La Grande Marcia del Ritorno: il massacro dei cecchini a Gaza

Richard Falk

10 giugno 2018, Global Justice in the 21st century

Nessun paese agirebbe con maggior moderazione di Israele”, Nikki Haley, Ambasciatrice USA alle Nazioni Unite.

Nota preliminare: Il massacro dei cecchini a Gaza in risposta alla Grande Marcia del Ritorno è un’altra pietra miliare nella resistenza palestinese e un ennesimo terrificante episodio nella storia dell’apartheid israeliano di violenza eccessiva e crudele, un sequel vergognoso di crimini per i quali non esiste un possibile tribunale giudicante che renda giustizia alle vittime. L’articolo che segue consiste nella giustapposizione di notizie, del bruciante editoriale di un giornalista israeliano coraggiosamente intransigente, Gideon Levy, e di un ampio e brillante commento del mio amico Jim Kavanaugh. L’articolo è dedicato alla memoria di Razan al-Najjar, la coraggiosa paramedica di 21 anni colpita a morte mentre assisteva i manifestanti palestinesi feriti più o meno vicino alla recinzione di Gaza. Questa giovane donna incarna la purezza della resistenza non violenta ed eroica, un’identità a cui è stata data profondità storica grazie alla sua gioia di vivere e al supremo sacrificio impostale dalla brutalità di un cecchino.

Si presume che la leadership politica e i comandanti militari israeliani abbiano scelto una tale esibizione di violenza eccessiva e vendicativa per un chiaro obiettivo politico, che rimarrà segreto. Sembrerebbe voler sfruttare il sostegno illimitato della presidenza Trump e una situazione politica regionale più che favorevole nella loro storia, ma ci si può ancora chiedere “a quale scopo?” Per me l’ipotesi migliore è che l’azione sia stata progettata per convincere la gente di Gaza, più che Hamas, che la resistenza, e in particolare la resistenza disarmata, è inutile. Senza un piano diplomatico e con il processo delle annessioni che procede senza ostacoli, Israele profitterebbe del riconoscimento palestinese che la lotta è finita e che i palestinesi hanno perso. La Grande Marcia del Ritorno è stata una sfida e un rifiuto ad ammettere la sconfitta, senza dubbio irritando Israele, e infliggendo una grande sconfitta nell’altra guerra: la Guerra di Legittimazione combattuta per conquistare i cuori e le menti sulla base di un elevato fondamento morale e politico.

Insomma, dobbiamo capire che il problema di vincere la Guerra di Legittimazione è principalmente una lotta per far sì che la verità venga ascoltata, venga compresa in tutte le principali questioni in campo. La legge e la morale sono dalla parte delle richieste palestinesi, ma questo si è sinora dimostrato politicamente irrilevante in quanto la geopolitica e le capacità militari pendono fortemente dalla parte di Israele. Può la resistenza palestinese, rafforzata da un crescente movimento di solidarietà globale, superare il vantaggio israeliano? Il tempo lo dirà. Finora le associazioni dei media si sono schierate con Israele, ed è un campo di battaglia nella Guerra di Legittimazione in cui i palestinesi hanno sinora sostanzialmente fallito.]

(Traduzione di Luciana Gagliano)




Dopo aver ucciso Razan al-Najjar, Israele assassina il suo personaggio

Gideon Levy

10 giugno 2018, Haaretz

Quando non c’è più onestà, ciò che rimane non è altro che propaganda

Poche parole – “Razan al-Najjar non è un angelo della misericordia” – riassumono la profondità della propaganda israeliana. Avichay Edraee, il portavoce in lingua araba dell’esercito israeliano, che parla anche in mio nome, è il rappresentante di un esercito della misericordia che ora si è autonominato giudice del livello di misericordia di una dottoressa che curava un ferito palestinese sul confine di Gaza con Israele e che i soldati dell’esercito israeliano hanno ucciso senza misericordia. Dopo averla uccisa, era anche necessario assassinare il suo personaggio.

La propaganda è uno strumento a disposizione di molti Paesi. Meno le loro politiche sono giuste, più incrementano i propri sforzi propagandistici. La Svezia non ha bisogno di propaganda. La Corea del Nord sì. In Israele viene chiamata ‘hasbara’ – diplomazia pubblica – in quanto: perché avrebbe bisogno di propaganda? Recentemente la sua propaganda è scesa a una bassezza talmente deprecabile che niente può dimostrare meglio di così che le sue giustificazioni sono esaurite, le sue scuse finite, che la verità è la nemica e che ciò che rimane sono menzogne e calunnie.

Si rivolge soprattutto al consumo interno. Nel resto del mondo pochi abitanti di Gaza ci crederebbero in ogni caso. Ma come parte del disperato tentativo di continuare con la repressione e la negazione psicologiche, nell’incapacità di dirci la verità e nell’elusione di ogni responsabilità – tutto è accettabile quando si tratta di questi sforzi.

Una dottoressa con un camice da infermiera è stata uccisa con un colpo di fucile da cecchini dell’esercito israeliano – come hanno fatto con giornalisti con i giubbotti con la scritta “stampa” e con un invalido senza gambe su una sedia a rotelle. Se ci fidiamo dei cecchini dell’esercito israeliano per sapere cosa stanno facendo, contando su di loro per essere i più corretti al mondo, allora queste persone sono state uccise deliberatamente. Sicuramente se l’esercito credesse alla giustezza della campagna militare che sta combattendo a Gaza, si sarebbe preso la responsabilità di queste uccisioni, manifestando rincrescimento e offrendo un risarcimento.

Ma quando la terra scotta sotto i nostri piedi, quando sappiamo la verità e capiamo che sparare contro manifestanti e ucciderne più di 120 e rendere centinaia di altri disabili assomiglia di più a un massacro, non si può chiedere scusa e esprimere rincrescimento. E allora l’aggressiva, goffa, imbarazzante e vergognosa macchina della propaganda del portavoce dell’esercito entra in azione – una fragorosa voce dal ministero della Difesa che aggrava semplicemente quello che è stato fatto. Martedì il maggiore Edraee ha reso pubblico un video in cui si vede da dietro un’infermiera, forse Najjar, mentre lancia lontano un lacrimogeno che i soldati avevano sparato verso di lei. Lo stesso Edraee avrebbe fatto altrettanto, ma quando si tratta di una propaganda disperata, è una prova inconfutabile: Najjar è una terrorista. Ha anche detto di essere uno scudo umano. Sicuramente un medico è un difensore di esseri umani.

Un’inchiesta militare israeliana, basata ovviamente solo su testimonianze dei soldati, dimostra che non è stata colpita volontariamente. Chiaro. La macchina della propaganda è andata oltre ed ha suggerito che potrebbe essere stata uccisa da armi da fuoco palestinesi, che sono state usate molto di rado durante gli ultimi due mesi.

Forse si è sparata da sola? Tutto è possibile. E ci ricordiamo forse di una qualunque inchiesta dell’esercito israeliano che abbia dimostrato il contrario? L’ambasciatore israeliano a Londra, Mark Regev, che è un altro grande, raffinato propagandista, è stato veloce nel twittare in merito alla “dottoressa volontaria” tra virgolette, come se una palestinese non potesse essere una dottoressa volontaria. Invece, ha scritto, la sua morte è “un ulteriore dimostrazione della brutalità di Hamas.”

L’esercito israeliano uccide un medico in camice bianco, durante una vergognosa violazione delle leggi internazionali, che garantiscono protezione al personale medico in zone di conflitto. E ciò nonostante il fatto che il confine di Gaza non costituisca una zona di guerra. Ma è Hamas che è brutale.

Uccidimi, signor ambasciatore, ma chi potrebbe mai seguire questa logica contorta, malata? E chi può credere a questa propaganda a buon mercato se non qualche membro del Consiglio dei Deputati degli Ebrei Britannici – la più grande organizzazione rappresentativa dell’ebraismo britannico – insieme a Merav Ben Ari [del partito di centro Kulanu, all’opposizione, ndt.], la deputata della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] che ha subito approfittato dell’occasione e ha dichiarato: “Risulta che la dottoressa, proprio quella, non era solo un medico, come vedete.” Sì, quella. Come vedete.

Israele avrebbe dovuto essere scioccato dall’uccisione della dottoressa. Il volto innocente di Najjar avrebbe dovuto toccare ogni cuore israeliano. Organizzazioni di medici avrebbero dovuto esprimersi. Gli israeliani avrebbero dovuto nascondere la faccia per la vergogna. Ma sarebbe potuto succedere solo se Israele avesse creduto alla giustezza della propria causa. Quando non c’è più onestà, ciò che rimane non è altro che propaganda. E da questo punto di vista, forse questa caduta ancora più in basso annuncia novità positive.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 22maggio – 4 giugno (due settimane)

Durante manifestazioni di massa, svolte il 25 maggio e il 1 giugno lungo la recinzione perimetrale che separa Israele da Gaza, le forze israeliane hanno ucciso una donna e ferito altri 170 palestinesi.

Durante il periodo di riferimento di questo Rapporto [dal 22.5 al 4.6] altri sette palestinesi sono morti per le ferite subite durante le manifestazioni delle settimane precedenti. La donna uccisa il 1 giugno aveva 21 anni e stava prestando servizio come volontaria con la Società di Soccorso Medico Palestinese. Funzionari e Agenzie delle Nazioni Unite hanno espresso indignazione per l’omicidio. Un altro palestinese è morto il 5 giugno: il giorno prima era stato colpito dalle forze israeliane a Khan Yunis, vicino al recinto perimetrale. Il suo corpo è trattenuto dalle autorità israeliane. Le dimostrazioni della “Grande Marcia di Ritorno”, iniziata il 30 marzo, dovrebbero concludersi l’8 giugno.

