Tre mesi dopo il cessate il fuoco a Gaza: Israele espande il proprio controllo e rade al suolo interi quartieri

Yarden Michaeli

15 gennaio 2026 – Haaretz

Mentre l’inviato USA Steve Witkoff annuncia la prossima fase del piano di Trump per Gaza, immagini satellitari rivelano che l’esercito israeliano sta estendendo la linea gialla sotto il suo controllo più profondamente entro le aree controllate da Hamas, mentre Hamas costruisce tendopoli

A tre mesi dall’annuncio del cessate il fuoco tra Israele e Hamas immagini satellitari rivelano sviluppi significativi sul terreno in tutta la Striscia di Gaza.

Ciò include il consolidamento delle Forze di Difesa di Israele (IDF) [l’esercito israeliano, ndt.] lungo il confine della sua area di controllo nella Striscia. Questo confine, noto come Linea Gialla, in alcuni casi si estende per centinaia di metri entro il territorio che è ufficialmente considerato essere sotto il controllo di Hamas. Le immagini mostrano anche zone di distruzione che si sono ampliate dopo l’inizio del cessate il fuoco, compresa l’area di Jabalya e il quartiere di Shujaiyeh, entrambi all’interno e oltre la zona sotto il controllo dell’IDF. Nel territorio controllato da Hamas sono state costruite nuove tendopoli per ospitare decine di migliaia di sfollati gazawi.

Tutti questi sviluppi avvengono mentre la Striscia, in seguito all’attuazione solo parziale del piano del presidente USA Donald Trump per porre fine alla guerra di Gaza, resta in una situazione di limbo, mentre continuano regolarmente a verificarsi spari, attacchi aerei e scontri. La cessazione ufficiale delle ostilità in ottobre e il rilascio degli ostaggi dalla detenzione di Hamas sono stati considerati una fase transitoria in vista della piena attuazione dell’accordo di Trump che prometteva, tra le altre cose, di gestire il ritiro dell’IDF dalla maggior parte di Gaza, la ricostruzione dell’enclave, il rifornimento di soccorsi per le masse di gazawi sfollati e il disarmo di Hamas.

Alcuni di questi passi in effetti sono stati compiuti: gli ostaggi in vita e tutti i cadaveri tranne uno sono stati restituiti a Israele, l’IDF ha ritirato in parte le sue forze e la Striscia adesso è divisa lungo una linea di controllo, la Linea Gialla. Tuttavia le parti devono ancora procedere alla fase successiva dell’accordo e la situazione ad interim si sta trascinando. Mercoledì l’inviato USA Steve Witkoff ha annunciato l’inizio della fase successiva del piano, mentre il primo ministro [israeliano] Benjamin Netanyahu ha affermato che si tratta solo di un passo simbolico.

L’esercito israeliano controlla circa il 54% del territorio di Gaza. Qui si possono vedere la divisione del controllo nella Striscia e alcune delle aree di attività documentate dal satellite:

Modifiche avvenute durante il cessate il fuoco

Le ultime immagini satellitari sono state riprese da Planet Labs [società statunitense che monitora quotidianamente la situazione del pianeta tramite immagini satellitari, ndt.]. Un esame delle immagini mostra che dopo l’entrata in vigore dell’accordo l’IDF ha riorganizzato e dispiegato le sue forze, tra gli altri luoghi, lungo la Linea Gialla, che il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha recentemente definito come “il nuovo confine di Israele.” Nel quadro di questi sviluppi l’IDF ha creato nuovi avamposti nelle zone sotto il suo controllo.

Secondo l’organizzazione britannica Forensic Architecture [guidata dal noto architetto israeliano Eyal Weizman, ndt.] dall’inizio del cessate il fuoco fino alla metà di dicembre l’IDF ha creato 13 nuovi avamposti all’interno della Striscia. Tra questi due grandi avamposti nell’area di Jabalya. Gli avamposti sono alti, sovrastano il territorio e consentono un’ampia visuale. La loro costruzione ha implicato la demolizione di edifici e lo sgombero di terreni, nonché l’utilizzo di pesante tecnologia ingegneristica per costruire alti terrapieni dai quali è possibile osservare tutto il nord di Gaza. I palestinesi hanno postato dei video online che li mostrano.

Le immagini satellitari mostrano anche che dopo il cessate il fuoco l’IDF ha continuato a demolire centinaia di ulteriori edifici a Jabalya intorno all’ospedale indonesiano. La gran parte delle distruzioni si trova sul lato israeliano della Linea Gialla, come compare sulle pubblicazioni ufficiali dell’IDF, ma è chiaro che molti altri edifici sono stati distrutti anche ad ovest della Linea. Un video a livello del suolo mostra la considerevole altezza dei nuovi avamposti a Jabalya. Uno di questi video è stato diffuso da Canale 11.

Secondo dichiarazioni ufficiali dell’IDF e testimoni palestinesi la zona della Linea Gialla è un costante punto caldo per incidenti, compresi colpi di arma da fuoco e vittime. Secondo il Ministero della Sanità palestinese, che nei suoi rapporti non fa distinzione tra civili e combattenti, dall’annuncio del cessate il fuoco in varie località della Striscia sono stati uccisi 449 palestinesi e altri 1.246 sono stati feriti. Secondo l’UNICEF 100 delle vittime sono minorenni. In un incidente due bambini di 10 e 12 anni, che secondo le loro famiglie stavano cercando legna per il fuoco, sono stati uccisi in un attacco aereo. In seguito l’IDF ha detto di aver preso di mira due sospetti che attraversavano la Linea Gialla e di aver agito per “neutralizzare la minaccia.” Dopo il cessate il fuoco tre soldati dell’IDF sono stati uccisi nel sud della Striscia da spari anticarro e da cecchini di Hamas.

. La linea non è segnata in modo continuo sul terreno: l’IDF ha posizionato grossi blocchi gialli di cemento, a volte distanti tra loro centinaia di metri, per indicare il tracciato. I palestinesi hanno testimoniato che ogni tanto l’IDF sposta i blocchi verso ovest, dentro al territorio controllato da Hamas. L’analisi delle immagini satellitari mostra che in varie zone lungo la Linea Gialla c’è sicuramente una differenza tra la posizione dei blocchi gialli sul terreno e quella della Linea Gialla così come segnalata nelle pubblicazioni ufficiali dell’esercito, compresa la mappa pubblicata dall’Unità portavoce dell’IDF in arabo per la popolazione di Gaza. Per esempio nel quartiere di Shujaiyeh, nella parte orientale di Gaza City, nelle immagini satellitari si possono identificare i blocchi di cemento gialli posti a circa 300 metri ad ovest della Linea Gialla ufficiale segnalata nella mappa dell’IDF.

Organi di informazione internazionali hanno identificato altri luoghi in cui le pubblicazioni ufficiali non coincidono con la realtà sul terreno. Come rivelato da Haaretz un mese fa, dopo il cessate il fuoco l’IDF ha continuato a demolire altre centinaia di edifici a Shujaiyeh, ad ovest della linea ufficiale, oltre la linea dei blocchi gialli.

