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“Accuse infondate”: l’UE ripristina i finanziamenti alle ONG palestinesi

A cura della redazione di Al Jazeera

30 giugno 2022 – Aljazeera

L’anno scorso la Commissione Europea aveva sospeso i finanziamenti per due organizzazioni palestinesi per i diritti umani a causa delle accuse israeliane di “terrorismo”.

Ramallah, Cisgiordania occupata – L’Unione Europea (UE) ha riferito a due importanti ONG palestinesi che riprenderà a finanziarle dopo una sospensione di un anno legata ad accuse infondate di terrorismo” avanzate da Israele.

La Commissione Europea, il ramo esecutivo dell’UE, ha inviato alcuni giorni fa delle lettere ad Al-Haq e al Palestinian Centre for Human Rights (PCHR) informandoli che le loro sospensioni di 13 mesi sono state revocate incondizionatamente e con effetto immediato.

La Commissione ha citato i risultati di una revisione condotta dall’Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF) dell’UE, che ha affermato che “non ha riscontrato sospetti di irregolarità e/o frode” e “non ha trovato motivi sufficienti per aprire un’indagine”.

Secondo le informazioni fornite ad Al Jazeera, le e-mail sono state inviate subito dopo l’avvio da parte di Al-Haq di un’azione legale contro la Commissione.

Giovedì Al-Haq ha dichiarato che più di 13 mesi dopo l’imposizione di una sospensione arbitraria al finanziamento del progetto a favore di Al-Haq con sovvenzioni della UE, la Commissione ha “finalmente revocato questa sospensione vergognosa, illegittima fin dall’inizio e basata sulla propaganda e la disinformazione israeliane”.

“La sospensione è stata revocata incondizionatamente e con effetto immediato”, afferma Al-Haq.

Per decenni Al-Haq si è impegnata nel proteggere i diritti del popolo palestinese dalle violazioni della giustizia internazionale commesse da Israele e da altri responsabili. La sospensione ha rappresentato un’altra violazione. Continueremo a promuovere la responsabilizzazione e a difendere lo stato di diritto”, aggiunge l’organizzazione.

“Nella nostra interazione con la Commissione, abbiamo richiesto assicurazioni in merito all’impegno della Commissione di portare avanti il resto del progetto in buona fede, escludendo qualsiasi ulteriore interruzione di natura politica basata su accuse diffamatorie contro Al-Haq”.

L’UE ha sospeso i suoi finanziamenti ad Al-Haq e PCHR nel maggio 2021.

Quel mese, i diplomatici europei avevano ricevuto un dossier riservato dell’intelligence israeliana in cui si affermava che sei importanti ONG con sede in Palestina, tra cui Al-Haq, stavano usando i soldi dell’UE per finanziare il Fronte popolare per la liberazione della Palestina (FPLP) [organizzazione politica e militare palestinese di orientamento socialista, ndt.].

Contemporaneamente la Commissione ha sospeso i suoi finanziamenti al PCHR nonostante non fosse tra le sei ONG menzionate.

Pochi mesi dopo, nell’ottobre 2021, Israele ha dichiarato illegali le sei organizzazioni, con il pretesto dell’affiliazione al partito politico FPLP, il cui braccio armato è stato attivo tempo fa, durante la seconda Intifada all’inizio degli anni 2000 [la rivolta palestinese esplosa il 28 settembre del 2000 come reazione a una visita provocatoria dell’allora capo del Likud Ariel Sharon sulla Spianata delle Moschee, ndt.] quando effettuò degli attacchi contro obiettivi israeliani.

La designazione [di illegalità, ndr.] è stata ampiamente condannata dalla comunità internazionale e dai gruppi per i diritti umani in quanto ingiustificata” e infondata”.

Nessuna prova è stata fornita dal governo israeliano a sostegno delle sue affermazioni riguardanti le sei organizzazioni.

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha descritto la decisione come un “attacco contro i difensori dei diritti umani, le libertà di associazione, opinione ed espressione e il diritto alla partecipazione pubblica” e ha affermato che “dovrebbe essere immediatamente revocata”.

L’udienza

A seguito dell’impegno di Al-Haq di indagare sulla natura giuridica della sospensione, l’organizzazione ha avviato un procedimento legale contro la Commissione a Bruxelles.

La prima udienza è stata fissata per il 4 luglio 2022.

Al-Haq ha informato Al Jazeera che, nonostante la revoca della sospensione, l’organizzazione proseguirà con i procedimenti legali, per danni alla reputazione e garanzie di fiducia per il futuro.

“Il fatto che [Al-Haq] sia stata sospettata di finanziamento del terrorismo per oltre un anno sulla base di informazioni prive di basi oggettive è di per sé dannoso per la sua reputazione”, si legge nella citazione, aggiungendo che l’UE “ha violato i suoi obblighi contrattuali”.

Il direttore di Al-Haq, Shawan Jabarin, ha dichiarato giovedì di non aver mai avuto dubbi sul fatto che la Commissione avrebbe revocato la sospensione.

“Sapevamo che la sospensione, come la designazione da parte di Israele di Al-Haq e di altre organizzazioni della società civile palestinese, non aveva basi legali e fattuali”, ha affermato Jabarin in una nota.

La voce della ragione e della logica ha prevalso dopo una lunga attesa. Siamo lieti di vedere la Commissione ritirare le sue decisioni dannose e tornare nella giusta direzione per sostenere la società civile e i diritti umani”, dice Jabarin.

Siamo preoccupati che la sospensione possa essere stata intenzionale, al fine di danneggiare la nostra immagine e reputazione. Tuttavia, il nostro legittimo lavoro di documentazione delle violazioni dei diritti umani, di sensibilizzazione pubblica e politica e di promozione della responsabilità continuerà”, aggiunge.

“Consideriamo la revoca della sospensione una vittoria per Al-Haq e per la società civile palestinese in generale, nell’ambito del nostro continuo impegno nel difendere le leggi internazionali e i diritti umani e nel perseguire gli autori di gravi violazioni”.

