“La guerra non è finita”: le bombe inesplose nella Striscia di Gaza

Maha Hussaini, Frank Andrews

25 settembre 2021 – Middle East Eye

A causa dei residui bellici inesplosi delle bombe israeliane molti abitanti di Gaza “rivivono la battaglia ogni giorno”

Molte settimane dopo la fine dell’ultimo bombardamento israeliano sulla Striscia di Gaza, il 9 giugno, Ahmed al-Dahdouh di 16 anni è andato a cercare il suo fratellino Obaida a casa di suo zio a al-Zeitun, un quartiere orientale di Gaza.

Obaida, di 9 anni, si è rivolto a suo fratello mentre ritornavano attraverso il giardino ombroso della loro casa: “Ho trovato delle schegge di bomba”.

Ahmed ha visto che teneva qualcosa in mano.

Gli ho chiesto che cosa fosse e lui l’ha gettata per terra”, racconta Ahmed a Middle East Eye. È esplosa.

Obaida ha fatto qualche passo con aria smarrita, prima di cadere. “L’ho seguito”, prosegue Ahmed, “poi entrambi abbiamo perso conoscenza.”

E’ stato verso le 18 che il loro padre, Salahuddin, ha sentito l’esplosione.

Ha trovato Ahmed che tentava di tamponare con la mano una ferita che suo fratello aveva sul collo. Salahuddin l’ha toccata e ha sentito un sottile pezzo di metallo che gli è rimasto in mano.

La ferita era molto profonda. Quando ho cercato di tamponarla, ci sono entrate tre dita”, dice Salahuddin

Poco dopo un medico dell’ospedale al-Shifa ha operato Obaida per cercare di salvargli la vita.

Anche Ahmed è stato operato. L’esplosione aveva frantumato delle ossa e dei vasi sanguigni nel suo dito mignolo, che ha dovuto essere amputato. Porta sempre una benda e ha delle piastre di platino nella mano.

In terapia intensiva in un altro reparto dell’ospedale, mentre due dei suoi zii aspettavano nell’entrata, Obaida ha smesso di respirare alle 3.

Correvo da uno all’altro dei miei figli, ma sapevo che la situazione di Obaida era senza speranza – che era in stato di morte cerebrale”, racconta Salahuddin.

I medici gli hanno spiegato che il detonatore inesploso di una bomba aveva ucciso suo figlio. Hanno individuato le schegge nel suo collo e nella colonna vertebrale.

Salahuddin ha le lacrime agli occhi mentre ricorda il suo ultimo pranzo con Obaida prima dell’esplosione: avevano mangiato riso al latte per dessert.

Gli ho detto di darmene un po’”, racconta Salahuddin, con la voce rotta dall’emozione. Obaida ha risposto: “Ci sono un sacco di altri piatti. Quello è il mio.”

Poi “gli ho chiesto di restare con me, ma lui mi ha detto che voleva andare giù da suo fratello Ahmed”, ricorda Salahuddin.

Non lo dimenticheremo. Fin da quando era piccolo sorrideva sempre. Anche quando lo si rimproverava, lui sorrideva.”

Sepolte sotto le macerie

Non tutte le bombe esplodono completamente al momento dell’impatto. I raid aerei si lasciano dietro dei detriti esplosivi, a volte bombe intatte, nelle strade, sepolte sotto le macerie o gli edifici.

Munizioni inesplose, anche vecchie di molti decenni, possono esplodere all’improvviso se le si sposta.

Se incidenti come quello che ha ucciso Obaida al-Dahdouh sono relativamente rari, i residui esplosivi delle bombe sganciate da Israele costituiscono una grave minaccia per l’esistenza dei gazawi nell’enclave assediata.

Negli ultimi tre anni la Striscia di Gaza ha registrato circa un incidente al mese causato da residui esplosovi di guerra”, dice a Middle East Eye Suhair Zakkout, portavoce del Comitato Internazionale della Croce Rossa a Gaza.

Secondo l’ONU 41 persone sarebbero state uccise e 296 ferite da questi residui tra il 2009 e il 2020.

Le munizioni inesplose disseminate nella Striscia di Gaza dopo ogni bombardamento israeliano hanno altre gravi conseguenze. Alcuni abitanti devono abbandonare le proprie case e scuole, non possono più guadagnarsi da vivere e hanno persistenti problemi psicologici.

Secondo ‘Euro-Med Human Rights Monitor’, a maggio, nell’arco di 11 giorni, quando i razzi lanciati da gruppi di miliziani (tra cui Hamas) da Gaza verso Israele hanno ucciso 13 persone, Israele ha scatenato 2.750 attacchi aerei e 2.300 granate contro la Striscia di Gaza, uccidendo 248 palestinesi, di cui 66 bambini. Entrambe le parti sono suscettibili di aver commesso crimini di guerra.

La squadra di sminatori del Ministero dell’Interno di Gaza non ha tenuto il conto del numero di residui esplosivi rinvenuti dopo l’offensiva di maggio.

Tuttavia lo sminatore Mohamed Miqdad ha dichiarato a MEE che dall’inizio dell’ultimo bombardamento l’unità ha svolto 1.170 missioni allo scopo di eliminare gli ordigni inesplosi e controllare le case alla ricerca di resti esplosivi.

D’altra parte, gli sminatori hanno identificato 16 bombe inesplose tuttora profondamente sepolte sotto le case, i terreni e i negozi in tutta la Striscia di Gaza.

A giugno l’ONU ha stimato che il 30% delle macerie provocate dall’offensiva, pari a circa 110.000 tonnellate, era stato portato via. Le rovine che non sono ancora state ispezionate restano molto pericolose, soprattutto per i bambini che giocano e per gli adulti che cercano di recuperare i propri effetti personali.

Vestigia di guerra

Il 12 maggio verso le 8 gli agenti di intelligence israeliana hanno chiamato Saadallah Dahman, di 62 anni, e sua moglie nella loro casa del campo profughi di Jabaliya nel nord di Gaza, per informarli che il loro edificio stava per essere bombardato.

Ci hanno detto che avevamo dieci minuti di tempo e che gli aerei da guerra erano già sopra la casa”, racconta Dahman a MEE.

Una bomba Mark-84 di 925 chili ha demolito il lato sinistro dell’edificio. Una seconda si è abbattuta sui cinque piani del lato destro per poi sprofondare di parecchi metri nel suolo senza esplodere.

Dopo mesi si trova ancora nel terreno.

Le sei famiglie dell’immobile – 36 persone, di cui 22 bambini – sono tuttora sfollate. La maggior parte affitta delle case nelle vicinanze.

Nessuna organizzazione tiene il conto di quanti gazawi tra le migliaia ancora sfollate dall’offensiva di maggio non possono rientrare nelle loro case a causa di munizioni inesplose. Lo stesso accade per i dati relativi alle scuole tuttora chiuse a causa di questi ordigni.

Comunque gli sminatori hanno informato MEE che quattro scuole gestite dall’Ufficio di Soccorso e Lavoro delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi in Medio Oriente (UNRWA) sono state chiuse definitivamente a causa delle bombe sepolte in profondità nel loro terreno. Il portavoce dell’UNRWA non ha risposto alle nostre domande.

Queste bombe sono molto più difficili da eliminare.

Bombe interrate in profondità

Il Servizio di Azione Antimine delle Nazioni Unite (UNMAS) coadiuva le autorità di Gaza nello smaltimento delle bombe interrate in profondità. Queste si incuneano profondamente nel suolo (una volta Mohamed Miqdad ne ha vista una a 18 metri sotto terra) e a volte occorrono parecchie settimane per localizzarle, disinnescarle e poi estrarle da terra ed eliminarle. Le 16 bombe tuttora disseminate nell’enclave dopo il bombardamento sono tutte interrate in profondità.

Un buon numero di esse sono probabilmente delle Mark-84 (MK-84), un tipo di bomba molto utilizzata da Israele durante la più recente offensiva, nonostante comporti un rischio elevato di danni collaterali.

Un video dell’UNMAS girato a Gaza nel 2017 mostra il servizio antimine dell’ONU impegnato a creare una specie di galleria mineraria per accedere ad una MK-82 (più piccola). Gli sminatori, che devono infilarsi sotto terra per disinnescare una bomba prima di poterla estrarre, hanno a volte bisogno di ossigeno e i tunnel possono cedere.

Tuttavia lasciare le bombe nel suolo non è un’alternativa praticabile.

Anzitutto perché potrebbero esplodere. Se qualcuno costruisce su un terreno e tocca accidentalmente una bomba profondamente interrata, ciò potrebbe distruggere un intero quartiere.

Inoltre, se le voragini lasciate dove sono (i crateri possono essere larghi 15 metri) non vengono riempite, “le persone e i veicoli possono facilmente cadervi dentro”, spiega Miqdad, della squadra di sminamento.

Più difficile da quantificare, ma non meno urgente: l’impatto psicologico provocato dal fatto di sapere che sotto la superficie si nasconde una bomba.

Bilancio psicologico

A maggio, il giorno prima dell’entrata in vigore del cessate il fuoco, una Mark-84 sganciata dagli israeliani ha squarciato il tetto della casa di Ramzi Abu Hadayed a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza e si è schiantata in una stanza. Secondo la famiglia l’aviazione israeliana non aveva dato alcun preavviso. L’esercito israeliano non ha voluto rispondere alle domande relative a questo incidente.

Gli sminatori riferiscono che durante la caduta il detonatore della bomba si è rotto ed è esploso separatamente, lasciando intatto il resto del missile.

Grazie al cielo il razzo non è esploso”, ha detto la suocera di Abu Hadayed, visibilmente scossa, in un’intervista che è circolata su Facebook.

Quando la bomba è caduta i cinque bambini della famiglia si trovavano al piano terra.

Abbiamo sentito l’esplosione e la gente ha detto che il missile non era esploso. Siamo andati a vedere e abbiamo trovato il missile sul letto”, racconta. “Quando l’ha visto mia figlia è svenuta”

Secondo lo psichiatra Yasser Abu Jamei, che dirige il programma di salute mentale di Gaza (GCMHP) gli oltre due milioni di abitanti di Gaza sono stati probabilmente tutti traumatizzati dai bombardamenti israeliani nel corso degli anni.

Tutti hanno visto un bombardamento o ne hanno constatato gli effetti – gli edifici distrutti nei vari quartieri”, dice a MEE.

