I palestinesi non hanno altra scelta: restare e lottare

David Hearst

29 gennaio 2020 – Middle East Eye

Una nuova ondata di lotte deve ora iniziare per ottenere la parità dei diritti in uno Stato che comprenda tutta la Palestina storica

Per anni sulla strada dei piani messianici di Benjamin Netanyahu per stabilire lo Stato di Israele fra il fiume e il mare, c’è stata una trappola per elefanti.

Si tratta del dato demografico secondo il quale, in quello spazio, c’erano più palestinesi che ebrei. Secondo i dati dell’Ufficio Centrale di Statistica (CBS) del 2016 forniti alla Commissione di Difesa e Affari Esteri della Knesset israeliana, fra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo c’erano 6,5 milioni di mussulmani e 6,44 milioni di ebrei, anche se quei dati ora sono superati. La commissione si riferiva ai musulmani, non ai palestinesi, escludendo perciò i palestinesi cristiani.

Ciò significa che il piano di annessione di Netanyahu da solo non può funzionare. Le enormi infrastrutture di calcestruzzo con cui Israele ha cosparso di cemento la Cisgiordania che occupa – colonie, muri, strade e tunnel – e lo stato di apartheid imposto, crudele e totale più di quello messo in pratica in Sud Africa, sono tutti palliativi – medicine con cui ridurre il dolore di uno Stato a maggioranza ebrea, senza eliminarne la causa.

Un’altra Nakba

Si può annunciare quante volte si vuole, come ha fatto ieri Donald Trump, che Israele occuperà la valle del Giordano e quindi circa il 30% della Cisgiordania e imporre la legge israeliana sulle colonie, ma senza spostare fisicamente numeri sempre maggiori di palestinesi fuori da uno Stato di Israele ingrandito, poco cambia. L’annessione diventa solo un’altra forma di occupazione.

Perciò al centro della “visione” di pace di Trump e Netanyahu sta un trasferimento di popolazione, in massa, un’altra Nakba o Catastrofe.

Questa è una pace per modo di dire. È il silenzio che si sente nei villaggi palestinesi nel 1948, a Beit Hanoun nel 2014, quando nel nord di Gaza Israele ha bombardato una scuola dell’ONU affollata di centinaia di civili sfollati, uccidendone 15 e ferendone 200, o ad Aleppo est o a Mosul, dopo averle bombardate, una dopo l’altra, fino a ridurle in macerie. È la pace creata dalla totale e completa sconfitta della lotta dei palestinesi per costruire uno Stato sulla propria terra.

Il piano segreto

Per me quindi il centro della visione apocalittica non sta nei discorsi suprematisti di Trump o Netanyahu, in cui entrambi proclamano “missione compiuta”, e la vittoria totale del movimento sionista sui palestinesi. Sta invece in un paragrafo ben sepolto nelle 180 pagine del documento, il documento più dettagliato, si vanta Trump, mai prodotto prima su questo conflitto. Esattamente.

È il paragrafo che dice che lo scambio di terre fatto dagli israeliani potrebbe includere le ” aree popolate e non popolate “. Il documento è preciso sulla popolazione a cui si riferisce, è la popolazione palestinese del 1948 del cosiddetto triangolo settentrionale di Israele – Kafr Qara, Baqa-al-Gharbiyye, Umm al-Fahm, Qalansawe, Tayibe, Kafr Qasim, Tira, Kafr Bara e Jaljulia.

Il documento continua: “La Visione contempla la possibilità, soggetta all’accordo delle parti, che i confini di Israele vengano ridisegnati in modo che le comunità del Triangolo vengano a far parte dello Stato di Palestina. In questo accordo, i diritti civili degli abitanti delle comunità del Triangolo saranno assoggettate alle leggi, ove applicabili, e alle decisioni giudiziarie delle autorità competenti.”

Questa è la parte nascosta ma più pericolosa di questo piano. Il Triangolo ospita circa 350.000 palestinesi, tutti cittadini israeliani, abbarbicati sul confine nord-occidentale della Cisgiordania. Umm al-Fahm, la città principale, ha dato i natali ad alcuni dei più attivi difensori di Al Aqsa.

Yousef Jabareen, un membro della Knesset della Lista Araba Unita [formata da partiti arabi di Israele e terza forza nel parlamento israeliano, ndtr.] mi ha detto: “Umm al-Fahm è la mia città, Wadi Ara è la mia anima. Il Triangolo è la patria di centinaia di migliaia di cittadini arabo-palestinese che vivono sulla propria terra. Il programma di annessione e trasferimento di Trump e Netanyahu ci strappa dalla nostra patria e revoca la nostra cittadinanza; un danno esistenziale a tutti i cittadini della minoranza araba. Ora è il momento per gli ebrei e gli arabi che hanno a cuore democrazia e uguaglianza di schierarsi e lavorare insieme contro questo pericoloso piano.” 

‘Pulizia etnica’ ufficiale

Per anni i leader israeliani di centro o di destra hanno giocherellato con il “trasferimento statico” di queste popolazioni fuori da Israele. All’idea di uno scambio di popolazione e territori avevano alluso gli ex primi ministri Ehud Barak e Ariel Sharon. Ma è stato solo Avigdor Lieberman ad aver sposato la causa dell’espulsione dei palestinesi. 

Egli propugna di privare un numero ipotetico di 350.000 palestinesi del Triangolo della loro cittadinanza israeliana e costringere l’altro 20% della popolazione israeliana non ebrea a fare un “giuramento di lealtà” a Israele quale ” Stato Sionista Ebraico ” o affrontare l’espulsione in uno Stato palestinese.

Due anni fa Netanyahu aveva suggerito a Trump che Israele avrebbe dovuto liberarsi del Triangolo. Oggi questi piani di pulizia etnica sono stati suggellati in un documento ufficiale della Casa Bianca. 

Ayman Odeh, un membro palestinese della Knesset, ha twittato che l’annuncio di Trump dà “il semaforo verde alla revoca della cittadinanza a centinaia di migliaia di cittadini arabo- palestinesi che vivono nel nord di Israele”.

Sostegno a Trump

L’altro aspetto notevole dell’annuncio di martedì alla Casa Bianca è stata la presenza nell’uditorio degli ambasciatori degli Emirati, Bahrain e Oman. Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti hanno accolto il piano senza riserve. Anche il Qatar lo ha fatto, sebbene abbia aggiunto che lo Stato palestinese dovrebbe essere negoziato con i confini del 1967 e i palestinesi dovrebbero mantenere il diritto al ritorno.

Trump ha detto di essere stato stupito dal numero di chiamate che ha ricevuto dai leader di tutto il mondo a sostegno del suo piano, incluso il Primo Ministro britannico, Boris Johnson.

Buttando al vento quattro decenni di politica estera britannica sulla soluzione dei due Stati, Johnson ha sostenuto il piano di Trump con tutto il peso del Regno Unito. Anche il ministro degli esteri Dominic Raab ha dato appoggio all’accordo “chiaramente una proposta seria che riflette i grandi sforzi e il lungo tempo richiesto.” ha detto.

“Non riesco a credere alle dimensioni del sostegno ricevuto stamattina.” si è vantato Trump. “Mi hanno chiamato dei leader, Boris [Johnson] ha chiamato; così tanti hanno chiamato. Tutti mi dicono ‘cosa possiamo fare per aiutare’”.

Ci sono alcuni comunque che si sono resi conto del pericolo di questo piano. Il Senatore Chris Murphy è uno di loro. Ha twittato: “L’annessione unilaterale della valle del fiume Giordano e delle colonie esistenti, dichiarata illegale dalle leggi USA e internazionali, riporta indietro di decenni il processo di pace. E pone un rischio reale di violenze e un’enorme destabilizzazione in luoghi come la Giordania.”

 A casa da soli

Nessuno dovrebbe sottovalutare la portata storica della dichiarazione appena fatta. La soluzione dei due Stati o l’idea che uno Stato palestinese contiguo sia attuabile e possa essere creato a fianco di uno Stato a maggioranza ebraica è morta. Ed era morta ben prima degli accordi di Oslo. 

Ai sostenitori arabi come il re di Giordania Hussein venne detto sia dai sovietici, Yevgeny Primakov, che da James Baker, l’allora Segretario di Stato, che non si sarebbe mai ottenuto uno Stato palestinese indipendente. E questo ben prima della conferenza di Madrid che precedette Oslo. Il re non aveva bisogno di presenziare al funerale del suo amico Yitzhak Rabin, assassinato nel 1995, per rendersene conto. Lo sapeva già. Ma adesso è veramente morto. 

Gli USA ora hanno dato il loro imprimatur ufficiale ai confini orientali dello Stato di Israele. La mappa (vedi map Middle East Eye published) dice tutto. Lo Stato palestinese immaginato dal piano sembra la TAC del cervello di una vittima dell’Alzheimer. Lo Stato palestinese è interamente divorato.

Il messaggio di questa mappa per i palestinesi di qualsiasi fazione è ora totalmente chiaro. Dimenticate le vostre divisioni, dimenticate cosa è successo tra Fatah e Hamas a Gaza nel 2007, accantonate pretese di colpi di stato e unitevi. Unitevi contro una minaccia esistenziale.

I palestinesi sono completamente soli. Tutti i punti fermi delle loro posizioni di negoziazione sono spariti. Non hanno Gerusalemme, niente diritto al ritorno, nessun rifugiato può ritornare, niente Alture di Golan e ora niente Valle del Giordano. Non hanno alleati arabi. La Siria è distrutta, l’Iraq diviso, Egitto e Arabia Saudita sono ora fantocci nelle mani di Israele. I palestinesi hanno perso il supporto della più popolosa e ricca Nazione araba.

Non hanno un posto dove fuggire. L’Europa è chiusa per ogni futura migrazione di massa. Hanno una sola alternativa: restare e lottare. Uniti possono annullare i piani israeliani suprematisti di pulizia etnica. L’hanno fatto in precedenza e lo possono fare di nuovo.

