Vittorie del movimento BDS: lo Stato di Washington disinveste da Caterpillar e la capitale Olympia blocca gli investimenti con l’apartheid

Lois Pearlman

6 aprile 2026 – Mondoweiss

L’Ufficio della Tesoreria dello Stato di Washington ha annunciato di aver disinvestito 62 milioni di dollari in obbligazioni Caterpillar, e il consiglio comunale di Olympia, nello Stato di Washington, ha votato all’unanimità per bloccare gli investimenti in società coinvolte nell’apartheid o nell’occupazione illegale

Ventitré anni da che Rachel Corrie è stata schiacciata a morte da un bulldozer Caterpillar a Gaza, due successi in materia di disinvestimento nel suo Stato natale di Washington le hanno fatto un po’ di giustizia.

Il mese scorso l’Ufficio della Tesoreria dello Stato di Washington ha disinvestito 62 milioni di dollari in obbligazioni Caterpillar e il 24 marzo il Consiglio comunale di Olympia, nello Stato di Washington, ha votato all’unanimità per includere nella sua politica di investimento etico una dichiarazione dal tono risoluto che esclude qualsiasi investimento in società che siano collegate all’apartheid o all’occupazione illegale.

Rachel stava difendendo la casa della famiglia Nasrallah a Rafah, Gaza, dove trascorreva le notti come volontaria dell’International Solidarity Movement. Olympia è la città in cui Corrie è cresciuta e dove ancora risiede la sua famiglia.

Con la vendita delle obbligazioni della Caterpillar da parte del tesoriere statale Mike Pellicciotti, lo Stato di Washington diventa il primo degli Stati Uniti a disinvestire da tutte le società presenti nella lista del programma di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS), come dice Noam Perry, coordinatore della ricerca presso il Centro per la Responsabilità Sociale d’Impresa dell’American Friends Service Committee [fondata nel 1917, l’AFSC è un’organizzazione quacchera che promuove la giustizia col ridurre la complicità delle aziende nella violenza di Stato, ndt.]

La lista si concentra sulle società quotate in borsa profondamente coinvolte nell’apartheid israeliano. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, Israele utilizza da decenni i bulldozer Caterpillar per demolire le case dei palestinesi.

Nella dichiarazione rilasciata dall’ufficio del Tesoriere in merito al disinvestimento da Caterpillar si legge: “Questa decisione è stata presa per generare liquidità atta a riallocare gli investimenti in conformità con il portafoglio obbligazionario approvato per il 2026 dal team di investimento del Tesoro, che include società recentemente aggiunte all’elenco degli investimenti”.

In altre parole, il suo team di investimento ha ritenuto le obbligazioni Caterpillar un investimento rischioso, dato che altre entità statali come la Norvegia, i Paesi Bassi e la contea di Alameda in California stanno disinvestendo dalla società.

Ma Perry ha sottolineato che questo non è tutto.

“Sappiamo per certo che è stato a causa della pressione degli attivisti”, ha dichiarato a Mondoweiss.

Rae Levine di Seattle Jewish Voice for Peace (JVP) ha confermato. Insieme a Washington for Peace and Justice, un’organizzazione guidata da palestinesi, le organizzazioni hanno fatto pressione per oltre un anno sul Comitato per gli Investimenti dello Stato di Washington affinché disinvestisse dall’apartheid israeliano.

Levine ha spiegato che lo Stato ha due fonti di finanziamento: il Comitato per gli Investimenti dello Stato di Washington, che gestisce i fondi pensione, e l’Ufficio della Tesoreria che gestisce i fondi operativi dello Stato. Secondo Diana Fakhoury di Washington for Peace and Justice, il Comitato per gli Investimenti dello Stato di Washington detiene ancora investimenti in 53 società presenti nella lista BDS per un valore di circa 1 miliardo di dollari.

Secondo Dov Baum, direttore del Centro per la Responsabilità Sociale d’Impresa dell’AFSC, quando gli attivisti chiedono il disinvestimento prendono di mira i fondi operativi di un’entità, perché “è facile farlo, dato che quei fondi sono solitamente gestiti da un tesoriere”.

“Di solito ci concentriamo sui fondi operativi, non sui fondi pensione”, ha spiegato Baum. “Sono pochissimi i fondi pensione che tengono conto delle questioni etiche, perché questi fondi devono essere stabili e a lungo termine. Ed è molto difficile toccarli. E noi lo consideriamo un disinvestimento completo”.

In qualità di tesoriere dello Stato, Pellicciotti aveva già istituito nel suo dipartimento una politica di investimento responsabile dal punto di vista ambientale e sociale e agli attivisti è bastato fargli notare che Caterpillar non soddisfa quegli standard. Il suo ufficio ha esaminato l’investimento in Caterpillar e ha scoperto che altri enti avevano disinvestito dalla società, il che rendeva l’investimento rischioso e discutibile.

“È molto significativo che un tesoriere affermi che un investimento è rischioso”, ha detto Levine.

Il prossimo passo della coalizione è convincere il consiglio statale per gli investimenti ad adottare una politica di investimenti responsabili. Sosterranno una proposta di legge chiamata Responsible Investment Act, che non è stata approvata dal parlamento in questa sessione ma che probabilmente verrà ripresentata quando il parlamento si riunirà di nuovo nel gennaio 2027.

In una dichiarazione pubblica della società di macchinari pesanti con sede in Illinois, Caterpillar ha continuato a negare ogni responsabilità per l’uso che Israele fa dei bulldozer che acquista da loro. Dopo aver affermato “Non tolleriamo l’uso illegale o immorale di alcuna attrezzatura Caterpillar”, Caterpillar ha inoltre dichiarato di essere “soggetta a rigidi requisiti anti-boicottaggio ai sensi di due leggi statunitensi”.

La situazione a Olympia nello Stato di Washington è diversa perché la politica di investimento recentemente modificata è stata approvata all’unanimità dal consiglio comunale.

Il testo aggiornato recita tra l’altro: “La città si asterrà dall’investire in società le cui attività principali risiedono in settori dannosi come il tabacco, i combustibili fossili, la detenzione di massa o la reclusione degli immigrati e gli armamenti di qualsiasi tipo, o in società con una comprovata storia di coinvolgimento diretto in gravi violazioni dei diritti umani come la schiavitù e il lavoro carcerario, i crimini di guerra, l’occupazione militare illegale, la segregazione razziale o l’apartheid”.

Il consigliere comunale Clark Gilman, uno dei primi sostenitori dell’iniziativa per includere la clausola, ha dichiarato: “Spero che questo ispiri altri enti locali a unirsi a noi nell’affermare che i nostri investimenti non dovrebbero sostenere chi viola i diritti umani, i combustibili fossili o le armi da guerra”.

Per Cindy e Craig Corrie, i genitori di Rachel Corrie, queste due azioni di disinvestimento rappresentano il culmine di un lungo percorso che ha incluso cause legali contro Israele e Caterpillar, la ricerca di aiuto da parte di funzionari del governo statunitense e la fondazione della Rachel Corrie Foundation for Peace and Justice nei difficili mesi successivi alla morte di Rachel.

Sebbene diversi funzionari statunitensi, tra cui l’ex Segretario di Stato Antony Blinken, concordassero sul fatto che l’indagine israeliana sulla morte di Rachel fosse poco convincente, gli Stati Uniti non hanno mai esercitato pressioni su Israele affinché conducesse un’indagine più completa. E i tribunali israeliani, pronunciandosi sulle cause intentate dai Corrie contro Israele, hanno stabilito che la morte di Rachel è stata accidentale. 

Quando la famiglia Corrie intentò una causa contro la Caterpillar a nome di Rachel e di quattro famiglie palestinesi vittime delle demolizioni israeliane effettuate con i bulldozer Caterpillar, i tribunali distrettuali federali statunitensi respinsero il caso. La Corte stabilì che, poiché gli Stati Uniti avevano finanziato l’acquisto dei bulldozer Caterpillar, sarebbe stato inammissibile per la Corte interferire nelle decisioni di politica estera del potere esecutivo.

Nel 2003 il parlamentare per lo Stato di Washington Brian Baird presentò persino un disegno di legge che chiedeva un’indagine approfondita. Sebbene 78 membri della Camera dei Rappresentanti avessero co-sponsorizzato la proposta, questa non arrivò mai al voto.

Ma la famiglia Corrie, compresa la sorella di Rachel, Sarah, non si è mai arresa, continuando a lavorare a livello locale per la giustizia in Palestina attraverso la Rachel Corrie Foundation e con altre organizzazioni.

“Non abbiamo mai pensato che le azioni che abbiamo intrapreso fossero una perdita di tempo”, ha dichiarato Cindy Corrie durante un’intervista telefonica. “Erano tutti passi avanti nel processo”.

In seguito all’inizio dell’offensiva israeliana contro Gaza nell’ottobre 2023, questo processo li ha portati a formare un’alleanza con altri attivisti di Olympia chiamata Palestine Action of the South Sound (PASS), che ha guidato la campagna per una politica di investimenti etici. Olympia si trova al confine con la parte meridionale di Puget Sound [lunga insenatura che si trova sulla costa pacifica, ndt.]

Secondo Perry il disinvestimento basato su politiche di investimento responsabile è la strada da percorrere. Il sito web “Divesting for Palestinian rights” dell’AFSC elenca decine di città, contee, stati, università e organizzazioni che hanno disinvestito da obbligazioni israeliane o da aziende che sostengono l’apartheid israeliano.

Il Centro per la Responsabilità Sociale d’Impresa dell’organizzazione offre guida e supporto ai gruppi che lavorano sul disinvestimento. Cindy Corrie ha affermato che Perry e Baum hanno contribuito a guidare le iniziative sia nello Stato di Washington che a Olympia, recandosi persino a Seattle per lavorare con loro di persona.

“Questo è un ottimo esempio di ciò che può accadere e che sta accadendo”, ha detto. 

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Come banchieri, burocrati e osservatori sostengono il genocidio israeliano a Gaza

Hossam Shaker

4 aprile 2026 – Middle East Eye

Dalla guerra con i droni e la tecnologia alla finanza e al silenzio politico, il genocidio moderno opera attraverso sistemi che devono assumersi le proprie responsabilità alla pari di chi preme il grilletto

In termini relativi l’essere umano appare assente sulla scena del genocidio nella sua forma moderna, e sono visibili solo le vittime. Questa forma evoluta di genocidio nasconde i suoi autori e i suoi complici.