Le organizzazioni della società civile, che ottengono la maggior parte dei loro finanziamenti dai Paesi donatori, sono un pilastro fondamentale dello sviluppo sociale ed economico dei palestinesi che vivono nei territori occupati dal 1967.

Le ONG con sede in Palestina o che lavorano per i diritti dei palestinesi sono state a lungo oggetto di campagne denigratorie, diffamatorie e volte all’interruzione dei finanziamenti da parte di organizzazioni di interesse israeliane e internazionali come ONG Monitor e UK Lawyers for Israel, in collaborazione con il governo israeliano, con il quale hanno stretti rapporti.

Dal 1967 Israele ha bandito (PDF) più di 400 organizzazioni locali e internazionali come “ostili” o “illegali”, inclusi tutti i principali partiti politici palestinesi, come il partito Fatah al governo dell’Autorità Palestinese e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), con cui Israele ha firmato gli Accordi di Oslo [serie di accordi politici conclusi il 20 agosto 1993 che hanno portato all’istituzione dell’Autorità Nazionale Palestinese con il compito di autogovernare, in modo limitato, parte della Cisgiordania e la Striscia di Gaza e hanno riconosciuto l’OLP come partner di Israele nei negoziati sulle questioni in sospeso, ndr.] nel 1993.

La designazione [di organizzazioni “ostili” o “illegali”, ndt.] “autorizza le autorità israeliane a chiudere i loro uffici, sequestrare i loro beni e arrestare e incarcerare i membri del personale, e vieta di finanziare o anche esprimere pubblicamente sostegno per le loro attività”, secondo una dichiarazione dell’ottobre 2021 delle organizzazioni per i diritti umani Human Rights Watch e Amnesty International.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Come Israele riesce a vincere nonostante l’UE non creda alle sue menzogne

Maureen Clare Murphy

10 giugno 2022 – Electronic Intifada

Questa settimana fonti diplomatiche hanno detto a un giornale israeliano che i Paesi europei non credono alla definizione di “terroriste” che lo scorso anno Israele ha imposto ad alcune organizzazioni palestinesi per i diritti umani e i servizi sociali.

Si tratta di Addameer, Al-Haq, the Bisan Center for Research and Development [Centro Bisan per la Ricerca e lo Sviluppo], Defense for Children International-Palestine [Difesa Internazionale dei Minori – Palestina], the Union of Palestinian Women’s Committees [Unione dei Comitati delle Donne Palestinesi] e Union of Agricultural Work Committees [Unione dei Comitati del Lavoro Agricolo].

Israele accusa queste associazioni di dirottare fondi verso il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, un partito politico di sinistra della resistenza.

Questo gruppo è stato messo al bando da Israele, così come dagli USA e dall’UE, in quanto si è rifiutato di riconoscere Israele e di rinunciare alla resistenza armata contro l’occupazione e la colonizzazione.

Tutte e sei le organizzazioni prese di mira lavorano in Palestina da molti anni e hanno solidi rapporti a livello internazionale.

Tre di queste organizzazioni stanno rappresentando vittime palestinesi nell’inchiesta per crimini di guerra in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza della Corte Penale Internazionale.

Il fatto che Israele abbia inserito nella lista nera questi gruppi è stato denunciato da una nuova commissione d’inchiesta permanente dell’ONU che nel suo primo rapporto, reso pubblico martedì, prende in esame il sistema di oppressione israeliano nel suo complesso.

La commissione “nota con preoccupazione i crescenti attacchi e i tentativi di mettere a tacere difensori dei diritti umani e organizzazioni della società civile che sostengono la difesa dei diritti umani e la responsabilizzazione.”

Il responsabile ONU per i diritti umani ha affermato che le “decisioni riguardo alla definizione [di organizzazioni terroristiche, ndt.] sono basate su ragioni vaghe e inconsistenti” e che alcune delle giustificazioni di Israele “si riferiscono ad attività per i diritti umani totalmente pacifiche e legittime.”

In aprile decine di esperti indipendenti per i diritti umani dell’ONU hanno invitato i governi a riprendere i finanziamenti alle associazioni inserite nella lista nera.

Non convincenti

Secondo quanto riportato mercoledì dal giornale, rappresentanti diplomatici di sei Paesi hanno detto al quotidiano di Tel Aviv Haaretz [di centro sinistra, ndt.] che “Israele ha consegnato loro attraverso canali diplomatici e di intelligence materiale per dimostrare le sue affermazioni contro le associazioni.”

“È semplice: ci sono state fornite prove e noi non le abbiamo trovate abbastanza convincenti,” ha detto un diplomatico ad Haaretz.

Il giornale ha aggiunto: “Un altro [diplomatico, ndt.] ha affermato che funzionari di molti di questi Stati credono che le prove presentate da Israele ‘non rispondano al livello di prova richiesto per dimostrare il trasferimento di fondi.”

Benché nessuno Stato europeo abbia ritirato il proprio appoggio in seguito alla definizione israeliana, solo il Belgio ha pubblicamente affermato che non ci sono basi per le affermazioni di Tel Aviv.

Con una dimostrazione di estrema deferenza nei confronti di Israele, l’Unione Europea ha tuttavia sospeso i finanziamenti a due delle organizzazioni – Al-Haq e l’Union of Agricultural Work Committees – e altri finanziatori hanno rinviato i propri contribuiti mentre stanno indagando sulle affermazioni di Tel Aviv.

Fonti diplomatiche hanno detto ad Haaretz che è insolito che la Commissione Europea, l’organo esecutivo dell’UE, abbia congelato il proprio sostegno ad Al-Haq, prendendo quindi una posizione che si allontana da quella degli Stati membri dell’UE.

Ciò in effetti significa che funzionari non eletti di Bruxelles hanno imposto la propria politica estera a governi eletti di Stati membri dell’UE.

Alcuni diplomatici hanno detto al giornale che dietro a questa iniziativa c’è Olivér Várhelyi, un importante funzionario della Commissione Europea.

