Israele colpisce Gaza dopo che due soldati sono stati feriti, due palestinesi morti

MEE e agenzie

Domenica 18 febbraio 2018,Middle East Eye

L’esercito israeliano afferma che le sue forze hanno sparato “colpi di avvertimento” verso palestinesi che si stavano avvicinando alla barriera di confine tra Israele e Gaza

Fonti ospedaliere hanno affermato che domenica le forze israeliane hanno ucciso due adolescenti palestinesi nella Striscia di Gaza, mentre cresce la tensione dopo un presunto attacco con bombe che ha ferito alcuni soldati israeliani sul confine dell’enclave.

L’esplosione di sabato e i successivi attacchi aerei israeliani hanno segnato una delle più gravi escalation nel territorio governato da Hamas da quando il movimento islamico e Israele hanno combattuto un conflitto nel 2014 [l’attacco denominato “Margine protettivo”, ndt.].

Domenica medici di Gaza hanno affermato di aver recuperato i corpi di due palestinesi di 17 anni uccisi dal fuoco di un carro armato israeliano. L’esercito israeliano ha sostenuto che le sue forze hanno sparato” colpi di avvertimento” verso un certo numero di palestinesi che si stavano avvicinando alla recinzione di confine “in modo sospetto”.

Sono stati identificati dal ministero della Salute di Gaza come Salam Sabah e Abdullah Abu Sheikha, entrambi di 17 anni, che sono stati uccisi a est di Rafah nel sud dell’enclave. Dovevano essere sepolti più tardi domenica.

Sabato quattro soldati israeliani sono rimasti feriti, due in modo grave, quando un ordigno esplosivo artigianale è scoppiato lungo la barriera di confine di Gaza, ma secondo l’esercito nessuno di loro è in pericolo di vita.

Israele ha risposto con quelli che l’esercito ha definito attacchi aerei e fuoco dei carri armati contro 18 obiettivi di Hamas e della Jihad Islamica, compresi impianti per la fabbricazione di armi, campi di addestramento e postazioni di osservazione.

L’ala militare di Hamas, Izz ad Din al Qassam, ha sostenuto sabato notte di aver utilizzato missili antiaerei contro i jet israeliani sul territorio costiero.

Ciò è avvenuto nel quadro della resistenza contro la continua aggressione sionista contro il nostro popolo nella Striscia di Gaza,” ha detto il gruppo senza ulteriori spiegazioni.

Escalation”

Nessun gruppo armato a Gaza ha rivendicato la responsabilità dell’esplosione di sabato. Il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman ha detto che i “Comitati di Resistenza Popolare”, uno dei gruppi armati minori di Gaza, ha fatto esplodere la bomba che ha ferito i soldati.

Scoveremo i responsabili dell’incidente di ieri,” ha detto Lieberman a Radio Israele domenica, aggiungendo che Hamas é in ultima istanza responsabile di quanto avviene a Gaza.

Il portavoce di Hamas Fawzi Barhoum ha accusato Israele delle violenze.

Hamas ritiene l’occupazione israeliana totalmente responsabile delle conseguenze per la sua continua escalation contro il nostro popolo,” ha affermato Barhoum in una dichiarazione.

Hamas e Israele hanno combattuto tre conflitti dal 2008. Il conflitto più recente, nel 2014, è stato in parte combattuto a causa di tunnel da Gaza che venivano utilizzati per lanciare attacchi.

Israele ha ripetutamente colpito obiettivi di Hamas nel sud della Striscia di Gaza all’inizio di febbraio, sostenendo che i palestinesi là avevano sparato un missile nel suo territorio.

La tensione tra i palestinesi e Israele è stata alta da quando il presidente USA Donald Trump ha riconosciuto Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico in dicembre.

Venerdì una fonte ufficiale dell’amministrazione USA ha detto all’agenzia AFP che Netanyahu visiterà la Casa Bianca il prossimo mese.

La visita del 5 marzo arriva mentre Netanyahu deve affrontare uno scandalo che ha visto la polizia raccomandare che sia imputato per corruzione.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




La crisi per la corruzione di Netanyahu: ne faranno le spese i palestinesi

Danny Rubinstein

Giovedì 15 febbraio 2018, Middle East Eye

L’iniziativa di imputare il primo ministro israeliano per corruzione potrebbe spingerlo ancor di più nelle braccia della destra nazionalista: i palestinesi ne subiranno le conseguenze

In quanto anziano giornalista israeliano che ha scritto di palestinesi praticamente fin dalla fine della guerra del 1967 [la “guerra dei Sei Giorni”, ndt.], desidero testimoniare che nelle ultime settimane i palestinesi hanno continuato a dire che la loro situazione attuale è la peggiore di sempre.

Ed è ulteriormente peggiorata in seguito al terremoto politico provocato dalla raccomandazione della polizia israeliana che Netanyahu venga imputato di corruzione. Più la situazione di Netanyahu vacilla, più dovrà appoggiarsi alla sua base tradizionale: la destra ed i coloni. Ed il prezzo verrà pagato dai palestinesi. Per spiegare il rapporto tra Netanyahu ed i palestinesi dobbiamo tornare indietro a un episodio del suo passato.

Qualche anno fa, durante una sorta di incontro a Gerusalemme tra israeliani e palestinesi, il poeta israeliano Avoth Yeshurun (il nome d’arte di Yehiel Perlmutter), si alzò e si rivolse al poeta arabo Hanna Abu Hanna.

Solo un poco”

Yeshurun spiegò di essere arrivato come un pioniere nella terra di Israele, dopo le persecuzioni in Europa, per costruire una nuova società ebraica, una società giusta. Parlò a lungo della sua scoperta di una società ed una cultura arabe che per centinaia di anni erano state all’avanguardia della civilizzazione nel mondo. “Voi arabi siete grandi e forti,” disse.

Avete avuto le prime scuole di medicina al mondo; avete portato l’algebra in Europa insieme al sistema decimale e allo zero; avete rilanciato la filosofia aristotelica; avete guidato il mondo nell’arte, nella poesia, nella scienza, nella geografia e nell’astronomia, e avete rapidamente conquistato la vastità dell’Est e parte dell’Europa.”

Yeshurun guardò Hanna Abu Hanna e gridò: “Ecco quello che vi chiedo: spostatevi un poco, solo un poco. Voi dominate dall’oceano occidentale (il Marocco) fino al Golfo Persico, 300 milioni di persone, lasciate un po’ di spazio per noi, spostatevi un poco, solo un poco!!!”

Ricordo molto bene quell’incontro perché chi parlò dopo fu un anonimo giovane arabo che si alzò per affrontare Avoth Yeshurun e disse, in sostanza: “Cosa intendi per spostarci un poco? Cosa sarebbe un poco? Sono nato a Jaffa e tutta la mia famiglia vi aveva vissuto per centinaia di anni, e non mi sono spostato un poco, mi sono spostato di un bel po’, mi sono spostato del tutto. Noi siamo rifugiati. Abbiamo perso tutto. La casa e il giardino sono persi, la famiglia si è sparpagliata dappertutto. Questo è ‘un poco’?”

Debole – e forte

Tra i palestinesi che ho conosciuto, c’è sempre stata una tensione tra la loro identificazione come arabi e quella come palestinesi. In quanto arabi fanno parte di una nazione vasta, potente e prospera, ma come palestinesi sono deboli e impotenti. Recentemente abbiamo commemorato i 100 anni dalla emanazione della dichiarazione Balfour (novembre 1917), che nella cronologia palestinese è considerata l’inizio del conflitto tra la Palestina ed Eretz Yisrael [la Terra di Israele, ndt.].

E nel corso di questo secolo i palestinesi hanno continuamente cercato l’aiuto del grande e potente mondo arabo nella loro lotta contro l’Yishuv (pre-Stato) ebraico [la comunità degli ebrei sionisti in Palestina prima della fondazione dello Stato di Israele nel 1948, ndt.] prima e contro Israele poi. I Paesi arabi tentarono di aiutare i palestinesi. Ci furono un tentativo durante la rivolta araba del 1936-39 e ovviamente le guerre del 1948 e poi del 1967 e dell’ottobre 1973. Ma tutti questi tentativi fallirono.

Spesso a Yasser Arafat è stato chiesto cosa avesse determinato il problema palestinese ed egli ha sempre dato la stessa risposta: “Siamo stati traditi dagli arabi.” Arafat pensava che gli arabi avessero tradito i palestinesi quando firmarono l’armistizio del 1949 con Israele, e che li tradirono di nuovo quando non consentirono ai palestinesi di continuare la loro lotta popolare contro Israele.

Lui stesso venne incarcerato in Egitto quando era studente al Cairo. In seguito fu imprigionato in Libano, in Siria (1966), e perseguitato in Giordania durante il “Settembre Nero” [repressione dei palestinesi da parte dell’esercito giordano, ndt.] nel 1970. La ragione fu sempre la stessa: Arafat e i suoi nazionalisti palestinesi lealisti chiedevano che gli Stati arabi li aiutassero a lottare – e ormai da molto tempo i governanti arabi si sono rifiutati.

Il “tradimento arabo” dei palestinesi continua tuttora – più che mai. Si prenda, ad esempio, l’Egitto, lo Stato arabo più grande e forte e quello che ha lottato per i palestinesi più di quanto abbia fatto qualunque altro Paese arabo. Il regime del Cairo sotto il generale al-Sisi è in una pessima situazione. Oggi la popolazione egiziana è circa di 100 milioni di abitanti. I problemi economici sono senza precedenti.

Una volta il presidente Sadat disse a noi, un gruppo di israeliani, che comprendeva i problemi di sicurezza di Israele. “Avete sempre paura che gli arabi vi attacchino, ma la nostra paura è diversa: ogni giorno temiamo che, alla sera, non avremo abbastanza da mangiare.”

Oltre alla terribile sfida economica di alimentare un centinaio di milioni di egiziani, il regime del Cairo è minacciato dai gruppi estremisti islamici. L’ISIS [lo Stato islamico, ndt.] è attivo nella penisola del Sinai; recentemente ha operato un attacco contro una moschea a ovest di El Arish e ucciso più di 300 fedeli. Il generale al-Sisi ha grandi problemi ad affrontare l’estremismo islamico.

In questo contesto posso immaginare il presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) che arriva per un incontro al Cairo con al-Sisi e gli dice: “Mi devi aiutare. Gli israeliani hanno costruito altre 50 unità abitative nella loro colonia di Ma’ale Adumim ed hanno espulso e demolito le case di decine di famiglie palestinesi, e un soldato ha arrestato una ragazza a Nabi Saleh, nei pressi di Ramallah…”

In un immaginario scenario piuttosto stravagante come questo, il generale al-Sisi starebbe pensando che Abu Mazen ha perso la testa. L’Egitto sta affrontando problemi di vita o di morte di decine di milioni di persone e Abu Mazen sta parlando al leader egiziano di qualche casa mobile parcheggiata in qualche colonia. Questi sono i problemi dei palestinesi?

In questo contesto la cooperazione militare e di intelligence tra Israele e l’Egitto è migliore di quanto non sia mai stata. Israele aiuta l’Egitto nella sua guerra contro gli estremisti islamici nel Sinai. L’Egitto è diventato un vero alleato di Israele.

La situazione è simile tra Israele e la Giordania, dove il re Abdullah ha problemi economici da affrontare, con centinaia di migliaia di rifugiati siriani, e deve respingere militanti islamici sulle frontiere con la Siria e l’Iraq. La cooperazione di intelligence tra Israele ed Amman è un fatto consolidato e ben noto da molto tempo.

Alleati arabi

E c’è di più. C’è anche una cooperazione politica di livello piuttosto alto tra Israele, Arabia saudita ed Emirati. Israele, i sauditi e gli Stati del Golfo hanno un nemico comune: l’Iran. I sauditi stanno combattendo gli iraniani in Yemen – dove gli iraniani lanciano missili verso il territorio saudita – così come sul suolo siriano e libanese. Quindi ha preso forma una specie di alleanza strategica tra Israele e gli Stati arabi sunniti contro l’Iran sciita. Tutto sotto il patrocinio del presidente americano Donald Trump.

In Medio Oriente i palestinesi non hanno prospettive. Assolutamente nessuna. Nessun Paese arabo li aiuterà, ma potrebbe piuttosto danneggiarli. Benjamin Netanyahu ed il suo governo lo sanno. Possono fare tutto quello che vogliono ai palestinesi. E quindi il governo israeliano di destra continua a costruire e sviluppare le colonie della Cisgiordania.

Il 60% della Cisgiordania che, in base agli accordi di Oslo, è controllato da Israele, è stato quasi completamente annesso a Israele. Praticamente ogni settimana sentiamo di nuove leggi o regolamenti che discriminano gli arabi in Cisgiordania e in Israele. Nell’ultima settimana, per esempio, è stata approvata una legge speciale per accordare all’università della colonia di Ariel lo stesso status di cui godono le istituzioni accademiche all’interno di Israele.

Riguardo a Gaza, non c’è praticamente più niente da dire. I due milioni di palestinesi a Gaza sono stati sotto assedio per un decennio. Gli egiziani ed il regime di Ramallah fanno molto poco per aiutarli. Il risultato è che Gaza è sull’orlo di un disastro umanitario di massa. C’è energia elettrica solo da quattro a otto ore al giorno. L’acqua non è potabile. La disoccupazione è circa del 50%. L’economia è limitata alla generosità delle organizzazioni umanitarie internazionali, guidate dall’ONU, che recentemente hanno fatto notizia quando Trump ha annunciato progetti per ridurre drasticamente il loro bilancio.

Non tanto bene

Come già detto, oggi la situazione dei palestinesi è la peggiore da molto tempo a questa parte. Una società frammentata sprofondata nell’indigenza e sottoposta al potere limitato dell’Autorità Nazionale Palestinese, le cui forze di sicurezza sono diventate, in gran parte, complici di Israele.

Molti israeliani pensano che, finché i palestinesi stanno male, noi qui in Israele stiamo bene.

È così nei conflitti a somma zero. Ma nel nostro caso, non è così.

In Israele ci sono ambienti progressisti che pensano che anche noi siamo in una brutta situazione. Ormai da qualche tempo qui molte organizzazioni dei diritti umani hanno operato come l’opposizione più decisa al governo di Netanyahu.

La prova sta nella dura campagna di attacchi del regime contro le Ong. “Breaking the Silence” e i suoi soldati della riserva apertamente critici contro la condotta dell’esercito in Cisgiordania, “B’Tselem”, “Machsom Watch”, l’“Association for Civil Rights in Israel” [“Associazione per i Diritti Civili in Israele, ndt.], il “New Israel Fund” [“Nuovo Fondo Israele, ndt.]: tutte esistono da almeno 20 anni, ma solo ultimamente il governo Netanyahu le ha definite come il “Nemico numero uno”.

Netanyahu gode di ampio prestigio internazionale. È invitato nelle capitali internazionali, da Delhi a Varsavia, da Mosca a Washington. I suoi problemi sono principalmente in patria. Le critiche sono per lo più degli ambienti progressisti, all’interno di Israele, che non possono sopportare la realtà di quanto sta succedendo ai palestinesi. Egli sostiene sempre che tutte le critiche dirette contro il suo comportamento corrotto vengono da circoli progressisti di sinistra che cercano di rovesciare il suo governo.

Persino la raccomandazione della polizia di imputarlo di corruzione è vista da Netanyahu come nient’altro che un ulteriore tentativo politico da parte della sinistra traditrice di fare un colpo di stato. Quindi il grande timore è che l’attuale situazione lo spinga ancor di più nelle braccia della destra nazionalista e verso nuovi passi contro i palestinesi e contro i suoi nemici di sinistra. Mentre la presa di Netanyahu sul potere si indebolisce, i palestinesi e la sinistra progressista in Israele rischiano di pagarne il prezzo.

