Mahmoud Abbas, smetti di servirti di Ahed Tamimi per il tuo tornaconto personale

Ramzy Baroud

8 agosto 2018, Palestine Chronicle

Il padre dell’undicenne Abdul Rahman Nofal mi ha contattato chiedendomi di aiutarlo. Suo figlio è stato colpito a una gamba durante le proteste della “Grande Marcia del Ritorno”. Il sistema sanitario in sfacelo della Striscia non è stato in grado di salvare la gamba del ragazzino, che è poi stata amputata.

Yamen, suo padre, un giovane uomo del campo di rifugiati di Buraij, nella zona centrale di Gaza, vuole solo che suo figlio ottenga una gamba artificiale in modo che possa andare a scuola a piedi. Gli israeliani hanno rifiutato al ragazzino il permesso di andare a Ramallah per ricevere cure. Disperato, Yamen ha girato un video in cui chiede al presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas, di aiutare suo figlio. Finora le sue suppliche sono rimaste inascoltate.

Cos’ha fatto questo bambino innocente per meritare un simile trattamento?” chiede nel video. La stessa domanda può essere posta riguardo ai maltrattamenti di tutti i minori di Gaza, di tutti i minori palestinesi.

Abbas, insieme ad Israele, ha sottoposto i palestinesi di Gaza a una prolungata campagna di punizioni collettive. Per quanto crudeli siano state le ripetute guerre di Israele contro l’impoverita ed assediata Striscia, esse sono coerenti con la storia di crimini di guerra ed apartheid di Tel Aviv. Ma quello che Abbas sta facendo a Gaza non è solo scorretto, è anche sconcertante.

Perché un leader di 83 anni è così incline a collaborare con Israele attraverso il cosiddetto coordinamento per la sicurezza e, di più, così assillante nell’isolare e punire il suo popolo nella Striscia di Gaza?

Invece di aiutare i gazawi che subiscono i distruttivi effetti delle guerre di Israele e di oltre un decennio di assedio durissimo, egli ha stretto il cappio.

Il governo di Abbas finora ha tagliato i salari che in precedenza pagava ai dipendenti pubblici di Gaza, anche a quelli fedeli alla sua fazione, Fatah; ha tagliato i sussidi alle famiglie dei prigionieri di Gaza detenuti da Israele; ha persino sospeso i pagamenti alla compagnia elettrica israeliana che fornisce a Gaza parte delle forniture di energia elettrica, gettando la Striscia ancor più nell’oscurità.

Come Israele, anche Abbas vuole vedere Gaza in ginocchio. Ma, a differenza di Israele, sta umiliando i suoi fratelli.

A partire dal 14 maggio, quando migliaia di palestinesi di Gaza sono andati verso la barriera che separa Israele dall’enclave incarcerata, i sostenitori di Abbas in Cisgiordania hanno interpretato le proteste della “Marcia del Ritorno” come una legittimazione del rivale di Fatah, Hamas. Così anche loro sono scesi in piazza per “celebrare” i presunti successi di Abbas.

Centinaia di palestinesi di Gaza sono stati uccisi e migliaia feriti, molti dei quali minori, nella attuale “Marcia del Ritorno”, ma Abbas e i suoi alleati di Fatah sono stati molto più interessati a garantire la propria importanza che ad unirsi alle proteste per chiedere la fine del blocco di Gaza.

Quando a Ramallah e altrove in Cisgiordania si sono tenute manifestazioni molto più numerose per chiedere ad Abbas di porre fine alla punizione della Striscia di Gaza, i cortei sono stati attaccati dagli sgherri della sicurezza di Abbas. Uomini e donne sono stati picchiati e molti sono stati arrestati per aver solidarizzato con Gaza, un atto ora imperdonabile.

La verità è che i palestinesi della Cisgiordania, non solo quelli di Gaza, detestano Mahmoud Abbas. Vogliono che lui e il suo apparato violento e corrotto se ne vadano. Tuttavia egli si rifiuta, mettendo in atto ogni sorta di metodi per garantire il proprio dominio sui suoi oppositori, arrivando al punto di collaborare con Israele per raggiungere un obiettivo così infame.

Tuttavia Abbas vuole ancora convincere i palestinesi che continua a opporsi, non con l’”inutile resistenza” messa in pratica dai gazawi, ma con il suo stile di “resistenza civile pacifica” dei villaggi palestinesi in Cisgiordania.

La cosa è stata ribadita con enfasi di nuovo negli ultimi giorni.

Appena la giovanissima contestatrice palestinese, Ahed Tamimi, è stata rilasciata da una prigione israeliana dopo aver passato otto mesi in carcere per aver preso a schiaffi un soldato israeliano, Abbas si è affrettato ad ospitare lei e la sua famiglia.

Fotografie di lui che abbraccia e bacia la famiglia Tamimi sono state diffuse in tutta la Palestina e in giro per il mondo. Il suo sistema informativo ufficiale è stato veloce nel metterlo al centro dell’attenzione nei giorni successivi al rilascio di Ahed.

Poi, ancora una volta, Abbas ha impartito lezioni sulla “resistenza civile pacifica”, tralasciando, ovviamente, di sottolineare che anche migliaia di minori di Gaza, rimasti feriti nei pressi della barriera di Gaza negli scorsi mesi, stavano “resistendo pacificamente”.

È vero, Ahed è un simbolo per la nuova generazione di giovani palestinesi ribelli che è stufa di non avere diritti né libertà, ma il tentativo vergognoso di Abbas di sfruttare questo simbolo per ripulire la propria immagine è pura strumentalizzazione.

Se davvero ad Abbas importa dei ragazzi palestinesi ed è tormentato dalle sofferenze dei prigionieri palestinesi – come sostiene di essere – perché, allora, peggiorare le terribili condizioni dei minori di Gaza e punire le famiglie dei prigionieri palestinesi?

Ovviamente Ahed, una ragazzina forte con un legittimo discorso politico da proporre, non può essere incolpata per il modo in cui altri, come Abbas, stanno sfruttando la sua immagine per promuovere la propria.

Lo stesso si può dire dell’attivista pakistana Malala Yousafzai, a cui i miliziani talebani hanno sparato in testa quando aveva 14 anni. Lo sfruttamento da parte dell’Occidente della sua battaglia per guarire dalle ferite e aprire una breccia verso la pace e la giustizia per il suo popolo è deplorevole. Nella psicologia dell’Occidente, la lotta di Malala è spesso, se non sempre, utilizzata per mettere in luce i pericoli del cosiddetto Islam radicale e per legittimare ulteriormente l’intervento militare di Usa e Occidente in Afghanistan e Pakistan.

La questione è stata affrontata con determinazione dalla madre di Ahed, Nariman, anche lei incarcerata e rilasciata dopo otto mesi. Coraggiosamente Nariman ha parlato della concezione razzista che rende famosa Ahed sui mezzi di comunicazione occidentali.

Sinceramente è probabile che sia l’aspetto di Ahed a suscitare questa solidarietà a livello mondiale, e ciò ad ogni modo è razzista, perché molti minorenni palestinesi sono nelle stesse condizioni di Ahed ma non vengono trattati allo stesso modo,” ha affermato.

In quest’ottica, è essenziale che Ahed Tamimi non venga trasformata in un’altra Malala, la cui “resistenza pacifica” sia utilizzata per condannare la continua resistenza di Gaza, e il fascino dei sui capelli biondi e senza velo soffochi le grida di migliaia di Ahed Tamimi nella Gaza assediata, di fatto in tutta la Palestina.

Ramzy Baroud è giornalista, autore e curatore di Palestine Chronicle. Il suo ultimo libro è The Last Earth: A Palestinian Story (Pluto Press, Londra 2018). Baroud ha conseguito un dottorato di ricerca in Studi Palestinesi presso l’Università di Exeter ed è ricercatore non residente presso il Centro Orfalea di Studi Mondiali e Internazionali all’Università della California a Santa Barbara.

(traduzione di Amedeo Rossi)




I cambiamenti nei rapporti tra palestinesi dalle due parti del muro

Rami Younis

15 luglio 2018, +972

Nonostante la separazione fisica e le divisioni interne, i palestinesi di entrambi i lati della Linea Verde stanno nuovamente parlando del futuro della loro lotta e del ruolo che i palestinesi cittadini di Israele vi possono giocare.

Lontano dagli occhi dell’opinione pubblica israeliana, anche se sotto lo sguardo attento del governo, si è scatenato un dibattito interno alla società palestinese sugli effetti devastanti della separazione fisica e delle divisioni interne che l’affliggono.

Due recenti proteste, una ad Haifa in solidarietà con Gaza e un’altra – a cui hanno partecipato anche palestinesi cittadini di Israele – a Ramallah contro il ruolo giocato dall’Autorità Nazionale Palestinese nell’assedio [di Gaza] hanno contribuito a rafforzare il confronto sul rapporto tra palestinesi dei due lati del muro di separazione e sul ruolo dei palestinesi cittadini di Israele nella lotta contro l’occupazione.

La dottoressa Huneida Ghanem, che dirige “Madar” – il Centro Palestinese di Studi Israeliani -, ha studiato questo problema per anni. Nelle sue ricerche Ghanem, che divide il suo tempo tra Israele e Ramallah, ha scoperto che, nonostante le divisioni, la maggioranza dei palestinesi concorda su una serie di punti fondamentali: che la divisione è stata loro imposta, che li indebolisce e che consente ad Israele di controllarli più facilmente.

Le divisioni non iniziano e finiscono con il muro e l’occupazione. Per anni Fatah e Hamas sono stati incapaci di riconciliarsi, nonostante le esortazioni del loro popolo. I palestinesi all’interno di Israele affrontano divisioni al proprio interno, per cause anche religiose, dispute politiche e differenze geografiche che generano divari culturali.

Nel corso degli anni tutti questi fattori hanno creato in ogni comunità situazioni politiche, sociali ed economiche diverse, portando a differenti necessità e problemi che richiedono differenti approcci e politiche. In seguito a ciò, secondo Ghanem, ogni gruppo ha sviluppato un proprio programma politico per affrontare l’occupazione.

Nei territori occupati la lotta si concentra sulla fondazione di uno Stato attraverso mezzi sia violenti che non violenti, compresi la lotta popolare e il movimento BDS. Quella in Cisgiordania si concentra sulle colonie e l’apartheid; a Gaza il fulcro è sulle difficoltà create dall’assedio, così come sulla violenza e sulle distruzioni causate dalle guerre con Israele ogni paio d’anni e sulla ricostruzione tra uno scoppio di violenza e l’altro.