Agisce attraverso politiche, procedure e strumenti di guerra meccanizzata, tecnologica e digitale, compresa l’intelligenza artificiale, a differenza delle atrocità del passato, quando chi brandiva strumenti di morte e terrore appariva di persona, urlando mentre decapitava le vittime o bruciava le case.

I soldati dell’occupazione israeliana, ad esempio, hanno bombardato quartieri civili nella Striscia di Gaza a bordo di aerei da guerra e carri armati, mentre gli operatori di droni rimangono in ambienti climatizzati all’interno di basi militari distanti o si appostano nelle case palestinesi che hanno occupato.

Dietro questi ufficiali e soldati, perlopiù invisibili, si celano leader, funzionari, responsabili politici ed esecutori di procedure, nonché costruttori di armi, munizioni e software, insieme a sostenitori e propagandisti militari, politici ed economici del genocidio moderno, che spesso appaiono sotto mentite spoglie e rispettabili, indossando a volte cravatte di seta.

Uno dei compiti più complessi è identificare i complici del genocidio moderno, come quello perpetrato nella Striscia di Gaza tra il 2023 e il 2025. I ruoli appaiono stratificati e complessi, molti dei quali indiretti o non chiaramente visibili.

Tuttavia questa difficoltà non giustifica il mancato esame delle responsabilità, sia palesi che occulte.

Agire in tal senso rimane un imperativo etico per assicurare alla giustizia i responsabili di un genocidio moderno e in continua evoluzione, o per cercare di prevenirlo e scongiurarne i segnali premonitori, ove possibile.

Responsabili occulti

Un genocidio moderno funziona come un sistema che comprende una vasta gamma di responsabilità, alcune delle quali invisibili o per lo più inaspettate. Queste possono includere, ad esempio, il coinvolgimento di un centro di ricerca universitario nello sviluppo di tecnologie e software utilizzati in pratiche di genocidio e pulizia etnica.

Possono anche includere l’assegnazione di sovvenzioni provenienti da fondi sovrani o istituzioni di previdenza sociale a industrie militari che supportano l’occupazione israeliana e i crimini di guerra che essa commette.

Tali realtà possono costituire un tormento per le persone di coscienza che scoprano la propria inaspettata complicità in un sistema che perpetra atrocità, anche se non hanno personalmente premuto il pulsante che lancia un proiettile esplosivo di grandi dimensioni in grado di radere al suolo un quartiere residenziale in un campo profughi palestinese.

Claude Eatherly offre uno dei primi esempi del rimorso di coscienza che ha afflitto alcuni individui.

Il pilota dell’aeronautica statunitense giunse a riconoscere il proprio coinvolgimento in una delle più grandi atrocità dell’era moderna, avendo contribuito ai preparativi per il lancio della bomba atomica su Hiroshima.

Eatherly non sganciò la bomba personalmente. Il suo ruolo si era limitato a condurre una ricognizione aerea su Hiroshima prima del devastante attacco.

Eppure giunse a considerarsi complice della distruzione della città giapponese, e il suo senso di colpa lo perseguitò al punto da indurlo a tentare il suicidio due volte e a essere ricoverato in ospedale.

Livelli di complicità

Altri, nei Paesi occidentali che hanno sostenuto lo Stato israeliano durante il genocidio nella Striscia di Gaza, si sono dimessi pubblicamente da posizioni di prestigio in governi, ministeri, amministrazioni pubbliche e aziende informatiche, rifiutandosi di partecipare a ciò che alimentava le atrocità in corso.

Alcuni si sono spinti oltre, scegliendo percorsi ben più pesanti, decidendo di sacrificare la propria vita per fuggire ad una propria complicità. Tra questi, il giovane ufficiale dell’aeronautica statunitense Aaron Bushnell, che il 25 febbraio 2024 si presentò all’ingresso dell’ambasciata israeliana a Washington, DC, e si diede fuoco, dichiarando in diretta streaming: “Non sarò più complice del genocidio”, e gridando “Palestina libera” mentre il suo corpo bruciava.

L’ufficiale venticinquenne aveva affermato che il sostegno militare diretto degli Stati Uniti a un esercito che stava commettendo un genocidio lo rendeva complice di un crimine a cui il mondo intero poteva assistere in tempo reale. Il suo gesto volle rappresentare un segno di protesta contro tale complicità.

È necessario cercare i complici del genocidio anche in luoghi impensabili, compresi quelli in cui vivono coloro che lo sostengono in modo palese o occulto: persone che sono complici nel fornire supporto militare, logistico, politico, diplomatico, economico o propagandistico; persone che non riescono a perseguire i propri cittadini che si arruolano in un esercito responsabile di genocidio, oppure persone che traggono profitto dal sistema del genocidio in seno a grandi aziende, fabbriche e gruppi di interesse.

In un rapporto dettagliato pubblicato nel luglio 2025 Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, ha identificato oltre 60 aziende, tra cui importanti imprese statunitensi ed europee, presumibilmente coinvolte in quella che lei ha definito un'”economia del genocidio”.

L’elenco dei potenziali complici si estende ulteriormente, includendo commentatori e influencer a pagamento che tentano di minimizzare le atrocità e persuadere il pubblico con argomentazioni semplicistiche in cui forse nemmeno loro stessi credono.

Silenzio e potere

Bisogna inoltre ricordare che coloro che non intraprendono azioni adeguate in risposta ad un genocidio sono a loro volta complici nel perpetrarlo, attraverso la scelta di distogliere lo sguardo, rimanere in silenzio di fronte alle sue atrocità ed evitare di manifestare reazioni credibili.

Il loro silenzio è diventato complice nell’aprire la strada agli orrori inflitti dalla leadership israeliana al popolo palestinese nella Striscia di Gaza.

In questo contesto lo slogan “Il silenzio uccide” suona reale. Coloro che non intraprendono nemmeno una minima azione di fronte a un genocidio visibile a tutti sono come individui che ignorano un incendio che sta divorando una casa abitata nelle vicinanze, senza fare alcuno sforzo per intervenire o persino per chiamare i soccorsi, ma continuando invece a dedicarsi ai propri hobby.

È risaputo che l’Unione Europea non ha adottato alcuna misura punitiva contro Israele nel corso dei due anni di un genocidio che si è consumato incessantemente sotto gli occhi di tutti. La burocrazia del processo decisionale europeo ha vanificato i successivi tentativi di imporre anche sanzioni moderate e ha fatto deragliare le proposte di revocare i privilegi di cui Israele gode in virtù dell’accordo di associazione UE-Israele.

Nel frattempo, l’Europa ha continuato a imporre pacchetti di sanzioni di vasta portata alla Russia per la guerra in Ucraina, comprendenti migliaia di misure.

Con il prevalere dell’inazione la negazione e l’elusione si sono resi necessari per proteggere i governi europei e occidentali dall’obbligo di rispondere in modo proporzionato. In questo contesto la leadership israeliana ha maturato l’impressione di poter persistere nel commettere atrocità senza doverne rispondere.

Il genocidio contro il popolo palestinese nella Striscia di Gaza non avrebbe potuto continuare per due anni senza la complicità, diretta o indiretta, di individui ed entità.

Tra questi figurano coloro che lo hanno sostenuto, reso possibile e incoraggiato, esplicitamente o implicitamente. Vi sono coloro che hanno partecipato ad alcuni aspetti delle sue operazioni, coloro che hanno investito nelle sue industrie o tratto profitto da contratti correlati, e coloro che non hanno tentato di fermarlo o contrastarlo. Vi sono anche coloro che lo hanno semplicemente ignorato e sono rimasti in silenzio, o che hanno continuato a negarlo, evitando persino di riconoscerlo fin dal suo inizio come un genocidio.

Nessuno di loro può essere assolto dal sospetto di complicità nel terribile genocidio perpetrato in due anni in una piccola enclave costiera sul Mediterraneo, densamente popolata da rifugiati palestinesi, nel corso del XXI secolo.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

Hossam Shaker è un giornalista e scrittore che si è occupato a lungo del tema della migrazione in Europa.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Sono fuggiti da Gaza: ora sono intrappolati altrove

Oroub El-Abed

31 marzo 2026 – Middle East Monitor

Mentre i titoli dei giornali di tutto il mondo si concentrano sull’escalation del conflitto tra Israele e Iran un’altra storia viene silenziosamente messa da parte. Non è solo la devastazione all’interno di Gaza a essere ignorata, ma anche il destino di coloro che sono riusciti a fuggire. Sono scampati alle bombe, ma non allo sradicamento.

In Egitto, Giordania, nel Golfo e oltre migliaia di gazawi vivono ora in una condizione che non è quella del rifugiato o di chi sia in procinto di ritornare. Non sono annoverati tra i morti, né pienamente riconosciuti tra i vivi. La loro presenza è temporanea, la loro legalità incerta, il loro futuro sospeso. Vivono in uno spazio che le politiche umanitarie raramente riconoscono: la sopravvivenza senza insediamento.

Si è parlato molto della distruzione di Gaza. Le immagini di edifici crollati, tende sovraffollate e famiglie affamate circolano ampiamente sui media internazionali. Si è parlato anche, seppur in misura limitata, delle evacuazioni mediche: bambini feriti trasportati allestero, pazienti che ricevono cure urgenti. Ma al di là di questi frammenti, regna un silenzio impressionante. Cosa sappiamo di coloro che se ne sono andati?

Dalla fine del 2023 migliaia di palestinesi hanno lasciato Gaza in circostanze eccezionali; alcuni per ricevere cure mediche, altri grazie a soluzioni disperate rese possibili da intermediari, conoscenze o per puro caso. Andarsene è stata raramente una scelta. Si è trattato di un atto dettato dallurgenza, spesso compiuto sotto il fuoco nemico, nella speranza di salvarsi la vita. Ma la partenza, che non ha coinvolto tutti i membri della famiglia, ha avuto un costo: economico, sociale, familiare ed esistenziale.