Várhelyi è il promotore del ritiro da parte dell’UE di circa 230 milioni di dollari di finanziamento per malati di tumore palestinesi e per altri servizi fondamentali.

Il pagamento è stato rimandato fin dallo scorso anno “in quanto l’Unione Europea continua a condizionare il rilascio dei fondi in base a specifiche accuse nei confronti dei libri di testo palestinesi,” ha affermato lo scorso mese il Norwegian Refugee Council [Consiglio Norvegese per i Rifugiati].

Várhelyi è stato nominato a questo incarico da Viktor Orbán, il primo ministro di estrema destra dell’Ungheria, suo Paese d’origine, che ha fatto circolare luoghi comuni antisemiti nelle campagne elettorali ed ha conferito lo status di eroe a un collaboratore dei nazisti, vere e proprie manifestazioni di fanatismo antiebraico che Várhelyi non ha ancora condannato.

Gli olandesi hanno posto fine al loro appoggio a favore dell’Union of Agricultural Work Committees benché un’indagine governativa non abbia trovato “alcuna prova” di “flussi di finanziamento” tra questi e il FPLP.

L’Aia ha interrotto i suoi finanziamenti sulla base dell’affiliazione a titolo personale di collaboratori e membri della direzione dell’UAWC, punendo concretamente tutta l’organizzazione e tutti i suoi beneficiari in base alle presunte simpatie politiche di alcuni di essi.

Impatto incalcolabile”

Quindi, mentre non si prevede che l’ufficio antifrode della Commissione Europea indaghi le associazioni, in ogni caso Israele “ha ottenuto quello che voleva”, come ha ammesso una fonte diplomatica ad Haaretz.

“Ciò ha danneggiato il lavoro di queste organizzazioni palestinesi ed ha avuto un impatto incalcolabile sulle comunità che esse aiutano,” hanno detto in aprile gli esperti dell’ONU.

Israele sta cercando di espellere Salah Hammouri, un legale di Addameer che attualmente è detenuto senza accuse o processo.

Dall’inizio di marzo Israele tiene in arresto Hammouri, nato a Gerusalemme e con cittadinanza francese, e all’inizio di questa settimana ha prolungato di altri tre mesi l’ordine di detenzione amministrativa contro di lui la stessa mattina in cui avrebbe dovuto essere rilasciato.

Tel Aviv intende revocare la residenza permanente di Hammouri e deportarlo da Gerusalemme sulla base di accuse di “slealtà” nei confronti di Israele.

Nel 2016 Israele ha espulso la moglie di Hammouri, Elsa Lefort, quando era incinta di sette mesi. Lefort, di nazionalità francese, e i figli della coppia hanno il divieto di ingresso nel Paese.

La persecuzione di Hammouri da parte di Israele è stata sottoposta alla Corte Penale Internazionale.

Il Center for Constitutional Rights [Centro per i Diritti Costituzionali], con sede a New York, e la federazione per i diritti umani FIDH di Parigi hanno detto al procuratore generale della Corte che il caso di Hammouri è “un esempio lampante e un indicatore di una nuova tattica” nei tentativi israeliani di lunga data per cacciare i palestinesi da Gerusalemme.

Israele ha anche imposto al personale il divieto di viaggiare e sembra che gli USA abbiano vietato a Sahar Francis, la direttrice di Addameer, di viaggiare nel Paese a causa della definizione da parte di Israele.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Israele imprigiona i politici palestinesi prima delle elezioni nell’Autorità Nazionale Palestinese

Tamara Nassar 

2 marzo 2021, ElectronicIntifada

In vista delle elezioni legislative e presidenziali palestinesi che si terranno nei prossimi mesi Israele sta inasprendo il giro di vite su personalità della società civile e politica palestinese nella Cisgiordania occupata.

Lunedì Israele ha condannato la parlamentare palestinese Khalida Jarrar a due anni di carcere, a una multa di 1.200 dollari [1000 € ca, ndtr.] e una pena sospesa di un anno.

Il suo crimine? Essere un membro di un partito politico di sinistra, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.

Israele considera gruppi “terroristici” praticamente tutti i partiti palestinesi e le organizzazioni di resistenza, il che significa che qualsiasi persona politicamente attiva può essere arrestata.

“La scelta del momento non è casuale”, ha detto l’avvocato palestinese Yafa Jarrar della condanna di sua madre, riferendosi alle elezioni palestinesi.

Khalida Jarrar è stata arrestata con una imponente incursione militare notturna nella sua casa nell’ottobre 2019 e da allora è trattenuta senza accusa né processo.

La sua detenzione è avvenuta solo otto mesi dopo il suo rilascio da un precedente periodo di 20 mesi di detenzione amministrativa – senza accusa né processo.

È stata arrestata nell’ambito di quella che il gruppo per i diritti dei prigionieri palestinesi Addameer ha affermato essere una campagna israeliana iniziata nella seconda metà del 2019 contro attivisti politici e studenti.

Addameer ha aggiunto che Israele ha falsamente accusato Jarrar di essere coinvolta nell’uccisione dell’adolescente israeliana Rina Shnerb.

Shnerb è stata uccisa nell’agosto 2019 da quello che i militari israeliani hanno stabilito essere un ordigno esplosivo improvvisato vicino all’insediamento di Dolev in Cisgiordania.

Ma lunedì il procuratore militare israeliano ha cambiato l’accusa contro Jarrar includendo solo le sue attività politiche, e le accuse di coinvolgimento nell’omicidio di Shnerb sono cadute.

Jarrar ha già trascorso anni nelle carceri israeliane e le è stato proibito viaggiare a causa della sua appartenenza al FPLP.

Il primo voto in 15 anni

Le elezioni legislative e presidenziali palestinesi previste per maggio e luglio sarebbero le prime dalle elezioni legislative del 2006, quando Hamas vinse con una vittoria schiacciante battendo Fatah, fazione dell’Autorità Nazionale Palestinese al potere guidata da Mahmoud Abbas.

