Rapporto Ocha 16 – 22 febbraio 2016

Durante la settimana, sono stati segnalati sei attacchi e presunti attacchi di palestinesi contro israeliani, con la conseguente uccisione di un soldato e il ferimento di altri tre israeliani. Tre dei presunti responsabili sono stati uccisi sul posto, tra essi un ragazzo di 16 anni, mentre altri due minori palestinesi di 14 anni sono stati feriti.

Gli episodi si riferiscono a quattro accoltellamenti e presunti tentativi di accoltellamento a Gerusalemme Est, al checkpoint di Beita (Nablus) e agli insediamenti colonici di Na’ale (Ramallah) e Sha’ar Binyamin (Gerusalemme); oltre a un sospetto speronamento con auto nei pressi del villaggio di Silwan (Ramallah). Inoltre sono stati segnalate due sparatorie presso l’insediamento di Beit El, vicino a Ramallah, con conseguenti danni a una casa. Dall’inizio dell’anno 27 palestinesi, tra cui nove minori, e quattro israeliani sono stati uccisi in attacchi e presunti attacchi effettuati da palestinesi.

Il 21 febbraio, per tre giorni consecutivi, le forze israeliane hanno bloccato quattro delle cinque vie d’accesso al villaggio di Qabatiya (Jenin), costringendo i residenti (circa 23.800 persone) ad utilizzare percorsi alternativi e rendendo problematico l’accesso a servizi e luoghi di lavoro. La chiusura ha fatto seguito all’accoltellamento verificatosi al checkpoint di Beita, messo in atto, secondo quanto riferito, da un sedicenne residente a Qabatiya, ucciso durante l’attacco [vedi paragrafo precedente].

Durante scontri a Beit Fajjar (Betlemme), un 21enne palestinese è stato ucciso con armi da fuoco. Gli scontri nei Territori palestinesi occupati hanno provocato il ferimento di 54 palestinesi, tra cui 11 minori. Tre dei ferimenti si sono verificati nella Striscia di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale, i rimanenti in Cisgiordania. La maggior parte delle lesioni sono state segnalate durante le manifestazioni settimanali a Bil’in e Ni’lin (Ramallah) e nel corso delle manifestazioni in solidarietà con i prigionieri palestinesi in sciopero della fame nelle carceri israeliane, in particolare Mohammad al QiQ, che da più di 90 giorni è in sciopero della fame. I restanti ferimenti sono avvenuti durante scontri collegati ad operazioni di ricerca-arresto. Questi fatti portano a sette il numero di palestinesi uccisi (tre minori) dall’inizio del 2016 durante scontri nei Territori occupati, mentre il numero dei feriti sale a 946 (316 minori).

Nella Striscia di Gaza, in Aree ad Accesso Riservato di terra e di mare, sono stati registrati almeno 21 episodi in cui le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento contro civili palestinesi; in nessun dei casi ci sono state vittime. Quattro palestinesi sono stati arrestati: un uomo d’affari al valico di Erez e altri tre nei pressi della recinzione di confine che circonda Gaza, dopo essere entrati in Israele senza autorizzazione.

Il 21 febbraio, per mancanza dei permessi di costruzione, le forze israeliane hanno smantellato e confiscato una nuova sezione di scuola nella comunità beduina palestinese di Abu Nuwar, ad est di Gerusalemme. La sezione confiscata comprendeva sette roulotte e tre latrine, finanziate da donatori e destinate ai 62 bambini del primo e del secondo ciclo della scuola della comunità. Negli ultimi tempi i residenti di Abu Nuwar hanno subito, da parte delle autorità israeliane, una crescente sollecitazione a “trasferirsi” in una vicina località, fatto che potrebbe configurarsi come un trasferimento forzato. Il numero delle strutture fornite come aiuti umanitari e distrutte e/o confiscate dalle autorità israeliane dall’inizio del 2016, ha già superato il numero relativo a tutto il 2015 (pari a 108). Jabal al Baba, un’altra comunità della stessa area a rischio di trasferimento forzato, ha ricevuto ordini di arresto lavori per undici abitazioni ed una moschea.

Nella zona di Al ‘Isawiya di Gerusalemme Est, a motivo della mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno distrutto otto strutture agricole; nel corso dell’operazione diversi serbatoi d’acqua e un container sono stati danneggiati, decine di alberi sono stati sradicati e diverse migliaia di metri quadrati di terreno coltivato sono stati spianati con i bulldozer. Tutto ciò ha compromesso la fonte di sostentamento di 45 persone, la metà dei quali minori.

Le autorità israeliane hanno sradicato circa 120 alberi di ulivo appartenenti ad agricoltori di Deir Istiya (Salfit), con la motivazione che l’area è stata designata [dalle autorità israeliane] “riserva naturale”. Nella zona di Nablus, coloni israeliani provenienti, secondo quanto riferito, dall’insediamenti di Shilo, hanno sradicato 30 piantine di ulivo e di mandorlo appartenenti ad un contadino del villaggio di Jalud (Nablus).

Le forze israeliane, nel corso di una esercitazione militare, hanno danneggiato 40 ettari di terra coltivata ad orzo ed appartenenti a residenti delle comunità di Jinba, Al Halaweh e Al Markiz, nella zona di Masafer Yatta di Hebron. Nelle prime due comunità, in seguito al fallimento di un processo di mediazione, all’inizio di questo mese le autorità israeliane hanno demolito 24 strutture. L’esercito israeliano ha designato quest’area come “zona chiusa per esercitazioni militari” ed ha cercato di rimuovere tutte o alcune delle 12 comunità palestinesi che vi si trovano. Questa settimana, in un’altra comunità nella stessa area (Al Fakheit), le autorità hanno emesso ordini di arresto lavori contro 12 strutture, metà delle quali fornite come aiuto umanitaria.

I media israeliani hanno riportato cinque episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli con targa israeliana, con conseguenti danni a quattro veicoli privati vicino ad Hebron e Ramallah, nonché danni alla metropolitana leggera di Gerusalemme nella zona di Shu’fat in Gerusalemme Est.

Durante il periodo di riferimento il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è stato chiuso in entrambe le direzioni. Il valico è rimasto chiuso, anche per l’assistenza umanitaria, dal 24 ottobre 2014 ad eccezione di 42 giorni di aperture parziali. Le autorità di Gaza hanno segnalato che sono registrati e in attesa di attraversare oltre 25.000 persone con bisogni urgenti, tra cui circa 3.500 malati.

 

Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 23 febbraio, nel governatorato di Hebron, le forze israeliane hanno demolito due case appartenenti a presunti autori di attacchi contro israeliani, sfollando 18 persone, tra cui 11 minori.

Il 24 febbraio, nel governatorato di Betlemme, un soldato israeliano è stato ucciso da “fuoco amico” durante un’aggressione con arma da taglio; il presunto autore palestinese è stato colpito e ferito.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: http://www.ochaopt.org/reports.aspx?id=104&page=1

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

sono scaricabili dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: in caso di discrepanze, fa testo la versione originale in lingua inglese. Nella versione italiana non sono riprodotti i

dati statistici ed i grafici.

Associazione per la pace – Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it; Web: https://sites.google.com/site/assopacerivoli




L’ANP tratta il proprio popolo come se fosse il nemico

di Amira Hass,

Haaretz

La politica israeliana produce l’impoverimento e la disoccupazione in Cisgiordania, ma affrontarli ricade sulle spalle dell’ANP, cuscinetto tra il principale responsabile ed il popolo.

“Dove vivi? Non sai che cosa sta succedendo?”

“ Mi sto occupando delle demolizioni.”

“Lascia perdere le demolizioni; i checkpoints circondano tutte le città.”

“Vuoi dire che l’esercito pensa ancora che questo sia un deterrente?”

“ Non si tratta degli ebrei; stamattina tutti i servizi dell’Autorità Nazionale Palestinese hanno installato dei checkpoints alle uscite dalle città e all’ingresso di Ramallah/El Bireh, per impedire agli insegnanti di partecipare ad una manifestazione contro il mancato rispetto degli accordi salariali firmati con loro nel 2013. Dove siamo arrivati? Dove siamo arrivati?”

Ieri i servizi di sicurezza dell’ANP hanno installato cordoni di posti di blocco nelle enclaves dell’area A, dove Israele consente alla polizia palestinese di portare armi. Hanno fatto scendere gli insegnanti dagli autobus e li hanno minacciati di confiscare le loro carte di identità. Gli autobus affittati per il trasporto degli insegnanti sono stati fatti tornare indietro. Ai tassisti è stato detto che avrebbero perso le loro licenze se avessero trasportato i dimostranti.

Chi è riuscito a raggiungere l’enclave di Ramallah e El Bireh è incappato in ulteriori checkpoints ed è rimasto bloccato in lunghe file di auto che non si muovevano. Nella stessa Ramallah il personale di sicurezza ha bloccato le vie tra il palazzo del Consiglio Legislativo Palestinese e l’ufficio del Primo Ministro.

Alle 11 di ieri mattina circa 1000 insegnanti si erano già radunati nella piazza Mahmoud Darwish, di fronte all’ufficio del Primo Ministro. Altre centinaia stavano arrivando a piedi dalle strade vicine in un flusso senza fine. Lentamente la piazza si è riempita.

“Noi, che riusciamo a superare i checkpoints israeliani, non possiamo superare quelli dell’ANP?” hanno detto gli insegnanti che arrivavano dalla zona di Hebron. “Non li abbiamo visti mettere dei checkpoints per impedire all’occupante (l’esercito israeliano) di invadere i nostri villaggi e le nostre case,” ha detto un ascoltatore irato ad una stazione radio locale.

Le proteste e gli scioperi parziali sono ricominciati circa due settimane fa. Fin dalla metà degli anni ’90 gli insegnanti del settore pubblico hanno cercato di spiegare all’ANP che i loro salari e sussidi umilianti offendono gli studenti ed il futuro dell’intera società palestinese. Martedì scorso circa 20.000 persone hanno preso parte ad una manifestazione di insegnanti a Ramallah. I servizi di sicurezza dell’ANP hanno arrestato circa 20 insegnanti e due dirigenti e li hanno rilasciati dopo due giorni. L’accusa dell’ANP che la manifestazione fosse organizzata da Hamas è stata accolta con sdegno dagli insegnanti.

Giovedì è stato raggiunto un accordo con i rappresentanti dei sindacati degli insegnanti, che è affiliato all’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ndt.) e dipende da Fatah, il partito principale dell’ANP [e di Abu Mazen,ndt]. Ma gli insegnanti hanno respinto l’accordo, che non era retroattivo. Sabato e domenica gli altoparlanti della moschea hanno diffuso ordini di rientrare a scuola, ma lo sciopero è continuato.

La protesta degli insegnanti ha portato in piazza più gente di qualunque protesta contro l’occupazione israeliana negli ultimi cinque mesi, da quando è iniziata la sollevazione dei singoli individui [la cosiddetta “Intifada dei coltelli”, ndt]. Nella situazione permanentemente provvisoria instaurata dagli Accordi di Oslo, Israele continua a determinare le condizioni di non sviluppo nel territorio palestinese, attraverso il controllo dei confini, della vasta area della Cisgiordania nota come Area C e della libertà di movimento dei palestinesi. Ma la responsabilità di affrontare l’impoverimento e la mancanza di lavoro ricade sulle spalle dell’ANP, il cuscinetto tra il principale colpevole ed il popolo.

I manifestanti lo sanno bene, ma conoscono anche l’iniqua distribuzione del reddito nazionale, indipendentemente da quanto ciò sia dovuto alle restrizioni israeliane. Vedono le eccessive risorse destinate ai servizi di sicurezza, gli sprechi e la corruzione, il clientelismo e gli esorbitanti stipendi dei principali dirigenti. Non si aspettano niente dall’occupante. Ma certo hanno qualcosa da chiedere al subappaltante che si autodefinisce governo, autorità nazionale e movimento di liberazione.