I palestinesi cittadini di Israele stanno lottando per una cittadinanza uguale attraverso partiti politici e organizzazioni extraparlamentari, concentrandosi soprattutto sulla discriminazione e sulle leggi [israeliane] razziste. E fuori dalla Palestina milioni di rifugiati stanno lottando per il diritto al ritorno nelle proprie terre.

Secondo Ghanem, le due Intifada hanno rappresentato un cambiamento per i palestinesi su entrambi i lati della Linea Verde [la linea di confine tra il territorio israeliano e la Cisgiordania e Gaza, ndtr.]. Durante la Prima Intifada, nel corso della quale centinaia di migliaia di palestinesi nei territori occupati protestarono contro l’occupazione, i palestinesi all’interno di Israele tennero manifestazioni non violente di solidarietà, chiedendo al contempo uguaglianza per tutti i cittadini israeliani. La Seconda Intifada, tuttavia, fu un punto di svolta: intere comunità palestinesi vennero coinvolte indipendentemente dalla loro collocazione geografica, e i palestinesi improvvisamente in quel momento percepirono che il destino di Giaffa [in Israele, ndtr.] era legato a quello di Gerusalemme e di Jenin [nei territori occupati, ndtr.].

Arabi o palestinesi?

Nonostante la separazione fisica e le varie divisioni, sempre più arabi in Israele si definiscono come palestinesi. Più Israele insiste a utilizzare il termine “arabi israeliani” e cerca di imporre loro un’identità, più essi dimostrano orgoglio per la propria identità nazionale. Dopotutto, l’identità è parte della lotta.

Un anno e mezzo fa ho pubblicato una serie di video reportage su Social TV relativi alla storia dell’identità nazionale tra gli arabi cittadini di Israele, e soprattutto su come il “Giorno della Terra” del 1976 [in cui 6 palestinesi cittadini israeliani vennero uccisi durante proteste contro l’esproprio di terre, ndtr.] e gli avvenimenti dell’ottobre 2000 [quando durante proteste e scontri con civili ebrei la polizia israeliana uccise 13 dimostranti palestinesi con cittadinanza israeliana, ndtr.] furono cruciali nello spingerli ad adottare un’identità palestinese.

Una delle persone da me intervistate, il dottor Marwan Darweish, docente di Studi per la Pace all’università di Coventry in Gran Bretagna, spiegò il fenomeno:

Le divisioni interne palestinesi, l’assedio, le colonie, il muro – tutto ciò ha creato diverse situazioni e divisioni tra i vari gruppi di adolescenti palestinesi. Penso sia uno degli obiettivi della politica israeliana: che le persone si definiscano palestinesi, ma che ci siano divisioni interne e differenze e in qualche modo un conflitto tra di loro, creando differenti rappresentazioni l’una dell’altra. Come i palestinesi di Gaza vedono i palestinesi di Gerusalemme o all’interno di Israele. Queste rappresentazioni e la creazione di identità differenti in un certo senso sono funzionali allo Stato, all’occupazione e al controllo israeliano sui palestinesi.

L’attivista Qamer Taha all’epoca disse: “Ci sono vari studi che mostrano come negli ultimi anni tra il 30 e il 40% degli adolescenti si sia autodefinito “palestinese” senza comprendere veramente la complessità della situazione.” Taha ha sostenuto che la generazione più giovane potrebbe aver adottato un’identità palestinese in risposta alle divisioni etniche all’interno della società palestinese in Israele. Invece che musulmani o cristiani, ci sono soltanto palestinesi.

L’uovo e la gallina

Tuttavia, nonostante il senso e l’orgoglio della loro identità palestinese, negli ultimi anni sempre meno cittadini palestinesi hanno inscenato proteste, e in qualche modo sono molto meno coinvolti politicamente.

Ci sono varie ragioni per cui meno palestinesi sono scesi in piazza. Una delle principali è la mancanza di una visione politica e di una strategia chiare,” ha detto Muhammad Younis, un attivista che vive ad Haifa. (Nessun rapporto con chi scrive). Younis è uno dei fondatori di un nuovo movimento che appoggia la costituzione di un unico Stato democratico in Israele-Palestina sulla base dell’uguaglianza tra arabi ed ebrei.

Aggiungi a ciò quello che sta succedendo in Siria e ti renderai conto della disperazione e della frustrazione collettive,” ha continuato Younis. “C’è frustrazione anche nei confronti dei nostri dirigenti – la “Lista Unitaria” [coalizione di partiti arabo-israeliani, ndtr.] e l’“Alta Commissione Araba di Monitoraggio” [composto da rappresentanti politici palestinesi sia locali che nazionali cittadini israeliani, ndtr.]. Quest’ultima ha completamente perso la fiducia dell’opinione pubblica.”

Recenti sondaggi mostrano che i cittadini palestinesi di Israele si concentrano sulle violenze (intercomunali) che infuriano nelle nostre strade, e ben a ragione. Ci stiamo concentrando sui nostri problemi immediati, per cui come possiamo portare migliaia di persone a protestare per Gaza? Ciò pone un dilemma strategico: occuparci della violenza o continuare ad opporci all’occupazione, dato che (quest’ultima) consente e trae beneficio dalla violenza? È una situazione da uovo e gallina. Cosa viene prima, la violenza o l’occupazione?

Younis dice di credere che i cittadini palestinesi di Israele si stiano allontanando dai palestinesi della Cisgiordania, catalizzati sia dagli avvenimenti nel mondo arabo, che dall’effetto a valanga della hasbara israeliana. “I palestinesi guardano alla Primavera Araba e dicono ‘forse le cose vanno meglio in Israele’. Alcuni di loro stanno iniziando a recepire gli ingannevoli discorsi sionisti contro la “Lista Unitaria”, che non farebbe niente per affrontare i problemi della società araba all’interno di Israele. Ovviamente succede a causa della violenza incontrollata. Gran parte della nostra opinione pubblica sta iniziando a fare una distinzione tra l’occupazione ed i problemi della nostra società, senza comprendere come l’occupazione approfitti di questi problemi.”

Un anno e mezzo fa ero seduto nell’ufficio della dottoressa Ghanem a Ramallah, proprio mentre l’ANP aveva iniziato a imporre sanzioni contro gli abitanti di Gaza bloccando il pagamento della loro elettricità. “La gente è terrorizzata,” ha detto Ghanem, spiegando perché praticamente nessuno fosse sceso in piazza. “Non è che gli piacciano (le politiche dell’ANP), o che non stiano male. Sono feriti e frustrati, eppure non protestano perché vedono cosa sta succedendo in Siria. In un certo modo la mancanza di opposizione ad Abbas è simile all’accettazione del male minore.”

Forse le cose comunque stanno cambiando. Negli ultimi mesi ci sono state manifestazioni di alto profilo ad Haifa (nonostante il numero relativamente basso di partecipanti) e a Ramallah (nonostante il timore a protestare contro l’ANP). È possibile che i manifestanti di Ramallah fossero ispirati da quelli di Haifa e dalle recenti proteste antigovernative in Giordania? Il fatto che attivisti di Haifa si siano uniti alle manifestazioni a Ramallah è foriero di una cooperazione da entrambi i lati del muro? Può essere che a Ramallah i timori di una Primavera Araba stiano iniziando a svanire? Il tempo lo dirà.

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta in ebraico su “Local call” [sito israeliano di notizie affiliato a +972, ndtr.].

(traduzione di Amedeo Rossi)




Le sei cose che mostrano le truppe palestinesi nel reprimere le proteste a Ramallah

Haaretz

Amira Hass

18 giugno 2018,

La violenta repressione, mercoledì scorso, da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese di una manifestazione di protesta contro le politiche restrittive dell’ANP nei confronti di Gaza dimostra:

  1. Che l’ANP ed il partito alla sua guida, Fatah, non intendono tenere elezioni parlamentari

Chiunque abbia interesse a svolgere libere elezioni non reprime brutalmente una piccola manifestazione con modi che coniugano i metodi dell’occupazione israeliana con quelli delle forze di sicurezza siriane ed egiziane. Chiunque voglia vincere le elezioni non ricorre a metodi che repellono alla maggioranza della propria popolazione, allontanandola ancor più dalla sua dirigenza non eletta.

2.     Che il movimento di Fatah si aggrappa con tutte le sue forze al misero potere che gli deriva dal gestire l’ANP sotto il feroce regime militare israeliano.

Altrimenti si sarebbe pubblicamente e immediatamente dissociato dal modo in cui le agenzie di sicurezza palestinesi hanno strumentalizzato i giovani identificati come membri di Fatah. (Si è detto che almeno alcuni provenivano dal campo profughi Jalazun, come Rami Younes, che scrive sui siti web israeliani Sihah Mekomit e +972. Younes ha partecipato alla manifestazione di mercoledì sera e ne ha riferito agghiaccianti dettagli).

3. Che la paura del presidente palestinese Mahmoud Abbas all’interno del movimento Fatah è molto forte

Ci sono membri di Fatah contrari alla repressione della manifestazione che chiedeva la revoca delle misure punitive imposte da Abbas a Gaza, pur condividendo le critiche rivolte ai manifestanti (per esempio, che minimizzano la responsabilità di Hamas per la situazione a Gaza e il suo sottrarsi ai propri obblighi verso la popolazione civile della Striscia). Questi oppositori all’interno di Fatah restano in silenzio per paura di perdere i loro salari o di essere probabilmente estromessi dalle istituzioni di Fatah, in cui si sentono a casa propria.

4. Che l’ANP è capace di programmare ed organizzare quando vuole farlo, diversamente dall’impressione che hanno gli impiegati nei suoi ministeri

Là regna il caos, la mancanza di pianificazione e organizzazione e lo scarso coordinamento, oltre a una buona dose di apatia.

L’Autorità Nazionale Palestinese è riuscita in modo straordinario a mettere insieme il lavoro di molte delle proprie istituzioni per scoraggiare potenziali manifestanti dal farsi vedere, e poi a reprimere e punire quelli che non si erano lasciati intimorire. Queste istituzioni includono il governo dell’ANP, l’ufficio del presidente, le forze di sicurezza ufficiali e anche poliziotti in borghese – attivisti di Fatah o qualcuno che finge di esserlo. Tutti hanno lavorato all’unisono come in un macchinario ben oliato.