A Gaza e nel sud di Israele, durante il periodo di riferimento, si è avuto un crescendo di violenza: la più grave dalle ostilità del 2014. In due distinti episodi, verificatisi il 27 e il 28 maggio, a est di Khan Yunis e a nord di Beit Lahia, le forze israeliane hanno aperto il fuoco con carri armati contro postazioni militari palestinesi, uccidendo quattro membri di gruppi armati e ferendone un altro. Nei giorni successivi, gruppi armati palestinesi hanno lanciato più di 150 tra razzi e colpi di mortaio contro Israele. Uno dei razzi è caduto nel nord di Gaza, all’interno di una casa, provocando lievi danni; secondo quanto riportato da media israeliani, la maggior parte dei rimanenti è caduta in aree aperte o è stata intercettata in aria. Tre soldati israeliani sono rimasti feriti e, all’interno di Israele, i danni sono stati limitati, compresi quelli ad un asilo nido. Le forze israeliane hanno effettuato decine di attacchi aerei contro siti militari e aree aperte di Gaza: è stato registrato un ferito e danni ai siti bersagliati; danneggiate anche sette barche da pesca, una struttura produttiva, terreni agricoli e una scuola. L’intensificarsi di violenza è terminata alla fine del periodo di riferimento [di questo Rapporto].

Durante il periodo di riferimento, in particolare nel corso delle dimostrazioni vicino alla recinzione, i palestinesi hanno fatto volare centinaia di aquiloni di carta e palloni gonfiabili caricati con materiali infiammabili che, nel sud di Israele, hanno danneggiato terreni agricoli e colture. Secondo il ministro della Difesa israeliano, le cui dichiarazioni sono state riportate da media israeliani, dei circa 600 aquiloni lanciati, due terzi sono stati intercettati in aria, mentre un terzo ha raggiunto Israele, provocando incendi su una superficie di circa 900 ha.

Il 5 giugno, per carenza di carburante, l’unica Centrale Elettrica di Gaza ha spento la turbina ancora operativa. La Centrale ha cessato di funzionare a causa di dispute irrisolte tra le Autorità palestinesi di Gaza e quelle della Cisgiordania, in merito al finanziamento e alla tassazione del carburante. A Gaza le carenze di energia elettrica comportano interruzioni di corrente di 20-22 ore al giorno, rendendo precaria l’erogazione di servizi, tra cui quelli sanitari, l’acqua potabile, il trattamento dei reflui e l’istruzione.

Per far rispettare le restrizioni di accesso a zone di terra e di mare, in almeno 28 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro agricoltori e pescatori. Hanno anche arrestato quattro pescatori e confiscato una barca. Il 29 maggio, le forze navali israeliane hanno intercettato e sequestrato un natante che, da Gaza, stava tentando di rompere il blocco navale ed hanno arrestato 17 persone presenti a bordo. In due casi, le forze israeliane sono entrate a Gaza, vicino a Beit Lahiya e Jabalia (a nord di Gaza), ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo nei pressi della recinzione perimetrale.

Il 2 giugno, nell’area H2 della città di Hebron, controllata da Israele, le forze israeliane hanno sparato e ucciso un palestinese 35enne che stava lavorando in un cantiere edile. Secondo fonti militari israeliane, l’uomo è stato colpito con armi da fuoco per aver tentato di investire i soldati con un bulldozer. Testimoni palestinesi respingono questa versione ed affermano che l’uomo non si era fermato all’intimazione dell’alt, a causa del forte rumore presente nel luogo in cui si è verificato l’episodio.

In Cisgiordania un soldato israeliano è stato ucciso e 33 palestinesi sono rimasti feriti durante scontri scoppiati nel corso di operazioni di ricerca-arresto. I maggiori scontri si sono verificati il 26 maggio, durante un’operazione nel Campo Profughi di Al Amari (Ramallah), dove un palestinese ha lanciato una lastra di marmo su un soldato che è morto due giorni dopo per le ferite riportate. In Cisgiordania le forze israeliane hanno condotto, complessivamente, 114 operazioni di questo tipo, arrestando 207 palestinesi, tra cui sette minori. Il più alto numero di operazioni (42), è stato registrato nel governatorato di Hebron, seguito dai governatorati di Gerusalemme (17) e di Ramallah (15).

Durante manifestazioni e scontri, altri 12 palestinesi sono rimasti feriti. Un 15enne palestinese, colpito con arma da fuoco il 15 maggio, durante una manifestazione vicino a Beit El / DCPO, è morto in seguito al ferimento. In Cisgiordania questo è il quarto minore palestinese ucciso, dall’inizio del 2018, nel corso di manifestazioni ed episodi di lancio di pietre. La maggior parte dei ferimenti si è verificata durante scontri scoppiati nelle manifestazioni settimanali a Kafr Qaddum (Qalqiliya) e nel villaggio di An Nabi Saleh (a Ramallah). In due diversi episodi, accaduti vicino a Tulkarem e vicino a Betlemme, altri due palestinesi sono stati colpiti con armi da fuoco e feriti mentre stavano cercando di attraversare la Barriera senza permesso.

Secondo fonti ufficiali israeliane, il secondo e il terzo venerdì del Ramadan, le forze israeliane hanno consentito l’ingresso a Gerusalemme Est a circa 87.000 e 122.000 fedeli palestinesi rispettivamente. I maschi sopra i 40 anni e sotto i 12 anni e tutte le donne hanno potuto attraversare i posti di controllo senza permesso, mentre agli altri maschi erano stati concessi dei permessi. I residenti di Gaza non hanno avuto permessi per il Ramadan.

Il 24 maggio, l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha respinto le petizioni presentate dalla comunità palestinese beduina di Khan Al Ahmar – Abu al Helu (Governatorato di Gerusalemme), aprendo così la strada per la demolizione del villaggio, motivata dalla mancanza di permessi di costruzione, ed il trasferimento forzato dei suoi 180 residenti. La Comunità ha respinto il piano di trasferimento in un sito vicino, proposto dalle autorità israeliane. Tra le strutture a rischio c’è una scuola finanziata da donatori che serve le comunità beduine della zona. La comunità coinvolta è una delle 18 situate all’interno, o vicine, ad un’area parzialmente destinata ad un piano di insediamento strategico denominata E1. Il 1 giugno, il Coordinatore Umanitario e il Direttore delle operazioni dell’UNRWA, hanno invitato Israele a fermare i suoi piani di demolizioni di massa e di trasferimento della Comunità.

Nel periodo in esame non sono state registrate demolizioni o confische. Ciò è in accordo con la prassi, già riscontrata negli anni precedenti, di interrompere le demolizioni durante il mese del Ramadan.

In un caso, per consentire esercitazioni militari, le forze israeliane hanno sfollato, per sei ore, cinque famiglie della comunità di pastori di Humsa al Bqai’a, nella Valle del Giordano settentrionale. Questa comunità affronta sistematiche demolizioni, restrizioni di accesso e sfollamenti temporanei che sollevano preoccupazioni sul rischio di trasferimento forzato.

In Cisgiordania, in episodi che hanno visto coloni israeliani come protagonisti, tre palestinesi sono rimasti feriti e oltre 1.200 alberi di proprietà palestinese sono stati vandalizzati. In due distinti casi, coloni israeliani hanno aggredito fisicamente e ferito tre uomini palestinesi nel quartiere di Sur Bahir, a Gerusalemme Est e vicino al villaggio di Urif (Nablus). Nell’ultima località, un gruppo di 30 coloni israeliani ha aggredito, con pietre e bastoni, un uomo di 71 anni che stava pascolando le pecore, innescando scontri con i residenti della zona. A seguito di tali scontri, sono intervenute le forze israeliane che hanno ferito due palestinesi. Secondo fonti della Comunità, in sei distinti episodi, sono stati vandalizzati da coloni israeliani circa 1.265 alberi e colture su terre appartenenti a palestinesi di Ein Samiya e Kafr Malik (entrambi a Ramallah), ‘Urif (Nablus), Khallet Sakariya (Betlemme), Bani Na’im ed Halhul (entrambi in Hebron).

I media israeliani hanno riportato nove episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli israeliani; non sono stati segnalati feriti, ma un veicolo è stato danneggiato.

Le autorità egiziane avevano annunciato l’apertura del valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto per tutto il mese del Ramadan. Tra l’apertura, avvenuta il 12 maggio, e la fine del periodo di riferimento [4 giugno] sono state registrate 8.786 uscite da Gaza e 1.587 ingressi. Dal 2014, questa è la più lunga apertura continuativa del valico di Rafah.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 6 giugno, nel villaggio di An Nabi Saleh (Ramallah), durante scontri scoppiati nel corso di un’operazione di ricerca-arresto, le forze israeliane hanno ucciso un palestinese di 21 anni.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

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Il ministro della Difesa di Israele definisce l’idea di aiutare Gaza ‘delirante’. Ma mente intenzionalmente

Noa Landau

10 giugno 2018, Haaretz

Domenica mattina il ministro della Difesa [israeliano] Avigdor Lieberman si è nuovamente pronunciato contro gli aiuti umanitari a Gaza.

In un’intervista alla radio dell’esercito prima dell’incontro del comitato sulla sicurezza di domenica su questo argomento, Lieberman ha definito l’ipotesi che misure di aiuto umanitario condurrebbero alla cessazione del terrorismo “allucinante e delirante”. Ma alla domanda di specificare che cosa avrebbe consigliato precisamente a riguardo, ha eluso una chiara risposta ed ha continuato ad esprimersi con slogan.