“L’ANP è impazzita,” ha detto al telefono un insegnante di Nablus che non è riuscito a superare i checkpoints. “Lei ed i suoi servizi di sicurezza si comportano come se il popolo fosse il nemico.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Perché è pericoloso confondere Hamas e ISIS

Al-Shabaka è un’organizzazione indipendente e no-profit il cui obiettivo è di informare e approfondire il dibattito pubblico sui diritti umani e sull’autodeterminazione dei palestinesi nel quadro delle leggi internazionali.

Questo editoriale politico è stato redatto da Belal Shobaki, membro della redazione politica di Al-Shabaka

Di Belal Shobaki

Al-Shabaka e Ma’an News

Mentre i suoi sforzi di mettere in relazione la resistenza palestinese contro l’occupazione militare con il terrorismo globale non sono una novità, Israele ha esteso la sua propaganda verso l’opinione pubblica araba e occidentale.

Così facendo, sta chiaramente tentando di sfruttare l’avversione internazionale nei confronti di movimenti che si sono spostati verso l’estremismo e il terrorismo sostenendo di rappresentare l’Islam. “Hamas è l’ISIS e l’ISIS è Hamas,” ha dichiarato il primo ministro Benjamin Netanyahu alle Nazioni Unite nel 2014.

Eppure Netanyahu e l’establishment politico israeliano, così come anche tutti quei regimi arabi che estendono lo stesso biasimo su ogni movimento islamista per i propri fini, sanno meglio di chiunque altro che Hamas e Daesh non sono legati tra loro.

Non solo Hamas e Daesh [acronimo dall’arabo Al Dawla Al Islamiya fi al Iraq wa al Sham, Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, denominazione del gruppo fondamentalista prima della proclamazione dello Stato Islamico. Attualmente viene utilizzato da chi nega la legittimità di questa auto-proclamazione. Ndtr.] non sono collegati, essi sono acerrimi nemici, e Daesh ha denunciato Hamas come movimento di apostati. L’analista politico di Al-Shabaka Belal Shobaki analizza le principali caratteristiche per cui Hamas differisce da Daesh, compreso il suo approccio alla giurisprudenza, la posizione riguardo alla natura dello Stato e le relazioni con le altre religioni. Egli sostiene che è particolarmente importante per il movimento nazionale palestinese respingere questi tentativi di confondere Hamas con Daesh e sottolinea i rischi insiti nel non farlo.

Destinato ad un vantaggio politico a breve termine

La confusione tra Hamas e Daesh ignora la realtà dei fatti. Il contesto politico in Palestina è definito dall’occupazione, mentre quello dei Paesi arabi nei quali Daesh è nato sono determinati dall’autoritarismo e dalla repressione e anche da conflitti settari e religiosi, un contesto ideale per l’emergere di un’ideologia radicale motivata da una violenza indiscriminata.

Per Israele, però, il tentativo di legare i due gruppi potrebbe avere successo sia in ambito regionale che internazionale. Molti mezzi di comunicazione arabi non hanno scrupoli nel riferirsi a questa organizzazione terroristica come “Stato Islamico”, benché non lo sia affatto, mentre molti media occidentali accolgono senza esitazione la commistione fatta da Israele tra Hamas e Daesh. I regimi arabi non sono interessati a difendere l’immagine di Hamas. Persino l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) non si occupa di difendere l’immagine internazionale di Hamas a causa dell’avversione politica tra Fatah e Hamas.

Hamas è considerata parte della “Fratellanza musulmana”, che è vista come una minaccia per alcuni Stati arabi autoritari, soprattutto nel Mashreq arabo [termine che, a seconda delle denominazioni, può indicare i Paesi che si trovano dal sud est della Turchia all’Iraq e al nord dell’Arabia saudita, oppure anche l’Egitto, il Sudan e tutta la penisola arabica. Ndtr.]. Perciò per i regimi arabi un modo per lottare contro la “Fratellanza musulmana” è dichiarare che condivide una base comune o persino che sia sinonimo di Daesh, come sostiene il regime egiziano, e quindi utilizzare questa vicinanza come giustificazione per escluderla dalla partecipazione alla vita politica.

I rapidi sviluppi negli ultimi cinque anni in Egitto, il Paese che rappresenta l’unico sbocco per la Striscia di Gaza palestinese, ha spinto Hamas verso l’economia informale dei tunnel. L’atteggiamento ufficiale egiziano dopo il colpo di Stato di Abdel Fattah Sisi contro il governo eletto del presidente Mohammad Morsi è diventato più duro contro la Striscia di Gaza, con l’accusa ad Hamas di collaborare con i gruppi jihadisti nel Sinai, lo stesso discorso sostenuto da Israele e dai suoi media. Tuttavia questa affermazione è scorretta. Da un lato per Hamas è troppo rischioso mantenere uno stretto rapporto con i jihadisti del Sinai, dall’altro a Gaza reprime chi ne accoglie l’ideologia.

Qualunque rapporto Hamas abbia stabilito con questi gruppi è limitato a garantire le necessità dell’enclave assediata da Israele e dall’Egitto. Questa interazione non è motivata da una comune identità ideologica o da un’inimicizia condivisa contro il regime egiziano. Piuttosto, Hamas ha cercato ansiosamente di mantenere aperte linee di comunicazione con il regime egiziano persino quando dai media venivano mosse accuse di legami tra Hamas e i gruppi salafiti jihadisti del Sinai. Hamas ha anche ripetutamente detto di essere desiderosa di ricostruire i rapporti con l’Egitto per garantire il flusso legale di beni, servizi e persone a Gaza.

E’ importante rifiutare questo discorso relativo a uno dei maggiori movimenti politici palestinesi: escludere gli islamisti moderati dalla vita politica presenta il rischio di spingere la società palestinese verso il radicalismo, nel qual caso sia Fatah che Hamas si troverebbero a lottare contro gruppi di takfiri [sunniti che accusano altri sunniti di apostasia. Ndtr.]. La seguente argomentazione dimostrerà le effettive differenze tra Hamas e Daesh, così come l’estremamente concreta ostilità tra loro.

Differenze dottrinarie

Hamas si colloca come un movimento islamico moderato e una derivazione della “Fratellanza musulmana”, con una autorità giurisprudenziale basata sull’interpretazione, mentre Daesh adotta un approccio letterale che affronta i testi islamici isolandoli dal loro contesto storico e rifiuta di ‘interpretarli in base agli sviluppi attuali. Pertanto per Daesh, e per altri gruppi takfiri in generale, movimenti come Hamas sono secolari e non-islamici, in quanto Hamas è principalmente un movimento di resistenza contro l’occupazione israeliana e crede in uno Stato islamico moderato.

Inoltre, Hamas non prende in considerazione i testi in modo letterale, lascia spazio all’ ijtihad – interpretazione ed uso della discrezionalità. Alcuni studiosi hanno rappresentato questi movimenti lungo una linea orizzontale, con la destra che rappresenta i sostenitori della fedeltà al testo e la sinistra che rappresenta i sostenitori dell’interpretazione. Utilizzando questa classificazione, la “Fratellanza musulmana” si può trovare lungo la linea piuttosto verso sinistra, mentre Daesh è all’estrema destra.

Daesh definisce Hamas e il suo discorso come devianti. Da parte sua Hamas ha condannato le minacce di Daesh e le ha considerate come parte di una campagna diffamatoria che si estende oltre la Palestina. Quando queste minacce si sono materializzate, Hamas non ha mancato di condannarle. Mahmoud al-Zahar, un importante leader di Hamas, ha dichiarato: “La minaccia di Daesh si fa sentire sul campo, e stiamo gestendo la situazione dal punto di vista della sicurezza. Chiunque commetta un’offesa alla sicurezza verrà trattato in base alla legge, e con chiunque voglia discutere ideologicamente ci si confronterà ideologicamente; prendiamo questo argomento molto seriamente.”

Infatti Hamas si è confrontato decisamente con un gruppo simile a Daesh. Nell’agosto 2009, Abdul Latif Musa, leader del gruppo armato “Jund Ansar Allah (Sostenitori dei Soldati di Dio)”, ha annunciato nella moschea di Ibn Taymiyyah la creazione dell’Emirato Islamico a Gaza. In precedenza il gruppo era stato accusato della distruzione di bar e di altri luoghi nella Striscia di Gaza, spingendo il governo di Hamas allo scontro. Le forze di sicurezza, appoggiate dalle Brigate Al-Qassam (l’ala militare di Hamas), hanno circondato la moschea di Ibn Taymiyyah e, quando il gruppo di Musa si è rifiutato di arrendersi, Hamas ha posto fine sul nascere al progetto di emirato uccidendo i membri del gruppo.

Hamas è stato criticato per aver usato la violenza, ma ha giustificato le sue azioni sostenendo che la violenza che avrebbe potuto essere perpetrata da simili gruppi sarebbe stata molto peggiore di quella messa in atto per sradicare l’estremismo nella Striscia di Gaza.

I sostenitori di Daesh a Gaza sono molto meno di quelli di Hamas, soprattutto grazie al fatto che questi gruppi non hanno storicamente contribuito alla resistenza contro l’occupazione. Alcuni sondaggi suggeriscono che il 24% dei palestinesi pensa in modo positivo ai movimenti jihadisti, ma questa percentuale è esagerata. Quando qualche palestinese plaude all’ostilità dei gruppi jihadisti nei confronti degli USA, non è perché creda a questi gruppi ma piuttosto perché vede gli USA, con il loro illimitato appoggio ad Israele, giocare un ruolo distruttivo.

Diverse opinioni sullo Stato

Hamas e Daesh differiscono nella loro visione dello Stato moderno, sia in teoria che in pratica. Come già notato, Hamas ha sempre puntato sull’ ijtihad o discrezionalità, sviluppando il proprio pensiero e le proprie opinioni. E’ quindi scorretto giudicare la posizione di Hamas sullo Stato laico e sulla democrazia in base ai primi scritti del movimento da cui è derivato, la “Fratellanza musulmana”. Hamas sostiene di aver accolto a questo proposito nuove concezioni ed è arrivata ad accettare pienamente la democrazia e il concetto di Stato laico.

D’altronde la stessa “Fratellanza musulmana” è cambiata. Lo sceicco Yusuf al-Qaradawi, l’autorità giurisprudenziale della “Fratellanza musulmana” nel suo complesso, che vive in Qatar, ha stabilito in varie occasioni, anche nel suo libro “Lo Stato nell’Islam”, che nell’Islam non esiste il concetto di Stato confessionale.

Secondo al-Qaradawi, l’Islam sostiene uno Stato laico fondato sul rispetto dell’opinione del popolo fondata sull’Islam, ed anche sui principi della responsabilità e del pluralismo politico. Benché la discussione sul rapporto tra Islam e democrazia sia precedente alla “Fratellanza musulmana”, ha acquisito maggiore chiarezza dopo gli anni ’50, quando numerosi pensatori islamici, compresi al-Qaradawi, il leader tunisino co-fondatore di Ennahda Rached Ghannouchi e il filosofo algerino Malek Bennabi, hanno affermato che l’Islam e la democrazia non si escludono a vicenda.

All’estremo opposto, il movimento rappresentato da Daesh rifiuta la democrazia nella sua totalità e la considera un sistema di governo apostata. Benché alcuni gruppi jihadisti non denuncino gli islamici che partecipano al processo democratico come apostati, considerano errata questa scelta. Daesh vede in ogni espressione di democrazia, come le elezioni, una manifestazione di apostasia ed ogni movimento o individuo che vi partecipi come apostati.

Al contrario, la “Fratellanza musulmana” ha partecipato alle elezioni fin dalla sua nascita, quando il suo fondatore Hassan al-Banna decise di competere nelle elezioni parlamentari egiziane che il partito El-Wafd [partito laico e liberale egiziano. ndtr.] al potere cercò di tenere nel 1942. Benché Al-Banna non poté partecipare perché il governo rifiutò la sua candidatura, la “Fratellanza musulmana” è stata presente nei parlamenti arabi e a volte nel potere esecutivo.

