1

Fare giornalismo in un tempo leggendario. La testimonianza personale di una giornalista

Shireen Abu Aqleh

Ottobre 2021 – This Week in Palestine

Nota Redazionale

Un articolo di Shereen Abu Aqleh dell’ottobre scorso che descrive la sua professione nella terra occupata da Israele e in particolare la capacità  della popolazione palestinese di Jenin di non abbassare mai la testa dinanzi all’invasore anche nei momenti più critici. Scriviamo queste poche righe con lo stato d’animo sconvolto dalle immagini che ci sono giunte da Gerusalemme Est per l’inaudito e violento attacco della polizia al corteo funebre.

Probabilmente è stata una coincidenza a riportarmi indietro di vent’anni. Quando sono arrivata a Jenin a settembre non mi aspettavo di rivivere questa travolgente sensazione. Jenin è ancora la stessa fiamma inestinguibile che abbraccia giovani senza paura che non si fanno intimidire da nessuna possibile invasione israeliana.

Il motivo per cui ho passato parecchi giorni e notti nella città è stato il successo dell’evasione dal carcere di Jalboa. È stato come tornare al 2002 quando Jenin visse qualcosa di unico, diverso da qualunque altra città in Cisgiordania. Verso la fine dell’Intifada di Al-Aqsa cittadini armati si sparpagliarono per tutta la città e sfidarono apertamente le forze di occupazione che intendevano invadere il campo.

Nel 2002 Jenin diventò una leggenda nella mente di molti. La battaglia nel campo contro le forze di occupazione in quell’aprile è ancora molto presente nella mente dei suoi abitanti, anche di quelli che non erano ancora nati quando accadde.

Tornando a Jenin adesso, 20 anni dopo, ho rivisto molti volti familiari. In un ristorante ho incontrato Mahmoud, che mi ha salutata chiedendomi: “Ti ricordi di me?” “Sì”, ho risposto, “Mi ricordo di te”. È difficile dimenticare quel viso e quegli occhi. Lui ha continuato: “Sono uscito di prigione pochi mesi fa”. Mahmoud era ricercato dagli israeliani quando lo incontrai negli anni dell’Intifada.

Ho rivissuto quelle sensazioni di ansia e di orrore che provavamo ogni volta che incontravamo una persona armata nel campo. Mahmoud è uno dei fortunati: è stato incarcerato e rilasciato, ma per gli abitanti di Jenin e per i palestinesi in generale i volti di molti altri sono diventati simboli o semplici ricordi.

Durante questa visita non abbiamo avuto difficoltà a trovare un posto dove stare, diversamente da dieci anni fa quando abbiamo dovuto sistemarci in casa di gente che non conoscevamo. A quel tempo le persone ci aprivano le loro case poiché non c’erano alberghi.

A prima vista la vita a Jenin può sembrare normale, con ristoranti, alberghi e negozi che aprono ogni mattina. Ma a Jenin si ha l’impressione di essere in un piccolo villaggio che controlla ogni straniero che arriva. In ogni strada la gente chiede alla troupe: “Siete della stampa israeliana?”. “No, siamo di Al-Jazeera”. La targa gialla del veicolo israeliano incute sospetto e paura. L’auto è stata fotografata e la foto è stata fatta circolare diverse volte prima che i nostri movimenti in città diventassero familiari per gli abitanti.

A Jenin abbiamo incontrato persone che non hanno mai perso la speranza: non hanno permesso alla paura di entrare nei loro cuori e non sono state spezzate dalle forze di occupazione israeliane. Probabilmente non è una coincidenza che i sei prigionieri che sono riusciti ad evadere fossero tutti dei dintorni di Jenin e del campo [profughi].

Per me Jenin non è un’effimera storia nella mia carriera o nella mia vita personale. È la città che mi può sollevare il morale e aiutarmi a volare. Incarna lo spirito palestinese che a volte trema e cade ma, oltre ogni aspettativa, si rialza per inseguire i suoi voli e i suoi sogni.

E questa è stata la mia esperienza come giornalista: nel momento in cui sono fisicamente stremata e mentalmente esausta, mi trovo di fronte ad una nuova, sorprendente leggenda. Può nascere da un piccolo spiraglio, o da un tunnel scavato sottoterra [riferimento all’evasione dei prigionieri di Jenin fuggiti dal carcere israeliano di Gilboa, ndtr.].