Sono stati tutti preceduti da redattori, artisti grafici e tipografie che hanno preparato poster giganti appesi in piazza Manara a Ramallah, inneggianti all’ANP ed al suo sostegno finanziario alla Striscia di Gaza, affermando al contempo che la radice del disastro di Gaza sia stata il “colpo di stato” di Hamas (con riferimento alla presa in carico da parte di Hamas delle agenzie di sicurezza nella Striscia di Gaza nel 2007, in seguito alla vittoria del movimento nelle elezioni parlamentari). I poster contenevano anche una propaganda di bassa lega sul fatto che i manifestanti fossero dipendenti di ONG rimpinguate da denaro estero e lavorassero per un progetto straniero.

Martedì scorso il governo palestinese ha condannato le proteste che si erano già svolte prima di mercoledì sera, sostenendo che spostavano l’attenzione dalla responsabilità dell’occupazione israeliana e di Hamas per la situazione a Gaza. La sera stessa è stata diffusa una dichiarazione pubblica secondo cui, su consiglio del consulente di Abbas per gli affari locali, è stato deciso che le manifestazioni e le proteste sarebbero state vietate fino alla fine del Ramadan e della festa di tre giorni di Id al-Fitr, che è iniziata giovedì notte, per evitare di disturbare le festività e lo shopping festivo.

Quelli che hanno sfidato il divieto si sono scontrati con un forte e variegato contingente di forze di sicurezza palestinesi. Nello stesso momento in cui le forze hanno cominciato a lanciare gas lacrimogeni e granate stordenti, e le squadracce in borghese hanno iniziato a confiscare macchine fotografiche e ad aggredire e arrestare manifestanti, sia uomini che donne, a Nablus si stava svolgendo una manifestazione a sostegno di Abbas. Ma nessuno ha disperso quella manifestazione.

5. Che lo status quo è molto apprezzato dall’ANP

L’accordo di Taba del 1995 con Israele vieta ai servizi di sicurezza palestinesi di operare nell’area B della Cisgiordania – la parte ufficialmente sotto controllo militare israeliano e controllo civile palestinese ( in base agli accordi di Oslo, ndtr.) – a meno che ciò sia concordato con Israele. Gli vieta anche di operare nell’area C, che è sotto il totale controllo militare e civile israeliano. Centinaia di migliaia di palestinesi vivono nelle aree B e C, dove si trovano esposti alla violenza dei coloni ebrei e della polizia ed esercito israeliani. L’accordo di Taba è scaduto 19 anni fa, ma l’ANP continua ad osservarlo e non dispiega le proprie forze di sicurezza per difendere fisicamente il suo stesso popolo. Se lo facesse, chissà quali ritorsioni farebbe Israele, forse cancellerebbe le concessioni alla libertà di movimento di cui godono gli alti dirigenti, oppure i permessi di commercio e di estrazione che loro ed i loro parenti hanno ottenuto.

6. Che il governo palestinese aveva ragione a dire che la protesta spostava l’attenzione dall’occupazione

Questo articolo si occupa della violenta repressione della protesta, invece di dedicarsi al fatto che Israele ha prorogato di altri quattro mesi la detenzione amministrativa della deputata palestinese Khalida Jarrar, che è già stata in prigione un anno senza processo. Non stiamo scrivendo dell’ordine di demolizione emesso per la casa di Latifa Abu Hamid nel campo profughi di Al-Amari. Uno dei suoi figli è sospettato dell’uccisione di un soldato dell’unità Duvdevan, che faceva parte delle forze che hanno attaccato il campo circa un mese fa. Israele non riconosce il diritto dei civili palestinesi a difendersi dalle incursioni armate israeliane. Ancor prima che il figlio compaia davanti ad un tribunale militare, tutta la sua famiglia viene punita.

Provate ad immaginare che cosa accadrà nel piccolo e affollato campo quando l’esercito israeliano vi entrerà con i bulldozer e i carri armati. E chi sarà assente? Le forze di sicurezza palestinesi, quelle stesse che sono state addestrate in Russia e Giordania, Egitto e Romania e dall’FBI e dalle polizie europee e che hanno disperso con la violenza una pacifica protesta in piazza Al-Manara a Ramallah.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Giornalisti picchiati, macchine fotografiche distrutte: la polizia palestinese disperde la protesta anti-Abbas a Ramallah

Amira Hass, Jack Khoury

14 giugno 2018, Haaretz

Decine di persone picchiate e arrestate, tra cui giornalisti stranieri, nella repressione delle manifestazioni contro le sanzioni economiche di Abbas a Gaza

La polizia antisommossa dell’Autorità Nazionale Palestinese ha sciolto con la forza una manifestazione a Ramallah mercoledì sera, imponendo il divieto di protesta in nome della festa di Id al-Fitr, che segna la fine del mese di digiuno del Ramadan.

La polizia ha arrestato giornalisti e decine di dimostranti, ha rotto le telecamere e picchiato molti dei manifestanti.

I dimostranti chiedevano al presidente palestinese Mahmoud Abbas di rimuovere le sanzioni che ha imposto a Hamas e ai residenti della Striscia di Gaza, dopo che Hamas ha fallito nel portare avanti un accordo di condivisione del potere.

Le forze di sicurezza palestinesi hanno sparato gas lacrimogeni, granate stordenti e sparato proiettili in aria. Hanno confiscato fotocamere e smartphone, ne hanno rotti alcuni e hanno ordinato ai giornalisti di non intervistare i dimostranti. La polizia ha arrestato giornalisti stranieri e palestinesi e ha picchiato un gran numero di manifestanti. Anche molti cittadini israeliani hanno partecipato alla protesta.

Nonostante la violenta repressione della protesta, un piccolo gruppo di manifestanti è riuscito a sfuggire alla polizia e si è radunato nelle strade secondarie, scandendo slogan come: “Disgrazia e vergogna” e “Con anima e sangue ti riscatteremo, Gaza.

I corrispondenti riferiscono che da sei a quindici persone sono state ricoverate in ospedale per ferite tra cui l’inalazione di gas lacrimogeno. Decine di persone sono state arrestate; un rapporto porta il numero a 80, tra cui alcune giovani donne. I giornalisti stranieri presi in custodia sono stati rilasciati durante la notte.

Mercoledì la polizia palestinese ha disperso una protesta simile a Nablus.

Martedì scorso, l’Autorità Nazionale Palestinese ha vietato le dimostrazioni fino alla fine dei tre giorni di festeggiamenti per Id al-Fitr, che segnano la fine del mese di digiuno del Ramadan. L’Autorità Nazionale Palestinese ha dichiarato che la decisione era stata presa per evitare qualsiasi interruzione alle celebrazioni festive. L’ultimo giorno del digiuno è giovedì e la festa inizia la sera, dopo il tramonto.

Mercoledì gli organizzatori, un gruppo di personaggi pubblici e di attivisti sociali che hanno aperto la pagina Facebook “Le sanzioni contro Gaza sono un crimine”, hanno annunciato che avrebbero comunque svolto la manifestazione disobbedendo al divieto. Prima di quest’ultima dimostrazione, una dichiarazione rilasciata dagli organizzatori ha riferito che essi sono stati oggetto di una campagna diffamatoria sui social media, che si diceva contenesse minacce e intimidazioni e li aveva presentati come agitatori esterni.

La prima di una serie di proteste contro le sanzioni di Abu Mazen a Gaza si è tenuta domenica sera con circa 1.500 partecipanti. Una seconda protesta molto più piccola si è tenuta martedì pomeriggio.

Quando mercoledì i manifestanti sono arrivati a piazza Manara a Ramallah, sono stati accolti da un gran numero di poliziotti palestinesi in tenuta antisommossa, con uniformi nere e mimetiche, armati di fucili, gas lacrimogeni, granate assordanti e manganelli. La polizia ha cercato di impedire ai manifestanti di riunirsi e ha ordinato a tutti di disperdersi e di lasciare immediatamente la strada.

I testimoni dicono di aver visto la polizia afferrare un manifestante, picchiarlo e condurlo a un veicolo della polizia, mentre altri ufficiali hanno cercato di sgomberare la strada principale dal resto dei manifestanti. Poiché non ci sono riusciti, i poliziotti hanno iniziato a sparare gas lacrimogeni e granate stordenti contro i manifestanti e i molti passanti che riempivano le strade la sera dopo la fine della giornata di digiuno del Ramadan.

Forze di sicurezza in borghese hanno picchiato i manifestanti e anche arrestato alcuni di loro nelle strade piene di gas lacrimogeni. Dopo che queste misure non sono riuscite a fermare la protesta, un terzo gruppo è apparso in abiti civili con cappelli da baseball del movimento Fatah. Anche loro hanno picchiato i manifestanti e cercato di disperdere la folla, mentre urlavano slogan a sostegno di Abbas e in memoria di Yasser Arafat.

In risposta all’arresto dei giornalisti, l’associazione della stampa palestinese ha rilasciato una dichiarazione secondo cui i suoi membri non avrebbero pubblicato notizie sul governo dell’Autorità Nazionale Palestinese e le forze di sicurezza fino a nuovo avviso. Hanno invitato il primo ministro palestinese Rami Hamdallah a dimettersi, ritenendolo responsabile della repressione delle proteste. Molti commenti sulla pagina Facebook dell’associazione hanno accusato lo stesso Abbas della decisione di reprimere la protesta. Non è la prima volta che l’Autorità Nazionale Palestinese ha usato una simile violenza per reprimere le proteste e mettere a tacere l’opposizione.

Le proteste erano contro una serie di sanzioni economiche che Abbas ha imposto a Gaza dopo la rottura dell’accordo di riunificazione dello scorso anno. Ad aprile sono stati congelati i salari agli impiegati dell’ANP nella Striscia. I funzionari hanno riferito di piani per estendere ulteriormente queste misure – che hanno aggravato una situazione già disperata di povertà a Gaza – e per interrompere anche il servizio bancario e Internet.

(Traduzione di Luciana Galliano)




Pare che quattro palestinesi siano stati uccisi e decine feriti da fuoco israeliano durante proteste a Gaza*

Jack Khoury, Yaniv Kubovich, Almog Ben Zikri

8 giugno 2018, Haaretz

 In migliaia hanno protestato in cinque punti nei pressi della barriera di confine Oltre 600 feriti, di cui 117 da proiettili veri L’esercito israeliano piazza batterie “Iron Dome” per fronteggiare il lancio di razzi I palestinesi chiedono all’Assemblea Generale dell’ONU di condannare Israele.

Secondo il ministero della Sanità di Gaza venerdì quattro palestinesi sono stati uccisi e 92 feriti dal fuoco dell’esercito israeliano durante proteste sul confine di Gaza. In migliaia hanno partecipato a quella che si prevedeva sarebbe stata la più grande marcia contro la barriera di confine israeliano da settimane.

