Protesta di donne a Gaza per i diritti

‘La resistenza è donna’: la protesta delle donne di Gaza per il diritto al ritorno.

Centinaia di donne si sono riunite vicino alla barriera orientale di Gaza per chiedere la fine dell’assedio ed il diritto al ritorno.

Middle East Eye

Maha Hussaini

Martedì 3 luglio 2018

 

GAZA – Martedì centinaia di donne e ragazze palestinesi si sono riunite vicino alla barriera est che separa l’enclave costiera da Israele, in quella che le organizzatrici hanno definito la protesta “delle donne palestinesi per il ritorno e per rompere l’assedio”.

In una conferenza stampa tenuta a Gaza lunedì, l’”Alta Commissione Nazionale della Grande Marcia per il Ritorno e per Rompere l’Assedio” ha invitato le donne palestinesi a “partecipare in gran numero alla protesta” e a chiedere il loro diritto al ritorno.

“Questo evento è in appoggio alle donne palestinesi che rimangono determinate nonostante l’assedio. Trasmette un chiaro messaggio: che nessuno può negarci i nostri diritti, soprattutto il diritto al ritorno, e le nostre richieste di togliere l’assedio”, ha detto Iktimal Hamad, la presidentessa del comitato delle donne della Commissione.

Madri, mogli, figlie e sorelle dei morti e dei feriti durante le proteste della ‘Grande Marcia del Ritorno’, come anche donne giornaliste e studentesse universitarie, hanno portato le bandiere palestinesi e cartelli che chiedono il diritto al ritorno ed hanno affermato la propria volontà di mantenere vive le proteste.

“Chi ha detto che le donne non possono lottare con la stessa efficacia degli uomini?” ha esclamato Suheir Khader, di 39 anni, che è venuta alla manifestazione con la sua famiglia e gli amici.

“Siamo cresciute con l’idea che la resistenza è donna. Le nostre nonne hanno sempre appoggiato i nostri nonni e lottato insieme a loro durante la Nakba (la catastrofe) e la prima Intifada.

“Sono qui oggi perché noi (donne) non possiamo stare semplicemente sedute a guardare i nostri padri e mariti che vengono uccisi e feriti. È nostro dovere condividere almeno questa lotta con loro”, ha aggiunto Khader.

Anche donne rimaste ferite durante le proteste della ‘Grande Marcia del Ritorno’ hanno preso parte alla protesta di martedì, chiedendo il diritto a cure mediche e il diritto al ritorno.

Amani al-Najjar, di 25 anni, ha detto che niente le potrebbe impedire di partecipare alle proteste, “nemmeno la mia ferita”.

“Sono stata ferita al petto da un candelotto lacrimogeno la terza settimana delle proteste”, ha spiegato. “Tre giorni dopo, quando ho incominciato a guarire, sono tornata qui per riprendere la protesta.”

Najjar, il cui fratello è stato ucciso da un cecchino israeliano l’anno scorso mentre partecipava alle proteste vicino alla barriera orientale, ha detto: “Sono qui per proseguire ciò che mio fratello ha iniziato. Se loro (i soldati israeliani) lo hanno ucciso per intimidirci e costringerci a smettere, si sbagliano. Al contrario ci hanno dato una ragione in più per continuare.”

Le proteste della ‘Grande Marcia del Ritorno’ sono iniziate il 30 marzo e sono proseguite consecutivamente per quattro mesi, per chiedere il diritto al ritorno per i palestinesi e la fine dell’assedio israeliano a Gaza.

Secondo Ashraf al-Qidra, portavoce del ministero della Sanità di Gaza, dall’inizio delle proteste 134 palestinesi, compresi 16 minori e una donna, sono stati uccisi e altri 15.200, compresi 2.536 minori e 1.160 donne, sono stati feriti.

Um Khaled Loulo, di 71 anni, ha detto di aver partecipato alle proteste almeno una volta alla settimana con i suoi figli e nipoti. “Porto sempre qui i miei nipoti per insegnargli nella pratica il diritto al ritorno”, ha detto a MEE.

“Non li lascio avvicinare alla barriera perché so che i soldati israeliani non lesineranno i tentativi di sparargli, ma almeno possono  capire che il ritorno alla loro patria d’origine è qualcosa per cui lottare quando diventeranno grandi.”

Loulo ha aggiunto che portare i suoi nipoti alle manifestazioni fa parte dell’insegnamento dei valori fondamentali della vita e di educarli alla difesa dei loro diritti.

“Li porto qui ogni settimana e cantiamo canti nazionali. È così che si cresce un figlio sotto l’occupazione.”

Loulo ha detto che quando era più giovane partecipava alle proteste e tirava pietre ai soldati israeliani.

“La donna è uguale all’uomo in casa e in prima linea. Se lui lotta per una causa, lo fa anche lei”, ha aggiunto.

Israa Areer, una giornalista di 26 anni, ritiene che la partecipazione delle donne alla lotta palestinese “non è nulla di nuovo”.

“Più di 60 anni fa mia nonna cacciò fuori da casa sua i soldati israeliani che cercavano di arrestare suo marito e i suoi figli. Anche questa è una forma di resistenza.”

Areer ha detto che, benché le autorità israeliane si siano ritirate dalla Striscia di Gaza nel 2005, “condizionano e controllano direttamente la vita delle donne palestinesi”.

“Anche se Gaza non è occupata, le autorità israeliane continuano a praticare ogni forma di oppressione contro le donne, imponendo un duro assedio che le priva dei loro fondamentali diritti”, ha aggiunto.

“Le donne palestinesi non solo allevano i combattenti per la libertà, ma hanno anche lottato insieme a loro e li hanno protetti contro l’occupazione per parecchi decenni”, ha detto.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Repressione proteste a Gaza

Berretti da baseball e abiti civili: anche Hamas ha i suoi soldati in borghese

 

Questa settimana membri di Hamas hanno disperso in modo violento una manifestazione a Gaza contro la divisione politica dei palestinesi ed hanno aggredito i manifestanti che cercavano di fotografarli mentre lo facevano

Haaretz

Amira Hass

29 giugno 2018

Lunedì decine di uomini con in testa kefiah e berretti bianchi da baseball hanno fatto irruzione in una manifestazione che si svolgeva nel centro della città. Sembra l’inizio di un articolo su un’altra protesta dispersa a Ramallah dalle forze di sicurezza in borghese dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Ma in realtà ciò che è successo lunedì è avvenuto a Gaza City. Era una manifestazione di poche centinaia di persone che chiedevano la fine della divisione politica tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania e la revoca delle misure punitive che il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha imposto a Gaza.

I manifestanti, come anche giornalisti e associazioni per i diritti umani, sono convinti che dietro alle violenze per interrompere la manifestazione vi fosse il governo de facto di Gaza; in altri termini, Hamas. Ma Hamas e il ministero dell’Interno di Gaza, controllato da Hamas, negano ogni coinvolgimento.

Siti di informazione riferiscono che l’iniziativa della manifestazione proveniva dalla commissione per i prigionieri di Fatah.

Ad uno sguardo superficiale, sembra che questi manifestanti intendessero “rispondere” alle manifestazioni in Cisgiordania contrapponendosi alla divisione politica – la situazione di due governi palestinesi paralleli. A Gaza la richiesta di porre fine alla divisione è uno slogan che viene attribuito soprattutto ai sostenitori di Fatah e agli oppositori di Hamas, in quanto implica il ripristino del controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese su Gaza.

Ma gli ex prigionieri in Israele di tutti i movimenti palestinesi hanno contribuito ad organizzare la protesta a Gaza. Inoltre, uno dei partecipanti alla manifestazione non era altri che Tawfiq Abu Naim, il capo delle forze di sicurezza nella Striscia.

Abu Naim è sopravvissuto ad un attentato alla sua vita in ottobre, attribuito sia allo Stato Islamico che ad Israele. Nel 1989 è stato incriminato in Israele per aver partecipato alla fondazione dell’ala militare di Hamas e per l’uccisione di palestinesi sospettati di collaborare con Israele. È stato condannato all’ergastolo e poi rilasciato nell’ambito dello scambio di prigionieri con Gilad Shalit nel 2011.

Secondo un comunicato stampa di Hamas, alcuni prigionieri di Hamas rilasciati hanno aiutato ad organizzare la manifestazione e Abu Naim avrebbe dovuto parlare durante la protesta, ma il suo discorso è stato annullato a causa dell’opposizione di alcuni manifestanti. Comunque il messaggio era chiaro. Dopotutto, non ha senso che ex detenuti di Hamas, che hanno contribuito ad organizzare la manifestazione, siano responsabili della sua violenta repressione. Loro, ed in particolare quelli rilasciati in cambio di Shalit, sono stati tra i primi danneggiati dalle misure punitive a Gaza da parte di Abbas.

Circa un anno fa Abbas ha sospeso i loro sussidi mensili e – nonostante le proteste e le promesse – questi pagamenti devono ancora essere ripristinati. Nella società palestinese i sussidi mensili sono considerati un adeguato compenso per il sacrificio dei militanti [che lottano] contro l’occupazione e delle loro famiglie; in special modo quando questi militanti dopo il loro rilascio non hanno ottenuto un lavoro ufficiale con un salario.

Violenta parodia

Secondo il Centro Palestinese per i Diritti Umani, con sede a Gaza City, gli individui con i berretti bianchi da baseball sono comparsi subito dopo l’inizio della protesta. Alcuni sono usciti da una moschea lì vicino. Portavano cartelli e gridavano: “Il popolo vuole che Abbas se ne vada” – un’eco degli slogan del Cairo nel gennaio 2011, quando era presidente Hosni Mubarak [si riferisce alle proteste di piazza Tahrir e alla cacciata di Mubarak, ndtr.].

Sembra una parodia della repressione della manifestazione a Ramallah del mercoledì precedente, in cui dei giovani che indossavano berretti da baseball di Fatah hanno attaccato i manifestanti.

Una parodia molto violenta.  I manifestanti hanno rifiutato la richiesta degli organizzatori di “di gridare slogan unitari.” Sono scoppiati scontri e poi, come scritto nel rapporto del Centro Palestinese per i Diritti Umani, agenti di sicurezza in borghese ed alcuni degli uomini coi berretti bianchi da baseball hanno distrutto il palco ed aggredito alcuni partecipanti.

Chiunque cercasse di fotografare o filmare ciò che stava succedendo veniva aggredito dagli agenti in borghese e costretto a cancellare le fotografie. “Quando ho filmato gli attacchi, circa quattro uomini in abiti civili mi si sono avvicinati e mi hanno ordinato di dargli il mio telefonino”, ha detto un attivista di un gruppo per i diritti umani.