Danny Rubinstein è un giornalista e scrittore israeliano. In precedenza ha lavorato per “Haaretz”, dove è stato analista delle questioni arabe e membro del comitato editoriale.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Il “nuovo antisemitismo”

Neve Gordon

4 gennaio 2018, London Review of Books

Poco dopo lo scoppio della Seconda Intifada nel settembre 2000 sono diventato attivista del movimento politico ebreo-palestinese chiamato “Ta’ayush”, che conduce un’attività non violenta diretta contro l’assedio militare israeliano della Cisgiordania e di Gaza. Il suo obiettivo non è solo protestare contro le violazioni dei diritti umani da parte di Israele, ma di unirsi al popolo palestinese nella sua lotta per l’autodeterminazione. Per alcuni anni ho passato la maggior parte dei fine settimana con “Ta’ayush” in Cisgiordania; durante la settimana avrei scritto delle loro attività per la stampa locale ed internazionale. I miei articoli attirarono l’attenzione di un professore dell’università di Haifa, che scrisse una serie di interventi accusandomi prima di essere un traditore e un sostenitore del terrorismo, poi più tardi di essere un “Judenrat wannabe” [lett. “Sostenitore del Consiglio ebraico”, cioè gli ebrei che collaborarono con il nazismo, ndt.] e un antisemita. Le accuse iniziarono a circolare sui siti web della destra; ricevetti minacce di morte e parecchi messaggi di odio via mail; all’amministrazione della mia università arrivarono lettere, alcune da parte di importanti finanziatori, che chiedevano che venissi licenziato.

Ho citato questa esperienza personale perché, benché persone all’interno di Israele e all’estero abbiano espresso preoccupazione per il mio benessere e mi abbiano offerto il loro appoggio, la mia sensazione è che nel loro sincero allarme per la mia sicurezza, abbiano perso di vista qualcosa di molto importante riguardo all’accusa di “nuovo antisemitismo” e a chi sia, in ultima analisi, il loro bersaglio.

Ci viene detto che il “nuovo antisemitismo” prende la forma della critica del sionismo e delle azioni e delle politiche di Israele, e si manifesta spesso nelle campagne per rendere responsabile il governo israeliano della violazione delle leggi internazionali, con il recente esempio del movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS). In questo sarebbe diverso dal “tradizionale” antisemitismo, inteso come l’odio per gli ebrei in quanto tali, l’idea che gli ebrei siano naturalmente inferiori, la convinzione che ci sia una cospirazione mondiale degli ebrei o il controllo ebraico del capitalismo, ecc. Il “nuovo antisemitismo” differisce anche dalla forma tradizionale nelle affiliazioni politiche dei suoi presunti responsabili: mentre siamo abituati a pensare che gli antisemiti siano politicamente di destra, i nuovi antisemiti sarebbero, agli occhi dei loro accusatori, soprattutto politicamente di sinistra.

La logica del “nuovo antisemitismo” può essere formulata come un sillogismo: 1) l’antisemitismo è odio verso gli ebrei; 2) essere ebrei vuol dire essere sionisti; 3) di conseguenza l’antisionismo è antisemitismo. L’errore riguarda la seconda proposizione. Le affermazioni secondo cui il sionismo si identifica con l’ebraismo, o che una simile equazione possa essere fatta tra lo Stato di Israele e il popolo ebraico, sono false. Molti ebrei non sono sionisti. E il sionismo ha molte caratteristiche che non sono in nessun modo insite o caratteristiche dell’ebraicità, ma piuttosto sono emerse dalle ideologie nazionaliste e del colonialismo di insediamento durante gli ultimi trecento anni. La critica del sionismo o di Israele non è necessariamente il prodotto di un’animosità verso gli ebrei; al contrario, l’odio verso gli ebrei non implica necessariamente l’antisionismo.

Non solo, ma è possibile essere sia sionista che antisemita. La prova di ciò è fornita dalle affermazioni di suprematisti bianchi negli USA e da politici dell’estrema destra in tutta Europa. Richard Spencer, un esponente di spicco dell’alt-right [“destra alternativa”, l’estrema destra statunitense che ha contribuito all’elezione di Trump, ndt.], non ha nessun problema nel definirsi come un “sionista bianco” (“come cittadino israeliano” ha spiegato a un intervistatore della televisione israeliana Channel 2, “che ha un senso di appartenenza ad una Nazione e ad un popolo, alla storia e l’esperienza del popolo ebraico, lei dovrebbe avere rispetto per uno come me, che prova gli stessi sentimenti nei confronti dei bianchi…Voglio che noi abbiamo una patria sicura per noi stessi. Proprio come voi volete una patria sicura in Israele”), mentre pensa anche che “gli ebrei sono ampiamente sovra rappresentati in quello che si potrebbe chiamare l’“establishment”.’ Anche Gianfranco Fini dell’Alleanza Nazionale italiana e Geert Wilders, leader del Partito Olandese della Libertà, hanno professato la propria ammirazione per il sionismo e per l’etnocrazia “bianca” dello Stato di Israele, pur esprimendo chiaramente le proprie opinioni antisemite in altre occasioni. Tre cose che attraggono questi antisemiti verso Israele sono: primo, il carattere etnocratico dello Stato; secondo, un’islamofobia che ritengono Israele condivida con loro; terzo, le politiche assolutamente dure di Israele verso i migranti di colore dall’Africa (nelle ultime di una serie di misure destinate a obbligare immigrati eritrei e sudanesi a lasciare Israele, sono state introdotte norme, all’inizio di quest’anno, che impongono ai richiedenti asilo di depositare il 20% dei loro averi in un fondo che gli verrà restituito solo se, e quando, lasceranno il Paese).

Se sionismo ed antisemitismo possono coincidere, allora – in base alla legge di contraddizione – l’antisionismo e l’antisemitismo non sono riducibili uno all’altro. Ovviamente è vero che in certi casi l’antisionismo può effettivamente sovrapporsi in parte all’antisemitismo, ma questo di per sé non ci dice molto, dato che una grande varietà di opinioni e di ideologie possono coincidere con l’antisemitismo. Si può essere capitalisti, socialisti o libertari ed essere anche antisemiti, ma il fatto che l’antisemitismo si possa unire con ideologie così diverse così come con l’antisionismo non ci dice praticamente niente su questo o su di esse. Eppure, nonostante la chiara distinzione tra l’antisemitismo e l’antisionismo, parecchi governi, così come gruppi di studio e organizzazioni non governative, insistono ora sulla nozione secondo cui l’antisionismo è necessariamente una forma di antisemitismo. La definizione adottata dall’attuale governo del Regno Unito offre 11 esempi di antisemitismo, sette dei quali includono critiche a Israele – una manifestazione concreta del modo in cui la nuova concezione dell’antisemitismo è diventata un’opinione accettata. Qualunque critica rivolta contro lo Stato di Israele assume ora le tinte dell’antisemitismo.

Un esempio singolare ma molto efficace del “nuovo antisemitismo” ha avuto luogo nel 2005 durante il ritiro di Israele da Gaza. Quando sono arrivati i soldati per evacuare gli ottomila coloni che vivevano nella zona, alcuni di questi hanno protestato mettendo sui vestiti stelle gialle e insistendo che “non sarebbero andati come pecore al macello”. Shaul Magid, il titolare della cattedra di “Studi ebraici” all’università dell’Indiana, sottolinea che così facendo i coloni hanno dato dell’antisemita al governo e all’esercito israeliani. Ai loro occhi il governo ed i soldati meritavano di essere chiamati antisemiti non perché odiano gli ebrei, ma perché stavano mettendo in atto una politica antisionista, danneggiando il progetto di fondazione del cosiddetto “Grande Israele”. Questa rappresentazione della decolonizzazione come antisemita è la chiave per una corretta comprensione di quello che è in gioco quando la gente viene accusata del “nuovo antisemitismo”. Quando il professore dell’università di Haifa mi ha bollato come antisemita, non ero io il vero bersaglio. Gente come me viene regolarmente attaccata, ma siamo considerati dalla macchina del “nuovo antisemitismo” scudi umani. Il vero obbiettivo sono i palestinesi.

C’è una certa ironia in questo. Storicamente la lotta contro l’antisemitismo ha inteso promuovere pari diritti e l’emancipazione degli ebrei. Quelli che denunciano il “nuovo antisemitismo” desiderano legittimare la discriminazione e la sottomissione dei palestinesi. Nel primo caso qualcuno che desidera opprimere, dominare e sterminare gli ebrei è bollato come antisemita; nel secondo, chi vuole partecipare alla lotta per la liberazione dal dominio coloniale è bollato come antisemita. In questo modo, ha osservato Judith Butler [nota filosofa statunitense di origine ebraica, ndt.], “un desiderio di giustizia” è “ridefinito come antisemitismo”.

Il governo israeliano ha bisogno del “nuovo antisemitismo” per giustificare le sue azioni e per proteggerle dalla condanna interna ed internazionale. L’antisemitismo è effettivamente utilizzato come un’arma, non solo per soffocare il discorso – “non importa se l’accusa è vera”, scrive Butler, il suo intento è “causare sofferenza, provocare vergogna, e ridurre l’accusato al silenzio” – ma anche per sopprimere una politica per la liberazione. La campagna non violenta del BDS contro il progetto coloniale e la violazione dei diritti da parte di Israele è etichettata come antisemita non perché i fautori del BDS odino gli ebrei, ma perché esso denuncia l’oppressione del popolo palestinese. Ciò evidenzia un ulteriore aspetto inquietante del “nuovo antisemitismo”. Convenzionalmente, chiamare qualcuno “antisemita” vuol dire mettere in evidenza e condannare il suo razzismo; nel nuovo caso, l’accusa di “antisemita” è utilizzata per difendere il razzismo e per appoggiare un regime che mette in atto politiche razziste.

Oggi la questione è come conservare una nozione di anti-antisemitismo che rifiuti l’odio contro gli ebrei, ma non promuova l’ingiustizia e l’espropriazione nei territori palestinesi o in qualunque altro luogo. C’è una via d’uscita dal dilemma. Possiamo opporci a due ingiustizie in una volta. Possiamo condannare i discorsi di odio ed i crimini contro gli ebrei, come quelli di cui siamo stati testimoni recentemente negli USA, o l’antisemitismo dei partiti politici di estrema destra europei, e allo stesso tempo denunciare il progetto coloniale di Israele ed appoggiare i palestinesi nella loro lotta per l’autodeterminazione. Ma per portare avanti questi compiti congiuntamente, bisogna prima rifiutare l’equazione tra antisemitismo e antisionismo.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Lieberman ha ragione, a Gaza non c’è una crisi, c’è una catastrofe

Amira Hass

12 febbraio 2018, Haaretz

Una ‘crisi’ implica un punto di rottura, e Gaza c’è arrivata molto tempo fa. Siamo oltre ad una rottura nella quotidianità. Siamo ad una catastrofe umanitaria

Nella disputa tra il capo di stato maggiore ed il ministro della Difesa sul fatto se vi sia una crisi umanitaria nella Striscia di Gaza, il ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha ragione. Non vi è crisi. Una crisi comporta un punto di rottura di un genere che interrompe la quotidianità, che colpisce come una meteora. Non è questa la situazione di Gaza, dove si verifica un costante e previsto deterioramento. Qualunque punto sulla linea di declino è un disastro umanitario.

Il paragrafo precedente ed ogni affermazione che seguirà potrebbero essere argomento di un intero articolo, ma non ne ho il tempo. Nella rubrica “Non dite che non sapevate” si affrontano questioni urgenti e nel nord (del Paese) c’è rischio di guerra. Quindi ci atterremo ai punti principali.

Ogni due o tre mesi un’organizzazione internazionale o palestinese avverte che Gaza è sull’orlo del collasso. Non mentono. Gli avvertimenti criticano i piccoli aiuti di emergenza che non affrontano le cause e semplicemente rallentano il tasso di deterioramento. Si può sicuramente ritenere che qualche carico di medicinali e di fondi per l’emergenza stiano arrivando.

I palestinesi di Gaza sono diventati una comunità di mendicanti. È una vergogna. E la vergogna non è loro.

Gli israeliani e gli americani hanno ragione, in tutta la loro scandalosa ipocrisia, quando chiedono a Hamas perché ha i soldi per le armi, ma non per pagare l’intero salario al personale medico o per gli ospedali e le terapie.

Hamas sta imitando Israele. Come Israele, sposta l’incombenza di prendersi cura dei civili di Gaza sull’Autorità Nazionale Palestinese e sui Paesi donatori. Come Israele, pretende di controllare di fatto la Striscia di Gaza, mentre si sottrae alla responsabilità per la sua popolazione, ma con una fondamentale differenza: Israele è un occupante astuto e malvagio, che mira ad usare i disastri economici ed umanitari per costringere i palestinesi alla resa e all’emigrazione di massa. Hamas è carne e sangue della peculiare comunità palestinese che vive nella Striscia. Scaricare la responsabilità su altri mentre si pavoneggia dei propri armamenti e della lotta armata, non ha fatto che indebolire il suo popolo, il 40% del quale vuole andarsene.

Quando alti dirigenti dell’Autorità Nazionale Palestinese, in particolare Mahmoud Abbas, parlano di “Stato di Palestina”, riconosciuto dalle Nazioni Unite, esso comprende la Striscia di Gaza. Gaza è utile per la loro narrazione politica, ma nella pratica quei dirigenti si mostrano indifferenti al destino dei cittadini di Gaza.

Il taglio del 40% dei medicinali al sistema sanitario pubblico di Gaza non è un decreto divino. Hamas e gli abitanti di Gaza hanno ragione ad accusare l’Autorità Nazionale Palestinese di ritardare deliberatamente gli invii di medicinali per far pressione su Hamas. Questo non è neanche politicamente sensato. Gli abitanti di Gaza criticano apertamente l’Autorità Palestinese, non Hamas.

Il ritardo degli invii di medicinali non è economicamente saggio. I pazienti, invece di essere curati nella Striscia di Gaza, sono indirizzati in ritardo a curarsi altrove. L’Autorità Palestinese paga ed il costo risulta pari a decine di volte il prezzo dei farmaci. Che follia!

E’ ragionevole ritenere che il tasso di malattie sia alle stelle a causa dell’acqua non potabile, della riduzione delle falde acquifere sotterranee, delle acque di scolo non trattate che vanno a finire in mare, del terreno intriso di sostanze chimiche depositate dagli innumerevoli e incessanti bombardamenti da parte di Israele; della spazzatura di cui è così difficile disfarsi; del permanente stato di paura; del numero di persone ferite e rese disabili e dei tanti che soffrono di conseguenze post traumatiche dopo aver perso i loro cari negli attacchi di Israele.

Gli abitanti di Gaza hanno una resilienza ed una capacità di resistenza che ci risulta difficile immaginare. I chirurghi stranieri che lavorano da volontari a Gaza sono meravigliati di come i bambini riescano a stare sulle proprie gambe due giorni dopo l’intervento. Ai bambini di Madrid ci vuole una settimana, mi ha detto Steve Sosebee, direttore del ‘Palestine Children’s Relief Fund’, che porta nei territori occupati centinaia di medici volontari. Questo spiega, allora, la capacità dei gazawi di affrontare la lista di malattie elencate nel paragrafo precedente?

Invece di competere tra loro su chi sia il primo a far fuori il personale sanitario e a tagliare i suoi salari, le dirigenze delle due fazioni palestinesi non potrebbero magari impegnarsi nel genere opposto di competizione: su chi sia il primo ad aumentare i salari delle equipe mediche, in base al riconoscimento dell’importanza del loro lavoro e della loro diligenza ed abnegazione nel corso degli anni, per le quali non sono state ricompensate?

Sosebee ha detto che un volontario francese è andato via con l’impressione che tutti i medici nella Striscia di Gaza siano depressi; Sosebee l’ ha definita un’epidemia di depressione. I medici sanno esattamente come curare i loro pazienti, ma non ne hanno i mezzi. È una depressione indipendente dai bassi salari che ricevono e va al di là della depressione di due milioni di abitanti imprigionati, che non possono liberamente entrare ed uscire dalla Striscia.

Con la sua politica di incarcerazione di massa, che è iniziata nel 1991 e si è rafforzata negli anni 2000, Israele sperava di spingere l’Egitto ad annettere Gaza. Non ci è riuscito. È tempo che l’Europa chieda qualcosa in cambio dei suoi finanziamenti. Gli europei dovrebbero dire che per ogni 1000 dollari che donano per salvare la Striscia, Israele deve lasciare uscire altri 1000 gazawi per studiare, lavorare, proseguire la formazione come medici ed insegnanti e per viaggiare e visitare amici e parenti.

Questo dovrebbe essere ripetuto di continuo: il sistematico periodo di semicollasso potrà essere interrotto solo quando verrà reintrodotta la libertà di movimento per persone e merci. Lasciateli lavorare, anche in Israele, come prima. Si guadagneranno una vita onesta, scambieranno ed esporteranno beni, l’erario palestinese non dovrà raccogliere donazioni dal resto del mondo e la gente vorrà tornare a Gaza perché nessuno le impedirà di andarsene.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Rapporto OCHA del periodo 16- 29 gennaio 2018 ( due settimane)

Il 29 gennaio, l’ospedale di Beit Hanoun, nel nord di Gaza, ha interrotto l’erogazione dei servizi medici; in una situazione di lunghi blackout della rete elettrica, tale interruzione consegue all’esaurimento dei fondi per l’acquisto di carburante per i generatori di emergenza.