Tuttavia, il partito di Abbas, sostenuto da Israele, Stati Uniti, Unione Europea e alcuni stati arabi, non ha permesso ad Hamas di assumere il governo dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Invece, le milizie allineate con Fatah a Gaza, in accordo con gli Stati Uniti, hanno cercato di rimuovere Hamas dal potere con la forza.

Ma nel giugno 2007 Hamas si è preventivamente mosso contro di loro, espellendo da Gaza le forze di Fatah sostenute dagli Stati Uniti.

Il tentativo di golpe contro Hamas dopo la sua vittoria alle elezioni ha portato all’attuale divisione per cui l’ANP di Abbas sostenuta dall’occidente ha mantenuto il controllo in Cisgiordania mentre Hamas, isolata a livello internazionale, ha governato all’interno della Striscia di Gaza assediata.

Non vi è alcuna garanzia che si svolgeranno le elezioni, poiché negli ultimi anni sono state programmate numerose votazioni poi rinviate a tempo indeterminato.

Le elezioni sono largamente viste come un modo per rafforzare la legittimità dei principali partiti politici palestinesi a 15 anni dall’ultima votazione e alla luce della nuova amministrazione statunitense.

Come ha scritto di recente Ali Abunimah di The Electronic Intifada, non è chiaro perché Hamas si fidi che lo stesso partito di Abbas e Fatah che ha guidato il colpo di stato contro Hamas nel 2007 rispetterà ora i risultati.

“Qualsiasi riconciliazione o ‘unità nazionale’ può basarsi solo sul fatto che Fatah di Abbas abbandoni la collaborazione con Israele e che Hamas abbandoni la resistenza”, ha scritto Abunimah.

L’arresto dei membri di Hamas

Israele ha regolarmente incarcerato funzionari palestinesi eletti solo perché non approva il loro punto di vista, e ora sta incrementando tali arresti in vista delle elezioni programmate. Questo fa “parte dello sforzo israeliano in corso per sopprimere l’esercizio della sovranità politica e dell’autodeterminazione dei palestinesi”, ha affermato Addameer. Nelle ultime settimane Israele ha operato molti arresti di personalità appartenenti ad Hamas nella Cisgiordania occupata.

A febbraio le forze israeliane hanno arrestato Adnan Asfour e Yasser Mansour di Hamas e hanno disposto che Asfour fosse tenuto in detenzione amministrativa per sei mesi.

Mansour è anche membro del Consiglio legislativo palestinese.

Hamas ha detto che l’arresto dei suoi politici in Cisgiordania “conferma il fatto che l’occupazione ha preso di mira il processo elettorale”.

Naif al-Rajoub, membro del Consiglio legislativo palestinese, ha detto che le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione nella sua casa a febbraio e gli hanno intimato di non partecipare alle elezioni.

Al-Rajoub ha detto all’agenzia di stampa Shehab che le forze israeliane gli hanno detto di non candidarsi alle elezioni e di non partecipare alla campagna elettorale e che gli permetterebbero solo di andare alle urne.

Altre figure di Hamas arrestate da Israele nelle ultime settimane includono Khalid al-Haj, Abd al-Baset al-Haj, Omar al-Hanbali e Fazee al-Sawafta.

La scorsa settimana un tribunale militare israeliano ha prorogato di quattro mesi la detenzione amministrativa di Khitam Saafin, a capo dell’Unione dei Comitati delle Donne palestinesi. Saafin è stata arrestata insieme ad altri attivisti politici palestinesi a novembre e da allora è detenuta senza accusa né processo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele assassina a Gaza l’importante leader della Jihad Islamica Bahaa abul-Ata

Moatasim Dalloul da Gaza

12 Novembre 2019 – Middle East Eye

La Jihad Islamica ha anche annunciato che Akram al-Ajjouri, membro del suo ufficio politico, è sopravvissuto a un attacco israeliano contro la sua casa a Damasco.

All’alba di martedì [12 novembre 2019] l’esercito israeliano ha annunciato di aver assassinato

In un comunicato congiunto l’esercito israeliano e l’Agenzia per la Sicurezza Generale (Shin Bet), hanno affermato di aver effettuato un attacco aereo alle 4 del mattino prendendo di mira l’edificio in cui si trovavano abul-Ata e sua moglie.

Il comunicato afferma che al-Ata era il “capo supremo della Jihad Islamica” e che l’assassinio è stato approvato una settimana fa dal primo ministro israeliano e ministro per la Sicurezza, Benjamin Netanyahu.

In una dichiarazione la Jihad Islamica ha confermato la morte di abul-Ata, il comandante del gruppo nel nord della Striscia di Gaza, e di sua moglie Asmaa durante un attacco israeliano contro la loro casa a est di Gaza City. Il ministero della Salute palestinese ha affermato che nello stesso attacco aereo i fratelli e la sorella della coppia, Salim, Mohammed Layan e Fatima, insieme alla loro vicina Hanan Hellis, sono rimasti feriti e sono in condizioni stabili.

La Jihad Islamica ha anche annunciato che Akram al-Ajjouri, membro del suo ufficio politico, è sopravvissuto a un attacco israeliano nella sua casa di Damasco e che suo figlio e un certo numero di guardie del corpo sono stati uccisi.

Circa un’ora dopo le uccisioni a Gaza, parecchi allarmi per il lancio di razzi sono risuonati nella parte meridionale di Israele, comprese Ashdod, Beit Elazari, Ashkelon, Zikim, Karmia, e a nord fino a Holon e Rishon le Zion, alla periferia di Tel Aviv, segnalando che erano in corso rappresaglie della Jihad Islamica.

Secondo le informazioni della polizia, ad Ashdod non sono state riportate vittime, ma sono stati danneggiati alcuni veicoli.

Il quotidiano israeliano Haaretz [di centro sinistra, ndtr.] ha affermato che sono in corso preparativi per un’ulteriore escalation, con scuole e ogni attività non essenziale chiuse nella zona presa di mira, e le autorità locali stanno predisponendo rifugi.