Quando Hamas decise di non partecipare alle elezioni del 1996 per l’Autorità Nazionale Palestinese, la sua posizione si centrava su una presa di posizione politica ed ideologica nei confronti degli accordi di Oslo. Tuttavia Hamas permise ai suoi membri di partecipare alle elezioni come indipendenti. Quando le circostanze mutarono e gli accordi del Cairo del 2005 divennero il quadro di riferimento per le elezioni dell’ANP al posto degli accordi di Oslo, Hamas decise di partecipare. Candidò molti membri del movimento e alcuni indipendenti in una lista “Cambiamento e Riforma”, che prese parte alle elezioni per il parlamento, ottenendo la maggioranza dei voti.

Partecipando alle elezioni, Hamas ha dimostrato che intende operare in uno Stato moderno e in un sistema democratico. Ha invocato governi di coalizione che includessero partiti di sinistra e laici. Il suo governo, così come la lista di candidati al parlamento, includeva donne e il suo primo governo comprendeva ministri musulmani e cristiani.

Invece nelle zone sotto il suo controllo Daesh si è scagliato contro ogni istituzione moderna, rifiutandosi di riconoscere i confini o le identità nazionali. Governa in base a decisioni caotiche e soggettive. Benché Daesh sia stato ansioso di utilizzare termini amministrativi derivanti dalla tradizione islamica, come califfato e shura (consultazione), l’essenza del suo modo di governare contraddice sotto molti aspetti la maggioranza dei testi irrefutabili come fonti della legislazione islamica.

Per esempio, non si attiene alle condizioni stabilite nel Corano e nella Sunna (l’insegnamento del profeta Maometto) per dichiarare guerra o per la protezione dei civili e il trattamento riservato ai prigionieri durante un conflitto. Un altro esempio è l’imposizione della jizya (una tassa riscossa ai non-musulmani), che non si ritiene applicabile agli abitanti originari di un territorio anche se non sono musulmani. Inoltre ha attaccato luoghi di culto e ha assalito i fedeli nelle loro case, in chiara violazione del Corano e della Sunna.

In un certo senso Daesh assomiglia a regimi ibridi del Terzo Mondo che usano un vocabolario moderno e democratico per descrivere i propri processi politici, benché rimangano essenzialmente autoritari.

Punti di vista opposti nel modo di trattare l’Altro

La differenza più significativa tra Hamas e Daesh riguarda la loro posizione nei confronti dei fedeli di altre religioni. Durante la sua formazione, Hamas ha pubblicato uno statuto che utilizza un vocabolario religioso per descrivere il conflitto. In seguito a severe critiche, Hamas di fatto messo da parte questo capitolo e non l’ha più considerato un punto di riferimento autorevole, come alcuni dei suoi leader hanno confermato.

Nella sua intervista al giornale ebreo “Forward” [storico giornale ebraico di New York. Ndtr.], il presidente del Comitato centrale di Hamas Moussa Abu Marzouk ha confermato che lo statuto era marginale per il movimento e non una fonte d’ispirazione delle sue politiche. Ha aggiunto che molti membri stavano discutendo di cambiarlo perché una serie di politiche attuali di Hamas lo contraddicevano. I dirigenti della direzione di Hamas all’estero non sono stati gli unici a disconoscere lo statuto. Il leader di Hamas a Gaza Ghazi Hamad è andato anche oltre in un’intervista al giornale saudita “Okaz”, nella quale ha affermato che lo statuto era oggetto di discussione e valutazione per aprirsi al mondo. Sami Abu Zuhri, un giovane dirigente di Hamas che è stato il portavoce del movimento durante la Seconda Intifada, in un’intervista al “Financial Times” ha sollecitato un allontanamento dell’attenzione dallo statuto del 1988 e un giudizio su Hamas formulato in base alle affermazioni dei suoi dirigenti.

Oggi Hamas adotta il versetto del Corano che recita: “Allah non ti allontana da coloro che non lottano contro di te a causa della religione e non ti cacciano dalla tua casa – dall’essere giusto e dall’agire in modo corretto verso di loro. Quindi Allah ama quelli che si comportano bene.” Questo versetto impone correttezza e giustizia quando si affrontano popoli di altre religioni. A differenza di Daesh, Hamas l’ha messo in pratica. Oltre a nominare nel suo governo ministri cristiani, ha celebrato il Natale con i cristiani palestinesi inviando una delegazione ufficiale in visita durante la festa. Invece Daesh ha minacciato le vite di chi celebra il Natale in tutto il mondo.

Qualcuno potrebbe pensare che si tratta di passi con i quali Hamas cerca di imbellettare il suo governo autoritario.

Tuttavia ci sono poche differenze tra il potere di Hamas e quello di Fatah. Le violazioni dei diritti umani commesse dal governo di Gaza non possono essere un indice della somiglianza tra Hamas e Daesh, ma piuttosto un indicatore di malgoverno. La dirigenza politica di Hamas in qualche occasione ha denunciato queste pratiche, per esempio quelle commesse dal ministero degli Interni sotto la direzione di Fathi Hammad.

Quando alcune persone sono state aggredite da gruppi estremisti a Gaza, Hamas e il governo sono intervenuti per garantire la loro sicurezza e per punire gli aggressori, come nel caso del giornalista britannico Alan Johnston, che Hamas ha liberato dai suoi rapitori radicali, e dell’uccisione dell’attivista della solidarietà italiana Vittorio Arrigoni.

La posizione del movimento riguardo agli sciiti è simile a quella verso i cristiani. In un momento in cui il Medio Oriente sta vivendo una guerra mediatica tra sciiti e sunniti, Hamas si rifiuta di condannare gli sciiti come apostati ed ha mantenuto relazioni politiche con loro. Quando i rapporti con l’Iran hanno cominciato a diventare tesi durante la crisi siriana, il dissenso è stato politico piuttosto che dottrinario. Al contrario Daesh non solo considera apostati gli sciiti, ma anche tutti i gruppi sunniti che sostengono un’altra ideologia, e pensa che debbano essere combattuti.

Persino il trattamento che le due organizzazioni riservano ai nemici è differente. Hamas considera l’occupazione israeliana come il nemico, mentre Daesh ritiene che il nemico siano tutti gli altri. Daesh si è vantato dei suoi numerosi crimini contro l’umanità nel modo in cui ha trattato le vittime di sequestro ed i civili sotto il suo controllo, persino bruciando vivo il pilota giordano Muath al-Kasasbeh. Ha tentato di legittimare la propria condotta disumana distorcendo o mal interpretando i testi religiosi. Hamas ha porto le proprie condoglianze alla famiglia di Muath al-Kasasbeh ed ha condannato le azioni di Daesh. Si metta a confronto la brutalità di Daesh con il trattamento riservato da Hamas al soldato israeliano Gilad Shalit durante la sua prigionia, come ha riportato lo stesso Jerusalem Post [giornale israeliano di destra in lingua inglese vicino al Likud. Ndtr.].

Migliorare le relazioni con Hamas

Sia Hamas che Daesh sono sulla lista delle organizzazioni terroristiche in molti Paesi, compresi gli Stati membri dell’Unione Europea e degli Stati Uniti. Tuttavia la presenza di Hamas in queste liste è chiaramente motivata da ragioni politiche: a differenza di Daesh, Hamas non ha mai preso di mira o chiesto di colpire un’entità diversa dall’occupazione israeliana. Hamas è stata inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche in seguito all’11 settembre 2001, benché non avesse niente a che fare con quell’attacco terroristico. La natura politica della posizione contro Hamas è sottolineata dal fatto che la Corte di Giustizia dell’Unione Europea il 17 dicembre 2014 ha emesso una sentenza in cui ha esortato a cancellare Hamas dalla lista delle organizzazioni terroristiche. La Corte ha sostenuto che l’ordine di inserire Hamas nel 2003 era basato su informazioni dei mezzi di informazione piuttosto che su solide prove.

Inoltre molti esponenti politici europei ed americani, noti per il loro impegno contro le organizzazioni terroristiche in tutto il mondo, si sono incontrati con dirigenti di Hamas in più di un’occasione, compresi parlamentari europei e l’ex presidente degli USA Jimmy Carter, che si è incontrato con Ismail Haniyeh a Gaza nel 2009 e con Khalid Meshaal al Cairo nel 2012.

La conclusione è che il tentativo di Israele di sfruttare un Medio Oriente caotico coinvolgendo Hamas come un gruppo terroristico legato a Daesh è senza fondamento. Hamas è ideologicamente, intellettualmente, dal punto di vista giurisprudenziale e politico diverso da Daesh. I mezzi di comunicazione che adottano la narrazione israeliana offendono la propria professionalità e la propria credibilità.

I movimenti palestinesi non devono permettere che i dissidi con Hamas giustifichino accuse che danneggiano la causa palestinese sul piano internazionale e creano tensioni su quello locale. Hamas deve anche capire che le differenze tra l’organizzazione e Daesh non significano che il suo controllo su Gaza sia privo di abusi e violazioni dei diritti umani, e di conseguenza deve rivedere la propria condotta ed essere più attenta nel suo discorso politico. Dovrebbe superare il doppio discorso, uno per un pubblico locale e un altro per quello internazionale, in quanto ogni parola proferita da un qualunque dirigente di Hamas è diffuso all’esterno come un messaggio di Hamas al resto del mondo.

Quando l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), guidata da Fatah, e i regimi arabi, soprattutto in Egitto, non si oppongono agli sforzi di mettere in relazione Hamas con Daesh -o, in effetti, occasionalmente contribuiscono a questi sforzi -, ne possono “beneficiare” a breve termine, indebolendo Hamas come oppositore politico. Tuttavia questo fatto comporta il rischio di destabilizzare la società palestinese a medio-lungo termine. L’esclusione degli islamisti moderati potrebbe spingere la società palestinese verso la radicalizzazione, nel qual caso sia Fatah che Hamas si troverebbero a combattere contro gruppi takfiri.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’agenzia Ma’an News.

(trad. di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA della settimana 9 – 15 febbraio

Durante la settimana sono stati segnalati sette attacchi e presunti attacchi di palestinesi contro israeliani, con il conseguente ferimento di un colono israeliano; sei dei presunti responsabili palestinesi sono stati uccisi sul posto, tra cui quattro minori ed una donna; un’altra donna palestinese è stata ferita.

Gli episodi includono tre attacchi con arma da fuoco: in Gerusalemme Est, nei pressi della Barriera, nel governatorato di Jenin, nell’insediamento colonico di Beit El vicino a Ramallah e quattro accoltellamenti e presunti tentativi di accoltellamento: nell’area a controllo israeliano della città di Hebron (due episodi), al posto di blocco di An Nu’man sulla Barriera, e vicino all’insediamento colonico di Neve Daniel, questi ultimi due a Betlemme. Secondo quanto riferito, uno dei presunti responsabili prestava servizio nella Sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese. Dall’inizio dell’anno, 24 palestinesi, tra cui otto minori, e due israeliani sono stati uccisi in attacchi e presunti attacchi effettuati da palestinesi.

Dopo l’attacco con arma da taglio vicino all’insediamento di Neve Daniel, il 9 febbraio, le forze israeliane hanno chiuso per sei giorni consecutivi il villaggio di Nahhalin (10.500 persone), all’interno del quale, secondo quanto riferito, il sospetto aggressore si era rifugiato. L’accesso ai servizi ed ai luoghi di lavoro è stato gravemente compromesso; soltanto a casi umanitari eccezionali è stato consentito il transito, controllato da un posto di blocco, su una delle strade di accesso al villaggio. Una chiusura simile è stata applicata, dal 14 febbraio, al villaggio di Al ‘Araqa (Jenin) dopo la sparatoria nei pressi della Barriera. Infine, in seguito alla sparatoria nell’insediamento colonico di Beit El (15 febbraio), l’esercito israeliano ha chiuso il vecchio tracciato della Strada 60, nei pressi del Campo profughi di Al Jalazun, costringendo i palestinesi a percorrere una lunga deviazione per raggiungere la città di Ramallah.