In condizioni normali, questo ospedale fornisce assistenza medica ad oltre 300.000 persone nel nord di Gaza. Si prevede che i fondi forniti dalle Nazioni Unite per il carburante di emergenza destinato a situazioni critiche: sanità, acqua potabile, trattamento acque reflue e smaltimento rifiuti solidi, si esauriscano, al massimo, tra qualche settimana.

Il 18 gennaio, nella città di Jenin, durante un’operazione di ricerca-arresto, un palestinese di 31 anni è stato ucciso con arma da fuoco dalle forze israeliane. Secondo fonti israeliane, l’uccisione è avvenuta nel corso di uno scontro a fuoco con palestinesi armati. Durante lo stesso episodio, le forze israeliane hanno anche demolito, con buldozer, tre abitazioni e una serra, sfollando 16 palestinesi. Altri 12 palestinesi sono rimasti feriti durante i successivi scontri con le forze israeliane. Secondo quanto riferito, l’operazione mirava ad arrestare i presunti colpevoli di un attacco con armi da fuoco (avvenuto il 9 gennaio), durante il quale venne ucciso un colono israeliano.

In Cisgiordania, le forze israeliane hanno effettuato, complessivamente, 160 operazioni di ricerca-arresto, durante le quali sono stati arrestati 187 palestinesi, tra cui 23 minori. Due delle operazioni, compresa quella sopra menzionata, hanno provocato scontri e il ferimento di 16 palestinesi. Il più alto numero di operazioni è stato registrato nel governatorato di Hebron (50), seguìto dai governatorati di Betlemme (29) e Gerusalemme (24).

Nei Territori palestinesi occupati, nel corso di scontri, le forze israeliane hanno complessivamente ferito 274 palestinesi, tra cui 67 minori. 130 di questi ferimenti (compresi i 20 occorsi nei pressi della recinzione perimetrale di Gaza) sono stati registrati durante manifestazioni contro il riconoscimento da parte degli Stati Uniti (6 dicembre 2017) di Gerusalemme quale capitale di Israele. Questo numero [130] è inferiore rispetto a quello dei ferimenti avvenuti durante manifestazioni svolte per lo stesso motivo nel precedente periodo di riferimento [191 feriti nel periodo 2-15 gennaio 2018]. Altri 92 palestinesi sono rimasti feriti in scontri con forze israeliane intervenute a seguito di risse tra palestinesi e gruppi di coloni israeliani introdottisi in tre località palestinesi: Madama (Nablus), Azzun (Qalqiliya) e Nablus.

Al posto di blocco di Za’tara/Tapuach (Nablus), forze israeliane hanno colpito, e ferito, con armi da fuoco due ragazzi palestinesi di 14 e 16 anni che avrebbero tentato di pugnalare soldati israeliani. Entrambi i minori sono stati successivamente arrestati. Inoltre, il 19 gennaio, nei pressi di un sito turistico vicino alla città di Gerico, un palestinese ha guidato il suo veicolo contro soldati israeliani, ferendone uno; l’uomo è stato arrestato. Fonti israeliane hanno riferito di un ulteriore tentativo di speronamento con auto, verificatosi il 18 gennaio, ad un posto di blocco della Polizia di Frontiera a Gerusalemme Est e conclusosi senza vittime. Il sospetto aggressore è fuggito.

Durante il periodo di riferimento [16-29 gennaio], un palestinese di 57 anni, malato di cancro, è morto in un carcere israeliano. Fonti palestinesi riferiscono che la morte è avvenuta dopo inascoltate richieste di rilascio per cure mediche fuori dal carcere.

Nella striscia di Gaza, in Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e in mare, le forze israeliane hanno aperto il fuoco in 13 occasioni; non vi sono stati feriti, ma è stato interrotto il lavoro di agricoltori e pescatori. In altre due occasioni, nei pressi della recinzione perimetrale di Deir al Balah e nel nord-est di Khan Younis, le forze israeliane hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo. Inoltre, ad est del Campo di Al-Bureij, un 19enne è stato arrestato dalle forze israeliane mentre tentava di entrare in Israele attraverso la recinzione.

In Cisgiordania, per mancanza di permessi di costruzione emessi da Israele, le autorità israeliane hanno demolito dieci strutture palestinesi, sfollando sette persone. Sei di queste strutture erano state fornite alle famiglie della comunità beduina di Al Jiftlik Abu al Ajaj (Gerico) come risposta umanitaria a una precedente demolizione. Altre due strutture (due edifici multipiano in costruzione) erano situate nella comunità di Bir Onah, che rientra nei confini municipali di Gerusalemme, ma, a causa della Barriera, è fisicamente separata dalla Città. Inoltre, vicino ad Al Khadr (Betlemme), le forze israeliane hanno spianato con i bulldozer 4.000 mq di terreno, danneggiando circa 400 alberelli: l’area è designata [da Israele] “Terra di Stato”.

Sono stati segnalati cinque attacchi di coloni israeliani che hanno ferito palestinesi o provocato danni a loro proprietà. Nella zona di Al Mu’arrajat di Gerico un giovane di 18 anni e sua madre di 55 anni, mentre pascolavano le pecore, sono stati aggrediti fisicamente e feriti da un gruppo di coloni israeliani; a Beit Safafa (Gerusalemme Est) due veicoli sono stati dati alle fiamme; all’ingresso del villaggio di Beit Iksa (Gerusalemme) 12 veicoli sono stati vandalizzati; nei villaggi di Nabi Samuel (Gerusalemme) e Aqraba (Nablus) 85 alberi sono stati sradicati o danneggiati. Secondo un rapporto dei media israeliani, la polizia israeliana ha arrestato un colono israeliano dell’insediamento di Betar Illit (Betlemme), sospettato di almeno sei violente aggressioni contro palestinesi che lavorano nell’insediamento.

Secondo quanto riportato dai media israeliani, due coloni israeliani sono rimasti feriti e almeno tre veicoli hanno subito danni in cinque episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli israeliani. Gli episodi sono stati segnalati nelle aree di Gerusalemme, Ramallah, Hebron e Betlemme.

Il 17 gennaio l’esercito israeliano, per tre giorni, ha chiuso al transito veicolare tre ingressi del villaggio di Hizma (governatorato di Gerusalemme), abitato da oltre 7.300 persone; ha inoltre tenuto chiuso l’ingresso principale per ulteriori otto giorni. L’esercito israeliano ha comunicato al consiglio del villaggio che le chiusure erano state attivate in risposta al lancio di pietre, da parte di persone del villaggio, contro veicoli di coloni israeliani che viaggiavano sulla statale 437.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è rimasto chiuso in entrambe le direzioni. Secondo le autorità palestinesi a Gaza, oltre 23.000 persone, compresi i casi umanitari, sono registrate ed in attesa di attraversare Rafah.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 30 gennaio, nel villaggio di Al Mughayyir (Ramallah), un ragazzo di 16 anni è stato ucciso, con arma da fuoco, dalle forze israeliane; il ragazzo aveva lanciato pietre contro un veicolo militare israeliano che era entrato nel villaggio. Testimoni oculari hanno dichiarato che, in quel momento, non erano in corso scontri. Le autorità israeliane hanno annunciato l’apertura di un’indagine.

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nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




ISRAELE E I MITI SIONISTI (II)

Joseph Halevi

Recensione a: Ilan Pappé Ten Myths About Israel London: Verso 2017, pp. 171

Seconda parte

rproject.it

Un paese che si basa sulla pulizia etnica e sulla colonizzazione permanente non può essere definito democratico. In verità nessuna entità statuale ove é in atto una colonizzazione a scapito della popolazione autoctona é definibile come democratica: si veda il caso dell’Australia ove fino al 1967 gli aborigeni, già violentemente decimati durante il diciannovesimo secolo, non venivano nemmeno contati nei censimenti. Eppure l’Australia era considerata una fiorente democrazia, il che significa che il termine è perfettamente malleabile a piacere senza un valore universale. Il settimo capitolo del volume di Pappé si prefigge di dimostrare la fallacia insita nella propaganda americano-israeliana riguardo l’unica democrazia nel Medioriente. Il capitolo é più incisivo di quello precedente appena discusso.

Pappé inizia osservando che la visione di Israele nel mondo, condivisa anche da rispettabili autori palestinesi, é che, dopo la guerra del 1967, il paese pur incorrendo in delle difficoltà con l’occupazione e il dominio sui palestinesi, rimane comunque uno Stato democratico. Scrive però Pappé che anche prima del 1967 in nessun modo poteva lo Stato d’Israele essere considerato democratico; a meno che, aggiungo, non si consideri la democrazia applicabile solo ad una parte della popolazione. A questo punto l’autore passa in rassegna le misure e le politiche di repressione nei confronti dei pochi palestinesi scampati alla Naqba. Nei due anni che trascorsero dalla fine della guerra del 1948-49 il parlamento, la Knesset, incorporò le leggi speciali di emergenza varate dalle autorità britanniche nel 1945 durante gli anni del terrorismo sionista dell’Irgun di Begin e compagnia, ma che non era soltanto una prerogativa della destra bensì vi partecipava anche l’establishment socialista-sionista. (10) La popolazione palestinese rimasta venne sottoposta ad un governatorato militare retto dalle leggi di emergenza, le stesse che al tempo del dominio britannico tutte le organizzazioni sioniste denunciarono come di stile nazista. La conseguenza fu la totale assenza di uno stato di diritto per questa popolazione che in teoria avrebbe dovuto godere di tutti i diritti in quanto formalmente di cittadinanza israeliana. Il governatore militare poteva – in maniera assolutamente insindacabile – requisire case, espellerne ed arrestarne gli abitanti, confiscare terreni, revocare permessi. Il governatore poteva dichiarare delle aree chiuse per motivi di sicurezza rendendo ‘illegali’ casolari e agglomerati di abitazioni palestinesi ubicate dentro queste aree che poi venivano assegnate a insediamenti che per statuto erano esclusivamente ebraici. Tale pratica continua tutt’oggi con la messa fuori legge di agglomerati beduini nel Negev a sud di Tel Aviv. Accadeva e accade, che dei palestinesi fossero – e siano ancora – condannati per aver violato un’area chiusa di cui erano o sono proprietari. (11) Spesso i villaggi palestinesi erano sottoposti a coprifuoco e fu in queste circostanze che, sottolinea Pappé, alla vigilia della guerra del 1956, accadde il massacro di Kafr Qasim che costò la vita a 49 palestinesi. Sul villaggio, assieme ad alcuni altri nelle vicinanze, il coprifuoco scattò quando molte persone erano ancora al lavoro nei campi per cui man mano che rientravano, ignare della decisione del governatore militare, venivano uccise dall’esercito israeliano. Tale evento non fu casuale: Pappé scrive che l’eccidio va inquadrato nell’ambito dell’operazione “Talpa”, un piano di espulsione dei restanti palestinesi in caso di un nuovo conflitto con i paesi arabi e il massacro di Kafr Qasim costituiva un test circa la propensione della restante popolazione palestinese a fuggire oltre la linea verde. Malgrado il governo di Ben Gurion avesse cercato di occultare l’eccidio, questo fu portato alla luce del sole grazie all’attività dei deputati comunisti e di un deputato del partito socialista sionista Mapam. Il processo che seguì inflisse delle pene molto leggere seguite da ulteriori condoni.

Gran parte delle leggi discriminatorie nei confronti dei palestinesi passano, senza mai menzionare i soggetti verso cui sono dirette, attraverso il fatto che gli arabi israeliani sono esenti dal servizio militare. Ad esempio, disposizioni riguardo l’usufrutto di servizi sociali o di altri tipi di sovvenzioni includono la clausola che i richiedenti devono aver effettuato il servizio militare. Nella popolazione ebraico-israeliana – la sola che veramente conti dato che gli altri ci sono perché o l’esercito non ha fatto in tempo a cacciarli via o perché sono riusciti a rimanere aggrappati ai loro paesi e/o a nascondersi in villaggi vicini a quelli investiti dal terrorismo dell’Haganà –  l’esonero dei palestinesi dall’esercito fornisce la giustificazione circa la natura non razzista delle misure di discriminazione. Meritatamente Pappé porta a conoscenza del grande pubblico la vera storia dell’esclusione dalla leva dei palestinesi israeliani. A metà degli anni ’50 il governo israeliano mise i palestinesi di fronte alla prova, chiamandoli ai centri di reclutamento dell’esercito. Sollecitati anche organizzativamente dal Partito Comunista d’Israele, che era la maggiore formazione politica tra i palestinesi israeliani e la sola forza di ricostituzione della loro identità palestinese, i giovani in età di leva accorsero in massa con grande sorpresa del governo. Colte in contropiede le autorità non ripeterono mai più l’esercizio ma hanno da sempre usato la falsa scusa del rifiuto palestinese di servire nell’esercito per giustificare le misure discriminatorie.

L’arbitrio del regime militare verso i palestinesi era totale. Non solo i coprifuoco erano ingiustificati e applicati per terrorizzare la popolazione palestinese ma i soldati potevano intimare l’alt e sparare, anche su bambini, in condizioni ‘normali’. Avendo, una parte di quegli anni, vissuto da ragazzo in Israele come figlio di una famiglia dell’establishment sionista socialista, posso dire che la segregazione era totale. Pappé scrive che il governatorato militare proibiva ai palestinesi l’accesso al 93% del territorio nazionale. Per noi ‘ebrei’ del luogo, Israele era – ed é per gli ‘ebrei’ israeliani di oggi – un paese liberissimo di cui si poteva e si può dire peste e corna fermo restando il fatto che gli ‘arabi’ volevano e vogliono ‘distruggerci’ e quelli rimasti in Israele – una potenziale quinta colonna – dovevano ringraziarci per tollerarli. In ogni caso, la Terra d’Israele è nostra da oltre 3000 anni, eccetera.  Noi ‘ebrei’ abbiamo quindi ragione a priori!

Benché sottoposti al regime militare i palestinesi israeliani potevano votare e questo, dal lato propagandistico, cancellava ogni discriminazione. Guardando poi da vicino si scopre che la situazione era ed é assai diversa, ma su questo tema rinvio ad un altro lavoro di Pappé. (12) La situazione, allargando il tema trattato da Pappé, era gravissima per i palestinesi cittadini israeliani di terza o quarta classe col diritto di voto come foglia di fico che copriva la realtà effettiva. L’assenza per loro di uno stato di diritto significava essere esposti ad uccisioni da far west. Ben Gurion era consapevole dello stato di cose e ne era preoccupato non per ragioni di democrazia verso i palestinesi  ma perché pensava che gli assassinii compiuti dai soldati verso gli arabi israeliani potessero ripercuotersi sull’immagine di Israele. Di recente Gidi Weitz di Ha-aretz ha riportato alla luce i verbali desecretati di una riunione del consiglio dei ministri del 1951 nella quale Ben Gurion parlò nella veste del suo secondo ruolo, quello di Ministro della Difesa, strabiliando gli stessi ministri:

“Non sono il Ministro della Giustizia, non sono il Ministro di Polizia e non sono a conoscenza di tutte le azioni criminali commesse ma come Ministro della Difesa, conosco alcuni di questi crimini e devo dire che la situazione fa paura specialmente in relazione a due aspetti: 1) omicidi e 2) atti di stupro”. E aggiunse: “persone dello Stato Maggiore mi dicono – ed é anche la mia opinione –  che fintanto che un soldato ebreo non viene impiccato per aver ucciso degli arabi, questi omicidi non cesseranno”. Ben Gurion colse perfettamente l’essenza della dimensione razzista di Israele, allora ancora in formazione ma oggi non più eradicabile su cui la professoressa (Premio Sakharov del Parlamento Europeo) Nurit Peled Elhanan dell’Università ebraica di Gerusalemme, ha scritto pagine preziosissime. (13)

Continuiamo a leggere Ben Gurion:

“In linea di massima coloro che hanno i fucili li usano”  e (alcuni) “credono che gli ebrei siano persone ma non gli arabi e che quindi sia possibile far contro di loro qualsiasi cosa. Alcuni pensano che uccidere arabi sia un comandamento e che tutto quello che il Governo dice contro le uccisioni di arabi  non sia una cosa seria e il divieto di uccidere arabi é solo una finzione ma che in effetti sia un atto ben accetto perché così vi saranno meno arabi in giro. Fintanto che continueranno a pensare in questo modo le uccisioni non si fermeranno.” E infine: “Presto non saremo più in grado di mostrare la nostra faccia al mondo. Gli ebrei incontrano un arabo e (che fanno?) lo uccidono”. (14)

La stampa ebraico-israeliana era allora completamente passiva e rarissimamente riportava gli assassinii perpetrati dai soldati – criminali a piede libero – sulle strade di campagna d’Israele, e mai come degli omicidi. A loro volta, i giornali dei movimenti kibbutzistici erano falsi, in quanto predicavano idee socialiste per poi partecipare a man bassa alla spoliazione della popolazione palestinese. Solo i giornali comunisti Kol ha-am (La voce del popolo) in ebraico e Al Ittihad (L’Unità) in arabo, costituivano una voce fortemente critica riguardo i soprusi subiti dai palestinesi. I comunisti però erano molto guardinghi proprio perché conoscevano bene la situazione sul terreno essendo la maggiore forza tra gli arabi israeliani ed erano consapevoli del rischio di una nuova ondata di pulizia etnica come erano consapevoli della pulizia etnica in atto condotta dall’esercito israeliano nella zona demilitarizzata. Tuttavia non tutto è controllabile soprattutto se la critica viene dall’élite europea degli ebrei israeliani. Anche in Sudafrica del resto il regime dell’ apartheid non riusciva a silenziare completamente le critiche provenienti da bianchi democratici specialmente se si trovavano ad essere membri del Parlamento di Città del Capo come nel caso della famosa deputata Helen Suzman (1917-2009), con 36 anni di vita parlamentare sulle spalle e amica di Nelson Mandela che andava a visitare in prigione.