  Shireen Abu Aqleh

Per 24 anni ho coperto il conflitto israelo-palestinese per Al Jazeera. Oltre alla questione politica, il mio interesse è stato e sarà sempre la vicenda umana e la sofferenza quotidiana del mio popolo sotto occupazione. Prima di lavorare per il mio attuale canale sono stata co-fondatrice di radio Sawt Falasteen. Nel corso della mia carriera ho seguito quattro guerre contro la Striscia di Gaza e la guerra israeliana contro il Libano nel 2009, oltre alle incursioni in Cisgiordania. Inoltre ho coperto eventi negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Turchia e in Egitto.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Prigioniero palestinese entra nell’88esimo giorno di sciopero della fame mentre la sua salute va peggiorando

MENA

17 Ottobre, 2021 Redazione The New Arab

**NOTA REDAZIONALE

Oggi 22 ottobre i prigionieri palestinesi hanno interrotto lo sciopero della fame ottenendo da parte dell’amministrazione israeliana le richieste portate avanti con la lotta: cessazione delle misure punitive dopo l’evasione dei sei palesinesi dalla prigione di Gilboa, fine dell’isolamento e ritorno dei detenuti nelle loro celle in compagnia . Non è chiaro invece la sorte di Miqdad Al-Qawashmeh in sciopero da oltre 88 giorni in quanto il prigioniero è in sciopero contro la sua detenzione amministrativa.

Il prigioniero, incarcerato da Israele in detenzione amministrativa, ha visto peggiorare le proprie condizioni di salute.

Il prigioniero palestinese Miqdad Al-Qawashmeh è entrato nell’88esimo giorno consecutivo di sciopero della fame per protestare contro la detenzione amministrativa in un carcere israeliano, mentre la sua salute continua a peggiorare e sua madre implora la sua liberazione.

Sabato la madre, Iman Badr, ha detto a Al-Jazeera in una trasmissione in diretta che il prigioniero ventiquattrenne, arrestato nel gennaio 2021, a settembre è stato trasferito nel Centro medico israeliano Kaplan, dove continua ad attuare l’assunzione di sola acqua.

Al-Qawashmeh è adesso tra i 400 prigionieri palestinesi che prendono parte a scioperi della fame per protestare contro le misure punitive imposte da Israele dopo l’evasione dal carcere di Gilboa a settembre.

Il suo corpo non resisterà a lungo se le persone libere non interverranno a salvarlo, lui difenderà il suo diritto fino alla fine…e vuole essere liberato dalla sua ingiusta detenzione amministrativa”, ha detto Badr, quando ha visitato il figlio nella sua stanza di ospedale.

Per favore fate di tutto per salvare la vita di mio figlio”, ha anche chiesto in un video postato su twitter dall’Organizzazione Araba per i Diritti Umani.

L’alta corte israeliana ha bloccato l’ordine amministrativo di detenzione di Al-Qawasmeh il 6 ottobre, ma ciò semplicemente interrompe l’ordine per il periodo delle sue cure e non lo libera dalla detenzione, secondo la rete Quds News.

All’inizio del mese la Croce Rossa Internazionale ha espresso “la sua profonda preoccupazione” riguardo al peggioramento della salute di Qawasmeh e alle “conseguenze potenzialmente irreversibili di uno sciopero della fame protratto così a lungo”.

Dopo l’evasione dal carcere di Gilboa ad inizio settembre, quando sei prigionieri palestinesi sono fuggiti da una sezione di alta sicurezza, le autorità israeliane hanno attuato un giro di vite sui detenuti, separandone e trasferendone centinaia all’interno del sistema carcerario israeliano.

L’Associazione dei Prigionieri Palestinesi ha affermato in una dichiarazione pubblicata da Quds Press che altri prigionieri palestinesi potrebbero partecipare agli scioperi della fame come parte di un “piano di resistenza”, se le loro richieste non saranno ascoltate e non saranno revocate le sanzioni che vengono loro imposte, che l’associazione afferma configurino una punizione collettiva.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’avvocato: “Un prigioniero palestinese riarrestato è stato torturato”

 Zena Al Tahhan

15 settembre 2021 – Al Jazeera

L’avvocato di Mohammad al-Ardah afferma che è stato privato di cibo, sonno, cure mediche ed ha subito “una durissima sessione di torture”.

