Territori Occupati: Abu Mazen annuncia fine accordi con Israele ma pochi ci credono

Michele Giorgio

21 maggio 2020, Nena News da Il Manifesto

Il governo Netanyahu non risponde. Scetticismo nella popolazione palestinese. Il presidente dell’Anp più volte in passato ha dato lo stesso annuncio senza far seguire passi concreti alle sue parole.

Un annuncio del genere non molti anni fa avrebbe innescato una crisi regionale, manifestazioni popolari nelle strade dei Territori palestinesi occupati e l’invio di rinforzi di truppe e mezzi corazzati israeliani in Cisgiordania. Invece le parole con cui martedì sera, al termine di una riunione dei vertici politici palestinesi, il presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha decretato la fine degli accordi con Israele e Usa a causa delle intenzioni del governo Netanyahu di voler annettere allo Stato ebraico la Valle del Giordano e larghe porzioni di Cisgiordania, sono state accolte tiepidamente dai palestinesi e con palese disinteresse nello Stato ebraico. «Sapete quante volte il presidente Abbas ha annunciato o minacciato l’interruzione dei rapporti con Israele, inclusa la cooperazione di sicurezza (tra le intelligence delle due parti)? Tante. E alle sue parole non sono seguite azioni concrete. La nostra popolazione non ci crede più», ci dice l’analista Hamada Jaber di Ramallah.

I vertici di Fatah, il partito guidato da Abbas e spina dorsale dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), ieri giuravano sulla sostanza del passo mosso dal presidente. «Siamo di fronte a una decisione storica» spiegava Osama Qawasme, portavoce di Fatah, «è la risposta all’attacco di Netanyahu e Donald Trump ai diritti legittimi del popolo palestinese e alle risoluzioni internazionali». Altri dirigenti di Fatah hanno usato toni simili. Hamada Jaber invece ridimensiona la portata dell’annuncio. «Lo considero più una minaccia che una decisione vera e propria» afferma «d’altronde non è passato inosservato che il presidente Abbas sia stato poco perentorio ed incisivo leggendo il suo discorso. L’intervento che pronunciò alle Nazioni unite lo scorso autunno e la sua condanna delle demolizione di case palestinesi a Wadi Hommus (a sud di Gerusalemme) erano stati molto più accesi contro Israele e gli Usa».

Fonti dell’Anp ci riferiscono che la riunione dei vertici palestinesi è stata infuocata. Alcuni dei presenti hanno invocato, a tratti alzando la voce, di tagliare ogni rapporto con Israele e di dare all’occupazione militare israeliana l’intero peso del mantenimento dei tre milioni di palestinesi. Non si è parlato di uno scioglimento delle autorità palestinesi. Tuttavia nelle pieghe del dibattito, a mezza bocca, è emerso anche un possibile ritorno al periodo precedente agli Accordi di Oslo del 1993  (tra Yasser Arafat e Yitzhak Rabin) e, quindi all’esistenza dell’Anp che ha sgravato Israele dall’obbligo di fornire servizi a milioni di civili palestinesi sotto occupazione e non ha conquistato l’indipendenza. In questo clima ha avuto origine l’annuncio di Abbas. Ma il presidente non cerca lo scontro. Spera che l’Unione europea, le Nazioni unite e altre parti internazionali convincano Netanyahu a frenare l’annessione, almeno fino alle presidenziali Usa di fine anno che il presidente palestinese si augura possa vincere Joe Biden, il candidato democratico. Per questo ha ribadito che la via del negoziato resta aperta. «A patto – ha spiegato – che si svolga sotto auspici internazionali (il Quartetto per il Medio oriente) e attraverso una Conferenza di pace basata sulla legittimità internazionale».

L’opinione pubblica palestinese è divisa al suo interno. Da un lato chiede una posizione più ferma nei confronti di Israele e insiste per la fine della cooperazione di intelligence. Dall’altro pur non avendo fiducia nell’Anp teme il suo smantellamento che significherebbe la disoccupazione per circa 200 mila persone e altrettante famiglie lasciate senza reddito. Nena News




Un’avvisaglia del COVID-19

Sarah Algherbawi

29 Aprile 2020The Electronic Intifada

 

Con il coronavirus che devasta la terra, noi a Gaza ci siamo fatti forza per affrontare il massimo impatto.

Sovrappopolati, impoveriti e sottoposti a un assedio israeliano che ha falcidiato i nostri servizi sanitari, un’epidemia vera e propria qui sarebbe una catastrofe.

Non è un’iperbole. Di fatto, noi sappiamo già a quale miscela mortale siamo di fronte a Gaza, perché si è quasi verificata solo pochi mesi fa.

Il 7 dicembre (2019) una sciagura ha colpito la famiglia al-Louh a Deir al-Balah, nel centro della Striscia di Gaza, quando 30 congiunti hanno contratto il morbillo. Sono stati tutti ricoverati all’ospedale al-Aqsa.

La famiglia estesa al-Louh vive in uno stesso edificio –otto nuclei familiari su tre piani – che ospita circa 50 persone, cosa non rara nel contesto affollato e privo di spazio di Gaza. La prima persona infetta registrata con la malattia è stato un bambino di 4 anni. Ma il virus si è diffuso come un incendio tra i parenti: in tutto sono stati contagiati 17 minori, 8 uomini e 5 donne.

Nell’arco di un mese i membri della famiglia al-Louh – dai bambini agli adulti – hanno contratto il virus. Per la maggior parte ne sono guariti. Karam, di 31 anni, sposato con un figlio, ha perso la sua battaglia. Secondo il suo medico, Reem Abu Arban, Karam soffriva di problemi di salute pregressi che hanno compromesso il suo sistema immunitario.

È stata una tragedia familiare aggravata dal contagio di tutti i membri, vecchi e giovani. Non hanno voluto parlare con i media, ma una di loro, la madre di uno dei bambini contagiati, ha accettato di parlare con The Electronic Intifada in condizioni di anonimato.

In tre giorni la maggior parte della famiglia è stata contagiata. Non sapevamo che fosse morbillo, pensavamo fosse una normale influenza.”

La donna ha detto di essere stata profondamente sconvolta quando il suo unico figlio, che aveva allora 9 anni, ha contratto il virus.

All’inizio i medici ci hanno detto che era molto grave. Ma dopo cinque giorni di terapia ha incominciato a migliorare. Grazie a dio adesso sta bene ed è tornato alla normalità.”

Epidemia improvvisa

Il morbillo è un virus altamente infettivo che comporta gravi complicazioni, a volte letali. L’infezione normalmente si trasmette attraverso contatto diretto o per via aerea e si installa nelle vie respiratorie prima di diffondersi nel corpo.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) il morbillo resta una delle principali cause di morte tra i bambini a livello mondiale.

I contagi della famiglia al-Louh fanno parte dei 965 casi sospetti di morbillo e dei 549 casi confermati a Gaza tra giugno 2019 e il 10 febbraio [2020], sempre secondo l’OMS.

Oltre a quello di Karam, l’epidemia ha causato un altro decesso.

Gaza ha avviato un programma di monitoraggio sanitario basato su indicatori nel 1986. Da allora solo nel 2000 vi è stato un caso confermato di morbillo.

Funzionari del Ministero della Sanità hanno detto di aver sospettato che il morbillo fosse stato importato. Secondo l’OMS le vaccinazioni contro il morbillo a Gaza hanno avuto un notevole successo, con il 97% di tasso di copertura tra il 2009 e il 2018.

Majdi Dhuhair, direttore di medicina preventiva al Ministero della Sanità, ha detto di sospettare che l’ultima epidemia sia arrivata dall’estero.

Alcuni Paesi confinanti presentano casi di morbillo a causa di individui che non hanno seguito il programma internazionale di vaccinazione. Pensiamo che il virus sia entrato a Gaza tramite viaggiatori.”

Tuttavia non tutti si vaccinano a Gaza. Questo sembra essere stato il caso della famiglia al-Louh, ha detto Dhuhair.

Diffusione

Nella prima settimana del 2020 il Ministero della Sanità ha lanciato un’altra campagna di vaccinazioni per tutti i bambini tra sei mesi e un anno.

Inoltre, il Ministero ha vaccinato circa 3.000 operatori sanitari in tutta Gaza dopo che 2 medici e 25 infermiere si sono ammalati di morbillo in seguito al contatto diretto coi pazienti.

Tra gli operatori sanitari contagiati vi era una dottoressa incinta di 3 mesi. La donna – che ha mantenuto l’anonimato – ha dovuto restare in isolamento fino alla guarigione. Non si può somministrare il vaccino alle donne in gravidanza.

Anche due ex colleghi mi hanno sorpresa rispondendo ad una richiesta dei social media di contatti con chi era stato contagiato.

Aysar Nasrallah, di 31 anni, e suo fratello Ahmad, di 29, hanno contratto entrambi il morbillo.

Ha iniziato Ahmad, che è andato in ospedale lamentando forti dolori alle ossa. Lì, un’analisi del sangue ha rivelato che aveva il morbillo.

Non sappiamo come Ahmad si sia contagiato”, ha detto Aysar. “E’rimasto a letto 16 giorni e in tutto il corpo gli sono comparse puntini rossi.”

Dopo che Ahmad è guarito, gli stessi sintomi si sono manifestati in suo fratello.

Non sapevo come il morbillo si trasmettesse da una persona all’altra e non pensavo che mi sarei contagiato, dato che faccio sport e seguo una dieta salutare.”

Sul baratro

Mentre l’epidemia di morbillo del 2019 a Gaza è stata probabilmente importata e messa sotto controllo relativamente in fretta, il settore sanitario di Gaza non offre molte speranze nel momento in cui il Covid-19 invade silenziosamente il mondo.

Dopo 13 anni di assedio e di sanzioni devastanti imposti da Israele, la carenza di farmaci, di attrezzature protettive e di letti per isolamento e in terapia intensiva è una realtà cronica a Gaza.

Gli attivisti per i diritti umani e gli esperti di sanità temono da tempo una catastrofe umanitaria se una pandemia scoppiasse a Gaza.

Pochi esperti si sono sorpresi dell’epidemia di morbillo. Tutti hanno paura della pandemia di coronavirus. Munir al-Bursh, capo del dipartimento farmacologico al Ministero della Sanità di Gaza, ha affermato che il totale collasso del settore della sanità di Gaza non fa che rendere “più probabile” la diffusione di ulteriori patologie.

Secondo il Ministero della Sanità locale, la metà di tutti i farmaci indispensabili è semplicemente introvabile a Gaza, e secondo le Nazioni Unite l’altra metà è disponibile per meno di un mese.

I dirigenti accusano Israele perché la potenza occupante ha la responsabilità legale del benessere dei palestinesi di Gaza. Ma non considerano senza colpa l’Egitto e l’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania, ha detto Ashraf al-Qedra, portavoce del Ministero della Sanità.

Sia Israele che l’Egitto vietano ai palestinesi di Gaza di andare a farsi curare all’estero, ha detto al-Qedra. La rivalità mai risolta tra Hamas e Fatah, la fazione prevalente nell’ANP in Cisgiordania, ha provocato la riduzione dell’assistenza finanziaria dalla Cisgiordania. Al-Bursh ha detto che l’ANP nel 2019 ha speso per Gaza meno del 10% del budget sanitario di 40 milioni di dollari.

Ma anche se a livello ufficiale hanno le mani legate a causa della cronica carenza di risorse e dell’assenza di progressi politici, sia nei confronti dell’ANP che di Israele, c’è chi a Gaza ha imparato qualcosa dall’epidemia di morbillo del 2019.

A Deir al-Balah, la persona della famiglia al-Louh che ha parlato a The Electronic Intifada è felice che suo figlio sia guarito dal morbillo, ma ha ancor più paura del contagioso coronavirus. Si attiene ad un’assoluta cautela.

Quella volta sono andata molto vicina a perdere mio figlio”, ha detto a The Electronic Intifada. “Adesso, con il coronavirus, sono ossessionata dal cercare di proteggerlo, soprattutto perché il settore sanitario di Gaza è così scadente.”

Sarah Algherbawi è una scrittrice e traduttrice freelance di Gaza.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Un suicidio a Gaza

Sarah Helm

26 aprile 2020Chronique de Palestine

La morte di un giovane e talentuoso scrittore palestinese ha messo in luce un forte aumento del numero di suicidi.

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Nota redazionale : questo articolo è stato scritto nel maggio 2018, quindi quasi due anni fa. Riteniamo comunque interessante proporlo ai lettori in quanto rappresenta una intensa descrizione della situazione drammatica vissuta a Gaza, in particolare dai giovani, e dei problemi anche di carattere psichiatrico derivante dall’assedio israeliano, a cui negli ultimi tempi si è aggiunto il problema della pandemia da coronavirus, di cui naturalmente questo articolo non parla.

Una notte d’agosto 2017 Mohammed Younis, uno studente di 22 anni, quando è tornato a casa in un quartiere relativamente benestante di Gaza era agitato. Era depresso, ricorda sua madre, Asma. Ma non si è troppo preoccupata quando lui si è chiuso nella sua stanza.

Scrittore talentuoso i cui racconti, per molto tempo pubblicati sulla sua pagina Facebook, avevano conquistato un ampio pubblico, Mohammed stava per conseguire la laurea in farmacia e si era garantito un voto eccellente. Nei suoi scritti esprimeva il dolore e la disperazione della sua generazione. Solo i libri gli permettevano di evadere. Spesso si isolava per leggere e scrivere o per fare esercizio con il sacco da boxe.

La mattina seguente Mohammed non si è svegliato. Quando Asma, con l’aiuto di suo fratello Assad, ha forzato la porta della stanza, lo ha trovato morto. Si era soffocato.

La popolarità di Mohammed sulle reti sociali era tale che l’annuncio della sua morte ha suscitato un’ondata di choc, tristezza e ammirazione, a Gaza e al di fuori. “Era un combattente che aveva come armi solo le sue storie tristi”, si poteva leggere tra i numerosi commenti postati su Facebook. Ma questo cordoglio pubblico seguito alla morte di un giovane scrittore di talento segnalava che il suicidio di Mohammed non era che una tragedia in più in un territorio in cui migliaia di giovani abbreviano la propria esistenza. Era ormai impossibile negare una realtà sulla bocca di molti: la sofferenza provocata dall’assedio e la disperazione riguardo al futuro, soprattutto tra i giovani talenti gazawi, comportano una preoccupante recrudescenza dei suicidi.