“Mi sono rifiutato e allora altri due tipi sono venuti verso di me con dei bastoni in mano. Li ho seminati e sono andato verso un gruppo di civili che poi si sono rivelati essere membri delle forze di sicurezza; si sono qualificati come tali”, ha aggiunto.

“Io mi sono presentato a loro come membro di un gruppo per i diritti umani che ha il diritto di filmare. Ma questo non gli ha impedito di minacciarmi che mi avrebbero arrestato, mi hanno spintonato, ammanettato e hanno preso il mio cellulare.”

Il telefonino è stato restituito dopo che sono state cancellate le fotografie.

Barbe e pistole

Anche un giornalista di una trasmittente radiofonica palestinese ha detto che agenti in borghese gli hanno strappato il telefonino mentre stava filmando gli avvenimenti. Ha detto ad un ricercatore sul campo del Centro Palestinese per i Diritti Umani che la maggior parte degli individui che sono intervenuti nella manifestazione aveva la barba; secondo lui erano chiaramente militanti di Hamas.

Ha identificato i membri delle forze di sicurezza tra i dimostranti dalle pistole che nascondevano e dalle loro radio. Alcuni manifestanti hanno risposto a quelli che intervenivano con grida di “Con l’anima e il sangue ti redimeremo, Abbas.”

Il giornalista ha detto che un alto comandante delle forze di sicurezza di Hamas – che dalle riprese che non sono state cancellate risulta essere Abu Naim – è andato sul palco ed ha dichiarato che nessun membro delle forze di sicurezza era tra gli aggressori. Ma i manifestanti gli hanno gridato che non era vero: la piazza era piena di uomini delle forze di sicurezza. Il comandante se ne è andato e poi sono scoppiati gli scontri, ha detto il giornalista.

Le condanne da parte delle organizzazioni palestinesi, dell’associazione della stampa e dei portavoce di Fatah e dell’ANP in Cisgiordania non si sono fatte attendere. Il ministero dell’Interno di Gaza ha ripetutamente asserito che non solo non era coinvolto negli eventi, ma che aveva dato la sua approvazione alla manifestazione. Come ha detto Hamas in una dichiarazione, gli scontri sono scoppiati tra i manifestanti a causa della forte tensione a Gaza e dell’oppressione patita dalla popolazione.

Forse il ministero dell’Interno e Hamas sono stati talmente sofisticati da irrompere nella manifestazione senza rivendicare di averla repressa? Se il ministero dell’Interno era così favorevole alla protesta, come mai non ha fermato le persone che l’hanno aggredita? Oppure era davvero un’iniziativa personale di teste calde che per caso erano membri di Hamas?

Secondo alcuni partecipanti, gli uomini con i berretti da baseball, mentre attaccavano i manifestanti, gridavano: “Abbasso la laicità”. Pesanti accuse contro la laicità (quasi un sinonimo di “eresia”) venivano lanciate contro l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina in generale, e soprattutto contro i gruppi di sinistra, ma anche contro Fatah, anche se molti dei suoi più importanti dirigenti sono credenti.

I manifestanti di mercoledì a Betlemme erano per lo più di sinistra; una settimana dopo la famosa protesta a Ramallah hanno sfidato l’ANP e si sono uniti alla richiesta di togliere le sanzioni a Gaza.

Questa volta la polizia palestinese ha evitato di interrompere la manifestazione, si è limitata a mantenere l’ordine, ha offerto acqua fresca ai manifestanti e li ha lasciati gridare i loro slogan.

Secondo le notizie di siti di informazione palestinesi, i manifestanti hanno elogiato Mohammed Def, il capo dell’ala militare di Hamas, hanno chiesto la fine della cooperazione sulla sicurezza con Israele ed hanno gridato slogan sprezzanti verso la lotta nonviolenta e a favore della ripresa della lotta armata.

Simili slogan si sentono abitualmente nelle manifestazioni di piccoli gruppi di giovani che si identificano con la sinistra – “dei laici”, per usare le parole di quelli che hanno interrotto la manifestazione di Gaza.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




I palestinesi feriti ‘puniti’ per aver protestato a Gaza

Mersiha Gadzo e Anas Jnena

18 giugno 2018, Al-Jazeera

L’Organizzazione Mondiale della Sanità riferisce che Israele ha concesso solo a un terzo dei dimostranti feriti il permesso di attraversare il checkpoint di Erez per essere curati

 

Il solo modo in cui ora a Sari al-Shubaki può comunicare è aprire e chiudere le palpebre.

La mattina del 14 marzo un cecchino israeliano l’ha colpito al collo con un proiettile durante le manifestazioni a Gaza. Da allora, il ventiduenne è paralizzato. Un frammento del proiettile è rimasto fra la spalla e il collo.

Nell’ultimo mese è rimasto ricoverato in condizioni critiche nel reparto di cure intensive dell’ospedale Al Shifa della città di Gaza.

Da allora, la famiglia sta aspettando che Israele gli conceda un permesso per uscire attraverso il checkpoint di Erez a nord di Gaza, che i palestinesi chiamano Beit Hanoun, per essere curato.

Il giorno successivo a quello in cui Sari è stato colpito, i medici hanno detto che l’avrebbero trasferito in Egitto per le cure, ma la speciale ambulanza ICU necessaria per spostarlo non è mai arrivata come era stato invece promesso, dice Dawud al-Shubaki, suo padre.

“Non so se è la verità o se è perché lo considerano un caso senza speranza. Mi sembra che abbiano dei casi prioritari, visto che ci sono così tanti feriti” dice Dawuf ad Al Jazeera dall’[ospedale] Al Shifa.

Senza altra possibilità, Dawuf ha continuato a protestare nel cortile dell’ospedale per far conoscere le condizioni del figlio e ricevere aiuto.

“C’è ancora speranza. È cosciente. Ci hanno detto dall’ospedale S. Giuseppe di Gerusalemme che sarebbero pronti ad accoglierlo, ma quanto tempo ci vorrà? Il ferito che era nel letto vicino a lui è morto ieri”, dice Dawuf.

“Faccio appello a chiunque abbia ancora un cuore misericordioso perché faccia sì che mio figlio riceva le cure di cui ha bisogno. Non possiamo pensare di perderlo. Se muore sarà una catastrofe per tutta la famiglia” dice Dawuf, scoppiando in lacrime.

Dall’inizio delle manifestazioni per la Grande Marcia del Ritorno, il 30 marzo, l’esercito di Israele ha ucciso per lo meno 129 palestinesi dell’enclave costiera assediata, e ha ferito più di 13000 persone.

In mancanza di risorse adeguate per provvedere alle cure necessarie ai pazienti, i dottori dell’impoverita Striscia di Gaza normalmente derivano i malati agli ospedali di Israele, della Cisgiordania e qualche volta della Giordania.

Ma per andarci i pazienti hanno bisogno di un permesso rilasciato da Israele, che spesso lo rifiuta senza spiegazioni o ci mette troppo tempo a concederlo per condizioni sanitarie urgenti.

L’altra possibilità è di uscire attraverso la frontiera sud di Rafah per essere curati in Egitto, ma la cosa è spesso dilazionata.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO), al 3 giugno è stato concesso a 12 feriti su 22 di attraversare Rafah per essere curati in Egitto.

A causa del blocco israelo-egiziano che dura da 11 anni, i malati a Gaza affrontano da tempo ostacoli per lasciare Gaza e sottoporsi a cure indispensabili, cosa che ha causato a molti una lenta morte, ma i dimostranti feriti affrontano ora ostacoli anche più stringenti per attraversare Erez.

Secondo un nuovo rapporto dell’Organizzazione Mondiale della SAlute, dall’inizio del movimento della Marcia del Grande Ritorno solo un terzo dei palestinesi feriti durante le manifestazioni ha avuto dalle autorità israeliane un permesso di uscita.

Al 3 giugno, dei 66 manifestanti feriti che hanno presentato domanda per essere trasferiti attraverso Erez, solo 22 sono stati approvati – rispetto a un tasso di approvazione del 60% nel primo trimestre del 2018.

Trentatré, cioè il 50%, hanno ricevuto un rifiuto – una percentuale significativamente più bassa rispetto all’8% del primo trimestre 2018.

I restanti pazienti stanno ancora aspettando, e intanto due di loro sono morti.

“È stato deciso che sarà rifiutata senza appello ogni richiesta di ingresso in Israele a scopo medico inoltrata da un terrorista attivo o da un dimostrante che abbia preso parte ai fatti violenti avvenuti vicino alla barriera”, ha commentato in una mail ad Al Jazeera un portavoce del COGAT, l’ente amministrativo dell’occupazione militare di Israele.

‘Una politica punitiva e vendicativa’

Secondo Adalah – il Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba -, il rifiuto di Israele di evacuare i manifestanti feriti corrisponde ad una forma di punizione.

Prima del 15 aprile, a nessuno dei feriti durante le proteste della Marcia del Grande Ritorno è stato concesso il permesso di attraversare Erez per le cure.

Il Centro Al Mezan per i Diritti Umani e Adalah hanno dovuto fare ricorso alla Corte Suprema di Israele perché i malati palestinesi potessero essere trasferiti attraverso Erez.

Il 16 aprile, tre giudici della Corte Suprema israeliana hanno unanimemente deciso che fosse consentito a Yousef Kronz, ventenne, ferito da un proiettile dell’esercito israeliano, di lasciare Gaza per cure mediche urgenti a Ramallah, per salvare la gamba rimasta.

Adalah riferisce che, a causa del ritardo imposto dall’esercito israeliano e dal tribunale riguardo alla sua iniziale richiesta di trasferimento inoltrata più di due settimane prima, Kronz ha già subito l’amputazione di una gamba.

La Corte ha deciso che Kronz non costituiva alcuna minaccia e che la sua condizione sanitaria rappresenta “un totale cambiamento nella sua vita”.

“Dalla nostra esperienza nel caso Kronz, l’esercito israeliano cerca di implementare una politica punitiva e vendicativa nel rifiutare ai residenti di Gaza accesso a trattamenti medici salvavita in Cisgiordania solo perché hanno partecipato ad una manifestazione” ha detto Mati Milstein, coordinatore per i media internazionali di Adalah.

“Di fatto, durante le udienze del tribunale, rappresentanti del governo hanno detto chiaramente che il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman ha deciso di impedire il trasferimento per trattamenti medici urgenti dei gazawi feriti che abbiano partecipato alle proteste e alle manifestazioni pacifiche – anche a rischio di un’amputazione.”

