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Un tribunale israeliano condanna a tre ergastoli un colono nella causa per il rogo doloso della famiglia Dawabsheh

Redazione di MEE

14 settembre 2020 – Middle East Eye

Amiram Ben-Uliel è stato riconosciuto colpevole di aver ucciso nel 2015 tre palestinesi, tra cui un bambino di 18 mesi, nel villaggio cisgiordano di Duma

Lunedì un tribunale israeliano ha emesso una condanna a tre ergastoli contro un colono estremista colpevole dell’uccisione nel 2015 di una famiglia palestinese durante un attacco incendiario nella Cisgiordania occupata.

Amiram Ben-Uliel, 25 anni, è stato condannato in maggio dal tribunale distrettuale di Lod per tre omicidi e due tentati omicidi con una sentenza che il servizio di sicurezza interna Shin Bet ha descritto all’epoca come “una pietra miliare nella lotta contro il terrorismo ebraico.”

Lunedì è stato condannato a tre ergastoli per le succitate accuse, così come a 40 anni per altri reati.

Il tribunale lo ha anche multato di 258.000 shekel (circa 70.000 euro) a titolo di risarcimento per Ahmad Dawabsheh, il figlio scampato per miracolo all’attacco incendiario in cui subì gravi ustioni per le quali è ancora in cura.

La gravissima aggressione aveva provocato sdegno all’interno e all’estero, in quanto costò la vita a Alì Dawabsheh, di 18 mesi, ai suoi genitori Saad e Riham e rese orfano suo fratello Ahmad, che all’epoca aveva quattro anni e che rimase gravemente ustionato su tutto il corpo.

In base alla sentenza, Ben-Uliel aveva spiato le case del villaggio di Duma per operare un attacco, scegliendo quella dei Dawabsheh in quanto supponeva, al momento dell’aggressione, che all’interno ci fosse gente.

Ben-Uliel lanciò prima una bottiglia molotov in una casa vuota, poi ne lanciò un’altra dalla finestra della camera da letto dei Dawabsheh mentre stavano dormendo. Prima dell’attacco scrisse anche sui muri della casa “Vendetta” e “Lunga vita al Messia” con una bomboletta spay.

Il padre di Riham, Hussein Dawabsheh, che è anche il tutore del nipote Ahmad, dopo la sentenza ha affermato che “la condanna non riporterà indietro niente.”

Suo nipote, l’unico sopravvissuto all’incendio, nell’attacco ha perso un orecchio. Ora non può indossare una mascherina come gli altri bambini, dice il nonno.

Perché mi hanno fatto questo? Perché non sono come tutti gli altri bambini?” dice suo nipote, come afferma Hussein citato da Haaretz [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndtr.].

Non è sufficiente”

Nella sua sentenza di maggio il tribunale aveva assolto Ben-Iliel dall’accusa di partecipazione a un’organizzazione terroristica, una decisione che la famiglia Dawabsheh aveva definito offensiva.

Ben-Uliel faceva parte del gruppo “Gioventù delle colline”, un movimento di coloni israeliani ultranazionalisti radicali che intende insediarsi ad ogni costo, anche con la violenza, su terra cisgiordana, che ritengono sia stata loro assegnata a pieno titolo da dio.

Anche se la condanna afferma che nella notte dell’aggressione Ben-Uliel agì da solo, molti resoconti dell’epoca citarono testimoni oculari che sostenevano di aver visto almeno due uomini mascherati scappare dalla scena dell’attacco.

Un sospetto non identificato, minorenne all’epoca dell’attacco, ha patteggiato ed è stato imputato solo di aver tramato per commettere l’aggressione, nonostante ci sarebbero prove che indicano un suo ruolo fondamentale nella realizzazione del rogo mortale.

In maggio la famiglia Dawabsheh aveva affermato che la condanna di Beb-Uliel “non è sufficiente.”

Ciò non ci restituirà la nostra famiglia, né il padre di Ahmad,” ha detto in maggio a Middle East Eye Naser Dawabsheh, il fratello di Saad Dawabsheh. “Una persona è stata condannata…ma gli altri vivono ancora negli avamposti illegali che circondano i nostri villaggi e rappresentano una costante minaccia per le nostre comunità.”

Secondo Haaretz, la moglie di Ben-Uliel, Orian, dopo la sentenza di lunedì ha affermato: “I giudici non hanno cercato la giustizia e la verità, hanno deciso di condannare mio marito ad ogni costo, nonostante tutte le prove che dimostravano che mio marito non l’ha fatto… ci stiamo preparando per la (Corte) Suprema. Non so come i giudici, se si possono chiamare tali, la notte possano dormire. Gli assassini se ne vanno in giro liberi.”