I terribili eventi che si sono verificati la scorsa settimana nella zona cuscinetto di Gaza hanno attirato l’attenzione di tutto il mondo sulle sofferenze e la disperazione dei palestinesi di Gaza, quando decine di migliaia di persone hanno rischiato la vita per protestare contro il loro imprigionamento dietro le barriere e i muri di Gaza. Dall’inizio della Grande Marcia del Ritorno, una serie di manifestazioni che sono cominciate a fine marzo 2018, sono state uccise più di 100 persone, soprattutto per mano dei cecchini israeliani schierati dietro la barriera di recinzione.

Spesso si sarebbe detto che questi manifestanti si lanciassero letteralmente contro i proiettili israeliani. All’inizio delle proteste ho discusso della zona cuscinetto con dei ragazzi che hanno confidato che non gli importava di morire. “Noi moriamo a Gaza comunque. Possiamo ugualmente essere uccisi dai proiettili”, ha affermato un adolescente accanto alla frontiera vicino alla città di Khan Younis. Era con degli amici che la pensavano allo stesso modo; uno di loro era già stato colpito ad una gamba ed era in sedia a rotelle.

Se le cineprese di tutto il mondo si avventurassero un po’ più dentro a Gaza, nelle strade e dietro le porte delle case, vedrebbero la disperazione in quasi tutte le famiglie. Dopo dieci anni di assedio, i due milioni di abitanti di Gaza che vivono ammassati in una minuscola striscia di terra si ritrovano senza lavoro, con un’economia distrutta, privati del minimo indispensabile per vivere decentemente – elettricità o acqua corrente – e senza alcuna speranza di libertà né alcun indizio che la loro situazione possa cambiare. L’assedio spezza gli animi, spingendo i più vulnerabili al suicidio, in proporzioni mai viste prima.

Fino a poco tempo fa i suicidi erano rari, in parte a causa della resilienza dei palestinesi, acquisita nel corso di 70 anni di conflitto, e anche per via di sistemi di clan solidi, ma soprattutto perché darsi la morte è proibito nelle società musulmane tradizionali. È solo quando il suicidio diventa un atto di jihad [guerra santa, anche in senso spirituale, ndtr.] che i morti vengono considerati martiri destinati al paradiso, mentre gli altri vanno all’inferno.

In quasi 30 anni di reportage da Gaza, prima del 2016 non ho quasi mai sentito parlare di suicidi. All’inizio di quell’anno, nove anni dopo l’inizio dell’assedio, una chirurga ortopedica inglese che lavorava come volontaria all’ospedale al-Shifa di Gaza mi ha informato che lei e i suoi colleghi stavano constatando un certo numero di ferite inspiegabili, provocate secondo loro da cadute o da salti da edifici alti.

Alla fine del 2016 i suicidi erano diventati così frequenti che il fenomeno ha cominciato ad essere di dominio pubblico. I dati forniti dai giornalisti locali lasciano intendere che il numero dei suicidi nel 2016 è stato almeno tre volte superiore a quello del 2015. Ma secondo gli esperti sanitari di Gaza, se i numeri riportati dai media indicano senz’altro un sostanziale aumento, essi sottostimano ampiamente il tasso reale. I suicidi sono “mascherati” da cadute o altri incidenti e le false dichiarazioni e la censura sono moneta corrente, a causa della stigmatizzazione del suicidio.

Comunque dal 2016 Gaza ha anche conosciuto un’ondata di atti di immolazione durante i quali degli uomini si sono dati fuoco in pubblico.

Non assistevamo a questo genere di eventi catastrofici da dieci anni”, afferma il dottor Youssef Awadallah, psichiatra a Rafah, città situata al confine tra Gaza e l’Egitto. I professionisti della salute mentale e i parenti dei defunti accusano gli effetti dell’assedio che, secondo loro, è molto più dannoso per il benessere – mentale e fisico – della popolazione delle continue guerre. I medici di Gaza avvertono che il prolungato assedio del territorio ha provocato un’“epidemia” di problemi mentali di cui il crescente numero di suicidi non è che un aspetto – in particolare si riferiscono all’aumento dei casi di schizofrenia, di sindrome da stress post-traumatico, di tossicodipendenza e di depressione. Per la prima volta l’UNRWA, l’agenzia dell’ONU che si occupa dei rifugiati palestinesi, ha cominciato a verificare eventuali tendenze suicidarie in tutti i pazienti sottoposti a cure sanitarie primarie, in seguito a ciò che viene descritto come “un aumento senza precedenti” di decessi.

Uomini e donne di tutte le età e di tutti gli strati sociali sono vulnerabili alle pulsioni suicide, affermano alcuni medici di Gaza. In uno stesso giorno di marzo, una ragazzina di15 anni e un ragazzo di 16 si sono impiccati. Tra le vittime ci sono uomini disperati perché non possono sopperire alle necessità della famiglia, donne e bambini vittime di maltrattamenti, spesso in situazioni di povertà estrema e di sovraffollamento ed anche donne incinte che affermano di non voler mettere al mondo figli a Gaza. In aprile una donna incinta di sette mesi si è tagliata le vene.

Tra i maggiormente vulnerabili si trovano gli studenti più brillanti di Gaza, alcuni dei quali si sono suicidati appena prima o poco dopo aver conseguito il diploma. In marzo, mentre intervistavo a casa sua un uomo d’affari fallito, ho visto la fotografia di un uomo dall’aspetto intelligente, con gli occhiali, messa ben in evidenza – al punto che ho creduto che si trattasse di un “martire” ucciso durante un conflitto. Ma il suo ritratto non presentava nessuna delle iconografie simili ai poster dei martiri che si possono vedere dovunque a Gaza. Avevo un interprete con me e lui ha riconosciuto la foto: il figlio dell’uomo d’affari era uno dei suoi amici più brillanti all’università. “Si è impiccato, ha confidato l’uomo d’affari. Non vedeva futuro a Gaza.”

Qualche mese prima delle impressionanti scene di massacri che hanno accompagnato la Grande Marcia del Ritorno, la storia di Mohmmed Younis aveva particolarmente catturato l’attenzione. Non solo perché la sua scrittura, con le sue rappresentazioni creative della vita a metà dei gazawi, suscitava ammirazione, ma anche perché dopo la sua morte alcuni hanno iniziato a descriverlo come un martire. “È più che un martire”, ha affermato sua madre.

Secondo alcuni suoi amici ha combattuto il nemico con la penna ed è morto in quanto vittima dell’assedio. Alla sua morte, Mohammed è stato anche affettuosamente onorato per il suo coraggio ed i suoi scritti da parte di molti suoi fan sulle reti sociali e anche dal Ministro della Cultura palestinese Ehab Bseiso in un elogio funebre. Membro dell’Autorità Nazionale Palestinese laica al potere in Cisgiordania, Bseiso è parso lasciar intendere di considerare Mohammed come un martire, affermando che non aveva “bisogno di scusarsi per la sua precoce dipartita”. Le sue storie non saranno mai dimenticate, ha aggiunto: “Tu resterai uno dei giganti del nostro tempo, Mohammed.”

Ma questa discussione sul “martirio” di Mohammed ha diffuso la paura a Gaza, soprattutto tra i genitori che temono che i loro figli facciano lo stesso, se pensano di poter evitare l’inferno. “Vediamo i nostri figli a scuola e all’università impegnarsi duramente ed essere impazienti di entrare nel mondo, trovare un lavoro ed essere normali – poi più niente”, mi ha confidato il padre di due laureati. “Se il suicidio deve essere considerato una morte “nobile”, altri potrebbero intraprendere questa strada. È molto pericoloso.”

Forse lo stesso Mohammed si è chiesto se potesse essere considerato un martire. In “Il martire sconosciuto”, un racconto pubblicato postumo in una raccolta intitolata “Foglie d’Autunno”, parla di un corpo non identificato portato all’ospedale al-Shifa, dove delle famiglie cercano di identificarlo. “Mi riconosceranno?” si chiede il narratore.

Uno dei luoghi di lettura preferiti da Mohammed era il caffè del giardino dell’hotel Mama House, in un angolo tranquillo del quartiere alberato di Remal a Gaza. Mama House è da tempo uno degli hotel preferiti dai visitatori stranieri che spesso regalano dei libri alla sua biblioteca – un’altra attrattiva per Mohammed che, con l’assedio di Gaza, faticava a trovare libri per soddisfare la sua sete di lettura.

Quando studiava all’università al-Azhar che si trova nei pressi, si poteva scorgere Mohammed con il suo fisico alto e magro tra la folla di studenti che si riversavano nelle strade di Gaza dopo i corsi. Evitando le automobili, i cavalli e i carri, si allontanava dalla folla – a volte per andare nella farmacia dove lavorava a tempo parziale, o in un bar, spesso quello del Mama House. Ordinando un caffè, si sedeva in un angolo tranquillo, si accendeva una sigaretta, ricaricava il suo cellulare e cominciava a scrivere delle storie.

Con due ore di elettricità al giorno, collegare un apparecchio [alla rete elettrica] è un lusso a Gaza. Però Mama House dispone di un generatore, come la maggior parte dei luoghi che hanno una clientela di professionisti. Medici, giornalisti e insegnanti ci vanno per socializzare, fare un tiro di narghilè o guardare il Barcellona sul grande schermo.

Pochi studenti avevano i mezzi per poter andare al Mama House; figlio unico, Mohammed era “viziato” da sua madre, gli dicevano gli amici per prenderlo in giro. Ma i suoi amici, i suoi professori e i clienti della farmacia avevano tutti di lui l’immagine di “un bravo ragazzo, un ragazzo gentile” e di “un ragazzo triste”.

Alcuni hanno anche visto le cicatrici sui suoi polsi, segni di precedenti tentativi di suicidio. Le sue storie indicavano che era come tutti gli altri ragazzi di Gaza, in quanto descriveva i loro sentimenti con tanta eloquenza. In una di queste ha scritto: “Quando si vive in una casa che si ama e che non si lascia, non ci sono problemi, ma se si è rinchiusi in casa contro la propria volontà, ci si sente paralizzati e disperati.”

Ha scritto della propria tristezza. I suoi genitori hanno divorziato quando era un bambino e Mohammed si è sentito rifiutato dal padre. I suoi lettori potevano ben comprendere questo dolore, perché tutte le famiglie di Gaza sono spezzate: per la maggior parte hanno avuto dei membri uccisi nel conflitto e molte sono state separate da anni di esilio o smembrate dal carcere. Migliaia di palestinesi sono oggi rinchiusi nelle prigioni israeliane.

Gran parte dei lettori era femminile: le donne erano attratte dalla sua malinconia particolare. “Poteva scrivere dell’assurdità della vita di tutti noi – l’umiliazione come la tragedia. Sapeva che questo posto era sbagliato”, ha detto una ragazza che conosco, che è fuggita in Egitto attraverso i tunnel per ottenere una borsa di studio americana. “È normale”, ha detto ridendo.

È così”, lamenta Mustafa alAssar, un gazawi di 17 anni che vuole studiare diritto internazionale, cosa impossibile perché non ci sono corsi di questo tipo a Gaza e lui non può andarsene. “Ci si rende improvvisamente conto che non si può essere la persona che si vorrebbe, a Gaza. E non si può far vedere chi si è a nessuno fuori, perché non si può uscire. Dunque non si può essere la persona che si vuole essere.”

Mohammed non era arrabbiato: piuttosto, era caduto nel comune stato di disperazione. Non avrebbe mai lanciato pietre, non più della maggior parte dei suoi coetanei. “Perché farlo? Per farsi sparare addosso? A chi importerebbe?”, si chiederebbero.

L’eroe di Mohammed era Bassel al-Araj, un leader del movimento della gioventù in Cisgiordania, che promuoveva la protesta pacifica, portava in visita i suoi compagni in luoghi simbolici della resistenza palestinese e parlava loro della storia della resistenza. Come Mohammed, al-Araj era scrittore e farmacista. “Andava pazzo per al-Araj”, mi ha detto un amico di Mohammed.

Prima di tornare a casa, Mohammed andava a vedere i nuovi doni fatti alla biblioteca di Mama House, sfogliando ‘Una lunga strada verso la libertà’ di Nelson Mandela, o un volume usurato di Agatha Christie.

In mezzo ai titoli di romanzi polizieschi c’erano alcune opere meno letterarie: copie polverose di rapporti dell’ONU su Gaza. Se Mohammed ne avesse preso uno, avrebbe trovato un’analisi del 2002 su un’ondata di attentati suicidi con le bombe avvenuti nei mesi più sanguinosi della seconda Intifada. Secondo Eyd Sarraj, un carismatico psichiatra di Gaza che nel 1990 ha fondato il programma comunitario di salute mentale di Gaza, gli attentati suicidi proliferavano per via della sensazione che la disperazione non smetteva di peggiorare, il che produceva “una situazione di sofferenza in cui la vita non è diversa dalla morte.”

Da bambino adorava ascoltare delle storie”, racconta Asma, la madre di Mohammed, seduta nel salotto della casa di famiglia. Tra le case in fondo alla strada si poteva scorgere appena un lembo di mare a forma di triangolo. I suoi nonni gli raccontavano le storie più belle su Jura, un vecchio e prospero villaggio di pescatori dove la famiglia aveva vissuto per secoli.

Durante la guerra arabo-israeliana del 1948 che ha portato alla creazione dello Stato di Israele, la famiglia di Mohammed, come più di 750.000 altri palestinesi, è stata cacciata dalla sua casa e non è mai stata autorizzata a tornare. Il villaggio di Jura, da tempo distrutto da Israele, si trova oggi sotto l’enorme porto di Ashkelon, che si può vedere dalla spiaggia sottostante la casa di Mohammed.

Io gli parlavo dei nostri aranceti, della nostra festa, di quando io correvo e nuotavo tra le onde”, racconta Modalala, la nonna di 88 anni, che indossa un foulard giallo vivo. Asma è seduta accanto a lei, vestita di nero. Il nonno di Mohammed gli parlava del proprio padre, che è cresciuto quando la Palestina faceva ancora parte dell’impero ottomano – gli ha raccontato che era molto colto, lavorava alla corte del sultano e viaggiava all’estero. “Ha detto a Mohammed che voleva tornare al suo villaggio prima di morire, ma è morto a Gaza e questo ha molto rattristato Mohammed.” In seguito Mohammed ha scritto di Jura e di “un ragazzo dai capelli d’oro che faceva dei salti per arrivare alla finestra e vedere il mare.”