Secondo le leggi umanitarie internazionali, come forza d’occupazione Israele è obbligato ad assicurare ai palestinesi accesso alle cure e a garantire strutture mediche, ospedali e servizi nei territori occupati.

Tuttavia, per la delegazione di Medici per i Diritti Umani di Israele (PHRI) che ha visitato Gaza in aprile, lavorare nei migliori ospedali disponibili in città è stato come tornare indietro di diversi decenni.

Dr. Jamal Hijazi, del Centro Medico Shaare Tzedek di Gerusalemme, ha spiegato che non ci sono antibiotici, e i malati se li devono portare. Non ci sono nemmeno disinfettanti e lo staff medico usa al loro posto una soluzione salina, aumentando la probabilità di infezioni.

PHRI ha riferito che lo staff medico usa più volte i prodotti usa-e-getta, come pure i medicinali scaduti. Mancano anche materiali fondamentali come garza, morfina, punti di sutura chirurgici, anestetici e tutori per fratture alle gambe.

“I feriti non sono curati adeguatamente, e qualcuno paga con la vita”, ha detto PHRI nell’ultimo rapporto, in riferimento al pesante bilancio di vittime del 14 maggio.

“Costretti a frugare fra i resti delle scorte mediche e dei medicinali, su qualsiasi cosa riescano a mettere le mani, i medici si sentono come nullatenenti che chiedano l’elemosina.”

Non c’è altro da fare che aspettare

Il paramedico Mazen Jabreel Hasna è stato sottoposto a sei operazioni chirurgiche per salvare la sua gamba destra dopo che è stato colpito da un proiettile a frammentazione nell’area di Malaka a Gaza.

I medici hanno detto che avrebbero trasferito il trentatreenne in Egitto o in Giordania per un’operazione chirurgica, ma questo non è ancora successo. Aspettando il permesso, ha paura che le arterie artificiali che i medici hanno usato per salvargli la gamba possano presto esplodere o guastarsi, visto che non sono della misura giusta.

“Ora sono in attesa e se Dio vorrà, potrò farlo prima che qualcosa vada storto”, dice Hasna.

Anche Omar al-Housh, di 25 anni, sta aspettando il permesso di lasciare Gaza per operarsi. Il dolore è continuo, dice. “Giorno e notte.”

Passa tutto il tempo a letto, incapace anche di usare le stampelle e tiene la gamba ferita sotto un lenzuolo; non ha il coraggio di guardarla da quando il 14 maggio un cecchino israeliano l’ha colpita con un proiettile a frammentazione.

Il fratello mostra foto della gamba colpita di Omar – una profonda ferita va dall’anca alla caviglia, muscoli e tessuti completamente esposti.

Quando è arrivato Omar l’ospedale ha chiesto urgentemente donazioni di sangue. Ha ricevuto più di 60 unità di sangue a causa delle vene e dei vasi danneggiati e ha subito tre operazioni per salvargli la gamba.

Omar ha detto che il giorno dopo esser stato colpito gli è stato negato il trasferimento in Egitto.

Attualmente è sulla lista d’attesa per operarsi in Giordania, poiché in punti di sutura usati per cucire le sue vene e i vasi sanguigni danneggiati non sono del tipo giusto e la frattura delle ossa è parzialmente scomposta.

Sta aspettando il permesso dalle autorità israeliane e giordane, ma gli è stato già più volte rifiutato l’ingresso.

“Ci vuole tanto tempo e ho paura che mi rifiuteranno ancora una volta l’ingresso in Israele o in Giordania”, dice Omar.

“I medici hanno fatto un’operazione d’urgenza, temporanea, per evitare che la mia ferita peggiorasse. Voglio poter camminare di nuovo” dice Omar, aggiungendo che la sua pena è diventata anche mentale, poiché soffre di incubi e flashback.

Omar ha lavorato occasionalmente con il fratello come pescatore, ma lui e la sua famiglia non possono pagare le medicazioni e gli analgesici, ciò che aggrava il problema.

“Tutti i giorni ha bisogno di analgesici e iniezioni, altrimenti sveglia tutto il vicinato con le sue urla, ma io non posso permettermeli”, dice il padre Younis al-Housh, insegnante.

“L’altro giorno mi ha chiesto di non prendergli le iniezioni e i medicinali perché si sente di peso. Vedete come è diventata dura la vita qui? Ma ciò che ora è importante è che vogliamo che sia curato fuori di qui e possa camminare.”

(traduzione di Luciana Galliano)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




Rapporto OCHA 5 – 18 giugno 2018 (due settimane)

Durante la manifestazione di massa dell’8 giugno, svolta lungo la recinzione israeliana attorno a Gaza, le forze israeliane hanno ucciso quattro palestinesi, tra cui un ragazzo di 14 anni, e ferito altri 618.

Durante il periodo cui si riferisce questo rapporto, altri due palestinesi sono morti per le ferite riportate nelle manifestazioni delle settimane precedenti. Oltre il 40% dei feriti ha dovuto ricorrere a cure ospedaliere; tra questi, 117 persone colpite con armi da fuoco. Le dimostrazioni della “Grande Marcia del Ritorno” si sarebbero dovute concludere l’8 giugno, ma è possibile che continuino nei prossimi venerdì.

I palestinesi di Gaza hanno intensificato il lancio, verso il sud di Israele, di aquiloni di carta e palloni gonfiabili caricati con materiali infiammabili, provocando incendi di coltivazioni e boschi. Fonti israeliane hanno anche riferito che un certo numero di aquiloni e palloni erano stati caricati con ordigni esplosivi, ma sono stati neutralizzati prima che esplodessero. Secondo le autorità israeliane, dall’avvio di questa pratica (iniziata a fine aprile), i vigili del fuoco hanno dovuto affrontare più di 400 incendi che hanno bruciato più di 2.400 ha, con danni stimati in oltre 1,9 milioni di dollari.

A Gaza l’aviazione israeliana ha effettuato una serie di attacchi aerei contro siti militari, aree aperte e un veicolo vuoto, provocando due feriti. Secondo quanto riferito, gli attacchi sono stati effettuati in risposta al lancio di aquiloni e palloni incendiari. In tre diversi episodi, gruppi armati palestinesi hanno lanciato razzi contro Israele. Uno di questi è caduto all’interno di Gaza, i rimanenti sono caduti di Israele, in aree aperte; secondo i resoconti dei media israeliani, non sono stati registrati danni.

Sempre a Gaza, il 18 giugno, un missile israeliano ha ucciso un palestinese e ferito un minore: secondo quanto riferito, i due stavano tentando di danneggiare, presso l’ex valico merci di Karni [chiuso da Israele nel 2011], un impianto di sicurezza installato a ridosso della recinzione perimetrale.

Nelle Aree ad Accesso Riservato, di terra e di mare, di Gaza, in almeno dodici occasioni non collegate alle manifestazioni di massa, le forze israeliane hanno aperto il fuoco, senza causare feriti. In due casi, le forze israeliane sono entrate a Gaza ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo ad est di Gaza e Khan-Yunis, nei pressi della recinzione perimetrale.

In Cisgiordania, durante numerosi scontri, le forze israeliane hanno ucciso un palestinese di 21 anni e ferito altri 69. L’uccisione (con arma da fuoco) si è verificata durante un’operazione di ricerca-arresto, svolta il 6 giugno, nel villaggio di An Nabi Saleh (Ramallah). Secondo una dichiarazione israeliana, l’uomo aveva lanciato una pietra contro un soldato israeliano che, successivamente, gli ha sparato. Salgono così a cinque, dall’inizio del 2018, i palestinesi uccisi in Cisgiordania, nel corso di manifestazioni e scontri con le forze israeliane. La maggior parte dei ferimenti (60) sono stati segnalati in scontri verificatisi nel corso di dodici operazioni di ricerca-arresto. Il numero più alto di feriti è stato riportato in Al Lubban ash Sharqiya (Nablus), seguito da quello dei feriti nel corso un’operazione nella città di Nablus e da un’altra operazione svolta nel Campo profughi di Al Am’ari (Ramallah). Altri due palestinesi sono stati feriti vicino a Betlemme, con armi da fuoco, in due diversi episodi, mentre cercavano di attraversare la Barriera senza permesso.

L’11 giugno, nella città israeliana di Afula (Israele), secondo quanto riferito, un palestinese ha ferito con coltello una israeliana di 18 anni; l’uomo è stato successivamente colpito e ferito dalle forze israeliane. Il presunto aggressore è stato arrestato; secondo quanto riferito, proverrebbe da Jenin e sarebbe entrato in Israele senza permesso.

Il 13 giugno, in scontri scoppiati durante una manifestazione tenutasi nella città di Ramallah, le forze di sicurezza palestinesi hanno ferito 22 palestinesi, tra cui due minori. I dimostranti protestavano contro le misure punitive imposte dall’Autorità palestinese alla Striscia di Gaza e chiedevano di porre fine alle divisioni interne tra palestinesi. Almeno 40 palestinesi e due giornalisti stranieri sono stati arrestati per un paio d’ore. Una dimostrazione simile si è tenuta nella Striscia di Gaza il 18 giugno, con un ferito. Tutti i ferimenti [di cui sopra] sono stati causati da aggressioni fisiche o inalazione di gas lacrimogeno.

Secondo dati ufficiali israeliani, circa 100.000 palestinesi in possesso di documenti di identità della Cisgiordania, sono entrati a Gerusalemme Est il quarto venerdì di Ramadan (l’8 giugno) attraverso i quattro checkpoints designati lungo la Barriera. Come nelle settimane precedenti, agli uomini sopra i 40 anni e alle donne di tutte le età è stato consentito entrare in Gerusalemme senza permesso. Nessuna autorizzazione è stata invece concessa per il Ramadan dei palestinesi di Gaza.

Il 13 e il 17 giugno, conformemente a quanto stabilito da sentenze della Corte Suprema israeliana, le autorità israeliane hanno evacuato, nei governatorati di Hebron e Salfit, due insediamenti “avamposto” di coloni israeliani [non autorizzati da Israele] e successivamente hanno demolito 28 strutture costruite su terreni privati palestinesi. Secondo quanto riportato dai media israeliani, gli scontri verificatisi nel corso delle evacuazioni hanno provocato il ferimento di 24 membri delle forze israeliane. A seguito delle proteste di gruppi di coloni, le forze israeliane hanno chiuso le strade vicine, costringendo i palestinesi locali a lunghe deviazioni ed interrompendo il loro accesso ai servizi e ai mezzi di sussistenza.