Secondo il ministero 618 palestinesi sono stati feriti in totale negli scontri fino alle 7 di sera, di cui 254 sono stati ricoverati in ospedale. Uno dei feriti era in condizioni gravissime, otto hanno subito gravi ferite e 125 sono stati lievemente feriti. Il ministero afferma che 117 persone sono state colpite da proiettili veri.

L’esercito israeliano si stava preparando nel caso in cui Hamas e la Jihad Islamica palestinese avessero iniziato a sparare colpi di mortaio e razzi quando fossero finite le proteste. L’esercito ha schierato un numero significativo di batterie “Iron Dome” [sistema di difesa antimissile, ndt.] nei pressi delle vicine comunità [ebreo-israeliane, ndt.].

Mentre nelle settimane precedenti l’esercito ha affermato che Hamas non era interessato a uno scontro più ampio, il recente lancio di decine di colpi di mortaio contro Israele ha portato l’esercito a pensare che i gruppi islamici potessero cercare uno scontro limitato che includesse il lancio di razzi. Circa 10.000 dimostranti hanno manifestato in cinque punti lungo la barriera. Una postazione dell’esercito israeliano è stata danneggiata quando è stata colpita da spari da Gaza durante le proteste. Inoltre decine di aquiloni e di palloni aerostatici che trasportavano bottiglie molotov ed esplosivi sono state fatte volare all’interno di Israele, e sono stati lanciati contro le truppe israeliane ordigni esplosivi e granate.

Israele si aspettava che le proteste sarebbero state delle stesse dimensioni e violenza di quella del 14 maggio, quando circa 60 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane. Tuttavia pare che il numero dei presenti sia stato inferiore alle attese.

Si prevedeva che alcuni dei palestinesi che protestavano nel contesto della “Marcia del Ritorno” avrebbero sfoggiato indumenti che ricordano l’Olocausto, compresa una divisa a strisce che rappresentava l’abbigliamento che gli ebrei erano obbligati a indossare nei campi nazisti.

Gli organizzatori della protesta hanno detto che lo spunto intendeva mandare il messaggio che i palestinesi non sono responsabili dell’Olocausto, tuttavia ne pagano il prezzo. Hanno affermato che lo scopo complessivo della protesta era di mostrare al mondo che Israele sta commettendo crimini contro il popolo palestinese.

Venerdì i palestinesi e i loro sostenitori hanno chiesto che l’Assemblea Generale dell’ONU tenga una riunione d’emergenza per adottare una risoluzione che condanni l’”uso eccessivo della forza” da parte di Israele, soprattutto a Gaza, e vorrebbero raccomandazioni che garantiscano la protezione dei civili palestinesi. L’ambasciatore palestinese all’ONU Riyad Mansour ha detto di credere che il presidente dell’Assemblea Generale Miroslav Lajcak fisserà “molto presto” una data. Ha affermato che “molto probabilmente” avverrà il prossimo mercoledì pomeriggio. Mansour ha detto che la risoluzione presentata all’Assemblea Generale, come una precedente risoluzione del Kuwait, chiederà al segretario generale dell’ONU Antonio Guterres di fare una proposta entro 60 giorni “su modi e mezzi per garantire la sicurezza, la protezione e il benessere della popolazione civile palestinese sotto occupazione israeliana.”

Hamas ha esortato i palestinesi della Cisgiordania ad unirsi alla “Marcia del Ritorno” andando a Gerusalemme a pregare alla moschea di Al Aqsa o ai posti di blocco israeliani lungo la strada. Hamas controlla la Striscia di Gaza, ma in Cisgiordania la dirigenza dell’Autorità Nazionale Palestinese è dominata dall’organizzazione Fatah del presidente palestinese Mahmoud Abbas.

Come durante precedenti manifestazioni nelle scorse settimane, l’esercito ha schierato cecchini lungo il confine con Gaza. Afferma di aver ricevuto avvertimenti su possibili tentativi di prendere di mira soldati con spari o esplosivi. Il comitato che organizza le marce settimanali ha affermato di progettare di continuare a farle, nonostante l’alto numero di vittime palestinesi durante le 11 manifestazioni precedenti. Sostiene che l’obiettivo è dire al mondo che i palestinesi continuano a rivendicare i propri diritti, compreso quello al ritorno. I gazawi, che hanno fatto volare aquiloni incendiari oltre il confine, avevano previsto di inviarne decine in Israele venerdì.

“Non siamo legati a nessuna organizzazione,” ha detto uno di quelli che hanno fatto volare gli aquiloni. “L’idea è nata quando abbiamo visto nella prima marcia bambini con aquiloni che avevano bandiere palestinesi. Abbiamo visto che un aquilone vola velocemente ed entra in territorio israeliano, e allora abbiamo pensato di legargli materiale infiammabile o qualcosa che brucia.”

“Non siamo terroristi,” ha insistito. “Siamo una generazione senza speranza e senza una prospettiva che vive sotto un assedio asfissiante, e questo è il messaggio che stiamo cercando di mandare al mondo. In Israele piangono per i campi e i boschi che bruciano. E che ne è di noi, che stiamo morendo ogni giorno? Personalmente, sono andato varie volte alla barriera ed è chiaro che è una questione di tempo prima che mi prenda una pallottola in testa o mi amputino una gamba a causa delle ferite [si riferisce al fatto che i cecchini israeliani usano proiettili a frammentazione che provocano ferite gravissime, soprattutto agli arti inferiori, ndt.]. Per cui faccio volare aquiloni e partecipo alle proteste piuttosto che morire.”

Afferma che, se Hamas o qualunque altra organizzazione palestinese stesse appoggiando gli aquiloni incendiari, lui e i suoi compagni non avrebbero tanti problemi ad avere il materiale per fabbricarli.

“Ogni aquilone costa circa 5 shekel (1,40 $),” spiega. “A Gaza sono parecchi soldi. Quindi la creatività ci porta a utilizzare ogni cosa a disposizione – cartone usato e plastica o qualunque cosa che possa essere usata per costruire un aquilone, che è molto semplice ma sta sfidando l’esercito più potente del Medio Oriente.”

Giovedì mattina l’esercito [israeliano] ha lanciato volantini sulla Striscia di Gaza, avvertendo gli abitanti di non avvicinarsi alla barriera o di non cercare di attaccare gli israeliani.

“Abitanti della Striscia di Gaza! Auguri, e che il Ramadan vi porti fortuna,” dicevano i volantini.

“Un uomo saggio tiene conto delle conseguenze delle proprie azioni in anticipo e sceglie quelle i cui vantaggi sono maggiori dei costi. Se ne tenete conto riguardo all’avvicinarvi o all’attraversare la barriera, arriverete alla conclusione che questa azione non ne vale la pena ed è persino dannosa.”

I volantini invitavano anche i gazawi: “Non lasciate che Hamas vi trasformi in uno strumento per i suoi meschini interessi. Dietro a questi interessi c’è l’Iran sciita, il cui obiettivo è incendiare la regione a favore dei propri interessi religiosi ed etnici. Non dovreste lasciare che Hamas vi trasformi in suoi ostaggi, in modo che possa raccogliere un capitale politico a spese del benessere e del futuro dei gazawi in generale e dei giovani in particolare. Per evitare risultati dannosi, vi invitiamo a non partecipare alle manifestazioni e al caos e a non mettervi in pericolo.”

L’ “Associated Press” [agenzia di stampa USA, ndt.] ha contribuito all’articolo.

*[L’articolo deve essere stato scritto quando la notizia delle uccisioni non era stata ancora confermata e così si spiega il titolo ipotetico. ndt]

(traduzione di Amedeo Rossi)




I palestinesi sono stati abbandonati dai loro leader

Alaa Tartir

1 giugno 2018, Foreign Policy

Roma, 1 giugno 2018, Nena News – Quando l’amministrazione Trump ha deciso di trasferire l’Ambasciata USA a Gerusalemme, momento cruciale nella lotta del popolo palestinese per la libertà, i dirigenti dell’Autorità Palestinese non sono riusciti in alcun modo a dare una risposta significativa. Non sono nemmeno riusciti a evitare l’assassinio di civili a Gaza e, anzi, hanno mantenuto le politiche punitive contro i 2 milioni di palestinesi che vivono nella Striscia, tra cui quella di trattenere i salari dei dipendenti pubblici.

Dopo 22 anni di attesa dall’ultimo incontro, il Consiglio Nazionale Palestinese si è recentemente riunito a Ramallah per eleggere il Comitato Esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e il suo presidente. L’incontro di quattro giorni, che si è tenuto tra il 30 aprile e il 3 maggio, è stato una dolorosa dimostrazione di come i leader palestinesi stiano minando la democrazia.

L’incontro si è concluso con l’annuncio di una nuova leadership palestinese, basata sul clientelismo e su meschine politiche tra fazioni. Le cosiddette elezioni hanno dimenticato l’elemento principale di ogni sistema politico funzionante: la gente, che è stata messa da parte, emarginata, e a cui è stata tappata la bocca in una terribile dimostrazione della crescente sconnessione tra governanti e governati. Anche se questo non è un fenomeno nuovo, il livello di arroganza della leadership è stato stupefacente.

Oltre all’occupazione israeliana del loro territorio, i palestinesi subiscono l’assenza di una guida legittima, di strutture politiche responsabili e inclusive e di una governance democratica, efficace e trasparente. Tutto ciò impedisce ai palestinesi di far fronte ai diversi livelli di oppressione e repressione che si trovano davanti. Rovesciare questo triste stato di cose è un obiettivo irraggiungibile, con il sistema politico palestinese attuale. Però è anche un presupposto indispensabile, se le future generazioni di palestinesi vogliono avere un futuro migliore.

Se spera di reinventare l’attuale sistema politico, il popolo palestinese e una nuova generazione di dirigenti devono smascherare le élite politiche di oggi che continuano a dividere, indebolire e emarginare la popolazione. Questo processo di reinvenzione va ben oltre la questione di sciogliere l’Autorità Palestinese (AP), l’accoppiata Fatah-Hamas e il quadro dettato dagli Accordi di Oslo venticinque anni fa. Richiederà una più alta rappresentanza politica, un approccio più inclusivo alla pianificazione nazionale e una buona dose di fantasia per superare le idee antiquate e la miope visione del mondo che attualmente domina il pensiero politico della leadership palestinese.