Penso che il fatto di ascoltare delle storie e più tardi scriverle fosse il suo modo di sopportare la tristezza”, afferma sua madre. Suo zio Assad, che ha contribuito alla sua educazione, aggiunge che era altrettanto bravo in matematica: “Gli piaceva risolvere i problemi. Ha sempre voluto fare le cose da sé, sperimentare.”

Nei primi anni della vita di Mohammed la Palestina viveva una grande esperienza. È nato nel 1994, quando si sono visti i primi frutti degli accordi di pace di Oslo. Questi, firmati in pompa magna nel 1993, intendevano porre fine progressivamente all’occupazione da parte di Israele delle terre conquistate nel 1967 – Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme est –, sulle quali i palestinesi avrebbero dovuto costruire una specie di Stato.

Ma Oslo non pose rimedio alle ingiustizie del 1948. È uno dei motivi per cui l’accordo non ricevette un’accoglienza unanimemente positiva, soprattutto a Gaza, dove si trova la maggior concentrazione di rifugiati del 1948. Quasi tutti erano agricoltori le cui terre e case furono confiscate da Israele durante la guerra o appena dopo, mentre i loro raccolti e altre proprietà furono depredati. I villaggi arabi furono ripopolati da immigrati ebrei o distrutti. Su due milioni di palestinesi che vivono oggi a Gaza, 1,3 milioni sono rifugiati o discendenti di coloro che fuggirono qui nel 1948, il cui diritto al ritorno è sancito dalla Risoluzione 194 delle Nazioni Unite.

Nonostante le sue lacune, Oslo offriva qualche speranza di pace. In gran parte per il bene della generazione successiva, l’accordo venne recepito anche a Gaza, dove sui muri apparvero delle colombe al posto dei ritratti dei martiri. Nel 1998 a Rafah, nel sud, dove viveva allora la famiglia di Mohammed, venne aperto un aeroporto con la cupola dorata, una meraviglia agli occhi di un bambino. Ma nel giro di tre anni le cupole vennero sepolte sotto le macerie, distrutte dalle bombe israeliane. Quando Mohammed aveva 5 anni l’esperienza di Oslo si stava sgretolando, perché si era concretizzata una parte minima dei cambiamenti promessi. Questo tradimento alimentò il sostegno all’organizzazione militante islamica di Hamas, rivale del movimento laico di Fatah, che aveva appoggiato Oslo.

Recandosi a piedi a scuola, Mohammed passava davanti ai manifesti di una nuova generazione di “martiri”. Si trattava di kamikaze, molti dei quali erano stati reclutati a Rafah, su ordine del fondatore e ideologo di Hamas Ahmed Yassin, nato a Jura come i nonni di Mohammed. Yassin sosteneva che i kamikaze sarebbero andati in paradiso. Ma quando Israele si vendicò, una gran parte di Rafah venne rasa al suolo.

Quando chiedo alla madre di Mohammed come spiega Gaza ad un bambino, lei risponde che non c’è niente da spiegare: “I bambini lo vedono da soli. I posti di controllo, i bombardamenti, le incursioni nelle case – imparano che è così per tutti noi.”

Nel 2004, quando aveva 10 anni, molti membri della generazione post-Oslo tiravano nuovamente le pietre, come avevano fatto i loro padri. Ma Mohammed preferiva i suoi studi alla strada. Nel 2005, con l’intensificarsi dell’attività militante di Hamas, Israele ritirò il suo esercito e i suoi coloni da Gaza e ridispiegò le sue forze ai confini, dove era in costruzione un muro di separazione perché il nemico fosse più difficile da vedere. C’erano droni in cielo e cannoniere al largo del mare.

Nel 2006, quando le speranze di pace continuavano a indebolirsi, Hamas vinse le elezioni legislative per un autogoverno limitato in Cisgiordania e a Gaza. I suoi avversari di Fatah rifiutarono di riconoscere la vittoria di Hamas, dando luogo ad una guerra civile tra Hamas e Fatah durante la quale vennero uccisi centinaia di palestinesi. Quando Hamas infine prese il potere nel 2007 – mentre Fatah restava al governo in Cisgiordania – Israele definì Gaza “un’ entità terrorista”. Nei mesi seguenti impose un assedio che devastò la già debole economia di Gaza. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea appoggiarono Israele con un boicottaggio politico di Hamas.

Gaza è ormai isolata dal mondo esterno mentre Israele blocca la circolazione delle persone, del carburante e dei viveri – tutto, tranne un minimo aiuto umanitario – attraverso le frontiere. Anche il valico a sud verso l’Egitto a Rafah venne chiuso quando il presidente egiziano Hosni Mubarak, anch’egli desideroso di arginare i radicali islamici, si alleò con Israele. E’ dentro questo soffocamento che Mohammed Younis, ancora adolescente, ha trovato la voce per raccontare al mondo che cosa sia la vita dietro muri di prigione sempre più alti.

Mohammed aveva 13 anni quando iniziò l’assedio. La sua famiglia lasciò Rafah, alla frontiera sud di Gaza, per sistemarsi a Gaza City, che sua madre riteneva più sicura e con maggiori alternative in termini di scelta della scuola per Mohammed, che leggeva e scriveva sempre di più. Il suo talento venne scoperto per la prima volta al Centro Qattan, un’organizzazione benefica per i ragazzi di Gaza, dove vinse il primo premio in un concorso di scrittura.

Molti dei suoi primi racconti evocano un luogo strano e sinistro, che lui nomina raramente, ma che riconosciamo come Gaza. In un racconto intitolato “Geografia” il narratore si descrive come un animale in gabbia, che “perlustra ogni centimetro delle frontiere di Gaza.” A volte compaiono dei fantasmi e lui si chiede se la morte li abbia liberati o se “anche la morte li abbia incatenati.”

Le voci narranti di Mohammed sono consapevoli di essere imprigionate non soltanto dai muri, ma anche dalla sorveglianza. In un racconto, delle spie israeliane con nomi di copertura come ‘Abu Saleh’ convincono adolescenti a tradire persone che verranno poi uccise. “Volete che io denunci mio fratello?”, chiede un ragazzo ad un agente israeliano che lo ha chiamato al telefonino. “Il telefono suona di nuovo, lo schermo non smette di lampeggiare. Viene voglia di gettarlo a terra perché si rompa in mille pezzi, ma non ci si può impedire di raccoglierlo.”

Un’altra voce narrante arriva ad un posto di controllo dove “cadono dal cielo ghigliottine”, un’immagine che evoca le bombe israeliane lanciate durante l’attacco militare del 2008-2009, che uccise 1.400 palestinesi. Fu probabilmente dopo questo attacco che i dirigenti di Hamas nella locale moschea chiesero a Mohammed di partecipare ad un seminario. Hamas ha sempre ottenuto un appoggio popolare grazie alla sua azione di assistenza, venendo in aiuto alle necessità e attraverso programmi sociali, come anche istituendo scuole e seminari.  

Da adolescente Mohammed non era particolarmente religioso, spiega sua madre. Ma credeva in dio e voleva saperne sempre di più su che cosa ciò significhi, sulla vita dopo la morte.” Un ragazzo con uno spirito così vivace e curioso doveva rappresentare una recluta ideale e la sua famiglia era nota ai dirigenti di Hamas. Oltre al suo fondatore, lo sceicco Yassin, anche la famiglia del dirigente politico di Hamas Ismail Haniyeh è originaria di Jura. Secondo un amico, il motivo principale per cui questi militanti volevano che Mohammed si unisse a loro era che lui era “intelligente e curioso”. “Volevano che diventasse uno di loro – uno dei loro eroi, costruttore di armi come Yahia Ayache.” Soprannominato ‘l’ingegnere’, Ayache fabbricava bombe per Hamas e venne assassinato da Israele nel 1996.

Mohammed un giorno tornava con la barba e diceva : ‘Sono di Hamas’, racconta suo zio Assad. Ma un altro giorno diceva: ‘Sono della Jihad islamica’. Stava solo sperimentando. Si faceva le sue idee per conto suo, poi le abbandonava.”

Parecchi abitanti di Gaza che avevano votato Hamas nel 2006 cominciarono presto ad avere dei dubbi. I lanci di razzi degli islamisti contro Israele erano sempre ampiamente approvati a Gaza, come anche la rete di tunnel che avevano costruito sotto il confine sud con l’Egitto e che ha consentito al commercio clandestino di attenuare i peggiori effetti del blocco.

Ciononostante, qualche anno dopo, per molti risultò evidente che gli odiosi attentati suicidi perpetrati durante la seconda Intifada, tra il 2000 e il 2005, avevano pregiudicato la causa palestinese. E sotto Hamas la vita a Gaza tornò rapidamente all’ oscurantismo culturale. Vennero imposti rigidi codici islamici, in particolare la chiusura di teatri e cinema, la privazione delle libertà per le donne conquistate a caro prezzo – l’uso del velo venne reso quasi obbligatorio – ed altre restrizioni sociali repressive. Per alcuni il governo di Hamas iniziò ad apparire come un assedio all’interno di un assedio.

Quando Mohammed si preparava all’università trovò la sua libertà nella lettura e nella scrittura. Imparò l’inglese da solo nella speranza di studiare letteratura inglese, e benché sua madre lo avesse convinto a studiare invece farmacia – essendo migliori le prospettive di lavoro – la letteratura rimase il suo primo amore.

Trovare dei libri era difficile; spesso il modo migliore era farli entrare clandestinamente attraverso i tunnel. “Era molto riservato riguardo ai suoi libri e li conservava nella sua stanza”, racconta Asma, che ci propone di farci vedere la stanza dove Mohammed passava il tempo e che lo ha visto morire.

Non è cambiato nulla dopo la sua morte”, dice Asma aprendo la porta di una cameretta con un letto e una scrivania sulla quale troneggiano trofei di scrittura che aveva vinto. Ci sono dei peluche su una sedia, un guantone da boxe. Asma prende dall’armadio una toga: ha presenziato alla cerimonia di consegna della laurea a Mohammed in vece sua, due mesi dopo la sua morte.

Quando apriamo un armadio a muro ne esce una cascata di libri. Ci sono dei romanzi – Dostoevskij, Dickens – e libri di filosofia – un’introduzione a Wittgenstein, Hegel, ‘La magia della realtà’ di Richard Dawkins. Tra i drammaturghi troviamo Euripide, Eugène Ionesco, Terence Rattigan e Arthur Miller. Si scorge la ‘Storia del sionismo’, posata sopra libri di Che Guevara e Charles Darwin. Per la maggior parte sono delle traduzioni in arabo, altre in inglese. Può darsi che Mohammed abbia letto ogni pagina di questa ampia raccolta, o forse gli piaceva semplicemente possederla, difficile saperlo. Resta comunque il fatto che, seduto tra queste quattro mura in compagnia di George Bernard Shaw, Sofocle e Mahmoud Darwish [il più importante poeta della letteratura palestinese, ndtr.], riusciva ad uscire dai muri di Gaza e a mettersi in contatto con un mondo più vasto.

Quando entra nella stanza sua nonna Modalala cominciamo a guardare i libri sull’altro scaffale, in particolare ‘Umiliati e offesi’ di Dostojevsky. Modalala prende una foto di suo nipote.

Torniamo nel salone illuminato dal sole, di fronte al mare, quando Asma inizia a pregare. Chiedo a Modalala perché secondo lei Mohammed si sia suicidato. “Non ci sono spiegazioni,  risponde. “Gli avevo detto: ‘Presto morirò’. E lui mi aveva risposto: ‘No, non farlo.’ Mi aveva confidato che voleva sposare una ragazza e io sapevo che era innamorato di lei. Quel giorno era gentile e bello. Gli avevo fatto da mangiare io, perché sua mamma stava digiunando. Gli avevo fatto un caffè, uno per me e uno per lui, avevo messo del miele nel suo e glielo avevo portato in camera. Lì si sentiva al sicuro.”

Vista da qui, anche la spiaggia di Gaza sembra un luogo sicuro per fare un picnic o organizzare una festa di matrimonio in un capanno dipinto e adornato con colori vivaci. Ma le cannoniere israeliane incrociano al largo delle coste e la sabbia di Gaza è imbevuta del sangue della famiglia Younis.

Mia nonna è stata uccisa proprio là, in groppa ad un asino”, racconta Modalala mostrando col dito la spiaggia dove da bambina lei e la sua famiglia vennero bersagliate dalle bombe israeliane mentre nel 1948 fuggivano da Jura verso il sud. Durante la guerra del 2014 quattro bambini di Gaza furono uccisi mentre giocavano sulla sabbia, non lontano di là.

La guerra del 2014 è stata la più devastante delle tre offensive israeliane che Mohammed ha conosciuto. Vennero uccisi più di 2.200 palestinesi ,di cui almeno 500 minori. Ormai lui scriveva sempre più di morti, riconoscendo a volte una certa sicurezza nella morte, e scriveva a proposito di “senso di perdita e di sicurezza, della fuga e della ricerca di un rifugio e della sopravvivenza nell’ annegamento, di semplici idee di suicidio”. Ma come molti altri, nello choc seguito al bombardamento, vide dei motivi di speranza.

La vastità delle distruzioni nel 2014 fu tale che il mondo iniziò a prestarvi attenzione. Gli avvocati palestinesi dei diritti umani speravano di poter perseguire Israele per crimini di guerra. Il Segretario Generale dell’ONU dell’epoca, Ban Ki-moon, dichiarò che l’assedio doveva cessare e che il mondo doveva pagare per la ricostruzione delle case, dei serbatoi e delle fabbriche di Gaza. Il popolo aveva già cominciato: vidi dei ragazzi arrampicarsi su muri di calcestruzzo pericolanti e riempire di pietre un carretto trainato da un asino. Dissodavano i loro frutteti per ripiantare alberi di clementine e ricostruivano la loro fabbrica di succhi bombardata.

Alla luce di questa attenzione mediatica mondiale, migliaia di apprendisti giornalisti di Gaza colsero l’occasione per diffondere al mondo esterno il loro racconto in diretta dalle macerie. Studenti che avevano ottenuto borse di studio in università straniere stavano agli angoli delle strade nella speranza di sapere se erano stati aperti i valichi per potersi affrettare a scappare e prendere il posto che spettava loro. Mohammed si iscrisse al centro culturale francese sperando di poter studiare letteratura a Parigi.

Ma un anno dopo le clementine erano morte e il proprietario della fabbrica di succhi sedeva accanto ad una scatola di cibo dell’ONU. Più dell’80% della popolazione dipende ormai dagli aiuti alimentari.