Lieberman, capo del partito Yisrael Beitenu [“Israele Casa Nostra, partito di estrema destra nazionalista, ndtr], in un certo senso ha ragione; le misure di aiuto umanitario qui e nella Striscia di Gaza non sono una soluzione a lungo termine ad un problema che verte essenzialmente sulle aspirazioni alla liberazione nazionale. Ma ha anche torto e mente, perché sa molto bene che la posizione del suo governo, propugnata dall’esercito e dal suo ministero, sostiene gli aiuti umanitari affiancati a vari interventi di sostegno allo scopo almeno di interrompere la violenza nella regione.

Ma è vero che la drammatica situazione economica a Gaza non influisce sul livello delle minacce terroristiche? Dipende da chi si interpella nel governo e da quanto sono negativi i sondaggi per l’intervistato. Solo la scorsa settimana, durante la sua visita in Europa, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha detto ai giornalisti che l’escalation nella Striscia è dovuta allo strangolamento economico, “chiaro e semplice”, come ha detto lui. Ovviamente Netanyahu accusa Hamas e l’Autorità Nazionale Palestinese per la crisi, a causa degli “enormi investimenti sotterranei” di Hamas, cioè i tunnel. Ma il risultato, secondo il primo ministro, è che “stanno soffocando sul piano economico e hanno deciso chiaramente e semplicemente di schiantarsi contro la barriera (di confine).”

Netanyahu ha anche detto: “Stiamo esaminando varie possibilità per prevenire una crisi umanitaria là [a Gaza]. Israele è quello che fa di più e forse l’unico che si attiva su questo problema.” L’ultima affermazione non è esatta; si stanno sollecitando sforzi internazionali non meno che quelli israeliani per una soluzione e, a differenza di Israele, i governi stranieri stanno anche investendo denaro dei propri cittadini. Ma nei mesi scorsi Israele ha certamente bussato ad ogni porta per raccogliere fondi per l’assistenza a Gaza. Per esempio, a gennaio, durante una conferenza di emergenza a Bruxelles dei Paesi e delle organizzazioni donatori verso i palestinesi, Israele ha presentato un piano di emergenza per la ricostruzione umanitaria di Gaza ed ha chiesto alla comunità internazionale di finanziarlo.

Il piano israeliano per salvare Gaza, che è stato preparato sotto la guida del Coordinatore delle Attività di Governo nei Territori – cioè dell’esercito, quindi dell’ambito di competenza di Lieberman – comprende una proposta di costruzione di un impianto di desalinizzazione, un impianto di depurazione, un impianto di raccolta dei rifiuti, il potenziamento della zona industriale di Erez e altre voci, per un costo totale previsto di 1 miliardo di dollari. Israele ha proposto di fornire competenze tecniche e tecnologia per i progetti e di avere maggiore flessibilità riguardo all’importazione di materiali “a doppio utilizzo”, che potrebbero essere usati anche per atti di terrorismo, a Gaza. Questo significa che ci può essere più flessibilità nel blocco quando Israele lo decide. L’ex Coordinatore delle Attività di Governo nei Territori, general maggiore Yoav Mordechai, ha detto più volte in passato che “il problema è soprattutto di Hamas e dell’ANP, ma ha un forte impatto su Israele. È una componente ulteriore della concezione di sicurezza dell’esercito

La buona notizia, se così si può dire, è che anche il pubblico israeliano sembra ormai capire la falsità di politici come Lieberman e i suoi epigoni. In un’inchiesta condotta di recente dall’israeliana “Meet the Press” [‘Incontra la stampa’, programma televisivo di Canale 2 israeliano, ndtr.], come risposta alla domanda su che cosa dovrebbe fare Israele riguardo alla Striscia di Gaza, il 41% degli israeliani era d’accordo che Israele dovrebbe fornire “aiuto agli abitanti della Striscia di Gaza”. Questo dato va raffrontato con il 28% che ha detto che Israele dovrebbe “sconfiggere e rovesciare il governo di Hamas”, il 18% che ha auspicato di “lasciare la situazione com’è”, e l’11% senza un’opinione su una questione che influisce così pesantemente sulle loro vite e su quelle dei loro vicini. E questa è la risposta migliore ai politici populisti e incendiari: la gente non è sempre stupida.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




La Palestina non è occupata, è colonizzata.

Ramzy Baroud

5 giugno 2018, Middle East Monitor

Il 5 giugno 2018 ricorre il 51° anniversario dell’occupazione israeliana di Gerusalemme Est, Cisgiordania e Gaza.

Ma, a differenza della mobilitazione popolare di massa che ha preceduto l’anniversario della Nakba – la catastrofica distruzione della Palestina nel 1948 – il 15 maggio, è difficile che l’anniversario dell’occupazione generi una tale mobilitazione.

Il prevedibile fallimento del ‘processo di pace’ e l’inevitabile fine della ‘soluzione dei due Stati’ hanno spostato l’attenzione dal porre fine all’occupazione in sé al problema più ampio, e complessivo, del colonialismo israeliano in Palestina.

Le mobilitazioni dal basso a Gaza e in Cisgiordania, nonché tra le comunità beduine nel deserto del Negev, stanno di nuovo facendo crescere le aspirazioni nazionali nel popolo palestinese. Aspirazioni che per decenni, a causa della visione limitata della leadership palestinese, sono state confinate a Gaza e Cisgiordania.

In un certo senso, l’‘occupazione israeliana’ non è più un’occupazione secondo gli standard e le definizioni internazionali. È una semplice fase della colonizzazione sionista della Palestina storica, un processo che è iniziato più di 100 anni fa e continua ancora oggi.

Secondo il sito del Comitato della Croce Rossa Internazionale, “la legislazione sull’occupazione è innanzitutto motivata da considerazioni di tipo umanitario; sono esclusivamente la situazione sul campo a determinarne l’applicazione”.

È per motivi pratici che spesso utilizziamo il termine ‘occupazione’ in riferimento alla colonizzazione israeliana del territorio palestinese occupato dopo il 5 giugno 1967. Il termine consente l’enfasi costante sulle norme umanitarie che dovrebbero regolare il comportamento di Israele come potenza occupante.

Tuttavia, Israele ha già violato, e per diverse volte, la maggior parte delle condizioni di ciò che, da una prospettiva di diritto internazionale, viene considerata ‘occupazione’, come formulato nella Convenzione dell’Aia del 1907 (artt. 42-56) e nella Quarta Convenzione di Ginevra del 1949.

Secondo tali definizioni, con ‘occupazione’ si intende una fase provvisoria, una situazione temporanea che dovrebbe terminare con l’applicazione del diritto internazionale in relazione a quella particolare situazione.

Occupazione militare’ non vuol dire sovranità dell’occupante sull’occupato; non può comprendere il trasferimento di cittadini dai territori della potenza occupante verso le terre occupate; non può includere la pulizia etnica, la distruzione delle proprietà, le punizioni collettive e le annessioni.

Spesso si sostiene che Israele è un occupante che ha violato le regole dell’occupazione come stabilite dal diritto internazionale.

Sarebbe stato questo il caso un anno, due o cinque dopo che è avvenuta l’occupazione iniziale, ma non dopo 51 anni. Da allora, l’occupazione si è trasformata in una colonizzazione a lungo termine.

Una dimostrazione evidente è l’annessione, da parte di Israele, di territori occupati, comprese le Alture del Golan siriano e la palestinese Gerusalemme Est nel 1981. Tale decisione non ha rispettato in alcun modo le leggi internazionali, il diritto umanitario o qualsiasi altra normativa.

I politici israeliani hanno, per anni, discusso pubblicamente dell’annessione della Cisgiordania, soprattutto di aree popolate da insediamenti ebraici illegali, costruiti in violazione del diritto internazionale.

Le centinaia di insediamenti che Israele ha costruito in Cisgiordania e a Gerusalemme Est non sono considerati strutture temporanee.

La divisione della Cisgiordania in tre zone – area A, B e C [in base agli accordi di Oslo e a seconda dell’attribuzione all’ANP o a Israele del controllo amministrativo e militare, ndt.] – ognuna regolamentata secondo diversi dettami politici e norme militari, non ha precedenti nel diritto internazionale.

Israele sostiene, contrariamente al diritto internazionale, di non essere più potenza occupante a Gaza; tuttavia, sulla Striscia è imposto, da oltre 11 anni, un assedio israeliano terrestre, marittimo e aereo. Tra un susseguirsi di guerre israeliane che hanno ucciso migliaia [di palestinesi, ndt] e un blocco ermetico che ha spinto la popolazione palestinese sull’orlo della carestia, Gaza sopravvive in isolamento.

Gaza è ‘territorio occupato’ solo di nome, senza che nessuna delle leggi umanitarie venga applicata. Solo nelle ultime 10 settimane, sono stati uccisi oltre 120 manifestanti disarmati, giornalisti e medici e 13.000 sono stati feriti, eppure la comunità e il diritto internazionale restano inerti, non in grado di far fronte o sfidare i leader israeliani o di sconfiggere i veti americani ugualmente spietati.

I Territori Palestinesi Occupati hanno passato, già da molto, il confine tra l’essere occupati e l’essere colonizzati. Ma ci sono dei motivi per i quali noi restiamo prigionieri delle vecchie definizioni, il principale dei quali è l’egemonia americana nei discorsi legali e politici sulla Palestina.

Uno dei più importanti risultati giuridici e politici della guerra israeliana del giugno del 1967 contro molti Paesi arabi – guerra condotta con il pieno supporto degli USA – è la ridefinizione della terminologia giuridica e politica sulla Palestina.

Prima di quella guerra, il dibattito era per lo più dominato da questioni urgenti come il ‘diritto al ritorno’ dei rifugiati palestinesi, che dovevano poter tornare alle loro case e proprietà nella Palestina storica.

La Guerra dei sei giorni ha spostato completamente gli equilibri di potere, e ha consolidato il ruolo dell’America come principale sostenitore di Israele sulla scena internazionale.