All’inizio di questa settimana, le autorità israeliane hanno restituito uno dei corpi dei presunti autori di aggressioni contro israeliani. Sono ancora trattenuti dalle autorità i corpi di altri nove palestinesi, tutti ex residenti di Gerusalemme Est.

Un ragazzo palestinese 16enne è stato ucciso con arma da fuoco dalle forze israeliane, durante scontri vicino al Campo profughi di Al ‘Arrub (Hebron). Gli scontri nei territori palestinesi occupati hanno anche provocato il ferimento di 232 palestinesi, tra cui 69 minori. Dieci dei ferimenti sono avvenuti vicino alla recinzione perimetrale della Striscia di Gaza ed i restanti in Cisgiordania. La maggior parte degli scontri si sono verificati nel contesto di operazioni di ricerca-arresto, con il maggior numero di ferimenti avvenuti nel Campo profughi di Al Am’ari (Ramallah) e nel villaggio di Tuqu’ (Betlemme). In totale, le forze israeliane hanno condotto 103 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 133 palestinesi. Le restanti lesioni sono state segnalate durante scontri avvenuti nel corso di manifestazioni di solidarietà con i prigionieri palestinesi in sciopero della fame nelle carceri israeliane, in particolare Mohammad al QiQ, che ha già trascorso più di 80 giorni in sciopero della fame. Questi eventi portano il numero totale di palestinesi uccisi in scontri, a partire dall’inizio del 2016, a quattro, tre dei quali minori, e a 892 i feriti, tra cui 305 minori.

Il 13 febbraio, dopo una esercitazione militare israeliana svolta il 9 febbraio nei pressi del villaggio di Tayaser (Tubas), un palestinese 12enne è stato ferito, nei pressi della sua casa, dall’esplosione un ordigno residuato ed ha riportato ustioni di secondo grado. Ancora in questa settimana, un 11enne palestinese è morto per le ferite subite nel 2011, durante un attacco dell’aviazione israeliana su Gaza.

Nella Striscia di Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato, di terra e di mare, sono stati registrati almeno 8 casi in cui le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento contro civili palestinesi; non ci sono state vittime. Quattro palestinesi, tra cui tre minori, sono stati arrestati nei pressi della recinzione di confine che circonda Gaza, dopo aver attraversato in Israele senza autorizzazione.

Per mancanza dei permessi edilizi israeliani le autorità israeliane hanno distrutto 13 strutture in dodici comunità poste in Area C ed in Gerusalemme Est; quattro di tali strutture erano state donate come assistenza umanitaria. Come risultato 114 persone sono state sfollate, tra cui 59 minori, ed altre 203 persone sono state altrimenti coinvolte dal provvedimento. La demolizione più estesa ha colpito la comunità beduina palestinese di Ein ar Rashash (Ramallah), che si trova in un’area [dichiarata da Israele] “zona per esercitazioni a fuoco” e che è stata quasi completamente distrutta (43 strutture demolite). Il numero di strutture demolite e di sfollati, a partire dall’inizio del 2016, equivale a più della metà delle demolizioni e degli sfollamenti effettuati in tutto il 2015. Più di un terzo delle strutture demolite dall’inizio dell’anno erano state fornite come assistenza umanitaria a famiglie in difficoltà.

Sono stati registrati tre attacchi di coloni israeliani con lesioni a palestinesi o danni alle loro proprietà: l’aggressione ad un 65enne palestinese, nei pressi di Yatta (Hebron); lanci di pietre contro veicoli palestinesi vicino al villaggio di Azzun (Qalqiliya), con danni a un veicolo; lo sradicamento di cinque ulivi e lo spianamento di terreno nel villaggio di Kafr Sur (Tulkarem).

Il valico di Rafah, controllato dall’Egitto, è stato eccezionalmente aperto per tre giorni in entrambe le direzioni, consentendo l’ingresso in Gaza a 1.122 palestinesi e l’uscita ad altri 2.439, per lo più malati e studenti. Il valico è rimasto chiuso, anche per l’assistenza umanitaria, dal 24 ottobre 2014 ad eccezione di 42 giorni di aperture parziali. Le autorità di Gaza hanno segnalato che sono registrati e in attesa di attraversare oltre 25.000 persone con bisogni urgenti, tra cui circa 3.500 malati.

 

Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 17 febbraio, il Coordinatore Umanitario per i Territori Palestinesi occupati (oPT), Robert Piper, ha chiesto ad Israele di fermare immediatamente le demolizioni nei territori occupati della Cisgiordania e di rispettare il Diritto internazionale.

Dal 16 febbraio è tornato alla normalità l’accesso al villaggio di ‘Araqa (Jenin).

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: http://www.ochaopt.org/reports.aspx?id=104&page=1

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

sono scaricabili dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: in caso di discrepanze, fa testo la versione originale in lingua inglese. Nella versione italiana non sono riprodotti i

dati statistici ed i grafici.

Associazione per la pace – Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it; Web: https://sites.google.com/site/assopacerivoli




[Israele] prepara la prossima guerra contro il Libano tenendo d’occhio Gaza

L’aviazione e l’esercito israeliani stanno sincronizzando le loro operazioni per sconfiggere l’astuto Hezbollah in una guerra di breve durata .Ma le forze di terra dovrebbero migliorare.

di Amos Harel

Haaretz

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Il leader degli Hezbollah Hassan Nasrallah questa settimana ha formulato la sua periodica minaccia in una solenne occasione: il ventiquattresimo anniversario dell’assassinio da parte di Israele del suo predecessore, Abbas Musawi.

Nel 2006, durante la seconda guerra del Libano, Nasrallah è scampato a un tentativo israeliano di assassinarlo con un bombardamento che si basava su informazioni sbagliate. Ma questa settimana Nasrallah ha parlato in una situazione di relativa sicurezza.

L’entrata della Russia nella guerra civile siriana ha salvato il regime di Bashar Assad. L’asse sciita – alawita che appoggia il dittatore, inclusi almeno 5.000 combattenti Hezbollah [che operano] in prima linea, sta riportando significative vittorie circondando Aleppo al nord e avvicinandosi a Daraa al sud.

Questa volta la minaccia di Nasrallah – di usare la fabbrica di ammoniaca [situata] nella baia di Haifa come una “bomba atomica” per stabilire un equilibrio di forze tra Hezbollah e Israele durante una guerra – ha lo scopo di mantenere l’equilibrio della deterrenza a nord. La debole risposta di Hezbollah all’assassinio di Samir Kuntar [uno dei comandanti di Hezbollah ucciso da Israele in un’azione mirata, ndt] evidenzia la necessità per l’organizzazione di concentrarsi sulla Siria.

Nel suo discorso di martedì, Nasrallah ha cercato di trasmettere l’idea di forza sia per fini interni che esterni. I libanesi stanno pagando un prezzo pesante a causa della guerra in Siria – la morte di combattenti sciiti, gli attacchi dello Stato islamico in Libano e soprattutto l’ospitalità di oltre un milione di rifugiati. Nasrallah ha ricordato ai libanesi chi sta difendendo il Paese da Israele. Ha anche detto che per Israele è meglio non aumentare il suo coinvolgimento in Siria a causa dei recenti successi di Assad.

Attualmente il comportamento di Hezbollah lungo il confine è prudente. Sì, Hezbollah e le Guardie della Rivoluzione iraniane hanno attaccato Israele a Har Dov e nella parte israeliana [in realtà occupata da Israele, ndt] delle Alture del Golan con i drusi e con piccole unità palestinesi.

Ma questi attacchi erano in risposta a quello che Hezbollah considera come degli eccessi di Israele: attacchi contro la propria gente , esplosione di bombe in Libano e un attacco aereo in Libano vicino alla Siria. Le numerose incursioni aeree attribuite a Israele contro i convogli di Hezbollah e contro i depositi di armi sul lato siriano (la più recente avvenuta vicino a Damasco mercoledì notte) non hanno causato nessuna risposta di Hezbollah.

Oltre al fatto di essersi concentrati sulla Siria, sembra esserci un’altra ragione rispetto alla relativa moderazione di Hezbollah: [mantenere ] un equilibrio di deterrenza nella zona di confine.

Da una parte vi è l’enorme arsenale missilistico che Hezbollah ha accumulato sin dalla fine della seconda guerra del Libano. Dall’altra c’è la “dottrina Dahiya” del Capo di Stato Maggiore Gadi Eisenkot sulla guerra asimmetrica in zone urbane. In qualità di capo del Comando Nord, nel 2008 ha avvertito riguardo alle terribili distruzioni che Israele avrebbe arrecato al quartiere sciita di Beirut e ai villaggi sciiti del sud se fosse scoppiata un’altra guerra.

Secondo una valutazione dei servizi di informazione militare, per quest’anno il rischio di una guerra provocata da Hezbollah rimane basso. Ma lo stesso servizio di informazione ha rivisto questa valutazione a “medio termine”, sulla base del rischio che un errore di valutazione potrebbe portare a una guerra nel nord.

Sebbene il più probabile scenario di un escalation a breve termine riguardi i tunnel provenienti dalla Striscia di Gaza, il principale nemico contro cui i militari si stanno preparando è Hezbollah. L’esercito siriano, che in passato era la maggiore preoccupazione dell’IDF, è ora un corpo di guardia sospinto dai russi e dagli iraniani. È dubbio che possa sfidare Israele.

C’è un cambiamento nell’aria

La principale carta di Israele contro Hezbollah, sia come deterrente che in guerra, è la sua potenza di fuoco, che negli ultimi anni è migliorato con il potenziamento dell’aviazione e dell’ intelligence. Questo è un sistema gigantesco, fondato su enormi quantità di investimenti di denaro e di tempo. Permette un attacco incommensurabilmente più massiccio di quello condotto dall’IDF nel 2006 in Libano e di quello nel 2014 contro Hamas a Gaza.

Circa due mesi fa, Eisenkot ha destituito il comandante dell’artiglieria del Nord, Col. Ilan Levy, che aveva dimenticato nella sua macchina dei documenti riservati. La macchina è stata rubata con i documenti e anche se sono stati trovati e restituiti, Levy è stato allontanato. Per prima cosa, per sostituire Levy il comandante del Nord Aviv Kochavi ha nominato un ufficiale dell’aviazione.

La designazione è il frutto dell’idea, condivisa dal capo dell’aviazione Amir Eshel, della necessità di colpire nello stesso momento da terra e dall’aria. L’aviazione è attualmente in grado di colpire quotidianamente un più ampio numero di obiettivi durante i raid Può comprendere, analizzare e utilizzare molto meglio l’intelligence, eseguendo più sortite quotidiane con grande flessibilità cambiando obiettivi [da colpire] e missioni.

Il maggior impegno nella preparazione riguarda le aree urbane densamente popolate in coordinamento con le forze di terra. Il pesante bombardamento nel 2014 del quartiere di Shujaiyeh durante la guerra di Gaza sembra essere un’anticipazione della prossima guerra.

Un’altra principale mossa sta sul fronte della difesa. Circa cinque anni fa, quando le prime batterie di missili Iron Dome hanno fatto la loro comparsa, è cambiata l’efficacia del sistema antiaereo. Vi sono ora due sottosistemi, uno contro i missili e i razzi e l’altro per respingere gli aerei.

Quest’estate ci si aspetta un’altra modifica prima dell’entrata in funzione di un nuovo sistema di intercettazione a medio raggio, il Magic Wand [la Bacchetta Magica]. L’aviazione è arrivata alla conclusione che il nuovo sistema, insieme a ampi miglioramenti in altri sistemi d’arma, forma un sistema unificato contro i due tipi di minaccia. Questa modifica è destinata a ridurre il numero di passaggi tra l’alto commando e il campo [di battaglia]e per ridurre il tempo [necessario] a contrastare due tipi di minacce.

“Angoscia da manovra”

Ormai da molti anni il sistema decisionale israeliano ha favorito l’uso della forza aerea rispetto a quella di terra. La ragione è nota. La forza aerea combatte da lontano ed è ritenuta altamente tecnologica e precisa . Inoltre, rappresenta minori perdite per la parte israeliana.