In risposta, l’IDF ha affermato: “All’interno del quadro del cessate il fuoco, le operazioni dell’IDF sono condotte per contrastare le minacce delle organizzazioni terroriste a Gaza, guidate da Hamas, che hanno ripetutamente violato il cessate il fuoco. L’IDF lavora per marcare in modo visibile la Linea Gialla, conformemente alle condizioni del terreno e alle valutazioni operative aggiornate e svolge le necessarie attività operative nell’area sforzandosi di minimizzare il più possibile i danni ai civili, nel rispetto del diritto internazionale.”

L’esercito non ha risposto a specifiche domande, quali: perché la posizione dei blocchi sul terreno non è aggiornata sulla mappa ufficiale, perché la linea non è segnata in modo continuo sul terreno in modo da ridurre i danni ai civili e perché la distruzione di edifici si sta espandendo anche al di là della Linea Gialla, in aree sotto il controllo di Hamas.

La distruzione avvenuta negli ultimi mesi si aggiunge alla cancellazione di intere città nella Striscia durante la guerra. Secondo l’ultimo rapporto del Centro Satelliti delle Nazioni Unite, che misura la portata della distruzione nella Striscia fino a metà ottobre, durante la guerra più dell’80% delle strutture sono state distrutte o danneggiate.

Il risultato diretto dell’estesa distruzione è uno sfollamento di massa che provoca durissime sofferenze ai gazawi. Secondo l’ONU centinaia di migliaia di persone lottano per sopravvivere in tende danneggiate dalla pioggia, dal vento e dalle mareggiate o in edifici a rischio di crollo. In totale 1,3 milioni di persone necessitano di assistenza. Solo negli ultimi giorni migliaia di tende e rifugi di fortuna che ospitavano decine di migliaia di persone sono state distrutte o danneggiate dalla pioggia e dai forti venti.

Recentemente Haaretz ha riferito che i medici nella Striscia hanno rilevato un aumento delle malattie e delle ospedalizzazioni, attribuibili in parte al fatto di aver vissuto a lungo in tende umide. Il Ministero della Sanità palestinese ha riferito che sette persone sono morte di freddo dall’inizio dell’inverno e che altri 25 gazawi sono stati uccisi dal crollo di edifici.

A fronte di questo scenario le immagini satellitari ottenute da Haaretz mostrano che nel territorio controllato da Hamas nelle scorse settimane sono state allestite almeno quattro grandi tendopoli, due nel centro della Striscia e altre due nel nord di Gaza City.

Secondo il Comitato egiziano, un ente impegnato a fornire aiuti nella Striscia, la tendopoli vicina al Corridoio Netzarim [strada costruita da Israele che taglia a metà la Striscia di Gaza, ndt.] dovrebbe ospitare 15.000 famiglie. Nell’ambito degli sforzi per assistere gli sfollati le agenzie dell’ONU hanno anche bonificato e livellato il terreno nel quartiere Hamad di Khan Younis, allestendovi una tendopoli per spostare una parte degli sfollati lontano dalle durissime condizioni sulla costa. Nonostante questi sforzi ci vorranno enormi risorse per assistere la massa di sfollati che sono vissuti nelle tende per due anni.

All’interno della transizione alla fase due dell’accordo di Gaza si prevede che sia creata un’area residenziale per gazawi non affiliati ad Hamas nel territorio sotto controllo israeliano. Immagini satellitari pubblicate da Haaretz la scorsa settimana mostrano scavi, sgombero di macerie e livellamenti vicino a Rafah in un’area che secondo l’esercito sarebbe destinata a questo scopo. I lavori di sterro, iniziati circa un mese fa, coprono un km2. Fonti militari hanno affermato che nella fase iniziale l’area ospiterà 20.000 gazawi.

Tuttavia per ora non è chiaro se e quando le parti avvieranno realmente la fase successiva.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna, Amedeo Rossi)




La distruzione del patrimonio culturale a Gaza mira a cancellare – e sostituire – la storia della Palestina

Pilar Montero Vilar

9 ottobre 2024 – The Conversation

Nel 2016 il fotografo inglese James Morris ha dato alle stampe Time and Remains of Palestine (Il tempo e le rovine della Palestina). Le immagini riprodotte in questo libro testimoniano dell’assenza di monumenti architettonici e degli invisibili momenti di storia sepolti tra le macerie e la desolazione della Palestina.

Crocevia tra l’Asia e l’Africa, la Palestina è sempre stata un’area di grande importanza strategica e nel corso della storia è stata abitata da diverse civiltà. Questo vuoto pertanto non si spiega se non con una falsa storia, che origina direttamente dal movimento dei coloni israeliani, il quale cerca di distruggere le tracce materiali di altre culture perché rimandano a un passato molto più complesso di quanto essi vorrebbero ammettere.

Questa complessità è stata minuziosamente dimostrata in un rapporto di Forensic Architecture su un sito archeologico noto come il porto di Anthedon, antico porto marittimo di Gaza, abitato per la prima volta tra il 1100 e l’800 a.C. [agenzia di ricerca multidisciplinare fondata nel 2010 dall’architetto e ricercatore di origine israeliana Eyal Weizman, , fa parte del Comitato Consultivo Tecnologico della Corte Penale Internazionale, ndt]

Ottobre 2023: il costo umano ha la precedenza su quello culturale

Il 7 ottobre 2023, il giorno dopo il 50esimo anniversario della guerra dello Yom Kippur, gli israeliani celebravano la festività di Simchat Torah (Gioia della Torah). Nel frattempo, il muro costruito da Israele all’interno della Striscia di Gaza veniva superato da più di 1200 membri di Hamas in un attacco a sorpresa. Hanno rapito più di 200 persone e lasciato dietro di sé almeno 1.200 morti e quasi 3500 feriti.

Israele ha prontamente dichiarato lo stato di guerra per la prima volta dal 1973. Il conflitto, che ha da poco superato l’anno di durata, è diventato una catastrofe umanitaria di proporzioni inaudite per 2,3 milioni di palestinesi. I numeri sono sconcertanti: più di 41.000 morti, di cui più di 14.000 bambini, quasi 100.000 feriti e più di due milioni di sfollati.

Un mese dopo lo scoppio della guerra, in occasione della sua 42esima Conferenza Generale, l’UNESCO ha dichiarato che “l’attuale distruzione e annientamento della cultura e del patrimonio a Gaza sono ancora da quantificare, poiché tutti gli sforzi al momento sono concentrati sul salvataggio di vite umane”.

Monitorare il disastro

Le proporzioni della catastrofe umanitaria di Gaza hanno fatto sì che la distruzione su vasta scala di elementi significativi della storia e dell’identità palestinesi potesse passare facilmente in secondo piano. Tuttavia, nell’aprile 2024 il Servizio d’Azione Mine delle Nazioni Unite [agenzia per l’eliminazione delle minacce di mine ed esplosivi, n.d.t.] ha stimato che “a Gaza ogni metro quadrato interessato dal conflitto contiene circa 200 Kg di macerie”.