Vennero approvate numerose risoluzioni del Consiglio di Sicurezza ONU per delegittimare l’occupazione israeliana: le risoluzioni n. 242, 338 e quella di cui si parla meno, ma ugualmente significativa, la n.497.

La Risoluzione 242 del 1967 chiedeva “il ritiro delle forze armate israeliane” dai territori da esse occupati nella Guerra dei sei giorni. La Risoluzione 338, che seguì alla guerra del 1973, accentuò e rese più chiara quella richiesta. La Risoluzione 497 del 1981 fu la risposta all’annessione israeliana delle Alture del Golan. Rese tale iniziativa ‘nulla, come non avvenuta e priva di effetti sul piano legale e internazionale’.

Lo stesso dicasi per l’annessione di Gerusalemme e per ogni altro insediamento coloniale o tentativo israeliano volto a cambiare lo status legale della Cisgiordania.

Ma Israele agisce secondo uno schema mentale totalmente differente.

Considerando che oggi ci sono tra i 600.000 e i 750.000 ebrei israeliani che vivono nei ‘Territori Occupati’, e che la più grande colonia, quella di Modi’in Illit [a nord di Gerusalemme, ndt.], ospita oltre 64.000 ebrei israeliani, bisognerebbe chiedersi che tipo di progetto di occupazione militare stia mai implementando Israele.

Israele è un progetto coloniale di insediamento, iniziato quando il movimento sionista aspirava a costruire una patria esclusiva per gli ebrei in Palestina, a spese degli abitanti nativi di quella terra alla fine del XIX° secolo.

Da allora non è cambiato niente. Solo la facciata, le definizioni legali e il discorso politico. La verità è che i palestinesi continuano a soffrire le conseguenze del colonialismo sionista e continueranno a portare questo fardello finché quel peccato originale non sarà coraggiosamente affrontato e rimediato con la giustizia.

Il punto di vista espresso in questo articolo appartiene all’autore e non riflette necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione di Elena Bellini)

 




Pare che quattro palestinesi siano stati uccisi e decine feriti da fuoco israeliano durante proteste a Gaza*

Jack Khoury, Yaniv Kubovich, Almog Ben Zikri

8 giugno 2018, Haaretz

 In migliaia hanno protestato in cinque punti nei pressi della barriera di confine Oltre 600 feriti, di cui 117 da proiettili veri L’esercito israeliano piazza batterie “Iron Dome” per fronteggiare il lancio di razzi I palestinesi chiedono all’Assemblea Generale dell’ONU di condannare Israele.

Secondo il ministero della Sanità di Gaza venerdì quattro palestinesi sono stati uccisi e 92 feriti dal fuoco dell’esercito israeliano durante proteste sul confine di Gaza. In migliaia hanno partecipato a quella che si prevedeva sarebbe stata la più grande marcia contro la barriera di confine israeliano da settimane.

Secondo il ministero 618 palestinesi sono stati feriti in totale negli scontri fino alle 7 di sera, di cui 254 sono stati ricoverati in ospedale. Uno dei feriti era in condizioni gravissime, otto hanno subito gravi ferite e 125 sono stati lievemente feriti. Il ministero afferma che 117 persone sono state colpite da proiettili veri.

L’esercito israeliano si stava preparando nel caso in cui Hamas e la Jihad Islamica palestinese avessero iniziato a sparare colpi di mortaio e razzi quando fossero finite le proteste. L’esercito ha schierato un numero significativo di batterie “Iron Dome” [sistema di difesa antimissile, ndt.] nei pressi delle vicine comunità [ebreo-israeliane, ndt.].

Mentre nelle settimane precedenti l’esercito ha affermato che Hamas non era interessato a uno scontro più ampio, il recente lancio di decine di colpi di mortaio contro Israele ha portato l’esercito a pensare che i gruppi islamici potessero cercare uno scontro limitato che includesse il lancio di razzi. Circa 10.000 dimostranti hanno manifestato in cinque punti lungo la barriera. Una postazione dell’esercito israeliano è stata danneggiata quando è stata colpita da spari da Gaza durante le proteste. Inoltre decine di aquiloni e di palloni aerostatici che trasportavano bottiglie molotov ed esplosivi sono state fatte volare all’interno di Israele, e sono stati lanciati contro le truppe israeliane ordigni esplosivi e granate.

Israele si aspettava che le proteste sarebbero state delle stesse dimensioni e violenza di quella del 14 maggio, quando circa 60 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane. Tuttavia pare che il numero dei presenti sia stato inferiore alle attese.

Si prevedeva che alcuni dei palestinesi che protestavano nel contesto della “Marcia del Ritorno” avrebbero sfoggiato indumenti che ricordano l’Olocausto, compresa una divisa a strisce che rappresentava l’abbigliamento che gli ebrei erano obbligati a indossare nei campi nazisti.

Gli organizzatori della protesta hanno detto che lo spunto intendeva mandare il messaggio che i palestinesi non sono responsabili dell’Olocausto, tuttavia ne pagano il prezzo. Hanno affermato che lo scopo complessivo della protesta era di mostrare al mondo che Israele sta commettendo crimini contro il popolo palestinese.

Venerdì i palestinesi e i loro sostenitori hanno chiesto che l’Assemblea Generale dell’ONU tenga una riunione d’emergenza per adottare una risoluzione che condanni l’”uso eccessivo della forza” da parte di Israele, soprattutto a Gaza, e vorrebbero raccomandazioni che garantiscano la protezione dei civili palestinesi. L’ambasciatore palestinese all’ONU Riyad Mansour ha detto di credere che il presidente dell’Assemblea Generale Miroslav Lajcak fisserà “molto presto” una data. Ha affermato che “molto probabilmente” avverrà il prossimo mercoledì pomeriggio. Mansour ha detto che la risoluzione presentata all’Assemblea Generale, come una precedente risoluzione del Kuwait, chiederà al segretario generale dell’ONU Antonio Guterres di fare una proposta entro 60 giorni “su modi e mezzi per garantire la sicurezza, la protezione e il benessere della popolazione civile palestinese sotto occupazione israeliana.”

Hamas ha esortato i palestinesi della Cisgiordania ad unirsi alla “Marcia del Ritorno” andando a Gerusalemme a pregare alla moschea di Al Aqsa o ai posti di blocco israeliani lungo la strada. Hamas controlla la Striscia di Gaza, ma in Cisgiordania la dirigenza dell’Autorità Nazionale Palestinese è dominata dall’organizzazione Fatah del presidente palestinese Mahmoud Abbas.

Come durante precedenti manifestazioni nelle scorse settimane, l’esercito ha schierato cecchini lungo il confine con Gaza. Afferma di aver ricevuto avvertimenti su possibili tentativi di prendere di mira soldati con spari o esplosivi. Il comitato che organizza le marce settimanali ha affermato di progettare di continuare a farle, nonostante l’alto numero di vittime palestinesi durante le 11 manifestazioni precedenti. Sostiene che l’obiettivo è dire al mondo che i palestinesi continuano a rivendicare i propri diritti, compreso quello al ritorno. I gazawi, che hanno fatto volare aquiloni incendiari oltre il confine, avevano previsto di inviarne decine in Israele venerdì.

“Non siamo legati a nessuna organizzazione,” ha detto uno di quelli che hanno fatto volare gli aquiloni. “L’idea è nata quando abbiamo visto nella prima marcia bambini con aquiloni che avevano bandiere palestinesi. Abbiamo visto che un aquilone vola velocemente ed entra in territorio israeliano, e allora abbiamo pensato di legargli materiale infiammabile o qualcosa che brucia.”

“Non siamo terroristi,” ha insistito. “Siamo una generazione senza speranza e senza una prospettiva che vive sotto un assedio asfissiante, e questo è il messaggio che stiamo cercando di mandare al mondo. In Israele piangono per i campi e i boschi che bruciano. E che ne è di noi, che stiamo morendo ogni giorno? Personalmente, sono andato varie volte alla barriera ed è chiaro che è una questione di tempo prima che mi prenda una pallottola in testa o mi amputino una gamba a causa delle ferite [si riferisce al fatto che i cecchini israeliani usano proiettili a frammentazione che provocano ferite gravissime, soprattutto agli arti inferiori, ndt.]. Per cui faccio volare aquiloni e partecipo alle proteste piuttosto che morire.”

Afferma che, se Hamas o qualunque altra organizzazione palestinese stesse appoggiando gli aquiloni incendiari, lui e i suoi compagni non avrebbero tanti problemi ad avere il materiale per fabbricarli.

“Ogni aquilone costa circa 5 shekel (1,40 $),” spiega. “A Gaza sono parecchi soldi. Quindi la creatività ci porta a utilizzare ogni cosa a disposizione – cartone usato e plastica o qualunque cosa che possa essere usata per costruire un aquilone, che è molto semplice ma sta sfidando l’esercito più potente del Medio Oriente.”

Giovedì mattina l’esercito [israeliano] ha lanciato volantini sulla Striscia di Gaza, avvertendo gli abitanti di non avvicinarsi alla barriera o di non cercare di attaccare gli israeliani.

“Abitanti della Striscia di Gaza! Auguri, e che il Ramadan vi porti fortuna,” dicevano i volantini.

“Un uomo saggio tiene conto delle conseguenze delle proprie azioni in anticipo e sceglie quelle i cui vantaggi sono maggiori dei costi. Se ne tenete conto riguardo all’avvicinarvi o all’attraversare la barriera, arriverete alla conclusione che questa azione non ne vale la pena ed è persino dannosa.”