Nel periodo in esame non sono state registrate demolizioni o confische di strutture palestinesi da parte delle autorità israeliane. Così è stato fin dal 17 maggio (inizio del Ramadan), coerentemente con la prassi registrata negli anni precedenti, quando le demolizioni venivano per lo più interrotte in concomitanza con il Ramadan.

Nella Valle del Giordano settentrionale, per la quinta volta in sei settimane, le forze israeliane hanno sfollato cinque famiglie della comunità di pastori di Humsa al Bqai’a per sei ore, per consentire esercitazioni militari. Questa comunità deve affrontare sistematiche demolizioni, restrizioni di accesso e sfollamenti temporanei che destano preoccupazioni sul rischio di trasferimento forzato. Le forze israeliane hanno anche condotto esercitazioni militari notturne nelle vicinanze, e all’interno, del villaggio di Yanun (Nablus); non sono stati segnalati feriti o danni.

In undici episodi di cui sono stati protagonisti coloni israeliani, sei palestinesi sono stati feriti e quasi 1.200 alberi e cinque veicoli sono stati vandalizzati. Nella zona H2 della città di Hebron, controllata da Israele, coloni israeliani, accompagnati da forze israeliane, hanno fatto irruzione nella casa di un attivista per i diritti umani; qui i coloni hanno aggredito fisicamente l’uomo e ferito la moglie; la sua macchina fotografica e il cellulare sono stati confiscati dalle forze israeliane. Altri quattro palestinesi sono stati feriti dalle forze israeliane, intervenute negli scontri tra palestinesi e coloni israeliani; gli scontri erano conseguenti all’ingresso di coloni nei villaggi di Burin (Nablus) e Kafr Laqif (Qalqiliya). Circa 1.200 tra ulivi e viti sono stati vandalizzati da coloni israeliani in cinque diversi episodi verificatisi a Turmus’aya (Ramallah), Sa’ir (Hebron) e Khalet Sakariya (Betlemme), dove, secondo fonti della comunità locale, su rocce e pareti sono stati trovate scritte tipo “questo è il prezzo che dovete pagare”. Il numero di alberi danneggiati dai coloni, dall’inizio del 2018, arriva così quasi a 3.700. Inoltre, in cinque distinti episodi verificatisi sulle strade della Cisgiordania, cinque veicoli palestinesi, incluso uno scuolabus, hanno subito danni a causa del lancio di pietre da parte di coloni israeliani.

Secondo media israeliani, vicino a Hebron, Ramallah e Gerusalemme, ci sono stati almeno quattro casi di lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli israeliani, con conseguente danneggiamento di due veicoli privati. Non sono stati segnalati feriti.

Il valico tra Gaza e l’Egitto, sotto controllo egiziano, durante l’intero periodo di riferimento, è rimasto aperto in entrambe le direzioni, consentendo l’ingresso in Gaza ad un totale di 2.083 persone e l’uscita ad altre 4.375. Il valico è stato continuativamente aperto dal 12 maggio: dal 2014, è il periodo di apertura più lungo. Secondo fonti locali di Gaza, Rafah rimarrà aperto fino a nuovo avviso.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Nella notte tra il 19 ed il 20 giugno c’è stata una progressione di attacchi aerei israeliani su Gaza e di lanci di razzi palestinesi verso il sud di Israele; le operazioni si sono concluse senza provocare vittime. Il 14 giugno, in una relazione presentata al Consiglio di Sicurezza, il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha avvertito che la situazione a Gaza è “prossima al limite della guerra”.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Pennellate di vita comune dalla Striscia di Gaza

Patrizia Cecconi da Gaza

16 giugno 2018, Pressenza

Ieri era festa grande a Gaza, come in tutti i paesi a prevalenza musulmana. Una festa che non si ignora neanche laddove cadono senza sosta bombe devastatrici di vite e di intere comunità.

Ieri era il primo giorno dell’Eid fitr, quello che segue la fine del Ramadan e che ha ancor più importanza di quanto ne abbia il Natale nei paesi a prevalenza cristiana.

L’Eid fitr è la festa in cui i bambini hanno gli abiti nuovi e girano felici per le strade e le famiglie si fanno visita l’un l’altra. Anche nelle case dei recenti martiri si festeggia l’Eid ed è un’occasione per onorare il martire e ricordare che la sua morte è benedetta sebbene dolorosa.

Molti gazawi hanno deciso di passare questi giorni negli accampamenti della grande marcia lungo il confine. Israele, che non cessa mai di far sentire la sua presenza con il ronzio ossessivo dei droni-spia, ha partecipato all’Eid non solo con l’onnipresenza dei droni ma anche con alcuni missili lanciati su uno degli accampamenti in cui i ragazzi preparavano i temibili aquiloni diventati simbolo della grande marcia. Per fortuna niente vittime e l’Eid fitr continua per altri due giorni come previsto dal rito coranico.

Nei giorni precedenti l’Eid, cioè durante il Ramadan, è normale essere invitati all’iftar, cioè alla cena che interrompe il digiuno dopo il calar del sole. Queste cene sono un’immersione totale nello spirito del luogo. Uno spaccato sociologico che toglie ogni dubbio su quanto ci sia di falso negli stereotipi forniti dai media i quali, a parte pochissime eccezioni, si gingillano in cosiddette analisi di situazioni che non conoscono neanche per un affaccio veloce alla finestra.

Essere invitati all’iftar, in quanto stranieri, è una forma di rispetto e di affetto in tutta la Palestina. Essere invitati all’iftar nella Striscia di Gaza è anche qualcosa di più: è un ringraziamento per esserci, perché in una prigione come Gaza, in cui per gli stranieri è molto difficile entrare e per i gazawi è quasi impossibile uscire, anche se feriti o malati, esserci significa vedere e testimoniare. Testimoniare dal vivo e raccontare il vero, sempre che si abbia l’onestà intellettuale per farlo e non si dipenda dal libro paga di chi stabilisce cosa sia opportuno scrivere.

Quindi, stante la condizione di assoluta libertà di espressione, ecco una cronaca da Gaza arricchita dalle tante interviste informali raccolte durante questi incontri conviviali. Due o tre sono le cose particolarmente rilevanti emerse in queste conversazioni ed una di queste è che, nonostante il taglio dell’elettricità da parte di Israele, ogni casa visitata è illuminata da luce elettrica e non da candele. Come mai? Forse che Israele, detentore dell’assedio e anche dell’elettricità, ha concesso più ore di luce? No. Il motivo è che i gazawi, in questi 11 anni di illegale assedio, hanno sviluppato su vari fronti la loro creatività. Mentre gli ospedali o le grandi strutture usano i generatori e, chi può, usa i pannelli solari, le singole abitazioni – spesso appartamenti arrampicati l’uno sull’altro in uno degli 8 campi profughi, o piccole case ricostruite alla meglio dopo l’ultimo terribile massacro del 2014 – non hanno la possibilità di usare un generatore, sia per il costo dello stesso, sia per il costo del carburante, e allora qualcuno si è inventato l’uso alternativo della batteria dell’automobile. Qualche piccola modifica per poterla alimentare nelle due o tre ore in cui Israele fa passare l’elettricità, cioè verso mezzanotte quando normalmente la famiglia ormai dorme, e qualche altra modifica per alimentare gli impianti domestici con l’energia accumulata nella batteria et voila, il gioco è fatto: Israele vuole lasciare al buio Gaza e Gaza si attrezza sviluppando sistemi alternativi.

In questo periodo sembra che la scelta di rispondere in modo non violento alla negazione dei propri diritti abbia scatenato, in questa comunità di prigionieri, una grande fantasia creativa che ha preso il posto di frustrazione e rabbia. Lo si è visto nelle manifestazioni della Grande marcia del ritorno in cui ai micidiali lanci di tear gas un gruppo di manifestanti aveva organizzato il “rilancio” nel campo nemico usando racchettoni e racchette da tennis, o nel tentativo vagamente pitagorico di utilizzare gli specchi per confondere i cecchini, o nell’incendio dei copertoni il cui denso fumo nero impediva ai cecchini di prendere la mira, riducendo così il numero delle vittime che, comunque, sono state circa 130 alle quali si aggiungono oltre 13mila feriti. Ma l’idea principe è stata sicuramente quella delle mini mongolfiere e degli aquiloni con la codina accesa da far volare oltre la rete dell’assedio, spiegando così all’assediante che i gazawi non si arrendono e pretendono il riconoscimento dei loro diritti. Seguitano anche a spiegare, inascoltati dall’occidente, che dietro a queste decine di migliaia di uomini donne e bambini che si radunano lungo il confine non c’è il coordinamento di Hamas, né di altri partiti politici, bensì la riedizione di un tentativo già sperimentato, ma fallito, nel 2011 e cioè un movimento di base che scavalchi i partiti senza negarli, ma senza lasciarsi irretire dalle rivalità tra i vertici, e che tende a richiamarsi al concetto di fronte unico per ottenere i diritti affermati dall’ONU ma negati da Israele.

Questi i discorsi generali che hanno accompagnato le belle cene dell’iftar nell’ultima settimana del Ramadan. Ma a questi vanno aggiunti spunti e suggestioni che offrono inquietanti motivi di riflessione.

In parte per caso, in parte per scelta, nessuno degli incontri ha avuto come interlocutori militanti o simpatizzanti di Hamas, il partito al potere, il quale in passato ha scelto la lotta armata, compreso l’uso di kamikaze per ottenere senza mai riuscirci – il rispetto dei diritti del popolo palestinese da parte di Israele. Ormai Hamas ha preso un’altra via sebbene Israele trovi molto comodo nella sua propaganda con l’occidente attribuirgli la responsabilità di qualunque azione ostile, violenta o meno, ottenendo in tal modo due risultati: uno verso l’esterno, quello di screditare ogni azione legittima, quale la richiesta di applicare le Risoluzioni ONU, ammantandola di un falso velo di terrorismo grazie ai buoni servigi dei tanti opinion maker israelo-dipendenti. Verso l’interno, invece, quello di ottenere l’accredito di Hamas come organizzazione capace di muovere le masse dei gazawi anche se non sempre questo risponde al vero, restituendogli un carisma che ad un’analisi orientativa sembrava essere in caduta libera.