Nel 1953 Azriel Karlibach, fondatore e direttore di Maariv, il maggior quotidiano – politicamente di centro – d’Israele, pubblicò un suo pezzo, scritto in forma poetica, di una potenza straordinaria, ancor oggi insuperata. Il titolo dell’articolo è molto significativo in quanto è preso da un’opera letteraria sudafricana nota per essere un testo di critica e protesta contro il tipo di società che darà vita all’apartheid. Si tratta del romanzo di Alan Paton pubblicato nel 1948 col titolo Cry Beloved Country (Piangi terra amata). (15) L’articolo di Karlibach, avendo lo stesso titolo, stabiliva un legame diretto col regime di apartheid sudafricano e – essendo l’autore liberaleggiante ed anti-socialista – puntava apertamente il dito contro la falsità dei kibbutzim che da un lato esprimevano solidarietà con gli africani e, dall’altro, derubavano gli arabi delle loro terra. Il tema del poema, stilato nella forma di un dialogo tra padre e figlia mentre vanno a vedere cosa stava succedendo in Galilea, è una disamina molto dettagliata dei meccanismi messi in atto per espropriare i palestinesi israeliani delle proprio terre. In tale contesto, il parlamento israeliano, la Knesset, viene esplicitamente accusato di essere non un’assise democratica ma un consesso ove arbitrariamente viene legalizzata la spoliazione degli arabi d’Israele, contro la quale, in seguito ai ricorsi da parte delle vittime, si erano formalmente espressi i magistrati israeliani. Tuttavia, scrive Karlibach, per aggirare le sentenze, in effetti giuste, dei tribunali israeliani, coloro che hanno partecipato al furto si riuniscono nella Knesset e decretano che questi terreni non sono regolati da alcuna legge stabilendo altresì che ai legittimi proprietari è fatto divieto di rivolgersi alla magistratura. La critica di Karlibach si connette alle osservazioni di Ben Gurion riguardo le uccisioni arbitrarie effettuate dai sodati israeliani in libertà, che si appaiano all’arbitrarietà della legislazione votata dalla Knesset, funzionante come un parlamento dell’apartheid sionista avente quindi poca o nessuna legittimità democratica. Il quadro che emerge circa la democrazia israeliana nei confronti dei palestinesi rimasti in Israele è preciso e sconvolgente.

Quando nel 1966 gran parte dei terreni arabi erano ormai stati requisiti e la popolazione ammassata in villaggi impoveriti e resi asfittici per mancanza di aree disponibili, il regime militare, divenuto troppo ingombrante rispetto alla pretesa di democraticità dello Stato nei confronti di tutti i suoi cittadini, venne abrogato. Non fu così però con le prerogative già in possesso del governatore militare che vennero trasferite alle autorità civili. Intatta rimase la prerogativa di dichiarare illegali degli insediamenti arabi, di raderli al suolo e  adibire le zone così ‘ripulite’ a nuovi insediamenti per soli ebrei.  Succede ancor oggi e non mi riferisco alle distruzioni di case palestinesi, 50 mila dal 1967, di uliveti, frutteti, e delle requisizioni di terreni che avvengono ormai da cinquant’anni nei territori conquistati con la guerra del 1967. L’ottavo capitolo del volume di Pappé tratta di tutto questo in maniera egregia. Mi riferisco invece a fatti accaduti recentemente, nel 2016, dentro la vecchia linea verde, come la distruzione del villaggio beduino di Um-Al-Hiram nel Negev settentrionale dichiarato illegale cui é seguita la rapida assegnazione del suolo alla costruzione di una località per soli ebrei. (16) I mesi intercorsi tra l’abolizione del governo militare sui palestinesi di Israele e la guerra del 1967 hanno costituito l’unico periodo in cui, dal 1948, i Palestinesi dell’ insieme della Palestina non fossero soggetti ad un regime militare. Con la conquista della Cisgiordania e di Gaza il governo israeliano, nota giustamente Pappé, trasferì l’intero apparato repressivo perfezionato dal governo militare riguardo i palestinesi di Israele sui palestinesi delle zone conquistate senza che essi potessero usufruire perfino di una minima protezione non avendo diritti politici e civili.

Rispetto all’evento del 1960, il 1967 rappresentò la grande occasione di conquistare l’insieme della Palestina. L’occupazione ebbe immediatamente un carattere di conquista – di “liberazione” di tutta la Terra di Israele, come allora recitavano in coro giornali e partiti ad eccezione del quello comunista Rakah. (17) Liberazione da chi? dal controllo arabo ovviamente. Purtroppo, per i dirigenti israeliani, i nuovi territori non vennero liberati dalla presenza della popolazione palestinese. Un esodo oltre il Giordano vi fu: circa trecentomila profughi lo attraversarono ma il restante milione e passa di abitanti della Cisgiordania rimase fissa sul posto. Da Gaza poi era impossibile andarsene sebbene Levi Eshkol, Primo Ministro laburista durante il 1967, ne avesse vagheggiato l’espulsione. Immediatamente in Israele si sviluppò il dibattito su come annettere i nuovi territori senza però assorbirne la popolazione araba, ingombrante e superflua quindi. Questo è Israele, un paese razzista fino al midollo, razzismo che nasce dall’ideologia sionista di insediamento coloniale volta espressamente a sostituire popolazione araba con una ebraica. Molto rapidamente venne prodotto un piano noto come il Piano Allon, ideato da Ygal Allon, ministro nel governo laburista di Levi Eshkol, un’importante figura nel movimento kibbutzistico e nella storia dell’esercito israeliano. Una prima versione apparve nell’estate del 1967 e una seconda agli inizi del 1968. Il piano prevedeva l’annessione di una parte della Cisgiordania, una fascia assai ampia  lungo la valle del Giordano e di tutta Gerusalemme collegata alla fascia con una striscia. In tal modo la Cisgiordania veniva spaccata in tre parti: una zona annessa ad Israele con completa continuità territoriale e due zone palestinesi separate tra loro: una a nord di Gerusalemme e del suo corridoio verso la valle del Giordano e una a sud di Gerusalemme. Queste erano le aree con la più alta concentrazione di palestinesi. Il piano non venne mai adottato ufficialmente dal governo ma servì da piattaforma di riferimento per le politiche di colonizzazione. L’idea di un’autonomia palestinese nella forma dei bantustan del Sudafrica dell’apartheid nasce col Piano Allon.

Cinquant’anni dopo stiamo ancora alla stesso punto con un’importante differenza: già nel 1990 il Piano Allon non era più realizzabile in quanto gli insediamenti coloniali, tutti al 100% illegali, punteggiavano le tre zone. L’alternativa venne in effetti da Rabin: collegare gli insediamenti con Israele e tra di loro attraverso un sistema di strade speciali chiuse ai palestinesi. Queste strade frammentano le zone della supposta autorità palestinese in un mosaico di piccole aree senza continuità territoriale e soggette al regime dei posti di blocco dell’esercito israeliano. Ciò implica che l’esercito oppressore deve essere presente in permanenza controllando i passaggi da una zona palestinese all’altra attraverso dei posti di blocco. Da molti anni i posti di blocco costituiscono uno strumento di vessazione ed umiliazione costante della popolazione palestinese, una prova quotidiana che – nella ‘democrazia’ israeliana – essi non hanno diritti e sono ciecamente soggetti al dominio militare. Parallelamente gran parte della popolazione ebrea israeliana si trova da circa due generazioni ormai a partecipare attivamente alla repressione dei palestinesi con la gestione dei posti di blocco e dell’occupazione militare, sia attraverso il servizio militare che coinvolge uomini e donne, sia attraverso il periodico richiamo nel servizio di riserva degli uomini fino a circa 50 anni.  Con una politica di bantustan come principio guida, gli accordi di Oslo non potevano che fallire. Ed è questo che dimostra Pappé nell’ottavo capitolo. All’autorità palestinese veniva richiesto di gestire i bantustan secondo i criteri dell’occupazione, di riconoscere la ‘realtà’ sul terreno, cioè la colonizzazione, e veniva escluso il riconoscimento dei diritti dei rifugiati della Naqba. Nei negoziati durante il fallito accordo di Camp David patrocinati da Clinton, fu respinta perfino la richiesta di Arafat di cessare gli abusi quotidiani nei confronti della popolazione palestinese. Gli accordi che avrebbero dovuto portare ad una soluzione negoziata del ‘conflitto’ comportavano inoltre un ulteriore restringimento e frammentazione delle aree palestinesi e, osserva Pappé, ad ogni proposta di spartizione il popolo palestinese ha visto aumentare la violenza nei suoi confronti. Le proposte di Ehud Barak, il leader laburista allora al governo, erano talmente inaccettabili che anche l’allora ministro degli esteri di Israele nel governo Barak, Shlomo Ben Amì, dichiarò nel 2006 in un dibattito televisivo sul canale di “Democracy Now”, che se fosse stato palestinese non avrebbe firmato gli accordi di Camp David. (18)

Particolarmente importante é il racconto che nel nono capitolo Pappé fa della situazione a Gaza ove ricapitola le fasi della crescita di Hamas mostrando che si tratta di un movimento politico, e non terroristico in quanto tale, sviluppatosi sul vuoto creato da Al-Fatah e con una posizione) netta sul diritto al ritorno dei profughi del 1948. Quest’ultimo aspetto è molto importante a Gaza dato che nel 1948 la striscia era stata scelta da Israele per espellervi i palestinesi delle zone meridionali del loro stesso paese. Il fallimento pianificato di Camp David e Taba (19) – località questa sul confine tra Egitto e Israele vicino a Eilat sul Golfo di Aqaba – diede luogo alla Seconda Intifada mentre Ariel Sharon del Likud (‘destra’) diventava il nuovo Primo Ministro. In questo contesto Pappé mostra come Sharon sfruttò la nuova situazione e la crescita di Hamas a Gaza per ottenere da parte degli USA via libera riguardo l’annessione di gran parte della Cisgiordania. L’impossibilità di controllare Gaza dall’interno fornì lo spunto per la messa in opera di una strategia che da un lato presentava il ritiro da Gaza come una concessione di pace e, dall’altro, chiedeva agli Stati Uniti, allora governati da Bush figlio, di escludere i profughi della Naqba da ogni negoziato. Un fatto riportato da Pappé chiarifica la strategia di Ariel Sharon. Gli Stati Uniti erano riluttanti ad accettare il piano di ritiro da Gaza proposto da Sharon. Contando sulle affinità ideologiche con Bush riguardo il mondo arabo, Sharon scommise che sarebbe riuscito a far accettare il piano alla Casa Bianca. E così in effetti fu con l’aggiunta della promessa da parte di Washington di non includere i profughi nelle trattative e di non far pressione su Israele riguardo l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania. Lo sganciamento da Gaza e la trasformazione della Striscia in una prigione controllata dall’esterno e regolarmente bombardata ha sortito, nota Pappé, l’effetto di silenziare  l’opposizione – tra gli ebrei di Israele – all’occupazione e di formare un vastissimo consenso in favore di essa. Ergo conclude Pappé nel decimo ed ultimo capitolo del libro, la sola via è quella di una battaglia per un solo Stato di tutti i cittadini, come nel caso del Sudafrica dopo l’apartheid. Anzi, prosegue Pappé, continuare a parlare della soluzione a due Stati significa appoggiare l’apartheid, dato che con i due Stati la colonizzazione non verrà eliminata né arrestata mentre lo Stato palestinese sarà una serie di bantustan e Gaza rimarrà una prigione dalle orribili condizioni di vita diventate ormai insostenibili.

Negli ultimi quattro decenni si sono formati degli storici che hanno profondamente cambiato lo studio del Medioriente. Essi sono ebrei israeliani, palestinesi israeliani e palestinesi, dai Khalidi, a Nur Masahla, a Avi Shlaim, a Joseph Massad, a Ilan Pappé. Fino alla formazione di questi storici la propaganda israeliana dominava e si basava su criteri tanto semplici quanto falsi. Secondo tale propaganda, gli “ebrei” hanno diritto alla Terra di Palestina perché era la loro storicamente e ne sono stati stati espulsi definitivamente dai romani. Nei tempi più recenti la Palestina era pressoché disabitata, atta dunque a ricevere i presunti discendenti degli abitanti originari perseguitati da un razzismo anti-ebraico immanente ed incancellabile. Al loro arrivo per costruire il loro legittimo Stato essi  si sono confrontati con l’ostilità araba anch’essa motivata da un’innata anti-ebraicità. I ‘pochi’ abitanti arabi della Palestina avrebbero potuto facilmente sistemarsi nei paesi arabi vicini solo che i governi ‘arabi’ hanno preferito la via di distruggere Israele. Gira e rigira questa è la storia ufficiale ormai del tutto invalidata. Essa è stata talmente invalidata che perfino gli storici ufficiali rimasti la negano sul piano metodologico, come é successo nel caso delle loro reazioni ai volumi di Shlomo Sand ed anche in altre circostanze, per poi farla riemergere quando respingono la natura del sionismo come un movimento di insediamento coloniale ed esclusivo.

Ilan Pappé é sicuramente la persona che ha maggiormente studiato la storia della Palestina e di Israele in tutte le sue molteplici forme fornendoci un quadro storiografico incontrovertibile. Per i suoi imprescindibili contributi, Pappé ha ricevuto, nel novembre del 2017 a Londra, il massimo premio del Palestine Book Awards. (20) Tuttavia non é detto che le conclusioni da lui raggiunte in questo volume siano realizzabili e tali da poter arrestare la colonizzazione. E’ perfettamente possibile, anzi probabile, che mentre la soluzione a due Stati sia ormai defunta, quella che liberi il popolo palestinese dall’oppressione coloniale sia di là da venire e nemmeno individuabile.

Fine

Note

10 E’ indicativo che durante il massacro di Deir Yassin perpetrato dall’Irgun nell’aprile del 1948, una formazione dell’ufficiale Haganà stazionasse a pochissimi chilometri di distanza senza alzare un dito. Le bande criminali ebbero tutto il tempo di esibire la popolazione catturata per le strade di Gerusalemme, di riportarla a Deir Yassin e di sterminarla senza che l’Haganà facesse nulla per impedirlo.

11 Vedi Mondoweiss del 27/12/2017: http://mondoweiss.net/2017/12/israeli-sentences-trespassing/?utm_source=Mondoweiss+List&utm_campaign=32481edf23-RSS_EMAIL_CAMPAIGN&utm_medium=email&utm_term=0_b86bace129-32481edf23398519897&mc_cid=32481edf23&mc_eid=9728f22b82

12 Ilan Papp é, The Forgotten Palestinians: A History of the Palestinians in Israel, New Haven, CT: Yale University Press, 2013.