In seguito alle ultime uccisioni a Gaza, Benny Gantz, il leader di “Blu e Bianco” [partito di centro destra di opposizione che ha vinto le ultime elezioni, ndtr.] attualmente incaricato di formare il futuro governo israeliano, ha detto su Twitter: “Stanotte i dirigenti politici e l’IDF (esercito israeliano) hanno preso la giusta decisione per la sicurezza dei cittadini di Israele e della gente del sud [di Israele]

Blu e Bianco’ sosterrà ogni giusta attività per la sicurezza di Israele e mette la sicurezza del popolo al di sopra della politica.”

Nuova guerra israeliana”

Parlando con Middle East Eye, Khalid al-Batch, membro dell’ufficio politico della Jihad Islamica, ha affermato: “Questi crimini sono l’annuncio di una nuova guerra israeliana contro il popolo palestinese e l’occupazione israeliana ne è responsabile.”

Riguardo al tempismo dell’assassinio, Batch ha detto: “L’occupazione israeliana sta scaricando le sue crisi interne sui palestinesi e sui loro gruppi della resistenza.”

A proposito del tentativo di assassinio di Ajjouri, ha affermato: “L’occupazione israeliana ha oltrepassato i confini per aggredire i palestinesi.

Ci deve essere una risposta massiccia che sia all’altezza dei crimini.”

Batch ha detto che il suo movimento e la sua ala militare sono pronti alla rappresaglia e a difendere il popolo palestinese a Gaza e ovunque.

Tutte le altre fazioni palestinesi, compresi Hamas, Fatah, il Fronte Popolare e il Fronte Democratico hanno condannato l’“aggressione” israeliana e hanno anche dato la colpa all’occupazione israeliana per ogni possibile escalation.

Il portavoce di Hamas Hazim Qasim ha detto a MEE: “L’occupazione sionista ha la colpa delle conseguenze di questo assassinio e di questa pericolosa escalation.

La resistenza contro l’occupazione israeliana continuerà e si accentuerà. Il criminale assassinio del dirigente della Jihad Islamica non rimarrà impunito.”

Qasim ha detto che i comandi congiunti delle ali militari delle fazioni palestinesi decideranno quanto grande e quanto lunga sarà la rappresaglia.

Ha detto che Hamas non prenderà mai da sola una decisione su qualunque problema palestinese, e che ogni misura deve essere discussa con altre fazioni palestinesi e una decisione collettiva verrà presa insieme a loro.

Netanyahu si prende il merito

Parlando con MEE l’analista politico Adnan abu-Amer ha detto che l’uccisione di abul-Ata è stato il primo assassinio di un importante leader della resistenza palestinese dal 2012, quando Israele uccise l’importante dirigente delle brigate Al-Qassam, l’ala militare di Hamas, Ahmed al-Jaabari.

Egli non esclude che l’uccisione possa portare a una più ampia escalation di violenza in quanto la Jihad Islamica sicuramente vendicherà l’uccisione dei suoi dirigenti.

Altre fazioni non rimarranno in silenzio, sopratutto Hamas, afferma, sostenendo che l’esercito israeliano ha detto di essere pronto per una serie di scontri che dureranno per un paio di giorni.

Abu-Amer afferma che il tempismo dell’assassinio di abul-Ata è legato alle conseguenze delle elezioni israeliane, in quanto Netanyahu ne ricaverà parecchi vantaggi.

Sostiene che Netanyahu sarebbe capace di rinviare la formazione di un governo di coalizione e spingere i politici israeliani ad accettare una coalizione d’emergenza guidata da lui.

Il primo ministro israeliano sarebbe anche in grado di rivendicare il risultato dell’uccisione di abul-Ata, in quanto ha intenzionalmente approvato l’operazione qualche ora prima di incaricare Naftali Bennett [leader del partito dei coloni “Nuova Destra”, ndtr.] alla guida del ministero della Difesa.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Intervista al Coordinatore della Grande Marcia per il diritto al Ritorno

Patrizia Cecconi

23 febbraio 2019, Pressenza

Il 22 febbraio si è svolto a Milano un incontro pubblico con l’avvocato Salah Abdel Ati, residente a Gaza, che ha portato la sua testimonianza sulla Grande Marcia del Ritorno e sulla situazione nella Striscia.

Alla fine dell’incontro Patrizia Cecconi ha fatto alcune domande all’avvocato S. A. Ati che riteniamo interessante proporre anche nel nostro sito. L’articolo integrale con la cronaca della serata milanese è stato pubblicata su Pressenza.

D. Lei è un giovane avvocato ma ha già molti anni di esperienza nelle lotte per i diritti umani in Palestina. Vuole raccontarci un po’ della sua vita a Gaza?

R. Veramente non sono tanto giovane, ho 44 anni e due dei miei quattro figli sono già all’università. Il ragazzo studia ingegneria e la ragazza è al primo anno di farmacia. Noi vogliamo che i nostri figli studino e tutte le famiglie a Gaza vogliono questo. Non tutti però possono date le condizioni economiche, ma la percentuale di iscritti all’Università, maschi e femmine, è molto alta. 

D. Lei fa parte delle famiglie arrivate a Gaza in seguito alla cacciata dovuta alla Nakba o è originario della Striscia? 

R. Sono uno di quel 75% di gazawi che vive in un campo profughi in quanto la mia famiglia è arrivata a Gaza dopo essere stata cacciata dalla Palestina storica. Da allora viviamo nel campo profughi di Jabaliya, al nord della Striscia.

D. Jabaliya è il luogo da cui partì la prima intifada, cioè la rivolta delle pietre, come venne chiamata, dopo l’uccisione di alcuni palestinesi investiti da un camion dell’esercito israeliano nel dicembre del 1987, è così? 