Per riprendersi dal trauma la persona colpita deve convincersi che il fatto traumatico è passato, che non succederà più e di essere assolutamente al sicuro”.

Ma a Gaza le persone non hanno questo livello di sicurezza perché rivivono in continuazione gli eventi traumatici.”

Per esempio, i droni israeliani li sorvolano costantemente.

Un altro esempio: le bombe inesplose. Se esplodono, si tratterà di un altro evento traumatico…E se non esplodono, resteranno dentro le case e gli abitanti sapranno che sono là e quindi non si sentiranno mai al sicuro.”

Secondo i dati pubblicati dall’UNMAS prima dell’ultima offensiva di maggio, l’anno scorso 1,9 milioni di gazawi presentavano un aumentato rischio di esposizione ai residui esplosivi di guerra.

Alcuni tuttavia diventano insensibili al pericolo. Dopo i recenti bombardamenti sono stati fotografati dei bambini seduti su bombe inesplose, spesso alla presenza di adulti, nonostante i gravi rischi.

Altri hanno l’impressione di non avere altra scelta che rischiare una possibile esplosione.

Mezzi di sussistenza perduti

Per esempio, parecchi raccoglitori di metallo di Gaza vivono in condizioni talmente difficili che non hanno altra scelta se non continuare.

Secondo l’UNMAS fanno parte delle categorie professionali ad alto rischio, come anche gli agricoltori, che possono capitare sopra residuati esplosivi appena sotto la superficie del loro terreno – cosa che può risultare anche tossica.

Altri non possono affatto lavorare a causa di questi ordigni sparsi sul terreno.

Il primo giorno dell’ultima offensiva israeliana, il 10 maggio, Taha Shurrab ha chiuso il suo negozio di abbigliamento femminile, situato sui due primi piani di un immobile residenziale in un affollato mercato di Khan Younis, al sud di Gaza.

Dieci giorni dopo un abitante del piano superiore del negozio gli ha telefonato: gli israeliani hanno dato loro 15 minuti per evacuare l’edificio.

Ho deciso di restare a casa”, confida il commerciante di 44 anni. “Non volevo vedere la mia merce e i miei soldi bruciare davanti a me. Gestivo questo negozio insieme ai miei fratelli dall’età di 15 anni.”

Quella sera, due ore dopo l’attacco, gli sminatori lo hanno chiamato chiedendogli di farli entrare [nel negozio]. Cercavano una bomba inesplosa.

Quando sono entrati e hanno visto i resti e i buchi nel soffitto e nel pavimento, hanno confermato che la bomba era ancora sette o otto metri nel sottosuolo”, racconta.

Shurrab non è autorizzato a riaprire il suo negozio fino a che il missile non sarà stato rimosso. Ha dato dei vestiti ad altri commercianti da vendere, ma non ha ancora abbastanza denaro per pagare l’affitto.

Dire questo mi rattrista. Sono un commerciante conosciuto, non un mendicante.”

Muhammed al-Hindi, uno dei proprietari dell’immobile, possiede sei negozi e dieci appartamenti, che ospitavano una cinquantina di persone, attualmente sfollate.

Quasi tutti i giorni i nostri vicini ci chiamano per sapere quando la bomba sarà rimossa. Hanno paura, soprattutto perché la zona è molto popolata”, precisa.

Nonostante il pericolo, le autorità non possono interdire l’intera zona: migliaia di persone frequentano il mercato ogni giorno.

I commercianti intorno a noi continuano a venire ad aprire le loro bancarelle tutti i giorni. Effettivamente, cos’altro possono fare?”, si chiede al-Hindi.

Decenni di residui bellici

Gli sminatori a volte si imbattono in bombe inesplose di attacchi israeliani che risalgono a molti anni prima, anche parecchi decenni.

La guerra del 2014 da sola ha lasciato 7.000 residui esplosivi.

Lo scorso aprile gli sminatori hanno trovato una bomba al fosforo bianco che risale all’offensiva del 2009. L’utilizzo di tali bombe in zone civili costituisce un crimine di guerra.

Il Ministero dell’Interno di Gaza conserva tuttora dai 50 ai 60 di tali ordigni in cisterne d’acqua (il fosforo bianco reagisce all’ossigeno) in un deposito in una zona disabitata di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, dove secondo le autorità non viene minacciata in alcun modo la sicurezza degli abitanti. Se esse non se ne sono ancora sbarazzate è a causa della mancanza di fondi e di competenze tecniche.

Secondo Mohamed Miqdad gli abitanti della Striscia di Gaza – soprattutto gli agricoltori delle zone adiacenti alla frontiera con Israele – trovano a volte dei missili inesplosi conficcati nel terreno.

Tre anni fa a Khan Younis abbiamo eliminato delle mine degli egiziani negli anni ‘70”, spiega a MEE riferendosi a quella che gli arabi chiamano la “guerra di ottobre” e gli israeliani “la guerra del Kippur”.

Queste bombe presentano un minor rischio di esplodere dopo dieci giorni dal loro sganciamento, dice, perché la loro batteria di riserva si esaurisce. Ma gli “ordigni esplosivi non hanno una precisa data di scadenza, possono durare 150 anni.”

Nel 2019 due persone sono morte quando una bomba della seconda guerra mondiale è esplosa in un garage in Polonia.

Mancanza di attrezzature

Quando vengono chiamati gli sminatori, questi portano gli ordigni in un sito di stoccaggio provvisorio e procedono ad una esplosione controllata.

Il loro lavoro quotidiano in genere non costa molto, ma implica tempo e può essere rischioso.

Quattro sminatori sono stati uccisi nell’agosto 2014 quando la bomba israeliana sulla quale stavano lavorando è esplosa. Anche due passanti sono rimasti uccisi, come pure due giornalisti: Simone Camilli (italiano) e Ali Abu Afash (palestinese).

Miqdad spiega che la sua squadra è carente di materiale, “in particolare bulldozer, attrezzature di protezione e veicoli per il trasporto di esplosivi”.

La squadra non ha attrezzature specifiche, indumenti di protezione, caschi di sicurezza e neanche robot per un controllo a distanza”, elenca. “Manca anche il materiale per scavare. L’occupazione israeliana vieta l’importazione di questi beni.”

Noi attualmente utilizziamo veicoli normali per trasportare le bombe inesplose e ciò costituisce un rischio enorme per la squadra e per gli abitanti.”

In un video girato a maggio si può vedere la bomba Mark-84 che ha colpito la casa di Abu Hadayed a Khan Younis senza esplodere mentre viene caricata con una gru sul pianale di un camion.

Ma dopotutto che cosa possiamo fare?”, si chiede Miqdad. “È un lavoro umanitario. Noi operiamo per evitare morti e feriti.”

Gli sminatori hanno confermato di avere eliminato anche dei residui esplosivi di razzi lanciati dai miliziani palestinesi che non avevano raggiunto il bersaglio.

Il posto sbagliato”

Secondo l’ONG britannica ‘Action on Armed Violence’ [Azione contro la Violenza Armata] (AOAV), le bombe moderne utilizzate nei conflitti mancano il bersaglio circa il 5% delle volte, a seconda di diversi fattori, in particolare il loro stoccaggio e la loro fabbricazione. Solo l’esercito israeliano sa qual è esattamente il tasso di bombe inesplose. Il suo portavoce non ha risposto ad una domanda a questo proposito.

Tuttavia la MK-84, la bomba più vista dagli sminatori durante l’offensiva di maggio, potrebbe avere un tasso di mancata esplosione molto più alto.

In un’intervista del 2016 Dani Peretz, vice presidente per la progettazione nelle Israeli Military Industries [Industrie Militari Israeliane, che ormai fanno parte della Elbit Systems, una delle principali industrie belliche israeliane, ndtr.], ha ammesso che le MK-84 modificate con Joint Direct Attack Munitions (o JDAM) teleguidati non erano esplose per circa il 40% delle volte durante la guerra del Libano del 2006. Questi JDAM sono congegni sviluppati dagli americani che consentono di guidare le bombe con GPS e sono utilizzati dalle forze israeliane.

L’attrezzatura “modifica il comportamento delle MK-84”, ha spiegato.

Questo significa che in certi casi “la bomba ha raggiunto il suo bersaglio, ma…ha colpito il posto sbagliato” e oltretutto “il detonatore si è staccato dalla bomba e questa non è esplosa.”

Di conseguenza la società ha sviluppato una nuova bomba, la MPR-500, che colpisce e distrugge il 95% dei suoi bersagli – molto più della MK-84, efficace solo al 60% – e che è molto meno a rischio di causare danni collaterali.

Gli sminatori ci hanno detto di non aver trovato prove di utilizzo di MPR-500 a maggio, diversamente dal 2012 e 2014, benché le forze israeliane avessero confermato che queste ultime facevano parte del loro arsenale.

Il fatto che Israele sembri aver deliberatamente sganciato bombe imprevedibili e difettose su Gaza solleva molte domande riguardo alla proporzionalità del suo ultimo bombardamento, considerando soprattutto che ha a disposizione armi descritte come più precise.

Se l’esercito israeliano ha deciso di utilizzare bombe meno precise e maggiormente a rischio di malfunzionamento, ciò dimostra un disprezzo della possibilità di evitare vittime civili”, dichiara a MEE Murray Jones, un ricercatore dell’AOAV.

Rivivere la battaglia”

La famiglia al-Rantissi, la cui casa ad ovest di Gaza è stata colpita da bombe israeliane verso le 4 del 18 maggio senza preavviso, continua ad essere sfollata a causa di un missile inesploso tuttora conficcato sotto l’edificio.

Dopo l’attacco due membri della famiglia, un’adolescente di 14 anni e un giovane di 27, presentano sintomi da stress post-traumatico.

Affittiamo una casa vicino alla nostra in attesa che il missile sia rimosso, ma non ci troviamo bene qui e abbiamo l’impressione di essere dei senzatetto. Preferiremmo vivere sopra il missile piuttosto che subire questo sfollamento”, confida a MEE Muhammed al-Rantissi.

Gli esperti stranieri di esplosivi che sono venuti a vedere la bomba ci hanno detto che avrebbero scavato a mano un buco per rimuoverla perché in casi come questo non possono utilizzare attrezzature pesanti.

Abbiamo fretta che venga rimosso. Ma è come le promesse di ricostruzione di Gaza, tutto viene sempre rimandato a più tardi e non succede niente”, aggiunge.

Finché il missile rimane nella nostra casa la guerra non è finita, riviviamo la battaglia ogni giorno.”