Un’occupazione crudele genera crimini di odio”

Yousef Jabareen, membro della Lista Unita araba al parlamento israeliano, ha accolto positivamente la sentenza, notando però che la continua retorica antipalestinese da parte di dirigenti israeliani è responsabile di favorire il clima in cui sono avvenuti simili attacchi mortali.

La sentenza emessa oggi è significativa per la famiglia e per il popolo palestinese, dato che la maggioranza dei crimini commessi dai coloni contro palestinesi non arriva in tribunale,” ha affermato lunedì Jabareen in un comunicato.

Tuttavia importanti rappresentanti del governo hanno condotto continue campagne di incitamento all’odio e a favore dell’omicidio politico ed hanno creato un’atmosfera di odio razzista. Questa sentenza non li assolve dalla responsabilità per quelle azioni.

La crudele occupazione e l’impresa di colonizzazione alimentano crimini di odio di questo genere e, finché non finiranno, crimini d’odio di questa natura continueranno ad avvenire.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Terrorismo ebraico: gli askhenaziti forniscono il carburante, i mizrahi accendono il fiammifero

Orly Noy

19 maggio 2020 – +972

I leader israeliani hanno impregnato generazioni di mizrahi con l’odio verso gli arabi, così come verso la loro stessa identità araba. I risultati sono stati letali.

Martedì la condanna di Amiram Ben-Uliel per l’uccisione di tre membri della famiglia Dawabsheh durante un attacco incendiario nel villaggio cisgiordano di Duma nel 2015 ha immediatamente riportato i ricordi a quei giorni da incubo. Il solo pensiero del piccolo Ali, bruciato vivo nell’incendio, di suo padre Saad, morto una settimana dopo, di sua madre Riham, deceduta dopo un mese in ospedale, e di Ahmad, che all’epoca aveva quattro anni ed è sopravvissuto, toglie il respiro.

I miei pensieri sono andati al quindicenne Muahammad Abu Khdeir, abitante di Gerusalemme come me, che venne bruciato vivo da estremisti ebrei nel 2014. Poi ho pensato all’incendio della scuola bilingue di Gerusalemme “Mano nella mano”, dove hanno studiato le mie due figlie e che per anni è stata per la nostra famiglia una seconda casa.

Mi baluginavano nella mente i nomi dei responsabili degli attacchi incendiari contro palestinesi: Amiram Ben-Uliel, Yosef Haim Ben David, Yitzhak Gabbai, Shlomo Twito, Nahman Twito. Sono tutti, dolorosamente, di origine mizrahi. I mirzahi (ebrei originari di Paesi arabi e/o musulmani) non sono in alcun modo gli unici responsabili dei crimini efferati contro i palestinesi. È sufficiente seguire per un solo giorno le attività dei terroristi “della cima delle colline” [gruppo terroristico di giovani ebrei particolarmente violenti, ndtr.] per comprendere che è ben lungi dall’essere così.

Però al contempo noi come mizrahi non dobbiamo far finta di niente rispetto agli incendi omicidi che uccidono palestinesi e avvelenano la nostra gioventù con un odio perverso. Abbiamo l’impegno morale, così come un impegno nei confronti della nostra stessa comunità, di fare qualcosa di più che limitarci a comprendere perché questi giovani accendono il fiammifero. Dobbiamo chiederci chi fornisce il combustibile.

La risposta facile, quasi banale, a queste domande è venuta all’inizio dell’anno da Natan Eshel, uno stretto collaboratore del primo ministro Benjamin Netanyahu, che è stato registrato mentre diceva che “l’odio è ciò che unisce” il campo della destra guidato dal partito Likud, e che fare propaganda negativa funziona bene con gli elettori “non askhenaziti [originari dell’Europa centro-orientale e l’élite etnica in Israele, ndtr.]”. E in effetti funziona. Si pensi a Benzi Gopstein, un dichiarato suprematista ebraico e leader del violento gruppo “Lehava”, contrario al meticciato razziale, che per anni ha avuto successo a Gerusalemme nel trasformare mizrahi della classe operaia in stupidi soldati contro i palestinesi della città.

Per decenni sociologi e attivisti mizrahi hanno descritto come il sionismo abbia creato un meccanismo ben oliato che ha intriso generazioni di mizrahi di odio furioso sia per gli arabi tra cui vivono che per la loro stessa identità araba latente, cancellando nel contempo la storia e la lingua dei loro antenati. Poiché l’ideologia sionista ha trasformato qualunque cosa che sembrasse anche lontanamente “araba” in una minaccia meritevole di disprezzo, così anche i mizrahi hanno sentito la necessità di dissociarsi dall’identità araba per essere considerati degni agli occhi dell’establishment israeliano.

