I Gandhi di Gaza: Gaza sanguina da sola mentre i “liberal” e i “progressisti” rimangono in silenzio

Ramzy Baroud

2 maggio 2018,The Palestine Chronicle

Altri tre palestinesi sono stati uccisi e 611 feriti lo scorso venerdì, quando decine di migliaia di gazawi hanno ripreso le loro proteste, per lo più non violente, sul confine tra Gaza ed Israele.

Eppure, mentre il conto delle vittime continua ad aumentare – circa 45 morti e oltre 5.500 feriti –, continua anche l’assordante silenzio. Significativamente molti di quelli che hanno a lungo rimproverato i palestinesi perché facevano uso della resistenza armata contro l’occupazione israeliana sono irreperibili, mentre tutti, ragazzini, giornalisti, donne e uomini, sono presi di mira da centinaia di cecchini israeliani che punteggiano il confine di Gaza.

Le fonti ufficiali israeliane sono categoriche. Gente del calibro del ministro della Difesa, Avigdor Lieberman, percepisce questa guerra contro manifestanti disarmati come una guerra contro il terrorismo. Egli crede che “non ci siano innocenti a Gaza”. Mentre l’atteggiamento mentale israeliano non è per niente sorprendente, è incoraggiato dalla mancanza di una reazione significativa o dal totale silenzio internazionale riguardo alle atrocità che avvengono al confine.

La Corte Penale Internazionale (CPI), al di là delle frequenti dichiarazioni intrise di un ambiguo linguaggio giuridico, finora è stata totalmente inefficace. Fatou Bensouda, procuratore generale, in una recente dichiarazione si è fatta beffe delle uccisioni da parte di Israele, ma ha anche distorto i fatti cercando un “linguaggio imparziale”, per il diletto dei media israeliani.

La violenza contro i civili – in una situazione come quella che prevale a Gaza – potrebbe costituire un crimine in base allo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale…

come lo potrebbe essere l’uso della presenza di civili con lo scopo di fare da scudo ad attività militari,” ha detto.

Incoraggiato dal comunicato di Bensouda, Israele sta sfruttando l’opportunità di distogliere l’attenzione dai propri crimini. Il 25 aprile un gruppo giuridico israeliano, “Shurat Hadin”, ha cercato di denunciare tre dirigenti di Hamas alla CPI, accusando Hamas di utilizzare minori come scudi umani nelle proteste sul confine.

È tragico che molti trovino ancora difficile comprendere il concetto che il popolo palestinese è in grado di mobilitarsi, resistere e prendere delle decisioni indipendentemente dalle fazioni palestinesi.

Infatti, a causa della quasi decennale faida tra Hamas e Fatah, dell’assedio israeliano contro Gaza e attraverso le varie guerre devastanti, i gazawi sono stati ignorati, spesso visti come vittime sventurate della guerra e della divisione tra fazioni, e privi di qualunque autonomia d’azione umana.

Shurat Hadin”, come Bensouda, si basa totalmente su questo discorso disumanizzante.

Insistendo sul fatto che i palestinesi non sono in grado di agire al di fuori dei limiti delle fazioni politiche, pochi sentono la responsabilità politica o morale di correre in aiuto dei palestinesi.

È una reminiscenza della predica non richiesta dell’ex presidente USA Barack Obama ai palestinesi durante il suo discorso del Cairo al mondo musulmano nel 2009.

I palestinesi devono abbandonare la violenza,” disse. “La resistenza attraverso la violenza e le uccisioni è sbagliata e non ottiene risultati.”

Poi offrì la sua discutibile versione personale della storia, di come ogni Nazione, compreso “il popolo nero d’America”, le Nazioni del Sud Africa, dell’Asia sud-orientale, dell’Europa dell’est e dell’Indonesia abbiano lottato e conquistato la propria libertà solo con mezzi pacifici.

Questo approccio umiliante –confrontare i presunti fallimenti palestinesi con i successi degli altri – è sempre inteso a mettere in luce che i palestinesi sono diversi, esseri inferiori incapaci di essere come il resto dell’umanità. È interessante notare che ciò è proprio al centro della narrazione sionista sui palestinesi.

Il concetto stesso è frequentemente presentato con la domanda “Dov’è il Gandhi palestinese?” La domanda, posta in genere da cosiddetti liberal e progressisti, non è affatto tale, ma è un giudizio – e assolutamente scorretto.

Affrontando la domanda poco dopo l’ultima guerra contro Gaza nel 2014, Jeff Stein scrisse su Newsweek: “La risposta è stata spazzata via nel fumo e nelle macerie di Gaza, dove l’idea di una protesta non violenta sembra altrettanto antiquata di “Peter, Paul and Mary” [gruppo musicale USA degli anni ’60, ndt.]. I palestinesi che hanno predicato la non-violenza e guidato manifestazioni pacifiche, boicottaggi, sit-in e simili sono per lo più morti, in carcere, marginalizzati o in esilio.”

Eppure, sorprendentemente, sono di nuovo risorti, nonostante i numerosi ostacoli, la rabbia inimmaginabile e le sofferenze continue.

Decine di migliaia di manifestanti, con bandiere palestinesi continuano a tenere i loro cortei di massa sul confine di Gaza. Nonostante l’alto numero di morti e le migliaia di mutilati, tornano ogni giorno con lo stesso impegno alla resistenza popolare che si basa sull’unità collettiva, al di là delle fazioni e delle differenze politiche.

Ma perché sono ancora in gran parte ignorati?

Perché Obama non twitta in solidarietà con i gazawi? Perché Hillary Clinton non prende la parola per opporsi all’incessante violenza israeliana?

È politicamente comodo criticare i palestinesi come se nulla fosse, e assolutamente sconveniente dar loro fiducia, persino quando dimostrano simile coraggio, audacia e impegno per un cambiamento pacifico.

Quelli come la famosa scrittrice J.K. Rowling [autrice dei romanzi di Harry Potter, ndt.], hanno un bel criticare il pacifico movimento palestinese di boicottaggio, che intende rendere responsabile Israele per la sua occupazione militare e per la violazione dei diritti umani. Ma è rimasta in silenzio quando i cecchini israeliani hanno ucciso ragazzini a Gaza mentre si rallegravano quando un bambino cadeva [si riferisce ad un video il cui soldati israeliani festeggiavano il fatto che un loro collega avesse colpito un ragazzino lungo il confine con Gaza, ndt.].

Il cantante Bono, del gruppo “U2”, ha dedicato una canzone al defunto presidente israeliano Shimon Peres, accusato di numerosi crimini di guerra, ma la sua voce sembra essere diventata roca quando un ragazzino di Gaza, Mohammed Ibrahim Ayoub, di 15 anni, è stato colpito da un cecchino israeliano mentre protestava pacificamente sul confine.

Comunque da tutto ciò si ricava una lezione. Il popolo palestinese non si deve aspettare niente da chi li ha costantemente delusi. Biasimare i palestinesi per aver fallito in questo o quello è una vecchia abitudine, intesa semplicemente a considerarli responsabili della loro sofferenza e ad assolvere Israele da ogni misfatto. Neppure il “genocidio progressivo” [definizione dello storico israeliano Ilan Pappe, ndt.] a Gaza cambierà questo paradigma.

I palestinesi devono invece continuare a contare su se stessi; a concentrarsi sulla formulazione di una corretta strategia che serva ai propri interessi a lungo termine, il tipo di strategia che superi le faziosità e offra a tutti i palestinesi una reale tabella di marcia verso l’agognata libertà.

La resistenza popolare a Gaza è solo l’inizio, deve servire come base per una nuova prospettiva, una visione che garantirà che il sangue di Mohammed Ibrahim Ayoub non sia stato versato invano.

Ramzy Baroud è giornalista, autore e curatore di Palestine Chronicle. Il suo ultimo libro è The Last Earth: A Palestinian Story (Pluto Press, Londra 2018). Baroud ha conseguito un dottorato di ricerca in Studi Palestinesi presso l’Università di Exeter ed è ricercatore non residente presso il Centro Orfalea di Studi Mondiali e Internazionali all’Università della California a Santa Barbara.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Giro d’Italia: il ciclista palestinese ferito a Gaza ‘disgustato’ dalla gara a tappe in Israele

Maha Hussaini

Mercoledì 2 maggio 2018, Middle East Eye

Alaa Al-Dali, che ha perso una gamba dopo essere stato colpito mentre protestava vicino alla barriera di confine di Gaza, afferma che la gara a tappe a Gerusalemme è un incoraggiamento agli abusi israeliani.

Un ciclista palestinese, che ha perso una gamba dopo che un cecchino israeliano gli ha sparato mentre manifestava vicino alla barriera di confine di Gaza, ha accusato gli organizzatori e i corridori del Giro d’Italia di incoraggiare la violenza israeliana accettando che la gara si disputi nel Paese.

Alaa al-Dali ha subito otto operazioni ed alla fine gli è stata amputata una gamba dopo essere stato colpito mentre partecipava alle proteste della “Grande Marcia per il Ritorno” il 30 marzo.

Il ventunenne era in lizza per gareggiare per la Palestina nei giochi asiatici a Giakarta in agosto, ed ha detto a Middle East Eye che l’esercito israeliano ha “distrutto il suo sogno”.

Il Giro d’Italia, una delle corse di ciclismo più prestigiose, inizia a Gerusalemme venerdì ed Israele ospiterà altre due tappe prima che la gara ritorni in Italia, suscitando la condanna degli attivisti per i diritti dei palestinesi e dei partecipanti alla campagna di boicottaggio, disinvestimenti e sanzioni (BDS).

Al-Dali ha fatto appello alla comunità internazionale perché imponga sanzioni ed un boicottaggio sportivo verso Israele, invece di permettergli l’“onore” di ospitare la gara.

“È molto triste sapere che la gente godrà del mio sport preferito nel Paese il cui l’esercito ha distrutto i miei sogni”, da detto al-Dali. “Non è bello. Sono scioccato e disgustato da questa notizia.”

La gara servirà solo a evidenziare il divario tra “l’occupante e l’occupato”, ha aggiunto.

“Questa è una contraddizione all’ennesima potenza. Simili eventi dovrebbero simboleggiare pace e umanità. Non riesco a vedere nulla di pacifico nello spararmi e rendermi disabile per essermi trovato a circa 200 metri dalla barriera di confine.”

Il fratello maggiore di Al-Dali, il venticinquenne Muhammed, ha detto a MEE che i medici hanno deciso di amputargli la gamba a causa dei danni alle ossa e ai tessuti.

Ma ha detto di credere che ci sarebbe stata una possibilità di salvare la sua gamba se Israele non gli avesse negato il permesso di farsi curare in Cisgiordania.

Il sistema sanitario di Gaza è stato devastato da un blocco di 11 anni imposto da Israele dopo la vittoria di Hamas alle elezioni, che ha gettato l’enclave in una crisi umanitaria.

‘Occhi chiusi di fronte alle nostre sofferenze’

“Gli organizzatori ed i partecipanti non solo chiudono gli occhi sulle nostre sofferenze, in quanto atleti a cui vengono negati i diritti fondamentali, ma stanno anche incoraggiando le autorità israeliane ad imporre ulteriori restrizioni ed a continuare nei loro soprusi contro di noi”, ha detto Alaa al-Dali.