Rakan Abed El Rahman e Hossan Sarhan di Middle East Eye hanno contribuito a questo reportage.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Rapporto OCHA del periodo 21 settembre- 4 ottobre

In Cisgiordania, in scontri a fuoco, le forze israeliane hanno ucciso sei palestinesi, compreso un ragazzo.

Tranne uno, i palestinesi uccisi in questi episodi avevano preso parte agli scontri [seguono dettagli]. Il 26 settembre, durante scontri a fuoco tra palestinesi e forze israeliane, tre palestinesi sono stati uccisi nel villaggio di Beit ‘Anan (Gerusalemme) e altri due (tra cui un sedicenne) nel villaggio di Birqin (Jenin). Gli scontri si sono verificati nel corso di operazioni di ricerca-arresto condotte dalle forze israeliane nei due villaggi. Sette palestinesi sono stati feriti a Beit ‘Anan e Birqin; secondo i report di alcuni media, in quest’ultimo villaggio due soldati israeliani sono stati feriti da “fuoco amico”. Sempre a Birqin, il 30 settembre, un palestinese è stato ucciso durante uno scontro a fuoco collegato ad un’altra operazione di ricerca-arresto.

In Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, le forze israeliane hanno ucciso altri tre palestinesi, tra cui una donna [seguono dettagli]. Il 24 settembre, nel villaggio di Beita (Nablus), un manifestante palestinese è stato ucciso durante le proteste in corso contro la creazione di un insediamento “avamposto” [non autorizzato da Israele]. Il 30 settembre, nella Città Vecchia di Gerusalemme, a uno dei cancelli che conducono al Complesso della Moschea di Al Aqsa / Monte del Tempio, le forze israeliane hanno colpito ed ucciso una trentenne palestinese, sostenendo che aveva tentato di accoltellare poliziotti israeliani; nell’episodio non sono stati segnalati feriti israeliani. Il 30 settembre, a Gaza, nella zona di Deir al Balah, un palestinese è stato ucciso dalle forze israeliane mentre, secondo quanto riferito, stava cacciando uccelli vicino alla recinzione israeliana che circonda Gaza.

In Cisgiordania, complessivamente, le forze israeliane hanno ferito 328 palestinesi [seguono dettagli]. Del totale [328], 217 sono stati colpiti nel governatorato di Nablus, durante proteste contro le attività di insediamento colonico: nei pressi di Beita (117), di Beit Dajan (73), di Deir al Hatab (27). Altri 59 palestinesi e due soldati israeliani sono rimasti feriti quando civili israeliani, accompagnati dalle forze israeliane, sono entrati a Nablus per pregare sulla Tomba di Giuseppe; in questa circostanza i palestinesi hanno lanciato pietre ed esplosivi fatti in casa, mentre le forze israeliane hanno sparato lacrimogeni e proiettili di gomma. Altri venti palestinesi sono stati feriti dalle forze israeliane a Umm Fagarah (dettagli nel paragrafo seguente). Complessivamente, otto dei palestinesi feriti sono stati colpiti da proiettili veri, 47 sono stati colpiti da proiettili di gomma, tre sono stati aggrediti fisicamente o colpiti da bombolette di gas lacrimogeno; i rimanenti sono stati curati per inalazione di gas lacrimogeni. Secondo quanto riferito, oltre a quelli feriti direttamente dalle forze israeliane, 15 palestinesi sono rimasti feriti mentre fuggivano (dalle forze israeliane) o in circostanze che non è stato possibile verificare.

A Umm Fagarah (Hebron), ventinove palestinesi, tra cui un bambino, sono stati feriti dalle forze israeliane o da coloni [seguono dettagli]. Il 28 settembre, nella suddetta Comunità palestinese, che si trova in un’area dichiarata da Israele “zona di tiro”, coloni israeliani hanno ferito nove palestinesi. Uno dei feriti, un bambino di tre anni, è stato colpito alla testa da una pietra mentre era a letto nella propria casa ed è stato portato in un ospedale israeliano. I restanti 20 palestinesi feriti sono stati curati per aver inalato gas lacrimogeni. Sempre coloni israeliani hanno ucciso cinque pecore ed hanno danneggiato dieci case, 14 veicoli e diversi pannelli solari e serbatoi d’acqua. Nel corso dei fatti descritti sopra, i palestinesi hanno lanciato pietre, mentre le forze israeliane hanno sparato lacrimogeni ed hanno arrestato tre palestinesi che sono stati rilasciati la stessa notte. In relazione all’episodio, la polizia israeliana ha arrestato sei coloni, due dei quali ancora in detenzione.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno effettuato 70 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato circa 80 palestinesi. Ramallah è stato il governatorato più colpito.

In almeno 16 occasioni, vicino alla recinzione perimetrale e al largo della costa, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento, apparentemente per far rispettare le restrizioni di accesso loro imposte. Non sono stati segnalati feriti, ma, secondo quanto riferito, quattro palestinesi sono stati arrestati dalle autorità israeliane mentre cercavano di infiltrarsi in Israele attraverso la recinzione perimetrale o dal mare. Bulldozer militari israeliani hanno condotto due operazioni di spianatura del terreno all’interno di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale, nelle aree di Beit Lahiya e Deir al Balah. Inoltre, a quanto riferito, al largo di Rafah le forze navali egiziane hanno aperto il fuoco contro barche da pesca palestinesi, ferendo un pescatore.

In Cisgiordania, durante il periodo di riferimento, non sono state segnalate demolizioni, ad eccezione di tre strutture demolite a Gerusalemme Est dagli stessi proprietari, al fine di evitare il pagamento di multe. Una di queste era un ampliamento di una residenza nel quartiere di Sur Bahir; in questo caso è stata sfollata una anziana.

Coloni israeliani hanno aggredito fisicamente e ferito otto palestinesi (oltre ai nove a Umm Fagarah, di cui sopra) e, persone note come coloni, o ritenuti tali, hanno danneggiato o rubato il raccolto di oltre 180 ulivi. Dettaglio degli otto feriti: quattro contadini al lavoro nei loro campi vicino ad As Seefer (Hebron); due pastori vicino alla Comunità di Arab ar Rashayida (Betlemme); un altro agricoltore a Ein Yabrud (Ramallah) e un attivista a Susiya (Hebron). Secondo testimoni oculari o proprietari dei terreni, coloni hanno vandalizzato circa 160 ulivi a Umm Fagarah (Hebron) e Burin (Nablus) ed hanno rubato olive da altri 26 alberi a Salfit. Nell’area H2 di Hebron sono stati registrate diverse aggressioni ad opera di coloni: irruzione in case, furto di attrezzi agricoli, di telecamere di sorveglianza e di pompe dell’acqua, oltre al furto di olive.

Nel governatorato di Gerusalemme, palestinesi, o persone ritenute tali, hanno lanciato pietre contro veicoli israeliani, ferendo un colono. In Cisgiordania, secondo fonti israeliane, il lancio di pietre ha danneggiato 14 auto israeliane.

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A Gaza i minori devono scegliere fra lavorare o patire la fame

Aseel Kabariti

26 settembre 2021We Are Not Numbers

Ci sono varie forme di lavoro minorile. Molti pensano a un bambino in fabbrica, ma talvolta è un ragazzino adorabile che al mercato ti tira per la manica. 

Per favore, vuole comprare un po’ della mia menta?”, mi chiede un ragazzino con un bel sorriso e un taglio di capelli decisamente cool.

Era una giornata di sole e il mercato di Al-Shejaiya risuonava di rumori: la gente si affollava intorno ai banchi, le voci dei venditori e compratori che discutevano sui prezzi. In tutto quel frastuono io e la mia sorellina riuscivamo a stento a sentirci. Stavamo facendo la spesa per il Ramadan quando è saltato fuori il ragazzo.

Invece ti farò una foto,” ho risposto, immortalando il suo sorriso radioso.

Mia sorella ha suggerito di postarla su Instagram, ma io ho esitato. Postare una foto carina avrebbe normalizzato questo tipo di lavoro infantile oppure attirato un’attenzione quanto mai necessaria?

Lavoro minorile a Gaza

Secondo un rapporto UNICEF del 2018 almeno un terzo delle famiglie palestinesi vive sotto la soglia di povertà e la disoccupazione nella Striscia di Gaza è attestata al 53,7%. Dall’inizio della pandemia la situazione è solo peggiorata. Di conseguenza il numero di minori che lavorano nei negozi di famiglia o come venditori ambulanti è cresciuto drammaticamente. A ogni angolo delle strade più popolari di Gaza City c’è almeno un bambino che prega i passanti di comprare qualsiasi cosa stia vendendo. Molti di loro non hanno scelta; quello che riescono a guadagnare potrebbe essere l’unica fonte di sostentamento della loro famiglia.

Il lavoro minorile è sempre un male?

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro definisce lavoro minorile ogni attività lavorativa “che priva i bambini e le bambine della loro infanzia, delle loro potenzialità e dignità e che danneggia il loro sviluppo fisico e mentale.” La Convenzione sull’età minima del 1973 “fissa a 15 anni (13 per i lavori leggeri) l’età minima generale per lavorare.”

Per fare l’avvocato del diavolo, queste definizioni, seppure moralmente ben intenzionate, non considerano le specifiche condizioni ed esperienze personali di un bambino lavoratore. Ci sono tre punti importanti da prendere in considerazione.

Primo, le organizzazioni internazionali hanno fissato l’età senza tener conto delle specifiche circostanze di ogni Paese. Ci sono molte famiglie a Gaza che dipendono totalmente dai figli per contribuire a fornire il supporto essenziale per sbarcare il lunario come comprare cibo e acqua. Se qui si seguissero le leggi internazionali e questi ragazzi non potessero lavorare, alcune famiglie morirebbero letteralmente di fame. Davanti alla scelta fra farli lavorare o lasciar morire di fame dei familiari, voi cosa scegliereste?

Secondo, ci sono doppi standard quando si tratta di decidere se il lavoro di un minore è un bene o un male. Per esempio, la società accetta che i minori lavorino come modelli, musicisti e attori, ma non in un negozio o magazzino. L’argomento principale è che quest’ultimo tipo di occupazione depriva i bambini della loro infanzia e non li aiuta a migliorare le proprie competenze.