I due argomenti più interessanti, oggetto delle interviste informali realizzate in questi giorni, hanno riguardato: 1) il comportamento dell’Anp, che qui viene regolarmente riportato al solo presidente Abu Mazen, considerato come responsabile unico della punizione collettiva imposta ai palestinesi di Gaza attraverso il taglio degli stipendi e 2) l’uccisione di bambini e teenager da parte di Israele. Questo secondo argomento creerà sicuramente disappunto e verrà attaccato brutalmente dalle organizzazioni sioniste, se questo articolo verrà letto, come già successo per altri lavori che sono stati oggetto di attacchi rabbiosi ma non destrutturanti di quanto affermato, visto che scriviamo solo ciò che è dimostrabile e documentabile.

Per quanto riguarda il taglio degli stipendi dei dipendenti pubblici di Gaza in carico al governo di Ramallah, taglio dovuto al tentativo di fiaccare Hamas accrescendo a dismisura la povertà nella Striscia, sperando in una qualche forma di sollevazione pro Anp, l’effetto si è dimostrato un boomerang dal punto di vista politico e un baratro dal punto di vista morale. A nessuno sfugge l’altissimo livello di vita di Abu Mazen e dei suoi figli, ricchi imprenditori probabilmente per loro proprio merito, ma tacciati di corruzione da tutti gli intervistati. L’amaro senso di tradimento probabilmente porta a queste risposte esasperate, ma queste sono comunque le risposte offerteci. Gaza è assediata, Israele tra i tanti crimini passati sotto silenzio commette anche quello di irrorare di glifosato le coltivazioni gazawe per impedirne il raccolto, e l’Autorità palestinese invece di sostenere i propri figli li getta in un’ancor più nera miseria! Questo non è percepito da nessuno dei miei interlocutori come un errore politico, ma da tutti come un crimine commesso contro i fratelli gazawi per un odio contro Hamas tanto cieco da favorire Israele. Questo dicono i Gazawi.

Agli occhi di un occidentale che non conosce la cultura palestinese tutto questo sembra confliggere col fatto che la Striscia sia piena di Università (nessuna completamente gratuita) e che le università siano piene di studenti e studentesse i quali vengono spessissimo da famiglie in cui si sopravvive grazie ai sussidi dell’Unrwa. Studenti che solo in bassa percentuale hanno partecipato alle manifestazioni al confine ma che plaudono alla grande marcia e che mostrano l’icona dell’infermiera Razan Al Najjar, o dell’artista Mohammed Abu Amr che scolpiva sulla sabbia, o del giornalista Yaser Murtaja, tutti resi martiri da Israele. Studenti che pur non partecipando direttamente alla grande marcia, plaudono alla geniale idea degli aquiloni che è stata capace di mettere in crisi il potentissimo apparato bellico israeliano. Si riconoscono in quelle figure di combattenti disarmati capaci di far vacillare l’immagine di Israele come onnipotente e danno il loro sostegno ideale anche se raramente hanno raggiunto i manifestanti al confine.

Uno dei miei intervistati, padre di alcuni studenti e prima persona che mi ha mostrato con un’espressione vagamente divertita l’apparato elettrico alternativo che illumina la sua casa, lo stesso che mi ha fatto avere come regalo un paio di quei bellissimi aquiloni, che difficilmente potrò riportare in Italia, è uno dei tanti dipendenti legati a Fatah e rimasto senza stipendio per la “lungimiranza” dell’Anp. Tra le tante cose dette, mi dice una frase che riporto testualmente: “Hamas non brilla per creatività, sono i nostri giovani la nostra forza e questo Israele lo sa e per questo li uccide”. E’ lapidaria e terribile la sua affermazione, la contesto. Statistiche alla mano non ho difficoltà a contestarla, non perché voglia difendere Israele, conosco bene la gravità dei suoi crimini e l’ancora maggior gravità del fatto che questi restino regolarmente impuniti, ma mi sembra un’affermazione impropria. Gli faccio notare che per ragioni statistiche, essendo la popolazione gazawa mediamente giovane dato l’alto numero di figli che arricchisce ogni famiglia, è normale che vengano uccisi più ragazzi giovani che popolazione matura. Non è così. Alla conversazione partecipa uno dei medici degli ospedali che hanno fatto miracoli per provare a salvare vite e arti e mi chiede se ricordo che durante la mia visita nel suo ospedale ben tre ragazzi erano stati colpiti ai genitali e resi sterili oltre che invalidi. Mi dice che altri hanno avuto lo stesso destino e che sono troppi perché il fatto possa essere considerato pura coincidenza. Israele ha paura della crescita demografica del popolo palestinese, questo lo sappiamo, ma questo non può significare lo sterminio scientifico di una generazione. Sinceramente mi sembra troppo e insisto nella mia posizione.

Ho davanti a me un uomo che ha conosciuto (come il 90% degli uomini palestinesi) le galere israeliane da quando aveva 16 anni. Arrestato mai per crimini, ma per la sua militanza in Fatah, cosa che ora forse non succederebbe più. Un uomo che la mentalità israeliana e il cinismo scientifico che l’accompagna li conosce bene. Accanto a lui ho un medico ospedaliero che nei suoi tanti anni di professione ha avuto non solo malati ma molti feriti dall’esercito detto il più morale del mondo. Anche lui mi dice che c’è grande scientificità, perfettamente mirata, nei crimini israeliani. Ho di fronte a me anche dei ragazzi che ancora non hanno avuto modo, per fortuna, di conoscere le galere israeliane ma che mi dicono di aver perso un gran numero di amici della loro età nei bombardamenti del 2014. Mi viene ricordato un episodio avvenuto in Cisgiordania negli anni “80 in cui vennero rese sterili circa duemila ragazze. Quattro conti e viene fuori che in un colpo solo Israele ha ridotto la popolazione potenziale di circa 16.000 persone che oggi, per effetto del moltiplicatore generazionale ne avrebbero probabilmente fatte nascere già almeno altre 32.000.

E’ spaventoso oltre che inquietante. Faccio ancora qualche obiezione ma poi mi faccio qualche conto veloce. Prendo in esame solo i due massacri maggiori degli ultimi dieci anni: Piombo fuso e Margine protettivo. Non so quanti diciottenni o ventenni o venticinquenni siano stati ammazzati ma so che sono stati la maggioranza dei circa 1450 morti di piombo fuso e dei 2260 di margine protettivo. So però quanti bambini sono stati ammazzati. Ben 318 nei soli 21 giorni del primo massacro e 570 più un migliaio resi invalidi a vita nei 49 giorni del secondo.

A parere dei miei intervistati tutto questo fa parte della lungimiranza strategica, tanto intelligente quanto cinica, dei governanti israeliani. Non solo di Netanyahu, ma di tutti i governanti israeliani e mi invitano a ricordare che molti di loro erano stati feroci terroristi prima della nascita dello Stato di Israele di cui poi sarebbero diventati onorevoli statisti.

Mi ripetono che questo rientra nella mentalità israeliana e che nessuna uccisione di palestinese in grado di procreare è casuale. “Sono i nostri giovani la nostra forza e per questo Israele li uccide” ripete il mio ospite. Però, con uno spirito assolutamente palestinese, aggiunge “ma non potrà ucciderli tutti e gli interessi che sostengono Israele non saranno eterni. Assaggia la zuppa di verdura che è speciale”. Si cambia registro così, qui a Gaza. Se non fosse così fosse sarebbero stati assuefatti e addomesticati. Qualcuno la chiama resilienza.

Mentre scrivo queste riflessioni dalla mia finestra entrano tre cose: l’insopportabile ronzio dei droni al quale non riuscirò mai ad abituarmi, un caldo che fino a poco fa pare abbia toccato i 42 gradi all’ombra e che mi ha tenuta bloccata in casa, e il rumore di clacson misto a tante voci che vengono dal porto. Tra un po’, appena spirerà un po’ di brezza scenderò sulla spiaggia che ho davanti al mio ufficio e che sarà piena di palestinesi in festa. La spiaggetta in cui nel 2014 vennero fatti a pezzi 4 bambini mentre giocavano a pallone. Ho sempre pensato si trattasse di crudeltà e sadismo, ma dopo le ultime interviste ho cambiato idea: Israele non ha soltanto bisogno di uccidere, come già scritto alcuni giorni fa, per una sindrome non superata dovuta all’olocausto, Israele ha anche l’obiettivo di uccidere per fermare la crescita del popolo palestinese. Lucidamente, scientemente, criminalmente.

Ripensando ad alcuni articoli di Gideon Levy, una delle firme più prestigiose del giornalismo israeliano progressista, mi rendo conto che Levy questo orrendo obiettivo lo denuncia da tempo. Ma solo l’impatto vis à vis con chi è direttamente colpito da questo progetto mi ha dato consapevolezza della sua mostruosità. Se Israele si salverà da se stesso sarà anche perché quella piccola minoranza di cui Gideon Levy fa parte e che rappresenta la parte sana del paese, riuscirà ad ostacolare questa deriva razzista o peggio.

Per oggi è tutto, la festa continua comunque, nonostante l’ombra minacciosa di Israele, nonostante la cecità politica dell’Anp, nonostante il dolore per i tanti martiri, che però non sono assenti, basta entrare nelle case per vedere che anche loro partecipano all’Eid. Partecipano in forma di icona e di ritratti che riempiono i muri.”

Per oggi è tutto, la festa continua comunque, nonostante l’ombra minacciosa di Israele, nonostante la cecità politica dell’Anp, nonostante il dolore per i tanti martiri, che però non sono assenti, basta entrare nelle case per vedere che anche loro partecipano all’Eid. Partecipano in forma di icona e di ritratti che riempiono i muri.




Israele ha tre opzioni riguardo a Gaza

Israele ha tre opzioni riguardo a Gaza

Israele potrebbe rioccupare Gaza, scatenare un altro massiccio attacco militare, oppure togliere l’assedio.

Al Jazeera

Di Adnan Abu Amer

20 giugno 2018

Quando i palestinesi hanno indetto la ‘Grande Marcia del Ritorno’ il 30 marzo, Israele ha intuito un’opportunità di scontro. Ha cominciato ad abbattere a fucilate un manifestante disarmato dopo l’altro, sparando nel contempo a tutto volume la versione propagandistica sul fatto che questi palestinesi costituivano una ‘minaccia’ alla sua sicurezza e che quindi aveva il “diritto di difendersi”.

Ad oggi i soldati israeliani hanno ucciso oltre 120 manifestanti palestinesi pacifici. Ma gli israeliani non si sono fermati qui.

Dato che l’opinione pubblica internazionale si stava volgendo pericolosamente contro di loro, le forze di occupazione israeliane hanno incominciato a reagire alle manifestazioni pacifiche prendendo di mira i gruppi della resistenza armata a Gaza, bombardando le loro aree di esercitazione, i depositi di armi, i tunnel e le infrastrutture logistiche, ed assassinando anche parecchi dei loro membri.