I beni culturali sono stati un obbiettivo dell’offensiva israeliana sin dall’inizio del conflitto e già a novembre la devastazione delle città settentrionali della Striscia superava di gran lunga quella causata dal famigerato bombardamento di Dresda nel 1945. Non possiamo dimenticare che la Striscia di Gaza è soltanto una ristretta area costiera che misura all’incirca 365 km², ricca di siti storici e archeologici, che la comunità internazionale ha riconosciuto come territorio occupato dal 1967.

Nell’ultimo secolo la ricerca ha individuato a Gaza almeno 130 siti che, in qualità di occupante, Israele è tenuto dalla legge internazionale a proteggere, insieme al resto del patrimonio naturale e culturale della zona. Questi obblighi sono sanciti dalle seguenti convenzioni: Convenzione sulla prevenzione e punizione del crimine di genocidio (1948); Convezioni di Ginevra (1949) e loro allegati; Convenzione dell’Aja per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato (1954).

Fino al 17 settembre 2024, l’UNESCO ha accertato il danneggiamento di 69 siti: 10 luoghi di culto, 43 edifici di interesse storico e artistico, due depositi di beni culturali mobili, sei monumenti, un museo e sette siti archeologici. Altri documenti riportano un numero molto più alto di siti interessati. Queste valutazioni sono effettuate in condizioni molto difficili, sotto un bombardamento costante, grazie a testimonianze e studi sul campo e sono corroborate da immagini satellitari.

Un esempio particolarmente eclatante di un sito ridotto in macerie è la Grande Moschea di Gaza, considerata da molti la più antica moschea del territorio oltre che simbolo di resilienza. Anche la Chiesa di San Porfirio – la più antica chiesa cristiana a Gaza, costruita dai crociati nel 1150 – è stata colpita dagli attacchi aerei israeliani.

Anche se Israele non aderisce all’UNESCO – che ha lasciato nel 2018, dopo che gli Stati Uniti sotto la guida di Trump hanno fatto lo stesso – esso è tuttavia vincolato a preservare il patrimonio culturale dalla Convenzione dell’Aja. L’articolo 4 della Convenzione stabilisce che: “Le Alte Parti Contraenti s’impegnano a rispettare i beni culturali, situati sia sul loro proprio territorio, che su quello delle Alte Parti Contraenti, astenendosi dall’utilizzazione di tali beni e delle loro immediate adiacenze, o dei loro dispositivi di protezione, per scopi che potrebbero esporli a distruzione o a danneggiamento in casi di conflitto armato, ed astenendosi da ogni atto di ostilità a loro riguardo.”

La Convenzione dell’Aja ha compiuto settant’anni nel 2024, ma i siti patrimonio culturale UNESCO sono ancora drammaticamente sottoprotetti dai conflitti armati in tutto il mondo.

Genocidio umanitario e culturale

La distruzione del patrimonio culturale di Gaza è legata alla crisi umanitaria in corso. Questo legame è riconosciuto dalla Corte Penale Internazionale, la quale sancisce: “I crimini contro il patrimonio culturale o che lo interessano toccano spesso la nozione stessa di essere umano, talvolta erodendo intere porzioni di storia, ingegno e creazione artistica dell’umanità”.

Molti resoconti e articoli indipendenti hanno cominciato a distinguere specifici aspetti della distruzione a Gaza e a parlare non solo di genocidio, ma anche di genocidio culturale, urbicidio, ecocidio, domicidio e scolasticidio.

Il 29 dicembre 2023 la Repubblica del Sudafrica ha adito la Corte Internazionale di Giustizia, accusando Israele di aver violato la Convenzione sul Genocidio del 1948 nei confronti dei palestinesi di Gaza.

Tra le prove a sostegno della tesi del Sudafrica, Israele è accusato di attaccare infrastrutture al fine di provocare la distruzione fisica del popolo palestinese, attacchi che hanno lasciato in rovine almeno 318 luoghi di culto cristiani e musulmani insieme a numerosi archivi, biblioteche, musei, università e siti archeologici. Tutto ciò si aggiunge alla distruzione del popolo stesso che ha creato il patrimonio palestinese.

Gaza: un unico grande obbiettivo militare

Nel suo rapporto pubblicato il primo luglio 2024, Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi, sottolinea come Israele abbia trasformato Gaza nella sua totalità in un “obbiettivo militare”. L’esercito israeliano attribuisce arbitrariamente a moschee, scuole, strutture delle Nazioni Unite, università e ospedali un legame con Hamas, giustificando così la loro distruzione indiscriminata. Dichiarando questi edifici obiettivi legittimi, si sbarazza di ogni distinzione tra obbiettivi civili e militari.

Anche se gli attacchi di Israele contro il patrimonio culturale della Palestina non sono un fenomeno nuovo, l’attuale livello di distruzione nei centri urbani di Gaza è inaudito.

Secondo Albanese, Israele sta cercando di mascherare le proprie intenzioni facendo uso della terminologia della legge umanitaria internazionale. Esso giustifica in tal modo l’uso letale della violenza contro qualsiasi civile palestinese, perseguendo al contempo politiche finalizzate alla distruzione generalizzata del patrimonio e dell’identità culturali palestinesi.

Il suo rapporto conclude inequivocabilmente che le azioni del regime israeliano sono mosse da una logica genocida, una logica che è parte integrante del suo progetto di colonizzazione. Il suo scopo ultimo è di espellere il popolo palestinese dalla sua terra e di spazzare via ogni traccia della sua cultura e della sua storia.

Pilar Montero Vilar,Professoressa ordinaria, principale ricercatrice dell’Osservatorio di Emergenze nel Patrimonio Culturale (www.oepac.es) dell’università Complutense di Madrid

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




CPJ: Israele “non si assume alcuna responsabilità” per l’uccisione di giornalisti

AL JAZEERA

9 maggio 2023 – Aljazeera

L’impunità dell’esercito israeliano nell’uccisione di almeno 20 giornalisti negli ultimi 20 anni mina “gravemente” la libertà di stampa, afferma il rapporto del CPJ.

Il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ) afferma in un nuovo duro rapporto che l’esercito israeliano non si è assunto alcuna responsabilità per l’uccisione di almeno 20 giornalisti, 18 dei quali palestinesi, negli ultimi 20 anni.

Nel suo rapporto, Deadly Pattern, pubblicato martedì, questa organizzazione a tutela della libertà di stampa dichiara di aver riscontrato “uno schema sistematico nelle uccisioni di giornalisti da parte [dell’esercito israeliano]”.

“Nessuno è mai stato accusato o ritenuto responsabile di queste morti… minando con ciò gravemente la libertà di stampa”, aggiunge.

Il CPJ afferma che i palestinesi costituiscono l’80% dei giornalisti e degli operatori dei media uccisi dall’esercito israeliano.

Queste cifre riflettono in parte l’andamento generale del conflitto israelo-palestinese; secondo i dati delle Nazioni Unite negli ultimi 15 anni i sono stati uccisi 21 volte più palestinesi che israeliani, aggiunge il rapporto.