Dietro le porte chiuse, soprattutto laddove i bombardamenti del 2014 erano stati pesanti, vidi vite distrutte. Una giovane madre aprì un armadio di giochi colpito da una granata. Mi guardava mentre si rovesciavano dei pezzi rotti. Un giovane uomo stava seduto davanti ad uno schermo spento durante le lunghe ore senza elettricità. Ed il mondo aveva nuovamente voltato le spalle a Gaza.

Per la prima volta, dopo tutti questi anni di reportage da Gaza, incontrai ragazzini che chiedevano l’elemosina, sentii parlare di prostituzione e vidi tracce di tossicodipendenza e di violenze domestiche generalizzate, spesso in case dove in una stessa stanza vivevano fino a dieci persone. Dai bombardamenti del 2014 non sono state risistemate in altri alloggi. In mezzo a questa devastazione, ci sono prove che lo Stato islamico ottenga sempre maggior sostegno. Un gruppo di militanti islamici ha lanciò un ordigno esplosivo sul centro culturale francese dove studiava Mohammed.

I media internazionali si sono disinteressati della questione, a parte occasionali previsioni di una nuova Intifada. Quando ho chiesto a dei ragazzi del campo profughi di Jabaliya – dove è iniziata la prima Intifada – se questo fosse possibile, hanno fatto una gran risata, dicendo che il muro era più alto ed era stato prolungato fin sottoterra per bloccare i tunnel. Nessuno poteva più resistere. Ho chiesto se potesse apparire in Palestina un nuovo Mandela. “Se ci fosse, gli israeliani lo ucciderebbero”, ha risposto uno di loro.

Nel marzo 2017 l’eroe di Mohammed, Bassel al-Araj, scrittore e vecchio difensore della resistenza nonviolenta, è stato ucciso dalle truppe israeliane. È stato riconosciuto come “martire istruito”.

Sono tanti quelli che sono stati disgustati dall’incapacità dei dirigenti di Hamas e di Fatah di promuovere la causa palestinese, o almeno migliorare la vita dei comuni palestinesi – erano troppo occupati a litigare tra loro mentre l’assedio di Gaza si inaspriva. A proposito degli israeliani Mohammed ha scritto: “Almeno loro rispettano il proprio popolo, mentre noi, noi facciamo a pezzi il nostro. Ma loro ci hanno cacciati dalle nostre terre!” In uno dei suoi racconti, un ragazzo “lancia orgogliosamente una pietra contro un posto di controllo”, ma lascia perdere e torna a casa “per proseguire qui la sua eterna maledizione.”

Come i giovani tedeschi che sono morti scavalcando il muro di Berlino, i giovani palestinesi che sono morti cercando di fuggire in barca “tentavano di raggiungere delle città in cui la libertà è una scelta, non un regalo.”

Nella primavera ed estate del 2017 alcuni medici mi hanno riferito di altri suicidi camuffati da incidenti. I medici vedevano non soltanto persone che si buttavano giù dagli edifici, ma anche vittime di quelli che sembravano incidenti automobilistici deliberati e annegamenti che forse non erano accidentali. Pazienti che presentavano ferite da coltello dicevano di essere stati feriti nel corso di una “rissa”. Ho sentito testimoni parlare di individui disperati che erano entrati nella zona cuscinetto nella speranza di essere uccisi. Una ragazza che conosco mi spiega che si è fatta un’overdose perché non voleva sposarsi o crescere dei figli a Gaza.

Gli spiriti più resistenti vanno in pezzi. “Gli abitanti di Gaza vogliono vivere, ma non possono”, afferma il dottor Ghada al-Jadba, direttore dei servizi sanitari dell’UNRWA, l’agenzia dell’ONU che si occupa dei rifugiati palestinesi.

Youssef Awadallah, direttore del centro di salute mentale di Rafah, getta la testa all’indietro, fingendo di affogare. “Si soffoca. In realtà siamo in trappola, non in stato d’assedio”, butta lì, prima di battere le mani. “Come in Tom e Jerry”.

Ritiene che l’aumento del numero di suicidi si inserisca nel quadro di una crisi molto più vasta della salute mentale a Gaza. Secondo l’UNICEF circa 400.000 minori sono traumatizzati e necessitano di un sostegno psicosociale. La dipendenza dai farmaci, soprattutto da analgesici potenti, è diffusa. “Gli israeliani lo sanno”, dice Awadallah. “La guerra attuale mira a spezzare così la nostra resilienza, non la nostra resistenza.”

I servizi di salute mentale di Gaza, ancora precari, sono stati paralizzati dall’assedio. “L’altro giorno un uomo ha ucciso sua madre perché pensava che lo spiasse,” racconta Awadallah. “Un altro ha detto che gli israeliani gli avevano messo un dispositivo di sorveglianza nella testa. Ma noi che cosa possiamo fare? Non abbiamo né farmaci, né letti, né psichiatri.” Ricorda un altro caso in cui un uomo ha pugnalato i suoi figli prima di darsi fuoco: “Quando un uomo non può sopperire alle necessità della sua famiglia, soffre. Se arriva al punto di darsi fuoco, soffre talmente tanto che per lui non ha più importanza andare all’inferno.”

Allargando le mani, Awadallah spiega perché i giovani e i più intelligenti fanno parte degli individui più propensi a suicidarsi. “La distanza tra le loro aspirazioni e le reali possibilità è maggiore che per la maggior parte delle persone comuni e le aspettative nel futuro per cui si sono preparati ma che non potranno raggiungere diventano impossibili da sopportare.”

Durante l’estate del 2017 tutti a Gaza sembravano in attesa di qualcosa. I pazienti malati di cancro aspettavano di sapere se potessero partire per sottoporsi ad un intervento chirurgico d’urgenza “all’estero”. I luoghi per i matrimoni in riva al mare, dipinti con colori vivaci, aspettavano che le coppie avessero il denaro per sposarsi. Tutti aspettavano la corrente elettrica.

Raji Sourani, direttore del Centro palestinese per i diritti umani, aspettava di sapere se le accuse di crimini di guerra sarebbero state ascoltate, ma perdeva la speranza. “Nessuno parla dell’occupazione. Nessuno parla delle vittime che vivono sotto occupazione – è Israele che viene considerato la vittima e che bisogna proteggere contro di noi. È una situazione kafkiana”, ha affermato all’epoca.

Nella sua stanza, Mohammed aspettava dei nuovi libri. Nell’elenco c’erano ‘Il processo’ di Kafka e Amleto.

Mohammed parlava di suicidio. Tuttavia era chiaro che aveva ancora speranze, perché parlava anche di fidanzarsi. I fidanzamenti e i suicidi sembravano a volte andare in parallelo: il produttore tessile in fallimento il cui figlio si era impiccato mi ha confidato che quest’ultimo doveva sposarsi la settimana successiva. E Mohammed era sicuramente innamorato, afferma sua madre: “Si vedeva bene che lo era”. Ha scritto riguardo ad un matrimonio a Jura, una prosa impregnata di un senso di perdita sia per il suo vecchio villaggio che per il suo futuro matrimonio, forse perché non poteva più sopportare il dolore della “moltitudine di contraddizioni che esplodono nella testa.”

Nei suoi ultimi scritti Mohammed è attratto dal dolore degli altri, riscontrandolo laddove è più acuto o più nascosto. Parla di un padre la cui figlia sta morendo in un luogo lontano e il quale confida: “Il senso di impotenza adesso mi uccide ogni giorno”.

Si sofferma anche sull’umiliazione dei posti di controllo, dove un viaggiatore viene portato in “un posto segreto simile ad una cella di prigione, senza alcuna forma di vita (…) dove essi sono rinchiusi semplicemente perché sono palestinesi. Perché le capitali e gli aeroporti sono preclusi ai palestinesi?”

Uno degli ultimi scritti di Mohammed era una pièce teatrale intitolata ‘Fuga’. Poco prima della sua morte aveva fatto un ultimo tentativo di scappare. Sua madre spiega che era stato accettato per studiare letteratura alla prestigiosa università ebraica di Gerusalemme, ma aveva scoperto che a causa della politica israeliana poteva aspettarsi di vedersi rifiutare il permesso di uscire da Gaza.

Perciò Mohammed lottava contro la disperazione e “cercava la bellezza”, anche se aveva comunicato ai suoi lettori che ascoltava ‘Komm, suber Tod, komm selge Ruh’ (‘Vieni dolce morte, vieni felice riposo’) di Bach. Anche quando è entrato nella sua stanza l’ultima sera ed ha chiuso la porta a chiave, forse Mohammed non era sicuro di compiere quel gesto. La posizione del suo corpo ha indotto suo zio Assad a credere che Mohammed avesse cambiato idea all’ultimo istante, ma era troppo tardi.

Nelle settimane e nei mesi precedenti la morte di Mohammed la sua disperazione è stata probabilmente aggravata dalla presa di coscienza che i suoi scritti non avrebbero mai potuto cambiare niente: ai suoi occhi il discorso palestinese era gestito da stranieri. Il suo suicidio è avvenuto poco tempo prima che Donald Trump riconoscesse Gerusalemme come capitale di Israele e rimettesse in discussione il diritto dei rifugiati palestinesi al ritorno alle loro case.

Uno degli ultimi racconti di Mohammed si intitolava ‘La balena che ha bloccato la mia porta con la coda’. La voce narrante fa un sogno ricorrente nel quale delle balenottere lo vanno a trovare e tentano di suicidarsi. Si sveglia e si chiede perché le balene decidano di morire. Si risponde: “Sembra che le balene si suicidino quando perdono il senso dell’orientamento, quando non sanno più dove andare.”

Quando chiedo a Awadallah se considera Mohammed un martire, lui riflette un momento e sorride, spiegando che la disperazione di Mohammed gli ha provocato una grave malattia mentale e che è a causa di questa malattia che si è suicidato. A questo proposito, Awadallah spera che Allah si mostri benevolo verso Mohammed e gli permetta di andare in paradiso e non all’inferno.

Gli chiedo che cosa si sarebbe potuto fare per evitare il suicidio di Mohammed.

Niente,” risponde. “A parte nascere in un luogo diverso da Gaza.”

Questo articolo è stato modificato l’11 giugno 2018 per chiarire il riferimento all’impossibilità per Mohammed Younis di uscire da Gaza per studiare.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Rashid Khalidi parla del passato e del futuro della Palestina

William Parry

18 marzo 2020 – Middle East Monitor

I termini “secolo” e “cento anni”, spesso intercambiabili, condividono una strana coincidenza il 18 gennaio, quando l’eminente accademico palestinese-americano, professor Rashid Khalidi, ha pubblicato il suo ultimo libro, “La guerra dei Cent’anni contro la Palestina: una storia di colonialismo di insediamento e di resistenza, 1917-2017”. Mentre usciva nelle librerie, il presidente Usa Donald Trump rendeva pubblico il suo piano di pace per il Medio Oriente definito “l’accordo del secolo”. Benché entrambi riguardino lo stesso problema israelo-palestinese, li separano non cento anni, ma anni luce.

Al telefono Khalidi mi dice di aver scelto il titolo per alludere alla guerra dei Cent’Anni medievale tra Inghilterra e Francia (1337-1453) perché pensava che sarebbe risultato evocativo per i lettori dell’Occidente. “Ho letto parecchio sulla guerra dei Cent’Anni e sono rimasto colpito dal fatto che in Palestina vi siamo coinvolti ormai da più di 100 anni,” spiega. “La guerra tra le corone d’Inghilterra e di Francia durò 117 anni, quindi non ci siamo ancora arrivati, ma ci siamo vicini. Ho pensato che avrebbe fatto colpo sulle persone.”

Utilizzando la frase “contro la Palestina”, Khalidi intende spostare la definizione della narrazione predominante da quella di un conflitto tragico ed inevitabile tra due popoli che lottano per una terra “contesa” a una definizione “più veritiera”: “Volevo scioccare il lettore. Sapevo che ciò non sarebbe piaciuto a qualcuno ma non penso che si possano edulcorare alcune di queste cose. Non è solamente il modo in cui le vedono i palestinesi, penso che sia effettivamente com’è: una guerra contro una popolazione indigena da parte di una coalizione estremamente forte, guidata dalla maggiore potenza dell’epoca che appoggiava il movimento sionista e, in seguito, lo Stato di Israele. È come la guerra contro le popolazioni indigene del Nord America o contro gli algerini da parte dei colonialisti francesi, e via di seguito.”

Il professor Khalidi vede il suo ottavo libro sulla storia del Medio Oriente contemporaneo come l’ultimo di un’ampia serie di voci sempre più numerose – di figure accademiche, culturali, giuridiche e politiche – che insieme, anche se gradualmente, stanno definendo un’emergente narrazione palestinese che sta prendendo piede. Una ragione per la quale ha stentato ad emergere, sostiene, è che “la narrazione sionista venne proposta da persone nate nei Paesi da cui essa ebbe origine.” Erano sionisti austriaci e tedeschi che comunicavano in tedesco, sionisti francesi in francese, sionisti americani e britannici in inglese, eccetera. La narrazione era esposta alla gente nella propria lingua, nel proprio idioma e nel contesto della loro stessa cultura nazionale da parte di persone che erano loro concittadini e concittadine.”

Aggiunge che la narrazione sionista era anche aiutata da quella biblica, estremamente nota all’opinione pubblica occidentale, e in più il sionismo riuscì ad allearsi con “le principali potenze coloniali” dell’epoca. “C’era un intrinseco vantaggio per l’establishment di vari Paesi in quanto erano solidali con gli obiettivi sionisti e/o li appoggiavano, soprattutto nel caso della Gran Bretagna e in seguito degli USA.”

I palestinesi non hanno avuto quel vantaggio fino a molto di recente e quindi hanno iniziato con un grande handicap, aggiunge Khalidi. Ma ci sono stati fondamentali cambiamenti a questo riguardo, che lo rendono ottimista.

“Ho visto un cambiamento negli ultimi due o tre decenni negli scritti accademici, soprattutto sul Medio Oriente e sulla Palestina. C’è stato un enorme cambiamento nei campus universitari, nel senso di una volontà di ascoltare un’interpretazione alternativa delle cose e di essere in qualche modo critici rispetto alle versioni ricevute. In alcuni altri settori delle società americana ed europea penso che, nonostante l’enorme rifiuto, ora ci sia una ricettività che in realtà non c’era un decennio fa in questi ampi settori della popolazione.”