I volantini invitavano anche i gazawi: “Non lasciate che Hamas vi trasformi in uno strumento per i suoi meschini interessi. Dietro a questi interessi c’è l’Iran sciita, il cui obiettivo è incendiare la regione a favore dei propri interessi religiosi ed etnici. Non dovreste lasciare che Hamas vi trasformi in suoi ostaggi, in modo che possa raccogliere un capitale politico a spese del benessere e del futuro dei gazawi in generale e dei giovani in particolare. Per evitare risultati dannosi, vi invitiamo a non partecipare alle manifestazioni e al caos e a non mettervi in pericolo.”

L’ “Associated Press” [agenzia di stampa USA, ndt.] ha contribuito all’articolo.

*[L’articolo deve essere stato scritto quando la notizia delle uccisioni non era stata ancora confermata e così si spiega il titolo ipotetico. ndt]

(traduzione di Amedeo Rossi)




I palestinesi feriti ‘puniti’ per aver protestato a Gaza

I palestinesi feriti ‘puniti’ per aver protestato a Gaza

L’Organizzazione Mondiale della Sanità riferisce che Israele ha concesso solo a un terzo dei dimostranti feriti il permesso di attraversare il checkpoint di Erez per essere curati

Al-Jazeera

Mersiha Gadzo e Anas Jnena – 8 giugno 2018

 

Il solo modo in cui ora a Sari al-Shubaki può comunicare è aprire e chiudere le palpebre.

La mattina del 14 marzo un cecchino israeliano l’ha colpito al collo con un proiettile durante le manifestazioni a Gaza. Da allora, il ventiduenne è paralizzato. Un frammento del proiettile è rimasto fra la spalla e il collo.

Nell’ultimo mese è rimasto ricoverato in condizioni critiche nel reparto di cure intensive dell’ospedale Al Shifa della città di Gaza.

Da allora, la famiglia sta aspettando che Israele gli conceda un permesso per uscire attraverso il checkpoint di Erez a nord di Gaza, che i palestinesi chiamano Beit Hanoun, per essere curato.

Il giorno successivo a quello in cui Sari è stato colpito, i medici hanno detto che l’avrebbero trasferito in Egitto per le cure, ma la speciale ambulanza ICU necessaria per spostarlo non è mai arrivata come era stato invece promesso, dice Dawud al-Shubaki, suo padre.

“Non so se è la verità o se è perché lo considerano un caso senza speranza. Mi sembra che abbiano dei casi prioritari, visto che ci sono così tanti feriti” dice Dawuf ad Al Jazeera dall’[ospedale] Al Shifa.

Senza altra possibilità, Dawuf ha continuato a protestare nel cortile dell’ospedale per far conoscere le condizioni del figlio e ricevere aiuto.

“C’è ancora speranza. È cosciente. Ci hanno detto dall’ospedale S. Giuseppe di Gerusalemme che sarebbero pronti ad accoglierlo, ma quanto tempo ci vorrà? Il ferito che era nel letto vicino a lui è morto ieri”, dice Dawuf.

“Faccio appello a chiunque abbia ancora un cuore misericordioso perché faccia sì che mio figlio riceva le cure di cui ha bisogno. Non possiamo pensare di perderlo. Se muore sarà una catastrofe per tutta la famiglia” dice Dawuf, scoppiando in lacrime.

Dall’inizio delle manifestazioni per la Grande Marcia del Ritorno, il 30 marzo, l’esercito di Israele ha ucciso per lo meno 129 palestinesi dell’enclave costiera assediata, e ha ferito più di 13000 persone.

In mancanza di risorse adeguate per provvedere alle cure necessarie ai pazienti, i dottori dell’impoverita Striscia di Gaza normalmente derivano i malati agli ospedali di Israele, della Cisgiordania e qualche volta della Giordania.

Ma per andarci i pazienti hanno bisogno di un permesso rilasciato da Israele, che spesso lo rifiuta senza spiegazioni o ci mette troppo tempo a concederlo per condizioni sanitarie urgenti.

L’altra possibilità è di uscire attraverso la frontiera sud di Rafah per essere curati in Egitto, ma la cosa è spesso dilazionata.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO), al 3 giugno è stato concesso a 12 feriti su 22 di attraversare Rafah per essere curati in Egitto.

A causa del blocco israelo-egiziano che dura da 11 anni, i malati a Gaza affrontano da tempo ostacoli per lasciare Gaza e sottoporsi a cure indispensabili, cosa che ha causato a molti una lenta morte, ma i dimostranti feriti affrontano ora ostacoli anche più stringenti per attraversare Erez.

Secondo un nuovo rapporto del WHO, dall’inizio del movimento della Marcia del Grande Ritorno solo un terzo dei palestinesi feriti durante le manifestazioni ha avuto dalle autorità israeliane un permesso di uscita.

Al 3 giugno, dei 66 manifestanti feriti che hanno presentato domanda per essere trasferiti attraverso Erez, solo 22 sono stati approvati – rispetto a un tasso di approvazione del 60% nel primo trimestre del 2018.

Trentatré, cioè il 50%, hanno ricevuto un rifiuto – una percentuale significativamente più bassa rispetto all’8% del primo trimestre 2018.

I restanti pazienti stanno ancora aspettando, e intanto due di loro sono morti.

“È stato deciso che sarà rifiutata senza appello ogni richiesta di ingresso in Israele a scopo medico inoltrata da un terrorista attivo o da un dimostrante che abbia preso parte ai fatti violenti avvenuti vicino alla barriera”, ha commentato in una mail ad Al Jazeera un portavoce del COGAT, l’ente amministrativo dell’occupazione militare di Israele.

 

‘Una politica punitiva e vendicativa’

Secondo Adalah – il Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba -, il rifiuto di Israele di evacuare i manifestanti feriti corrisponde ad una forma di punizione.

Prima del 15 aprile, a nessuno dei feriti durante le proteste della Marcia del Grande Ritorno è stato concesso il permesso di attraversare Erez per le cure.

Il Centro Al Mezan per i Diritti Umani e Adalah hanno dovuto fare ricorso alla Corte Suprema di Israele perché i malati palestinesi potessero essere trasferiti attraverso Erez.

Il 16 aprile, tre giudici della Corte Suprema israeliana hanno unanimemente deciso che fosse consentito a Yousef Kronz, ventenne, ferito da un proiettile dell’esercito israeliano, di lasciare Gaza per cure mediche urgenti a Ramallah, per salvare la gamba rimasta.

Adalah riferisce che, a causa del ritardo imposto dall’esercito israeliano e dal tribunale riguardo alla sua iniziale richiesta di trasferimento inoltrata più di due settimane prima, Kronz ha già subito l’amputazione di una gamba.

La Corte ha deciso che Kronz non costituiva alcuna minaccia e che la sua condizione sanitaria rappresenta “un totale cambiamento nella sua vita”.

“Dalla nostra esperienza nel caso Kronz, l’esercito israeliano cerca di implementare una politica punitiva e vendicativa nel rifiutare ai residenti di Gaza accesso a trattamenti medici salvavita in Cisgiordania solo perché hanno partecipato ad una manifestazione” ha detto Mati Milstein, coordinatore per i media internazionali di Adalah.

“Di fatto, durante le udienze del tribunale, rappresentanti del governo hanno detto chiaramente che il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman ha deciso di impedire il trasferimento per trattamenti medici urgenti dei gazawi feriti che abbiano partecipato alle proteste e alle manifestazioni pacifiche – anche a rischio di un’amputazione.”

Secondo le leggi umanitarie internazionali, come forza d’occupazione Israele è obbligato ad assicurare ai palestinesi accesso alle cure e a garantire strutture mediche, ospedali e servizi nei territori occupati.

Tuttavia, per la delegazione di Medici per i Diritti Umani di Israele (PHRI) che ha visitato Gaza in aprile, lavorare nei migliori ospedali disponibili in città è stato come tornare indietro di diversi decenni.

Dr. Jamal Hijazi, del Centro Medico Shaare Tzedek di Gerusalemme, ha spiegato che non ci sono antibiotici, e i malati se li devono portare. Non ci sono nemmeno disinfettanti e lo staff medico usa al loro posto una soluzione salina, aumentando la probabilità di infezioni.

PHRI ha riferito che lo staff medico usa più volte i prodotti usa-e-getta, come pure i medicinali scaduti. Mancano anche materiali fondamentali come garza, morfina, punti di sutura chirurgici, anestetici e tutori per fratture alle gambe.

“I feriti non sono curati adeguatamente, e qualcuno paga con la vita”, ha detto PHRI nell’ultimo rapporto, in riferimento al pesante bilancio di vittime del 14 maggio.

“Costretti a frugare fra i resti delle scorte mediche e dei medicinali, su qualsiasi cosa riescano a mettere le mani, i medici si sentono come nullatenenti che chiedano l’elemosina.”

 

Non c’è altro da fare che aspettare

Il paramedico Mazen Jabreel Hasna è stato sottoposto a sei operazioni chirurgiche per salvare la sua gamba destra dopo che è stato colpito da un proiettile a frammentazione nell’area di Malaka a Gaza.

I medici hanno detto che avrebbero trasferito il trentatreenne in Egitto o in Giordania per un’operazione chirurgica, ma questo non è ancora successo. Aspettando il permesso, ha paura che le arterie artificiali che i medici hanno usato per salvargli la gamba possano presto esplodere o guastarsi, visto che non sono della misura giusta.

“Ora sono in attesa e se Dio vorrà, potrò farlo prima che qualcosa vada storto”, dice Hasna.

Anche Omar al-Housh, di 25 anni, sta aspettando il permesso di lasciare Gaza per operarsi. Il dolore è continuo, dice. “Giorno e notte.”

Passa tutto il tempo a letto, incapace anche di usare le stampelle e tiene la gamba ferita sotto un lenzuolo; non ha il coraggio di guardarla da quando il 14 maggio un cecchino israeliano l’ha colpita con un proiettile a frammentazione.