Cisgiordania occupata – Durante il primo incontro con il suo avvocato da quando è stato fermato la scorsa settimana, almeno uno dei quattro prigionieri politici palestinesi riarrestati ha detto di essere stato sottoposto a violenze e torture fisiche e psicologiche dagli investigatori israeliani.

Dopo che l’intelligence israeliana ha tolto il divieto di colloquio degli avvocati con i prigionieri a cinque giorni da quando sono stati riarrestati, mercoledì l’avvocato Khaled Mahajneh, del collegio di difesa della Commissione per la Questione dei Detenuti dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ha incontrato il suo cliente Mohammed al-Ardah.

Dopo essere uscito dal centro di detenzione e aver visto il suo cliente, che a quanto ha detto è stato privato di cibo, sonno e cure mediche mentre subiva una serie di interrogatori intensivi, Khaled Mahajneh ha rilasciato una commovente intervista a Palestine TV [televisione ufficiale dell’ANP, ndtr.]

“Mohammed è stato sottoposto, e lo è ancora, a una pesante serie di torture,” ha detto Khaled. “Dopo il suo arresto Mohammed è stato portato nel centro di interrogatori di Nazareth, dove è stato interrogato in modo molto violento.

In una stanza piccolissima c’erano circa 20 investigatori dell’intelligence che gli hanno strappato tutti i vestiti, comprese le mutande, e lo hanno obbligato a rimanere nudo per molte ore. Poi gli hanno dato uno scialle per coprirsi i genitali e in seguito lo hanno trasferito nel centro per gli interrogatori di Jalama.”

Tagli ed escoriazioni”

L’avvocato ha detto che durante l’arresto le forze israeliane hanno picchiato Mohammed: “La sua testa è stata sbattuta per terra ed ora è ferito sopra l’occhio destro. Finora non ha ricevuto le cure mediche di cui ha bisogno. A seguito del tentativo di fuga e della caccia all’uomo da parte delle forze israeliane contro di lui e Zakaria Zubaidi, presenta tagli ed escoriazioni su tutto il corpo.”

Venerdì notte le autorità israeliane hanno annunciato il riarresto di Mahmoud Abdullah al-Ardah e Yaqoub Mahmoud Qadri, rispettivamente di 46 e 49 anni, nella periferia meridionale di Nazareth. Zakaria Zubeidi, 46 anni, e Mohammed al-Ardah, 39, sono stati arrestati sabato mattina nel villaggio palestinese di Shibli-Umm al-Ghanam. I quattro sono stati portati a Jalama per essere interrogati.

Erano tra i sei uomini, insieme a Ayham Nayef Kamanji, 35, e Munadel Infaat, 26, dei quali non si sa ancora dove si trovino, che sono scappati dalla prigione israeliana di Gilboa all’alba del 6 settembre.

Interrogatori giorno e notte”

Khaled Mahajneh ha detto che durante il loro incontro sei investigatori sono rimasti dietro Mohammed al-Ardah, incatenato mani e piedi. L’avvocato ha affermato di aver ripetutamente chiesto che venissero tolte le catene almeno dalle braccia di Mohammed, ma gli agenti hanno rifiutato di farlo.

Secondo Khaled, da quando è stato riarrestato a Mohammed per quattro giorni non è stato dato cibo e non ha dormito più di 10 ore a causa delle continue sessioni di interrogatorio.

“Da sabato è stato sottoposto a interrogatori giorno e notte… È stato interrogato a tarda notte e alle prime ore del mattino,” ha affermato Khaled. “Non vede il sole, o la luce, o il vento. Quando l’ho incontrato mi ha chiesto se fosse pomeriggio, non sapeva che era mezzanotte.”

L’avvocato ha detto che Mohammed è tenuto in una cella “non più grande di 2 metri per 1,” vive “sotto sorveglianza 24 ore su 24,” e “ogni giorno è stato interrogato da dieci poliziotti”.

In un’altra intervista postata su Facebook l’avvocato Ruslan Mahajneh, che la stessa notte ha incontrato Mahmoud al-Ardah, ha detto che il detenuto gli ha raccontato di essere stato interrogato varie volte dopo l’arresto.

“Sono stati arrestati venerdì notte. Gli interrogatori sono durati dal venerdì – sono arrivati a Jalama tra mezzanotte e l’una, e l’interrogatorio è continuato fino alle 8 del mattino,” ha detto.