L’esercito israeliano non ha giustificazioni per questi attacchi; ha voluto semplicemente stabilire una nuova situazione di fatto sul terreno: la resistenza pacifica verrà affrontata con la forza bruta ed ogni escalation porterà ad un più esteso attacco militare.

Dopo qualche discussione, da Gaza è stata lanciata una risposta militare. Molti all’interno dei gruppi della resistenza armata erano convinti che Israele non avrebbe potuto imporre questa nuova  situazione sul terreno e che si doveva dimostrare che ci sarebbe stata una reazione ai suoi attacchi militari.

Ciò che questo episodio dimostra, tuttavia, è che è sempre più difficile per Israele mantenere lo status quo. La sua strategia, secondo cui “Gaza non vivrà e non morirà”, non sembra più funzionare. Esso teme che i palestinesi non si accontenteranno più di piccole concessioni e aggiustamenti.

Ed è in questo contesto che Israele sembra trovarsi di fronte a tre opzioni riguardo a Gaza: la rioccupazione, un’altra guerra o la fine dell’assedio.

Rioccupazione

Ci sono state alcune voci dell’estrema destra nel governo israeliano, nell’esercito e nell’elite intellettuale che hanno auspicato la rioccupazione di Gaza. Ritengono che stabilire nuovamente il controllo militare sulla Striscia potrebbe rimuovere la minaccia che essa costituisce.

Chiedono di occupare l’intera Striscia con truppe sul terreno e operare un radicale smantellamento dei gruppi armati di Gaza. Dopo che ciò sarà avvenuto, Gaza dovrebbe presumibilmente essere consegnata ad una parte terza, come l’Autorità Nazionale Palestinese o un organismo internazionale, che si occupi ed amministri i bisogni umanitari della popolazione.

Coloro che perorano questa soluzione sanno benissimo che stanno prevedendo un sanguinoso disastro. Israele troverà senza dubbio una forte resistenza a Gaza, che causerà decine, se non centinaia, di morti tra i soldati israeliani. Non c’è niente di più doloroso per Israele del ritorno dei suoi soldati dal campo di battaglia in neri sacchi per cadaveri.

Se rioccuperà la Striscia, lo Stato di Israele dovrà fornire livelli minimi di cibo, acqua ed elettricità alla popolazione economicamente sfinita. Ciò imporrebbe un notevole peso sul bilancio statale.

Il numero di vittime che una simile operazione militare causerebbe alla popolazione civile di Gaza  rappresenterebbe per la narrazione israeliana una catastrofe sul piano internazionale. L’indignazione internazionale per i crimini israeliani sta aumentando di giorno in giorno ed alla fine raggiungerà un punto di rottura.

È importante ricordare che questa opzione non è molto apprezzata nelle sfere decisionali di Tel Aviv, sia all’interno del governo che dell’esercito o dell’intelligence, poiché si rendono semplicemente conto di quanto esorbitante sarebbe il prezzo che dovrebbero pagare.

Un nuovo attacco militare

Questa opzione di un nuovo importante attacco militare a Gaza è popolare tra i personaggi politici e militari influenti in Israele, in quanto viene vista come meno onerosa rispetto ad una rioccupazione. Sembra corrispondere all’impellente necessità di trovare un nuovo deterrente contro Hamas dopo i suoi recenti lanci di razzi sugli insediamenti israeliani vicini a Gaza.

Israele si è abituato a scatenare un attacco a Gaza ogni pochi anni, all’interno della sua politica del  “falciare l’erba”. Ogni volta che le risorse di Hamas – sia umane che logistiche – crescono, sorge la necessità di eliminarle con attacchi aerei o uccisioni sul campo che ripristinino la deterrenza di Israele per qualche altro anno.

Dopo le diverse operazioni che Israele ha scatenato tra il 2006 e il 2014, potrebbe ben essere in procinto di scatenarne un’altra. Nonostante la loro convinzione che questa opzione sia urgentemente necessaria, i generali di alto grado sono dubbiosi in proposito perché sanno che nel corso degli ultimi quattro anni i gruppi armati palestinesi hanno ricostituito le loro risorse e addestrato le loro fila.

Una guerra a Gaza non sarebbe una scampagnata, ma loro la vedono come un male necessario o una “guerra senza altra scelta”.

Togliere l’assedio

Questa opzione vedrebbe Israele togliere l’assedio alla Striscia di Gaza sul piano economico ed amministrativo. Implicherebbe anche la costruzione di un porto o di un aeroporto sotto stretto controllo di sicurezza israeliano e con garanzie internazionali.

Questa opzione porrebbe sulle spalle di Israele l’onere di sostenere i due milioni di abitanti di Gaza, ma le sue implicazioni strategiche portano la leadership israeliana ad evitarla. Essa renderebbe possibile la creazione di un’entità palestinese con caratteristiche simili ad uno Stato, senza che debba fornire ad Israele le consuete “garanzie di obbedienza”, come avviene per la Cisgiordania.

Inoltre non vi sarebbero sufficienti garanzie che Hamas non tragga vantaggio da queste nuove strutture portuali per far entrare armi che potrebbero sovvertire lo status quo militare.

Poiché la situazione sul terreno a Gaza si modifica e le minacce di Israele contro i palestinesi aumentano, tutte e tre le opzioni sono possibili. Israele farà i suoi accurati calcoli per ognuna di esse, ma alla fine saranno gli sviluppi sul terreno a determinare quale strada prenderanno gli eventi.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

Il dottor Adnan Abu Amer è direttore del Dipartimento di Scienze Politiche all’università palestinese Ummah di Gaza

 

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 

 

 




Le sei cose che mostrano le truppe palestinesi nel reprimere le proteste a Ramallah

Haaretz

Amira Hass

18 giugno 2018,

La violenta repressione, mercoledì scorso, da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese di una manifestazione di protesta contro le politiche restrittive dell’ANP nei confronti di Gaza dimostra:

  1. Che l’ANP ed il partito alla sua guida, Fatah, non intendono tenere elezioni parlamentari

Chiunque abbia interesse a svolgere libere elezioni non reprime brutalmente una piccola manifestazione con modi che coniugano i metodi dell’occupazione israeliana con quelli delle forze di sicurezza siriane ed egiziane. Chiunque voglia vincere le elezioni non ricorre a metodi che repellono alla maggioranza della propria popolazione, allontanandola ancor più dalla sua dirigenza non eletta.

2.     Che il movimento di Fatah si aggrappa con tutte le sue forze al misero potere che gli deriva dal gestire l’ANP sotto il feroce regime militare israeliano.

Altrimenti si sarebbe pubblicamente e immediatamente dissociato dal modo in cui le agenzie di sicurezza palestinesi hanno strumentalizzato i giovani identificati come membri di Fatah. (Si è detto che almeno alcuni provenivano dal campo profughi Jalazun, come Rami Younes, che scrive sui siti web israeliani Sihah Mekomit e +972. Younes ha partecipato alla manifestazione di mercoledì sera e ne ha riferito agghiaccianti dettagli).

3. Che la paura del presidente palestinese Mahmoud Abbas all’interno del movimento Fatah è molto forte

Ci sono membri di Fatah contrari alla repressione della manifestazione che chiedeva la revoca delle misure punitive imposte da Abbas a Gaza, pur condividendo le critiche rivolte ai manifestanti (per esempio, che minimizzano la responsabilità di Hamas per la situazione a Gaza e il suo sottrarsi ai propri obblighi verso la popolazione civile della Striscia). Questi oppositori all’interno di Fatah restano in silenzio per paura di perdere i loro salari o di essere probabilmente estromessi dalle istituzioni di Fatah, in cui si sentono a casa propria.

4. Che l’ANP è capace di programmare ed organizzare quando vuole farlo, diversamente dall’impressione che hanno gli impiegati nei suoi ministeri

Là regna il caos, la mancanza di pianificazione e organizzazione e lo scarso coordinamento, oltre a una buona dose di apatia.

L’Autorità Nazionale Palestinese è riuscita in modo straordinario a mettere insieme il lavoro di molte delle proprie istituzioni per scoraggiare potenziali manifestanti dal farsi vedere, e poi a reprimere e punire quelli che non si erano lasciati intimorire. Queste istituzioni includono il governo dell’ANP, l’ufficio del presidente, le forze di sicurezza ufficiali e anche poliziotti in borghese – attivisti di Fatah o qualcuno che finge di esserlo. Tutti hanno lavorato all’unisono come in un macchinario ben oliato.

Sono stati tutti preceduti da redattori, artisti grafici e tipografie che hanno preparato poster giganti appesi in piazza Manara a Ramallah, inneggianti all’ANP ed al suo sostegno finanziario alla Striscia di Gaza, affermando al contempo che la radice del disastro di Gaza sia stata il “colpo di stato” di Hamas (con riferimento alla presa in carico da parte di Hamas delle agenzie di sicurezza nella Striscia di Gaza nel 2007, in seguito alla vittoria del movimento nelle elezioni parlamentari). I poster contenevano anche una propaganda di bassa lega sul fatto che i manifestanti fossero dipendenti di ONG rimpinguate da denaro estero e lavorassero per un progetto straniero.

Martedì scorso il governo palestinese ha condannato le proteste che si erano già svolte prima di mercoledì sera, sostenendo che spostavano l’attenzione dalla responsabilità dell’occupazione israeliana e di Hamas per la situazione a Gaza. La sera stessa è stata diffusa una dichiarazione pubblica secondo cui, su consiglio del consulente di Abbas per gli affari locali, è stato deciso che le manifestazioni e le proteste sarebbero state vietate fino alla fine del Ramadan e della festa di tre giorni di Id al-Fitr, che è iniziata giovedì notte, per evitare di disturbare le festività e lo shopping festivo.

Quelli che hanno sfidato il divieto si sono scontrati con un forte e variegato contingente di forze di sicurezza palestinesi. Nello stesso momento in cui le forze hanno cominciato a lanciare gas lacrimogeni e granate stordenti, e le squadracce in borghese hanno iniziato a confiscare macchine fotografiche e ad aggredire e arrestare manifestanti, sia uomini che donne, a Nablus si stava svolgendo una manifestazione a sostegno di Abbas. Ma nessuno ha disperso quella manifestazione.