Inoltre il rapporto evidenzia che “gli ufficiali israeliani sminuiscono le prove e le affermazioni dei testimoni, e spesso sembrano scagionare i soldati per le uccisioni mentre le indagini sono ancora in corso”, e aggiunge che le indagini dell’esercito israeliano sulle uccisioni sono una “scatola nera”, con risultati tenuti segreti.

Nello svolgimento delle indagini l’esercito israeliano spesso impiega mesi o anni per investigare sugli omicidi, e le famiglie dei giornalisti, per lo più palestinesi, hanno poche risorse all’interno di Israele per perseguire la giustizia”, afferma il CPJ.

Hagai El-Ad, direttore esecutivo dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, afferma nel rapporto che l’esame da parte di Israele delle azioni dei suoi soldati è meno seria di una “rappresentazione teatrale di un’indagine”.

Vogliono renderla credibile. Eseguono gli atti, le procedure richiedono molto tempo, molte scartoffie”, riferisce a CPJ. “Ma alla fine … è l’impunità quasi totale per le forze di sicurezza”.

Il rapporto afferma che le organizzazioni per i diritti umani hanno costantemente sollevato preoccupazioni circa “la… lentezza di queste valutazioni totalmente riservate, che possono trascinarsi per mesi o anni”, durante le quali “i ricordi dei testimoni svaniscono, le prove possono scomparire o essere distrutte e i soldati coinvolti possono far coincidere le testimonianze”.

L’uccisione di Shireen Abu Akleh

Il rapporto arriva due giorni prima del primo anniversario dell’uccisione della giornalista veterana di Al Jazeera Shireen Abu Akleh da parte di un proiettile israeliano alla testa mentre l’11 maggio 2022 conduceva un reportage su un raid militare israeliano nella città occupata di Jenin in Cisgiordania.

Nel settembre 2022 un’indagine congiunta di Forensic Architecture, organizzazione di ricerca multidisciplinare, e dell’organizzazione per i diritti dei palestinesi Al-Haq ha rivelato che le prove confutavano la versione di Israele secondo cui Abu Akleh sarebbe stata uccisa per “errore”.

L’inchiesta ha esaminato l’angolo di tiro del cecchino israeliano e ha concluso che era in grado di vedere chiaramente che in quel luogo c’erano i giornalisti. Ha anche escluso la possibilità che in quel momento ci fossero degli scontri tra forze israeliane e palestinesi, che avrebbero potuto dar luogo ad un fuoco incrociato.

Secondo l’inchiesta, per la quale Al Jazeera ha fornito del materiale, il cecchino israeliano ha sparato per due minuti e ha preso di mira coloro che cercavano di soccorrere Abu Akleh.

I risultati sono arrivati lo stesso giorno in cui la famiglia della giornalista palestinese americana di 51 anni ha formalmente presentato una denuncia ufficiale alla Corte Penale Internazionale (CPI) chiedendo giustizia per la sua uccisione.

Israele ha dichiarato a settembre che c’era una “alta possibilità” che Abu Akleh fosse stata “accidentalmente colpita” dal fuoco dell’esercito israeliano, ma ha aggiunto che non avrebbe avviato un’indagine penale.

“Mancato rispetto” della stampa cercando di imporre false narrazioni

Come Abu Akleh, che quando è stata uccisa indossava un casco e un giubbotto protettivo blu con la scritta “Press”, la maggior parte dei 20 giornalisti uccisi al momento della loro morte erano “chiaramente identificabili come membri dei media o si trovavano all’interno di veicoli con insegne della stampa, si legge nel rapporto.

Il rapporto afferma anche che dopo che un giornalista viene ucciso dalle forze di sicurezza israeliane gli ufficiali israeliani “spesso inviano ai media una contro-narrazione” nel tentativo di allontanare ogni responsabilità dai loro soldati.

Il CPJ ha sottolineato che nel caso di Abu Akleh gli ufficiali israeliani hanno iniziato a incolpare dei palestinesi nonostante i testimoni e il ministero della salute palestinese affermassero che era stata uccisa dalle truppe israeliane. Israele ha anche accusato alcuni giornalisti palestinesi uccisi dai suoi sodati di “attività terroristica e militante”.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Nuove prove emergono della deliberata intenzione di Israele di uccidere Shireen Abu Akleh, e la famiglia presenta una denuncia alla Corte Penale Internazionale

DAVID KATTENBURG

  20 settembre 2022 ,Mondoweiss

Una nuova analisi forense dimostra che Shireen Abu Akleh è stata “deliberatamente e ripetutamente presa di mira” da un cecchino militare israeliano che prendeva “la mira con precisione e cura”.

Shireen Abu Akleh è stata “deliberatamente e ripetutamente presa di mira” da un cecchino militare israeliano lo scorso maggio mentre effettuava un reportage su un raid dell’esercito israeliano all’ingresso del campo profughi di Jenin, un cecchino che prendeva una”mira precisa e accurata”.

Questo è uno dei risultati inediti di un’indagine congiunta della britannica Forensic Architecture [gruppo di ricerca multidisciplinare che utilizza tecniche e tecnologie architettoniche per indagare su casi di violenza di Stato e violazioni dei diritti umani, guidato dall’arch. Eyal Weizman, ndt.] e del Dipartimento di Monitoraggio e Documentazione dell’organizzazione palestinese per i diritti umani Al Haq, presentata questa mattina alla Corte penale internazionale nella capitale olandese L’Aia.

Questi risultati, basati in parte su filmati inediti girati sulla scena da un cameraman di Al Jazeera, sono stati esposti a un piccolo gruppo di giornalisti a seguito della presentazione di una denuncia alla CPI da parte degli avvocati della famiglia di Abu Akleh e di due giornalisti palestinesi che erano accanto a lei quel giorno.

L’attacco dei cecchini israeliani ha comportato tre distinte sequenze di spari, per un totale di sedici colpi destinati a Shireen, ai suoi colleghi e a un civile che cercava di fornire assistenza medica”, ha rivelato l’Unità Investigativa Forensic Architecture-Al Haq (FAI).

“Tutti i colpi sono stati sparati col fucile a spalla ed erano destinati a uccidere”.

Forensic Architecture, con sede presso la Goldsmiths University di Londra, è specializzata nella “ricostruzione spaziale di siti e scene di violenza di Stato”. La sua analisi della morte di Abu Akleh – descritta come un “omicidio mirato” – si basa su più video registrati da palestinesi insieme ad altre prove.

Secondo il rapporto FAI, letto da un documento scritto, “non c’erano altre persone presenti lì tra [Abu Akleh e i suoi colleghi] e il convoglio di veicoli militari al momento dell’incidente”, “nessun colpo … proveniva dalle vicinanze dei giornalisti” e “gli unici colpi sparati nei tre minuti precedenti la sparatoria di Shireen provenivano dalla posizione delle forze di occupazione israeliana”.