Una nuova lotta

Ora i palestinesi devono far fronte a questa situazione. Il riconoscimento di Israele da parte dell’OLP nel 1993 è finalmente arrivato a fine corsa, come si poteva immaginare. Le leggi USA e internazionali e le risoluzioni ONU non sarebbero mai venute in loro soccorso e, ma solo in questo senso, il brutale piano di Trump ha fatto un favore ai palestinesi. Ha fugato fantasie durate decenni.

Quella che deve cominciare ora è una nuova ondata di lotte per l’uguaglianza dei diritti in uno Stato su tutto il territorio della Palestina storica. Questo comporterà una lotta enorme. Nessuno dovrebbe sottostimare cosa succederà se i palestinesi insorgeranno ancora una volta. Ma nessuno dovrebbe aver alcun dubbio sulle conseguenze dell’accettazione.

Questa è la prima volta dal 1948 che tutti i palestinesi possono unirsi per farlo. Devono cogliere questa opportunità o scomparire e diventare una nota a piè pagina della storia.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente le opinioni editoriali di Middle East Eye.




Gaza 2020: com’è facile per il mondo cancellare la sofferenza dei palestinesi

David Hearst

13 dicembre 2019 – Middle East Eye

Nel 2012 le Nazioni Unite hanno dichiarato che Gaza sarebbe divenuta invivibile entro il 2020. Israele ha contribuito volontariamente a ciò.

Vorrei che voi faceste una verifica. Cercate su Google le parole “uccisa famiglia di otto persone” e vi verranno fornite diverse alternative: una a Sonora, in Messico, un’altra a Pike, nell’Ohio, un’altra nella Contea di Mendocino, in California.

Ma la sconfinata memoria di Google sembra essere stata colpita da amnesia riguardo a quanto è successo solo un mese fa a Deir al-Baba, a Gaza.

Ricapitolando, perché anche voi potreste aver dimenticato: il 14 novembre un pilota israeliano ha lanciato una bomba JDAM [Joint Direct Attact Munition [bombe munite di un sistema di guida sull’obiettivo, ndtr.] da una tonnellata su un edificio in cui dormivano otto membri di una famiglia. Cinque di loro erano minori, due dei quali neonati.

Inizialmente, l’esercito israeliano ha cercato con la menzogna di liberarsi della responsabilità per l’uccisione della famiglia di al-Sawarka (un altro membro della famiglia è morto in seguito a causa delle ferite, portando il totale a nove). Il suo portavoce in lingua araba ha sostenuto che l’edificio era una postazione di comando nel centro della Striscia di Gaza per un’unità di lancio di missili della Jihad islamica.

Tuttavia, come ha rivelato Haaretz [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndtr.], il bersaglio era stato considerato tale almeno un anno fa. Le informazioni erano fondate su delle voci e nessuno si era preso la briga di verificare chi vivesse all’interno di quell’edificio: ma hanno lanciato lo stesso la bomba.

L’intelligence militare in grado di identificare e colpire obiettivi in movimento come Bahaa Abu al-Atta, il comandante della Jihad islamica nella Striscia di Gaza settentrionale – o di attentare alla vita di Akram al-Ajouri, un membro del suo ufficio politico a Damasco – è contemporaneamente incapace di aggiornare la banca dati dei suoi obiettivi, risalente ad un anno fa.

L’esercito israeliano non aveva necessità di mentire. Nessuno ci ha fatto caso. Né lo scambio di lanci di razzi né l’uccisione della famiglia Sawarka hanno riempito le prime pagine del Guardian [quotidiano inglese di centro sinistra, ndtr.], del New York Times o del Washington Post.

Piano dietetico israeliano per Gaza

Questo è Gaza ora: un brutale assedio di una popolazione dimenticata che sopravvive in condizioni che le Nazioni Unite hanno previsto come invivibili entro il 2020, un anno che è solo a poche settimane di distanza.

È inesatto affermare che le morti della famiglia Sawarka abbiano riscontrato indifferenza in Israele.

L’unico rivale di Benjamin Netanyahu per la leadership è Benny Gantz. Chiunque nelle capitali occidentali scambi Gantz per un pacifista, semplicemente perché sta sfidando Netanyahu, dovrebbe guardare una serie di video della campagna elettorale che l’ex capo dell’esercito israeliano ha recentemente diffuso riguardo a Gaza.

Uno di questi inizia con una sorta di sequenze che avrebbe potuto realizzare un drone russo dopo il bombardamento di Aleppo Est. La devastazione è come [quella di] Dresda o Nagasaki. Ci vogliono alcuni secondi inquietanti per rendersi conto che queste orribili riprese da parte di un drone non sono una denuncia ma una esaltazione della distruzione.

Il suo messaggio in ebraico è chiaramente ciò che nel diritto internazionale è considerato un crimine di guerra. “Parti di Gaza sono state riportate all’età della pietra … 6.231 bersagli distrutti … 1.364 terroristi uccisi … 3.5 anni di quiete … Solo i forti vincono”.

Indifferenza non è la parola giusta. Assomiglia di più ad un’esultanza.

Il soffocamento di Gaza da parte di Israele precede l’assedio iniziato quando Hamas prese il potere nel 2007. Come ha detto lo scrittore israeliano Meron Rapoport, i leader israeliani hanno a lungo nutrito pensieri genocidi su cosa fare con l’enclave in cui hanno cacciato tutti quei rifugiati dopo il 1948.

Nel 1967, l’ex primo ministro israeliano Levi Eshkol istituì un’unità operativa rivolta a incoraggiare i palestinesi ad emigrare.

“Proprio perché si trovano là soffocati e imprigionati, forse gli arabi si sposteranno dalla Striscia di Gaza … Forse se non diamo loro abbastanza acqua non avranno scelta, perché gli orti ingialliranno e appassiranno”, egli ipotizzava, secondo i verbali declassificati delle riunioni del governo declassificati nel 2017.

Nel 2006, Dov Weisglass, consigliere del governo, dichiarò: “L’idea è di mettere i palestinesi a dieta, ma non di farli morire di fame”.

Il valico di Rafah come valvola di sicurezza

Il passare del tempo non ha intaccato né modificato queste intenzioni.

La differenza oggi è che i leader israeliani non sentono più il bisogno di mascherare le proprie opinioni su Gaza. Come ha fatto Gantz, dicono ad alta voce ciò che in precedenza avevano detto o pensato in privato.

In privato, i primi ministri israeliani non hanno mai smesso di comunicare con Hamas attraverso intermediari, principalmente riguardo agli scambi di prigionieri.

Tony Blair, ex inviato del Medio Oriente per il Quartetto [gruppo composto da ONU, USA, UE e Russia, costituitosi a Madrid nel 2002 al fine di mediare sul processo di pace tra Israele e Palestina, ndtr.] si impegnò sul piano diplomatico offrendo ad Hamas un porto marittimo e un aeroporto in cambio della fine del conflitto con Israele. Non ottenne niente.

Hamas ha offerto autonomamente una hudna [tregua in arabo, ndtr.] o un cessate il fuoco a lungo termine ed ha modificato il proprio statuto per rispecchiare un accordo basato sui confini palestinesi del giugno 1967 [cioè prima della guerra dei Sei Giorni e l’occupazione di Cisgiordania e Gaza, ndtr.]. Ma ha rifiutato di smantellare o trasferire le sue forze militari. Fatah e l’OLP hanno intrapreso un percorso di declino e di perdita di rilevanza politica nel momento in cui hanno riconosciuto l’esistenza di Israele. Ciò non costituisce un grande incentivo per Hamas e gli altri gruppi della resistenza armata a Gaza.

Nel frattempo, sono emerse anche le oscillazioni tra colloqui e guerra, e gli interessi di altre parti nell’assedio di Gaza. A volte, queste parti sono state più realiste del re riguardo al desiderio di vedere Gaza e Hamas sottomesse.

Uno di questi è l’Egitto sotto il governo guidato da Abdel Fattah al-Sisi.

Nel 2012, sotto il governo del presidente Mohamed Morsi, una media di 34.000 persone attraversava ogni mese il valico di Rafah. Nel 2014, dopo l’arrivo al potere di al-Sisi, il confine con l’Egitto è rimasto chiuso per 241 giorni. Nel 2015 è stato chiuso per 346 giorni – e aperto solo per 19 giorni. Al-Sisi ha gestito il valico di frontiera di Rafah esattamente come Israele.

Il valico è un [come] un rubinetto. Lo chiudi e fai pressione politica su Hamas negando l’accesso dei malati terminali a cure mediche adeguate. Lo apri e alleggerisci la pressione sui detenuti di questa gigantesca prigione.

Un terzo complice dell’assedio è la stessa Autorità Palestinese. Secondo Hamas, dall’aprile 2007 l’ANP ha ridotto gli stipendi dei suoi dipendenti a Gaza, costretto alla pensione anticipata 30.000 dipendenti pubblici, ridotto il numero di permessi medici per ricevere cure all’estero, tagliato medicine e forniture mediche. I tagli agli stipendi sono in gran parte indiscutibili.

Un esperimento disumano

L’effetto a lungo termine dell’assedio sull’enclave è devastante, come riportato da MEE questa settimana.

Immaginate come reagirebbe la comunità internazionale se a Hong Kong o a New York, altri due territori altrettanto densamente abitati, la disoccupazione fosse del 47%, il tasso di povertà del 53%, il numero medio [degli alunni] in una classe fosse di 39 e il tasso di mortalità infantile al 10,5 per 1.000 nati.

La comunità internazionale si è assuefatta ad assolvere Israele da ogni responsabilità per le punizioni collettive e le gravi violazioni dei diritti umani.

Ma sicuramente il punto ora è che Gaza deve essere considerata una vergogna umana sulla coscienza del mondo.

Per negligenza o per omissione, tutti i governi occidentali hanno contribuito attivamente alla sua sofferenza. Tutti sono profondamente complici di un esperimento disumano: come mantenere oltre 2 milioni di persone a un livello di sussistenza considerato intollerabile e invivibile dalle Nazioni Unite, senza spingerle verso un’estinzione di massa.