13 Nurit Peled Elhanan: La Palestina nei testi scolastici di Israele. Ideologia e propaganda nellistruzione. Milano: EGA-Edizioni Gruppo Abele, 2015.

14 Le citazioni provengono dall’ edizione in inglese di Ha-aretz e sono state tradotte da me. Vedi Gedi Weitz in Ha-aretz 1/4/2016: Ben-Gurion in 1951: Only Death Penalty Will Deter Jews From Gratuitous Killing of Arabs.

https://www.haaretz.com/israel-news/.premium-1.712125

15 Azriel Karlibach: Cry Beloved Country, in ebraico in Maariv 25/2/1953. Tradotto e stampato in Inglese in Uri Davis e Norton Mezvinsky (a cura di), Documents From Israel: 1967-1973. London: Ithaca Press, 1975, pp. 14-20.

16 https://972mag.com/authorities-start-process-of-replacing-bedouin-town-with-a-jewish-one/121065/

17 Nel 1965 il Partito Comunista d’Israele si spaccò a causa del fatto che il suo segretario generale, Shmuel Mikunis effettuò una svolta filosionista e critica verso la posizione dell’ URSS sul Medioriente. Il grosso dell’ufficio politico e del partito non seguì Mikunis il quale però era il titolare legale del nome del partito MAKI (partito cominista d’Israele). Si formarono cosi due gruppi parlamentari, quello di Mikunis dal nome Maki e composto dal solo Mikunis, e RAKAH (nuova lista comunista) con tre parlamentari. Molto rapidamente il gruppo Mikunis si sciolse nelle liste piu radicali della sinistra sionista che, dopo varie mutazioni, oggi si condensano nel piccolo partito MERETZ, mentre RAKAH diede vita a HADASH (acronimo per fronte democratico per la pace) oggi facente parte della Lista Unita – terzo gruppo parlamentare alla Knesset – che raccoglie una serie di organismi politici palestineso-israeliani. In tal modo però HADASH ha perso il suo carattere di unica formazione politica israeliana non ‘etnicamente’ schierata. La scelta è stata imposta dal cambiamento delle legge elettorale che, aumentando la soglia di sbarramento, ha obbligato i partiti che operano nel settore arabo o, come i comunisti, che ricevono voti soprattutto dai palestinesi israeliani, ad accorparsi.

18 https://www.democracynow.org/2006/2/14/fmr_israeli_foreign_minister_if_i, anche:

https://www.theguardian.com/commentisfree/2010/jul/01/israel-palestinian-peace-camp-david

19 I colloqui di Taba si tennero tra il 21 e il 27 gennaio 2001 e avrebbero dovuto essere lo strumento per l’applicazione degli accordi di Camp David II dell’ anno precedente. I colloqui furono però interrotti per le elezioni israeliane che portarono al governo israeliano Ariel Sharon.

20 http://www.middleeasteye.net/news/three-authors-highlighted-palestine-book-awards-489086373

Il ringraziamento di Pappé, breve ma importante, si trova a:https://www.versobooks.com/blogs/3532-ilan-pappe-s-keynote-address-at-2017-palestine-book-awards




ISRAELE E I MITI SIONISTI (I),

Joseph Halevi

Recensione a: Ilan Pappé Ten Myths About Israel London: Verso 2017, pp. 171

Parte prima

rproject.it

La situazione dei palestinesi si aggrava in una forma così accelerata che si può ormai misurare quotidianamente. Il deterioramento viene regolarmente documentato dalle agenzie specializzate delle Nazioni Unite e tuttavia sul piano politico i principali membri dell’ONU permettono la continuazione della finzione che l’occupazione israeliana sia temporanea e cesserà quando verrà firmato un accordo di pace. Israele non è però un custode temporaneo, ad interim, della Cisgiordania e di Gerusalemme orientale, nonché di Gaza. Come osserva Ilan Pappé nel capitolo su Gaza, il nono, del suo ultimo libro, non bisogna quindi farsi confondere dal ‘ritiro’  voluto nel 2005 da Ariel Sharon deciso piuttosto a metterla sotto assedio. Per l’ONU Israele rimane formalmente il paese occupante della Striscia. Dal 1967 il governo di Tel Aviv tratta i territori  della Cisgiordania e del Golan – quest’ ultimo illegalmente annesso nel 1981 – come zone di popolamento coloniale rimaneggiando ed espellendo gli abitanti dalle aree scelte per gli insediamenti, distruggendone le case e limitandone gli spostamenti, costruendo strade per soli ebrei. Il punto è che l’occupazione in corso dal 1967 non è mai stata considerata come temporanea da parte dei vari governi israeliani.  Essa si presenta come la continuazione della pulizia etnica condotta in maniera massiccia dal dicembre del 1947 fino al 1949 con prolungamenti fino agli inizi degli anni ’50 quando gli abitanti di Majdal, ribattezzata Ashkelon, furono messi su dei camion e scaricati oltre il confine della striscia di Gaza.  La questione in definitiva è assai semplice da capire: Israele è uno Stato ad insediamento coloniale concepito in modo tale da rimpiazzare una popolazione pre-esistente, quella palestinese appunto, con una nuova di provenienza in gran parte europea. E, altrettanto semplicemente, la conseguenza del progetto sionista volto a costruire uno stato istituzionalmente ebraico. Il problema pertanto non è unicamente confinabile ai territori conquistati con la guerra del giugno del 1967: tutto il processo di insediamento coloniale sionista si caratterizza come un’occupazione del suolo su cui si sorgevano i villaggi palestinesi e sulla requisizione con la forza delle loro terre agricole e fonti acquifere e sullo spostamento violento dei loro abitanti.

Sebbene la realtà dei palestinesi sia ormai ben nota, sulla maggioranza degli organi di stampa la storia della formazione di Israele e della sua evoluzione nel tempo continua ad essere caratterizzata da miti che fungono da sostegno alle politiche del governo contro il popolo palestinese, fornendo altresì l’alibi alla colpevole Europa  di non fare assolutamente nulla di concreto. In questo contesto lo storico Ilan Pappé – originariamente docente all’Università di Haifa, ma da dieci anni professore presso la University of Exeter in Gran Bretagna (1)- ha prodotto un volume il cui obiettivo consiste nella demolizione dei principali miti con cui viene presentato e descritto Israele. Il volume si articola in dieci capitoli di cui l’ultimo tratta molto criticamente della questione dei due Stati come soluzione del problema.

“Una terra senza popolo, per un popolo senza terra” costituisce lo slogan fondatore dell’ideologia sionista. La frase contiene due miti cui sono dedicati i primi due capitoli del libro. Agli inizi del ventesimo secolo la prima parte dello slogan fu smontata completamente da Max Nordau, cofondatore e vice presidente dell’Organizzazione Sionista Mondiale. Egli scrisse al presidente dell’organizzazione Theodor Herzl che la promessa sposa (*), cioè la Palestina, era già maritata, intendendo con questo che il paese già apparteneva a coloro che vi abitavano e che contavano oltre mezzo milione di persone. Pappé mostra molto bene e succintamente come la Palestina del periodo Ottomano avesse i tratti di una società evoluta in termini di centri urbani e di ceti culturali, forse tra le più avanzate del mondo arabo. Alcune delle riforme amministrative introdotte dal governo ottomano contribuirono a rendere la fisionomia territoriale della Palestina più omogenea, mentre la designazione dei confini mandatari da parte del governo britannico dopo la Prima Guerra Mondiale ne rafforzò la coerenza. Grazie ai lavori dello storico statunitense di origini palestinesi Rashid Khalidi, Pappé rileva come un movimento nazionale specificatamente palestinese si stesse formando prima del soprassalto prodotto dalla colonizzazione sionista. (2) Egli fa inoltre notare che se non fosse per il fatto che i sionisti richiedessero ed imponessero alla comunità ebraica palestinese un’ubbidienza totale, la formazione di un movimento nazionale palestinese avrebbe incluso, come nel caso dei cristiani, anche degli ebrei appartenenti alla locale comunità.

Di maggiore complessità è la critica alla seconda parte dello slogan. In verità mi sembra che l’autore non affronti la questione se gli ebrei siano o meno “un popolo senza terra”. Per farlo avrebbe dovuto discutere teoricamente della questione nazionale e ciò é assente dalle pagine del volume in questione che evita ogni argomentazione concettuale marxista. Il metodo scelto da Pappé è quello di tracciare il sentiero che collega il sionismo cristiano della prima metà dell’800 al sionismo nato successivamente nell’ambito del mondo ebraico europeo. Il primo consiste in quelle posizioni del protestantesimo e anglicanesimo che, dalla terza decade del diciannovesimo secolo fino al primo conflitto mondiale, sostenevano l’auspicabilità di far ‘tornare’ gli ebrei alla supposta terra di origine come atto di redenzione e di eliminazione di un ‘problema’ europeo. E’ da osservare che per i cristiano-sionisti, prevalentemente protestanti e anglicani la questione ebraica emanava dalla loro stessa concezione antisemita in quanto – dopo aver per secoli  contribuito teologicamente e praticamente a castigare “l’ebreo” in nome della cristianità – imputavano ai medesimi ebrei un’ innata volontà di rifiutare ogni integrazione. Ergo, meglio rispedirli al loro mitologico luogo d’origine.

Pappé evidenzia l’integrazione tra le visioni cristiano-sioniste ed il personale politico che andava formulando le politiche imperialiste britanniche nell’area mediorientale sia per il periodo in cui Londra sosteneva l’impero ottomano, che per la fase in cui mirava a subentrarvi. In conclusione, le due correnti rappresentate dal sionismo cristiano e da quello nazionalista ebraico confluirono “in una potente alleanza che trasformò l’antisemita e millenaristica idea del trasferimento degli ebrei dall’Europa alla Palestina in un concreto progetto di colonizzazione a spese della popolazione autoctona della Palestina. Quest’alleanza diventò di pubblico dominio con la proclamazione della Dichiarazione Balfour il 2 novembre 1917 –  una lettera del ministro degli esteri britannico ai leader della comunità ebraica inglese in cui in pratica veniva promessa la creazione di un focolare nazionale ebraico in Palestina” (p. 19, mia traduzione).

Il terzo capitolo del libro discute l’affermazione sionista di rappresentare tutto l’ebraismo. Questo, scrive l’autore, alla fine dell’Ottocento si divideva in due gruppi, formati rispettivamente da ebrei religiosi chiusi nelle proprie comunità e da ebrei  riformatori e laici il cui modo di vita non si distingueva dal resto della popolazione (purché del medesimo ceto sociale, aggiungo) eccetto per alcune ricorrenze. In ambo i casi il movimento sionista fu visto negativamente e in proposito Pappé cita dichiarazioni di rabbini e di varie autorità ebraiche. Particolarmente dura contro il sionismo appare, nello stesso periodo, la posizione del movimento riformatore ebraico statunitense. Esistevano però già allora dei rabbini che appoggiavano l’idea base del programma sionista e, sebbene minoritari, essi segnalarono la nascita dell’ala religiosa del sionismo oggi dominante. Per la maggioranza dei rabbini il sionismo costitutiva una grave violazione del dettato religioso-metafisico secondo il quale il ‘ritorno’ degli ebrei si sarebbe avverato solo con l’arrivo del Messia mentre per il gruppo minoritario il sionismo costituiva la realizzazione del dettato biblico. L’ostacolo principale all’accettazione del neonazionalismo da parte dei religiosi risiedeva però nella dimensione antropologico-culturale del sionismo il quale, in tutte le sue componenti, si proponeva di creare un nuovo ebreo, non particolarmente religioso, lavoratore agricolo e combattente, fisicamente robusto e non stortignaccolo come invece veniva raffigurato dalla propaganda antisemita pienamente condivisa dai sionisti.

Nella creazione dell’immagine del ‘nuovo ebreo’  i sionisti modificarono l’uso della Bibbia trattandola come un libro di storia effettivamente accaduta concentrandosi sul possesso del territorio promesso da “Elohim” a Moshé. Furono soprattutto i movimenti del sionismo socialista ad usare la Bibbia in senso storico da cui, come ammise uno dei loro esponenti, scaturì “il mito del nostro diritto di possedere questa terra” (p. 31). Arrivati in Palestina con simili idee in testa, i coloni non potevano che vedere i legittimi abitanti come degli alieni sebbene i veri stranieri fossero i nuovi arrivati: spulciando negli archivi israeliani ove sono conservati dei diari degli immigrati dei primi del ‘900, Pappé riporta dei passi illuminanti in quanto riflettono il bagaglio culturale orientalista, nel senso di Edward Said, (3) a sua volta mutuato dalla cultura profondamente eurocentrica e/o russocentrica, di cui i coloni e i loro mentori teorici erano zuppi fino al midollo (lo stesso Max Nordau, il vice di Herzl, che pur aveva colto bene la realtà che la Palestina fosse ormai sposata ai palestinesi, era un’espressione estrema e preoccupante dell’eugenismo eurobianco). Se Ilan Pappé avesse preso in considerazione l’antico ma validissimo saggio di Maxime Rodinson, uno dei maggiori mediorientalisti e pensatore marxista, avrebbe trattato il tema del rapporto sionismo e ebraismo con maggiore chiarezza. (4)  Secondo Pappé nel corso della storia varie popolazioni si sono costituite come gruppo nazionale e quindi anche gli ebrei possono passare attraverso un simile processo. Tuttavia, osserva, se ciò implica la spoliazione ed espulsione di un altro popolo la richiesta di autonomia nazionale diventa illegittima. Ma gli ebrei non sono un popolo a sé, essi appartengono alle nazioni dove abitano per cui il sionismo sarebbe rimasto un movimento marginale senza gli eventi in Germania negli anni Trenta e quelli terribili degli anni Quaranta del secolo scorso. A mio avviso Pappé avrebbe dovuto prima smantellare sia l’idea di popolo ebraico, che l’idea di una Terra di Israele, indipendentemente dal fatto che la Palestina fosse abitata o meno. Esplicitamente e stranamente Ilan Pappé non dà importanza all’assioma fondatore del sionismo, vale a dire la presunta continuità tra gli ebrei dell’antichità e quelli degli ultimi duemila anni. Egli afferma, a ragione, che anche altri casi di colonialismo di insediamento hanno visto i loro fautori appellarsi a concezioni religiose. A mio avviso, la demolizione che la leggenda della continuità tra ebrei antichi e moderni ha subito dal lato storico-antropologico è molto importante, a cominciare da Koestler 50 anni or sono, per arrivare a Shlomo Sand, docente di Storia all’Università di Tel Aviv autore di due recenti volumi sul tema. (5)

Tutti i sionisti hanno sostenuto, e – se non fossero ormai dominati da una visione biblico-religiosa della Palestina alla stregua dei fondamentalisti cristiani negli USA – ancora sosterrebbero, che il loro movimento deve essere considerato come un movimento nazionale, al pari di quello risorgimentale italiano e, per alcuni segmenti, addirittura rivoluzionario in senso socialista. Infatti nel 1920  il partito sionista marxista Paolé Zion fu invitato alla conferenza di Baku, il primo vero e proprio congresso mondiale anticolonialista, organizzata dal governo sovietico e diretta da Grigorii Zinoviev. In quell’occasione si precisò ulteriormente la differenza tra la questione nazionale dal punto di vista marxista rispetto al sionismo. Il documento presentato da Poalé Zion, che sosteneva la colonizzazione ebraica, fu l’unico a ricevere una lunga risposta severamente critica da parte del Partito Comunista russo, PC(b).