Il rapporto FAI di questa mattina rivela anche che, mentre tentava di fornire aiuto alla veterana giornalista di Al Jazeera, “un civile sulla scena veniva colpito da colpi di arma da fuoco ogni volta che tentava di avvicinarlesi” e “di conseguenza [le forze di occupazione israeliane] hanno deliberatamente negato assistenza medica a Shireen dopo averle sparato”.

L’analisi del campo visivo che simula ciò che il cecchino dell’IDF avrebbe visto “mostra che i giornalisti erano chiaramente identificabili come tali”, conclude la FAI.

“I colpi sono stati sparati solo quando i giornalisti e poi un civile sono entrati nel campo visivo dell’assassino delle forze di occupazione israeliane”.

Appello alla Corte Penale Internazionale

Nessuno di questi dettagli forensi è contenuto nella denuncia consegnata alla Corte Penale Internazionale questa mattina. Invece il testo di oggi, presentato da una coppia di avvocati della società britannica Doughty Chambers [gruppo di avvocati di fama internazionale con una reputazione di eccellenza, ndt.], riassume i resoconti dei testimoni oculari e fornisce argomenti legali per intraprendere un’indagine completa sull’omicidio di Abu Akleh.

“Esistono motivi ragionevoli per sospettare che siano stati commessi crimini di guerra”, nel contesto di un più ampio “attacco sistematico” ai giornalisti palestinesi da parte delle forze di occupazione israeliane, affermano le dichiarazioni depositate oggi alla CPI.

La denuncia di 25 pagine è stata consegnata a un membro dello staff della CPI che non si è identificato al team legale, gli avvocati di Doughty Chambers Jennifer Robinson e Tatyana Eatwell. Non erano presenti né il procuratore capo Karim Khan né il vice procuratore Nazhat Shameen Khan (che non sono parenti).

La denuncia di oggi è stata presentata a nome del fratello di Shireen Abu Akleh, il cinquantanovenne Anton Abu Akleh, e di due colleghi di Shireen: il giornalista palestinese Ali Samoudi, colpito alla spalla quel giorno mentre si trovava vicino ad Abu Akleh, e Shatha Hanaysha, una reporter ventinovenne per il sito web di notizie Ultra Palestine e collaboratrice di Mondoweiss, anch’ella vicino ad Abu Akleh quando il cecchino israeliano l’ha uccisa sparandole.

Samoudi, Hanaysha e la famiglia di Abu Akleh sono sostenuti dal Sindacato dei Giornalisti Palestinesi, dal Centro Internazionale di Giustizia per i Palestinesi e dalla Federazione Internazionale dei Giornalisti.

Tatyana Eatwell ha detto a Mondoweiss che gli avvocati sperano di essere ricevuti presso l’Ufficio del procuratore della CPI nelle “prossime settimane” per presentare prove forensi e testimonianze che portino al perseguimento dei responsabili della morte di Shireen Abu Akleh e di altri giornalisti palestinesi,.

“Stiamo offrendo loro la nostra collaborazione, al fine di assisterli in questa indagine”.

“Questo caso, e gli altri casi di giornalisti uccisi o mutilati dalle forze israeliane, rientrano esattamente nella giurisdizione della Corte e richiedono un’indagine da parte della Corte Penale Internazionale”, ha detto Tatyana Eatwell ai giornalisti riuniti alla CPI questa mattina.

“Non c’è quasi nessuna prospettiva di una qualche indagine penale su questi fatti da parte delle autorità nazionali”.

Una denuncia più ampia redatta dal team di Doughty Street Chambers, consegnata alla CPI il 16 aprile – tre settimane prima dell’uccisione di Abu Akleh – chiedeva alla CPI di indagare sul “prendere sistematicamente di mira, mutilare e uccidere giornalisti e distruggere le infrastrutture dei media in Palestina”.

Nella denuncia di aprile erano citati quattro giornalisti palestinesi. Yaser Murtaja e Ahmed Abu Hussein sono stati colpiti da cecchini israeliani nell’aprile 2018 mentre seguivano le proteste della Grande Marcia del Ritorno a Gaza. Entrambi sono morti per le ferite riportate. Nedal Eshtayeh e Muath Amarneh hanno perso la vista mentre documentavano le proteste rispettivamente nel 2015 e alla fine del 2019. Tutti e quattro quando sono stati colpiti indossavano giubbotti stampa.

La denuncia di aprile e quella odierna sono state depositate ai sensi dell’articolo 15 dello Statuto di Roma, che incarica il procuratore capo della CPI di avviare indagini di propria iniziativa (motu proprio) se esiste una base ragionevole per farlo. In teoria, il permesso ufficiale a procedere deve poi essere concesso dalla Camera Istruttoria della Corte.

L’ufficio del procuratore capo Karim Khan ha ammesso di aver ricevuto la denuncia di aprile, ma non ha specificato se la denuncia sarà o meno seguita da indagine, ha detto a Mondoweiss Tatyana Eatwell.

Ciò detto, entrambe le denunce sono attinenti alla più ampia indagine sulla Palestina annunciata all’inizio di marzo 2021 dall’allora procuratore capo Fatou Bensouda.

Nelle parole di Bensouda, l’indagine sulla Palestina – una delle diciassette “situazioni” attualmente oggetto di indagine da parte della CPI – interessa “tutti i fatti e le prove rilevanti per valutare se vi sia responsabilità penale individuale ai sensi dello Statuto [di Roma]”.

“L’accusa potrà ampliare o modificare l’indagine”, aveva scritto Bensouda, “solo se i casi individuati per l’accusa sono sufficientemente collegati alla situazione. In particolare, la situazione in Palestina è tale che si suppone continuino a essere commessi crimini”.

Le indagini della CPI mirano a identificare “i presunti colpevoli più efferati o quelli che si presume siano i maggiori responsabili dell’esecuzione dei crimini”.

Una cultura dell’impunità

Israele non ha identificato il cecchino israeliano che ha sparato a Shireen Abu Akleh e ferito Ali Samoudi l’11 maggio, né la loro unità o il comandante.

In seguito all’annuncio da parte del governo degli Stati Uniti dell’esame del proiettile che ha ucciso Shireen Abu Akleh, il team legale di Doughty Street ha chiesto di poter accedere a questi e ad altri risultati. Richieste simili sono state presentate al governo di Israele e all’Autorità Nazionale Palestinese. Nessuna informazione è stata fornita.

Nel suo rapporto del febbraio 2019 al Consiglio per i Diritti Umani, la Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta sulle proteste nei Territori Palestinesi Occupati ha concluso che ci siano “ragionevoli motivi per ritenere che i cecchini israeliani avessero sparato intenzionalmente ai giornalisti, nonostante avessero chiaramente visto che erano contrassegnati come tali”.

“C’è tutta una cultura di impunità per questi atti all’interno delle forze di sicurezza israeliane. Ed è proprio per questo che è molto importante che la Corte Penale Internazionale, in quanto autorità internazionale indipendente, indaghi su questi casi”, ha detto Tatyana Eatwell a Mondoweiss poco dopo la denunzia di aprile alla CPI sua e del collega avvocato Jennifer Robinson.

Le vittime hanno diritto a questo; è ciò che stanno chiedendo, un’indagine”.