Il libro di Khalidi finisce con riflessioni sul presente e sulle opportunità e sfide che abbiamo di fronte per continuare a ridefinire la narrazione. Egli è duro nei confronti delle fazioni palestinesi rivali, Fatah e Hamas, che descrive come due “movimenti politici ideologicamente fallimentari”, i cui sforzi “non hanno portato a niente.” Pensa che la riconciliazione aiuterà, ma essi non hanno “la nuova strategia dinamica necessaria per smuovere la causa palestinese dal suo attuale stato di stagnazione e regresso.” Il suo capitolo finale non dice quale ruolo i cittadini palestinesi di Israele possano giocare nei futuri tentativi. Ritiene che abbiano da portare un qualche contributo?

“Hanno moltissimo da insegnare agli altri palestinesi su come affrontare il sionismo, Israele, lo Stato securitario israeliano e i suoi metodi. Hanno decisamente la comprensione più elaborata di tutte queste cose perché hanno la più lunga esperienza di ciò, parlano ebraico e sono israeliani tanto quanto palestinesi. Con il passare del tempo parte dell’isolamento tra i palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza da una parte e i palestinesi all’interno di Israele dall’altra diminuirà, e abbiamo [di fronte] la grande sfida di imparare da questi ultimi.”

Egli trae stimolo e guida anche da alcuni aspetti delle iniziative della società civile. La nascita del movimento internazionale per il Boicottaggio, Il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) contro Israele, avviato dalla società civile palestinese ed ora appoggiato, tra gli altri, da gruppi di base per i diritti umani, gruppi religiosi e sindacati a livello internazionale, ha fatto di più per promuovere la causa palestinese che i due principali partiti politici in Cisgiordania e a Gaza, mi dice.

Profondamente consapevole dell’impatto che il BDS potrebbe avere e del suo ruolo nel ridefinire la narrazione palestinese, il governo israeliano ha investito decine di milioni di dollari per combatterlo a livello mondiale, principalmente attraverso il ministero degli Affari Strategici, recentemente creato. Le accuse di antisemitismo sono una tattica sempre più frequentemente utilizzata contro il BDS ed i suoi sostenitori.

Khalidi crede che queste accuse stiano avendo un impatto – basta vedere le continue accuse e la caccia alle streghe che ha dovuto affrontare ormai da parecchi anni il partito Laburista britannico, o l’attuale campagna delle primarie democratiche di Bernie Sanders negli USA – ma, insiste, sono destinate a fallire.

“Sono intese ad avere un effetto dissuasivo. Avranno successo? Una cosa che noi abbiamo negli USA e non avete in Europa è il Primo Emendamento. In definitiva ogni legge approvata che vada nel senso di sopprimere i boicottaggi o il movimento BDS è destinata ad essere giudicata una violazione del Primo emendamento, il diritto dei cittadini alla libertà di parola. Falliranno. Il boicottaggio è una forma rispettabile di resistenza all’oppressione fin da quando in Irlanda il capitano Boycott [imprenditore e amministratore di terre inglese che nell’Irlanda della fine del XIX secolo venne ostracizzato dalla comunità irlandese e da cui è nato il termine “boicottaggio”, ndtr.] venne boicottato dai contadini irlandesi; poi l’hanno adottato gli indiani, i sudafricani, il movimento americano per i diritti civili, ed ora anche i palestinesi. È americano tanto quanto la torta di mele. Non lo puoi mettere fuorilegge.”

Benché possano sostenere che il BDS è “antisemita”, potremmo aggirare il problema: “Era in un certo modo una discriminazione razziale quella dei contadini irlandesi nei confronti del capitano Boycott? Ovviamente no: era resistenza contro l’oppressione. Ciò dimostra che brandire istericamente il termine antisemitismo per descrivere ogni critica a Israele o al sionismo, o ogni difesa dei diritti dei palestinesi, è assurdo in maniera talmente evidente che penso che prima o poi queste persone verranno derise in tribunale.” Nelle pagine conclusive del suo libro Khalidi tocca anche la questione della soluzione a uno o a due Stati, ma afferma di essere agnostico riguardo a quale forma avrà alla fine. Quella situazione è molto lontana, sostiene, e distrae dal messaggio più urgente necessario adesso.

“Dovremmo pensare a come andare oltre il punto in cui siamo, da questo tipo di status quo a uno Stato verso una situazione di Stato unico egualitario, o verso due o più Stati egualitari, o quel che sia? Non succederà molto presto, e preoccuparci dei dettagli ci distrae dai principi: deve essere (basata sulla) assoluta uguaglianza. Insistete sul fatto di vivere in un Paese basato sull’idea che ogni uomo è creato uguale, o un Paese che afferma che libertà, uguaglianza e fraternità sono la base della repubblica, e avete un argomento che è incontrovertibile. (Quello che c’è) è disuguaglianza e discriminazione – non avete bisogno di usare un termine come “apartheid”, benché secondo me sia peggio dell’apartheid – e questo è un ideale che riguarda l’uguaglianza. Questa dovrebbe essere la cosa da sottolineare.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Violenza, oppressione e morte: in Cisgiordania l’ANP fa il lavoro sporco per Israele  

Ramzy Baroud

5 marzo 2020 – Middle East Monitor

Solo due settimane dopo che il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas aveva dichiarato che l’ANP avrebbe sospeso ogni “coordinamento per la sicurezza” con Israele, forze dell’ordine palestinesi in Cisgiordania hanno ucciso un ragazzo disarmato, Salah Zakareneh.

Zakareneh non è il primo e, purtroppo, non sarà l’ultimo palestinese ad essere ucciso dalle forze di sicurezza dell’ANP, che negli ultimi anni hanno notevolmente accentuato la loro azione repressiva contro ogni forma di dissenso politico in Palestina.

Il ragazzo diciassettenne è morto poco dopo che le forze dell’ordine dell’ANP erano state inviate nel villaggio di Qabatiya, a sud di Jenin, nella zona settentrionale della Cisgiordania, dove in teoria avrebbero dovuto affrontare una prevista “manifestazione militarizzata”.

La versione ufficiale della vicenda sostiene che, appena le forze dell’ANP sono arrivate a Qabatiya, uomini armati del villaggio hanno aperto il fuoco, mentre altri lanciavano pietre, obbligando i poliziotti dell’ANP a rispondere con proiettili veri e lacrimogeni, causando la morte di Zakareneh e il ferimento di altri. Nessun agente dell’ANP è rimasto ferito da colpi di arma da fuoco.

Non si può negare che negli ultimi mesi in tutti i territori occupati siano cresciuti in modo esponenziale sentimenti avversi all’ANP. L’Autorità di Abbas è corrotta e continua a governare i palestinesi, pur con le possibilità limitate consentite da Israele, senza alcuna legittimità democratica.

Per di più, l’ANP è formata in gran parte da fedeli del partito Fatah di Abbas, che a sua volta è diviso in vari centri di potere.

Nel 2016 l’ANP ha creato a Gerico un ente che riunisce le agenzie di intelligence palestinesi con l’unico obiettivo di reprimere i sostenitori dell’arci-nemico di Abbas, Mohammed Dahlan, attualmente in esilio.

Da quando è stato creato, il nuovo organismo di intelligence, che fa diretto riferimento al presidente, ha esteso il suo mandato e sta reprimendo attivamente ogni individuo, organizzazione o gruppo politico che osi mettere in discussione le politiche di Abbas e del suo partito.

Poco dopo che Abbas aveva affermato durante un discorso alla Lega Araba al Cairo il 1 febbraio che l’ANP interromperà ogni contatto con Israele “compresi i rapporti per la sicurezza”, un importante dirigente dell’ANP ha informato i media israeliani che la cooperazione tra ANP e Israele continua ancora.

Fino ad ora il coordinamento continua, ma i rapporti sono estremamente tesi,” ha detto il dirigente a Times of Israel [quotidiano in rete israeliano, ndtr.].

Il “coordinamento per la sicurezza” è forse l’unica ragione per cui Israele sta consentendo all’ANP di esistere, nonostante il fatto che Israele, con il sostegno degli Stati Uniti, sia venuto meno a tutti gli impegni in base agli accordi di Oslo e a tutte le intese che li hanno seguiti.

È veramente surreale che la dirigenza palestinese di Ramallah, che un tempo prometteva ai palestinesi libertà e liberazione in uno Stato indipendente e sovrano, ora esista soprattutto per garantire la sicurezza dell’esercito israeliano e dei coloni ebrei illegali nella Palestina occupata.

Ora l’ANP e l’occupazione israeliana coesistono in una sorta di rapporto simbiotico. Per garantire la continuazione di questi rapporti vantaggiosi per le due parti, sono entrambi impegnati nell’eliminazione di ogni forma di resistenza, o anche semplice protesta, nella Cisgiordania occupata.

In realtà, che i manifestanti di Qabatiya fossero o meno accompagnati da uomini armati avrebbe fatto ben poca differenza. L’unica forma di protesta o di riunione che attualmente è consentita in Cisgiordania è quella dei fedeli ad Abbas, che scandiscono il suo nome e se la prendono con i suoi nemici.

Lo scorso anno l’Organizzazione Araba per i Diritti Umani [ong che intende difendere i diritti umani nei Paesi arabi, ndtr.] del Regno Unito ha accusato i servizi di sicurezza dell’ANP di utilizzare misure repressive contro attivisti palestinesi e di impiegare torture psicologiche e fisiche contro chi critica. In altre parole, copiano le politiche israeliane nei confronti dei palestinesi.

Il Servizio di Sicurezza Preventiva (SSP) dell’ANP e varie altre agenzia di intelligence prendono spesso di mira studenti e prigionieri dopo che questi sono stati rilasciati.

Nel suo rapporto su Israele e Palestina, Human Rights Watch (HRW) [una delle principali ong per i diritti umani, ndtr.] ha affermato che centinaia di palestinesi sono stati arrestati e torturati dalle forze di sicurezza dell’ANP per i “reati” più insignificanti.

Secondo i dati di HRW “il 21 aprile (2019) l’ANP teneva in detenzione 1.134 persone”. I gruppi per i diritti umani hanno anche informato che “tra il gennaio 2018 e il marzo 2019 (l’ANP) ha arrestato 1.609 persone per aver ingiuriato ‘importanti autorità’ e aver provocato ‘conflitti settari’, imputazioni che di fatto criminalizzano il dissenso pacifico, e 752 per post sulle reti sociali.”

Mentre molti prigionieri palestinesi detenuti illegalmente in Israele intraprendono prolungati scioperi della fame chiedendo l’immediato rilascio o migliori condizioni di detenzione, spesso mancano notizie su prigionieri palestinesi che facciano scioperi della fame nelle prigioni dell’ANP.

Ahmad al-Awartani, 25 anni, è stato uno delle migliaia di palestinesi arrestati con l’accusa di oltraggio; il giovane è stato fermato grazie alla cosiddetta legge sui “Crimini informatici”. È stato arrestato dalla polizia dell’ANP per un solo post su Facebook in cui criticava l’Autorità Nazionale Palestinese.

Nell’aprile 2018 al-Awartani ha iniziato uno sciopero della fame quasi totalmente ignorato dai media palestinesi, arabi e internazionali.

Arresti arbitrari, torture e violenze sono episodi ricorrenti nella Palestina occupata. Mentre Israele è responsabile della maggior parte delle violazioni dei diritti umani dei palestinesi, l’ANP è parte integrante della stessa strategia israeliana.

Benché sia vero che la repressione operata da Abbas è fatta su misura per garantire i suoi interessi personali, le azioni dell’ANP in ultima istanza sono funzionali agli interessi di Israele che intende tenere divisi i palestinesi e sta utilizzando le forze di sicurezza dell’ANP come ulteriore livello di protezione dei suoi soldati e coloni.

Alla luce di ciò la morte di Zakareneh non può essere vista come un fatto marginale nella lotta palestinese contro l’occupazione e l’apartheid israeliane. Infatti l’Autorità Nazionale Palestinese ha fatto capire chiaramente che la sua violenza contro i palestinesi che dissentono non è diversa da quella israeliana che prende di mira ogni forma di resistenza in tutta la Palestina.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Perché l’Autorità Nazionale Palestinese non è in grado di mobilitare il suo popolo?

Mariam Barghouti

4 febbraio 2020 – Al Jazeera

Per decenni l’ANP ha represso le proteste palestinesi e minato la mobilitazione di massa palestinese.

Con l’annuncio il 28 gennaio dell’ “accordo del secolo” dell’amministrazione Trump, l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) è entrata in azione. A poche ore dalla cerimonia alla Casa Bianca, durante la quale il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha divulgato i dettagli del suo piano, il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha dichiarato “mille no all’accordo del secolo”.

L’ANP ha quindi proceduto a rilasciare una serie di minacce, tra cui ancora una volta quella di rompere gli accordi con i corpi di sicurezza israeliani, e un appello a manifestazioni di massa contro l’accordo proposto.

Nonostante tutti i suoi affanni retorici, tuttavia, la leadership palestinese non è riuscita a radunare una forte reazione all’oltraggiosa violazione dei diritti dei palestinesi che è in realtà la proposta di Trump. Non è riuscita nemmeno a mobilitare la propria gente. Perché?

Perché da oltre 20 anni l’ANP ha partecipato attivamente alla repressione del popolo palestinese, mantenendo uno stretto rapporto con le forze di sicurezza israeliane. Il suo atteggiamento, i suoi discorsi e le politiche passate e presenti sono sempre stati diretti non a proteggere i diritti e il benessere del popolo palestinese, ma a mantenere il potere a tutti i costi.

L’ “accordo del secolo” ha smascherato la duplicità dell’ANP e il costo che ha rappresentato per la mobilitazione di massa palestinese.

Reprimere il dissenso palestinese

Dalla sua istituzione nel 1994 a seguito dei disastrosi accordi di Oslo, l’ANP ha fatto poco altro che aiutare Israele a pacificare i palestinesi mentre la loro terra, proprietà e risorse venivano confiscate dai coloni ebrei. Per garantirsi il potere, la leadership palestinese ha portato avanti una stretta cooperazione con Israele, torturando i dissidenti palestinesi e fornendo informazioni sugli attivisti palestinesi.

Ha anche represso violentemente qualsiasi protesta pubblica che minacciasse la sua stretta sul potere o fosse considerata una “minaccia” dagli israeliani. Ha ripetutamente schierato la guardia nazionale, la polizia antisommossa e gli scagnozzi fedeli a Fatah, il partito che controlla l’ANP, per reprimere il dissenso.