Ma lavorare in un negozio o vendere qualcosa a un cliente può in realtà aiutarli a imparare e crescere, migliorare la comunicazione, la capacità di essere un leader e un buon venditore. E il lavoro può insegnare ai minori molte cose pratiche che non imparerebbero frequentando la scuola media e che potrebbero aiutarli a ottenere lavori migliori in futuro. Terzo, lavorare e andare a scuola non si escludono a vicenda. Anzi quasi tutti la frequentano. E lavorare può aiutarli nel loro percorso educativo, specialmente in questo periodo in cui è necessaria una connessione internet, soprattutto dopo lo scoppio del COVID-19 che ha spostato quasi tutta l’istruzione online.

Cosa dovremmo fare?

Il ragazzino che io e mia sorella abbiamo incontrato al mercato è stato costretto a passare la sua infanzia lavorando. Condizioni sociali, politiche ed economiche che non può controllare hanno definito la sua vita. Non dovrebbe lavorare per far sopravvivere la propria famiglia, ma la soluzione non è criminalizzare il lavoro minorile a Gaza. Si dovrebbe invece sostenere lo sviluppo economico e creare lavoro, insieme a un sostegno educativo e sociale per questi minori. E per quelli che devono lavorare ci sono alcuni benefici educativi e non dovrebbero necessariamente essere considerati in modo diverso da quelli di ogni bambino attore o musicista.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Rapporto OCHA del periodo 7 – 20 settembre 2021

Un palestinese è stato ucciso ed altri due sono stati feriti nel corso di aggressioni o tentate aggressioni rivolte a membri di forze e civili israeliani

[seguono dettagli]. Il 10 settembre, nella Città Vecchia di Gerusalemme, un palestinese 50enne ha cercato di accoltellare un poliziotto ed è stato colpito dalle forze israeliane; il giorno stesso è morto per le ferite riportate. Il 13 settembre, a Gerusalemme Ovest, un 17enne palestinese ha accoltellato due civili israeliani; è stato poi colpito da un poliziotto israeliano e ricoverato in ospedale in condizioni critiche. Lo stesso giorno, all’incrocio di Gush Etzion (Betlemme), un altro palestinese di 27 anni ha cercato di accoltellare un soldato ed è stato ferito ed arrestato dalle forze israeliane.

In Cisgiordania complessivamente, le forze israeliane hanno ferito 568 palestinesi, inclusi 73 minori [seguono dettagli]. Di questi, 320 sono rimasti feriti durante le ininterrotte proteste contro le attività di insediamento [colonico] nel governatorato di Nablus; il totale [568] include i feriti vicino ai villaggi di Beita (290 persone) e Beit Dajan (30). Altri 183 palestinesi sono rimasti feriti nelle proteste tenute in solidarietà con i sei palestinesi fuggiti da una prigione israeliana il 6 settembre (tutti sono stati catturati). I restanti feriti sono stati registrati nel governatorato di Hebron, in episodi in cui i palestinesi hanno lanciato pietre e le forze israeliane hanno sparato lacrimogeni, proiettili di gomma e proiettili veri. Nel complesso, sei dei palestinesi feriti sono stati colpiti da proiettili veri, 138 sono stati colpiti da proiettili di gomma, tre sono stati aggrediti fisicamente o colpiti da un candelotto di gas lacrimogeno; i rimanenti sono stati curati per inalazione di gas lacrimogeno. Oltre alle 568 persone ferite direttamente dalle forze israeliane, 46 palestinesi sono rimasti feriti nelle città di Beita e Nablus, mentre fuggivano dalle forze israeliane o in circostanze che non è stato possibile verificare.

Dei suddetti feriti, oltre 55, fra studenti e insegnanti, sono stati raggiunti da gas lacrimogeni lanciati dalle forze israeliane in sei scuole [seguono dettagli]. Nella zona H2 della città di Hebron, secondo quanto riferito, studenti palestinesi hanno lanciato pietre contro le forze israeliane e queste hanno sparato lacrimogeni dentro un vicino complesso scolastico; 6 studenti e 46 insegnanti sono stati curati per l’inalazione di gas lacrimogeni e tre edifici scolastici sono stati evacuati a causa dell’intensità del gas. In un altro caso di scontri, segnalati nella città di Anata (Gerusalemme), le forze israeliane hanno sparato lacrimogeni anche nei cortili di una scuola: due ragazze e un’insegnante sono state portate in ospedale e per oltre 500 alunni le lezioni sono state sospese per il resto della giornata.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno effettuato 90 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 99 palestinesi. La maggior parte delle operazioni si è svolta nei governatorati di Hebron e Betlemme.

A Gaza, in quattro occasioni, gruppi armati palestinesi hanno lanciato razzi contro Israele; le forze israeliane hanno effettuato attacchi aerei, prendendo di mira le postazioni di gruppi armati e campi aperti. I razzi sono stati intercettati dall’esercito israeliano, ma quattro israeliani, tra cui un minore, sono rimasti feriti mentre correvano verso i rifugi. Gli attacchi aerei [su Gaza] hanno danneggiato una casa, un’azienda agricola e postazioni di gruppi armati.

In almeno 12 occasioni, vicino alla recinzione perimetrale e al largo della costa, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento, apparentemente per far rispettare [ai palestinesi] le restrizioni di accesso loro imposte: non sono stati segnalati feriti. Bulldozer militari israeliani hanno condotto un’operazione di spianatura del terreno all’interno di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale, nell’area di Beit Lahiya.

Durante il periodo in esame, in Cisgiordania, non sono state segnalate demolizioni; ad eccezione di due strutture in Gerusalemme Est, che sono state demolite dagli stessi proprietari per evitare di pagare multe. Ad Hammamat al Maleh (Tubas), le forze israeliane hanno emesso un ordine di sospensione dei lavori per una scuola finanziata da donatori e frequentata da 50 alunni.

In Cisgiordania coloni israeliani hanno ferito un ragazzo palestinese; inoltre, persone note o ritenute coloni hanno vandalizzato alberi e danneggiato case e veicoli [seguono dettagli]. Il ragazzo, 16enne, è stato aggredito fisicamente nella zona H2 di Hebron. Sempre in H2, in episodi separati, coloni hanno abbattuto le recinzioni che circondavano una casa ed hanno rubato 12 viti appena piantate e una pompa dell’acqua. Secondo fonti locali, ad Ash Shuyukh (Hebron), Kisan (Betlemme) e Sinjil (Ramallah) sono stati vandalizzati circa 100 alberi e alberelli. Nel villaggio di Burin (Nablus) e nel quartiere di Silwan a Gerusalemme Est, coloni hanno lanciato pietre contro case e veicoli, causando danni. Ancora in area H2 di Hebron, coloni israeliani hanno lanciato pietre contro le case e, in un caso, hanno sparato a un palestinese; non sono stati segnalati feriti. Il 17 settembre, a Gerusalemme Ovest, civili israeliani hanno accoltellato un palestinese autista di autobus (non incluso nel conteggio sopra).

Nei governatorati di Gerusalemme e Betlemme, persone note o ritenute palestinesi hanno lanciato pietre contro veicoli israeliani, ferendo due coloni. Secondo fonti israeliane, in Cisgiordania il lancio di pietre ha danneggiato 25 auto israeliane.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Azienda israeliana presenta droni armati da combattimento per pattugliare i confini

Al Jazeera

13 settembre 2021 – Al Jazeera

Israel Aerospace Industries, azienda statale israeliana e principale contractor nel settore della difesa, ha presentato un robot armato controllato da remoto in grado di pattugliare le zone di combattimento, inseguire infiltrati e far fuoco.

Il veicolo senza pilota che si è visto lunedì è l’ultima novità nel mondo della tecnologia dei droni che sta rapidamente cambiando i moderni campi di battaglia.

I fautori sostengono che tali mezzi semi-autonomi permettono agli eserciti di proteggere i propri soldati mentre i critici temono che queste siano un altro pericoloso passo verso le decisioni di vita o morte prese da robot.

Il robot a quattro ruote motrici è stato sviluppato dall’azienda statale israeliana Israel Aerospace Industries’ “REX MKII”.

È manovrato da un tablet elettronico e può essere equipaggiato da due mitragliatrici, telecamere e sensori, ha comunicato Rani Avni, vicepresidente divisione sistemi autonomi dell’azienda. Il robot può raccogliere informazioni per le truppe di terra, trasportare soldati feriti e rifornimenti dal e sul luogo degli scontri e colpire bersagli nei dintorni.

È il più avanzato tra una decina di veicoli senza equipaggio sviluppati negli ultimi 15 anni da ELTA Systems, una sussidiaria di Aerospace Industries.

Per pattugliare il confine con la Striscia di Gaza e contribuire a rafforzare il blocco che Israele ha imposto nel 2007 quando Hamas ha preso il potere, l’esercito israeliano ora usa il “Jaguar”, un veicolo simile, ma più piccolo.

A Gaza abitano 2 milioni di palestinesi, quasi tutti imprigionati dal blocco che è sostenuto in parte anche dall’Egitto. La zona del confine è luogo di frequenti proteste e occasionali tentativi di entrare in Israele da parte di combattenti palestinesi o lavoratori disperati.

Stando al sito web dell’esercito israeliano il semi-autonomo Jaguar, equipaggiato con una mitragliatrice, è stato progettato per ridurre l’esposizione dei soldati ai pericoli del pattugliamento lungo l’instabile confine Gaza-Israele. È uno dei molti strumenti, come i droni armati con missili guidati, che hanno dato all’esercito israeliano un’enorme superiorità tecnologica su Hamas.

I veicoli senza equipaggio sono sempre più in uso in altri eserciti, tra cui quelli di Stati Uniti, Regno Unito e Russia. I loro compiti includono il supporto logistico, la rimozione di mine e l’azionamento di armi.

Il tablet può controllare manualmente il veicolo, ma molte delle sue funzioni, come il movimento e il sistema di sorveglianza, possono anche operare autonomamente.

A ogni missione il dispositivo raccoglie nuovi dati che può memorizzare per quelle future,” ha detto Yonni Gedj, un esperto della divisione di robotica della compagnia.

I critici hanno sollevato preoccupazioni concernenti le armi robotiche che potrebbero decidere da sole, magari sbagliando, di colpire bersagli. L’azienda ha affermato che tali funzioni esistono, ma non sono offerte ai clienti.

È possibile rendere l’arma in sé anche indipendente, tuttavia oggi si tratta di una decisione dell’utilizzatore,” ha precisato Avni. “Non si è ancora raggiunta la maturità del sistema o dell’utilizzatore.”

