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Un documento secretato rivela che le “zone di tiro” dell’IDF sono costruite per dare terra ai coloni

In una riunione top secret tenutasi nel 1979, qui per la prima volta svelata, l’allora Ministro dell’Agricoltura Ariel Sharon spiegò che le zone di tiro avevano lo scopo di creare “riserve di terra” per gli insediamenti coloniali, nel contesto del suo più ampio piano di stabilire “confini etnici” tra ebrei e palestinesi.

Yuval Abraham

11 luglio 2022 –  +972 Magazine

Un documento inedito rivela che Israele ha creato “zone di tiro militari” nella Cisgiordania occupata come meccanismo per trasferire terreni agli insediamenti coloniali. Quelle zone di tiro, istituite apparentemente ai fini di addestramento militare, sono state realizzate nell’ambito di una strategia più ampia rivolta a creare un “confine etnico” tra ebrei e palestinesi.

Secondo il verbale di una riunione “top secret” del 1979 della Settlement Division della World Zionist Organization [la Divisione per le colonie, è un ente privato che agisce nell’ambito dell’Organizzazione Sionista Mondiale ma è interamente finanziato da fondi pubblici israeliani. Agisce come agente governativo nell’assegnazione di terre ai coloni ebrei in Cisgiordania, ndt.] che lavora in tandem con il governo israeliano, l’allora ministro dell’Agricoltura Ariel Sharon spiegò come la realizzazione di zone di tiro in tutta la Cisgiordania avesse come unico obiettivo finale quello di fornire la terra ai coloni israeliani.

“Essendo la persona che ha fatto nascere nel 1967 le zone di tiro militari, ho voluto destinarle tutte a uno scopo: fornire un’opportunità per l’insediamento coloniale ebraico nell’area”, disse Sharon durante la riunione. “Non appena la Guerra dei Sei Giorni finì, ero ancora di stanza nel Sinai con la mia divisione. Quando ho disegnato queste zone mi trovavo nel Sinai. Le zone di tiro sono state create per uno scopo: costituire delle riserve di terra per le colonie”.

40 anni dopo, le osservazioni di Sharon hanno avuto conseguenze di vasta portata, poiché migliaia di palestinesi a Masafer Yatta, nelle grandi colline a sud di Hebron e nella Valle del Giordano sono attualmente sotto diretta minaccia di espulsione dopo che la loro terra è stata dichiarata zona di tiro militare.

La Divisione delle Colonie si era riunita per discutere la creazione di insediamenti coloniali nelle aree della valle del Giordano dichiarate zone di tiro, e quindi chiuse ai palestinesi. Sharon rese noto di aver delineato i confini delle zone di tiro sin dall’inizio e ordinato il trasferimento delle basi militari in Cisgiordania in modo che la terra fosse sequestrata a fini di insediamento coloniale.

Sharon sarebbe diventato ancora più esplicito riguardo ai suoi piani per le zone di tiro. Solo due anni dopo, durante un altro incontro della Divisione per le Colonie, il ministro affermò che era stata decisa [la realizzazione, ndt.] della zona di tiro 918 al di sopra di Masafer Yatta [insieme di 19 frazioni palestinesi nelle colline meridionali di Hebron nella Cisgiordania meridionale, ndt.] per fermare la “diffusione degli abitanti dei villaggi arabi sul fianco della montagna verso il deserto”. A maggio l’Alta Corte israeliana ha dato il via libera all’espulsione di oltre 1.000 palestinesi da otto villaggi di Masafer Yatta per consentire all’esercito di addestrarsi nell’area.

All’udienza dell’Alta Corte lo Stato ha affermato che la distruzione di queste comunità – che gli abitanti affermano essere lì almeno dalla fine del 19° secolo – è necessaria per l’addestramento. La scorsa settimana l’esercito ha iniziato a inviare carri armati, impiegare armi da fuoco e posizionare mine vicino alle case del villaggio.

Protezione delle periferie ebraiche

Due ulteriori documenti portati alla luce da +972 fanno chiarezza sulla motivazione politica alla base della creazione di colonie e zone di tiro nelle colline meridionali di Hebron. In base a quanto dichiarato da Sharon, egli ha cercato di creare una “zona cuscinetto” tra i cittadini beduini di Israele nel Negev/Naqab e gli abitanti palestinesi della Cisgiordania meridionale, dove si trova Masafer Yatta.