L’attuale leadership non è disponibile né interessata alle rivendicazioni del popolo, perché minacciano il dominio dell’AP in Cisgiordania (e quello di Hamas a Gaza). La leadership, quindi, continua ad agire in modo autoritario, cercando di mettere a tacere ogni voce che ne mette in dubbio la legittimità o sfida il suo monopolio in fatto di governance.

Negli ultimi dieci anni, molte organizzazioni locali e internazionali per i diritti umani hanno documentato l’uso eccessivo della forza da parte delle forze di sicurezza palestinesi per mettere a tacere chi protesta. Ci sono state anche detenzioni politiche, limitazioni alla libertà di parola e di partecipazione politica e manifestazione, così come spionaggio, atti di tortura e gravi violazioni dei diritti umani in risposta all’attivismo politico in strada o sui social media.

Le recenti manifestazioni al confine di Gaza e gli scontri a Gerusalemme nell’estate del 2017 devono essere compresi nel loro contesto. La frustrazione per lo status quo e la mancanza di prospettive, insieme alle condizioni di vita disperate, hanno portato allo scontro alla barriera militare della Striscia di Gaza; a Gerusalemme Est, sono state le politiche esplicite sugli insediamenti, volte a incrementare la popolazione ebraica a causare gli scontri, e la repressione da parte sia di Israele che dell’Autorità Palestinese ha provocato la resistenza in Cisgiordania. La protesta collettiva palestinese, oggi, è un’espressione di resistenza alla violenza dell’occupante israeliano, ma anche alla leadership palestinese.

Non sorprende, quindi, che dopo il meeting dell’Autorità Palestinese del 30 aprile siano aumentate le tensioni. Anche se molti palestinesi – dato il ruolo storico dell’OLP nel portare la lotta palestinese sul piano mondiale – continuano a idealizzare l’organizzazione come “unica legittima rappresentante del popolo palestinese nel mondo”, i palestinesi hanno anche visto in diretta TV, come dice un giovane di Gaza, “quanto siano marci questo organismo e le sue istituzioni”. Ha aggiunto che “quando svanisce anche l’ultima speranza… ti metti a capo di una rivolta per essere ascoltato, visto, riconosciuto.”

Per le generazioni più giovani, la reazione alla frustrazione è stata organizzarsi e mobilitarsi.

Come sottolinea un altro giovane attivista di Gaza, “L’abbiamo visto nell’estate del 2017 a Gerusalemme, e adesso lo vediamo a Gaza. Anche se questi scontri ciclici non durano… solo la gente, non la leadership politica, potrà modificare gli squilibri di potere tra colonizzatori e colonizzati.”

Una terza giovane attivista sostiene, con rabbia, che “siamo noi, la gente, la generazione futura, i giovani, e non Hamas, quelli che stanno protestando”. La lotta, secondo lei, è una delle forme di “resistenza popolare contro ogni forma di controllo e dominazione, sia essa palestinese, israeliana, egiziana o qualsiasi altra… Ne abbiamo abbastanza del modello gerarchico che crea solo dittatori e élite VIP che ci fanno solo del male”.

È chiaro che c’è una nuova via d’accesso per i leader del futuro: un attivismo locale, dal basso, che generi leader legati alle loro cerchie sociali e alle battaglie quotidiane della gente, piuttosto che un’élite disinteressata e distante nei lussuosi uffici di Ramallah.

Le proteste di Gaza sono il risultato di questa rabbia popolare. Israele ha cercato di dare una falsa immagine del coinvolgimento di Hamas nelle dimostrazioni al confine per criminalizzare e screditare i manifestanti. Anche se Hamas non è l’organizzatore della marcia, è coinvolto direttamente e indirettamente perché è uno degli attori principali che governano Gaza. È fondamentale riconoscere che Hamas è parte integrante della scena politica palestinese a prescindere dal danno che causa (come anche Fatah) alla lotta palestinese per la libertà e indipendentemente dalle strategie, idee, o principi ideologici. Hamas ha semplicemente fatto ciò che avrebbe fatto qualsiasi partito politico: ha strumentalizzato le proteste per ricavarne un vantaggio politico.

Le manifestazioni a Gaza riguardano fondamentalmente gli innegabili e internazionalmente riconosciuti diritti del popolo palestinese nel suo insieme. Molti attori politici, oltre a Hamas, hanno partecipato alle marce, il che dimostra che esiste una nuova generazione di leader, non divisi in fazioni; una lezione che Fatah e Hamas farebbero meglio a imparare.

Anche se le marce potrebbero durare poco, la comunità internazionale una lezione l’ha imparata: le rivendicazioni dei semplici cittadini palestinesi dovrebbero essere prese sul serio. E questo non solo per il tragico bilancio delle vittime, ma anche perché gli attori internazionali capiscono che un movimento sociale palestinese dal basso potrebbe davvero destabilizzare e minacciare lo status quo, uno status quo che va benissimo alla maggioranza degli attori.

Se la futura generazione di leader palestinesi riuscirà ad ottenere una certa influenza, non potrà limitarsi a criticare e maledire lo status quo. Dovrà essere propositiva e immaginare un futuro ben determinato, e mettere in pratica quella visione con azioni concrete e realizzabili. Cambiare le politiche richiede saper fare politica, e cambiare le regole attuali richiede saper stare al gioco.

Sarà un processo complesso e caotico, ma i futuri leader palestinesi diventeranno visibili solo se formeranno nuovi partiti, proporranno liste di giovani alle elezioni, stabiliranno una cultura di responsabilità e creeranno un governo ombra guidato dai giovani che si metta in gioco in un dibattito nazionale sulle priorità del popolo palestinese.

“Ti spetta qualcosa in questo mondo, perciò alzati” ha detto una volta Ghassan Kanafani, scrittore e attivista politico palestinese assassinato dal Mossad, i servizi segreti israeliani. I palestinesi di Gaza, Haifa, Gerusalemme e ovunque stanno facendo proprio questo: si stanno alzando per la giustizia, la libertà, la dignità e l’autodeterminazione come valori fondamentali. Le forze che combattono questi valori, molto spesso con il pretesto della sicurezza, dovranno renderne conto finché non sosterranno pace e giustizia. Solo allora potremo parlare di un futuro di pace e prosperità per la Palestina. Nena News

Alaa Tartir è direttore editoriale di Al-Shabaka – The Palestinian Policy Network, ricercatore associato al CCDP (Centro su Conflitti, Sviluppo e Peacebuilding) di Ginevra e visiting professor alla Paris School of International Affairs, Sciences Po.

(Traduzione di Elena Bellini)

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‘Noi moriamo comunque, quindi che sia davanti alle telecamere’: conversazioni con abitanti di Gaza

Amira Hass

20 maggio 2018, Haaretz

I miei amici di Gaza sono indignati dall’accusa di Israele che sia Hamas a guidare tutto. ‘Il vostro popolo ci ha sempre guardati dall’alto in basso, perciò è difficile per voi capire che nessuno manifesta nel nome di qualcun altro’.

“La capacità di noi palestinesi di essere uccisi è più grande della capacità di voi israeliani di uccidere”, mi ha detto un abitante del campo profughi di Deheisheh vicino a Betlemme all’inizio della Seconda Intifada. Ottimista da sempre, intendeva dire che a causa di questa differenza alla fine le due parti raggiungeranno un giusto accordo.

Martedì di questa settimana, lungo la barriera di confine e di fronte a Beit Hanun, nel nord della Striscia di Gaza, il fatto che si sia sbagliato è diventato nuovamente evidente. C’è un limite alla capacità dei palestinesi di essere uccisi. Il mattino seguente al lunedì di sangue i manifestanti hanno fatto una pausa. Sessanta nuovi morti e centinaia di nuovi feriti hanno giustificato il momento di calma che chiedevano. Il giorno seguente, il giorno della Nakba, che ci si aspettava fosse il peggiore, in realtà è stato il giorno in cui hanno rinunciato alla simbolica ‘Marcia del Ritorno’ di massa alla barriera di confine.

In mezzo ai campi di girasole e di patate dei kibbutz, invidiavo i miei colleghi che trasmettevano con così grande autoconvinzione le dichiarazioni dell’esercito e dei politici israeliani. Secondo i portavoce israeliani, sia militari che civili, la tregua lungo la barriera di confine è la prova inequivocabile che i leader di Hamas controllano tutto, e tutti sono sottoposti alla loro autorità, sono loro che hanno mandato la gente a morire il giorno prima, sono loro che hanno cambiato il copione il giorno dopo. Molto semplice.

Secondo questi rapporti, l’Egitto ha dato istruzioni di fermare il processo – dietro richiesta israeliana – e Hamas ha obbedito. Il leader di Hamas Ismail Haniyeh è stato umiliato, e questo ha funzionato. Tutto ciò viene recepito in Israele come dato di fatto, giornalismo investigativo e ulteriore vittoria israeliana. Non c’è bisogno di essere a Gaza per sapere e non conta che l’esercito impedisca ai giornalisti israeliani di entrare nella Striscia.

Tutta la nostra strumentazione bionica è al lavoro: aerostati per scattare foto, droni, intercettazioni, collaboratori e una dichiarazione fuori-onda di un importante dirigente di Fatah a Ramallah. Tutto sembra fornire ciò che noi interpretiamo come verità divina. In confronto, la quantità di dettagli, spiegazioni, ipotesi, negazioni, esitazioni e contraddizioni che riceviamo da parte palestinese è considerata giornalismo scorretto, che non fornisce una spiegazione definitiva.

Accanto agli irrigatori che spruzzano gioiosamente acqua nei campi israeliani, mi sono chiesta: se voi sapevate che Hamas ha pianificato di mandare cinicamente la gente a morire in modo da guadagnarsi nuovamente l’attenzione e dipingere Israele come il demonio, perché state facendo quello che loro volevano? Perché anche voi, che non avete usato mezzi non letali, ubbidite ad Hamas?

C’è una barriera interna, una barriera di sicurezza e un terrapieno che è stato costruito con terra riportata dagli scavi della nuova barriera sotterranea di Israele. E c’è una strada di sicurezza e un’altra ancora. E poi i campi. Intorno a tutto questo ci sono postazioni di vigilanza e al disopra ci sono palloni aerostatici e droni. E tutto ciò che avete potuto fare è stato dimostrare la capacità di Israele di uccidere e mutilare?