Per molti attraversare il confine con l’Egitto ha richiesto pagamenti che raggiungevano diverse migliaia di dollari a persona. Le famiglie hanno venduto oro, contratto ingenti debiti ed esaurito i risparmi accumulati nel corso di generazioni. Di fatto, la sopravvivenza è diventata una merce. La mobilità si è trasformata in un privilegio acquistato sull’orlo della catastrofe. Chi poteva pagare se n’è andato; chi non poteva è rimasto. Eppure, anche per coloro che sono riusciti a fuggire, l’arrivo non si è tradotto in sicurezza, bensì in incertezza.

La maggior parte è entrata nei Paesi ospitanti con permessi eccezionali o temporanei, a volte visti medici, permessi a breve termine o accordi informali che non erano mai stati pensati per garantire una stabilità a lungo termine. Con il passare dei mesi e degli anni molti si sono ritrovati in una situazione di irregolarità. I ​​loro documenti sono scaduti. La loro presenza è diventata amministrativamente invisibile. Non sono né residenti né ospiti!

Questo limbo giuridico ha conseguenze profonde. Senza un permesso di soggiorno riconosciuto l’accesso ai servizi di base è gravemente limitato. I bambini faticano a iscriversi a scuola. Le famiglie non possono accedere in modo affidabile all’assistenza sanitaria. Un impiego formale è in gran parte irraggiungibile, il che spinge molti verso lavori precari nel settore informale. Viaggiare diventa impossibile. Anche l’atto di affittare una casa o aprire un conto in banca può diventare un ostacolo burocratico.

Il sistema umanitario, strutturato attorno alla risposta alle emergenze, non è riuscito, in larga misura, ad adattarsi a questa condizione prolungata. Gli sfollati per motivi medici possono ricevere cure, ma i loro familiari accompagnatori spesso rimangono esclusi dall’assistenza. Un bambino può essere operato; un genitore può restare escluso da qualsiasi forma di sostegno formale. Il singolo caso viene affrontato, ma il nucleo familiare si frammenta. In termini politici l’evacuazione è stata considerata un punto di arrivo. In realtà, è solo l’inizio di un’altra forma di espulsione.

Per gli abitanti di Gaza questa rottura è particolarmente grave perché ciò che è andato perduto non è solo il territorio, ma un mondo sociale profondamente radicato, fatto di relazioni strette. Gaza, nonostante anni di assedio e privazioni, ha mantenuto fitte reti di parentela, mutuo soccorso e sostegno comunitario. Le distanze erano brevi; le relazioni immediate; la sopravvivenza era collettiva.

In tali contesti il capitale sociale, fondato sulla fiducia, sulla reciprocità e sulle norme condivise a livello locale, funge da sistema assistenziale informale. Ha contribuito a ridurre la vulnerabilità in modi che il solo reddito non può garantire. Quando le persone lasciano Gaza non perdono semplicemente una casa. Hanno perso linfrastruttura sociale che rendeva la vita, per quanto difficile, sopportabile.

Ciò che trovano invece “fuori dall’acquario di Gaza”, come descritto da un giornalista di Gaza recentemente scomparso a causa di un cancro, sono grandi ambienti urbani capitalisti e frammentati, governati da regole sconosciute. Città in cui l’anonimato sostituisce la familiarità e dove la sopravvivenza dipende dalla capacità di destreggiarsi tra sistemi burocratici, mercati del lavoro e pressioni finanziarie per le quali non erano mai stati preparati. Questa transizione viene spesso descritta come “adattamento”. Ma è tutt’altro.

I gazawi all’estero devono imparare rapidamente a sopravvivere in un contesto economico che può sembrare spietato: devono fare i conti con affitti, costi di trasporto, regimi di visti, permessi di soggiorno non validi, sistemi scolastici e valute fluttuanti. Devono far quadrare i conti con risparmi che si esauriscono rapidamente, cercando al contempo un reddito in mercati del lavoro ristretti. Devono dimostrare resilienza pur portando con sé traumi, dolore e incertezza. Ci si aspetta che ricostruiscano le loro vite mentre sono ancora in crisi.

È qui che le narrazioni dominanti diventano fuorvianti. Il linguaggio della resilienza, spesso invocato nel discorso umanitario, rischia di scaricare la responsabilità sui singoli individui, oscurando al contempo i vincoli strutturali. Suggerisce che l’adattamento sia una questione di sforzo, piuttosto che di accesso ai diritti. Ma non c’è resilienza senza riconoscimento legale. Non c’è ricostruzione senza stabilità.

Il pericolo più profondo è che questa condizione di prolungata precarietà diventi la norma. I gazawi vengono tenuti in vita, ma non viene loro permesso di integrarsi. Vengono ospitati, ma non regolarizzati. Sono visibili come casi umanitari, ma non riconosciuti come individui titolari di diritti. E devono aspettare di tornare a casa, ma quale casa li accoglierà?

Questa non è una novità nell’esperienza palestinese. Riprende una lunga storia di sfollamento caratterizzata da un’inclusione parziale e da una perenne insicurezza: mobilità senza cittadinanza, rifugio senza protezione, presenza senza diritti. La novità risiede nella portata e nell’immediatezza con cui questa condizione si sta riproducendo oggi.

La comunità internazionale si è concentrata sul facilitare l’uscita da Gaza per chi ne ha bisogno, negoziando corridoi sanitari, coordinando le evacuazioni e mettendo in luce storie di successo individuali. Ma molta meno attenzione è stata dedicata a ciò che accade dopo che le persone attraversano il confine. O dopo la fine del loro ricovero ospedaliero.

C’è poca attenzione al monitoraggio sistematico del loro status giuridico. Poca coordinazione per garantire l’accesso all’istruzione o all’assistenza sanitaria al di là delle cure di emergenza. Poca consapevolezza del depauperamento finanziario che ha accompagnato la loro partenza. E pochi sforzi per creare percorsi verso la regolarizzazione, il ricongiungimento familiare o la mobilità futura. Al contrario, i gazawi residenti all’estero sono lasciati soli ad affrontare sistemi complessi, spesso senza informazioni, sostegno o protezione. Ciò si traduce in una popolazione dispersa, famiglie frammentate, difficoltà economiche, precarietà giuridica e isolamento sociale.

Nel frattempo il discorso pubblico spesso inquadra la partenza come una fuga, come se lasciare Gaza rappresentasse un’opportunità. Si tratta di un’interpretazione profondamente errata. Per la maggior parte andarsene non è stata una decisione strategica ma una risposta forzata a un pericolo imminente. Non ha aperto la strada a una nuova vita: “Mi sento menomato; anche se mi trovo in questo vasto spazio che ho sempre sognato di visitare preferisco stare a Gaza”, ha detto un fotografo di Gaza ferito, che ha trascorso tre mesi in un ospedale di uno dei Paesi ospitanti e oggi fatica a trovare un appartamento in affitto e a guadagnarsi da vivere. Il suo percorso clinico ha dato inizio a una nuova forma di espulsione. Quindi la domanda non è semplicemente quanti gazawi siano riusciti a partire. È in quali condizioni vivono ora e per quanto tempo.

I loro figli possono andare a scuola? Le famiglie possono accedere all’assistenza sanitaria oltre le cure di emergenza? Possono lavorare legalmente? Possono rinnovare il loro permesso di soggiorno, viaggiare o ricongiungersi con i parenti? O sono destinati a rimanere indefinitamente in un limbo amministrativo? Queste domande richiedono un’attenzione urgente, non solo da parte degli Stati ospitanti, ma anche degli attori internazionali che hanno presentato l’evacuazione come un successo umanitario. Perché senza percorsi legali e un sostegno costante l’evacuazione rischia di trasformarsi in qualcosa di completamente diverso: l’esternalizzazione della crisi di Gaza. La sofferenza non si risolve, ma viene ridistribuita oltre i confini. E forse è per questo che si parla così poco di questi abitanti di Gaza. Non si adattano alla narrazione dominante. Non sono né dentro Gaza né completamente al di fuori delle sue conseguenze. Occupano uno spazio intermedio, politicamente scomodo e analiticamente problematico.

Per i palestinesi lo sfollamento non finisce al confine. Continua. Si adatta. Riappare in nuove forme giuridiche, nuove pressioni economiche, nuove fratture sociali. Chi ha lasciato Gaza non si è lasciato alle spalle la condizione di sfollato. L’ha portata con sé.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Monitor.

L’autrice è professore associato nell’ambito del programma internazionale sulle migrazioni e i rifugiati presso l’Università di Birzeit, in Palestina.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La chiusura del Santo Sepolcro da parte di Israele dimostra che nessuna fede è al sicuro dall’occupazione.

Ismail Patel

31 marzo 2026 – Middle East Eye

Concedere al Patriarca latino l’accesso alla chiesa non risolve il problema fondamentale di un sistema coloniale concepito per cancellare la presenza cristiana palestinese.

A Gerusalemme la Chiesa del Santo Sepolcro è al centro del culto cristiano. È il luogo in cui si commemora la crocifissione e la resurrezione.

Negare l’accesso a questo luogo non è un semplice atto amministrativo. È una violenta interruzione di legami religiosi ancestrali, un’imposizione coloniale che separa i cristiani palestinesi dal cuore della loro vita spirituale e comunitaria.

La perdita non è solo loro. Ogni atto di esclusione da uno spazio sacro è una lezione sull’occupazione israeliana in corso, un monito che la logica del dominio governa ancora Gerusalemme.

Israele ha chiuso la Chiesa del Santo Sepolcro il 28 febbraio, impedendo al cardinale Pierbattista Pizzaballa e a padre Francesco Ielpo, Custode di Terra Santa, di entrarvi la Domenica delle Palme.

Questo ha avuto un impatto notevole. Si ritiene che sia la prima volta in secoli che a figure di spicco della Chiesa sia stato impedito di partecipare alla Messa della Domenica delle Palme nel Santo Sepolcro. Il Patriarcato Latino ha definito la decisione “un grave precedente e una mancanza di rispetto per la sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo che, durante questa settimana, guardano a Gerusalemme”.