Bonnie Docherty, ricercatrice di alto livello presso la divisione bellica di Human Rights Watch, sostiene che tali armi sono preoccupanti perché non si può confidare che distinguano tra combattenti e civili o lancino i dovuti avvertimenti riguardo ai danni che gli attacchi potrebbero arrecare ai civili che si trovano nelle vicinanze.

Le macchine non possono comprendere il valore della vita, cosa che, in sostanza, minaccia la dignità umana e viola le leggi sui diritti umani,” ha affermato. In un rapporto del 2012, Docherty, docente presso la Scuola di Diritto di Harvard, ha invocato la messa al bando di armamenti totalmente automi da parte del diritto internazionale.

Jane’s, la rivista che si occupa di tecnologie militari, ha affermato che lo sviluppo di veicoli di terra autonomi è arretrato rispetto a quello di velivoli e navi perché spostarsi sul terreno è molto più complesso che navigare in acqua o in aria. Diversamente dall’oceano, i veicoli devono affrontare “buche” e sapere esattamente quanta forza applicare per superare un ostacolo fisico, afferma l’articolo.

Anche la tecnologia dei veicoli senza conducenti solleva preoccupazioni. Il produttore dell’auto elettrica Tesla, tra le altre imprese, è stato collegato con una serie di incidenti mortali, incluso uno in Arizona nel 2018 quando una donna è stata investita da una macchina con pilota automatico.

Il drone israeliano è stato presentato alla fiera internazionale delle tecnologie per la difesa e sicurezza che si svolge a Londra questa settimana.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Rapporto OCHA del periodo 24 agosto – 6 settembre 2021

In Cisgiordania, le forze israeliane hanno sparato ed ucciso due palestinesi, uno era un ragazzo

[seguono dettagli]. Durante un’operazione notturna, condotta il 24 agosto nel Campo profughi di Balata (Nablus), forze israeliane hanno sparato uccidendo un ragazzo di 15 anni che, esse dicono, cercava di lanciare un oggetto contro i soldati. Fonti locali dicono che [il ragazzo] non fosse coinvolto nell’operazione, ma semplice spettatore. Il 2 settembre, vicino a un cancello della Barriera che conduce a Beit ‘Ur, nel villaggio di Tahta (Ramallah), un palestinese di 39 anni è stato ucciso mentre tornava dal lavoro in Israele. L’esercito israeliano ha affermato che i soldati hanno sparato a un individuo “sospetto” che aveva cercato di appiccare un incendio lungo l’autostrada, e che [l’esercito] ha aperto un’indagine sull’episodio. In Cisgiordania, dall’inizio dell’anno ad oggi, 57 palestinesi, tra cui 12 minori, sono stati uccisi dalle forze israeliane con armi da fuoco.

Nei pressi [ed all’interno] della recinzione perimetrale israeliana che circonda la Striscia di Gaza, le forze israeliane hanno sparato e ucciso un palestinese e ferito oltre 70 altri; altri due palestinesi sono morti, per ferite riportate in circostanze simili prima del periodo di riferimento [di questo Rapporto]. È morto anche un soldato israeliano che, il 21 agosto, era stato colpito da un cecchino palestinese. In più occasioni, a quanto riferito, i manifestanti palestinesi hanno fatto scoppiare esplosivi o fuochi d’artificio ed hanno lanciato pietre e altri oggetti verso la recinzione; le forze israeliane hanno sparato proiettili veri, proiettili ricoperti di gomma e lacrimogeni.

In Cisgiordania, complessivamente, le forze israeliane hanno ferito 288 palestinesi [seguono dettagli]. La stragrande maggioranza (273) dei feriti accertati è da collegare alle reiterate proteste in corso contro le attività di insediamento [colonico] vicino al villaggio di Beita (Nablus). Altre quattro persone (due sono ragazzi) sono state ferite durante le operazioni di ricerca-arresto condotte nei governatorati di Jenin, Nablus e Betlemme; i rimanenti [dei 288] sono rimasti feriti in altri episodi. Dei feriti palestinesi, sei sono stati colpiti con proiettili veri, 44 con proiettili di gomma; i rimanenti sono stati curati per inalazione di gas lacrimogeno o per aggressione fisica. Nella città di Abu Dis (Gerusalemme), un soldato israeliano è stato ferito durante un’operazione di ricerca-arresto. Oltre ai 288 palestinesi feriti direttamente dalle forze israeliane, 47 sono rimasti feriti a Beita, sia mentre scappavano dalle forze israeliane sia in circostanze che non è stato possibile verificare.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno effettuato 118 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 134 palestinesi. La maggior parte delle operazioni sono state condotte nei governatorati di Gerusalemme ed Hebron. Il 1° settembre, le forze israeliane hanno fatto irruzione in una scuola del quartiere di Wadi Al Joz, a Gerusalemme Est, hanno arrestato il preside e un impiegato della scuola, ed hanno sequestrato computer e documenti.

Gruppi armati palestinesi hanno appiccato incendi in Israele lanciando palloni incendiari; le forze israeliane hanno effettuato attacchi aerei su Gaza, secondo quanto riferito, contro siti militari e campi aperti, causando lievi danni a tre case. In almeno 12 occasioni, vicino alla recinzione perimetrale e al largo della costa, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento, presumibilmente per far rispettare le restrizioni di accesso [imposte ai palestinesi]: un pescatore è stato ferito.

In Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, a causa della mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito, sequestrato o costretto i proprietari a demolire 31 strutture di proprietà palestinese [seguono dettagli]. Sono state sfollate 30 persone, tra cui 21 minori, e sono stati colpiti i mezzi di sussistenza di altre 130 circa. Tutti gli sfollamenti sono stati registrati a Gerusalemme Est, a seguito della demolizione di cinque abitazioni, tre delle quali sono state demolite dagli stessi proprietari per evitare multe. Il 28 agosto, nella zona di Beit Hanina a Gerusalemme, un ragazzo palestinese di 17 anni che stava aiutando i suoi vicini a demolire la loro casa (come ordinato loro dalle autorità israeliane) è morto per la caduta di un muro di cemento. In Area C, la demolizione di 23 strutture, tra cui otto rifugi per animali a Khirbet Ar Rahwa (Hebron) e Ibziq (Tubas), ha interessato dieci Comunità. L’ultima di queste località si trova in un’area designata dalle autorità israeliane come “zona di tiro” utilizzata per l’addestramento militare.

Persone note o ritenute coloni israeliani hanno danneggiato proprietà palestinesi in molteplici episodi [seguono dettagli]. Fonti locali indicano che, complessivamente, almeno 650 alberi di proprietà palestinese sono stati vandalizzati ad At Taybe (Hebron) e Jamma’in (Nablus). Sempre a Hebron, nell’area H2 della città, sono stati danneggiati nove veicoli; a Khirbet Bir al Idd (Hebron) il conducente di una autocisterna per acqua è stato attaccato ed un serbatoio mobile d’acqua è stato danneggiato. In due episodi sono state vandalizzate condutture dell’acqua ed una serra; ad Al Lubban ash Sharqiya (Nablus) sono stati rubati attrezzi agricoli; a Silat adh Dhahr (Jenin), almeno due case e un veicolo sono stati danneggiati da pietre lanciate da coloni.

Persone note o ritenute palestinesi hanno lanciato pietre contro veicoli israeliani in transito nei governatorati di Hebron e Ramallah, ferendo due colone. Inoltre, secondo fonti israeliane, il lancio di pietre ha danneggiato 14 auto israeliane.

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Ultimi sviluppi (successivi al periodo di riferimento)

Il 6 settembre, sei palestinesi sono evasi da una prigione israeliana. Dopo questo fatto, le autorità israeliane hanno arrestato alcuni parenti, hanno annullato le visite dei familiari ed hanno trasferito altri detenuti palestinesi in strutture diverse. In tutta la Cisgiordania, i palestinesi hanno manifestato in solidarietà con i prigionieri e le loro famiglie; ne sono seguiti scontri con le forze israeliane e alcuni feriti.

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Quelli di noi che sono sopravvissuti a Gaza sono sopraffatti dal timore della perdita

Fidaa Shurrab

6 settembre 2021 – +972 magazine

A mesi di distanza dai danni subiti dalle loro attività economiche di una vita a causa dell’ultima guerra, tre imprenditori palestinesi parlano delle loro difficoltà nel raccogliere le forze per ripartire.

In tutta la Striscia di Gaza la gente ti dirà che viverci richiede fede, forza e pazienza. Negli ultimi 12 anni Israele ha scatenato contro la popolazione assediata quattro guerre totali, senza contare le frequenti incursioni. Queste ripetute aggressioni, accentuate dalle restrizioni al movimento delle persone e dei beni attraverso i valichi con Israele e l’Egitto, gli unici punti di ingresso ed uscita da Gaza, hanno eroso le speranze delle persone e minato ripetutamente i tentativi di ricostruire le nostre vite tra le macerie.

Per questa ragione le storie dalla Striscia spesso riguardano la sofferenza, la perdita e il superamento delle difficoltà. La guerra di 11 giorni a maggio, che ha ucciso oltre 250 palestinesi e ne ha feriti migliaia a Gaza, ha solo aggravato le sfide che i palestinesi hanno affrontato in quel posto a causa di anni di blocco e, più di recente, di una devastante pandemia. Ciò ha comportato massacri e distruzioni, ha rubato ricordi e seminato disperazione nei nostri cuori. Benché i bombardamenti siano finiti, essi hanno lasciato un grande dolore. Quelli di noi che sono sopravvissuti sono sopraffatti dal timore della perdita.

Al di là della tragedia umana, la guerra “ha gravemente indebolito un’economia già ridotta a una frazione delle sue possibilità,” ha concluso un rapporto di luglio della Banca Mondiale, dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite. Esso stima che il danno totale e le perdite subite a Gaza in seguito all’ultimo attacco siano tra i 290 e i 380 milioni di dollari.

Dietro a queste valutazioni ci sono le persone reali, imprenditori che hanno perso le aziende della loro vita o che devono ancora una volta modificare i propri progetti, lavoratori finiti nella disoccupazione e nella povertà, già molto alte a Gaza. Ecco tre delle loro storie.

Baraa Rantisi

L’espositore da banco di Flavor Cake [Torta Saporita] in genere è pieno di dolci glassati. Il suo sito vanta torte personalizzate con strutture in zucchero intrecciate sino a formare una scena di vita oceanica, o un camice da dottore, o una Minnie. Durante l’ultimo attacco contro Gaza nel negozio gli ingredienti sono andati a male. Dopo la guerra la pasticceria ha dovuto rimanere chiusa per altri 21 giorni, finché sono state rimosse le macerie nella zona, una delle principali vie di Gaza City.