Secondo Ashraf al-Qedra, portavoce del ministero della Sanità palestinese a Gaza, dall’inizio delle proteste della Grande Marcia per il Ritorno, in cui i palestinesi stanno protestando per il loro diritto al ritorno nelle terre e nelle case occupate da Israele nel 1948 e nei successivi conflitti, almeno 44 palestinesi sono stati uccisi ed altri 7.000 feriti, comprese decine di persone rimaste disabili.

Venerdì la prima tappa del Giro d’Italia vedrà gli atleti correre una corsa a cronometro di 9.7 km. a Gerusalemme ovest, che terminerà sotto le mura della Città Vecchia di Gerusalemme, nella Gerusalemme est occupata.

Poi Israele ospiterà tappe da Haifa a Tel Aviv e da Beer Sheva attraverso il deserto del Negev fino al porto di Eilat, sul Mar Rosso.

La gara ospita alcuni dei più famosi ciclisti al mondo, compreso Chris Froome, che cerca di diventare il primo campione, nell’era del ciclismo moderno, a conquistare contemporaneamente tutti e tre i titoli dei grandi tour sportivi, il Tour de France, la Vuelta de España e il Giro d’Italia.

La gara ospita anche squadre sponsorizzate dagli Emirati Arabi Uniti e dal Bahrain.

La partenza della gara è particolarmente significativa poiché coincide con le celebrazioni del 70^ anniversario del giorno dell’indipendenza di Israele, e avviene solo pochi giorni prima che i palestinesi celebrino l’anniversario della Nakba, o catastrofe, in cui più di 750.000 persone furono espulse con la forza dalle loro terre nel maggio 1948.

Una mappa illustrata del percorso della gara pubblicata sul Twitter del Giro mostra la Città Vecchia di Gerusalemme e la moschea della Cupola della Roccia.

Il movimento BDS ha condotto una campagna perché la corsa venisse spostata fin da quando è stato annunciato il percorso l’anno scorso, avvertendo che far partire la gara in Israele avrebbe assunto il significato di un “timbro di approvazione” delle “violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani dei palestinesi.”

“Proprio come sarebbe stato inaccettabile per il Giro d’Italia partire dal Sudafrica dell’apartheid negli anni ’80, è ora inaccettabile far partire la gara da Israele, in quanto questo servirà solo come sigillo di approvazione dell’oppressione di Israele sui palestinesi”, ha dichiarato il movimento sul suo sito web ufficiale.

In seguito alla comunicazione del percorso della gara lo scorso novembre, le associazioni per i diritti hanno emesso un comunicato congiunto chiedendo agli organizzatori di RCS Sport di spostare la partenza della gara da Israele, che, secondo loro, “accrescerà il senso di impunità di Israele.”

In risposta, RCS Sport, l’organizzatore del Giro, ha detto che la gara si sarebbe svolta in Israele come parte dell’“internazionalizzazione” dell’evento e come “un mezzo per esportare nel mondo tutto ciò che è italiano”.

A settembre il direttore della gara Mauro Vegni ha detto: “La realtà è che vogliamo che questo sia un evento sportivo e che si tenga lontano da ogni questione politica.”

Saied Timraz, vicepresidente di Palestinian Motorsport, Motorcycle and Bicycle Federation, ha affermato che è “irragionevole” tenere un evento così prestigioso in Israele allo stesso tempo in cui gli atleti palestinesi vengono privati dei loro diritti fondamentali dalle autorità israeliane.

“Israele usa lo sport per mascherare le sue flagranti violazioni contro i palestinesi. Ha un particolare interesse ad ospitare questo evento in quanto esso consente ai partecipanti di ammirare i luoghi e promuovere una immagine civilizzata di Israele”, ha detto Timraz a MEE.

“Benché lo sport e la politica debbano mantenersi separati, nulla può giustificare dare un premio agli oppressori.”

Secondo Timraz, lo scorso novembre le autorità israeliane hanno rifiutato a lui ed altri sei atleti palestinesi i permessi per uscire da Gaza per gareggiare nel campionato arabo di atletica del 2017, organizzato dalla Associazione Atletica Araba in Tunisia.

“Non è la prima volta che ci negano i permessi per partecipare ad eventi internazionali”, ha detto Timraz.

“Le autorità israeliane vogliono imporre severe restrizioni ai palestinesi che intendono partecipare ad eventi che darebbero voce alle loro sofferenze e mostrerebbero il vero volto dell’occupazione.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)





Il sentore di antisemitismo nel discorso di Abbas non cambia il suo appoggio alla soluzione dei due Stati

Amira Hass

2 maggio 2018, Haaretz

Il discorso del presidente davanti al Consiglio Nazionale Palestinese ha rispecchiato il suo stile autoritario e il suo rifiuto di ascoltare le critiche.

La storia degli ebrei è stata imposta ai palestinesi e quindi questi ultimi l’affrontano in ogni occasione. Tutti i palestinesi si vedono come legittimati, e in effetti lo sono, a proporre la storia della propria terra e del proprio popolo – come un contrappeso rispetto alla narrazione sionista.

Questo è quanto fa anche il presidente palestinese Mahmoud Abbas nei suoi discorsi durante incontri pubblici, e lo ha fatto di nuovo lunedì pomeriggio all’apertura della 23^ sessione, attesa da tempo, del Consiglio Nazionale Palestinese, che dovrebbe essere il parlamento di tutti i palestinesi.

La sintesi di Abbas della storia di Israele è che la fondazione di uno Stato per gli ebrei è stato un progetto colonialista intrapreso da Nazioni cristiane e che i fautori del progetto erano antisemiti che non volevano che gli ebrei vivessero nei loro Paesi. Ma la legittima sintesi del presidente palestinese contiene imbarazzanti errori, importanti omissioni e anche un’opinione con un forte sentore di antisemitismo: in Europa gli ebrei erano odiati non per la loro religione, ma a causa delle loro attività che riguardavano l’usura e le banche.

Questa insistenza nel cadere nella trappola di dichiarazioni che aiutano l’hasbara (diplomazia pubblica) israeliana, che inoltre ignora totalmente i suoi importanti messaggi riguardanti il cammino verso la pace, rivela qualcosa riguardo all’uomo ed al suo stile di governo: è fermo sulle le sue posizioni, non ascolta le critiche e non si consulta con altri – oppure sceglie consiglieri che non gli dicano niente che lui non voglia sentire. Inoltre sceglie di essere aggiornato solo su quello che gli conviene.

Queste sono alcune delle caratteristiche di cui Abbas ha avuto bisogno per riuscire a diventare il leader autoritario di Fatah, dell’OLP [Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ndt.] e dell’Autorità Nazionale Palestinese, insieme al suo controllo delle finanze e all’appoggio che continua a ricevere dai Paesi europei grazie al fatto di rimanere legato agli accordi di Oslo. Queste caratteristiche gli hanno consentito di continuare con quello che aveva iniziato Yasser Arafat: svuotare l’OLP del suo contenuto che riuniva tutti i palestinesi e, in pratica, subordinarla all’ANP. 

In quanto unico governante, Abbas ignora costantemente le decisioni delle istituzioni rappresentative. Di conseguenza il coordinamento sulla sicurezza tra gli apparati di sicurezza palestinese e Israele continua, nonostante le decisioni di porvi fine prese negli scorsi anni da Fatah e dall’OLP.

La parte storiografica del discorso di Abbas di lunedì non è quella importante. La sua sottesa minaccia agli abitanti della Striscia di Gaza e ad Hamas di aver intenzione di non includerli più nel bilancio dell’ANP o di ridurre ulteriormente la quota che li riguarda, è molto più importante e ha preoccupanti conseguenze per il futuro.

Il presidente dell’ANP ha anche rilevato che “quelle che vengono chiamate Primavere Arabe” sono state notizie false, inventate dall’America come mezzo per smantellare i Paesi arabi. Una simile dichiarazione mostra un fondamentale, profondo disprezzo per le rivolte popolari e una sottovalutazione delle sofferenze dei civili sotto i loro regimi autoritari.

Data questa mancanza di rispetto, le affermazioni di Abbas secondo cui la strada per uno Stato palestinese passerà attraverso una lotta popolare (non armata) contro l’occupazione israeliana insieme ad iniziative diplomatiche possono essere interpretate come niente più che dichiarazioni di circostanza. Una lotta popolare è molto più di manifestazioni in aree di conflitto contro l’esercito israeliano e, come hanno detto importanti membri di Fatah, richiede un cambiamento fondamentale nell’atteggiamento dell’ANP verso gli accordi di Oslo. Il messaggio implicito dei giudizi di Abbas sulle Primavere Arabe è che, finché rimarrà al potere, un simile cambiamento non avverrà.

La sintesi storiografica di Abbas termina con questa conclusione: “Noi diciamo: non li espelleremo. Noi diciamo: vivremo insieme a voi sulla base dei due Stati.”

Nelle sue considerazioni ha ripetuto alcune volte che “ci impegniamo” per questa soluzione del conflitto con Israele (cioè all’interno dei confini del 1967), con Gerusalemme est come capitale dello Stato di Palestina. Qui il suo autoritarismo consente ad Abbas di attenersi a una soluzione a lungo proposta che ha perso il suo senso e la sua logica, soprattutto agli occhi della generazione più giovane.

Abbas ha affermato di basare le proprie opinioni su autori ebrei, e persino sionisti, a iniziare da Arthur Koestler il “sionista,” ha sottolineato, e sulla tesi proposta nel libro di Koestler “La tredicesima tribù”, secondo la quale gli ebrei askenaziti sarebbero discendenti del popolo khazaro [vissuto tra il Caucaso e l’Ucraina orientale fino al XIII secolo e convertitosi nel VIII secolo all’ebraismo, ndt.]. Questo popolo non è semita, ha affermato Abbas: “Non hanno alcun rapporto con i (popoli) semiti o con i nostri signori Abramo e Giacobbe.”

Questi ebrei (in altre parole, i khazari convertiti), ha aggiunto, si sono spostati nell’Europa orientale ed occidentale e, ogni 10 o 15 anni, hanno patito un massacro in un Paese o nell’altro, dall’XI secolo fino all’Olocausto. “E perché ciò è successo? Diranno “perché siamo ebrei”. E io vorrei presentare tre ebrei in tre libri, e sono: Giuseppe Stalin…”

A questo punto del discorso di Abbas, che avrebbe dovuto spiegare che gli ebrei sono stati perseguitati a causa delle loro attività nell’usura e nelle banche, c’è stato un mormorio; qualcuno gli ha sussurrato che Stalin non era ebreo. Nel testo scritto del discorso di Abbas di lunedì, rilasciato dall’agenzia ufficiale di notizie palestinese Wafa, Stalin era di nuovo definito un “autore ebreo.”

In seguito nel testo erano citati i nomi di “Abraham e Yishaq Notsherd” – due personaggi che chi scrive non conosce. Durante lo sproloquio del presidente dell’ANP, diffuso dal vivo sul canale palestinese, sembra che egli abbia detto Isaac Deutscher, uno storico marxista.