Vicinanza silenziosa

Da una collina nei campi del kibbutz Nir Am si possono vedere chiaramente Beit Hanun, Izbet Abed Rabo e i contorni di Shujaiyeh nel nord di Gaza. Ed anche gli alti blocchi residenziali, che svettano alti. L’ ininterrotta area costruita da Beit Lahia all’estremità sud di Gaza sembra molto vicina. Un solo furgone pickup bianco è passato lungo la linea di confine tra i campi coltivati palestinesi e l’ampia striscia di terra in cui Israele vieta di coltivare, e un carro trainato da cavalli andava verso nord.

La silenziosa vicinanza, senza alcun contatto, ha dimostrato la situazione di imprigionamento dal lato opposto. Dopotutto, io una volta ho abitato là, sono andata in tutti quei luoghi che ora vedo col binocolo e ricordo i fatti che ho raccontato e la gente di cui ho scritto, tra una guerra e l’altra, durante le guerre, durante le rivolte e per così dire le tregue.

Ora questi luoghi sono un film, da vedere e non toccare. A uno o due chilometri di distanza ci sono i miei amici, a cui voglio bene, e non ci è più permesso di vederci. Uno di loro ha detto scherzando che sarebbe venuto al campo della ‘Marcia del Ritorno’ sventolando una grande bandiera palestinese per salutarmi. Ma è meglio WhatsApp.

Al telefono i miei amici si indignano e ognuno lo dice a suo modo: dire che Hamas controlla tutto questo significa togliere ad ogni palestinese non solo il suo diritto alla libertà di movimento e ad un livello di vita dignitoso, ma anche il diritto ad una profonda frustrazione e disperazione – ed il suo diritto di esprimerla.

“Gli israeliani ci guardano dall’alto in basso e lo hanno sempre fatto. Ai vostri occhi, un arabo buono è un collaborazionista o un [arabo] morto”, ha detto uno di loro ed ha aggiunto: “Perciò per voi è difficile capire che nessuno manifesta in nome di qualcun altro. Ognuno va là per sé stesso. Noi siamo un popolo senza risorse ed ora senza una strategia e un programma, ed al punto più basso in termini di appoggio internazionale e di organizzazione interna. Ma siamo andati a manifestare per disturbare i festeggiamenti per il trasferimento dell’ambasciata. Gerusalemme ci sta molto a cuore. Andiamo per non morire in silenzio. Perché siamo stufi e stanchi di morire in silenzio, nelle nostre case.”

“Se muori, che sia di fronte alle telecamere. Facendo rumore. Io sto andando alla moschea. Non vi è stato nessun ordine dall’alto di andare alla manifestazione. Sento dei giovani dire che domani andranno a morire alla barriera, come se parlassero di un picnic o di caramelle. Sono andato al campo della ‘Marcia del Ritorno’ due o tre volte, e non mi è piaciuto. Troppa confusione. Se Hamas avesse avuto il controllo dell’intera iniziativa non ci sarebbe stato quel caos. Dopotutto, lo sapete quanto gli eventi di Hamas siano sempre ordinati, organizzati, disciplinati.”

È vero, c’era personale della sicurezza di Hamas in abiti civili; non erano là come Hamas, ma per mantenere l’ordine pubblico a nome del governo in carica, come in ogni evento di massa – per impedire a persone armate di avvicinarsi alla barriera, per evitare provocazioni di collaborazionisti, per intervenire in caso di risse o molestie sessuali.

Hamas ha perso popolarità a Gaza a causa dei fallimenti e dei disastri degli ultimi dieci anni, mi ha giurato un amico dopo avermi ricordato che a lui “non piacciono per niente.” Dice che all’inizio, [i dirigenti di Hamas] non erano entusiasti dell’idea della ‘Marcia del Ritorno’, dopo che dei giovani militanti avevano proposto l’idea a tutti i leader delle fazioni politiche.

In seguito anche Hamas ha aderito all’iniziativa. In quanto organizzazione, Hamas è in grado di offrire ciò che altri gruppi non possono: trasferimenti ai campi della ‘Marcia del Ritorno’, magari un panino e una bottiglia di coca cola e tende. “Ma non possono obbligarci a venire e mettere a rischio noi stessi. Dopotutto, è pericoloso stare ad una distanza anche solo di 300 o 400 metri, perché i soldati ci sparano.”

Uno straniero a Gaza ha avuto questa impressione: “Hamas non può ordinare alla gente di andare alle manifestazioni e mettere a rischio la propria vita, ma può impedire che si avvicini alla barriera.” Uno dei modi è fare dichiarazioni ai media.

I molti morti non di Hamas

Mercoledì è arrivata a molti organi di informazione israeliani la stessa notizia secondo cui un leader di Hamas, Salah al-Bardawil, “ha ammesso in un’intervista alla televisione palestinese che 50 dei 60 uccisi negli scorsi due giorni erano membri di Hamas.” In Israele si è tirato un gran sospiro di sollievo. Hamas? In altri termini, terroristi per definizione, in altri termini, c’è il permesso di ucciderli. C’è persino un ordine in tal senso.

La fonte di informazione era un tweet in lingua araba di Avichay Adraee dell’ufficio del portavoce dell’esercito israeliano. Ha incollato sul tweet un pezzettino di un’intervista di oltre un’ora con Bardawil sul canale di notizie Baladna trasmesso su Facebook.

L’intervistatore, Ahmed Sa’id, ha posto spinose domande che aveva ascoltato per strada, per la maggior parte poste da sostenitori di Fatah: che dite dell’umiliazione che avete subito in Egitto e perché Hamas manda la gente a morire alla barriera – mentre voi ne cogliete i frutti (politici)?

Bardawil ha dovuto difendere la sua organizzazione e dire che non era vero, che non vi è stata nessuna umiliazione e che i membri di Hamas stavano manifestando come chiunque altro, insieme a tutti gli altri.

“Purtroppo questa è l’organizzazione che oggi alimenta le motivazioni e la consapevolezza, soprattutto tra i giovani”, mi aveva precedentemente spiegato uno dei miei amici.

Torniamo a Bardawil. Ha detto che 50 dei 60 uccisi erano membri di Hamas. Ho controllato e mi è stato detto che le cifre ufficiali in possesso di Hamas sono che, dall’inizio della ‘Marcia del Ritorno’ del 30 marzo, c’erano 42 persone legate ad Hamas tra le 120 uccise: membri del movimento, noti militanti, membri di famiglie di Hamas.

Sembra che circa 20 membri dell’ala militare di Hamas siano stati uccisi, e non vicino alla zona delle proteste, ma in circostanze ancora da chiarire. Ma gli altri erano semplici manifestanti disarmati. E manifestavano perché erano di Gaza. Ma una volta che Bardawil ha detto quel che ha detto, è difficile contestare le sue parole in pubblico. “Questa (la cifra di 50) è un’altra delle nostre tipiche esagerazioni”, ha detto il mio amico che non è venuto a sventolare la sua bandiera per salutarmi.

Quanto alle esagerazioni, “l’idea che la ‘Marcia del Ritorno’ interrompa lo stallo e fermi la lenta rovina di Gaza – tutti lo vorremmo, anch’io”, ha detto un altro. “Ma sono i dettagli che non mi piacciono. Che cosa è questa follia della ‘Marcia del Ritorno’ e di togliere il blocco? Non hanno nemmeno riflettuto in modo adeguato sugli slogan. Poiché, se lo scopo è ritornare ai villaggi, il blocco è una questione irrilevante.”

Tra i girasole e i pochi incendi [di copertoni] scoppiati martedì, i soldati erano in allerta nelle loro postazioni. Ondeggiavano continuamente tra un iperattivismo borioso e l’indolenza di un picnic. Erano posizionati entro i perimetri dei kibbutz, a brevissima distanza dalle case. Anche i blindati erano alla distanza di una passeggiata mattutina.

È ciò che viene chiamata una presenza militare nel cuore di una popolazione civile. Ricordo la situazione opposta, di postazioni di Hamas nella Striscia di Gaza che servivano da scusa ad Israele per diffamare l’organizzazione che si sarebbe fatta scudo dei civili, e all’esercito israeliano per bombardare chiunque si trovasse vicino a loro [alle postazioni].

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 

 

 




A Gaza non è una “Marcia di Hamas”. Sono decine di migliaia di persone disposte a morire

Amira Hass

15 maggio 2018, Haaretz

La definizione delle manifestazioni da parte dell’esercito israeliano ne riduce la gravità, ma involontariamente assegna anche ad Hamas la parte di un’organizzazione politica responsabile e articolata

Di recente in una serie di occasioni rappresentanti di Fatah hanno detto, riguardo alla “Marcia per il Ritorno” di Gaza: “Siamo lieti che i nostri confratelli di Hamas abbiano compreso che il modo corretto sia una lotta popolare disarmata.” La scorsa settimana il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha affermato qualcosa del genere durante il suo discorso al Consiglio Nazionale Palestinese.

Ciò ha indicato sia cinismo che invidia. Cinismo perché la posizione ufficiale di Fatah è che la lotta armata guidata da Hamas ha danneggiato la causa palestinese in generale e la Striscia di Gaza in particolare. E invidia perché ciò implica che, come ha ribadito la dichiarazione dell’esercito israeliano, un appello di Hamas è sufficiente a portare decine di migliaia di manifestanti disarmati ad affrontare i cecchini israeliani sul confine.

Invece appelli di Fatah e dell’OLP in Cisgiordania, compresa Gerusalemme, non portano più di poche migliaia di persone nelle strade e scaramucce con la polizia e l’esercito. È successo di nuovo lunedì, quando l’ambasciata degli USA è stata spostata a Gerusalemme. Il numero di manifestanti palestinesi a Gaza è stato molto maggiore di quello in Cisgiordania.

La decisione delle manifestazioni della “Marcia per il Ritorno” è stata presa insieme da tutti i gruppi politici di Gaza, compreso Fatah. Ma il gruppo più organizzato – quello che ha fornito la logistica necessaria, equipaggiato i “campi del ritorno” (punti di incontro e di attività che sono stati sistemati a poche centinaia di metri dal confine con Gaza), controllato le informazioni, mantenuto i contatti con i manifestanti e dichiarato uno sciopero generale per protestare contro lo spostamento dell’ambasciata – è Hamas. Persino un membro di Fatah lo ha tristemente ammesso ad Haaretz.

Ciò non vuol dire che tutti i manifestanti siano dei sostenitori di Hamas o simpatizzanti del movimento che hanno obbedito ai suoi ordini. Per niente. I dimostranti vengono da ogni settore della popolazione, gente che ha un’affiliazione politica e quelli che non ce l’hanno.