I sionisti non considerano dunque la loro ideologia e movimento politico come appartenente alle correnti del colonialismo da insediamento volto inevitabilmente a spodestare la popolazione locale. Il quarto capitolo del volume si propone pertanto di sfatare il mito secondo il quale il sionismo non é colonialismo. Sul piano storico concreto la demolizione risulta assai facile. Ogni persona razionale capisce che c’era una popolazione preesistente, che l’organizzazione dell’insediamento dei coloni, in particolare l’Agenzia Ebraica, si incaricava di acquistare le terre, e sfrattarne i residenti per adibirle unicamente alla costruzione di insediamenti ebraici. Così, ad esempio, nacque Tel Aviv nel 1909. La Naqba cominciò subito, addirittura prima della fondazione ufficiale del movimento sionista. Di fronte a tale realtà la reazione sionista si incentra sull’affermazione della priorità ebraica in quanto gli ebrei avrebbero il diritto e, secondo l’ideologia sionista mai emendata, il dovere  di  ritornare alla loro legittima terra. Un ulteriore pilastro della posizione sionista risiede nella negazione del carattere  storico e permanente della presenza palestinese sul territorio presentandola come labile e circonstanziale in un paese sostanzialmente disabitato e arretrato. Il tutto poi si condensava nei tre slogan delle organizzazioni coloniali sioniste operanti in Palestina: conquista della Terra, lavoro ebraico, produzione nazionale. Si intende ovviamente solo produzione dello Yishuv ebraico, (Yishuv significa insediamento), con la quale si preconizza la formazione di uno Stato nazionale esclusivamente ebraico. Da ciò scaturisce la posizione storiografica ufficiale israeliana che, come scrive Pappé “rifiuta ai Palestinesi perfino un modico di diritto morale a resistere alla colonizzazione ebraica della loro patria che iniziò nel 1882” (p.43). Il capitolo mostra come ogni atto della colonizzazione abbia sistematicamente comportato la spoliazione dei palestinesi. Pappé riporta che la popolazione locale accolse positivamente i primi arrivi stabilendo con gli immigrati dei buoni rapporti non ricambiati dai coloni. Fu quando emerse la volontà sionista di espropriare i fellahin – contadiniche cominciarono gli scontri. In Israele i moti del 1921 e del 1929, in quest’ultimo caso ci furono delle uccisioni di ebrei a Hebron, vengono raccontati come esplosioni di antisemitismo ma in realtà la loro natura fu diversa. Su questo punto Pappé apporta un chiarimento molto importante. Nel 1928 le autorità britanniche proposero una rappresentanza paritetica tra ebrei dello Yishuv e i palestinesi.  Fino al 1928 i dirigenti dello Yishuv erano favorevoli a tale rappresentanza mentre i leader palestinesi erano contrari. Ma, sottolinea Pappé, nel 1928 la dirigenza palestinese accettò la proposta britannica e furono invece le organizzazioni sioniste a rifiutarla. L’insurrezione palestinese del 1929 nacque da questo rifiuto. Avviandosi alla conclusione del capitolo Pappé scrive che “il Sionismo può essere presentato come un movimento di insediamento coloniale ed il movimento nazionale palestinese come un movimento anticolonialista” (p.47).

DALLA SPOLIAZIONE ALL’ESPULSIONE SISTEMATICA

Dall’inizio della colonizzazione fino al 1945 le organizzazioni sioniste erano riuscite ad accaparrarsi non più del 7% del territorio della Palestina mandataria con una popolazione ebraica che assommava a mezzo milione di persone su un totale di 2 milioni. In aiuto al progetto sionista vennero le Nazioni Unite che, con l’Unione Sovietica in prima fila e in maniera molto più decisa degli USA, posero le basi per la spoliazione dei palestinesi, proponendo la spartizione della Palestina in due Stati. Allo Stato ebraico, con una popolazione minoritaria rispetto all’insieme della Palestina, sarebbe andato il 55% del territorio mentre all’interno stesso dello Stato ebraico la popolazione palestinese ammontava al 45% del totale. La destra nazionalista sionista, il cui referente maggiore fu il giornalista di Odessa, inizialmente totalmente russofono, Vladimir Jabotinski, ha sempre sostenuto molto apertamente che la Palestina – quantomeno dal Giordano al Mediterraneo, quindi l’area che oggi costituisce l’intero territorio sotto il controllo d’Israele – dovesse essere ebraica nella totalità o quasi della popolazione. Pertanto i seguaci di Jabotinski hanno sempre auspicato un trasferimento concordato della popolazione palestinese oltre il Giordano, tanto erano ‘arabi’ come gli abitanti dei paesi vicini. Un ottimo esempio di ciò che Edward Said ha definito come ‘orientalismo’. Della stessa esatta posizione erano i sionisti socialisti, specialmente l’ala facente capo a David Ben Gurion, di gran lunga maggioritaria. La differenza riguardo i nazionalisti consisteva nel fatto che i sionisti socialisti non lo dicevano apertamente esprimendo la loro posizione in scritti, memorie e dichiarazioni all’interno degli organismi delle loro istituzioni tramite le quali controllavano in tutto e per tutto la vita dello Yishuv. In tal senso Pappé riporta affermazioni di Ben Gurion e quelle del maggiore ideologo in situ dell’espansione coloniale sionista, il socialista Berl Katzenelson. Anche per i sionisti socialisti  il trasferimento (espulsione) degli ’arabi’ doveva avvenire fuori dalla Palestina e quando nel 1937 gli inglesi proposero di spostare dei palestinesi all’interno stesso dei territori mandatari sia Ben Gurion che Katzenelson espressero il loro disappunto: per loro le destinazioni degli abitanti della Palestina dovevano essere la Siria e l’Iraq.  E’ da sottolineare che per trasferimento concordato della popolazione ‘araba’ della Palestina verso i paesi ‘arabi’ si intendeva un accordo di espulsione da raggiungere con le autorità di detti paesi sopra la testa della popolazione palestinese la quale, come già successe con la famigerata “dichiarazione Balfour” del 1917, non doveva in alcun modo essere interpellata. Lo storico palestinese-israeliano Nur Masahla in due ottimi lavori ha analizzato sia la formulazione da parte sionista dell’idea di trasferimento della popolazione autoctona, che il terreno e le condizioni di attuazione violenta nel 1948. (6) I suoi lavori si accompagnano benissimo col noto volume di Ilan Pappé sulla pulizia etnica della Palestina.

Nel 1937, riporta Pappé, in una lettera a suo figlio Amos, Ben Gurion aveva già preconizzato l’eventualità di un’espulsione violenta dei legittimi abitanti della Palestina. Questa avvenne dal dicembre del 1947 alla fine del 1948 ed é nota col termine di Naqba che in arabo significa catastrofe. Il governo del neo-Stato di Israele era ben consapevole dell’enormità di ciò che aveva combinato, soprattutto in considerazione della risoluzione dell’ONU 194 votata nel dicembre del 1948 che menzionava il diritto dei profughi di ritornare alle loro case ed a ricevere degli indennizzi. La risoluzione dell’ONU riconosceva di fatto responsabilità di Israele nel causare l’esodo, fermandosi però ad un passo dalla richiesta di misure di pressione e anche qui grazie soprattutto al lavoro pro-israeliano della delegazione sovietica dato che allora Stalin attribuiva la colpa della guerra del 1948 interamente ai paesi arabi ed alla Gran Bretagna. In tale contesto, il governo israeliano si pose il problema di come reagire alla questione dei profughi palestinesi sul piano dell’immagine e dei rapporti internazionali. Nacque così il mito di un esodo palestinese eterodiretto dai governi ‘arabi’ alimentato dalla promessa di ritornare vincitori. Il quinto capitolo del libro di Pappé intende smantellare tale mito e così facendo ci svela delle informazioni importanti circa l’attendibilità delle fonti storiografiche israeliane.

E’ doveroso dire che la parte di questo mito riguardo l’appello dei governi arabi alla popolazione palestinese – delle zone corrispondenti allo Stato ebraico proposto dalla commissione dell’ONU – a lasciare le loro case, venne dimostrata falsa già alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso da un giornalista irlandese della BBC, Erskine Barton Childers che sull’argomento scrisse nel 1961 un famoso articolo apparso sulla rivista britannica The Spectator. (7) Più recentemente l’esistenza di esortazioni a partire è stata smentita anche da uno storico statunitense molto filo-israeliano, Howard Sachar, il quale, nel suo noto libro di testo sulla storia di Israele, ha scritto di aver cercato delle prove in lungo e in largo senza riuscire a trovarle. (8) Dal canto suo Pappé riporta che dopo l’elezione di Kennedy alla presidenza degli Stati Uniti, David Ben Gurion fece commissionare una ricerca per dimostrare che nel 1948 i palestinesi delle zone assegnate allo Stato ebraico furono sollecitati a partire da appelli in tal senso da parte dei governi vicini. La mossa di Ben Gurion nasceva dal fatto che il neopresidente USA aveva aumentato le pressioni su Israele affinché si decidesse a risolvere la questione dei profughi del 1948. A Ben Gurion serviva della documentazione che scagionasse Israele da ogni responsabilità.

La vicenda della ricerca commissionata dal governo israeliano è assai interessante in quanto le conclusioni firmate dal responsabile della ricerca, Rony Gabay, che poco più tardi emigrerà per sempre in Australia per diventare un docente alla University of Western Australia a Perth, non corrispondono a quanto egli avesse realmente scritto nella sua relazione conclusiva, pertanto oscurata.  Nel 2013 un giornalista di Ha-aretz, Shay Hazkani, rivelò al pubblico l’intera storia intervistandone i protagonisti. Nella sua ricerca Gabay, cui era stato permesso l’accesso a documenti riservati, non aveva trovato alcuna prova riguardo i presunti appelli da parte dei governanti ed i media arabi. Le cause dell’esodo furono individuate nelle espulsioni, nelle minacce e nell’intimidazione della popolazione palestinese, cause ribadite nella ricerca di dottorato poi svolta da Gabay.  Nel rapporto finale firmato da Gabay l’esodo di massa é invece attribuito agli appelli dall’esterno. Intervistato da Ha-aretz, Gabay ha ribadito le conclusioni originarie della sua ricerca, nonché di non aver mai scritto il rapporto su cui, invece, appare la sua firma. La verità consiste nel fatto che le conclusioni iniziali non piacquero a Ben Gurion che ne ordinò la riscrittura effettuata da Moshé Maoz, uno dei maggiori orientalisti israeliani che oggi ha delle posizioni molto diverse di quelle ufficiali di allora le quali, piuttosto che la documentazione oggettiva, guidarono le conclusioni consegnate a Ben Gurion nel 1962. Tra le altre cose la vicenda testimonia del fatto che l’affidabilità degli archivi israeliani – la cui costruzione riflette sempre l’obiettivo colonizzatore dei dirigenti e delle istituzioni del paese – é alquanto problematica. Nur Masalha nei suoi lavori è stato un critico puntuale dell’affidabilità dei suddetti archivi mostrando come spesso offuschino le cause della Naqba.

Nel capitolo in discussione, Pappé sottolinea come la guerra del 1948, ufficialmente iniziata dagli Stati arabi all’ indomani della dichiarazione di indipendenza di Israele il 14 maggio, non fu la causa principale dell’esodo dato che oltre la metà di questo era avvenuta già a fine aprile. Inoltre, scrive Pappé, la guerra fu indotta dalla pulizia etnica che da mesi la dirigenza sionista stava conducendo in Palestina. Secondo Pappé é sbagliato pensare che il governo israeliano fosse intenzionato ad arrivare ad un accordo. Nell’arco della sua storia Israele ha mostrato di rifiutare il piano di pace contenuto nella risoluzione dell’ONU 194, approvata questa volta senza opposizione araba, dell’11 dicembre del 1949 che richiedeva, come parte dell’accordo, il rientro incondizionato dei profughi palestinesi alle proprie case, l’internazionalizzazione di Gerusalemme e la la ridefinizione territoriale dei due Stati sulla base delle nuove realtà. Tuttavia proprio durante il periodo della guerra Ben Gurion raggiunse un patto segreto col re hashemita Abdullah circa la spartizione dello Stato Palestinese tra Israele e la Giordania accordandosi quindi sulla sua cancellazione. Analogamente il governo israeliano rifiuterà di prendere in considerazione le proposte siriane del 1949, i tentativi di Nasser alcuni anni dopo (tramite il leader maltese Dom Mintoff), il tentativo di Kissinger del 1972 di mediare col monarca hashemita Hussein riguardo lo status della Cisgiordania, nonché di prendere in considerazione la dichiarazione pubblicamente espressa dal presidente egiziano Anwar Sadat secondo la quale o si intavolavano dei negoziati affinché Israele evacuasse il Sinai, oppure la guerra – che effettivamente scoppiò nell’ottobre del 1973 – sarebbe diventata inevitabile.  Questo é, a mio avviso, il principale capitolo del libro. Esso si conclude con delle considerazioni da parte dell’autore circa la necessità di arrivare ad un riconoscimento giuridico ufficiale della Naqba per dar vita ad un processo simile a quello avvenuto in Sudafrica.

Il sesto ed il settimo capitolo possono essere esaminati congiuntamente. Molti dei temi del settimo, che tratta del mito di Israele come unico Stato democratico nel Medioriente, appartengono in realtà alla fase storica che va dal 1949 alla guerra del giugno 1967 nei confronti della quale il sesto capitolo si propone di smontare l’idea che fosse stata una guerra preventivo-difensiva imposta dalla concentrazione di truppe egiziane nel Sinai. Molto opportunamente Pappé rimonta al 1960 in cui si verificò una situazione analoga con Nasser che inviò delle truppe nel Sinai. Il contesto era il medesimo del 1967: il tentativo di Israele di impossessarsi delle acque del Giordano alle sue fonti, nonché della zona smilitarizzata al confine con le alture del Golan. Ciò portava a ripetuti scontri militari con la Siria che allora faceva parte con l’Egitto della Repubblica Araba Unita. Perché dunque la guerra non scoppiò nel 1960? Il fatto che in quell’occasione Nasser non avesse richiesto lo sgombero delle forze dell’ONU dagli Stretti di Tiran, all’imboccatura del Golfo di Aqaba sul Mar Rosso, non può essere preso come l’elemento principale di differenza tra i due eventi. Infatti l’azione di Nasser nel 1960 costituiva una violazione degli accordi presi dopo la guerra franco-anglo-israeliana del 1956. Mentre USA e URSS avevano imposto ai due vecchi rottami euroimperialisti un ritiro immediato e senza condizioni, per sloggiare Ben Gurion dal Sinai e dalla striscia di Gaza ci vollero oltre due mesi. Il ritiro di Israele avvenne dopo che il Sinai fu dichiarato zona smilitarizzata sotto garanzia dell’ONU, con i caschi blu posti a sorveglianza degli Stretti di Tiran al fine di assicurare il libero passaggio delle navi israeliane provenienti dal Mar Rosso e dirette al piccolissimo porto di Eilat, vicino ad Aqaba. Sebbene i ‘falchi’ israeliani mordessero il freno, Ben Gurion, ossessionato di trovarsi con troppa popolazione araba sotto giurisdizione israeliana, vietò nel 1960 tassativamente ogni azione militare globale. In questo fu aiutato dal Segretario Generale dell’ONU Dag Hammarskjöld  il quale criticò duramente Nasser per la violazione dello status del Sinai esigendo ed ottenendo il ritiro delle forze egiziane.

Al cospetto degli eventi di sette anni prima la situazione sviluppatasi da marzo a giugno del 1967 si situava in un contesto interno israeliano completamente diverso. Ben Gurion, osserva Pappé, aveva lasciato la direzione del paese e questa volta per sempre e ciò aveva ridato fiato ai ‘falchi’, cioè a coloro che ambivano alla conquista definitiva di tutta la Palestina. Sul piano regionale Nasser si trovava a combattere contro l’Arabia Saudita nello Yemen e la performance militare egiziana non era tra le migliori. Inoltre il governo israeliano era molto preoccupato dai movimenti nazionalistici palestinesi anti-Hussein in Cisgiordania, che si svolgevano ad ondate crescenti dal 1963. Pappé si concentra prevalentemente sulla volontà dei ‘falchi’ di conquistare la Cisgiordania e completare così l’operazione del 1948. E’ necessario quindi approfondire la presentazione del quadro politico che precedette la guerra del 1967.