Abbas ha anche sottolineato che la fondazione di uno Stato per gli ebrei in Palestina è nata come idea dei cristiani e di statisti come Cromwell e Napoleone, e del “console americano a Gerusalemme nel 1850.” Prima che Arthur Balfour stilasse la sua famosa dichiarazione [che impegnò l’impero britannico a favorire la costituzione di un “focolare ebraico” in Palestina, ndt.], ha detto Abbas, “egli aveva preso una decisione che avrebbe impedito l’ingresso degli ebrei in Gran Bretagna a causa del suo odio per loro” Si stava in realtà riferendo all’ “Aliens Act” [legge sugli stranieri] approvato nel 1905 dal parlamento inglese, quando Balfour era primo ministro. La legge limitava l’immigrazione da luoghi che non facessero parte dell’impero britannico ed intendeva essere una risposta all’immigrazione di massa di ebrei, in particolare dall’Europa orientale dal 1880 [in seguito a pogrom nell’impero zarista, ndt.]).

Tale interpretazione della dichiarazione Balfour e il suo rapporto con l’avversione di Balfour verso gli ebrei non è infrequente. Abbas non ha mancato di citare l’“Accordo di trasferimento” tra le autorità naziste e l’Agenzia Ebraica (o con la banca Anglo-Palestinese di Gerusalemme, come ha detto Abbas), che consentì ad ebrei benestanti di emigrare dalla Germania in Palestina.

Abbas non cambierà. Durante i quattro giorni di riunione del CNP, risulterà chiaro se i suoi critici si sono sbagliati quando hanno detto che egli aggraverà la divisione interna tra i palestinesi e, in pratica, seppellirà definitivamente l’OLP come organizzazione pluralistica e di tutti i palestinesi.

La sua implicita minaccia agli abitanti di Gaza e ad Hamas secondo cui intende smettere di includerli nel bilancio dell’ANP è più rilevante.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Israele contro Iran: Venti di guerra a Gerusalemme – con il sostegno di Washington

Amos Harel

1 maggio 2018, Haaretz

Israele è determinato a estromettere l’Iran dalla Siria, ma se sbaglia i calcoli, Hezbollah e Hamas potrebbero accettare la sfida. Netanyahu è pronto a correre dei rischi – a un passo dal gioco d’azzardo.

Dopo l’attacco alla Siria attribuito a Israele nella notte di domenica, perlomeno il quinto da settembre, sembra che non ci sia spazio al dubbio. Israele è determinato a sradicare la presenza militare iraniana dalla Siria.

Dopo il precedente attacco alla base aerea T4 vicino a Homs il 9 aprile, in cui morirono 14 persone inclusi sette membri del Corpo delle guardie rivoluzionarie iraniane, l’Iran minacciò gravi ritorsioni. Lo stato maggiore di difesa israeliano si preparò di conseguenza, ma finora non era successo nulla. Invece, ora è stato inflitto un altro attacco agli interessi iraniani in Siria.

In base ai rapporti siriani, il raid [israeliano] sugli obiettivi militari tra Hama e Aleppo nel nord della Siria ha causato forti esplosioni – una fonte ha riferito che sembrava ci fosse un piccolo terremoto. Alcuni furono uccisi, apparentemente soldati siriani e miliziani sciiti pro-iraniani.

La scorsa settimana la rete televisiva CNN ha riferito che lo spionaggio americano e israeliano sta controllando i movimenti in Siria delle armi iraniane che potrebbero essere utilizzate per “chiudere i conti” con Israele. L’attacco di domenica notte – questa volta, con tanta forza – potrebbe rivelare che è stato colpito un grosso deposito di armi. E ciò potrebbe confermare il tentativo di sventare una potenziale reazione iraniana.

Con l’Iran a nord di Israele lo scontro è diretto: Israele ha tracciato un limite ed è pronto a farlo rispettare con la forza. Poiché gli iraniani si oppongono sia alla proibizione di Israele alla sua presenza che ai mezzi che Israele sta usando, in assenza di un mediatore tra le parti, questo conflitto potrebbe ancora intensificarsi. La settimana è appena all’inizio.

Paura di provocare Trump

Nell’ultimo anno, due tendenze sono diventate evidenti in Medio Oriente: il presidente siriano Bashar Assad ha vinto la sanguinosa guerra civile in Siria e gli Stati Uniti stanno ridimensionando la propria presenza nella regione. Anche il loro recente attacco punitivo contro il regime di Assad è stato percepito come un gesto simbolico di addio. Nel frattempo, stanno prendendo forma altre due tendenze: lo sforzo di Israele di espellere l’Iran dalla Siria e Washington che si prepara a una risoluzione per abbandonare l’accordo nucleare tra l’Iran e le potenze [occidentali], che dovrebbe avvenire intorno al 12 maggio.

Il governo del primo ministro Benjamin Netanyahu sembra stabilire una relazione fra le ultime due tendenze. L’idea è che l’Iran si stia trattenendo dal reagire contro Israele per le ultime presunte mosse in Siria perché ha paura di commettere un errore che provocherebbe la rabbia degli Stati Uniti. Secondo questo punto di vista, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrebbe rispondere all’escalation tra Iran e Israele abbandonando l’accordo nucleare ancora prima, e in seguito potrebbe persino attaccare i siti nucleari iraniani (il che sarebbe incalcolabilmente più grave di un ipotetico attacco israeliano). Le autorità di Teheran sono anche preoccupate per le varie minacce interne, dalla crisi finanziaria alle accese manifestazioni di protesta. Apparentemente la conclusione logica è che Israele possa continuare a colpire gli iraniani in Siria a suo piacimento.

In effetti, gli Stati Uniti agiscono in modo molto diverso rispetto ai giorni di Obama. Il Segretario di Stato Mike Pompeo è venuto in Israele dopo aver assunto l’incarico ed è partito per la Giordania poco prima che arrivassero le prime notizie degli attacchi israeliani in Siria. Contemporaneamente, Trump e Netanyahu si sono parlati per telefono, discutendo, come riferito, anche dell’Iran. Si tratta chiaramente di un riconoscimento da parte di Washington dei venti di guerra che soffiano a Gerusalemme. Si potrebbe pensare che se Pompeo avesse potuto rimanere in Israele qualche ora in più, gli avrebbero suggerito di saltare in una cabina di pilotaggio e sparare lui stesso alcuni missili.

Nel frattempo, Netanyahu, come abbiamo scritto alcune settimane fa, è di un umore particolarmente trumpiano, molto diverso dal suo comportamento normale. L’attenzione agli incidenti riguardo alla sicurezza ha superato anche la preoccupazione per le lotte politiche all’interno della coalizione. È pronto ad affrontare rischi inediti, al limite del gioco d’azzardo. Stranamente, lo stato maggiore della difesa è con lui. Contrariamente all’acceso contrasto dell’inizio del decennio [2010] sul bombardamento dei siti nucleari in Iran, questa volta i capi della difesa israeliana portano avanti una linea dura e aggressiva riguardo alla presenza dell’Iran in Siria.

La seccante ma necessaria domanda di questa mattina è cosa succede se Israele sbaglia una mossa.

È vero, l’Iran adesso non vuole importunare gli Stati Uniti. È piuttosto occupato a proteggere il suo programma nucleare da ulteriori pressioni ed è interessato a esibire la sua capacità di colpire in Siria. Un combattimento in Siria non andrebbe bene nemmeno ai russi che sono intenzionati a ristabilire il regime di Assad.

Ma i calcoli di Israele potrebbero saltare se le fiamme in Siria divampassero fuori controllo, e se l’Iran decidesse, smentendo le ipotesi, di trascinare Hezbollah nel conflitto, per esempio dopo le elezioni libanesi del 6 maggio. Hezbollah ha acquisito in Siria un’esperienza largamente operativa. Ha un arsenale di oltre 100.000 fra missili e razzi. Hezbollah non è certamente più forte delle Forze di Difesa Israeliane, ma in caso di guerra, potrebbe provocare danni reali sul fronte interno israeliano, e i combattimenti a terra in Libano potrebbero costare cari all’esercito israeliano.

Un conflitto del genere potrebbe coinvolgere Hamas a Gaza, come il ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha ripetutamente segnalato (sembra esserci una discrepanza tra i toni sicuri espressi da Gerusalemme, tra cui quelli di Lieberman, in pubblico, e le loro reali paure). Finora Israele è riuscito a stabilire e mantenere un coordinamento con l’aviazione russa per prevenire qualsiasi attrito nei cieli siriani. Ma, a un certo punto, non potrebbe Mosca decidere che è stufa di ricevere diktat da Gerusalemme?

Israele ha uno scopo comprensibile in Siria. La presenza dell’Iran sta diventando potenzialmente pericolosa e potrebbe in futuro bloccare l’esercito israeliano. Eppure, stamattina, bisogna farsi alcune domande. L’obiettivo di espellere tutte le forze iraniane dalla Siria è davvero raggiungibile, come sembrano pensare il primo ministro, il ministro della Difesa e il capo dello stato maggiore? Stanno considerando che le cose possano andare storte, sfociando in un conflitto più vasto dal costo molto più alto? Finora non c’è stata alcuna vera discussione in merito, né è emerso alcun dibattito sulla politica che sta prendendo forma al nord – non nel governo né tra i vertici della sicurezza.

( Traduzione di Luciana Galliano)




L’obbedienza è la massima forma di patriottismo

Amira Hass

1 maggio 2018, Haaretz

Migliaia di richieste di permessi di uscita da Gaza rimangono ad ammuffire negli uffici israeliani, poiché la norma è che la Striscia di Gaza sia un campo di prigionia a vita.

I testi sono scritti con inchiostro invisibile e al prezzo di uno ne ricevi due: credi che si tratti di una certa cosa e poi – guardando in trasparenza il giornale, l’articolo nascosto appare tra le righe: riguarda la “full immersion” di Israele negli ordini militari.

Il reportage in chiaro racconta la storia di una farmacista laureata che lavora in ospedale dal 2000. Ha 41 anni e quattro figli. Dal 2015 ha studiato per l’esame in farmacologia clinica dell’Associazione Farmacisti Americani. Questo certificato ufficiale le consentirà di impegnarsi molto di più nel fornire il corretto trattamento ai pazienti, e di essere in grado di suggerire soluzioni alternative in caso di mancanza di medicinali. L’esame si terrà mercoledì a Ramat Gan [città nella periferia di Tel Aviv, ndtr.]. Lo scorso ottobre per cause di forza maggiore non ha potuto sostenere l’esame.

Avete indovinato: la farmacista è palestinese e proprio di Gaza: Samaher Amira. La causa di forza maggiore è il soldato impiegato nell’ufficio di Coordinamento Distrettuale israeliano al posto di controllo di Erez. Non hanno neppure risposto alla sua prima richiesta di un permesso di uscita per andare in Israele a sostenere l’esame. È un fenomeno ben noto: migliaia di richieste di permessi di uscita rimangono ad ammuffire negli uffici israeliani.

Amira non si è arresa. Ha inoltrato la sua seconda richiesta il 12 febbraio di quest’anno, per l’esame di mercoledì. Quando il soldato impiegato non ha risposto nemmeno a questa richiesta, il 22 aprile la Ong Gisha ha scritto al comandante del DCO [Ufficio di Coordinamento Distrettuale, che in base agli accordi di Oslo coordina i rapporti tra Israele e l’Autorità nazionale Palestinese per alcune questioni comuni, ndtr.], colonnello Iyad Sarhan. La lettera di Gisha fa presente che ogni iscrizione all’esame di farmacologia costa 700 dollari e non è rimborsabile. Questa volta in realtà una risposta è arrivata, due giorni dopo, firmata dal primo luogotenente Roni Vaknin, un funzionario delle indagini pubbliche del DCO. “Gli organi competenti hanno deciso di respingere la richiesta in quanto non corrisponde ai criteri”, così ha risposto.