“Esiste un fenomeno, in corso da diversi anni, di contiguità fisica tra la popolazione araba del Negev e gli arabi delle colline di Hebron. Si è creata una situazione in cui il confine [della terra di proprietà araba] si è spinto più profondamente nel nostro territorio”, disse Sharon al comitato nel gennaio 1981. “Dobbiamo creare rapidamente una zona cuscinetto di insediamenti coloniali che si insinui tra le colline di Hebron e la comunità ebraica del Negev. Sharon è arrivato persino a etichettare questa zona cuscinetto come un “confine etnico” che avrebbe impedito ai palestinesi della Cisgiordania di raggiungere la “periferia di Be’er Sheva [città del sud di Israele, la più grande del deserto del Negev, ndt.]”.

I verbali di un incontro del 1980 rivelano come Sharon ritorni sulla stessa questione: “A Hura [una cittadina beduina nel Negev/Naqab] c’è una comunità araba in crescita di migliaia di persone. Questa comunità ha contatti con la popolazione araba delle colline meridionali di Hebron. Pertanto il confine passerà praticamente nelle vicinanze di Be’er Sheva, vicino a Omer [una ricca città del Negev-Naqab]. Supponiamo che io aggiunga altre decine di migliaia di ebrei a Dimona o Arad [due città operaie nel sud di Israele], e che li voglia lì. Come colmerò questo divario? Come farò a creare un cuneo tra i beduini del Negev e gli arabi delle colline meridionali di Hebron?

Sharon avrebbe presto avuto una risposta alla sua domanda. Quell’anno Israele dichiarò 30.000 dunam [3.000ettari] di terra nella punta meridionale della Cisgiordania delle zone di tiro militari. Come Sharon aveva ben chiaro, queste zone furono realizzate come confini etnici: a sud delle zone militari c’erano dozzine di villaggi beduini non riconosciuti all’interno di Israele, mentre a nord e ad ovest c’erano le città palestinesi e le cittadine delle colline a sud di Hebron. All’interno della zona militare rimasero le migliaia di palestinesi che ora devono affrontare un trasferimento di popolazione.

Durante queste discussioni Sharon stabilì persino la creazione di nuovi insediamenti coloniali ebraici nel Negev-Naqab, come Meitar, così come nelle colline occupate a sud di Hebron, come Maon e Susiya, che avrebbero fatto parte della stessa zona cuscinetto.

Per Sharon, come per molti altri leader israeliani, la nozione stessa di territorio arabo contiguo era una minaccia diretta alle ambizioni dello Stato di controllare quanta più terra possibile su entrambi i lati della Linea Verde [la linea di demarcazione stabilita negli accordi d’armistizio arabo-israeliani del 1949 fra Israele e alcuni fra i Paesi arabi confinanti alla fine della guerra arabo-israeliana del 1948-1949, ndt.]. Ancora oggi, le colonie ebraiche in Cisgiordania e nel Negev/Naqab rimangono una parte cruciale della strategia di controllo di Israele.

Un segreto di Pulcinella

Secondo un rapporto di Kerem Navot, un’organizzazione [israeliana, ndr.] che tiene traccia degli insediamenti coloniali nella Cisgiordania occupata, nel 2015 circa il 17% della Cisgiordania è stata designata come sede di varie zone di tiro militari, in particolare nella Valle del Giordano, nelle colline a sud di Hebron e lungo il confine orientale con la Giordania. La maggior parte di queste assegnazioni furono fatte immediatamente dopo l’occupazione della Cisgiordania nel 1967 e all’inizio degli anni ’70. Secondo il rapporto l’esercito utilizza solo il 20% circa di queste zone per l’addestramento.

Alcuni esempi recenti mostrano che Israele si sta spingendo ancora più in là dei cuscinetti etnici di Sharon tra ebrei e palestinesi. Oggi i palestinesi in tutta la Cisgiordania vengono espulsi dalle zone di tiro, mentre i coloni stanno lentamente prendendo il loro posto.

Nell’ultimo decennio, ad esempio, i coloni hanno stabilito 66 cosiddetti avamposti agricoli, che occupano enormi appezzamenti di terra in Cisgiordania, nonostante abbiano pochi residenti. Circa un terzo di quel territorio, 83.000 dunam [8.300 ettari], che i coloni hanno conquistato attraverso il pascolo, si trovano all’interno di zone di tiro militari. Queste aree – almeno sulla carta – dovrebbero essere chiuse sia agli ebrei che ai palestinesi. I soldati israeliani nella Valle del Giordano hanno persino ammesso apertamente che consentono ai coloni di utilizzare le zone di tiro, mentre vietano ai palestinesi di fare lo stesso.