Cosa deve succedere perché questo cambi? Per quanto ancora cancelleremo, come sembra fare Google, Gaza, i suoi rifugiati, la sua sofferenza quotidiana dalla coscienza collettiva del mondo?

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst

David Hearst è caporedattore del Middle East Eye. Ha lasciato l’incarico di caporedattore esteri di The Guardian. In 29 anni di carriera di ha scritto sulla bomba di Brighton [il 12 ottobre 1984 una bomba dell’IRA esplode al Grand Hotel di Brighton, dove si sta svolgendo il congresso del partito Conservatore alla presenza di Margaret Thatcher, causando la morte di 5 persone (tra cui un parlamentare), ndtr.], sullo sciopero dei minatori, sulla reazione dei lealisti in seguito all’accordo anglo-irlandese nell’Irlanda del Nord, sui primi conflitti dopo la separazione dalla ex-Jugoslavia di Slovenia e Croazia, sulla fine dell’Unione Sovietica, sulla Cecenia e i sui conflitti connessi. Ha descritto il declino morale e fisico di Boris Eltsin e le condizioni che hanno creato l’ascesa di Putin. Dopo l’Irlanda, è stato nominato corrispondente dell’Europa per The Guardian Europe, poi è entrato a far parte della redazione di Mosca nel 1992, prima di diventare capo redattore nel 1994. Ha lasciato la Russia nel 1997 per unirsi alla redazione esteri [in GB, ndtr.], è diventato caporedattore per l’Europa e quindi caporedattore associato per gli esteri. È giunto a The Guardian da The Scotsman, dove ha lavorato come corrispondente sulle questioni educative.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Le proteste della Grande marcia del Ritorno sono state controproducenti?

Motasem Dalloul

2 dicembre 2019 – Middle East Monitor

Le proteste della Grande marcia del Ritorno sono state controproducenti?

Motasem Dalloul

2 dicembre 2019 – Middle East Monitor

Lo scorso è stato il terzo venerdì consecutivo in cui nella Striscia di Gaza non ci si sono state le proteste della Grande Marcia del Ritorno e la Rottura dell’Assedio che, fino a questa interruzione, si erano svolte ogni settimana dal 30 marzo 2018.

Il Comitato per la Grande Marcia del Ritorno ha detto che lo scorso venerdì le proteste sono state annullate per motivi di sicurezza per non dare alle forze di occupazione israeliane l’opportunità di uccidere altri manifestanti. Questa è praticamente la stessa dichiarazione, parola per parola, che era stata rilasciata il venerdì precedente. Tutte le fazioni palestinesi che fanno parte del Comitato sostengono che le proteste avrebbero potuto ricominciare in qualsiasi momento se necessario.

Secondo un membro di Hamas, il movimento palestinese di resistenza islamica, che è la fazione più presente nelle proteste, il loro obiettivo principale è stato quasi raggiunto. “Guardate all’assedio imposto a Gaza” ha spiegato Khalil Al-Hayya “Israele ha aperto i varchi, ha annullato molte restrizioni commerciali, aumentato l’approvvigionamento elettrico, permesso gli scambi con l’Egitto, ha consentito che arrivassero i finanziamenti del Qatar, esteso la zona di pesca e molte altre cose.”

Ha aggiunto che, come conseguenza delle proteste che hanno dimostrato che Israele osteggia quella legittima rivendicazione, la questione del diritto al ritorno dei palestinesi è di nuovo all’ordine del giorno a livello internazionale. “Abbiamo anche raggiunto altri risultati, come il rafforzamento dell’unità nazionale che si è concretizzata con il Centro di coordinamento militare che include l’ala militare di tutte le fazioni palestinesi.”

Il periodo di calma relativa delle passate tre settimane fa pensare che le fazioni di Gaza vogliano un accordo con Israele grazie al quale i palestinesi possano godere di una certa stabilità economica e sociale. Si dice che i funzionari israeliani a ogni livello condividano questa idea.

La dirigenza di Hamas a Gaza, guidata da Yahya Sinwar, sta mostrando grande interesse nel raggiungere un accordo a lungo termine con Israele” ha scritto Amos Harel su Haaretz [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndtr.] l’altra settimana. “Lo Stato Maggiore delle Forze di Difesa israeliane [l’esercito israeliano, ndtr.] appoggia ampie misure di aiuto a Gaza in cambio di garanzie di pace … [ma] la decisione finale spetta ai politici.”

Harel sembrava temere che Israele possa perdere questa opportunità quando ha spiegato che i politici israeliani sono al momento “impelagati in una crisi legale e politica incentrata sui tre atti di accusa contro il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, e anche sulle gravi difficoltà nel formare un nuovo governo.“La rapida conclusione delle ultime consultazioni durate due giorni (e durante le quali 36 palestinesi sono stati uccisi negli attacchi israeliani), ha offerto a Israele la rara opportunità di fare dei progressi e forse di sfruttare la possibilità che era stata persa cinque anni fa dopo il conflitto del 2014.”

Sabato l’emittente israeliana Channel 12 ha dichiarato che il Ministro della Difesa Naftali Bennett [del partito di estrema destra dei coloni, ndtr.] ha ordinato all’esercito israeliano di condurre uno studio di fattibilità per un porto su un’isola artificiale sulla costa di Gaza per facilitare i commerci dentro e fuori l’enclave. Secondo il Times of Israel [giornale israeliano indipendente in lingua inglese, ndtr.] Bennett ha anche dato ordine al Capo di stato maggiore di effettuare uno studio di sicurezza per esaminare la possibilità di avere, sulla stessa isola, anche un aeroporto.

Questa idea è partita da Yisrael Katz [del partito di destra Likud, ndtr.] nel 2017, quando era Ministro dei Trasporti e dei Servizi Segreti, ma è stata osteggiata da altri ministri e non ha raggiunto il livello di discussioni governative. Oggi Katz è il Ministro degli Esteri israeliano e il Times of Israel ha riferito che ha detto di aver avuto il via libera per stabilire dei gruppi di lavoro congiunti fra il suo ministero, quello della Difesa e il Consiglio di Sicurezza Nazionale. “Per anni ho promosso l’iniziativa dell’isola galleggiante” ha twittato sabato. Ha sostenuto che questa è l’unica soluzione per Gaza.

Questa settimana ho incontrato il Ministro della Difesa Bennett che, a differenza del suo predecessore (Avigdor Lieberman [di un partito di estrema destra nazionalista, ndtr.] che era fra i ministri che si erano opposti all’idea nel 2017), ha dato il suo sostegno per promuovere l’iniziativa. Ho aggiornato il Primo Ministro Netanyahu e spero si possa iniziare presto.”

Il capogruppo di Fatah nel parlamento palestinese, Azzam Al-Ahmad, ha criticato l’idea del porto e dell’aeroporto e si è anche opposto a tutte le altre misure per alleggerire l’assedio imposto a Gaza da Israele, a meno che non siano coordinate dall’Autorità Nazionale Palestinese dominata dal suo partito. Se non ci fosse tale coordinamento, ha detto sabato ai media palestinesi, “si rafforzerebbe la divisione fra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, che sono le due parti del futuro Stato indipendente di Palestina.”

Rifqaa Abdul-Kader, una ricercatrice che vive a Gaza, ha criticato le affermazioni del funzionario di Fatah. “Ogni misura per migliorare la vita dei palestinesi a Gaza è ben accolta, inclusi un eventuale porto e aeroporto. L’ANP deve tacere quando ci sono informazioni su tali soluzioni.”

Parlando a MEMO, ha detto che la gente a Gaza è stata sottoposta a un duro assedio israeliano e ha subito molti attacchi dell’esercito israeliano con migliaia di morti e feriti. “Nessuno Stato o ente ufficiale al mondo, inclusa l’ANP, ha fatto qualcosa per aiutarli o per fermare le misure israeliane contro di loro” ha spiegato. “Invece di respingere le soluzioni per Gaza, l’ANP dovrebbe togliere le sanzioni imposte all’enclave assediata e pagare i salari a migliaia di dipendenti pubblici, pagare i costi amministrativi e operativi dei ministeri, inclusi i ministeri dell’Istruzione e della Salute, sbloccare i pagamenti annuali delle istituzioni educative a Gaza e accordarsi per indire le elezioni.”

Tuttavia Fawzi Mansour, un analista politico, insinua che Israele non ha delle “intenzioni innocenti” a proposito delle “possibili” misure relative ad alleggerire il blocco imposto a Gaza. “Tramite il porto e l’aeroporto Israele potrebbe progettare di rinforzare la completa separazione fra Gaza e la Cisgiordania” afferma.

Un risultato delle proteste della Grande Marcia del Ritorno che le fazioni palestinesi descrivono come una conquista è il futuro insediamento dell’ospedale americano nel nord della Striscia di Gaza. L’ospedale avrà due ingressi: uno per dare accesso dal lato israeliano del confine nominale, controllato dai servizi di sicurezza israeliani, e l’altro sul lato di Gaza, controllato dai servizi di sicurezza palestinesi del territorio.

Secondo Hussein Al-Sheikh, il Ministro degli Affari Civili dell’ANP, questo ospedale è “una base americana che verrà costruita a Gaza e Hamas non ha il diritto di raggiungere un accordo con nessuna delle parti in relazione all’insediamento di tale struttura.” Ha sostenuto che questa è una delle conseguenze negative delle proteste a Gaza. Invece Mai Kila, il Ministro della Salute dell’ANP, ha accettato che ci sia un ospedale ma ha detto che dovrebbe essere gestito dal suo ministero.

Hazim Qasim, il portavoce di Hamas, ha detto a MEMO che le affermazioni dell’ANP sono completamente false. L’ospedale non è stato accettato solo da Hamas, ha spiegato, ma da tutte le fazioni palestinesi. Ha aggiunto che le fazioni, e non solo Hamas, dirigeranno insieme l’attività di questo ospedale e ciò garantirà che “non ci sia un costo politico.” Il rappresentante di Hamas ha anche chiesto all’ANP di togliere le sanzioni da essa imposte a Gaza invece di “demonizzare ogni conquista che la resistenza ha ottenuto per i palestinesi assediati a Gaza.”