La destra israeliana ha sfruttato cinicamente e in modo calcolato per i propri scopi questa tragedia. Comprende la profonda ostilità dei mizrahi nei confronti dei discendenti del Mapai, il precursore politico del partito Laburista, e dell’élite ashkenazita, che li ha trattati con sufficienza e li ha discriminati in ogni modo nei primi decenni dalla fondazione di Israele. Alcuni di questi discendenti continuano ancora oggi a mostrare lo stesso disprezzo per i mizrahi.

Tuttavia in Israele la destra non ha fatto molto di più per consentire ai mizrahi di migliorare la loro educazione o la loro cultura. Al contrario, ha offerto loro una sorta di patto in cui avrebbero continuato ad essere identificati con la turpitudine, l’ignoranza e la volgarità, e come tali sarebbero stati calorosamente accolti perché fossero utili agli interessi politici della destra.

Ci sono buone ragioni per continuare a sfidare i discendenti del Mapai. I mizrahi stanno ancora pagando il prezzo delle discriminazioni che sono al cuore della fondazione dello Stato. Ma non dobbiamo dimenticare che abbiamo ancora un conto in sospeso con la destra, che ha governato Israele per decenni eppure non ha fatto praticamente niente per ottenere giustizia per i mizrahi.

Il nostro primo compito tuttavia dev’essere salvare le anime dei nostri figli dalle grinfie dei Natan Eshel e dei Benzi Gopstein. Non solo salveremo le loro vite, ma anche le vite delle future vittime palestinesi. Nessuna spiegazione sociologica potrà liberarli dalla responsabilità per questo tipo di crimini, e nessuna resa dei conti storica laverà le macchie di sangue dalle loro mani.

Una versione di questo articolo è apparsa la prima volta in ebraico su Local Call [edizione in ebraico di +972, ndtr.].

Orly Noy è una redattrice di Local Call, un’attivista politica e una traduttrice di poesia e prosa in farsi. Fa parte del consiglio di amministrazione di B’Tselem [ong israeliana per la difesa dei diritti umani, ndtr.] ed è un’attivista del partito politico Balad [partito ebreo e palestinese che fa parte della Lista Unita, ndtr.]. Nei suoi scritti parla delle linee che intersecano e definiscono la sua identità di ebrea mizrahi, di donna di sinistra, di donna, una migrante temporanea che vive dentro un’immigrata perpetua e del dialogo costante fra entrambe.

(Traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Adolescente omicida agli arresti domiciliari

14 maggio 2019 – Middle East Monitor

Oggi l’adolescente che ha ucciso Aisha Al-Rabi, una madre, è stato rilasciato e mandato agli arresti domiciliari.

Ieri il tribunale israeliano del distretto di Lod ha deciso di rilasciare e inviare agli arresti domiciliari il ragazzo, imponendogli di indossare un braccialetto elettronico. È stato rilasciato oggi dopo che lo Stato aveva avuto un giorno di tempo per decidere se ricorrere alla Corte Suprema contro la decisione.

Il sedicenne – di cui non può essere fatto il nome per un ordine di riservatezza imposto dal tribunale – a gennaio è stato accusato di omicidio colposo, lancio di pietre aggravato e danneggiamento intenzionale di un veicolo “nel contesto di un atto terroristico” compiuto per uccidere Al-Rabi in ottobre. In un primo tempo si pensava che il ragazzo avrebbe trascorso “un considerevole periodo di carcerazione” con il massimo di condanna a 20 anni, anche se ha evitato le accuse di omicidio che lo avrebbero condotto a passare la vita in prigione.

Tuttavia all’inizio di questo mese il giudice israeliano Hagai Tarsi ha annunciato che “il Servizio di Libertà Vigilata esaminerà la possibilità di mandare il minore agli arresti domiciliari, con un dispositivo di monitoraggio elettronico, presso la casa dei suoi nonni a Kfar Saba”, a nordest di Tel Aviv. Tarsi ha detto che il sospettato “sarà per 24 ore al giorno sotto la sorveglianza dei genitori, dei nonni e di altri membri della famiglia designati e che gli sarà impedito di contattare altre persone”. Inoltre al momento Haaretz ha riferito che il giudice stabilirà una cauzione per il sospettato di 100.000 shekel (circa 25.000 euro).”