Fin dagli anni ’90, la sempre minore accettazione della società israeliana riguardo alla morte dei soldati ha fortemente influenzato l’IDF. L’elevata preparazione dell’aviazione nel programmare e nel mettere in pratica le attribuisce un intrinseco vantaggio nella lotta per [accaparrarsi] le risorse. Il fatto che gli ultimi quattro capi del Direttivo di programmazione dell’IDF siano stati ufficiali dell’aviazione non ha creato nessun malumore. L’IDF ha identificato come suoi punti di forza l’aviazione e l’intelligence e li ha inondati di risorse, con l’approvazione del governo.

Nel frattempo si è aperta una falla, con l’immobilismo se non il declino delle forze di terra. Ciò è risultato chiaro nel 2006 nei 34 giorni di combattimento in Libano e nel 2014 nei 51 giorni di combattimento a Gaza. È stato difficile non accorgersi della contraddizione tra le dichiarazioni dei leader riguardo ad una guerra breve durata con una chiara vittoria e le capacità militari dimostrae sul campo.

Nell’ultima edizione di un periodico pubblicato dal “Dado Center for Interdisciplinary Military Studies [il Centro Dado di studi militari interdisciplinari, centro di analisi e studi strategici dell’esercito isrealiano, ndt]”, il capo delle forze di terra Guy Zur discute di questo limite con estrema sincerità. Egli individua i punti principali di un processo, chiamato Ground on the Horizon( Terra sull’Orizzonte), che ha condotto negli ultimi due anni per cambiare l’esercito .Egli descrive come ha verificato il declino dell’IDF nelle manovre di terra, dapprima come capo della Divisione 162 nella seconda guerra del Libano, poi in qualità di capo della pianificazione presso comando centrale.

“Quello che è rimasto impresso nella mia memoria è stata la difficoltà di chi prendeva le decisioni nel dare inizio alle manovre di terra. È diventato abbastanza chiaro molto presto che in ogni caso il ritardo nell’attacco di terra fino all’ultimo minuto appare come una decisione ragionevole e qualche volta molto giusta. Se è possibile realizzare l’obiettivo strategico dell’operazione, la deterrenza , sparando oltre il confine senza mettere a repentaglio le nostre forze, questo è sempre l’alternativa preferita”, scrive

Per usare le parole di Zur, “l’apporto di ogni armamento con il quale l’aviazione si dota è chiaro e concreto. Il rapporto tra i risultati e ogni shekel investito non solo appare evidente ma anche che ne è valsa la pena. In confronto l’esercito di terra è un enorme insieme di forze, ed è altamente costoso e complesso adeguare tali forze a un nuovo modello di guerra.”

L’aggiornamento delle forze di terra richiede un’alta capacità di conduzione della guerra in un contesto urbano, una maggiore efficacia [nel neutralizzare] gli ordigni esplosivi e i missili anti carro, un approvvigionamento logistico più efficiente “ e tutto ciò in enormi quantità senza che sia chiaro quale beneficio strategico e operativo possano offrire,” scrive.

Secondo Zur, “qualcosa non ha funzionato. È sembrato che entrambi, Hezbollah ed Hamas abbiano avuto un’immunità relativa nei loro territori e da una fase all’altra abbiano mostrato una costante capacità di miglioramento”.

Israele in otto anni è passata attraverso una guerra con il Libano e tre operazioni a Gaza, ciascuna con il timore di dispiegare la [propria ] forza. E ogni [guerra] è finita con un senso di amarezza. Tra gli ufficiali delle forze di terra lo slogan era “angoscia da manovra”, per definire la presa di decisione dell’IDFdi mettere in campo le forze di terra in profondità nel territorio nemico.

Zur ha avuto la preoccupante sensazione che la situazione dovesse essere cambiata. “ Era chiaro a chiunque come il concetto di vittoria fosse sfuggente, in un’era in cui i nemici non sono eserciti regolari arabi”, scrive.

“Contemporaneamente, in assenza di un simile concetto, sembrava che fossimo condannati a [compiere] un numero sempre maggiore di operazioni “feroci”, attese frustranti, decisioni eccessivamente tardive riguardo a limitate operazioni di terra…Le manovre d’ attacco a terra sono divenute l’ultima e non desiderabile opzione. Da un lato, lo Stato considera rischiose le operazioni che esigono un alto costo in vite umane. Dall’altro, sono importanti in misura ridotta rispetto alla più grande minaccia proveniente dal nemico: il lancio dei missili verso il nostro Paese”.

L’ultima guerra a Gaza ha esacerbato questa sensazione di crisi. Zur descrive in dettaglio le considerazioni dei comandanti delle truppe di terra e della necessità di “respingere la tentazione di continuare a sviluppare i settori più sicuri.”. Al contrario, l’idea è di cambiare, ma comprensibilmente egli è meno disponibile riguardo alla soluzione.

La soluzione , egli scrive, “non è più quella del passato” , più sistemi di difesa missilistica per i carri armati e veicoli più blindati. Egli preferisce delle alternative: “La giusta associazione delle forze dell’aria con quelle di terra in un sistema di comando unificato e di controllo e decisioni prese rapidamente che potrebbero causare effetti massicci anche affrontando un nemico la cui caratteristica è l’elusività.”

L’articolo, come i recenti discorsi di Eisenkot, indica che l’esercito di terra si sta preparando principalmente alla sfida di combattere Hezbollah, con qualche modifica per affrontare nemici più deboli, da Hamas ai gruppi collegati allo Stato islamico.

Un simile nemico è ben preparato a difendersi su un terreno difficile e fonda i suoi attacchi su una grande potenza di fuoco lungo tutto il fronte interno israeliano. Così, secondo Zur, sono necessarie due cose senza incrementare significativamente il numero dei soldati: “ colpire duro i centri decisionali del nemico e annientare efficacemente le sue attività nei territori di ampie dimensioni”.

Zur scrive che il problema è come compiere queste due cose contemporaneamente. E l’IDF deve assicurare un basso numero di perdite ed agire rapidamente in modo che i civili israeliani non debbano rifugiarsi nei ricoveri per settimane.

“Ritengo che “Ground on the Horizon” abbia prodotto una risposta innovativa al problema di come sconfiggere il nemico,” conclude Zur.

Altre idee includono la formazione di un reparto speciale (che in effetti ha preso forma a Gennaio) [con il compito di] rafforzare le unità tattiche di terra e un cambiamento della dottrina di appoggio logistico.

L’esercito, egli scrive, deve scegliere. Non può rafforzare tutte le unità contemporaneamente. “Non si tratta di magia o di una promessa che escluda dei rischi… Non abbiamo eliminato l’incertezza sull campo di battaglia,” scrive Zur. “Il percorso per migliorare il progetto è lungo e complesso”.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Rapporto OCHA della settimana 2-8febbraio 2016

Il 3 febbraio, nei pressi della porta di Damasco, a Gerusalemme Est, tre palestinesi hanno effettuato un attacco con coltelli ed armi da fuoco contro forze israeliane, uccidendo una poliziotta israeliana e ferendone un’altra. I tre autori (di 19 e 21 anni), tutti provenienti dal villaggio di Qabatiya (Jenin), sono stati uccisi durante l’attacco;

secondo quanto riferito, nessuno di loro apparteneva ad una qualche fazione. Nonostante la gravità dell’episodio, questa settimana ha fatto segnare, in Cisgiordania, il minor numero di attacchi contro israeliani a partire dall’ottobre 2015. L’episodio sopraccitato porta a 18 il numero dei palestinesi uccisi dall’inizio del 2016 nel corso di aggressioni contro israeliani; tra essi cinque minori.

Dopo l’attacco di cui sopra, le forze israeliane hanno bloccato, per tre giorni consecutivi, tutte le strade in entrata ed in uscita dal villaggio di Qabatiya (23.300 abitanti). Per i residenti l’accesso ai servizi ed ai luoghi di lavoro esterni al villaggio è stato gravemente compromesso; circa 300 permessi di lavoro, concessi ai residenti occupati in Israele, sono stati revocati. Durante gli stessi giorni sono stati registrati diversi scontri e operazioni di ricerca-arresto con conseguente ferimento di 61 palestinesi, tra cui 28 minori.

Durante la settimana sono avvenuti altri tre accoltellamenti all’interno di Israele, con conseguente ferimento di una donna israeliana e di due soldati; secondo quanto riferito, gli episodi sarebbero da collegare al clima di scontro. Uno degli aggressori, un cittadino straniero, è stato ucciso; due ragazze palestinesi di 13 anni, con cittadinanza israeliana, sono state arrestate. Un altro aggressore, la cui identità rimane ignota, è fuggito. [1]

Un 14enne palestinese è stato ucciso, con armi da fuoco, dalle forze israeliane in prossimità dell’ingresso del villaggio di Halhul (Hebron), presumibilmente dopo aver lanciato una bottiglia incendiaria; nello stesso contesto, e con armi da fuoco, è stato ferito anche un 13enne.

Numerosi scontri con le forze israeliane, avvenuti in varie località dei Territori palestinesi occupati, hanno provocato il ferimento di 138 palestinesi, tra cui 45 minori. Otto dei ferimenti si sono verificati nella Striscia di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale; i rimanenti in Cisgiordania. La maggior parte dei ferimenti verificatisi in Cisgiordania sono stati registrati nel contesto di scontri scoppiati durante le manifestazioni settimanali a Ni’lin (Ramallah) e Kafr Qaddum (Qalqiliya) e durante le operazioni di ricerca-arresto a Qabatiya (Jenin), nella città di Salfit, a Qabalan (Nablus) e al Campo profughi di Al Fawwar (Hebron).

L’8 febbraio, un civile palestinese è morto a causa del crollo di un tunnel per il contrabbando sotto il confine tra Gaza e l’Egitto. L’attività di contrabbando, lungo il confine con l’Egitto, era in gran parte già cessata dalla metà del 2013, in seguito alla distruzione o al blocco, ad opera delle autorità egiziane, della stragrande maggioranza delle gallerie. A quanto si sa, pochi tunnel sono rimasti parzialmente operativi.

Nella Striscia di Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato, a terra ed in mare, sono stati registrati almeno 13 casi in cui le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento contro civili palestinesi, senza causare vittime. Quattro pescatori sono stati arrestati in mare, dopo essere stati costretti dalle forze israeliane, secondo quanto riferito, a togliersi i vestiti e nuotare verso l’imbarcazione militare; due barche sono state confiscate. Inoltre, in un caso, le forze israeliane sono entrate a Gaza ed hanno spianato il terreno ad est della città di Rafah.

Il 3 febbraio, presso due comunità di pastori, a sud di Hebron (Jinba e Halaweh), le autorità israeliane hanno distrutto, o smontato e confiscato, 31 strutture, sfollando 139 persone. Queste e altre dieci comunità (circa 1.300 persone) sono a rischio di trasferimento forzato a causa della designazione dell’area [da parte di Israele], negli anni 80, come “zona chiusa destinata alle esercitazioni militari”. Alcune di queste comunità furono costituite prima dell’occupazione israeliana e sono in possesso dei documenti attestanti i loro diritti sulla terra. L’episodio consegue alla conclusione senza accordo di un processo di mediazione riguardante ricorsi inoltrati alla Corte Suprema israeliana contro la distruzione e lo sfratto di queste comunità.

Durante la settimana, in Cisgiordania, per mancanza dei permessi di costruzione rilasciati da Israele, sono state demolite o smontate e confiscate, altre 36 strutture di proprietà palestinese, 29 delle quali finanziate da donatori. Come risultato, 26 persone sono state sfollate, tra cui 15 minori; altre 26 persone sono state coinvolte in vario modo. Quattro delle strutture implicate si trovavano a Gerusalemme Est, in aree designate dalle autorità israeliane come “parco nazionale”. Le 157 strutture distrutte o smontate e sequestrate, dall’inizio del 2016 fino all’8 febbraio, equivalgono al 29% delle strutture prese di mira in tutto il 2015.