Anton Abu Akleh, il fratello maggiore di Shireen, ha parlato questa mattina con i giornalisti davanti alla sede della CPI.

“L’amministrazione Biden non è finora riuscita ad avviare un’indagine, nonostante le richieste di oltre ottanta membri del Congresso degli Stati Uniti”, ha detto Abu Akleh.

Oltre ad essere cittadina statunitense, Shireen era anche fiera di essere palestinese ed è stata uccisa a sangue freddo da un soldato israeliano. Sembra che il motivo per cui il suo caso non è diventato una priorità per il governo degli Stati Uniti è per via di chi era e da chi è stata uccisa. Non c’è mistero su cosa sia successo a Shireen. Fatta eccezione per il nome e l’identità del suo assassino… Abbiamo bisogno di un’indagine degli Stati Uniti e della CPI per far sì che Israele ne risponda… la nostra famiglia non dovrebbe dover aspettare nemmeno un giorno in più per avere giustizia”.

David Kattenburg è insegnante universitario di scienze e giornalista radiofonico/web e vive a Breda, nel Brabante settentrionale, Paesi Bassi.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Effetti di un attacco israeliano a Gaza simili a quelli di armi chimiche, rileva il rapporto di una ONG

Bethan McKernan, Gerusalemme e Hazem Balousha, Gaza City

Lunedì 30 maggio 2022 – The Guardian

I proiettili sparati contro un magazzino agrochimico hanno creato una nube tossica che ha causato problemi di salute agli abitanti

Secondo un rapporto che analizza il bombardamento e i suoi effetti, un attacco aereo israeliano contro un magazzino agrochimico durante la guerra dell’anno scorso a Gaza ha rappresentato un equivalente dell’ “impiego indiretto di armi chimiche”.

Il 15 maggio dello scorso anno i proiettili incendiari sparati dalle Forze di difesa israeliane (IDF)  hanno colpito il grande magazzino di prodotti farmaceutici e agricoli di Khudair nel nord della Striscia di Gaza dando fuoco a centinaia di tonnellate di pesticidi, fertilizzanti, plastica e nylon. L’impatto ha creato una nube tossica che ha investito un’area di 5,7 kmq e ha lasciato i residenti locali alle prese con problemi di salute, tra cui due segnalazioni di aborti spontanei, e indicazioni di danni ambientali.

L’indagine approfondita, che ha comportato l’analisi di filmati di telefoni cellulari, droni e telecamere a circuito chiuso, dozzine di interviste con i residenti e l’analisi di esperti di munizioni e dinamica dei fluidi, ha utilizzato un modello in 3D del magazzino per determinare le circostanze dell’attacco.

È la prima pubblicazione da parte dell’unità investigativa di architettura forense della ONG palestinese per i diritti umani Al-Haq, una collaborazione unica nel suo genere in Medio Oriente con Forensic Architecture, un’agenzia di ricerca con sede presso la Goldsmiths University of London, che svolge analisi territoriali e dei media per le ONG e nei casi internazionali riguardanti i diritti umani.

Esperti legali hanno concluso in base alle risultanze di Al-Haq che, sebbene nell’attacco siano state usate armi convenzionali, il bombardamento del magazzino, con la consapevolezza della presenza all’interno di sostanze chimiche tossiche, equivale all’uso indiretto di armi chimiche. Tali atti sono chiaramente vietati… e perseguibili sulla base dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale”.

Chris Cobb-Smith, un esperto di munizioni, avrebbe affermato: Non c’è alcuna giustificazione militare per l’uso in quel luogo di [proiettili fumogeni avanzati]. Il loro impiego in un contesto urbano è intrinsecamente scorretto e inappropriato.

Duecentocinquantasei persone a Gaza e 14 in Israele sono morte nella guerra di 11 giorni del maggio dello scorso anno tra Israele e Hamas, il gruppo militante palestinese che controlla la striscia assediata. Al-Haq ha affermato che l’attacco al magazzino di Khudair è stato il primo di una serie di attacchi mirati deliberatamente alle infrastrutture economiche e industriali di Gaza, con il bombardamento sistematico di una mezza dozzina di altre fabbriche e magazzini.

Nel 2019 la Corte Penale Internazionale (CPI) ha aperto un’indagine su presumibili crimini di guerra da parte delle forze israeliane e dei militanti palestinesi in territorio palestinese. Israele contesta la giurisdizione della CPI.

Le IDF hanno dichiarato che l’anno scorso in risposta alla serie di attacchi di Hamas Israele ha “effettuato una serie di bombardamenti contro obiettivi militari legittimi nella Striscia di Gaza” durante quella che in Israele è nota come Operazione guardiano delle mura.

Le IDF prendono tutte le precauzioni possibili per evitare di danneggiare i civili durante l’attività operativa”, ha detto un portavoce, aggiungendo che “l’evento in questione” è stato oggetto di indagine da parte di un’inchiesta interna delle IDF “per esaminare se ci fossero deviazioni dalle regole vincolanti e operare necessarie modifiche sulla base delle lezioni apprese”.

Israa Khudair, 20 anni, che vive con il marito e due figli a 40 metri dal sito del magazzino agrochimico, ha subito un aborto spontaneo al quinto mese di gravidanza, otto settimane dopo l’attacco.

“Per mesi l’odore è stato insopportabile, come quello del motore di un’auto misto con olio bruciato, liquame e gas da cucina, quindi ovviamente sapevamo che poteva essere dannoso”, ha detto suo marito, Ihab, 26 anni.

Da allora ho avuto eruzioni cutanee come la maggior parte delle persone qui. Abbiamo lavato la casa cinque volte, insieme ai mobili, ma l’odore è rimasto. Era come un olio sui muri… alla fine in inverno la pioggia ne ha spazzato via gran parte dalle macerie del magazzino.

Ora siamo preoccupati per la nostra salute. Di recente uno dei miei cugini, che ha solo 19 anni, e anche mia zia, si sono ammalati di cancro e pensiamo che sia correlato a quello che è successo qui”.

I combattimenti dell’anno scorso hanno costituito il ​​terzo conflitto su vasta scala tra lo Stato israeliano e Hamas da quando il gruppo ha preso il controllo di Gaza nel 2007, dopo di che Israele ed Egitto hanno imposto un blocco punitivo. Da allora le infrastrutture idriche, fognarie ed elettriche della striscia sono quasi collassate, lasciando i 2 milioni di abitanti di Gaza impegnati ad affrontare crescenti livelli di inquinamento dell’aria,  del suolo e dell’acqua.

Anche Al-Haq, che opera a Gaza e in Cisgiordania, è stata attaccata dalle autorità israeliane: l’anno scorso la ONG è stata una delle sei principali organizzazioni della società civile e dei diritti umani che operano nei territori palestinesi occupati ad essere designate come organizzazioni terroristiche. La decisione è stata ampiamente condannata dalle Nazioni Unite, dai governi occidentali e da importanti organizzazioni internazionali come Amnesty International.