“Dopodiché sono andati a dormire. L’interrogatorio varia, viene interrogato ogni giorno tra le 7 e le 8 ore. Ma di notte dorme. Dice che non sono stati torturati,” ha affermato Mahajneh.

Secondo un comunicato della commissione dell’ANP, l’avvocato Avigdor Feldman ha incontrato Zakaria Zubaidi a mezzanotte di mercoledì.

“È risultato che, durante il suo arresto con il prigioniero Mohammed al-Ardah, il detenuto Zubaidi è stato picchiato e maltrattato, provocando la rottura della mandibola e di due costole,” ha affermato la commissione.

Zubaidi, continua il comunicato, “è stato trasferito in un ospedale israeliano e dopo il suo arresto gli sono stati somministrati antidolorifici” e “in seguito alle percosse e ai maltrattamenti tutto il suo corpo è coperto di lividi ed escoriazioni.”

Benché nel 1999 la Corte Suprema israeliana abbia vietato l’uso della tortura, gli investigatori, in particolare dei servizi di intelligence, hanno continuato ad usare violenza contro i detenuti palestinesi, che i tribunali hanno retroattivamente approvato. I quattro prigionieri sono sottoposti, da parte dei servizi di intelligence in collaborazione con l’unità 443 Lahav della polizia, a interrogatori che secondo gli avvocati possono durare fino a 45 giorni.

Sabato i prigionieri sono comparsi separatamente davanti al tribunale di Nazareth, che ha deciso di estendere la loro detenzione fino al 19 settembre per “completare l’indagine”.

Processi giudiziari

Secondo la commissione dell’ANP, durante l’udienza di sabato contro i quattro sono state presentate molte accuse indiziarie: “Evasione, favoreggiamento in una evasione, complotto per commettere un’aggressione, partecipazione a un’organizzazione ostile e fornitura di servizi ad essa.”

Dopo l’udienza Khaled Mahajneh ha detto ad Al Jazeera che le autorità si sono rifiutate di fornire informazioni riguardo al “complotto per commettere un’aggressione”, sostenendo che la documentazione è segreta.

Nella sua intervista con Palestine TV Khaled ha affermato che Mohammed al-Ardah “respinge totalmente le accuse che la sicurezza sta cercando di imputargli.” Mohammed avrebbe detto a Khaled che “avrebbe potuto fare qualunque cosa nei cinque giorni” di libertà, ma “voleva essere libero e camminare per le strade della Palestina occupata nel 1948.”

In base alle leggi internazionali un prigioniero di guerra che scappa dalla prigione “è passibile solo di una punizione disciplinare,” cioè non possono essere comminati altri anni di carcere in aggiunta alla sentenza iniziale, anche se si tratta di una fuga recidiva.

Secondo gli avvocati in precedenti episodi in cui carcerati palestinesi sono scappati da prigioni israeliane e sono stati riarrestati molti hanno dovuto affrontare misure punitive, come lunghi periodi in isolamento, ma non hanno subito un allungamento della pena.

La maggioranza dei palestinesi vede i detenuti nelle carceri israeliane, che sono 4.650 palestinesi, compresi 200 minorenni e 520 sottoposti a detenzione amministrativa, cioè senza processo o accuse specifiche, come prigionieri politici che sono incarcerati a causa dell’occupazione militare israeliana o per la loro resistenza ad essa.

Prima di evadere dalla prigione quattro dei sei detenuti sono stati condannati all’ergastolo, mentre due erano detenuti in attesa di un processo militare.

I condannati sono stati arrestati tra il 1996 e il 2006 e sono stati incarcerati per aver compiuto attacchi contro militari o civili israeliani. Cinque di loro sono affiliati all’organizzazione palestinese Jihad Islamica, mentre uno è un importante membro dell’ala militare di Fatah, il gruppo palestinese che controlla l’ANP.

Dopo che i detenuti sono scappati attraverso un tunnel che sbucava a pochi metri dal muro della prigione, le forze israeliane hanno lanciato un’enorme caccia all’uomo per cercarli ed hanno arrestato membri delle rispettive famiglie.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Timori per i palestinesi in sciopero della fame che protestano contro la detenzione

Redazione Al Jazeera

14 settembre 2012 Al Jazeera

I detenuti palestinesi progettano scioperi della fame in massa a sostegno dei fuggitivi riarrestati e contro le loro pessime condizioni di detenzione.*

*Nota Redazionale . Lo sciopero della fame progettato per sabato 18 settembre è stato annullato in seguito alla sospensione dei provvedimenti punitivi dell’autorità carceraria israeliana.