R. Sì, la rivolta partì da Jabaliya. La situazione era già carica e quella fu l’occasione che fece esplodere la rabbia palestinese. Inoltre, il giorno dopo l’investimento, gli israeliani spararono, uccidendolo, a un bambino che aveva lanciato delle pietre e da Jabaliya la rivolta si allargò e si espanse in tutti i territori occupati. Io ero un ragazzino e, come tutti gli altri ragazzini, partecipai alla rivolta. La mia gamba destra porta ancora i segni lasciati da Israele. 

D. Durante e dopo la prima intifada si occupò di politica in modo sistematico o rimase nelle fila della rivolta spontanea?

R. Mi occupai di politica. Entrai nel Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP) e venni eletto rappresentante degli studenti. Sono rimasto nel Fronte popolare fino ad alcuni anni fa. 

D. Il PFLP ha sempre rappresentato l’anima laica e di sinistra della Palestina, è vero?

R. Sì, il PFLP è stato il primo partito ad avere delle donne tra i suoi massimi dirigenti, però ora non faccio più parte dell’organizzazione politica, ma continuo a svolgere le attività in cui ho sempre creduto e per le quali ho lavorato anche nel Fronte Popolare.

D. Per esempio?

R. Per esempio la formazione politica e sociale dei giovani, i tavoli di formazione e di dialogo con le donne. Lo studio dei diritti umani e le violazioni che Israele, ma anche le autorità che governano la Palestina, sebbene in forma e numero diversi, commettono. Tutti i programmi che svolgiamo nel sociale. Insomma tutto ciò che dovrebbe preparare alla vita in una società libera, quella per la quale lavoriamo e per la quale abbiamo iniziato l’esperienza della Grande Marcia del Ritorno.

D. Lei è coordinatore per gli aspetti legali della Grande Marcia del Ritorno. Ci può dire come e da chi è nata l’idea di questa marcia che finora ha visto circa 250 martiri e oltre 25.000 feriti? E chi realmente la porta avanti? Le faccio questa domanda perché i nostri media, a parte quelli “di nicchia” ne parlano come di un progetto imposto da Hamas alla popolazione gazawa. Un progetto crudele che manda a morire tanti innocenti. 

R. No, non è un progetto di Hamas. Io ho molti contatti con l’Occidente e so bene come vengono manipolate le notizie. Intanto diciamo che in questo modo la colpa delle uccisioni non si dà agli assassini ma si scarica su una parte della società gazawa, quella che ne rappresenta il governo di fatto. Hamas può essere accusato di restrizioni e di una visione reazionaria rispetto ai valori della sinistra laica, ma non può essere accusato degli omicidi israeliani. Israele uccide manifestanti inermi, si è accanita su due dei giornalisti più competenti e conosciuti anche all’estero, due reporter che mandavano foto inequivocabili alle agenzie internazionali. Non è un caso. I suoi cecchini colpiscono il personale sanitario mentre presta soccorso. Sparano sui bambini. Sono tutti crimini contro l’umanità e se il diritto internazionale non sanziona Israele per questi numerosi e continui crimini, Israele continuerà a commetterli e queste violazioni peseranno anche sulle vostre democrazie. Comunque la grande marcia non è un progetto di Hamas, ma il movimento di Hamas partecipa, al pari di membri di Fatah, del Fronte Populare, del Fronte Democratico, degli altri movimenti politici e delle organizzazioni della società civile che hanno aderito in grande numero alla marcia.

D. Le ripeto la domanda che le avevo fatto e alla quale già mi ha risposto, ma solo in parte. Abbiamo capito che non è nata da Hamas e che non è governata da Hamas, ma come è nata l’idea della Grande Marcia?

R. È nata alla fine del 2017 discutendo sulla situazione che ci vede schiacciati sotto l’assedio. Acqua quasi totalmente non potabile, elettricità somministrata a piacere di Israele tre, quattro ore a caso durante il giorno o la notte col chiaro intento di rendere più difficile possibile la vita dei gazawi. Campi continuamente distrutti o dalle ruspe o dagli aerei che spargono diserbanti. Bombardamenti israeliani a piacere. Disoccupazione altissima. Salari tagliati anche dall’Anp. Il grado di esasperazione dei giovani e degli adulti che si alterna a fenomeni di depressione per mancanza di futuro. Insomma una situazione insostenibile. Discutendo veniva fuori che in questi 70 anni in tutta la Palestina e, in particolare, in questi 12 anni di assedio a Gaza, nessuna lotta è mai riuscita vincente. 

La resistenza è un nostro legittimo diritto ma né la resistenza armata, né la non violenza hanno mai portato all’ottenimento dei diritti spettanti al nostro popolo. Allora abbiamo pensato, discutendo e anche litigando, che un vero movimento popolare, un movimento di massa, senza uso di violenza, avrebbe potuto aiutarci ad ottenere quel che ci è dovuto. Abbiamo pensato che un diritto riconosciutoci dall’ONU già nell’anno della Nakba rappresentava tutti i palestinesi, la Risoluzione 194, cioè il nostro diritto al ritorno nelle terre, nelle case da cui siamo le nostre famiglie sono state cacciate. Così abbiamo pensato, organizzandoci in comitati, a organizzare questa grande marcia, ricreando lungo il confine dell’assedio, gli accampamenti in cui le tende portavano il nome dei villaggi e delle città da cui siamo stati cacciati. Sarebbe stato un grande movimento e forse il mondo delle istituzioni ci avrebbe finalmente dato ascolto. La grande marcia non vuole divisioni tra fazioni politiche e questo è un altro nostro importante obiettivo. 

D. Ma non avete messo in conto che Israele avrebbe potuto fare una carneficina? 

R. Israele ci ammazza ogni giorno e il mondo sta in silenzio. I nostri giovani hanno ideato il fumo nero degli pneumatici per coprire la vista ai cecchini, ma il mondo non ferma Israele, anzi lo protegge e addirittura abbiamo letto sui vostri giornali che i nostri giovani sono violenti perché incendiano gli pneumatici! Il nostro popolo ama la vita, non vuole morire, ma la morte è messa in conto. Lei ha visto durante la proiezione dei filmati [presentati durante l’incontro di Milano] che abbiamo adottato la vostra canzone “Bella ciao”? Ebbene l’ultima strofa della vostra canzone è quella che ci porta a lottare a rischio della vita, morire per la libertà. 