Sempre in questa settimana, le autorità israeliane hanno emesso nove ordini di demolizione e sequestro contro le case di famiglia di nove presunti autori di attacchi contro israeliani, ponendo le famiglie a rischio sfollamento. Le demolizioni punitive sono una forma di punizione collettiva e, in quanto tali, sono illegali secondo il diritto internazionale.

Un palestinese è stato aggredito e ferito da coloni israeliani nei pressi dell’insediamento di Kiryat Arba (Hebron). In un altro caso, agricoltori di Iraq Burin (Nablus) hanno riferito il furto di due asini da parte di coloni israeliani provenienti dall’insediamento di Bracha. Inoltre, coloni israeliani della fattoria-avamposto di Ma’on hanno impedito ad alunni palestinesi di raggiungere la loro scuola nel villaggio di At-Tuwani (Hebron).

Il 6 febbraio, nei pressi dell’insediamento di Karmei Tzur (Hebron), ignoti hanno incendiato una tenda eretta da coloni israeliani, e utilizzata come sinagoga, su un terreno di proprietà privata palestinese. Una struttura precedente, eretta sullo stesso sito, era stata demolita dalle autorità israeliane nel 2015, in seguito ad una petizione inoltrata presso il tribunale dai proprietari dei terreni. Il Segretario generale dell’ONU ha condannato l’incendio doloso ed ha invitato tutte le parti a rispettare l’inviolabilità dei luoghi sacri.

I media israeliani hanno riferito cinque episodi di lanci di pietre da parte palestinese contro veicoli con targa israeliana, con conseguenti danni a tre veicoli e alla metropolitana leggera di Gerusalemme.

Durante il periodo di riferimento il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è stato chiuso in entrambe le direzioni. Il valico è rimasto chiuso, anche per l’assistenza umanitaria, dal 24 ottobre 2014 ad eccezione di 39 giorni di aperture parziali. Le autorità di Gaza hanno segnalato che sono registrati e in attesa di attraversare oltre 25.000 persone con bisogni urgenti, tra cui circa 3.500 malati.

[1] I dati OCHA per la protezione dei civili includono gli episodi che si sono verificati al di fuori dei Territori occupati solo se risultano coinvolti, sia come vittime che come aggressori, persone residenti nei Territori occupati.

Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Tra il 9 e 11 febbraio, le autorità israeliane hanno distrutto almeno 80 abitazioni con le relative strutture ausiliarie di sussistenza, in sette comunità palestinesi in Area C, tutte situate nella valle del Giordano tranne una, sfollando circa 60 persone, la metà delle quali minori.

Il 10 febbraio, le forze israeliane hanno ucciso un ragazzo palestinese 15enne durante scontri all’ingresso del campo profughi di Al Arrub (Hebron).

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

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L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

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nota 2: in caso di discrepanze, fa testo la versione originale in lingua inglese. Nella versione italiana non sono riprodotti i

dati statistici ed i grafici.

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Gaza: perché lo status quo porterà alla guerra

Ma’an News

di Ramzy Baroud

Non è vero che da quando Hamas ha vinto le elezioni parlamentari nel 2006 nei Territori Palestinesi Occupati ci sono state solo tre guerre. Ce ne sono state altre che sono state giudicate senza importanza o delle “scaramucce”. L’operazione “Eco di ritorno” nel marzo 2012, per esempio, ha ucciso e ferito oltre cento persone. Ma poiché il numero di morti rispetto agli altri attacchi più importanti è sembrato di poco conto, non è stata citata come una “guerra” in senso stretto.

In base a questa logica, le cosiddette operazioni “Piombo fuso” (2008-09), “Pilastro di difesa” (2012) e la più letale di tutte, “Margine protettivo” (2014), sono state abbastanza gravi da essere citate in ogni discussione importante, soprattutto quando si prende in considerazione la prospettiva di una nuova guerra israeliana contro Gaza. E’ importante notare che la maggior parte dei media, più o meno importanti, accolgono le denominazioni israeliane della guerra, non quelle dei palestinesi. Per esempio, i gazawi si riferiscono al loro ultimo scontro con Israele come alla “battaglia di Al-Furqan [nel Corano, la lotta tra il Bene el Male. Ndtr.]”, un termine che non abbiamo praticamente mai sentito nominare in riferimento alla guerra.

Osservare il discorso israeliano sulla guerra come il principale fattore per comprendere la guerra contro la resistenza è più rilevante della questione del linguaggio in altre aree. Le sofferenze a Gaza non sono mai cessate, non a partire dall’ultima guerra, ma da quella precedente o da quella prima ancora. Ma solo quando Israele comincia a riflettere sulla guerra come un’opzione reale, molti di noi ritornano su Gaza per discutere delle varie violente possibilità che si prospettano.

Il problema di ignorare Gaza finché le bombe israeliane iniziano a cadere è parte integrante del modo di pensare collettivo israeliano – del governo come della società. Gideon Levy, uno dei pochissimi giornalisti israeliani sensibili nei giornali più importanti ne ha scritto in un suo recente articolo su Haaretz. “L’ossessione per la paura e l’eterno crogiolarsi nel terrore in Israele ci ricorda improvvisamente l’esistenza del ghetto confinante,” ha scritto in riferimento a Gaza e al suono di tamburi di guerra israeliani. “Solo allora qui ci ricordiamo di Gaza. Quando spara, o almeno scava.. (solo allora) ci viene in mente della sua esistenza. L’Iran è uscito dalle priorità. La Svezia non provoca abbastanza paura [si riferisce alle dichiarazioni della ministra degli Esteri svedese contro le politiche israeliane nei confronti dei palestinesi. Ndtr.]. Hezbollah è impegnato. Così torniamo a Gaza.”

Di fatto, l’eccessivamente violento passato di Israele a Gaza non dipende dal relativo controllo da parte di Hamas di quel luogo terribilmente povero ed assediato, e neppure, come nell’opinione comune, è legato alla divisione in fazioni dei palestinesi. Sicuramente, la forza di Hamas là non rappresenta certo un incentivo per Israele a lasciar perdere Gaza, e la penosa divisione in fazioni dei palestinesi raramente migliora la situazione. Tuttavia, il problema di Israele riguarda la stessa idea che ci sia là un’entità palestinese che osi sfidare la dominazione di Israele e osi resistere.

Peraltro la tesi secondo cui sia la resistenza armata, in particolare, che fa infuriare particolarmente Israele è errata. La resistenza violenta può accelerare la rappresaglia israeliana e l’intensità della sua aggressione, ma, come stiamo osservando in Cisgiordania, nessuna forma di resistenza è mai stata permessa, non solo ora, non solo da quando l’Autorità Nazionale Palestinese è stata fondamentalmente contrattata per controllare la popolazione palestinese, e sicuramente non [è permessa] da quando è iniziata l’occupazione militare israeliana nel 1967.

Israele vuole avere il monopolio totale della violenza e questo è l’essenziale. Una rapida rassegna della storia di Israele contro la resistenza palestinese in tutte le sue forme è indicativa del fatto che la narrazione di Israele contro Hamas è sempre stata riduttiva, in parte perché è stata politicamente vantaggiosa per Israele, ma anche utile alle dispute interne tra palestinesi.

Fatah, che è stato il più grande partito politico palestinese finché Hamas ha vinto 76 dei 132 seggi del parlamento legislativo alle elezioni dell’inizio del 2006, ha giocato un ruolo fondamentale nella costruzione di questa versione fuorviante, che vede le passate guerre e l’attuale conflitto esclusivamente come una lotta tra Hamas, come avversario politico, e Israele.

Quando sette combattenti di Hamas sono stati recentemente uccisi dopo che è crollato un tunnel – distrutto da Israele durante la guerra del 2014 e che era in corso di ricostruzione – Fatah ha emesso un comunicato su Facebook. Questo comunicato non manifestava solidarietà con i vari movimenti di resistenza che hanno agito in condizioni terribilmente difficili e con un assedio continuo per anni, ma accusava i “mercanti di guerra” – in riferimento ad Hamas – che, secondo Fatah, “non sanno fare altro che ridurre in cenere i loro giovani.”

Ma quale altra possibilità ha realmente la resistenza a Gaza?

Il governo di unità, che era stato concordato sia da Fatah che da Hamas nell’accordo del campo di rifugiati Al- Shati nell’estate del 2014, non ha portato a nessun risultato pratico, lasciando Gaza senza un governo funzionante e con un peggioramento dell’assedio. Questa situazione, per ora, segna il destino di una soluzione politica che coinvolga una dirigenza palestinese unitaria.

La sottomissione a Israele è la peggior soluzione possibile. Se la resistenza a Gaza avesse abbandonato le armi, Israele avrebbe tentato di ricreare lo scenario successivo alla guerra in Libano del 1982, quando ha pacificato i suoi nemici usando una violenza estrema e poi ha affidato ai suoi alleati collaborazionisti la risistemazione del successivo panorama politico. Se qualche palestinese si offrisse di svolgere questo indegno ruolo, la società civile di Gaza probabilmente lo stigmatizzerebbe completamente.

Anche un terzo scenario, in cui Gaza sia libera e le speranze politiche del popolo palestinese siano rispettate, è improbabile che si concretizzi presto, considerando il fatto che Israele non ha nessuna ragione per sottostare a questa opzione, almeno per il momento.

Ciò lascia la guerra come l’unica reale e tragica possibilità. L’analista israeliano Amost Harel, nel suo articolo [su Haaretz. Ndtr.], “Il desiderio di Hamas di incrementare gli attacchi in Cisgiordania potrebbe innescare una nuova guerra a Gaza”, ha messo in evidenza il ragionamento che sta dietro questa logica.

“Finora Israele e le forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese hanno avuto successo nel far fallire i piani di Hamas,” ha scritto, riferendosi alle sue affermazioni secondo cui Hamas sta tentando di cooptare la continua rivolta in Cisgiordania.

In uno dei vari scenari che propone, “il primo è che il successo di un attacco di Hamas in Cisgiordania provochi una risposta israeliana contro il gruppo a Gaza, che porterebbe le due parti ad un scontro.”

Nella maggior parte delle analisi israeliane c’è un quasi totale disconoscimento delle ragioni dei palestinesi, a parte una qualche aleatoria inclinazione a commettere atti di ‘terrore’. Naturalmente, la realtà raramente si avvicina all’egocentrica versione dei fatti di Israele, come correttamente è stato sottolineato dallo scrittore israeliano Gideon Levy.

Dopo la sua più recente visita a Gaza Robert Piper, inviato dell’ONU e coordinatore umanitario per i Territori Occupati, ha lasciato la Striscia con una desolante affermazione: solo 859 delle case distrutte nell’ultima guerra sono state ricostruite. Ha condannato il blocco per le sofferenze di Gaza, ma anche la mancanza di comunicazione tra il governo di Ramallah e il movimento di Hamas a Gaza.

“Non ci sono speranze per la fondamentale fragilità di Gaza,” ha detto all’AFP, e la situazione “rimane quella di una francamente disastrosa parabola di de-sviluppo e radicalizzazione, per quello che ne posso dire.”

Del blocco ha affermato che “è un blocco che impedisce agli studenti di andare all’università per continuare i loro studi in altri luoghi. E’ un blocco che impedisce ai malati di avere le cure di cui hanno bisogno.”

In base a questo contesto, è difficile immaginare che un’altra guerra non sia imminente. Le iniziative strategiche, politiche e militari di Israele, allo stato attuale, non permetteranno a Gaza di vivere con un livello minimo di dignità. D’altra parte, la storia della resistenza di Gaza rende impossibile immaginare uno scenario in cui la Striscia alzi bandiera bianca e attenda la prevista punizione.

Ramzy Baroud è un editorialista di fama internazionale, autore e fondatore di PalestineChronicle.com. Il suo ultimo libro è “Mio padre era un combattente per la libertà: la storia mai raccontata di Gaza.”