Dura, Cisgiordania occupata – La tensione cresce da mesi, ma la situazione potrebbe presto esplodere in quando la rabbia per il trattamento dei prigionieri palestinesi da parte di Israele è sul punto di esplodere.

Ciò che sta anche accrescendo la rabbia palestinese è il deterioramento della salute di sei palestinesi in sciopero della fame, che protestano contro la loro detenzione amministrativa ovverosia detenzione senza processo.

I palestinesi sono esacerbati dalle misure punitive inflitte dall’Israel Prison Services (IPS) [servizio penitenziario israeliano] in seguito alla fuga e alla recente cattura di prigionieri palestinesi di alto profilo dalla prigione di Gilboa, nel nord di Israele.

Kayed Fasfous, Miqdad Qawasmeh e Hisham Abu Hawash di Hebron; Raik Bisharat di Tubas; Alla al-Araj di Tulkarem; e Shadi Abu Aker di Betlemme stanno facendo uno sciopero della fame prolungato, rifiutandosi di mangiare fino a quando le autorità israeliane non li informeranno di cosa sono stati accusati e di quando saranno rilasciati.

Fasfous, 32 anni – in sciopero della fame da oltre 60 giorni – rifiuta anche sale e vitamine e beve solo acqua. Ex bodybuilder, ha perso 30 kg e il suo peso è ora sceso a 40 kg.

È stato trasferito dalla prigione di Ofer vicino a Ramallah, dove era stato imprigionato dal suo arresto nel settembre 2020, al Ramle Hospital in Israele.

Non è in grado di camminare, è su una sedia a rotelle poiché le condizioni del suo cuore e di altri organi vitali continuano a deteriorarsi”, ha detto ad Al Jazeera suo fratello Khalid Fasfous.

Nessuno della sua famiglia ha potuto fargli visita e la Croce Rossa non ha potuto vederlo poiché il giorno della loro visita è stato spostato dal carcere di Ofer.

“Sto aspettando cattive notizie su di lui da un momento all’altro”, ha detto sua madre Fawzia Fasfous. “Non riesco a dormire la notte chiedendomi dove sia e cosa gli sia successo.”

I prigionieri della Jihad islamica si sono scontrati ripetutamente con le autorità dell’IPS in diverse carceri, dando fuoco alle celle delle prigioni.

Tuttavia, nonostante la brutale repressione dei disordini da parte della famigerata unità Masada dell’IPS – e l’invio di alcuni prigionieri in isolamento e il trasferimento forzato di molti altri – centinaia di altri prigionieri di tutto lo spettro politico palestinese si stanno preparando a iniziare uno sciopero della fame di massa dalla fine della settimana a sostegno dei fuggitivi riarrestati e di altri compagni di prigionia.

L’avvocato di Fasfous non è stato in grado di vedere il suo cliente poiché è in detenzione amministrativa.

Tutti i fratelli Fasfous sono stati posti in detenzione amministrativa nel corso degli anni.

In due occasioni, quando un altro fratello, Mahmoud Fasfous è stato arrestato nella casa di famiglia, sua moglie è stata aggredita dai soldati israeliani, provocandole l’aborto in entrambi i casi.

“Prove segrete”

La detenzione amministrativa è una procedura che consente alle forze di occupazione israeliane di trattenere i prigionieri a tempo indeterminato sulla base di informazioni segrete senza formulare accuse e garantire loro un processo, ha affermato l’organizzazione dei prigionieri palestinesi Addameer [organizzazione non governativa palestinese che monitora il trattamento dei prigionieri palestinesi arrestati in Cisgiordania dalla potenza occupante e fornisce assistenza legale, ndt].

“Le informazioni segrete o le prove non sono accessibili al detenuto né al suo avvocato e la detenzione amministrativa può, secondo gli ordini militari israeliani, essere rinnovata ogni sei mesi per un tempo illimitato”, ha affermato l’organizzazione per i diritti dei prigionieri.