Quando la pasticceria ha riaperto le vendite sono scese del 70%, afferma Baraa Rantisi, il proprietario. Il negozio, che in precedenza dava lavoro a 12 persone, ha dovuto licenziare metà del personale e ora i lavoratori rimasti sono pagati in base alle entrate giornaliere invece che con salari mensili, aggiunge. Nonostante le sfide, Rantisi spera che i palestinesi di Gaza possano rimettersi in piedi presto e che siano in grado di vedere la luce persino in mezzo alle tenebre.

Ahmed Abu Eskander

Ahmed Abu Eskander è proprietario di una fabbrica di prodotti plastici, che in precedenza dava lavoro a 27 persone, nella zona industriale di Gaza. Anche prima dell’ultima guerra il blocco gli rendeva difficile gestire la fabbrica, in quanto ci volevano mesi prima che Israele approvasse l’ingresso del materiale necessario.

L’assedio ha imposto difficoltà ad ogni aspetto dell’economia di Gaza,” spiega Abu Eskander. “A causa delle chiusure [dei valichi] ho dovuto aspettare almeno tre mesi per avere le materie prime di cui avevo bisogno. Prima della guerra ho ordinato nuovi macchinari, e sono ancora bloccati sul lato israeliano”, aggiunge.

In maggio i bombardamenti aerei israeliani hanno distrutto la fabbrica di Abu Eskander e un successivo incendio ha mandato in cenere quello che era rimasto. Tutti i dipendenti, alcuni dei quali lavoravano nella fabbrica da vent’anni, hanno perso il lavoro.

Abu Eskander stima la perdita economica in 1 milione di dollari. Per rispettare i suoi impegni con i clienti di Gaza anche in queste circostanze devastanti ha dovuto importare borse di plastica dall’Egitto, un altro costo imprevisto. Né lui né i suoi dipendenti sono riusciti a ricevere un indennizzo per le loro perdite.

Ci vorranno 10 anni per riavere la nostra vita, ma tutto ciò dipende dalla stabilità politica, che a Gaza non c’è”, dice Abu Eskander. La ricostruzione continuerà ad essere difficile finché la vita delle persone viene interrotta da chiusure, posti di blocco e distruzioni.

Yehiya Abu Jabal

I vivaci colori che una volta adornavano Zaghrouta, un negozio di vestiti da sposi e da sera, ora sono completamente svaniti. Il negozio, situato su via Remal, una delle più trafficate di Gaza, è stato danneggiato quando a maggio Israele ha bombardato l’edificio di 14 piani della torre Al-Shorouq, uno dei 4 edifici di notevole altezza distrutti dagli attacchi aerei israeliani.

Negli ultimi 5 anni ho investito tanti sforzi per estendere e far crescere i miei affari. Era uno dei negozi di vestiti da nozze più famosi,” afferma il proprietario Yehiya Abu Jabal.

A causa dell’epidemia di coronavirus e della chiusura dei saloni da matrimonio a Gaza le vendite sono state basse per mesi, spiega Abu Jabal. Tuttavia, quando il governo di Hamas ha iniziato a ridurre le restrizioni dovute al COVID-19, egli ha acquistato altri vestiti, vedendo l’opportunità di ridurre le perdite durante la stagione dei matrimoni di quest’estate. Ma gli acquisti sono stati inutili, afferma, l’ultima guerra ha distrutto il suo negozio e le sue speranze.

Ho perso circa 150.000 dollari. Davo lavoro a quattro dipendenti. Ora sono disoccupati. Anch’io sono senza lavoro,” dice.

La ricostruzione di Gaza è urgente, sottolinea Abu Jabal, in quanto tutti nella Striscia stiamo soffrendo. Non solo c’è bisogno di ricostruire, aggiunge, ma i valichi devono essere aperti e l’assedio deve finire.

Mi sento impotente e senza speranza,” si lamenta. “Ci vogliono delle vere soluzioni. Basta scene di distruzione. Meritiamo una vita normale.”

Fidaa Shurrab è una funzionaria per i progetti e i finanziamenti della Atfaluna Society for Deaf Children [ong che si occupa di bambini sordi e dei loro problemi di apprendimento, ndtr.] di Gaza. Ha lavorato con molte ong nella Striscia ed è anche traduttrice e giornalista freelance.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Obiettrice di coscienza: “Non voglio indossare un’uniforme che simboleggia violenza e dolore”

Oren Ziv

1 settembre 2021 – +972 MAGAZINE

Shahar Perets, che è stata condannata al carcere per essersi rifiutata di arruolarsi nell’esercito israeliano, per la prima volta parla dell’incontro con i palestinesi, delle sue visite in Cisgiordania e di come la società israeliana reprime chi si trova sotto occupazione.

Martedì mattina, dopo aver comunicato il suo rifiuto di arruolarsi nell’esercito israeliano a causa delle sue politiche nei confronti dei palestinesi, l’obiettrice di coscienza israeliana Shahar Perets è stata condannata a 10 giorni di carcere militare.

Perets, 18 anni, della cittadina di Kfar Yona, è una dei 60 adolescenti che a gennaio hanno firmato la Lettera degli Shministim(iniziativa denominata con l’appellativo ebraico dato agli studenti delle superiori) in cui hanno dichiarato il loro rifiuto di prestare servizio nell’esercito in segno di protesta contro le politiche di occupazione e apartheid. Nel giugno 2020, è stata una dei 400 adolescenti israeliani che hanno firmato una lettera alla leadership israeliana chiedendo di porre fine ai suoi precedenti programmi di annettere parti della Cisgiordania occupata come parte del cosiddetto piano di pace di Trump.

Martedì mattina decine di sostenitori, tra cui il deputato della Lista Unita [formata da quattro diversi partiti arabo-israeliani, ndtr.] Ofer Cassif, hanno accompagnato sia Perets che l’obiettore di coscienza Eran Aviv – che andrà per la quarta volta dietro le sbarre – presso il nucleo di reclutamento di Tel Hashomer nel centro di Israele, dove entrambi hanno detto all’esercito che non avrebbero prestato il servizio di leva. Aviv ha trascorso un totale di 54 giorni nel carcere militare per essersi rifiutato di prestare servizio nell’esercito. Perets e Aviv sono stati condannati ciascuno a 10 giorni dietro le sbarre. Dopo essere stati rilasciati dovranno tornare al centro di reclutamento e ripetere la procedura fino a quando l’esercito non deciderà di congedarli.

Il servizio di leva è obbligatorio per la maggior parte degli ebrei israeliani

Anche il padre di Shahar, Shlomo Perets, che è stato in prigione quattro volte per essersi rifiutato di prestare servizio militare in Libano e nei territori occupati, era lì per sostenere sua figlia. Queste sono le sue scelte, fa quello che ha deciso con coscienza, scrupolo e voglia di cambiamento. La sostengo e spero che riesca a non fare le cose che vanno contro i suoi principi e rifiuti di essere ciò che non è”.

Nei giorni precedenti alla sua condanna ho parlato con Perets delle ragioni del suo rifiuto, delle sue visite nei territori occupati e di cosa intenda portare con sé in prigione.

“Ho deciso di rifiutare [il servizio di leva] dopo aver partecipato in terza media a un incontro tra palestinesi e israeliani in un campo estivo”, mi ha detto Perets. Ho fatto la conoscenza di amici palestinesi, ho capito che non voglio ferirli, non voglio incontrarli da soldatessa e diventare il loro nemico. Non voglio prendere parte a un sistema che li opprime quotidianamente».

Che esperienze hai fatto in seguito a quel primo incontro con dei palestinesi?

Ho preso coscienza di ciò che sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania. Ho iniziato a conoscere meglio le realtà della vita palestinese e ho preso la decisione di non arruolarmi e di farlo pubblicamente”.

Le tue visite in Cisgiordania ti hanno aiutata a prendere la decisione sul rifiuto?

Sono stata in giro e ho anche partecipato a tutti i tipi di attività, tra cui il volontariato e l’aiuto agli agricoltori [palestinesi] nelle colline del sud di Hebron e la raccolta delle olive nella Cisgiordania settentrionale.

E’ un’esperienza difficile, ritorno sempre stravolta. Sta succedendo qualcosa di brutto e deve finire. Passare dall’osservazione di foto o dall’ascolto di testimonianze alla valutazione in loco è sconvolgente. Vedere gli insediamenti coloniali dove i bambini vengono attaccati mentre vanno a scuola. Vedere i luoghi che i palestinesi non possono raggiungere, ad esempio nelle colline a sud di Hebron nell’area C [sotto il pieno dominio militare israeliano].

Ho preso la decisione ben prima di trovarmi in Cisgiordania, ma è chiaro che vedere i soldati e i coloni in piedi davanti ai palestinesi mi ha chiarito che non voglio essere uno di quei soldati, non voglio indossare questa uniforme, che simboleggia la violenza e il dolore dell’esperienza dei palestinesi”.

Nell’ultimo anno hai parlato con molti adolescenti mentre ti preparavi a pubblicare la Lettera Shministim. Che tipo di reazioni hai avuto?

La risposta iniziale è sempre un po’ di timore, dal momento che nella maggior parte dei circoli di ragazzi e ragazze, nei movimenti giovanili e nelle scuole non c’è una discussione critica sull’esercito, sul reclutamento e sull’occupazione .

Sia i miei amici più intimi che la cerchia dei conoscenti sono rimasti sorpresi. La gente non sapeva che c’era un’opzione per non arruolarsi. Allo stesso tempo molti adolescenti, ragazzi e ragazze, potrebbero improvvisamente ritrovarsi su qualcosa, firmare la lettera. Voglio credere che questi incontri siano efficaci. Che diano [alle persone] molta forza e una vera alternativa.

Speri che il tuo rifiuto permetta agli adolescenti di vedere un’altra opzione?

Gli adolescenti incontrano i palestinesi per la prima volta da soldati, quando indossano uniformi e imbracciano armi. È chiaro che se ci fossero stati degli incontri con palestinesi a scuola o conversazioni sulla narrativa palestinese, le cose sarebbero andate diversamente.