Il fratello mostra foto della gamba colpita di Omar – una profonda ferita va dall’anca alla caviglia, muscoli e tessuti completamente esposti.

Quando è arrivato Omar l’ospedale ha chiesto urgentemente donazioni di sangue. Ha ricevuto più di 60 unità di sangue a causa delle vene e dei vasi danneggiati e ha subito tre operazioni per salvargli la gamba.

Omar ha detto che il giorno dopo esser stato colpito gli è stato negato il trasferimento in Egitto.

Attualmente è sulla lista d’attesa per operarsi in Giordania, poiché in punti di sutura usati per cucire le sue vene e i vasi sanguigni danneggiati non sono del tipo giusto e la frattura delle ossa è parzialmente scomposta.

Sta aspettando il permesso dalle autorità israeliane e giordane, ma gli è stato già più volte rifiutato l’ingresso.

“Ci vuole tanto tempo e ho paura che mi rifiuteranno ancora una volta l’ingresso in Israele o in Giordania”, dice Omar.

“I medici hanno fatto un’operazione d’urgenza, temporanea, per evitare che la mia ferita peggiorasse. Voglio poter camminare di nuovo” dice Omar, aggiungendo che la sua pena è diventata anche mentale, poiché soffre di incubi e flashback.

Omar ha lavorato occasionalmente con il fratello come pescatore, ma lui e la sua famiglia non possono pagare le medicazioni e gli analgesici, ciò che aggrava il problema.

“Tutti i giorni ha bisogno di analgesici e iniezioni, altrimenti sveglia tutto il vicinato con le sue urla, ma io non posso permettermeli”, dice il padre Younis al-Housh, insegnante.

“L’altro giorno mi ha chiesto di non prendergli le iniezioni e i medicinali perché si sente di peso. Vedete come è diventata dura la vita qui? Ma ciò che ora è importante è che vogliamo che sia curato fuori di qui e possa camminare.”

 

 

(traduzione di Luciana Galliano)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




‘Ringraziate di non essere gay a Gaza’

Noa Bassel

(tradotto in inglese Si Berrebi)

7 giugno 2018,  +972

Visto che i palestinesi sono privati dall’occupazione dei loro diritti, non si possono considerare le conquiste della comunità LGBTQ israeliana come un indice di tolleranza. Il nostro compito è di contrastare queste opinioni e continuare a chiedere eguali diritti per tutti.

Ogni anno a giugno, durante il “Mese dell’Orgoglio Gay”, il paradosso insito costruito all’interno del discorso politico israeliano raggiunge un’altissima intensità: più un gruppo sociale è oppresso, più ci si aspetta che sia grato per quello che è dato per scontato dal resto della popolazione.

I palestinesi dovrebbero essere grati di poter frequentare l’università, le femministe dovrebbero ringraziare Israele perché non vivono in Iran, gli immigrati ebrei dall’Etiopia dovrebbero essere felici di non trovarsi nella loro patria e le persone LGBTQ dovrebbero ringraziare di poter camminare per strada.

Questi gruppi sono sistematicamente attaccati o discriminati dalla polizia, dal sistema giuridico, dalle istituzioni statali e dal mercato del lavoro. Eppure si chiede loro di essere grati per la loro situazione, non fosse altro che per il confronto con scenari immaginari se fossimo nati in altri luoghi, tutto ciò al contempo mantenendo lo stigma che ci condanna all’ inferiorità.

Il discorso “di dover essere grati” viene diffuso da internet, da membri del parlamento, da giudici della Corte Suprema e da alcuni membri della comunità LGBTQ, e si basa su alcune significative contraddizioni. Primo, in ogni lotta ci si chiede di smettere di combattere e di essere grati per ciò che abbiamo già ottenuto – che in primo luogo non avremmo ottenuto se all’epoca non avessimo smesso di dire grazie. Sono sicura che i gay negli anni ’70 avrebbero potuto essere contenti che non fosse stata applicata la legge che puniva il sesso tra uomini, che si potesse sempre ingannare il proprio capo ed avere una relazione omosessuale dopo aver messo al mondo dei figli all’interno delle comodità del matrimonio.

Negli ultimi due anni abbiamo dovuto spiegare perché non possiamo essere gay solo nel privato delle nostre case, e la settimana scorsa nella città di Kfar Saba [nella zona centrale del Paese, ndt.] la polizia ha chiesto agli organizzatori del corteo dell’“Orgoglio Gay” di pagare per la costruzione di un muro intorno ai manifestanti “per proteggerli”. Fortunatamente in ognuna di queste circostanze ci sono state persone coraggiose che dissentivano; grazie a loro adesso ci mostriamo orgogliosamente di fronte a uomini in giacca e cravatta che ci chiedono di ringraziarli.

Una contraddizione più complessa è data dal raffronto tra i diritti LGBTQ in Israele, in Cisgiordania e a Gaza. Anzitutto perché chi solleva la questione non deve mai provare le proprie affermazioni: tutti sostengono che gli omosessuali vengono buttati giù dai tetti. Ma se si prova a calcolare soltanto quante persone gay sono state assassinate a Gaza, ed in quali circostanze, ciò risulta molto difficile. La posizione ufficiale di Israele è che le persone LGBTQ non subiscono sistematiche persecuzioni in Cisgiordania.

Lo status della popolazione LGBTQ nella società palestinese è tutt’altro che perfetto, ma dirlo non è compito di chi solleva la questione come mezzo per tacitare le critiche alle azioni di Israele. Inoltre, se la vediamo dal punto di vista degli LGBTQ israeliani, l’accusa che la società palestinese o musulmana sia intrinsecamente più omofoba di quella ebrea appare una volgare generalizzazione. In entrambe le società si possono trovare soggetti che accettano gli LGBTQ ed altri che li contrastano. Da entrambe le parti vi sono organizzazioni che lottano per i diritti LGBTQ.

Esponenti religiosi minacciano la comunità da entrambe le parti. Il movimento LGBTQ in Israele ha subito violenza, resistenza e difficoltà – proprio come la sua controparte palestinese.

Purtroppo i genitori israeliani cacciano ancora di casa i loro figli gay e le persone LGBTQ e i loro sostenitori vengono ancora attaccati. La violenta aggressione contro una transessuale a Tel Aviv, i due accoltellamenti da parte di Yishai Schlissel [estremista religioso, ndt.] alla “Marcia dell’Orgoglio Gay” a Gerusalemme e la sparatoria mortale al centro giovanile LGBTQ [2 morti e 15 feriti nel 2009, delitto rimasto tuttora impunito, ndt.], sono solo alcuni esempi (altri non trovano spazio nei media).

Ogni membro della comunità ha subito un attacco violento, o almeno una aggressione verbale per la strada. I minori israeliani sono tuttora mandati in terapia di conversione [dell’orientamento sessuale, ndtr.] (l’anno scorso la Knesset ha votato contro una legge che intendeva vietare questa pericolosa pratica). Solo la settimana scorsa il vicepresidente della Liberia – che ha proposto una legge per rendere le relazioni omosessuali un reato di primo grado punibile con 10 anni di prigione – ha visitato Israele come ospite del ministero degli Esteri.

I giovani israeliani piangono l’israeliana Shira Banki, che è stata assassinata da un ultra- ortodosso alla “Marcia dell’Orgoglio Gay” di Gerusalemme, il 2 agosto 2015. L’aggressore, Yishai Schlissel, accoltellò sei persone. (Yotam Ronen/Activestills.org). La relativa apertura che riscontriamo oggi nell’opinione pubblica israeliana è il risultato di una continua lotta da parte dei membri della nostra comunità. Ma vi è anche una fondamentale differenza tra la situazione delle persone LGBTQ dai due lati della barriera: chi è dal lato di Israele gode di libertà di movimento, di maggior tempo libero e reddito ed anche di miglior accesso all’istruzione superiore e all’informazione, che consente di proseguire la lotta. Di questi diritti gli LGBTQ palestinesi sono privati dallo Stato di Israele.

Perciò non si possono considerare le conquiste della comunità in Israele – che sono state ottenute in assenza dell’oppressione che subiscono i palestinesi LGBTQ in Cisgiordania e a Gaza – come un indice di tolleranza e pluralismo di Israele. Il nostro impegno come comunità inclusiva è di resistere a queste opinioni e continuare a chiedere niente di meno che eguali diritti per tutti.

Noa Bassel è studentessa di lingue e attivista sociale. Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta in ebraico su ‘Haokets’ [rivista progressista israeliana online, ndtr.].

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 

 




Perché Israele ha bisogno di uccidere

Patrizia Cecconi

2 giugno 2018, Pressenza

Osservando i fatti in quella striscia di terra del Vicino Oriente chiamata Striscia di Gaza, non ci si chiede più cosa sta spingendo quel popolo a rischiare la vita nella grande manifestazione iniziata il 30 marzo e chiamata Grande marcia del ritorno.  Sono state fatte tante analisi in questi due mesi e sono state dette anche molte sciocchezze, o più precisamente molte bugie, ma la verità è comunque emersa circa le ragioni di tanta esasperata determinazione.

Quel che viene da chiedersi, invece, è cosa spinge Israele a seguitare ad uccidere gratuitamente riuscendo a tirarsi addosso le attenzioni negative delle istituzioni abitualmente indulgenti rispetto alle sue azioni. E’ facile rispondere che Israele uccide con leggerezza perché può contare sull’incondizionato appoggio degli Usa e dei suoi satelliti, ma questa è una ragione insufficiente a spiegare, perché riguarda la copertura delle sue azioni nefande e non la spinta a commetterle.

