreso il responsabile delle ricerche sul campo del gruppo.

La polizia ha informato di due arresti e ha detto che sono state lanciate pietre contro i funzionari.

L’incidente è avvenuto dopo che gli attivisti hanno affermato che martedì l’esercito israeliano ha emesso un mandato ai 173 abitanti di Khan al-Ahmar in cui si autorizzava l’esercito stesso a impadronirsi delle strade di accesso al villaggio.

Mercoledì nella zona sono stati visti macchinari pesanti, che hanno suggerito l’ipotesi che si stesse preparando una strada per agevolare l’evacuazione del villaggio e la sua demolizione.

Immagini hanno mostrato bulldozer e macchinari edili pesanti di proprietà di CAT, JCB e dell’impresa cinese Liugong parcheggiati fuori dal villaggio.

Fino al momento della stesura di questo articolo le imprese non hanno risposto alle richieste di commento.

“Oggi stanno procedendo con un lavoro infrastrutturale per agevolare la demolizione e il trasferimento forzato degli abitanti,”, ha detto all’AFP Amit Gilutz, portavoce di B’Tselem.

Le autorità israeliane dicono che il villaggio e la sua scuola sono stati costruiti illegalmente, e in maggio la Corte Suprema ha respinto un ultimo appello contro la demolizione.

Ma gli attivisti sostengono che gli abitanti hanno poche alternative se non costruire senza licenza edilizia israeliana, dato che questo documento non viene quasi mai concesso ai palestinesi perché costruiscano in aree della Cisgiordania in cui Israele ha il totale controllo sulle questioni civili.

Le autorità israeliane dicono di aver offerto agli abitanti un luogo alternativo, ma i residenti di Khan al-Ahmar rilevano che si trova nei pressi di una discarica.

I palestinesi di Khan al-Ahmar hanno giurato di non lasciare mai la propria terra.

“Abbiamo vissuto qui dal 1951. Mio nonno, mio padre ed io,” ha detto a Middle East Eye Faisal Abu Dawoud, un abitante di 43 anni. “È impossibile per noi lasciare questo posto. Anche se ci arrestano tutti e ci buttano fuori, torneremo.”

Khan al-Ahmar  è stato per lo più edificato con lamiere precarie e strutture di legno, come avviene tradizionalmente nei villaggi beduini.

Il sottosegretario inglese per il Medio Oriente, Alistair Burt, in maggio l’ha visitato e ha chiesto al governo israeliano di dare prova di moderazione.

Ha messo in guardia che ogni trasferimento forzato “potrebbe configurarsi come  trasferimento forzato di persone di competenza delle Nazioni Unite.”

Un simile atto sarebbe considerato una violazione della Convenzione di Ginevra, e quindi un crimine di guerra.

Anche la Francia ha bocciato i progetti israeliani per la comunità palestinese.

“I villaggi si trovano anche in una zona che è essenziale per la continuità territoriale di un futuro Stato palestinese e quindi per la realizzazione di una soluzione dei due Stati, che oggi viene minacciata dalla decisione delle autorità israeliane,” ha detto in un comunicato la portavoce del ministero degli Esteri francese, Agnes Von Der Muhll.

Khan al-Ahmar si trova ad est di Gerusalemme, nei pressi di parecchi grandi blocchi di colonie israeliane e vicino all’autostrada per il Mar Morto.

(traduzione di Amedeo Rossi)