Ovviamente questo fa parte della politica del sistema, dello stesso desiderio di dividere, di creare una realtà di ‘nemici’ e ‘terroristi’, invece di guardare tutti coloro che vivono qui – palestinesi e israeliani – e dire viviamo e creiamo sicurezza per tutti. Non facciamoci del male, smettiamo di uccidere e di essere uccisi».

Come ha reagito la tua famiglia?

Nel complesso sia i miei amici che la mia famiglia mi stanno davvero a fianco. Ovviamente non tutti sono contenti che io vada in prigione. È strano rispondere alla domanda “Qual è la prossima cosa che farai?” Tra una settimana andrò in prigione. Penso che chi mi è più vicino sia stato in grado di comprendere il mio rifiuto.

C’è il desiderio di trasmettere un messaggio anche ai palestinesi?

[Il messaggio è che] sebbene il movimento del rifiuto sia in minoranza, esiste e ha un’influenza. Alcune persone non sono disposte a contribuire a ciò che sta accadendo, resistono e agiscono in modo che gli altri sappiano [cosa sta accadendo].

Negli ultimi 50 anni gli adolescenti hanno pubblicato numerose lettere in cui hanno annunciato il loro rifiuto di partecipare al servizio militare sia nei territori occupati che in generale. La prima lettera Shministim è stata pubblicata nel 1970 nel bel mezzo della guerra di logoramento tra Israele ed Egitto. La lettera Shministim pubblicata quest’anno è stata firmata da adolescenti che ci si aspetta finiscano dietro le sbarre o che altrimenti vengano esentati.

Peretz inizialmente ha intrapreso la procedura di arruolamento, ma si è fermata a metà e ha scelto di non richiedere un esonero dall’esercito.

“Ho deciso di non andare davanti al comitato per gli obiettori di coscienza, a una commissione medica o all’ufficiale dell’esercito per la salute mentale”, afferma Perets, “perché è importante per me rispettare i miei principi e non creare l’impressione che sia io il problema e che dovrei essere esentata [dal servizio]. Ho scelto di andare in prigione e partecipare a una campagna perché spero che raggiunga il maggior numero di persone. Spero che attraverso il mio rifiuto le persone riflettano sulla loro posizione in questa realtà”.

Pensi che oggi le persone, soprattutto adolescenti, non sappiano cosa sta succedendo nei territori occupati? Oppure lo sanno e scelgono di rimuoverlo?

Esiste una dimensione molto ampia della rimozione; la gente non sa o sa e non lo vuole riconoscere. La rimozione non sempre è un nostro difetto, è del ministero dell’Istruzione, del governo, di tutti i tipi di altre organizzazioni che non ne parlano [dell’occupazione]. Le lezioni di storia non parlano della narrazione palestinese. Ovviamente questo scoraggia le persone. Le persone si mettono fortemente sulla difensiva quando dico loro che non ho intenzione di arruolarmi. Lo prendono sul personale e si arrabbiano. Ciò proviene chiaramente da una qualche riluttanza a confrontarsi.

Come ti stai preparando per il carcere?

Negli ultimi tre anni ho fatto parte di una rete di donne che si rifiutano di prestare il servizio militare. Ho potuto discutere e riflettere su ciò che sta accadendo in prigione. Prima della mia prigionia, ho parlato con obiettori di coscienza che sono stati in carcere. Mi hanno aiutato a mettere insieme le liste delle cose da portare. Porterò molti libri, sudoku e album da colorare. Ho iniziato a studiare l’arabo, quindi porterò qualche quaderno per continuare a esercitarmi, se me lo permetteranno”.

Come funziona in pratica la procedura di rifiuto? Cosa succede il giorno del reclutamento?

Arriverò al centro di reclutamento delle IDF [forze di difesa israeliane: l’esercito israeliano, ndtr.] e rifiuterò di passare attraverso il percorso di arruolamento. Questo è il primo confronto con il sistema. Da lì sarò inviata a tutte le categorie di ufficiali per ogni sorta di conversazioni e tentativi di persuasione finché non capiranno [la mia posizione]. Ci sarà un processo nello stesso centro, dove decideranno la mia condanna [di solito tra 10 giorni e due settimane]. Dopo il processo sarò trattenuta in stato di detenzione fino a quando non sarò trasferita in carcere.

Dopo il mio rilascio rifiuterò di nuovo e subirò quindi un altro processo e sarò rispedita in prigione. So che è quello che farò nei prossimi mesi. Festeggerò il mio 19esimo compleanno in carcere”.

Oren Ziv è un fotoreporter, membro fondatore del collettivo di fotografia Activestills [gruppo di fotoreporter israeliani, palestinesi e internazionali impegnati contro oppressione, razzismo e discriminazione, ndtr.] e giornalista della redazione di Local Call [sito internet di informazione in lingua ebraica che fa capo alla redazione di +972, ndtr.]. Dal 2003 ha documentato una serie di tematiche sociali e politiche in Israele e nei territori palestinesi occupati, con particolare attenzione alle comunità di attivisti e alle loro lotte. Il suo reportage si è concentrato sulle proteste popolari contro il muro e gli insediamenti, sugli alloggi a prezzi accessibili e altre questioni socio-economiche, sulle lotte contro il razzismo e la discriminazione e sulle battaglie a favore della libertà degli animali.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Gaza: disabili o morte, molte giovani vittime degli attacchi israeliani non ritorneranno a scuola

Maha Hussaini

28 agosto 2021 – Middle East Eye

Fra le centinaia di minori palestinesi feriti durante la campagna israeliana contro Gaza a maggio, molti hanno ora davanti a sé una vita senza istruzione e poche prospettive.

Mohammed Shaaban, otto anni, siede in classe nel primo banco e ascolta attentamente l’insegnante cercando di seguire la lezione il meglio che può.

Con i suoi compagni frequenta la seconda in una scuola a Beit Lahia, nel nord della Striscia di Gaza, ma solo temporaneamente. Ha perso la vista durante l’intensa campagna di bombardamenti israeliani sulla Striscia e ora l’amministrazione scolastica rifiuta di permettergli di continuare gli studi se [la scuola] non può adeguarsi ad alunni con la sua disabilità.

In quella fatale giornata di maggio, Mohammed aveva appena finito di fare la spesa con la mamma e la cugina per la festa di Eid al-Fitr [che celebra la fine del Ramadan, N.d.T.] quando un razzo è caduto sul mercato, lanciando schegge ovunque, alcune delle quali l’hanno colpito in volto.

Tre settimane dopo è stato trasferito in un ospedale in Egitto per ricevere un trattamento per la ferita. I dottori hanno detto al padre che il caso di Mohammed era “senza speranza”.

Uno degli occhi è stato distrutto dalla scheggia, quindi non c’è assolutamente alcuna speranza di salvarlo,” ha detto suo padre, Hani Shaaban, a Middle East Eye (MEE).

L’altro è stato gravemente danneggiato e i medici ci hanno detto che non riuscirà mai più a vedere.”

La tragedia di Mohammed è tutt’altro che unica. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, (OHCHR), ci sono stati 66 minori e 40 donne fra i 256 palestinesi uccisi durante gli attacchi durati 11 giorni del territorio soggetto a blocco. Fra i minori uccisi, 51 erano in età scolare. Circa 470 altri minori sono stati feriti negli attacchi.

Oltre 50 strutture scolastiche sono state danneggiate nei bombardamenti, incluse scuole, asili e l’Università islamica di Gaza.

Inoltre il team dell’Explosive Ordnance Disposal (EOD) [preposto alla rilevazione, messa in sicurezza, rimozione ed eliminazione di ordigni esplosivi, N.d.T.] del ministero dell’Interno a Gaza ha detto di aver localizzato quattro bombe israeliane inesplose ancora sepolte nel perimetro delle scuole gestite dall’UNRWA, l’Agenzia ONU per i rifugiati palestinesi.

Vivere in un ‘incubo orrendo ‘

Altrove a Beit Lahia, Mohammed al-Attar, con quattro figli, racconta il giorno in cui ha iscritto la figlioletta Amira alla prima elementare.

Il preside della scuola le ha chiesto di contare fino a 10 e dire l’alfabeto in arabo. Lei l’ha fatto ed erano tutti molto colpiti dalla sua intelligenza. L’hanno ammessa ed era super contenta,” afferma il padre a MEE.

Amira non vedeva l’ora di raccontarlo alla mamma appena tornata a casa, e il fratello maggiore Islam, di 8 anni, aveva già cominciato a programmare il loro primo giorno di scuola insieme.

Islam ha detto ad Amira che l’avrebbe accompagnata a scuola al mattino prima di andare alla sua scuola e poi nel pomeriggio l’avrebbe portata a casa con lui.”

La figlia era entusiasta di andare a fare shopping di materiale scolastico ed era inflessibile sul colore della cartella: doveva essere rosa, dice Attar, che loda Islam perché è un bravo fratello e studente.

Era arrivato primo della classe e noi eravamo così felici. L’abbiamo sempre incoraggiato e volevamo comprargli un regalo per il suo successo.”

Ma non hanno mai potuto andare a scuola insieme. “Il bombardamento è arrivato molto prima,” dice il padre.

Il 14 maggio cinque attacchi israeliani hanno colpito senza preavviso il quartiere di Attar, distruggendo completamente l’edificio che ospitava sei appartamenti.

Al momento dell’attacco la moglie di Attar e i bambini erano a casa seduti tutti insieme, mentre lui era con il fratello in un’altra stanza. La moglie e tre figli sono stati uccisi, mentre lui ha subito solo lievi ferite.

Appena due settimane dopo essersi iscritta a scuola, Amira ha perso la vita, come la mamma, Lamia, 27 anni, e i due fratellini, Islam e Zein, che aveva 5 mesi.

Avevamo progetti per il mese in cui i bambini avrebbero cominciato la scuola. Ma eccomi qui, seduto da solo con l’unico figlio che mi è rimasto a casa di mia madre,” ha detto Attar a MEE. “Tutto è successo così rapidamente che mi sembrava di sognare, adesso non ho nessuno eccetto un bimbo che ha solo cinque anni.

Onestamente non so ancora cosa fare e tutto sembra un incubo orrendo. Non riesco a credere di averli persi tutti e quattro in un solo giorno.”

Bambini traumatizzati

In un’inchiesta su 530 minori in tutta la Striscia di Gaza, un istituto di ricerca per i diritti umani con sede a Ginevra ha rilevato che 9 bambini su10 oggetto dello studio hanno sofferto di una qualche forma di sindrome da stress post-traumatico dovuta a un conflitto (PTSD).