Chiunque ha paura rimane a casa, perché l’esercito [israeliano] spara a tutti. I pazzi sono quelli che si avvicinano al confine, e sono di tutte le organizzazioni o di nessuna di loro,” ha detto un partecipante alla manifestazione.

Le affermazioni dell’esercito ai giornalisti secondo cui è una “marcia di Hamas” stanno riducendo il peso di questi avvenimenti e l’importanza di decine di migliaia di gazawi che sono disposti ad essere feriti, rafforzando al contempo ironicamente lo status di Hamas come organizzazione politica responsabile che sa come cambiare la tattica della sua lotta, che inoltre sa giocare il proprio ruolo.

Lunedì, con l’uccisione alle 19 di non meno di 53 abitanti di Gaza, non c’era posto per il cinismo o l’invidia. Abbas ha dichiarato un periodo di lutto ed ha ordinato le bandiere a mezz’asta per tre giorni, insieme ad uno sciopero generale martedì. È lo stesso Abbas che stava pianificando una serie di sanzioni economiche contro la Striscia nell’ennesimo tentativo di reprimere Hamas.

Che ne siano consapevoli o meno, volontariamente o meno, gli abitanti della Striscia di Gaza, con i loro morti e feriti, stanno influendo sulla politica interna palestinese. Nessuno oserebbe ora imporre queste sanzioni. Il tempo dirà se qualcuno arriverà alla conclusione che, se Israele sta uccidendo così tante persone durante manifestazioni disarmate, essi possano tornare ad attacchi armati da parte di singoli – come vendetta o come una strategia che porterà a minori vittime palestinesi.

Secondo gli operatori sul campo del centro per i diritti umani “Al Mezan” nelle prime ore di lunedì mattina bulldozer dell’esercito sono entrati nella Striscia di Gaza ed hanno spianato i banchi di sabbia costruiti dai palestinesi per proteggersi dai cecchini.

Circa alle 6,30 del mattino l’esercito ha sparato anche contro le tende dei “campi del ritorno”, e molte di queste sono andate in fiamme. Secondo “Al Mezan”, alcune delle tende bruciato erano utilizzate per il pronto soccorso.

Il sito web “Samaa” ha informato che cani della polizia sono stati mandati nei “campi del ritorno” e che l’esercito ha spruzzato acqua puzzolente nelle zone di confine. Le frenetiche convocazioni di importanti personaggi di Hamas nella Striscia di Gaza perché si incontrassero con l’intelligence egiziana al Cairo sono stati comprese anche prima che si sapesse che gli egiziani hanno trasmesso minacciosi messaggi israeliani a Ismail Haniyeh e Khalil al-Hayya, vice del leader di Hamas nella Striscia di Gaza, Yahya Sinwar.

Tutti nella Striscia di Gaza sanno che gli ospedali sono oltre il limite della capienza e che le equipe mediche sono impossibilitate a curare tutti i feriti. “Al Mezan” ha fatto sapere di una delegazione di medici che avrebbe dovuto arrivare dalla Cisgiordania ma a cui è stato impedito di entrare da parte di Israele.

Tutti sanno che le persone ferite che sono state operate sono state dimesse troppo presto e che c’è carenza di medicine indispensabili per i feriti, compresi gli antibiotici. Anche quando ci sono medicine, molti dei feriti non possono pagare neppure il minimo richiesto per ottenerle, e quindi tornano pochi giorni dopo dal dottore con un’infezione. Tutto ciò si basa su informazioni di fonti mediche internazionali.

Tutti i segnali, gli avvertimenti, le molte vittime nelle ultime settimane e le informazioni inquietanti dagli ospedali non hanno tenuto lontano le decine di migliaia di manifestanti di lunedì. Il diritto al ritorno e l’opposizione allo spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme sono obiettivi e ragioni validi, accettabili da tutti.

Ma non fino al punto che masse di abitanti della Cisgiordania e Gerusalemme est si unissero ai loro fratelli della Striscia di Gaza. Là l’obiettivo più auspicabile per cui manifestare è l’ovvia richiesta e quella più facile da mettere subito in atto – restituire ai gazawi la loro libertà di movimento e il loro diritto di mettersi in contatto con il mondo esterno, soprattutto con i membri del loro stesso popolo al di là del filo spinato che li circonda. Questa è la richiesta della gente qualunque e non una questione privata di Hamas, dato che i suoi dirigenti e militanti sanno molto bene che una volta entrati nel valico di Erez tra Israele e la Striscia verrebbero arrestati.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




I Gandhi di Gaza: Gaza sanguina da sola mentre i “liberal” e i “progressisti” rimangono in silenzio

Ramzy Baroud

2 maggio 2018,The Palestine Chronicle

Altri tre palestinesi sono stati uccisi e 611 feriti lo scorso venerdì, quando decine di migliaia di gazawi hanno ripreso le loro proteste, per lo più non violente, sul confine tra Gaza ed Israele.

Eppure, mentre il conto delle vittime continua ad aumentare – circa 45 morti e oltre 5.500 feriti –, continua anche l’assordante silenzio. Significativamente molti di quelli che hanno a lungo rimproverato i palestinesi perché facevano uso della resistenza armata contro l’occupazione israeliana sono irreperibili, mentre tutti, ragazzini, giornalisti, donne e uomini, sono presi di mira da centinaia di cecchini israeliani che punteggiano il confine di Gaza.

Le fonti ufficiali israeliane sono categoriche. Gente del calibro del ministro della Difesa, Avigdor Lieberman, percepisce questa guerra contro manifestanti disarmati come una guerra contro il terrorismo. Egli crede che “non ci siano innocenti a Gaza”. Mentre l’atteggiamento mentale israeliano non è per niente sorprendente, è incoraggiato dalla mancanza di una reazione significativa o dal totale silenzio internazionale riguardo alle atrocità che avvengono al confine.

La Corte Penale Internazionale (CPI), al di là delle frequenti dichiarazioni intrise di un ambiguo linguaggio giuridico, finora è stata totalmente inefficace. Fatou Bensouda, procuratore generale, in una recente dichiarazione si è fatta beffe delle uccisioni da parte di Israele, ma ha anche distorto i fatti cercando un “linguaggio imparziale”, per il diletto dei media israeliani.

La violenza contro i civili – in una situazione come quella che prevale a Gaza – potrebbe costituire un crimine in base allo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale…

come lo potrebbe essere l’uso della presenza di civili con lo scopo di fare da scudo ad attività militari,” ha detto.

Incoraggiato dal comunicato di Bensouda, Israele sta sfruttando l’opportunità di distogliere l’attenzione dai propri crimini. Il 25 aprile un gruppo giuridico israeliano, “Shurat Hadin”, ha cercato di denunciare tre dirigenti di Hamas alla CPI, accusando Hamas di utilizzare minori come scudi umani nelle proteste sul confine.

È tragico che molti trovino ancora difficile comprendere il concetto che il popolo palestinese è in grado di mobilitarsi, resistere e prendere delle decisioni indipendentemente dalle fazioni palestinesi.

Infatti, a causa della quasi decennale faida tra Hamas e Fatah, dell’assedio israeliano contro Gaza e attraverso le varie guerre devastanti, i gazawi sono stati ignorati, spesso visti come vittime sventurate della guerra e della divisione tra fazioni, e privi di qualunque autonomia d’azione umana.

Shurat Hadin”, come Bensouda, si basa totalmente su questo discorso disumanizzante.

Insistendo sul fatto che i palestinesi non sono in grado di agire al di fuori dei limiti delle fazioni politiche, pochi sentono la responsabilità politica o morale di correre in aiuto dei palestinesi.

È una reminiscenza della predica non richiesta dell’ex presidente USA Barack Obama ai palestinesi durante il suo discorso del Cairo al mondo musulmano nel 2009.

I palestinesi devono abbandonare la violenza,” disse. “La resistenza attraverso la violenza e le uccisioni è sbagliata e non ottiene risultati.”

Poi offrì la sua discutibile versione personale della storia, di come ogni Nazione, compreso “il popolo nero d’America”, le Nazioni del Sud Africa, dell’Asia sud-orientale, dell’Europa dell’est e dell’Indonesia abbiano lottato e conquistato la propria libertà solo con mezzi pacifici.

Questo approccio umiliante –confrontare i presunti fallimenti palestinesi con i successi degli altri – è sempre inteso a mettere in luce che i palestinesi sono diversi, esseri inferiori incapaci di essere come il resto dell’umanità. È interessante notare che ciò è proprio al centro della narrazione sionista sui palestinesi.

Il concetto stesso è frequentemente presentato con la domanda “Dov’è il Gandhi palestinese?” La domanda, posta in genere da cosiddetti liberal e progressisti, non è affatto tale, ma è un giudizio – e assolutamente scorretto.

Affrontando la domanda poco dopo l’ultima guerra contro Gaza nel 2014, Jeff Stein scrisse su Newsweek: “La risposta è stata spazzata via nel fumo e nelle macerie di Gaza, dove l’idea di una protesta non violenta sembra altrettanto antiquata di “Peter, Paul and Mary” [gruppo musicale USA degli anni ’60, ndt.]. I palestinesi che hanno predicato la non-violenza e guidato manifestazioni pacifiche, boicottaggi, sit-in e simili sono per lo più morti, in carcere, marginalizzati o in esilio.”

Eppure, sorprendentemente, sono di nuovo risorti, nonostante i numerosi ostacoli, la rabbia inimmaginabile e le sofferenze continue.

Decine di migliaia di manifestanti, con bandiere palestinesi continuano a tenere i loro cortei di massa sul confine di Gaza. Nonostante l’alto numero di morti e le migliaia di mutilati, tornano ogni giorno con lo stesso impegno alla resistenza popolare che si basa sull’unità collettiva, al di là delle fazioni e delle differenze politiche.

Ma perché sono ancora in gran parte ignorati?

Perché Obama non twitta in solidarietà con i gazawi? Perché Hillary Clinton non prende la parola per opporsi all’incessante violenza israeliana?

È politicamente comodo criticare i palestinesi come se nulla fosse, e assolutamente sconveniente dar loro fiducia, persino quando dimostrano simile coraggio, audacia e impegno per un cambiamento pacifico.

Quelli come la famosa scrittrice J.K. Rowling [autrice dei romanzi di Harry Potter, ndt.], hanno un bel criticare il pacifico movimento palestinese di boicottaggio, che intende rendere responsabile Israele per la sua occupazione militare e per la violazione dei diritti umani. Ma è rimasta in silenzio quando i cecchini israeliani hanno ucciso ragazzini a Gaza mentre si rallegravano quando un bambino cadeva [si riferisce ad un video il cui soldati israeliani festeggiavano il fatto che un loro collega avesse colpito un ragazzino lungo il confine con Gaza, ndt.].