Pur facendo notare che le affermazioni critiche sulle caratteristiche dell’ospedale americano potrebbero non essere completamente false, Hossam Al-Dajani, accademico palestinese e analista politico, ha confutato l’affermazione che sarà altro che una base delle forze di sicurezza USA per aiutare Israele. “Sono sicuro che è solo un ospedale,” ha detto sabato sera a Al Jazeera in arabo, “ma se ha altri scopi, la resistenza palestinese di Gaza terrà d’occhio i lavori per garantire che non svolga altro che attività umanitarie.”

E quindi, se uno dei risultati della Grande Marcia del Ritorno sarà la presenza americana a Gaza, significa che le proteste si sono ritorte contro i palestinesi? Hamas crede di no.

Le proteste hanno dimostrato che la resistenza popolare controllata da fazioni palestinesi forti e unite, a questo stadio, è più efficace e meno costosa di altre forme di resistenza” ha detto il portavoce del movimento. “Resteranno uno strumento nelle mani della resistenza palestinese da usare quando necessario.”

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione di Mirella Alessio)




Cosa c’è dietro il riavvicinamento tra Russia e Hamas?

Adnan Abu Amer

27 novembre 2019 – Al Jazeera

Hamas spera che la Russia possa essere d’aiuto per uscire dall’isolamento internazionale. Ma funzionerà?

Nelle ultime settimane c’è stato un considerevole aumento del numero di scambi ufficiali ad alto livello tra il governo russo e Hamas. Ma quest’intensificazione delle relazioni potrebbe aiutare a spezzare il recente isolamento imposto dagli Stati Uniti e dai loro alleati?

A luglio Mousa Abu Marzouk, vice-presidente dell’ufficio politico di Hamas, ha guidato una delegazione in visita a Mosca e ha incontrato Mikhail Bogdanov, vice-ministro degli esteri russo e inviato speciale per il Medio Oriente e l’Africa.

A metà ottobre si sono nuovamente incontrati a Doha, in Qatar, e poi alcune settimane più tardi l’inviato russo ha avuto una conversazione telefonica con Ismail Haniya, il leader di Hamas.

Secondo le due parti in queste conversazioni si è discusso del cosiddetto “accordo del secolo” del presidente USA Donald Trump e dei motivi del rifiuto di Hamas. 

Le dichiarazioni di vari funzionari russi che sembrano criticare “l’accordo del secolo ” sono state ben accolte sia a Gaza che a Ramallah. A metà ottobre, il presidente russo Vladimir Putin ha detto che avrebbe appoggiato ogni patto che avesse portato la pace, ma ha definito la proposta di Washington “piuttosto vaga”.

La Russia sembra voler rivaleggiare con gli USA nella mediazione fra Israele e la Palestina. Per questo motivo è ansiosa di coinvolgere non solo l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), ma anche Hamas.

L’impegno russo con il movimento non è sorto dal nulla, dato che negli ultimi dieci anni si sono mantenute delle relazioni con i suoi dirigenti. Mentre gli USA e l’Unione Europea hanno etichettato fin da subito Hamas come ” gruppo terroristico “, la Russia ha mantenuto contatti di alto livello fin dal 2006 quando, dopo la sua vittoria nelle elezioni parlamentari, assunse il controllo a Gaza.

 

La Russia ha giustificato questa scelta dicendo che Hamas è il rappresentante eletto di un settore significativo della società palestinese ed è rappresentato nel Consiglio Legislativo Palestinese e nei governi palestinesi.

 Negli anni Mosca ha anche ospitato parecchie sessioni di negoziati volte a forgiare una riconciliazione fra il gruppo di Gaza e il partito “Fatah” del presidente palestinese Mahmoud Abbas. 

Anche se Hamas ha goduto da lungo tempo di cordiali relazioni con la Russia, ha ancora molto da guadagnare rafforzando ulteriormente questo legame.

La Russia è una grande potenza con un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Fa anche parte del Quartetto per il Medio Oriente [composto anche da ONU, USA e UE, ndtr.] che lavora per risolvere il conflitto israelo-palestinese. Inoltre la Russia mantiene strette relazioni con i tre interlocutori che più interessano ad Hamas: Israele, l’Autorità Nazionale Palestinese e l’Egitto. La Russia quindi potrebbe aiutare Hamas non solo a tener testa nell’arena internazionale a Trump e al suo “accordo del secolo “, ma anche a risolvere i suoi problemi con l’ANP e l’Egitto.

I leader a Gaza sanno che le relazioni russo-israeliane si sono ulteriormente rafforzate in seguito all’intervento russo in Siria nel 2015 e dopo l’apertura di un centro di coordinamento delle operazioni degli eserciti russo e israeliano per prevenire incidenti sul campo.

Nonostante ciò, Hamas non considera le relazioni tra la Russia e Israele un ostacolo nello stabilire delle relazioni più strette con Mosca. Al contrario, Hamas crede che Mosca possa usare i suoi legami con Israele per aiutare il movimento a prevenire attacchi politici e militari di Israele a Gaza.

Inoltre Hamas vuole che la Russia aiuti a ristabilire le relazioni con il regime siriano che si sono interrotte nel 2012, quando [Hamas] ha dato il suo appoggio alle proteste contro il regime siriano.

In questo contesto, l’intensificarsi delle attività fra Mosca e Gaza sembra essere una grande vittoria per Hamas, che crede possa porre fine al suo isolamento politico permettendole di unirsi al gruppo dei rappresentanti legittimi del popolo palestinese agli occhi della comunità internazionale.

Ci sono comunque dei motivi per andar cauti nella valutazione sul significato e sulla durata di questo riavvicinamento.

La Russia è interessata a esercitare un influsso maggiore in Medio Oriente in generale, e in Palestina in particolare. Essa crede che spezzare il monopolio americano nel processo di pace sia la chiave per ripristinare il suo controllo dell’intera regione. Vuole avere delle relazioni più strette con Hamas perché considera il movimento un attore chiave in Palestina estraneo all’influsso USA.
Inoltre, Mosca vuole usare Hamas per sviluppare delle relazioni più strette con altri movimenti politici islamici della regione, come la Fratellanza Musulmana.

Non si può valutare l’avvicinamento della Russia a Hamas indipendentemente dalla sua alleanza nella regione con l’Iran. Mosca vuole avere dalla propria parte quante più potenze possibili nella regione per fronteggiare gli USA e pensa che Hamas possa prendere posto nell’asse guidato dall’Iran contro gli alleati degli USA.

Tutto ciò comunque non significa che Mosca sia sulla stessa lunghezza d’onda quando si parla della sua visione del futuro della Palestina. A differenza di Hamas, Mosca sostiene la soluzione dei due Stati e si oppone alla resistenza armata. E inoltre, come membro del Quartetto del Medio Oriente, vuole il riconoscimento di Israele da parte di tutte le fazioni palestinesi.

Tutto ciò fa sorgere serie domande circa le prospettive di una collaborazione a lungo termine fra la Russia e Hamas che possa offrire dei reali benefici politici a quest’ultimo.

Infatti la Russia ha già deluso il movimento su parecchi fronti. Per esempio, l’ufficio di Hamas nella capitale russa non è ancora “ufficiale”, nonostante le ripetute richieste dei suoi funzionari. Ha inoltre fino ad ora fatto poco per alleviare il suo isolamento internazionale.

Anche se senza dubbio Hamas ci guadagnerà ad avere relazioni più strette con una superpotenza, è difficile che Mosca possa offrire tutto quello di cui il movimento ha bisogno, a meno che il movimento stesso non sia d’accordo ad arrivare a dei compromessi, incluso l’accordo a favore di uno Stato palestinese entro la Linea Verde [cioè i confini tra Israele e Cisgiordania del 1967, ndtr.]. Questo potrebbe avere un notevole costo politico sul campo e danneggiare la sua popolarità fra i palestinesi, ma aiuterebbe a farlo uscire dall’isolamento internazionale e a mettere in discussione l’etichetta di “terrorista”.

I segnali del miglioramento delle relazioni con la Russia costituiscono già una svolta importante per il movimento. Ma per essere in grado di massimizzare i vantaggi di questa relazione e rafforzare ancora di più i suoi legami con la Russia, Hamas dovrebbe adottare un approccio pragmatico alla politica internazionale. 

Le opinioni contenute in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente quelle della redazione di Al Jazeera.

 

Il dottor Adnan Abu Amer è il direttore del Dipartmento di Scienze Politiche dell’Università della Ummah [la comunità dei fedeli musulmani, ndtr.] a Gaza.

(Traduzione di Mirella Alessio)




La Giornata della collera palestinese contro lo “Stato dei coloni”

Umberto De Giovannangeli

26 novembre 2019 Huffington Post

Negozi chiusi, come le scuole e gli uffici pubblici. Manifestazioni e scontri a Gerusalemme Est e in varie località della Cisgiordania (decine i feriti). È la “Giornata della rabbia” dei palestinesi. Una rabbia indirizzata contro le dichiarazioni del segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, sulla legalità degli insediamenti palestinesi.

 

Fine dalle prime ore dell’alba, le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno rafforzato la loro presenza nella Cisgiordania e lungo la barriera difensiva con la Striscia di Gaza. “Abbiamo dichiarato una Giornata della rabbia per rifiutare questa dichiarazione del segretario di Stato – afferma Wasel Abu Yousef, membro della Commissione politica dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) – Condanniamo completamente questo sforzo statunitense di legittimare gli insediamenti”.