5. Che lo status quo è molto apprezzato dall’ANP

L’accordo di Taba del 1995 con Israele vieta ai servizi di sicurezza palestinesi di operare nell’area B della Cisgiordania – la parte ufficialmente sotto controllo militare israeliano e controllo civile palestinese ( in base agli accordi di Oslo, ndtr.) – a meno che ciò sia concordato con Israele. Gli vieta anche di operare nell’area C, che è sotto il totale controllo militare e civile israeliano. Centinaia di migliaia di palestinesi vivono nelle aree B e C, dove si trovano esposti alla violenza dei coloni ebrei e della polizia ed esercito israeliani. L’accordo di Taba è scaduto 19 anni fa, ma l’ANP continua ad osservarlo e non dispiega le proprie forze di sicurezza per difendere fisicamente il suo stesso popolo. Se lo facesse, chissà quali ritorsioni farebbe Israele, forse cancellerebbe le concessioni alla libertà di movimento di cui godono gli alti dirigenti, oppure i permessi di commercio e di estrazione che loro ed i loro parenti hanno ottenuto.

6. Che il governo palestinese aveva ragione a dire che la protesta spostava l’attenzione dall’occupazione

Questo articolo si occupa della violenta repressione della protesta, invece di dedicarsi al fatto che Israele ha prorogato di altri quattro mesi la detenzione amministrativa della deputata palestinese Khalida Jarrar, che è già stata in prigione un anno senza processo. Non stiamo scrivendo dell’ordine di demolizione emesso per la casa di Latifa Abu Hamid nel campo profughi di Al-Amari. Uno dei suoi figli è sospettato dell’uccisione di un soldato dell’unità Duvdevan, che faceva parte delle forze che hanno attaccato il campo circa un mese fa. Israele non riconosce il diritto dei civili palestinesi a difendersi dalle incursioni armate israeliane. Ancor prima che il figlio compaia davanti ad un tribunale militare, tutta la sua famiglia viene punita.

Provate ad immaginare che cosa accadrà nel piccolo e affollato campo quando l’esercito israeliano vi entrerà con i bulldozer e i carri armati. E chi sarà assente? Le forze di sicurezza palestinesi, quelle stesse che sono state addestrate in Russia e Giordania, Egitto e Romania e dall’FBI e dalle polizie europee e che hanno disperso con la violenza una pacifica protesta in piazza Al-Manara a Ramallah.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




False accuse e scudi umani a Gaza

La falsità delle accuse israeliane sugli scudi umani a Gaza

Cercando disperatamente di giustificare l’uccisione di manifestanti disarmati, Israele usa ancora una volta il suo mantra degli ‘scudi umani’.

Al-Jazeera

Di Neve Gordon e Nicola Perugini, 18 giugno 2018

È diventato un macabro rituale. Ogni settimana migliaia di palestinesi marciano verso la barriera che circonda la piccola striscia di terra in cui sono imprigionati da anni, mentre i cecchini israeliani scelgono le loro vittime e sparano.

Dal 30 marzo, 132 palestinesi sono stati uccisi e oltre 13.000 feriti perché hanno coraggiosamente protestato contro le conseguenze del permanente assedio militare israeliano a Gaza.

Ad alcuni la marcia palestinese potrebbe sembrare suicida, ma per i palestinesi è l’estremo atto di resistenza pacifica. La malnutrizione, la mancanza di acqua potabile, le quotidiane interruzioni di corrente elettrica, la disoccupazione di massa e l’estrema povertà non sono slogan astratti per i civili che hanno preso parte a queste manifestazioni.

Quindi, settimana dopo settimana, marciano verso la barriera nella speranza che il mondo ascolti la loro disperazione e che qualche Paese, qualche leader, o anche qualche movimento appoggi la loro causa e li aiuti a rompere l’assedio.

Ma ogni settimana Israele fa di tutto per proporre una narrazione diversa. L’esercito israeliano ha diffuso sui social media immagini e video di bambini presenti nelle proteste. Un breve videoclip trasmette una ninnananna interrotta dal suono di spari e chiede retoricamente: “Dove sono oggi i bambini di Gaza?” Dopo aver mostrato i bambini in mezzo alle manifestazioni, visualizza sullo schermo la parola “qui” scritta tutta in maiuscolo.

Simili video vengono utilizzati come “prova definitiva” che i palestinesi usano i bambini come scudi umani.

La propaganda israeliana sugli “scudi umani” ha riguardato anche civili adulti. In seguito all’indignazione internazionale per l’assassinio della ventunenne Razan Al-Najjar, uccisa mentre curava un manifestante ferito, l’esercito israeliano ha fatto circolare un video montaggio intitolato “Hamas usa i paramedici come scudi umani”.

Il video si basa su un’intervista alla rete televisiva Al Mayadeen in cui Razan descrive il proprio lavoro come medico: “Mi chiamo Razan Al-Najjar. Sono qui in prima linea come scudo umano per proteggere e salvare i feriti in prima linea.”

L’unità multimediale dell’esercito israeliano ha opportunamente modificato l’intervista, omettendo l’affermazione di Razan secondo cui per lei fare scudo ai feriti fa parte delle sue responsabilità come operatore medico. Hanno anche volutamente ignorato un’altra clip postata sul sito web del New York Times, in cui lei descrive le manifestazioni di protesta come un tentativo “di mandare un messaggio al mondo: senza armi, possiamo fare molto.”

Israele giustifica i suoi attacchi violenti continuando ad accusare Hamas di usare scudi umani, nella strenua speranza di sollevare indignazione morale, cercando al contempo anche di predisporre una difesa legale  per ciò che è ingiustificabile.

Sul piano morale, l’accusa lascia intendere che i palestinesi sono dei barbari. Non diversamente dall’immaginario sui barbari pagani che offrivano i figli agli dei, suggerisce che i palestinesi di Gaza non hanno problemi a mandare i propri figli e figlie in prima linea. Il messaggio implicito è che i popoli civilizzati proteggono i propri figli, mentre i palestinesi li sacrificano.

In termini giuridici, uno scudo umano è un civile che viene usato per fare in modo che un legittimo obbiettivo militare non possa essere attaccato. Accusando Hamas di utilizzare scudi umani, Israele spera di spostare la colpa dal cacciatore alla preda poiché, in base al diritto internazionale, la responsabilità per la morte degli scudi umani non grava su chi uccide, ma su chi li utilizza.

Il messaggio che Danny Danon, ambasciatore di Israele alle Nazioni Unite, ha consegnato in una lettera inviata al Consiglio di Sicurezza è esattamente questo: “i terroristi continuano a nascondersi dietro a bambini innocenti per garantire la propria sopravvivenza”.

Con questa affermazione, Danon non solo sposta le responsabilità [sui palestinesi] ma, di fatto, qualifica chiunque partecipi alla ‘Marcia del Ritorno’ come obiettivo militare.

Proprio in quanto gli scudi umani, per definizione, sono posti a difesa di legittimi obiettivi militari, l’accusa apparentemente senza fine che i palestinesi usano scudi umani per proteggere i manifestanti rivela che per Israele tutti i manifestanti palestinesi sono potenziali bersagli.

Ma nonostante il massimo impegno da parte di Israele, l’argomento “scudi umani” è sempre meno convincente. In un recente rapporto Human Rights Watch ha accusato Israele di perpetrare crimini di guerra  nei suoi tentativi di reprimere le richieste palestinesi di liberazione.

Intanto l’Assemblea Generale dell’ONU ha approvato a schiacciante maggioranza una risoluzione di condanna dell’uso da parte di Israele di “violenza indiscriminata”, mentre il responsabile ONU per i diritti umani  Zeid Ra’ad al-Hussein ha chiesto un’indagine.

Ciò che è ancora più spaventoso, tuttavia, è che Gaza non è un’eccezione.

Dal Venezuela, dove i preti hanno difeso  militanti antigovernativi dalla violenza mortale della polizia antisommossa, al Sudafrica, dove studenti bianchi hanno fatto scudo a studenti neri quando essi hanno manifestato contro le tasse scolastiche insostenibili, agli Stati Uniti, dove  veterani [di guerra] hanno cercato di proteggere nativi americani pacifici brutalmente assaliti dai cani delle forze di sicurezza, colpiti dagli idranti con temperature sotto zero e da proiettili ricoperti di gomma nella Riserva di Standing Rock, sempre più persone sono definite scudi umani o agiscono realmente come scudi umani.

Nonostante le differenze tra queste situazioni, l’immagine dello scudo umano – che venga usata per giustificare la violenza coloniale o per proteggere i dimostranti – è divenuta onnipresente nel nostro attuale panorama politico.

Questo a sua volta suggerisce che i manifestanti sono considerati sempre più come bersagli legittimi e che il repertorio delle violenze e delle giustificazioni legali utilizzato in guerra è entrato nell’ambito della vita civile e sta diventando la normalità.

Le opinioni espresse in questo articolo sono degli autori e non rispecchiano necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

Neve Gordon è un ricercatore dell’istituto Marie Curie e docente di diritto internazionale alla Queen Mary University di Londra.

Nicola Perugini è docente alla Scuola di scienze politiche e sociali dell’università di Edinburgo.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Giornalisti picchiati, macchine fotografiche distrutte: la polizia palestinese disperde la protesta anti-Abbas a Ramallah

Amira Hass, Jack Khoury

14 giugno 2018, Haaretz

Decine di persone picchiate e arrestate, tra cui giornalisti stranieri, nella repressione delle manifestazioni contro le sanzioni economiche di Abbas a Gaza

La polizia antisommossa dell’Autorità Nazionale Palestinese ha sciolto con la forza una manifestazione a Ramallah mercoledì sera, imponendo il divieto di protesta in nome della festa di Id al-Fitr, che segna la fine del mese di digiuno del Ramadan.

La polizia ha arrestato giornalisti e decine di dimostranti, ha rotto le telecamere e picchiato molti dei manifestanti.

I dimostranti chiedevano al presidente palestinese Mahmoud Abbas di rimuovere le sanzioni che ha imposto a Hamas e ai residenti della Striscia di Gaza, dopo che Hamas ha fallito nel portare avanti un accordo di condivisione del potere.

Le forze di sicurezza palestinesi hanno sparato gas lacrimogeni, granate stordenti e sparato proiettili in aria. Hanno confiscato fotocamere e smartphone, ne hanno rotti alcuni e hanno ordinato ai giornalisti di non intervistare i dimostranti. La polizia ha arrestato giornalisti stranieri e palestinesi e ha picchiato un gran numero di manifestanti. Anche molti cittadini israeliani hanno partecipato alla protesta.