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’agenzia Ma’an News.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto sulla Protezione dei Civili nei Territori Palestinesi occupati riguardante il periodo: 26 gennaio – 2 febbraio 2016

Durante la settimana sono stati registrati cinque attacchi e presunti attacchi di palestinesi contro israeliani, con il conseguente ferimento di cinque israeliani, tra cui tre soldati ed un 17enne; due dei sospetti responsabili palestinesi sono stati uccisi sul posto, uno è rimasto ferito ed altri quattro arrestati.

Uno degli episodi, il 31 gennaio, ha avuto come protagonista un poliziotto palestinese che ha aperto il fuoco contro i soldati israeliani che presidiano uno dei posti di blocco che controllano l’accesso alla città di Ramallah (DCO checkpoint). Gli altri episodi includono uno speronamento con l’automobile ad un posto di blocco ad ovest di Ramallah e tre accoltellamenti e presunti accoltellamenti: vicino alla Barriera nel governatorato di Tulkarem ed a Gerusalemme Est (due casi).

Dopo il sopraccitato attacco con arma da fuoco al checkpoint DCO, l’esercito israeliano ha drasticamente limitato l’accesso e l’uscita dalla città di Ramallah, rendendo problematico l’accesso delle persone ai servizi ed ai luoghi di lavoro. Il checkpoint DCO è stato completamente chiuso e sono stati allestiti posti di blocco sulle due gallerie che collegano la città ai villaggi orientali attraverso Ein Yabrud e Yabrud, così come lungo una delle principali strade di collegamento con la strada 60 (attraverso il villaggio di ‘Ein Siniya). All’inizio di questa settimana, altri due percorsi che collegano alcuni villaggi ad ovest di Ramallah con la città (attraverso i villaggi di Beit ‘Ur at Tahta e Deir Ibzi’) erano già stati bloccati, incanalando il traffico verso deviazioni più lunghe.

I corpi di dieci palestinesi, tutti ex residenti di Gerusalemme Est, sospettati di aver condotto attacchi contro israeliani, sono tuttora trattenuti dalle autorità israeliane. All’inizio di questa settimana le autorità israeliane avevano restituito due corpi di quelli precedentemente trattenuti.

Durante la settimana, 46 palestinesi, tra cui 16 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane nel corso di proteste e scontri avvenuti in varie località dei territori palestinesi occupati. Tale numero di feriti è il più basso tra quelli registrati in una singola settimana dall’inizio dell’escalation di violenza nel mese di ottobre 2015. Sei dei ferimenti sono avvenuti in prossimità della recinzione perimetrale della Striscia di Gaza ed i restanti in Cisgiordania. Gli scontri in Cisgiordania si sono verificati durante le manifestazioni settimanali a Bil’in e Ni’lin (entrambi nel governatorato di Ramallah) ed a Kafr Qaddum (Qalqiliya); durante operazioni di ricerca-arresto in Ya’bad (Jenin) e nell’Università Al Quds di Abu Dis (Gerusalemme); durante scontri nei pressi di Abu Dis (Gerusalemme), Silwad (Ramallah) e nell’area H2 di Hebron. In quest’ultima località, dieci studenti che frequentano una scuola adiacente al luogo degli scontri, hanno subìto lesioni causate da inalazione di gas lacrimogeno.

Secondo i mezzi di informazione, a nord est della città di Gaza, sette membri di un gruppo armato palestinese sono morti in seguito al crollo di un tunnel militare.

Nella Striscia di Gaza sono stati registrati almeno 17 episodi di apertura del fuoco di avvertimento da parte delle forze israeliane verso civili palestinesi in Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare; nessuna vittima, ma gli agricoltori ed i pescatori sono stati costretti ad abbandonare le posizioni.

Per mancanza dei permessi edilizi israeliani, le autorità israeliane hanno demolito 42 strutture di proprietà palestinese in tre comunità in Area C e Gerusalemme Est; tra esse: 32 abitazioni, sette cisterne per l’acqua ed una struttura agricola. Come risultato, 168 persone, tra cui 94 minori, sono stati sfollati ed altri 24 sono stati diversamente colpiti dal provvedimento. Una delle comunità colpite, la comunità beduina di Ein Ayoub, situata nel governatorato di Ramallah, venne completamente demolita nel dicembre 2013.

Le autorità israeliane hanno informato la Corte Suprema circa la loro intenzione di eseguire, senza ulteriore avvertimento, ordini di demolizione nella comunità pastorizia palestinese di Susiya (Hebron); gli ordini erano stati emessi contro strutture costruite presumibilmente in violazione di una precedente ingiunzione del tribunale. Secondo le informazioni fornite verbalmente dalle autorità israeliane, questa decisione potrebbe riguardare fino a 40 strutture. Le autorità si sono impegnate a fornire un preavviso di 45 giorni qualora decidessero di demolire altre struttura della comunità.

Il 27 gennaio, tutti i residenti della comunità pastorizia palestinese di Khirbet ar Ras al Ahmar (Tubas), costituita da 11 famiglie, tra cui 23 minori, sono stati sfollati dalle loro case per nove ore, per far posto ad una esercitazione militare israeliana. Questa comunità è una delle 38 comunità pastorizie beduine palestinesi (6.224 persone) situate in aree definite dalle autorità israeliane come “zone chiuse per l’addestramento militare a fuoco”.

In due diversi episodi avvenuti in Area C, le forze israeliane hanno sequestrato camion e materiali da costruzione a motivo del loro utilizzo per “lavori non autorizzati”. Il sequestro ha riguardato tre camion utilizzati per un progetto di ristrutturazione finanziato da un donatore umanitario nella comunità di Ad Deir, nel nord della Valle del Giordano (Tubas).

La Corte Suprema israeliana ha respinto le petizioni presentate contro il tracciato della Barriera vicino alla città di Beit Jala (Betlemme). I firmatari hanno sostenuto che la Barriera pregiudicherà i loro mezzi di sussistenza agricola, danneggerà il tessuto delle loro comunità e causerà danni ambientali ai terrazzamenti agricoli storici.

I media israeliani hanno riportato quattro episodi di lancio di sassi da parte di palestinesi contro veicoli a targa israeliana, con il conseguente ferimento di un colono e danni a due veicoli israeliani ed alla metropolitana leggera di Gerusalemme. Inoltre, durante il periodo di riferimento, è stato registrato un attacco di coloni in Arraba (Jenin), con il taglio di almeno dieci mandorli di proprietà palestinese.

Durante la settimana, nella Striscia di Gaza si sono verificate interruzioni di corrente fino a 20 ore/giorno, rispetto alle 12-16 ore/giorno precedenti. Le cause stanno nei guasti sulle linee elettriche di alimentazione provenienti da Israele e dall’Egitto e nella scarsa fornitura di combustibile, insufficiente al funzionamento della Centrale elettrica di Gaza. Un uomo di 53 anni è morte avvelenato dalle esalazioni tossiche emesse dal carbone utilizzato per riscaldare la sua casa.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah, controllato dall’Egitto, è stato chiuso in entrambe le direzioni. Il valico è rimasto chiuso, anche per l’assistenza umanitaria, dal 24 ottobre 2014, ad eccezione di 39 giorni di aperture parziali. Le autorità di Gaza hanno indicato che più di 25.000 persone con bisogni urgenti, di cui circa 3.500 malati necessitanti di cure, sono registrate ed in attesa di attraversare in Egitto.

Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 3 febbraio, in Gerusalemme Est, palestinesi hanno compiuto un attacco con coltello ed arma da fuoco; l’episodio si è concluso con l’uccisione di una donna poliziotto israeliana e dei tre presunti responsabili; almeno una ulteriore poliziotta è stata ferita.

Il 2 febbraio, le forze israeliane hanno distrutto 24 abitazioni in due comunità nel sud di Hebron (Massafer Yatta); tali comunità sono a rischio di trasferimento forzato a causa della precedente designazione dell’area come “zona per esercitazioni a fuoco”; 134 persone sono state sfollate a seguito delle demolizioni.

Il 2 febbraio, l’accesso in entrata/uscita dalla città di Ramallah è tornato alla normalità.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: http://www.ochaopt.org/reports.aspx?id=104&page=1

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

sono scaricabili dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: in caso di discrepanze, fa testo la versione originale in lingua inglese. Nella versione italiana non sono riprodotti i

dati statistici ed i grafici.

Associazione per la pace Gruppo di Rivoli TO




Che cosa spinge i funzionari della sicurezza palestinese a ribellarsi contro gli israeliani?

La situazione in Cisgiordania ha spinto alcuni palestinesi a perpetrare un’occupazione contro il loro stesso popolo

di Edo Konrad

+972 Magazine

Domenica mattina il 34enne Amjed Sakari, membro dei servizi di sicurezza palestinesi, ha guidato la macchina fino ad un checkpoint israeliano riservato esclusivamente al personale dell’Autorità Nazionale Palestinese. Alla richiesta di esibire il suo documento di identità, è saltato fuori dalla macchina ed ha aperto il fuoco, ferendo tre soldati israeliani. Come reazione, l’esercito israeliano ha posto Ramallah, la capitale politica e finanziaria della Cisgiordania, sotto assedio quasi totale.

Sakari, guardia del corpo del procuratore capo palestinese, è solo il secondo membro delle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese ad aver compiuto un attacco da quando, lo scorso ottobre, è scoppiata l’ultima ondata di violenze. Il primo è stato Mazan Hasan Ariva, un funzionario dell’intelligence dell’ANP, che ha aperto il fuoco contro un civile israeliano ed un soldato al checkpoint di Hizma, vicino a Ramallah, nel dicembre dell’anno scorso.

Come ha sottolineato Amos Harel (uno dei più importanti commentatori israeliani in materia di difesa, ndt), è troppo presto per dire se le azioni di Sakari e Ariva preannunciano ciò che sta per accadere, e per ora l’attuale momento politico dovrebbe concedere una pausa.

Dall’inizio dell’occupazione nel 1967 fino al 1993, Israele ha costituito l’unico potere sovrano in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Gli Accordi di Oslo hanno prodotto una serie di accordi politici ed economici tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), il più importante dei quali è stato la creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) – un’entità provvisoria di autogoverno insediata per gestire le questioni di sicurezza e civili in alcune parti della Cisgiordania e della Striscia di Gaza.

L’ANP, mentre non è stata autorizzata ad avere un esercito, ha potuto creare le proprie forze di sicurezza, comprese polizia e servizi segreti. Queste forze agiscono in collaborazione con lo Shin Bet (servizi di sicurezza israeliani, ndt.) e con l’esercito israeliano per sventare attacchi contro civili e militari israeliani, ed anche per impedire rivolte contro l’ANP nelle aree A e B.

Sulla carta, Oslo ha delineato un processo di anni per garantire un’autonomia graduale ai palestinesi nei territori occupati. In realtà, i successivi governi israeliani hanno usato l’ANP per affidare i compiti di sicurezza dell’esercito israeliano alla nascente polizia palestinese, addestrata dagli americani.

Intanto, la colonizzazione israeliana ha continuato ad erodere la già minacciata contiguità territoriale in Cisgiordania. Oggi si contano più di mezzo milione di coloni israeliani oltre la Linea Verde (linea di demarcazione stabilita con l’armistizio del 1949 tra Israele e i paesi arabi, ndt.), appoggiati da uno dei governi maggiormente favorevoli alle colonie della storia di Israele.

pa-policeLa polizia dell’Autorità palestinese cerca di impedire ai giovani del campo profughi Aida di scontrarsi con le forze israeliane, Betlemme, Cisgiordania , 27 settembre 2013.(Ryan Rodrick Beiler/Activestills.org)

I palestinesi della Cisgiordania hanno incominciato a provare rancore verso il proprio governo tanto quanto verso il potere israeliano. Secondo un sondaggio pubblicato a dicembre dal Centro Palestinese per la Politica e la Ricerca, due terzi dei palestinesi chiedono che il presidente Mahmoud Abbas si dimetta. Inoltre, il sondaggio rivela che se si tenessero oggi le elezioni presidenziali, un candidato di Hamas, la fazione avversa, otterrebbe una netta vittoria su Abbas.