Gran parte della comunità internazionale considera illegali gli insediamenti, sulla base della Quarta convenzione di Ginevra, che impedisce a una potenza occupante di trasferire parte della propria popolazione civile nei territori occupati. Da parte sua, Israele non considera la Cisgiordania un territorio occupato, ma conteso a causa dell’esito della guerra del 1967, quando fu sottratta al Giordania. Mahmoud al-Aloul, vice presidente di Fatah – la maggiore delle componenti dell’Olp – citato dalla Wafa, ha attaccato l’amministrazione Usa guidata da Trump ed Israele responsabili di “molti crimini” contro il popolo palestinese. Stanno veramente sbattendo le porte in faccia al diritto internazionale e spalancando quelle dell’estremismo, del terrorismo, della violenza, della corruzione, dello spargimento di sangue – ribadisce ad HuffPost il segretario generale dell’Olp Saeb Erekat – Costringono i popoli a convincersi che l’unico modo di risolvere i problemi sia attraverso la violenza e non con i mezzi pacifici”. E aggiunge: “La comunità internazionale deve prendere tutte le misure necessarie per rispondere a fare da deterrente a questo comportamento irresponsabile degli Usa che rappresenta una minaccia alla sicurezza globale e alla pace”.

Durissima è anche la presa di posizione dei partiti arabi israeliani: “Netanyahu usa l’improvvida sortita americana per riproporre una visione colonialista ed etnocentrica d’Israele – ci dice Ayman Odeh, presidente della Joint List (La Lista araba unita, 13 seggi, terza forza parlamentare, ndr), incluso dalla Rivista Time tra le 100 ‘stelle nascenti’ a livello mondale della politica – Per Netanyahu annettere la Giudea e Samaria (i nomi biblici della West Bank, ndr) è come realizzare una missione divina, oltre che una spregiudicata manovra politica per garantirsi il sostegno dei falchi legati al movimento dei coloni. Siamo al fondamentalismo che si fa politica. E costui pretenderebbe di continuare a fare danni in un nuovo governo!”

In una nota, diffusa ieri, il Comitato esecutivo del Consiglio mondiale delle Chiese (Wcc) riafferma “la sua opposizione alla creazione e all’espansione degli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi occupati dal 1967″. In risposta alla decisione del Governo Usa, del 18 novembre scorso, di considerare “non illegali” gli insediamenti civili israeliani in Cisgiordania, il Wcc ribadisce che “tale annuncio ribalta la politica statunitense finora applicata e si pone in netta contrapposizione con quella della comunità internazionale e delle Nazioni Unite”. Il Wcc “respinge questa posizione sbagliata nella legge e contraria al perseguimento di una pace giusta sia per i palestinesi che per gli israeliani” e “riafferma il diritto dello Stato di Israele di vivere in pace e sicurezza all’interno dei confini riconosciuti dalla comunità internazionale, e allo stesso tempo riconosce e sostiene lo stesso diritto per il popolo palestinese”.

“Siamo alla legalizzazione dello ‘Stato dei coloni’, in spregio alla legalità internazionale e alle risoluzioni delle Nazioni Unite”, incalza Hanan Ashrawi, già portavoce della delegazione palestinese ai negoziati di Washington, più volte ministra palestinese.

In questo clima di odio e di rabbia che crescono le giovani generazioni palestinesi. E nella “Giornata della rabbia”, vale come testimonianza diretta di una situazione drammatica, quanto scrive su Internazionale Amira Hass, firma storica di Haaretz, la giornalista israeliana che meglio conosce, avendola raccontata da anni, la realtà palestinese: “Vivo in Cisgiordania da abbastanza tempo per capire l’odio e il disgusto dei palestinesi, che assume contorni sempre più personali man mano che si allontana la speranza di ottenere la libertà. Negli ultimi venticinque anni Israele ha fatto tutto quello che era in suo potere per dimostrare le proprie ambizioni colonialiste, sfruttando nel modo più astuto il processo di negoziazione per strappare sempre più terre ai palestinesi e per smembrare ancora di più la loro collettività. Per contrastare questa politica sono stati usati tutti i mezzi possibili: manifestazioni individuali e di massa, post su Facebook e video, lancio di pietre, ordigni esplosivi e razzi da Gaza, appelli alle star della musica statunitense affinché non si esibissero in Israele, petizioni sui giornali, concerti di raccolta fondi e votazioni all’Onu.  Tutti questi mezzi hanno fallito. Lo Stato israeliano va avanti per la sua strada. Il mondo gli permette di comportarsi come se fosse al di sopra della legge, mentre i palestinesi vengono vivisezionati per ogni parola e ogni slogan che pronunciano, per ogni colpo che sparano…”. Due pesi e due misure. La speranza di pace si spegne anche così.




L’Autorità Palestinese fa il lavoro sporco per Israele: è per questo che fu creata

Asa Winstanley

30 Ottobre 2019 Middle East Monitor

Nonostante ciò che ne avrete sentito dire, l’Autorità Nazionale Palestinese non è un “governo palestinese”. Infatti, “Autorità Nazionale Palestinese” è una denominazione impropria, perché l’organismo non è dotato di autorità vera e propria e non agisce nell’ interesse della maggioranza dei palestinesi.

Innanzitutto, non è sicuramente un’istituzione democratica. Sono almeno 14 anni che non si tengono elezioni per l’Autorità Nazionale Palestinese, se escludiamo le votazioni interne.

L’ultima volta che il parlamento fittizio dell’ANP ha indetto elezioni effettivamente democratiche è stato nel 2006. Dal punto di vista dell’imperialismo USA e dei suoi alleati, però, vinse il partito sbagliato. Il Movimento Islamico di Resistenza, Hamas, vinse grazie a un programma di welfare e lotta alla corruzione, con una lista di candidati chiamata Change and Reform [Cambiamento e Riforma, ndt]. Gli elettori palestinesi votarono per Hamas vedendo in esso un cambiamento rispetto alla corruzione, ritenuta dilagante nel partito di maggioranza Fatah di Mahmoud Abbas.

Anche il fallimento della strategia del “processo di pace” del presidente dell’ANP, cioè la resa ad Israele attraverso i negoziati, ebbe un certo peso nella sorprendente sconfitta del suo partito. Eppure, invece di riflettere sul messaggio forte e chiaro inviato dagli elettori, e prepararsi a vivere all’opposizione, Fatah rifiutò di accettare il risultato delle elezioni “libere e democratiche” e di trasferire il potere ad Hamas, il nuovo governo eletto. La leadership di Fatah venne incoraggiata a questa pericolosa reazione dagli americani, dagli europei, dalla Giordania e dall’Arabia Saudita. Il risultato fu la spietata guerra civile palestinese del 2007.

Le forze armate a Gaza, guidate da Mohammed Dahlan, all’epoca influente personaggio di Fatah, erano pronte a realizzare un colpo di stato contro Hamas e i suoi combattenti. Hamas scoprì il piano ed espulse da Gaza Dahlan e i suoi uomini. Venne quindi organizzato da Abbas un colpo di stato in Cisgiordania contro il governo eletto di Hamas.

Nonostante anni di interminabili e intermittenti negoziati tra Hamas e Fatah per un “governo di unità nazionale”, da allora non ci sono state elezioni, né legislative né presidenziali. L’“Autorità Nazionale Palestinese”, quindi, non ha alcun mandato democratico. E, di fatto, non lo ha nemmeno Abbas; il suo incarico avrebbe dovuto concludersi nel 2009.

Ancor più importante, l’ANP non ha il mandato della totalità dei palestinesi, la maggior parte dei quali vivono in esilio, come rifugiati. I loro diritti non sono tutelati dall’Autorità Nazionale Palestinese. Secondo il fallimentare processo degli Accordi di Oslo, iniziato negli primi anni ‘90, il loro legittimo diritto al ritorno non è stato rispettato né tutelato.

Inoltre, anche relativamente alla limitata sfera d’influenza e alla parte di popolazione palestinese che sostiene di rappresentare nei territori occupati di Cisgiordania e Gaza – che insieme costituiscono appena il 22% della Palestina storica – l’Autorità Nazionale Palestinese agisce per far rispettare la volontà di Israele. Il settore più attivo e meglio finanziato dell’autorità è quello della sicurezza, con circa 70.000 funzionari che operano in una mezza dozzina di servizi di sicurezza.

Gli addetti alla sicurezza dell’ANP vengono addestrati da USA ed Europa, ed esistono unicamente per controllare il popolo palestinese. Il loro unico compito è prevenire la resistenza, armata o pacifica che sia, contro Israele, proteggere Israele e tutelare i leader dell’ANP. Gli ordini loro impartiti sono di farsi da parte se, sulla scena di qualsiasi evento, arriva il personale della sicurezza israeliano.

Nel 2014 Abbas definì “sacro” il coordinamento per la sicurezza tra ANP e Israele. Con il passare degli anni, però, ha più volte minacciato di porre fine a tale collaborazione con Israele, di solito quando sono stati a rischio i finanziamenti all’ANP. Eppure è rimasto fedele al suo discorso del 2004, e il coordinamento per la sicurezza tra ANP e Israele rimane ben saldo.

L’ ANP, quindi, può essere ragionevolmente considerato una marionetta, un organismo collaborazionista che esegue gli ordini dell’occupazione israeliana. Non sorprende, quindi, scoprire che sta impedendo la libertà di parola e agendo in modo autoritario e oppressivo. In questo, l’ ANP è complementare alla politica israeliana nei confronti dei palestinesi, che è sempre stata dittatoriale.

Con la sua ultima mossa autoritaria, l’ANP ha oscurato un gran numero di siti e social network palestinesi e arabi. Su richiesta del Procuratore Generale dell’ANP, il 17 ottobre la pretura di Ramallah ha ordinato il blocco di altri 59 siti web e pagine di notizie in rete.

Secondo l’ordinanza, i siti violavano la legge sui crimini informatici, approvata dall’ANP nel 2017. I gruppi per i diritti umani hanno definito la legge uno “strumento per mettere a tacere la legittima libertà di espressione e la critica alle autorità”.

La lista dei siti oscurati include Arab48, Wattan TV, Shebab News Agency, Quds News Network, Gaza Now e Metras. È da sottolineare che nessuno dei siti oscurati è israeliano.