L’organizzazione per i diritti dei prigionieri ha affermato che questa pratica è stata varata in seguito alla situazione politica nella Palestina occupata e al movimento palestinese di protesta contro l’ininterrotta occupazione israeliana dei territori palestinesi occupati nel 1967.

“Sebbene l’uso della detenzione amministrativa in modo diffuso e sistematico sia vietato dal diritto internazionale, l’occupazione israeliana utilizza la detenzione amministrativa come strumento per punire collettivamente i palestinesi”, ha affermato Addameer.

Attualmente ci sono 520 palestinesi in detenzione amministrativa.

Saba Abu Hawash, due anni, non riconoscerebbe suo padre Hisham se lo vedesse.

“Non vede suo padre da quando aveva qualche mese”, ha detto ad Al Jazeera Aisha Abu Hawash, la moglie di Hisham Abu Hawash in sciopero della fame.

Abu Hawash, un operaio edile, è in detenzione amministrativa dal suo arresto nell’ottobre 2020.

Suo figlio Izzadeen, sei anni, ha un grave problema ai reni e deve andare regolarmente in ospedale per cure.

Tutti e cinque i bambini hanno bisogno del padre non solo per il supporto emotivo, ma anche per provvedere a loro. Non capiscono cosa sta succedendo e chiedono ripetutamente dove sia il loro padre”, ha detto Aisha.

Il fratello di Hisham, Emad, dice che la famiglia è priva di notizie da quando ha cominciato lo sciopero della fame 27 giorni fa, dato che non sanno dove sia e in quali condizioni perché la Croce Rossa non ha ancora potuto fargli visita e le autorità israeliane si rifiutano di rilasciare qualsiasi informazione.

“Sappiamo che è stato messo in detenzione amministrativa nella prigione di Ofer, ma da quando ha iniziato il suo sciopero della fame non sappiamo se è ancora in isolamento o se è stato trasferito in ospedale e siamo estremamente preoccupati per lui”, Emad ha detto ad Al Jazeera

“Ho scritto alla Croce Rossa e all’ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite spiegando la nostra disperazione, ma non ho avuto notizie nemmeno da loro “, ha detto Emad

Pertanto, consideriamo questo un caso di sparizione forzata. Facciamo appello per avere qualsiasi informazione sulla sua situazione”

La violenza si intensifica

La rabbia dei palestinesi è cresciuta in modo esponenziale ad ogni sviluppo relativo alla questione dei prigionieri, poiché ogni famiglia ha avuto almeno un suo membro arrestato e imprigionato.

Dalla fuga dei sei prigionieri dalla prigione di Gilboa una settimana fa, scontri sono scoppiati ogni giorno in tutta la Cisgiordania occupata; l’intelligence israeliana ha riferito di dozzine di incidenti con lancio di pietre, sparatorie, accoltellamenti, lancio di ordigni incendiari, bombe fatte in casa piazzate per le strade, razzi lanciati dalla Striscia di Gaza e altri attacchi contro le forze di sicurezza e i coloni israeliani

Cinque dei fuggitivi erano membri della Jihad islamica. L’IPS ha dichiarato pubblicamente di non essere in grado di controllare i prigionieri della Jihad islamica e di aver faticato per creare profili di intelligence su di loro.

L’altro fuggitivo era Zacharia Zubeidi. Dopo il suo nuovo arresto ha dovuto essere ricoverato in ospedale; la sua famiglia ha detto che gli è stata rotta una gamba e che ha subito altre ferite durante il suo interrogatorio.

Due dei fuggitivi sono ancora in fuga.

Inoltre, sembra che l’IPS non avrà solo a che fare con i riottosi prigionieri della Jihad islamica, poiché centinaia di detenuti di Fatah hanno rilasciato una dichiarazione in cui affermavano che intendevano unirsi a uno sciopero della fame in corso a partire da venerdì a sostegno di tutti i prigionieri.

Hanno avvertito che avrebbero intensificato le loro azioni di protesta in modo progressivo fino a quando le autorità israeliane non avessero cessato le loro misure punitive. Se uno degli scioperanti della fame dovesse morire nel frattempo, ciò potrebbe incendiare la polveriera della Cisgiordania.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Facebook mi ha bloccata per aver chiamato eroe l’evaso da Gilboa Zakaria Zubeidi

Orly Noy

14 Settembre 2021 – Middle East Eye

Il mio appoggio pubblico ad uno dei prigionieri evasi ha provocato clamore tra gli israeliani. Il mio crimine? L’ho chiamato eroe e ho detto che capisco perché i palestinesi facciano ricorso alla lotta violenta

Entro un’ora dal mio post su Facebook relativo a Zakaria Zubeidi, uno dei sei prigionieri palestinesi che recentemente sono evasi dal carcere di Gilboa e uno dei quattro in seguito catturati, Facebook mi ha bloccata per tre giorni per aver violato le sue “linee guida della comunità”.