D. Caro avvocato, è eroico e mi azzarderei a dire commovente quel che mi sta dicendo, ma il mondo delle istituzioni non sembra capirlo.

R. È per questo che sto facendo questo viaggio. Domani sarò a Bruxelles perché abbiamo bisogno di lobbies politiche che ci aiutino a imporre a Israele le giuste sanzioni secondo la normativa giuridica internazionale. Senza sanzioni che costringano Israele al rispetto dei diritti umani non ci saranno né giustizia né pace. 

D. Lei a Gaza dirige il centro Masarat, giusto? Qual è l’attività di questo centro?

R. Il Masarat – Palestinian Center for Policy Research & Strategic Studies  segue una filosofia di apertura in tutte le direzioni e l’obiettivo prioritario su cui stiamo lavorando da molti anni è quello di raggiungere la riconciliazione tra le due fazioni più importanti, i cui leader governano rispettivamente la Cisgiordania (Fatah) e la Striscia di Gaza (Hamas). Noi siamo convinti che senza unificazione tra tutte le forze politiche non ci sarà alcuna possibilità di battere l’occupazione. Sul fronte interno, dal punto di vista politico, lavoriamo per questo. Sul fronte esterno lavoriamo per ottenere il rispetto dei diritti umani da parte di Israele, ma se cogliamo violazioni dei diritti umani da parte delle autorità palestinesi non esitiamo a denunciarle e a chiedere che vengano ripristinati i diritti violati. Recentemente abbiamo denunciato come violazione dei diritti umani anche il taglio degli stipendi agli impiegati di Gaza da parte dell’ANP.

D. Questo tipo di denunce non può acuire le distanze tra Fatah e Hamas?

R. No, perché noi non denunciamo per conto dell’una o dell’altra fazione politica, ma in nome del rispetto del popolo palestinese che è un dovere rispettare, quale che sia l’orientamento politico dei singoli cittadini. Noi abbiamo un programma con obiettivi precisi e strategie precise. Critichiamo i comportamenti che ledono il popolo palestinese e sono quelli che acuiscono le intolleranze politiche. Il nostro obiettivo finale è la fine dell’occupazione perché è da questa lunghissima occupazione che genera la corruzione, l’esasperazione e sfiducia.

Abbiamo un numero altissimo di diritti riconosciuti sulla carta ma mai applicati. Domani a Bruxelles, dove speriamo di poter avere presto una sede, e nei giorni successivi a Ginevra (Commissione dei diritti umani) andrò con questo compito, quello di segnare un passo concreto verso la fine dell’occupazione.

D. E se l’obiettivo interno per cui lavorate da anni non si realizzerà?

R. Se si realizzerà avremo una chance, non la certezza, ma una chance di abbattere l’occupazione. Se invece non si realizzerà resteremo in una situazione continuamente precaria, Israele seguiterà a mangiarsi la Cisgiordania e seguiterà lo stillicidio di vite palestinesi sia lì che a Gaza. Ma a Gaza potrebbe anche prendere forma la sempre minacciata nuova guerra di aggressione, e allora non sarà solo Gaza a pagarne le conseguenze. Noi vogliamo l’unificazione, ma sappiamo che in realtà non abbiamo delle leadership democratiche. In Palestina abbiamo delle figure di grande intelligenza, ma non si riesce a uscire dalla logica del personalismo, mentre avremmo bisogno di una struttura democratica. Noi lavoriamo per questo ed è per questo che operiamo in tutte le direzioni che poi è il significato che ha il nome dell’associazione che presiedo, “Masarat”, cioè “in ogni direzione”.

D. Vorrei farle un’ultima domanda. Vedo che ormai è notte fonda e domattina presto dovrà partire, ma può dirmi cosa pensa dei Paesi arabi rispetto alla situazione di Gaza e della Cisgiordania?

R. Sarò necessariamente sintetico. I Paesi arabi sono l’essenza della conflittualità poliedrica. Prendiamo ad esempio il Qatar. Il Qatar ha interessi sia in Cisgiordania che nella Striscia, offre finanziamenti, ricostruisce interi quartieri distrutti dai bombardamenti ma, al tempo stesso, collabora con Israele. Questa è una situazione che in modo più o meno evidente ritroviamo in quasi tutti i Paesi arabi. Non abbiamo altri alleati credibili che noi stessi, per questo il nostro obiettivo è l’unità dei palestinesi e quindi la riconciliazione. 

D. Bene, la ringrazio e le auguro buona fortuna a Bruxelles e a Ginevra.

R. Vorrei chiudere affidandole un messaggio per il popolo italiano. Al popolo italiano vorrei dire: potete sostenerci boicottando Israele affinché capisca che la società civile non sostiene i suoi crimini, e potete sostenerci chiedendo alle vostre istituzioni di esprimersi a favore della nostra causa, cioè a favore della giustizia.

 




La strategia anti-BDS di Israele alimenta miti e falsità

Mohammad Makram Balawi

Middle East Monitor15 Febbraio, 2019

Il ministero degli Affari Strategici israeliano ha pubblicato un rapporto dal titolo Terrorists in Suits: The Ties Between NGOs promoting BDS and Terrorist Organizations [Terroristi in cravatta: i legami tra ONG pro-BDS e organizzazioni terroristiche]. L’inchiesta ha i toni del melodramma, specialmente quando raffigura immagini di attivisti pro-BDS affisse su una bacheca in sughero e collegate le une alle altre da tratti rossi, come in una scena di un film giallo.