La stessa risposta è stata inoltrata da un soldato impiegato del DCO ad un’altra donna, di Gerusalemme, la sessantacinquenne Sa’ada Hasuna, che è malata di tumore e desidera incontrare la sua anziana madre e le sue sorelle a Gaza. “La richiesta non è approvata alla luce del fatto che non corrisponde ai criteri per l’ingresso di israeliani nella Striscia di Gaza. E questo in base al fatto che la richiesta non soddisfa nessuno dei criteri stabiliti.” Questa risposta tautologica non è firmata; solo una enorme bandiera israeliana campeggia sotto il verdetto, inviato per email.

Il testo nascosto ci dice qualcosa riguardo a chi scrive le risposte e ai decisori politici: tua figlia, tuo figlio o magari proprio tu o i tuoi genitori. Roni Vaknin è un sottoposto di Iyad Sarhan. A sua volta Sarhan è consulente legale del DCO a Gaza, avvocato Nadav Glass. Ma sopra di essi spunta il general maggiore Yoav Mordechai, il coordinatore delle attività nei territori dell’esercito israeliano. Israeliani in carne ed ossa. Il testo nascosto ci parla del tipo di caffè e di musica che gli piace, sulla conversazione telefonica molto preoccupata per un’anziana madre, del libro che leggono prima di andare a dormire.

L’articolo in codice parla della loro gioia nell’obbedire ai dieci comandamenti – pardon, al “Documento di Autorizzazione”. È un documento militare che riporta in dettaglio chi sono le eccezioni a cui è permesso di uscire o entrare a Gaza. Perché la regola è che la Striscia di Gaza è un campo di prigionia a vita. Quindi la forza dominante ci mette otto mesi di tempo per rispondere che non vi è un criterio che consenta alla farmacista di uscire per un importantissimo esame. Quindi vieta ad una donna malata di visitare la sua famiglia. L’obbedienza è la più alta forma di patriottismo.

Tornando al testo in chiaro: la Corte distrettuale di Be’er Sheva ha preso in considerazione il caso di Amira due giorni fa. I rappresentanti del governo, gli avvocati Zohar Barel e Orit Kartz, hanno difeso la posizione del DCO che afferma che dover sostenere un esame non soddisfa i criteri. Il giudice Yael Raz-Levi ha ingiunto a Gisha di fornire documentazione a sostegno dell’ affermazione riguardo all’importanza dell’esame per la farmacista, a cui verrà consentito di presentare una terza richiesta per un permesso di uscita ad ottobre. E mercoledì l’Alta Corte di giustizia vaglierà la questione se ad una donna malata si possa consentire di ricevere l’ultimo saluto dalla sua famiglia.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Rapporto OCHA del periodo 10 – 23 aprile 2018 (due settimane)

La serie di dimostrazioni di massa, iniziate il 30 marzo nel contesto della “Grande Marcia del Ritorno”, è continuata a Gaza durante il periodo di riferimento [di questo Rapporto, cioè fino al 23 aprile]

Le manifestazioni hanno avuto luogo in cinque campi di tende situate a circa 600-700 metri dalla recinzione perimetrale con Israele. Alcune centinaia di manifestanti, su decine di migliaia, si sono avvicinati ed hanno tentato di fare una breccia nella recinzione, bruciare pneumatici, gettare pietre e, secondo fonti israeliane, lanciare bombe incendiarie ed altri ordigni esplosivi alle forze israeliane, o di collocarli lungo la recinzione. Queste ultime hanno usato proiettili di gomma, gas lacrimogeni e proiettili di arma da fuoco; un centinaio di cecchini sono stati schierati lungo la recinzione.

Dall’inizio delle proteste, fino al termine del periodo di riferimento, 34 palestinesi, tra cui quattro minori, sono stati uccisi dalle forze israeliane. Inoltre, cinque palestinesi sono stati uccisi a Gaza in altre circostanze ed altri due, entrati in Israele attraverso la recinzione, sono stati colpiti ed uccisi; i loro corpi sono ancora trattenuti dalle autorità israeliane. A Gaza, secondo il Ministero Palestinese della Salute, dal 30 marzo un totale di 5.511 palestinesi, tra cui almeno 454 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane. Di questi, 3.369 persone (il 61%) sono state ricoverate in ospedale; 1.739 dei ricoverati erano stati colpiti da proiettili di arma da fuoco. Non sono stati segnalati ferimenti di israeliani. Il gran numero di vittime tra i manifestanti palestinesi disarmati, e l’alta percentuale di feriti da proiettili di arma da fuoco, ha suscitato preoccupazioni sull’uso eccessivo della forza. I medici dell’ospedale Shifa di Gaza riferiscono di aver curato lesioni non più viste dai tempi delle ostilità del 2014; alcune di tali lesioni possono causare inabilità permanente. Ciò solleva interrogativi sul tipo di munizioni usate dalle forze israeliane.

Per ulteriori informazioni e grafici: https://www.ochaopt.org/content/humanitarian-snapshot-mass-casualties-context-demonstrations-gaza-strip-0

Durante il periodo di riferimento, nove palestinesi, compreso un minore, sono stati uccisi dalle forze israeliane e 1.739 sono stati feriti nel contesto delle dimostrazioni nella Striscia di Gaza (inclusi nel conteggio di cui sopra). I nove morti sono costituiti da otto uomini ed un 14enne che, secondo fonti mediche, è stato colpito alla testa da un proiettile mentre si trovava a circa 50 metri dalla recinzione. Il Coordinatore Speciale delle Nazioni Unite per il Processo di Pace in Medio Oriente ha espresso indignazione per l’uccisione e ha chiesto un’indagine. L’Esercito Israeliano ha dichiarato che sarà svolta un’inchiesta su questo episodio. Il Coordinatore Umanitario, Jamie McGoldrick, ha chiesto tutela dei manifestanti palestinesi e finanziamenti urgenti per fronteggiare le esigenze umanitarie critiche generate dal massiccio aumento delle vittime a Gaza dal 30 marzo.

In diverse occasioni, nei giorni 12, 17 e 18 aprile, le forze israeliane hanno effettuato molteplici attacchi aerei e sparato colpi di carro armato su Gaza, mirando, a quanto riferito, a siti militari; un membro di un gruppo armato palestinese è stato ucciso e cinque altri sono rimasti feriti. È stato inoltre segnalato il danneggiamento di una casa.

In Cisgiordania, 331 palestinesi, tra cui 49 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane durante proteste e scontri. Per l’85% circa, queste lesioni si sono verificate durante scontri scoppiati dopo le proteste in solidarietà con la Grande Marcia del Ritorno, svolta a Gaza. Gli scontri a Kafr Qalil (Nablus) hanno fatto contare il più alto numero di feriti; seguono i feriti conteggiati negli scontri avvenuti nei pressi del DCO di Al Bireh (Ramallah) e nella città di Abu Dis (Gerusalemme). La maggior parte delle lesioni (70%) sono state causate da inalazione di gas lacrimogeno necessitante trattamento medico, seguite da lesioni causate da proiettili di gomma (20%) e da pallottole di arma da fuoco (3%). In altri tre episodi, avvenuti in Cisgiordania, 24 palestinesi, tra cui due minori, sono stati feriti durante scontri con le forze israeliane intervenute a seguito di alterchi e scontri tra residenti palestinesi e coloni entrati in vari siti religiosi.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno effettuato 183 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 203 palestinesi, di cui 24 minori. Più di un terzo di queste operazioni hanno innescato scontri con i residenti. Nel Governatorato di Hebron è stata effettuato il più alto numero di arresti (55, di cui quattro minori) ed il maggior numero di operazioni (51).

Citando la mancanza di permessi edilizi israeliani, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 16 strutture in sei località in Area C: non ci sono stati sfollamenti dalle abitazioni, ma le demolizioni/sequestri hanno riguardato i mezzi di sussistenza di 362 persone. Undici delle strutture oggetto dei provvedimenti di cui sopra si trovavano nell’Area C dei villaggi di Shuqba e Jibiya (entrambi in Ramallah), di Al ‘Auja (Jericho) e della comunità beduina palestinese di Sud ‘Anata (Gerusalemme). Quattro delle strutture mirate erano utilizzate come aule e due come servizi igienici di una scuola elementare che serve 24 studenti nella comunità pastorale di Khirbet Zanuta nel sud di Hebron. Una delle strutture interessate dai provvedimenti sopraccitati era utilizzata come aula scolastica dalla comunità beduina di Jabal al Baba, nell’Area C del Governatorato di Gerusalemme, ed era stata fornita come assistenza umanitaria in risposta a demolizioni precedenti. Questa specifica demolizione ha interessato 290 persone, di cui 151 minori. Jabal al Baba è una delle 46 comunità beduina palestinesi nella Cisgiordania centrale ad alto rischio di trasferimento forzato. Le forze israeliane hanno inoltre demolito un autolavaggio ed un parco giochi pubblico per bambini (entrambi situati vicino al checkpoint di Qalandiya e Kafr Aqab), pregiudicando il sostentamento di 86 persone; hanno anche demolito un laboratorio nel villaggio di Beiti Anan, in Gerusalemme (Area B), dove hanno sequestrato computer, stampanti ed altre attrezzature; a quanto riferito il sequestro è stato motivato da attività di incitamento; sono stati colpiti i mezzi di sussistenza di 17 persone.

Il 23 aprile, nella città di Jenin, le autorità israeliane hanno demolito una casa per motivi punitivi, sfollando sette persone, tra cui due minori. La casa demolita apparteneva alla famiglia del palestinese, attualmente imprigionato, che, nel gennaio 2018, partecipò ad un attacco in cui un colono israeliano venne ucciso. Dall’inizio del 2018, due case sono state demolite o sigillate per motivi punitivi, sfollando sette palestinesi.

Per mancanza di permessi edilizi israeliani, le autorità israeliane hanno emesso almeno 19 ordini di demolizione o di blocco-lavori contro strutture appartenenti a tre comunità nell’Area C. Le strutture comprendono undici case abitate in Khirbet Ghwein (Hebron), sette strutture di sostentamento in Ni’lin, ed una struttura abitativa nella comunità di Jawaya, nella zona di Yatta (Hebron).

In Cisgiordania tre palestinesi sono stati feriti da coloni israeliani e proprietà palestinesi sono state vandalizzate nel corso di undici episodi di violenza. Il 10 aprile, coloni israeliani hanno aggredito fisicamente e ferito un palestinese vicino Tell (Nablus). Secondo fonti della Comunità locale, in tre episodi distinti, circa 140 ulivi su terreni appartenenti a palestinesi dei villaggi di Rujeib, Burin ed ‘Urif (tutti a Nablus) sono stati vandalizzati da coloni israeliani provenienti, a quanto riferito, dagli insediamenti colonici di Yitzhar e Bracha. Inoltre, in altri cinque diversi episodi, coloni israeliani hanno bucato le gomme di 113 veicoli palestinesi, hanno spruzzato scritte del tipo “questo è il prezzo che dovete pagare” sui muri di dieci case palestinesi ed hanno incendiato una moschea nei villaggi di Lubban Ash Sharqiya e Aqraba (entrambi in Nablus), di Rammun e Burqa (entrambi a Ramallah), e di Beit IKSA (Gerusalemme). Due studenti palestinesi (11 e 12 anni) sono stati feriti e il loro scuolabus ed una casa hanno subìto danni in due separati episodi di lancio di pietre e di bottiglie incendiarie da parte di coloni sulle strade nei pressi di Durai (Hebron) e nella zona H2 della città di Hebron. La violenza dei coloni è andata aumentando dall’inizio del 2018, con una media settimanale di cinque attacchi recanti lesioni o danni alla proprietà, rispetto ad una media di tre attacchi nel 2017 e due nel 2016.