L’Autorità Nazionale Palestinese sta nascondendo la testa sotto la sabbia, cercando di impedire la libertà di espressione e rispedendo i media nazionali in quell’oscurità in cui aveva tentato di relegarli l’occupazione israeliana, senza riuscirci”, ha dichiarato Husam Badran, portavoce di Hamas. “Il nuovo divieto può significare solo che l’ ANP e l’occupazione stanno lottando dalla stessa parte contro l’espressione nazionale palestinese, che denuncia le violazioni da parte dell’occupazione, la corruzione e il crimine”.

L’ANP si vende come strumento utile all’occupazione israeliana; riesce a fare cose che Israele non può fare. Eppure, gli israeliani considerano l’ANP sempre più irrilevante. Perché dovrebbero impiegare un subappaltatore per l’occupazione, quando possono direttamente portarla avanti loro? Questo è il dilemma in cui si trova l’ANP, da qui le periodiche e vuote minacce di chiudere la collaborazione per la sicurezza.

Tuttavia, almeno per ora, possiamo aspettarci che l’Autorità Nazionale Palestinese continuerà a fare il lavoro sporco per Israele. Dopotutto, è esattamente il motivo per cui fu creata.

Le opinioni espresse nell’articolo appartengono all’autore e non rispecchiano necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Elena Bellini)




L’ultima àncora di salvezza: la vera ragione dell’appello di Abbas alle elezioni

Ramzy Baroud

14 ottobre, 2019 – Middle East Monitor

L’appello alle elezioni nei territori occupati da parte del Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese [ANP] Mahmoud Abbas è uno stratagemma politico. Non ci saranno elezioni veramente democratiche sotto la leadership di Abbas. La vera domanda è: innanzitutto, perché lo ha fatto?

Il 26 settembre Abbas ha scelto la sede politica più importante al mondo, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, per proporre “elezioni generali in Palestina – in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est e nella Striscia di Gaza.”

Il leader palestinese ha fatto precedere al suo annuncio una nobile enfasi sulla centralità della democrazia nei suoi pensieri. “Fin dall’inizio abbiamo creduto nella democrazia come fondamento della costruzione del nostro Stato e della nostra società”, ha detto con inconfondibile disinvoltura. Ma, a conti fatti, è stata solo Hamas a rendere impossibile la missione democratica di Abbas – non Israele, e certo non il retaggio antidemocratico, evidente e corrotto della stessa ANP.

Al suo rientro da New York Abbas ha creato una commissione il cui compito, secondo i media ufficiali palestinesi, è di svolgere consultazioni con varie fazioni palestinesi riguardo alle elezioni che ha promesso.

Hamas ha immediatamente accettato l’invito alle elezioni, pur chiedendo maggiori delucidazioni. La principale richiesta del gruppo islamico, che controlla la Striscia di Gaza assediata, è di svolgere elezioni che comprendano contemporaneamente il Consiglio Legislativo Palestinese (CLP), la presidenza dell’ANP e soprattutto il Consiglio Nazionale Palestinese (CNP) – la componente legislativa dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).

Mentre l’OLP è caduta sotto lo stretto controllo di Abbas e di una cricca interna al suo stesso partito Fatah, le altre istituzioni hanno operato senza alcun mandato democratico e popolare per quasi 13 anni. Le ultime elezioni del CLP si sono tenute nel 2006, seguite da uno scontro tra Hamas e Fatah che ha portato all’attuale rottura politica tra i due partiti. Quanto al mandato di Abbas, anch’esso è scaduto nel 2009. Ciò significa che Abbas, che apparentemente crede “nella democrazia come fondamento della costruzione del nostro Stato”, è un presidente che regna in modo antidemocratico senza alcun mandato per governare i palestinesi.

Non è che i palestinesi rinuncino a esplicitare i propri sentimenti. Più volte hanno chiesto ad Abbas di andarsene. Ma l’ottantatreenne è deciso a rimanere al potere – per quanto si possa definire ‘potere’ sotto il giogo dell’occupazione militare israeliana.

L’opinione prevalente dopo la richiesta di Abbas di elezioni è che, date le circostanze, una simile impresa sia semplicemente impossibile. Tanto per cominciare, dopo aver ottenuto il riconoscimento degli USA di Gerusalemme come capitale, è difficile che Israele permetta ai palestinesi di includere Gerusalemme est occupata in qualunque futura votazione.

D’altro lato, è probabile che Hamas rifiuti l’inclusione di Gaza nelle elezioni se esse fossero limitate al CLP e escludessero la carica di Abbas e il CNP. Senza un voto per il CNP la riorganizzazione e la rinascita dell’OLP resterebbero fantomatiche, un’opinione condivisa da altre fazioni palestinesi.

Essendo consapevole di questi ostacoli, Abbas sa già che le possibilità di reali elezioni eque, libere e veramente inclusive sono minime. Ma la sua proposta è l’ultima, disperata mossa per fermare il crescente risentimento tra i palestinesi e la sua incapacità per decenni di utilizzare il cosiddetto processo di pace per ottenere i diritti del suo popolo a lungo negati.

Ci sono tre principali ragioni che spingono Abbas a compiere questa mossa in questo specifico momento.

Primo, la fine del processo di pace e della soluzione dei due Stati, attraverso una serie di iniziative israeliane e americane, hanno lasciato l’ANP, e soprattutto Abbas, isolati e con scarse disponibilità finanziarie. I palestinesi che hanno sostenuto simili illusioni politiche non sono più la maggioranza.

Secondo, lo scorso dicembre la corte costituzionale dell’ANP ha stabilito che il presidente avrebbe dovuto indire le elezioni entro i prossimi sei mesi, cioè entro giugno 2019. La corte, anch’essa sotto il controllo di Abbas, ha inteso fornire al leader palestinese uno strumento giuridico per sciogliere il parlamento precedentemente eletto – il cui mandato è scaduto nel 2010 – e predisporre nuove basi per la sua legittimazione politica. Tuttavia egli non ha rispettato la decisione della corte.

Terzo, e più importante, il popolo palestinese è chiaramente stufo di Abbas, della sua autorità e di tutti gli intrighi politici delle fazioni. Infatti, secondo un sondaggio dell’opinione pubblica svolto a settembre dal Centro palestinese per la Ricerca Politica e di Opinione, il 61% di tutti i palestinesi in Cisgiordania e Gaza vuole che Abbas si dimetta.

Lo stesso sondaggio indica che i palestinesi rifiutano l’intero discorso politico che è stato alla base delle strategie politiche di Abbas e della sua ANP. Inoltre, il 56% dei palestinesi è contrario alla soluzione dei due Stati; quasi il 50% ritiene che l’azione dell’attuale governo dell’ANP di Mohammed Shtayyeh sia peggiore del precedente e il 40% vuole che l’ANP venga sciolta.

Significativamente, il 72% dei palestinesi vuole che le elezioni legislative e presidenziali si svolgano in tutti i territori occupati. La stessa percentuale vuole che l’ANP interrompa la sua partecipazione all’assedio imposto alla Striscia di Gaza.

Abbas si trova ora nella posizione politica più debole da quando ha preso il potere, molti anni fa. Privo del controllo sugli esiti politici che sono decisi da Tel Aviv e Washington, ha fatto ricorso ad una vaga richiesta di elezioni che non hanno possibilità di successo.

Mentre l’esito è prevedibile, Abbas spera che, per ora, potrà ancora una volta apparire come il leader impegnato che rivolge l’attenzione al consenso internazionale e ai desideri del suo popolo.

Ci vorranno mesi di spreco di energie, di contese politiche e di un imbarazzante circo mediatico prima che l’imbroglio delle elezioni vada in pezzi, lasciando il campo ad un gioco al massacro tra Abbas ed i suoi rivali che potrebbe durare mesi, se non anni.

È difficile che questa sia la strategia che il popolo palestinese – che vive sotto una brutale occupazione ed un soffocante assedio – necessiti o desideri. La verità è che Abbas e qualunque classe politica egli rappresenti sono diventati un vero ostacolo nel cammino di una nazione che ha un disperato bisogno di unità e di una strategia politica seria. Ciò che il popolo palestinese chiede con urgenza non è una timida chiamata al voto, ma una nuova leadership, una richiesta che ha ripetutamente espresso, benché Abbas rifiuti di ascoltare.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Cosa c’è dietro la campagna saudita contro Hamas?

Adnan Abu Amer

23 settembre 2019 Al Jazeera

Attraverso i ripetuti  arresti dei suoi sostenitori e l’interruzione dei i flussi finanziari verso Gaza, Riyadh cerca di mettere Hamas colle spalle al muro

Il 9 settembre Hamas ha rilasciato una sorprendente dichiarazione ufficiale che condanna gli arresti di alcuni dei suoi sostenitori residenti in Arabia Saudita. Da aprile, decine di palestinesi, giordani e cittadini sauditi sono stati arrestati e accusati di appartenere e sostenere Hamas attraverso la raccolta di donazioni a favore del movimento.

Alcuni sono stati presumibilmente torturati, altri sono stati espulsi; a molti sono state congelate le attività e monitorati i trasferimenti finanziari. Inoltre, sono stati imposti controlli severi sulle rimesse verso i territori palestinesi, cosa che durante l’estate ne ha determinato un blocco quasi completo.

Per mesi, Hamas è rimasto per lo più silenzioso, sperando che la mediazione politica potesse risolvere il problema. Importanti dirigenti di Hamas si sono rivolti ripetutamente alle autorità saudite in merito alla questione chiedendo anche la mediazione di vari funzionari arabi.

La dichiarazione ufficiale che condanna la campagna saudita contro i suoi sostenitori suggerisce che gli sforzi di mediazione siano falliti e che le tensioni non siano state risolte. Sembra che questa crisi sia stata scatenata dall’alleanza saudita con l’amministrazione Trump e il suo “accordo del secolo”, insieme alla sua campagna diplomatica contro l’Iran.

 Relazioni tra Arabia Saudita e Hamas

Dopo la costituzione di Hamas negli anni ’80, la sua leadership ha intrattenuto per anni buoni rapporti con l’Arabia Saudita. Sebbene le autorità saudite non abbiano mai inviato al partito finanziamenti diretti, hanno consentito la raccolta di fondi sul proprio territorio.