Ad indebolire il regime hashemita fu la sua passività nei confronti delle violente operazioni di rappresaglia israeliane in risposta a tentativi di infiltrazione e di rientro di contadini palestinesi resi profughi sia dalla Naqba del 1948 sia dalla conquista, dopo il 1949, da parte dell’esercito israeliano della zona cuscinetto smilitarizzata stabilita con gli accordi di Rodi del 1949. In questo caso furono i kibbutzim – spesso appartenenti all’estrema sinistra sionista – ed i moshavim a spingere per ripulire i territori di frontiera dai palestinesi rimasti (che avrebbero dovuto essere cittadini di Israele) e prendersi di conseguenza le loro terre. Vi fu quindi una seconda e meno conosciuta Naqba anche negli anni successivi alla fine della guerra del 1948. Con la formazione nel 1964 di Al-Fatah fondato e diretto da Yasser Arafat iniziarono una serie di attività basate prevalentemente sulla posa di mine sulle strade lungo la linea armistiziale del 1949 chiamata linea verde, creando in tal modo nuove occasioni rappresaglie israeliane sempre dirette contro i civili palestinesi. L’11 novembre del 1966 una camionetta dei reparti di frontiera saltò in aria lungo la linea verde, causando la morte di tre soldati israeliani. Due giorni dopo Israele lanciò un’operazione di rappresaglia contro il villaggio di Samu, a sud di Hebron, investendo ed uccidendo forze giordane, facendo esplodere decine di abitazioni e sequestrando circa un centinaio di civili. Bisogna tener presente che dal 1963 erano in corso  incontri segreti tra Re Hussein di Giordania e Golda Meir e Abba Eban per arrivare ad accordi di pace e di sicurezza riguardo le frontiere. L’operazione di Samu, in cui Israele attaccò violentemente l’esercito e la polizia della Giordania mentre essi facevano di tutto per impedirne le infiltrazioni in Israele, ebbe tre effetti. Da un lato mandò in frantumi il lavorio dei contatti tra le due parti, dall’altro indebolì enormemente la posizione di Hussein di Giordania che dovette far fronte a massicce manifestazioni di protesta. Ma é il terzo aspetto ad essere il più rilevante. L’operazione contro il villaggio di Samu convinse il comando israeliano che per conquistare la Cisgiordania sarebbe bastata una forza militare assai ridotta.

LA GUERRA DEI SEI GIORNI

Sebbene l’attacco a Samu sia considerato come un elemento importante nel percorso che porterà al conflitto militare generalizzato, la chiusura del cerchio avvenne nuovamente sul fronte siriano. La dinamica la rivelò proprio uno dei principali falchi, Moshé Dayan in un’intervista a Yediot Aharonot del 1976, ma pubblicata solo oltre vent’anni dopo il 27 aprile del 1997. Nell’intervista Dayan é perentorio: la Siria, afferma, non é mai stata una minaccia per Israele. Egli continua dicendo che ogni anno, all’inizio della stagione agricola, l’esercito israeliano mandava un trattore nella zona smilitarizzata al confine spingendolo sempre più avanti fintanto che i siriani non cominciavano a sparare e a quel punto Israele faceva intervenire l’esercito e l’aviazione. Nel 1967 lo scontro  – che, afferma Dayan, era per l’80% dei casi provocato da Israele – si spinse molto avanti con una battaglia aerea in aprile sui cieli di Damasco assieme a bellicose dichiarazioni da parte di alti militari israeliani riguardo un eventuale colpo al regime baathista. Fu in questo contesto che Nasser inviò le truppe nel Sinai, chiedendo poco dopo il ritiro dei caschi blu dell’ONU dagli stretti di Tiran. Infatti, malgrado lo scioglimento in precedenza della Repubblica Araba Unita, l’Egitto rimaneva legato alla Siria da un patto di alleanza. Ed é qui che sorge la questione del pericolo mortale che doveva fronteggiare Israele giustificando così l’attacco aereo scatenato il 5 giugno del 1967.

In maniera sorprendente Pappé tratta della questione senza alcun mordente perdendosi in osservazioni di dettaglio. Stranamente non menziona il grande dibattito sul pericolo di sterminio che si sviluppò sulla stampa israeliana, ed esclusivamente in ebraico, dopo la vittoria nella guerra di giugno. Il mito che Israele stesse correndo un rischio mortale per cui l’attacco del 5 giugno fu un’operazione preventiva dettata dalla necessità – non vogliamo un pollice di territorio arabo dichiarò Dayan confermando appunto nei fatti questa posizione, si fa per dire – fu smantellato per intero da quel dibattito diretto prevalentemente da generali che durò dal mese di febbraio del 1968 addirittura fino al 1972. Uno dopo l’altro, generali come Itzhak Rabin, capo di Stato maggiore durante la guerra, Haim Bar-Lev, un altro capo di Stato maggiore, Ezer Weizmann, capo del settore operativo, Maititiahu Peled, comandante dei sistemi logistici, affermarono senza mezzi termini che alla vigilia della guerra l’esistenza di Israele non era assolutamente in pericolo. Il più succinto e preciso fu il generale Ezer Weizmann che dal 1993 al 2000 diventerà il presidente dello Stato di Israele. Su Maariv del 4 aprile del 1972 Weizman dichiarò che “non c’é mai stato alcun pericolo di sterminio. Questa ipotesi non venne mai presa in considerazione in alcuna riunione importante”. (9) Nella fatidica riunione del gabinetto del Primo Ministro Levi Eshkol nella notte tra il primo ed il 2 giugno Matitiahu Peled ricoprì il ruolo principale nello spingere il governo ad attaccare. Il figlio di Peled, Miko, da anni residente in California e attivista in favore dei diritti dei palestinesi, é andato a spulciare nei verbali desecretati delle riunioni del Consiglio dei Ministri dell’epoca. Miko riporta quanto suo padre Matitiahu disse al primo ministro israeliano Levi Eshkol:  “Noi sappiamo che l’esercito egiziano non è pronto per la guerra… abbisogna ancora di un anno e mezzo per prepararvisi. A mio avviso lui (cioè Nasser, J.H.) conta sull’esitazione del governo israeliano. Agisce sulla base della sicurezza che non oseremo colpirlo… abbiamo il diritto di sapere (dal Governo, J.H.) perché dobbiamo essere costretti a subire quest’umiliazione… forse nell’occasione di questa riunione potremmo ottenere delle spiegazioni” (https://mikopeled.com/category/articles-in-hebrew/, mia traduzione dall’ebraico). La guerra del 1967 non fu una scelta obbligata, scaturì dalla volontà di terminare l’opera del 1948 e nel caso dell’aggressione alla Siria, come racconta Dayan nella succitata intervista, dalla cupidigia colonialista dei kibbutzim – quindi della sinistra israeliana di cui i kibbutzim erano l’asse portante anche sul piano militare – verso le terre agricole e le fonti acquifere del Golan, cosa che richiedeva non solo l’occupazione dell’altipiano ma anche l’espulsione della sua popolazione arabo-druza, puntualmente effettuata.

Prima parte (Continua)

(*) Una correzione e spiegazione.

In questa mia recensione del libro di Ilan Pappé “Ten Myth about Israel” ho attribuito a Max Nordau, cofondatore con Theodor Herzl dell’Organizzazione Sionistica Mondiale, la frase secondo la quale la promessa sposa (la Palestina) era già maritata. Sebbene questa espressione circolasse negli ambienti ebraici essa non é ascrivibile a Max Nordau. Mi scuso di fronte alle lettrici ed ai lettori per la mia inesattezza. Tuttavia Max Nordau espresse sì un giudizio sullo stato della Palestina come già popolata ma in maniera molto più netta e significativa della summenzionata frase metaforica.

A riportare la vicenda fu, nel lontano e fatidico 1967, il professor Zwi Werblowsky  – allora Preside della Facoltà di Dscipline Umanitische dell’Università Ebraica di Gerusalemme – in un articolo pubblicato sul numero speciale della rivista di Jean Paul Sartre Les Temps Modernes dedicato al conflitto mediorientale. Riproduco per intero il testo in francese mettendo la traduzione tra parentesi. Scriveva Werblowsky:

Buber rapporte que Max Nordau, entendant parler pour la première fois de l’existence d’une population arabe en Palestine courut trouver Herzl et s’écria: “Je ne savais pas cela; mais alors nous commettons une injustice.” 

[Buber (il famoso filosofo, n.d.a.) riferisce che Max Nordau, sentendo parlare per la prima volta dell’esistenza di una popolazione araba in Palestina corse da Herzl  e esclamò: “non sapevo di questo fatto; ma allora noi commettiamo un’ingiustizia). Da R.J. Zwi Werblowsky: ‘Israel et Erezt Israel’ , in Les Temps Modernes, 22 année, 1967, No. 253 BIS, p. 391.

J.H.

Note

1 Ilan Pappé era originariamente docente di storia presso l’Università di Haifa. Nell’estate del 2006 accettò una cattedra presso la University ofExeter ove insegna tutt’ora. La partenza da Haifa fu dovuta ad un clima di intolleranza verso le sue ricerche e le sue attività, al punto tale di ricevere delle minacce di stile mafioso. Inoltre il direttore del suo dipartimento aveva descritto le sue posizioni come un tradimento sul campo di battaglia. L’università di Haifa aprì nei suoi confronti una procedura per diffamazione poi sospesa ma non chiusa. Pappé che inizialmente proveniva dal sionismo di sinistra per poi abbandonarlo del tutto, ha raccontato la sua esperienza a Haifa nel volume autobiografico Out of the Frame, London: Pluto Press, 2010. Una chiara recensione del libro autobiografico si trova sulla rivista britannica Ceasfire al link seguente: https://ceasefiremagazine.co.uk/book-review-pappe/

2 Khalid, Rashidi: Palestinian Identity: The Construction of Modern National Consciousness, Columbia University Press, 1997. Negli USA lopera ha ricevuto dei premi importanti.

3 Edward Said, Orientalismo. L ’ immagine europea dell’Oriente, Feltrinelli, Milano, 2013, pp. 395

4 Maxime Rodinson: Israel fait colonial? in: Les Temps Modernes, 1967, no. 253 BIS, pp. 17-88.

5 Shlomo Sand: L’invenzione del popolo ebraico, Milano: Rizzoli 2010; nonché: The Invention of the Land of Israel: From Holy Land to Homeland, London: Verso, 2014. Le ricerche di Sand toccano gli aspetti geografici e antropologici della storia degli ebrei antichi. Egli svolge le seguenti osservazioni. (1) Non vi fu alcuna deportazione della popolazione palestinese, ebraica quindi, da parte dei romani. Le legioni non producevano cibo ma ne avevano bisogno e questo proveniva dalla terra lavorata dai contadini palestinesi (dagli ebrei) del tempo. (2) Sand stima a 4 milioni le persone di religione ebraica su un’area che andava dalla Persia alla Mesopotamia, alla Palestina, allo Yemen financo all’ Africa centrale. Si tratta di un numero enorme data l’epoca che non poteva essere raggiunto senza azioni di proselitismo. Pertanto la stragrande maggioranza delle persone di religione ebraica non aveva nulla a che vedere con la Palestina. (3) la scarsa consistenza di ebrei in Palestina all’epoca dell’arrivo dei primi coloni sionisti, era dovuta alla loro conversione all’Islam attraverso i secoli. Sand riporta che Ben Gurion ne era consapevole il quale affermò che i palestinesi moderni erano i discendenti degli antichi ebrei. (4) Il mito della discendenza degli ebrei moderni dall’antichità é stato creato da ebrei sionisti di estrazione ashkenazita prevalentemente abitanti dell’impero zarista. A tal proposito Sand sostiene la stessa tesi di Arthur Koestler circa la conversione in massa all’ebraismo della popolazione khazara originaria del Mar Caspio. In tal senso considero rilevanti anche le ricerche condotte dagli eminenti archeologi israeliani Israël Finkelstein e Neil Asher Silberman : La Bible dévoilé e : Les Nouvelles révélations de larchéologie, Paris: Bayard, 2002; ristampato nelle edizioni tascabili FOLIO della Gallimard.

6 Nur Masalha: Expulsion of the Palestinians: The Concept of “Transfer” in Zionist Political Thought, 1882-1948 . Beirut: Institute of Palestine Studies, 1992; A Land without a People: Israel, Transfer and the Palestinians, 1949-96. London: Faber & Faber, 1997.

7 https://web.archive.org/web/20091015133337/http://www.users.cloud9.net/~recross/israel-

watch/ErskinChilders.html

https://archive.org/details/HistoryOfIsraelFromTheRiseOfZionismToOurTimeAHowardMSachar1977

9 Lelenco delle dichiarazioni degli esponenti militari e politici israeliani del periodo si trova tradotto in inglese sul sito di Alan Hart:

http://www.alanhart.net/the-lies-about-the-1967-war-are-still-more-powerful-than-the-truth-2/




Politica, bugie e registrazioni audio

Omar Karmi

20 gennaio 2018, Electronic Intifada

Le ripercussioni del caotico lavoro di demolizione della soluzione dei due Stati da parte del presidente USA Donald Trump continuano.

Vi è invischiata una regione già in preda a caos e confusione. Vecchie certezze sono state sradicate e tradizionali alleati ed alleanze, alle quali il processo di pace forniva una copertura di comodo per non fare niente, sono stati sconvolti.

Il 14 gennaio persino Mahmoud Abbas, il leader dell’Autorità Nazionale Palestinese, finora così fiducioso in un processo della cui creazione e salvaguardia è stato determinante, è stato spinto a dichiarare che “oggi è il giorno in cui gli accordi di Oslo sono finiti.”

In un rabbioso discorso di due ore e mezza da Ramallah, egli ha annunciato poche conseguenze concrete e gli uomini del suo apparato inviati in seguito a spiegarle sono stati altrettanto vaghi (cosa mai può significare “congelare il riconoscimento di Israele”?).

Tuttavia la frustrazione era reale, e la sua descrizione dello stato delle cose – benché ovvia e in ritardo – esatta.

L’ANP è in effetti un’”autorità senza potere”; a Israele è sicuramente consentita – con la complicità dell’ANP, avrebbe dovuto aggiungere, ma non l’ha fatto – un’“occupazione senza nessun costo”; l’ambasciatore USA in Israele David Friedman è, in effetti, “un colono che si oppone al termine ‘occupazione’” e indubbiamente “un essere umano prepotente.”

Abbas ha avuto anche parole dure per i governi arabi, sostenendo che, se non offriranno ai palestinesi un “aiuto concreto”, possono “andare tutti all’inferno.”

Un problema si muove in Arabia

Non è un segreto che i Paesi arabi, soprattutto, ma non solo, quelli detti “moderati” che includono l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e la Giordania – che sono definiti tali dai circoli occidentali, soprattutto per la loro posizione verso Israele – sono stati per lo più tutto fumo e niente arrosto quando si tratta di Palestina.

Tuttavia essi hanno anche e pubblicamente da tempo tenuto (per lo più) drastiche linee rosse: a parte i Paesi confinanti come Giordania ed Egitto, non ci saranno relazioni diplomatiche complete con Israele finché la “questione” palestinese non sarà risolta. E le ricette per questa soluzione devono includere una (vagamente definita) “soluzione giusta” del problema dei rifugiati, così come (precisata più chiaramente) la costituzione di uno Stato e l’indipendenza per i palestinesi su tutta la Cisgiordania e la Striscia di Gaza con capitale a Gerusalemme est.

Quest’ultima non è mai stata vista come una questione solamente palestinese, ma come più generalmente araba e musulmana. Di conseguenza, la risposta ufficiale alla dichiarazione di Trump a dicembre che Gerusalemme è la capitale di Israele è stata unanime e priva di ambiguità.

Il 13 dicembre l’Organizzazione della Cooperazione Islamica, composta da 57 membri, che include i Paesi arabi e musulmani del mondo, ha inequivocabilmente respinto come illegale la posizione del presidente americano su Gerusalemme e ha dichiarato capitale della Palestina Gerusalemme est.

Poi il 6 gennaio la Lega Araba ha annunciato che gli Stati arabi avrebbero intrapreso un’iniziativa diplomatica alle Nazioni Unite per chiedere il riconoscimento internazionale dello Stato palestinese entro i confini del 1967, con Gerusalemme est come sua capitale.

Fin qui, come molte altre volte. Stavolta, tuttavia, per almeno alcuni di questi Paesi, pare che questa non sia solo vuota retorica: è una totale menzogna.

Il nuovo ordine del mondo (arabo)

Prendete l’Egitto. Mentre l’incontro d’emergenza dell’OIC [Organizzazione della Cooperazione Islamica, ndt.] a Istanbul ha visto la partecipazione di alcuni importanti capi di Stato della regione, compreso il presidente turco che l’ospitava, Recep Tayyip Erdogan, così come del re di Giordania Abdullah e del presidente iraniano Hassan Rouhani, erano significative anche le assenze. Non erano presenti né il re dell’Arabia Saudita Salman (o il suo principe ereditario Mohammad bin Salman) né il presidente egiziano Abdulfattah al-Sisi.

Infatti, anche se il Cairo ha condannato la nuova posizione USA su Gerusalemme, un ufficiale dell’intelligence egiziana sarebbe stato registrato in audio mentre cercava di persuadere importanti personaggi della televisione egiziana a convincere i loro telespettatori ad accettarla, sostenendo in pratica che Ramallah è un posto altrettanto valido di Gerusalemme per stabilirvi la capitale.