Rula Shadeed, la responsabile del dipartimento di monitoraggio e documentazione di Al-Haq, ha dichiarato: Senza la nostra documentazione professionale basata su standard giuridici [i palestinesi] non possono chiedere accertamenti di responsabilità e giustizia. L’introduzione di nuove metodologie per migliorare e completare la documentazione standard e la presentazione del nostro lavoro è molto importante.

“Siamo molto orgogliosi del fatto che, nonostante gli attacchi illegali e i tempi difficili che la società civile palestinese sta affrontando, riusciamo ancora a continuare e ad avanzare nel nostro lavoro, grazie alla nostra ferma convinzione nell’importanza di denunciare le violazioni contro il nostro popolo e di chiamare a rispondere i colpevoli”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un’indagine forense smonta la narrazione della polizia israeliana sull’uccisione ad un posto di blocco

Oren Ziv

23 febbraio 2021 – +972 MAGAZINE

La polizia di frontiera ha ucciso Ahmad Erekat dopo che la sua auto ha urtato un posto di blocco, etichettandolo come un “terrorista”. Una perizia legale solleva interrogativi sulla storia e sulla condotta della polizia.

Il 23 giugno 2020 Ahmad Erekat, un palestinese di 27 anni di Abu Dis, nella Cisgiordania occupata, si recava in auto a Betlemme per prelevare sua sorella da un salone da parrucchiera, poche ore prima del suo matrimonio.

Verso le 15:50 Erekat raggiungeva il famigerato “Container Checkpoint” [Posto di Blocco del container, già teatro di precedenti uccisioni di palestinesi da parte dei soldati. Prima che l’esercito si installasse lì, c’era un container che un uomo del posto usava come piccolo negozio di alimentari, ndtr.] situato sulla strada principale che collega nord e sud della Cisgiordania. Secondo gli accordi di Oslo, l’area su entrambi i lati del checkpoint si trova sotto il pieno controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese, ma il posto di blocco è presidiato 24 ore al giorno dall’esercito israeliano.

Mentre attraversava il checkpoint, Erekat ha sterzato investendo un gabbiotto pieno di agenti di polizia. Erekat è sceso dall’auto disarmato. Gli ufficiali gli hanno sparato sei proiettili. Il cadavere di Erekat è stato rimosso dall’area un’ora e mezza dopo essere stato colpito.

Circa 24 ore dopo il portavoce della polizia di frontiera israeliana ha rilasciato un breve video [ripreso] da una sola delle molte telecamere di sicurezza che si trovano nel checkpoint. Il video mostra i momenti in cui l’auto di Erekat urta il gabbiotto e viene colpito.

Gli organi di informazione israeliani si sono affrettati a definire l’episodio un atto di terrorismo. Il loro sospetto che Erekat volesse intenzionalmente far scontrare la sua auto contro il posto di blocco si è poi rafforzato dopo che è comparso un secondo video, che lo mostrava alla guida della sua auto mentre parlava rivolto alla telecamera del suo telefono dichiarando di non essere una “spia”.

L’assassinio di Erekat, purtroppo, non è [un fatto] eccezionale. Negli ultimi anni, soldati e agenti di polizia israeliani hanno ucciso a colpi di arma da fuoco decine di palestinesi, compresi coloro che non rappresentavano una minaccia immediata. In tali casi il comportamento del palestinese è quasi sempre stato etichettato automaticamente come un “attacco terroristico”.

Su richiesta della famiglia Erekat, Forensic Architecture [Architettura Forense], un gruppo di ricerca che utilizza strumentazioni e tecnologie architettoniche per indagare su casi di violenze e violazioni dei diritti umani di Stato in tutto il mondo, insieme all’organizzazione palestinese per i diritti umani Al-Haq, ha cercato di ricostruire l’uccisione di Ahmad. Otto mesi dopo il suo assassinio hanno pubblicato un’indagine visuale approfondita sull’incidente.

Come ricostruire un’uccisione

Raccontata dalla famosa attivista politica e intellettuale Angela Davis, l’inchiesta ha scoperto che Erekat è stato colpito nonostante non rappresentasse una minaccia per le forze di sicurezza che si trovavano al posto di blocco. Ha anche scoperto che dopo essere stato colpito Erekat non ha ricevuto cure mediche, nonostante le riprese mostrino che era ancora vivo.

L’indagine ha inoltre rilevato che il corpo di Erekat, che è stato lasciato a terra per circa un’ora e mezza, è stato denudato prima di essere portato via. Non è mai stato restituito alla famiglia e rimane ancora oggi sotto la custodia israeliana.

Israele utilizza regolarmente i cadaveri dei palestinesi che hanno, o sono sospettati di avere, compiuto attacchi violenti contro soldati e civili israeliani come merce di scambio nel corso dei negoziati, direttamente con le famiglie palestinesi o con i loro leader politici. Secondo B’Tselem Israele detiene attualmente 70 corpi di palestinesi.

L’indagine ha incrociato le riprese della telecamera di sicurezza con i video registrati dai conducenti palestinesi che si trovavano al posto di blocco, così come [con quelle] degli organi di informazione arrivati ​​dopo la sparatoria. Con l’aiuto del filmato e delle testimonianze, i ricercatori hanno costruito un modello 3D di un posto di blocco e hanno utilizzato come modalità di indagine lo shadowing [simulazione grafica delle ombre, ndtr.] e l’open source [fonti di informazione aperte e interattive, ndtr.] per ricostruire una sequenza degli eventi.

L’indagine di Forensic Architecture e di Al-Haq:

Dopo l’omicidio, Ben Vaknin, in servizio come agente nelle operazioni della polizia di frontiera in Cisgiordania, ha detto che “un terrorista ha cercato di uscire dall’auto. Una volta uscito ha iniziato a correre verso le [forze di sicurezza], che insieme a un comandante lo hanno neutralizzato e hanno circoscritto l’area “.

Ma l’indagine forense mostra che Erekat è uscito dal suo veicolo disarmato con le mani in alto, e che si è diretto nella direzione opposta rispetto agli ufficiali al checkpoint. “[Ahmad] non costituiva alcun pericolo immediato nel momento in cui è stato colpito”, conclude l’inchiesta.

Secondo Forensic Architecture e Al-Haq, tre agenti della polizia di frontiera hanno sparato contro Erekat sei proiettili in due secondi. Uno di loro ha sparato il primo proiettile mentre Erekat si trovava a quattro metri dall’agente più vicino. Mentre l’agente continuava a sparare Erekat ha continuato ad allontanarsi dal gabbiotto. Quando sono stati sparati i primi due colpi Erekat ha sollevato le mani verso l’alto e si è mosso all’indietro. Al terzo colpo è caduto e le tre pallottole rimanenti sono state sparate dopo che era già a terra.

Negazione delle cure mediche

Il giorno dell’omicidio il portavoce Vaknin ha riferito che Erekat era stato visitato da paramedici. “Dopo poco tempo un’equipe sanitaria ha annunciato la morte del terrorista”. Eppure le indagini mostrano che in realtà Erekat è stato lasciato a terra senza alcun aiuto. Un video girato al posto di blocco alle 15:53, pochi minuti dopo la sparatoria, da un autista palestinese mostra Erekat a terra mentre ancora si muove.