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha revocato la decisione solo dopo aver ricevuto critiche da tutto il mondo, tra cui quelle di uno dei suoi più stretti alleati, Mike Huckabee, ambasciatore statunitense in Israele, il quale ha affermato che negare l’accesso alla chiesa al cardinale era “difficile da comprendere o giustificare”.

Lunedì, la polizia israeliana ha dichiarato di aver raggiunto un accordo con i leader cristiani per consentire “una preghiera limitata” all’interno della chiesa.

Architettura di controllo

Questa inversione di rotta non è una soluzione, ma una messinscena, una manovra per placare l’opinione pubblica internazionale mentre l’architettura coloniale di controllo rimane intatta.

La vera libertà di culto non può esistere sotto occupazione. La libertà esige lo smantellamento delle strutture che consentono a Israele di dettare l’accesso ai luoghi sacri di Gerusalemme. Le sole parole, senza la fine dell’occupazione, non fanno altro che perpetuare il danno, alimentando la violenza dell’esclusione e della cancellazione.

Il pretesto della “sicurezza” non giustifica la chiusura.

Il 12 marzo il Ministero degli Esteri israeliano ha affermato che un missile è caduto a poche centinaia di metri dalla Città Vecchia, vicino alla Moschea di al-Aqsa e alla Chiesa del Santo Sepolcro.

I funzionari israeliani hanno indicato la guerra contro l’Iran come motivo della chiusura dei luoghi sacri della Città Vecchia.

Tuttavia, la sicurezza non dovrebbe significare che il culto possa essere interrotto a capriccio delle autorità di occupazione. Le norme già limitavano gli assembramenti a 50 o 100 persone con accesso ai rifugi antiaerei, dimostrando che erano possibili precauzioni più mirate.

La chiusura totale della chiesa con il pretesto della “sicurezza” e l’ostruzionismo nei confronti del Patriarca latino sono state quindi una scelta politica, mascherata da gestione dell’emergenza.

Non si tratta di episodi isolati. Sono manifestazioni di un sistema coloniale concepito per cancellare la presenza palestinese autoctona nascondendosi dietro al linguaggio della neutralità amministrativa.

Questa non è sicurezza. È l’esercizio del potere che mira a normalizzare l’esclusione.

Il Santo Sepolcro è da tempo governato dallo Status Quo, un assetto di epoca ottomana. Era concepito per mantenere l’equilibrio tra le comunità cristiane attraverso la custodia condivisa.

La sua sospensione sotto il dominio israeliano non rafforza la sicurezza; al contrario, afferma il potere statale sugli spazi sacri e trasforma i luoghi di culto in campi di battaglia per il dominio e l’espropriazione.

Un gesto temporaneo.

Per i cristiani palestinesi, e per tutti gli altri palestinesi, questo non è un affronto isolato, ma il sintomo di un più ampio regime coloniale che controlla la libertà di movimento, il culto, l’istruzione e il diritto stesso di esistere a Gerusalemme.

A gennaio i leader delle chiese palestinesi hanno avvertito che la violenza dei coloni israeliani minaccia la presenza cristiana in Terra Santa.

L’anno scorso Israele ha imposto ripetute restrizioni all’accesso dei cristiani alle celebrazioni della Settimana Santa, mentre un rapporto del Consiglio Ecumenico delle Chiese ha rilevato che l’aumento della violenza, le difficoltà economiche e le restrizioni al culto minacciano le comunità cristiane in tutta la Terra Santa.

Questa realtà quotidiana non comporta solo la perdita di terra, ma anche la regolamentazione del tempo, dei rituali e della dignità. Si tratta di un attacco al tessuto stesso della vita palestinese.

L’inversione di rotta di Netanyahu è un gesto temporaneo e non risolve il problema fondamentale dell’occupazione illegale.

Concedere al patriarca il diritto di accesso alla Chiesa del Santo Sepolcro solo sotto pressione internazionale non è responsabilità. È gestione dell’immagine.

I cristiani palestinesi della Cisgiordania e di Gaza occupate rimangono esclusi da Gerusalemme e i loro spostamenti limitati da checkpoint ed espulsioni.

Il Santo Sepolcro rimane sotto occupazione. Senza smantellare l’ordine coloniale, tali tregue servono solo a deviare le critiche e a consolidare il controllo.

Libero accesso a tutte le fedi

Questa logica di esclusione non si limita ai luoghi cristiani. I fedeli musulmani, a cui è ancora vietato l’accesso alla moschea di Al-Aqsa, sono stati costretti a trascorrere gran parte del Ramadan e dell’Eid separati da uno dei loro luoghi più sacri.

Coloro che hanno osato pregare fuori dalle mura di Al-Aqsa sono stati dispersi violentemente dalle forze israeliane.

Gerusalemme è governata da un regime di eccezione, dove l’accesso ai luoghi sacri dipende dai capricci della potenza occupante.

Questa non è neutralità. È la gestione coloniale della fede, dove la sicurezza diventa il linguaggio del controllo.

La comunità internazionale deve andare oltre le suppliche ai leader israeliani di aprire i luoghi sacri. Ciò che serve è la garanzia di un accesso libero ed equo ai luoghi sacri per tutte le fedi.

L’apertura del Santo Sepolcro e la richiesta di riapertura della Moschea di Al-Aqsa non sono un favore, ma un imperativo legale, un passo verso il ripristino della dignità e l’affermazione della sovranità palestinese sul proprio patrimonio spirituale e materiale.

Se Gerusalemme vuole rimanere una città di fedi i suoi luoghi sacri devono essere liberati dalla morsa amministrativa dell’occupazione israeliana. Solo allora la città potrà incarnare la promessa di appartenenza condivisa e di giustizia.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

(Traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




La pena di morte è una legge vile e razzista che non resisterà ad un ricorso giurisdizionale**

Mordechai Kremnitzer

31 marzo 2026 – Haaretz

L’approvazione della legge, che svilisce la vita umana, è una vittoria per le organizzazioni terroristiche e sottolinea l’abbandono da parte di Israele dei valori umanistici e liberali, mettendo a nudo la natura reazionaria del regime. Qualunque tribunale che approverà questa legge è inadatto a giudicare.

Negli ultimi anni la Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] ha lavorato per portare avanti la revisione del sistema giudiziario, con maggiore intensità nelle scorse settimane, sfruttando lo stato di guerra con l’Iran.

Ciò include il ripristino della pena di morte, che ricopre un posto d’onore, o più precisamente di disonore, nel recidere del tutto i restanti valori umanistici e liberali di Israele.

Nel mondo liberal-democratico l’abolizione della pena di morte è considerata uno dei più alti traguardi dell’epoca successiva alla seconda guerra mondiale. Israele si è adeguato a questa tendenza in due modi: abolendo la pena di morte per omicidio, che ha ereditato dalla Palestina sotto il mandato britannico, e sostituendola con l’ergastolo obbligatorio nel 1954; inoltre, attraverso una coerente prassi delle procure e dei tribunali per evitare l’uso della pena di morte, eccetto per i crimini nazisti.

I nostri codici prevedono assai pochi reati punibili con la pena di morte – per crimini contro l’umanità e contro il popolo ebraico, per i più gravi reati contro la sicurezza dello Stato, per i reati di terrorismo, per i reati più gravi commessi da soldati in base alla legge marziale e per omicidi commessi in Cisgiordania da chi non è cittadino o residente israeliano.

Ma, come già detto, tranne che per i crimini nazisti il sistema giudiziario si caratterizzava nel rendere lettera morta la pena di morte prevista dai codici. In Israele la distanza tra la pena di morte sancita nei codici e la sua mancata applicazione nella realtà non era dovuta solo a vincoli giudiziari, ma anche ad inequivocabili valutazioni di sicurezza che evidenziavano la mancanza di prove in merito a un effetto deterrente della pena di morte di fronte al terrorismo.

Di fatto le valutazioni indicavano la possibilità che la pena di morte potrebbe in realtà incoraggiare gli atti di terrorismo che conferiscono lo status di shahid (martirio) e la glorificazione sociale di coloro che sono stati giustiziati, nonchè gravi incidenti durante l’arresto dei sospettati e il rischio di morte di ostaggi israeliani.

Certo ci sono stati periodi in cui funzionari della sicurezza hanno fornito al governo e alla Knesset pareri professionali e non si sono limitati ad una debole e inconsistente dichiarazione di non opposizione alla legge. Vi era un tempo un parlamento che non legiferava finchè non gli fosse sottoposta dati affidabili dal punto di vista professionale, ricerche e pareri di esperti. C’era, e ora non c’è più.

Una governance illuminata è stata sostituita da una governance incompetente. Come prevede il principio di legalità nel diritto penale, la legge riguarda il futuro e non si applica agli atti commessi prima della sua entrata in vigore. Tuttavia contiene anche un’indicazione per il futuro. Ciò riguarda i gazawi detenuti in quanto coinvolti nel massacro del 7 ottobre. Se fossero accusati di reati capitali è ragionevole ritenere che il nuovo approccio alla pena di morte verrebbe applicato nei loro confronti – non più lettera morta, ma un cappio intorno al collo degli incriminati.

Il vecchio Israele era orgoglioso della propria moderazione. Il nuovo Israele, quello in cui Ben Gvir e Smotrich dettano la linea, fa l’esatto opposto. Cerca di sostituire la moderazione con una sete di sangue, purché non sia sangue ebreo. Il vecchio approccio scaturiva da una moralità universale ed ebraica. La deliberata uccisione di una persona quando può essere punita in altri modi è un atto estremamente crudele. Da questo punto di vista la nuova legge è un grande traguardo per le organizzazioni terroristiche ebraiche. Uno dei loro obbiettivi è restringere la distanza morale tra loro e i mezzi illeciti che utilizzano e lo Stato contro cui lottano. Arriva il parlamento di Israele e fa loro un regalo.

E’ anche interessante notare che tra i pochi casi in cui è stata applicata la pena di morte in Israele due si sono rivelati errori giudiziari. E’ il caso di Meir Tobianski, che è stato condannato a morte da una corte marziale e giustiziato e il cui nome in seguito è stato riabilitato dalle accuse attribuitegli.