Secondo rapporti di media israeliani, quattro coloni israeliani, tra cui una donna, sono rimasti feriti e quattro veicoli sono stati danneggiati su strade vicino a Betlemme, Hebron, e Gerusalemme a seguito del lancio di bottiglie incendiarie e pietre da parte di palestinesi.

In Gaza, per la terza settimana consecutiva, continuano a verificarsi interruzioni di corrente fino a 20 ore al giorno; ciò pregiudica gravemente l’erogazione dei servizi essenziali, tra cui quelli sanitari, l’acqua potabile ed il trattamento delle acque reflue. La Centrale Elettrica di Gaza, a causa della mancanza di carburante, è totalmente inattiva dal 12 aprile, mentre le tre linee dell’elettricità egiziana sono fuori servizio dal 10 febbraio.

Il valico di Rafah, controllato dall’Egitto, è stato aperto per tre giorni (dal 12 al 14 aprile) in entrambe le direzioni, permettendo il rientro nella Striscia di 400 persone e l’uscita di 2.500. Dall’inizio del 2018, il valico è stato aperto solo tredici giorni; otto giorni in entrambe le direzioni e cinque giorni in una direzione. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, più di 23.000 persone, inclusi casi umanitari ad alta priorità, sono registrate ed in attesa di attraversare il valico.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

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Comunicato di Amnesty International per l’embargo delle armi dirette a Israele

27 aprile 2018, Amnesty International

Sulla base delle sue recenti ricerche, Amnesty International ha concluso che nel corso delle proteste della “Grande marcia del ritorno”, a Gaza l’esercito israeliano ha ucciso e ferito manifestanti palestinesi che non costituivano alcuna minaccia imminente.

Nel corso delle proteste dei venerdì, iniziate il 30 marzo, i soldati israeliani hanno ucciso 35 palestinesi e ne hanno feriti oltre 5500, in alcuni casi arrecando intenzionalmente danni potenzialmente letali.

Pertanto, Amnesty International ha rinnovato la sua richiesta ai governi affinché, dopo la sproporzionata risposta alle manifestazioni nei pressi della barriera che lo separa dalla Striscia di Gaza, sia imposto un embargo sulle armi dirette a Israele.

Da quattro settimane il mondo assiste con orrore agli attacchi dei cecchini e di altri soldati, perfettamente protetti, che da dietro la barriera colpiscono i manifestanti palestinesi con proiettili veri e gas lacrimogeni. Nonostante le ampie condanne internazionali, l’esercito israeliano non ha ritirato l’ordine illegale di sparare contro manifestanti disarmati”, ha dichiarato Magdalena Mughrabi, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.

Il tempo delle simboliche dichiarazioni di condanna è finito. La comunità internazionale deve agire concretamente e fermare l’afflusso di armi e di equipaggiamento militare a Israele. Non farlo significherà continuare ad alimentare gravi violazioni dei diritti umani contro uomini, donne e bambini che già vivono nella sofferenza a causa del crudele blocco imposto da Israele contro Gaza. Queste persone stanno semplicemente protestando contro la loro insopportabile condizione di vita e chiedono il diritto di tornare nelle loro case e nei loro villaggi in quello che oggi è Israele”, ha aggiunto Mughrabi.

Gli Usa sono il principale fornitore di materiale e tecnologia militare a Israele e hanno assunto l’impegno di fornire, nei prossimi 10 anni, aiuti militari per un valore di 38 miliardi di dollari. Ma anche altri paesi – tra cui Francia, Germania, Italia e Regno Unito – hanno autorizzato grandi quantità di forniture.

Manifestanti colpiti alle spalle

Nella maggior parte dei casi analizzati da Amnesty International, i manifestanti uccisi sono stati colpiti sulla parte superiore del corpo, come la testa e il petto, in alcuni casi mentre davano le spalle ai soldati israeliani. Testimonianze oculari, riprese video e immagini fotografiche lasciano intendere che molti di loro sono stati uccisi o feriti in modo intenzionale mentre non ponevano alcuna minaccia.

Mohammad Khalil Obeid, un calciatore di 23 anni, è stato colpito a entrambe le ginocchia il 30 maggio nei pressi del campo di al-Breij. In quel frangente, stava riprendendo sé stesso dando le spalle alla barriera. Il video, pubblicato sui social media, mostra che nel momento in cui è stato colpito si trovava in una zona isolata, lontano dalla barriera, e non sembrava rappresentare alcuna minaccia alla vita dei soldati israeliani.

Ferite mai viste dai tempi del conflitto del 2014

I medici dell’ospedale europeo e di quello di Shifa, nella città di Gaza, hanno dichiarato ad Amnesty International che molte delle gravi ferite che hanno curato erano agli arti inferiori, come le ginocchia, di un genere mai visto dal conflitto di Gaza del 2014.

Molti feriti hanno riportato gravi danni alle ossa e ai tessuti, così come ferite da fori di uscita tra i 10 e i 15 millimetri e rischiano di subire ulteriori complicazioni, infezioni, paralisi o amputazioni. Il gran numero di ferite alle ginocchia, che aumentano la probabilità di frammentazione del proiettile, sono particolarmente preoccupanti e lascerebbero intendere che l’esercito israeliano possa intenzionalmente infliggere ferite mortali.

Secondo esperti militari e medici legali che hanno esaminato le immagini delle ferite, molte sono compatibili con quelle causate dai fucili d’assalto Tavor, di fabbricazione israeliana, dotati di munizioni di 5,56 milllimetri. Altre chiamano in causa i fucili M24, prodotti dalla statunitense Remington, dotati di munizioni da caccia di 7,62 millimetri, che si ingrandiscono ed espandono all’interno del corpo.

Secondo Medici senza frontiere, la metà degli oltre 500 pazienti trattati nei suoi centri presentavano ferite “in cui il proiettile ha letteralmente distrutto i tessuti dopo aver polverizzato l’osso”.

La natura di queste ferite illustra come i soldati israeliani stiano usando armi militari ad alta velocità per causare il massimo danno a manifestanti palestinesi che non pongono un’imminente minaccia nei loro confronti. Questo apparentemente voluto tentativo di uccidere e ferire è profondamente preoccupante, oltre che del tutto illegale. In alcuni casi sembra essersi trattato di uccisioni deliberate, una grave violazione delle Convenzioni di Ginevra e un crimine di guerra”, ha commentato Mughrabi.

Se Israele non assicurerà indagini efficaci e indipendenti che diano luogo a processi nei confronti dei responsabili, il Tribunale penale internazionale dovrà aprire un’indagine su tali uccisioni e gravi ferimenti in quanto possibili crimini di guerra e garantire che i responsabili saranno portati di fronte alla giustizia”, ha sottolineato Mughrabi.

Secondo il ministero della Sanità di Gaza, alla data del 26 aprile il totale dei feriti era stimato a 5511 (592 bambini, 192 donne e 4727 uomini), 1738 dei quali colpiti da proiettili veri. Circa la metà delle persone ricoverate presentava ferite alle gambe e alle ginocchia, 225 al collo e alla testa, 142 all’addome e al bacino, 115 al petto e alla schiena. Finora, sono state necessarie 18 amputazioni.

Tra le persone morte a seguito delle ferite vi sono quattro minorenni tra i 14 e i 17 anni e due giornalisti, che indossavano giubbotti protettivi che li identificavano con chiarezza come tali. Molti altri sono stati feriti.

Gli ospedali di Gaza stanno gestendo con difficoltà l’elevato numero di feriti a causa della scarsità di forniture mediche, energia elettrica e gasolio causata dal blocco israeliano e dalle divisioni politiche palestinesi. Nel frattempo, Israele ha ritardato o rifiutato il trasferimento di alcuni pazienti bisognosi di cure specialistiche d’urgenza disponibili in altre parti dei Territori, a causa della loro partecipazione alle proteste.

Yousef al-Kronz, un giornalista di 20 anni, ha subito l’amputazione della gamba sinistra dopo che le autorità israeliane gli avevano negato il permesso di ricevere cure mediche urgenti a Ramallah. A seguito di un’azione legale di gruppi per i diritti umani, ha potuto poi lasciare Gaza e operarsi per evitare l’amputazione dell’altra gamba.

Personale paramedico in servizio a Gaza ha riferito ad Amnesty International delle difficoltà di evacuare i manifestanti feriti a causa dei gas lacrimogeni esplosi contro di loro e nei pressi degli ospedali da campo.

Uccisioni e ferimenti potenzialmente letali illegali

Nonostante gli organizzatori della “Grande marcia del ritorno” avessero ripetutamente dichiarato che le proteste sarebbero state pacifiche si sarebbero svolte mediante sit-in, concerti, competizioni sportive, discorsi e altre attività pacifiche, l’esercito israeliano ha rafforzato il suo schieramento alla barriera collocandovi carri armati e altri veicoli militari, soldati e cecchini e ha dato ordine di sparare a chiunque si trovasse nel raggio di diverse centinaia di metri di distanza dalla barriera stessa.

Sebbene alcuni manifestanti abbiano cercato di avvicinarsi alla barriera, abbiano lanciato pietre in direzione dei soldati e dato fuoco a pneumatici, le informazioni raccolte da Amnesty International e dai gruppi per i diritti umani israeliani e palestinesi mostrano che i soldati israeliani hanno colpito manifestanti privi di armi, giornalisti, personale medico e altre persone che erano distanti dalla barriera da 150 a 400 metri e che non ponevano in essere alcuna minaccia.

In una richiesta alla Corte suprema di ordinare la fine dell’uso dei proiettili veri per disperdere le proteste, le associazioni per i diritti umani Adalah e Al Mezan hanno presentato 12 video pubblicati sui social media in cui persone prive di armi, tra cui donne e bambini – in alcuni casi, mentre sventolavano bandiere palestinesi o scappavano dalle vicinanze della barriera – sono stati colpiti dai soldati israeliani.




Le truppe israeliane hanno sparato prima alla gamba sinistra di un giornalista di Gaza, poi alla destra. E non si sono fermate qui.

Gideon Levy e Alex Levac

27 aprile 2018, Haaretz

L’amputazione della gamba sinistra di Yousef Kronz, 19enne fotografo di Gaza, avrebbe potuto essere evitata se Israele gli avesse permesso di ricevere cure mediche tempestive in Cisgiordania.