Nonostante la violenta repressione della protesta, un piccolo gruppo di manifestanti è riuscito a sfuggire alla polizia e si è radunato nelle strade secondarie, scandendo slogan come: “Disgrazia e vergogna” e “Con anima e sangue ti riscatteremo, Gaza.

I corrispondenti riferiscono che da sei a quindici persone sono state ricoverate in ospedale per ferite tra cui l’inalazione di gas lacrimogeno. Decine di persone sono state arrestate; un rapporto porta il numero a 80, tra cui alcune giovani donne. I giornalisti stranieri presi in custodia sono stati rilasciati durante la notte.

Mercoledì la polizia palestinese ha disperso una protesta simile a Nablus.

Martedì scorso, l’Autorità Nazionale Palestinese ha vietato le dimostrazioni fino alla fine dei tre giorni di festeggiamenti per Id al-Fitr, che segnano la fine del mese di digiuno del Ramadan. L’Autorità Nazionale Palestinese ha dichiarato che la decisione era stata presa per evitare qualsiasi interruzione alle celebrazioni festive. L’ultimo giorno del digiuno è giovedì e la festa inizia la sera, dopo il tramonto.

Mercoledì gli organizzatori, un gruppo di personaggi pubblici e di attivisti sociali che hanno aperto la pagina Facebook “Le sanzioni contro Gaza sono un crimine”, hanno annunciato che avrebbero comunque svolto la manifestazione disobbedendo al divieto. Prima di quest’ultima dimostrazione, una dichiarazione rilasciata dagli organizzatori ha riferito che essi sono stati oggetto di una campagna diffamatoria sui social media, che si diceva contenesse minacce e intimidazioni e li aveva presentati come agitatori esterni.

La prima di una serie di proteste contro le sanzioni di Abu Mazen a Gaza si è tenuta domenica sera con circa 1.500 partecipanti. Una seconda protesta molto più piccola si è tenuta martedì pomeriggio.

Quando mercoledì i manifestanti sono arrivati a piazza Manara a Ramallah, sono stati accolti da un gran numero di poliziotti palestinesi in tenuta antisommossa, con uniformi nere e mimetiche, armati di fucili, gas lacrimogeni, granate assordanti e manganelli. La polizia ha cercato di impedire ai manifestanti di riunirsi e ha ordinato a tutti di disperdersi e di lasciare immediatamente la strada.

I testimoni dicono di aver visto la polizia afferrare un manifestante, picchiarlo e condurlo a un veicolo della polizia, mentre altri ufficiali hanno cercato di sgomberare la strada principale dal resto dei manifestanti. Poiché non ci sono riusciti, i poliziotti hanno iniziato a sparare gas lacrimogeni e granate stordenti contro i manifestanti e i molti passanti che riempivano le strade la sera dopo la fine della giornata di digiuno del Ramadan.

Forze di sicurezza in borghese hanno picchiato i manifestanti e anche arrestato alcuni di loro nelle strade piene di gas lacrimogeni. Dopo che queste misure non sono riuscite a fermare la protesta, un terzo gruppo è apparso in abiti civili con cappelli da baseball del movimento Fatah. Anche loro hanno picchiato i manifestanti e cercato di disperdere la folla, mentre urlavano slogan a sostegno di Abbas e in memoria di Yasser Arafat.

In risposta all’arresto dei giornalisti, l’associazione della stampa palestinese ha rilasciato una dichiarazione secondo cui i suoi membri non avrebbero pubblicato notizie sul governo dell’Autorità Nazionale Palestinese e le forze di sicurezza fino a nuovo avviso. Hanno invitato il primo ministro palestinese Rami Hamdallah a dimettersi, ritenendolo responsabile della repressione delle proteste. Molti commenti sulla pagina Facebook dell’associazione hanno accusato lo stesso Abbas della decisione di reprimere la protesta. Non è la prima volta che l’Autorità Nazionale Palestinese ha usato una simile violenza per reprimere le proteste e mettere a tacere l’opposizione.

Le proteste erano contro una serie di sanzioni economiche che Abbas ha imposto a Gaza dopo la rottura dell’accordo di riunificazione dello scorso anno. Ad aprile sono stati congelati i salari agli impiegati dell’ANP nella Striscia. I funzionari hanno riferito di piani per estendere ulteriormente queste misure – che hanno aggravato una situazione già disperata di povertà a Gaza – e per interrompere anche il servizio bancario e Internet.

(Traduzione di Luciana Galliano)




Le donne in prima linea rischiano la morte per i loro diritti

Isra Saleh el-Namey

9 giugno 2018, Electronic Intifada

Islam Khreis ha recentemente lanciato qualche pietra contro le truppe israeliane.

“Queste sono giornate storiche”, ha detto la ventottenne abitante di Gaza. “Stiamo dicendo al mondo intero che non abbiamo mai dimenticato il nostro legittimo diritto al ritorno nei nostri villeggi e città che ci hanno rubato.”

Lanciare pietre è un semplice atto di resistenza per i palestinesi. È un modo simbolico di affrontare uno dei Paesi più militarizzati del mondo.

È una tattica che è stata usata da alcuni partecipanti alle proteste della ‘Grande Marcia del Ritorno’, che chiedeva che i palestinesi potessero tornare ai villaggi e alle città da cui le forze sioniste li espulsero nel 1948.

Anche se le fotografie di palestinesi che lanciano pietre con le fionde in genere mostrano giovani uomini, Khreis era tra le molte donne che lo hanno fatto. In effetti ha svolto ogni tipo di attività. Ha aiutato a prestare i primi soccorsi ai manifestanti feriti dai cecchini israeliani e, come studentessa di giornalismo all’università Al-Aqsa di Gaza, ha fatto anche interviste ai manifestanti, benché, in quanto non accreditata, lo ha fatto senza avere la protezione derivante da scritte specifiche sui suoi indumenti.

Khreis prova un sentimento di solidarietà con le persone che si sono avventurate vicino alla barriera di separazione tra Gaza e l’attuale Israele. Più di 100 manifestanti disarmati sono stati uccisi da Israele da quando è iniziata la ‘Grande Marcia del Ritorno’ il 30 marzo.

“Il mio cuore si spezza quando vedo un giovane cadere a terra dopo essere stato colpito dai proiettili dei cecchini israeliani”, ha detto Khreis. “Questo è il risultato dell’ingiusto assedio imposto a Gaza. Se quei giovani avessero un lavoro decente, una buona educazione, servizi essenziali e libertà di movimento, non dovrebbero marciare verso la morte.”

Ovviamente anche molte donne e ragazze sono state ferite durante le proteste.

Una ragazzina, Wesal al-Sheikh Khalil, è stata uccisa mentre partecipava alla manifestazione il 14 maggio. E all’inizio di giugno l’infermiera ventunenne Razan al-Najjar è stata colpita a morte mentre aiutava a evacuare e curare i feriti.

“Un chiaro messaggio”

Mariam Mattar, di 16 anni, è stata colpita ad una gamba durante le recenti proteste. Stava sventolando una bandiera palestinese.

“Ho perso conoscenza”, ha raccontato a The Electronic Intifada. “Quando mi sono svegliata, ero in un letto d’ospedale.”

Nonostante la ferita, Mariam approva in pieno le proteste. “Vogliamo mandare un chiaro messaggio al mondo intero”, ha detto. “Il popolo palestinese sogna il giorno in cui potrà tornare alle proprie case. Speriamo che giunga presto.”

L’ampio uso dei gas lacrimogeni da parte di Israele – un’arma chimica che è stata lanciata sui manifestanti dai droni – ha colpito anche molte donne.

Amani Abu Jidian è andata alle recenti manifestazioni – che si tenevano normalmente di venerdì – con i suoi figli.

“I miei due figli hanno insistito per andare ogni venerdì”, ha detto. “So che è pericoloso, quindi per essere sicura che loro restassero al sicuro e non si avvicinassero troppo [alla barriera], li ho accompagnati mentre si avvicinavano al confine. Non ho smesso di sorvegliarli.”

L’11 maggio Abu Jidian era all’interno di una delle tende costruite a supporto delle proteste, quando l’hanno attaccata coi gas lacrimogeni.

“Mi sono sentita soffocare”, ha detto.

Insegnare le tradizioni

Anche se le tende non forniscono una reale protezione, si sono dimostrate importanti luoghi di aggregazione.

Maryam Abu Zubaida, di 63 anni, preparava i pasti per i manifestanti distribuiti nelle tende. Questi comprendevano piatti tradizionali come il maftoul – couscous palestinese – e la sumaghiya, uno stufato di carne di bue e ceci.

Quando si recava nelle tende, cantava canzoni nazionali e ricamava, per aiutare i manifestanti.

“È un bel modo per me di passare il tempo coi miei amici”, ha detto a ‘The Electronic Intifada’. “E nello stesso tempo facciamo un buon lavoro di insegnamento delle nostre tradizioni alle generazioni più giovani per conservarle nel futuro.”

Un giorno Maryam ha portato la sua nipotina Farah di 7 anni in una tenda. Recandosi là, Farah ha imparato canzoni come “Zareef al-Tool”, un lamento per le città e i villaggi che i palestinesi furono costretti a lasciare nel 1948.

“Mi piace quando finisco le lezioni e mia nonna accetta di portarmi con lei alla tenda”, ha detto Farah. “Là mi sono divertita molto.”

Quando Israele ha attaccato le manifestazioni, le donne hanno curato i feriti. Le uccisioni di Razan al-Najjar e, prima di lei, di Mousa Abu Hassanein, hanno messo in evidenza i rischi che corrono i medici.

Anwar Mohammed, un’infermiera di 26 anni, ha prestato i primi soccorsi ai manifestanti colpiti.

“Il nostro lavoro è stato molto impegnativo nelle scorse settimane”, ha detto. “Ci siamo occupati di un gran numero di vittime.”

Mohammed ha lavorato in un ospedale da campo, ma a volte le è stato chiesto di avvicinarsi alla barriera di confine per fornire assistenza di emergenza.

“La pressione e lo stress cui eravamo sottoposti è stato enorme, soprattutto durante le proteste del venerdì”, ha aggiunto.

Il coraggio che ha dimostrato le è valso un notevole rispetto.

“Era una novità per i manifestanti vedere infermiere donne in prima linea”, ha detto a ‘The Electronic Intifada’. Ci esponevamo al pericolo e aiutavamo a salvare vite umane. Ma non c’ è voluto molto perché i manifestanti si abituassero a noi. Ascoltavano le nostre istruzioni e vi si sono attenuti.”

Isra Saleh el-Namey è giornalista a Gaza.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)