E’ anche il caso di John Demjanjuk, incriminato dalla Corte Distrettuale e condannato a morte, ma assolto in appello a causa di un ragionevole dubbio circa la sua identità, cioè se fosse veramente l’“Ivan il terribile” di Treblinka. Se non fossero stati aperti gli archivi dei servizi segreti sovietici è altamente improbabile che Demjanjuk sarebbe stato assolto.

Il rischio di errori giudiziari aumenta in un clima pubblico intriso di sete di vendetta e di disumanizzazione dei palestinesi. La nuova legge fa di tutto per assicurare che il margine di errore cresca: abolisce il requisito di unanimità nei tribunali militari della Cisgiordania nelle decisioni sull’incriminazione e la condanna, stabilendo un voto a maggioranza.

I promotori della legge hanno anche trovato un modo per garantire che essa non possa, dio non voglia, applicarsi agli ebrei: nella definizione di reato di omicidio è stato stabilito che lo scopo dell’omicidio sia la negazione dell’esistenza dello Stato di Israele. Quanto al reato di omicidio in Cisgiordania, che deve essere giudicato da un tribunale militare, vi sono processati solo gli abitanti palestinesi.

Gli estensori di questa legge sanno che la nauseante macchinazione che hanno prodotto non resisterà ad un ricorso, ma questo non li spaventa. Per prima cosa, non è dato sapere quanto tempo ci vorrà perché venga emanata una sentenza. In secondo luogo, se l’Alta Corte di Giustizia intervenisse, sarà possibile sostenere che è responsabile degli attacchi terroristici. Terzo, sarà possibile accusare la corte di contrastare la volontà del popolo e quindi che ci voglia una corte diversa, che rispetti la volontà del popolo, qualunque possa essere la natura morale di tale volontà.

La pena di morte è diventata una cartina di tornasole per classificare un regime come progressista o regressivo. Israele sta marciando dritto verso la seconda ipotesi, fingendo di appartenere alla prima. Questo inganno ha smesso di essere convincente. Il danno all’immagine di Israele e alle sue relazioni con l’Occidente liberale è evidente e destinato ad aggravarsi.

Si può presumere che il primo ministro non ne fosse a conoscenza anticipatamente, in quanto nessuno lo avrebbe informato. La pena di morte simbolizza il disprezzo per la vita umana, prima e anzitutto per la vita degli arabi. Questo disprezzo si manifesta di continuo, nel trattamento di coloro che non sono coinvolti nel terrorismo a Gaza, negli sfollamenti condotti con autorità e beneplacito in Cisgiordania e nella discriminazione contro cittadini arabi relativamente alla loro sicurezza. Finchè il governo di Israele persiste nella supremazia ebraica e nella netta distinzione tra sangue ebreo e palestinese, il disprezzo per la vita umana non può restare limitato ad un unico gruppo.

Esso si estende anche al gruppo di appartenenza: nel trattamento da parte del governo degli ostaggi, delle vittime che non sono sostenitrici del governo, delle avanguardie che difendono i confini del Paese e dei soldati. Al governo non deve essere consentito di sfruttare la sofferenza.

Si dice che quando l’ex deputato Avraham Melamed del Partito Nazionale Religioso (che rappresentava la fazione del sionismo religioso) era membro del sottocomitato per la scelta dei giudici egli chiedesse ad ogni candidato la sua opinione sulla pena di morte. Una posizione a favore della pena di morte avrebbe squalificato il candidato. Ma ora noi israeliani diciamo: “Come siamo fortunati noi ebrei ad avere un nostro Stato. Finalmente possiamo erigere patiboli nel nostro Stato e impiccarvi i gentili [i non ebrei, ndtr.].”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

**

Nota redazionale: pur non condividendo una parte significativa del contenuto di questo editoriale abbiamo deciso di tradurlo ugualmente in quanto rappresenta un punto di vista interno a Israele di un giornale critico con il governo Netanyahu ma che accoglie la logica del sionismo “progressista”. Si indigna per la legge sulla pena di morte per i “terroristi” palestinesi ma non tiene conto del fatto che essa viene già applicata di fatto ai palestinesi fin dalla nascita di Israele: nei confronti degli “infiltrati”, i rifugiati che tentavano di tornare alle proprie case dopo la Nakba; dei cittadini palestinesi di Israele se protestavano o semplicemente ignoravano le norme sul coprifuoco in vigore nelle zone da loro abitate (come nel caso di Kafr Qasim nel 1956); di quelli nei territori occupati e anche al di fuori di essi, con attentati o operazioni militari per eliminare gli oppositori al regime sionista. Negli ultimi decenni non si fanno quasi neanche più i processi, e nei rarissimi casi in cui soldati o coloni che hanno ucciso palestinesi finiscono davanti a un giudice e vengono condannati, le pene sono risibili. Ciò rappresenta un’applicazione della pena capitale che la nuova legge non fa che estendere e dandole una patina di legalità.




Il capo di stato maggiore israeliano mette in guardia da un possibile collasso dell’esercito suscitando una tempesta politica riguardo alla carenza di truppe

Redazione di MEM

30 marzo 2026 – Middle East Monitor

Secondo quanto riportato da Anadolu [agenzia di stampa turca, ndt.] un avvertimento del capo di stato maggiore israeliano Eyal Zamir riguardo a un possibile “collasso” dell’esercito a causa della mancanza di soldati ha scatenato un’ondata di reazioni politiche in Israele, con figure dell’opposizione che hanno sostenuto la sua analisi mentre gli alleati del primo ministro Benjamin Netanyahu ne hanno messo in discussione le motivazioni. Attualmente l’esercito israeliano è impegnato in conflitti in Iran e Libano, mentre continua ad attaccare a Gaza. L’esercito ha anche schierato altre truppe nella Cisgiordania occupata nel mezzo di una crescente violenza da parte degli occupanti israeliani, che richiede l’invio di altri soldati, mentre gli ebrei ultra-ortodossi (haredi) rifiutano di prestare il servizio militare.

Mentre dal 28 febbraio l’esercito sta usando i suoi aerei per attaccare l’Iran, ha annunciato il dispiegamento di quattro divisioni nel sud del Libano e sta utilizzando un gran numero di forze in Cisgiordania, oltre a quelle presenti a Gaza.

Più di 100.000 riservisti sono schierati su tutti i fronti, ma l’esercito ha ancora bisogno di circa altri 15.000 militari, di cui da 7.000 a 8.000 combattenti,” ha detto giovedì durante un incontro con la stampa il portavoce militare Affie Defrin. Il giorno precedente in una riunione riservata del Gabinetto di Sicurezza Zamir aveva avvertito che l’esercito potrebbe dover affrontare un “collasso” se non verrà affrontato il problema della carenza di uomini, citando l’allargamento delle missioni nel sud del Libano e la prosecuzione del controllo su circa metà di Gaza.

Egli ha spiegato che l’ampiezza dei compiti è “in costante aumento”, con l’estensione delle operazioni militari nel sud del Libano e la prosecuzione del controllo di circa metà di Gaza.

Ma il numero di soldati è in diminuzione, soprattutto dopo la cancellazione del prolungamento del servizio militare dei soldati regolari, che ha accentuato la crisi,” ha aggiunto.

L’allarme di un professionista

Amir Yissacharoff, un analista del quotidiano Yedioth Ahronoth [il giornale israeliano più venduto, di centro, ndt.], ha detto ad Anadolu che l’avvertimento di Zamir è stato “di carattere professionale, anche se le fazioni filogovernative hanno cercato di attribuirgli un movente politico.”

Yissacharoff ha affermato che Zamir ha parlato dopo che il governo ha legalizzato decine di avamposti di colonie in Cisgiordania e mentre la violenza degli occupanti israeliani è in aumento, insieme a molteplici minacce per la sicurezza da Iran, Libano e Gaza. “Zamir ha suonato l’allarme riguardo a una criticità e il suo messaggio era diretto principalmente all’opinione pubblica interna israeliana, ha parlato prima di Netanyahu, del ministro della Difesa Israel Katz e di altri politici e militari,” ha detto, aggiungendo che il messaggio era chiaro: “Abbiamo di fronte a noi un problema e, dato l’allargamento delle missioni dell’esercito, tutti devono essere arruolati, compresi gli ultra-ortodossi.”

Attaccare Zamir ed etichettare le sue affermazioni come politiche “elude la questione,” ha sostenuto Yissacharoff . “Egli sta affrontando un problema professionale. Il problema non è Zamir, il problema è Netanyahu.”

Arruolamento degli haredi

Le considerazioni di Zamir sono arrivate mentre Netanyahu continua a temporeggiare riguardo a una legge sul servizio militare.

L’opposizione, insieme ad alcune fazioni all’interno della destra nazionalista, sostiene che chiunque, compresi gli ultra-ortodossi, devono farlo, mentre i partiti religiosi Shas e United Torah Judaism stanno promuovendo una legge che esenti formalmente gli studenti dei seminari dal servizio militare.

I partiti di opposizione accusano Netanyahu di proteggere i partiti religiosi per salvare la sua coalizione di governo, definendo “legge per evitare l’arruolamento” la misura proposta.

Nel giugno 2024 la Corte Suprema israeliana ha sentenziato che gli haredi devono essere arruolati e ha ordinato l’interruzione dei finanziamenti statali alle istituzioni religiose i cui studenti si rifiutano di fare il servizio militare.

Gli ebrei ultra-ortodossi rappresentano circa il 13% della popolazione israeliana di circa 9,7 milioni. Non fanno il servizio militare, invocando la devozione religiosa per lo studio della Torah.

Mentre la legge israeliana prevede che tutti i cittadini al di sopra dei 18 anni facciano il servizio militare, per decenni l’esenzione degli haredi ha provocato polemiche, un dibattito che si è notevolmente acuito durante le molteplici guerre di Israele e l’aumento dei militari caduti, con i partiti secolari che chiedono che gli ultra-ortodossi condividano quello che chiamano il “fardello della guerra”.

Il mandato dell’attuale Knesset [parlamento israeliano, ndt.] scade a ottobre, quando sono previste elezioni generali, a meno che vengano chieste elezioni anticipate. Domenica la Knesset ha approvato il bilancio statale 2026, consentendo al governo di scongiurare elezioni anticipate, un risultato attribuito in buona misura al fatto che Netanyahu ha garantito al partito degli haredi il suo appoggio, anche senza approvare la legge che garantisce loro l’esenzione rispetto al servizio militare.