La sua gamba sinistra è stata amputata nell’ospedale di Shifa nella Striscia di Gaza, e ora sono in corso gli sforzi, nell’Istituto Ospedaliero Arabo Istishari in Cisgiordania, per assicurarsi che la sua gamba destra non subisca lo stesso destino. Più di due settimane sono passate tra l’amputazione della prima gamba – che anch’essa avrebbe potuto essere evitata – e gli sforzi intrapresi per salvare l’altra. Tempo prezioso in cui Israele ha rifiutato a Yousef Kronz, il primo Palestinese gravemente ferito durante le recenti proteste settimanali nella Striscia di Gaza, il permesso di essere trasferito nell’ospedale alla periferia di Ramallah. L’Alta Corte di Giustizia alla fine ha costretto il Ministero della Difesa a porre fine a questa vergognosa condotta e consentire il trasferimento dello studente e giornalista 19enne del campo profughi di Bureij, in quella struttura più attrezzata.

Venerdì 30 marzo, Kronz è stato colpito da un cecchino delle forze di difesa israeliane, prima alla gamba sinistra e poi, pochi secondi dopo, quando ha cercato di alzarsi, alla gamba destra, da un secondo cecchino. Secondo Kronz, i proiettili che gli hanno colpito le gambe e gli hanno frantumato la vita provenivano da due diverse direzioni. In altre parole, è stato colpito da due diversi tiratori, mentre si trovava a 750 metri dal reticolato che segna il confine di Gaza, armato solamente della sua macchina fotografica, con indosso un gilet con su scritto “Stampa”, cercando di documentare il fuoco incessante dei cecchini israeliani contro i manifestanti palestinesi disarmati. Dopo essere stato colpito, ci dice ora, ha visto sempre più persone cadere sulla sabbia, sanguinando, “come uccelli”. L’incidente è avvenuto nella Giornata della Terra, il primo giorno delle Marce del Ritorno di fronte al confine di Gaza.

L’ospedale Istishari è situato in alto nel villaggio di Surda, a nord di Ramallah. È una grande, nuova, sofisticata struttura privata, lussuosa e scintillante. Kronz ha una stanza privata, spaziosa e ben illuminata, con un letto regolabile, un televisore, pareti con pannelli in legno ed una vista mozzafiato. Israele non ha permesso a nessuno della sua famiglia di accompagnare Kronz in Cisgiordania o di badare a lui, eccetto a suo nonno, Mohammed Kronz, che ha 85 anni, e che, dopo pochi giorni, è stato costretto ad andare a casa di parenti nel lontano campo profughi di Aroub, vicino a Betlemme, per riposarsi. Ora Yousef, che soffre di forti dolori al moncone e alla sua gamba rimanente, viene assistito con devozione infinita da un cugino, Ghassan Karnaz, anch’egli di Aroub. The two cou sins had never met before.I due cugini non si erano mai incontrati prima. Come tutti i giovani di Gaza, Kronz non era mai stato fuori dalla Striscia. Ora ha violato l’assedio di Gaza – senza una gamba.

Studente di comunicazione del primo anno all’Università Al-Azhar di Gaza, è di una famiglia originaria di Faluja, nel Negev. Suo padre riceve uno stipendio dall’Autorità Palestinese come funzionario della polizia di Gaza. Kronz era attivo nei social network, dove scriveva sulla situazione nella Striscia. Qualche mese fa, ha acquistato una macchina fotografica Canon 5D per 5.000 dollari, metà dai suoi risparmi e il resto da suo padre, e ha iniziato a lavorare per l’agenzia di stampa locale Bureij.

Kronz è stato il primo giornalista ferito durante il mese delle manifestazioni, anche se non l’ultimo. Conosceva Yaser Murtaja, un giornalista ucciso a sangue freddo da cecchini israeliani il 6 aprile. Come Kronz, anche Murtaja proveniva da un campo profughi di Gaza – Jabalya.

Il 30 marzo, Kronz ha camminato per circa un chilometro e mezzo da casa sua al luogo delle dimostrazioni per fotografarle per la sua agenzia di stampa. Ha recitato le preghiere del mezzogiorno nella tenda dei giornalisti allestita lì. I 25 reporter locali hanno quindi discusso di come avrebbero coperto lo svolgersi delle proteste che stavano documentando. L’atmosfera era tesa, ricorda ora; tutti si aspettavano un numero elevato di vittime.

Pensava che le forze di difesa israeliane avrebbero usato munizioni vere? “Le forze di difesa israeliane usano sempre le munizioni vere.” La sua faccia è contorta dal dolore, ma Kronz è ben curato, nonostante le sue condizioni. Guarda costantemente lo specchio o la telecamera nel suo cellulare, per essere sicuro che il suo taglio di capelli alla moda sia a posto. Dopo le preghiere, continua, la gente inizia a incendiare i pneumatici. Cartelli predisposti dagli organizzatori indicavano la direzione per i servizi igienici e per le varie tende e anche la distanza dal recinto di confine in ogni punto. Così Kronz sapeva di essere a 750 metri dalla barriera. Il giorno prima, le forze di difesa israeliane avevano lanciato dei volantini nella vicina Jabalya, avvertendo che chiunque si fosse avvicinato a più di 300 metri dalla recinzione avrebbe rischiato la vita. Dopo anni di esperienza, gli abitanti di Gaza prendono sul serio questi avvertimenti. Gli organizzatori hanno contrassegnato una zona consentita e una zona rossa proibita e pericolosa. Karnaz dice che era a centinaia di metri fuori dal confine della zona rossa.

Alle 2 del pomeriggio, la situazione si è surriscaldata. Le truppe dell’esercito israeliano hanno iniziato a lanciare granate lacrimogene mentre alcuni giovani si avvicinavano a 100 metri dalla recinzione. Hanno usato fionde per lanciare sassi contro i soldati, ma erano troppo lontani per colpirli. Kronz dice di aver visto alcune dozzine di soldati di fronte a lui dall’altra parte della barriera; tre jeep e la canna di un carro armato stavano sbirciando da dietro un terrapieno. Anche lui ha trovato un piccolo cumulo di terra e si è appollaiato dietro di esso, posizionando il treppiede con la sua fotocamera su di un lato e il suo zaino sull’altro. Si è inginocchiato sulla sabbia, le gambe incrociate davanti a lui. La nuvola di gas lacrimogeni si è fatta più intensa, i soldati hanno iniziato a sparare le granate a raffica e il cielo si è riempito di gas denso e irritante. Il vento portava il gas nella sua direzione; i manifestanti usavano le cipolle per proteggersi.

Kronz ha scattato circa 950 foto.

Ricorda di aver guardato il suo orologio alle 15:00. Più tardi quel pomeriggio, un amico, Bilal Azara, si sarebbe sposato a Bureij; quindi pensò che avrebbe dovuto andare a casa, farsi una doccia e cambiarsi. Kronz prese la sua macchina fotografica e lo zaino e si alzò in piedi. In quel preciso istante, il primo proiettile lo colpì. Non sentì nulla tranne un dolore bruciante. La fotocamera cadde dalle sue mani e lui collassò a terra, quindi cercò immediatamente di alzarsi. In quel momento il secondo proiettile squarciò l’altra gamba. Il primo è entrato cinque centimetri sotto il ginocchio, il secondo a sette centimetri sopra l’altro ginocchio. Paralizzato, cercò di gridare aiuto ma la sua voce lo tradì. Dice di essersi sentito sentirsi come fulminato. La sua macchina fotografica è stata abbandonata nelle sabbie di Gaza.

A pochi metri c’era un giovane della stessa età, Ahmed al-Bahar, un assistente di uno degli altri fotografi. Bahar corse da Kronz e cercò di sollevarlo, ma proprio in quel momento anche lui fu colpito a una gamba e cadde a terra sanguinando.

A questo punto della nostra conversazione, lontani parenti dell’11enne Abed al-Rahman Nufal, che ha perso anche lui una gamba a Gaza ed è ricoverato qui all’Istishari, entrano nella stanza per salutare. Nufal è uno degli unici tre altri abitanti di Gaza feriti che Israele ha permesso di trasportare qui, su 1.500 feriti nelle manifestazioni fino ad oggi. La famiglia, ex abitanti di Gaza che ora vivono in Cisgiordania, è venuta per vedere come sta il ragazzo.

Alcuni giovani hanno trasportato Kronz e Bahar all’unica ambulanza della zona. In breve tempo il veicolo era pieno zeppo di sei feriti distesi l’uno accanto all’altro; Kronz era il ferito più grave. I soldati continuavano a lanciare gas lacrimogeni; Kronz si sentiva come se stesse soffocando nell’ambulanza. Un paramedico gli ha messo una maschera di ossigeno sul viso, ma l’affollamento all’interno gli ha impedito di fermare l’emorragia dalle gambe di Kronz. Semi-incosciente, Kronz è stato portato all’ospedale Al-Aqsa a Dir al-Balah.

All’ospedale ha visto la sua gamba sinistra per la prima volta; era frantumata, l’osso sporgente, la carne lacerata. Alla sua vista è svenuto. È stato anestetizzato e trasferito immediatamente in un ospedale più grande, l’ospedale Shifa di Gaza City, a causa della gravità delle ferite. A Shifa ha subito un intervento chirurgico di sei ore per fermare l’emorragia.

Dopo quattro giorni a Shifa la condizione della gamba sinistra di Kronz si è deteriorata e i medici sono stati costretti ad amputarla sopra il ginocchio. Ha ricevuto 24 trasfusioni di sangue. La richiesta di trasferirlo a Ramallah per il trattamento è stata presentata a Israele poche ore dopo che era stato ferito, ma è stata respinta dalle autorità. Anche la situazione della gamba destra sembrava disperata.

Nove giorni dopo la ferita di Kronz, l’8 aprile, due gruppi per i diritti umani – Adalah, il Centro Legale per i Diritti delle Minoranze Arabe in Israele e il Centro al-Mezan per i Diritti Umani di Gaza – hanno presentato una petizione all’Alta Corte israeliana per consentire a Kronz e a un altro abitante di Gaza ferito, Mohammed Alajuri, di essere trasferiti urgentemente a Ramallah per le cure. A quanto pare il tribunale non ha visto alcuna reale urgenza nel trattare il caso e ha aspettato quattro giorni prima di deliberare sulla petizione, per la quale i giudici avevano richiesto una risposta dallo stato entro quattro giorni.

“Le amputazioni delle membra di entrambi i giovani avrebbero potuto essere evitate se lo stato avesse adempiuto ai propri obblighi secondo il diritto umanitario internazionale”, ha detto Sawsan Zahar, un avvocato di Adalah, ai giudici.

Gli avvocati dello stato, da parte loro, hanno detto alla corte che “Apparentemente, la condizione dei firmatari sembra soddisfare il criterio medico per il rilascio di un permesso [per il trasferimento a Ramallah], ma i funzionari responsabili hanno deciso di non accettare le loro richieste. La motivazione principale del rifiuto deriva dal fatto che la loro condizione sanitaria è il risultato della loro partecipazione alle manifestazioni”.

Il 16 aprile, i giudici Uri Shoham, George Karra e Yael Willner hanno dichiarato di non essere persuasi che il governo avesse pienamente valutato se le circostanze nel caso di Kronz giustificassero una deviazione dalla procedura normale. “Non c’è discussione sul fatto che le cure mediche di cui il firmatario ha bisogno per impedire l’amputazione della sua gamba non siano disponibili nella Striscia di Gaza”, hanno scritto. “Pertanto, il firmatario è incluso tra i casi in cui l’ingresso in Israele deve essere consentito ai fini del passaggio a Ramallah.”