Non sono stata particolarmente sorpresa. Sapevo che molti israeliani avrebbero immediatamente segnalato il post e sarebbero riusciti a farlo cancellare. Il motivo è che io insisto nel considerare Zubeidi ed i suoi compagni dei combattenti per la libertà e non dei terroristi. Ed insisto nel delineare il contesto del tragico ed eroico percorso della vita di Zubeidi.

Tale contesto è descritto limpidamente in ‘I ragazzi di Arna’, il film del 2003 di Juliano Mer-Khamis sul lavoro di sua madre, Arna Mer-Khamis, e sul suo progetto del Freedom Theatre (Teatro della Libertà) degli anni ’90 per i ragazzi del campo profughi di Jenin.

I giovani partecipanti al progetto ci vengono presentati come ragazzi sorridenti che si trasformano gradualmente in combattenti determinati, molti dei quali sono stati alla fine uccisi. Uno dei ragazzi di Arna è Zakaria Zubeidi, che ha in seguito raggiunto lo status di super ricercato dalle forze di sicurezza israeliane ed è considerato dall’opinione pubblica israeliana come il perfetto terrorista.

Nel post rimosso da Facebook ho definito Zubeidi un eroe. Non solo perché ha lottato per la libertà del suo popolo, ma anche perché ogni palestinese che sopravvive all’occupazione e insiste nel continuare a vivere è un eroe – anche se non ha mai lanciato neanche una pietra.

La famiglia di Zubeidi ha donato parte della propria casa per le prove del Freedom Theatre. Sua madre e suo fratello sono stati in seguito uccisi dall’esercito israeliano e lui infine ha preso le armi per combattere per la libertà. Noi, il pubblico israeliano, siamo quelli (così ho scritto) che dovrebbero rendere conto della trasformazione compiuta da Zubeidi, uno di quei ragazzini sorridenti del film.

Stupore e indignazione

Ovviamente ciò è estremamente improbabile. Il pubblico israeliano rifiuta drasticamente di riconoscere il contesto della lotta palestinese e si stupisce quando qualcuno osa anche solo parlarne. Questo stupore ha improntato la risposta israeliana quando è uscita la notizia dell’evasione dei sei prigionieri da Gilboa: in qualche modo ci hanno ingannati, ma come? Noi siamo così bravi e così forti – noi siamo invincibili!

Lo stupore e l’indignazione sono tipici della reazione israeliana ogni volta che i palestinesi riescono ad ottenere una vittoria contro il regime israeliano ed il suo sofisticato, potente, articolato sistema di oppressione. La straordinaria e riuscita azione palestinese provoca una meravigliata protesta da parte degli israeliani del genere: ‘non fanno un gioco corretto’.

Dal punto di vista israeliano le regole di questo gioco stabiliscono che la nostra parte è quella che conquista, schiaccia, umilia, espelle, esilia, arresta, incarcera, preme il grilletto ed uccide. Il loro ruolo (dei palestinesi, ndtr.) è di essere sconfitti, schiacciati, espulsi, incarcerati e di morire. Che cosa gli dà il diritto di violare questa equivalenza tra ebraismo e democrazia?

E’come se Golia dovesse vedere il mondo come lo vedeva Davide ed insistesse nel considerarsi una vittima, anche quando infierisce sul debole e ignora il diritto internazionale. Per esempio, imprigionare un abitante dei territori occupati al di fuori di quei territori è una violazione del diritto internazionale. L’incarcerazione di Zubeidi e dei suoi amici a Gilboa è stata essa stessa illegittima e un crimine di guerra.

Quando sei un Golia che si percepisce come un Davide, sei cieco rispetto all’eroismo di coloro che stai calpestando, quelli che impugnano una fionda contro il tuo immenso potere. Né puoi comprendere il terribile prezzo che pagano per essersi comportati così – come i ragazzi del Freedom Theatre di Jenin, la maggior parte dei quali hanno pagato con la vita.