Yissacharoff ha sottolineato che Netanyahu ha bisogno dei partiti religiosi ed è nel loro interesse che il governo rimanga al potere.

Il leader dell’opposizione Yair Lapid ha cercato di trarre vantaggio dalle osservazioni di Zamir prima delle elezioni previste.

Voglio avvertire i cittadini israeliani che stiamo affrontando una catastrofe della sicurezza,” ha scritto Lapid giovedì sulla piattaforma statunitense X.

Per 13 anni ho ricoperto ruoli nei più importanti comitati e commissioni per la sicurezza di Israele, come primo ministro, ministro degli Esteri, delle Finanze e membro della Commissione Affari Esteri e Difesa,” ha affermato. “In tutti questi anni non riesco a ricordare un avvertimento così severo come quello espresso dal capo di stato maggiore.”

Secondo Lapid il capo dell’esercito ha detto al Gabinetto di Sicurezza di non avere più i mezzi per continuare a mobilitare riservisti e che ora alcuni soldati sono al sesto e settimo turno dall’ottobre 2023. “Sono completamente esausti,” ha detto Lapid, aggiungendo che Zamir ha anche informato il Gabinetto che le forze regolari sono in condizioni di totale collasso e che l’esercito non ha abbastanza soldati per svolgere le proprie missioni.

Il continuo incoraggiamento del governo perché gli ultra-ortodossi evitino l’arruolamento costituisce una minaccia per la sicurezza,” ha detto, aggiungendo che Zamir ha presentato una serie di minacce “la maggioranza delle quali non possono essere citate davanti alle telecamere, ma la conclusione è che il governo sta mandando l’esercito in una guerra su vari fronti senza una strategia, senza risorse e con troppo pochi soldati.

Questa volta il governo non potrà dire che non sapeva. É il capo di stato maggiore che hanno nominato loro e non potranno politicizzarlo o accusarlo. D’ora in poi Netanyahu non può sfuggire alle sue responsabilità,” ha detto Lapid, chiedendo al governo di smettere immediatamente di finanziare chi evita l’arruolamento e di schierare la polizia militare contro quanti evitano il servizio militare.

Ha chiesto anche al governo di “combattere il terrorismo ebraico con ogni mezzo” e di destituire il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir “che appoggia pubblicamente il terrorismo ebraico.”

Un grido di allarme

Yair Golan, ex-vice capo di stato maggiore dell’esercito e leader del partito Democratico [ex partito Laburista, ndt.], di opposizione, ha affermato che le affermazioni di Zamir non sono “semplicemente un avvertimento, sono una enorme bandiera nera sventolata sulla politica del governo.”

Quando la più alta carica dell’esercito dice al Gabinetto durante una guerra che l’esercito sta faticando a compiere le proprie missioni a causa della politica del governo non si tratta di una valutazione della situazione, è un grido di allarme,” ha scritto su X.

Un governo che continua questa politica ha abbandonato la sicurezza. È un governo pericoloso che promuove il terrorismo ebraico, la renitenza alla leva e associa anti-sionismo e antisemitismo,” ha affermato.

Nonostante tutti gli avvertimenti il governo continua a creare più avamposti, appoggia e arma i rivoltosi (gli occupanti) e il risultato è un danno diretto alla capacità dell’esercito di portare avanti le sue vere missioni. Chiunque continui questa politica durante un periodo di guerra si assume la responsabilità diretta di aver danneggiato la sicurezza dello Stato,” ha aggiunto Golan.

L’ex-ministro della Difesa e leader di Yisrael Beiteinu [partito della destra nazionalista laica che rappresenta soprattutto gli immigrati dall’ex-URSS, ndt.] Avigor Lieberman ha affermato su X che Zamir ha avvertito che la renitenza alla leva “sta danneggiando la sicurezza di Israele.” “Il governo, come sempre, sta ignorando gli avvertimenti prima che si verifichi il disastro. L’esercito sta affrontando la peggior carenza di uomini della sua storia e tutti devono essere arruolati,” ha aggiunto Lieberman.

Israele ha occupato i territori palestinesi e aree in Libano e in Siria per decenni e continua ad opporsi al ritiro o alla creazione di uno Stato palestinese indipendente.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Gaza dice che da 6 a 10 pazienti muoiono quotidianamente aspettando di essere curati all’estero

Redazione di MEMO

24 marzo 2026 – Middle East Monitor

Il ministero della Sanità della Striscia di Gaza ha affermato che, a causa di restrizioni sul movimento e sugli attraversamenti dei confini, tra i 6 e i 10 pazienti muoiono ogni giorno mentre stanno aspettando di andare all’estero per cure mediche.

Zaher al-Waheidi, direttore del dipartimento dell’informazione del ministero, ha detto che circa 1.400 pazienti su 20.000 sono morti dal 7 maggio 2024 quando il controllo del valico di Rafah è stato preso [da Israele, ndt.]. Ha affermato che ciò riflette una crisi sanitaria in peggioramento sul territorio.

Nel frattempo lunedì l’Autorità Generale per i Valichi e i Confini [palestinese, ndt.] ha informato che domenica 25 persone hanno attraversato il valico, inclusi 8 pazienti e 17 accompagnatori. Le loro procedure di viaggio sono state facilitate così che possano ricevere cure.

L’autorità ha aggiunto che durante le stesse ore lavorative sono arrivati 28 viaggiatori dopo aver completato le procedure di ingresso. Ha affermato che le operazioni al valico stanno proseguendo normalmente con servizi che continuano e casi umanitari che vengono assistiti.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




I soldati israeliani che hanno stuprato in gruppo un prigioniero palestinese sono ora liberi di tornare al servizio militare

Jonathan Ofir  

18 marzo 2026  Mondoweiss

La disumanizzazione della società israeliana raggiunge un nuovo minimo storico: i soldati che hanno stuprato in gruppo un prigioniero palestinese di Gaza non solo sono stati liberati, ma addirittura celebrati e raccomandati per il ritorno al servizio militare

Lunedì 16 marzo il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha incontrato un gruppo di soldati israeliani e si è scusato con loro per “l’ingiustizia subita a causa del sistema”, ordinando alle Forze di Difesa Israeliane (IDF) di reintegrarli immediatamente in servizio.

I soldati in questione erano quelli che avevano violentato in gruppo un prigioniero palestinese di Gaza. Solo una settimana prima dell’incontro con Katz i soldati erano stati prosciolti da tutte le accuse dopo che il caso contro di loro era stato archiviato dal nuovo Capo Avvocato Militare israeliano (CMA), il Maggiore Generale Itay Ofir.

“Giustizia è stata fatta e questa nube oscura è stata rimossa da voi e dai vostri familiari… Mi congratulo con il nuovo CMA, che, a differenza del suo predecessore, persegue una politica di protezione dei soldati e non dei terroristi”, ha dichiarato Katz lunedì. “Ho dato istruzioni all’apparato di sicurezza e alle IDF di agire affinché possiate tornare in servizio, come meglio credete e come desiderate, per contribuire a far parte della grande vittoria”.

Katz è stato solo l’ultimo politico israeliano a celebrare gli accusati di stupro. Dopo la chiusura del caso la scorsa settimana, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha rilasciato una dichiarazione di congratulazioni: “L’accusa del sangue [archetipo antisemita relativo ad omicidi rituali, ndt.] contro i combattenti della Forza 100, nota come ‘caso Sde Teiman’, che ha diffamato Israele in tutto il mondo ad un livello senza precedenti, è stata archiviata.

È inconcepibile che ci sia voluto così tanto tempo per chiudere il caso, condotto in modo criminale contro combattenti delle Forze di Difesa Israeliane che si sono scontrati con i peggiori dei nostri nemici. Lo Stato di Israele deve dare la caccia ai suoi nemici, non ai suoi eroici combattenti.”

Lo stupro di gruppo aveva suscitato scandalo in Israele poiché nell’agosto del 2024 era trapelato un video, ripreso da una telecamera di sorveglianza nel famigerato campo di tortura di Sde Teiman, parte di una rete di campi di tortura documentata dall’organizzazione israeliana B’tselem nel suo rapporto “Benvenuti all’inferno”, anch’esso del 2024. Lo stupro di gruppo, anche con l’uso di cani, è parte integrante delle torture sistematiche che gli ostaggi palestinesi sono costretti a subire. Il caso relativo al filmato includeva anche prove forensi di gravi percosse – frattura di una costola, perforazione di un polmone – oltre alla lacerazione del retto causata da un oggetto appuntito inserito nell’ano del prigioniero.

Ma lo scandalo che ha travolto Israele non era nato dall’indignazione pubblica per questo crimine brutale e atroce. No, era il fatto che qualcuno avesse cercato di portare alla luce il crimine.

Si è scoperto che il filmato era stato diffuso all’epoca dall’ex capo dell’ufficio legale militare, maggiore generale Yifat Tomer-Yerushalmi. È stata arrestata e alla fine ha scelto di dimettersi a novembre. Queste dimissioni sono state un regalo per l’establishment politico israeliano, con il Ministro della Difesa Israel Katz che ha accelerato la nomina di Itay Ofir alla posizione vacante. Ofir (nessuna parentela con chi scrive, tra l’altro) ha fatto il suo dovere. Il caso è ora chiuso.

Ofir è un ex soldato combattente della Brigata Givati ​​e riservista della Brigata Negev, oltre ad avere una formazione giuridica. “I soldati delle Forze di Difesa Israeliane devono godere della fiducia pubblica, e quindi l’Ufficio del Procuratore Militare Generale deve godere della fiducia del pubblico”, ha dichiarato Katz durante la cerimonia di insediamento di Ofir. “Affronteremo questa crisi correggendo i gravi errori, traendone insegnamenti e mettendoli in pratica. Solo così potremo ristabilire la fiducia di cui le Forze di Difesa Israeliane hanno bisogno più di ogni altra cosa… Sono fiducioso che trasformerete questa grave crisi in un’opportunità per ricostruire e riorganizzare l’Ufficio del Procuratore Generale Militare.”