I giudici si sono inoltre degnati di dichiarare che Kronz non rappresenta un rischio per la sicurezza di Israele. Quello stesso giorno fu trasferito all’ospedale Istishari. (Per quanto riguarda Alajuri, prima che la corte arrivasse a emettere una sentenza sul suo caso, i medici a Gaza non hanno avuto altra scelta che amputargli la gamba. Lui rimane a Gaza.)

Yousef Kronz sta attraversando un periodo difficile, adattandosi con difficoltà al suo stato di amputato. Quattro giorni dopo essere stato portato all’ospedale di Ramallah ha subito un intervento chirurgico alla gamba destra, le cui condizioni sembrano essersi stabilizzate. Ora, tuttavia, deve affrontare una lunga riabilitazione, che durerà almeno quattro mesi, in un ospedale di Beit Jala, vicino a Betlemme.

Prima di congedarci, ci chiede se pensiamo che sarà mai in grado di camminare su una gamba sola.

Traduzione di Maurizio Bellotto

su AssopacePalestina

 




Le forze israeliane uccidono tre persone mentre i giovani invitano ad unirsi alle proteste della “Grande Marcia del Ritorno”

Redazione di MEE

venerdì 27 aprile 2018 Middle East Eye

Gli organizzatori dedicano la manifestazione del venerdì alla “gioventù rivoluzionaria” mentre le forze israeliane feriscono almeno sette giornalisti che stavano informando sulle proteste.

Almeno tre palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane mentre migliaia di palestinesi hanno partecipato al quinto venerdì di proteste nella Striscia di Gaza assediata come parte della “Grande Marcia del Ritorno”.

Le proteste continuano e il responsabile per i diritti umani dell’ONU ha attaccato l’esercito israeliano per la “deplorabile” uccisione di almeno 43 palestinesi durante le manifestazioni nelle ultime quattro settimane.

Venerdì il ministero della Sanità di Gaza ha parlato di due palestinesi uccisi, compreso un uomo colpito alla testa a est di Gaza City. Per il momento il ministero non ha potuto identificare i due.

Un terzo palestinese ucciso è stato identificato dal ministero come il ventinovenne Abd al-Salam Bakr, colpito a est di Khuzaa, nella parte meridionale della Striscia.

Il ministero ha anche detto che più di 600 persone sono state ferite, comprese 37 persone colpite dal fuoco israeliano.

Un inviato di MEE ha informato che durante tutto il giorno in tutta la Striscia di Gaza le forze israeliane hanno sparato proiettili veri e una grande quantità di gas lacrimogeni contro i dimostranti.

Secondo fonti sul campo, in diversi incidenti almeno sette giornalisti sono stati feriti dalle forze israeliane mentre stavano informando sulle proteste.

Secondo l’inviato di MEE, il fotoreporter Nabil Derbeih è stato colpito alla testa a est di Jabaliya, nel nord di Gaza, il fotografo Hashem Hamada è stato raggiunto alla testa da un candelotto lacrimogeno a est di Gaza City, mentre nella stessa zona Abd al-Rahman al-Kahlout è stato colpito a un piede.

Il fotografo Mohammed al-Masri ha sofferto le conseguenze dell’eccessiva inalazione di gas lacrimogeno nella zona di Jabaliya, mentre anche i giornalisti Iyad Abu Ghaza e Hassan Youssef sarebbero stati feriti dopo essere stati presi direttamente di mira con candelotti lacrimogeni a est del campo di rifugiati di al-Bureij. Inoltre l’inviata del canale di notizie Al Mayadeen Lana Shaheen sarebbe svenuta dopo aver inalato gas lacrimogeni a est di Gaza City.

Anche una troupe di “Palestine TV” è stata direttamente bersagliata da candelotti lacrimogeni, provocando ai giornalisti conseguenze per l’eccessiva inalazione di gas lacrimogeni.

Testimoni affermano che almeno due minori sono stati colpiti da armi da fuoco a nord di Gaza, compresa una ragazzina ferita a un piede.

Il ministero della Sanità di Gaza ha anche informato che un ambulatorio da campo a est di al-Bureij è stato preso di mira con gas lacrimogeni, colpendo gravemente quattro infermieri.

Secondo il ministero, fino alle 18 ora locale almeno 349 palestinesi erano stati feriti, compresi 19 minorenni, e almeno otto medici e tre giornalisti.

A est di Gaza City e nella cittadina di Jabaliya, nel nord di Gaza, i manifestanti avrebbero rimosso parti del filo spinato sistemato dalle forze israeliane per evitare che i dimostranti arrivassero troppo vicino al confine con Israele.

Un venerdì per la “gioventù rivoluzionaria”

Per quasi un mese manifestanti si sono riuniti ogni giorno ad alcune centinaia di metri dalla barriera che separa Israele da Gaza, dove almeno 1.3 milioni dei due milioni di abitanti del piccolo territorio sono dei rifugiati, per chiedere il diritto al ritornare a quelle che erano le loro case prima del 1948.

Le proteste, programmate per sei settimane, dovrebbero terminare il 15 maggio – il settantesimo anniversario della Nakba (la Catastrofe), in cui più di 750.000 palestinesi sono stati obbligati dalle forze israeliane a lasciare le loro case durante la Guerra arabo-israeliana del 1948.

A Gaza gruppi giovanili hanno risposto all’appello degli organizzatori per dedicare le proteste del venerdì alla “gioventù rivoluzionaria” e hanno incoraggiato i giovani palestinesi a parteciparvi.

Il portavoce in arabo dell’esercito israeliano, Avichay Adraee, ha chiesto ai giovani palestinesi di rimanere a casa venerdì, una richiesta che i dimostranti hanno respinto.

Traduzione: cercano di incantarvi con l’illusione di virilità! No cari, questo non è il venerdì della gioventù rivoluzionaria, questo è il venerdì della gioventù perduta. Non date ad Hamas l’opportunità di rubarvi il futuro. Passate il vostro giorno santo con attività che siano utili al vostro futuro.

Di quale futuro sta parlando Adraee? Hanno distrutto Gaza nel 2014, e privano migliaia di giovani della possibilità di viaggiare per ricevere educazione e cure mediche,” ha detto Bashar Abu Ras, 25 anni, a MEE, ridendo.

Più del 60% della popolazione di Gaza ha meno di 24 anni, mentre il 56% degli abitanti di Gaza tra i 15 e i 29 anni è disoccupato, secondo l’ONU la più alta percentuale di disoccupazione giovanile al mondo.

I palestinesi credono che il blocco di Gaza da parte di Israele – e appoggiato anche dall’Egitto -, durato quasi 11 anni abbia portato al deterioramento delle condizioni economiche e sociali dello stretto territorio costiero.

Siamo assediati, non possiamo viaggiare per completare i nostri studi all’estero a causa del fatto che il valico di Rafah (con l’Egitto) apre solo per casi umanitari e non possiamo attraversare il posto di controllo di Eretz a causa delle misure di sicurezza di Israele,” ha detto a Middle East Eye Youssef Abu Hashish, 25 anni, aggiungendo che, nonostante tutti i tentativi fatti, né lui né due suoi amici che manifestano con lui hanno trovato lavoro da quando si sono laureati all’università due anni fa.

È per questo che io e miei amici abbiamo deciso di protestare,” ha spiegato. “Questo è il modo che abbiamo per parlare apertamente all’occupazione.”

Anwar al-Salhi, 29 anni, ha detto di vivere tra un lavoro precario e l’altro, a volte solo per 7 dollari al giorno, e di essere la principale fonte di reddito della famiglia, in quanto i suoi due fratelli sono disoccupati.

Al-Salhi ha affermato di aver avuto una proposta di lavoro nella città di Hebron, nel sud della Cisgiordania, ma l’ha perso quando Israele gli ha negato il permesso di entrata.

I partiti palestinesi ci hanno delusi perché non sono riusciti a riconciliarsi. Dobbiamo opporci insieme all’occupazione israeliana che ha rubato la nostra terra 70 anni fa, ci assedia, viola i nostri diritti, uccide i nostri figli e ci impedisce di vedere le nostre famiglie in Cisgiordania,” dice al-Salhi a MEE.

L’occupazione è la principale ragione per cui abbiamo perso la speranza. Abbiamo solo le nostre voci per essere ascoltati e per rompere il silenzio del mondo sulle violazioni commesse contro di noi. Ci opponiamo tutti insieme disarmati con una protesta pacifica per il nostro legittimo diritto al ritorno.”

Venerdì l’ufficio di coordinamento per gli affari umanitari dell’ONU ha detto che almeno quattro minori sono stati uccisi e 454 feriti dalle forze israeliano fino al 23 aprile.

Ma l’ambasciatrice USA all’ONU Nikki Haley giovedì ha ripetuto la posizione del governo israeliano che incolpa Hamas, il partito che governa Gaza, di “utilizzare minori come carne da macello”.

Accusa il gruppo – che è uno dei vari partiti politici che appoggiano la marcia – di utilizzare nelle proteste i civili come scudi umani.

Gli organizzatori della marcia hanno ripetutamente negato che Hamas stia coordinando le proteste e hanno sottolineato che le decine di migliaia di manifestanti sono state prevalentemente pacifiche.

Israele criticato per “violenze e massacri”

Secondo il ministero della Sanità di Gaza 43 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane dall’inizio della marcia il 30 marzo, e più di 5.500 sono stati feriti. L’ONU ha contato 42 palestinesi morti, che non includono le vittime di venerdì ma comprendono persone non coinvolte nelle manifestazioni.

Non risulta alcuna vittima israeliana.

Gli inviati di MEE hanno ripetutamente testimoniato che durante le manifestazioni le forze israeliane hanno preso di mira infermieri e giornalisti.

Dal 30 marzo due giornalisti palestinesi – Yasser Murtaja e Ahmad Abu Hussein – sono stati colpiti e uccisi, nonostante portassero giubbotti che indicavano chiaramente “Stampa”.

Il segretario generale dell’associazione della stampa democratica a Gaza, Rami al-Sharafi, ha detto che Israele sta mandando il messaggio che “ogni giornalista che documenti la verità lungo il confine (tra Gaza e Israele) per Israele è un bersaglio.”

L’esercito israeliano ha respinto ripetute richieste da parte della comunità internazionale di usare moderazione e condurre un’inchiesta indipendente sulle morti, continuando con la sua politica di aprire il fuoco indiscriminatamente.

Nel contempo Amnesty International ha chiesto un embargo globale della vendita di armi a Israele, accusando le sue forze di “condurre violenze e massacri” contro i palestinesi nella Striscia di Gaza.

Giovedì il portavoce del sistema sanitario di Gaza, Ashraf al-Qidra, in una dichiarazione ha affermato che a 21 palestinesi feriti sono stati amputati gli arti inferiori.

Il gruppo per i diritti umani “Adalah” ha sostenuto che un certo numero di palestinesi ha subito imputazioni dopo che le autorità israeliane hanno negato loro il permesso di viaggiare nella Cisgiordania occupata per essere curati, in quanto gli ospedali di Gaza assediata lo scorso mese hanno dovuto far fronte al grande numero di feriti.

Nel frattempo l’alto commissario ONU per i diritti umani ha detto che Israele deve interrompere l’eccessivo uso della forza e chiedere ai responsabili delle morti nelle manifestazioni di renderne conto.

Zeid Raad al-Hussein ha affermato: “La perdita di vite è deplorevole, e il numero sconcertante di ferite provocate dalle pallottole vere confermano solo la sensazione che sia stata usata una forza eccessiva contro manifestanti – non una volta, non due, ma ripetutamente.