Dror Etkes, a capo di Kerem Navot, ha detto a +972 che negli ultimi anni c’è stato un aumento significativo del subentro di coloni nelle zone di tiro. “Questa è la logica conseguenza di quanto fece Ariel Sharon 55 anni fa. Le fattorie avamposto coloniale sono state progettate in modo tale da consentire l’occupazione di vaste aree di pascolo, che nell’agosto del 1967 erano state dichiarate zone di tiro militari”, afferma Etkes.

Questo meccanismo si sta ripetendo nelle colline meridionali di Hebron. L’anno scorso la Divisione per le Colonie ha assegnato un terreno nella zona di tiro 918 a uno dei coloni che vivono nelle vicinanze. Le foto aeree mostrano che nella zona di tiro sono state costruite nuove strutture appartenenti a tre avamposti coloniali – Mitzpe Yair, Avigayil e Havat Ma’on – stabiliti nell’area nel 2000. L’anno scorso, i coloni hanno persino cercato di realizzare un nuovissimo avamposto coloniale direttamente all’interno della zona di tiro.

Che le zone di tiro siano utilizzate per rafforzare il progetto di colonizzazione e l’espropriazione della popolazione nativa dei territori occupati è ormai un segreto di Pulcinella e tutti vi sono coinvolti, tranne i palestinesi.

Yuval Abraham è un giornalista e attivista che risiede a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un’organizzazione per i diritti umani riporta i piani USA per costruire edifici diplomatici su terreni palestinesi a Gerusalemme Est

Gli USA stanno pianificando di costruire un complesso di edifici diplomatici su una proprietà privata confiscata a palestinesi nella Gerusalemme Est occupata.

Redazione di Middle East Monitor

Martedì 12 luglio 2022 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che domenica una organizzazione per i diritti umani ha affermato che gli Stati Uniti stanno pianificando di costruire un complesso di edifici diplomatici su una proprietà privata confiscata a palestinesi nella Gerusalemme Est occupata.

In una dichiarazione il centro legale per i diritti della minoranza araba in Israele (Adalah) ha affermato che hanno trovato nuove prove che il terreno su cui dovrebbero essere costruiti gli edifici diplomatici secondo il piano congiunto statunitense-israeliano si trova su una proprietà privata presa a palestinesi.

Adalah ha specificato che “la terra su cui gli edifici diplomatici USA dovrebbero essere costruiti è registrata a nome dello Stato di Israele, ma è stata confiscata illegalmente a rifugiati palestinesi e palestinesi deportati internamente usando la legge israeliana del 1950 sulla proprietà degli assenti”.

Richiamando l’imminente visita in Israele del presidente USA Joe Biden, Adalah ha affermato che i discendenti degli originari proprietari del terreno che comprendono cittadini USA e palestinesi residenti a Gerusalemme Est chiedono “l’immediata cancellazione del piano”.

La dichiarazione aggiunge: “Se costruiti, gli edifici dell’ambasciata statunitense saranno collocati su terreni che sono stati confiscati ai palestinesi in violazione del diritto internazionale.”

L’arrivo di Biden in Israele è previsto per il 13 luglio, come parte del viaggio che includerà la città cisgiordana di Ramallah e l’Arabia Saudita.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La crisi della chiesa del Sacro Sepolcro: Israele rompe i ponti con il mondo cristiano

*Nota redazionale. Dopo pochi giorni di chiusura della chiesa del Santo Sepolcro Israele è stato costretto a sospendere l’iter del disegno di legge nel parlamento e convincere il sindaco di Gerusalemme Barkat a fare altrettanto riguardo alla tassazione delle proprietà ecclesiastiche. Nonostante questo articolo sia quindi superato dai fatti, riteniamo ugualmente interessante quest’articolo in quanto rappresenta una critica interna ad Israele sulle scelte politiche in materia di politiche riguardo alla presenza cristiana in Palestina.

Nir Hasson

27 febbraio 2018,Haaretz

I decisori politici hanno continuato ad ignorare le sensibilità politiche, religiose e diplomatiche nei tentativi di soluzione dei problemi che riguardano la comunità cristiana di Gerusalemme.

La chiesa del Santo Sepolcro nella Città Vecchia di Gerusalemme è un luogo che va al ritmo del Medio Evo e si conforma a una serie inflessibile di norme definite a metà del XIX° secolo. Una delle consuetudini non scritte è una continua disputa tra le tre Chiese che la gestiscono: cattolica, greco-ortodossa e armena.

Sapendo tutto ciò, l’incidente avvenuto domenica è stato un evento storico. I capi delle tre comunità, il patriarca greco-ortodosso, il patriarca armeno e il custode cattolico per la Terra Santa, si sono incontrati all’ingresso della chiesa. Hanno fatto andare via i turisti ed hanno chiuso le pesanti porte. Sono stati appesi grandi cartelli, stampati in anticipo, con le immagini dei due nemici della chiesa: il sindaco di Gerusalemme Nir Barkat e la parlamentare della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] Rachel Azaria del [partito di centro, ndt.] Kulanu. In alto era scritto: “La misura è colma”.