L’attuale compromesso è utile sia al governo israeliano che alle elite palestinesi a Ramallah: Abbas può utilizzare le sue forze di sicurezza per reprimere la violenza e il dissenso, da parte di singoli individui e di Hamas. Per Israele, Abbas è un capro espiatorio – colui che può essere biasimato per le mosse unilaterali per ottenere il riconoscimento internazionale o ogni volta che la violenza esplode in Cisgiordania. Nonostante ciò che Netanyahu possa far credere, comunque il governo di Abbas è la chiave del futuro dell’occupazione israeliana.

Allora che cosa fanno quei palestinesi che sono inseriti nell’apparato di sicurezza quando si rendono conto che la partita è truccata – che loro stessi stanno svolgendo il compito dei soldati occupanti contro il proprio popolo? Che cosa fanno quando capiscono che, di fatto, non c’è via d’uscita?

Un’occhiata alla pagina Facebook di Sakari getta una luce sul suo dilemma. Nelle prime ore di domenica mattina, Sakari ha pubblicato su Facebook una sua dichiarazione in cui afferma che non ha senso vivere “finché l’occupazione opprime le nostre anime ed uccide i nostri fratelli e sorelle.” La notte precedente, Sakari ha pubblicato un’affermazione, secondo cui “Ogni giorno abbiamo notizie di morti….Perdonatemi, forse io sarò il prossimo.”

Gli israeliani sono giustamente spaventati dalla prospettiva di ulteriori attacchi proprio da parte delle persone impegnate a proteggerli. Il collasso dell’ANP non è impossibile; un crescente numero di membri del servizio di sicurezza palestinese che si rivoltano contro i loro padroni israeliani, sostenuti da un’indomabile popolazione civile ormai sull’orlo di un’autentica rivolta popolare, potrebbe mettere fine al “coordinamento sulla sicurezza” su cui si basa Israele per mantenere lo status quo. Il problema è se la leadership israeliana possa offrire un progetto alternativo che garantisca reale potere ed autorità al popolo palestinese, non solo ai suoi subappaltatori.

 

Edo Konrad è uno scrittore, blogger e traduttore, che vive a Tel Aviv. Ha precedentemente lavorato come redattore di Haaretz, ed è attualmente vicedirettore di +972 Magazine.

( Traduzione di Cristiana Cavagna)

Riferimento Twitter: @edokonrad




Rapporto sulla Protezione dei Civili nei Territori Palestinesi occupati riguardante il periodo: 12 – 25 gennaio 2016 (2 settimane)

Nelle due settimane di riferimento sono stati registrati otto aggressioni e presunte aggressioni palestinesi con conseguente uccisione di due colone israeliane e otto degli autori e presunti autori palestinesi, tra cui quattro minori (una 13enne e tre 17enni).

Altre due israeliane, una delle quali incinta, sono rimaste ferite. Solo uno dei presunti responsabili, un ragazzo di 16 anni fuggito dal luogo dell’aggressione, è stato successivamente arrestato. Tutti gli episodi sono avvenuti in Cisgiordania: quattro ai posti di blocco militari nei governatorati di Nablus e Hebron e altri quattro all’interno o all’ingresso degli insediamenti israeliani di ‘Otniel, Teqoa, Anatot e Beit Horon. In un ulteriore episodio, secondo quanto riferito, palestinesi hanno aperto il fuoco contro un veicolo israeliano nei pressi dell’insediamento di Dolev (Ramallah), senza causare vittime. Dal 1° ottobre 2015, nei Territori palestinesi occupati e in Israele, nel corso di attacchi palestinesi e presunti attacchi contro israeliani, sono stati uccisi 105 palestinesi, tra cui 25 minori, e 25 israeliani [1].

Le autorità israeliane attualmente trattengono i corpi di 12 palestinesi sospettati di aver compiuto aggressioni contro israeliani; alcuni sono stati trattenuti fino a 110 giorni. All’inizio di questo mese, le autorità israeliane hanno restituito decine di corpi che avevano trattenuto, ad accezione dei residenti in Gerusalemme Est.

In due diversi scontri, uno scoppiato durante una operazione di ricerca-arresto a Beit Jala (Betlemme) e l’altro durante manifestazioni ad est del Campo profughi di Al Bureij, vicino alla recinzione che circonda Gaza, le forze israeliane hanno ucciso, con armi da fuoco, tre palestinesi. Durante scontri con le forze israeliane vicino alla città di Al ‘Eizariya, un altro palestinese 17enne è rimasto ucciso allorché un ordigno che egli stava maneggiando è prematuramente esploso.

Durante proteste e scontri avvenuti in varie zone dei Territori palestinesi occupati, sono stati feriti dalle forze israeliane 400 palestinesi, tra cui 130 minori. Anche se, rispetto alle due settimane precedenti, questo numero risulta raddoppiato, tuttavia equivale ad un quinto della media bisettimanale dei ferimenti (2.090) dell’ultimo trimestre del 2015. Dei 400 ferimenti, 30 si sono verificati durante proteste e scontri vicino alla recinzione perimetrale nella Striscia di Gaza. I rimanenti 370 sono stati registrati in Cisgiordania: durante le manifestazioni settimanali a Bil’in, Ni’lin (entrambi a Ramallah) e Kafr Qaddum (Qalqiliya); durante scontri nei pressi della Barriera nella città di Adu Dis (Gerusalemme) e all’ingresso di Silwad (Ramallah); e nel corso di dodici distinte operazioni di ricerca-arresto. In due delle operazioni di ricerca-arresto, sono stati feriti tre soldati e poliziotti di frontiera israeliani, uno dei quali colpito da arma da fuoco. Almeno venti dei ferimenti registrati in Cisgiordania (pari al 5%) e otto di quelli avvenuti nella Striscia di Gaza (pari al 27%) sono stati causati da armi da fuoco, mentre la maggior parte dei rimanenti sono dovuti a proiettili di gomma e gas lacrimogeni (solo le persone che ricevono assistenza medica vengono registrate come “feriti”).

Il 13 gennaio, le forze israeliane hanno sparato un missile contro un sito vicino alla città di Beit Lahiya, uccidendo un membro di un gruppo armato e ferendone altri due; ferito anche un civile. Secondo quanto riferito, in almeno un caso, un gruppo armato di Gaza ha lanciato un razzo contro Israele, senza provocare feriti o danni. Inoltre, in tre diverse circostanze, le forze israeliane sono entrate a Gaza ed hanno spianato il terreno ed effettuato scavi; in un altro caso, hanno arrestato due pescatori e requisito la loro barca.

In Area C e a Gerusalemme Est, in 24 distinte circostanze, per mancanza di permessi edilizi rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito, oppure smontato e confiscato, 58 strutture di proprietà palestinese; 39 persone, tra cui 21 minori, sono state sfollate ed altre 333 sono state in vario modo coinvolte. Tre degli episodi hanno avuto luogo nelle comunità beduine di Jabal al Baba e Abu Nuwar, ad est di Gerusalemme, e ad Al Mashru’, in Gerico: sono state distrutte o confiscate 16 strutture, 14 delle quali fornite come assistenza umanitaria per rimediare a precedenti demolizioni. Queste comunità sono a rischio di trasferimento forzato, a seguito di un piano di “rilocalizzazione” avanzato dalle autorità israeliane. Le prime due comunità si trovano all’interno di un’area attribuita [da Israele] al piano di insediamento E1 che servirà a collegare l’insediamento [colonico] di Ma’ale Adumim a Gerusalemme Est. Il 19 gennaio, in seguito ad una visita alla comunità di Abu Nuwar, compiuta insieme ad un folto gruppo di diplomatici, Robert Piper, Coordinatore Umanitario per i Territori palestinesi occupati (OPT), e Felipe Sanchez, Direttore delle Operazioni UNRWA [Agenzia ONU per i rifugiati] in Cisgiordania, hanno condannato lo smantellamento dell’assistenza umanitaria ed hanno chiesto la fine immediata dei piani israeliani di trasferimento forzato dei beduini palestinesi nella zona di Gerusalemme. Questa richiesta è stata ribadita il 26 gennaio dal Segretario Generale delle Nazioni Unite.

Sempre in Area C, in episodi diversi, le forze israeliane hanno requisito veicoli ed attrezzature, con la motivazione che gli stessi erano impiegati per realizzare “opere non autorizzate”. Le requisizioni includono: due veicoli da cantiere utilizzati per un progetto di agricoltura, finanziato da donatori, nel villaggio di Tayaseer (Tubas); tre trattori privati a Jenin, Nablus e Betlemme; attrezzature per scavi in Um Fagarah, a sud di Hebron.

Coloni israeliani, sostenuti da militari, hanno occupato due edifici nella zona della città di Hebron controllata da Israele (H2), rivendicandone la proprietà e sgomberando con la forza una famiglia di nove persone residenti in uno degli edifici; il giorno successivo, a seguito di denunce da parte dei proprietari palestinesi, le forze israeliane hanno evacuato i coloni dalle proprietà. Inoltre, durante il periodo di riferimento, per proteggere un gruppo di coloni israeliani entrati nel villaggio di ‘Awarta per visitare un sito religioso, soldati israeliani hanno occupato per alcune ore il tetto della Scuola Secondaria maschile, causando danni alle porte della scuola. Nella Città Vecchia di Gerusalemme, presunti coloni israeliani hanno spruzzato graffiti offensivi sui muri e sulle porte di una chiesa.

Durante questo periodo, in quattro diversi episodi verificatisi sulle strade della Cisgiordania, due autisti di autobus israeliani sono rimasti feriti in seguito a lanci di sassi da parte di palestinesi, e due veicoli palestinesi sono stati danneggiati da sassi lanciati da coloni israeliani.

In tutta la Cisgiordania le forze israeliane hanno dispiegato centinaia di posti di blocco “volanti”, ostacolando il movimento dei palestinesi. Nuovi cncelli stradali e barriere di terra sono stati posizionati agli ingressi dei villaggi di Nahalin (Betlemme), ‘Awarta e Odala (Nablus), Beit Imra (Hebron). Nella città di Hebron ed in altre località del governatorato, la maggior parte delle strade principali, aperte all’inizio di gennaio, sono rimaste aperte. L’accesso dei palestinesi alla zona di insediamento israeliano della città di Hebron è rimasto fortemente limitato, incluso il divieto di ingresso in alcune aree (Shuhada Street e Tel Rumeida) per i maschi tra i 15 ed i 25 anni di età, fatta eccezione per i residenti i cui nomi sono stati registrati dalle forze israeliane.

Nel periodo cui si riferisce questo rapporto, nella Striscia di Gaza la fornitura di energia elettrica ha subito un ulteriore deterioramento, a causa di ripetuti guasti nelle linee di alimentazione israeliane ed egiziane. I blackout si sono protratti fino a 20 ore al giorno, in concomitanza di difficili condizioni meteorologiche invernali. La perdurante crisi energetica continua ad ostacolare pesantemente la fornitura dei servizi di base.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è stato chiuso in entrambe le direzioni. Il valico è stato chiuso, anche per l’assistenza umanitaria, dal 24 ottobre 2014 ad eccezione di 39 giorni di aperture parziali. Le autorità di Gaza hanno indicato che sono registrati, e in attesa di attraversare, oltre 25.000 persone con bisogni urgenti, tra cui circa 3.500 necessitanti cure mediche.

[1] I dati OCHA per la protezione dei civili includono gli episodi che si sono verificati al di fuori dei Territori occupati solo se risultano coinvolti, sia come vittime che come aggressori, persone residenti nei Territori occupati. I feriti palestinesi riportati in questo rapporto includono solo persone che hanno ricevuto cure mediche da squadre di paramedici presenti sul terreno, nelle cliniche locali o negli ospedali. Le cifre sui feriti israeliani si basano su notizie di stampa.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: http://www.ochaopt.org/reports.aspx?id=104&page=1

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

sono scaricabili dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: in caso di discrepanze, fa testo la versione originale in lingua inglese. Nella versione italiana non sono riprodotti i

dati statistici ed i grafici.