Ieri ad esempio, penultimo venerdì della Grande Marcia, che motivo avevano i soldati israeliani per colpire un’ambulanza che portava soccorso? Chi o che cosa è stato a spingere quei soldati a sparare contro un gruppo di infermieri assassinando una giovane volontaria dall’aria di bambina in fiore? 21 anni, poco più  che adolescente, Razan Al Najjar era stata come un raggio di sole in questi due mesi in cui si era prodigata con  generosità ed efficienza al  soccorso dei feriti. Lei partecipava alla marcia così, portando aiuto con tanta determinazione e altrettanta grazia. Anche chi scrive aveva avuto modo di conoscerla durante una delle visite al border e non è stato facile scriverne, da morta, dopo averla riconosciuta in foto, viva, con quell’espressione a mezzo tra la gioia dell’adolescente che sorride al fotografo e la serietà del compito che aveva scelto di svolgere.

Hanno ucciso proprio lei ed hanno commesso un errore i suoi assassini perché c’è qualcosa di imponderabile nelle emozioni umane, qualcosa che va oltre la sfera della ragione. Hanno ucciso ragazzini inermi e il mondo ha fatto ahi! Hanno ucciso invalidi, già da loro stessi resi invalidi, su grucce o sedie a rotelle e il mondo ha detto ahi, Israele! Hanno ucciso fotoreporters “armati” solo di una macchina fotografica e individuabili col giubbetto “press” e il mondo ha sentito Israele invocare il suo diritto alla difesa e ha detto hmmm… hanno ucciso oltre 120 uomini donne ragazzi e bambini tutti disarmati e il mondo ha ripetuto la magica frase “sicurezza per Israele” passando sopra ai cadaveri. Hanno ferito 13.000 manifestanti disarmati e prima che il mondo potesse parlare, Israele ha detto “è tutta colpa di Hamas”! E il mondo ha detto “è colpa di Hamas” e si è addormentato sereno.

Ma ieri è successo qualcosa di particolare. Ieri non hanno ucciso un bambino, un invalido, una donna, o 120 palestinesi. Ieri hanno ucciso Razan Al Najjar. Un fiore che portava un nome e che, al pari del video che mostrava il camice insanguinato e l’inutile disperato tentativo di salvarla, ha fatto il giro del mondo con annessa foto. Non è morta “una palestinese”, è morta una ragazza palestinese ben identificabile come “umana”, col suo viso, il suo sorriso, il suo camice insanguinato senza un comprensibile perché, e poi altre foto sono apparse di Razan al confine, di Razan che corre a recuperare un ferito, di Razan con i guanti sanitari insanguinati mentre presta soccorso. Di Razan viva, sorridente, piangente, attiva e generosa. Perché l’hanno uccisa? Perché Israele uccide in questo modo i palestinesi che già sottopone alla tortura dell’assedio?

Abbiamo paura di rispondere. Temiamo che andando per esclusione possa emergere una verità terribile da accettare. Premettiamo che le autorità che governano la Striscia avevano accettato una sorta di tregua pilotata dall’Egitto, e anche se la marcia non è delle autorità governative, l’influenza di Hamas nel tenere bassa la guardia si è fatta sentire. Eppure anche ieri ci sono stati decine di feriti da colpi sparati dai cecchini, oltre ad altre decine di intossicati dai gas. A giudicare dall’andamento delle manifestazioni che abbiamo monitorato in diretta non sembrava ci fosse alcun motivo di sparare. E allora perché?

Israele è al di sopra della legalità internazionale, e lo è a tal punto di aver fatto della legalità internazionale un ectoplasma capace di prendere forma solo quando riguarda altri Stati. Ma questo spiega solo l’arroganza a crimine avvenuto e non spiega ancora cosa induce Israele a commetterlo.

L’accanimento con cui impedisce a una barca carica di feriti di raggiungere la Grecia per potersi curare è in fondo della stessa natura dello sparare gratuitamente a manifestanti disarmati. Poi in realtà spara anche in assenza di manifestazioni.  Potremmo supporre  che vuole ridurre i palestinesi al silenzio. Ma sono 70 anni che ci prova e sa che non può riuscirci. Vuole rendere la vita ai palestinesi e, nello specifico, ai gazawi talmente impossibile da farli fuggire? No, perché gli impedisce di uscire costringendoli in prigione. Vuole forse creare una sorta di califfato in accordo con l’Egitto che si estenda verso il Sinai in cui verranno rinchiusi i palestinesi illudendoli che quello è il loro Stato? Ci sembra improbabile e, comunque, non avrebbe a che fare con la gratuità delle violenze.

Forse Israele non ha elaborato, come collettività, la violenza subita nei secoli dagli ebrei e, in particolare, quella subita durante il nazifascismo e che tuttora rappresenta la coperta capace di bloccare le sanzioni per i suoi crimini. Senza calarci in un’interpretazione psicoanalitica che non abbiamo le competenze per sviluppare, possiamo però avanzare l’ipotesi che Israele stia affermando se stesso con la tragica introiezione dei valori negativi di cui non riesce a liberarsi. Vuoi perché li usa a propria giustificazione, vuoi perché deve superarli ma, non separandosene perché li usa, non può superarli se non inglobandoli per rielaborarli e poi, infine, potersene liberare.  Ma intanto, in questo percorso, ha bisogno di un corpo su cui scaricare la negatività subita e renderlo dipendente, annichilirlo, farne l’equivalente di quel che il “corpo ebreo” ha subito durante il nazismo.

Affermare la sua superiorità per curare le sue ferite. Sparare gratuitamente, lasciar boccheggiare ma non morire, grazie alla mortificante elemosina dei donatori 2 milioni di gazawi i quali, non potendo essere pubblicamente definiti esseri inferiori li si taccia di terrorismo, ottenendo così il consenso planetario al loro annichilimento. Far scendere normalmente i palestinesi dai bus in Cisgiordania per controllare i documenti mortificando la loro dignità sotto lo sguardo armato di quattro soldatelli diciottenni è un modo meno sanguinario ma tendente allo stesso scopo: spegnere l’autostima del popolo occupato per accrescere quella del popolo (popolo) occupante fino a considerarsi non occupante ma legittimo proprietario, potente, superiore per decreto divino, impunibile.

Sono solo ipotesi interpretative dettate dall’osservazione diretta. Possono essere confutate, ma solo da chi può farlo in seguito a lunga osservazione diretta. Israele comunque, al momento, ha un comportamento assolutamente criminale e questo non è, come potrebbe sembrare, un giudizio di valore, ma è un dato di fatto.

L’uccisione della piccola infermiera Razan, bella e commovente nella sua gioventù spezzata come per un atto vandalico, può essere l’errore che Israele non avrebbe dovuto fare e che forse cambierà l’andamento del suo progetto.
Israele sa che in questo caso non potrà usare la coperta del “diritto a difendersi” e quindi userà quella della “shoà”, ma forse stavolta resterà scoperto. Sarà il volto pulito e luminoso di Razan a inchiodarlo alla sua realtà di Stato che per emanciparsi da quel che ha subito si è infilato nella stessa uniforme del suo vecchio persecutore. Molto peggio che Stato canaglia! e quando la parte sana del suo corpo sociale se ne renderà conto cosa succederà? Ogni ipotesi è possibile.

Ora possiamo soltanto osservare che se i media non cederanno al silenzio ma avranno il coraggio di dire la verità, e cioè: Razan non è stata uccisa in scontri con i soldati, ma per il gusto sadico di un soldatello, forse affascinato dal suprematismo israeliano, di annientare una ragazza inerme, bella, forte nelle sue idee e quindi perfetto bersaglio da centrare in pieno petto in modo che il soldatino ancora in forse sul suo essere superiore o meno potesse affermarsi attraverso il fucile, sua appendice di virilità.

Come scrive il poeta giordano Abduhadi Raji Majali “Gaza è l’unico luogo nel mondo arabo che ha offerto martiri di ogni tipo. Ha fornito bambini, disabili e anziani … Il mare è chiuso e la terra è chiusa e l’aria è assediata .. ma il popolo di Gaza ha creato una quarta strada …E con tutta questa miseria, i gazawi producono arte attraverso la sabbia delle spiagge…Gaza è un fenomeno … Penso che Gaza sia un mito che Allah ha posto sulla terra in modo che il mondo possa imparare da esso …”

Questa è la percezione che anche il grande poeta Mahmud Darwish aveva di Gaza e la esprimeva in una sua poesia, Gaza è un fenomeno! e proprio perché Gaza è un fenomeno in cui accadono cose impensabili, forse l’assassinio sadico di Razan, potrebbe essere il primo gradino della discesa agli inferi di Israele o del suo adattarsi al rispetto del Diritto universale umanitario e del Diritto internazionale entrambi violati con impassibile e impunita costanza per 70 anni, gli stessi della resistenza che il popolo palestinese, nonostante frazionamenti e rivalità politiche, porta avanti rivendicando il rispetto dei  propri diritti.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente l’orientamento redazionale di Zeitun.info.




La paramedica di Gaza uccisa da Israele è stata colpita alla schiena

Ali Abunimah

2 giugno 2018, Electronic Intifada

Una fotografia scattata il 1^ aprile mostra la paramedica palestinese Razan al-Njjar mentre sta curando dei feriti in una tenda del pronto soccorso durante le proteste a Gaza vicino al confine con Israele. Il 1^ giugno Al-Najjar è stata colpita a morte da un cecchino israeliano mentre prestava soccorso a dimostranti feriti vicino a Khan Younis.

Nel corso dei loro continui attacchi indiscriminati contro i palestinesi che partecipavano alle proteste della ‘Grande Marcia del Ritorno’ a Gaza, svoltesi per 10 venerdì consecutivi, le forze di occupazione israeliane hanno colpito a morte un medico volontario e ferito decine di persone.

Venerdì sera, quando è stata colpita a morte, Razan Ashraf Abdul Qadir al-Najjar, di 21 anni, stava aiutando a curare ed evacuare dimostranti feriti ad est di Khan Younis.