La protesta è arrivata come risposta a due recenti iniziative fondamentali. Una è stata la decisione di porre fine all’esenzione dalla tassa municipale sulle proprietà delle Chiese a Gerusalemme e di imporre un blocco sui conti bancari delle chiese per le tasse non pagate. La seconda è una legge presentata da Azaria che permetterebbe l’esproprio delle terre vendute dalle chiese ad acquirenti privati. Era nell’ordine del giorno di domenica della commissione della Knesset che deciderà se la coalizione di governo appoggerà la proposta di legge oppure no.

L’azione di domenica delle Chiese mostra che sono in una situazione intollerabile, con pressioni da ogni parte: Israele, i loro fedeli palestinesi, le istituzioni ecclesiastiche, i pellegrini ed i Paesi che le appoggiano (Giordania, Grecia, Armenia e il Vaticano). I responsabili politici ignorano in continuazione le sensibilità politiche, religiose e diplomatiche quando tentano di risolvere problemi che riguardano le Chiese.

Secondo le Chiese, l’accordo che ha consentito loro di non pagare le tasse municipali è esistito dai tempi dell’impero ottomano e tutti i governi britannici, giordani ed israeliani l’hanno rispettato. Dicono che l’iniziativa di raccogliere le tasse fa parte della lotta di Barkat contro il governo nazionale e contro il ministro delle Finanze Moshe Kahlon sul bilancio della città. Nel contempo il sindaco sostiene che l’accordo sulle tasse si applica solo ai luoghi di culto e non alle proprietà commerciali possedute dalle Chiese.

Tra le tasse e la legge portata avanti da Azaria, è quest’ultima che ha maggiormente preoccupato i leader religiosi. Secondo la proposta di legge il governo sarebbe in grado di espropriare la terra che è stata di proprietà delle Chiese e venduta a società immobiliari private. La legge discrimina le Chiese rispetto ad altre istituzioni o privati cittadini. (Una domanda pertinente è cosa direbbe Israele se una simile iniziativa fosse presa in un altro Paese per le proprietà possedute dalle sinagoghe). Oltretutto sarebbe applicata in modo retroattivo.

La legge obbligherebbe le Chiese a pagare per i fallimenti del “Fondo Nazionale Ebraico” e dell’”Amministrazione Israeliana della Terra”. Per comprendere i loro errori è sufficiente vedere l’accordo sulla terra nel quartiere di Rehavia a Gerusalemme, stilato nella prima metà del XX° secolo. All’epoca le Chiese cedettero terreni a Rehavia e in altri quartieri al FNE per 99 anni.

Nel contratto di Rehavia, che sta mettendo in pericolo le vite di 1.300 famiglie, un’impresa privata acquistò i diritti di possesso per 500 dunam (5.000 ettari) di terreni nel cuore di Gerusalemme per 200 anni solo per 78 milioni di shekel (circa 18 milioni di €). Se il governo avesse agito in modo più intelligente, avrebbe potuto facilmente acquistare i diritti su questa terra per una cifra simile – un piccolo cambiamento, considerando la dimensione dell’area e la sua importanza. Avrebbe potuto avere indietro parte del denaro dai residenti e dagli affaristi prolungando i loro contratti di affitto. Ma i responsabili non hanno agito, permettendo a speculatori privati di entrare in scena.

Una volta terminato il contratto di concessione di 99 anni, invece del suo rinnovo praticamente automatico da parte del FNE per un affitto simbolico, i terreni saranno trasferiti a un’impresa privata. I residenti che vivono in edifici coinvolti nella vendita dovranno negoziare con gli operatori immobiliari privati quello che succederà delle loro case, che avranno già perso più di metà del loro valore.

Se la legge viene approvata, nessuno vorrà fare affari con le Chiese: chi vuole comprare terreni che in futuro possono essere espropriati?

Chiunque abbia a che fare con questa legge – compresi quelli che l’hanno redatta – sa molto bene che non ha nessuna possibilità di essere approvata dalla Knesset nell’attuale formulazione. Viola talmente tanti principi costituzionali che è un caso esemplare di annullamento da parte della Corte Suprema. La legge è stata pensata per essere una minaccia a operatori e speculatori immobiliari, in modo che arrivino ad un accordo con il governo. Ma nel contempo, la domanda è se questo è il modo in cui Israele vuole comunicare con il mondo cristiano.

(traduzione di Amedeo Rossi)