All’inizio degli anni 2000, Hamas ha iniziato ad avvicinarsi all’Iran, il che ha inevitabilmente influenzato le relazioni con l’Arabia Saudita. Nel 2007, in seguito alla vittoria di Hamas alle elezioni legislative palestinesi e agli scontri con Fatah a Gaza, Riyadh ha cercato di mediare la riconciliazione tra i due, ma non è riuscito a farlo, il che ha inasprito ulteriormente l’atteggiamento saudita nei confronti della leadership di Hamas.

Quando nel 2011 è scoppiata la primavera araba e le proteste di massa contro il regime di Assad si sono diffuse in tutta la Siria, Hamas si è trovata sempre di più in conflitto con l’Iran. Mentre i disordini si trasformavano in una guerra civile, il movimento ha deciso di appoggiare l’opposizione siriana, interrompendo di fatto i rapporti con Teheran, schierata con Damasco.

Questo sviluppo  gradito ai sauditi è stato oscurato dal colpo di stato militare del 2013 in Egitto e dalla rimozione del presidente egiziano Mohamed Morsi. Il sostegno saudita all’allontanamento del primo presidente egiziano eletto democraticamente e la contrarietà di Hamas hanno esacerbato le loro relazioni, interrompendo le visite ufficiali della leadership di Hamas a Riyadh.

Il nuovo regime al Cairo ha accresciuto la pressione su Gaza, mentre si approfondiva la crisi nelle relazioni con Fatah. Di conseguenza, sentendosi sempre più isolato, nel 2017 Hamas ha iniziato a riprendere i contatti con l’Iran.

Da allora, le relazioni con Teheran sono notevolmente migliorate, come dimostrato da una visita ufficiale di una delegazione di Hamas nel Paese nel luglio di quest’anno e dal suo incontro con il leader supremo l’ayatollah Ali Khamenei.

Una nuova crisi

L’inizio del riavvicinamento tra Iran e Hamas ha coinciso approssimativamente con la svolta della strategia americana nei confronti dell’Iran. L’amministrazione Trump si è ritirata dall’accordo nucleare e ha annunciato una politica di “massima pressione” verso Teheran, che sia l’Arabia Saudita che Israele hanno accolto con favore.

Allo stesso tempo, Washington ha legato essenzialmente la sua politica verso l’Iran ai suoi sforzi per far passare un “accordo di pace” tra israeliani e palestinesi, che prevede il sostegno da parte degli Stati arabi e la normalizzazione dei loro rapporti con Israele. L’Arabia Saudita ha mostrato abbastanza esplicitamente il suo sostegno al piano.

In questo contesto, gli atteggiamenti ufficiali nei confronti della Palestina hanno cominciato a cambiare.

Il principe ereditario Mohammed bin Salman (MBS) ha iniziato a fare pressioni sull’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) perché accettasse l’accordo americano già nel 2017. Nel 2018, circolavano delle voci secondo le quali [MBS] avrebbe minacciato il presidente palestinese Mahmud Abbas e gli avrebbe offerto  sostegno finanziario per incoraggiarlo ad accettare i termini dell’accordo americano.

Quindi, all’inizio di quest’anno, Riyadh ha rivolto il suo sguardo su Gaza. Ad aprile hanno avuto luogo i primi arresti dei sostenitori di Hamas, inclusa la detenzione del dott. Mohammed al-Khodary, da oltre 20 anni responsabile delle relazioni bilaterali. Ciò è stato seguito da un chiaro cambiamento nel linguaggio saudita sui social media e su quelli tradizionali.

A maggio, il quotidiano saudita La Mecca ha pubblicato un elenco di 40 personaggi islamici in tutto il mondo descritti come terroristi influenzati dalle idee dei Fratelli Musulmani. Tra questi, il fondatore di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin, l’ex leader Khaled Meshaal, l’attuale leader Ismail Haniya, e i suoi comandanti militari Mohammad al-Deif e Yahya al-Sinwar.

Quindi, durante l’offensiva israeliana contro Gaza, nello stesso mese, attivisti e blogger sauditi hanno scritto tweet di solidarietà con Israele e hanno attaccato Hamas, accusandolo di lavorare per l’Iran e la Turchia e chiedendo a Israele di contrastare quello che hanno definito il “terrorismo” del “sangunario” Hamas. Queste affermazioni sono state unanimemente accolte con favore da Israele.

Secondo i funzionari di Hamas con cui ho parlato, l’Arabia Saudita ha affermato che Hamas deve “risolvere i suoi problemi con gli americani”. Sebbene non sia chiaro cosa significhi in modo specifico, la leadership di Hamas ritiene che questa campagna miri a spingerla ad accettare “l’accordo del secolo” dell’amministrazione Trump e a cessare la sua resistenza armata contro l’occupazione israeliana.

Oltre che cercare di soddisfare il desiderio americano di esercitare pressioni sul movimento e di prosciugarne le fonti di finanziamento, la campagna saudita contro Hamas sta anche tentando di frenarne il riavvicinamento all’Iran.

 E adesso?

La decisione di Hamas di rendere pubblica la campagna saudita contro i suoi membri mostra chiaramente il suo rifiuto di perseguire migliori relazioni con l’Arabia Saudita attraverso il taglio delle relazioni con l’Iran. In passato [Hamas] ha mantenuto relazioni equilibrate con entrambi i Paesi e vuole che ciò continui.

La resistenza di Hamas alle pressioni saudite potrebbe spingere Riyad a intensificare la sua campagna contro il movimento. La sua demonizzazione nei media sauditi probabilmente continuerà, così come gli sforzi per tagliare i suoi canali di finanziamento.

Il regno potrebbe anche esercitare pressioni politiche ed economiche su altri Paesi arabi per dare un giro di vite su Hamas e fare pressioni affinché la Lega araba lo definisca come un’organizzazione terroristica, come fece con Hezbollah nel 2016.

Se la pressione saudita persistesse e aumentasse, ciò inciderebbe senza dubbio sulla precaria situazione di Hamas nella regione e rafforzerebbe le sue relazioni con l’Iran, il quale ha ripristinato il suo sostegno militare e finanziario a favore del movimento.

Mentre Hamas si sentirà sempre più con le spalle al muro, il popolo palestinese sarà quello che ne pagherà il prezzo, poiché nella Striscia di Gaza le condizioni di vita e il disastro economico continueranno a peggiorare .

Per ora, nonostante le attuali tensioni, Hamas appare desideroso di non interrompere completamente le sue relazioni con l’Arabia Saudita. Tenterà di resistere alla tempesta nella speranza che la situazione politica nel regno e nella regione cambi e ci si avvii a un eventuale disgelo nelle relazioni.

Nel contesto del crescente allineamento arabo con le posizioni statunitensi e saudite, questa crisi è vista dai palestinesi come un’ulteriore indicazione del fatto che [essi] sono stati in gran parte lasciati in balia dei loro occupanti e dei loro sostenitori occidentali dai governi arabi.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Il Dr. Adnan Abu Amer è il responsabile del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Ummah a Gaza.

(Traduzione di Aldo Lotta)




Nuovo sondaggio: più del 60% dei palestinesi vuole che Abbas lasci

The Palestine Chronicle – 18 settembre 2019

Secondo un sondaggio, il 60% dei palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza vuole che il Presidente Mahmoud Abbas si dimetta.
Felesteen.ps riferisce che, da una ricerca condotta dal Centro Palestinese di Ricerca Politica e Sondaggi tra l’11 e il 14 settembre, emerge che il 50% dei palestinesi vorrebbe tornare all’Intifada armata, data la mancanza di passi avanti nel processo di pace, mentre il 40% chiede lo scioglimento dell’Autorità Palestinese.

Tra il 32 e il 50% degli intervistati ritiene che i risultati del governo siano peggiori di quelli del suo predecessore.
Il 56% è contrario alla soluzione dei due Stati, con il 37% che preferisce la resistenza armata e il 32% a favore di una soluzione nonviolenta della questione palestinese.

I contrari all’accordo di pace USA, l’“Accordo del Secolo”, raggiungono il 69% e il 72% boccia il coinvolgimento americano nella risoluzione della crisi dei rifugiati palestinesi.


Circa i tre quarti – il 72% – chiedono che si tengano elezioni legislative e presidenziali e vogliono che l’Autorità Palestinese tolga le sanzioni che ha imposto alla Striscia di Gaza sotto assedio.
Il sondaggio ha rilevato che il 63% dei palestinesi di Gaza si sente al sicuro, rispetto al 52% della Cisgiordania; a Gaza, il 43% ha dichiarato di sentirsi libero di criticare Hamas, mentre in Cisgiordania è il 36% che si sente libero di criticare Fatah.

(Middle East Monitor, PC, Social Media)

 

(Traduzione di Elena Bellini)




Ricordare il “disimpegno” di Israele da Gaza

Rebecca Stead

15 agosto 2019 – Middle East Monitor

Cosa: Israele smantellò le sue colonie nella Striscia di Gaza, ritirando tutti i coloni e le truppe di terra dall’enclave.

Dove: Nella Striscia di Gaza, Palestina occupata.

Quando: Il 15 agosto 2005

Cos’è successo?

Il 15 agosto 2005 Israele iniziò il suo disimpegno dalla Striscia di Gaza, che aveva occupato dalla guerra dei Sei Giorni del 1967. Nel corso di 38 anni Israele aveva creato circa 21 colonie nell’enclave costiera e trasferito nel territorio circa 9.000 coloni, in violazione delle leggi internazionali.

Di fronte a costi in vertiginosa ascesa per l’amministrazione del territorio, Israele decise di far uscire dalla Striscia le sue forze armate e i coloni illegali. Mentre le telecamere di tutto il mondo li riprendevano, i coloni che non volevano andarsene vennero portati via a forza dalle proprie case, un momento perfetto di propaganda che dimostrava la “volontà” di Israele di ritirarsi dai territori occupati nel tentativo di “riannodare” il processo di pace.