La mia prima esperienza con le maniere forti dell’ANP è stata nel 2011, durante una manifestazione in piazza Manara a Ramallah di solidarietà con le rivoluzioni dei vicini Paesi arabi. Centinaia di giovani si sono riuniti pacificamente, scandendo slogan politici, chiedendo l’unità tra Fatah e Hamas contro le regole di Oslo. Nel giro di poche ore siamo stati attaccati, malmenati e arrestati.

Nel 2012, siamo scesi in strada per una protesta contro la prevista visita a Ramallah del vice primo ministro israeliano Shaul Mofaz, un uomo accusato di aver commesso innumerevoli crimini contro i palestinesi, incluso il massacro di Jenin durante la seconda Intifada e l’assassinio di vari leader palestinesi.

Abbiamo considerato il suo incontro con Abbas un altro atto di complicità dell’ANP con il progetto di insediamento coloniale israeliano. Siamo usciti in massa per protestare, ma siamo stati duramente picchiati dalla polizia dell’ANP. Più tardi, l’intelligence dell’ANP ci ha seguiti e assaliti per strada, ha chiamato le nostre famiglie minacciandole. Peggio ancora, siamo stati calunniati dai lealisti dell’ANP sulle piattaforme dei social media come “traditori” che avrebbero lavorato per una “agenda straniera”.

Nel 2018, siamo scesi in strada per manifestare contro la complicità dell’ANP nel blocco israeliano su Gaza, che ormai ha reso la Striscia invivibile. L’ANP aveva tagliato lo stipendio ai dipendenti di Gaza, cancellato i trasferimenti per cure mediche e l’assistenza finanziaria a centinaia di famiglie bisognose. A causa dei loro meschini interessi di parte, due milioni di palestinesi soffrono condizioni di vita insopportabili. La nostra protesta è stata di nuovo brutalmente attaccata, siamo stati picchiati, trascinati per le strade di Ramallah e arrestati mentre cercavamo di farci curare le ferite in ospedale.

Questi sono solo alcuni esempi della campagna sistematica dell’ANP per mettere a tacere e placare i palestinesi in modo da fornire a Israele un “senso di sicurezza”. Questo non vuol dire che Hamas sia un attore senza colpe; anch’esso ha commesso la sua buona parte di repressione contro la popolazione palestinese a Gaza e ha cercato di mettere a tacere le critiche.

Basta leadership palestinese

Oltre a reprimere il dissenso palestinese, la leadership palestinese, sia in Cisgiordania che a Gaza, ha cercato anche di strumentalizzare la mobilitazione di massa per i suoi miopi obiettivi politici.

Ogni volta che c’è la dichiarazione di un organismo internazionale che minacci la posizione dell’Autorità Nazionale Palestinese come rappresentante del popolo palestinese (e non è stata eletta), assistiamo a una serie di discorsi e dichiarazioni di politici palestinesi che chiamano alla protesta.

L’ANP e le altre fazioni e partiti politici palestinesi considerano la protesta palestinese un’arma che possono usare ogni volta che lo desiderano. Vogliono una mobilitazione di massa solo quando gli fa comodo, non quando è meglio per l’interesse del popolo palestinese.

Il problema è che questo atteggiamento, insieme ad anni di repressione del dissenso e angherie nei confronti della società civile, ha aggiunto un altro livello di repressione – oltre all’occupazione israeliana – lasciando i palestinesi disillusi e danneggiando la loro capacità di mobilitarsi efficacemente per la loro lotta.

Nel corso degli anni, molti hanno smesso di vedere una ragione per scendere in piazza, perché la loro protesta sarebbe stata brutalmente repressa o cooptata da forze politiche che considerano illegittime.

Non c’è da stupirsi quindi se, quando l’ANP ha chiesto la mobilitazione di massa nelle strade contro “l’accordo del secolo”, sono arrivati in pochi. Oggi l’ANP è in grado di mobilitare solo chi è fedele alle sue strutture politiche e al suo braccio armato – Fatah. Per radunare una folla a Ramallah, deve portare in bus le persone da fuori città.

Ormai molti palestinesi hanno perso fiducia nella loro leadership. Molti sanno che le minacce dell’ANP di tagliare i legami con le agenzie di intelligence israeliane sono false. L’ultima volta che l’ha fatto, nel 2017, è venuto poi fuori che il 95% del coordinamento per la sicurezza con Israele era stato mantenuto.

Ma nonostante il fallimento politico e morale dei loro leader, i palestinesi non sono disperati. Continuano la loro lotta per la giustizia, i diritti e la fine dell’occupazione israeliana e dell’apartheid. Continuano a mobilitarsi nonostante i loro leader e la loro complicità con Israele.

Lo spirito della piazza palestinese è vivo, ma non può più essere invocato da forze politiche disoneste. Si manifesterà solo in difesa della legittima lotta del popolo palestinese.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Mariam Barghouti è una scrittrice palestinese americana residente a Ramallah.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




I palestinesi non hanno altra scelta: restare e lottare

David Hearst

29 gennaio 2020 – Middle East Eye

Una nuova ondata di lotte deve ora iniziare per ottenere la parità dei diritti in uno Stato che comprenda tutta la Palestina storica

Per anni sulla strada dei piani messianici di Benjamin Netanyahu per stabilire lo Stato di Israele fra il fiume e il mare, c’è stata una trappola per elefanti.

Si tratta del dato demografico secondo il quale, in quello spazio, c’erano più palestinesi che ebrei. Secondo i dati dell’Ufficio Centrale di Statistica (CBS) del 2016 forniti alla Commissione di Difesa e Affari Esteri della Knesset israeliana, fra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo c’erano 6,5 milioni di mussulmani e 6,44 milioni di ebrei, anche se quei dati ora sono superati. La commissione si riferiva ai musulmani, non ai palestinesi, escludendo perciò i palestinesi cristiani.

Ciò significa che il piano di annessione di Netanyahu da solo non può funzionare. Le enormi infrastrutture di calcestruzzo con cui Israele ha cosparso di cemento la Cisgiordania che occupa – colonie, muri, strade e tunnel – e lo stato di apartheid imposto, crudele e totale più di quello messo in pratica in Sud Africa, sono tutti palliativi – medicine con cui ridurre il dolore di uno Stato a maggioranza ebrea, senza eliminarne la causa.

Un’altra Nakba

Si può annunciare quante volte si vuole, come ha fatto ieri Donald Trump, che Israele occuperà la valle del Giordano e quindi circa il 30% della Cisgiordania e imporre la legge israeliana sulle colonie, ma senza spostare fisicamente numeri sempre maggiori di palestinesi fuori da uno Stato di Israele ingrandito, poco cambia. L’annessione diventa solo un’altra forma di occupazione.

Perciò al centro della “visione” di pace di Trump e Netanyahu sta un trasferimento di popolazione, in massa, un’altra Nakba o Catastrofe.

Questa è una pace per modo di dire. È il silenzio che si sente nei villaggi palestinesi nel 1948, a Beit Hanoun nel 2014, quando nel nord di Gaza Israele ha bombardato una scuola dell’ONU affollata di centinaia di civili sfollati, uccidendone 15 e ferendone 200, o ad Aleppo est o a Mosul, dopo averle bombardate, una dopo l’altra, fino a ridurle in macerie. È la pace creata dalla totale e completa sconfitta della lotta dei palestinesi per costruire uno Stato sulla propria terra.

Il piano segreto

Per me quindi il centro della visione apocalittica non sta nei discorsi suprematisti di Trump o Netanyahu, in cui entrambi proclamano “missione compiuta”, e la vittoria totale del movimento sionista sui palestinesi. Sta invece in un paragrafo ben sepolto nelle 180 pagine del documento, il documento più dettagliato, si vanta Trump, mai prodotto prima su questo conflitto. Esattamente.

È il paragrafo che dice che lo scambio di terre fatto dagli israeliani potrebbe includere le ” aree popolate e non popolate “. Il documento è preciso sulla popolazione a cui si riferisce, è la popolazione palestinese del 1948 del cosiddetto triangolo settentrionale di Israele – Kafr Qara, Baqa-al-Gharbiyye, Umm al-Fahm, Qalansawe, Tayibe, Kafr Qasim, Tira, Kafr Bara e Jaljulia.

Il documento continua: “La Visione contempla la possibilità, soggetta all’accordo delle parti, che i confini di Israele vengano ridisegnati in modo che le comunità del Triangolo vengano a far parte dello Stato di Palestina. In questo accordo, i diritti civili degli abitanti delle comunità del Triangolo saranno assoggettate alle leggi, ove applicabili, e alle decisioni giudiziarie delle autorità competenti.”

Questa è la parte nascosta ma più pericolosa di questo piano. Il Triangolo ospita circa 350.000 palestinesi, tutti cittadini israeliani, abbarbicati sul confine nord-occidentale della Cisgiordania. Umm al-Fahm, la città principale, ha dato i natali ad alcuni dei più attivi difensori di Al Aqsa.

Yousef Jabareen, un membro della Knesset della Lista Araba Unita [formata da partiti arabi di Israele e terza forza nel parlamento israeliano, ndtr.] mi ha detto: “Umm al-Fahm è la mia città, Wadi Ara è la mia anima. Il Triangolo è la patria di centinaia di migliaia di cittadini arabo-palestinese che vivono sulla propria terra. Il programma di annessione e trasferimento di Trump e Netanyahu ci strappa dalla nostra patria e revoca la nostra cittadinanza; un danno esistenziale a tutti i cittadini della minoranza araba. Ora è il momento per gli ebrei e gli arabi che hanno a cuore democrazia e uguaglianza di schierarsi e lavorare insieme contro questo pericoloso piano.” 

‘Pulizia etnica’ ufficiale

Per anni i leader israeliani di centro o di destra hanno giocherellato con il “trasferimento statico” di queste popolazioni fuori da Israele. All’idea di uno scambio di popolazione e territori avevano alluso gli ex primi ministri Ehud Barak e Ariel Sharon. Ma è stato solo Avigdor Lieberman ad aver sposato la causa dell’espulsione dei palestinesi. 

Egli propugna di privare un numero ipotetico di 350.000 palestinesi del Triangolo della loro cittadinanza israeliana e costringere l’altro 20% della popolazione israeliana non ebrea a fare un “giuramento di lealtà” a Israele quale ” Stato Sionista Ebraico ” o affrontare l’espulsione in uno Stato palestinese.

Due anni fa Netanyahu aveva suggerito a Trump che Israele avrebbe dovuto liberarsi del Triangolo. Oggi questi piani di pulizia etnica sono stati suggellati in un documento ufficiale della Casa Bianca. 

Ayman Odeh, un membro palestinese della Knesset, ha twittato che l’annuncio di Trump dà “il semaforo verde alla revoca della cittadinanza a centinaia di migliaia di cittadini arabo- palestinesi che vivono nel nord di Israele”.

Sostegno a Trump

L’altro aspetto notevole dell’annuncio di martedì alla Casa Bianca è stata la presenza nell’uditorio degli ambasciatori degli Emirati, Bahrain e Oman. Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti hanno accolto il piano senza riserve. Anche il Qatar lo ha fatto, sebbene abbia aggiunto che lo Stato palestinese dovrebbe essere negoziato con i confini del 1967 e i palestinesi dovrebbero mantenere il diritto al ritorno.

Trump ha detto di essere stato stupito dal numero di chiamate che ha ricevuto dai leader di tutto il mondo a sostegno del suo piano, incluso il Primo Ministro britannico, Boris Johnson.

Buttando al vento quattro decenni di politica estera britannica sulla soluzione dei due Stati, Johnson ha sostenuto il piano di Trump con tutto il peso del Regno Unito. Anche il ministro degli esteri Dominic Raab ha dato appoggio all’accordo “chiaramente una proposta seria che riflette i grandi sforzi e il lungo tempo richiesto.” ha detto.

“Non riesco a credere alle dimensioni del sostegno ricevuto stamattina.” si è vantato Trump. “Mi hanno chiamato dei leader, Boris [Johnson] ha chiamato; così tanti hanno chiamato. Tutti mi dicono ‘cosa possiamo fare per aiutare’”.

Ci sono alcuni comunque che si sono resi conto del pericolo di questo piano. Il Senatore Chris Murphy è uno di loro. Ha twittato: “L’annessione unilaterale della valle del fiume Giordano e delle colonie esistenti, dichiarata illegale dalle leggi USA e internazionali, riporta indietro di decenni il processo di pace. E pone un rischio reale di violenze e un’enorme destabilizzazione in luoghi come la Giordania.”

 A casa da soli

Nessuno dovrebbe sottovalutare la portata storica della dichiarazione appena fatta. La soluzione dei due Stati o l’idea che uno Stato palestinese contiguo sia attuabile e possa essere creato a fianco di uno Stato a maggioranza ebraica è morta. Ed era morta ben prima degli accordi di Oslo. 

Ai sostenitori arabi come il re di Giordania Hussein venne detto sia dai sovietici, Yevgeny Primakov, che da James Baker, l’allora Segretario di Stato, che non si sarebbe mai ottenuto uno Stato palestinese indipendente. E questo ben prima della conferenza di Madrid che precedette Oslo. Il re non aveva bisogno di presenziare al funerale del suo amico Yitzhak Rabin, assassinato nel 1995, per rendersene conto. Lo sapeva già. Ma adesso è veramente morto. 

Gli USA ora hanno dato il loro imprimatur ufficiale ai confini orientali dello Stato di Israele. La mappa (vedi map Middle East Eye published) dice tutto. Lo Stato palestinese immaginato dal piano sembra la TAC del cervello di una vittima dell’Alzheimer. Lo Stato palestinese è interamente divorato.

Il messaggio di questa mappa per i palestinesi di qualsiasi fazione è ora totalmente chiaro. Dimenticate le vostre divisioni, dimenticate cosa è successo tra Fatah e Hamas a Gaza nel 2007, accantonate pretese di colpi di stato e unitevi. Unitevi contro una minaccia esistenziale.

I palestinesi sono completamente soli. Tutti i punti fermi delle loro posizioni di negoziazione sono spariti. Non hanno Gerusalemme, niente diritto al ritorno, nessun rifugiato può ritornare, niente Alture di Golan e ora niente Valle del Giordano. Non hanno alleati arabi. La Siria è distrutta, l’Iraq diviso, Egitto e Arabia Saudita sono ora fantocci nelle mani di Israele. I palestinesi hanno perso il supporto della più popolosa e ricca Nazione araba.