Il Cairo ha negato l’informazione, il procuratore di Stato egiziano ha annunciato un’inchiesta sull’articolo del New York Times che ha fatto la denuncia e le personalità della televisione di cui sopra hanno da allora ritrattato alcuni dei commenti fatti in precedenza.

Ma il Times ha confermato le proprie informazioni e, nell’attuale clima politico, non suonano per niente false. E non ci dovrebbe essere alcun dubbio che quello che alcuni governi arabi stanno sostenendo in merito al destino di Gerusalemme evidenzi fino a che punto i dirigenti e governi arabi siano diventati vulnerabili alle pressioni esterne.

La debolezza degli Stati arabi corrisponde in generale ad una caratteristica in tutta la regione: scarsa capacità di governo come risultato di sistemi statali autocratici e clientelari che resistono alle idee che vengono da fuori ma dipendono dai finanziamenti e dalla protezione esteri o economie basate su una sola risorsa. Ne conseguono logicamente corruzione, nepotismo, servilismo e stagnazione, con – per parafrasare – il settarismo, l’ultima risorsa delle canaglie.

Gli ultimi anni di rivoluzioni, controrivoluzioni, guerre civili, guerre e invasioni nelle regioni arabe hanno anche visto la questione palestinese scivolare in fondo alla lista delle priorità e perdere il suo ruolo come sfogo sicuro per la rabbia popolare. E poi c’è l’Arabia Saudita.

Rivoluzione a Ryadh

L’assunzione di una posizione di rilievo del principe ereditario Mohammad bin Salman, spesso indicato come MBS, ha sconvolto la tradizionale politica regionale e scosso le antiche alleanze e certezze. Decisa a quanto pare a rivolgersi a viso aperto verso uno scontro con l’Iran, la posizione di Riad su altre questioni regionali è improvvisamente diventata imprevedibile.

Yemen, Libano, Siria ed Egitto hanno risentito a vari livelli dei freddi venti del cambiamento in quanto il nuovo potere a Riad sonda il terreno e persegue quelli che ha identificato come gli interessi sauditi, giusti o sbagliati, con energia incontenibile e in modi senza precedenti per l’Arabia Saudita. Sono presunte informazioni saudite sulla prospettiva finale dell’amministrazione Trump per un accordo di pace – qualcosa meno di uno Stato per i palestinesi, non basato sulle frontiere del 1967 e senza Gerusalemme – che questa settimana hanno spinto davvero Abbas a perdere il controllo e gli hanno fatto venire un colpo apoplettico.

Oltretutto fonti vicine ad Abbas hanno fatto sapere che, durante una recente visita, MBS ha fatto pressione sul leader dell’ANP perché accetti il piano di Trump, indicando che Riad ora attribuisce molta più importanza al potenziale aiuto di Israele contro l’Iran rispetto ad ogni pressione per i diritti dei palestinesi.

Per quanto audaci, simili pressioni, su Abbas e su altri, probabilmente falliranno, così come finora sono fallite le recenti avventure saudite in politica estera in altre parti della regione.

In parte, un simile clamoroso scostamento è un cambiamento decisamente troppo rapido da assorbire per i pigri sistemi dello Stato arabo, soprattutto di fronte alla disapprovazione profonda e generalizzata dell’opinione pubblica. E in parte, mentre ciò potrebbe funzionare solo nei Paesi del Golfo, isolati dal denaro, né Egitto né Giordania sono probabilmente in grado di collaborare, anche se i loro dirigenti lo volessero.

Quello che i soldi non possono comprare

Al momento l’Egitto è semplicemente troppo instabile per assorbire troppi sconvolgimenti del sistema. Ancora scosso dalla rivoluzione del 2011 e dalla controrivoluzione del 2013, il Cairo se la deve vedere anche con la contagiosa guerra civile nella vicina Libia, con tensioni in Sudan, con una disputa con l’Etiopia per una diga sul Nilo che potrebbe avere effetti drammatici in Egitto e con una sempre più sanguinosa rivolta nel Sinai.

Al-Sisi potrebbe voler tentare di adeguarsi alla pressione di USA e Arabia Saudita. Le umilianti registrazioni del capitano Ashraf al-Kholi che implora i suoi interlocutori di spiegare la differenza tra Gerusalemme e Ramallah suggeriscono che il Cairo ci ha provato. Semplicemente non può.

L’ultima cosa di cui Al-Sisi ha bisogno, con tutto il resto, è di essere accusato di abbandonare Gerusalemme e i palestinesi. E solo mercoledì il presidente egiziano si è sentito obbligato a ribadire la politica egiziana di lunga data a favore dei due Stati, che rivendica Gerusalemme est come capitale palestinese.

La Giordania ha a lungo dovuto conciliare gli interessi palestinesi e giordani – o sponda ovest ed est del Giordano – e lo ha fatto in gran parte con successo. Ma la destinazione favorita da ogni rifugiato nella regione è satura, impoverita e non disposta a patteggiare la propria custodia di Al-Aqsa [la Spianata delle Moschee a Gerusalemme, ndt.] e dei luoghi sacri cristiani di Gerusalemme per avere la responsabilità di più di due milioni di palestinesi scontenti e riottosi in aree non contigue della Cisgiordania, come prospettato da qualcuno nell’amministrazione Trump.

Infatti Amman ha già messo in chiaro il proprio malcontento, e si dice che avrebbe cacciato tre principi per essere stati troppo vicini a Riad.

I soldi non possono comprarti l’amore, ma ti possono comprare un sacco di dispiaceri. E il dispiacere è ciò che attende Abbas, Abdullah e al-Sisi se dovessero stare al gioco del piano di Trump, che è un buco nell’acqua.

Probabilmente MBS lo capirà presto. Ma a quel punto il gioco sarà completamente cambiato.

Omar Karmi è un ex corrispondente da Gerusalemme e da Washington, DC, per il giornale The National [“Il Nazionale”, giornale degli Emirati Arabi Uniti, ndt.].

(traduzione di Tamara Taher)

 




Una generazione dopo, un altro crimine di guerra

Maureen Clare Murphy

19 gennaio 2018 Electronic Intifada

Un’operazione militare notturna tra la notte di mercoledì e la mattina di giovedì a Jenin, una città del nord della Cisgiordania occupata, non ha rappresentato la prima volta che Israele ha commesso un crimine di guerra mentre inseguiva un membro della famiglia Jarrar.

Più di 15 anni fa i soldati israeliani usarono un civile palestinese come scudo umano quando fecero irruzione nel nascondiglio del leader militare di Hamas Nasser Jarrar, il padre di Ahmad Nasser Jarrar, che Israele sostiene di aver ucciso nella mortale operazione di questa settimana.

Durante l’incidente del 14 agosto 2002 nella città cisgiordana di Tuba furono uccisi sia il civile palestinese, a cui sparò Jarrar, convinto che fosse un soldato israeliano, che il combattente ricercato.

Il civile ucciso era Nidal Abu Muheisen, 19 anni. Si dà il caso che Abu Muheisen fosse il nipote di Ali Daraghmeh, un ricercatore sul campo del gruppo per i diritti umani israeliano B’Tselem.

Daraghmeh, presente alla scena, disse che suo nipote era stato preso dai soldati e obbligato ad andare nella casa di Jarrar con un’arma puntata alla schiena,” affermò all’epoca B’Tselem.

Israele ha fatto frequentemente uso di civili palestinesi come scudi umani durante la Seconda Intifada, nel periodo in cui vennero uccisi Abu Muheisen e Nasser Jarrar.

Nota come la “procedura del vicino”, palestinesi che vivevano nei pressi di case prese di mira sarebbero stati obbligati a “bussare alla porta, individuare oggetti sospetti e camminare davanti ai soldati mentre l’esercito di occupazione circondava il suo obiettivo,” secondo il gruppo per i diritti umani “Adalah” [associazione arabo-israeliana formata da esperti di diritto, ndt.].

Le forze israeliane hanno ripetutamente fatto uso di minori palestinesi come scudi umani durante le invasioni a Gaza.

L’utilizzo di civili come scudi umani è un crimine di guerra in base alle leggi internazionali.

Macchinari da costruzione utilizzato per incursioni letali

Invece di utilizzare scudi umani durante la sua incursione di questa settimana, l’esercito israeliano ha portato con sé mezzi meccanici per l’edilizia e movimento terra pesanti quando ha invaso Jenin.

L’esercito sostiene che stavano cercando membri di una cellula responsabile di aver ucciso la scorsa settimana un colono israeliano nel nord della Cisgiordania.

Israele potrebbe aver utilizzato a Jenin la cosiddetta “procedura della pentola a pressione”, in cui macchinari da costruzione sono utilizzati come un’arma, insieme ad armi da fuoco ed esplosivi, per obbligare palestinesi ricercati ad arrendersi uscendo da un edificio in cui si sono nascosti.

I video postati da Jenin questa settimana sembrano mostrare l’esercito israeliano trasportare macchinari prodotti dalla ditta USA Caterpillar. Ciò include un escavatore blindato Bagger E-349, una versione bellica dell’escavatore idraulico 349E della Caterpillar.

Lo stesso macchinario della Caterpillar è stato utilizzato in una palese esecuzione extragiudiziaria nella città della Cisgiordania di Surif nel luglio 2016 e nelle distruzioni di case per punizione.

Con la procedura “della pentola a pressione”, i palestinesi che rifiutano di arrendersi vengono uccisi quando il macchinario da costruzione ed altri armamenti vengono progressivamente usati per distruggere l’edificio sopra di loro.

Testimoni hanno raccontato ai media che le forze israeliane hanno distrutto la casa di Jenin in cui si erano barricati dei palestinesi.

I mezzi di comunicazione israeliani hanno informato che uno scontro a fuoco è scoppiato quando le forze di occupazione sono arrivate alla casa in cui secondo l’esercito si erano rifugiate persone ricercate.

Tre case di proprietà della famiglia Jarrar sono state distrutte durante l’incursione.

Israele demolisce metodicamente case di proprietà delle famiglie di sospetti aggressori. Le demolizioni punitive delle case sono un atto di punizione collettiva e sono crimini di guerra in base al diritto internazionale.

Informazioni contrastanti

Giovedì ci sono state informazioni contrastanti sull’identità dell’uomo ucciso durante l’incursione di questa settimana.

Israele sostiene di aver ucciso Ahmad Nasser Jarrar, il figlio del combattente di Hamas ucciso nel 2002 e che Israele afferma sia stato responsabile dell’uccisione la scorsa settimana di un rabbino di una colonia.

Ma la famiglia Jarrar ha annunciato che Ahmad Nasser Jarrar è riuscito a scappare prima dell’incursione ed è fuggito disarmato.

Il ministro della Sanità dell’Autorità Nazionale Palestinese ha identificato la persona uccisa come Ahmad Ismail Jarrar, un cugino di Ahmad Nasser Jarrar.

La madre di Ahmad Nasser Jarrar ha detto ai media di aver visto un corpo quando ha lasciato la sua casa, “ma non ho potuto identificarlo e non confermo che si trattasse di mio figlio.”

Altri cinque palestinesi sono rimasti feriti durante l’incursione. Due soldati israeliani sono stati feriti, uno dei quali in modo grave.

Centinaia di palestinesi si sono scontrati con i soldati israeliani durante il massiccio raid durato alcune ore.

Finora quest’anno cinque palestinesi, tre dei quali minori, sono stati uccisi dalle forze israeliane. Il colono ucciso la scorsa settimana è l’unico israeliano assassinato dai palestinesi fino ad oggi nel 2018.

(traduzione di Amedeo Rossi)




La notizia che il Belgio pagherà 3 anni di aiuti UNRWA in anticipo è sbagliata

Ali Abunimah

19 gennaio 2018, The Electronic Intifada

Il Belgio ha goduto di ottima stampa quando i media hanno riportato che avrebbe aumentato i fondi di sostegno ai rifugiati palestinesi a fronte dei tagli dell’amministrazione Trump agli aiuti USA all’UNRWA

Ma si scopre che tutto ciò è stato mal riferito. Il Belgio non intende versare subito i contributi di tre anni.

E il denaro che intende devolvere nei prossimi tre anni prevede un aumento solo dell’1%.

Perciò la crisi finanziari dell’UNRWA, la peggiore della sua storia, è lungi dall’essere risolta – e, con gli ulteriori tagli annunciati dagli USA, sembra peggiorerà ulterioremente.

    1. La confusione belga

Mercoledì l’Associated Press ha riferito che “il Belgio è intervenuto per aiutare l’agenzia ONU che assiste i rifugiati palestinesi, stanziando immediatamente 23 milioni di dollari [circa 19 milioni di euro] dopo che l’amministrazione Trump ha sospeso i 65 milioni di dollari di aiuti all’organizzazione internazionale.”

L’AP ha aggiunto: “19 milioni di euro sono la quota del Belgio per tre anni, ma dato che il gruppo ne ha immediato bisogno, l’ufficio di De Croo [il vice-primo ministro belga] ha deciso di erogarli immediatamente.”

Tuttavia questo non è vero, come appare ad un’attenta lettura dell’annuncio del governo begla.

Il quale sostiene, con ulteriore enfasi: “In risposta alla richiesta del commissario generale dell’ UNRWA, il vice-primo ministro, e ministro della Cooperazione allo sviluppo, Alexander De Croo ha deciso di stanziare 19 milioni di euro nei prossimi tre anni a favore dell’UNRWA, l’ agenzia delle Nazioni Unite che fornisce aiuti umanitari ai profughi palestinesi “.

Il comunicato aggiunge: “Considerate le difficoltà finanziarie che l’UNRWA sta affrontando al momento, il contributo annuale del Belgio verrà erogato immediatamente.”

Questo non dice che l’intera somma di 19 milioni di euro verrà pagata in anticipo, solo la porzione di quest’anno – cioè poco più di 6 milioni di euro. L’UNRWA lo conferma.

Siamo riconoscenti, nella più grave crisi finanziaria della nostra storia, che il governo belga abbia preso l’iniziativa e che abbia accelerato l’erogazione della prima tranche annuale del suo impegno di tre anni, del valore totale di 23 milioni di dollari [19 milioni di euro],” ha detto il portavoce dell’agenzia Chris Gunness a The Electronic Intifada venerdì. “La prima porzione è di un terzo.”

Ma c’è un po’ di denaro in più: il precedente impegno pluriennale del Belgio, relativo al periodo 2015-2017, ammontava a 18,75 milioni di euro.

Perciò l’aumento nei prossimi tre anni sarà di 250 mila euro, ovvero dell’1.4% – che copre a malapena l’inflazione.

Anche i Paesi Bassi hanno annunciato che stanno accelerando l’erogazione del loro contributo di 16 milioni di dollari a favore dell’UNRWA per il 2018.

Date le dimensioni della crisi che sta affrontando [l’agenzia], i funzionari UNRWA apprezzeranno senza dubbio le misure tappabuchi intraprese dai donatori, ma al momento non è previsto nessun nuovo grande stanziamento di denaro.

Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno annunciato che si tireranno indietro rispetto all’impegno assunto a dicembre nei confronti dell’UNRWA di stanziare 45 milioni di dollari per finanziare gli aiuti alimentari d’emergenza.

In questo momento, non forniremo questo [aiuto],” ha detto giovedì la portavoce del Dipartimento di Stato Heather Nauert, aggiungendo “questo non significa che non sarà fornito in futuro.” Questo taglio effettivo si aggiunge ai 65 milioni di dollari che gli USA hanno annunciato di ritirare all’inizio di questa settimana.

L’UNRWA fornisce servizi sanitari ed educativi essenziali a piu’ di cinque milioni di profughi palestinesi, inclusi mezzo milione di bambini in età scolastica.

A Gaza, metà della popolazione di due milioni dipende dagli aiuti alimentari dell’UNRWA. Questo numero è cresciuto dai soli 80 mila del 2000, conseguenza di anni di embargo israeliani e di ripetuti attacchi militari che hanno distrutto l’economia del territorio, rendendolo inabitabile. L’agenzia si è occupata anche di fornire aiuti alimentari d’emergenza e altra assistenza a centinaia di migliaia di profughi palestinesi vittime della guerra civile in Siria.

Nell’affrontare una crisi crescente, l’UNRWA sta rendendo pubblica la sua richiesta d’aiuto e ha messo in rilievo sul suo website gli appelli alle donazioni dirette.

(Traduzione di Tamara Taher)