Quattordici anni dopo Israele non si è in realtà disimpegnato da Gaza: conserva il controllo dei suoi confini terrestri, dell’accesso al mare a allo spazio aereo. La popolazione di 1,9 milioni di Gaza rimane sottoposta a un’occupazione a “controllo remoto” e a un rigido assedio, che ha distrutto l’economia locale e soffocato l’esistenza dei palestinesi.

Il grande piano di Sharon

Benché il disimpegno sia iniziato nel 2005, la politica era già in atto da tempo. Nel mezzo della Seconda Intifada – una rivolta popolare nei territori palestinesi che ebbe luogo tra il settembre del 2000 e gli inizi del 2005 – l’allora primo ministro Ariel Sharon propose il disimpegno dalla Striscia di Gaza.

Prima delle elezioni israeliane del 2003, Sharon aveva manifestato il proprio appoggio alla continuazione della colonizzazione del suo Paese nella Striscia, affermando che “il destino di Tel Aviv è quello di Netzarim”, una colonia nel sud della Striscia di Gaza. Eppure dopo la sua elezione Sharon sembrò aver cambiato parere, spiegando nel dicembre di quell’anno che “l’obiettivo del piano di disimpegno è ridurre il più possibile il terrorismo e garantire ai cittadini israeliani il massimo livello di sicurezza.”

Proseguì: “Il processo di disimpegno porterà a un miglioramento della qualità di vita (degli israeliani), aiuterà a rafforzare l’economia israeliana, (…) incrementerà la sicurezza degli abitanti di Israele e ridurrà la pressione sulle IDF (Forze di Difesa Israeliane) e sulle forze di sicurezza.”

In una lettera dell’aprile 2004 all’allora presidente USA George Bush, Sharon sottolineò la sua visione del disimpegno, proponendo che Israele “trasferisse le installazioni militari e tutti i villaggi e cittadine israeliane dalla Striscia di Gaza.” Il piano includeva l’eliminazione di quattro colonie illegali dalla Cisgiordania settentrionale.

Nell’ottobre di quell’anno, la Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] approvò in via preliminare alla proposta di Sharon. Uno dei più accesi critici fu il ministro degli Affari Esteri Benjamin Netanyahu, che minacciò di dimettersi dal governo salvo che Sharon non avesse sottoposto il progetto a un referendum. Alla fine fece marcia indietro, citando la “nuova situazione” presentata dalla prevista dipartita del leader palestinese di lungo corso Yasser Arafat, che morì l’11 novembre 2004.

Nel febbraio 2005 il piano di disimpegno venne approvato ufficialmente dalla Knesset, mentre in marzo ai cittadini israeliani che non vivessero già nella Striscia di Gaza venne vietato di insediarsi nel territorio. La scena era pronta.

Luci, motore, azione

Il 15 agosto Israele iniziò a realizzare il disimpegno. Gush Katif – un blocco di colonie nel sud della Striscia – venne dichiarato zona militare chiusa e il valico di Kissufim, la principale arteria che collegava la colonia a Israele, venne chiuso.

Alle 8 ora locale (le 5 ora di Greenwich) forze israeliane entrarono a Gush Katif, andando di casa in casa con l’ordine che i coloni se ne dovevano andare. Alcuni accettarono di farlo in modo pacifico, essendogli stato offerto un pacchetto di misure di indennizzo fino a 500.000 dollari. Altri si rifiutarono di andarsene, obbligando l’esercito israeliano a portarli via con la forza dalle loro colonie.

Immagini di coloni portati via a calci dalle loro abitazioni e che gridavano vennero diffuse in tutto il mondo. Alcuni bambini dei coloni lasciarono le proprie case con le mani in alto, con stelle di David gialle simili a quelle che contraddistinguevano gli ebrei durante l’Olocausto. Questi “fiumi di lamenti” vennero descritti dalla stampa israeliana come “kitsch” e “squallidi”, mentre molti israeliani criticarono duramente l’invocazione dell’Olocausto da parte dei coloni.

Come notò Donald Macintyre – l’ex capo dell’ufficio dell’“Independent” [giornale britannico di centro sinistra, ndtr.] a Gerusalemme – nel suo libro “Gaza: preparandosi all’alba”: “C’era qualcosa di teatrale in questo congedo forzoso – e in tutto il ritiro israeliano da Gaza.”

Il 22 agosto l’evacuazione era stata in buona misura completata. Le forze israeliane distrussero con i bulldozer migliaia di case, edifici pubblici e luoghi di culto; persino i cadaveri nei cimiteri ebraici vennero esumati e sepolti di nuovo in Israele.

La maggior parte dell’apparato militare israeliano venne rimosso e il 21 settembre il governo dichiarò che la Striscia di Gaza era territorio extragiudiziale e designò i valichi nell’enclave come confini internazionali che richiedevano documenti di viaggio.

Nei giorni seguenti i palestinesi camminarono per le vie delle colonie ora abbandonate che erano state loro vietate per decenni. I bambini raccolsero palloni e giocattoli lasciati dai bambini israeliani per portarli a casa ai propri fratelli. Alcuni erano felici che l’occupazione se ne fosse andata, mentre altri corsero al mare che prima non potevano raggiungere. I festeggiamenti non sarebbero durati a lungo.

Come evidenziò Macintyre, benché il disimpegno “rappresentasse certamente un precedente storico, il paradosso era che segnava anche l’inizio di un decennale e opprimente blocco economico di Gaza e di tre attacchi militari da parte di Israele più devastanti di ogni altro nella turbolenta storia del territorio.”

Forse i semi di quello che stava per avvenire erano stati seminati nel settembre 2005. Meno di una settimana dopo che Israele aveva dichiarato Gaza territorio extragiudiziale, aerei da guerra israeliani bombardarono la Striscia, uccidendo parecchi palestinesi, tra cui il comandante della Jihad islamica Mohammed Khalil. Gli attacchi israeliani colpirono anche una scuola e altri edifici che [Israele] sosteneva fossero stati usati per costruire razzi.

La narrazione di Israele riguardo al disimpegno sostiene che, in seguito alla sua decisione di lasciare la Striscia, ai palestinesi era stata offerta una grande opportunità di diventare economicamente prosperi. Questa narrazione spesso ricorda le serre lasciate dai coloni che, a quanto si dice, vennero immediatamente distrutte dai palestinesi con un caratteristico delirio di imprevidenza.

Tuttavia, anche se qualche serra venne depredata di alcune parti, esse rimasero in grande misura intatte. Il raccolto di novembre rese un valore di 20 milioni di dollari in frutta e verdure pronte da esportare in Europa e altrove, molte delle quali marcirono per il caldo autunnale in quanto rimasero in attesa dei controlli di sicurezza al valico di confine di Karni. Secondo stime dell’ONU, solo il 4% del raccolto stagionale venne esportato.

Occupazione a controllo remoto

Nel gennaio 2006 nella Striscia di Gaza e nella Cisgiordania occupata si tennero le elezioni per il consiglio legislativo palestinese (CLP). Hamas, all’epoca un movimento popolare palestinese, vinse 74 dei 132 seggi, battendo tra i più votati Fatah – che aveva dominato la politica palestinese per decenni. Ismail Haniyeh, del movimento islamico, venne eletto primo ministro dell’ANP.

A febbraio Israele sospese il trasferimento dei dazi doganali all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), imponendo limitazioni agli spostamenti dei membri di Hamas a Gaza. Dopo che Fatah rifiutò di collaborare con il governo guidato da Hamas – e una fazione all’interno di Fatah venne sostenuta da Israele e dagli USA per fare un colpo di stato contro Hamas – ne seguì una guerra civile di fatto, che portò a una definitiva divisione del governo nel giugno 2007 e al consolidamento del potere di Hamas nella Striscia, con Fatah che continuò a governare a Ramallah sotto Mahmoud Abbas. La fine del 2007 vide Israele chiudere totalmente i confini di Gaza, sottoponendola a un duro assedio che continua fino ad oggi.

Nel corso dell’assedio, arrivato ormai ai 12 anni, Israele ha continuato a strangolare Gaza a distanza. Dopo tre pesanti offensive militari israeliane – in cui sono stati uccisi circa 4.000 palestinesi – e innumerevoli attacchi aerei, le infrastrutture e il sistema sanitario della Striscia sono a pezzi. Circa il 54% della popolazione di Gaza ora è disoccupata, mentre il 53% vive al di sotto della soglia ufficiale di povertà di 2 dollari al giorno.

Invivibile”, “prigione a cielo aperto” e occupazione “a controllo remoto” sono diventati luoghi comuni quando si descrive oggi l’enclave costiera. Gaza rimane un territorio occupato, senza controllo sui suoi confini, sulle acque del territorio o sullo spazio aereo. Nel contempo Israele rispetta ben poche delle sue responsabilità in quanto potere occupante, non provvedendo alle necessità fondamentali dei civili palestinesi che vivono nel territorio.

In Israele il disimpegno viene generalmente visto come un errore, non a causa delle misere condizioni umanitarie che colpiscono i palestinesi in conseguenza di ciò, ma perché non ha portato alcun “vantaggio per la sicurezza o diplomatico” a Israele.

Oggi importanti personalità del sistema politico israeliano, compresa la ministra della Cultura Miri Regev e il presidente della Knesset Yuli Edelstein, hanno manifestato pentimento per il disimpegno di Israele da Gaza. Politici di destra come la leader di “Yemina”, Ayelet Shaked, e il ministro dei Trasporti Bezalel Smotrich hanno chiesto l’annullamento del disimpegno e la ricostruzione delle colonie israeliane illegali là.

Nella corsa alle elezioni politiche israeliane del settembre 2019, le seconde quest’anno, il reinsediamento nella Striscia di Gaza è stato propagandato da quei ministri di destra come modo per rimediare all’errore storico di Sharon. Con gli stessi politici che invocano attivamente l’annessione dell’Area C della Cisgiordania a Israele, il prossimo mandato della Knesset potrebbe vedere Israele ri-colonizzare la Striscia di Gaza e porre ancora una volta la popolazione palestinese sotto diretto potere militare [israeliano].

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione di Amedeo Rossi)