L’associazione per i diritti umani “Al Mezan” ha affermato, citando testimoni oculari e proprie indagini, che, nel momento in cui è stata colpita, lei si trovava a circa 100 metri di distanza dalla barriera di confine con Israele ed indossava un giubbotto che la identificava chiaramente come paramedico. “Al Mezan” ha affermato che Al-Najjar è stata colpita alla schiena.

Al-Najjar era diventata famosa per il suo coraggio e perseveranza nel condurre la sua opera di soccorso nonostante l’evidente pericolo.

In precedenza era stata colpita dagli effetti dell’inalazione di gas lacrimogeni e il 13 aprile si è rotta un polso mentre correva per soccorrere un ferito. Ma Al-Najjar quel giorno si è rifiutata di andare in ospedale ed ha continuato a lavorare sul campo.

È mio dovere e mia responsabilità essere là ed aiutare i feriti”, ha detto ad Al Jazeera.

Ha anche reso testimonianza sugli ultimi momenti di vita di coloro che erano stati feriti a morte prima di lei.

Mi spezza il cuore il fatto che alcuni dei giovani feriti o uccisi abbiano espresso le loro ultime volontà di fronte a me”, ha detto ad Al Jazeera. “Alcuni mi hanno addirittura consegnato i loro effetti personali (come dono) prima di morire.”

Al-Najjar ha parlato del suo lavoro in una recente intervista televisiva che è stata ampiamente diffusa sui social media dopo la notizia della sua morte.

Molti utenti di Twitter, soprattutto di Gaza, hanno reso omaggio a al-Najjar.

I media palestinesi hanno diffuso immagini dei suoi familiari e colleghi che piangevano la sua morte.

Il dottor Ashraf al-Qedra, portavoce del ministero della sanità di Gaza, ha reso omaggio ad al-Najjar definendola una volontaria umanitaria impegnata, che non ha abbandonato il suo posto fino al punto di “offrirsi come martire”.

Mani alzate

[La foto qui sotto riprende Razan pochi istanti prima di essere uccisa da:http://www.globalist.it/world/articolo/2018/06/03/l-infermiera-palestinese-uccisa-dagli-israeliani-aveva-le-braccia-alzate-2025472.html ndt]


Il camice bianco che al-Najjar indossava, mostrato da sua madre in questo video, presenta un foro nella parte posteriore.

In una dichiarazione rilasciata sabato, il ministero della Sanità di Gaza ha affermato che al-Najjar faceva parte di un’equipe medica che “andava ad evacuare i feriti con entrambe le mani alzate, a dimostrazione del fatto di non costituire alcun pericolo per le forze di occupazione pesantemente armate.”

Le forze di occupazione israeliane hanno sparato proiettili veri direttamente al petto di Razan ed hanno ferito parecchi altri paramedici”, ha aggiunto il ministero della Sanità.

Dalla dichiarazione del ministero della Sanità non risulta chiaro quante volte al-Najjar sia stata colpita o in quale esatto punto della parte superiore del corpo. Il ministero ha anche pubblicato un video che mostra al-Najjar e i suoi colleghi che camminavano verso la barriera di confine con le mani alzate poco prima che al-Najjar venisse colpita.

Sabato il rappresentante speciale ONU per il processo di pace in Medio Oriente, Nickolay Mladenov, ha twittato che “gli operatori sanitari non sono un bersaglio. I miei pensieri e le mie preghiere vanno alla famiglia di Razan al-Najjar.”

Tuttavia Mladenov ha omesso di condannare le azioni di Israele, invitandolo invece a “calibrare il suo uso della forza.”

Sabato in migliaia hanno seguito il funerale di al-Najjar, mentre i colleghi portavano il suo corpo coperto dalla bandiera palestinese e dal camice macchiato di sangue che indossava quando è stata uccisa.

Attacchi ai medici

Al-Najjar è il secondo soccorritore ucciso dalle forze israeliane dall’inizio delle proteste della ‘Grande Marcia per il Ritorno’, il 30 marzo. Secondo il ministero della Sanità di Gaza, più di altri 200 sono stati feriti e 37 ambulanze sono state danneggiate.

Due settimane fa i cecchini israeliani hanno ucciso il paramedico Mousa Jaber Abu Hassanein.

Circa un’ora prima che venisse ucciso, Abu Hassanein aveva aiutato a soccorrere uno dei suoi colleghi, il medico canadese Tarek Loubani, che era stato ferito da un proiettile israeliano.

In seguito Loubani ha raccontato al podcast di The Electronic Intifada di essere stato colpito a una gamba mentre intorno a lui tutto era tranquillo: “Nessun pneumatico in fiamme, niente fumo, niente gas lacrimogeni, nessuno che si aggirasse davanti alla zona cuscinetto. C’era solo una squadra medica chiaramente identificabile, ben lontana da chiunque altro.”

Chirurghi di guerra

Secondo “Al Mezan” questo venerdì, come tutti i venerdì, le forze israeliane hanno sparato proiettili veri, proiettili ricoperti di gomma e candelotti lacrimogeni contro i palestinesi lungo il confine est di Gaza, ferendo circa 100 persone, 30 delle quali con proiettili veri.

I dimostranti non costituivano pericolo o minaccia alla sicurezza dei soldati, il che conferma che le violazioni commesse da queste forze sono gravi e sistematiche e si configurano come crimini di guerra”, ha affermato l’associazione per i diritti umani.

Secondo “Al Mezan”, dalla fine di marzo le forze israeliane hanno ucciso 129 persone a Gaza, compresi 15 minori, 98 delle quali durante le proteste.

Mentre Israele venerdì continuava ad aumentare il tragico bilancio, il sistema sanitario di Gaza si trovava già senza la possibilità di far fronte all’affluenza di persone ferite dall’uso evidente di proiettili a frammentazione, che provocano ferite terribili che richiedono trattamenti intensivi e complessi e lasciano spesso le vittime con disabilità permanenti.

Più di 13.000 persone sono state ferite da quando sono cominciate le proteste, comprese quelle che hanno inalato gas lacrimogeni. Delle oltre 7.000 persone che hanno subito danni diversi dai gas lacrimogeni, più della metà sono state colpite da proiettili veri.

Giovedì il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) ha comunicato che avrebbe fornito a Gaza due squadre di chirurghi di guerra e attrezzature mediche, per sostenere un sistema sanitario che ha affermato essere “sull’orlo del collasso”.

L’ICRC ha detto che la priorità per la sua missione di sei mesi sarebbe stata la cura delle vittime di ferite da arma da fuoco, tra cui circa 1.350 pazienti che avrebbero avuto bisogno da tre a cinque operazioni ciascuno.

Un simile carico di lavoro potrebbe travolgere qualunque sistema sanitario”, ha affermato l’ICRC. “A Gaza la situazione viene peggiorata dalla cronica carenza di medicinali, attrezzature ed elettricità.”

Baraccopoli infetta”

Le continue proteste a Gaza hanno lo scopo di rivendicare il diritto dei rifugiati palestinesi a ritornare nelle loro case e terre che sono ora in Israele e di chiedere la fine dell’assedio israeliano del territorio, che dura da oltre un decennio.

I due milioni di abitanti di Gaza sono “imprigionati dalla culla alla tomba in una baraccopoli infetta”, ha detto venerdì il responsabile dei diritti umani dell’ONU Zeid Ra’ad al-Hussein in una sessione speciale del Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani.

Zeid ha anche detto al Consiglio che ci sono “ poche tracce” del fatto che Israele stia facendo qualcosa per ridurre il numero delle vittime.

Ha confermato che “le azioni dei dimostranti di per sé stesse non sembrano costituire una minaccia immediata di morte o di ferite mortali tale che possa giustificare l’uso di forza letale.”

Zeid ha parlato al Consiglio quando esso stava prendendo in considerazione una bozza di risoluzione per avviare un’inchiesta internazionale per crimini di guerra a Gaza.

La settimana scorsa il Consiglio per i Diritti Umani ha deciso con 29 voti contro 2 di avviare un’inchiesta indipendente sulle violenze a Gaza.

Solo gli Stati Uniti e l’Australia hanno votato contro l’inchiesta, ma diversi governi dell’Unione Europea, inclusi Regno Unito e Germania, erano tra i 14 astenuti.

Medical Aid for Palestinians’, un’organizzazione benefica che ha fornito assistenza di emergenza in mezzo al crescente disastro, e una dozzina di altre organizzazioni, hanno criticato il rifiuto del governo britannico di appoggiare un’inchiesta “per accertare violazioni del diritto internazionale nel contesto delle proteste civili di massa a Gaza.”

Ma i tentativi di rendere Israele responsabile continuano, tra l’opposizione intransigente dei suoi sostenitori.

Venerdì sera il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha votato su una bozza di risoluzione proposta dal Kuwait, che deplora “l’uso eccessivo, sproporzionato e indiscriminato della forza da parte delle forze israeliane” e chiede “misure per garantire la sicurezza e la protezione” dei civili palestinesi.

Ha anche chiesto la fine del blocco di Gaza e deplorato “il lancio di razzi dalla Striscia di Gaza contro zone civili israeliane.”

Dieci Paesi, inclusi i membri permanenti Russia e Francia, hanno votato a favore. Quattro, compresa la Gran Bretagna, contro.

Nonostante avesse i voti sufficienti per essere approvata, la risoluzione è stata resa vana dall’ambasciatrice USA Nikki Haley, che – come aveva promesso di fare – ha posto il veto del suo Paese.

Poi Haley ha proposto la sua bozza di risoluzione, che assolve Israele da ogni responsabilità per la violenza a Gaza e attribuisce tutta la responsabilità della situazione ad Hamas.

L’unico Paese che ha votato a favore sono stati gli Stati Uniti.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)