Il cantante Bono, del gruppo “U2”, ha dedicato una canzone al defunto presidente israeliano Shimon Peres, accusato di numerosi crimini di guerra, ma la sua voce sembra essere diventata roca quando un ragazzino di Gaza, Mohammed Ibrahim Ayoub, di 15 anni, è stato colpito da un cecchino israeliano mentre protestava pacificamente sul confine.

Comunque da tutto ciò si ricava una lezione. Il popolo palestinese non si deve aspettare niente da chi li ha costantemente delusi. Biasimare i palestinesi per aver fallito in questo o quello è una vecchia abitudine, intesa semplicemente a considerarli responsabili della loro sofferenza e ad assolvere Israele da ogni misfatto. Neppure il “genocidio progressivo” [definizione dello storico israeliano Ilan Pappe, ndt.] a Gaza cambierà questo paradigma.

I palestinesi devono invece continuare a contare su se stessi; a concentrarsi sulla formulazione di una corretta strategia che serva ai propri interessi a lungo termine, il tipo di strategia che superi le faziosità e offra a tutti i palestinesi una reale tabella di marcia verso l’agognata libertà.

La resistenza popolare a Gaza è solo l’inizio, deve servire come base per una nuova prospettiva, una visione che garantirà che il sangue di Mohammed Ibrahim Ayoub non sia stato versato invano.

Ramzy Baroud è giornalista, autore e curatore di Palestine Chronicle. Il suo ultimo libro è The Last Earth: A Palestinian Story (Pluto Press, Londra 2018). Baroud ha conseguito un dottorato di ricerca in Studi Palestinesi presso l’Università di Exeter ed è ricercatore non residente presso il Centro Orfalea di Studi Mondiali e Internazionali all’Università della California a Santa Barbara.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Il sentore di antisemitismo nel discorso di Abbas non cambia il suo appoggio alla soluzione dei due Stati

Amira Hass

2 maggio 2018, Haaretz

Il discorso del presidente davanti al Consiglio Nazionale Palestinese ha rispecchiato il suo stile autoritario e il suo rifiuto di ascoltare le critiche.

La storia degli ebrei è stata imposta ai palestinesi e quindi questi ultimi l’affrontano in ogni occasione. Tutti i palestinesi si vedono come legittimati, e in effetti lo sono, a proporre la storia della propria terra e del proprio popolo – come un contrappeso rispetto alla narrazione sionista.

Questo è quanto fa anche il presidente palestinese Mahmoud Abbas nei suoi discorsi durante incontri pubblici, e lo ha fatto di nuovo lunedì pomeriggio all’apertura della 23^ sessione, attesa da tempo, del Consiglio Nazionale Palestinese, che dovrebbe essere il parlamento di tutti i palestinesi.

La sintesi di Abbas della storia di Israele è che la fondazione di uno Stato per gli ebrei è stato un progetto colonialista intrapreso da Nazioni cristiane e che i fautori del progetto erano antisemiti che non volevano che gli ebrei vivessero nei loro Paesi. Ma la legittima sintesi del presidente palestinese contiene imbarazzanti errori, importanti omissioni e anche un’opinione con un forte sentore di antisemitismo: in Europa gli ebrei erano odiati non per la loro religione, ma a causa delle loro attività che riguardavano l’usura e le banche.

Questa insistenza nel cadere nella trappola di dichiarazioni che aiutano l’hasbara (diplomazia pubblica) israeliana, che inoltre ignora totalmente i suoi importanti messaggi riguardanti il cammino verso la pace, rivela qualcosa riguardo all’uomo ed al suo stile di governo: è fermo sulle le sue posizioni, non ascolta le critiche e non si consulta con altri – oppure sceglie consiglieri che non gli dicano niente che lui non voglia sentire. Inoltre sceglie di essere aggiornato solo su quello che gli conviene.

Queste sono alcune delle caratteristiche di cui Abbas ha avuto bisogno per riuscire a diventare il leader autoritario di Fatah, dell’OLP [Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ndt.] e dell’Autorità Nazionale Palestinese, insieme al suo controllo delle finanze e all’appoggio che continua a ricevere dai Paesi europei grazie al fatto di rimanere legato agli accordi di Oslo. Queste caratteristiche gli hanno consentito di continuare con quello che aveva iniziato Yasser Arafat: svuotare l’OLP del suo contenuto che riuniva tutti i palestinesi e, in pratica, subordinarla all’ANP. 

In quanto unico governante, Abbas ignora costantemente le decisioni delle istituzioni rappresentative. Di conseguenza il coordinamento sulla sicurezza tra gli apparati di sicurezza palestinese e Israele continua, nonostante le decisioni di porvi fine prese negli scorsi anni da Fatah e dall’OLP.

La parte storiografica del discorso di Abbas di lunedì non è quella importante. La sua sottesa minaccia agli abitanti della Striscia di Gaza e ad Hamas di aver intenzione di non includerli più nel bilancio dell’ANP o di ridurre ulteriormente la quota che li riguarda, è molto più importante e ha preoccupanti conseguenze per il futuro.

Il presidente dell’ANP ha anche rilevato che “quelle che vengono chiamate Primavere Arabe” sono state notizie false, inventate dall’America come mezzo per smantellare i Paesi arabi. Una simile dichiarazione mostra un fondamentale, profondo disprezzo per le rivolte popolari e una sottovalutazione delle sofferenze dei civili sotto i loro regimi autoritari.

Data questa mancanza di rispetto, le affermazioni di Abbas secondo cui la strada per uno Stato palestinese passerà attraverso una lotta popolare (non armata) contro l’occupazione israeliana insieme ad iniziative diplomatiche possono essere interpretate come niente più che dichiarazioni di circostanza. Una lotta popolare è molto più di manifestazioni in aree di conflitto contro l’esercito israeliano e, come hanno detto importanti membri di Fatah, richiede un cambiamento fondamentale nell’atteggiamento dell’ANP verso gli accordi di Oslo. Il messaggio implicito dei giudizi di Abbas sulle Primavere Arabe è che, finché rimarrà al potere, un simile cambiamento non avverrà.

La sintesi storiografica di Abbas termina con questa conclusione: “Noi diciamo: non li espelleremo. Noi diciamo: vivremo insieme a voi sulla base dei due Stati.”

Nelle sue considerazioni ha ripetuto alcune volte che “ci impegniamo” per questa soluzione del conflitto con Israele (cioè all’interno dei confini del 1967), con Gerusalemme est come capitale dello Stato di Palestina. Qui il suo autoritarismo consente ad Abbas di attenersi a una soluzione a lungo proposta che ha perso il suo senso e la sua logica, soprattutto agli occhi della generazione più giovane.

Abbas ha affermato di basare le proprie opinioni su autori ebrei, e persino sionisti, a iniziare da Arthur Koestler il “sionista,” ha sottolineato, e sulla tesi proposta nel libro di Koestler “La tredicesima tribù”, secondo la quale gli ebrei askenaziti sarebbero discendenti del popolo khazaro [vissuto tra il Caucaso e l’Ucraina orientale fino al XIII secolo e convertitosi nel VIII secolo all’ebraismo, ndt.]. Questo popolo non è semita, ha affermato Abbas: “Non hanno alcun rapporto con i (popoli) semiti o con i nostri signori Abramo e Giacobbe.”

Questi ebrei (in altre parole, i khazari convertiti), ha aggiunto, si sono spostati nell’Europa orientale ed occidentale e, ogni 10 o 15 anni, hanno patito un massacro in un Paese o nell’altro, dall’XI secolo fino all’Olocausto. “E perché ciò è successo? Diranno “perché siamo ebrei”. E io vorrei presentare tre ebrei in tre libri, e sono: Giuseppe Stalin…”

A questo punto del discorso di Abbas, che avrebbe dovuto spiegare che gli ebrei sono stati perseguitati a causa delle loro attività nell’usura e nelle banche, c’è stato un mormorio; qualcuno gli ha sussurrato che Stalin non era ebreo. Nel testo scritto del discorso di Abbas di lunedì, rilasciato dall’agenzia ufficiale di notizie palestinese Wafa, Stalin era di nuovo definito un “autore ebreo.”

In seguito nel testo erano citati i nomi di “Abraham e Yishaq Notsherd” – due personaggi che chi scrive non conosce. Durante lo sproloquio del presidente dell’ANP, diffuso dal vivo sul canale palestinese, sembra che egli abbia detto Isaac Deutscher, uno storico marxista.

Abbas ha anche sottolineato che la fondazione di uno Stato per gli ebrei in Palestina è nata come idea dei cristiani e di statisti come Cromwell e Napoleone, e del “console americano a Gerusalemme nel 1850.” Prima che Arthur Balfour stilasse la sua famosa dichiarazione [che impegnò l’impero britannico a favorire la costituzione di un “focolare ebraico” in Palestina, ndt.], ha detto Abbas, “egli aveva preso una decisione che avrebbe impedito l’ingresso degli ebrei in Gran Bretagna a causa del suo odio per loro” Si stava in realtà riferendo all’ “Aliens Act” [legge sugli stranieri] approvato nel 1905 dal parlamento inglese, quando Balfour era primo ministro. La legge limitava l’immigrazione da luoghi che non facessero parte dell’impero britannico ed intendeva essere una risposta all’immigrazione di massa di ebrei, in particolare dall’Europa orientale dal 1880 [in seguito a pogrom nell’impero zarista, ndt.]).

Tale interpretazione della dichiarazione Balfour e il suo rapporto con l’avversione di Balfour verso gli ebrei non è infrequente. Abbas non ha mancato di citare l’“Accordo di trasferimento” tra le autorità naziste e l’Agenzia Ebraica (o con la banca Anglo-Palestinese di Gerusalemme, come ha detto Abbas), che consentì ad ebrei benestanti di emigrare dalla Germania in Palestina.

Abbas non cambierà. Durante i quattro giorni di riunione del CNP, risulterà chiaro se i suoi critici si sono sbagliati quando hanno detto che egli aggraverà la divisione interna tra i palestinesi e, in pratica, seppellirà definitivamente l’OLP come organizzazione pluralistica e di tutti i palestinesi.

La sua implicita minaccia agli abitanti di Gaza e ad Hamas secondo cui intende smettere di includerli nel bilancio dell’ANP è più rilevante.

(traduzione di Amedeo Rossi)