Un’ambulanza israeliana è arrivata sul luogo pochi minuti dopo il fatto, ma i paramedici non hanno assistito Erekat. Secondo l’indagine un’ambulanza palestinese è arrivata sul posto 20 minuti dopo gli spari, ma è stata respinta dalle forze di sicurezza israeliane. Un paramedico che ha parlato con gli investigatori ha detto che sono stati in grado di capire da lontano che nessuno si stava prendendo cura di Erekat.

Il filmato del conducente palestinese mostra anche un agente della polizia di frontiera che cammina vicino al corpo di Erekat e tiene un “pollice verso l’alto” per segnalare che va tutto bene. Secondo gli investigatori, questo comportamento dimostra che le forze di sicurezza non pensavano che Erekat indossasse degli esplosivi, ma ciononostante non l’hanno curato.

In passato in casi simili, come nel caso dell’uccisione da parte della polizia di Yacoub Abu al-Qi’an nel villaggio beduino di Umm al-Hiran [nel gennaio 2017, ndtr.], le forze di sicurezza israeliane hanno affermato di non aver curato i palestinesi feriti perché temevano che trasportassero esplosivi. Questa affermazione non si riscontra affatto nel caso di Erekat, eppure egli è stato comunque lasciato sulla strada mentre stava morendo dissanguato.

Nel processo contro Elor Azaria, il soldato israeliano che ha sparato alla testa a un aggressore palestinese mentre quest’ultimo giaceva immobilizzato a terra, è stato rivelato che Magen David Adom, dei servizi di pronto soccorso israeliani, si astiene abitualmente dal curare i palestinesi fino all’arrivo sul posto di un geniere, ritardando in modo significativo le cure mediche.

Forensic Architecture e Al-Haq hanno scoperto che un’ambulanza israeliana ha lasciato la scena alle 16:30 trasportando solo un’agente della polizia di frontiera che era stata leggermente ferita nell’incidente. Il video registrato otto minuti dopo la partenza dell’ambulanza mostra Erekat nella stessa posizione in cui era stato ripreso inizialmente, pochi minuti dopo che era stato colpito.

Secondo gli investigatori questo dimostra che Erekat non ha ricevuto alcun trattamento medico, dal momento che un medico avrebbe sicuramente spostato il suo corpo per controllare le sue ferite. Questo, dicono gli investigatori, è come “uccidere facendo passare il tempo”.

L’uso dei corpi per una punizione collettiva

Attraverso un’analisi del filmato della telecamera di sicurezza, l’auto di Erekat viaggiava a una velocità di circa 15 chilometri all’ora e non ha accelerato. L’esperto forense di collisioni, il dottor Jeremy J. Bauer, ha confermato che l’auto stava utilizzando circa il 4,4% della sua capacità potenziale dopo aver deviato verso il gabbiotto, e non ha escluso che Erekat abbia frenato di colpo prima dell’urto. Gli investigatori dicono che questo mette in dubbio la narrazione dell’esercito secondo cui Erekat avrebbe pianificato di effettuare un attacco.

Inoltre l’indagine mostra che quando il gabbiotto è stato urtato, la distanza tra la ruota posteriore e la sagoma dell’auto si è accentuata, il che, secondo Bauer, potrebbe indicare che l’auto stesse rallentando. Per qualche istante anche la ruota anteriore smette di girare, il che, dicono gli investigatori, potrebbe indicare una frenata.

Gli investigatori fanno anche notare che le autorità israeliane non hanno controllato la scatola nera dell’auto né hanno pubblicato i video delle altre telecamere di sicurezza.

L’indagine non fa riferimento ai video resi pubblici dopo l’incidente, incluso quello di Erekat che si riprende mentre guida la sua auto, [dove egli appare] chiaramente turbato in seguito ai commenti su di lui sulle piattaforme sociali, che lo accusavano di collaborare con Israele. “Non ho mai tradito la mia nazione, tuo fratello non è una spia”, diceva in quel momento.

“Abbiamo ritenuto urgente condurre l’inchiesta perché gli israeliani non hanno aperto una propria indagine”, ha detto il ricercatore capo di Forensic Architecture Israele-Palestina, che ha chiesto di restare anonimo per paura di rappresaglie. “Era importante per noi mostrare quanti proiettili sono stati sparati, chi li ha sparati e cosa è successo al suo corpo dopo che è stato colpito.

La nostra indagine è una risposta alla mancanza quasi totale di controllo sulle forze di occupazione israeliane quando si abbia a che fare con le uccisioni extragiudiziali di palestinesi. Essa descrive un persistente modello di comportamento da parte dell’esercito israeliano secondo cui i palestinesi vengono uccisi con l’uso di armi letali, viene negata [loro] l’assistenza sanitaria e i loro corpi sono usati dall’esercito contro le famiglie come merce di scambio e come strumenti di punizione collettiva ,continuano.

In un comunicato rilasciato a +972, la polizia israeliana ha affermato di aver indagato sull’incidente e di aver rafforzato la convinzione secondo cui Erekat avrebbe deliberatamente speronato con la sua auto il gabbiotto, sarebbe corso fuori dall’auto e avrebbe minacciato l’incolumità delle forze di sicurezza. La polizia ha aggiunto che i video trovati sul telefono di Erekat non hanno fatto altro che rafforzare la loro convinzione secondo cui egli avrebbe effettuato deliberatamente un attacco.

La polizia ha inoltre insistito sul fatto che Erekat sarebbe stato “visitato sul posto dal personale sanitario pochi minuti dopo l’attacco ed è stato verificato che non aveva polso e non respirava, quindi la rianimazione non è stata eseguita… e di conseguenza è stata accertata la sua morte. Durante l’incidente nei confronti del deceduto non ci sono stati trattamenti o lesioni umilianti”.

Nonostante l’affermazione della polizia di aver indagato sull’incidente, dopo l’episodio né la famiglia di Erekat, né le organizzazioni per i diritti umani, né i media hanno ricevuto una copia dei verbali. Nel frattempo, Israele continua a trattenere il corpo di Erekat.

Oren Ziv

Oren Ziv è fotoreporter, membro fondatore del collettivo fotografico Activestills [collettivo di fotografi che usano le immagini fotografiche come strumento di lotta per i diritti sociali e contro tutte le forme di oppressione, ndtr.] e cronista di Local Call [organo di informazione online in lingua ebraica in co-edizione con Just Vision e +972 Magazine, ndtr.]. Dal 2003, ha documentato una serie di tematiche sociali e politiche in Israele e nei territori palestinesi occupati con un’enfasi sulle comunità di attivisti e le loro lotte. Il suo lavoro di reporter si è concentrato sulle proteste popolari contro il muro e le colonie, a favore degli alloggi a prezzi accessibili e altre questioni socio-economiche, sulle lotte contro il razzismo e la discriminazione e sulla battaglia per la libertà degli animali.

(traduzione dall’inglese di Aldo lotta)