La giustificazione di Israele nel chiudere il caso

È evidente che l’“indagine” su questo crimine sia stata una farsa fin dall’inizio, soprattutto considerando come l’establishment abbia celebrato questi stupratori per tutta la durata del caso. Ciononostante, vale la pena di esaminare le ragioni legali addotte da Ofir per giustificare la sua decisione.

Il ragionamento di Ofir mette in luce quella che lui considera la mancanza di prove e quelli che definisce “problemi procedurali” relativi alla gestione del caso, in particolare la fuga di notizie e la sua discussione sui media.

Per quanto riguarda le prove, egli sottolinea il fatto che il detenuto palestinese che è stato brutalizzato si trova ora a Gaza: “In ottobre il detenuto è stato rilasciato nella Striscia di Gaza nell’ambito del piano per il rilascio degli israeliani rapiti. Questa nuova circostanza modifica significativamente le prove e rende difficile dimostrare parti importanti dell’accusa”.

Il detenuto si trova ora a Gaza. Ofir sostiene che Israele, che controlla Gaza fin nei minimi dettagli a partire dai certificati di nascita, e può telefonare ai palestinesi per avvisarli che la loro casa sta per essere bombardata, non riesce a contattarlo. E sebbene le cartelle cliniche facciano parte del caso da tempo, ora è “difficile”, per modo di dire, dimostrare le sue affermazioni. Ofir ammette che “da un lato, il materiale probatorio del caso ha presentato un quadro grave e preoccupante riguardo agli imputati”, ma ahimè, “il quadro probatorio è complesso”.

Ofir afferma inoltre che il video “non rappresenta un quadro inconfutabile delle accuse attribuite agli imputati”. Il fatto che a queste prove si aggiunga la testimonianza della vittima, oltre alle cartelle cliniche, non sembra essere d’aiuto.

Riguardo alla diffusione del video, Ofir osserva che “questi eventi” ancora una volta “ledono gravemente il diritto ad un giusto processo e il senso di giustizia ed equità che devono essere alla base di qualsiasi procedimento penale”.

Si tratta di un tentativo palesemente disperato di proteggere i soldati dalla giustizia. Ironicamente, l’espressione “protezione dalla giustizia” è stata ripetutamente utilizzata nella sentenza, nel senso di proteggere gli imputati dal sistema giudiziario. È esattamente il tipo di ragionamento che emerge dal messaggio di Katz: i soldati delle Forze di Difesa Israeliane devono essere difesi e protetti, altrimenti si starebbe dalla parte dei terroristi.

Che dire di una società che celebra gli stupratori?

 Ma non si tratta solo di una questione legale, è una questione sociale. Per comprendere la situazione attuale della società israeliana è opportuno paragonare questo caso all’omicidio di Elor Azarya nel 2016, in cui il soldato paramedico sparò in testa e uccise a bruciapelo un sospetto palestinese già inerme. Come nel caso dello stupro di Sde Teiman, anche il crimine di Azarya fu ripreso da un video. Sebbene, secondo i suoi commilitoni, ciò che fece fosse successo già “molte volte”, il suo ruolo fu quello di “mela marcia”, a dimostrazione dell’innocenza del sistema. Il processo ad Azarya fu una farsa e, dopo nove mesi di carcere, tornò a casa accolto come un eroe.

Nell’agosto del 2024, mentre la notizia del caso Sde Teiman travolgeva Israele, ero ancora convinto che l’esito sarebbe stato simbolico, simile a quanto accaduto nel caso Azarya: una simbolica bottarella sul polso, per ragioni di pubbliche relazioni internazionali. Questa era chiaramente l’intenzione dell’ex commissaria generale Yifat Tomer-Yerushalmi. Il motivo per cui fece trapelare il video era che riteneva che senza di esso il caso si sarebbe chiuso. Quindi cercò di garantire che venisse fatta giustizia, almeno in apparenza, in un caso così lampante. Ma alla fine la situazione le si ritorse contro, e ora si festeggia il fatto che il suo piano sia stato sventato. Gli stupratori, già celebrati da alcuni media come delle star, riceveranno ora un sostegno ancora maggiore per la presunta ingiustizia che avrebbero subito.

A quanto pare la società israeliana è ora meno interessata alle pubbliche relazioni internazionali rispetto al passato, nonostante i massicci sforzi di propaganda all’estero. La vena genocida è così forte da prevalere persino sulla preoccupazione di apparire civile.

Netanyahu sostiene che sia il caso stesso ad aver diffamato Israele. Ma no, Israele si diffama da solo, non riesce a farne a meno. In altre parole, la chiusura di questo caso e i relativi commenti celebrativi mostrano il vero volto di Israele.

Questo invia un messaggio forte a tutti i torturatori israeliani: lo stupro è legale.

Sulla scia del caso Azarya, gli israeliani hanno coniato un termine popolare chiamato “effetto Azarya”, suggerendo che il processo ad Azarya abbia creato un deterrente controproducente che ha indotto i soldati a esitare a sparare ai palestinesi.

Il caso Sde Teiman, a sua volta, ha un altro effetto. La sua chiusura segnala che lo stupro è legale, permesso e forse persino benvenuto, contro quei “crudeli mostri”, come li definisce il ministro della Difesa Katz. Il predecessore di Katz, Yoav Galant, li aveva definiti “animali umani”. Chiunque avesse la felice idea di perseguire coloro che violentano questi crudeli e mostruosi animali umani ne subirà le conseguenze. La disumanizzazione della società israeliana ha raggiunto un nuovo minimo storico, e questo rappresenta un momento estremamente pericoloso per i palestinesi. Immaginate: quegli stupratori potrebbero semplicemente tornare a Sde Teiman, o in qualsiasi altra prigione del sistema di segrete di tortura, e dire “benvenuti all’inferno”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La chiusura del valico di Rafah lascia i pazienti di Gaza bloccati e senza cure.

Maram Humaid

16 marzo 2026 – Aljazeera

Migliaia di persone rischiano un peggioramento delle proprie condizioni di salute dopo che la chiusura di questo importante valico ha bloccato le evacuazioni sanitarie per le famiglie in attesa di cure all’estero.

Gaza City, Striscia di Gaza – Il 28 febbraio Lama Abu Reida si trovava a poche ore da quello che sperava avrebbe cambiato il destino della sua figlioletta malata, Alma.

La famiglia era stata finalmente informata che la bambina, di meno di cinque mesi e incapace di respirare senza un respiratore, aveva i requisiti per una evacuazione sanitaria.

La piccola borsa da viaggio era pronta, la documentazione clinica in ordine e Abu Rheida era pronta a partire. Non restava che uscire dal valico di Rafah, tra Gaza e l’Egitto, e da lì dirigersi in Giordania, dove Alma avrebbe potuto sottoporsi a un intervento chirurgico impossibile nella Striscia di Gaza.

Ma appena un giorno prima della partenza prevista per il 1° marzo Israele ha chiuso i valichi di Gaza “fino a nuovo avviso” adducendo motivi di sicurezza. La decisione ha coinciso con l’inizio dell’attacco militare congiunto con gli Stati Uniti contro l’Iran e ha infranto le speranze di Abu Rheida.

“Mi hanno detto che il valico era stato chiuso senza preavviso a causa della guerra con l’Iran”, dice la madre con voce rotta dal dolore.

Alma, che soffre di una cisti polmonare, è ricoverata all’ospedale Nasser di Khan Younis nel sud di Gaza da oltre tre mesi e la madre è al suo fianco giorno e notte.

“Non può assolutamente fare a meno dell’ossigeno”, dice Abu Rheida. “Senza, si sfinisce”.

«Non so cosa potrebbe succedere»

Il valico di Rafah, la principale porta d’accesso di Gaza al mondo esterno, è rimasto chiuso per lunghi periodi durante la guerra genocida di Israele contro i palestinesi nella Striscia, iniziata nell’ottobre del 2023.

Il 1° febbraio Israele ha annunciato una riapertura limitata nell’ambito di una fase di prova a seguito di un “cessate il fuoco” con il gruppo palestinese Hamas. Ciò ha reso possibili in base agli accordi alcuni spostamenti in particolare per i casi medici.

Tuttavia solo pochi pazienti sono riusciti a viaggiare e migliaia sono rimasti in lista d’attesa fino alla chiusura del 28 febbraio che ha bloccato il trasferimento all’estero dei feriti, così come le evacuazioni sanitarie di pazienti come Alma.

I medici avevano detto alla sua famiglia che l’unica opzione per Alma, ricoverata in terapia intensiva tre volte in un mese, era un intervento chirurgico all’estero per rimuovere la cisti dal polmone. Sebbene non particolarmente rischiosa, un’operazione del genere non può essere eseguita a Gaza a causa delle limitate risorse mediche.

“La vita di mia figlia dipende da un singolo intervento chirurgico, dopo il quale potrebbe vivere una vita completamente normale”, afferma Abu Rheida.

«Se il suo viaggio dovesse subire ulteriori ritardi… non so cosa potrebbe succedere. Le sue condizioni non sono rassicuranti», aggiunge sconsolata.

Domenica le autorità israeliane hanno annunciato che il valico di Rafah riaprirà mercoledì per consentire un «flusso limitato di persone» in entrambe le direzioni.

«La chiusura ha ucciso i miei figli»

Ciò che di fatto teme Abu Rheida è quanto Hadeel Zorob ha già vissuto.

Il figlio di sei anni di Zorob, Sohaib, è morto il 1° marzo 2025, mentre la figlia di otto anni, Lana, si è spenta il mese scorso, il 18 febbraio. Entrambi i bambini soffrivano di una rara malattia genetica che causa un progressivo deterioramento delle funzioni corporee.

Entrambi erano in attesa di un’autorizzazione medica per recarsi all’estero per le cure, ma questa non è mai arrivata.

«Ho visto i miei figli morire lentamente davanti ai miei occhi, uno dopo l’altro, senza poter fare nulla», dice scoppiando in lacrime Zorob, 32 anni.

Quando è morta Lana sarebbe dovuta partire dopo pochi giorni.

«Il viaggio di mia figlia era previsto nello stesso periodo in cui il valico è stato chiuso, ma è morta prima», racconta Zorob.