Secondo un rapporto di oggi di Arutz Sheva [rete mediatica israeliana, legata al sionismo religioso, ndtr.], la decisione del tribunale di rilasciare il ragazzo è stata presa in seguito ad un parere inviato dal direttore del Centro Nazionale di Medicina Forense, Dr. Chen Kugel. Egli ha affermato che le ferite riscontrate alla testa di Al-Rabi “non corrispondono ad un colpo procurato da una pietra”, che è il modo in cui sarebbe stata uccisa la 47enne madre di otto figli.

Kugel ha aggiunto: “Due medici mi hanno dato ragione, affermando che le ferite sul cranio della defunta erano compatibili con un danno provocato da una forza molto grande e non da un colpo di pietra. Uno di questi medici ha anche appoggiato la mia tesi secondo cui sembrano esserci almeno due punti di impatto.”

Haaretz ha tuttavia aggiunto che altri professionisti non hanno concordato con l’interpretazione di Kugel, aggiungendo che “hanno ritenuto che una pietra potesse aver provocato questo tipo di ferita.”

Il vedovo di Aisha, Yaqoub Al-Rabi, oggi ha detto a Haaretz di aver appreso degli arresti domiciliari al sospettato dal giornale israeliano e che “nessun funzionario israeliano lo ha aggiornato sugli sviluppi del caso.”

Al-Rabi ha aggiunto: “Tramite voi chiedo agli israeliani: se le cose fossero andate al contrario, pensate che un sospettato palestinese sarebbe stato rilasciato se la vittima fosse stata israeliana? Penso che la risposta per voi sia del tutto chiara, ma per noi palestinesi mi dispiace dire che non c’è nessuna speranza.”

Nell’atto d’accusa presentato contro il ragazzo sono stati rivelati parecchi dettagli sull’uccisione di Al-Rabi. La corte ha potuto apprendere che lui e diversi altri studenti il 12 ottobre sono partiti dalla Pri Haaretz yeshiva (seminario religioso) nella colonia illegale di Rehelim, situata sulla Route 60 a sud di Nablus nella Cisgiordania occupata.

Poi il gruppo è salito sulla collina vicino all’incrocio di Tapuah (Za’atara) della Route 60, dove il ragazzo ha afferrato una grossa pietra del peso di circa due chili e si è preparato a scagliarla contro un veicolo palestinese, ‘per una motivazione ideologica di razzismo e ostilità nei confronti degli arabi ovunque’. Dopo aver identificato la targa palestinese dell’auto di Al-Rabi, ha lanciato la grossa pietra che ha infranto il finestrino del lato del passeggero ed ha colpito alla testa Al-Rabi.

Nel corso dell’indagine che ne è seguita, il DNA del ragazzo è stato trovato sulla pietra che ha ucciso Al-Rabi. Nella sua deposizione il ragazzo ha sostenuto che ciò poteva essere dovuto al fatto che lui “stava passeggiando a lungo in quella zona e potrebbe avere sputato colpendo la pietra.”

Il giovane colono era rappresentato da Adi Keidar, un avvocato appartenente all’associazione di aiuto legale Honenu, che fornisce assistenza legale agli israeliani sospettati di terrorismo. Keidar attualmente rappresenta Amiram Ben-Uliel, uno dei due coloni accusati di aver ucciso la famiglia Dawabsheh nell’ incendio doloso nella loro casa nel villaggio di Duma in Cisgiordania nel luglio 2015. Tre membri della famiglia Dawabsheh – il padre Saad, la madre Riham e il loro figlio Ali di 18 mesi – sono morti nell’incidente, lasciando orfano Ahmed che allora aveva cinque anni.

Mentre Ben-Uliel è ancora sotto indagine, in questo fine settimana il suo giovane complice ha confessato e verrà incriminato per cospirazione nell’appiccare l’incendio avendo commesso un crimine con una motivazione razziale. Ha confessato dopo che è stato raggiunto un patteggiamento, in base al quale “la procura ha acconsentito a non chiedere una condanna a più di cinque anni e mezzo di prigione.”

In aprile si è saputo che attivisti di estrema destra avevano fatto pressione sul ragazzo perché non accettasse il patteggiamento. Shmuel Eliyahu, il rabbino di Safed, nel nord di Israele, sarebbe stato chiamato a mediare tra l’ufficio del Procuratore di Stato, il ragazzo e gli attivisti di destra.

Eliyahu è un personaggio controverso, che ha detto ai ragazzi sospettati dell’uccisione di Al-Rabi che non dovevano temere la prigione perché “è lì che inizia la strada per il potere politico”. Eliyahu sostiene di aver detto ai ragazzi: “Quale è il problema? Di che cosa siete accusati? Avete tirato una pietra. Sapete quante pietre vengono lanciate nella Cisgiordania occupata per le quali l’esercito israeliano non fa niente?”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)