Non hanno un posto dove fuggire. L’Europa è chiusa per ogni futura migrazione di massa. Hanno una sola alternativa: restare e lottare. Uniti possono annullare i piani israeliani suprematisti di pulizia etnica. L’hanno fatto in precedenza e lo possono fare di nuovo.

Una nuova lotta

Ora i palestinesi devono far fronte a questa situazione. Il riconoscimento di Israele da parte dell’OLP nel 1993 è finalmente arrivato a fine corsa, come si poteva immaginare. Le leggi USA e internazionali e le risoluzioni ONU non sarebbero mai venute in loro soccorso e, ma solo in questo senso, il brutale piano di Trump ha fatto un favore ai palestinesi. Ha fugato fantasie durate decenni.

Quella che deve cominciare ora è una nuova ondata di lotte per l’uguaglianza dei diritti in uno Stato su tutto il territorio della Palestina storica. Questo comporterà una lotta enorme. Nessuno dovrebbe sottostimare cosa succederà se i palestinesi insorgeranno ancora una volta. Ma nessuno dovrebbe aver alcun dubbio sulle conseguenze dell’accettazione.

Questa è la prima volta dal 1948 che tutti i palestinesi possono unirsi per farlo. Devono cogliere questa opportunità o scomparire e diventare una nota a piè pagina della storia.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente le opinioni editoriali di Middle East Eye.




Gaza 2020: com’è facile per il mondo cancellare la sofferenza dei palestinesi

David Hearst

13 dicembre 2019 – Middle East Eye

Nel 2012 le Nazioni Unite hanno dichiarato che Gaza sarebbe divenuta invivibile entro il 2020. Israele ha contribuito volontariamente a ciò.

Vorrei che voi faceste una verifica. Cercate su Google le parole “uccisa famiglia di otto persone” e vi verranno fornite diverse alternative: una a Sonora, in Messico, un’altra a Pike, nell’Ohio, un’altra nella Contea di Mendocino, in California.

Ma la sconfinata memoria di Google sembra essere stata colpita da amnesia riguardo a quanto è successo solo un mese fa a Deir al-Baba, a Gaza.

Ricapitolando, perché anche voi potreste aver dimenticato: il 14 novembre un pilota israeliano ha lanciato una bomba JDAM [Joint Direct Attact Munition [bombe munite di un sistema di guida sull’obiettivo, ndtr.] da una tonnellata su un edificio in cui dormivano otto membri di una famiglia. Cinque di loro erano minori, due dei quali neonati.

Inizialmente, l’esercito israeliano ha cercato con la menzogna di liberarsi della responsabilità per l’uccisione della famiglia di al-Sawarka (un altro membro della famiglia è morto in seguito a causa delle ferite, portando il totale a nove). Il suo portavoce in lingua araba ha sostenuto che l’edificio era una postazione di comando nel centro della Striscia di Gaza per un’unità di lancio di missili della Jihad islamica.

Tuttavia, come ha rivelato Haaretz [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndtr.], il bersaglio era stato considerato tale almeno un anno fa. Le informazioni erano fondate su delle voci e nessuno si era preso la briga di verificare chi vivesse all’interno di quell’edificio: ma hanno lanciato lo stesso la bomba.

L’intelligence militare in grado di identificare e colpire obiettivi in movimento come Bahaa Abu al-Atta, il comandante della Jihad islamica nella Striscia di Gaza settentrionale – o di attentare alla vita di Akram al-Ajouri, un membro del suo ufficio politico a Damasco – è contemporaneamente incapace di aggiornare la banca dati dei suoi obiettivi, risalente ad un anno fa.

L’esercito israeliano non aveva necessità di mentire. Nessuno ci ha fatto caso. Né lo scambio di lanci di razzi né l’uccisione della famiglia Sawarka hanno riempito le prime pagine del Guardian [quotidiano inglese di centro sinistra, ndtr.], del New York Times o del Washington Post.

Piano dietetico israeliano per Gaza

Questo è Gaza ora: un brutale assedio di una popolazione dimenticata che sopravvive in condizioni che le Nazioni Unite hanno previsto come invivibili entro il 2020, un anno che è solo a poche settimane di distanza.

È inesatto affermare che le morti della famiglia Sawarka abbiano riscontrato indifferenza in Israele.

L’unico rivale di Benjamin Netanyahu per la leadership è Benny Gantz. Chiunque nelle capitali occidentali scambi Gantz per un pacifista, semplicemente perché sta sfidando Netanyahu, dovrebbe guardare una serie di video della campagna elettorale che l’ex capo dell’esercito israeliano ha recentemente diffuso riguardo a Gaza.

Uno di questi inizia con una sorta di sequenze che avrebbe potuto realizzare un drone russo dopo il bombardamento di Aleppo Est. La devastazione è come [quella di] Dresda o Nagasaki. Ci vogliono alcuni secondi inquietanti per rendersi conto che queste orribili riprese da parte di un drone non sono una denuncia ma una esaltazione della distruzione.

Il suo messaggio in ebraico è chiaramente ciò che nel diritto internazionale è considerato un crimine di guerra. “Parti di Gaza sono state riportate all’età della pietra … 6.231 bersagli distrutti … 1.364 terroristi uccisi … 3.5 anni di quiete … Solo i forti vincono”.

Indifferenza non è la parola giusta. Assomiglia di più ad un’esultanza.

Il soffocamento di Gaza da parte di Israele precede l’assedio iniziato quando Hamas prese il potere nel 2007. Come ha detto lo scrittore israeliano Meron Rapoport, i leader israeliani hanno a lungo nutrito pensieri genocidi su cosa fare con l’enclave in cui hanno cacciato tutti quei rifugiati dopo il 1948.

Nel 1967, l’ex primo ministro israeliano Levi Eshkol istituì un’unità operativa rivolta a incoraggiare i palestinesi ad emigrare.

“Proprio perché si trovano là soffocati e imprigionati, forse gli arabi si sposteranno dalla Striscia di Gaza … Forse se non diamo loro abbastanza acqua non avranno scelta, perché gli orti ingialliranno e appassiranno”, egli ipotizzava, secondo i verbali declassificati delle riunioni del governo declassificati nel 2017.

Nel 2006, Dov Weisglass, consigliere del governo, dichiarò: “L’idea è di mettere i palestinesi a dieta, ma non di farli morire di fame”.

Il valico di Rafah come valvola di sicurezza

Il passare del tempo non ha intaccato né modificato queste intenzioni.

La differenza oggi è che i leader israeliani non sentono più il bisogno di mascherare le proprie opinioni su Gaza. Come ha fatto Gantz, dicono ad alta voce ciò che in precedenza avevano detto o pensato in privato.

In privato, i primi ministri israeliani non hanno mai smesso di comunicare con Hamas attraverso intermediari, principalmente riguardo agli scambi di prigionieri.

Tony Blair, ex inviato del Medio Oriente per il Quartetto [gruppo composto da ONU, USA, UE e Russia, costituitosi a Madrid nel 2002 al fine di mediare sul processo di pace tra Israele e Palestina, ndtr.] si impegnò sul piano diplomatico offrendo ad Hamas un porto marittimo e un aeroporto in cambio della fine del conflitto con Israele. Non ottenne niente.

Hamas ha offerto autonomamente una hudna [tregua in arabo, ndtr.] o un cessate il fuoco a lungo termine ed ha modificato il proprio statuto per rispecchiare un accordo basato sui confini palestinesi del giugno 1967 [cioè prima della guerra dei Sei Giorni e l’occupazione di Cisgiordania e Gaza, ndtr.]. Ma ha rifiutato di smantellare o trasferire le sue forze militari. Fatah e l’OLP hanno intrapreso un percorso di declino e di perdita di rilevanza politica nel momento in cui hanno riconosciuto l’esistenza di Israele. Ciò non costituisce un grande incentivo per Hamas e gli altri gruppi della resistenza armata a Gaza.

Nel frattempo, sono emerse anche le oscillazioni tra colloqui e guerra, e gli interessi di altre parti nell’assedio di Gaza. A volte, queste parti sono state più realiste del re riguardo al desiderio di vedere Gaza e Hamas sottomesse.

Uno di questi è l’Egitto sotto il governo guidato da Abdel Fattah al-Sisi.

Nel 2012, sotto il governo del presidente Mohamed Morsi, una media di 34.000 persone attraversava ogni mese il valico di Rafah. Nel 2014, dopo l’arrivo al potere di al-Sisi, il confine con l’Egitto è rimasto chiuso per 241 giorni. Nel 2015 è stato chiuso per 346 giorni – e aperto solo per 19 giorni. Al-Sisi ha gestito il valico di frontiera di Rafah esattamente come Israele.

Il valico è un [come] un rubinetto. Lo chiudi e fai pressione politica su Hamas negando l’accesso dei malati terminali a cure mediche adeguate. Lo apri e alleggerisci la pressione sui detenuti di questa gigantesca prigione.

Un terzo complice dell’assedio è la stessa Autorità Palestinese. Secondo Hamas, dall’aprile 2007 l’ANP ha ridotto gli stipendi dei suoi dipendenti a Gaza, costretto alla pensione anticipata 30.000 dipendenti pubblici, ridotto il numero di permessi medici per ricevere cure all’estero, tagliato medicine e forniture mediche. I tagli agli stipendi sono in gran parte indiscutibili.

Un esperimento disumano

L’effetto a lungo termine dell’assedio sull’enclave è devastante, come riportato da MEE questa settimana.

Immaginate come reagirebbe la comunità internazionale se a Hong Kong o a New York, altri due territori altrettanto densamente abitati, la disoccupazione fosse del 47%, il tasso di povertà del 53%, il numero medio [degli alunni] in una classe fosse di 39 e il tasso di mortalità infantile al 10,5 per 1.000 nati.

La comunità internazionale si è assuefatta ad assolvere Israele da ogni responsabilità per le punizioni collettive e le gravi violazioni dei diritti umani.

Ma sicuramente il punto ora è che Gaza deve essere considerata una vergogna umana sulla coscienza del mondo.

Per negligenza o per omissione, tutti i governi occidentali hanno contribuito attivamente alla sua sofferenza. Tutti sono profondamente complici di un esperimento disumano: come mantenere oltre 2 milioni di persone a un livello di sussistenza considerato intollerabile e invivibile dalle Nazioni Unite, senza spingerle verso un’estinzione di massa.

Cosa deve succedere perché questo cambi? Per quanto ancora cancelleremo, come sembra fare Google, Gaza, i suoi rifugiati, la sua sofferenza quotidiana dalla coscienza collettiva del mondo?

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst

David Hearst è caporedattore del Middle East Eye. Ha lasciato l’incarico di caporedattore esteri di The Guardian. In 29 anni di carriera di ha scritto sulla bomba di Brighton [il 12 ottobre 1984 una bomba dell’IRA esplode al Grand Hotel di Brighton, dove si sta svolgendo il congresso del partito Conservatore alla presenza di Margaret Thatcher, causando la morte di 5 persone (tra cui un parlamentare), ndtr.], sullo sciopero dei minatori, sulla reazione dei lealisti in seguito all’accordo anglo-irlandese nell’Irlanda del Nord, sui primi conflitti dopo la separazione dalla ex-Jugoslavia di Slovenia e Croazia, sulla fine dell’Unione Sovietica, sulla Cecenia e i sui conflitti connessi. Ha descritto il declino morale e fisico di Boris Eltsin e le condizioni che hanno creato l’ascesa di Putin. Dopo l’Irlanda, è stato nominato corrispondente dell’Europa per The Guardian Europe, poi è entrato a far parte della redazione di Mosca nel 1992, prima di diventare capo redattore nel 1994. Ha lasciato la Russia nel 1997 per unirsi alla redazione esteri [in GB, ndtr.], è diventato caporedattore per l’Europa e quindi caporedattore associato per gli esteri. È giunto a The Guardian da The Scotsman, dove ha lavorato come corrispondente sulle questioni educative.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Le proteste della Grande marcia del Ritorno sono state controproducenti?

Motasem Dalloul

2 dicembre 2019 – Middle East Monitor

Le proteste della Grande marcia del Ritorno sono state controproducenti?

Motasem Dalloul

2 dicembre 2019 – Middle East Monitor

Lo scorso è stato il terzo venerdì consecutivo in cui nella Striscia di Gaza non ci si sono state le proteste della Grande Marcia del Ritorno e la Rottura dell’Assedio che, fino a questa interruzione, si erano svolte ogni settimana dal 30 marzo 2018.

Il Comitato per la Grande Marcia del Ritorno ha detto che lo scorso venerdì le proteste sono state annullate per motivi di sicurezza per non dare alle forze di occupazione israeliane l’opportunità di uccidere altri manifestanti. Questa è praticamente la stessa dichiarazione, parola per parola, che era stata rilasciata il venerdì precedente. Tutte le fazioni palestinesi che fanno parte del Comitato sostengono che le proteste avrebbero potuto ricominciare in qualsiasi momento se necessario.

Secondo un membro di Hamas, il movimento palestinese di resistenza islamica, che è la fazione più presente nelle proteste, il loro obiettivo principale è stato quasi raggiunto. “Guardate all’assedio imposto a Gaza” ha spiegato Khalil Al-Hayya “Israele ha aperto i varchi, ha annullato molte restrizioni commerciali, aumentato l’approvvigionamento elettrico, permesso gli scambi con l’Egitto, ha consentito che arrivassero i finanziamenti del Qatar, esteso la zona di pesca e molte altre cose.”

Ha aggiunto che, come conseguenza delle proteste che hanno dimostrato che Israele osteggia quella legittima rivendicazione, la questione del diritto al ritorno dei palestinesi è di nuovo all’ordine del giorno a livello internazionale. “Abbiamo anche raggiunto altri risultati, come il rafforzamento dell’unità nazionale che si è concretizzata con il Centro di coordinamento militare che include l’ala militare di tutte le fazioni palestinesi.”

Il periodo di calma relativa delle passate tre settimane fa pensare che le fazioni di Gaza vogliano un accordo con Israele grazie al quale i palestinesi possano godere di una certa stabilità economica e sociale. Si dice che i funzionari israeliani a ogni livello condividano questa idea.

La dirigenza di Hamas a Gaza, guidata da Yahya Sinwar, sta mostrando grande interesse nel raggiungere un accordo a lungo termine con Israele” ha scritto Amos Harel su Haaretz [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndtr.] l’altra settimana. “Lo Stato Maggiore delle Forze di Difesa israeliane [l’esercito israeliano, ndtr.] appoggia ampie misure di aiuto a Gaza in cambio di garanzie di pace … [ma] la decisione finale spetta ai politici.”