Dopo l’attacco, Mohammed, il ragazzo che ha perso la vista, è cambiato e ora evita interazioni sociali e preferisce stare da solo, afferma il padre a MEE.

Il suo umore cambia ogni 15 minuti, talvolta comincia a piangere e urlare, qualche volta trova qualcosa che lo rallegra, ma è quasi sempre introverso e non parla con nessuno eccetto i familiari,” dice Shaaban.

Ogni mattina quando i fratelli e sorelle si preparano per andare a scuola comincia a piangere e chiede di andare con loro, ma non può più andare alla sua vecchia scuola.”

Shaaban ci ha detto che ha parlato con la scuola per far continuare a studiare il figlio, cieco da poco.

(L’amministrazione) ci ha detto che non può più frequentare scuole normali e che dobbiamo spostarlo in una speciale per ciechi,” dice.

Per accontentare il ragazzino disperato, la scuola permette a Mohammed di stare con i suoi compagni e lo incoraggia a partecipare alle lezioni. “Sta meglio, ma ora vuole andare ogni giorno [alla sua vecchia scuola],” afferma Shaaban. 

Shaaban non ha ancora trovato il coraggio di dire al figlio appassionato di matematica che non potrà mai più leggere o studiare.

Mi chiede sempre quando potrà vedere di nuovo e se potrà andare per strada e a scuola da solo … Non è più uno studente normale.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)

 




Rapporto OCHA del periodo 10 – 23- agosto 2021

In Cisgiordania, durante operazioni di ricerca-arresto, cinque palestinesi sono stati uccisi da forze israeliane

[seguono dettagli]. Il 15 agosto, nel Campo profughi di Jenin, durante un’operazione notturna, le forze israeliane hanno sparato, uccidendo quattro palestinesi di età compresa tra i 19 e i 21 anni. Un quinto palestinese ha riportato gravi ferite. Durante l’operazione c’è stato uno scontro armato tra palestinesi e una unità israeliana sotto copertura che era entrata nel Campo per arrestare un palestinese, secondo quanto riferito, affiliato ad Hamas. Un altro palestinese, di 25 anni, è morto l’11 agosto per le ferite riportate durante un’altra operazione di ricerca-arresto svolta nella città di Jenin, il 3 agosto. Dall’inizio dell’anno, in Cisgiordania, sono stati uccisi dalle forze israeliane cinquantacinque (55) palestinesi; tutti colpiti da proiettili di arma da fuoco.

In Cisgiordania, complessivamente, le forze israeliane hanno ferito 221 palestinesi [seguono dettagli]. Dei 221 feriti, 152 sono stati colpiti durante le perduranti proteste contro l’attività di insediamento [colonico] vicino a Beita, 19 a Beit Dajan (entrambi a Nablus) e dieci a Kafr Qaddum (Qalqiliya). Altri trentadue sono rimasti feriti in scontri con forze israeliane sviluppatisi a Battir (Betlemme), nel corso di una demolizione (vedi sotto). Due scolari sono rimasti feriti durante scontri con forze israeliane nei pressi di una scuola nella Comunità di Tayasir (Tubas); i rimanenti feriti si sono avuti in altre località della Cisgiordania. Dei feriti palestinesi, tre sono stati colpiti con proiettili veri, 28 con proiettili di gomma; i restanti sono stati curati principalmente per inalazione di gas lacrimogeni o perché aggrediti fisicamente. Oltre ai 221 palestinesi feriti direttamente da forze israeliane, 23 sono rimasti feriti a Beita mentre scappavano dalle forze israeliane o in circostanze che non hanno potuto essere verificate.

In Cisgiordania, forze israeliane hanno effettuato 92 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 104 palestinesi. La maggior parte delle operazioni si è svolta nei governatorati di Gerusalemme e di Hebron. Dal 23 agosto, le forze israeliane hanno chiuso l’ingresso principale del villaggio [palestinese] di Sinjil a Ramallah con cumuli di terra (oltre ad aver chiuso una strada vicina), costringendo i residenti a fare lunghe deviazioni, rendendo difficoltoso il loro accesso ai servizi ed ai luoghi di lavoro. Circa 7.000 residenti palestinesi sono stati colpiti dalla chiusura.

Il 16 agosto, gruppi armati palestinesi hanno lanciato due razzi da Gaza verso il sud di Israele; si tratta del primo lancio dalla fine di maggio. Uno dei razzi è stato intercettato dal sistema di difesa israeliano “Iron Dome” e l’altro è caduto all’interno di Gaza. Non si registrano feriti o danni a cose. Il 23 agosto, gruppi armati palestinesi hanno lanciato da Gaza una serie di palloni incendiari che hanno causato diversi incendi in Israele. Jet militari israeliani hanno effettuato una serie di attacchi contro postazioni militari di Gaza, fronteggiati, a quanto riferito, da raffiche di mitragliatrice pesante sparate da gruppi armati palestinesi. A seguito del mitragliamento, le forze aeree israeliane hanno effettuato ulteriori attacchi aerei. Non si registrano feriti o danni.

Il 21 agosto, centinaia di persone hanno tenuto una manifestazione di massa sul lato palestinese della recinzione perimetrale israeliana che racchiude la Striscia di Gaza. Durante la protesta, i palestinesi hanno lanciato pietre e altri oggetti contro le forze israeliane che hanno risposto sparando proiettili veri e lacrimogeni. Il Ministero della Salute di Gaza ha documentato 53 feriti palestinesi (25 minorenni) di cui 46 feriti da proiettili di arma da fuoco. Un soldato israeliano è stato ferito gravemente da un colpo di pistola sparato da un manifestante palestinese. Successivamente, le forze israeliane hanno effettuato una serie di attacchi aerei su postazioni appartenenti a gruppi armati palestinesi di Gaza. Non sono stati segnalati feriti.

Ancora in Gaza, vicino alla recinzione perimetrale e al largo della costa, in almeno 11 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento, presumibilmente per far rispettare [ai palestinesi] le restrizioni di accesso. Bulldozer militari israeliani hanno condotto una operazione di spianatura del terreno all’interno di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale, ad est del Campo profughi di Al Maghazi, nell’Area Centrale della Striscia. In un altro caso, le forze navali egiziane hanno aperto il fuoco contro imbarcazioni palestinesi al largo di Rafah, ferendo un pescatore. A Gaza City, in due distinti episodi, cinque minori sono rimasti feriti dall’esplosione di residuati bellici che stavano maneggiando. Il 23 agosto, l’Egitto ha chiuso il valico di frontiera di Rafah, in entrambe le direzioni, fino a nuovo avviso. Il motivo di questa chiusura imprevista non è stato reso noto.

In Cisgiordania, a causa della mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito, sequestrato o costretto i proprietari a demolire un totale di 31 strutture di proprietà palestinese, sfollando 32 persone, tra cui 14 minori, e colpendo i mezzi di sussistenza di circa altre 680 persone. Anche a Gerusalemme Est, nel quartiere di Shu’fat, è stato demolito dai proprietari un edificio ad un piano, sfollando quattro famiglie (15 persone). Ciò ha fatto seguito a una risoluzione definitiva della Corte Suprema israeliana che ha stabilito che il terreno su cui erano state costruite le abitazioni apparteneva ai coloni; alle famiglie palestinesi sono stati concessi 20 giorni per sgomberare le loro case. Il provvedimento è contestato dai proprietari palestinesi che affermano di aver acquistato il terreno nel 1952. Inoltre, il 10 agosto, nel villaggio di Battir (Betlemme), le autorità israeliane hanno spianato e reso inagibile una strada rurale, compromettendo l’accesso alla terra a circa 100 famiglie (500 persone). Inoltre, nel quartiere di Beit Safafa, a Gerusalemme Est, circa 100 bambini sono stati penalizzati dalla demolizione di un ampliamento di un edificio destinato ad essere utilizzato come asilo. Il 22 agosto, nell’area di Ibziq (Tubas), almeno otto famiglie sono state costrette ad allontanarsi dalla loro residenza per un periodo di dieci giorni per consentire le esercitazioni militari israeliane. Per gli stessi motivi, altri quattro episodi di allontanamento temporaneo sono stati registrati in altre due comunità di Tubas.

In Cisgiordania, coloni israeliani hanno ferito almeno sei palestinesi, compreso un ragazzo di 15 anni [seguono dettagli]. In un episodio del 17 agosto, vicino al villaggio di Silat adh Dhahr (Jenin), coloni hanno investito con il loro veicolo un ragazzo; lo hanno condotto nell’insediamento israeliano di Homesh precedentemente evacuato, lo hanno legato a un albero e lo hanno picchiato fino a fargli perdere conoscenza. Due ore dopo, l’equipaggio di una jeep militare israeliana ha trovato il ragazzo e lo ha consegnato ad un’ambulanza. Il ragazzo è stato portato in ospedale dove è stato curato per contusioni e ustioni. Altri cinque palestinesi sono stati colpiti con pietre o aggrediti fisicamente: una donna nella zona H2 della città di Hebron controllata da Israele, un autista nel quartiere di Silwan a Gerusalemme Est e tre contadini a ‘Urif (Nablus). Inoltre, persone note o ritenute coloni israeliani hanno vandalizzato o rubato almeno 30 ulivi e alberelli di proprietà palestinese. In un raid ad ‘Asira al Qibliya a Nablus, coloni hanno lanciato pietre contro abitazioni e dato fuoco a terreni agricoli, causando danni. A Khirbet Zanuta (Hebron) sono stati registrati episodi che hanno avuto per protagonisti coloni e palestinesi locali; in un caso un contadino palestinese è stato arrestato dalle forze di sicurezza israeliane.

Persone note o ritenute palestinesi hanno lanciato pietre contro veicoli israeliani in transito sulle strade della Cisgiordania, ferendo tre coloni. Inoltre, secondo fonti israeliane, il lancio di pietre ha danneggiato almeno 22 auto israeliane.

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segue

Ultimi sviluppi (successivi al periodo di riferimento)

Il 24 agosto, durante un’operazione di ricerca-arresto israeliana, nel Campo profughi di Balata (Nablus), un ragazzo palestinese di 15 anni è stato colpito e ucciso dalle forze israeliane. [vedi  Zeitun ]

Il 25 agosto, un palestinese di 32 anni è deceduto per le ferite riportate il 21 agosto, durante una manifestazione tenutasi ad est della città di Gaza, dove era stato colpito da forze israeliane con arma da fuoco.