Yusuf per esempio era un ragazzo del Freedom Theatre. Durante la seconda Intifada, dopo che una granata ha colpito un’aula della scuola, Yusuf si è trovato a portare in braccio una ragazzina che è morta dopo pochi minuti. I suoi amici dicono che quell’esperienza lo ha completamente cambiato. Ha smesso di sorridere, di ridere, è diventato apatico. Poi, pur essendo del tutto ateo, si è unito alla Jihad islamica, ha imbracciato le armi, è andato con un amico a Hadera nel centro di Israele ed ha aperto il fuoco, uccidendo quattro persone e ferendone 30. In risposta la polizia ha ucciso sia Yusuf che il suo compagno.

Non mi arrenderò mai’

Poi c’è Ashraf, nel film un dolce ragazzo e nel gruppo teatrale un attore importante. In una scena, dopo che l’esercito israeliano ha distrutto la casa della famiglia del suo vicino Alaa, Ashraf fruga tra le macerie per recuperare qualcuna delle cose del suo amico. Scatto in avanti e si sente Alaa che descrive come Ashraf in seguito sia morto combattendo contro le forze israeliane nella battaglia di Jenin nel 2002. Residenti armati hanno preso posizione nell’edificio che un tempo ospitava il teatro ed è là che è morto Ashraf.

O prendiamo Alaa, che da bambino ha visto distruggere la casa della sua famiglia. Vediamo un Alaa cresciuto, che spiega che lui non sarebbe mai stato catturato perché sarebbe “diventato libero o sepolto nella sua tomba”. Nella scena seguente vediamo il suo cadavere bruciato all’ospedale, circondato da amici e parenti in lutto, dopo che è stato colpito dalle forze armate israeliane nel novembre 2002, due settimane dopo la nascita del suo primo figlio.

E poi c’è lo stesso Zubeidi. “Non mi arrenderò mai”, dice nel film ai suoi amici. “Mai!” Ed effettivamente non lo ha mai fatto. E’stato catturato da un poliziotto armato fino ai denti alle dipendenze di un vile e codardo regime le cui incessanti e sadiche violenze sono attribuite a “necessità di sicurezza” e in cui la persecuzione di questi combattenti per la libertà è chiamata “eroismo”.

Perciò sì, per quanto incredibile possa essere per gli israeliani, un giorno la gente rinchiusa in un ghetto dove una morte lenta ha migliaia di facce tenterà di insorgere e rischierà la vita per farlo. Uno delle migliaia di prigionieri del ghetto potrebbe addirittura uccidere uno dei suoi carcerieri. E sì, il popolo i cui conquistatori lo incarcerano per anni in una prigione più materiale del ghetto potrebbe tentare di scappare ed una su decine di migliaia di persone potrebbe farcela. Sì, compresi quelli che hanno scelto la violenza.

Ricerca interiore

Perché qui c’è un’altra sorpresa: viviamo in una realtà molto violenta che, benché abbia due lati, non è affatto simmetrica. La violenza di una delle parti ha il fine di opprimere, di schiacciare, di sradicare, di stabilire la superiorità, mentre la violenza dell’altra parte è una ricerca di liberazione. Ecco come persino azioni che non dovrebbero mai avvenire diventano parte della lotta per la libertà.

Alla fine di questa settimana milioni di ebrei osserveranno il giorno più sacro dell’anno ebraico, lo Yom Kippur: un giorno di esame di coscienza e di ricerca interiore. Nella tradizione ebraica le nostre preghiere durante lo Yom Kippur ci permettono di ottenere il perdono per i peccati contro Dio, ma non per quelli che abbiamo commesso contro altri esseri umani. Solo le vittime stesse possono perdonarci per quelli.

In questo Yom Kippur dovremmo inginocchiarci di fronte ai milioni di palestinesi che abbiamo oppresso per decenni e domandare loro perdono dal profondo dei nostri cuori, mentre ci pentiamo sinceramente dei peccati che abbiamo commesso contro di loro. Come negli anni passati, tuttavia, non succederà nemmeno in questo Yom Kippur. L’esibizione di forza degli ebrei ha sostituito la loro moralità 73 anni fa.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Orly Noy è una giornalista e un’attivista politica che vive a Gerusalemme.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)