L’uomo dietro l’inchiesta è il ministro per la Pubblica Sicurezza e degli Affari Strategici Gilad Erdan; senza dubbio ha una fervida immaginazione. Un guazzabuglio di nomi, luoghi, date, eventi, assemblee e immagini mischiati insieme per presentare uno scenario che si presume dissuada la gente dall’appoggiare il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni e spazzi via tutti i crimini di Israele nei confronti del popolo palestinese. Così facendo, non fa che spacciare miti e falsità.

Nel rapporto si asserisce che tutti gli attivisti pro-Palestina e a favore della giustizia che vi sono menzionati non siano in realtà ciò che sembrano. Viene ad esempio citata una descrizione fatta dalla Corte Suprema di Israele nel 2007 a proposito di Shawan Jabarin, direttore generale della Al-Haq Foundation, una delle più antiche organizzazioni per i diritti umani della Cisgiordania, come di una personalità alla “Dr. Jekyll e Mr. Hyde”. Per “rilevanti questioni di sicurezza”, il tribunale ha appoggiato la decisione dell’esercito di vietargli di lasciare il Paese. Anche la vicedirettrice dell’organizzazione per i diritti Addameer, Khalida Jarrar, è stata descritta in modo analogo; dal 2017 si trova in stato di detenzione amministrativa per il suo ruolo come importante membro del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP) e per le sue presunte attività terroristiche. La detenzione amministrativa consente a Israele di mantenere persone – guarda caso sempre palestinesi – dietro le sbarre senza alcuna accusa né processo, per periodi di sei mesi rinnovabili.

Una sezione del rapporto punta a presentare un atto di pirateria in mare aperto come una sorta di gesto eroico contro il terrorismo, ovvero quando nel 2010 le truppe israeliane attaccarono la Mavi Marmara, un’imbarcazione battente bandiera turca che faceva parte di un convoglio di navi che portava aiuti umanitari nella Striscia di Gaza assediata. In acque internazionali e nell’assoluto disprezzo del diritto internazionale e della vita umana, gli israeliani sequestrarono il convoglio e uccisero nove attivisti turchi: İbrahim Bilgen, Çetin Topçuoğlu, Furkan Doğan, Cengiz Akyüz, Ali Heyder Bengi, Cevdet Kılıçlar, Cengiz Songür, Fahri Yaldız, Necdet Yıldırım. Un decimo, Ugur Suleyman Soylemez, fu così gravemente ferito da morire dopo un coma di quattro anni. Israele alla fine ha accettato di pagare un risarcimento di più di 20 milioni di dollari alle famiglie delle vittime. I propagandisti israeliani al servizio del ministro Erdan sono ancora oggi impegnati a infangare l’immagine dei martiri e distorcere la realtà riguardo l’accaduto. Difatti, chiunque abbia mai avuto un qualsiasi legame con la Mavi Marmara e il suo convoglio viene ancora accusato di “terrorismo”, compreso l’allora capo della Campagna Britannica di Solidarietà per la Palestina Sarah Colborne, Ismail Patel dell’associazione Amici di Al-Aqsa e i leader palestinesi esiliati Muhammad Sawalha e Zaher Birawi.

Le accuse contro tali attivisti includono: apparire su canali televisivi di Al-Aqsa, di proprietà di Hamas; incoraggiare le flottiglie di liberazione a rompere l’assedio di Gaza; chiedere la fine della vendita di armi ad Israele e organizzare manifestazioni in favore del legittimo diritto al ritorno dei palestinesi e le proteste nell’ambito della Grande Marcia del Ritorno. Secondo il rapporto di Erdan, sarebbe già sufficiente andare a Gaza per offrire supporto umanitario e morale ai palestinesi, o descrivere Israele come uno Stato di apartheid, per essere additati come terroristi, nonostante Israele rientri perfettamente nei criteri per essere definita tale.

In tutto il testo di Terroristi in cravatta… c’è uno sfrontato disprezzo per il diritto internazionale, per le risoluzioni dell’ONU e anche per il puro e semplice buonsenso, e rispecchia lo spregio che Israele mostra nei confronti di quelle leggi e convenzioni mirate a proteggere chi è più vulnerabile e a offrire loro giustizia. In nessun punto del testo pare che i suoi autori siano anche solo lontanamente consapevoli della brutale occupazione militare di Israele, a cui sono asserviti i tribunali del Paese e le sue agenzie di sicurezza. Il rapporto cita infatti sentenze e inchieste di Shin Bet, l’agenzia per la sicurezza interna, come se fossero documenti indipendenti e completamente imparziali, cosa del tutto irragionevole. Qualsiasi opposizione o resistenza all’occupazione illegale e belligerante viene classificata come terrorismo, e guai a chi la pensi diversamente.

Secondo Erdan e il suo staff, nessuno è immune a tali gravi accuse, siano essi organizzazioni di società civile, fazioni di palestinesi, intellettuali o attivisti. L’inchiesta sostiene che 42 fra le principali ONG su quasi 300 organizzazioni internazionali promuovano la “delegittimazione di Israele” e la campagna BDS contro lo Stato sionista. Anche solo questo, insiste il reportage, è ragione sufficiente per classificarli come “terroristi” e per screditarli, insieme al loro considerevole lavoro. Tale attivismo, agli occhi del ministero degli Affari Strategici, sarebbe accettabile solo quando ciò avvantaggia Israele, altrimenti è bollato come “terrorismo”.

Esattamente come quando il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, in seguito agli eventi dell’11 settembre, affermò che “chiunque non è con noi è con i terroristi”, non viene lasciato alcuno spazio alla via di mezzo, nonostante sia perfettamente ragionevole essere sia contro gli Stati Uniti che anche contro il terrorismo. Israele ha adottato la stessa filosofia, per cui o sei pro-Israele o sei un terrorista, non si può essere a favore della giustizia se quella giustizia va a vantaggio delle popolazioni della Palestina occupata.

Quando, mi chiedo, Israele e i suoi sostenitori si accorgeranno che l’attivismo a favore della giustizia e pro-Palestina non sono un problema, bensì che è l’occupazione israeliana a costituire il nocciolo della questione?

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione di Maria Monno)