Harel sembrava temere che Israele possa perdere questa opportunità quando ha spiegato che i politici israeliani sono al momento “impelagati in una crisi legale e politica incentrata sui tre atti di accusa contro il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, e anche sulle gravi difficoltà nel formare un nuovo governo.“La rapida conclusione delle ultime consultazioni durate due giorni (e durante le quali 36 palestinesi sono stati uccisi negli attacchi israeliani), ha offerto a Israele la rara opportunità di fare dei progressi e forse di sfruttare la possibilità che era stata persa cinque anni fa dopo il conflitto del 2014.”

Sabato l’emittente israeliana Channel 12 ha dichiarato che il Ministro della Difesa Naftali Bennett [del partito di estrema destra dei coloni, ndtr.] ha ordinato all’esercito israeliano di condurre uno studio di fattibilità per un porto su un’isola artificiale sulla costa di Gaza per facilitare i commerci dentro e fuori l’enclave. Secondo il Times of Israel [giornale israeliano indipendente in lingua inglese, ndtr.] Bennett ha anche dato ordine al Capo di stato maggiore di effettuare uno studio di sicurezza per esaminare la possibilità di avere, sulla stessa isola, anche un aeroporto.

Questa idea è partita da Yisrael Katz [del partito di destra Likud, ndtr.] nel 2017, quando era Ministro dei Trasporti e dei Servizi Segreti, ma è stata osteggiata da altri ministri e non ha raggiunto il livello di discussioni governative. Oggi Katz è il Ministro degli Esteri israeliano e il Times of Israel ha riferito che ha detto di aver avuto il via libera per stabilire dei gruppi di lavoro congiunti fra il suo ministero, quello della Difesa e il Consiglio di Sicurezza Nazionale. “Per anni ho promosso l’iniziativa dell’isola galleggiante” ha twittato sabato. Ha sostenuto che questa è l’unica soluzione per Gaza.

Questa settimana ho incontrato il Ministro della Difesa Bennett che, a differenza del suo predecessore (Avigdor Lieberman [di un partito di estrema destra nazionalista, ndtr.] che era fra i ministri che si erano opposti all’idea nel 2017), ha dato il suo sostegno per promuovere l’iniziativa. Ho aggiornato il Primo Ministro Netanyahu e spero si possa iniziare presto.”

Il capogruppo di Fatah nel parlamento palestinese, Azzam Al-Ahmad, ha criticato l’idea del porto e dell’aeroporto e si è anche opposto a tutte le altre misure per alleggerire l’assedio imposto a Gaza da Israele, a meno che non siano coordinate dall’Autorità Nazionale Palestinese dominata dal suo partito. Se non ci fosse tale coordinamento, ha detto sabato ai media palestinesi, “si rafforzerebbe la divisione fra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, che sono le due parti del futuro Stato indipendente di Palestina.”

Rifqaa Abdul-Kader, una ricercatrice che vive a Gaza, ha criticato le affermazioni del funzionario di Fatah. “Ogni misura per migliorare la vita dei palestinesi a Gaza è ben accolta, inclusi un eventuale porto e aeroporto. L’ANP deve tacere quando ci sono informazioni su tali soluzioni.”

Parlando a MEMO, ha detto che la gente a Gaza è stata sottoposta a un duro assedio israeliano e ha subito molti attacchi dell’esercito israeliano con migliaia di morti e feriti. “Nessuno Stato o ente ufficiale al mondo, inclusa l’ANP, ha fatto qualcosa per aiutarli o per fermare le misure israeliane contro di loro” ha spiegato. “Invece di respingere le soluzioni per Gaza, l’ANP dovrebbe togliere le sanzioni imposte all’enclave assediata e pagare i salari a migliaia di dipendenti pubblici, pagare i costi amministrativi e operativi dei ministeri, inclusi i ministeri dell’Istruzione e della Salute, sbloccare i pagamenti annuali delle istituzioni educative a Gaza e accordarsi per indire le elezioni.”

Tuttavia Fawzi Mansour, un analista politico, insinua che Israele non ha delle “intenzioni innocenti” a proposito delle “possibili” misure relative ad alleggerire il blocco imposto a Gaza. “Tramite il porto e l’aeroporto Israele potrebbe progettare di rinforzare la completa separazione fra Gaza e la Cisgiordania” afferma.

Un risultato delle proteste della Grande Marcia del Ritorno che le fazioni palestinesi descrivono come una conquista è il futuro insediamento dell’ospedale americano nel nord della Striscia di Gaza. L’ospedale avrà due ingressi: uno per dare accesso dal lato israeliano del confine nominale, controllato dai servizi di sicurezza israeliani, e l’altro sul lato di Gaza, controllato dai servizi di sicurezza palestinesi del territorio.

Secondo Hussein Al-Sheikh, il Ministro degli Affari Civili dell’ANP, questo ospedale è “una base americana che verrà costruita a Gaza e Hamas non ha il diritto di raggiungere un accordo con nessuna delle parti in relazione all’insediamento di tale struttura.” Ha sostenuto che questa è una delle conseguenze negative delle proteste a Gaza. Invece Mai Kila, il Ministro della Salute dell’ANP, ha accettato che ci sia un ospedale ma ha detto che dovrebbe essere gestito dal suo ministero.

Hazim Qasim, il portavoce di Hamas, ha detto a MEMO che le affermazioni dell’ANP sono completamente false. L’ospedale non è stato accettato solo da Hamas, ha spiegato, ma da tutte le fazioni palestinesi. Ha aggiunto che le fazioni, e non solo Hamas, dirigeranno insieme l’attività di questo ospedale e ciò garantirà che “non ci sia un costo politico.” Il rappresentante di Hamas ha anche chiesto all’ANP di togliere le sanzioni da essa imposte a Gaza invece di “demonizzare ogni conquista che la resistenza ha ottenuto per i palestinesi assediati a Gaza.”

Pur facendo notare che le affermazioni critiche sulle caratteristiche dell’ospedale americano potrebbero non essere completamente false, Hossam Al-Dajani, accademico palestinese e analista politico, ha confutato l’affermazione che sarà altro che una base delle forze di sicurezza USA per aiutare Israele. “Sono sicuro che è solo un ospedale,” ha detto sabato sera a Al Jazeera in arabo, “ma se ha altri scopi, la resistenza palestinese di Gaza terrà d’occhio i lavori per garantire che non svolga altro che attività umanitarie.”

E quindi, se uno dei risultati della Grande Marcia del Ritorno sarà la presenza americana a Gaza, significa che le proteste si sono ritorte contro i palestinesi? Hamas crede di no.

Le proteste hanno dimostrato che la resistenza popolare controllata da fazioni palestinesi forti e unite, a questo stadio, è più efficace e meno costosa di altre forme di resistenza” ha detto il portavoce del movimento. “Resteranno uno strumento nelle mani della resistenza palestinese da usare quando necessario.”

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione di Mirella Alessio)




Cosa c’è dietro il riavvicinamento tra Russia e Hamas?

Adnan Abu Amer

27 novembre 2019 – Al Jazeera

Hamas spera che la Russia possa essere d’aiuto per uscire dall’isolamento internazionale. Ma funzionerà?

Nelle ultime settimane c’è stato un considerevole aumento del numero di scambi ufficiali ad alto livello tra il governo russo e Hamas. Ma quest’intensificazione delle relazioni potrebbe aiutare a spezzare il recente isolamento imposto dagli Stati Uniti e dai loro alleati?

A luglio Mousa Abu Marzouk, vice-presidente dell’ufficio politico di Hamas, ha guidato una delegazione in visita a Mosca e ha incontrato Mikhail Bogdanov, vice-ministro degli esteri russo e inviato speciale per il Medio Oriente e l’Africa.

A metà ottobre si sono nuovamente incontrati a Doha, in Qatar, e poi alcune settimane più tardi l’inviato russo ha avuto una conversazione telefonica con Ismail Haniya, il leader di Hamas.

Secondo le due parti in queste conversazioni si è discusso del cosiddetto “accordo del secolo” del presidente USA Donald Trump e dei motivi del rifiuto di Hamas. 

Le dichiarazioni di vari funzionari russi che sembrano criticare “l’accordo del secolo ” sono state ben accolte sia a Gaza che a Ramallah. A metà ottobre, il presidente russo Vladimir Putin ha detto che avrebbe appoggiato ogni patto che avesse portato la pace, ma ha definito la proposta di Washington “piuttosto vaga”.

La Russia sembra voler rivaleggiare con gli USA nella mediazione fra Israele e la Palestina. Per questo motivo è ansiosa di coinvolgere non solo l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), ma anche Hamas.

L’impegno russo con il movimento non è sorto dal nulla, dato che negli ultimi dieci anni si sono mantenute delle relazioni con i suoi dirigenti. Mentre gli USA e l’Unione Europea hanno etichettato fin da subito Hamas come ” gruppo terroristico “, la Russia ha mantenuto contatti di alto livello fin dal 2006 quando, dopo la sua vittoria nelle elezioni parlamentari, assunse il controllo a Gaza.

 

La Russia ha giustificato questa scelta dicendo che Hamas è il rappresentante eletto di un settore significativo della società palestinese ed è rappresentato nel Consiglio Legislativo Palestinese e nei governi palestinesi.

 Negli anni Mosca ha anche ospitato parecchie sessioni di negoziati volte a forgiare una riconciliazione fra il gruppo di Gaza e il partito “Fatah” del presidente palestinese Mahmoud Abbas. 

Anche se Hamas ha goduto da lungo tempo di cordiali relazioni con la Russia, ha ancora molto da guadagnare rafforzando ulteriormente questo legame.

La Russia è una grande potenza con un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Fa anche parte del Quartetto per il Medio Oriente [composto anche da ONU, USA e UE, ndtr.] che lavora per risolvere il conflitto israelo-palestinese. Inoltre la Russia mantiene strette relazioni con i tre interlocutori che più interessano ad Hamas: Israele, l’Autorità Nazionale Palestinese e l’Egitto. La Russia quindi potrebbe aiutare Hamas non solo a tener testa nell’arena internazionale a Trump e al suo “accordo del secolo “, ma anche a risolvere i suoi problemi con l’ANP e l’Egitto.

I leader a Gaza sanno che le relazioni russo-israeliane si sono ulteriormente rafforzate in seguito all’intervento russo in Siria nel 2015 e dopo l’apertura di un centro di coordinamento delle operazioni degli eserciti russo e israeliano per prevenire incidenti sul campo.

Nonostante ciò, Hamas non considera le relazioni tra la Russia e Israele un ostacolo nello stabilire delle relazioni più strette con Mosca. Al contrario, Hamas crede che Mosca possa usare i suoi legami con Israele per aiutare il movimento a prevenire attacchi politici e militari di Israele a Gaza.

Inoltre Hamas vuole che la Russia aiuti a ristabilire le relazioni con il regime siriano che si sono interrotte nel 2012, quando [Hamas] ha dato il suo appoggio alle proteste contro il regime siriano.

In questo contesto, l’intensificarsi delle attività fra Mosca e Gaza sembra essere una grande vittoria per Hamas, che crede possa porre fine al suo isolamento politico permettendole di unirsi al gruppo dei rappresentanti legittimi del popolo palestinese agli occhi della comunità internazionale.

Ci sono comunque dei motivi per andar cauti nella valutazione sul significato e sulla durata di questo riavvicinamento.

La Russia è interessata a esercitare un influsso maggiore in Medio Oriente in generale, e in Palestina in particolare. Essa crede che spezzare il monopolio americano nel processo di pace sia la chiave per ripristinare il suo controllo dell’intera regione. Vuole avere delle relazioni più strette con Hamas perché considera il movimento un attore chiave in Palestina estraneo all’influsso USA.
Inoltre, Mosca vuole usare Hamas per sviluppare delle relazioni più strette con altri movimenti politici islamici della regione, come la Fratellanza Musulmana.

Non si può valutare l’avvicinamento della Russia a Hamas indipendentemente dalla sua alleanza nella regione con l’Iran. Mosca vuole avere dalla propria parte quante più potenze possibili nella regione per fronteggiare gli USA e pensa che Hamas possa prendere posto nell’asse guidato dall’Iran contro gli alleati degli USA.

Tutto ciò comunque non significa che Mosca sia sulla stessa lunghezza d’onda quando si parla della sua visione del futuro della Palestina. A differenza di Hamas, Mosca sostiene la soluzione dei due Stati e si oppone alla resistenza armata. E inoltre, come membro del Quartetto del Medio Oriente, vuole il riconoscimento di Israele da parte di tutte le fazioni palestinesi.

Tutto ciò fa sorgere serie domande circa le prospettive di una collaborazione a lungo termine fra la Russia e Hamas che possa offrire dei reali benefici politici a quest’ultimo.

Infatti la Russia ha già deluso il movimento su parecchi fronti. Per esempio, l’ufficio di Hamas nella capitale russa non è ancora “ufficiale”, nonostante le ripetute richieste dei suoi funzionari. Ha inoltre fino ad ora fatto poco per alleviare il suo isolamento internazionale.

Anche se senza dubbio Hamas ci guadagnerà ad avere relazioni più strette con una superpotenza, è difficile che Mosca possa offrire tutto quello di cui il movimento ha bisogno, a meno che il movimento stesso non sia d’accordo ad arrivare a dei compromessi, incluso l’accordo a favore di uno Stato palestinese entro la Linea Verde [cioè i confini tra Israele e Cisgiordania del 1967, ndtr.]. Questo potrebbe avere un notevole costo politico sul campo e danneggiare la sua popolarità fra i palestinesi, ma aiuterebbe a farlo uscire dall’isolamento internazionale e a mettere in discussione l’etichetta di “terrorista”.

I segnali del miglioramento delle relazioni con la Russia costituiscono già una svolta importante per il movimento. Ma per essere in grado di massimizzare i vantaggi di questa relazione e rafforzare ancora di più i suoi legami con la Russia, Hamas dovrebbe adottare un approccio pragmatico alla politica internazionale. 

Le opinioni contenute in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente quelle della redazione di Al Jazeera.

 

Il dottor Adnan Abu Amer è il direttore del Dipartmento di Scienze Politiche dell’Università della Ummah [la comunità dei fedeli musulmani, ndtr.] a Gaza.

(Traduzione di Mirella Alessio)