È difficile vedere come ragazzini, anche quelli che lanciano pietre, possano rappresentare un pericolo immediate di vita o di gravi ferite al personale pesantemente protetto delle forze di sicurezza [israeliane].”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Come il Mossad compie i suoi omicidi

Ali Younes

22 aprile 2018, Al Jazeera

La sparatoria mortale in Malaysia rivela la politica dei servizi segreti israeliani di omicidi mirati degli attivisti palestinesi.

L’omicidio dello scienziato palestinese trentacinquenne Fadi al-Batsh nella capitale malese Kuala Lumpur ha rivelato il programma riservato di uccisioni mirate di palestinesi considerati da Israele una minaccia.

Al-Batsh studiava ingegneria elettrica a Gaza prima di iniziare il Dottorato di Ricerca nella stessa disciplina in Malaysia.

Era specializzato in sistemi elettrici e risparmio energetico, e aveva già pubblicato numerosi articoli scientifici sull’argomento.

Hamas, il partito leader a Gaza, ha affermato che al-Batsh era un membro importante del partito e ha accusato l’agenzia di intelligence Mossad di essere responsabile di quanto accaduto sabato.

Chiamandolo membro “leale”, Hamas ha definito al-Batsh uno degli “scienziati della gioventù palestinese” che ha offerto “importanti contributi” e partecipato a convegni internazionali nel campo dell’energia.

Parlando ad al Jazeera, il padre di al-Batsh ha concentrato i suoi sospetti sul Mossad come responsabile dell’uccisione di suo figlio e si è appellato alle autorità malesi affinché portassero quanto prima a termine le indagini sull’assassinio.

Secondo il giornalista investigativo israeliano Ronen Bergman, uno dei principali esperti di intelligence israeliano e autore del libro Rise and Kill First, [Muoviti e uccidi per primo]l’uccisione di al-Batsh presenta tutti i tratti di un’operazione del Mossad.

Il fatto che gli assassini abbiano usato una motocicletta per colpire il loro obiettivo, già usata in molte operazioni del Mossad, e il fatto che sia stato un colpo preciso e fuori da Israele, fa sospettare il coinvolgimento del Mossad”, ha detto Bergman ad al Jazeera in un’intervista telefonica.

Identificazione dell’obiettivo

All’interno del Mossad, la più vasta società di intelligence israeliana L’identificazione di un obiettivo da eliminare in genere coinvolge diversi elementi a livello istituzionale e organizzativo, e la leadership politica.

A volte l’obiettivo è identificato da altri servizi militari o degli interni israeliani.

Per esempio, al-Batsh potrebbe essere stato identificato come obiettivo da diverse agenzie di intelligence per mezzo di unità all’interno di organizzazioni israeliane militari e di spionaggio che controllano Hamas.

Al-Batsh potrebbe anche esser stato identificato attraverso altre operazioni di spionaggio israeliano o tramite la rete di spie israeliane in tutto il mondo.

Alcune fonti hanno confermato ad al Jazeera che i contatti tra Gaza, Istanbul (Turchia), e Beirut (Libano), sono strettamente monitorati dalla rete di spionaggio israeliana. Dunque, una prima “selezione” di al-Batsh potrebbe essere stata fatta attraverso questi canali.

Gli amici di al-Batsh che hanno parlato con al Jazeera in forma anonima hanno affermato che il dottorando non aveva mai nascosto i suoi legami con Hamas.

Era conosciuto nella comunità palestinese per i suoi legami con Hamas”, ha detto un amico.

La procedura dell’omicidio

Una volta che al-Batsh fosse identificato come obiettivo, il Mossad avrebbe valutato se fosse necessario ucciderlo, quali ne fossero i benefici, e il modo migliore per farlo.

Quando l’unità specializzata del Mossad ha terminato la sua ricerca sull’obiettivo, porta i suoi risultati alla dirigenza della Commissione per i Servizi di Intelligence, che comprende i direttori delle organizzazioni di spionaggio israeliani e sono conosciute con l’acronimo ebraico VARASH, Vaadan Rashei Ha-sherutim.

VARASH discute dell’operazione e apporta suggerimenti.

Tuttavia, non ha l’autorità legale per approvare un’operazione.

Solo il primo ministro israeliano ha l’autorità di prendere tale decisione.

Bergman ha affermato che i premier israeliani solitamente preferiscono non prendere da soli tali decisioni per ragioni politiche.

Spesso il primo ministro coinvolge uno o due ministri per approvare un’operazione del genere, e sovente comprende il ministro della difesa,”.

Una volta ottenuto il via libera, l’operazione torna al Mossad per la pianificazione ed esecuzione, che potrebbe richiedere settimane, mesi o addirittura anni, a seconda dell’obiettivo.

L’unità Cesarea

La Cesarea è un’unità sotto copertura del Mossad che si occupa di addestrare e gestire spie principalmente nei paesi arabi e in tutto il mondo.

L’unità fu fondata nei primi anni Settanta, e uno dei suoi creatori fu la famosa spia israeliana Mike Harari.

Cesarea utilizza la sua vasta rete di spie negli Stati arabi, e più diffusamente in Medio Oriente, per raccogliere informazioni e sorvegliare attuali e futuri obiettivi.

Harari ha poi fondato l’unità più spietata di Cesarea, nota in ebraico come Kidon (“la baionetta”), composta da killer professionisti specializzati in omicidi e sabotaggi.

I membri di Kidon spesso provengono da settori dell’esercito israeliano, comprese le forze speciali.

Probabilmente sono stati proprio membri di Kidon a uccidere al-Batsh a Kuala Lumpur, secondo alcune fonti di al Jazeera.

Il Mossad non punta solamente a leader e attivisti palestinesi, ma anche a siriani, libanesi, iraniani ed europei.

Gli omicidi mirati

Cesarea è l’equivalente del Centro di Attività Speciali (CAS), della CIA, che veniva definito Divisione Attività Speciali prima della sua riorganizzazione e cambio di nome nel 2016.

La CIA conduce le sue missioni paramilitari top-secret, compresi omicidi mirati, attraverso il Gruppo per le Operazioni Speciali, che è parte del CAS e ha alcune somiglianze con il Kidon.

Bergman scrive che, fino al 2000, anno della seconda Intifada nei Territori Occupati, Israele ha commesso più di 500 operazioni omicide, causandola morte di più di un migliaio di persone, compresi gli obiettivi e i passanti.

Durante la seconda Intifada, Israele ha condotto più di 1000 operazioni, di cui 168 con successo, ha scritto Ronen Bergman nel suo libro.

Da allora, Israele ha condotto almeno altre 800 operazioni con lo scopo di uccidere civili appartenenti ad Hamas e leader militari nella Striscia di Gaza e all’estero.

La cooperazione araba con il Mossad

Il Mossad mantiene collegamenti formali di tipo organizzativo e storico con un certo numero di servizi segreti arabi, in particolare con agenzie di spionaggio giordane e marocchine.

In tempi più recenti, in seguito a un mutamento nelle alleanze nella regione e alla crescente minaccia di attori non statali, il Mossad ha allargato i suoi legami con le agenzie di intelligence arabe, includendo un certo numero di Stati del Golfo arabo e l’Egitto.

Il Mossad ha la sua principale struttura organizzativa per le operazioni mediorientali nella capitale giordana Amman.

Quando il Mossad tentò di assassinare il leader di Hamas Khaled Meshaal ad Amman nel 1997, spruzzandogli una dose letale di veleno nell’orecchio, l’episodio ha rischiato di far revocare all’anziano re Hussein l’accordo di pace con Israele, e di far chiudere la sede dell’agenzia di spionaggio ad Amman, oltre che di interrompere i collegamenti tra il Mossad e la Giordania al punto che Israele fornì l’antidoto che salvò la vita di Meshaal.

Nel suo libro, Bergman cita fonti del Mossad per affermare che il Generale Samih Batikhi, il capo dello spionaggio giordano dell’epoca, si arrabbiò con il Mossad che non l’aveva tenuto informato sul tentato omicidio poiché voleva organizzare congiuntamente l’operazione.

Un altro paese arabo che ha forti legami con il Mossad fin dagli anni Sessanta è il Marocco, secondo le ricerche di Bergman.

Il Marocco ha ricevuto notevole assistenza di intelligence e tecnica da Israele, e in cambio, l’anziano re Hassan ha permesso agli ebrei marocchini di emigrare in Israele, e il Mossad ha avuto il diritto di stabilire un’agenzia permanente nella capitale Rabat, da cui spiare i paesi arabi”, scrive Bergman.

L’operazione raggiunse il suo apice quando il Marocco permise al Mossad di spiare le sale di riunioni e le camere private dei capi di stato arabi e dei loro comandanti militari durante il summit della Lega Araba nel 1965.

Il summit era stato convocato per organizzare il comando militare unificato.

I metodi della CIA e del Mossad

Diversamente dal Mossad e da altre organizzazioni di intelligence israeliane che hanno un certo margine di decisione nel decidere chi uccidere, la CIA americana utilizza uno strenuo processo legale a più livelli, coinvolgendo l’ufficio del consiglio generale della agenzia, il ministero di giustizia statunitense, e l’ufficio del consiglio legale della Casa Bianca.

L’esecuzione di un’operazione concernente un omicidio mirato da parte della CIA dipende dall’autorizzazione presidenziale, rilasciata con un documento legale spesso redatto dall’ufficio del consiglio generale della CIA e dal dipartimento di giustizia.

L’autorizzazione presidenziale fornisce autorità legale con cui la CIA può eseguire la sua missione di omicidio mirato.

Un processo di revisione che coinvolge diverse agenzie, condotto principalmente da giuristi del dipartimento di giustizia, dalla Casa Bianca e dalla CIA, deve aver luogo prima che il presidente firmi l’autorizzazione.

Si stima che Barack Obama, in qualità di presidente degli Stati Uniti, autorizzò circa 353 operazioni di omicidi mirati, soprattutto per mano di droni.

Il suo predecessore George W Bush ne autorizzò circa 48.

Il processo legale

Un ex ufficiale della CIA ha detto ad al Jazeera, in modo anonimo, che “la CIA non decide chi uccidere”.

Il processo legale rende davvero difficile alla CIA l’uccisione di qualcuno solo perché la CIA pensa che sia un nemico”, ha affermato.

La maggior parte degli omicidi mirati della CIA coinvolgono l’uso di droni e sono attuate su autorizzazione presidenziale.

Parlando con al Jazeera, Robert Baer, un ex funzionario operativo della CIA, ha detto: “la Casa Bianca deve firmare per ogni omicidio mirato, soprattutto se è un obiettivo molto pericoloso”.

È un caso diverso, tuttavia, se l’operazione è condotta sul campo di battaglia o durante un conflitto, come in Afghanistan o in Iraq, caso in cui gli ufficiali sul campo hanno più potere legale per portare a compimento i loro omicidi mirati”.

Per il Mossad, la legittimità dell’omicidio di unqualunque obiettivo è più larga e non coinvolge elementi legali simili a quelli della CIA, secondo fonti a conoscenza del procedimento.

Fa parte della politica nazionale”, ha concluso Baer, riferendosi alla politica israeliana degli omicidi mirati.

( Traduzione di Veronica Garbarini)