«Quando è arrivata la notizia della chiusura del valico il dolore per mia figlia è tornato prepotentemente al pensiero di tanti bambini che subiranno la stessa sorte».

Zorob racconta che nelle prime fasi della malattia i suoi figli erano ancora in grado di muoversi e giocare in modo relativamente normale.

Prima della guerra di Israele contro Gaza entrambi i bambini ricevevano cure ospedaliere specialistiche che avevano contribuito a stabilizzare in qualche misura le loro condizioni. Ma con l’intensificarsi degli attacchi israeliani le loro condizioni sono gradualmente peggiorate fino a raggiungere uno stadio critico. Il collasso del sistema sanitario di Gaza ha reso difficile per la famiglia l’accesso ai farmaci di cui avevano assoluto bisogno.

«Abbiamo persino provato a far arrivare le medicine dalla Cisgiordania, e ho chiesto aiuto alla Croce Rossa e all’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma non c’è stato verso», racconta Zorob.

Durante la guerra lei e la sua famiglia sono state costrette a lasciare la loro casa e a trasferirsi in una tenda nella zona di al-Mawasi. Le nuove condizioni di sfollamento hanno reso molto più difficile prendersi cura dei bambini.

«Entrambi erano costretti a letto… con i pannolini, e la loro glicemia doveva essere monitorata costantemente. Dovevamo dar loro da bere e controllare la loro alimentazione… tutto questo in una tenda, senza beni di prima necessità».

Zorob dice di sentirsi «impazzire» al pensiero che i suoi figli avrebbero avuto la possibilità di sopravvivere e migliorare se avessero potuto ricevere cure all’estero.

«La chiusura dei valichi ha ucciso i miei figli!» aggiunge, con la voce piena di angoscia. «Il mondo non dà valore alle nostre vite né a quelle dei nostri figli… questa è diventata la normalità».

Zorob dice che, nonostante il dolore incessante, cerca di farsi forza per il suo terzo figlio, Layan, di quattro anni.

«Tutto ciò che desidero è che quello che è successo ai miei figli non accada a nessun’altra madre… che il valico venga riaperto e che ai bambini e ai malati sia permesso di viaggiare».

«È chiedere troppo?»

Secondo il Ministero della Salute di Gaza oltre 20.000 pazienti e feriti sono in attesa di poter viaggiare all’estero per ricevere cure mediche.

Tra questi figurano circa 4.000 malati di cancro, che necessitano di cure specialistiche non disponibili a Gaza, e circa 4.500 bambini.

Gli elenchi includono anche circa 440 casi “salvavita” che necessitano di un intervento urgente e quasi 6.000 feriti che necessitano di cure ospedaliere continue al di fuori di Gaza.

L’Associazione Al-Dameer per i diritti umani ha definito la chiusura del valico di Rafah una forma di punizione collettiva per i civili di Gaza, avvertendo che essa “condanna a morte un numero sempre maggiore di malati” e aggrava la crisi umanitaria di Gaza.

Per Amal al-Talouli la chiusura del valico di Rafah è stata un altro colpo devastante nella sua battaglia contro il cancro.

La donna di 43 anni soffre di cancro al seno da circa cinque anni. Nonostante si fosse sottoposta a delle cure prima della guerra, la malattia è ricomparsa e si è diffusa in altre parti del corpo, compresa la colonna vertebrale.

“Sia lode a Dio, accettiamo il nostro destino”, dice la madre di due figli. “Eppure, perché la nostra sofferenza deve peggiorare solo perché ci viene impedito di viaggiare e i valichi sono chiusi?”

Al-Talouli vive attualmente con dei parenti dopo aver perso la sua casa nell’area del Progetto di Beit Lahiya [complesso residenziale multipiano, ndt.], nel nord di Gaza, durante la guerra.

Lo sfollamento non è stata una scelta facile a causa delle sue condizioni di salute, afferma. La situazione è aggravata dalla grave carenza di farmaci e personale medico specializzato, una realtà che affligge anche altri malati di cancro a Gaza.

“C’è carenza di tutto”, dice al-Talouli. «Ho sviluppato osteoporosi e accumulo di liquido negli occhi a causa della chemioterapia. La chemio richiede una buona alimentazione, ma la malnutrizione e la carestia hanno reso tutto molto più difficile».

Al-Talouli afferma che la chiusura dei valichi ha peggiorato ulteriormente la situazione.

«Ci colpisce moltissimo. Non arrivano medicinali né trattamenti essenziali», dice Al-Talouli, il cui nome era in una lista d’attesa per recarsi fuori Gaza per le cure.

Sottolinea che i malati di cancro a Gaza hanno urgente bisogno di sostegno.

«Ora desidero solo che il valico riapra, così da poter guarire e continuare la mia vita con i miei figli», dice. «È chiedere troppo?»

Humaid è corrispondente on-line di Al Jazeera English a Gaza.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




I prezzi dei generi alimentari a Gaza salgono alle stelle mentre la chiusura dei valichi aggrava la carenza di cibo durante la guerra con l’Iran

Redazione

10 marzo 2026 – Al Jazeera

Le famiglie di Gaza stanno comprando tutto ciò che possono finché durano le scorte, temendo che il cibo disponibile oggi potrebbe non esserci più domani.

La gente di Gaza si sta nuovamente riversando nei mercati per comprare tutto il cibo che può permettersi, mentre la guerra regionale che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran sta sconvolgendo un’enclave già dipendente da fragili aiuti e canali commerciali vitali.

Residenti e commercianti affermano che i prezzi sono aumentati vertiginosamente nel giro di pochi giorni, mentre alcuni beni di prima necessità sono diventati scarsi o sono scomparsi del tutto.

In un servizio da Gaza City, Hani Mahmoud di Al Jazeera ha affermato che “l’ultima escalation si sta facendo sentire nel modo più diretto possibile: attraverso la riduzione delle scorte e la restrizione degli accessi ai valichi di frontiera”.

Nei mercati locali i consumatori cercano di assicurarsi il cibo prima che le scorte si riducano temendo che ciò che è disponibile oggi potrebbe non esserci più domani.

Questa ansia riflette la dipendenza di Gaza dai valichi di frontiera con Israele ed Egitto. Quasi tutto il cibo, il carburante, le medicine e altri beni di prima necessità entrano nel territorio tramite camion. Quando questi valichi vengono chiusi o operano a capacità ridotta l’impatto si fa rapidamente sentire nei mercati, negli ospedali e nei sistemi idrici.

Israele ha chiuso i valichi di Gaza il 28 febbraio mentre le forze israeliane e statunitensi attaccavano l’Iran bloccando l’accesso umanitario da e per Gaza e il movimento dei pazienti che necessitavano di evacuazione medica. Le autorità israeliane hanno successivamente riaperto il valico di Karem Abu Salem (Kerem Shalom per gli israeliani) per l'”ingresso graduale” degli aiuti, ma l’accesso è rimasto limitato.

Il valico di Rafah con l’Egitto è rimasto chiuso e le agenzie umanitarie affermano che i volumi attuali sono ben al di sotto del necessario.

Hanan Balkhy, direttrice regionale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per il Mediterraneo orientale, ha dichiarato a Reuters questa settimana che solo circa 200 camion al giorno entravano a Gaza, rispetto ai circa 600 necessari quotidianamente per sostenere la popolazione del territorio. Ha anche affermato che circa 18.000 persone, tra cui bambini feriti e pazienti con malattie croniche, erano ancora in attesa di essere evacuate.

I prezzi schizzano in alto sui mercati locali

Sul terreno Mahmoud afferma che l’impatto è evidente nel costo dei prodotti freschi. Un chilo di pomodori, venduto a circa 1,50 dollari un mese fa, ora costa quasi 4 dollari. Anche cetrioli e patate sono diventati significativamente più costosi rendendo il cibo fresco fuori dalla portata di molte famiglie i cui redditi sono già stati distrutti da mesi di guerra e sfollamenti.

“La gente non può più permettersi di comprare frutta e verdura a causa degli alti prezzi causati dalla guerra tra Israele e Iran”, ha detto un acquirente ad Al Jazeera.

Questo segna un’inversione di tendenza rispetto a solo poche settimane prima. Il monitoraggio dei mercati del Programma Alimentare Mondiale (WFP) di febbraio aveva mostrato un certo miglioramento nella disponibilità di cibo e prezzi più bassi per alcuni prodotti di base rispetto alle fasi precedenti della guerra. Ma il WFP ora afferma che le ultime chiusure delle frontiere hanno innescato forti aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari e che, sebbene alcuni valichi siano stati riaperti, i prezzi rimangono elevati.

Il sistema di aiuti è sotto pressione

Le agenzie umanitarie affermano che le pressioni si estendono ben oltre le bancarelle dei mercati. L’OCHA ha affermato che la chiusura ha costretto al razionamento delle limitate riserve di carburante a Gaza spingendo i partner umanitari a sospendere la raccolta dei rifiuti solidi tramite veicoli e a ridurre la produzione di acqua. Ha aggiunto che sono state attivate misure di emergenza in ospedali e centri di assistenza sanitaria primaria.

Il contesto generale della sicurezza alimentare rimane estremamente fragile. L’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), il sistema globale di monitoraggio della fame utilizzato dalle agenzie delle Nazioni Unite e dalle organizzazioni umanitarie, ha dichiarato a dicembre che Gaza non era più in condizioni di carestia dopo il miglioramento dell’accesso agli aiuti durante il cessate il fuoco tra Israele e Hamas. Tuttavia, aveva avvertito che la ripresa delle ostilità o l’interruzione degli aiuti avrebbero potuto rapidamente annullare tali progressi.

Anche il WFP ha avvertito che i fragili progressi a Gaza potrebbero essere rapidamente annullati se l’accesso non fosse sostenuto. Ha affermato che la riapertura di Karem Abu Salem potrebbe offrire un certo sollievo, ma che senza corridoi umanitari affidabili l’agenzia potrebbe essere costretta a tagliare le razioni alimentari per un gran numero di persone.

Con un accesso ancora così limitato le famiglie di Gaza affrontano una crescente incertezza sulla possibilità di garantirsi scorte alimentari essenziali nei giorni a venire.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)